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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Volontà

95 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Vita e volontà

La vita è involontaria.

Sogni e volontà

I sogni sono involontari.

Volontà e determinismo

La volontà è determinata.

Sulla volontà

La volontà è involontaria.

Pensiero e volontà

I pensieri sono involontari.

Coscienza e volontà

La coscienza è involontaria.

Apprendimento involontario

Impariamo anche senza volerlo.

Credere e volere

Credere è una scelta involontaria.

La volontà della natura

Sia fatta la volontà della natura.

Conoscenza, volontà e diritto

Abbiamo il diritto di non voler sapere?

Tutto o niente

Chi vuole tutto o niente, niente avrà.

Sul pensiero

Il pensiero segue una struttura reticolare.

Potere e volere

Potere e volere si influenzano reciprocamente.

Basta volerlo?

Non basta volerlo, bisogna saperlo e saperlo fare.

Metadecisione

Metadecisione: decidere di prendere una decisione.

Non basta volerlo

Non basta volerlo. E comunque la volontà è involontaria.

Volontà involontaria

ll libero arbitrio è involontario, come la volontà stessa.

La vita come compromesso

La vita è un compromesso tra le volontà altrui e le proprie.

Sull'involontarietà dei sentimenti

Se i sentimenti fossero volontari moriremmo tutti di piacere.

Inconscio e comportamento involontario

I comportamenti involontari sono determinati da logiche inconsce.

Sulla felicità

Felicità è poter fare, e fare, ciò che si vuole o che si deve fare.

Conflitto tra volontà del corpo e volontà della coscienza

Spesso le volontà del mio corpo e quelle della mia coscienza confliggono.

Sul non voler capire

Se uno non vuol capire una certa cosa è perché non capisce che capirla potrebbe essergli utile.

Volontà consce e inconsce

Ciò che consideriamo involontario è in realtà causato dalla volontà di agenti mentali inconsci.

Dominio dei sentimenti

Siamo dominati da piacere e dolore, attrazione e repulsione. Ragione e volontà sono al loro servizio.

Voler capire

Io non voglio capire tutto poiché non posso capire tutto, ma voglio capire tutto ciò che posso capire.

Il problema dell'amore

Il problema dell'amore è che è libero e involontario, perciò va dove vuole lui, non dove vogliamo noi.

Spirito e carne

Lo spirito è forte ma la carne è debole, e quanto più debole è la carne, tanto più forte è lo spirito.

Volontà e sapere

L’uomo fa quel che vuole, ma non sa perché vuole quel che vuole, e probabilmente preferisce non saperlo.

Sul soggetto della volontà

Invece di dire «io voglio la cosa X» sarebbe più corretto  dire «io sento in me la voglia della cosa X».

Cuore e volontà

È una fortuna che il cuore sia un muscolo involontario. Se fosse volontario ci distruggeremmo rapidamente.

Volontà, non-volontà e anti-volontà

La maggior parte di ciò che avviene nella nostra mente è involontario, e a volte contrario alla nostra volontà.

Il volere dell'uomo

Il volere dell'uomo è in realtà il volere capriccioso della natura che fa esperimenti casuali con la nostra specie.

Rispetto per il prossimo

Non fare al prossimo ciò che non vuole subire, non dargli ciò che non vuole ricevere, non dirgli ciò che non vuole udire.

Educazione repressiva

Quando nasce un bambino i genitori desiderano che le sue volontà si accordino con le loro e reprimono quelle in disaccordo.

Sulla involontarietà del pensiero

Il pensiero può essere volontario solo per pochi secondi o minuti. Percezioni e interazioni lo influenzano involontariamente.

Volontà e libero arbitrio

La volontà di un essere umano consiste nel decidere consapevolmente se assecondare o contrastare le proprie decisioni involontarie.

Cambiare carattere a volontà?

È una fortuna che non possiamo cambiare carattere facilmente e a volontà. Se ciò fosse possibile, rischieremmo di diventare dei mostri.

Volontà dell'io cosciente contro volontà dell'inconscio

Quando la volontà dell'io cosciente e quella dell'inconscio si combattono, alla fine vince sempre la seconda perché questa manipola la prima.

Sulla forza di volontà

Secondo me la "forza di volontà" è una dote naturale, non un merito. Se uno non ce l'ha "non se la può dare", come il coraggio per Don Abbondio.

Sulla forza di volontà

Cercare di impiegare la forza di volontà è come cercare di sollevarsi tirandosi su con i lacci delle scarpe. [Da un volantino di Anonimous Alcoholics]

Chi decide cosa vogliamo

Non siamo "noi" a decidere cosa vogliamo, ma un insieme di cose dentro di noi che interagiscono automaticamente con un insieme di cose al di fuori di noi.

Tre volontà da conciliare

Ogni umano deve conciliare tre volontà: (1) Ciò che vuole la propria coscienza. (2) Ciò che vuole il resto del suo organismo (inconscio). (3) Ciò che vogliono gli altri.

Fare, pensare, volere, natura, società

Noi ci illudiamo di fare e pensare ciò che vogliamo, ma in realtà facciamo, pensiamo e vogliamo ciò che la natura e la società ci impongono, con pochi margini di libertà.

Sulla capacità di porre domande

L'uomo è, a mio parare, l'unico animale capace di porre (e di porsi) domande, con l'eccezione di qualche animale ammaestrato che chiede al padrone: cosa vuoi che faccia adesso?

Osservarsi dall'esterno senza intervenire

Mi chiedo se possa essere utile osservare me stesso dall'esterno, senza intervenire in alcuna mia scelta, e scoprire cosa farò senza il controllo della mia coscienza e della mia volontà.

Basta volerlo?

Chi non crede nell'inconscio pensa che per risolvere i problemi sociali basti volerlo. Non li risolverà, perché la volontà, i sentimenti e la coscienza sono pilotati da logiche inconsce.

Volontà voluta

La volontà non è una causa prima, ma la conseguenza di altre volontà che risiedono nella parte inconsapevole e involontaria del corpo. In altre parole la volontà è voluta da qualcosa di diverso da se stessa.

Inconscio e involontarietà

Non la coscienza, ma l'inconscio decide se uno ha o non ha paura di qualcosa e se è attratto o repulso da qualcosa. L'inconscio è il decisore e l'autore di ogni sentimento e di ogni comportamento involontario.

Volontà involontaria

La volontà è, in un certo senso, involontaria, in quanto segue regole o algoritmi, per lo più inconsci ed emotivi. L'unico modo per liberarsi dalla schiavitù delle motivazioni involontarie è scegliere "a caso".

Ecologie di bisogni e di volontà

Il microcosmo (cioè una mente) e il macrocosmo (cioè il mondo ad essa esterno) sono ecologie di bisogni e di conseguenti volontà. Perciò la questione fondamentale in ogni momento e in ogni luogo è: chi comanda?

Domande sulle volontà

Cosa vuole il mio corpo?
Cosa vuole la parte inconscia della mia mente?
Cosa vogliono gli altri umani?
Cosa vogliono gli altri esseri viventi?
Cosa vuole la natura?
Cosa voglio io?

Tra conscio e inconscio

C'è una continua interazione tra conscio e inconscio, ovvero tra l'apparato volontario e quello involontario del nostro organismo. Queste due dimensioni dell'esistenza si influenzano reciprocamente, anche se non lo vogliamo.

Tra volere e potere

Tra il volere e il potere c'è di mezzo il mondo, la realtà, le leggi della fisica e della biologia, la società ecc. Facciamo tante cose senza volerlo e non riusciamo a fare tante cose che vorremmo. Tuttavia a volte riusciamo a fare ciò che vogliamo.

Sull'esercizio del libero arbitrio

Esercitare il libero arbitrio significa scegliere con chi / cosa / come interagire qui ed ora e in futuro, nella consapevolezza che le nostre scelte avranno conseguenze più o meno certe o incerte, più o meno positive o negative, nelle nostre future interazioni con gli altri.

Chi decide?

A mio parere, che ci sia "qualcosa" dentro di noi che prende decisioni sulla base di certe logiche (con o senza una certa dose di casualità) mi sembra indiscutibile. Che quella "cosa" sia più o meno consapevole e più o meno volontaria può essere oggetto di ipotesi e di discussione.

La volontà di essere normali

Ognuno vuole essere normale, e a tale scopo cerca di capire cos'è normale per gli altri, i suoi altri, cioè quelli da cui dipende. Infatti solo gli altri, con la frequenza del loro comportamento, possono stabilire cosa sia normale e cosa strano. Nessun individuo da solo ha tale autorità.

Politiche d'interazione

Le relazioni e le interazioni umane sono regolate da politiche personali per lo più inconsce, irrazionali, mistificate e involontarie; sta a noi decidere se cercare di renderle più consapevoli, razionali, genuine e volontarie nonostante il boicottaggio del super-io e delle convenzioni sociali.

Interazioni tra volontà

Ciò che accade nella natura e nella società è il risultato di interazioni tra volontà interne agli esseri viventi a vari livelli di organizzazione, dalla cellula alla nazione. Tali volontà sono il risultato della composizione di bisogni e interessi più o meno simbiotici, sinergici e/o antagonisti.

Sulla volontà

La volontà consiste nell'imposizione di un certo progetto a una o più cose e/o persone. Lo stesso soggetto può essere oggetto della volontà. L'esercizio di una volontà è l'effetto di un comando programmato nell'ambito di un sistema cibernetico biologico o tecnologico.

Chi decide cosa pensare?

La sequenza dei nostri pensieri non è determinata dalla nostra volontà, ma da agenti inconsci e involontari che competono per portare alla coscienza (ovvero all'attenzione cosciente) quei pensieri che stanno loro a cuore. Insomma, non è l'io cosciente che decide cosa pensare, ma meccanismi indipendenti dalla sua volontà.

Io, sentimento, coscienza, volontà

Io cosciente = sentimento + coscienza + volontà. Nessuna di queste tre entità servirebbe a qualcosa, né perciò avrebbe ragione di esistere, senza le altre due. Infatti, ciascuna di esse coopera con le altre per esercitare la sua funzione. L'io cosciente non è qualcosa di diverso o separato dalle altre tre entità, ma la loro somma.

Azioni e reazioni

Se io, in quanto ente, subisco un'azione da parte di un altro ente, posso ignorare tale azione o reagire ad essa in certi modi. L'eventuale reazione può essere volontaria o involontaria, consapevole o inconsapevole, ma mai casuale, bensì programmata. In altre parole, la reazione segue necessariamente certe logiche consce o inconsce.

Come ci vogliono gli altri

Noi siamo come ci vogliono gli altri. Il problema è: quali altri? Infatti gli altri non sono tutti uguali: alcuni ci vogliono in un certo modo e altri in certi altri modi. Dobbiamo dunque scegliere chi contentare e chi scontentare. Ma non possiamo essere come nessuno ci vuole. Ne va della nostra sopravvivenza e della nostra felicità.

Sulla volontà

Riguardo alla “volontà”, per non cadere nell'errore prospettico antropocentrico dobbiamo pensare alla natura com’era prima dell'avvento dell'uomo, e ancora prima dell'avvento dei mammiferi, cioè quando è nata la prima forma di vita sulla Terra. Dov'era allora la volontà? Per me già esisteva e consisteva nel bisogno del gene, di riprodursi.

Le mie volontà contro le tue

La vita sociale consiste nel continuo confrontarsi di volontà individuali, più o meno concordanti o discordanti, convergenti o divergenti, conflittuali o consensuali. Volontà che si affermano o si ritirano attraverso battaglie e compromessi, alleanze e opposizioni, cooperazioni e competizioni, intese e fraintendimenti, negoziazioni più o meno pacifiche o violente.

Da cosa dipende il comportamento umano

La gente comune pensa che il comportamento dell'uomo dipenda principalmente dalla sua volontà, ovvero da una buona o cattiva volontà, da una volontà giusta o sbagliata, e che per migliorare i rapporti umani sia sufficiente volerlo. Non capisce che la volontà non è autonoma ma è il risultato di logiche consce e ancor più inconsce, difficilmente controllabili e modificabili.

Da chi farsi guidare?

Un essere umano deve farsi guidare da qualcosa o qualcuno: dalla "sua" ragione, dai suoi sentimenti, da altre persone, da un computer, da una musica ecc.. Guidarsi da sé è impossibile, anzi, non ha senso, perché o la guida è casuale, o segue gli ordini di qualcosa o qualcuno al proprio interno o all'esterno. Si tratta dunque di stabilire quale sia, momento per momento, la guida migliore.

Libero arbitrio e automatismi

Il libero arbitrio, se esiste, consiste nella capacità di scegliere se seguire o no le proprie motivazioni, se andare avanti guidati dai propri demoni o fermarsi, se assecondare certi automatismi o immobilizzarli, o, per essere più precisi, decidere quali automatismi consentire e quali inibire. Perché, in ogni caso, qualunque cosa facciamo è il risultato dell'azione di uno o più automatismi, consci o inconsci.

Che significa "perché"

Diciamo spesso "perché" senza specificare il significato di questo avverbio (o congiunzione). Infatti esso può avere due significati molto diversi: causalità o finalità. Se, ad esempio, chiedo ad una persona "perché hai fatto questo?" potrei intendere (1) cosa ha causato l'azione che hai compiuto? oppure (2) a quale scopo hai voluto compiere questa azione? Nel secondo caso si dà per scontato che l'azione era consapevole e volontaria, nel primo no.

Comportamento automatico

Ci vuole coraggio, ostinazione, e saggezza per ammettere e accettare che il proprio comportamento (come anche quello degli altri) è automatico, ovvero involontario. È automatico anche per quanto riguarda le decisioni che sembrano volontarie.

È un atto di umiltà che ridimensiona enormemente il potere e la nobiltà della coscienza, cioè dell’io.

La libertà di un essere umano è quella di uno schiavo destinato a rimanere schiavo per tutta la vita.

Sulla scelta

Non possiamo non scegliere in ogni momento, tuttavia possiamo scegliere di farlo volontariamente o involontariamente. Nel secondo caso affidiamo le nostre scelte al nostro inconscio.

Ogni scelta presuppone almeno due opzioni. La scelta fondamentale è tra cambiare o mantenere una certa cosa.

Il nostro inconscio è costituito da un certo numero di agenti mentali autonomi che eseguono continuamente, a nostra insaputa, scelte che regolano la nostra vita, il nostro comportamento, i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

Perché voglio ciò che voglio?

Perché voglio ciò che voglio? Una domanda che pochi si fanno e a cui ancora meno trovano una risposta sostenibile. Eppure è una domanda fondamentale per chiunque voglia conoscere e comprendere la natura umana e sé stesso. Ci illudiamo che la volontà sia una causa primaria e libera; in realtà essa è soprattutto un effetto, ed ha quindi una causa, anzi, una combinazione di cause involontarie e inconsce. Il libero arbitrio, se esiste, si riduce alla capacità consapevole di resistere alle proprie volontà e/o di stabilire delle priorità nella loro soddisfazione.

Come esercitare il libero arbitro

Per esercitare il libero arbitrio, ammesso che ciò sia possibile, è necessario prima di tutto scegliere se esercitarlo o no; poi, in caso affermativo, considerare le opzioni, ovvero i programmi predefiniti di comportamento praticabili tra cui scegliere (con l'aiuto di menù interni ed esterni); quindi scegliere un programma, iniziare ad eseguirlo, monitorare i suoi effetti esterni ed interni (percettivi, cognitivi ed emotivi) e scegliere, momento per momento, se continuarne l'esecuzione, arrestarla o cambiare il programma in modo più o meno esteso, per adattarlo alla situazione.

Sull'autocontrollo emotivo

Se potessimo controllare volontariamente le nostre reazioni emotive e i nostri sentimenti (nel senso di attivare o inibire a volontà i nostri sentimenti e le nostre emozioni) conquisteremmo il mondo, ma diventeremmo disumani. Tuttavia, suppongo che un minimo autocontrollo emotivo sia possibile per qualcuno, per brevi lassi di tempo. Potrebbe essere molto utile a scopo psicoterapeutico e di automiglioramento in quanto potrebbe farci vedere le cose, le persone, il bene e il male in modo diverso, più reale, più acuto e più profondo, non filtrato né manipolato dai sentimenti e dalle emozioni.

Volontà e cambiamento

Ogni volontà, ogni motivazione, ogni bisogno, ogni desiderio chiede che avvenga o che si eviti un cambiamento. Colmare una mancanza o evitare che essa si produca, ottenere una cosa desiderata o evitare di perderla, soddisfare un bisogno o impedire che qualcosa ostacoli la sua soddisfazione, ecc., costituiscono o implicano cambiamenti. Riempire lo stomaco di cibo costituisce un cambiamento dello stato dello stomaco, da vuoto a pieno. Costruire un muro di protezione intorno alla propria casa costituisce un cambiamento a scopo conservativo. Conoscere qualcosa che ancora non si conosce costituisce un cambiamento. Le domande sono: Cosa voglio cambiare? Quali cambiamenti voglio impedire?

Tre volontà

Tre volontà (dette anche richieste, esigenze, bisogni, motivazioni, finalità ecc.) si contendono il comportamento di un essere umano: quella del suo inconscio, quella del suo io cosciente e quella degli altri umani con cui la sua persona è in relazione. Possiamo chiamarle rispettivamente sentimento, ragione e politica.

È una contesa permanente, in cui vince temporaneamente ora l'una ora l'altra volontà, giacché la soddisfazione di ognuna di esse è indispensabile per la vita umana.

Conciliare le tre volontà, affinché ognuna abbia una sufficiente soddisfazione, è un'arte che possiamo apprendere. Ne va della nostra salute psicofisica, ovvero della nostra felicità.

Sia fatta la volontà di chi/cosa?

Io, cioè il mio io cosciente, il mio libero arbitrio (bisognerebbe coniare un nuovo pronome per indicare questa entità, per esempio "ioc") sono di fronte a infinite mutevoli volontà, sia interne che esterne al mio corpo, alcune convergenti, altre divergenti, altre antagoniste, altre ancora scorrelate, e posso decidere (se la libertà non è un'illusione) quali di esse assecondare o servire, e quali ignorare o reprimere.


Autori e mandanti delle nostre azioni

Come dimostrano gli esperimenti di Libet, quando prendiamo una decisione, in realtà prendiamo coscienza di una decisione che è stata già presa da un agente mentale inconscio. Questo può aver agito in modo totalmente libero, anche in contrasto con le intenzioni dell'io cosciente, oppure secondo istruzioni e/o una "educazione" che l'io cosciente gli ha impartito precedentemente. In altre parole, ad esempio, noi possiamo decidere di adottare certi principi morali e di conseguenza istruire (consciamente o inconsciamente) il nostro inconscio ad applicarli. Dopodiché l'inconscio prenderà autonomamente decisioni coerenti con tali principi, e noi ci illuderemo che tali decisioni saranno state prese a seguito di un atto volontario e consapevole. Insomma, l'autore (o meglio, il mandante) di un atto (apparentemente) volontario potrebbe essere l'io cosciente, ma solo in quanto programmatore, o pianificatore, di un decisore automatico.

Rimozione dell'odio

La rimozione (dalla coscienza) del proprio odio o disprezzo per gli altri è causa di falsità, ipocrisia, mistificazione, confusione, inibizione, depressione, schizofrenia ecc. Se l'odio c'è, esso non va negato, ma analizzato, elaborato, ragionato, motivato, criticato.

Se si desidera smettere di odiare, non basta dire "non voglio odiare", perché l'odio è un sentimento, e i sentimenti non sono comandabili dalla coscienza, ma vengono suscitati da logiche inconsce, involontarie, automatiche.

Possiamo cercare di non vedere il nostro odio, di non pensarci, di negare la sua esistenza, ma così facendo lo rendiamo subdolo, ne siamo manipolati e perdiamo la possibilità di elaborarlo razionalmente.

La rimozione dell'odio dalla coscienza è un ingenuo tentativo di evitare la vendetta degli odiati, ma è più facile nascondere il proprio odio a se stessi che agli altri.

Volontà e dominanza

La volontà è sempre volontà di potenza, ovvero di dominanza, in quanto comporta l'imposizione della volontà stessa su una parte del resto del mondo in una certa misura. In altre parole, esercitare una volontà significa imporsi verso certe cose o certe persone, in certi modi, in certi ambiti più o meno estesi. Perfino quando cerchiamo di imporre la nostra volontà su noi stessi, cioè quando ci sforziamo di comportarci in certi modi non spontanei, lo facciamo per cambiare le nostre relazioni con il mondo esterno, ovvero per imporre a certe cose e/o a certe persone che ci circondano nuove relazioni con noi.

Una volontà consiste in un bisogno o desiderio, e può essere più o meno soddisfatta o frustrata, determinando rispettivamente il benessere o malessere del volente.

C'è dominanza di una persona X su una cosa o persona Y ogni volta che Y soddisfa una volontà di X.

Sui limiti dell’attenzione e della volontà cosciente

Non è possibile essere simultaneamente attenti a più di uno, due, o al massimo tre aspetti della realtà.

Infatti l’attenzione verso una cosa inibisce l’attenzione verso qualsiasi altra cosa.

Il termine “concentrazione” illustra bene questo limite: il verbo concentrarsi implica prestare attenzione verso un unico centro.

Il comportamento umano, specialmente quello interpersonale, richiede l’esercizio simultaneo di innumerevoli meccanismi mentali, ognuno dei quali prende decisioni secondo certi algoritmi, ed è impossibile essere attenti a, o coscienti di, più di uno o due, o al massimo tre di essi.

Dato che una scelta volontaria richiede attenzione verso le relative opzioni, non è possibile esercitare la volontà cosciente su diverse scelte simultaneamente.

Infatti le interazioni sociali avvengono per lo più automaticamente e inconsciamente, poiché gli interattori possono prestare attenzione solo a qualche dettaglio più o meno significativo alla volta.

Sostituzione di volontà

Può succedere, in certe circostanze, che la volontà dell'io cosciente venga messa fuori uso, cioè inibita, da un altro agente mentale che sostituisce la sua volontà a quella dell'io e prende il controllo della persona suscitando ansia o panico. Tale agente (sul quale l'io cosciente non ha alcun potere diretto) potrebbe corrispondere al “super-io” teorizzato da Sigmund Freud.

In tali casi, ciò che l'io cosciente può fare per ristabilire la sua volontà è chiedere l'aiuto di un'altra persona da cui farsi stimolare o guidare, preferibilmente uno psichiatra, uno psicoterapeuta o uno psicologo.

Questi fenomeni possono avvenire in misura più o meno grande, anche nella vita di tutti i giorni e in ognuno di noi. Paradossalmente, essi sono tanto più probabili quanto più il soggetto è libero da impegni, occupazioni, difficoltà, bisogni insoddisfatti o problemi da risolvere. Per questo ipotizzo che il super-io serva essenzialmente a reprimere o limitare la libertà del soggetto (dagli impegni sociali).

Coscienza, sentimenti, volontà, interazioni

La coscienza, i sentimenti e la volontà cosciente sono fenomeni emergenti dalla interazione, ovvero dallo scambio di informazioni, energie e/o sostanze, tra parti (ovvero sottosistemi) del sistema nervoso, così come le società sono fenomeni emergenti dalle interazioni tra esseri umani.

Un fenomeno si dice emergente se non esiste a priori, ovvero come entità a sé stante, ma solo come prodotto di una interazione, ovvero di uno scambio di informazioni, energie e/o sostanze, tra due o più entità, e dura finché dura tale interazione.

Per fare un esempio, un'automobile non esiste a priori (come avrebbe pensato Platone, in base alla "idea" archetipica di automobile), ma come prodotto dell'interazione dei suoi componenti. Cessando l'interazione tra tali componenti, l'automobile smette di esistere in quanto automobile reale e di essa resta solo un ricordo o un'idea. In tal senso, metaforicamente parlando, la coscienza è una specie di automobile.

Quanto sopra è una mia libera interpretazione del pensiero rivoluzionario di Gregory Bateson.

Sui limiti della coscienza e della volontà cosciente

La nostra coscienza è molto limitata nella comprensione di ciò che succede fuori e dentro di noi.

Ci sono due tipi di limiti.

Il primo riguarda il fatto che i processi inconsci, che sono molto numerosi e complessi, sono per definizione non accessibili alla coscienza.

Il secondo limite è che la coscienza può seguire solo un processo alla volta, mentre i processi “visibili” (cioè quelli non inconsci) sono normalmente molteplici e si svolgono contemporaneamente.

Si può infatti dire che la coscienza è un processo lineare in una realtà multilineare e magliata, rappresentabile come una rete di connessioni logiche tra entità e tra eventi.

Una coscienza ignara dei propri limiti tende a ridurre la complessità della realtà a una semplice concatenazione di cause-effetti lineare e senza ritorni degli effetti sulle cause.

Per quanto sopra, la visione del mondo (inteso come processo dinamico di fatti o eventi) da parte della coscienza è sempre distorta e parziale rispetto alla realtà.

I limiti della coscienza sono gli stessi della volontà cosciente, se questa non tiene conto delle volontà inconsce.

Obbedienza, disobbedienza, premio, castigo, ribellione, rivoluzione

Sin da bambino, e per tutta l’età scolare, l’uomo subisce un’educazione basata sulla premiazione dell’obbedienza e la punizione della disobbedienza nei riguardi delle volontà degli educatori. E’ così che l’uomo impara ad obbedire alle volontà dei suoi simili.

Se due persone hanno volontà antagoniste o incompatibili, un conflitto è inevitabile, a meno che almeno una delle due adatti la sua volontà a quella dell'altra (ovvero obbedisca ad essa). Ciò può avvenire spontaneamente o a seguito di minacce o di violenze.

L’adattamento della volontà di una persona a quella di un’altra si chiama conciliazione.

In assenza di conciliazione, il conflitto può dar luogo ad una ribellione e/o ad una rivoluzione.

La ribellione consiste nella disobbedienza di una persona nei confronti della volontà di un’altra. Conseguenza della ribellione può essere la separazione o l’allontanamento tra le persone, oppure un ridimensionamento delle volontà a cui il ribelle disobbedisce.

La rivoluzione consiste nell'inversione dei ruoli tra comandante e obbediente, cioè nel caso in cui il ribelle riesca a farsi obbedire da colui a cui ha disobbedito.

Piacere, bisogno, desiderio, volontà

Se un essere vivente ha provato un piacere ottenendo o facendo una certa cosa, suppongo che in esso c'era il bisogno, il desiderio o la volontà di ottenere o di fare quella cosa.

Se così non fosse, dovrei credere che il piacere sia un fenomeno casuale, o causato da combinazioni (materiali o logiche) indipendenti da bisogni, da desideri, e da volontà.

Inoltre, dopo aver provato un piacere, è possibile che nell'essere vivente si produca il bisogno, il desiderio o la volontà di provarlo ancora, cioè di ripetere l'esperienza del piacere.

Aggiungerei che il piacere è un fenomeno involontario in quanto non può essere ottenuto semplicemente volendolo. Infatti, per ottenerlo occorre fare o ottenere cose capaci di produrlo. Possiamo chiamare queste cose "cause", "mezzi" o "intermediari" del piacere.

Il fenomeno del piacere mi sembra un ritrovato dell'evoluzione per garantire la sopravvivenza e la riproduzione delle specie più evolute, un meccanismo che costringe certe specie (che possiamo classificare come "senzienti") a comportarsi in certo modi e non in altri.

Il fenomeno del piacere resta per me misterioso, come pure quelli del bisogno, del desiderio e della volontà. Suppongo tuttavia che tali fenomeni siano interconnessi.

Ragionamenti analoghi valgono, mutatis mutandis, anche per il dolore.

Psicologia del cambiamento

Si potrebbe fondare una psicologia incentrata sul concetto di cambiamento, vale a dire sulle motivazioni opposte, conflittuali, tra cambiare e conservare certe cose, all’interno e/o all’esterno di se stessi.

Ogni disaccordo determina la motivazione alla sua eliminazione e/o il raggiungimento di un accordo. Ciò implica la necessità di un cambiamento in uno o in entrambi i termini del disaccordo stesso. Di conseguenza ogni disaccordo genera il desiderio e la ricerca di un cambiamento.

Un cambiamento consiste in una differenza tra due stati temporalmente consecutivi di un certo contesto.

Un cambiamento può costituire una novità o un ritorno ad uno stato precedente.

Un cambiamento non è mai spontaneo, ma è sempre l’effetto di uno o più altri cambiamenti. Perciò, se si vuole cambiare qualcosa, bisogna cambiare qualche altra cosa, all’interno o all’esterno di se stessi. D’altra parte a seguito di ogni cambiamento dobbiamo aspettarci ulteriori cambiamenti come suoi effetti.

La paura di un cambiamento è giustificata dal fatto che non si conoscono i suoi effetti, ovvero gli ulteriori cambiamenti che esso può causare.

La vita non può fare a meno di cambiamenti. L’assenza di cambiamenti è mortale.

Il divenire consiste in cambiamenti successivi.

Ognuno dovrebbe chiedersi: cosa vorrei cambiare e cosa conservare all’interno e all’esterno di me stesso?

Il cambiamento, se volontario, implica una responsabilità riguardante le conseguenze del cambiamento stesso.

Sulla (non) libertà di amare e di odiare

Se è vero che amore e odio sono sentimenti, e in quanto tali involontari, ne consegue che non siamo liberi di amare o di odiare chi vogliamo. Tutt’al più possiamo agire sulle cause ambientali e psicodinamiche che favoriscono in noi l’amore o l’odio, per esempio attraverso una psicoterapia.

Comunque sia, il fatto di vivere in società limita la nostra libertà di amare e di odiare chi vogliamo, perché siamo giudicati dagli altri anche per ciò (e per chi) amiamo e odiamo.

Infatti, se A odia B e non lo nasconde, B tiene conto di tale odio nel suo comportamento verso A. E’ infatti probabile che B, sentendosi odiato da A, lo odi a sua volta, e cerchi di punirlo in qualche modo per quel sentimento.

Ciò avviene spesso anche in caso di assenza di amore, ovvero in caso di indifferenza affettiva.

Per quanto sopra, chi vive in società è praticamente obbligato a nascondere i suoi sentimenti se questi non sono “politicamente corretti”, e/o a fingerne di “appropriati”, al fine di mantenere buoni rapporti con gli altri. Questi occultamenti e queste simulazioni cominciano in età infantile, e sono così frequenti da diventare automatismi, col risultato che non sappiamo più quali siano i nostri veri sentimenti verso gli altri.

Infine, nelle religioni, odiare Dio (o anche semplicemente non amarlo) è considerato un peccato grave, forse il più grave di tutti, e a causa di ciò nessun credente è libero di odiare Dio o di non amarlo, pena un castigo illimitato e inesorabile.

Il ruolo dell'io cosciente

Premessa: ciò che segue non descrive quello che normalmente avviene nella mente umana (infatti avviene normalmente tutt'altro), ma ciò che io considero salutare e auspicabile, ovvero un ideale di saggezza.

L'io (inteso come io cosciente) non è il padrone della vita della persona (intesa come l'insieme di corpo e mente o psiche) ma il suo servitore e aiutante. Esso non può e non deve decidere liberamente cosa fare della "sua" persona o cosa farle fare, ma le sue decisioni devono essere prese per il bene e l'interesse di essa, ovvero per soddisfare i suoi bisogni e le sue richieste, che sono espressione della sua natura.

L'io deve mettersi al servizio della persona che lo ospita. La persona comunica con il suo io e gli segnala i suoi bisogni e le sue richieste attraverso i sentimenti e le emozioni (che includono piacere, dolore, desideri, paure, attrazioni, repulsioni, amore, odio ecc.). Perciò l'io deve essere sempre in ascolto di questi e fare il possibile per soddisfarli, così come deve cercare di soddisfare gli enti esterni da cui dipende la vita la della sua persona, ovvero le altre persone e l'ambiente naturale.

L'io può e deve anche comandare se stesso e gli altri, ma deve farlo soltanto per obbedire alla sua natura interna e a quella esterna, che sono inseparabili ed in continua interazione, così come lo stesso io è in continua interazione con il resto della mente, della psiche e della persona, che sono inseparabili.

La conoscenza e la ragione debbono aiutare l'io a stabilire priorità e scegliere, momento per momento, a chi obbedire, chi servire, chi ascoltare, chi seguire, chi ignorare, a chi ribellarsi e chi combattere per il bene della persona e delle persone e cose da cui essa dipende.

Tolstoj filosofo della storia e della natura umana

"La totalità delle cause dei fenomeni è inaccessibile all'intelletto umano. Ma il bisogno di ricercare le cause è insito nell'animo dell'uomo. E l'intelletto umano, non potendo afferrare l'infinità e la complessità delle condizioni che accompagnano i fenomeni, ognuna delle quali presa singolarmente può apparire come una causa, si aggrappa al primo collegamento, il piú comprensibile, e dice: ecco la causa. Negli avvenimenti storici (dove oggetto di osservazione sono le azioni degli uomini) il collegamento piú primitivo che si può fare è con la volontà degli dèi, poi con la volontà degli uomini che nella storia occupano il posto piú visibile: gli eroi storici. Ma basta approfondire l'essenza di ciascun avvenimento storico, cioè l'attività di tutta la massa degli uomini che vi hanno partecipato, per convincersi che la volontà dell'eroe storico non solo non dirige le azioni delle masse, ma è essa stessa costantemente diretta. Sembrerebbe indifferente capire il significato di un avvenimento storico in un modo piuttosto che un altro. Ma fra chi dice che i popoli dell'Occidente andarono verso Oriente perché Napoleone l'aveva voluto, e chi dice che ciò si è compiuto perché doveva compiersi, c'è la stessa differenza che c'era fra quelli che affermavano che la terra sta fissa e i pianeti le si muovono intorno, e quelli che dicevano di ignorare su cosa si regga la terra, ma di sapere che esistono leggi che governano il moto sia della terra, sia degli altri pianeti. Non ci sono né possono esserci cause di un avvenimento storico, se non l'unica causa di tutte le cause. Ma ci sono leggi che governano gli avvenimenti, leggi che in parte ignoriamo, in parte cerchiamo a tentoni. La scoperta di tali leggi sarà possibile solo quando rinunceremo completamente a ricercare le cause nella volontà di un solo uomo, proprio come la scoperta delle leggi del moto dei pianeti è diventata possibile solo quando gli uomini hanno rinunciato all'idea dell'immobilità della terra."

[Lev Tolstoj - Guerra e pace]

Sia fatta la volontà di chi?

Un verso del Pater Noster auspica che sia fatta la volontà di Dio, e mi sembra cosa buona e giusta, perché se Dio è davvero Dio, ossia il creatore e padrone del mondo, allora fare qualcosa contro la sua volontà non può essere che disastroso. Tuttavia conoscere la volontà di Dio è cosa quanto mai difficile, se non impossibile.

Dobbiamo allora contentarci di conoscere, per quanto ci sia possibile, le volontà degli esseri non viventi (ovvero le leggi della fisica) e di quelli viventi (ovvero le leggi della biologia). Il problema è che le volontà degli esseri viventi sono molto spesso poco conosciute e mistificate, oltre che conflittuali e competitive, a tutti i livelli di organizzazione della vita, (cellula, organo, organismo individuale, famiglia, comunità, nazione ecc.).

L'uomo si trova in mezzo ad una quantità di esseri dotati di motivazioni più o meno simbiotiche, sinergiche o conflittuali e, essendone esso stesso dotato,  ha la capacità, e spesso la necessità, di scegliere con quali altri esseri allearsi e quali combattere, per soddisfare le proprie volontà. Inoltre l'uomo ha perfino la capacità di alterare le proprie volontà per adattarle a quelle altrui.

La vita sociale è dunque il risultato di interazioni più o meno cooperative od ostili, tra volontà diverse.

Succede inoltre che per ogni coppia di esseri viventi, come ad esempio due esseri umani A e B, vi sia una triade affettiva ABC per ogni entità C conosciuta da A e da B, verso la quale A e B hanno una disposizione affettiva più o meno positiva o negativa, che può essere più o meno concordante (p.e. quando sia A che B amano o odiano C) o contrastante (per esempio quando A ama C mentre B odia C, o viceversa). Ne consegue che se il segno dell'affetto AC è diverso dal segno dell'affetto BC, l'affetto AB tende ad essere negativo; al contrario, se gli affetti AC e BC sono dello stesso segno, l'affetto AB tende ad essere positivo, a meno che non vi sia competizione tra A e B per ottenere i favori di C.

Riepilogando, la vita di un essere vivente è resa problematica dalla presenza di tante volontà, sia all'interno che all'esterno dell'individuo, le quali possono essere più o meno antagoniste e richiedono scelte difficili e conflittuali. Infatti non si può stare in pace e armonia con tutti, ma bisogna scegliere con chi allearsi e chi combattere, altrimenti si rischia di diventare preda o servi di qualcuno. E allora, se dobbiamo essere servi, conviene scegliere intelligentemente i padroni migliori.

L'io cosciente si è infatti sviluppato nella filogenesi dell'Homo Sapiens per servire l'organismo, non per dominarlo, ed il suo primo compito è quello di stabilire quali volontà e bisogni interni ed esterni servire, quali ignorare e quali combattere.

Le mie volontà e rappresentazioni vs. le volontà e rappresentazioni degli altri

Questo articolo è stato prodotto da ChatGPT a seguito del mio prompt "Le mie volontà e rappresentazioni vs. le volontà e rappresentazioni degli altri. Scrivi un piccolo saggio con questo titolo"

In ogni momento della nostra esistenza, ci muoviamo dentro un tessuto invisibile ma potente fatto di volontà e rappresentazioni. Da un lato, vi sono le mie volontà: desideri, slanci, bisogni, visioni del mondo che sento come autenticamente miei, talvolta persino come ineluttabili. Dall’altro, vi sono le volontà e rappresentazioni degli altri: ciò che gli altri vogliono, si aspettano, immaginano, temono, proiettano. Tra questi due poli si gioca l’intero dramma della vita umana.

Il filosofo Schopenhauer, nel suo tentativo titanico di spiegare il mondo attraverso la categoria di volontà, ci offre un utile punto di partenza. Secondo lui, il mondo intero – compreso l’essere umano – non è altro che manifestazione di una Volontà cieca e incessante, universale e impersonale. Tuttavia, nella coscienza individuale, questa volontà si frammenta in volontà soggettive: e qui cominciano i conflitti.

Quando affermo "le mie volontà", parlo di ciò che mi muove dall’interno. Esse appaiono spesso come assolute, se non addirittura sacre, perché nascono dalla mia esperienza vissuta. Ma nel momento in cui queste volontà si incarnano nel mondo sociale, si scontrano inevitabilmente con quelle altrui, altrettanto urgenti e apparentemente legittime. Le rappresentazioni, cioè le immagini mentali, le narrazioni e i giudizi che ciascuno produce sul mondo, fanno da cornice e da filtro a queste volontà, alimentandole o limitandole.

Il conflitto, dunque, è strutturale. Non è solo etico o politico, ma ontologico: la mia volontà vuole affermarsi, e così anche quella dell’altro. La mia rappresentazione tende a interpretare, a classificare, a giudicare l’altro; e così fa l’altro nei miei confronti. Questo scontro può manifestarsi in modi drammatici – guerre, sopraffazioni, incomprensioni – oppure in forme più sottili: incomunicabilità, frustrazione, silenzi.

E tuttavia, non siamo condannati a vivere come monadi cieche e in lotta. Se riconosco che anche l’altro ha una volontà e una rappresentazione che gli appaiono tanto autentiche quanto le mie lo sono a me, posso iniziare un lavoro filosofico di spossessamento, o quantomeno di relativizzazione. Non per annullare la mia volontà, ma per renderla capace di convivere con l’alterità, senza esserne inghiottita o senza volerla dominare.

Il punto non è scegliere tra me e gli altri, ma comprendere che ogni "io" è già da sempre intrecciato con un "tu". Le mie volontà e rappresentazioni non sono mai isolate: nascono in un mondo già abitato, impregnato di altre presenze. La tensione tra questi poli può diventare una fonte di sofferenza, ma anche – se affrontata con lucidità – un'occasione di maturazione e verità.

In fondo, il vero compito non è forse quello di imparare a vivere nella consapevolezza di questo contrasto, senza fingere che non esista e senza esserne schiacciati?

Forse la filosofia comincia proprio qui: nel punto esatto in cui il mio mondo interiore urta contro quello dell’altro, e mi costringe a domandarmi chi sono, cosa voglio davvero, e se posso esistere senza negare l’altro – né negarmi.

Volontà e voglie di un essere umano, tra conservazione e cambiamento

Volere vs. aver voglia. Nel primo caso intendo una volontà determinata da una decisione volontaria, nel secondo una pulsione involontaria. La differenza può essere impercettibile.

Sia il primo che il secondo tipo di motivazione sono oggetto di censura e autocensura, ovvero di obblighi e divieti consci e inconsci imposti dalla comunità di appartenenza. Infatti le nostre motivazioni sono quasi tutte socialmente rilevanti, ovvero incidono nelle nostre relazioni con gli altri.

Perciò può succedere che uno voglia (o non voglia) certe cose perché è costretto a volerle (o a non volerle) dalla comunità a cui appartiene. Tale costrizione può essere più o meno conscia o inconscia.

Possiamo dividere le motivazioni di un essere umano in due grandi categorie: conservatrici e trasformatrici. Ciascuna delle due categorie può a sua volta essere divisa in sottocategorie a seconda dell'oggetto della conservazione o del cambiamento: se stessi, altre persone in particolare, o l'ambiente in generale (naturale o sociale).

Un'altra possibile suddivisione riguarda il tipo di cambiamento: cambiare l'ambiente in cui si vive oppure emigrare in un ambiente diverso, cambiare le persone con cui si è in relazione oppure stabilire nuove relazioni con altre persone (interrompendo o continuando le relazioni precedenti).

I seguenti verbi esprimono varie forme di cambiamento o di conservazione: conservare, cambiare, trasformare, apprendere, istruire, imporre, regolare, acquisire, ripetere, alterare, imitare, distruggere, costruire, seguire, proseguire, deviare, prendere, lasciare, abbandonare, mantenere, manutenere, legare, sciogliere, imprigionare, liberare, fissare, adattare, adattarsi, adeguare, adeguarsi, unire, dividere, interrompere, continuare, spostare, spostarsi, pulire, sporcare, avvicinare, allontanare, respingere ecc.

Il motivo del motivo. Con questo gioco di parole intendo il fatto che ogni motivazione (sia conservatrice che trasformatrice) "serve" ad una motivazione di livello logico superiore. In altre parole, è il mezzo con cui raggiungere un fine precedente. Possiamo quindi chiederci perché una persona vuole cambiare o conservare certe cose (o, come direbbe Schopenhauer, perché vuole ciò che vuole), e credo che a tale domanda si possa rispondere genericamente dicendo che ogni volontà serve a soddisfare dei bisogni. Banalmente possiamo allora dire che noi vogliamo ciò di cui abbiamo bisogno, a partire dai bisogni geneticamente determinati (ovvero innati), fino a quelli acquisiti attraverso le esperienze, l'apprendimento e le pressioni sociali.

Si può voler cambiare per migliorare (cioè per meglio soddisfare i propri bisogni) oppure per paura che il non cambiamento possa comportare un peggioramento. E, viceversa, si può scegliere di non cambiare per paura che il cambiamento possa essere peggiorativo. D'altra parte, siccome col tempo tutto deperisce, un cambiamento è sempre necessario, anche solo per evitare o rallentare il deperimento, o per ripristinare lo stato precedente al cambiamento indesiderato.

Una relazione tra due persone con attitudini e preferenze (rispetto ai cambiamenti) molto diverse o incompatibili è difficile se non impossibile. Infatti i conflitti tra esseri umani riguardano soprattutto cambiamenti voluti da una parte e non voluti da un'altra.

Se vogliamo convivere pacificamente e produttivamente dobbiamo dunque metterci d'accordo su cosa conservare e cosa cambiare in noi stessi e nell'ambiente naturale e sociale, ovvero nella cultura, nell'economia, nella politica, nella morale, nell'estetica ecc.

Dividere per riunire

Per capire le ragioni del proprio disagio psichico, ovvero della propria infelicità, conviene fare una doppia operazione. Prima di divisione e poi di riunione, o integrazione. Questo perché probabilmente il disagio è dovuto ad una separazione (ovvero ad una non comunicazione e non cooperazione) tra entità importanti della nostra persona la cui cooperazione è essenziale per la sopravvivenza e il benessere. Una separazione di cui non siamo consapevoli, o che non ci è chiara, e che è necessario risolvere ristabilendo una sana e naturale integrazione tra parti che collaborano come dovrebbero, per motivi che non conosciamo.

Dicendo che prima occorre dividere, non intendo che dovremmo operare una separazione pratica, ma una teorica, ovvero dovremmo riconoscere, vedere, capire l'esistenza di una separazione già in atto e di cui non ci siamo ancora accorti. Perché si può operare una unificazione tra parti disgiunte solo se siamo consapevoli della loro separazione.

Le parti di cui dobbiamo riconoscere la separazione (per poi risolverla) sono innanzitutto due sezioni fondamentali in cui possiamo, a mio parere, dividere la nostra persona: l'io cosciente e il resto del corpo, il quale "resto" è inconscio per definizione, se per "io cosciente" intendiamo la (sola) parte cosciente della nostra persona, ovvero la nostra coscienza o consapevolezza.

Quanto ho appena detto implica che l'io cosciente è parte integrante del corpo, e non qualcosa di spirituale o metafisico, che appartiene ad un altro mondo o ad una dimensione del nostro mondo che non è soggetta alle leggi della natura. In altre parole, la mente (compreso l'io cosciente è parte) fa parte del corpo, e la persona, individuo, coincide con il suo corpo.

Il nostro obiettivo è dunque la giusta comunicazione e cooperazione tra l'io cosciente e il resto del corpo, ovvero ciò che possiamo chiamare il "corpo inconscio".

L'io cosciente è un'entità misteriosa di cui sappiamo sempre meno, dato che tutto ciò che la scienza "scopre" sulla mente fa parte del "corpo inconscio". Col progresso scientifico, infatti, il "mistero" della coscienza si riduce mentre aumenta la conoscenza "non misteriosa" dei meccanismi prevedibili o misurabili.

Suppongo che l'io cosciente sia la sede del libero arbitrio, dato che questo è cosciente per definizione. Tuttavia le opzioni tra cui l'io cosciente sceglie ogni volta che prende una decisione gli vengono fornite dai meccanismi del corpo inconscio. Quindi il libro arbitrio è solo parzialmente libero. Dato che un io cosciente non dotato di libero arbitrio non servirebbe a nulla, e quindi non avrebbe "senso" nemmeno da un punto di vista evoluzionistico, possiamo ipotizzare che l'io cosciente e il libero arbitrio siano la stessa cosa, ovvero che i loro nomi siano sinonimi.

Nei nostri discorsi potremmo dunque sostituire il pronome "io" con la parafrasi "il mio libero arbitrio".

L'io cosciente è inoltre capace di sentire il piacere e il dolore, sia in forma reale, cioè attuale, qui ed ora, sia in forma virtuale, cioè come ricordo o come anticipazione. È plausibile che senza tale capacità, l'io cosciente non servirebbe a nulla. Infatti possiamo ipotizzare che l'io cosciente sia il luogo in cui (e da cui) il libero arbitrio ordina al corpo resto del corpo cosa fare per ridurre il dolore e accrescere il piacere (siano essi attuali o futuri, reali o virtuali).

Coscienza, volontà e sentimento sembrano dunque intimamente intrecciati. Infatti, a mio parere, ciascuno di essi non avrebbe ragione di esistere senza gli altri due. Suppongo che questa triade coincida con l'io cosciente e che ogni suo componente sia soggetto a impulsi (provenienti dal resto del corpo) che sono il risultato di meccanismi inconsci e non controllabili direttamente (dall'io cosciente), se non mediante l'uso di farmaci o droghe particolari.

Quanto sopra è riassumibile in una semplice formula: io cosciente = sentimento + coscienza + volontà.

Nella mia visione dell'uomo (e di noi stessi) ho dunque "separato" dal resto del corpo la coscienza, la volontà, e il sentimento, e li ho poi riuniti nell'io cosciente.

Grazie a questa divisione e riunificazione, di cui siamo ora consapevoli, possiamo migliorare la cooperazione tra queste tre componenti, e tra la triade e il resto del corpo, a condizione che riconosciamo i rispettivi ruoli naturali.

La cosa più importante è capire che l'io cosciente è al servizio del resto del corpo, e non viceversa.

Infatti sarebbe assurdo, oltre che patologico, un atteggiamento autoritario da parte dell'io cosciente rispetto al resto del corpo, come se il cuore volesse stabilire e ordinare cosa debbano fare gli altri organi, invece di limitarsi a servirli pompando il sangue di cui essi hanno bisogno.