Attendi mentre estraggo gli articoli...


Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Bisogni

625 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Un bisogno umano essenziale

Ognuno ha bisogno di qualcuno.

Un'ecologia di bisogni

Il mondo è un'ecologia di bisogni.

Bisogno di approvazione

Dacci oggi il nostro like quotidiano.

Bisogno e sapere

Ho bisogno di sapere di cosa ho bisogno.

Autorità dei bisogni

I nostri bisogni comandano e noi obbediamo.

Bisogno e paura gli uni degli altri

Abbiamo bisogno e paura gli uni degli altri.

Comprendere i bisogni

È difficile capire bisogni diversi dai propri.

Bisogni e psicologie

Su ogni bisogno si può fondare una psicologia.

Bisogni e desideri

L’uomo desidera anche cose di cui non ha bisogno.

Schiavi dei propri bisogni

Ogni essere vivente è schiavo dei propri bisogni.

Bisogni e desideri

I desideri sonno la parte superficiale dei bisogni.

Bisogni conflittuali

È triste avere bisogno di persone che disprezziamo.

Desideri vs. bisogni

Un desiderio è la messa in moto di uno o più bisogni.

Motivazioni involontarie

Siamo tutti schiavi delle nostre motivazioni involontarie.

Bisogno degli altri

Ho bisogno di alcuni, e alcuni di me, ma non sono gli stessi.

Bisogno di essere guidato

Quando non so dove andare sento il bisogno di essere guidato.

Preghiera

Dio, fammi capire di cosa ho bisogno e di cosa non ho bisogno.

Causa dell'infelicità

L'infelicità è l'insoddisfazione di quanche bisogno importante.

Nessuna cosa è sufficiente

Nessun cosa è sufficiente, abbiamo bisogno di tante cose diverse.

Bisogni antagonisti

Il bisogno di condividere confligge spesso col bisogno di verità.

Bisogni e vita

I bisogni sono le necessità della vita. Ogni vita ha i suoi bisogni.

Condannati a soddisfare

Siamo condannati ad avere bisogni e desideri, e a volerli soddisfare.

Logiche di soddisfazione di bisogni

La mente è un elaboratore di logiche per la soddisfazione di bisogni.

Sentirsi parte di qualcosa di più grande

L'uomo ha bisogno di sentirsi parte attiva di qualcosa di più grande di sé.

Bisogni automatici

Io faccio quel che faccio perché sento "automaticamente" il bisogno di farlo.

Ripensamento generale

Tutto deve essere ripensato e rivalutato in funzione dei reali bisogni umani.

Sulla temporaneità della soddisfazione dei bisogni

La soddisfazione dei bisogni è sempre temporanea e va rinnovata periodicamente.

Il principio della società

Io ho bisogno di te, tu hai bisogno di me. Questo è il principio della società.

Ignoranza e felicità

L'uomo non desidera essere istruito, ma essere amato con tutta la sua ignoranza.

Immaginazione e benessere

Immaginare è un'arte che può essere appresa e coltivata per il proprio benessere.

Sul bisogno di compagnia

Abbiamo tutti bisogno di compagnia, ma siamo diversamente selettivi a tale riguardo.

Sui bisogni interpersonali

Chi ha bisogno di una persona cercherà di attrarla, di legarla a sé o di possederla.

La forza dell'insoddisfazione

E' l'insoddisfazione di bisogni che spinge l'uomo a superare se stesso e/o gli altri.

Conversazione come fine

La conversazione può essere un fine, vale a dire un bisogno in sé, oltre che un mezzo.

Bisogno di giochi rituali

Ogni umano ha un ricorrente bisogno di intrattenersi in giochi rituali con suoi simili.

Chi ha bisogno di chi?

Ognuno ha bisogno della società ma la società non ha bisogno di nessuno in particolare.

Instabilità dei bisogni

I bisogni si rinforzano e si indeboliscono secondo le situazioni e col passare del tempo.

Libertà dalle regole?

L'uomo non ha bisogno di libertà dalle regole, ma di regole che soddisfino i suoi bisogni.

Verità e condivisione

L'uomo non ha bisogno di verità, ma di condivisione di narrazioni, vere o false che siano.

Sulla felicità

La felicità consiste nel soddisfare dei bisogni e nel risolvere con successo dei problemi.

Reciprocità dei bisogni umani

Ogni umano ha bisogno di altri umani, e teme che nessuno degli altri abbia bisogno di lui.

Finalità della conoscenza

La conoscenza non è fine a sé stessa, ma serve a risolvere problemi e a soddisfare bisogni.

Far sentire l'altro importante

Se fai sentire il tuo interlocutore importante, diventi automaticamente importante per lui.

Valore e interazione

Quanto più una cosa favorisce l'interazione sociale soddisfacente, tanto più essa ha valore.

Apprezzamento vs. genialità

Essere apprezzati è più importante che essere geniali. Per questo in giro ci sono pochi geni.

Il vero e il falso, il buono e il cattivo

Non esiste il vero e il falso, il buono e il cattivo, ma il soddisfacente e l'insoddisfacente.

Bisogni indotti, fini, mezzi

I bisogni indotti sono mezzi diventati fini. I mezzi sono intercambiabili, i fini sono fissi.

Bisogno di condivisione

Il nostro bisogno di condivisione è talmente forte che condividiamo anche le cose più stupide.

Bisogni, ragione e sentimenti

Noi conosciamo i nostri bisogni non per mezzo della ragione, ma attraverso i nostri sentimenti.

Il bisogno e il piacere della riproduzione

L'uomo ha un bisogno innato di imitare, copiare, riprodurre, e ne trae piacere quando vi riesce.

Tecnologia e motivazioni

La tecnologia ha eliminato tanti bisogni, troppi, al punto che oggi siamo a corto di motivazioni.

Livelli di motivazione

Ogni motivazione è finalizzata alla soddisfazione di una motivazione di livello superiore.


Chi ha bisogno di noi?

L'idea che nessuno abbia bisogno di noi ci spaventa. E l'idea opposta ci rassicura e ci gratifica.

Intelligenza emotiva

L'intelligenza emotiva è la capacità di comprendere e conciliare i bisogni propri e quelli altrui.

Il senso della conoscenza

Non viviamo per conoscere, ma conosciamo per vivere, ovvero per meglio soddisfare i nostri bisogni.

La tragedia dei bisogni non reciproci

Io ho bisogno degli altri, ma gli altri non hanno bisogno di me. Questa è la tragedia dell'umanità.

Il compito della coscienza

Compito della coscienza è conciliare le esigenze del proprio corpo con quelle della propria società.

Gerarchia, comandare e obbedire

Far parte di una gerarchia consente di soddisfare sia il bisogno di comandare, sia quello di obbedire.

A che serve la coscienza?

La coscienza serve a conciliare i diversi bisogni della persona e a organizzare la loro soddisfazione.

Sul bisogno di conoscenza

Il bisogno di conoscenza non è prioritario, in quanto è strumentale alla soddisfazione di altri bisogni.

Sull'Altro generalizzato

Ognuno ha bisogno di sentirsi approvato dal suo Altro generalizzato, che è diverso da quello di ogni altro.

Il senso del potere, della viltà, della violenza e dell'inganno

Se non avessimo bisogno e paura gli uni degli altri non saremmo possessivi, né vili, né violenti, né falsi.

Bisogno e capacità di aiuto

Ogni essere umano ha, da una parte, bisogno dell'aiuto altrui e, dall'altra, la capacità di aiutare gli altri.

Deformazione della realtà

L'interesse, la volontà, il desiderio, il bisogno, la paura, orientano e deformano la percezione della realtà.

Bisogno di unanimità

Il desiderio e la speranza di far parte di una unanimità sono irresistibili e ci accompagnano per tutta la vita.

Imitazione di modelli di comportamento

Ognuno sente il bisogno di imitare certi modelli di comportamento, e quanto meglio ci riesce, tanto più è felice.

Nuovi templi

I centri commerciali sono i nuovi templi. Il paradiso è dove si trovano le cose più desiderate al prezzo più basso.

Bisogno degli altri

Il problema di noi umani è che abbiamo bisogno gli uni degli altri, anche di coloro che non amiamo e che non ci amano.

Doppio vincolo e malessere psicofisico

Il malessere psicofisico può essere dovuto ad un conflitto (ovvero "doppio vincolo") tra bisogni antagonisti inconsci.

Sul valore delle cose

Il valore di una cosa per un essere umano consiste nella capacità della cosa, di soddisfare i bisogni propri o altrui.

Conoscenza dei bisogni propri e altrui

Se non conosciamo i bisogni nostri né quelli altrui, non possiamo soddisfare né gli uni né gli altri in modo razionale.

A che serve l'io cosciente

L'io cosciente serve ad arbitrare i conflitti tra bisogni quando nessuno di essi riesce a prevalere in modo automatico.

A che serve la mente

La mente serve a risolvere problemi, a soddisfare dei bisogni. Chi non ha problemi né bisogni non ha bisogno di una mente.

Il prezzo della collaborazione

Nella misura in cui abbiamo bisogno della collaborazione di altre persone, dobbiamo comportarci in modo da ottenerla.


Bisogni, piaceri, dolori

Ad ogni bisogno corrispondono un piacere e un dolore: il piacere della sua soddisfazione e il dolore della sua frustrazione.

Di cosa è fatto il mondo

Il mondo è costituito da combinazioni di combinazioni di materia, energia, spazio, tempo informazioni, bisogni e sentimenti.

Sapere e felicità

Il sapere non rende felici, non è un valore in sé, ma ci fa conoscere strumenti e vie utili per soddisfare i nostri bisogni.

Il senso di ogni comportamento

Tutto ciò che la gente fa, lo fa per bisogno, per piacere o per paura. Questo è il senso di ogni comportamento umano.


L'amore non esiste

L'amore non esiste. È un nome inventato per mistificare e nobilitare il piacere, il desiderio e il bisogno di avere e di dare.

Per essere amati

Per essere amato, un essere umano è disposto a fare qualsiasi cosa, buona o cattiva, e a credere in qualsiasi cosa, vera o falsa.

La vita come problema

La vita è un mega-problema, cioè una enorme quantità di problemi tra loro correlati, e ognuno di essi è un bisogno da soddisfare.

Stabilità di una coppia

Una coppia è tanto più stabile quanto più c'è una dipendenza reciproca tale da poter dire che ciascuna parte appartiene all'altra.

Bellezza ed evoluzione

Se l'evoluzione ha reso l'uomo sensibile alla bellezza forse essa comporta un vantaggio adattivo per la nostra specie.

Bisogni e soddisfazioni

Il lato positivo della fame è che ti motiva a cercare cibo e ti fa contento quando lo trovi. Senza bisogni, nessuna soddisfazione.

Sul successo

Il successo di un umano si misura con la quantità di umani i cui bisogni e desideri egli è riuscito a soddisfare, incluso se stesso.

Paradosso della libertà

Se l'uomo è libero, è anche libero di rinunciare alla propria libertà per soddisfare i propri bisogni o per sedare le proprie paure.

Sull'interdipendenza degli esseri umani

Ogni umano può favorire od ostacolare la soddisfazione dei bisogni di altri umani, contribuendo così alla loro felicità o infelicità.

Bisogno di interazione

Ogni umano ha un bisogno indispensabile di interagire con altri umani. Quando non riesce a farlo realmente, lo fa con l'immaginazione.

Interazioni immaginarie

L'uomo ha un tale bisogno di interagire con gli altri che, se non può avere interazioni reali, si contenta di interazioni immaginarie.

Fondamenti della cultura

La cultura si fonda soprattutto sul linguaggio, sulla capacità di astrazione, sul bisogno di compagnia e sulla paura della solitudine.

Bisogno di identità

L'uomo è sempre impegnato ad affermare e confermare la propria identità sociale, sia mentre interagisce con altri, sia quando è solo.

Sui bisogni dell'inconscio

L’inconscio non sa di cosa ha bisogno, ma punisce la coscienza quando non ottiene ciò di cui ha bisogno, e la premia quando l’ottiene.

Bisogno di appartenere

L'uomo ha un profondo bisogno, più o meno consapevole, di appartenere a qualche cosa più grande, più forte e più duratura di se stesso.

Come conosciamo i nostri bisogni

Conosciamo i nostri bisogni attraverso il piacere e il dolore che proviamo quando vengono, rispettivamente, soddisfatti e insoddisfatti.

Bisogno di essere ascoltati

Tra i vari bisogni umani c'è quello di essere ascoltati. Su di esso si basano l'amicizia e professioni come quella dello psicoterapeuta.

Bisogno di interazioni

Ogni essere umano ha bisogno di interagire con un certo numero di altri esseri umani disposti ad interagire con lui secondo certe regole.

Felicità e interazione

Felicità è interagire con le persone e le cose giuste al momento giusto e nel modo giusto, ovvero soddisfacente per tutti gli interattori.

Il perché dei bisogni

L'uomo fa ciò che fa perché ha bisogno di farlo. Non dobbiamo dunque chiederci perché l'uomo fa certe cose, ma perché ha bisogno di farle.

Autodistruzioni e autorimozioni

Così come l'organismo distrugge i neuroni inutilizzati, la psiche rimuove i bisogni la cui continua frustrazione è eccessivamente dolorosa.

Il primo passo

Se aspettiamo che gli altri vengano da noi a conoscerci ed amarci saremo delusi. Dobbiamo essere noi a fare il primo passo, infinite volte.

Sul bisogno di interazione

La mancanza di interazione può causare frustrazione e danni psichici. Così come abbiamo bisogno di riposare, abbiamo bisogno di interagire.

Nessun comportamento è disinteressato

Nessun comportamento è disinteressato. Tuttavia gli interessi possono essere molto diversi, da quelli più materiali a quelli più spirituali.

Sul bisogno di accettazione

Non solo abbiamo bisogno di essere accettati dagli altri, ma abbiamo bisogno di essere accettati con uno status adeguato alle nostre capacità.

Servire più padroni

Visto che non abbiamo un solo padrone (interno o esterno), l'arte di vivere consiste nel servire più padroni senza scontentare nessuno di essi.

Bisogni, piaceri e dolori

Conosciamo i nostri bisogni attraverso i nostri piaceri e i nostri dolori. Se non provassimo piaceri né dolori non conoscemmo i nostri bisogni.

Bisogni e desideri

Più di ogni altra cosa, l'uomo ha bisogno di essere amato, e desidera tutto ciò che ritiene (consciamente o inconsciamente) utile in tal senso.

Può l'intelligenza essere eccessiva?

E' meglio non essere più intelligenti del necessario. L'intelligenza non deve essere fine a se stessa, ma aiutarci a soddisfare i nostri bisogni.

Tu sei OK

Forse il bisogno più comune e importante di ogni essere umano è quello di sentirsi dire, ogni giorno, dal maggior numero di persone: "Tu sei OK".

Bisogno di bisogni

L'Uomo ha bisogno di bisogni, perché senza bisogni da soddisfare non c'è piacere né dolore, né emozioni né sentimenti, né valori, né motivazioni.

I bisogni altrui

Una delle qualità più utili che un essere umano possa avere è la capacità di far credere agli altri e a sé stesso di avere a cuore i bisogni altrui.

Essere gentili

Essere gentili significa cercare di comprendere i bisogni altrui e di soddisfarli insieme ai propri, se ciò non comporta l'insoddisfazione di questi.

Vita e bisogni

Tutto ciò che facciamo, lo facciamo per soddisfare dei bisogni. Questo vale per tutti gli esseri viventi e i loro organi, a cominciare dalle cellule.

Una vita felice

Una vita «abbastanza» felice è una vita in cui i bisogni che la caratterizzano vengono soddisfatti senza troppo ritardo ogni volta che si acutizzano.

Conoscenza e saggezza

È più saggia non la persona che ha più conoscenze, ma quella le cui conoscenze sono più utili al fine della soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Il fine dell'interazione

L'interazione tra umani può avere un fine, ma può anche essere fine a se stessa, ovvero soddisfare il bisogno di interazione ed essere fonte di piacere.

Bisogno di imitare e popolarità del modello

L'intensità del bisogno di imitare un certo modello di comportamento è proporzionale alla quantità di imitatori del modello stesso percepita dal soggetto.

A che serve l'io?

L'io serve, tra altre cose, a mediare tra i desideri del proprio corpo e quelli dei corpi altrui, e tra i bisogni attuali e quelli futuri (propri e altrui).

Ecologia di bisogni e di sistemi

Parti della mia persona interagiscono automaticamente tra loro e con parti del resto del mondo per soddisfare i loro bisogni o quelli di coloro che le usano.

Essere uguali vs. diversi

Ogni umano ha due bisogni innati in perenne conflitto: essere uguali gli altri, ed essere diversi dagli altri. In alcuni vince il primo, in altri il secondo.

Sessi e conflitto d'interessi

Luogo comune non sempre vero, ma spesso: la donna cerca i legami, l'uomo la libertà dai legami. Perciò l'uomo e la donna sono spesso in conflitto d'interessi.

Sintesi del pragmatismo

Non importa ciò che siamo, ma ciò che facciamo, ovvero come interagiamo col resto del mondo, e come soddisfiamo i bisogni della nostra persona e quelli altrui.

Portatori di bisogni e di desideri

La vita umana oggi: otto miliardi di portatori di bisogni e desideri. Bisogni e desideri da comprendere, conciliare, regolare e soddisfare per quanto possibile.

Perché si vive e si muore

Viviamo perché abbiamo bisogno di vivere; moriamo perché abbiamo bisogno di morire. Non siamo noi a decidere di cosa abbiamo bisogno, ma qualcosa dentro di noi.

Bisogno di riconoscimento

Ognuno ha bisogno di essere riconosciuto come appartenente a certe comunità, classi o categorie, e come posizionato ad un certo livello di certe gerarchie sociali.

Bisogni e azioni

Ogni cosa che facciamo serve a soddisfare uno o più bisogni. Dovremmo perciò chiederci: quali bisogni stiamo cercando di soddisfare facendo ciò che stiamo facendo?

Cos'è la realtà

La realtà è un insieme di relazioni e interazioni più o meno favorevoli alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri degli esseri viventi interagenti.

Bisogni plurimi

Un essere umano nel corso di una giornata ha bisogno di diverse cose, e la frustrazione di un bisogno non può essere compensata dalla ipersoddisfazione di un altro.

Approvazione reciproca

Un gruppo sociale può anche essere un sistema di mutuo riconoscimento e di mutua approvazione, riconoscimento e approvazione di cui abbiamo tutti un grande bisogno.

Bisogno di interagire

Nessuna azione, nessuna soddisfazione, nessuna vittoria, nessun piacere sono definitivi, abbiamo continuamente bisogno di interagire per soddisfare i nostri bisogni.

Sulla saggezza

La saggezza di una persona non è proporzionale alla quantità delle conoscenze acquisite, ma alla loro utilità rispetto alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Come se fosse vero

Io non so quanto ciò che scrivo sia vero. Mi basterebbe la conferma che, agendo come se fosse vero, un essere umano sarebbe mediamente più soddisfatto che altrimenti.

Sul bisogno di senso

L'uomo ha bisogno di trovare un «senso» alle cose, ma questo non significa che le cose abbiano un senso. Un bisogno non rende reale la cosa di cui si sente il bisogno.

Utilità dei discorsi

Quando sentiamo un discorso, ciò che più conta non è quanto esso sia vero ma quanto e a chi esso sia utile o dannoso, ovvero quali conseguenze potrebbe avere e per chi.

Tra bisogni e paure

La vita di un essere umano procede inseguendo il bisogno di riconoscimenti positivi e fuggendo la paura di riconoscimenti negativi.

Benessere e bisogni

Per star bene è necessario soddisfare i propri bisogni. Per soddisfare i propri bisogni bisogna conoscerli. Quindi, per stare bene è necessario conoscere i propri bisogni.

Come vogliamo essere

Noi vogliamo inconsciamente essere come ci vogliono le persone da cui la nostra vita dipende, cioè quelle di cui abbiamo bisogno (materialmente o come guide o modelli) per vivere.

La fortuna di essere felici

La felicità dipende dalla saggezza, dalla salute, dai rapporti sociali e da quelli economici, e tutte queste cose dipendono dalla fortuna, perciò la felicità dipende dalla fortuna.

L'importanza di fare cose insieme

Spesso le persone si riuniscono per nessuno scopo particolare se non quello di stare insieme, di fare qualcosa insieme, una cosa qualsiasi, perché di ciò l’uomo ha un gran bisogno.

Sul bisogno di interazione sociale

A mio parere, a causa della interdipendenza umana, la psiche è controllata soprattutto dal bisogno di interazione sociale e dalla paura di non poterlo soddisfare.


Teatro, cinema, romanzo, poesia, arte, musica e bisogni umani

Il teatro, il cinema, il romanzo, la poesia, l'arte, la musica, consistono nella rappresentazione dei bisogni umani e dei sentimenti causati dalla loro soddisfazione e frustrazione.

Bisogno di compagnia

Per essere felici è necessario che siano soddisfatti vari bisogni primari, per essere infelici è sufficiente che uno di essi sia insoddisfatto. Per esempio, il bisogno di compagnia.

Perché la gente fa quello che fa?

Un essere umano fa ciò che fa o perché ha paura di non farlo o perché crede o sente che facendolo starà meglio (ovvero soddisferà meglio i suoi bisogni) piuttosto che non facendolo.

Effetti della frustrazione dei bisogni

Se certi bisogni non vengono soddisfatti in misura sufficiente, la psiche, e/o il corpo che la contiene, si possono ammalare, le loro capacità diminuire e il loro sviluppo arrestare.

Facebook e la condivisione

Suppongo che il grande successo di Facebook sia dovuto al fatto che è uno strumento di condivisione, che promette condivisione, della quale l'Uomo ha un forte e insopprimibile bisogno.

Domanda imbarazzante sulla felicità

Cosa ti manca per essere felice? Una domanda difficile e imbarazzante anche perché coinvolge il comportamento di altre persone. Una domanda a cui preferisco non rispondere in pubblico.

Selettività dell'uomo

L'uomo è un animale selettivo, che sceglie ciò che ritiene più soddisfacente per i suoi bisogni, spesso ignorando i bisogni altrui e quelli dell'ambiente di cui ha bisogno per vivere.

Logiche e conseguenze

Possiamo capire solo in parte le logiche per cui facciamo ciò che facciamo (e non facciamo ciò che non facciamo) e le relative conseguenze. Perché tali logiche sono per lo più inconsce.

Bisogno e illusione di condivisione

L'uomo ha un bisogno genetico di condividere con gli altri quante più cose possibile, ed è tanto più felice quante più cose riesce a condividere (o quanto più si illude di condividerle).

Bisogno di gradimento

Il 'mi piace' nei social network risponde ad un bisogno fondamentale dell'uomo, quello di essere gradito ad altri. Vuoi fare felice una persona? Dille che la gradisci, manifestale gratitudine.

Sulla domanda «Di cosa ho veramente bisogno?»

Alla domanda «Di cosa ho veramente bisogno?» si può rispondere con la ragione e/o col sentimento, e le risposte possono essere molto diverse tra i due casi.

Sulla verginità di Maria

Il culto della verginità di Maria è il culto di una inibizione, di una astensione dalla soddisfazione di un bisogno naturale, è fare di una privazione contro natura, di una infelicità, una virtù.

Bisogno e paura degli altri

Abbiamo tutti, chi più, chi meno, bisogno e paura degli altri. In alcuni prevale generalmente il bisogno, in altri la paura. In una stessa persona a volte prevale il bisogno, altre volte la paura.

Pragmatismo in sintesi

Pragmatismo in sintesi: Non importa ciò che siamo, ma ciò che facciamo, ovvero come interagiamo col resto del mondo, e come soddisfiamo i bisogni e i desideri della nostra persona e quelli altrui.

Sui bisogni di comunità e di competizione

Il nostro bisogno di comunità ci induce ad amare tutto ciò che ci accomuna agli altri, mentre il nostro bisogno di competizione ci induce ad amare tutto ciò che ci avvantaggia rispetto agli altri.

Bisogno di riti

L'uomo ha bisogno di partecipare frequentemente a riti sociali (espliciti o impliciti, formali o informali, consci o inconsci) per confermare la propria appartenenza all'umanità e a certe comunità.

Perché non sei abbastanza felice?

Quanto sei felice in questo momento? Sei non sei abbastanza felice, cerca di capirne la causa. Probabilmente hai un bisogno primario insoddisfatto. Cerca di capire quale, e come potresti soddisfarlo.

Sul concetto di utilità e sull'utilità di una filosofia

Utile, per un essere vivente, è tutto ciò che facilita la soddisfazione di qualche suo bisogno o desiderio. In tal senso, alcune filosofie possono essere utili per alcuni, inutili o dannose per altri.

Bisogno di esprimere appartenenze

Gli umani hanno bisogno di esprimere appartenenze e non appartenenze, ovvero di mostrare agli altri a quali gruppi e categorie appartengono o non appartengono, e chi/cosa appartiene o non appartiene loro.

Culti e appartenenze

Ogni culto costituisce una classe di appartenenza sociale, e, come tale può soddisfare il bisogno di appartenenza presente in ogni essere umano, a prescindere dai contenuti e dalle forme del culto stesso.

Scarsa importanza della verità

Per quanto riguarda la conoscenza, l'uomo non ha bisogno di verità ma di approvazione e di condivisione. Infatti per un essere umano è meglio condividere una falsità che non poter condividere una verità.

Sull'autogoverno personale

L'autogoverno di una persona comporta il rinunciare (temporaneamente o definitivamente) alla soddisfazione di certi bisogni o desideri, per consentire la soddisfazione di bisogni e desideri più importanti.

Interazioni immaginarie

Chi non riesce a interagire realmente come vorrebbe immagina di farlo. L'uomo è forse l'unico animale capace di immaginare, ovvero di vivere una realtà virtuale e di trarne, almeno in parte, soddisfazione.

Tecnologia e (in)felicità

Ormai la tecnologia non è più al servizio dell'umanità, ma di pochi uomini a svantaggio di molti. Basta pensare all'enorme disoccupazione che produce. Non soddisfa più i bisogni primari, ma quelli indotti.

Pretesti per interagire

Ogni evento culturale è un pretesto per interagire. Perché abbiamo bisogno di interagire, ma non abbiamo il coraggio di farlo al di fuori di un contesto culturale che ne definisca forme, norme e limiti.

Funzione dell'io cosciente

L'io cosciente contribuisce a soddisfare i bisogni della persona e a gestire nel modo più produttivo i conflitti tra di essi, mediante il pensiero astratto (basato sul linguaggio) e la previsione del futuro.

Interdipendenza degli umani

L'uomo è un animale interdipendente in quanto la soddisfazione dei suoi bisogni e il suo conseguente benessere psicofisico dipendono dalla quantità e qualità delle sue relazioni e interazioni con gli altri.

Bisogno di problemi

Se non avessimo alcun bisogno o desiderio da soddisfare, alcun problema da risolvere, alcun nemico contro cui combattere, la nostra vita sarebbe vuota, insignificante, insensata, stupida, noiosa, invivibile.

Sul bisogno d'interazione sociale

Quando il tuo inconscio ti impone di interagire con altri esseri umani reali, in carne ed ossa, non c'è nient'altro, nessuna simulazione, nessuna illusione, nessun surrogato che possa soddisfare tale bisogno.

Il fine della vita

Credo che il fine ultimo di ogni istinto, bisogno, desiderio, motivazione, sia la sopravvivenza, direttamente o indirettamente. Il "fine" della vita è la vita stessa (la vita dell’individuo e/o della specie).

Soggetti e oggetti di bisogni

Un'entità (cosa, persona, idea ecc.) può essere percepita (consciamente o inconsciamente) come soggetto e/o oggetto di bisogni, cioè come qualcosa che ha bisogni propri e/o che può soddisfare bisogni altrui.

Natura dei problemi sociali

I problemi sociali consistono, essenzialmente, in un insoddisfacente incontro tra la domanda e l'offerta di interazioni corrispondenti ai ruoli, condizioni e scopi posti dagli individui offerenti e richiedenti.

Tutta la felicità possibile

Non voglio essere felice in assoluto, ma voglio che la mia vita sia la più felice possibile, per quanto mi sarà consentito dai bisogni, le risorse e i limiti che la natura e il caso mi hanno dato e mi daranno.

Ecologie di bisogni e di volontà

Il microcosmo (cioè una mente) e il macrocosmo (cioè il mondo ad essa esterno) sono ecologie di bisogni e di conseguenti volontà. Perciò la questione fondamentale in ogni momento e in ogni luogo è: chi comanda?

Io, i miei demoni e i loro bisogni

Non sono io ad avere bisogni, ma i miei demoni; non sono io ad essere soddisfatto o insoddisfatto, ma i miei demoni; io provo solo il piacere e il dolore che essi mi danno quando sono soddisfatti o insoddisfatti.

Bisogno e paura del prossimo

L'uomo ha bisogno e paura del prossimo e su questa ambivalenza (troppo spesso ignorata o sottovalutata) si basa la civiltà con le sue istituzioni, restrizioni, competizioni, falsità, autoinganni e mistificazioni.

Sul bisogno di sicurezza

L'uomo ha bisogno di sicurezza, ma troppa sicurezza rende l'uomo pigro, annoiato, insoddisfatto. Infatti, senza rischi da cui proteggersi, senza problemi da risolvere, senza avversità da superare, la vita è piatta.

Sesso e condivisione

Un rapporto sessuale consiste nella reciproca condivisione di due corpi: ogni corpo condivide se stesso con l'altro, e usa l'altro come se gli appartenesse. In tal modo ogni corpo soddisfa i propri bisogni sessuali.

Bisogno di potenza

Secondo me esiste un bisogno di potenza (tra altri bisogni) innato, più o meno intenso in ogni essere umano che può essere esaltato o inibito dall'educazione, dalle esperienze e dall'interplay con gli altri bisogni.

Empatia dei bisogni

Chiedersi continuamente, spontaneamente, per ogni essere umano reale o immaginario (compresi noi stessi), quali siano i suoi bisogni, il loro stato di soddisfazione e cosa possiamo fare per contribuire a soddisfarli.

Potere e piacere

Il potere dà piacere a chi lo esercita, mentre l'impotenza è causa di frustrazione. Per questo ognuno di noi cerca (consciamente o inconsciamente) di avere il maggior potere possibile sulla natura e sugli altri umani.

Bisogno di coerenza

Tra le tante cose che differenziano gli umani, c'è la misura del bisogno di essere logicamente coerenti. In certe persone tale bisogno è quasi del tutto assente, in altre è tanto potente da prevalere su altri bisogni.

Bisogni e piaceri

Non sempre ciò che ci piace è ciò di cui abbiamo bisogno, e non sempre ciò di cui abbiamo bisogno ci piace, specialmente se abbiamo rimosso bisogni innati (sani in quanto innati) e coltivato bisogni acquisiti malsani.

Il valore delle cose

Il valore di una cosa, di un'idea, di una persona dipende da quanto quella cosa, idea o persona ci aiuta nelle interazioni con gli altri, ovvero ad interagire con gli altri in modo soddisfacente per noi e per gli altri.

Il fine della filosofia e della psicologia

Il fine della filosofia e della psicologia dovrebbe essere innanzitutto quello di aiutarci a migliorare i nostri rapporti con gli altri nel senso della maggiore soddisfazione possibile dei bisogni delle persone coinvolte.

Effetti delle nuove esperienze

Ogni esperienza veramente nuova cambia la mente nel senso che vi introduce nuove vie per soddisfare bisogni, ne libera o risveglia alcuni repressi o dormienti, ne reprime o neutralizza altri, o ne induce o produce di nuovi.

Il piacere di piacere

Piacere agli altri è un bisogno che quando viene soddisfatto ci riempie di gioia. È il piacere di piacere.

Certezze e condivisione

L'uomo ha bisogno di certezze perché ha bisogno di condividere saperi, e le incertezze non si possono condividere. Perciò per l'inconscio è meglio avere false certezze condivisibili che sincere incertezze non condivisibili.

Approvazione e conformismo

Abbiamo tutti bisogno di essere approvati, perciò consideriamo (consciamente o inconsciamente) nemici coloro che non ci approvano. D'altra parte per diminuire il rischio di essere disapprovati tendiamo ad essere conformisti.

Bisogni e desideri

In una persona mentalmente sana bisogni e desideri coincidono, nel senso che essa desidera ciò di cui ha bisogno. Una persona non mentalmente sana desidera cose di cui non ha bisogno, e/o non desidera cose di cui ha bisogno.

Pragmatismo dei commercianti

I commercianti sono le persone più realiste e pragmatiche che ci siano, perché sono abituati a fornire ai clienti solo ciò che i clienti chiedono, e propongono solo merci e servizi capaci di soddisfare i bisogni dei clienti.

Il piacere di comperare

L'atto del comperare qualcosa dà un piacere più forte del conseguente possesso della cosa comperata. Perché comperare è anche un rito di appartenenza e integrazione sociale, che l'uomo ha bisogno di celebrare periodicamente.

Percentuale di soddisfatti

Quale pensi che sia la percentuale di umani che hanno bisogno di essere desiderati da almeno un altro umano di proprio gradimento? Quale pensi che sia la percentuale di umani che riescono a soddisfare tale bisogno? Tu ci riesci?

Cosa s'intende per «vita soddisfacente»?

Una «vita soddisfacente» è una riposta positiva alla domanda «Sei soddisfatto della tua vita? Accettersti di continuare a vivere così come la vivi oggi, senza sperare in alcun miglioramento, né in questa vita, né dopo la morte?»

Due padroni

Io ho due padroni, quasi sempre in lotta tra di loro: il mio bisogno di appartenenza sociale e il mio bisogno di libertà. Quando si affrontano io mi fermo e aspetto che si mettano d'accordo o che uno dei due venga messo a tacere.

Perché, per chi uno dovrebbe cambiare?

Perché, per chi uno dovrebbe cambiare? Per soddisfare meglio i propri bisogni, ovvero per migliorare le proprie interazioni con gli altri in modo da renderle più favorevoli alla soddisfazione dei propri bisogni e di quelli altrui.

Bisogno di bisogni

La vita ha bisogno di bisogni, nel senso che consiste nella soddisfazione di bisogni e non potrebbe riprodursi se non avesse bisogno di farlo. Inoltre il piacere e la felicità dipendono dalla soddisfazione di bisogni di vario tipo.

Sul bisogno (e il piacere) di socializzare

Il bisogno di socializzare, e il piacere connesso con la sua soddisfazione, possono spiegare la maggior parte dei comportamenti umani, meglio delle spiegazioni fornite dagli interessati, che sono per lo più false e/o inconsistenti.

Conoscenza e felicità

La conoscenza non è fonte di felicità in sé, ma ha valore nella misura in cui può aiutarci a capire cosa dobbiamo fare per essere più felici, ovvero per soffrire di meno e godere di più, cioè per soddisfare meglio i nostri bisogni.

La psiche: cos'è e a che serve

La psiche è un sistema di algoritmi autoapprendenti e concorrenti che gestiscono le relazioni e le interazioni tra la propria persona e il resto del mondo allo scopo di soddisfare i bisogni (innati e acquisiti) della persona stessa.

Vita, individuo, specie, bisogni

Ogni essere vivente è un esemplare di una specie biologica. Ogni specie è caratterizzata da un insieme di bisogni particolari la cui insoddisfazione prolungata causa la sofferenza, la malattia e la morte dell'esemplare insoddisfatto.

Questione psicologica

Ciò che sto pensando, facendo e subendo, che conseguenze avrà nella soddisfazione dei miei bisogni e nelle mie interazioni con gli altri? Su questa domanda, per lo più inconscia, si fonda la struttura e il funzionamento della psiche.

Animale ipotizzatore

L’uomo è un animale ipotizzatore, nel senso che è capace di formulare ipotesi di azioni o di combinazioni di cose, e di stimarne il valore in termini di soddisfazione di bisogni propri e altrui.

Antagonismo tra bisogni

I bisogni di un essere umano possono essere contrastanti, cioè antagonisti, sia tra di loro che rispetto ai bisogni altrui. Le miserie dell'umanità, sia a livello individuale che sociale, sono dovute principalmente a tali antagonismi.

Quanto gli altri si interessano di noi

Agli altri non interessa ciò che pensiamo, diciamo, desideriamo e facciamo, purché ciò non costituisca una critica diretta o indiretta, esplicita o implicita, del loro comportamento, o una mancanza di rispetto o minaccia verso di loro.

L'interesse di una persona per un'altra

Una persona si interessa di un'altra persona, dei suoi pensieri, sentimenti, azioni e intenzioni nella misura in cui presume che quella possa essergli utile o nociva e soddisfare o frustrare i suoi bisogni e desideri (consci o inconsci).

Bisogno di scambio

Abbiamo continuamente bisogno di interagire con altri umani, ovvero di dare e/o ricevere qualcosa dal prossimo. Senza questo scambio ci assale l'angoscia della solitudine e un senso di colpa verso la nostra natura e la natura in generale.

Bisogno di condividere

L'uomo ha un irresistibile bisogno di condividere con altri qualsiasi cosa, materiale o simbolica. Non importa cosa, anche cose insensate o stupide. Questo fatto costituisce una chiave di comprensione di gran parte del comportamento umano.

Psicologia dell'appartenenza

Il bisogno di appartenenza non ha solo motivi di sopravvivenza, dato che soli si muore, ma anche motivi che hanno a che vedere con la sicurezza e la tranquillità di interagire con persone non libere, ma limitate dalle regole della comunità.

Bisogno di essere socialmente rilevanti

Essere importanti per altre persone, nel bene e/o nel male, costituisce uno dei nostri bisogni più importanti. Maggiore è il numero di persone per cui siamo importanti, meglio ci sentiamo. È angosciante essere irrilevanti per tutti gli altri.

Bisogni innati vs. bisogni indotti

Dato che siamo geneticamente uguali ai nostri antenati di 20000 anni fa, si può affermare che i nostri bisogni innati siano gli stessi dell'uomo di allora, e che tutti gli altri bisogni dell'uomo odierno siano indotti dalla cultura in cui vive.

Cosa cerchiamo gli uni dagli altri?


Qualcosa in cambio di favori

Un essere umano, per concedere i suoi favori ad un altro vuole sempre qualcosa in cambio, qualcosa che soddisfi qualche suo bisogno o desiderio, compresi i bisogni di dare, di aiutare, di accudire, di servire, di partecipare, di appartenere ecc.

Perché facciamo ciò che facciamo

Ogni cosa che facciamo, ad eccezione del cercare la soddisfazione dei bisogni fisiologici, la facciamo per gli altri, ovvero per ottenere la loro approvazione, accettazione o obbedienza, o per difenderci dalla loro possibile ostilità o invadenza.

Segnali di cooperazione vs. non cooperazione

Noi umani siamo talmente interdipendenti che abbiamo continuamente bisogno di contare sulla cooperazione degli altri a nostro favore. Perciò ogni segnale in tal senso ci rassicura e ci allieta, e ogni segnale contrario ci angoscia e ci rattrista.

Bisogni e motivazioni relativi alle interazioni umane

Se è vero che abbiamo un assoluto bisogno di interagire con altri umani, siamo motivati a fare qualunque cosa favorisca direttamente o indirettamente tale interazione, e ad evitare di fare qualunque cosa la ostacoli direttamente o indirettamente.

Servi, padroni e libertà

L'Uomo ha bisogno di servi e padroni, e della libertà di scegliere gli uni e gli altri. Servo è tutto ciò che ci può servire, padrone tutto ciò che ci può guidare e deresponsabilizzare: materie, oggetti, persone, idee, bisogni, passioni, religioni.

Paura dell'esclusione sociale

Se è vero che l'uomo è un animale sociale, esso ha una profonda paura (conscia o inconscia) di essere escluso dalla società. Infatti gran parte del suo comportamento è motivato dalla ricerca della sicurezza contro il rischio dell'esclusione sociale.

Bisogni, paure, mappa cognitivo-emotiva


Oscillazione delle motivazioni

Una stessa cosa può essere attraente in un certo momento, repellente in un’altro. Infatti le motivazioni, ovvero i bisogni e i desideri, oscillano in un continuum tra un valore massimo positivo e un valore minimo negativo diversi per ciascuna persona.

Società e motivazioni

La società è il risultato dell'interazione delle strategie di ciascun individuo per soddisfare le proprie motivazioni e, al tempo stesso, un sistema che influisce sulle motivazioni stesse, essendo capace di crearle, modificarle, proibirle e rimuoverle.

Bisogni, strategie di soddisfazione e sentimenti

Gli esseri umani sono portatori inconsapevoli di bisogni più o meno forti, di strategie più o meno efficaci per la loro soddisfazione e di sentimenti che esprimo il loro grado di soddisfazione attuale e la fede o sfiducia nella loro soddisfazione futura.

Bisogni e vita

Un essere umano è costituito dai suoi bisogni. L'Uomo, inteso come corpo e mente, si costruisce sui suoi bisogni, da essi, con essi e per essi. La vita è fondata sui bisogni. I bisogni non sono un aspetto della vita, sono l'origine e i motori della vita.

Il valore delle cose e il bisogno di interazione sociale

Il valore di ogni oggetto e di ogni informazione consiste nell'uso che se ne può fare per soddisfare il bisogno d'interazione sociale. Infatti, ciò che non si può scambiare, o di cui non si può parlare con altri, non ha valore, o ha una valore negativo.

Sulla funzione del pensiero

Il pensiero produttivo serve a soddisfare dei bisogni e/o a risolvere dei problemi. Prima di pensare in modo volontario, chiediamoci dunque quali bisogni i pensieri che ci accingiamo a pensare dovrebbero soddisfare e/o quali problemi dovrebbero risolvere.

Amore e bisogno

Una madre non nutre i suoi piccoli perché li ama, ma perché ha bisogno di nutrirli e, come per tutti i bisogni, prova piacere quando lo può soddisfare e dolore quando non può. Quello che spesso viene chiamato amore non è che un bisogno, innato o acquisito.

Cos'è la felicità

Felicità è amare ciò che si ha, non provare invidie né gelosie, non temere il futuro, conoscere e accettare i propri limiti, poter esercitare le proprie capacità, avere buoni rapporti con gli altri e poter soddisfare a sufficienza i propri bisogni innati.

Il rischio di conoscere se stessi

Conoscere se stessi significa conoscere la natura umana, i propri bisogni e le proprie logiche di soddisfazione. Il rischio è che sia i bisogni che le logiche di soddisfazione siano incompatibili con quelli altrui o censurati dalla comunità di appartenenza.

Da cosa dipende il comportamento di un essere vivente

Il comportamento di un essere vivente dipende dal comportamento dei propri organi, dai loro bisogni e dalla loro percezione della realtà esterna e di quella interna. L'io cosciente è uno di tali organi ed è (o dovrebbe essere) al servizio di tutti gli altri.

Sul bisogno di interazioni

Ogni umano ha bisogno di interagire con altri e di relazioni sociali, ma molti vogliono ricevere più di quanto l'altro sia disposto a dare, e dare meno di quanto l'altro vorrebbe ricevere, per cui molti restano soli o hanno rapporti insoddisfacenti o violenti.

Normalità e alienazione dell'alienazione

Siamo doppiamente alienati. Prima perché rinunciamo a soddisfare i nostri bisogni fondamentali per conformarci a norme sociali che non li riconoscono, poi perché rimuoviamo tale alienazione per conformarci a norme che ci impongono di essere felicemente normali.

Domande sull'utilità personale

A chi e quanto sono utile?

A chi e quanto potrei essere utile?

A chi e quanto sono stato utile?

Chi e quanto mi è utile?

Chi e quanto potrebbe essermi utile?

Chi e quanto mi è stato utile?

Fonti di piaceri e di dolori

Non dall'essere né dall'avere ricaviamo piaceri e dolori, ma dall'immaginare, dal fare, dal subire, dal ricordare cose che abbiamo bisogno di immaginare, di fare, di subire, di ricordare e dall'immaginare, fare, subire, ricordare cose che non possiamo sopportare.

Dilemma sentimentale

L'uomo è quasi costantemente di fronte al dilemma della scelta tra soddisfazione immediata con frustrazione differita, e frustrazione immediata con soddisfazione differita. Infatti le persone si differenziano per quale delle due opzioni essi scelgono tendenzialmente.

Bisogni e desideri

Siamo guidati e dominati dai nostri bisogni e dai nostri desideri, dato che essi sono involontari e che da essi dipendono i nostri piaceri e i nostri dolori, le nostre gioie e le nostre sofferenze. Infatti, un desiderio può essere vinto solo da un desiderio più forte.

Sentirsi umani tra umani - Bisogno di ritualità

Spesso provo una pulsione a partecipare a un rituale. Ne ho bisogno per sentimi umano tra umani. Lo chiamerei bisogno di ritualità. Purtroppo i rituali proposti dalla società mi sembrano stupidi e assurdi, per cui li rifiuto, col risultato di sentirmi solo e frustrato.

Fini programmatici delle filosofie

Una filosofia dovrebbe prima di tutto stabilire i suoi fini, ovvero i problemi che intende risolvere, le domande a cui intende rispondere, i bisogni che intende soddisfare. Questo permetterebbe alla gente di stabilire in quale misura quella filosofia rientra nei propri interessi.

Bisogni indotti

Le pressioni sociali a cui siamo sottoposti possono indurci a simulare (anche a noi stessi) bisogni non nostri, ma osservati negli altri e ritenuti giusti o necessari dalla comunità di appartenenza. Sono ciò che chiamiamo "bisogni indotti". Chi può dire di non avere bisogni indotti?

Un posto nella società

Ogni essere umano ha bisogno di occupare un posto nella società adatto alla propria personalità, alle proprie capacità e ai propri bisogni. Per "posto nella società" intendo un insieme di ruoli e di interazioni abituali e sostenibili funzionali alla soddisfazione dei propri bisogni.

Interazioni reali vs. virtuali

Quando non possiamo o non desideriamo interagire con persone reali, interagiamo con persone interiorizzate. Il passaggio dal primo al secondo tipo di interazione è segnato dalla tristezza e dalla frustrazione di non poter interagire con persone che ci piacciono in modi che ci piacciono.

Schiavi del bisogno di appartenere

Siamo tutti schiavi del nostro bisogno (genetico) di appartenere ad una comunità, che ci può spingere ad azioni eroiche o meschine. Dipende dai valori, forme e norme della comunità di riferimento. Pochi hanno la capacità di dire no alle pressioni del gruppo rischiando di esserne esclusi.

Lo scopo principale di un essere umano

Lo scopo principale di un essere umano è avere successo nei propri rapporti con gli altri. Infatti la mente umana si osserva, si giudica e si corregge in funzione del proprio successo nei rapporti con gli altri, ovvero della propria capacità di ottenere dagli altri ciò di cui ha bisogno.

Società e motivazioni

Affinché la società cambi è necessario che cambi la mentalità della gente.
Affinché la mentalità di una persona cambi, è necessario che cambino le sue motivazioni.
Affinché le proprie motivazioni cambino, è necessario essere motivati a cambiare le proprie motivazioni.

Sull'importanza e il valore delle cose

Una cosa (qualsiasi cosa, oggetto, macchina, informazione, idea, persona, meme ecc.) è tanto più importante e valida quanto più è efficace nel facilitare e rendere produttive le interazioni tra le persone che la usano o la condividono, in termini di soddisfazione dei loro bisogni e desideri.

Sulla mente umana

La mente umana è un sistema che serve a determinare (consciamente o inconsciamente) i comportamenti più adeguati per soddisfare i bisogni della persona in termini di cooperazione, competizione, imitazione, selezione, sopravvivenza, riproduzione, evitamento del dolore e ottenimento del piacere.

Sul bisogno di apprezzamento

L'uomo ha bisogno di essere apprezzato dagli altri, e che gli altri cerchino il suo apprezzamento. Tuttavia, quanto più forte o più debole è in una persona questo bisogno rispetto ad un certo livello ottimale, tanto più le sue interazioni sociali sono insoddisfacenti e tendono a interrompersi.

Bisogno di partecipazione

La gente ha bisogno di partecipare periodicamente ad attività comuni che non richiedano impegni preventivi né successivi, abbiano un costo moderato e compatibile con la propria condizione economica e non mettano a confronto o in discussione le proprie capacità e qualità intellettuali e morali.

La natura umana in una frase

Ogni essere umano, consciamente o inconsciamente, vuole e non vuole interagire con altri esseri umani e cose in certi ruoli e forme per ottenere vantaggi e piaceri ed evitare svantaggi e dolori secondo quanto registrato nella sua mappa cognitivo-emotiva, per soddisfare i suoi bisogni genetici.

A che serve conoscere?

Conoscere dovrebbe servire a navigare nel mare della vita, ovvero a riconoscere certe forme e strutture fisiche e logiche e i loro effetti, ad orientarsi, e a prendere le decisioni più opportune nelle diverse situazioni al fine di sopravvivere e di soddisfare i propri bisogni naturali e sociali.

Per comprendere una persona

Per comprendere una persona occorre immaginare di essere quella persona e di agire per soddisfare i suoi bisogni, desideri e interessi, secondo le sue esperienze e le sue conoscenze. Per riuscirvi occorre mettere da parte i propri bisogni, desideri, interessi e le proprie esperienze e conoscenze.

Chi ha bisogno della tecnologia?

L'Uomo non ha bisogno di tecnologia, ha bisogno di certe cose che, in certi casi, possono essere ottenute più facilmente con l'aiuto di una tecnologia. Se la tecnologia diventa fine a se stessa e si dimenticano i bisogni che la tecnologia dovrebbe aiutarci a soddisfare, allora la società è malata.

Io sono un sistema

Io sono un sistema consapevole di esserlo e posso scegliere (volontariamente o involontariamente) dove stare, andare, guardare, cosa ascoltare, leggere, cercare, chiedere, offrire, fare, dire, pensare, con chi/cosa, quando, dove e in che modo interagire per soddisfare i miei bisogni e quelli altrui.

Io cosciente e socialità

L'io cosciente serve soprattutto a conciliare le esigenze del proprio corpo con quelle dei corpi delle persone della cui cooperazione esso ha bisogno. Penso infatti che se l'uomo non fosse un animale sociale la sua coscienza non sarebbe molto diversa da quella di qualsiasi altro animale non sociale.

Quando un rapporto umano è riuscito

Un rapporto tra due persone è riuscito quando l'una contribuisce a soddisfare i bisogni dell'altra, cosa difficile a causa della scarsa conoscenza dei bisogni propri e altrui, delle differenze tra i rispettivi bisogni, desideri e interessi, e della naturale tendenza a dominare in caso di disaccordo.

Bisogni e situazioni

Piuttosto che chiederci di cosa l'uomo ha bisogno in generale, dovremmo chiederci di cosa egli ha bisogno in una certa situazione. Infatti i bisogni dipendono dalle situazioni. Per lo stesso motivo dovremmo chiederci: di cosa ho bisogno in questo momento? Di cosa avrò bisogno in una certa situazione?

Sul bisogno d'interazione sociale

Quando un umano non è occupato a fare ciò che è obbligato a fare dalla natura o dalla società, esso è occupato a interagire con altri umani o a prepararsi per le future interazioni con altri umani. Infatti il bisogno pià importante di ogni umano, dopo i bisogni fisici, è quello di interazione sociale.

Utilità interpersonale

A chi sono utile? Chi mi è utile? A chi potrei essere utile? Chi potrebbe essermi utile? Queste sono domande che ogni essere umano dovrebbe farsi, se è vero che, in quanto umani, siamo tutti interdipendenti, ovvero ognuno ha bisogno che qualcuno gli sia utile per soddisfare i propri bisogni e desideri.

Il piacere della condivisione

Condividere, che implica copiare, imitare, conformarsi, costituisce un bisogno umano di origine genetica, e un piacere quando tale bisogno è soddisfatto. Qualsiasi cosa può essere oggetto di condivisione, e quindi causa di piacere, anche le cose più stupide e insensate. anche i comportamenti più assurdi.

Bisogno e paura verso uno stesso oggetto

La coesistenza di bisogno e paura verso uno stesso oggetto può generare stress e altri disturbi mentali e dar luogo ad una dissonanza cognitiva che si risolve rimuovendo il bisogno, la paura, o entrambi (apatia e indifferenza) oppure in oscillazioni in cui a volte prevale il bisogno, altre volte la paura.

Felicità come emozione

La felicità è uno stato emotivo di intensità variabile caratterizzato da assenza o scarsità di dolore, ottimismo e piacere connesso alla soddisfazione dei bisogni primari propri e delle persone con cui si è in relazione. Non si può essere sempre felici, ma si può essere più o meno felici momento per momento.

Il potere socializzante della musica

Quando riascolto una musica che ho ascoltato insieme con altre persone con cui ho un buon rapporto, è come se quelle persone fossero di nuovo vicine a me durante l'ascolto. Questo è uno dei poteri della musica, costituire un rito e una conferma di appartenenza sociale che corrisponde ad un bisogno umano primario.

Bisogno di rassicurazioni

Aver bisogno di una certa cosa comporta il bisogno di assicurarsela. Così, aver bisogno degli altri comporta il bisogno di assicurarsi il loro favore. Tale assicurazione può darla solo una continua frequentazione degli altri, nella speranza di ricevere da essi segni di rispetto, approvazione, amicizia e solidarietà.

Coscienza e cambiamento

La coscienza è la percezione delle differenze e delle ricorrenze nello spazio e nel tempo, dei movimenti, dei trasferimenti, dei cambiamenti e del piacere, del dolore e delle necessità che questi comportano, secondo logiche stabilite dalla natura e dalla società. La coscienza svanisce nella stasi e nell'indifferenza.

Doni della natura e della sorte

Per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni, c'è chi punta soprattutto sulla forza fisica, chi sul coraggio, chi sulla ricchezza, chi sulle amicizie, chi sull'intelligenza, chi sull'astuzia, chi sulla cultura, chi sulla bellezza, chi sull'obbedienza ecc., in funzione di ciò che la natura e la sorte gli hanno donato.

Bisogno di informazioni

Per vivere, il nostro organismo ha bisogno di informazioni (consce e inconsce) adeguate e adatte all'interazione con il nostro ambiente naturale e sociale. La qualità della vita dipende dalla qualità delle informazioni. Fornire informazioni adeguate è un'azione nobile, fornire informazioni inadeguate un'azione ignobile.

Bisogno degli altri

Ogni essere umano, per sopravvivere e per soddisfare i suoi bisogni, ha bisogno della cooperazione (volente o nolente) di un certo numero di altri esseri umani, e di tutto ciò che può essere utile per ottenerla e mantenerla Allo stesso tempo ha bisogno di evitare tutto ciò che può ostacolare o diminuire tale cooperazione.

Universalità delle motivazioni umane

Ciò che trovo interessante nei resoconti storici è l'umanità delle persone di allora, è scoprire in loro gli stessi bisogni e desideri delle persone attuali, sebbene in forme e modi diversi, data la differenza delle circostanze. In altre parole mi colpisce l'universalità, nel tempo e nello spazio, delle motivazioni umane.

Opzioni di appartenenza

L'uomo non può vivere al di fuori di una comunità. Pertanto, se è insoddisfatto della comunità in cui vive, ha queste opzioni: (1) sopportare l'insoddisfazione, (2) emigrare in una comunità più adatta a sé, (3) riformare la comunità in cui vive, (4) formare una nuova comunità, (5) una combinazione delle opzioni precedenti.

Una mente superiore

Una mente superiore è una mente capace di studiare se stessa, ovvero la propria struttura e il proprio funzionamento, e di modificarsi volontariamente e consapevolmente, nei limiti del possibile, per migliorare le proprie interazioni con il mondo esterno e interno, in modo da soddisfare meglio i bisogni della propria persona.

Cos'è la società

La società consiste essenzialmente in uno scambio di servizi, beni e denari necessari alla soddisfazione dei bisogni primari, regolato da norme imposte da alcuni e trasmesse e apprese consciamente e inconsciamente da tutti i suoi partecipanti. Tutto il resto dovrebbe servire a facilitare in vari modi tale scambio, ma a volte lo ostacola.

Bisogno di imitare

A mio parere, l'uomo ha un bisogno genetico di imitare gli altri, e quando non ci riesce abbastanza è preso da ansia o panico. Quando invece ci riesce bene, e gli altri glielo confermano, è felice. In alcuni uomini, però, a causa di una mutazione genetica, il bisogno di imitare è molto attenuato. Si tratta dei rivoluzionari della cultura.

Il piacere dell'appartenenza

Se è vero, come io penso, che l’uomo ha un profondo bisogno di appartenere a cose più grandi, più forti e più durature di se stesso, allora c’è da aspettarsi che egli provi piacere quando tali appartenenze si realizzano (realmente o illusoriamente), e che provi dolore quando tali appartenenze si dissolvono o vengono negate da altri umani.

Emozione e motivazione

Tra emozione e motivazione c'è un rapporto molto stretto nel senso che l'una condiziona l'altra. Infatti l'emozione consiste in piacere e dolore, e la motivazione consiste nella ricerca del piacere e nell'evitamento del dolore. D'altra parte proviamo piacere quando riusciamo a soddisfare una motivazione, e soffriamo quando non vi riusciamo.

Cosa desidero dagli altri? Cosa offro agli altri?

Cosa desidero dagli altri? Cosa offro agli altri? Ognuno dovrebbe ogni tanto fare a se stesso queste domande, cercando di rispondere nel modo più sincero, coraggioso, spregiudicato, indiscreto e realistico possibile, anche se politicamente scorretto. Perché le risposte a queste domande costituiscono il nucleo della mentalità di ogni persona.

Sui modi di interazione sociale

Ogni umano interagisce con altri umani in certi modi, da cui dipende in gran parte il grado di soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Il miglioramento di tali modi (nel senso di una maggiore soddisfazione dei bisogni propri e altrui) dovrebbe essere il fine di tutte le scienze umane e sociali, a cominciare dalla psicologia.

Desiderio di sovranità

L'esistenza di confini politici tra diversi paesi dimostra la tendenza dell'uomo al possesso sovrano, cioè esclusivo, di territori. Infatti due stati sovrani soddisfano il desiderio di sovranità di due persone anziché di una sola. Presumo che, consciamente o inconsciamente, ogni umano vorrebbe essere sovrano del territorio più grande possibile.

Oscillazioni dell'io

Per tutta la vita l'io oscilla continuamente tra lo stato di soggetto e quello di oggetto, tra agire e subire, tra attore e spettatore, tra libero e schiavo, tra dare e ricevere, tra attrazione e repulsione, tra noia ed eccitazione, tra attacco e fuga, tra egoismo e altruismo, tra padrone e servo, tra bisogno e soddisfazione, tra piacere e dolore.

Provvisorietà del piacere

Non ci sono soluzioni definitive per ottenere il piacere, perché esso è sempre temporaneo e provvisorio e va ricercato di nuovo ogni volta, meglio se in modi diversi, perché la ripetizione annoia. Il piacere nasce dalla soddisfazione di un bisogno o desiderio. Perciò non ci può essere piacere se prima non vi è un bisogno o desiderio da soddisfare.

Ragioni del comportamento sociale

Ogni essere umano considera (consciamente o inconsciamente) ogni altro come un potenziale o attuale amico o nemico, ovvero come una persona più o meno utile o dannosa per la soddisfazione dei propri bisogni. È sulla base di tali considerazioni che ognuno si comporta in modo più o meno cooperativo o competitivo nei confronti degli altri.

Il problema più importante

Il problema più importante è come interagire con gli altri nel modo durevolmente più utile e piacevole per tutti. La soluzione, in generale, include la comprensione critica del comportamento proprio e altrui, il superamento dei conflitti di interessi mediante compromessi e la cooperazione per il perseguimento degli interessi comuni non conflittuali.

A che serve la psicologia

Gli umani fanno ciò che ad essi piace, o ciò di cui sentono il bisogno, e non fanno ciò che ad essi dispiace, e ciò di cui non sentono il bisogno. La psicologia dovrebbe aiutarci a capire perché a certe persone certe cose piacciono e certe altre cose dispiacciono, e perché sentono il bisogno di certe cose e non sentono il bisogno di certe altre cose.

Sulle ragioni dello conformismo

I conformisti sono tali sia per un bisogno innato di imitazione, comune a tutti gli esseri umani, sia perché la conformità rispetto ai modelli sociali della comunità di appartenenza viene premiata, e la non conformità punita, esplicitamente o implicitamente. Di conseguenza, sentirsi conformi è causa di piacere, e sentirsi non conformi causa di dolore.

In cosa la filosofia ci può aiutare

Noi dobbiamo decidere di volta in volta se comportarci in modo spontaneo, cioè senza pensare a ciò che stiamo facendo né a ciò che vorremmo o dovremmo fare, oppure in modo "ragionato". Nel secondo caso dobbiamo imparare a ragionare in modo efficace rispetto ai nostri bisogni, ai nostri desideri e ai nostri fini, e in questo la filosofia ci può aiutare.

Automi biologici sentimentali e intelligenti

Noi esseri umani siamo automi biologici interdipendenti, capaci di soffrire e di godere, e di conoscere e modificare (parzialmente) le logiche degli algoritmi dei nostri comportamenti allo scopo di soddisfare i nostri bisogni e desideri, in modo tale da minimizzare i nostri dolori e le nostre sofferenze, e massimizzare i nostri piaceri e le nostre gioie.

Insufficienza dei saperi

Dovremmo prendere coscienza del fatto che i saperi diffusi dalle università, dai media e dalle comunità sono inaffidabili e insufficienti (anche se utili in una certa misura) per risolvere i problemi dell'umanità e soddisfare i bisogni umani. Questo non significa che non dobbiamo conoscere tali saperi, ma che dobbiamo farlo con spirito critico e dubbioso.

Aspettative e desideri reciproci

Ciò che determina la qualità delle interazioni umane sono le aspettative e i desideri reciproci, ovvero cosa X si aspetta e desidera da Y e cosa Y si aspetta e desidera da X. Se tali cose sono compatibili e complementari, l'interazione è pacifica, costruttiva, soddisfacente; se sono incompatibili o conflittuali essa è violenta, distruttiva, insoddisfacente.

Dittatura dei manipolati

Vincono le elezioni i partiti che riescono a far credere alla maggioranza degli elettori di essere i più capaci e disposti a soddisfare i loro bisogni, desideri e aspettative. Ciò è tanto più facile quanto meno istruiti sono gli elettori. La democrazia, pur essendo la forma di governo meno peggio che abbiamo conosciuto, è dunque la dittatura dei manipolati.

Bisogno di condivisione e qualità delle idee condivise

Quanto più un'idea è intelligente e profonda, tanto più difficile è condividerla con altre persone, perché più piccolo è il numero di persone capaci di comprenderla. Per questo le idee più condivise sono le più stupide e superficiali.

Tuttavia ogni umano ha un profondo bisogno di condividere idee con altri umani, e soffre quando non ci riesce.

Perché tendiamo ad obbedire ai nostri simili

L'uomo tende ad obbedire ai suoi simili, ovvero a fare quanto gli viene richiesto. Il motivo di questa tendenza, a mio parere, si trova nel bisogno di interazione. In quanto animali sociali, ovvero interdipendenti, abbiamo bisogno (un bisogno primario, ovvero genetico) di interagire frequentemente con altri umani e l'obbedienza è un ottimo tipo di interazione.

Nessun bene è per sempre

Nessuna cosa è buona sempre. Ciò che oggi è buono, domani sarà noioso o insufficiente, e perciò non sarà ripetuto nella stessa forma o quantità, fatta eccezione per i riti, i comandamenti morali e le tradizioni popolari, in quanto forme imposte dalla comunità. Siamo dunque condannati a cercare continuamente nuove forme o maggiori quantità di bontà e di piacere.

Verità vs. soddisfazione

A differenza dell scienze naturali, dove la ricerca del vero è essenziale, nelle scienze umane e sociali quello che conta non è la verità, ma l'effetto delle idee sui sentimenti, ovvero sulla soddisfazione dei bisogni umani. Pertanto diffido dei filosofi che proclamano verità, mentre apprezzo quelli che parlano di sentimenti, bisogni e strategie per soddisfarli.

Bisogno di approvazione e rituali di approvazione reciproca

La maggior parte delle interazioni umane consiste in rituali di approvazione reciproca, il cui scopo è soddisfare il profondo bisogno di essere approvati presente in ogni umano. Questi rituali si basano su un tacito accordo per cui io approvo te e in cambio tu approvi me. Infatti in questi rituali ogni gesto costituisce una implicita dimostrazione di approvazione.

Promesse

Ogni essere umano, in persona o attraverso le sue opere e i suoi prodotti, promette agli altri di soddisfare (o frustrare) uno o più bisogni, Cosa promette un film, un libro, una canzone, una poesia, uno spettacolo, un viaggio? Vita, comunione, bellezza, libertà, potere, partecipazione, assoluzione, appartenenza, empowerment, fascinazione, piacere, guarigione ecc.

Gruppi di mutua approvazione

Uno dei fattori di coesione dei gruppi umani è la mutua approvazione tra i suoi componenti. Siccome ognuno ha bisogno di approvazione, ci si accorda tacitamente in modo da approvarsi l'un l'altro. In questo modo ci guadagnano tutti. Il prezzo da pagare per questa fonte di soddisfazione è la rinuncia alla capacità critica, ovvero la cecità ai difetti propri e altrui.

Il mondo come ecologia di bisogni





Carezze elettroniche

Scusate se ho la fastidiosa abitudine di interpretare psicologicamente il comportamento delle persone oltre, dietro e sotto le intenzioni dichiarate, ma io nei post di Facebook vedo quasi sempre un tentativo di ricordare agli altri la propria esistenza e di chiedere un po' di approvazione e una metaforica carezza (un like). Ovviamente questo vale anche per i miei post.

Vita come soddisfazione di bisogni

La vita di qualsiasi essere vivente è basata sull'immanenza di certi bisogni nell'essere stesso, e sulla loro soddisfazione. In altre parole, per vivere, un essere ha bisogno di bisogni da soddisfare e di soddisfarli, a tutti i livelli del suo organismo, da quello molecolare e cellulare, fino a quello, nell'uomo, dell'io cosciente. La morte è infatti assenza di bisogni.

Di cosa abbiamo bisogno

Non abbiamo bisogno di certi oggetti, né di certe situazioni in senso statico, ma di certi processi e delle interazioni che li sostengono. Certi oggetti e certe situazioni sono utili nella misura in cui facilitano le interazioni di cui abbiamo bisogno.

Ruoli complementari

Il padrone ha bisogno del servo, il servo del padrone, il maestro dell'allievo, l'allievo del maestro, il produttore del consumatore, il consumatore del produttore, il venditore del compratore, il compratore del venditore, il carnefice della vittima, la vittima del carnefice, il vincitore del perdente, il perdente del vincitore, il pastore del gregge, il gregge del pastore ecc.

Sesso come problema

Mi pare che il sesso sia un tema di grande interesse, sul quale quasi tutti hanno opinioni piuttosto decise e altrettanto decise reazioni emotive più o meno positive. Io suppongo che ciò sia dovuto ad una prevalente frustrazione sessuale. Intendo dire che la maggior parte della gente nella nostra società non ha abbastanza rapporti sessuali in senso quantitativo e/o qualitativo.

Sull'interdipendenza umana

Un essere umano non può ignorare gli altri, perché dipende da loro. Può scegliere le persone con cui interagire, ma non può fare a meno di interagire con qualcuno, né può ignorare le esigenze delle persone con cui interagisce. Il suo comportamento è dunque un compromesso tra le proprie esigenze e quelle delle persone con cui ha scelto di interagire o con cui è costretto a farlo.

Bisogno di interazione

Qualsiasi interazione sociale, anche la più stupida, insensata, nociva o noiosa è meglio che nessuna interazione sociale. Spesso si interagisce solo per interagire, senza altro fine che l'interagire stesso. L'uomo ha un bisogno fondamentale e profondo di interagire con i suoi simili. Questo fatto spiega e dà un senso a tante interazioni sociali apparentemente assurde.

Interdipendenza e intervalli di libertà

L’individuo senza gli altri, senza una società, senza una cultura, non vale nulla, non conta nulla, non può sopravvivere, non può soddisfare i suoi bisogni e non può essere felice. Noi esseri umani siamo tutti interdipendenti, dall’inizio alla fine della nostra vita. In tal senso, nessuno di noi è libero, se non per brevi intervalli di tempo.

I nostri automatismi

Ogni essere vivente ha i suoi automatismi, anzi, è i suoi automatismi, perché senza di essi la vita sarebbe impossibile. La coscienza, o io cosciente, è uno di essi e si distingue dagli altri altri per la sua capacità di conoscere alcuni degli altri automatismi e di manipolarli in una certa misura al fine di soddisfare i propri bisogni, ovvero i bisogni del suo essere nel suo insieme.

Domande fondamentali

Con chi / cosa voglio / non voglio interagire?

In quali ruoli e forme?

Per ottenere quali vantaggi e piaceri?

Per evitare quali svantaggi e dolori?

Secondo quali informazioni registrate nella mia mappa cognitivo emotiva?

Per soddisfare quali miei bisogni genetici?

Scopo della psicologia e della psicoterapia

La psicologia dovrebbe studiare le logiche consce e inconsce con cui un essere umano si relaziona e interagisce con gli altri, con se stesso e con il resto del mondo, per soddisfare i suoi bisogni e i suoi desideri.

La psicoterapia dovrebbe fornire ai suoi utenti strumenti pratici e consulenza per migliorare le logiche di soddisfazione dei propri bisogni e dei propri desideri.

Bisogni antitetici

L'Uomo ha una serie di bisogni antitetici, che gli causano tanti problemi e conflitti. Tra le principali coppie di bisogni antitetici abbiamo il bisogno di appartenenza e quello di libertà, il bisogno di novità o cambiamento quello di conservazione o resistenza al cambiamento. A questi bisogni corrispondono omonime paure: dell'appartenenza, della libertà, del cambiamento e del non cambiamento.

Sulla religiosità dello sport-spettacolo

Ieri, guardando la partita Germania-Italia circondato da una ventina di tedeschi, ho avuto una ulteriore conferma del carattere religioso, profondo e inconscio dello sport-spettacolo. L'Uomo ha bisogno anche di circenses per affermare la propria appartenenza ad una comunità, un bisogno primario geneticamente determinato, a cui la psicologia accademica non ha ancora dato l'importanza che merita.

Scegliere continuamente

Ogni essere vivente è sempre intento a scegliere, selezionare, decidere cosa fare, cosa pensare, cosa prendere, cosa lasciare momento per momento, per meglio soddisfare i propri bisogni, secondo i propri algoritmi. A volte la scelta è indecisa o indifferente, e per superare il tormento del dubbio si può decidere di affidarsi al caso o di far scegliere per noi un altro essere vivente.

Ricetta per la felicità

Per vivere una vita soddisfacente, ovvero per soddisfare i propri bisogni, è necessaria (ma non sufficiente) una buona relazione con sé stessi (ovvero con il proprio inconscio) e con un numero sufficiente di persone con cui cooperare.

Per avere una buona relazione con qualcuno è necessario (ma non sufficiente) conoscere le principali esigenze e motivazioni proprie e altrui.

Risposte cognitivo-emotivo-motive

Ogni cosa che vediamo o che ci accade suscita in noi una tripla risposta: cognitiva, emotiva e motiva. Quella cognitiva dipende dalle nostre conoscenze, quella motiva dai nostri bisogni e quella emotiva dal loro grado di soddisfazione. Le tre risposte si influenzano a vicenda. Potrebbe essere utile chiederci quali siano le nostre risposte a certi eventi, e quali quelle delle persone con cui interagiamo.

A chi appartengo?

Ogni umano "appartiene" ad altri. L'appartenenza corrisponde ad un bisogno, ma anche ad uno stato di asservimento. L'appartenenza è una limitazione di libertà, ma non possiamo fare a meno di appartenere per poter interagire con altri. Chi non appartiene a nessuno, chi non è soggetto a nessuno, chi non è sottomesso ad alcuna regola, è percepito come asociale, fa paura, e nessuno vuole interagire con lui.

A che serve conversare

Ci sono persone per cui conversare serve solo a confermare la loro appartenenza a certi contesti sociali, e ad ottenere riconoscimenti e rassicurazioni in tal senso. Esse sono incapaci di condurre un dialogo creativo o costruttivo in senso filosofico.

In altre parole la maggior parte della gente ha bisogno di conversare solo per essere rassicurata nelle proprie appartenenze e dignità sociali.

Sull'autenticità dei bisogni e dei desideri

L’uomo è valutato e giudicato dai propri simili anche in merito ai propri bisogni e ai propri desideri. Per questo è indotto ad “aggiustare” i propri bisogni e i propri desideri secondo le aspettative e le esigenze altrui, finendo per non sapere se i suoi bisogni e i suoi desideri sono autentici, innati, originali, oppure finti, copiati, artificiali, costruiti per compiacere gli altri e fare “bella figura”.

Pragmatica delle interazioni umane

A mio parere, sin dalla nascita, con i propri comportamenti, ognuno cerca, consciamente o inconsciamente, di influenzare i comportamenti altrui a proprio piacimento, per soddisfare i propri bisogni e desideri.

Se faccio o non faccio, dico o non dico certe cose, come reagiranno gli altri versi di me? Penso che questa sia la domanda fondamentale su cui la nostra psiche si è costruita.

Il senso della vita

La vita di un essere umano è motivata e condizionata dall'evitamento del dolore e dalla ricerca del piacere, seguendo nozioni e strategie apprese attraverso l'interazione con gli altri ed altre esperienze. Il dolore e il piacere sono i mezzi mediante i quali la natura ci spinge a fare il nostro dovere biologico, ovvero a soddisfare i nostri bisogni primari da cui dipende la conservazione della nostra specie.

La forza di attrazione di Facebook

Ciò che rende Facebook così attraente, interessante e utile è che permette facilmente di mantenersi informati sui pensieri e i sentimenti altrui, cosa indispensabile per prendere posizione nelle questioni morali, intellettuali e politiche, per affermare la propria appartenenza a certi gruppi e per adattarsi allo spirito delle comunità di elezione. In sintesi: per soddisfare il proprio bisogno di appartenenza.

Bisogno di superare gli altri

A giudicare dal comportamento della gente in tutto il mondo e in ogni tempo, mi pare che l'uomo abbia un profondo bisogno di superare tutto ciò che si oppone o potrebbe opporsi alla realizzazione dei suoi desideri, e quindi di superare anche gli altri umani in tutte le possibili scale gerarchiche, tra cui quelle della forza, intelligenza, sapienza, ricchezza, potere, bontà, moralità, bellezza, conformità ecc.

Bisogni, doveri e diritti

Ogni essere umano può contribuire alla soddisfazione dei bisogni di qualcun altro. Tuttavia non ha il dovere di farlo, né il diritto di ricevere contributi in tal senso, al di fuori di quanto stabilito nelle leggi dello stato di cui è cittadino.

D'altra parte ogni essere umano ha il diritto di scegliere le persone che desidera soddisfare e il modo e la misura in cui farlo.

Riti stupefacenti

I riti (formali, informali, religiosi, civili, folcloristici, sportivi, artistici ecc.) hanno un effetto stupefacente sui partecipanti. L'intensa e concentrata soddisfazione del bisogno di appartenenza che i riti producono inibisce più o meno profondamente la capacità critica e analitica nei confronti dei contenuti del rito stesso e di tutto ciò che unisce i membri della comunità intenta a celebrare se stessa.

Bisogno di guida

L'uomo, a differenza degli altri animali, non ha istinti che possano guidare il suo comportamento in modo affidabile. Perciò l'uomo ha bisogno di essere guidato da altri esseri umani.

Guidare il comportamento umano (proprio o altrui), è difficile e pericoloso. E' così che l'uomo, per non rischiare di sbagliare, tende a obbedire ad un capo e/o a seguire una guida.

Sulla saggezza

Saggio è l'io cosciente che contempla e cerca di soddisfare insieme i suoi bisogni, i bisogni altrui, i bisogni della sua specie, i bisogni delle altre specie, l'ecologia dei bisogni e delle epistemologie, nel passato, presente e futuro, privilegiando ciò che avviene qui ed ora, nella coscienza di essere uno strumento per la vita e l'evoluzione della propria specie in cooperazione con l'ambiente di cui ha bisogno.

Bisogni, sofferenza, egoismo

Un individuo che non riesce a soddisfare i suoi bisogni soffre.

Chi si occupa della soddisfazione dei miei bisogni? In quale misura mi occupo della soddisfazione dei bisogni altrui? Se io non mi occupo della soddisfazione dei bisogni altrui, perché qualcuno dovrebbe occuparsi della soddisfazione dei miei?

I conti non tornano e per questo la sofferenza è molto diffusa.

I miei prossimi incontri

Chi incontrerò, con chi interagirò, come interagirò, cosa racconterò a quelle persone, cosa nasconderò loro? Tutto quello che faccio o penso in questo momento è una preparazione ai miei prossimi incontri con gli altri. Tutto ciò è facilmente spiegabile con la teoria dei bisogni. Visto che ho bisogno degli altri, cerco di avere la loro benevolenza e per questo evito di fare qualunque cosa possa loro dispiacere.

Sui dèmoni

Per me i dèmoni sono una metafora degli agenti mentali inconsci che presidiano i bisogni (sia innati che acquisiti) di una persona, nel senso che la motivano a fare e a pensare certe cose e la premiano e la castigano per mezzo dei sentimenti di piacere e dolore (in varie forme), costringendola a vivere come vogliono loro. Ascoltare la volontà dei propri demoni è intuire, attraverso i propri sentimenti, i loro comandi.

Il problema della sostituibilità

Il lato tragico della vita umana è che ognuno ha bisogno di qualcuno, ma nessuno ha necessariamente bisogno di alcuna persona particolare, perché siamo tutti sostituibili. Perciò ognuno di noi vive col timore (conscio o inconscio) di essere sostituito.

Un certo sollievo a tale timore può venire dal poter sostituire qualcuno con cui si è in relazione, nel caso in cui si sia desiderati da più persone.

Sul bisogno di appartenenza

Ogni essere umano ha un profondo bisogno di appartenere, ovvero di partecipare attivamente, ad almeno una comunità a lui congeniale, non importa quanto grande. Per “partecipare attivamente” intendo essere coinvolti in interazioni cooperative frequenti con altri membri della stessa comunità, secondo le regole, i rituali, i principi e i valori morali e intellettuali della comunità stessa.

Criteri di valutazione

Qualunque cosa (idea, ideologia, proposta, strumento, attività, procedura ecc.) dovrebbe essere valutata in funzione dei vantaggi e svantaggi che essa ci può arrecare in termini di qualità delle interazioni con gli altri.

La domanda da fare è perciò: quanto questa "cosa" mi è utile nelle interazioni con gli altri, ovvero a interagire con la massima soddisfazione dei bisogni miei e altrui?

A che serve la mente?

Suppongo che la mente serva a stabilire in quale misura una certa cosa (oggetto, persona, azione, idea, evento, opzione, luogo, posizione ecc.) possa soddisfare o frustrare i bisogni del corpo a cui appartiene, e ad imparare ad accrescere e a migliorare tale capacità. Infatti, ritengo che la mente sia un organo del corpo sviluppatosi nel corso dell'evoluzione per favorire e facilitare la salute e la riproduzione del corpo stesso.

Momenti felici

I momenti felici sono quelli in cui un bisogno viene soddisfatto, una mancanza viene colmata, un problema viene risolto, un pericolo viene scampato, una crisi viene superata, una sfida viene vinta, un enigma viene chiarito, una giustizia viene ottenuta, un danno viene riparato, una malattia guarisce, un dolore cessa, una cosa cercata viene trovata, un sogno viene realizzato. Senza difficoltà non ci può essere felicità, ma solo noia.

Influenza reciproca tra conscio e inconscio

Se l'inconscio di una persona è mal formato, spesso lo è anche il suo conscio. Penso infatti che l'io cosciente e l'inconscio si influenzino reciprocamente nel bene e nel male.

D'altra parte, a mio avviso, la maggior parte della gente non sa pensare in modo efficace ed efficiente per soddisfare al meglio i propri bisogni, dato che questi, quando sono politicamente scorretti, sono spesso rimossi nell'inconscio.

Sul bisogno di essere

Essere = contenere, appartenere, interagire, apparire, sembrare. L'uomo è un animale che ha bisogno di essere, e l'essere è un fatto sociale fondato sull'imitazione di modelli di comportamento, di pensiero e di sentimento. Infatti l'essere è condizione per interagire socialmente, cosa indispensabile per la vita umana.

Ciò che resta dei giorni passati

Ci sono piaceri e dolori che dipendono da ciò che stiamo facendo o che ci sta succedendo al momento, e ci sono gioie e sofferenze attuali che dipendono da ciò che abbiamo fatto e non fatto, dato e non dato, ricevuto e non ricevuto nei giorni passati. Di conseguenza, ciò che avviene qui e adesso può avere un effetto piacevole o doloroso immediato, ma può averne anche uno nei giorni a venire e i due effetti potrebbero essere di segno opposto.

Bisogni insoddisfatti e resistenza al cambiamento

Il dramma (e in molti casi la tragedia) dell'umanità consiste nel fatto che abbiamo bisogni primari insoddisfatti, per soddisfare i quali dovremmo cambiare strutturalmente mentalità, ma la nostra psiche si oppone ai cambiamenti strutturali e boicotta ogni tentativo in tal senso generando ansia, angoscia, panico e malattie mentali e psicosomatiche, e rimuovendo i bisogni frustrati. L'io cosciente è progressista, ma l'inconscio è conservatore.

Aiutare chi?

Io posso, in una certa misura, aiutare altre persone a soddisfare i propri bisogni.

Voglio farlo? Perché Chi aiutare? Chi non aiutare?

Come fare?

Prima di tutto devo comprendere i bisogni altrui. Per riuscirci ho due mezzi: l'empatia (che può sbagliare o essere carente) e la psicologia (che può anch'essa sbagliare). In entrambi i casi è necessaria l'osservazione degli altri, l'attenzione agli altri.

Il bisogno di conservazione di ogni essere vivente

Ogni essere vivente ha bisogno di continuare ad essere ciò che è, cioè di rimanere sé stesso, di non cambiare identità. Ogni volontà è la manifestazione di un bisogno e la volontà principale di ogni essere vivente, e il suo bisogno principale, sono quelli di conservare ed esercitare la propria identità. Perché cambiare identità, cioè personalità, natura, significa morire come un certo essere, e rinascere come un altro e di questo l'inconscio ha paura.

Compagnia virtuale

Anche quando siamo fisicamente soli, non lo siamo mai virtualmente. Infatti, per il nostro inconscio siamo sempre osservati e giudicati da altri. Siamo dunque virtualmente sempre in compagnia di altre persone, ed è importante capire chi esse siano e quali siano i loro criteri di giudizio (ovvero la loro morale) e quanto abbiamo bisogno della loro approvazione. Questo dovrebbe essere il compito di una psicoterapia.

La cosa più importante

La cosa più importante per un animale sociale come l'uomo non è la conoscenza della verità scientifica, filosofica o religiosa, ma la capacità di interagire utilmente con un sufficiente numero di persone, perché da ciò dipende la sua sopravvivenza e la soddisfazione dei suoi bisogni e desideri. Tale capacità si apprende euristicamente attraverso tentativi ed errori, l'educazione, la cultura e, in qualche raro caso, la conoscenza teorica della natura umana.

Ognuno ha bisogno di qualcuno

Ognuno ha bisogno di qualcuno (“everybody needs somebody”, che maliziosamente si potrebbe anche leggere “every body needs someone’s body”).

Questa semplicissima affermazione potrebbe essere la base di una nuova psicologia.

Infatti, il fatto che noi umani siamo interdipendenti ha vastissime e profondissime conseguenze, come il conformismo e la stessa cultura, oltre alle dinamiche interpersonali e intergruppo, conscie e inconscie.

Aforismi sui bisogni

I bisogni sono i principi e i motori della vita.

Si vive (a tutti i livelli, a cominciare dalle proprie cellule) a causa dei propri bisogni e al fine di soddisfarli.

Ogni elemento di ogni organismo ha dei bisogni che necessitano di essere soddisfatti pena la morte dell'elemento stesso.

Certi bisogni elementari possono aggregarsi per costituire bisogni di livello più alto.

Sulla distruttività omicida di noi umani

Io suppongo che il desiderio di uccidere altri individui della propria specie, che troviamo nell'homo sapiens e non in altre specie animali, sia dovuto alle superiori capacità cognitive dell'uomo, nel senso che uccidere equivale (per l'inconscio e a volte anche per la coscienza) a cancellare dal proprio mondo vite che disturbano e contrastano l'armonia e la coerenza desiderata. Questo bisogno/desiderio di armonia e di coerenza sembra essere esclusivamente umano.

Cose che rendono la vita difficile

Cose che rendono la vita difficile:

  • impossibilità: cose che non è possibile ottenere in nessun caso

  • conflittualità: cose per ottenere le quali se ne perdono altre

  • minacce: rischi, pericoli e cose che qualcuno promette di farci se non facciamo quello che desidera da noi

  • violenze: cose che ci vengono fatte contro la nostra volontà da persone o cose viventi e non viventi


Di cosa ha bisogno l'uomo

Di cosa ha bisogno l'uomo? Dopo la sopravvivenza, il sostentamento e la cooperazione con gli altri, l'uomo ha bisogno di chiarezza, di demistificazione degli inganni, degli autoinganni e degli imbrogli (causati e sostenuti da altri umani imbrogliati e imbroglioni), di distinzione delle confusioni, di conoscenza delle vere motivazioni dell'agire umano e di comprensione di ciò che più importa per il proprio benessere psicofisico.

La missione di ogni vivente

La missione di ogni vivente è la vita della propria specie e dell'ambiente di cui essa ha bisogno.

Il bene, per un vivente, coincide con la cura di ciò che favorisce tale missione, il male con la cura e/o l'accettazione di ciò che la contrasta.

Il compimento di questa missione è sempre in atto, non è mai definitivo e richiede una collaborazione tra viventi, per diminuire il rischio di estinzione delle specie coinvolte.

Volontà vs. bisogno

Tra volontà e bisogno c'è una differenza importante. Perché il bisogno è involontario, cioè non dipende dalla nostra volontà. Infatti possiamo volere o non volere una cosa di cui abbiamo bisogno, o, al contrario, aver bisogno di una cosa che non vogliamo, o volere una cosa di cui non abbiamo bisogno. Quindi l'importante, prima di tutto, è capire di cosa abbiamo bisogno e di cosa non l'abbiamo. Poi possiamo decidere razionalmente o emotivamente se volere o no qualcosa.

Appartenenze reali vs. Illusorie

Noi umani abbiamo bisogno di appartenere a cose più grandi e più durature di noi, e di avere conferme di tali appartenenze. Infatti la percezione di non appartenere ad un insieme di ordine superiore (di tipo sociale e/o religioso) è per molti causa di ansia, panico o depressione. D'altra parte il senso di appartenenza che una persona prova può essere più o meno veritiero o illusorio in quanto basato su espressioni e rituali più o meno sinceri e più o meno consistenti.

Dialettica esistenziale

Disegno liberamente ispirato dalla teoria "Struttural-dialettica" di Luigi Anepeta.



Come ottenere ciò di cui si ha bisogno?

Per ottenere ciò di cui si ha bisogno occorre:

  1. conoscere i propri bisogni, distinguendo quelli sani da quelli morbosi o indotti e rinunciando subito ai secondi;

  2. conoscere gli ostacoli materiali e sociali che si oppongono alla soddisfazione dei propri bisogni sani;

  3. definire strategie di superamento di tali ostacoli nella misura in cui sono superabili, altrimenti rinunciare alla loro soddisfazione.


Domande per comprendere ogni comportamento umano

Per comprendere il comportamento di qualunque essere umano occorre chiedersi:


  • quali sono i suoi bisogni?

  • quali sono le sue logiche (metodi, tattiche e strategie) per soddisfare i suoi bisogni?

  • con chi si relaziona e interagisce per soddisfare i suoi bisogni?

  • quali bisogni non riesce a soddisfare?

  • quanto è consapevole dei suoi bisogni e delle sue logiche di soddisfazione?


Interazione come negoziazione

L'interazione umana consiste in una negoziazione esplicita o implicita, conscia o inconscia, di identità ed esigenze.



Conseguenze del bisogno di comunità (o di condivisione)

Il bisogno di comunità (ovvero di condivisione) dà luogo a diversi desideri, come quelli di stare in compagnia di persone simili a sé, indurre gli altri a diventare come se stessi, e diventare come gli altri. In altre parole, il bisogno di comunità è causa del desiderio di imitare gli altri e/o di essere imitati dagli altri nella visione del mondo, nei comportamenti, nei modi di pensare (e di non pensare), nei sentimenti, nelle motivazioni, nelle capacità (e incapacità) e negli aspetti esteriori.

Automi viventi

Noi esseri umani siamo automi viventi, sentimentali, bisognosi, interdipendenti, ipo-apprendenti. Siamo infatti guidati da algoritmi inconsci e automatici per la ricerca del piacere e l'evitamento del dolore, non possiamo fare a meno gli uni degli altri, e impariamo poco e male a conoscere e soddisfare i nostri bisogni e ad interagire in modo soddisfacente per tutti. Nonostante ciò, cerchiamo di trasferire i nostri algoritmi nei cervelli altrui e di copiare gli algoritmi altrui nel nostro cervello.

Cosa ho capito dalla "Semantica Generale" di Alfred Korzybski

Qualunque affermazione o valutazione che non sia contestualizzata strutturalmente, collocata nello spazio e nel tempo, relativizzata rispetto ad un fine e quantificata statisticamente, non è né vera né falsa, è insignificante e, in quanto tale, è inutile discuterla, se non come reazione psichica più o meno adatta alla soddisfazione dei bisogni umani. Questo è ciò che, in sintesi, ho capito dalla lettura (ancora in corso) di "Science and Sanity" di Alfred Korzybski. Logico direi, anzi, psico-logico.

Critica dei bisogni

Chi studia psicologia e filosofia non può non "criticare" i bisogni che gli esseri umani hanno o dicono di avere. La psicologia, e la psicoanalisi in particolare, ci insegnano a non credere a ciò che la gente afferma quando parla di sé. Questo vale ovviamente anche per lo stesso studioso. Io infatti non mi fido nemmeno di me stesso, di ciò che dico e di ciò che penso. Quando dico qualcosa non sono mai sicuro di dire la verità. Ho imparato la lezione dei "maestri del sospetto" (Nietzsche, Marx, Freud).

Patologia del bisogno di riconoscimento

Il bisogno di riconoscimento esiste in ogni essere umano sano. Infatti, chi non lo ha è asociale. Tuttavia tale bisogno può essere patologico quando assume un'intensità eccessiva oppure forme irreali, come il voler essere riconosciuti per ciò che non si è o per più di ciò che si è.

Un bisogno di riconoscimento eccessivo si da quando, ad esempio, il riconoscimento c'è ma non viene percepito, o viene percepito in misura molto inferiore a quella reale. Come dire che non basta mai.

Si può essere autosufficienti?

Le persone «autosufficienti» o «autosoddisfacenti» in senso lato, cioè quelle che hanno la capacità di procurarsi piacere e sussistenza da soli, senza l'aiuto o il contributo di altre persone, sono viste come asociali e antipatiche da coloro che non possono fare a meno degli altri per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni e desideri. Tali «autosufficienti» sono una piccola minoranza della gente e non sono nemmeno sicuro che esistano, in quanto penso che nessuno possa essere sempre autosufficiente.

Le conseguenze dei nostri sforzi

A volte facciamo con piacere certi sforzi perché ci aspettiamo che ci porteranno dei vantaggi o dei piaceri. Se poi i risultati anziché positivi sono negativi, ci sentiamo triplamente infelici: perché siamo delusi e frustrati, perché ci siamo sforzati inutilmente (non ne valeva la pena) e perché ne abbiamo ricavato una sofferenza o uno svantaggio. Per evitare questa tripla sconfitta, conviene, quando ci accingiamo a fare qualcosa di impegnativo, essere realisti nel prevedere le conseguenze dei nostri sforzi.

Di cosa oggi ho bisogno / eccesso

Sapere in ogni momento cosa ci manca e cosa ci è di troppo, ovvero di cosa abbiamo bisogno e di cosa eccesso, è essenziale per una vita soddisfacente.

Provate a costruire le vostre checklist in tal senso.


Cose di cui ho bisogno

Ho bisogno di un ostacolo da superare, un nemico da combattere, una sfida a cui rispondere, un padrone a cui ribellarmi, un problema da risolvere, un bisogno da soddisfare.

Una malattia da cui guarire, una minaccia da neutralizzare, una comunità a cui appartenere, un dio a cui obbedire, un premio da vincere, un primato da conquistare, una prigione da cui evadere, un mostro da cui fuggire, un rifugio in cui nascondermi.

Un mondo da esplorare, qualcuno da servire, qualcuno da dominare.

Bisogno di aggregazione

Noi umani abbiamo bisogno di aggregarci in qualche modo. Qualsiasi pretesto, ideale, religione, filosofia, credenza, usanza, tradizione, moda, lotta, progetto, obiettivo comune può andar bene, purché permetta un'aggregazione, che è il vero fine, ed è più importante dello scopo apparente dell'aggregazione stessa. Ovviamente in essa si possono assumere ruoli diversi, come quello di pastore, legislatore, guardiano, guerriero, finanziatore, chierichetto, portabandiera, inserviente ecc., a seconda della personalità di ognuno.

Psicologia: bisogni e logiche di soddisfazione

La psicologia dovrebbe essere lo studio dei bisogni umani e delle logiche consce e ancor più inconsce adottate per la loro soddisfazione.





I miei bisogni vs. quelli altrui

La mia vita è determinata dalle interazioni tra me e gli altri, le quali sono, a loro volta, determinate dai miei bisogni e da quelli altrui, da quanto essi sono compatibili, conflittuali o sinergici, e dalle possibilità di armonizzarli e conciliarli attraverso negoziazioni, accordi e compromessi, tenendo conto del fatto che per soddisfare i miei bisogni è indispensabile la collaborazione altrui.

Perciò è importante conoscere i miei bisogni e quelli altrui, soprattutto quelli inconsci e quelli nascosti.

Valenze motive

Ogni azione, gesto, comportamento di un essere vivente serve a soddisfare direttamente o indirettamente certe sue necessità, certi suoi bisogni o certi suoi desideri.

Sarebbe dunque utile conoscere le necessità, i bisogni e i desideri che motivano le azioni, i gesti e i comportamenti degli esseri viventi che ci interessano.

Col termine "valenza vitale" io intendo il "valore funzionale" di un atto (azione, gesto o comportamento), cioè, le necessità, i bisogni e i desideri che quell'atto mira a soddisfare.

Tutte promesse

Ogni espressione umana diretta verso altri umani costituisce una promessa di piacere o di dolore, di soddisfazione o di frustrazione di qualche bisogno, di prestazione di un servizio, di una punizione, ecc. La promessa è sempre condizionata ad una certa risposta, che può essere un avvicinamento, un allontanamento, un acquisto, una vendita, un dare, un ricevere, un prendere, un legare, uno sciogliere, un credere, un negare, un pagare, un accogliere, un proteggere, un difendere, un partecipare ecc.

Ricette di felicità

La maggior parte delle ricette di felicità e serenità che troviamo nel supermercato delle religioni, filosofie, ideologie e pseudoscienze offrono cure palliative che non risolvono il problema principale di ogni essere umano, che è quello di avere interazioni mutuamente soddisfacenti con altri umani.

Vedi anche Domanda e offerta di interazioni condizionali.


La cosa giusta in questo momento

Qual'è la cosa giusta da fare in questo momento? E' una domanda diversa da quelle molto più comuni del tipo: Cosa è giusto? Cosa è buono? Cosa è bello? Le tre parole "in questo momento" sono essenziali, rivoluzionarie, perché dicono che non esistono la giustizia assoluta, il bene assoluto, la bellezza assoluta. Ogni valore è relativo al momento, ovvero alla circostanza personale attuale, la quale è diversa da ogni altra passata e futura, perché il mondo, noi stessi, le nostre conoscenze, i nostri bisogni, sono in continua oscillazione ed evoluzione.

Perché parliamo e scriviamo

Il motivo principale per cui tanta gente parla e scrive (anche su Facebook) non è per dire qualcosa di costruttivo e utile, ma per affermare o confermare la propria appartenenza ad una comunità di pensiero e di comportamento. Non importa se il pensiero è bacato o idiota, ognuno pensa come può, e non tutti sono capaci di pensieri intelligenti, complessi e realistici. Ma non importa, perché il bisogno di appartenenza che ci spinge ad esprimerci è fortissimo, è un bisogno primario scritto nel DNA e supera di gran lunga il bisogno di verità e di progresso.

Per una nuova filosofia

In ogni luogo, in ogni momento (ovvero in ogni punto dello spazio/tempo) ogni essere vivente cerca di soddisfare i propri bisogni interagendo con altri esseri viventi in modi più o meno cooperativi, conflittuali, costruttivi, distruttivi, intelligenti, stupidi, soddisfacenti, insoddisfacenti, usando le risorse a sua disposizione in modi più o meno adatti allo scopo.

Questa constatazione potrebbe esse il principio, ovvero la base, di una nuova filosofia, più efficace, realistica e comprensiva delle precedenti. La filosofia dei bisogni.

Criteri di scelta

Per stabilire se ci conviene investire il nostro tempo in una certa attività piuttosto che in un'altra, facciamoci alcune domande come le seguenti per ciascuna opzione:

  • quanto può migliorare la mia cooperazione con gli altri?

  • quanto può rendermi più competitivo verso gli altri in qualche area?

  • quanto può soddisfare i miei bisogni?

  • quanto può essermi utile in futuro?

  • quanto può aumentare i miei piaceri (o diminuire le mie sofferenze)?


Origine delle nevrosi e psicosi

Come ci hanno insegnato Pavlov, Korzybski, Bateson, Anepeta e altri scienziati, le nevrosi e le psicosi sono causate, sia negli animali che nell'uomo, soprattutto da frustrazioni che si protraggono oltre certi limiti di intensità e durata. Frustrazione è lo scarto tra l'aspettativa della soddisfazione di un bisogno, e la sua effettiva soddisfazione.

Perciò una persona (o una società) sana di mente è quella che in cui le inevitabili frustrazioni si mantengono sotto una soglia che possiamo definire patologica, diversa da persona a persona.

Attrazioni e repulsioni

L'uomo è dominato dalle proprie attrazioni e repulsioni, consce e inconsce, concrete e astratte.

Alcuni sono anche attratti dall'idea di modificare alcune delle proprie attrazioni e repulsioni. Questi apprezzano la psicologia.

Alcuni sono anche repulsi dall'idea di modificare alcune delle proprie attrazioni e repulsioni. Questi disprezzano o ignorano la psicologia.

Infatti la psicologia è utile per comprendere la genealogia delle attrazioni e delle repulsioni proprie e altrui, e le possibilità e i modi per modificarle.

Livelli del software e dei bisogni

Il software di un essere vivente, come quello di un computer, è strutturato in livelli.

Il livello più basso è dedicato alla rilevazione e alla soddisfazione dei bisogni di livello più basso. Analogamente, il livello più alto è dedicato alla rilevazione e alla soddisfazione dei bisogni di livello più alto.

I bisogni di livello più basso sono determinati geneticamente. I bisogni dei livelli superiori sono bisogni acquisiti con l’esperienza.

Più basso è il livello di un bisogno, più è difficile un eventuale suo cambiamento.

Bisogno, rischi e strategie di partecipazione

L'uomo ha un fondamentale e profondo bisogno di partecipare alla vita sociale di una o più comunità, ma ogni partecipazione comporta dei rischi a causa della competizione e della distruttività umana; perciò l'uomo ha bisogno di elaborare strategie di partecipazione che gli consentano di partecipare ottenendo i massimi vantaggi e i minimi svantaggi. La psicologia dovrebbe servire ad analizzare come le strategie di partecipazione si formano e come e in quale misura si possono migliorare, ovvero renderle più adatte alla soddisfazione dei bisogni innati propri e altrui.

Rimozione dei bisogni insoddisfatti

I bisogni causano piacere quando vengono soddisfatti, dolore quando vengono frustrati. Quando un bisogno viene frustrato per un tempo eccessivamente lungo, la psiche lo rimuove automaticamente e involontariamente per limitare la sofferenza ad esso associata.

La rimozione di un bisogno comporta la rinuncia alla sua futura soddisfazione e al relativo piacere.

Rimettere in gioco un bisogno rimosso è difficile, se non impossibile, e dipende dal caso, allorché questo ne permette la soddisfazione pur non essendo più desiderata.

Menu della volontà (verbi fondamentali)

La volontà si esercita scegliendo di agire ad uno o più dei fini espressi dai seguenti verbi: cambiare, conservare, ripristinare, generare, realizzare, produrre, riprodurre, fecondare, sviluppare, comporre, immaginare, ripetere, disseminare, distruggere, obbedire, dominare, istruire, insegnare, guidare, formare, conformare, riformare, correggere, aumentare, diminuire, allontanare, avvicinare, unire, dividere, raccogliere, disperdere, incontrare, trovare, perdere. Tuttavia ognuno di queste azioni viene esercitata per soddisfare qualche bisogno. Non esiste volontà senza bisogno.

Frustrazione del bisogno di riconoscimento come causa di alienazione e infelicità

Ogni umano ha bisogno di essere riconosciuto, accettato e apprezzato per quello che è. Altrimenti, per non restare solo (situazione mortale) deve fingere di essere un altro (accettabile dagli altri) ma, anche riuscendoci, è infelice, perché fingere di essere un altro richiede uno sforzo stancante e sgradevole, non sostenibile. Per questo motivo, si cerca consciamente o inconsciamente di diventare realmente la persona che gli altri esigono e si finisce per odiare e disprezzare la propria vera natura. Questo fenomeno (morboso in quanto causa di infelicità) si chiama alienazione.

Un mondo di bisogni

Il mondo è pieno di portatori di bisogni, per soddisfare i quali ogni portatore ha bisogno della collaborazione di altri portatori.





Il desiderio dell'altro

Ognuno desidera essere desiderato da qualcuno per qualche motivo.

Chi desidera chi è perché?

Perché si desidera una persona? Per far sì che ci desideri, che ci serva, che ci dia qualcosa in cambio della nostra presenza o cooperazione.

Chi non desidera chi è perché?

Perché non si desidera una persona? Perché si pensa che quella persona non ci desidera, che non possa o voglia darci nulla, che non abbia nulla da darci, o che possa nuocerci.

[da continuare]

Dinamicità dei bisogni

I bisogni di un organismo sono quasi tutti dinamici, nel senso che essi variano qualitativamente e quantitativamente nel tempo, per lo più ricorsivamente.

Ad esempio, un organismo in un certo momento può avere un bisogno più o meno intenso di una certa cosa, e in un altro momento può aver bisogno del suo contrario, cioè dell'allontanamento di, o da, quella stessa cosa.

In altre parole di nessuna cosa un organismo ha sempre bisogno, tranne dell'energia e dei fluidi senza i quali non è possibile il proprio sostentamento, né la comunicazione tra i suoi organi.

Bisogno di autorità e religione

Forse noi umani abbiamo bisogno di essere costantemente in relazione con un'autorità che ci premia se ci comportiamo secondo il suo volere, e ci castiga se non lo facciamo.

Quest'autorità corrisponde a quella che i bambini riconoscono nei genitori come inevitabile e indiscutibile.

Il bisogno di autorità, causato della totale dipendenza dei bambini dagli adulti (e oggetto di imprinting), può costituire il fondamento inconscio di ogni religione.

In tal senso, le divinità possono essere considerate sostituti inconsci dei genitori o dei care giver.

Sulla natura del piacere e del dolore

Il piacere è quella sensazione desiderabile che proviamo quando una certa situazione o un certo processo in cui siamo coinvolti soddisfano un nostro bisogno o desiderio. Analogamente, il dolore è quella sensazione indesiderata che proviamo quando una certa situazione o un certo processo in cui siamo coinvolti frustrano un nostro bisogno o desiderio.

------------

Ne ho discusso con ChatGPT. Questo è il dialogo:
https://chat.openai.com/share/b8292812-d63f-4ee6-b4f9-69ce74475613

Sulla ricerca di senso

La ricerca di senso nei fatti della vita corrisponde ad un bisogno umano profondo e innato. Il guaio è che molti trovano un senso in cose che non lo hanno, come gli avvenimenti casuali, e lo chiamano spirito, Dio, astrologia, magia ecc.. Lo fanno perché ne hanno bisogno, perché ciò li consola o li fa star bene, ma soprattutto perché li deresponsabilizza. Il guaio è che cercano di convincere altri a credere al senso che loro hanno inventato. Io, in quanto esistenzialista, credo che spetti all'Uomo dare un senso alla propria vita, agendo responsabilmente e senza ricorrere a forze soprannaturali.

Funzioni della filosofia

La filosofia può essere una professione, un hobby, un passatempo, la giustificazione morale e razionale del proprio comportamento o delle proprie scelte politiche, un mezzo di distinzione sociale, un prerequisito per appartenere ad certi gruppi, un modo per sentirsi o apparire intellettualmente o moralmente superiori agli altri, una risorsa per imparare a ragionare in modo più efficace e facendo meno errori, oppure, come nel mio caso, uno strumento per capire e comprendere meglio la natura umana, per crescere e migliorare sempre di più, ovvero per meglio soddisfare i miei bisogni e quelli altrui.

Conformismo e bisogno di accoglienza

Il bisogno più importante per un essere umano, oltre la sopravvivenza, è di essere accolto dalla propria comunità.

Affinché ciò avvenga, un individuo ha bisogno di dimostrare a se stesso e agli altri di essere degno di accoglienza.

Per dimostrarlo, esso si comporta in modo conforme alle forme, norme, valori, abitudini e aspettative della maggioranza della comunità stessa.

E' così che la maggior parte degli esseri umani, per essere accolti dalle loro comunità, sacrificano la loro libertà, diversità, originalità e creatività.

Bisogno di appartenere

Ogni umano "normale" ha bisogno di appartenere (o di credere di appartenere) ad una comunità (reale o ideale) di persone che condividono certe idee e certi rituali (non importa se le idee siano vere o false, realistiche o illusorie).
 
Le relazioni e le interazioni umane sono infatti regolate da idee e rituali comuni, forme di riferimento senza le quali i quali i rapporti umani sarebbero caotici e violenti.
 
Dal bisogno di appartenere scaturisce il piacere indotto dalla conferma dell'appartenenza, l'ansia e la paura dell'isolamento sociale, e il dolore dell'esclusione.

Amore e servizio

Per me l'amore è bisogno (conscio o inconscio) di servire (dare, cedere, assecondare, essere utile, obbedire, appartenere, seguire, imparare, aiutare, nutrire, far godere l'altro) e farsi servire (ricevere, prendere, dominare, utilizzare, comandare, possedere, guidare, insegnare, farsi aiutare, farsi nutrire, godere dell'altro) in modo reciproco tra gli amanti. Se manca la reciprocità, vale a dire se uno serve e l'altro no, l'amore svanisce. Questa reciprocità, che può essere più o meno equilibrata, può variare nel tempo col variare delle condizioni e con il crescere e modificarsi delle personalità.

Fini, simpatia e antipatia. Ciò che regola i rapporti umani

Si interessano a me e mi trovano simpatico coloro che mi percepiscono come alleato rispetto ai propri fini. Al contrario, mi temono e mi trovano antipatico coloro che mi percepiscono come antagonista rispetto agli stessi fini. Anche io mi comporto così verso gli altri. I rapporti umani sono regolati dai fini di ognuno di noi e dalla nostra percezione conscia o inconscia dell'aiuto o impedimento che gli altri possono costituire per il raggiungimento dei fini stessi, i quali sono costituiti dai nostri bisogni primari e secondari, innati e acquisiti, consci e inconsci, autoprodotti e indotti dagli altri.

Perché piace ciò che piace e non piace ciò che non piace?

La mia risposta è che piace ciò che soddisfa un bisogno (anche se inconscio), e non piace ciò che lo frustra.

Allora occorre chiedersi, perché si hanno certi bisogni? La mia risposta è che la natura umana crea i bisogni come mezzi per soddisfare bisogni di ordine superiore, fino ad arrivare al bisogno primordiale, che è quello del gene, di riprodursi.

Ognuno, nel profondo del suo essere, ha bisogno di contribuire a riprodurre i propri geni o quelli dei propri avi. Questo bisogno si nasconde in tutte le opere dell'Uomo, dalle più atroci alle più sublimi.

Il «sociometro»

Il «sociometro» (nome da me coniato) è un dispositivo omeostatico inconscio che misura il grado di integrazione sociale del soggetto, e genera angoscia quando il grado è al di sotto di una certa soglia, ed euforia quando il grado è al di sopra di una certa altra soglia. Nel primo caso (angoscia sociale) il soggetto si sente motivato a socializzare, nel secondo si sente motivato a mantenere la stato di integrazione raggiunto.

Tuttavia la motivazione a socializzare può essere inibita dalla motivazione ad evitare o a ridurre interazioni sociali non congeniali rispetto alla personalità del soggetto.

Domande sulla pazzia

La pazzia è un fatto biologico casuale indipendente dagli eventi esterni al corpo?

La pazzia può essere provocata da fenomeni sociali a vantaggio di altri?

La pazzia può essere causata da un doppio vincolo tra la necessità di conformarsi alle norme sociali e il bisogno di libertà?

La pazzia può comportare dei vantaggi? Per esempio la libertà di comportarsi in modi non conformi alle aspettative e alle richieste altrui?

La pazzia può avere un fine nell'omeostasi dei sentimenti? Per esempio, per alleviare un dolore?

Interazioni e soddisfazioni

Ogni essere umano è circondato da una quantità di altri esseri umani coi quali interagisce o può interagire, i quali si aspettano, desiderano o esigono da lui certi comportamenti e si comportano verso di lui in modi che dipendono dalla misura in cui egli soddisfa le loro esigenze. Il problema di ogni essere umano è dunque quello di decidere con chi interagire e chi soddisfare, e in quali modi e misure, considerando che, per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni, necessita della cooperazione e benevolenza degli altri in generale, e in particolare di quella di certe persone per lui particolarmente importanti.

Bisogno e paura dell'altro. Chi è l'altro?

L' Altro è un'entità variabile, comprende ed esclude esseri umani che non sono sempre gli stessi. Ognuno ha bisogno e paura di interagire con l'Altro, ma chi esso sia non è definito, e la sua definizione è un problema fondamentale. Ognuno ha il suo Altro, che può cambiare da un momento all'altro. Ognuno dipende dall'Altro. Chi è il mio Altro? Chi è stato? Chi sarà? Chi può essere? Chi voglio che sia? E il tuo? E il suo?

Vedi anche Bisogno e paura dell'Altro.

Bisogno e rigetto di una certa cosa e del suo contrario.

I disagi e i disturbi mentali possono essere causati da "doppi vincoli", cioè da due pulsioni opposte rispetto ad uno stesso oggetto, una che spinge per acquisirlo (o avvicinarsi ad esso) e una che spinge per rigettarlo (o allontanarsene). Gli oggetti in questione possono essere materiali o relazionali. Per esempio, una persona può provare allo stesso tempo bisogno e rigetto di obbedire, comandare, di servire, di dominare, di seguire, di guidare, di imitare, di differenziarsi ecc.

Il doppio vincolo può causare immobilismo e frustrazione, cose che alla lunga fanno ammalare la mente e il corpo.

Il bisogno di essere desiderati

Credo che uno dei bisogni umani più importanti (dopo quelli affini ai bisogni animali) sia quello di essere desiderati, al quale si accompagna la paura di essere indesiderati.

Per un essere umano essere indesiderato dagli altri costituisce un grave pericolo di esclusione sociale e quindi di morte, a meno che non vi sia un certo numero di persone che dimostrano di desiderarlo. Al contrario, essere desiderato assicura la possibilità di interagire in modo da soddisfare una grande quantità di bisogni la cui soddisfazione dipende dalla cooperazione altrui.

[da continuare]

Un posto nella società

La società è un ecosistema dove ogni essere umano vorrebbe avere un posto adatto al proprio temperamento, al proprio carattere, ai propri limiti e alle proprie capacità, per poter soddisfare i propri bisogni senza troppe difficoltà.

Questo desiderio può essere soddisfatto solo se gli altri ce lo permettono e se noi lo permettiamo agli altri, perché la società non è un ente esterno, ma è costituita da ognuno di noi.

In ogni caso, penso che essere accettati dagli altri costituisca un bisogno primario da cui dipende la soddisfazione di tutti gli altri bisogni.

Economia dei bisogni umani

Ogni essere umano ha certi bisogni e una certa capacità di soddisfare i bisogni altrui. La convivenza pacifica e soddisfacente tra persone dipende dalla corrispondenza tra i bisogni di ciascuno e la capacità e disponibilità di altri a soddisfarli.

Dalla mappa cognitivo-emotiva di ciascuno dipende la capacità di comprendere i bisogni altrui e la disponibilità a soddisfarli.


Come siamo

Noi siamo in parte come ci vuole la natura e in parte come ci vogliono gli altri.

Tuttavia, in una certa misura, possiamo scegliere le persone con cui interagire e indurle a soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri.

Possiamo anche, in una certa misura, scegliere come presentarci agli altri per ottenerne benevolenza e favori.

Ciò premesso, la mente (detta anche psiche) è un dispositivo che serve essenzialmente a gestire i rapporti con gli altri e con la natura, cercando di conciliare le rispettive esigenze e di soddisfare entrambe, nei limiti del possibile.

Influenze reciproche

Gli esseri umani si influenzano reciprocamente, consciamente e inconsciamente, volontariamente e involontariamente.

Si influenzano in modi diversi e con efficacia diversa da persona a persona.

Si influenzano allo scopo di ottenere che l’altro si comporti in modo favorevole alla soddisfazione dei propri bisogni e desideri.

L'effetto di queste influenze sono le regole morali generali e quelle particolari applicate a particolari relazioni sociali.

Bisogno di stimoli umani

Un essere umano ha bisogno di stimoli a cui reagire, di problemi da risolvere, di domande a cui rispondere, di pericoli da evitare, di obiettivi da raggiungere, di promesse da mantenere, di cose da riparare o mettere in ordine, di bisogni (propri o altrui) da soddisfare. Ed è importante che gli stimoli siano umani, cioè che provengano da altri esseri umani vivi e presenti, ai quali rivolgere le proprie risposte e reazioni. Gli esseri umani hanno bisogno di interagire, non solo al fine della indispensabile cooperazione, ma anche semplicemente per mantenersi umani, cioè per non perdere il contatto con gli altri, per non disimparare a convivere.

Sul bisogno di novità

Quando un bisogno si attiva, si attiva anche una motivazione tendente alla soddisfazione del bisogno stesso. Quando il bisogno è soddisfatto, anche la motivazione a soddisfarlo si disattiva. Quando nessun bisogno è attivo, interviene la noia, e si attiva il bisogno di novità. Di conseguenza si attiva una motivazione tendente alla ricerca di novità. Una volta trovata una novità, il bisogno di novità viene soddisfatto. Purtroppo la novità che ha soddisfatto quel bisogno cessa presto di essere tale, per cui non può più servire a soddisfare il bisogno di novità la prossima volta che questo si attiva. Isomma, abbiamo sempre bisogno di nuove novità.

Surrogati virtuali dell'interazione umana

Se al momento non possiamo interagire e cooperare con qualche altro umano di nostro gusto realmente e direttamente, cioè in persona, corpo a corpo, intimamente, lo facciamo virtualmente, indirettamente, col pensiero, con l'immaginazione, con la scrittura, con un simulacro, attraverso i media (letteratura, giornali, arte, cinema, musica, internet ecc.) o spettacoli e rituali di gruppo o di massa. Perché tra i bisogni umani quello di interazione e cooperazione, di intimità, è il più forte, importante e insopprimibile, indispensabile per il benessere psicofisico. Tuttavia l'interazione virtuale è di gran lunga meno soddisfacente e sana di quella reale.

Bisogni, fini e mezzi

Secondo me, un fine è una strategia per soddisfare un bisogno. In altre parole, prima viene il bisogno e poi il fine, e il secondo è un mezzo per soddisfare il primo. Il fine si traduce poi in uno o più bisogni di ordine inferiore rispetto al precedente, i quali danno luogo ad altrettanti fini.
Ogni fine costituisce quindi un mezzo per raggiungere uno o più fini di ordine superiore ovvero per soddisfare uno o più bisogni di ordine superiore rispetto a quello associato al fine stesso.
Il bisogno (e il conseguente fine) di ordine più alto, il primo in ordine filogenetico, è il bisogno di riprodursi che hanno i geni di ogni specie.

Cosa intendo per felicità

Io intendo la felicità come uno stato di abituale soddisfazione "dinamica" dei bisogni primari, ovvero è felice chi ha bisogni ricorrenti e la capacità e le risorse per soddisfarli di volta in volta, quindi non l'assenza di bisogni, ma la soddisfazione ricorrente. E' l'assenza di frustrazioni e di ansia, paure, malattie, odio, invidia, avarizia, ecc. Dipende soprattutto dalla qualità delle interazioni sociali all'interno e all'esterno della famiglia, in termini di cooperazione, rispetto, amicizia, stima, intimità fisica (con alcune persone) e non fisica. Richiede la saggezza, ovvero la saggezza è proprio il sapere cosa può renderci realmente felici e cosa no.

Fonti di piacere

È un piacere mangiare quando si ha fame, riposarsi quando si è stanchi, liberarsi quando si è costretti, fare sesso quando non si è fatto per un certo tempo, trovare un lavoro quando si è disoccupati, trovare un compratore quando si vuole vendere qualcosa, vincere un avversario quando si è attaccati, guadagnare quando il denaro scarseggia, trovare compagnia quando ci si sente soli, essere apprezzati quando non abbiamo sufficiente autostima, essere invitati ad un incontro quando temiamo di essere esclusi da un gruppo, essere assolti o perdonati quando abbiamo sensi di colpa ecc.

Coloro a cui non manca nulla difficilmente provano piacere.

Cambiare le regole

L'uomo ha bisogno di regole culturali (ovvero discipline, norme, confini, legami, costrizioni, leggi, riti, mode, costumi, valori, credenze, morali ecc.), senza le quali si perderebbe, essendo i suoi istinti genetici troppo deboli per garantire la sua sopravvivenza sia come individuo che come specie ed essendo incapace di governarsi liberamente senza provocare gravi danni a se stesso, agli altri e all'ambiente. Il progresso sociale consiste nel sostituire regole culturali malate e insoddisfacenti con altre più sane e soddisfacenti rispetto ai bisogni umani. Perciò occorre prima di tutto conoscere tali bisogni, uno dei quali è il bisogno di regole di cui sopra.

Bisogno di feedback

Qualsiasi cosa facciamo, diciamo o pensiamo dà luogo, nel nostro inconscio, ad un immaginario feedback da parte di persone per noi importanti che abbiamo interiorizzato. Per questo tendiamo a fare, dire o pensare cose che possono ottenere un feedback positivo e ad evitare di fare, dire o pensare cose che possono ottenere un feedback negativo, indipendentemente dal loro valore intrinseco e oggettivo. L'aspettativa di un feedback positivo ci fa star bene, quella di un feedback negativo male. Inoltre abbiamo normalmente un bisogno di feedback così forte che preferiamo un feedback negativo a nessun feedback. Tutto questo avviene nel nostro inconscio senza che ce ne accorgiamo.

Cambiare o non cambiare?

L'uomo ha bisogno di conservazione ma anche di cambiamento, di ristabilimento (omeostasi) ma anche di trasformazione, di ripetizione ma anche di variazione, di imitazione ma anche di differenziazione.

Perché dovremmo cambiare? Per diventare più competitivi, per salire nelle scale gerarchiche, per meglio soddisfare i nostri bisogni. Perché non dovremmo cambiare? Per conservare i nostri vantaggi, i nostri privilegi, le nostre posizioni gerarchiche, per continuare a soddisfare i nostri bisogni.

E cosa dovremmo cambiare? Solo quegli automatismi che sono divenuti obsoleti rispetto alla soddisfazione dei nostri bisogni.

Bisogno del bisogno

Ogni essere vivente ha bisogni specifici, cioè caratteristici della propria specie, e può sopravvivere e riprodursi soltanto se quei bisogni vengono soddisfatti. Ciò equivale a dire che un essere vivente ha bisogno di avere dei bisogni e che questi vengano periodicamente soddisfatti. Se in un essere non ci fossero bisogni, o se i suoi bisogni non fossero mai insoddisfatti (il che vuol dire che non sarebbero dei bisogni), non ci sarebbe vita in quell'essere, perché esso non dovrebbe fare nulla per soddisfarli, e non avrebbe motivazioni, né piacere (perché il piacere deriva dalla soddisfazione di un bisogno) né dolore (perché il dolore deriva dalla insoddisfazione di un bisogno).

Volontà e cambiamento

Ogni volontà, ogni motivazione, ogni bisogno, ogni desiderio chiede che avvenga o che si eviti un cambiamento. Colmare una mancanza o evitare che essa si produca, ottenere una cosa desiderata o evitare di perderla, soddisfare un bisogno o impedire che qualcosa ostacoli la sua soddisfazione, ecc., costituiscono o implicano cambiamenti. Riempire lo stomaco di cibo costituisce un cambiamento dello stato dello stomaco, da vuoto a pieno. Costruire un muro di protezione intorno alla propria casa costituisce un cambiamento a scopo conservativo. Conoscere qualcosa che ancora non si conosce costituisce un cambiamento. Le domande sono: Cosa voglio cambiare? Quali cambiamenti voglio impedire?

I miei sentimenti, la mia volontà e i miei bisogni

I miei sentimenti, le mie emozioni, le mie allegrie, le mie tristezze, i miei entusiasmi, le mie euforie, le mie paure, i miei coraggi, i miei sconforti, le mie motivazioni ecc. sono causati da circostanze ed eventi dipendenti dalla mia persona (oltre che dal comportamento altrui) ma indipendenti dalla mia volontà. Io posso tuttavia cercare di capirne le cause, prendere decisioni e agire al fine di modificare sia le circostanze e gli eventi che causano i miei sentimenti, sia la mia mappa cognitivo-emotiva (in cui sono programmate le mie reazioni emotive), nei tempi e nei modi possibili, necessari e appropriati al fine di soddisfare i miei bisogni in modo più "soddisfacente".

Idee, sentimenti, istinti, e comportamenti

Le idee sono concatenazioni di parole o di immagini) associate con altre parole o immagini, con sentimenti (piacere e dolore) e con istinti (bisogni, desideri e pulsioni).

Il comportamento di un uomo dipende dalle proprie idee, dai propri sentimenti e dai propri istinti.

L’uomo è schavo delle delle proprie idee, dei propri istinti e dei propri sentimenti.

Per cambiare il proprio comportamento l’uomo deve cambiare le proprie idee, dato che non può cambiare i propri istinti né i propri sentimenti.

Bisogno di essere compresi

Uno dei bisogni umani più importanti è quello di essere compresi, almeno da una persona. Infatti l'amore è basato sulla reciproca comprensione. Il bisogno di essere compresi è tanto più frustrato quanto più si è diversi dalla normalità ed è talmente forte che i più hanno paura di differenziarsi rispetto ai tipi di persona più comuni.

Succede così che molti, non riuscendo ad essere compresi, e soffrendone, tendano inconsciamente a trasformarsi in persone più comprensibili, ovvero più normali, rinunciando ad affermare le loro peculiarità più originali.

L'arte, la poesia, la letteratura sono spesso richieste di comprensione più o meno ottimiste, arroganti o disperate.

Perché facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo

Secondo me, facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo per evitare o diminuire un dolore, e/o per ottenere o aumentare un piacere. Qualsiasi tipo di dolore e di piacere, più o meno fisico o mentale, reale o immaginario.

Tuttavia spesso non sappiamo cosa potrebbe darci più piacere e meno dolore o facciamo errori di valutazione in tal senso. Perciò è importante studiare cosa produce piacere e cosa dolore in un essere umano.

Io credo che il piacere sia prodotto dalla soddisfazione di un bisogno o desiderio, e il dolore dalla sua frustrazione. Per questo credo sia importante studiare i bisogni e i desideri umani, e cosa li determina.

In cosa consiste la filosofia

Per me la filosofia consiste in una serie di idee che possono essere divise in due categorie: descrizioni e raccomandazioni.

Le descrizioni descrivono il mondo, cioè i suoi componenti e i modi in cui interagiscono tra di loro. Alcuni componenti sono esterni al proprio corpo, altri interni.

Le raccomandazioni sono consigli su come conviene interagire con i vari componenti del mondo (esterni e interni) allo scopo di soddisfare al meglio i bisogni propri e altrui, e in tal modo diminuire le sofferenze e aumentare i piaceri propri e altrui per quanto possibile.

Congelamento e scongelamento dei bisogni

Quando un bisogno non può essere soddisfatto, per evitare il dolore causato dalla sua frustrazione, la psiche, inconsciamente, lo congela (o, per usare un termine psicoanalitico, lo "rimuove"). In tal modo il soggetto non sente più quel bisogno e non soffre più per la sua insoddisfazione, anche se la sua rimozione può dar luogo a disturbi psicosomatici e/o a strategie di evitamento consce o inconsce. Un bisogno può restare congelato per il resto della vita, oppure venire scongelato da un evento che ne facilita la soddisfazione. Lo scongelamento di un bisogno è un evento commovente per il soggetto, che può anche piangere quando si verifica, a causa del riemergere delle sofferenze causate dalla sua frustrazione.

Sul bisogno di condivisione

L’essere umano ha un bisogno profondo, conscio o inconscio, di avere quante più cose possibili in comune con altri: beni materiali e immateriali, idee, strumenti, appartenenze, simboli, conoscenze, credenze, narrazioni, amicizie, inimicizie, gusti, attrazioni, repulsioni, ecc.

Questo bisogno orienta il comportamento sociale, ed è talmente forte che, per la maggior parte degli umani, non importa se ciò che si condivide sia vero o falso, bello o brutto, buono o cattivo, razionale o irrazionale, utile o dannoso: importa che sia condiviso.

Infatti la condivisione di certi fattori è condizione indispensabile per la cooperazione sociale, che è a sua volta indispensabile per la sopravvivenza.

Bisogno di comunità vs. bisogno di verità

Nella maggior parte degli esseri umani il bisogno di appartenere e sottomettersi ad una comunità reale o immaginaria, conscia o inconscia, è più forte del bisogno di verità (intendo verità scientifica). Per loro, in caso di conflitto tra l'indicazione della comunità e la verità, prevale la prima. Esempi di comunità: l'insieme degli appartenenti, membri, seguaci o fanatici di una religione, divinità, tradizione, patria, popolo, nazione, stato, etnia, tribù, famiglia, classe sociale, squadra di calcio, tifoseria, moda, stile di vita, mentalità, impresa, organizzazione con o senza scopo di lucro, gang, organizzazione criminale, club, partito politico, filosofia, ideologia, scuola di pensiero, setta, persona carismatica ecc.

Materialismo e pessimismo

L'associazione materialismo-pessimismo non mi convince. Infatti il materialista, ovvero l'ateo, può essere pessimista o ottimista rispetto al progresso civile, non rispetto all'aldilà, in cui non crede. Credo che abbia più senso discutere sul rapporto tra ateismo e gioia di vivere. Ma anche in questo caso la faccenda è complessa perché ci sono diversi ateismi, più o meno restrittivi. Ci sono infatti gli atei che negano l'esistenza di tutto ciò che non può essere misurato e quelli (come me) che pensano che non possiamo misurare e conoscere tutto ciò che esiste. Per me, ateo e materialista, ciò che rende la vita piacevole non è la speranza in una buona vita dopo la morte, ma la soddisfazione dei miei bisogni durante la vita.

La difesa del proprio status

Ognuno di noi tende a difendere il proprio status sociale intellettuale contro qualsiasi evento che possa diminuirlo. Tra gli eventi "diminutivi" ci sono i casi in cui qualcuno dimostra o cerca di dimostrare di saperla più lunga di noi su certi temi più o meno importanti, e che una certa nostra opinione è errata o insufficiente.

In tal caso, per difendere il nostro status, siano inconsciamente e automaticamente presi dal bisogno di confutare il nostro interlocutore con argomentazioni logiche contrarie alle sue o, in mancanza di argomenti convincenti, di mettere in dubbio la sua competenza e autorevolezza rispetto a quelle dei nostri maestri di pensiero, sulla base dei rispettivi titoli accademici.

Una nuova piramide dei bisogni umani

In alternativa o aggiunta alla famosa piramide di Maslow, propongo questa, basata sulla mia psicofilosofia dell'autogoverno di cui potete leggere in Manuale di autogoverno.





Libertà e motivazione

Senza una motivazione da realizzare, la libertà non serve a nulla. La libertà, in senso umano, consiste nel diritto e nella possibilità pratica di soddisfare le proprie motivazioni, ovvero i propri bisogni.

Non esiste felicità o piacere in assenza di bisogni da soddisfare, perché il piacere coincide con la soddisfazione di uno o più bisogni.

Chi non ha motivazioni è dunque condannato alla noia, all'assenza di piacere e ad una vita insensata. Il bisogno è ciò che dà senso alla vita, è il motore della vita, e la libertà andrebbe usata solo per la soddisfazione dei bisogni.

La libertà dal bisogno è una trappola che rende infelici. La libertà fine a se stessa è velenosa e distruttiva.

Approvazione reciproca

Il bisogno più forte e comune per un essere umano che non abbia problemi di sopravvivenza, è quello di essere approvato dai propri simili. A tale scopo gli umani hanno inventato tanti modi per approvarsi reciprocamente, che comprendono l'imitarsi a vicenda, partecipare collettivamente ad eventi di qualsiasi tipo (ovvero fare le stesse cose nello stesso momento), avere le stesse opinioni, gli stessi gusti, la stessa morale e giudicare solo gli appartenenti ad altri gruppi e altre comunità, ovvero, escludere sempre i presenti da qualsiasi critica. In altre parole, eliminare l'autocritica sia individuale che di gruppo e combattere chiunque osi criticarci direttamente (cioè personalmente) o indirettamente (cioè come membri di un gruppo o categoria di persone).

Cosa l'uomo cerca da ogni altro

Ogni umano cerca di ottenere da ogni altro, nella misura del possibile: rispetto, attenzione, stima, ammirazione, approvazione, attrazione, fascinazione, interesse, empatia, compassione, credito, fiducia, ragione, concordia, alleanza, solidarietà, aiuto, sostegno, collaborazione, cooperazione, devozione, soggezione, legame, dipendenza, benevolenza, fedeltà, obbedienza, riconoscimento, riconoscenza, compagnia, affetto, amicizia, amore ecc.

Quando non ci riesce, allora cerca di escludere l'altro dalla propria vita facendolo oggetto di varie azioni, come le seguenti: ignorare, allontanare, respingere, cacciare, derubare, discriminare, punire, segregare, combattere, offendere, svalutare, spaventare, intimidire, aggredire, sopprimere, eliminare ecc.

Dichiarazioni di appartenenza

Siamo continuamente spinti ad esprimere agli altri la nostra comune o non comune appartenenza a qualche contesto sociale. Questo bisogno è fonte di tensione perché da essa dipende il carattere della relazione con l'altro. Infatti, quando due umani si incontrano, la prima cosa che sentono di dover fare è stabilire se siano amici o nemici, ovvero se interagire in modo amichevole o ostile, ovvero se appartengano alla stessa confraternita o a confraternite diverse, e, in quanto diverse, ostili. Anche una semplice e banale conversazione può servire allo scopo. È difficile, se non impossibile, sfuggire al reciproco riconoscimento delle appartenenze. Perché non parlare è segno di ostilità o estraneità, e parlare comporta rivelare le proprie appartenenze.

Condizionamento reciproco

Se milioni di persone fanno le stesse cose allo stesso tempo, non è per caso e nemmeno per libera scelta, ma per l'effetto di forze consce o inconsce che spingono la maggior parte delle persone a imitare il comportamento più comune praticato nella propria comunità di appartenenza e a conformarsi ad esso. Se si chiede ad una persona perché fa quello che fanno tanti altri, essa con molta probabilità risponderà che lo fa perché lo ritiene cosa buona, ovvero perché le piace farlo, come se fosse una sua libera scelta. In realtà si tratta di un condizionamento reciproco dettato dal bisogno di appartenenza, che produce al tempo stesso il piacere di appartenere e la paura di non appartenere ad una comunità caratterizzata dal comportarsi in un certo modo, più o meno rituale.

Come ottenere un piacere sostenibile?

Come posso, in questo momento, ottenere un piacere sostenibile?

Suppongo che il piacere sia una ricompensa che il corpo (che include la mente) offre all'io cosciente quando ottiene ciò che desidera o di cui ha bisogno, piuttosto che qualcosa che l'io cosciente possa volontariamente immettere o provocare nel corpo.

Se ciò è vero, la risposta alla domanda iniziale la può dare solo il corpo.

Chiedo dunque al mio corpo di cosa ha bisogno e cosa desidera, in questo momento, sapendo che se gli faccio avere ciò che desidera, o di cui ha bisogno, lui mi ricompenserà con del piacere.

La domanda inziale deve dunque essere sostituita dalla la domanda: "cosa desidera, e di cosa ha bisogno, in questo momento, il mio corpo?"

Bisogni di stimoli sani

Vivere significa agire secondo certe motivazioni. Se le motivazioni sono scarse, scarsa è anche la vita.

Le motivazioni possono essere più o meno attive. Per attivarle sono necessari degli stimoli. Certi stimoli attivano certe motivazioni. Possiamo perciò dire che la vita ha bisogno di motivazioni attive, e che le motivazioni hanno bisogno di stimoli che le attivino. Quindi la vita ha bisogno di stimoli, ma non di stimoli qualsiasi, bensì di stimoli sani.

Quali stimoli sono sani? Quelli capaci di attivare motivazioni sane, cioè  motivazioni che spingono il soggetto ad agire in modo sano per sé e per la società a cui si appartiene.

Bisogno genetico di imitazione e competizione mimetica

Ci sono comportamenti conformistici molto comuni che non si spiegano in altri modi che supponendo l'esistenza, nel codice genetico umano, di un generico bisogno di imitazione degli altri e di organi deputati a tale scopo (come i neuroni specchio).

Come ogni altro bisogno, il bisogno di imitazione provoca piacere quando viene soddisfatto (ovvero quando l'imitazione ha successo), dolore quando è frustrato (ovvero quando l'imitazione non riesce).

Il bisogno d'imitazione unito all'istinto di competizione dà luogo a vere e proprie gare d'imitazione, dove viene premiato chi meglio imita i modelli più rappresentativi della comunità di appartenenza, e penalizzato chi non li imita o li imita in modo non abbastanza fedele.

Il gioco del perché

Perché una persona fa ciò che fa?
Perché ha bisogno di farlo.
Perché una persona ha bisogno di fare certe cose?
Perché se non le fa si sente male.
Perché una persona si sente male se non fa certe cose?
Perché così è scritto nel suo programma.
Perché le persone hanno programmi?
Perché la vita non è possibile senza programmi.
Perché la vita non è possibile senza programmi?
Perché la vita è organizzazione di organi, e una organizzazione è basata su un programma.
Perché la vita è organizzazione di organi?
Perché se le parti di cui è costituito un organismo non fossero organizzate ovvero non interagissero secondo un programma, l'organismo morirebbe.

Domande sui bisogni

Di cosa/chi ho bisogno?
Quanto i miei bisogni sono soddisfatti?
In cosa sono insoddisfatto?
Chi/cosa può aumentare/diminuire la mia soddisfazione?
Chi posso soddisfare?
Come posso soddisfare gli altri?
Di chi/cosa gli altri hanno bisogno?
Quanto gli altri sono soddisfatti?
In cosa gli altri sono insoddisfatti?
Quanto mi illudo di soddisfare i miei bisogni?
Quanto gli altri si illudono di soddisfare i loro bisogni?
Quanto illudo gli altri di soddisfare i loro bisogni?
Quanto gli altri mi illudono di soddisfare i miei bisogni?
Quanto gli altri si illudono di soddisfare i miei bisogni?
Quanto mi illudo di soddisfare i bisogni altrui?

Il rispetto dell'anormale per i normali

Dalla lettera di un anormale ai normali: "Conosco verità importanti per voi e su di voi, che voi non conoscete, ma non ve le dirò, sia perché non siete in grado di capirle, sia perché susciterebbero in voi ostilità contro di me. E non vi dirò nemmeno in quali cose sono diverso da voi, perché la mia diversità vi angoscerebbe e disgusterebbe, e sarebbe da voi percepita come una minaccia. Fingerò quindi di essere come voi, di pensare come voi, di avere gli stessi vostri valori, la stessa morale, gli stessi gusti, gli stessi pensieri, le stesse motivazioni, gli stessi piaceri, le stesse paure, gli stessi pregiudizi, gli stessi limiti e le stesse rassegnazioni. In questo modo possiamo convivere pacificamente, produttivamente e amichevolmente, perché io ho bisogno di voi come voi avete bisogno di me."

"Super-io" vs. "Altro generalizzato"

Il concetto freudiano di "Super-io" e quello di "Altro generalizzato" di George Herbert Mead hanno molto in comune. Tuttavia credo che il secondo sia più comprensivo ed efficace del primo, e meno misterioso. Mi piace infatti pensare che un essere umano faccia di tutto, consciamente e ancor più inconsciamente, per interagire in modo soddisfacente con gli altri esseri umani, percepiti (più o meno) come istanze dell'Altro generalizzato formatosi nella sua mente e sul quale la sua mente si è formata. Naturalmente, affinché l'interazione sia possibile, occorre prima ottenere il riconoscimento, l'approvazione, l'accettazione della propria persona da parte del proprio Altro generalizzato, e ciò costituisce una delle motivazioni principali di ogni essere umano, ovvero un suo bisogno primario e fondamentale.

Bisogni, appartenenze, giochi

Per soddisfare i propri bisogni bisogna appartenere a uno o più gruppi e categorie e giocare ai giochi da essi previsti.

Ogni gruppo stabilisce le categorie a cui si può appartenere e, per ciascuna categoria, i crediti e i debiti di appartenenza e i giochi attraverso i quali i bisogni possono essere soddisfatti.

Per appartenere ad un gruppo e/o categoria occorre avere un certo numero positivo di crediti di appartenenza.

Ogni gioco stabilisce i ruoli dei giocatori e cosa si deve fare, non si deve fare e si può fare durante il gioco.

Qualunque interazione al di fuori di un gioco previsto dalle proprie appartenenze e convenuto (implicitamente o negoziato) costituisce una violenza e un debito di appartenenza.

Comunità filosofica sistemica

Vedi anche Una comune visione del mondo.

Si potrebbe creare un'associazione in cui ognuno parla dei propri demoni e cerca di mettersi d'accordo con gli altri al fine di soddisfare i bisogni propri e altrui, cooperando in tal senso.

Affinché tale cooperazione sia efficace, è necessaria una comune visione del mondo, che dovrebbe essere prerequisito per entrare a far parte dell'associazione.

L'associazione potrebbe intitolarsi "Comunità filosofica sistemica".

Domanda e offerta di interazioni condizionali

L'essere umano ha bisogno di interagire cooperativamente con altri umani per soddisfare i suoi bisogni e desideri, ma l'interazione è possibile solo se c'è accordo tra gli interattori sui termini, condizioni e modalità della stessa, e se entrambi la desiderano. Spesso tale accordo manca a causa della diversità di aspettative, gusti, interessi, mentalità, moralità, temperamento ecc., e per il fatto che ognuno vorrebbe ricevere più di quanto è disposto a dare. In altre parole, ognuno vorrebbe che i ricavi ottenibili dall'interazione siano superiori ai costi (in denaro, beni, servizi, sentimenti, emozioni, tempo ecc.).


Vedi anche Ricette di felicità.

Amore = bisogno

Amare qualcosa significa averne bisogno. Per esempio io amo mangiare e infatti ho bisogno di mangiare. Tuttavia posso scegliere diverse forme di cibo. Altro esempio: se io amo una donna vuol dire che ho bisogno di una donna, ma non di una particolare donna e solo di essa. Infatti, se non posso avere una particolare donna, ne posso trovare un'altra che può soddisfare tale bisogno. L'amore irriducibilmente esclusivo è un disturbo mentale, come, ad esempio, nel caso di uno che ama mangiare solo caviale e non tollera qualsiasi altro cibo.

Attenzione, però: bisogno non significa solo desiderio o necessità di avere, possedere o dominare. Esiste anche il bisogno di appartenere, dare, servire, nutrire, proteggere, aiutare, ammirare, scoprire, esplorare, conoscere, giocare, costruire, creare ecc.

Critica della filosofia

Pochissimi sono coloro che si interessano di filosofia. Se non si trova un modo per promuovere tale interesse, la filosofia, nel migliore dei casi, può essere utile solo a quei pochi che la praticano, non alla società. Io credo comunque che il motivo per cui la gente non si interessa di filosofia, o la vede con diffidenza, è soprattutto il modo in cui la filosofia troppo spesso si presenta, cioè astrusa, oscura, difficile, elitaria, iniziatica, autoreferenziale, lontana e inutile rispetto ai bisogni della gente comune. Io credo che la filosofia debba essere rifondata su nuove basi. Siamo troppo legati alle idee dei filosofi del passato e non abbiamo il coraggio di archiviarle come archeologia del pensiero. Questo ostacola la creatività e il progresso intellettuale. La filosofia difetta generalmente di autocritica.

Il problema fondamentale dell'umanità

Il problema fondamentale dell'umanità è il fatto che ogni individuo ha bisogno di collaborare con altri per sopravvivere in modo soddisfacente, ma, al tempo stesso, ogni individuo può costituire una minaccia per gli altri in quanto potenziale aggressore o sfruttatore.

A ciò si aggiunge il fatto che ogni essere umano, se ne ha la libertà e la possibilità, cerca di scegliere gli esseri umani con cui interagire e di cambiarli e usarli per soddisfare i propri bisogni, mentre nessun essere umano, se può evitarlo, è disponibile a farsi rifiutare, cambiare o usare per soddisfare i bisogni altrui.

La soluzione di queste antinomie potrebbe essere una continua negoziazione razionale e demistificata tra individui interessati a collaborare per un comune interesse e ad evitare guerre e sopraffazioni.

Scambiare gesti

Ciò che gli esseri umani più spesso si scambiano sono gesti, ovvero parole e cortesie, come auguri di buon qualcosa, sorrisi, inchini, precedenze, offerte di piccole cose da bere o mangiare, complimenti, cenni di assenso, strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci ecc.

Questi gesti non sono casuali, né creativi, ma rituali e corrispondono a forme tipiche della comunità a cui gli interessati appartengono. Il loro unico scopo è un reciproco riconoscimento di appartenenza all'umanità e a una certa comunità, riconoscimento di cui l'uomo ha un forte e profondo bisogno e in mancanza del quale prova un angoscioso senso di isolamento.

Al di fuori di tale scopo e significato, tali gesti sono normalmente vuoti, inutili, improduttivi, insensati, ripetitivi.

Negoziazione sui bisogni

E' sorprendente che gli esseri umani, nonostante l'importanza dei loro bisogni e il fatto che questi possono essere soddisfatti solo grazie alla cooperazione tra individui, essi non abbiano l'abitudine né la capacità di negoziare personalmente la soddisfazione dei bisogni stessi attraverso accordi di collaborazione tra le persone interessate.

Tale incapacità è dovuta soprattutto all'ignoranza dei propri bisogni e all'illusione che gli altri possano conoscerli senza che noi li dichiariamo, come se gli altri avessero bisogni identici ai nostri o fossero tanto sensibili da intuirli.

E' dunque fantascienza o utopia immaginare che due persone dialoghino allo scopo di esprimere reciprocamente i propri bisogni e ciò che vorrebbero l'una dall'altra, per soddisfarli.


Aspettative reciproche

Cosa mi aspetto dagli altri? Cosa gli altri si aspettano da me? Rispondo in modo generico dicendo che io mi aspetto che gli altri mi aiutino a soddisfare i miei bisogni o mi impediscano di soddisfarli, e che lo stesso vale per gli altri nei miei confronti. Infatti ogni essere umano ha la capacità di aiutare o ostacolare gli altri nella ricerca della soddisfazione dei propri bisogni.

Il problema è che una stessa persona può aiutarmi a soddisfare certi bisogni e ostacolarmi nella soddisfazione di altri, e inoltre in un dato momento può aiutarmi a soddisfare certi bisogni e in una altro momento ostacolarmi nella soddisfazione degli stessi.

Questo causa una indecisione sulla convenienza o meno di stabilire dei rapporti con certe persone, dato che non esistono garanzie sul loro comportamento nei nostri confronti.

Ragione e logiche

La ragione, intesa come verità razionale oggettiva e universale, non esiste. Esistono ragioni, cioè logiche individuali, consce e inconsce, più o meno efficaci ed efficienti, per la soddisfazione dei bisogni propri e altrui. Una di queste logiche, che qui vi propongo, consiste nell'idea che noi umani abbiamo bisogno gli uni degli altri, cioè della reciproca cooperazione, ma che gli altri possono costituire un pericolo, un inconveniente, un ostacolo per la soddisfazione dei nostri bisogni. Ciò è dovuto alla naturale competizione per le posizioni gerarchiche più alte e per le risorse più limitate ed ambite. Le nostre logiche consce dovrebbero essere dunque finalizzate a trovare la relazione ottimale tra noi e gli altri, il giusto compromesso tra il dare e il ricevere, tra il prendere e il lasciare, tra l'egoismo e l'altruismo.

Felicità e interazioni

La felicità (ovvero il benessere psichico, ovvero la soddisfazione dei bisogni) di un essere umano dipende soprattutto dalla qualità delle sue interazioni col prossimo, ovvero da ciò che esso scambia con gli altri in termini di parole, simboli, segni, gesti, oggetti, sostanze, contatti fisici, documenti, denaro ecc. a cui ciascuna delle parti attribuisce dei significati sulla base del contenuto della propria mappa cognitivo-emotiva.

Ne consegue che, se vogliamo cercare di essere più felici possibile, dovremmo imparare ad analizzare le nostre interazioni e le nostre mappe cognitivo-emotive, per poterle correggerle e migliorare per quanto sia possibile.

Un buon punto di partenza per tali analisi sono l'interazionismo simbolico di George Herbert Mead e l'ecologia della mente di Gregory Bateson.

Tra illusione e delusione, speranza e disperazione

A volte ci si illude e si spera che facendo certe cose saremo più amati, più rispettati, più desiderati, più accettati, più premiati, per poi scoprire che abbiamo ottenuto l'effetto contrario o nessun effetto. Ma questo non vuol dire che non abbiamo fatto qualcosa di buono, bello, nobile o utile.

Ed è bene che continuiamo a illuderci e a sperare che i nostri sforzi daranno, prima o poi, risultati positivi, perché facendoli proviamo il piacere di fare qualcosa che riteniamo buono.

Per essere sicuri che stiamo facendo qualcosa che gli altri apprezzeranno, dobbiamo conoscere la mentalità e i bisogni altrui, specialmente quelli inconsci, e lavorare per soddisfarli. Ma questi bisogni sono a volte malati in quanto indotti da una società malata, e per soddisfarli occorre fare cose nocive o assurde.

Come ci vogliono gli altri, come vogliamo gli altri

Dato che abbiamo bisogno degli altri per sopravvivere e avere una vita piacevole, non possiamo ignorare ciò che gli altri si aspettano o desiderano da noi.

Il problema nasce quando ci accorgiamo che siamo diversi da come gli altri ci vorrebbero o che non siamo disposti a dare agli altri o a fare per gli altri ciò che essi vorrebbero o esigono da noi.

In tal caso occorre valutare la possibilità di compromessi, sfruttando il fatto che anche noi siamo "altri" per gli altri, cioè che anche gli altri hanno bisogno di noi, e che anche noi abbiamo delle aspettative e dei desideri nei confronti degli altri. Perciò anche a gli altri potrebbe convenire un compromesso in cui uno rinuncia a qualche aspettativa e/o accetta di soddisfare qualche aspettativa dell'altro.



Motivazioni e relazioni sociali fondamentali



Le quattro icone che compaiono in questa immagine rappresentano le motivazioni e relazioni sociali fondamentali, scritte nel nostro codice genetico:

- imitazione (per mezzo della quale apprendiamo a comportarci in modi socialmente validi)
- cooperazione (indispensabile per sopravvivere e soddisfare i vari bisogni)
- competizione (cercare di avere il maggior potere possibile rispetto agli altri per poter fare liberamente ciò che desideriamo e difendere la nostra libertà)
- selezione (libertà di scegliere i partner più attraenti e più produttivi con cui cooperare e con cui associarsi).

Per capire l'uomo e il suo comportamento credo sia utile tener presente tali motivazioni fondamentali, sempre attive in ognuno di noi.

Il bisogno di dignità e la asocialità del non fare nulla

Esiste un bisogno, che io chiamo "di dignità", che è molto più diffuso e ponente di quanto possiamo immaginare, dato che agisce per lo più inconsciamente. Ho infatti il sospetto che quasi tutto ciò che facciamo (ad eccezione della soddisfazione di bisogni fisici) lo facciamo per ottenere o confermare una dignità sociale, ovvero un'appartenenza a qualche gruppo o categoria sociale accettato e rispettato dalla società, ovvero un'identità sociale accettabile.

Non solo in ognuno di noi agisce un'autocensura che ci impedisce di fare cose socialmente inaccettabili o mal viste, ma anche una sorta di senso del dovere che ci spinge a fare cose che hanno un valore rituale, significativo dell'appartenenza a certi gruppi o categorie sociali. Infatti, il non fare nulla, a meno che non si tratti di riposo, è considerato un comportamento asociale.

Bisogno di partecipazione interattiva

L'uomo ha bisogno di far parte interattiva di un gruppo sociale, quello che ritiene più adatto alla propria personalità, ovvero quello in cui ha una buona possibilità di essere accettato e rispettato per come è, e che non gli impone costrizioni o sacrifici troppo onerosi rispetto alle proprie capacità.

Una volta accolto in un certo gruppo, l'individuo interagisce periodicamente con gli altri membri secondo le forme, norme, valori, regole, obblighi, divieti, margini di libertà, ruoli ecc. caratteristici del gruppo stesso.

La partecipazione può essere più o meno riuscita, dando luogo, a seconda dei casi, a sentimenti ed emozioni di piacere, ansia, paura, dolore ecc.

In mancanza di un gruppo di cui far parte e in cui interagire, l'individuo può incorrere in sofferenze e disturbi mentali.

Sul bisogno di inclusione sociale

Ogni umano ha bisogno di essere incluso nella "propria" comunità. Quando non è per lui chiaro quale questa sia, i suoi confini, i modelli e le norme di pensiero e di comportamento di essa cui essa richiede il rispetto, l'uomo è in ansia, e cerca chiarimenti in tal senso.

Una volta ottenuti tali chiarimenti, ed essersi adeguato ai requisiti della propria comunità, l’uomo teme tutto ciò che non è "normale" rispetto ad essi.

Costumi, linguaggi, valori estranei rispetto a tali modelli sono per lui inquietanti, repellenti, in quanto costituiscono una confusione, una minaccia, un pericolo per la propria inclusione sociale.

Infatti, una volta apprese con fatica e rinunce le norme di inclusione della propria comunità, l'individuo teme che qualcuno cerchi di cambiarle, causando automaticamente la propria esclusione.

Metacomportamento

Nei prossimi giorni incontrerò un certo numero di persone, alcune da me conosciute, altre a me sconosciute. Come mi comporterò con loro? Mi lascerò guidare dai miei automatismi mentali inconsci o eserciterò un controllo volontario? Cosa offrirò e chiederò a loro? Come mi presenterò a loro? Cosa nasconderò a loro? Cosa proporrò a loro? A quali giochi giocherò con loro? Con quali regole? In quali ruoli? Con quali restrizioni?

È evidente che il comportamento degli altri verso di me dipende anche dal mio comportamento verso di loro.

Metacomportamento è il comportamento che consiste nel riflettere e nell'interrogarsi sul proprio comportamento (specialmente nei confronti degli altri umani), e nel cercare modi per migliorarlo nel senso di una maggiore soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Bisogno di sottomissione e obbedienza

La religione è la fenomenologia di un pervasivo bisogno (conscio o inconscio) di sottomissione e obbedienza, sia passive che attive, vale a dire bisogno di sottomettersi e di sottomettere, di obbedire e di farsi obbedire, di rispettare un'autorità e di farsi rispettare come tale, di servire e di farsi servire. Lo stesso si può dire del servizio militare, del conformismo, della morale e dell'appartenenza, integrazione e interazione sociale in generale. La natura umana è fortemente caratterizzata da questo bisogno, ma anche da quello opposto, cioè di liberarsi da tale stesso bisogno, o almeno di negarlo. Questo bisogno di libertà è tuttavia molto più raro, volatile e difficile da soddisfare, e spesso illusorio. È un fatto di cui ogni scienza umana dovrebbe tenere contro per essere applicata con successo alla politica, all'economia e alla psicoterapia.

Bisogni e relazioni

Le relazioni tra esseri viventi sono causate, cioè motivate, dai bisogni, nel senso che servono a soddisfare i rispettivi bisogni (individuali, di gruppo e di specie).

Il collegamento tra bisogni e relazioni è tuttavia indiretto, in quanto avviene attraverso gli apparati biologici, i sentimenti, le cognizioni (consce e inconsce), l'interdipendenza con gli altri esseri viventi, la cooperazione, la competizione, le transazioni, le interazioni e gli algoritmi di comportamento.

Tutte queste cose sono collegate in modi sistemici e complessi e tuttavia comprensibili (scientificamente o intuitivamente) per un essere umano, se la sua mente non fosse ostaggio di superstizioni e mistificazioni tramandate dagli anziani ai giovani o inventate per semplicismo, cioè per soddisfare il nostro bisogno di semplicità.

Sul successo di Vasco Rossi

La buona musica resta buona attraverso le generazioni, quella cattiva si perde come le mode. Non credo che le prossime generazioni ascolteranno con piacere Vasco Rossi, come si ascolta ancora con piacere Yves Montand, i Beatles, Mina e altri classici della musica "leggera" di qualità. Il tempo è galantuomo. Secondo me ciò che unisce i fan di Vasco Rossi non è la qualità della sua musica ma una certa simbologia che li fa sentire simili. Abbiamo tutti un grande bisogno di sentirci simili ad altri e ognuno sceglie la categoria di persone alla quale desidera appartenere.

Fenomeni come il successo di Vasco Rossi mi fanno sentire diverso da masse di persone e questo mi inquieta. Mi piacerebbe condividere col maggior numero di persone il maggior numero di gusti e valori, ma certe volte, come in questo caso, mi è impossibile. Non mi piace sentirmi diverso.

Bisogno di obbedire

A mio avviso, l'uomo ha un bisogno genetico di obbedire a qualcosa di esterno al suo io cosciente. Lo suppongo perché egli non può autogovernarsi razionalmente dato che la ragione non può sapere, momento per momento, di cosa il corpo e l'inconscio hanno bisogno.

Ciò è dovuto al fatto che i bisogni umani sono tanti, complessi, variabili, autonomi, automatici, inconsci, irrazionali, involontari, simultanei e spesso incoerenti.

Questo "qualcosa" di esterno a cui obbedire è soprattutto di natura sociale, relazionale, come può essere una religione, un amore, un costume, una disciplina, una norma o un ideale condiviso.

Per "esterno all'io cosciente" intendo qualcosa che può essere, e normalmente è, interiorizzato nell'inconscio del soggetto, anche se può essere da questo percepito come esterno alla sua persona.

Sotto pressione esterna e interna

Un essere umano deve fare i conti e scendere a compromessi con gli altri e con se stesso, e gestire pressioni esterne e interne.

Con gli altri deve accordarsi sui rispettivi ruoli e la distribuzione delle risorse; con se stesso deve cercare di soddisfare i propri bisogni profondi, ognuno dei quali ha esigenze, spesso conflittuali rispetto a quelle degli altri bisogni, dell'io cosciente e delle altre persone.

A complicare la situazione c'è il fatto che alcuni nostri bisogni indotti sono malati e non andrebbero assecondati, e il fatto che la nostra conoscenza della realtà è influenzata dall'educazione che abbiamo ricevuto e che continuiamo a ricevere dall'ambiente culturale in cui viviamo, e che in molti aspetti non corrisponde alla realtà stessa, ci inganna, ci illude e ci nuoce, ovvero non ci aiuta a soddisfare i nostri bisogni innati.

Preghiera atea

O natura, tu che con l'evoluzione della mia specie hai determinato i miei bisogni innati da cui derivano tutti i miei bisogni e desideri acquisiti, aiutami a sapere di chi e cosa ho bisogno e di chi e cosa non ho bisogno in generale e adesso in particolare, e aiutami a sapere con chi, con cosa e come è utile che io interagisca o non interagisca per soddisfare i miei bisogni, in generale e adesso in particolare.

Io userò la mia intelligenza cognitiva ed emotiva, le mie conoscenze, le mie risorse, i miei poteri e la mia razionalità per soddisfare, per quanto possibile e in misura sufficiente, i bisogni consci e inconsci miei e delle persone e degli altri esseri viventi da cui la mia vita dipende, i quali bisogni sono anche tuoi perché tu li hai determinati.

Aiutami a conoscere la tua volontà affinché io possa servirla.

A cosa serve una religione

Una religione può avere diverse funzioni tra cui le seguenti:
  • confortante: con le sue credenze (che gli atei considerano illusioni) allevia l'angoscia di affrontare una vita e un mondo sensa senso, il dolore e la morte

  • morale: fornisce un'etica con cui tenta di regolare e limitare i rapporti umani per evitare una competizione sfrenata di tutti contro tutti.

  • comunitaria: soddisfa il bisogno di appartenenza e condivisione

  • politica: facilita la sottomissione della gente al potere, educandola all'obbedienza e al rispetto dell'autorità non democratica.

  • economica: permette ad alcuni di avere un lavoro (il clero e i suoi collaboratori) e in certi casi di arricchirsi e salire nella scala sociale

Tali funzioni possono essere presenti in combinazioni e pesi diversi da persona a persona e da religione a religione.

Pensiero e comportamento (come migliorare il mondo)

Nella misura in cui il nostro comportamento dipende (anche) dal nostro modo di pensare e ragionare, esso (il comportamento) può essere reso più efficace ed efficiente (in termini di soddisfazione dei bisogni nostri e altrui) attraverso un miglioramento del nostro modo di pensare e di ragionare, il che implica cambiamenti strutturali e/o semantici nella nostra mente.

In altre parole, per migliorare il mondo bisogna migliorare il nostro modo di pensare e ragionare, il quale è ancora rudimentale e affetto da errori sostanziali come l'idea prevalente che si possa definire in assoluto ciò che è e o non è, esiste o non esiste, è giusto o sbagliato, buono o cattivo, utile o inutile, bello o brutto, vero o falso ecc. senza fare riferimento alla natura umana e in particolare alla struttura e al funzionamento della mente (come ci insegna Alfred Korzybski nella "Semantica generale").

Sui bisogni interpersonali

Ognuno ha bisogno di qualcuno per certi scopi, in certi momenti, in certe situazioni, per un certo tempo, e in certe modalità.

Tuttavia, le persone di cui uno ha bisogno possono variare: in certi momenti ho bisogno di x, in altri momenti ho bisogno di y, e così via, e potrei non aver più bisogno di persone di cui ho avuto bisogno in passato.

Analogamente, uno che ha avuto bisogno di me in passato potrebbe non aver più bisogno di me né adesso né in futuro.

Ognuno ha bisogno che qualcuno abbia bisogno di lui/lei, ed è una tragedia quando ciò non avviene.

“Nessuno ha bisogno di me”, “non sono utile per nessuno”, sono idee spaventose.

Ognuno ha bisogno di essere utile per qualcuno, di essere desiderabile da qualcuno, di essere attraente per qualcuno.

A chi sono utile? Chi ha bisogno di me? Chi mi desidera? A chi piaccio?

Il mondo vivente come ecosistema di bisogni

Io vedo il mondo vivente come un ecosistema di bisogni (e loro derivati) che assumono varie forme e interagiscono in vari modi cercando di soddisfare se stessi, in molti casi attraverso la soddisfazione dei bisogni altrui.

Per "bisogni" intendo i bisogni propriamente detti (ovvero necessità la cui soddisfazione è indispensabile per la sopravvivenza dell'individuo e/o della specie) e tutte le loro forme derivate, come desideri, aspirazioni, gusti, progetti, strategie e motivazioni varie.

Tra essi ci sono i miei bisogni e quelli delle persone con cui mi capita di interagire, bisogni che sono più o meno conflittuali, sinergici, convergenti, divergenti, simmetrici, complementari ecc.

I bisogni più antichi nella storia evolutiva sono quelli dei geni, che hanno bisogno di riprodursi per non estinguersi. Da essi sono derivati tutti gli altri.

Interdipendenza umana, bisogno e timore degli altri, cooperazione, potere e competizione

La natura umana è caratterizzata principalmente dall'interdipendenza degli individui. Si può infatti dire, coerentemente col pensiero di George Herbert Mead, che la mente umana si sia sviluppata (filogeneticamente e ontogeneticamente) attraverso le interazioni sociali e allo scopo di gestirle. Infatti da queste dipendono la sopravvivenza della specie e quella dell'individuo.

Dall'interdipendenza umana derivano il bisogno di cooperazione, il potere dell'uomo sull'uomo e la competizione per le relazioni più interessanti.

La vita di ognuno di noi si svolge dunque sulla spinta di queste tre motivazioni, che sono purtroppo antitetiche. Infatti la disponibilità a cooperare è inversamente proporzionale al timore di essere soggiogati o di aver la peggio in una contesa.

Il conflitto tra bisogno di cooperazione, ricerca del potere e competizione costituisce la trama del dramma di ogni vita umana.

Bisogni e rigetti, emozioni e motivazioni

Volendo generalizzare, direi che ogni essere vivente, per sopravvivere e per soddisfare i suoi bisogni, ha bisogno di certe cose e di evitare certe altre cose che si trovano nell’ambiente naturale e sociale in cui vive. Questa considerazione dovrebbe essere il punto di partenza di ogni speculazione filosofica sulla natura in generale, e sulla natura umana in particolare.

Nell’uomo e in altri animali, bisogni e rigetti (cioè bisogni di evitamento) sono connessi con emozioni gradevoli o sgradevoli, di attrazione o repulsione, di amore o di odio e con le motivazioni corrispondenti.

Infatti, emozioni e motivazioni sono strettamente interconnesse, in quanto vogliamo ciò che ci piace, che ci attrae, che amiamo, e rigettiamo (cioè vogliamo evitare) ciò che ci fa soffrire, che ci repelle, che odiamo.


Postmodernismo e fine dell'umanismo

A mio parere, nella ricerca filosofica e psicologica, la cosa più importante è capire cosa causi gioie e sofferenze negli esseri umani e perché, ovvero quali siano i bisogni umani, se è vero che il piacere e la gioia sono generati dallo loro soddisfazione e il dolore e la tristezza dalla loro frustrazione. Mi pare che questo obiettivo sia stato perso di vista nella ricerca umanistica contemporanea, la quale mi sembra smarrita in questioni che servono solo gli interessi degli intellettuali, degli accademici, degli editori, dei politici, degli industriali e di chi ama sentirsi intelligente o colto. Direi perciò che la ricerca filosofica e psicologica attuale, pregna di idee postmoderniste, non sia più umanista.



Piacere, dolore, motivazioni, bisogni

L'uomo fa ciò che fa e non fa ciò che non fa per evitare o diminuire un dolore o per ottenere o aumentare un piacere. Piaceri e dolori possono avere varie forme e intensità, essere più o meno fisici o mentali, e possono essere più o meno reali o immaginari, illusori o anticipatori. Infatti, l'aspettativa di un piacere è essa stessa un piacere, così come l'aspettativa di un dolore è essa stessa un dolore, seppure di tipi diversi.

Il piacere è il segnale della soddisfazione di uno o più bisogni, così come il dolore è il segnale della loro frustrazione. I bisogni possono essere più o meno egoisti o altruisti, sani o malati.

In conclusione, a mio parere, l'arte di vivere in modo soddisfacente consiste nell'ascoltare e riconoscere i propri bisogni, distinguere quelli sani da quelli malati e utilizzare la propria intelligenza per soddisfare quelli sani e neutralizzare quelli malati.

Insoddisfazione e distruttività

Le persone infelici (ovvero normalmente insoddisfatte e perciò sofferenti) odiano e vorrebbero punire o distruggere coloro che ritengono (consciamente o inconsciamente) essere le cause delle loro insoddisfazioni e sofferenze.

Di conseguenza, per contrastare la distruttività umana, si pongono due problemi.

Il primo è quello dell'insoddisfazione dei bisogni propri e altrui, che dovremmo cercare di evitare attraverso una corretta conoscenza dei bisogni stessi e un'efficace politica di soddisfazione.

Il secondo è quello della corretta individuazione delle cause delle insoddisfazioni, in modo che la distruttività degli insoddisfatti non sia rivolta verso innocenti capri espiatori, ma verso le vere cause.

In ogni caso occorre tener presente che la felicità di un essere umano dipende soprattutto dalla qualità delle sue relazioni con gli altri.

Motivazioni, conflitti, inibizioni e rimozioni

Ognuno di noi è animato da bisogni, desideri, impulsi ecc. (che chiamerò collettivamente nel seguito “motivazioni”), ma non può agire liberamente per soddisfarli tutti a causa di conflitti interni ed esterni.

Si ha un conflitto interno tra motivazioni in una persona quando la soddisfazione di una motivazione rende impossibile la soddisfazione di un’altra.

Si ha un conflitto esterno tra motivazioni quando la soddisfazione di una motivazione propria rende impossibile la soddisfazione di una motivazione altrui.

A causa di tali conflitti ognuno di noi è costretto lasciare insoddisfatte certe motivazioni, e, a lungo andare, per evitare la sofferenza della frustrazione, ad inibirle, cioè a rimuoverle in senso psicoanalitico, fino a dimenticarci della loro esistenza.

Strategie del desiderio

Ognuno desidera essere desiderato ma diverse sono le strategie del desiderio, cioè, per cosa e da chi essere desiderati.

In generale ognuno desidera essere desiderato per ciò che è: la donna vuole essere desiderata in quanto donna, l'uomo in quanto uomo, il bambino in quanto bambino, il commerciante in quanto commerciante, l'operaio in quanto operaio, il maestro in quanto maestro ecc.

Ogni persona ne desidera altre da cui essere desiderata. Perciò, per essere desiderabile da una certa persona, io dovrei desiderarla o farle sperare che io la possa desiderare. Se quella persona non crede che io possa desiderarla, non mi desidererà.

Se una persona mi desidera per ciò che non sono, o che non sono disposto a fare, io non posso desiderarla. Se mi desidera per ciò che sono, posso desiderarla, purché soddisfi certi requisiti, e in particolare che non mi chieda ciò che non sono disposto a darle.

Sulla genesi dei bisogni umani

I bisogni umani sono poco conosciuti, nascosti e spesso mistificati. E' un tema relativamente poco studiato da filosofi, psicologi, biologi, neuroscienziati ecc.
Secondo me, i bisogni di un essere umano sono tutti tra loro collegati, nel senso che ogni bisogno è al servizio di un bisogno di ordine superiore, cioè filogeneticamente, ontogeneticamente o psicologicamente precedente, e complicati da fenomeni di sublimazione, in cui da un bisogno fisico può derivare un bisogno psichico o spirituale, con rimozione (nell'inconscio) del bisogno originario, come c'insegnano le teorie psicodinamiche.
Secondo me, qualsiasi comportamento umano è determinato da un insieme di bisogni fisici e psichici, più o meno coerenti e più o meno consci. Per semplicità mi piace dire che esiste un solo bisogno primario, quello dei geni, di riprodursi; tutti gli altri possono essere considerati secondari, cioè derivati da quello primario, a vari livelli funzionali.

Ecologia di bisogni, comandi e obbedienze

Il mondo è un'ecologia di bisogni, comandi (richieste, esigenze) e obbedienze (servizi, soddisfazioni).

Le parti di un sistema comunicano trasmettendo comandi (in termini di stimoli) o risposte ai comandi. Ogni stimolo è un comando che esige (ottiene, dà luogo a) una risposta.

Un comando è conseguenza dell'obbedienza ad un altro comando. Infatti, per obbedire ad un comando proveniente da qualcuno o qualcosa, può essere necessario emettere un comando verso qualcun altro o qualcos'altro. D'altra parte, uno emette un comando se è comandato a farlo da un bisogno che chiede di essere soddisfatto.

I nostri bisogni comandano e noi obbediamo. Tutto ciò che facciamo, anche il pensare a certe cose invece che ad altre, lo facciamo per soddisfare dei bisogni, che sono per lo più inconsci.

Il compito dell'io è scegliere a quali comandi (interni ed esterni, consci o inconsci) obbedire.

Volontà e dominanza

La volontà è sempre volontà di potenza, ovvero di dominanza, in quanto comporta l'imposizione della volontà stessa su una parte del resto del mondo in una certa misura. In altre parole, esercitare una volontà significa imporsi verso certe cose o certe persone, in certi modi, in certi ambiti più o meno estesi. Perfino quando cerchiamo di imporre la nostra volontà su noi stessi, cioè quando ci sforziamo di comportarci in certi modi non spontanei, lo facciamo per cambiare le nostre relazioni con il mondo esterno, ovvero per imporre a certe cose e/o a certe persone che ci circondano nuove relazioni con noi.

Una volontà consiste in un bisogno o desiderio, e può essere più o meno soddisfatta o frustrata, determinando rispettivamente il benessere o malessere del volente.

C'è dominanza di una persona X su una cosa o persona Y ogni volta che Y soddisfa una volontà di X.

Frustrazioni nascoste e psicopatie

La nostra società ci induce a nascondere o a dissimulare le nostre frustrazioni, e a vergognarci di esse. Infatti le persone che esprimono bisogni insoddisfatti sono generalmente percepite come meno attraenti e meno competitive di quelle che appaiono soddisfatte.

Così, alla frustrazione di un bisogno si aggiunge l'ulteriore frustrazione di non poter esprimere la frustrazione stessa.

Ne consegue che, a forza di nasconderle e dissimularle, dimentichiamo (cioè rimuoviamo nell'inconscio) entrambe le frustrazioni.

Questa rimozione ci rende meno capaci di soddisfare i relativi bisogni perché riduce la motivazione razionale ed emotiva in tal senso.

Allora le frustrazioni si cronicizzano causando disturbi psichici e psicosomatici difficilmente curabili senza un'adeguata psicoterapia. Questa dovrà cercare di fare riemergere i bisogni insoddisfatti attraverso il superamento della vergogna della loro frustrazione.

Bisogni innati vs. culturali

Si può ragionevolmente supporre che la maggior parte degli homo sapiens maschi abbiano, oltre ad altri, un bisogno innato conscio e/o inconscio, più o meno intenso, di penetrare e fecondare quante più sapiens femmine possibile, e che la maggior parte delle sapiens femmine abbiano, oltre ad altri, un bisogno innato conscio e/o inconscio, più o meno intenso, di essere penetrate, fecondate e protette da uno o più sapiens maschi durante il periodo della loro maternità e allevamento della prole.

Sembra anche che a questi supposti bisogni, indispensabili per la sopravvivenza della nostra specie, si accompagnino diversi altri bisogni (e motivazioni derivate), consci e/o inconsci di origine culturale che possono essere più o meno conflittuali o sinergici rispetto a quelli innati, e perciò più o meno sani in senso evoluzionistico e di soddisfazione individuale.

Tra le motivazioni più morbose ci sono quelle che mirano a negare l'esistenza di certi bisogni reali.

Libero arbitrio e bisogni

Il libero arbitrio non esiste, perché noi scegliamo necessariamente ciò che crediamo soddisfi più e meglio i nostri bisogni, ovvero ciò che più e meglio diminuisce i nostri dolori e aumenta i nostri piaceri. Dolori e piaceri possono essere di vario tipo: immediati e differiti, fisici e logici, realistici e illusori, sensibili e immaginari ecc.

Tuttavia l'uomo è simultaneamente "soggetto" a innumerevoli bisogni spesso antitetici e inconsci, per cui è difficile scegliere consapevolmente e volontariamente quali cercare di soddisfare.

Dai bisogni scaturiscono le pulsioni, che ci "spingono" a fare determinate scelte. Ci si oppone ad una pulsione solo se interviene una pulsione contraria di maggior forza, per esempio una inibizione morale, ovvero la pausa di fare qualcosa per cui saremo puniti da una persona o dalla comunità.

Le nostre scelte sono il risultato di algoritmi, cioè di logiche, oppure sono casuali. La libertà intesa come non essere soggetti a vincoli è dunque un'illusione.

Metapsicologia, metabisogni e metamotivazioni

La metapsicologia è un tipo di psicologia che si occupa delle motivazioni (specialmente quelle inconsce) per cui certe persone si occupano di psicologia come professionisti o come utenti. Chi si occupa di psicologia dovrebbe occuparsi anche di metapsicologia, per limitare le lacune, i bias e gli errori cognitivi dovuti alle proprie motivazioni consce o inconsce riguardanti la psicologia stessa.

Per metabisogni e metamotivazioni intendo bisogni e motivazioni che riguardano bisogni e motivazioni propri e altrui, e che includono a rilevarli, capirli analizzarli, giudicarli, modificarli, causarli, crearli, indurli, stimolarli, accentuarli, alleviarli, reprimerli, nasconderli, fingerli, mistificarli, negarli ecc. in certi modi, per ottenere dei vantaggi.

Differenza tra bisogno e motivazione: Il bisogno è una necessità che se non viene soddisfatta provoca disturbi, malattie o morte; la motivazione è il meccanismo mentale mediante il quale il bisogno cerca di ottenere la sua soddisfazione.

Algoritmi parzialmente casuali

A mio avviso, nel nostro mondo le cose avvengono casualmente o secondo logiche (cioè algoritmi) che possono essere più o meno causali, cioè contenere dei passi in cui vengono prese decisioni a caso tra un certo numero, più o meno grande, di opzioni.

Ad esempio, credo che i sogni avvengano secondo algoritmi parzialmente casuali, cioè attingendo casualmente a contenuti della memoria personale (forse privilegiando quelli più vivi) e collegandoli secondo logiche che fanno uso della mappa cognitivo-emotivo-motiva del soggetto.

Penso, inoltre, che la vita in generale, e le interazioni su cui si basa, siano fenomeni regolati da algoritmi parzialmente casuali.

In particolare, suppongo che gli algoritmi biologici facciano ricorso al caso quando occorre scegliere tra opzioni di uguale "forza motivazionale". Con questo termine intendo la forza, cioè la spinta propulsiva, che un bisogno o un desiderio (cioè un agente mentale autonomo) ha in un certo momento.

Animali modificati

Qualche milione di anni fa eravamo animali e ci comportavamo come tali senza che qualcuno avesse qualcosa da ridire. Poi, a poco a poco, l'evoluzione ci ha dotati di un'intelligenza sempre più complessa e astratta che si è sostituita in parte agli istinti nel determinare il nostro comportamento.

Tuttavia questa transizione dall'animale all'uomo non è ancora terminata e non tutti si trovano allo stesso stadio evolutivo. Vale a dire che, sebbene siamo tutti in parte animale e in parte uomo, come il centauro, lo siamo in proporzioni diverse da persona a persona e da momento a momento.

La convivenza tra l'animale e l'uomo che vivono e agiscono in noi è normalmente conflittuale e lo sarà sempre, finché l'evoluzione non sarà completata, tra qualche milione di anni. Nel frattempo dovremmo cercare di usare l'intelligenza di cui siamo dotati, per gestire il conflitto tra le due nature nel modo migliore, ovvero cercando il miglior compromesso per soddisfare i bisogni di entrambe per quanto possibile.

Bisogni indiretti

Certi bisogni (o forse si dovrebbe dire gli oggetti di certi bisogni) possono essere dei mezzi per soddisfare altri bisogni (o forse dovrei dire dei mezzi per ottenere altri oggetti).

Il fatto è che quando sentiamo il bisogno o il desiderio di una certa cosa (materiale o immateriale), non possiamo quasi mai essere certi che l’oggetto del nostro bisogno o desiderio sia un fine o un mezzo, e, nel secondo caso, se quel mezzo permetta, realmente o solo illusoriamente, di ottenere l’oggetto finale.

Per giunta, non sappiamo nemmeno quanti siano i “gradi” per arrivare all’oggetto finale del nostro bisogno o desiderio, ovvero di quanti anelli sia composta la catena strumentale (causale) dei “mezzi” che deve essere soddisfatta per poter ottenere l’oggetto finale.

E allora, quando sentiamo il bisogno o il desiderio di qualcosa, forse dovremmo chiederci se ciò che vorremmo ottenere sia un fine o un mezzo, quale sia il fine di quel mezzo, e se quel mezzo sia realmente strumentale rispetto al nostro fine.

Erich Fromm sui bisogni umani

"A sane society is that which corresponds to the needs of man — not necessarily to what he feels to be his needs, because even the most pathological aims can be felt subjectively as that which the person wants most; but to what his needs are objectively, as they can be ascertained by the study of man. It is our first task then, to ascertain what is the nature of man, and what are the needs which stem from this nature."

("Una società sana è quella che corrisponde ai bisogni dell'uomo, non necessariamente quelli che egli sente di avere, perché anche le spinte più patologiche possono essere sentite soggettivamente come le maggiori motivazioni; ma i suoi bisogni oggettivi, che possono essere verificati come tali attraverso lo studio dell'uomo. E' quindi nostro compito primario quello di indagare la natura umana e i bisogni che da essa derivano.")

https://www.brainpickings.org/2017/03/23/the-sane-society-erich-fromm/

La gerarchia dei bisogni di Abraham Maslow


In questo schema Maslow ha riassunto qualli che a suo avviso sono i bisogni fondamentali comuni a tutti gli esseri umani. Si tratta di bisogni geneticamente determinati, vitali, radicati nell’inconscio. E’ importante soddisfarli per essere felici il più possibile ed evitare disagi psichici e disturbi psicosomatici. Ma prima di poter soddisfare i bisogni di un certo livello, secondo Maslow occorre che i bisogni del livelli inferiori siano soddisfatti.

A mio avviso l'analisi di Maslow trascura la presenza di bisogni "politicamente scorretti", come il bisogno di dominare, controllare o influenzare gli altri  per indurli a servirci o a cooperare con noi.

Infatti, senza la cooperazione da parte degli altri, gli umani non possono sopravvivere. Perciò è naturale che vi sia in essi una motivazione ad assicurarsi tale cooperazione con qualsiasi mezzo.

Biovalenza

Biovalenza = combinazione di valenze vitali: fisiologica, sociale, estetica, politica, cognitiva, liberatoria, interattiva.

Valenza è un tipo di informazione che indica una proprietà ovvero una qualità o capacità di una entità psichica (processo, azione, oggetto, informazione, persona ecc.) rispetto alla soddisfazione di uno o più bisogni.

La Valenza X di una entità psichica indica il grado di soddisfazione o frustrazione che essa comporta rispetto alla classe di bisogni X.

Nella mappa cognitivo-emotiva di una persona sono registrate tutte le sue entità psichiche con le loro forme per il riconoscimento percettivo, e le valenze associate.


Utilità della psicologia

Secondo me la psicologia dovrebbe insegnarci a scoprire le vere motivazioni, intenzioni e cause dei comportamenti e dei sentimenti umani, che sono normalmente diverse da quelle che gli interessati dichiarano e di cui sono consapevoli.

Infatti, i bisogni fondamentali che determinano (consciamente o inconsciamente) i comportamenti e i sentimenti umani sono essenzialmente

(1) i bisogni fisici e sessuali,

(2) il bisogno di appartenenza e interazione sociale,

(3) il bisogno di individuazione e libertà e

(4) il bisogno di potenza intesa come strumento per facilitare la soddisfazione di ogni altro bisogno in un contesto sociale competitivo e di risorse scarse rispetto alle richieste.

Una diretta derivazione del bisogno di potenza è il bisogno (conscio e/o inconscio) di restringere la libertà altrui o almeno fare in modo che non sia superiore alla propria, in modo da mantenere un vantaggio competitivo ed impedire che l'altro usi la sua superiorità e libertà per farci violenza o limitare la nostra stessa libertà.

Questioni di bisogni, vita, morte, piacere e dolore.

L'uomo, come ogni altro essere vivente, ha bisogno di soddisfare i suoi bisogni "innati" (per distinguerli da quelli indotti o appresi) nel senso che, nella misura in cui egli non li soddisfa, soffre e si ammala, fino a morire. Di converso, l'uomo prova piacere, o gioia (che è una particolare forma di piacere), ogni volta che soddisfa un bisogno.

Occorre inoltre considerare che la morte di ogni individuo è inevitabile in quanto necessaria per la sopravvivenza della sua specie. Perciò nel codice genetico di ogni essere vivente è programmata la vecchiaia, ovvero la disgregazione del corpo, che può (ma non necessariamente) comportare sofferenze e malattie.

Si pongono dunque tre questioni fondamentali: la prima è: quali sono i bisogni innati di un essere umano. La seconda è: come soddisfare al meglio i nostri bisogni in ogni fase della nostra vita allo scopo di soffrire il meno possibile e godere il più possibile in modo sostenibile. La terza è: come ridurre al minimo le sofferenze e le malattie legate all'inevitabile vecchiaia.

Come soddisfare il bisogno di compagnia

Per soddisfare il suo bisogno di compagnia insoddisfatto, una persona (A) ne deve trovare almeno un’altra (B) che corrisponda ai seguenti requisiti:

  • B deve piacere ad A

  • A deve piacere a B

  • B deve avere un bisogno di compagnia insoddisfatto

  • B deve essere in cerca di compagnia

  • A e B devono incontrarsi

La probabilità che tutti i requisiti siano soddisfatti è tanto più bassa quanto più le personalità di A e B sono diverse dalla media.

La logica dell'inconscio

L’inconscio funziona secondo una logica, ovvero non a caso e non per una libera volontà interna o esterna. Se non conosciamo o non comprendiamo la sua logica non è tanto perché è inconscia, quanto perché è molto diversa da quella del nostro io cosciente. Se ci aspettiamo di comprendere la logica dell’inconscio secondo i paradigmi della nostra logica cosciente, saremo sempre delusi, confusi e frustrati. La logica inconscia è infatti molto più rudimentale e arcaica (in termini evoluzionistici) rispetto a quella cosciente. L’inconscio, infatti, non è analitico e non ha il senso della misura, ma reagisce in modo grossolano a certe percezioni attivando emozioni e sentimenti di attrazione o repulsione univoci, anche se a volte conflittuali. Per l’inconscio una cosa è buona o cattiva, bella o brutta, vera o falsa, in assoluto, senza mezze misure, sempre o mai, dovunque o in nessun luogo. L’inconscio funziona come un software che ha come obiettivo la soddisfazione dei bisogni primari del suo portatore, tra cui quello di sopravvivere, di riprodursi e di far parte di una società, con qualunque possibile strategia.

Perché sono ateo

Il mio ateismo consiste nel non credere nella verità di alcuna delle narrazioni e spiegazioni provenienti dalle varie religioni del passato e del presente, riguardanti il senso della vita e i conseguenti principi etici.

Non credo nelle narrazioni e spiegazioni religiose perché le trovo illogiche, indimostrabili, false, strumentali al controllo politico delle persone, lesive dei diritti umani e nocive rispetto alla soddisfazione dei nostri bisogni primari.

Infatti, a mio avviso, tali narrazioni e spiegazioni costituiscono fattori di rallentamento del progresso morale e civile in quanto si basano su fedi e credenze incompatibili con la logica razionale, con sentimenti naturali e, in generale, con la soddisfazione dei bisogni umani.

Il bisogno umano più importante, la cui soddisfazione è, a mio avviso, ostacolata delle religioni è quello della cooperazione pacifica tra tutti gli umani, senza pregiudizi morali né distinzioni di credenze o di appartenenze a particolari comunità, e senza assurdi, arbitrari, inutili e dannosi obblighi e divieti.

Il senso nascosto delle feste

A mio avviso, le feste hanno funzioni sociali importanti, forse indispensabili, altrimenti non sarebbero così diffuse ancora oggi in tutte le culture. Secondo me le feste si festeggiano per piacere e per paura.

Si festeggiano per piacere perché danno gioia (anche se non sempre e non a tutti), come tutte le attività che favoriscono le interazioni sociali e confermano l'appartenenza ad una propria comunità. In altre parole, soddisfano i bisogni di appartenenza e di interazione sociale.

Si festeggiano per paura, perché il non festeggiarle potrebbe essere interpretato come un volontario allontanamento dalla comunità di appartenenza e un evitamento delle relative interazioni sociali, e pertanto essere disapprovato dagli altri, col rischio di venire emarginati in quanto "diversi".

Questo è secondo me il vero senso delle feste, non quello dichiarato, che è un pretesto, a volte insignificante o insensato, per socializzare. Mi pare infatti che l'uomo (tranne poche eccezioni) non riesca a socializzare al di fuori di regole comunitarie, come feste e altri usi e costumi tradizionali.

Il bene e il male che gli umani si scambiano

Dagli altri ci arriva sia il bene che il male, in modi spesso intricati, sofisticati, nascosti, falsi e mistificati.

Anche da una stessa persona, anche da quella a noi più cara, ci possiamo aspettare sia il bene che il male in varie forme, ed è importante riconoscere e distinguere le due qualità nelle relazioni e nelle interazioni.

Assecondare gli altri può comportare direttamente o indirettamente la soddisfazione e/o la frustrazione dei nostri bisogni e desideri, così come noi possiamo contribuire direttamente o indirettamente alla soddisfazione e/o alla frustrazione dei bisogni e desideri altrui.

Tutto ciò è dovuto all'interdipendenza umana, al bisogno di cooperazione e all'istinto di competizione.

Ogni umano ha qualcosa di buono e qualcosa di cattivo da darci. Non dobbiamo fare l'errore di vedere in una persona, in un gruppo, in noi stessi, solo il bene o solo il male.

L'arte di vivere consiste nel gestire i rapporti con gli altri in modo da ottenere da essi il maggior bene e il minor male possibile.

Sull'autovalutazione e la valutazione altrui

Ci sono quelli che si sopravvalutano, quelli che si sottovalutano e quelli che si valutano realisticamente. Fin qui possiamo essere tutti d’accordo. Ma se volessimo stabilire un criterio per determinare l’appartenenza di una persona ad uno dei tre gruppi, credo che ci sarebbero opinioni diverse, tra cui una che afferma l’impossibilità di stabilire un criterio generale di valutazione.

Che significa “valutarsi” o "valutare un essere umano"? Come si fa? Rispetto a quali valori e con quale metro?

La mia opinione è che la misura generale del “bene” è la soddisfazione dei bisogni umani propri e altrui, dal momento che, data la nostra interdipendenza, per soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della cooperazione altrui, la quale è ottenibile solo se il cooperante può, cooperando, ottenere direttamente o indirettamente la soddisfazione dei bisogni propri.

Di conseguenza, la valutazione generale di una persona X (che può essere anche sé stesso) dovrebbe essere la risposta alla domanda: in quale grado X è capace di soddisfare i propri bisogni e quelli altrui?

Libertà, retroazione emotiva, bisogni

La libertà di un essere vivente è condizionata e limitata dalla retroazione emotiva del proprio comportamento.

Infatti ognuno subisce le conseguenze fisiche e sociali del proprio agire, le quali sono caratterizzate da certe quantità di piacere e di dolore derivanti dal grado di soddisfazione e insoddisfazione dei propri bisogni.

Tali conseguenze determinano la forma e la direzione delle azioni future dell'individuo attraverso l'apprendimento di modelli di comportamento caratterizzati dal massimo piacere e dal minimo dolore ottenibili praticamente, ovvero dalla massima soddisfazione e dalla minima insoddisfazione dei propri bisogni.

In tal senso, certe opzioni di comportamento sono improbabili o impossibili, e quindi escluse, in quanto causerebbero un dolore insopportabile o la morte dell'individuo. Al tempo stesso, certe altre opzioni sono molto probabili o prevedibili in quanto causerebbero la soddisfazione di certi bisogni e i connessi piaceri.

La libertà di un individuo è dunque condizionata e limitata dai proprio bisogni.

Il piacere (e il dolore) della (non) partecipazione

Partecipare significa essere parte di un sistema di parti che interagiscono secondo programmi e margini di libertà che dipendono dalla particolare natura del sistema.

I gruppi sociali sono sistemi a cui gli esseri umani hanno bisogno di appartenere, ovvero di cui essi hanno bisogno di essere parte. Ogni gruppo è caratterizzato da certe forme, norme, valori e ruoli attraverso i quali, e solo attraverso i quali, è possibile interagire.

La non partecipazione ovvero l'isolamento sociale è considerato prova di disumanità. Chi più partecipa è considerato più umano e desiderato, chi meno partecipa è considerato meno umano ed emarginato.

Quando soddisfano il bisogno di partecipare, gli esseri umani provano piacere, quando non vi riescono, dolore e disturbi mentali.

Perciò l'uomo cerca continuamente di partecipare a eventi, movimenti e forme sociali e di raccogliere e condividere prove e riconoscimenti di tale partecipazione, come foto, video, souvenirs, amuleti, simboli, medaglie, trofei, diplomi, regali, opere d'arte, musica, giornali, libri, post in social networks ecc.

Bisogno di giocare i propri ruoli

Ognuno di noi, per il fatto di vivere in una società, assume una serie di ruoli, ovvero funzioni sociali, che gli vengono assegnati dagli altri o che si assegna da sé in modi più o meno consensuali o conflittuali.

Attraverso l'attuazione (gioco) di tali ruoli ognuno di noi interagisce con gli altri e scambia tutto ciò che ci serve per vivere e soddisfare i nostri bisogni. Infatti interagire significa giocare uno o più ruoli, dato che le interazioni umane sono normalmente regolate da prescrizioni che prevedono certi ruoli e certe prerogative di ciascun ruolo, per cui un'interazione senza regole e senza ruoli è praticamente impossibile o è bestiale.

Come conseguenza dell'assegnazione dei ruoli, ognuno di noi sviluppa un bisogno di giocare i ruoli stessi, perché solo attuandoli possono avvenire gli scambi di cui abbiamo bisogno.

Concludendo, è bene chiedersi quali siano i ruoli che ci siamo assegnati o che gli altri ci hanno assegnato, perché abbiamo un bisogno inconscio di attuarli.

Vedi anche Ruoli sociali.

Bisogni e libertà

Se per bisogno intendiamo una forza in una certa direzione, applicata ad un certo soggetto, ovvero insita in esso, allora per libertà di un soggetto possiamo intendere la possibilità che esso ha di assecondare o seguire le forze che lo spingono, ovvero motivano; in altre parole la possibilità di realizzare i suoi scopi ovvero di soddisfare i suoi bisogni.

Infatti, se non esistessero forze, ovvero bisogni, tutto sarebbe immobile e statico, e non avrebbe senso parlare di libertà perché essa non avrebbe "motivi" di esistere, ovvero non si saprebbe a cosa dovrebbe servire o a cosa dovrebbe mirare.

In somma, la libertà non può essere fine a se stessa, e non si può parlare di libertà se non si è capaci di rispondere alle domande: per fare cosa? Per soddisfare quali bisogni?

Ogni soggetto ha dunque dei bisogni e delle libertà, più o meno limitate, di soddisfarli. Bisogni e libertà che debbono fare i conti con quelli altrui, nel senso che la libertà di uno potrebbe comportare la non di libertà di un altro, e la soddisfazione del bisogno di uno potrebbe comportare la non soddisfazione del bisogno di un altro.

Bisogno di bisogni

Ho bisogno di un nemico da combattere, un problema da risolvere, una malattia da cui guarire, una sfida da vincere, una paura da affrontare, una difficoltà da superare, un pericolo da evitare, una stanchezza da smaltire, un gioco in cui eccellere, una caduta da cui rialzarmi, un'offesa da vendicare, un idiota da fermare, un errore da correggere, un guasto da riparare, una colpa da espiare, qualcosa da migliorare, un'autorità a cui sottomettermi, un modello da imitare, una regola da infrangere, una disciplina da imporre, qualcuno con cui cooperare, qualcuno con cui competere, un dolore da lenire, un territorio da conquistare, una prigione da cui evadere, un obbligo da adempiere, una domanda a cui risondere, qualcuno da invidiare, aiutare, amare od odiare, qualcosa da distruggere, un ostacolo da abbattere, un ordine da ripristinare, un ambiente inquinato da bonificare, una cosa da pulire, un’idea da contraddire (anche una delle mie).

Insomma, ho bisogno di bisogni "umani". Senza tali bisogni la mia vita è come quella di un vegetale, senza senso, senza motivazioni, senza desideri, senza aspirazioni, senza progetti, senza futuro. Una vita che non vale la prima di vivere.


Procedura di interazione razionale

Gli esseri umani tendono a interagire in modo automatico, involontario, inconsapevole, secondo modelli culturali più o meno irrazionali, mentre sarebbe più soddisfacente interagire in modo razionale, negoziale, esplicito, consapevole, creativo, produttivo.

Segue un esempio di procedura di interazione razionale:

  • scegliere una persona con cui interagire

  • scegliere cosa scambiare

  • proporre lo scambio o valutare la proposta di scambio altrui

  • se non c'è accordo, proporre uno scambio diverso o valutare una diversa proposta altrui

  • se c'è accordo, effettuare lo scambio

  • dopo lo scambio, valutare il grado di soddisfazione proprio e altrui

  • se la soddisfazione è reciproca, continuare lo scambio (fatte salve le necessarie pause) finché non è più soddisfacente

  • se lo scambio non è (più) soddisfacente tornare all'inizio della procedura



Vedi anche Bisogno di scambio.


Sui riti sociali

I riti sociali (formali e informali, espliciti e impliciti, consci e inconsci) servono a confermare l'appartenenza dei suoi partecipanti all'umanità e ad una certa comunità, caratterizzata da certe forme, norme, valori e credenze.

Nel rito la forma prevale sul contenuto, che è normalmente simbolico ma può essere anche assente o insignificante o scelto a caso. Lo scopo del rito consiste solo nella sua rinnovata rappresentazione da parte dei partecipanti, che in tal modo dichiarano apertamente la loro appartenenza alla relativa comunità e ricevono le dichiarazioni altrui. In tal senso il rito consiste in uno scambio di dichiarazioni implicite di appartenenza.

L'uomo ha bisogno dei riti come mezzi per soddisfare il suo bisogno di appartenenza, la quale può essere confermata solo attraverso interazioni costruttive o partecipando a riti comuni. Tuttavia i riti tradizionali vengono sempre più abbandonati in quanto irrazionali o incomprensibili e non vengono sostituiti da nuovi riti più adatti alla mentalità attuale. Ciò è anche dovuto all'aumentata libertà individuale che rende le comunità meno definite e meno costrittive.


Limitare e limitarsi

Come nessun altro animale, l’uomo è in grado di porre limiti alla libertà degli altri e di se stesso.

Porre limiti può essere un atto violento, per esempio quando consiste nell’imprigionare, nel reprimere, nell’impedire la soddisfazione di bisogni primari, ma, in una certa misura, in certi modi e a certi fini, può essere una pratica utile o indispensabile per il bene comune e quello individuale. Infatti una libertà illimitata è incompatibile col vivere civile e con la salute fisica e mentale del singolo.

Si tratta dunque di capire quali siano i limiti “giusti” (cioè non troppo ristretti e non troppo ampi) da porre a se stessi e agli altri per soddisfare al meglio i bisogni primari propri e altrui.

Dobbiamo allora capire a cosa ci conviene rinunciare per il nostro bene e quello altrui, ma pensare in questi termini è molto difficile da quando ci siamo liberati da religioni e dittature politiche, che erano gli enti deputati a fissare i nostri limiti. Infatti, le lotte per l'ateismo e la democrazia ci hanno sempre spinto verso una maggiore libertà. Non ci siamo accorti che di libertà ora ne abbiamo, pericolosamente, troppa.

Il valore delle cose

Il valore di una cosa (oggetto, persona, idea, teoria, azione, processo ecc.) può avere valutato da diversi punti di vista, corrispondenti ai bisogni umani che quella cosa è in grado di soddisfare o frustrare.

Con riferimento alla teoria dei bisogni descritta in psicologiadeibisogni.dardo.eu, che distingue 6 gruppi di bisogni (vita, comunione, bellezza, libertà, sapienza, potenza) possiamo definire i seguenti tipi di valori attribuibili a qualsiasi cosa:

  • valore vitale

  • valore estetico

  • valore liberatorio

  • valore conoscitivo

  • valore potenziante













Strategie di ottenimento sociale - carote e bastoni

Ogni umano ha bisogno di ottenere certe cose (beni e/o servizi) da altri umani. A tale scopo ognuno mette in atto certe strategie di ottenimento che dipendono da vari fattori tra cui: l'educazione ricevuta, le proprie conoscenze, le proprie esperienze, la propria competitività, il proprio temperamento, l'ambiente culturale in cui vive ecc.

Le strategie di ottenimento (consce o inconsce) possono essere divise in due categorie: quelle coercitive e quelle negoziali.

Nella prima l'altro viene costretto a comportarsi in un certo modo (favorevole al soggetto) con la forza o mediante la minaccia di ricompense negative (il bastone).

Nella seconda l'altro viene indotto a comportarsi in un certo modo (favorevole al soggetto) mediante la promessa e/o l'esecuzione di ricompense positive (la carota).

La vita sociale è dunque costituita da scambi di beni e servizi indotti mediante promesse condizionali di ricompense negative e positive (bastoni e carote).

L'amore e l'amicizia sono relazioni sociali in cui gli scambi di beni e servizi tra due persone sono diventati abituali e strutturali, per cui avvengono spontaneamente, cioè senza costrizioni, né negoziazioni.

Valori oggettivi, soggettivi e convenzionali

Il valore di una cosa è la misura della sua desiderabilità o necessità per la soddisfazione di uno o più bisogni o desideri di uno o più esseri umani.

Un valore può essere oggettivo, soggettivo o convenzionale, o una combinazione di queste qualità.

Un valore è oggettivo se vale per ogni essere umano di ogni età, sesso, cultura, religione, costituzione fisica e mentale, in ogni tempo e luogo. In tal senso i valori oggettivi si riducono alle cose indispensabili per la sopravvivenza, come l’aria, l’acqua, il cibo, e il riparo in caso di condizioni atmosferiche avverse.

Un valore è soggettivo se vale solo per alcune persone e non per altre, ovvero se soddisfa i bisogni o i desideri solo di alcune persone, o se soddisfa bisogni o desideri che non tutti gli umani hanno.

Un valore è convenzionale se costituisce un segno distintivo di una certa comunità e viene considerato come valore dalla maggioranza dei suoi membri. In tal senso, i valori convenzionali di una certa comunità soddisfano il bisogno di appartenenza e/o di status nell’ambito della comunità stessa.

Chiediamoci dunque di che tipo sono i nostri valori, e quali bisogni o desideri essi soddisfano.

Mappe e modelli della realtà

Per tutta la vita ci costruiamo inconsciamente mappe e modelli della realtà e li usiamo per orientarci e scegliere come comportarci, cioè come interagire con il mondo.

Questa è la conoscenza: una quantità di mappe e modelli più o meno complessi, più o meno precisi, più o meno coerenti tra loro e più o meno corrispondenti alla realtà.

Queste mappe e questi modelli riguardano specialmente e soprattutto gli altri esseri umani, le relazioni tra loro, noi stessi e le relazioni tra noi e gli altri.

Ai particolari delle mappe e dei modelli che ci siamo costruiti sono associati sentimenti di piacere o dolore, attrazione o repulsione e le motivazioni corrispondenti alla ricerca del piacere e all'evitamento del dolore. Sulla base di tali mappe e di tali modelli noi elaboriamo inconsciamente le nostre strategie di comportamento e pianifichiamo il nostro futuro.

Di conseguenza, quanto più le nostre mappe e i nostri modelli sono sbagliati o imprecisi rispetto alla realtà, tanto più sbagliato o impreciso è il nostro comportamento, ovvero tanto meno questo è efficace per la soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui.

L'uomo e l'altro

Per un essere umano, l'altro (inteso come altro agente dello stesso tipo di se stessi) è qualsiasi altra persona vivente, l'Altro generalizzato (terrorizzato da G. H. Mead), e Dio (come super-agente immaginario interiorizzato).

In tutti e tre i casi l'altro è percepito come un agente (dotato di volontà e di poteri reali) con cui il soggetto può e/o deve interagire, e dalle interazioni con il quale dipende il proprio benessere e malessere, vale a dire la soddisfazione e la frustrazione dei propri bisogni.

La mente umana (conscia e inconscia) serve a stabilire e a gestire le modalità ottimali di interazione con l'altro in tutte le sue possibili manifestazioni e circostanze.

La migliore strategia di interazione con l’altro consiste (per la mente inconscia) nell’ottenere il suo gradimento nei confronti della nostra persona, e, quando il gradimento non può essere ottenuto, nel fare in modo che l’altro sia costretto ad obbedire alle nostre volontà per timore, in caso contrario, di una punizione da parte nostra, di altri, della comunità in generale, o di Dio.

La missione dell'Uomo

Missione di ogni essere umano è contribuire alla vita e allo sviluppo sostenibile della propria specie usando il patrimonio genetico ereditato, la cultura appresa, le esperienze acquisite e la propria creatività. In questa missione sono inclusi l'autosostentanento, la riproduzione sessuale, l'allevamento della prole, il miglioramento, lo sviluppo e la diffusione della cultura, l'integrazione e la cooperazione sociale, e il morire per lasciare spazio alle nuove generazioni.

Ogni umano ha un bisogno primario, scritto nei priori geni, di compiere tale missione, dalla cui realizzazione dipende il suo grado di felicità. Tutte le esigenze umane (motivazioni, bisogni, desideri, pulsioni ecc.) derivano da tale bisogno primario, come strategie e mezzi, consci e inconsci, per soddisfarlo. Ogni esigenza che tende a frustrarlo è da ritenersi morbosa.

Le esigenze morbose, dette anche nevrosi, disturbi psichici o malattie mentali, sono dovute a mutazioni o predisposizioni genetiche o a culture disumane, sia nell'ambito familiare che sociale, o, più spesso, ad una combinazione di tali cause. Infatti, in una cultura rispettosa della natura umana, anche le persone con predisposizioni ai disturbi mentali raramente li sviluppano.

Pragmatica dei conflitti umani

Conflitto: A desidera la cosa X, B desidera la cosa Y. Ad A dispiace Y, a B dispiace X. Qualcuno deve rinunciare ai suoi desideri altrimenti un'interazione cooperativa è impossibile e il risultato è un'interazione violenta o la separazione.

Certo, A può cercare di spigare a B che X è buono anche per lui, e vice versa, ma alla fine, se ognuno resta nella sua posizione, qualcuno dovrà rinunciare, allontanarsi o usare violenza per soddisfare i propri desideri.

La libertà non fa che aggravare la probabilità di conflitto. Infatti, più due persone sono libere, maggiore è la probabilità che abbiano gusti e desideri diversi in quanto non imposti né censurati da una autorità esterna o dal conformismo. Ne consegue che la libertà favorisce le differenze di gusti e desideri, e quindi i conflitti e le separazioni.

Esiste una soluzione ai conflitti che non sia violenta o rinunciataria? Non credo. Per alleviare il problema possiamo solo cercare di capire criticamente quali sono i nostri bisogni e desideri e quelli dei nostri interlocutori ed eventualmente evitare di desiderare cose inutili o morbose da parte nostra, e, dall'altra, tollerare i gusti e i desideri altrui quando sono diversi dai nostri o conflittuali rispetto ad essi.

Bisogno e difficoltà di fare cose insieme

Noi esseri umani abbiamo un bisogno innato e strutturale di fare cose insieme ai nostri simili, come giocare, lavorare, scambiare idee, beni, servizi, eros ecc.

Il problema è che per poter fare cose insieme dobbiamo accordarci sulle cose da fare e su come farle.

Infatti ognuno vorrebbe "giocare" al "gioco" che gli è più congeniale, in cui è più competitivo o favorito, o di cui ha più bisogno o desiderio.

Succede perciò frequentemente che tra coloro che intendono fare cose insieme nascano conflitti per quanto riguarda la scelta dei tipi di interazione e delle regole da rispettare. Queste includono gli obiettivi da raggiungere, gli obblighi, i divieti, i principi logici, etici ed estetici da applicare, l'epistemologia su cui basarsi e i ruoli (funzionali e gerarchici) che in tale quadro ciascuno dovrebbe assumere.

Il problema è aggravato dal fatto che tipicamente tali conflitti non vengono gestiti in modo esplicito, mediante negoziati franchi e chiari. Per ottenere ciò che si vuole sono invece generalmente messe in atto manovre nascoste, dissimulate e mistificate in nome di un fantomatico buon senso soggettivo e arbitrario, o della comune consuetudine.

Servitori di motivazioni

I bisogni sono il principio della vita, del piacere e del dolore.

Le motivazioni sono strategie programmate in un sistema nervoso per soddisfare i bisogni del corpo che lo ospita.

Ogni sistema nervoso è servitore di un certo numero di motivazioni proprie e altrui.

La società è un sistema ecologico di motivazioni di cui gli esseri umani sono vettori e servitori.

Le motivazioni umane sono essenzialmente sociali, ovvero tendono ad ottenere e mantenere la cooperazione di altri esseri umani.

Siamo tutti mossi, guidati e tenuti in vita dalle nostre motivazioni.

Così come gli organi del nostro corpo si possono ammalare, anche le motivazioni possono essere più o meno sane ed efficienti rispetto alla soddisfazione dei bisogni che sottendono.

La filosofia, la psicologia e la psicoterapia dovrebbero servire a curare le nostre motivazioni, modificandole dove occorre, affinché siano il più possibile adatte alla soddisfazione dei nostri bisogni.

Vedi anche Conciliazione di motivazioni.

Partecipazione cooperativa - Cooperazione partecipativa

In quanto esseri umani, abbiamo un assoluto bisogno di partecipare cooperativamente a contesti sociali. A tale fine, abbiamo bisogno di mezzi e libertà, e soprattutto di essere accettati dagli altri partecipanti. Per partecipazione intendo l'essere riconosciuti come parti di una comunità con un certo ruolo, e per cooperazione l'agire nel senso di una reciproca soddisfazione dei bisogni individuali, tra cui quello di mutuo aiuto, solidarietà e intimità, anche sessuale. Dato che facciamo normalmente parte di più comunità (coppia, familiari, amici, lavoro, chiesa, città, partito, patria, umanità ecc.), è necessario che vi sia compatibilità tra le diverse partecipazioni.

La partecipazione cooperativa, o cooperazione partecipativa, richiede sempre un prezzo da pagare. Infatti, in quanto cooperativa, essa impone a ciascuno di soddisfare in un certa misura i bisogni altrui, e di essere, almeno in parte, come vogliono gli altri. Il prezzo risulta troppo alto se richiede di rinunciare ad aspetti fondamentali della propria unica personalità, alle proprie inclinazioni profonde o alla partecipazione ad altri contesti ritenuti incompatibili. Ciò può indurre a preferire la non partecipazione al contesto troppo costrittivo e a cercarne altri, più congeniali o liberali, a cui partecipare.

Una rete di relazioni

La società è una rete di relazioni formate dal caso, dai bisogni e dalle risorse di ciascuno dei suoi membri.

Una relazione è una conoscenza reciproca tra due persone che include i possibili modi di interazione tra di esse, ovvero ruoli, posizioni gerarchiche, simpatie, antipatie, regole, norme, valori, tradizioni, capacità, linguaggi, obblighi, divieti, libertà, diritti, doveri, ricordi di interazioni passate, interessi e opinioni più o meno convergenti, altre relazioni più o meno compatibili ecc.

Il comportamento sociale di un individuo, ovvero le sue interazioni con gli altri, dipendono dalle sue relazioni sociali, e queste dipendono a loro volta dal comportamento sociale degli individui coinvolti, in un rapporto di causa-effetto circolare.

Il comportamento sociale umano è motivato da un bisogno innato di interazione sociale da cui si sviluppano, per effetto di particolari predisposizioni genetiche ed esperienze, diverse strategie di interazione per cui un soggetto si pone rispetto agli altri in posizioni e atteggiamenti più o meno dominanti, remissivi, gregari, conformisti, anticonformisti, docili, ribelli, difensivi, aggressivi, violenti, repulsivi, cooperativi, manipolatori, empatici, accudenti ecc.

Il senso del presente e del futuro

La religione ci ha insegnato a vivere non per il presente, ma per il futuro, un futuro incerto, ambiguo e poco credibile, in cui dovremmo essere premiati o puniti per ciò che facciamo o non facciamo adesso. Questa supremazia del futuro sul presente ci rende psichicamente malati perché ci fa trascurare i bisogni dei nostri corpi (in cui sono incluse le nostre menti), i quali bisogni sono per il presente, non per il futuro.

Bisognerebbe perciò cercare di vivere ogni momento della nostra vita nel modo più soddisfacente possibile, pensando al futuro solo coma continuazione ed evoluzione del presente, non come qualcosa che gli dia un senso. Il presente ha un senso di per sé, e anche se non ne avesse, non sarebbe certo un futuro sconosciuto a poterglielo dare.

Un altro errore che facciamo è quello di pensare al futuro come qualcosa di individuale, di personale. In tale ottica si tratta di un futuro effimero perché per ogni essere vivente esso finisce nel nulla, con la sua morte. Dobbiamo invece pensare soprattutto al futuro della nostra specie, e dell'ambiente di cui essa ha bisogno per sopravvivere. Vivere appieno il presente significa fare il nostro dovere di membri della nostra specie, che continuerà a vivere e ad evolvere dopo la nostra morte individuale.

Governatori governati

Ogni essere umano è al tempo stesso governatore e governato, nel senso che ognuno governa se stesso, gli altri e il resto del mondo, ed è governato da se stesso (ovvero dal suo inconscio e dal suo programma genetico), dagli altri e dal resto del mondo.

Governare un ente significa cercare di indurlo a comportarsi in un certo modo a certi fini, dopo aver stabilito quali fini cercare di realizzare con, e per, l'ente stesso.

Governare significa anche adattare i fini alle circostanze, ovvero alle possibilità.

Chi governa un ente dovrebbe essere consapevole della reciprocità del governo, cioè del fatto che l'ente che sta cercando di governare, a sua volta sta cercando in qualche modo di governarlo.

In altre parole, nell'interazione tra A e B, A cerca di governare B e al tempo stesso B cerca di governare A, vale a dire che ognuno cerca (consciamente o inconsciamente) di ottenere qualcosa dall'altro, qualcosa che può essere un bene materiale o immateriale, un certo comportamento o un certo sentimento, per soddisfare qualche bisogno.

Questo è un modo sistemico/relazionale di considerare le interazioni tra enti, specialmente per quanto riguarda le interazioni sociali, biologiche ed ecologiche.

Cambiamento e competizione

Normalmente, chi sta bene non vuole cambiare, mentre chi sta male non è capace di cambiare o non ha i mezzi per farlo.

Ciò nonostante, la società cambia, seppur lentamente, ma ciò avviene soprattutto per effetto della competizione, che causa sconvolgimenti politici e progresso tecnologico e scientifico.

Difficilmente la società cambia perché i suoi membri si mettono d'accordo, rinunciando ognuno a qualcosa e impegnandosi personalmente, per stare tutti meglio.

Infatti, normalmente, la maggior parte della gente subisce cambiamenti determinati da gruppi minoritari di persone che cercano di avere più potere e lo ottengono attraverso lotte politiche e l'uso della tecnica.

Oggi la tecnica è talmente sviluppata che può provocare distopie, disoccupazione di massa, la distruzione della biosfera e l'estinzione della specie umana mediante guerre nucleari e inquinamento. Perciò anche chi sta bene dovrebbe cercare di cambiare la società preferendo il progresso umanistico a quello tecnologico, e l'interesse comune a quello individuale.

Questo significa cercare di comprendere la natura umana con un approccio scientifico sistemico, al fine di soddisfare il meglio possibile i bisogni di tutti in modo razionale e a livello planetario.

Piacere, bisogno, desiderio, volontà

Se un essere vivente ha provato un piacere ottenendo o facendo una certa cosa, suppongo che in esso c'era il bisogno, il desiderio o la volontà di ottenere o di fare quella cosa.

Se così non fosse, dovrei credere che il piacere sia un fenomeno casuale, o causato da combinazioni (materiali o logiche) indipendenti da bisogni, da desideri, e da volontà.

Inoltre, dopo aver provato un piacere, è possibile che nell'essere vivente si produca il bisogno, il desiderio o la volontà di provarlo ancora, cioè di ripetere l'esperienza del piacere.

Aggiungerei che il piacere è un fenomeno involontario in quanto non può essere ottenuto semplicemente volendolo. Infatti, per ottenerlo occorre fare o ottenere cose capaci di produrlo. Possiamo chiamare queste cose "cause", "mezzi" o "intermediari" del piacere.

Il fenomeno del piacere mi sembra un ritrovato dell'evoluzione per garantire la sopravvivenza e la riproduzione delle specie più evolute, un meccanismo che costringe certe specie (che possiamo classificare come "senzienti") a comportarsi in certo modi e non in altri.

Il fenomeno del piacere resta per me misterioso, come pure quelli del bisogno, del desiderio e della volontà. Suppongo tuttavia che tali fenomeni siano interconnessi.

Ragionamenti analoghi valgono, mutatis mutandis, anche per il dolore.

Interazioni con esseri viventi vs. con macchine intelligenti

L’uomo ha un bisogno innato di interagire simbioticamente con altri esseri viventi e trae piacere da tali interazioni quando queste danno luogo ad una cooperazione.

La tecnica in generale, e l'informatica in particolare, hanno dapprima facilitato le interazioni naturali e reali, ma hanno poi finito per sostituirle (parzialmente o totalmente) con altre artificiali e virtuali.

Infatti oggi l’uomo interagisce sempre più con computer e macchine automatiche e sempre meno con esseri viventi e ambienti naturali.

A mio parere, le interazioni “meccaniche” non solo non soddisfano a sufficienza il bisogno genetico di interazione (causando frustrazioni), ma mettono l’uomo sempre più a rischio di essere controllato e manipolato su vasta scala da algoritmi creati non per il suo bene, ma per quello di altri.

Inoltre l’uomo, mentre impara ad interagire con le macchine, rischia di disimparare ad interagire con i suoi simili in modo “naturale”, ovvero non mediato dalle macchine stesse.

In conclusione, dovremmo vigilare affinché l’uso dell’informatica e delle telecomunicazioni non ci induca a rinunciare alle interazioni naturali, reali e dirette con altri esseri viventi, le sole in grado di farci stare "realmente" bene se scelte e gestite appropriatamente.

Importanza delle priorità

Un essere vivente ha molteplici bisogni (o desideri) che non possono essere soddisfatti tutti allo stesso tempo. Per questo esiste in ogni essere vivente un meccanismo, o algoritmo, interno, che stabilisce le rispettive priorità nella ricerca della soddisfazione, in modo tale da concentrare gli sforzi su un bisogno alla volta.

Una delle cose che differenziano gli esseri umani è la priorità che assegnano ai diversi bisogni, ovvero quale soddisfare prima e quale dopo, e dove investire le proprie limitate risorse. In altre parole, due persone possono essere d'accordo sul fatto che certe cose siano importanti e utili, ma in disaccordo su quale cosa abbia maggior valore, o sia più urgente, rispetto a un'altra.

Come stabiliamo, momento per momento, le nostre priorità? Penso che ciò avvenga sia in modo razionale che irrazionale. Razionalmente quando ci rendiamo conto che A deve essere soddisfatto (o realizzato) prima di B perché, per esempio, A è prerequisito indispensabile di B. Irrazionalmente quando la pulsione che proviamo verso A è più forte di quella verso B.

Detto ciò, si potrebbe fondare una tipologia di personalità basata sulla tendenza a stabilire priorità in modo razionale o irrazionale, ovvero attraverso l'analisi dei prerequisiti o secondo la prevalenza delle diverse pulsioni.

La bellezza, la bruttezza, il bene, il male

Per me il bello è anticipazione di piacere, il brutto anticipazione di dolore (anticipazioni entrambe inconsce).

Il buono è ciò che dà piacere, il cattivo ciò che dà dolore (piacere e dolore fisici o immateriali).

Il piacere viene prodotto dalla soddisfazione (o anticipazione della soddisfazione) di un bisogno, e il dolore dalla frustrazione (o anticipazione della frustrazione) di un bisogno.

Una stessa cosa può piacere a qualcuno e dispiacere a qualcun altro, per questo il bene e il male sono relativi e non può esistere un'etica universale o a priori.

Tuttavia ritengo possibile un'etica (pubblica) condivisa, definita non a priori, ma come risultato di una negoziazione tra gli interessati.

Vedi anche: Teoria della mappa cognitivo-emotivaI continenti del mondo emotivoStruttura e funzionamento della psiche, Valenze emotive e libero arbitrio,

Bisogno di comunità

Un essere umano ha due tipi di bisogni: quelli "animali" (cioè che si riscontrano anche in altre specie animali) e quelli "umani" (cioè che si riscontrano solo nella specie umana). Entrambi i tipi concorrono a determinare il comportamento umano, che non è altro che la ricerca di soddisfazione dei bisogni stessi attraverso certe strategie. Chi non riesce a soddisfarli soffre e tende ad ammalarsi fino a morire parzialmente o completamente.

La struttura portante della psiche è il bisogno di comunità. Una comunità, dal punto di vista psichico, è una struttura comportamentale condivisa da almeno due persone, caratterizzata da un insieme di forme e norme particolari che includono ruoli, obblighi, divieti, rituali, valori, autorità, gusti, pregiudizi, folclore, mode ecc.

Tutti gli esseri umani hanno un insopprimibile bisogno di comunità, più o meno conscio o inconscio, di origine genetica. Alcuni cercano di integrarsi nella comunità in cui si trovano conformandosi ad essa senza cercare di cambiarla; altri cercano di cambiarla per renderla più soddisfacente rispetto alle proprie esigenze. Altri ancora, non riuscendo a cambiarla, cercano di emigrare in un'altra comunità più soddisfacente e, se non ne trovano una adatta, cercano di crearla. Pochi ci riescono. Tra questi ci sono i fondatori di religioni, i dittatori e i leader politici, i rivoluzionari, i filosofi, i geni.

Sentimento e cognizione del bisogno e del desiderio

L'uomo fa ciò che fa perché "sente" e "conosce" il bisogno e/o il desiderio di farlo, cioè ne è cosciente sentimentalmente e cognitivamente. Tale consapevolezza è un fenomeno involontario tipicamente umano di origine genetica, che ha sostituito gli istinti (inconsapevoli) tipici degli altri animali.

Dopo la nascita, la cultura della comunità di appartenenza mistifica e censura i bisogni e i desideri di ogni individuo e ne crea e induce di nuovi.

Mentre i bisogni sono necessità geneticamente o culturalmente determinate, i desideri sono mezzi per soddisfare dei bisogni.

Se un desiderio non può essere realizzato, può essere sostituito con un altro al fine di soddisfare i bisogni correlati.

Se un bisogno genetico non può essere soddisfatto, l'organismo (inclusa la mente) muore o si ammala.

Se un bisogno culturalmente indotto non può essere soddisfatto, l'organismo soffre, ma non muore e non si ammala, o si ammala solo temporaneamente.

La soddisfazione di un bisogno o la realizzazione di un desiderio suscitano piacere e/o gioia. La frustrazione di un bisogno o la non realizzazione di un desiderio suscitano dolore e/o sofferenza.

È importante conoscere e demistificare i bisogni genetici, distinguerli da quelli indotti e soddisfarli coltivando e realizzando desideri appropriati.

Chi sono? (Miei ruoli e funzioni sociali)

Per rispondere alla domanda "chi sono?" ho compilato questo elenco di alcuni miei ruoli, ovvero funzioni sociali, da cui si evincono cose che posso scambiare con gli altri, ed eventualmente con te che mi leggi:

  • Esemplare di homo sapiens e, in quanto tale, portatore di bisogni umani più o meno soddisfatti.

  • Marito e genitore.

  • Cittadino italiano ed europeo.

  • Elettore politico.

  • Contribuente fiscale.

  • Professionista informatico e dirigente in pensione.

  • Consumatore o utente di vari beni e servizi, pubblici e privati.

  • Proprietario di beni mobili e immobili.

  • Amico o parente di varie persone.

  • Membro di varie associazioni culturali.

  • Membro di vari social network.

  • Sostenitore di organizzazioni filantropiche.

  • Inventore e realizzatore di servizi web utili a varie persone.

  • Studioso della natura umana.

  • Ricercatore, raccoglitore, inventore e diffusore di pensieri e idee utili per il miglioramento della vita umana (mia e altrui).

  • Interessato a nuove amicizie e collaborazioni.


Se ti interessa saperne di più, come spero, ti invito a esplorare il mio blog o a contattarmi.

Vedi anche Ruoli sociali.


Il ruolo di mediatore sociale

Io penso che sarebbe utile istituire il ruolo professionale di "mediatore sociale", inteso come figura che corrisponde, più o meno, a diversi ruoli oggi diffusi, tra i quali quelli di:
  • insegnante di scienze umane e sociali (specialmente filosofia, psicologia e sociologia)

  • maestro di vita (life coach)

  • prete

  • psicoterapeuta (individuale o familiare)

  • consulente filosofico e/o psicologico

  • match maker (mediatore per rapporti amorosi, matrimoniali o amicali)

Il mediatore sociale dovrebbe aiutare il cliente a soddisfare i propri bisogni, e quindi a soffrire di meno, attraverso le seguenti attività:
  • indagare, analizzare e definire i bisogni del cliente nel quadro di una certa visione del mondo e della natura umana;

  • aiutare il cliente a conciliare i propri bisogni con quelli altrui;

  • suggerire al cliente le persone più adatte con cui interagire (sia come categorie, sia come persone particolari) e indicare quelle meno adatte;

  • suggerire al cliente strategie per incontrare le persone più adatte (luoghi, metodi, strumenti informatici ecc.), evitare quelle meno adatte o difendersi da queste ultime;

  • fungere da confessore, confidente e consigliere del cliente e assisterlo nei suoi momenti di difficoltà specialmente quelle che riguardano i rapporti con gli altri.


Kant e l'uomo come mezzo o come fine

Spesso chi cita Kant sbaglia dicendo che l'uomo non deve mai essere un mezzo, ma solo un fine. Infatti gli umani sono interdipendenti e hanno bisogno gli uni degli altri per soddisfare i loro bisogni ed essere felici. In altre parole, gli altri sono i principali mezzi per la sopravvivenza e il benessere degli uni.

Il testo kantiano dove si descrive il secondo imperativo categorico viene spesso tradotto come segue: «agisci in modo da trattare l'umanità sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre ANCHE come fine e mai SEMPLICEMENTE come mezzo». Qui l'avverbio "semplicemente" è una cattiva traduzione di "Bloß", che significa "SOLTANTO". Da questa cattiva traduzione nascono certi equivoci e fraintendimenti.

Comunque, dire che l'uomo dovrebbere essere un fine e non un mezzo non ci aiuta a comprendere la realtà della natura umana. Infatti non ha senso dire che l'uomo è un fine. Fine di chi? Di se stesso? Degli altri? Piuttosto dovremmo dire che l'uomo ha un fine, anzi diversi fini, nel senso di bisogni, desideri e obiettivi, tra cui quello di essere felice, ma per essere felice deve contribuire alla felicità altrui. Ognuno deve quindi porsi come "mezzo" o strumento per contribuire almeno in parte alla felicità altrui, se vuole che gli altri facciano altrettanto. Questo in generale. Poi è ovvio che non dobbiamo sfruttare il prossimo pensando solo ai nostri desideri, bisogni e obiettivi, ignorando quelli altrui. Ma non c'è bisogno di Kant per capirlo.

Bisogno di interazione sociale

Ogni umano ha frequentemente bisogno di interagire costruttivamente o simbolicamente con altri umani, cioè di dare loro e di ricevere da loro cose materiali e immateriali, beni e servizi, con reciproca soddisfazione. Questa interazione non serve solo ad ottenere ciò di cui si ha bisogno, ma anche a confermare l’appartenenza ad una o più comunità di linguaggio, di conoscenze, di economia, di valori morali ecc.

Tuttavia soddisfare questo bisogno di interazione può essere difficile per molte persone. Infatti per poter dare una cosa occorre trovare qualcuno interessato a riceverla, e per poter ricevere una cosa occorre trovare qualcuno disposto ad offrirla. Così può succedere che qualcuno desideri avere da noi una cosa che non siamo disposti a dare o che non siamo in grado di dare, come può succedere che nessuno sia interessato a ricevere qualcosa da noi o a darci qualcosa, e che uno preferisca interagire con altri piuttosto che con noi.

Di fatto esiste pertanto un mercato, una borsa, delle interazioni sociali, con domande e offerte, formali o informali, conscie o inconscie, che a volte si incontrano, ma più spesso no, perché nessuno è obbligato ad accettare offerte o a soddisfare domande da parte di certe altre persone.

Perciò ognuno dovrebbe chiedersi: cosa sono disposto a offrire, e a chi? Cosa chiedo in cambio? Con chi sono disposto a interagire? Con chi non sono disposto a farlo? In quali ruoli vorrei o accetterei di interagire con gli altri?

I veri agenti del comportamento umano

Se il libero arbitrio non esiste, e la coscienza è un falso agente, o un agente illusorio, chi sono i veri agenti? E secondo quali criteri o logiche prendono le loro decisioni che la coscienza non fa che ratificare e/o giustificare a posteriori?

La mia "ipotesi" di risposta è che i veri agenti siano organizzazioni di microelementi viventi, cioè cellule o elementi sub-cellulari.

Sembrerebbe infatti che un'organizzazione simbiotica di elementi viventi possa dar luogo ad una entità con proprietà che non esistono in nessuno degli elementi (o organi) che la compongono (da cui il detto che un 'insieme è più della somma delle sue parti). 

Il corpo umano (comprese le sue facoltà cognitive, emotive e motivazionali) sarebbe dunque costituito da organizzazioni a vari livelli di elementi biologici a partire da quelli più semplici (cellulari o subcellulari) il cui funzionamento è regolato "inizialmente" da combinazioni di geni.

Le logiche con cui gli “agenti” decidono e agiscono sarebbero infatti in parte innate (cioè geneticamente determinate) e in parte apprese a seguito di esperienze, in quanto funzionali alla sopravvivenza e alla soddisfazione dei bisogni primari delle varie organizzazioni di elementi o organi (ai vari livelli) di cui il corpo è costituito.

Distanza sociale (legame) di sicurezza e di compromesso

Gli esseri umani hanno geneticamente bisogno gli uni degli altri e per questo tendono a controllarsi e dominarsi reciprocamente. Al tempo stesso, nessuno desidera essere dominato o controllato dagli altri, e ognuno vorrebbe essere libero di fare e non fare, rispetto agli altri, ciò che gli aggrada.

Risultato di tali innate disposizioni d'animo sono interazioni sociali conflittuali e "doppi vincoli", per cui in ogni coppia di esseri umani si stabilisce un legame caratterizzato da una distanza di sicurezza ottimale (nello spazio e nel tempo), non troppo lunga per evitare l'isolamento (e quindi l'impossibilità di controllare e usare l'altro), e non troppo corta per evitare di perdere la libertà (cioè di essere controllati e usati troppo dall'altro).

La distanza di sicurezza deve essere convenuta come compromesso tra le parti per evitare un conflitto in cui l'una cerca di allontanarsi, l'altra di avvicinarsi.

Quanto più breve è la distanza pacificamente e liberamente convenuta tra due persone per una reciproca soddisfazione, tanto più grande è ciò che la gente chiama "amore" o "amicizia", a seconda del tipo di relazione, ovvero di cosa viene scambiato nelle interazioni.

D'altra parte, imporre una certa distanza sociale non desiderata ad una persona equivale ad esercitare una violenza su di essa.

Il processo che stabilisce la distanza sociale tra due persone è normalmente  inconscio e influenzato dalle norme sociali della comunità di appartenenza.

Bisogno e rigetto degli altri







Nella mente umana conscia e inconscia, dal bisogno e rigetto degli altri derivano strategie e tattiche che mirano ad assicurare l'ottenimento del favore e l'evitamento del disfavore altrui.







Vita, bisogni, sentimenti, fini e mezzi

Ogni essere vivente è caratterizzato da un particolare complesso di bisogni più o meno soddisfatti, e, nelle specie senzienti, da sentimenti che esprimono le relative soddisfazioni e insoddisfazioni.

Noi umani associamo i nostri sentimenti a particolari idee, forme, cose o persone verso cui proviamo attrazione o repulsione, spesso senza sapere perché, cioè senza conoscere i bisogni da cui i nostri sentimenti derivano.

Ne consegue che spesso inseguiamo ciò che associamo ai nostri sentimenti piuttosto che cercare di soddisfare in modo razionale i bisogni da cui i nostri sentimenti derivano.

Noi tendiamo inoltre a confondere i mezzi con i fini, cioè a considerare certi mezzi come fini (per esempio il denaro). Di conseguenza sviluppiamo bisogni (secondari) per cose che sono solo mezzi per soddisfare dei bisogni primari, dimenticando quali siano i bisogni primari stessi.

Può succedere infatti che ciò che in una certa situazione costituiva un mezzo efficace per soddisfare un certo bisogno primario, in un'altra situazione non sia più efficace in tal senso. Se fossimo consapevoli del fatto che quel mezzo era solo un mezzo e non un fine (cioè che non ha un valore in se stesso), potremmo sostituirlo con un altro più adeguato, ma se abbiamo dimenticato quale era il bisogno che quel mezzo ci permetteva di soddisfare, quel bisogno rimarrà probabilmente insoddisfatto e continueremo a perseguire un mezzo diventato inutile o controproducente.

Sul cosiddetto libero arbitrio

Il cosiddetto libro arbitrio non è realmente libero in quanto è finalizzato alla soddisfazione dei bisogni dell'essere vivente che lo esercita, ed è limitato dalle/alle opzioni disponibili in tal senso.

Sebbene in teoria un essere vivente potrebbe fare qualsiasi cosa, in pratica può fare solo una delle cose corrispondenti alle opzioni di comportamento (cioè di interazione) ad esso "note" (consciamente o inconsciamente) e realmente praticabili.

Un essere vivente, infatti, non fa nulla per caso, ma qualsiasi cosa faccia consiste in un comportamento programmato, o nel risultato di una ricerca creativa mirata comunque alla soddisfazione di qualche bisogno programmato.

I bisogni di un essere vivente, come pure i mezzi e le strategie per soddisfarli, sono sempre programmati. Alcuni programmi sono innati, altri appresi nel corso della vita dell'individuo.

Il cosiddetto libero arbitrio è dunque in realtà un arbitrio programmato, in quanto consiste in scelte regolate da programmi. Le logiche di tali programmi tengono conto delle situazioni in cui l'individuo si trova momento per momento, ovvero dello stato di soddisfazione dei vari bisogni, e delle opportunità di soddisfarli, considerate come tali dal proprio sistema nervoso, ovvero dalla mente che in esso risiede. In tal senso si può parlare di omeostasi dei bisogni, e dei sentimenti ad essi associati.

Per concludere, il concetto di libero arbitrio è imprescindibile da quello di bisogno, e lo stesso si può dire del concetto di sentimento.

Pragmatica del comportamento umano

Ognuno vorrebbe influenzare gli altri.

A mio parere, ognuno vorrebbe influenzare gli altri.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe influenzare gli altri.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe influenzare gli altri a suo piacimento.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe, consciamente o inconsciamente, influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe, consciamente o inconsciamente, influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza per soddisfare i propri bisogni e desideri.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe, consciamente o inconsciamente, influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza per soddisfare i propri bisogni e desideri, perché noi umani siamo interdipendenti.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe, consciamente o inconsciamente, influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza per soddisfare i propri bisogni e desideri, perché noi umani siamo interdipendenti e non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni e desideri senza la cooperazione altrui.

-----------------

Questa considerazione potrebbe costituire la chiave di comprensione di ogni comportamento umano e la base di una nuova psicologia efficace.

La distanza desiderata

Ogni essere umano desidera stare ad una certa distanza, più o meno piccola o grande, rispetto ad ogni altro umano, distanza che dipende dal particolare altro o dalla categoria in cui l'altro viene classificato. Ciò vale per la distanza fisica (reale o virtuale), ma anche per quella mentale, laddove una distanza più piccola corrisponde ad una comunicazione e interazione più frequente e/o più profonda.

Ma c'è un problema di reciprocità nel senso che molto spesso la distanza desiderata da una persona A rispetto ad una persona B, è diversa da quella desiderata da B rispetto ad A. Per esempio, se A desidera stare a una distanza di 10 UDS (unità di distanza sociale, una unità di misura ipotetica) rispetto a B, mentre B desidera stare a 5 UDS rispetto ad A, quando A e B si incontrano, B cercherà di avvicinarsi ad A fino a 5 UDS, ma A, una volta che la distanza diventa inferiore a 10 UDS comincerà a ritrarsi da B o a respingerlo per riportarlo a 10 UDS.

La differenza di distanza desiderata crea stress, ovvero disagio e frustrazione, ad entrambe le persone coinvolte, finché una delle due, per evitare lo stress, rinuncia a comunicare e interagire del tutto con l'altra da cui si sente sente respinto o incalzato.

L'unica soluzione è trovare interlocutori con cui la differenza di distanza desiderata è più piccola possibile, fermo restando che tale distanza può variare di momento in momento in ognuno a seconda dell'umore, della stanchezza ecc., per cui una certa dose di pazienza, ovvero di rinuncia alla distanza desiderata, è indispensabile.

Pragmatica dei bisogni

Ogni comportamento umano è il risultato di una strategia, più o meno consapevole, per la soddisfazione di un complesso di bisogni consci e inconsci, repressi ed espressi, più o meno frustrati, sani, morbosi, autoprodotti o indotti dall'esterno.

Ogni essere umano ha un complesso sistema di bisogni. Col termine bisogno, in senso esteso, intendo qualsiasi motivazione, aspirazione, passione, volontà, intenzione, preferenza, desiderio, inclinazione, attrazione, tensione, paura, repulsione, bisogno più o meno frequente, più o meno conscio, costruttivo o distruttivo, innato o acquisito, autoprodotto o indotto dall'esterno.

La Pragmatica dei bisogni è un indirizzo psicologico che studia i rapporti umani come risultato dell'interazione tra individui visti come portatori di bisogni e di tattiche e strategie per la loro soddisfazione.

Il suo primo obiettivo è quello di scoprire e analizzare i bisogni di ciascuna delle persone coinvolte, soprattutto quelli inconsci, inespressi, rimossi, non compresi o fraintesi.

Secondo obiettivo è quello di valutare la "salute" e l'urgenza dei bisogni emersi, cioè capire quanto ogni bisogno sia sano o morboso per il benessere dell'individuo a medio e lungo termine, quanto sia socialmente accettabile, innocuo o nocivo per le altre persone coinvolte, e quanto ogni bisogno sia impellente.

Terzo obiettivo è studiare la compatibilità tra i bisogni delle persone in gioco e le possibilità di azione, negoziazione e collaborazione per una soddisfazione ottimale del massimo numero di bisogni di tutte le persone coinvolte.

 

Il bello del ballo e il bisogno d'interazione sincrona

Il ballo è praticato con piacere in quasi tutte le culture del passato e del presente. Io credo che il motivo stia nel fatto che l'atto del ballare comporta un'interazione sincrona tra le persone che ballano, e/o tra chi balla e chi suona, e per il fatto che interagire sincronicamente con altri corrisponde ad un bisogno umano innato, riconducibile ad un più generale bisogno di appartenenza e integrazione sociale. In altre parole, ballando si conferma la propria appartenenza ad una comunità, perché ballare è anche un rito di appartenenza e partecipazione.

Anche attività come giocare, suonare, cantare, viaggiare, lavorare insieme, conversare, essere spettatori "dal vivo" di eventi sportivi, teatrali, cinematografici, musicali, artistici, circensi, politici, religiosi, cerimonie, celebrazioni, riti ecc. soddisfano lo stesso bisogno di interazione sincrona ed è per questo che continuano ad essere praticate in tutte le culture.

Tornando al ballo, esso piace in modo particolare forse perché comporta anche simbologie sessuali più o meno esplicite. Infatti ballare è anche un rito di corteggiamento.

Per quanto sopra, il ballo e le altre forme di interazione sincrona che non hanno uno scopo pratico se non quello di divertire o ritualizzare, e perciò da alcuni considerate frivole o improduttive, dovrebbero essere prese sul serio e considerate importanti, se non indispensabili, in ogni società "sana". Si tratta infatti di divertimenti o rituali utili a soddisfare un bisogno (quello appartenenza e integrazione sociale) la cui frustrazione potrebbe nuocere alla salute mentale e di conseguenza anche quella fisica.

Dobbiamo soddisfare tutti i nostri desideri?

(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 13/10/2022 sul tema «Doit-on assouvir tous nos désirs ?»)

Dobbiamo soddisfare tutti i nostri desideri? La mia risposta a questa domanda è: dipende. Dipende dai tipi di desideri, dalla loro frequenza, da quanto è facile la loro soddisfazione, da quanto costa (non solo in termini di denaro ma anche di fatica e di effetti collaterali sulla salute) e dalle relative conseguenze morali e sociali.

A proposito degli effetti collaterali della soddisfazione dei desideri, dovremmo confrontare il piacere che si prova nel momento della soddisfazione (come, ad esempio, il mangiare un cibo delizioso, l’avere un rapporto sessuale o l’assumere una droga) e il piacere o dolore che si prova nell’intervallo tra due soddisfazioni.

Intendo dire che la soddisfazione di un desiderio, sebbene provochi un piacere nel momento della soddisfazione, potrebbe provocare dolori o altri inconvenienti in altri momenti, tali che gli effetti collaterali dolorosi potrebbero pesare più del piacere della soddisfazione stessa.

Dato che, a mio avviso, ciò che conta nella vita è la felicità media, non quella di un certo istante, secondo me la persona saggia è quella che sa prendere in considerazione il piacere della soddisfazione e il dolore provocato dagli effetti collaterali, e astenersi dalla soddisfazione dei desideri quando gli effetti collaterali negativi pesano di più.

Inoltre bisogna anche tener conto del fatto che la frustrazione dei bisogni e desideri "naturali", cioè non indotti dalla società o dalla cultura, può comportare non solo sofferenza, ma anche disturbi mentali e difficoltà nelle relazioni sociali.

Bisogno di potere sociale

Tra i bisogni umani ce n’è uno tanto diffuso quanto mistificato o ignorato. È ciò che possiamo chiamare “bisogno di potere sociale”, intendendo con questo termine il bisogno di poter influenzare il più possibile (nei limiti delle proprie capacità) gli altri a fare e/o a pensare ciò che si desidera che essi facciano e/o pensino.

Lo si potrebbe anche chiamare “bisogno di riconoscimento”, o “bisogno di rispetto” , o “bisogno di contare socialmente”, cioè di incidere nella società, ovvero di partecipare effettivamente alla formazione e alla guida della comunità, sia in senso culturale che economico, politico e pratico. In altre parole si tratta del bisogno di contribuire effettivamente alle scelte e alle decisioni su ciò che insieme ad altri si dovrebbe fare e ciò che non si dovrebbe fare.

Questo bisogno è problematico in quanto dà facilmente luogo ad una competizione per il potere, ovvero per l’influenza sociale, e può essere causa di una dolorosa frustrazione per quelle persone che non vedono riconosciuto il proprio “valore sociale” (ovvero la propria importanza o autorità nella comunità) specialmente se comparato al valore riconosciuto dalla comunità ad altre persone ritenute meno valide, cioè meno intelligenti, meno capaci, meno oneste, meno produttive, o comunque meno utili alla comunità stessa.

Il bisogno di potere sociale è per lo più inconscio, ma ciò non significa che non costituisca una delle motivazioni umane più potenti. Ebbene, io credo che sarebbe meglio prenderne coscienza e perseguire la sua soddisfazione in modo consapevole e razionale, riconoscendone la legittimità (in quanto fenomeno di origine genetica) sia per se stessi che per gli altri.

Il bisogno (e il piacere) di ubbidire e servire, comandare e dominare

Io suppongo che tra i bisogni umani (innati e acquisiti) ci siano anche quelli di ubbidire e servire, e quelli di comandare e dominare. Si tratta di bisogni che sono spesso oggetto di disprezzo, censura, mistificazione e rimozione in senso psicoanalitico. Tuttavia essi agiscono anche quando non vengono riconosciuti e la loro insoddisfazione genera stress, ansia e altri disturbi psichici e psicosomatici.

Ci sono anche persone che hanno una paura (innata o acquisita) di dominare e comandare o di servire e ubbidire.

Suppongo che tali bisogni o paure siano presenti, con diversa intensità, in tutti gli esseri umani. Infatti certe persone sembrano avere un forte bisogno di dominare e uno scarso bisogno di servire, e in certe altre sembra che avvenga l'opposto. Ci sono anche persone che hanno bisogni di dominare e servire egualmente intensi e altre che li hanno egualmente scarsi. Su questo si potrebbe costruire una tipologia psicologica.

Come per tutti i bisogni, la soddisfazione dei bisogni di dominare e comandare, servire e ubbidire produce piacere, l'insoddisfazione dolore.

Suppongo che, per star bene e sentirsi bene, ognuno di noi dovrebbe alternare momenti in cui ha un atteggiamento di dominazione e comando, ad altri in cui ha un atteggiamento di servizio e obbedienza, rispetto agli altri, compatibilmente con il fine della convivenza pacifica. Queste alternanze dovrebbero essere proporzionali alle intensità dei rispettivi bisogni,

Per concludere, credo che la vita sociale si fondi proprio sui bisogni di cui sopra. oltre che sull'empatia che ci permette di capire i bisogni altrui.

Potenza dei riti

Nella vita sociale ci sono riti formali e riti informali di cui i partecipanti sono più o meno consapevoli.

I riti sono uno strumento importante per confermare l’appartenenza dei partecipanti alla comunità che celebra (o semplicemente esegue) il rito. A ciò si aggiunge il fatto che il rito suscita una sensazione di appartenenza reciproca, nel senso che ogni individuo appartiene (in una certa misura) ad ogni altro, a condizione che tutti rispettino le stesse regole nello stesso momento.

La sincronizzazione dei gesti è molto importante per suscitare il senso di appartenenza, molto più importante dei contenuti del rito.

Io suppongo infatti che un rito potrebbe avere contenuti privi di qualunque significato, né letterale né metaforico, purché siano ordinati secondo qualche regola formale obbligatoria accettata e condivisa dai partecipanti.

Un esempio di ciò è la messa cattolica celebrata in latino per tanti secoli, durante i quali quasi nessuno dei fedeli conosceva tale lingua. In effetti il fatto che i fedeli non comprendessero il significato delle parole che i preti ed essi stessi proferivano, non toglieva nulla alla funzione e alla suggestione del rito, che era quella di unificare i fedeli sotto l'autorità del regolatore, cioè della gerarchia ecclesiastica.

Pertanto io credo che un gruppo di persone potrebbe inventare di sana pianta un rito, con determinati gesti, formule e simboli privi di qualunque significato o riferimento, e celebrarlo periodicamente per ribadire l'appartenenza dei membri del gruppo al gruppo stesso, e permettere loro di godere della piacevole emozione suscitata dalla soddisfazione di un bisogno fondamentale.

Programmi psichici

Qualsiasi "copione di vita" (Berne docet) o atteggiamento tipico o consolidato è codificato, ovvero scritto, in qualche modo e da qualche parte che non sappiamo e che non è indispensabile sapere. Dovremmo allora chiederci quando la codifica è avvenuta e se essa è suscettibile di cambiamento e in quale misura. In altre parole, se tale codifica è fissa e invariabile, oppure modificabile o adattabile.

Ebbene, io credo, rifacendomi all'ecologia della mente di G. Bateson, che i programmi biologici sono parzialmente variabili in quanto i sistemi biologici sono per definizione auto-organizzanti. Insomma stiamo parlando di programmi che, a partire dalla codifica del DNA (che è il programma iniziale), si riprogrammano continuamente durante la vita dell’individuo per meglio adattarsi all'ambente naturale e sociale.

Tuttavia tale riprogrammazione è sempre parziale e la questione è anche quale e quanta parte del programma rimane fissa e quale e quanta si modifica e cosa determina i suoi cambiamenti. Per comodità si potrebbe dire che il programma della psiche si compone di una parte invariabile e di una variabile.

La quota variabile è ovviamente diversa da persona a persona a seconda del substrato genetico e delle esperienze specifiche. Inoltre, il cambiamento non è sempre adattativo. Può anche essere disadattativo.

Ho detto altrove che “noi esseri umani siamo sistemi che interagiscono secondo bisogni, sentimenti e programmi che possiamo parzialmente conoscere e modificare” in quanto io ritengo che i sentimenti dipendono dalla soddisfazione o frustrazione dei bisogni, e i programmi (sia nella parte fissa che quella variabile) siano strategie per la soddisfazione dei bisogni stessi.

Le tre paure fondamentali

Penso che nell'uomo ci siano tre paure fondamentali dalle quali derivano tutte le altre, e che danno origine alla maggior parte dei sentimenti, i quali sono legati alla percezione e alla diminuzione delle paure stesse:

  • la paura di morire (essere aggrediti, feriti, mutilati, ammalarsi, non avere di che nutrirsi, ripararsi, proteggersi o difendersi, non essere autosufficienti ecc.)

  • la paura dell'isolamento sociale (essere abbandonati, non essere amati, essere puniti, rifiutati, emarginati ecc.)

  • la paura di sbagliare (fare cose e comportarsi in modi che aumentano il rischio di morire e dell'isolamento sociale, fare cose proibite, non essere in grado di affrontare le difficoltà e i problemi che si presentano, perdere la ragione, essere o apparire stupidi, essere disapprovati)

In assenza di esse forse i sentimenti non esisterebbero.

Queste tre paure sottintendono rispettivamente tre bisogni primari:

  • il bisogno di sopravvivenza fisica

  • il bisogno di integrazione sociale

  • il bisogno di potere sulla natura e la società

Le tre paure fondamentali, così come i tre bisogni primari ad esse associati, sono gerarchicamente interdipendenti in quanto:

  • l'isolamento sociale può condurre alla morte

  • lo sbagliare e la perdita di potere possono condurre all'isolamento sociale

L'uomo è motivato consciamente o inconsciamente a fare tutto il possibile per diminuire i rischi di morte, isolamento sociale e perdita di potere, a ridurre le relative paure e a provare i sentimenti di benessere e piacere che scaturiscono dalla loro diminuzione.

Sul bisogno di riconoscimento positivo

Ogni umano ha bisogno di essere riconosciuto positivamente da altri umani, cioè di ricevere dimostrazioni di rispetto, attenzione, stima, valore, capacità, affetto, amore, interesse a cooperare, ecc.

In altre parole, ogni umano ha bisogno di sentirsi dire da un certo numero di altri: tu sei ok, tu mi piaci, ti stimo, e desidero cooperare con te, cioè stabilire con te una relazione per una reciproca soddisfazione di bisogni e/o desideri, per fare cose utili e/o piacevoli che da soli non potremmo fare, per completarci e aiutarci a vicenda.

Si tratta di un bisogno geneticamente determinato e ineludibile, dovuto all'interdipendenza degli esseri umani.

Una prolungata insoddisfazione di tale bisogno può causare sofferenze e disturbi mentali, nel senso che può indurre l’individuo a stabilire con gli altri rapporti dolorosi, improduttivi e/o violenti, o indurlo a isolarsi, rendendo sempre più difficile o impossibile la soddisfazione di ogni altro suo bisogno.

Un grande problema relativo al bisogno di riconoscimento positivo è il fatto che esso non è né un diritto né un dovere, ma è condizionato al gradimento del riconosciuto agli occhi del riconoscitore. In altre parole, per essere riconosciuto positivamente, un individuo deve “essere” o comportarsi come il riconoscitore desidera e si aspetta.

Il riconoscimento positivo ha dunque un prezzo, che alcuni potrebbero non essere disposti a pagare, tanto da rinunciare al riconoscimento stesso, e a mettersi in una posizione asociale o isolata rispetto agli altri.

Cosa piace e cosa fa paura ad un essere umano

Ad un essere umano piace tutto ciò che conferma la sua appartenenza all'umanità, la sua integrazione e partecipazione interattiva ad una comunità; tutto ciò che lo fa sentire parte integrante, costituente, contribuente, coerente, armonica, simbiotica, utile, non superflua, di un gruppo; tutto ciò che gli conferma di avere un ruolo nella società i cui altri membri accettano, approvano e usano per la loro soddisfazione attraverso un continuo dialogo e scambio; tutto ciò che lo fa sentire "giusto" non in senso morale (perché la morale è una razionalizzazione di qualcosa di più profondo) ma formale e materiale, nel senso della tessera di un puzzle, che nel quadro ha un posto unico ad essa assegnato, che solo il soggetto può riempire perfettamente, e in sua mancanza il puzzle è incompleto o sbagliato.

In sintesi, ad un essere umano piace essere parte di, ovvero avere  un ruolo in, una configurazione sociale simbiotica o un rito sociale e tutto ciò che favorisce tale partecipazione, come, ad esempio, seguire una moda o assistere insieme ad uno spettacolo o ad una messa.

Questo piacere deriva da un profondo bisogno genetico di partecipazione sociale, la cui frustrazione può dar luogo a sofferenza, ansia, panico, depressione, e altri disturbi mentali.

Non importa se l'umanità, la società, la comunità, il gruppo, il puzzle, siano buoni o cattivi, onesti o criminali, sani o malati, saggi o stupidi, produttivi o improduttivi, l'importante è avere una forma compatibile con il resto dell'insieme e non restare isolati o emarginati. Infatti, per l'inconscio è meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli.

Tuttavia il bisogno di integrazione sociale è più o meno forte da persona a persona, in uno spettro continuo ai cui estremi abbiamo l'estroverso e l'introverso.

Bisogno di autorità

Mi pare che l'uomo abbia un assoluto bisogno di autorità. Il concetto di autorità può implicare posizione gerarchica, potere, responsabilità, dominio, maestria, capacità, arbitrio, indipendenza, comando, istituzione, prestigio, competenza, conoscenza, ma soprattutto implica una superiorità politica, morale, intellettuale o spirituale rispetto a coloro che dispongono di minore autorità, con i privilegi che da tale superiorità derivano.

Io credo che l'uomo abbia un profondo bisogno di stabilire la propria posizione gerarchica rispetto quella di ogni altro. Così, due umani che interagiscono cercano prima di tutto, consciamente o inconsciamente, di stabilire chi dei due abbia maggiore autorità e, in caso di parità, quale sia l'autorità comune a cui essi si sottometteranno, e che stabilirà le regole della loro interazione.

Infatti, le regole di una interazione possono essere stabilite arbitrariamente da uno degli interattori (quello di maggiore autorità relativa) oppure da un arbitro terzo (una persona concreta o astratta) a cui i due accettano di obbedire, come ad esempio una religione o un ideale etico.

Una parte importante dell'identità sociale di un individuo consiste proprio nelle autorità politiche, morali, intellettuali o spirituali che l'individuo riconosce e a cui obbedisce, e/o che cerca di imporre agli altri.

Senza regole, senza direzioni, senza comandi, senza richieste, senza ordini, senza servizi, senza la conformità e l'obbedienza ad una o più autorità, l'interazione cooperativa è impossibile, ed è per questo che l'uomo deve di volta in volta scegliere se imporre all'altro la propria autorità, accettare l'autorità dell'altro o scegliere l'autorità terza comune più adatta a favorire la cooperazione.

Strategie di partecipazione

Perché la gente fa quello che fa? Che senso ha ciò che fa? Perché sorride quando sorride ed è triste quando è triste?

La mia risposta è che, nella maggior parte dei casi, la gente cerca di fare cose che affermino o confermino la propria rispettabile appartenenza ad una certa comunità, gruppo o categoria sociale, perché ciò risponde ad un bisogno fondamentale radicato nella psiche di ogni essere umano, che si può chiamare "bisogno di appartenenza e integrazione sociale", o "bisogno di partecipazione".

La gente è contenta nella misura in cui riesce a soddisfare tale bisogno, scontenta e/o disturbata mentalmente quando non vi riesce per molto tempo.

In funzione del bisogno di partecipazione, ogni cosa, ogni possibile azione può essere, e normalmente è, qualificata come più o meno "socialmente corretta", ovvero come dotata di una "valenza sociale" più o meno grande.

Le persone stesse possono essere, e normalmente sono, qualificate come più o meno socialmente corrette, in funzione della correttezza sociale delle loro azioni e preferenze.

I criteri di qualificazione della correttezza sociale dipendono dai paradigmi di interazione e partecipazione caratteristici della comunità di appartenenza, interiorizzati nelle persone sin dalla loro nascita attraverso l'educazione e le esperienze sociali.

Tornando alle domande iniziali, la risposta potrebbe essere formulata come segue: la gente fa quello che fa perché quella è la sua strategia di partecipazione sociale, ovvero il modo in cui, in un dato momento, in una data situazione, ha scelto di partecipare alla società, non avendone trovato uno migliore, tra quelli che conosce, adatto alle proprie capacità e alla propria personalità.

Teoria dei contesti sociali

Seguendo liberamente il pensiero di Gregory Bateson e quello di George Herbert Mead, suppongo che in ogni mente umana si formino, a seguito delle proprie esperienze, una quantità di "contesti sociali", ovvero configurazioni immaginarie di relazioni sociali in cui il soggetto e gli altri occupano particolari posizioni strutturali, funzionali e gerarchiche, rivestono certi ruoli e interagiscono in certi modi per soddisfare i propri bisogni e desideri.

Quando due persone interagiscono, ogni transazione (elementare o composta) viene interpretata (ovvero significata, intesa) facendo riferimento ad un certo contesto sociale, il quale può cambiare più o meno rapidamente nel corso dell'interazione (per esempio, nell'umorismo il cambio di contesto è istantaneo o il contesto è continuamente ambiguo).

Nei soggetti schizofrenici c'è una rigidità o impossibilità di cambiamento di contesto, ovvero di interpretare le transazioni sociali secondo una gamma variabile di contesti.

Le motivazioni di una persona (bisogni e desideri, consci e inconsci) sono da riferire ai particolari contesti sociali che essa desidera realizzare o impedire.

Le persone si distinguono per la quantità e la qualità di contesti sociali che si sono formati nelle loro menti, nei sentimenti ad essi associati (piacere, dolore, attrazione, repulsione, desiderio, paura, speranza, angoscia, frustrazione, rabbia ecc.), e nella capacità di concepirne di nuovi, di intuire i contesti sociali altrui e di individuare correttamente quello applicabile a ciascuna transazione.

Vedi anche  Teoria delle configurazioni sistemiche (configurazionismo).

Il paradossale vantaggio del conformismo

Nella letteratura umanistica il conformismo è solitamente visto come una criticabile debolezza umana dovuta soprattutto alla paura dell'emarginazone sociale, della solitudine e della responsabilità morale. Ma il conformismo può essere anche uno strumento di potere ed essere attraente anche per questo.

Abbiamo infatti bisogno degli altri, di interagire con gli altri, di essere approvati dagli altri, ma anche gli altri hanno questi bisogni, e noi possiamo approfittarne se ci poniamo come "gli altri" degli altri. Tuttavia, perché ciò avvenga, dobbiamo soddisfare certi requisiti, dobbiamo essere accettati come approvatori, e per questo dobbiamo conformarci alle norme, forme e valori comuni. Dobbiamo essere "rappresentativi" della società.

Al teatro, per esempio, ci sentiamo approvati (nella misura in cui ci comportiamo "normalmente") e approvatori (in quanto giudicanti), sia degli attori, sia del resto del pubblico. Perciò il teatro piace tanto, al di là dei contenuti messi in scena. Lo stesso vale per le partite di calcio e qualsiasi altro tipo di spettacolo o intrattenimento pubblico.

Il conformismo è fortemente motivante perché conformandoci, non solo ci sentiamo approvati, ma ci sentiamo approvatori, e questo è un potere enorme che ognuno può avere sugli altri, quello di giudicarli, perché ognuno ha paura del giudizio negativo e bisogno di quello positivo. Insomma, il conformismo non va visto solo come una forma di sottomissione, ma anche, paradossalmente,  di dominazione, di esercizio di potere. Altrimenti non si spiegherebbe perché è così diffuso e tenace.

Abbiamo bisogno di essere riconosciuti come "riconoscitori" e per acquisire tale qualità dobbiamo conformarci. Se non siamo accettati come "riconoscitori", non siamo rispettati, non siamo desiderati, non contiamo nulla.


Felicità = soddisfazione reciproca

Un essere umano è felice quando soddisfa altri ed è soddisfatto a sua volta da altri, direttamente o indirettamente.

Infatti l'uomo non può soddisfare da solo i suoi bisogni, ma per questo (e quindi per essere felice) ha bisogno della cooperazione altrui. In questo senso siamo tutti interdipendenti.

La soddisfazione reciproca può essere bilaterale o multilaterale. Quella bilaterale si ha tra due persone laddove la prima soddisfa la seconda e questa, in cambio, soddisfa la prima. Quella multilaterale si ha tra più di due persone allorché una prima soddisfa una seconda e viene a sua volta soddisfatta da una terza la quale soddisfa direttamente o indirettamente la prima.

È questo il caso, per esempio, di un impiegato che soddisfa i clienti della ditta per cui lavora, ed è soddisfatto per questo (cioè ricompensato) non direttamente dai clienti, ma attraverso lo stipendio dal suo datore di lavoro. Questo, a sua volta, non viene soddisfatto (cioè ricompensato) direttamente dall'impiegato, ma dai clienti attraverso il pagamento dei prodotti della ditta.

La felicità consiste, a mio parere, in una sufficiente soddisfazione reciproca (bilaterale e/o multilaterale).

Il concetto di soddisfazione è legato a quello di bisogno, cioè di necessità, mancanza o carenza. Infatti non ci può essere soddisfazione se non c'è un bisogno da soddisfare. Di conseguenza, per soddisfare una certa persona occorre che questa abbia dei bisogni inappagati e che questi vengano soddisfatti da qualcuno ogni volta che si presentano.

Per tali ragioni è importante conoscere o intuire i bisogni propri e altrui, per cui a mio parere, è auspicabile lo sviluppo di una "psicologia dei bisogni", ovvero di una psicologia fondata sull'analisi dei bisogni umani e dei modi in cui possono essere soddisfatti.

Sulla tristezza

A mio parere la tristezza è una specie di dolore non acuto e di intensità costante, che può durare da pochi minuti a diversi mesi o anni.

Suppongo che la tristezza sia causata dalla insoddisfazione prolungata di un bisogno primario, unita ad una scarsa speranza di futura soddisfazione del bisogno stesso.

Quando siamo tristi, volendo fare qualcosa che possa alleviare o eliminare la tristezza, è importante conoscerne le cause, cioè capire quali siano i bisogni primari insoddisfatti.

A tale scopo è importante sapere quali siano i bisogni primari dell’uomo in generale.

Io definisco e classifico i bisogni umani in base al loro oggetto, nelle seguenti categorie:

  • sopravvivenza e salute organica

  • relazioni sociali: comunità, appartenenza, conformità, interazione, integrazione, cooperazione, condivisione, partecipazione

  • libertà, individuazione, differenziazione, creazione

  • bellezza, armonia, ordine, pulizia, purezza

  • conoscenza

  • supremazia, potenza, competitività

  • coerenza logica, concordanza, 


Sulla paura dell'isolamento sociale

Una delle paure umane più importanti e diffuse è quella dell'isolamento sociale. Essa agisce a livello inconscio ancor più che a quello conscio ed è tra i principali determinanti del comportamento e delle inibizioni dello stesso.

Dovremmo allora chiederci se questa paura sia qualcosa di buono, utile, adattivo da un punto di vista evoluzionistico, oppure qualcosa di infausto, che rende la vita insoddisfacente, sgradevole, angosciosa.

La mia risposta è ambivalente. Da una parte tale paura è salutare perché senza di essa probabilmente la specie umana si sarebbe già estinta per scarsità di cooperazione. Da un'altra essa è forse la principale causa delle nevrosi e dell'infelicità umana, perché, come diceva Jean de La Bruyère: "Tutto il nostro male viene dal non poter stare soli."

E' una paura tanto più insidiosa quanto più è inconscia, ed aumenta, probabilmente in modo esponenziale, in funzione del tempo passato in solitudine, ovvero senza interazioni o rituali rassicuranti in tal senso.

Per alleviare tale paura siamo portati a fare qualsiasi cosa, anche le più stupide e nocive, pur di non perdere il contatto con gli altri, continuare ad interagire con loro, stare in loro compagnia, essere accettati da essi.

Come fare per evitare gli effetti nocivi della paura dell'isolamento?

Io credo che la soluzione consista nel gestire consciamente questa paura calcolando razionalmente il rischio effettivo di isolamento a fronte di un certo comportamento o non-comportamento, o di un certo periodo di solitudine volontaria o involontaria. Infatti, se non gestiamo consciamente tale paura, lasciamo che a farlo sia il nostro super-io, che è notoriamente incline a valutazioni irrazionali ed estreme, e a generare angoscia e sensi di colpa eccessivi rispetto ai rischi e alle infrazioni reali.

Perché scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo? Il bisogno di partecipazione

Perché scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo? Credo che questa sia la domanda fondamentale a cui la psicologia cerca di rispondere. O, meglio, credo che il compito principale della psicologia sia di rispondere a tale domanda.

La mia risposta è che scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo per cercare di soddisfare i nostri bisogni, tra i quali il più importante è quello di partecipazione alla vita sociale, che possiamo chiamare semplicemente bisogno di partecipazione.

Partecipare alla vita sociale significa interagire simbolicamente con altri esseri umani, secondo uno o più paradigmi di interazione determinati dalle particolari culture in cui la propria mente si è formata.

Possiamo chiamare evento sociale un'occasione di interazione umana, ovvero di partecipazione, previsto da un paradigma di interazione e caratterizzato da certe regole, ovvero forme, norme, valori, scopi e ruoli.

La partecipazione ad un certo evento sociale richiede una specifica competenza ovvero conoscenza delle regole, certi prerequisiti e certe risorse, tra cui informazioni condivisibili.

Ne consegue che per poter partecipare ad un evento sociale può essere necessaria una fase di preparazione in cui ci si esercita anche da soli, attraverso i media, a praticare le regole dell'interazione, e si raccolgono informazioni e si fanno esperienze spendibili durante l'interazione stessa.

Ciò significa che certe letture, certe attività possono essere più o meno spendibili ovvero narrabili al fine della partecipazione ad un evento sociale, per cui possiamo introdurre il concetto di "valenza sociale" per indicare quanto una certa cosa sia da ritenersi utile o vantaggiosa ai fini della partecipazione sociale in un certo gruppo a cui si desidera appartenere.

Il pudore del piacere e del dolore

Mi pare che gli esseri umani, nella nostra civiltà, tendano a nascondere o a mistificare (agli altri e perfino a se stessi) i loro sentimenti, specialmente quelli fondamentali, ovvero il piacere e il dolore, esprimendoli e riconoscendoli solo nella misura e nel modo in cui sono "socialmente corretti", ovvero accettabili secondo la morale comune.

Per quanto riguarda il dolore, inoltre, la sua manifestazione può significare una richiesta di aiuto, o l'enfatizzazione di un torto subito o di un diritto leso, per cui esso può essere manifestato ad arte, per raggiungere un obiettivo sociale. D'altra parte il dolore può significare un insuccesso o una condizione di disgrazia o povertà, per cui esso può essere nascosto ad arte, per non apparire come perdenti o emarginati.

Un discorso analogo vale per il piacere, che può significare un successo o una condizione di grazia o ricchezza, per cui esso può essere simulato per apparire come vincenti e ben integrati socialmente quando non lo si è. D'altra parte un piacere può derivare dalla soddisfazione provocata da una disgrazia che colpisce una persona invidiata o rivale, per cui può essere conveniente nasconderlo.

Il risultato di quanto sopra esposto è che è difficile capire cosa causi veramente piacere e dolore negli altri, e anche in noi stessi.

A ciò si aggiunge il fatto che, secondo me, il piacere esprime la soddisfazione di uno o più bisogni, e il dolore la loro insoddisfazione. Ne consegue che manifestare un piacere equivale a manifestare uno o più bisogni la cui soddisfazione ha causato quel piacere, e lo stesso vale, mutatis mutandis, per il dolore. E ovviamente, non tutti i bisogni umani sono "socialmente corretti" e confessabili.

Il risultato è che, per motivi analoghi a quelli relativi alla manifestazione del piacere e del dolore, è difficile capire quali siano i bisogni degli altri e di noi stessi.

Economia della soddisfazione dei bisogni

Nella misura in cui per soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della collaborazione di qualcuno, dobbiamo comportarci in modo da ottenerla.

Da questo sillogismo, che è fondamentale nella costruzione della psiche, derivano una quantità di domande come le seguenti.

Della collaborazione di chi ho bisogno e in quale misura?

Sono in grado di comportarmi verso una certa persona nel modo da essa richiesto per ottenere la sua collaborazione? Quanto mi costa? Ne vale la pena?

Nel caso in cui non riesco ad ottenere da una certa persona la collaborazione di cui ho bisogno, con quale probabilità posso ottenerla, in modo ugualmente, o ancor più, soddisfacente, da un'altra persona? In altre parole, con quale facilità posso sostituire una persona con un’altra come collaboratrice per la soddisfazione dei miei bisogni?

La faccenda può (e dovrebbe) essere esaminata anche dal punto di vista dei bisogni dell'altra persona, dando luogo a domande come le seguenti.

Di cosa ha bisogno questa persona?

In che misura questa persona mi ritiene capace di soddisfare i suoi bisogni?

In quale misura potrei aiutarla a soddisfare i suoi bisogn e quanto mi costerebbe?

Con quanta facilità questa persona potrebbe trovare qualcun altro in grado di aiutarla a soddisfare i suoi bisogni in modo ugualmente, o ancor più, soddisfacente?

Cosa vorrei come compenso per soddisfare i suoi bisogni?

La collaborazione ha successo quando entrambe le parti riescono a soddisfare i propri bisogni e quelli altrui ad un costo sostenibile per entrambe, vala a dire quando ne “vale la pena”, e quando non vi sono alternative più facili e/o più convenienti.

Occorre tuttavia considerare il fenomeno dell'attaccamento, per cui tra due persone si stabilisce un legame che si rafforza nel tempo e che tende ad essere esclusivo.

Il bambino in corpo (l'io e il me)

Suppongo che in ogni essere umano si nasconda il fantasma di un bambino più o meno frustrato, timido, vile, egoista, capriccioso, geniale, curioso, aggressivo, tenero, affettuoso, cocciuto, ignorante, bugiardo, violento, lascivo, arrogante, petulante, disobbediente, impaziente, ribelle ad ogni educazione e cambiamento, che tiranneggia il suo portatore scatenando in lui sentimenti, emozioni, paure, entusiasmi, disperazioni e pulsioni irresistibili. Un bambino con cui è impossibile ragionare e che è disposto a venire a patti solo alle sue condizioni. Per ottenere qualcosa da lui c'è un unico modo: promettergli, in cambio, di soddisfare un suo desiderio e mantenere la promessa. Ignorarlo o deluderlo è pericoloso, perché è vendicativo e capace di punire il suo portatore con sofferenze e malattie anche gravi, e di inibire la sua intelligenza.

Penso dunque che in ogni adulto ci sia un genitore (l'io cosciente, o semplicemente, l'io) e un bambino (l'inconscio, che io chiamo anche il me). Il problema è che spesso l'io ignora o punisce il bambino, non cerca di capire e soddisfare i suoi bisogni e desideri, cioè non si comporta come un buon genitore, con le conseguenze di cui sopra.

Questa mia visione è ispirata all'Analisi transazionale di Eric Berne.





Vedi anche Dimensioni della realtà e meditazione sinottica.

Internet e l'invasione delle illusioni

Oggi più che mai siamo invasi da informazioni che ci illudono e ci manipolano in modi più o meno palesi.

La televisione e Internet (ormai indissolubilmente connessi e alleati) ci propongono infatti un'infinità di narrazioni per lo più fittizie, illusorie e fuorvianti rispetto alla soddisfazione dei nostri bisogni.

Il contatto diretto con gli altri è sempre più sostituito da quello indiretto con persone sia reali che immaginarie. Infatti, attraverso Internet ognuno può costruire e offrire agli altri un'immagine artefatta di se stesso, che mostra solo gli aspetti più opportuni e convenienti (più o meno veritieri).

D'altra parte anche i contatti diretti tra le persone sono mediati dai mass media, i quali dettano le regole logiche, etiche ed estetiche delle interazioni e ci consegnano visioni del mondo coerenti con i desideri e le illusioni di chi compra e gli interessi di chi vende.

Oggi siamo fisicamente più liberi che in passato, ma psicologicamente irretiti da mass media sempre più pervasivi.

Per i più, Internet è stata un'occasione mancata per liberare le menti da tradizioni limitanti. Infatti il conformismo della rete ha preso il posto di quello dei contatti diretti. In altre parole, grazie alle nuove tecnologie, la dittatura della mediocrità si è rinforzata e ancora più diffusa.

Tuttavia il potenziale di Internet è illimitato e il suo accesso ancora libero nella maggior parte del pianeta. Ognuno di noi, se vuole, può usare la rete in modo creativo, selettivo e mirato all'interconnessione e all'interazione reale tra persone reali, opportunamente selezionate.

Intendo dire che la "Rete" dovrebbe essere usata non per sostituire, ma per facilitare i contatti dal vivo, i soli autentici e veramente utili alla soddisfazione dei nostri bisogni reali.


Bisogni, passioni, interazioni e contesti

Pochi sanno di cosa hanno veramente bisogno, ma tutti conoscono le le proprie passioni, ovvero cosa dà loro piacere e cosa dolore, cosa fa loro paura e cosa li tranquillizza, cosa li attrae e cosa li repelle. Tuttavia può essere che qualcosa di cui abbiamo bisogno ci faccia paura o ci disturbi, e che siamo attratti da cose di cui non abbiamo bisogno, o che sono per noi nocive.

Gli umani si aggregano soprattutto in base all'affinità delle loro passioni, più che a quella dei loro bisogni, e le passioni sono molto più varie e volatili dei bisogni.

E' importante che ci sia coerenza tra bisogni e passioni, ovvero che le cose di cui abbiamo veramente bisogno siano anche l'oggetto delle nostre passioni, e non siano in conflitto con queste.

C'è poi il problema della repressione dei bisogni e delle passioni, specialmente ad opera delle religioni, e della induzione di falsi bisogni e di passioni nocive ad opera della pubblicità commerciale.

Per tutti questi motivi, gli umani dovrebbero occuparsi dello studio critico dei loro bisogni e delle loro passioni, in modo da negoziare esplicitamente le rispettive soddisfazioni. Altrimenti si continua ad interagire automaticamente e inconsapevolmente, secondo schemi o copioni tipici predefiniti, con ruoli e forme predefiniti, facenti parte del patrimonio culturale comune.

Non credo che sarebbe possibile una comunicazione umana senza fare riferimento ad un comune contesto di riferimento da usare per dare un significato cognitivo ed emotivo ai messaggi e ai gesti scambiati. Pertanto, un modo per interagire in modo creativo, originale, efficace, consiste, secondo me, nel concepire, presentare e proporre, prima di interagire, un nuovo contesto di riferimento interattivo, sperando che piaccia al nostro interlocutore e che possa essere adottato per un'interazione più soddisfacente rispetto ai rispettivi bisogni.

A che servono le feste

L'esistenza di una comunità e l'appartenenza ad essa si manifestano attraverso la celebrazione dei riti che la caratterizzano. Le feste sono riti sociali tra i più importanti. Si celebrano per dimostrare (inconsciamente) a se stessi e agli altri di appartenere ad una comunità che celebra quel tipo di feste. Sono riti di appartenenza che rassicurano chi vi partecipa e chi guarda i partecipanti, perché una persona che non appartiene a nessuna comunità (ed è quindi moralmente libera) fa paura a tutti, anche alla persona stessa.

Siamo tutti terrorizzati o depressi all'idea di non appartenere a nessuna comunità.
Le feste sono anche una buona occasione per stare insieme e incontrare persone conosciute e sconosciute, cosa di cui ogni umano ha bisogno. Queste cose si potrebbero fare anche al di fuori di feste ma in tal caso sarebbero meno interessanti perché non avrebbero la funzione "comunizzante", la quale, infatti, richiede la manifestazione e il rispetto di un vincolo sociale.

Le feste sono anche esami. Attraverso l'impegno e il dispendio con cui una persona celebra una festa, viene misurata pubblicamente la sua appartenenza alla corrispondente comunità e la sua posizione di potere e il suo prestigio all'interno di essa. Maggiore l'impegno, maggiore l'intregrazione; maggiore il dispendio, maggiore il potere e il prestigio. Chi non partecipa alla festa si esclude dalla rispettiva comunità, chi non lo fa con un dispendio adeguato dimostra di avere poco potere o prestigio o di essere avaro, e quindi socialmente non attraente.

Le feste sono anche gare, dove si compete per mostre le proprie abilità nel parlare, nel danzare, nel vestire, nel suonare, nel cantare ecc. e dove si possono mettere in mostra i propri corpi, i propri abiti, i propri gioielli, le proprie ricchezze, i lussi che ci si può permettere, i propri gusti, la propria cultura, la propria conoscenza delle tradizioni della comunità e la propria conformità ad esse.

Sull'autenticità dei nostri bisogni e desideri

Non è facile, per un essere umano, sapere di cosa abbia veramente bisogno, cosa  desideri veramente, cosa veramente gli piaccia e cosa veramente non gli piaccia. Non è facile perché tali verità, se incompatibili con i bisogni, i desideri e le aspettative altrui, potrebbero essere sgradite agli altri, potrebbero dar luogo a critiche, disprezzo, derisione, emarginazione, isolamento o repulsione da parte degli altri.

Infatti, dato che per soddisfare i propri bisogni ogni umano ha bisogno della cooperazione di un certo numero di altri, per ottenere tale cooperazione egli è costretto ad “adattare” i propri bisogni e desideri palesi ai bisogni, ai desideri e alle aspettative di coloro da cui dipende la soddisfazione dei propri bisogni.

Così, a forza di adattare, nascondere e dissimulare agli altri i nostri bisogni e desideri, finiamo per vivere una vita non autentica, senza nemmeno esserne consapevoli.

Conviene pertanto chiederci spesso: di cosa ho veramente bisogno? Cosa desidero veramente? Cosa mi manca veramente? Queste domande richiedono coraggio, perché le risposte autentiche potrebbero turbarci e rendere conflittuali i nostri rapporti con gli altri.

D’altra parte, la soddisfazione di bisogni e desideri non autentici non solo non dà piacere, ma è anche causa di frustrazione, di delusione, di tristezza.

Riguardo alle domande sopra menzionate, suggerisco una risposta generica: ciò che desideriamo veramente e che probabilmente ci manca, è soprattutto l’amore inteso come unione fisica e spirituale, e interazione, con altri esseri umani, per una comune e reciproca soddisfazione. Una cosa tanto semplice da dire quanto difficile da realizzare per tanti motivi complessi, che conviene indagare.

Rilevare le volontà dei propri demoni (il forum sentimentale)

Nella mente di ognuno di noi ci sono un numero imprecisato di agenti mentali autonomi inconsci (che possiamo anche chiamare poeticamente "demoni") ognuno dei quali presidia un nostro bisogno, ovvero cerca la sua soddisfazione pilotando il nostro comportamento mediante sentimenti da essi generati a tale scopo, come gioia, sofferenza, attrazione e repulsione, paura, curiosità, angoscia, noia, rabbia, depressione, panico, entusiasmo, diffidenza ecc.

Se vogliamo usare razionalmente il libero arbitrio, ammesso che ciò sia possibile almeno in parte, dovremmo quindi cercare di capire cosa vogliono i nostri demoni, per poi decidere coscientemente e volontariamente in quale misura cercare di accontentarli.

Come si fa a percepire le volontà dei propri demoni? Attraverso l'analisi dei propri sentimenti e delle loro associazioni a idee, ipotesi, e opzioni. In altre parole, si tratta di prendere in considerazione varie ipotesi di comportamento e di immaginare di sottoporre ciascuna di esse ad un immaginario forum sentimentale in cui i vari demoni esprimono il loro giudizio su ogni ipotesi generando certi sentimenti, più o meno positivi o negativi, indicando in tal modo se sono favorevoli o contrari.

Ovviamente può accadere che i vari demoni esprimano giudizi contrastanti, rendendo la decisione della coscienza circa l'ipotesi da perseguire, ancora più difficile.

Dobbiamo dunque imparare a "sentire", capire, rilevare i nostri sentimenti, specialmente quando sono vaghi, deboli, conflittuali, censurati, repressi, rimossi.





Fare insieme

L'uomo ha bisogno di fare cose insieme ai suoi simili, cose qualsiasi, utili, razionali, ma anche inutili o insensate, purché non evidentemente nocive.

Il bisogno di "fare insieme" è innato e generativo, nel senso che da esso derivano ulteriori bisogni, strumentali rispetto al primo.

Il gioco, ovvero il bisogno di giocare, è uno di questi bisogni. Altre forme del fare insieme includono gli spettacoli, il teatro, il cinema, la danza, la musica, lo sport, i riti religiosi e civili, la letteratura, il folclore, le tradizioni, gli usi, i costumi, la conversazione ecc.

L'interazione tra due esseri umani, se non è violenta, segue sempre delle regole sociali, cioè delle convenzioni su cosa sia vietato e cosa obbligatorio, su forme e significati, su limiti e libertà ecc.

La socialità non è un'opzione, ma il fondamento della psiche e della morale.

Fare insieme serve a confermare l'appartenenza ad un gruppo, oltre che a cooperare per scopi comuni e contro nemici comuni. Serve a stabilire rapporti commerciali, di collaborazione, di mutuo aiuto, d'amicizia e d'amore.

Fare insieme significa interagire, cioè costituire un sistema di cui si è o si diventa parte.

L'uomo non può vivere senza far parte di qualche sistema sociale e le sue appartenenze in tal senso hanno bisogno di essere continuamente confermate. La conferma avviene attraverso atti sociali o di socializzazione, non importa se puramente simbolici o materiali. Intendo dire che ciò che viene scambiato può consistere in simboli, informazioni (vere, fittizie o false), beni, sostanze o energie.

Constatata l'impossibilità di fare a meno dell'interazione sociale, all'uomo non resta che la creatività, cioè la possibilità di inventare nuove forme e nuove regole di interazione, più funzionali, ovvero più adatte alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui.


Metanalisi

La Metanalisi di un comportamento o fenomeno umano (particolare o generale) è un'indagine razionale ed emotiva che mira alla comprensione del comportamento o fenomeno stesso, cioè alla comprensione dei motivi, ovvero dei bisogni, che danno luogo ad esso e delle circostanze in cui tali bisogni si attivano o disattivano, vengono soddisfatti o frustrati e danno come conseguenza luogo a piaceri e dolori, servire e fruire.

Nella Metanalisi si ricercano dunque i bisogni, i loro attivatori e inibitori, i piaceri, i dolori, il servire e il fruire rispetto ai bisogni dei soggetti considerati e dei loro interattori. In altre parole, la Metanalisi di un fenomeno umano cerca di rispondere alla domanda: perché esso avviene? Per quali cause e fini? Laddove le cause sono sempre dei bisogni e i fini la loro soddisfazione.

La Metanalisi studia, tra l'altro, le percezioni che i protagonisti di un fenomeno umano hanno del fenomeno stesso, le analisi che essi ne fanno, la logica che ad esso applicano e le associazioni cognitivo emotive con cui lo affrontano.

Per una estrema semplificazione della metanalisi basterebbe immaginare per ogni essere umano, due liste: una dei suoi bisogni soddisfatti e una di quelli insoddisfatti e cercare di riempire tali liste osservando il comportamento della persona esaminata.

La metanalisi può essere sincrona (cioè fatta durante l'interazione con una persona che si vuole metanalizzare) o asincrona (cioè fatta senza la presenza della persona oggetto della metanalisi).

Fare Metanalisi sincrona è molto difficile, almeno inizialmente, perché riduce la spontaneità dell'interazione, ma vale la pena di imparare a farla. È durante l'interazione che essa è più utile, in quanto può dirigere in modo ottimale il corso dell'interazione stessa.

La Metanalisi all'inizio è asincrona, poi sincrona forzata, poi sincrona spontanea. Chi vuole un certo tempo ed esercizio per posare da una fase all'altra.

“Bisogno” vs. “rigetto”

Mi pare che in italiano e nelle altre lingue europee più diffuse manchi una parola che esprima il contrario del concetto di “bisogno”.

A tal proposito, consideriamo la frase “X ha bisogno di Y” dove Y è qualcosa senza la quale X non può sopravvivere o non può soddisfare altri bisogni. Immaginiamo ora una cosa Z che nuoce a X nel senso che è letale per X o impedisce a X di soddisfare altri bisogni. Per esprimere tale condizione vorrei usare una frase come “X ha ppp di Z” dove “ppp” è il contrario di “bisogno”. Quale termine possiamo mettere al posto di “ppp”?

Ne ho discusso con ChatGPT a cui ho proposto il termine “rigetto” come contrario di “bisogno” con la stessa funzione grammaticale, per cui il contrario di “X ha bisogno di Y” sarebbe “X ha rigetto di Y”, e il contrario di “X necessita Y” sarebbe “X rigetta Y”.

ChatGPT è d’accordo sul fatto che, sebbene il termine “rigetto” usato come contrario di bisogno non sia affatto convenzionale, esso risponde bene allo scopo di esprimere il contrario di “bisogno” con la stessa funzione grammaticale, avendo escluso in tal senso termini come “avversione”, “ripudio”, “repulsione” in quanto tali termini esprimono emozioni o sentimenti piuttosto che condizioni biologiche.

Pertanto, il termine “rigetto” (di qualcosa) potrebbe essere usato col significato di “necessità di evitare” (qualcosa). In forma di verbo, potremmo analogamente usare il termine “rigettare” come contrario di “necessitare”, ovvero di “avere bisogno di…”.

L’espressione “rigettare” (qualcosa) potrebbe essere confusa con “aver paura” (di qualcosa) o “temere” (qualcosa). Tuttavia uno può rigettare qualcosa senza temerla, così come può aver temere qualcosa senza averne rigetto in senso biologico.

Per concludere, “rigetto” e “rigettare” sono termini termini che possono esprimere rispettivamente il contrario di “bisogno”e di “necessitare” senza alcuna connotazione emotiva o di consapevolezza, cioè con una connotazione puramente biologica,


Attributi e rapporti mentali


  • Prima, dopo

  • Sopra, sotto

  • Avanti, dietro

  • Più, meno

  • Uniti, separati

  • Uguali, diversi

  • Causali, casuali

  • Veri, falsi

  • Amici, nemici

  • Buoni, cattivi

  • Belli, brutti

  • Semplici, complessi

  • Utili, inutili

  • Capaci, incapaci

  • Forti, deboli

  • Chiari, oscuri

  • Intonati, stonati

  • Rilevanti, irrilevanti

  • Dominatori, servitori

  • Visibili, nascosti

  • Possessori, non possessori

Questi sono alcuni degli attributi e dei rapporti (tra entità o concetti), che le nostre menti usano (consciamente o inconsciamente) per determinare le nostre scelte al fine di soddisfare i nostri bisogni. Infatti, le nostre menti, una volta definite delle entità o dei concetti, li confrontano e li mettono in relazione usando attributi e rapporti come quelli che ho elencato. Le entità più importanti sono le persone, tra cui noi stessi. Le entità sono oggetti o esseri particolari (unici), i concetti sono categorie di entità.

Categorie di bisogni umani

Per comodità di analisi, ho diviso i bisogni umani nelle seguenti sei categorie. Il concetto di bisogno è qui inteso in senso lato e comprende quelli di istinto, desiderio, passione, interesse, attrazione, pulsione, motivazione, speranza e simili.

  • bisogni biologici (salute, sopravvivenza, rapporti sessuali, riparo, nutrizione, protezione e allevamento della prole, stimolazione, sensazioni, riposo, sonno, esercizio fisico, igiene, guarigione dalle malattie ecc.)

  • bisogni di comunione (appartenenza e integrazione sociale, comunità, condivisione, alleanza, affiliazione, solidarietà, affinità, intimità, interazione, cooperazione, partecipazione, servire, accettazione, approvazione, accoglienza, rispetto, moralità, ritualità, dignità, responsabilità ecc.)

  • bisogni di bellezza (armonia, semplicità, uniformità, conformità, coerenza, pulizia, simmetria, regolarità, purezza, ritmo, danza, canto, suono, musica, poesia ecc.)

  • bisogni di libertà (individuazione, diversità, ribellione, opposizione, trasgressione, novità, innovazione, creatività, cambiamento, umorismo, egoismo, riservatezza, irresponsabilità ecc.)

  • bisogni di sapienza (linguaggi, conoscenze, comprensione, esplorazione, calcolo, misurazione, informazione, osservazione, monitoraggio, previsione, memoria, ricordi, registrazione, documentazione ecc.)

  • bisogni di potenza (potere, abilità, capacità, supremazia, superiorità, prevalenza, dominio, proprietà, possesso, competitività, aggressività, controllo, arroganza, gelosia, invidia ecc.)




Il bisogno di accudimento e riconoscimento

Per sopravvivere, un bambino ha un bisogno assoluto di essere accudito. L'accudimento infantile comprende la nutrizione, la pulizia, la cura fisica, la stimolazione sensoriale, la comunicazione, il contatto e la manipolazione fisica (carezze ecc.), l'intrattenimento, l'interazione ludica e forse anche altre cose.

Nel caso in cui l'accudimento sia condizionato dagli educatori ad un certo comportamento (cioè all'essere "bravo" in un certo modo) il bambino può inconsapevolmente sviluppare un bisogno secondario compulsivo di comportarsi secondo le aspettative dell'educatore, cioè di essere "bravo" come richiesto. Tale bisogno potrebbe permanere inconsciamente per tutta la vita.

Se l'accudimento non viene ottenuto in misura insufficiente dal bambino, questo può sviluppare un'ansia cronica e un senso di inadeguatezza, cioè di non essere abbastanza "bravo" da meritare l'accudimento di cui ha assoluto bisogno. Tali sentimenti possono inconsciamente permanere anche nell'età adulta.

A volte, nelle persone che hanno avuto un deficit di accudimento fisico e/o affettivo, si sviluppano depressioni nervose che hanno la funzione di far regredire il paziente ad uno stato infantile, nell'illusione che, mostrandosi il paziente inerme e bisognoso di accudimento, le persone che lo circondano si commuovano e soddisfino quel bisogno mai sopito.

A complicare la situazione, c'è il paradosso che, quanto più uno si sforza di essere "bravo" (secondo lo schema mentale interiorizzato nell'infanzia), cioè di comportarsi sempre più da "grande" e cerca, coltivandosi, di crescere sempre di più intellettualmente e moralmente, tanto più esso viene percepito dagli altri come forte, dominante, duro, giudice severo, critico, arrogante, antipatico, non bisognoso di affetto, e tanto meno essi saranno disposti a offrigli quell'affetto e quel riconoscimento di cui ha disperatamente bisogno.

Infatti, chi cerca di superare se stesso viene fatalmente percepito, dalla maggioranza delle persone, come uno che cerca di superare gli altri.

Condizioni per un'interazione soddisfacente

A mio parere, affinché un'interazione tra due persone sia soddisfacente per ambo le parti, debbono essere soddisfatte molte condizioni, tra cui le seguenti:

  • l'interazione deve essere desiderabile o desiderata da ambo le parti

  • il linguaggio verbale e non verbale utilizzato deve essere comprensibile nello stesso modo da ambo le parti

  • l'interazione deve rispettare regole morali accettate da ambo le parti

  • le parti devono avere visioni del mondo, culture, caratteri e temperamenti compatibili

  • ciascuna parte deve soddisfare qualche bisogno dall'altra

  • nessuna parte deve dire o fare cose che possono disturbare o offendere l'altra

  • nessuno parte deve giudicare l'altra se non richiesta

  • ci deve essere coerenza tra ciò che ciascuna parte dice e il suo comportamento effettivo

  • nessuna parte deve chiedere all'altra ciò che essa non è in grado di capire, fare o dare

  • ci deve essere un equilibrio tra ciò che ciascuna parte dà e ciò che riceve

  • le parti devono avere almeno un interesse convergente e nessun interesse incompatibile

  • l'interazione non deve essere in contrasto col sistema morale di alcuna parte

  • l'interazione non deve essere in contrasto con le norme etiche, estetiche e intellettuali delle comunità a cui le parti appartengono

  • l'interazione non deve avere un costo troppo elevato in termini di energia, tempo, impegno, denaro, finzione per alcuna delle parti

  • l'interazione non deve essere osteggiata da persone importanti per alcuna delle parti

  • l'interazione non deve implicare rinunce ad altre soddisfazioni importanti per alcuna delle parti

  • i temi di conversazione, le logiche di discussione e le attività comuni devono essere graditi da ambo le parti

  • l'interazione non deve essere censurabile dal Super-io di ciascuna parte

  • ecc.


Cosa vuole la gente?

E' molto difficile rispondere a questa domanda. E' già difficile rispondere alla domanda "cosa voglio io?" e dato che non vogliamo tutti le stesse cose, come si fa a capire cosa vogliono gli altri?

Credo comunque che per rispondere alla prima domanda devo prima capire cosa voglio io e poi le differenze e le affinità tra ciò che voglio io e ciò che vogliono gli altri.

Cosa voglio io?

Dato che appartengo ad un ceto sociale benestante, non desidero aumentare le mie ricchezze, e dato che godo di una salute soddisfacente, non desidero migliorare la mia salute. Essendo inoltre soddisfatto della mia intelligenza, della mia cultura e delle mie capacità, non ho nemmeno il desiderio di diventare ancora più intelligente, più colto e più capace. I miei desideri riguardano piuttosto la qualità dei miei rapporti con gli altri. In sostanza, vorrei avere più amici, essere più riconosciuto e più amato.

Cosa vogliono gli altri?

La prima cosa che mi viene in mente è che coloro che sono meno competitivi (in termini di ricchezza, salute e capacità) desiderano diventare più competitivi, cioè più ricchi, migliorare la propria salute e aumentare le proprie capacità personali. Per quanto riguarda i miei desideri, non so in quale misura essi siano condivisi dagli altri.

Avere più amici: chi ha molti amici non desidera averne di più.

Essere riconosciuti: chi è abbastanza riconosciuto non desidera esserlo ancora di più.

Essere amati: chi si sente amato non desidera esserlo ancora di più.

Alla domanda "cosa vuole la gente?" si potrebbe dunque rispondere: quello che ad essa manca, ovvero: soddisfare i suoi bisogni insoddisfatti.

Il problema diventa allora capire quasi siano i bisogni umani, e in quale misura "la gente" riesce a soddisfarli.

Vedi anche Pragmatica dei bisogni.

Domanda e offerta nei rapporti umani

I rapporti umani sono basati sulla domanda e l'offerta di beni e servizi, o prestazioni. Quando la domanda incontra l'offerta, ovvero lo scambio tra quanto richiesto e quanto offerto soddisfa entrambi i contraenti, allora l'interazione o scambio avviene pacificamente e con vantaggio reciproco, altrimenti non avviene, o avviene in modo violento.

Qualcuno obietterà: e l'amore? E l'altruismo? E la generosità disinteressata? Ebbene, queste cose rientrano a pieno titolo nel paradigma della domanda e dell'offerta.

Infatti, amare, comunque lo si voglia definire, corrisponde ad un bisogno e/o desiderio di dare e/o avere, e, in quanto tale, può essere oggetto sia di domanda che di offerta. Lo stesso vale per la solidarietà e l'altruismo.

Detto questo, io credo che il motivo fondamentale della dilagante solitudine e alienazione che sono in continuo aumento nel mondo, dipendono dallo scarso incontro tra la domanda e l'offerta di interazione, causata dal fatto che quanto offerto non corrisponde qualitativamente e/o quantitativamente a quanto richiesto.

Il divario qualitativo e quantitativo tra la domanda e l'offerta aumentano con l'aumentare del benessere economico e della libertà di pensiero e di espressione, ovvero di praticare lo stile di vita che si vuole. Infatti, quanto più è diffuso il benessere economico, ovvero il denaro a disposizione di una persona, tanto meno essa ha bisogno della cooperazione e solidarietà altrui; e quanto più una persona è libera di svilupparsi come vuole, tanto maggiore sarà la probabilità di avere gusti ed esigenze diversi da quelli altrui.

La difficoltà di incontro tra domanda e offerta dipende comunque dalla antiteticità dei bisogni umani fondamentali, ovvero quello di appartenenza / integrazione sociale, e quello di libertà / individuazione. perché quanto più è forte l'appartenenza ad un gruppo sociale, tanto minore è la libertà di comportarsi in modi diversi da quelli caratteristici del gruppo stesso, e viceversa.

Appartenenza e libertà sono dunque i poli estremi dell'inevitabile perenne compromesso che caratterizza la natura umana.

Interazionismo esistenziale

Mi piacerebbe che qualcuno costituisse una scuola di filosofia e psicologia che si potrebbe chiamare "interazionismo esistenziale". L'idea di base di tale scuola sarebbe che l'interazione è la cosa più importante al mondo non solo per le dinamiche degli esseri non viventi, ma soprattutto per la vita in generale e per quella umana in particolare.

Questa scuola metterebbe insieme varie correnti di pensiero, in particolare l'interazionismo simbolico di George Herbert Mead e l'ecologia della mente di Gregory Bateson, e si baserebbe sull'idea che non possiamo conoscere né misurare le cose come sono ma solo le interazioni tra di esse.

Per quanto riguarda il benessere psicofisico dell'individuo, l'interazionismo esistenziale afferma che esso dipende dalla quantità e soprattutto dalla qualità delle interazioni tra gli esseri umani, e tra questi e il loro ambiente.

Detto ciò, il compito della filosofia e della psicologia, come di tutte le altre scienze e discipline umane e sociali, dovrebbe essere lo studio delle interazioni umane, ovvero dei tipi di interazione e dei loro effetti sul benessere degli individui e sulla sostenibilità delle società e della specie umana.

Tale studio dovrebbe esaminare e classificare, senza preconcetti, i vari tipi di interazione che un umano può avere con gli altri e con l'ambiente, ciascuno con le sue modalità, regole, libertà, condizioni, requisiti, forme, linguaggi, vincoli culturali ecc., i rispettivi effetti sul benessere delle parti in gioco, cosa le provoca o favorisce, cosa le impedisce o inibisce ecc.

Tutto ciò dovrebbe permettere ad ogni umano di orientarsi pragmaticamente in modo da esercitare interazioni ottimali con gli altri e con il proprio ambiente per facilitare la soddisfazione dei propri bisogni e di quelli altrui.

Per esempio, l'interazionista esistenziale si porrebbe domande come le seguenti:

Con chi (non) posso / devo / voglio interagire? In quali modi? In quali ruoli? Con quali regole? A quali fini? Con quali risorse?

Che tipi di interazione ci sono o ci possono essere tra me e x?

Fini, mezzi, bisogni, strategie, etica

Nella mia visione del mondo ogni fine è un mezzo per raggiungere un fine di ordine superiore. Il fine ultimo (anzi, il primo in ordine logico) è quello insito nella natura umana, cioè la conservazione e riproduzione della specie umana, e più precisamente dei geni umani. Io chiamo questo fine "bisogno primordiale" e corrisponde al bisogno di riprodursi che hanno i geni di tutte le forme di vita e che si esprime attraverso un certo numero di "bisogni primari" o innati tipici di ciascuna specie.

Questo è il fondamento della mia etica, in quanto considero ogni attività umana una strategia o tattica per la soddisfazione dei bisogni primari.

Sia il bene che il male possono costituire strategie per soddisfare tali bisogni e ognuno sceglie o adotta l'uno o l'altro, anzi l'uno E l'altro in diverse dosi e combinazioni.

Ecco perché non ci può essere un'etica assoluta se non quella che si limita a dire che il bene è ciò che porta alla conservazione della specie umana e il male ciò che porta alla sua estinzione.

Ognuno si pone dei fini (ovvero dei mezzi o strategie, o bisogni secondari) per soddisfare i suoi bisogni primari, e la sua etica è relativa ad essi. In altre parole: per uno è bene tutto ciò che favorisce il raggiungimento dei suoi bisogni e male tutto ciò che li ostacola o frustra.

Credo anche che l'etica (intesa come morale) sia un fatto sociale, cioè che non abbia senso se non nell'interazione con altri esseri, e per questo motivo non può essere che negoziale, cioè risultante di un accordo o compromesso esplicito o implicito tra gli interessati. Se non è negoziale essa è imposta da un gruppo umano su un'altro. Ci sarebbe anche un'etica "ecologica" che riguarda il rapporto tra la specie umana e il resto dell'ambiente, ma di questa possiamo parlare altrove.

In conclusione, io credo sia eticamente doveroso, per il bene dell'umanità (cioè della specie umana) porsi il problema dell'etica e cercare continuamente di migliorarla (cioè renderla più efficace ed efficiente per la soddisfazione dei bisogni umani) negoziandola con gli altri.

Interazioni simboliche

Come ci insegna George H. Mead in "Mente, sé e società", la nostra mente si forma attraverso interazioni simboliche con altri umani, e il nostro comportamento sociale consiste a sua volta in interazioni, anch'esse simboliche, guidate dalla mente stessa. Queste interazioni sono qualificate come simboliche perché, a differenza di quanto avviene per gli altri animali, consistono soprattutto nella trasmissione bidirezionale di gesti o simboli, il cui significato è determinato dai contenuti della mente degli interattori, appresi attraverso precedenti esperienze interattive e codificati nel sistema nervoso centrale.

Io sostengo, inoltre, che esiste un bisogno fondamentale di interazioni sociali, perché da esse dipende la nostra stessa vita, Di conseguenza il nostro grado di felicità o infelicità dipende dalla qualità e quantità, ovvero produttività delle nostre interazioni sociali in termini di soddisfazione dei bisogni delle persone coinvolte.

Le interazioni umane avvengono in modo quasi completamente automatico, nel senso che ogni transazione costituisce uno stimolo che dà luogo ad una risposta automatica che dipende dal significato attribuito dal ricevente alla transazione stessa, e che si suppone sia lo stesso attribuitogli dall'emittente, anche se non è sempre così.

Nonostante il fatto che le interazioni sociali siano per lo più automatiche, l'uomo ha oggi, grazie ai progressi della psicologia, la possibilità di analizzare tali interazioni in termini di gesti o simboli che vengono trasmessi, e di significati che ad essi vengono attribuiti dai partecipanti all'interazione. Perciò tutti noi abbiamo, almeno in teoria, la possibilità di esaminare criticamente tali significati, di correggerli dove occorre e di migliorare di conseguenza i nostri automatismi ovvero le nostre risposte automatiche a certi gesti o simboli.

A tale scopo, quando un'interazione si presenta difficile o controproducente, può essere utile chiedersi quali gesti o simboli vengono scambiati, quali significati cognitivi ed emotivi vengono ad essi associati, e le conseguenti risposte comportamentali da parte delle persone coinvolte.

Interazioni reali e immaginarie

Non possiamo fare a meno di interagire, perché la vita è basata sull'interazione. Abbiamo infatti un bisogno fondamentale di interazione e interagiamo in ogni momento, con agenti interni ed esterni, reali o immaginari, e, se il libero arbitrio esiste, questo non consiste in altro che nella scelta degli agenti interni ed esterni, reali e immaginari con cui interagire o non interagire, e nei modi in cui farlo, ovvero nelle informazioni da scambiare e nel come reagire alle informazioni ricevute.
Chi interagisce con chi? Chi sono gli agenti o interattori? Cominciamo col considerare l'io, o io cosciente, o coscienza. Con chi e come interagisce? A quale scopo? E che libertà ha di scegliere con chi e come interagire? Lo scopo dell'interazione è la vita, ovvero la soddisfazione dei bisogni. La libertà è data dalle infinite possibilità, mezzi, vie e strategie per soddisfare i nostri bisogni, i quali non si nutrono solo di cose reali, ma anche di cose immaginarie, ovvero di informazioni più o meno legate a fatti reali e più o meno consce o inconsce. Ma anche l'immaginario è una particolare forma di realtà perché può avere, ed ha, effetti sulla realtà e la realtà può avere effetti sull'immaginario.
Chiediamoci allora se l'informazione sia reale. Come ci insegna Gregory Bateson, informazione è segnalazione di variazioni, di cambiamenti, di differenze che causano differenze o cambiamenti. Pensare è reale o immaginario? Credere in qualcosa di esistente o inesistente è reale o immaginario? Il piacere e il dolore sono reali o immaginari? Sicuramente, per chi prova un piacere o un dolore, nel momento in cui li prova, essi sono reali, forse sono l'unica cosa reale che esista per un essere vivente. E se il piacere e il dolore sono reali, allora sono reali anche le loro cause, perché sicuramente il piacere e il dolore sono causati, determinati, da qualcosa, che può essere reale o immaginario, anzi, non credo abbia senso chiedersi se ciò che causa il dolore e il piacere sia reale o immaginario.  Tutto è reale e immaginario allo stesso tempo. Distinguere il reale dall'immaginario non ha senso, se non nel distinguere ciò che è materia da ciò che è informazione, ciò che è vivente da ciò che è morto o non è mai nato.

Il bisogno di restringere la libertà altrui

Uno dei più grandi problemi dell'umanità e la casua di tante tragedie è il bisogno e i continui tentativi (consci e/o inconsci), da parte di ogni essere umano, di limitare la libertà altrui adducendo giustificazioni più o meno mistificate e negando le reali motivazioni e intenzioni.

Per un essere umano la libertà costituisce una risorsa e un vantaggio competitivo e siccome viviamo in una società basata sulla competizione, se un individuo vuole essere più competitivo può agire in due direzioni: aumentare la propria libertà e/o diminuire quella degli altri.

Il bisogno che un individuo ha di restringere la libertà altrui aumenta nella misura in cui esso accetta di limitare la propria libertà per essere accettato dagli altri, per compiacerli o per obbedire a leggi e regole sociali scritte e non scritte, e nella misura in cui si sente più debole e meno dotato rispetto agli altri.

Ci sono tanti modi per limitare la libertà di un altro, per esempio: assoggettarlo, impoverirlo, limitare il suo territorio, imporgli certe regole morali e il rispetto di certe tradizioni o consuetudini, abituarlo a pensare in modo poco intelligente e poco creativo, ingannarlo, tenerlo all'oscuro di conoscenze che lo avvantaggerebbero, costringerlo ad assumere impegni contrattuali o morali ecc.

La questione è ulteriormente complicata dal fatto che la libertà costituisce un fattore moralmente responsabilizzante, nel senso che più si agisce liberamente e più si è considerati moralmente responsabili delle proprie azioni.

Perciò, dal momento che l'uomo teme normalmente di essere accusato di immoralità dai gruppi a cui appartiene o vorrebbe appartenere, cercherà, per quanto gli è possibile, di dimostrare di non agire in piena libertà ma nel rispetto di norme, regole, doveri e impegni assunti esplicitamente o implicitamente.

Ne consegue un'ipocrisia di fondo per cui le persone cercano di essere libere senza apparire tali, oppure rinunciano alla libertà in cambio dell'appartenenza sociale.

Nel secondo caso subentra l''invidia, la gelosia e l'odio (consci e/o inconsci) nei confronti di coloro che invece non hanno rinuciato alla loro libertà, o lo hanno fatto in misura minore.

Difficoltà di condivisione

Se è vero che l'Uomo ha un fortissimo e insopprimibile bisogno di condivisione, dobbiamo chiederci perché, a quanto pare, tale bisogno è spesso frustrato, tanto da causare sofferenza e disturbi mentali su larga scala. In altre parole, cosa ostacola la condivisione di "cose" e idee tra esseri umani, a partire dall'intimità fisica?

Una possibile risposta è che il bisogno di condivisione non è l'unico presente nell'uomo, ma convive con altri che possono essere, rispetto ad esso, antagonisti, antitetici o incompatibili.  Per esempio i bisogni di potenza, possesso, competizione, libertà ecc. che sono causa di gelosia, invidia, ostilità, odio, violenza ecc.

L'uomo è dunque, per usare un'espressione di Gregory Bateson, sottoposto ad un "doppio vincolo": da una parte il bisogno di condivisione, che lo spinge verso i suoi simili, dall'altra i bisogni ad esso antitetici (competizione, libertà ecc.)  che lo spingono in senso opposto. La faccenda è in realtà più complessa perché ognuno classifica gli altri in due gruppi: "alleati" e "rivali", per poi soddisfare il suo bisogno di condivisione con i primi e quello di competizione con i secondi. Un'ulteriore complicazione è costituita dal fatto che una stessa persona può facilmente e frequentemente passare dal ruolo di alleato a quello di rivale e viceversa.

Forse questa polarizzazione in "alleati" e "rivali" c'è sempre stata, anche se in forme più o meno drastiche, a seconda del temperamento genetico e dell'educazione o cultura di appartenenza.

Ovviamente, quanto più la polarizzazione si acuisce, tanto più grande è il rischio di conflitto o violenza tra gruppi rivali. Il paradosso è che generalmente la condivisione con gli alleati aumenta quanto più cresce l'ostilità verso i comuni rivali. C'è allora da chiedersi se sia possibile una "alleanza", ovvero una condivisione, senza comuni rivali, e a questa domanda non so rispondere.

Se la risposta fosse negativa, vorrei far parte di un'alleanza di persone comprensive i cui rivali sarebbero quelle non comprensive per quanto riguarda la natura umana in tutti i suoi aspetti, a partire dai bisogni (a tutti i livelli, da quelli fisici a quelli più spirituali) e dai sentimenti ad essi associati.

Interazioni rituali e riti sociali

Nella civiltà attuale, come in quelle passate, il bisogno di interazione umana non può essere soddisfatto liberamente ma solo in forme e modi convenzionali. Questa restrizione della libertà di interazione è dovuta a due ordini di motivi.

Il primo è il controllo sociale da parte delle classi dominanti, specialmente quelle religiose, che vedono nella libertà (di pensiero e azione) dei sudditi (o "fedeli") una minaccia alla loro autorità.

Il secondo è il timore dei singoli individui di subire violenze o comportamenti indesiderati da parte degli altri nel caso in cui il loro comportamento non fosse soggetto a limiti di tipo morale.

A ciò si aggiunge l'educazione che abitua i bambini, in modo spesso irreversibile, a comportarsi in modo non libero ma soggetto ad usi e costumi della comunità a cui appartiene.

Da quanto esposto consegue che due persone che decidono di interagire lo fanno secondo forme e norme comuni, con una semantica, obblighi e divieti convenzionali. In tal senso si potrebbe dire che ogni interazione umana ha sicuramente una componente rituale (in quanto formalmente e moralmente normata), oltre ad una componente non rituale (ovvero libera o creativa) più o meno estesa. Va da sé che l'interazione è impossibile se i due interagenti non conoscono o non usano le forme rituali del caso, che debbono essere identiche, pena il fraintendimento.

Oltre al comportamento rituale tra due individui, le tradizioni comportano riti di gruppo che permettono (o richiedono obbligatoriamente) la partecipazione di più di due persone o dell'intera comunità. Mi riferisco alle feste e alle celebrazioni sacre e profane per varie occasioni.

L'importanza delle forme rituali di interazione non deve essere sottovalutata. Infatti, data l'incapacità della maggior parte degli esseri umani di interagire in modo libero e creativo, i riti sociali, sia di coppia che di gruppo, costituiscono l'unica possibilità di interagire. In tal senso possiamo parlare di un bisogno indotto di partecipazione (più o meno attiva e intraprendente) a riti sociali, anche se a volte essi possono risultare noiosi o restrittivi della libertà individuale.

Processo produttivo

Per «processo produttivo» intendo una serie di operazioni che servono a produrre cose (prodotti o risultati materiali o immateriali) utili a certe persone nel senso della soddisfazione di qualche loro bisogno.

Un processo produttivo comprende generalmente le seguenti fasi:

  • Determinazione delle risorse (materie, informazioni, competenze) necessarie per la produzione

  • Selezione delle risorse da acquisire

  • Acquisizione delle risorse selezionate

  • Conservazione e organizzazione delle risorse acquisite

  • Progettazione degli algoritmi di trasformazione/combinazione delle risorse acquisite

  • Trasformazione/combinazione delle risorse acquisite, secondo gli algoritmi progettati

  • Verifica della qualità dei prodotti/risultati ottenuti

  • Distribuzione dei prodotti/risultati ottenuti

  • Utilizzazione/consumazione dei prodotti/risultati ottenuti

  • Verifica della soddisfazione degli utilizzatori dei prodotti/risultati ottenuti

Il processo produttivo sopra delineato non si applica solo alla produzione di beni e servizi commerciali, ma anche alla produzione di idee per migliorare la propria vita, vale a dire per soffrire di meno e godere di più. Mi riferisco anche al concetto di "pensiero produttivo".

Siamo tutti schiavi e padroni

Non ha senso scegliere se essere schiavi o padroni come se si trattasse di condizioni mutuamente esclusive, perché siamo inevitabilmente sia schiavi che padroni di forze a noi esterne e interne.

Per "essere padrone" intendo essere capace di autogovernarsi, di volere e scegliere liberamente come comportarsi nei confronti di se stessi e degli altri. Per "essere schiavo" intendo la necessità di sottostare alle leggi della natura e agli impulsi interni, ovvero di soddisfare bisogni che non abbiamo scelto di avere.

Le proporzioni tra l'agire come schiavi e l'agire come padroni sono variabili momento per momento in modo poco controllabile e poco prevedibile.

La nostra libertà è comunque molto limitata e consiste essenzialmente nel "giocare" col caso per sfuggire alla programmazione del comportamento. Questo può avvenire pensando, facendo e vedendo cose parzialmente casuali. Infatti, prendere una decisione seguendo una
logica predefinita in cui non c'è una componente casuale, è un atto di obbedienza nei confronti della logica stessa, ovvero di un'abitudine. La differenza tra agire come schiavo o come padrone dipende da come viene scelta la logica a cui sottomettersi e il rigore con cui si obbedisce ed essa, ovvero se la scelta è libera, consapevole e revocabile oppure impulsiva e/o inconscia.

Si tratta quindi di scegliere quanta casualità introdurre in un processo altrimenti causale, ovvero quanto si vuole essere creativi.  Infatti la creatività è basata sul caso, ovvero sulla capacità di riconoscere l'utilità di particolari combinazioni di cose o idee modificate casualmente.

Concludendo, siamo sempre schiavi e padroni simultaneamente nel senso che in noi convivono agenti mentali "schiavi" e agenti mentali "padroni" ovvero "giocatori". I primi prevalgono sempre, ma lasciamo un certo spazio ai secondi, la cui estensione varia di momento in momento. Questo spazio consiste nel farsi, ogni tanto, guidare dal caso piuttosto che dalle abitudini. Infatti essere padroni significa scegliere liberamente da chi o cosa farsi guidare. Questo si ottiene chiedendo consiglio al caso su cosa fare per poi decidere se accettare o rifiutare il consiglio stesso.

La società dei like

Oggi più che mai, le relazioni sociali, sempre più libere da vincoli economici, politici e religiosi, si formano attraverso lo scambio di “like” (espliciti o impliciti), intendendo per “like” un’espressione di apprezzamento da parte di una persona per qualche azione, proprietà o aspetto di un’altra persona.

Se condividiamo qualcosa in un social network, e qualcuno vi mette un “mi piace”, è come se dicesse “tu mi piaci”. Infatti è difficile, se non impossibile, separare l’apprezzamento di una cosa che appartiene ad una persona, dall’apprezzamento per la persona stessa.

Siamo tutti in cerca di “like”, cioè abbiamo bisogno di ricevere il messaggio: “mi piace ciò che tu fai, ciò che tu hai, e quindi ciò che tu sei”.

Il messaggio “tu mi piaci” significa “tu mi dai piacere”, che a sua volta significa “tu soddisfi certi miei bisogni o desideri”. Tra i bisogni e i desideri più importanti c’è quello di ricevere apprezzamenti. Succede perciò che la relazione tra due persone possa essere basata soltanto su un reciproco scambio di like fine a se stesso: “tu mi piaci perché mi dici che io ti piaccio, e io ti piaccio perché ti dico che tu mi piaci”, senza che vi siano altri motivi che causino il piacere espresso. Ovviamente perché ciò possa avvenire ci deve essere una certa affinità di personalità e di gusti tra le persone che “si piacciono”.

Lo scambio di “like” non avviene solo nei social network, dove esiste un’apposita funzione per questo, ma anche nelle tradizionali conversazioni vocali, anche al di fuori di internet. E non è necessario che il “mi piace / mi piaci” sia esplicito. Questo messaggio, come quello opposto (“non mi piace / non mi piaci”) si legge facilmente tra le righe, attraverso il linguaggio non verbale. 

Il problema è che la fame di like non si esaurisce mai, e si rinnova ogni giorno, ogni ora. Quando siamo a corto di like, o riceviamo dei “no like”, ci sentiamo soli, poveri ed emarginati, e perciò angosciati.

Insomma siamo tutti, chi più, chi meno, like-dipendenti.

Il gioco mistificato delle interazioni sociali

Noi umani abbiamo bisogno gli uni degli altri, anche di coloro che non amiamo e da cui non siamo amati.

Ognuno vorrebbe essere amato dagli altri senza l’obbligo di amarli a sua volta, per cui i conti non tornano: le persone raramente amano senza avere qualcosa di importante in cambio, e perciò il bisogno di essere amati è quasi sempre frustrato. Per avere un po’ di amore le persone fingono di amare o promettono amore o altre cose, promesse che non vengono quasi mai mantenute, con vari pretesti.

Il bilancio tra ciò che uno dà e ciò che riceve è sempre in deficit di dare, oppure nullo, nel senso che le persone, per evitare frustrazioni, spesso rinunciano ad interagire, per cui non danno né ricevono alcunché.

Il problema non è limitato all’amore, ma riguarda la cooperazione in senso ampio. Ognuno ha bisogno della collaborazione degli altri per la soddisfarsi dei suoi bisogni, ma non sente il bisogno o il dovere di  collaborare alla soddisfazione dei bisogni altrui, per cui i conti non tornano: le persone collaborano solo se costrette a farlo per ottenere qualcosa in cambio (materiale o immateriale), ovvero solo se pagate, in qualunque forma.

Un doloroso effetto collaterale del reciproco bisogno di cooperazione è la necessità di adattarsi alle esigenze del prossimo, ovvero il fatto di non poter essere liberamente se stessi, ma di dover essere come la persona di cui si cerca la cooperazione desidera, pena il rifiuto della cooperazione da parte dell'altro.

Il gioco delle interazioni sociali si basa dunque su due strategie: (1) trovare le persone più adatte alla soddisfazione dei propri bisogni e (2) ottenere la massima cooperazione dagli altri con il minimo sforzo di adattamento alle esigenze altrui.

Ma si tratta di un gioco che non può avvenire in modo palese, in quanto considerato immorale in quasi tutte le culture, le quali censurano il comportamento calcolato, interessato, autocontrollato, razionale, a vantaggio di quello spontaneo, disinteressato, sentimentale, empatico.

Il gioco viene dunque rimosso in senso psicoanalitico, mistificato e giocato quasi esclusivamente a livello inconscio con tutte le inibizioni e irrazionalità del caso, ovvero in modo poco efficiente, cioè poco soddisfacente rispetto ai bisogni umani.

Sul cosiddetto libero arbitrio

In ogni momento, in ogni umano avvengono simultaneamente un gran numero di scelte (ovvero vengono prese decisioni) volontarie e involontarie, consapevoli e inconsapevoli, che influenzano il proprio futuro.

Nessuna di queste scelte è libera, dato che nemmeno la volontà lo è, in quanto è il risultato di scelte involontarie (non si può volere ciò che si vuole).

Siamo obbligati a scegliere, e non possiamo non scegliere, se non su qualche raro dilemma.

Ogni scelta, anche la scelta di non scegliere, produce delle conseguenze. Anche la continuità senza variazioni di una situazione è una conseguenza prodotta da certe scelte.

Il modo in cui un umano sceglie (consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente) è determinato dalla propria costituzione fisica e mentale (che include propria memoria) e dalle informazioni che il suo corpo (che include la mente) riceve dall'esterno al momento della scelta e che circolano al suo interno.

Ogni umano è dunque schiavo della propria costituzione e dei propri meccanismi di scelta, ma ha dei poteri, come ogni schiavo. D'altra parte, il poter scegliere e il poter fare ciò che si è scelto di fare non implica che la scelta sia libera.

Molti ritengono che una scelta non è libera solo se è determinata da fattori esterni alla persona, ma occorre considerare che vi sono fattori decisionali interni alla persona, che non fanno parte dell'io, e che quindi sono esterni rispetto ad esso. Principalmente si tratta di fattori emotivi, e le emozioni sono involontarie.

Paradossalmente, la consapevolezza della propria schiavitù esistenziale (siamo tutti schiavi di noi stessi e del nostro ambiente) può aiutare a fare scelte migliori per soddisfare i propri bisogni, dei quali siamo anche schiavi.

Insomma, siamo schiavi dei nostri bisogni e dei nostri meccanismi di soddisfazione dei bisogni stessi.

Una delle scelte più importanti che facciamo continuamente riguarda quali bisogni soddisfare e quando soddisfarli, e quali bisogni non soddisfare.

Infatti, per soddisfare certi bisogni dobbiamo rinunciare a soddisfarne certi altri, per cui i bisogni sono organizzati gerarchicamente e strumentalmente (nel senso che ogni bisogno, se soddisfatto, può facilitare la soddisfazione di altri bisogni).

Perché Facebook ha successo

Il successo di Facebook si spiega, secondo me, con il fatto che questo sistema soddisfa, o promette di soddisfare, in modi molto più comodi ed efficienti di quelli tradizionali, uno dei bisogni più importanti dell'Homo Sapiens: quello di interagire con altri individui della stessa specie, ovvero il bisogno di appartenenza e integrazione sociale.

Ciò che è straordinario ed estremamente potente in Facebook è l'ubiquità degli interattori: le distanze sono azzerate e tutti sono virtualmente e potenzialmente "in linea" ovvero sempre collegati, sempre in contatto, cosa impossibile nelle interazioni tradizionali.

Un altro importante fattore è la possibilità di comunicare in modo meno impegnativo e più protetto rispetto alla comunicazione tradizionale, in cui si è fisicamente vicini, ci si vede e "non si può non comunicare". Infatti in Facebook si ha tutto il tempo di pensare a cosa dire e non dire e di rileggere e correggere un messaggio prima di inviarlo. Questo rende la comunicazione per un verso meno spontanea e genuina, per un altro potenzialmente più ragionata, completa, varia e approfondita.

Un altro aspetto importante è la possibilità di incontrare e stabilire contatti con persone sconosciute, ovvero trovare nuovi amici o partner per qualunque scopo, cosa che nei setting tradizionali è molto più difficile soprattutto per i limiti spaziali e temporali che riducono le probabilità di incontro tra persone mutuamente adatte.

Inoltre Facebook può essere usato per diffondere idee e prodotti intellettuali propri e altrui, dato che permette ad ogni utente di diventare, a costo nullo, editore su scala planetaria, fatta salva la necessità di farsi conoscere mediante pubblicità o passaparola.

Per tutti questi motivi Facebook può essere molto più attraente rispetto ai modi tradizionali di interazione, col risultato che le persone tendono sempre più a comunicare attraverso Internet piuttosto che incontrandosi fisicamente. C'è allora da chiedersi se questa tendenza sia in qualche modo nociva per il benessere psicofisico delle persone. La mia risposta è che occorre un giusto dosaggio tra le interazioni online e quelle dal vivo, che oltre ad essere insostituibili, sono anche più soddisfacenti, sebbene più limitate in senso spazio-temporale.

Bisogno e paura di pressioni sociali

Nel repertorio dei bisogni umani, ritengo opportuno aggiungere un "bisogno di pressioni sociali" intendendo per "pressioni" sia quelle fisiche (abbracci, carezze, tenerezze, massaggi ecc.) di cui i bambini, specialmente i neonati, hanno tanto bisogno per sviluppare la loro psiche, ma anche le pressioni virtuali o simboliche con cui gli esseri umani interagiscono trasmettendo l'uno all'altro richieste, proposte, inviti, riconoscimenti, promesse, indicazioni, aiuti ecc.

In assenza di pressioni sociali si muore, prima mentalmente, poi fisicamente, perché la vita di un essere umano è fondata sulle interazioni sia fisiche che simboliche con i propri simili, è da esse stimolata e attivata, e grazie ad esse può svilupparsi ed evolvere.


Il bisogno di pressioni sociali è collegato al bisogno di interazione in quanto la pressione sociale si esercita attraverso un'interazione, ovvero uno scambio di transazioni simboliche o fisiche, e d'altra parte le interazioni servono a scambiare le pressioni sociali regolatrici di cui l'uomo ha bisogno.

Purtroppo, però, le pressioni sociali possono consistere anche in violenze fisiche e verbali, come aggressioni, percosse, ferite, offese, minacce, imposizioni, ricatti, costrizioni, asservimenti, punizioni di qualsiasi tipo ecc. oppure possono convogliare richieste di servizi che non saranno ripagati. Perciò le pressioni sociali possono essere svantaggiose o far paura.

Il destino dell'uomo è dunque quello di districarsi tra il bisogno e la paura delle pressioni sociali, motivazioni positive e negative che possono escludersi a vicenda paralizzando la persona.

Per non restare intrappolati nel conflitto tra bisogno e paura degli altri, conviene prima di tutto considerare che ogni essere umano è un potenziale amico, benefattore o fonte di piacere ma anche un potenziale nemico, malfattore o disturbatore, e che va "rispettato" come tale, evitando di dividere irrimediabilmente gli altri in amici o nemici, buoni o cattivi.

Inoltre, conviene imparare a negoziare consapevolmente ed esplicitamente la soddisfazione dei bisogni  propri e altrui con i possibili interlocutori, tenendo conto delle pressioni sociali positive e negative che possono prodursi da un eventuale rapporto.



La vita sociale come ritualità pervasiva

Noi umani abbiamo bisogno gli uni degli altri; di conseguenza gioiamo quando ci sentiamo uniti e soffriamo quando ci sentiamo disuniti. La ricerca della socialità (nel senso di unione, integrazione, interazione, partecipazione, appartenenza, vicinanza, solidarietà ecc.), è infatti una delle motivazioni più importanti di ogni essere umano e causa di ansia quando non viene soddisfatta in una misura che il proprio inconscio ritiene sufficiente.

Per ridurre tale ansia abbiamo frequentemente bisogno di misurare e di affermare il livello della nostra integrazione sociale, e gli strumenti di misura e di affermazione che usiamo a tale scopo sono il rito e il rituale. Il primo è formale, codificato, rigido, consapevole; il secondo informale, non codificato, flessibile, per lo più inconscio.

Un rito consiste nello svolgimento di una cerimonia caratterizzata da una serie di atti formali rigidamente prestabiliti.

Un rituale consiste nello scambio di gesti e/o espressioni caratteristiche di una certa comunità, gruppo o categoria di persone, con regole formali più o meno rigide e margini di libertà più o meno ampi.

Partecipare ad un rito o mettere in scena un rituale servono dunque a confermare la propria appartenenza alla comunità di cui quel rito o quel rituale sono segni caratteristici.

Suppongo che l’uomo sia geneticamente predisposto alla creazione e all’apprendimento di riti e di rituali, le cui forme si sviluppano in modo diverso da cultura a cultura ed evolvono più o meno velocemente.

C’è un’infinità di attività umane che possono essere considerate e usate anche come rituali, o che hanno un senso e una ragione di esistere solo in quanto rituali. Alcuni esempi: scambiare saluti e auguri di buone festività, assistere ad un evento sportivo, visitare una mostra, fare acquisti, ascoltare musica, vedere un film, leggere un libro, conversare, discutere, suonare, cantare, ballare, giocare, fare sport, viaggiare, collezionare oggetti, coltivare piante, praticare arti, esibirsi davanti ad un pubblico, partecipare ad un social network, tenere un blog  ecc.

Riassumendo, abbiamo bisogno di celebrare riti e di inscenare rituali per sentirci uniti, parti di una stessa comunità, per alleviare la nostra ansia e per godere del piacere che il sentimento di unione comporta. In tal senso, qualunque attività sociale può essere considerata rituale, specialmente a livello inconscio.

Cos’è la bellezza?

A mio parere, per una persona, è “bella” ogni cosa (oggetto, persona, luogo, suono, immagine, scritto, idea ecc.) che in quella persona suscita una sensazione piacevole mediante la percezione delle forme e/o informazioni che quella cosa emana.

Si potrebbe perciò dire che in realtà non è bella la cosa ritenuta bella, ma belle sono le informazioni che essa emana attraverso il suo aspetto, i suoi movimenti e il suo linguaggio.

Quando il piacere suscitato da una cosa bella raggiunge un certo livello di intensità, possiamo parlare di “incanto”.

In altre parole, una cosa estremamente bella è “incantevole”, in quanto incanta, affascina, stordisce, stupisce il suo percettore, come per effetto di una droga (infatti le droghe vengono chiamate anche “stupefacenti”).

Pertanto, la bellezza potrebbe essere definita come una droga non chimica, ma costituita da informazioni percepite ed elaborate dal sistema nervoso del percettore in modo soggettivo, secondo logiche e meccanismi che certi neuroscienziati (come il prof. Semir Zeki, docente di neuroestetica) stanno ricercando.

In quali casi le informazioni emanate da una cosa sono percepite come “belle” dal percettore? Non siamo ancora in grado di rispondere scientificamente a questa domanda, tuttavia possiamo ipotizzare che la bellezza di una cosa sia un effetto della semplicità, dell’armonia e della purezza (in senso matematico e informatico) delle sue forme e del suo linguaggio.

A tal proposito, io credo che uno dei bisogni umani primari sia quello di bellezza (intesa nel senso detto sopra). La bellezza è infatti soddisfacente e disarmante, vale a dire che quando siamo sotto il suo effetto, la vita ci sembra più piacevole, più sopportabile, più amichevole, più felice (o meno infelice).

È per questo, a mio avviso, che la bellezza (delle cose e delle persone) è stata sempre sfruttata dall’uomo per convincere la gente a comprare certi prodotti, a seguire certi leader, a sottomettersi a certe autorità, a credere in certe religioni e ad accettare certe relazioni sociali, tra cui, in primis, quelle erotiche e quelle coniugali.

Valore assoluto e relativo di una persona, pragmatismo dei bisogni e valenze pragmatiche

Il valore di un essere umano è assoluto nel senso che tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti, sanciti dalla dichiarazione dell'ONU del 10/12/1948. Tuttavia possiamo, e dovremmo, parlare di un valore individuale relativo, diverso a seconda delle persone particolari a cui si riferisce e degli obiettivi delle relazioni stesse.

E' ciò che io chiamo valore pragmatico, o valenza, ovvero il valore relativo ai fatti concreti di cui una persona può essere soggetto e/o oggetto. Considerato che la soddisfazione dei bisogni umani è, secondo me, la misura di ogni valore umano, ho definito i seguenti concetti.

La valenza individuale di una persona A relativamente a una persona B consiste nella disponibilità e capacità di A di soddisfare i bisogni (desideri, pulsioni, motivazioni, interessi, aspirazioni ecc.) di B.

La valenza sociale di una "cosa" (oggetto, proprietà, rito, procedimento, tipo di comportamento, conoscenza, opinione ecc.) relativamente ad una comunità, corrisponde al credito di accettazione che esso conferisce ad una persona che possiede o pratica la cosa, riconosciuto dai membri della comunità stessa.

Il credito di accettazione ottenuto da una persona rispetto ad una certa comunità comportandosi in un certo modo è una misura della dignità sociale acquisita dalla persona stessa relativamente all'appartenenza a quella comunità. In altre parole, una persona che, comportandosi in un certo modo, ha acquistato un certo credito di accettazione rispetto ad una certa comunità, può sperare di essere accettato da quella comunità in misura corrispondente al credito stesso.

Il debito di accettazione è un credito di accettazione negativo, corrispondente all'indegnità sociale acquisita dalla persona relativamente all'appartenenza ad una certa comunità. Il debito di accettazione comporta sensi di colpa più o meno consci o inconsci, e può ridursi fino ad estinguersi attraverso comportamenti tali da ottenere crediti di accettazione tali da compensare e superare il debito acquisito.

Rappresentatività sociale

Nell'interazione tra individui, ognuno percepisce (consciamente o inconsciamente) ciascun altro come portatore di una certa rappresentatività sociale, ovvero come esponente di una certa comunità. In altre parole, noi percepiamo un essere umano sempre come appartenente ad una certa comunità (intesa come gruppo o classe di persone che hanno qualcosa in “comune”) nel senso che trattare con esso equivale a trattare con il gruppo sociale che esso rappresenta per il solo fatto di esserne membro.

Questa reciproca percezione “rappresentativa” degli esseri umani conferisce ad ogni individuo un certo status e potere, dato che dietro ognuno c'è idealmente una comunità sua alleata, pronta a difenderlo se viene attaccato e a sostenerlo se lui stesso attacca altri.

Possiamo dunque dire che un essere umano non è mai “funzionalmente” solo, ma è sempre percepito come membro solidale di qualche gruppo sociale. Fanno eccezione le persone considerate come emarginate dalla società o disumane, e in quanto tali non degne di rispetto (a tali persone viene normalmente attribuita la colpa della propria “indegnità”, anche quando si tratta di vittime di sfortuna o ingiustizie).

Le conseguenze di questo fenomeno percettivo nelle interazioni sociali sono duplici. Da una parte ognuno tratta gli altri non come individui unici, ma come “collettività” astratte, con tutti gli effetti collaterali positivi e negativi che possiamo immaginare. Dall’altra, ognuno sente il bisogno di “appartenere” ad una o più collettività (astratte e/o concrete) al fine di essere “rispettato” dagli altri come rappresentante di collettività “qualificate” e non come individuo isolato e in quanto tale indifeso e senza “qualità”.

Questo “bisogno di appartenenza” può tuttavia essere fonte di problemi psichici dal momento che per un individuo può essere difficile riconoscersi in qualche comunità, gruppo o classe sociale. Ciò avviene specialmente se esso è dotato di capacità e/o sensibilità straordinarie ovvero molto diverse da quelle “normali”, “medie” o tipiche riscontrabili nei gruppi sociali a cui appartiene o vorrebbe appartenere.

Ne consegue una dialettica perenne e dolorosa tra bisogno di appartenenza e bisogno di individuazione (come ci insegna Luigi Anepeta), capace di dar luogo a disagi e disturbi psichici. Una specie di “doppio vincolo” (come direbbe Gregory Bateson) che, se non risolto o non gestito, potrebbe causare forme più o meno gravi di schizofrenia.

Livelli e limiti di felicità

La felicità dovrebbe essere intesa non come un certo stato emotivo che solo persone particolarmente sagge e/o fortunate possono raggiungere, ma come una scala di misura del piacere, cioè della soddisfazione dei propri bisogni materiali e spirituali.

In tal senso, ognuno è più o meno felice momento per momento, vale a dire che si posiziona ad un certo livello, o grado, di felicità, tra un minimo e un massimo ottenibili, in funzione della soddisfazione dei propri bisogni.

In altre parole, il livello minimo di felicità ottenibile coincide col massimo dolore e il minimo piacere, e il massimo livello col minimo dolore e il massimo piacere che la persona è in grado di provare. A loro volta, il piacere e il dolore sono determinati, rispettivamente, dal grado di soddisfazione e di insoddisfazione dei propri bisogni.

Questa concezione della felicità implica che ciascun individuo può raggiungere, al massimo, un certo livello di felicità, che dipende dalla propria costituzione (fisica e mentale) e dalla propria situazione (economica, politica, sociale, di salute ecc.), condizioni che non sono modificabili a volontà.

Ne consegue che una persona non può aspirare ad un livello di felicità superiore a quello che la propria situazione gli consente, a meno che non riesca a cambiare la situazione stessa in modo tale da aumentare la probabilità di soddisfare i propri bisogni.

Bisognerebbe dunque chiedersi se sia possibile cambiare la propria situazione in una più soddisfacente, quali dovrebbero essere le caratteristiche della nuova situazione, e quali le strategie e tattiche per ottenerla.

Potrebbe darsi che che la propria situazione non sia migliorabile e che ci si debba accontentare di cercare di raggiungere il massimo livello di felicità (cioè di soddisfazione) che la situazione consente di raggiungere.

Sarebbe infatti controproducente impegnarsi continuamente per migliorare una situazione non migliorabile, al fine di essere più felici, ed essere continuamente frustrati (quindi ancora meno felici) per non riuscirci.

Per concludere, conviene porsi le seguenti domande in qualsiasi ordine:
  • La mia situazione è migliorabile? Se sì, come?
  • Posso essere più felice senza cambiare la mia situazione? Se sì, come?


Importanza fondamentale del bisogno di appartenenza

A mio parere, la cosa più importante per un essere umano, dopo la soddisfazione dei suoi bisogni fisici, è l’appartenenza ad una comunità o società, in quanto indispensabile per la sopravvivenza dell’individuo e la conservazione della sua specie. Possiamo chiamare tale necessità “bisogno di appartenenza o di integrazione sociale”. Si tratta di un bisogno primario o primordiale, ovvero scritto nel DNA, e fondamentale nel senso che da esso derivano una quantità di bisogni secondari e di desideri (consci e ancor più inconsci), che si sviluppano sulla base delle esperienze, come mezzi o strategie per soddisfare il bisogno principale.

Nel sistema nervoso umano, il bisogno di appartenenza si avvale di un sistema omeostatico di controllo che induce l’individuo a mantenersi integrato in una comunità. Il controllo viene realizzato mediante l’attivazione di sentimenti dolorosi di angoscia o paura, di intensità proporzionale alla percezione di un pericolo di perdita dell’integrazione, e di sentimenti piacevoli di gioia di intensità proporzionale alla percezione di un aumento dell’integrazione.

I bisogni sono causalmente concatenati nel senso che, ad esempio, la soddisfazione del bisogno A facilita la soddisfazione del bisogno B che a sua volta facilita la soddisfazione del bisogno C e così via fino al bisogno di appartenenza X. Tali concatenazioni sono in gran parte inconsce per cui se la soddisfazione del bisogno A provoca piacere, è probabile che in realtà quel piacere sia dovuto, nell'esempio di cui sopra, ad un’anticipazione della soddisfazione del bisogno X ovvero quello di appartenenza.

La mia ipotesi è che tutto ciò che l’uomo fa e da cui trae gioia, ha una valenza sociale (conscia o inconscia) positiva, ovvero favorisce direttamente o indirettamente l’integrazione sociale del soggetto, così come tutto ciò che l’uomo fa e da cui trae angoscia o paura ha una valenza sociale negativa, ovvero rischia di causare direttamente o indirettamente l’esclusione o l’emarginazione del soggetto dalla sua comunità di appartenenza, o l’assegnazione ad esso di un ruolo gerarchicamente meno favorevole.

Per concludere, per capire perché le persone fanno ciò che fanno e non fanno ciò che non fanno, può essere utile chiedersi: in quale misura ciò che fanno favorisce direttamente o indirettamente la loro integrazione sociale e in quale misura ciò che non fanno potrebbe causare direttamente o indirettamente una loro esclusione o penalizzazione sociale?

Divieto di verità e doppio vincolo

Dedicato a chi si sente solo

Viviamo in una società fondamentalmente falsa per quanto riguarda i bisogni umani e la loro soddisfazione. Infatti, chi "confessa" di avere bisogni diversi da quelli altrui, o di non riuscire a soddisfare i propri bisogni (indipendentemente dalla loro "normalità"), viene considerato "strano" o "anormale" nel primo caso e "perdente" nel secondo, e punito, in entrambi i casi, con il disprezzo e/o l'isolamento, o, nel migliore dei casi, l'indifferenza. Chi vuole, infatti, essere amico di una persona strana o perdente?

Uno dei bisogni più falsificati e mistificati in questa società è il bisogno di compagnia, ovvero di appartenenza, integrazione, interazione, cooperazione, intimità sociale. Infatti, sebbene molti si sentano soli (alcuni perfino quando sono in mezzo agli altri), pochi hanno il coraggio di confessarlo perché ritengono (consciamente o inconsciamente) che sentirsi soli sia la prova dell'insuccesso più grave, della tragedia più spaventosa per un essere umano, quella di non appartenere ad una comunità solidale non solo economicamente, ma soprattutto intellettualmente ed affettivamente.

Essere soli (o sentirsi tali) significa non essere amati da nessuno e/o non amare nessuno, e, nella mentalità più comune, se uno è solo, la colpa è soltanto sua, come se la solitudine fosse voluta o causata da gravi errori commessi verso gli altri. Della propria solitudine ci si sente dunque in colpa, e questo è un motivo in più per nascondere tale condizione.

Questo fenomeno dimostra quanto la società in cui viviamo sia schizofrenica, oltre che falsa, nel senso del "doppio vincolo" (double bind) di Gregory Bateson.

Infatti, in una società sana, chi sente solo lo dichiarerebbe e cercherebbe apertamente un rimedio, ma, in questa, evita di dichiararlo per non venire isolato e peggiorare la situazione. Questa società, infatti, premia chi è già premiato e punisce chi è già punito, e ci costringe a far finta di essere sani e autosufficienti, rendendo ancor più difficile la soddisfazione dei bisogni frustrati. E, quel che è peggio, a forza di ingannare gli altri finiamo per ingannare anche noi stessi, così da recitare ancor meglio la parte e renderla più credibile.

Ce n'è abbastanza per diventare schizofrenici, nevrotici, depressi o soggetti ad ansia o panico. Infatti pare che tutti questi disagi mentali siano in forte aumento nei paesi più sviluppati economicamente.

Appartenenza e competizione

A mio avviso, l'uomo, subito dopo aver soddisfatto il suo bisogno di appartenenza e integrazione sociale, sente il bisogno di occupare, nella comunità, le posizioni gerarchiche più alte a cui può accedere, nei ruoli e nelle aree di competenza in cui può competere. Il suo scopo è dunque quello di ottenere dagli altri il riconoscimento e l’accettazione, non solo della sua appartenenza (e quindi della sua dignità sociale), ma anche dei suoi ruoli e delle posizioni gerarchiche da lui auspicate negli ambiti di competenza.

Tale bisogno è causa di conflitti permanenti e di attività finalizzate a confermare l'appropriatezza (in senso meritocratico) delle proprie posizioni gerarchiche (presenti o desiderate), laddove gli altri sono sempre pronti a metterle in discussione in caso di defaillance o esitazioni del titolare.

Questa competizione avviene, a mio parere, in tutte le relazioni sociali tra due o più persone: in famiglia, nelle amicizie, nei rapporti di lavoro, nelle organizzazioni, in politica ecc. e riguarda vari tipi di autorità (intellettuale, morale, economica, accademica, scientifica, politica, artistica, sportiva ecc.) e  alcune caratteristiche personali come il coraggio, la forza fisica, la bellezza, la potenza sessuale, l'eleganza, le abilità e conoscenze lavorative ecc. In parole povere, ognuno cerca di dimostrare di “saperla più lunga” o di essere più forte o migliore dell’altro in qualche campo, per occupare le posizioni gerarchiche, e quindi di potere e prestigio, più alte possibili.

La competizione permanente può essere causa di stress, frustrazioni, conflitti distruttivi, ma anche di progresso civile, scientifico, intellettuale e morale. Essa può essere inoltre causa di nevrosi e psicopatologie qualora venga negata o mistificata in quanto “politicamente scorretta”. Mi riferisco, per esempio, a certi insegnamenti religiosi e a certe psicologie, filosofie e pedagogie “buoniste” che considerano la competizione sociale come qualcosa di morboso o innaturale, effetto di un’educazione “errata”. Come possibili conseguenze di tali ideologie, molte persone vivono la propria inevitabile competizione in modo mistificato, ipocrita, attraverso forme nascoste, rimosse, sublimate, in un “doppio vincolo” schizofrenico, tra il bisogno  di competere e quello di negare (a se stessi e agli altri) l'esistenza della competizione stessa. Paradossalmente, ad esempio, anche la ricerca della santità è un'attività competitiva, come pure la scrittura di questo articolo.

L’inconscio non è uguale per tutti

Secondo una teoria formulata dallo psichiatra Luigi Anepeta (e da me estesa), nell’inconscio, oltre agli infiniti automatismi fisiologici e mentali dovuti alla ripetizione di percezioni e di azioni, ci sono due agenti mentali importantissimi: il super-io e l’io antitetico, che hanno “intenzioni” antagoniste: il primo vuole preservare l’appartenenza e l’integrazione sociale del sogetto, il secondo la sua libertà e individuazione.

Tali "agenti" (in quanto agiscono autonomamente per condizionare il comportamento del soggetto) corrispondono a due bisogni antagonisti di origine genetica (benché rinforzati o indeboliti da certi tipi di educazione), di intensità diversa da persona a persona. Nella maggioranza delle persone prevale il primo, in una minoranza (probabilmente dovuta ad una mutazione genetica) prevale il secondo.

Ciascuno dei due cerca di ottenere dalla volontà cosciente del soggetto il comportamento istintivamente "necessario" mediante l’attivazione di sentimenti positivi (piacere di vario tipo, eccitazione ecc.) e negativi (dolore, paura, ansia, panico ecc.) associati a certe idee, azioni o ipotesi di azioni considerate più o meno favorevoli rispetto ai bisogni che essi presidiano.

Di una idea, azione, o ipotesi di azione, gli agenti si chiedono: che valenza sociale essa può avere per me in termini di appartenenza, di libertà, di cooperazione e di competizione? In particolare il super-io si chiede: questa azione mi darebbe vantaggi o svantaggi in termini di cooperazione? Cioè aumenterebbe o diminuirebbe la mia integrazione sociale? Allo stesso tempo l'io antitetico si chiede: che vantaggi o svantaggi mi darebbe in termini di libertà e di competitività? Cioè di quanto contribuirebbe ad aumentare o a diminuirebbe la mia posizione nelle varie gerarchie sociali (intellettuale, politica, etica, estetica ecc.)?

Se la risposta complessiva dell’inconscio (cioè il bilancio tra la valutazione del super-io e quella dell'io antitetco) è che quell’idea o azione comporta svantaggi cooperativi o competitivi, l'inconscio demotiva il soggetto a perseguirla provocando un sentimento di ansia, paura, panico o disgusto nei confronti di quella cosa, che riduce o inibisce l’intelligenza del soggetto stesso e la sua capacità valutarne razionalmente i vantaggi e gli svantaggi per sé nel medio e lungo termine.

In tale ottica il conformismo è il prodotto più comune del super-io, e sono pochi coloro che dispongono di un un io antitetico abbastanza forte da prevalere sul super-io.

Tipi di situazione, programmi di comportamento, affetti

Mi sono fatto un'idea di come funziona un essere umano in termini cibernetici.

Attraverso le esperienze e il relativo apprendimento, si formano, nella memoria del soggetto, una serie di "tipi di situazione" caratterizzati da certi aspetti formali, grafici, e relazionali tra gli agenti, ovvero tra le parti in gioco nella situazione.

Sulla base del comportamento adottato nelle diverse situazioni, e dei risultati affettivi ottenuti (piaere e dolore), si formano, nell'individuo, una serie di programmi di comportamento, vale a dire programmi che permettono all'individuo di ripetere un certo comportamento in senso psicomotorio e interattivo. Infatti, un programma di comportamento contiene a grandi linee istruzioni su come rispondere, e su come evitare di rispondere, in termini di reazioni fisiche e/o verbali, a certi stimoli provenienti dall'ambiente naturale o sociale, allo scopo di ottenere i risultati affettivi migliori possibile.

Tra i diversi tipi di situazioni riconoscibili dal soggetto, e i diversi programmi di comportamento da lui sviluppati, si formano delle connessioni,  nel senso che al riconoscimeto di un certo tipo di situazione viene attivato un certo programma di comportamento, e viene inibita l'attivazioni di certi altri.

Qualora ad un certo tipo di situazione venga attivato un certo programa di comportamento che dà luogo a risultati affettivi indesiderati (dolore anziché piacere), è possibile che la connessione tra quel tipo di situazione e quel programma di comportamento svanisca o si modifichi a favore di un diverso programma di comportamento capace di dare luogo a risultati affettivi più soddisfacenti. È anche possibile che venga "corretto" il programma di comportamento collegato a quel tipo di situazione.

Questa mia visione cibernetica del comportamento umano può essere utile per chi volesse migliorare il proprio comportamento (volontario o involontario) nel senso di una maggiore soddisfazione dei propri bisogni. In tal senso, per modificare un comportamento, occorre partire non dai programmi di comportamento, ma dai tipi di situazione che li attivano. Infatti l'errore, o il malfunzionamento, potrebbe trovarsi non tanto nel programma di comportamento attivato, quanto nella definizione del tipo di situazione, che potrebbe non corrispondere alla reale situazione.

Chiediamoci dunque quali sono i tipi di situazione che abbiamo memorizzato, e da quali forme e da quali aspetti relazionali sono caratterizzati.

Il mio consiglio è di considerare le "situazioni" in termini cibernetici, cioè come schemi di agenti che interagiscono e si relazionano (anche in senso gerarchico) secondo certi programmi.

Teoria degli emotori sociali

Il nostro comportamento, i nostri pensieri, le nostre motivazioni ed emozioni sono determinati da agenti mentali inconsci tra cui due particolarmente importanti, che io chiamo "emotori sociali" in quanto generatori di motivazioni ed emozioni (desiderate e indesideate) che riguardano direttamente o indirettamente le nostre relazioni e i nostri comportamenti sociali.

I due emotori sociali sono:
  • Il bisogno di ottenere o mantenere, e la paura di perdere, un sufficiente grado di appartenenza, integrazione e interazione sociale

  • Il bisogno di ottenere o mantenere, e la paura di perdere, un sufficiente grado di libertà e individuazione

L'emotore dell'appartenenza sorveglia continuamente il grado di appartenenza, integrazione e interazione sociale. Se questo è (inconsciamente) percepito come troppo basso rispetto al livello minimo desiderato, l'emotore genera una motivazione a fare cose che possano aumentarlo. Se la sua tendenza è percepita (inconsciamente) in diminuzione, l'emotore genera tristezza, depressione, ansia o panico allo scopo di inibire i comportamenti ritenuti causa della diminuzione. Se invece essa è percepita in aumento, l'emotore genera euforia, ottimismo o piacere per incentivare il soggetto a proseguire i comportamenti ritenuti causa dell'aumento.

L'emotore della libertà sorveglia continuamente il grado di libertà e di individuazione. Anche in questo caso, se questo è (inconsciamente) percepito come troppo basso rispetto al livello minimo desiderato, l'emotore genera una motivazione a fare cose che possano aumentarlo. Se la sua tendenza è percepita (inconsciamente) in diminuzione, l'emotore genera tristezza, depressione, ansia o panico allo scopo di inibire i comportamenti ritenuti causa della diminuzione. Se invece essa è percepita in aumento, l'emotore genera euforia, ottimismo o piacere per incentivare il soggetto a proseguire i comportamenti ritenuti causa dell'aumento.

Occorre considerare che la valutazione (inconscia) circa gli effetti di un certo comportamento ai fini dell'appartenenza e della liberà può essere più o meno sana, cioè realistica. Uno degli obiettivi di una psicoterapia dovrebbe infatti consistere nel valutare se il soggetto ha una corretta cognizione (conscia o inconscia) di cosa sia realmente utile o dannoso per la sua appartenenza e la sua libertà.

Per concludere, chi cade in uno stato di tristezza, depressione, ansia o panico, dovrebbe chiedersi se ciò è dovuto ad una (reale) diminuzione del grado di appartenenza e/o di libertà, e considerare che è difficile conciliare l'appartenenza con la libertà, in quanto si tratta di due condizioni che tendono ad essere mutualmente esclusive.

Il piacere della sottomissione

A mio parere, l'uomo ha una tendenza innata a sottomettersi agli "altri", intendendo con questa parola non singoli individui, ma ciò che George H. Mead definisce come "Altro generalizzato". Si tratta di un ente mentale che potremmo chiamare anche "spirito della comunità", riferendoci alla comunità soggettiva e ideale a cui ognuno vorrebbe appartenere, caratterizzata da particolari aspetti culturali, intellettuali, economici,  estetici, etici, religiosi, ecc.

L'uomo, infatti, non può esistere né soddisfare i propri bisogni al di fuori di una comunità e il dramma esistenziale di ognuno consiste nel trovare e mantenere un posto sostenibile in una comunità sostenibile, vale a dire una comunità e un posto tali da permettergli di soddisfare in modo stabile e inesauribile tutti i propri bisogni.

La sottomissione è dunque funzionale all'appartenenza, anzi, ne è condizione imprescindibile. In termini sistemici si può infatti dire che un ente non può far parte di un sistema se non viene accettato dal sistema stesso, cioè se le altre parti non accettano di interagire con l'ente in questione in modo cooperativo.

L'ente che vorrebbe entrare a far parte di un sistema deve dunque adattarsi al sistema (e non viceversa), anche se una parte può, in condizioni particolari e in una certa misura, modificare il sistema stesso. Questo vale anche per un individuo che aspira a far parte di una comunità.

Dal momento che le comunità moderne sono molto numerose e fluide in termini di prerequisiti, un individuo ha una certa libertà di scelta sia relativamente alle comunità a cui appartenere, sia per quanto riguarda i ruoli da giocare nelle stesse. Tuttavia, una volta effettuata tale scelta, all'individuo non resta che sottomettervisi, per godere dei benefici derivanti dall'appartenenza alla comunità e per non rischiare di perderli. Vale a dire che l'individuo, dopo aver esercitato la libertà di scelta, deve rinunciare all'ulteriore esercizio di tale libertà in virtù della stabilità acquisita. D'altra parte, la sottomissione è una fonte di piacere (di cui il soggetto è più o meno consapevole) in quanto motivo di soddisfazione e di sicurezza.

Un individuo potrebbe tuttavia ritrovarsi sottomesso a comunità e/o a ruoli che non soddisfano sufficientemente i propri bisogni. In questo caso la sottomissione è causa di frustrazione, conflitto o paura e può dar luogo alla ricerca di nuove comunità o di nuovi ruoli nella comunità di appartenenza.

Riassumendo, la soddisfazione dei bisogni e la sicurezza di un essere umano sono normalmente legati alla sua sottomissione a certe comunità e a certi ruoli nelle stesse. Quando le comunità e i ruoli soddisfano sufficientemente i bisogni dell'individuo, questo prova piacere nella sottomissione. In caso contrario, la teme.

Far parte di un sistema sociale

Ogni essere umano è parte di uno o più sistemi sociali, il che significa che esso interagisce in modo simbiotico con le altre parti di ciascun sistema a cui appartiene (cioè con le altre persone e i loro prodotti), scambiando beni, servizi, informazioni, contatti fisici, intimità ecc.

Un essere umano sano di mente non può vivere senza far parte di un sistema sociale, cioè senza interagire con altre persone secondo le regole del sistema stesso. Tali regole sono sono formali e semantiche, cioè consistono in forme, norme, obietttivi, valori e disvalori su cui i contraenti sono d'accordo.

Un sistema sociale può essere una coppia, una famiglia, un gruppo di amici, una comunità, un'azienda, una cooperativa, un villaggio, una città, un'associazione, una patria o qualsiasi altra cosa dotata di regole di appartenenza specifiche, più o meno diverse da quelle che caratterizzano altri sistemi sociali.

Per appartenere ad un sistema sociale è necessario confermare l'appartenenza ad esso mediante appositi atti e interazioni. Tali atti comprendono un certo modo di vestire, certi comportamenti e non comportamenti, conversazioni su certi temi e non su certi altri, giochi e, in generale, il rispetto di certe forme, tradizioni e consuetudini.

Per esempio, quando due persone appartenenti allo stesso sistema sociale si incontrano, esse debbono riconoscersi mediante saluti, gesti o conversazioni pacifiche, ovvero debbono scambiare o condividere qualcosa.

Si dice che ogni essere umano abbia bisogno di riconoscimento. Infatti, il riconoscimento di cui abbiamo bisogno è la rinnovata conferma che apparteniamo allo stesso sistema sociale di chi ci riconosce. Il riconoscimento è dunque una rassicurazione di appartenenza ad un sistema sociale di cui abbiamo bisogno di far parte e dal quale abbiamo paura di essere esclusi.

Senza una ricorrente rassicurazione di appartenenza ad un sistema sociale desiderato, la psiche sviluppa una crescente ansia, per evitare la quale le persone sono spinte a incontrare altre persone e a scambiare con esse segni di riconoscimento in qualsiasi forma, la più semplice delle quali consiste nel fare insieme cose simili, come, ad esempio, assistere ad uno spettacolo sportivo o musicale o partecipare ad una funzione religiosa.

E io, di quali sistemi sociali faccio parte, voglio far parte o non voglio far parte, e in quali ruoli?

Per un essere umano sano di mente è impossibile non far parte di uno o più sistemi sociali, in uno o più ruoli tipici di ciascun sistema. Possiamo solo, eventualmente, scegliere il sistema sociale di cui vogliamo far parte, i ruoli che in esso vogliamo giocare e, in minima misura, contribuire a cambiare le regole del gioco del sistema stesso.

Come possiamo contribuire in modo concreto al miglioramento della società?

Io considero l’umanità un continuum tra due tipi estremi: quelli che cercano di adattarsi alle regole della società senza cercare di modificarle, e quelli che desiderano adattare le regole della società a se stessi rifiutandosi di adattarsi ad esse.

Il primo tipo è quello di gran lunga prevalente. Il secondo tipo è molto minoritario, ma è quello che determina il progresso civile. Se tale progresso è così lento, ciò è dovuto al fatto che il secondo tipo è poco numeroso.

Poi c’è un grosso problema dovuto al fatto che molti di coloro che vorrebbero cambiare le regole della società propongono cambiamenti non realistici, impossibili da realizzare in quanto incompatibili con la natura umana specialmente in termini di bisogni, desideri e neurologia.

Detto questo, io penso che per contribuire concretamente al miglioramento della società debbano essere soddisfatte le seguenti condizioni:

  • Una forte motivazione alla modifica delle regole sociali per favorire il progresso civile nel senso di una maggiore soddisfazione dei bisogni e dei desideri di tutta l’umanità, e non solo di una parte di essa.

  • Una buona conoscenza della natura umana (in senso biologico e psicologico) che permetta di capire quali cambiamenti siano possibili e quali impossibili, quali utili e quali inutili rispetto ai bisogni umani.

  • Un comportamento onesto e rispettoso dei bisogni e dei desideri altrui

  • La propagazione delle buone conoscenze sulla natura umana attraverso le conversazioni, i consigli di lettura e la pubblicazione e condivisione di articoli e di libri in tal senso.

  • Una disponibilità ad organizzarsi in gruppi di ricerca e di lavoro per lo studio della natura umana e per la diffusione delle relative conoscenze.

  • Una partecipazione politica attiva sia attraverso il voto, sia attraverso la critica politica nei confronti di tutti i partiti, compreso quello per cui si è scelto di votare di volta in volta.

Per concludere, io ritengo che i disonesti approfittano della incapacità degli onesti di organizzarsi per contrastarli. Dovremmo dunque imparare ad organizzarci in tal senso.

Cosa fare in ogni situazione

Un computer "sa" cosa fare un ogni situazione, e così anche un essere umano, che, in molti aspetti, funziona in modo simile ad un computer, anzi, ad un insieme di computer collegati tra loro.

Un programma di automazione consiste concettualmente in una tabella in cui ad ogni situazione (o stato, o stimolo) predefinita e riconosciuta, è associato un comportamento (o risposta) predefinito. Il comportamento, specialmente nell'uomo, può essere anche un non comportamento, ovvero consistere nell'immobilizzarsi o oziare in attesa di una situazione più chiara o più favorevole.

Il comportamento associato ad una certa situazione può essere più o meno volontario o involontario, conscio o inconscio, semplice o complesso. Nel comportamento involontario rientrano anche i sentimenti, in quanto reazioni programmate.

La determinazione ovvero percezione e riconoscimento delle situazioni è di fondamentale importanza proprio perché da tale riconoscimento dipendono comportamenti e sentimenti.

Per un essere umano, sia la determinazione della situazione, sia il comportamento sono sempre complessi perché un umano è un sistema complesso, ovvero costituito da una gran quantità di sottosistemi (ovvero computer o agenti mentali), ognuno dei quali determina autonomamente la situazione secondo criteri propri e si comporta secondo un suo  programma. Il comportamento di un individuo, "nel complesso", è la sommatoria dei comportamenti unitari decisi e controllati autonomamente allo stesso tempo dai vari computer interni che costituiscono l'individuo stesso.

L'io cosciente è un particolare computer (o sottosistema o agente mentale) che ha il compito di coordinare il comportamento, ovvero di mediare tra le richieste di comportamento provenienti dai vari sottosistemi. Dal punto di vista dell'io cosciente, la situazione generale comprende una situazione esterna e una interna, quella esterna determinata dai sensi ed elaborata dal sistema cognitivo, quella interna costituita dalle pulsioni e dai sentimenti provenienti dagli altri sottosistemi.

L'io cosciente opera dunque ad un livello logico superiore rispetto agli altri agenti mentali, potendo teoricamente "osservare" una situazione dai punti di vista di tutti gli altri agenti mentali (e di se stesso) e i rispettivi comportamenti o richieste di comportamento, e decidere a quali richieste dare seguito e quali inibire. In pratica, però, l'attività di molti agenti mentali sfugge all'osservazione e al controllo dell'io cosciente.

Un io cosciente evoluto cerca di comprendere i programmi dei vari agenti mentali e di valutarne la "salute" al fine di favorire quelli più sani e inibire e/o curare, mediante psicoterapia o auto-terapia, quelli meno sani.

Sia fatta la volontà di chi?

Un verso del Pater Noster auspica che sia fatta la volontà di Dio, e mi sembra cosa buona e giusta, perché se Dio è davvero Dio, ossia il creatore e padrone del mondo, allora fare qualcosa contro la sua volontà non può essere che disastroso. Tuttavia conoscere la volontà di Dio è cosa quanto mai difficile, se non impossibile.

Dobbiamo allora contentarci di conoscere, per quanto ci sia possibile, le volontà degli esseri non viventi (ovvero le leggi della fisica) e di quelli viventi (ovvero le leggi della biologia). Il problema è che le volontà degli esseri viventi sono molto spesso poco conosciute e mistificate, oltre che conflittuali e competitive, a tutti i livelli di organizzazione della vita, (cellula, organo, organismo individuale, famiglia, comunità, nazione ecc.).

L'uomo si trova in mezzo ad una quantità di esseri dotati di motivazioni più o meno simbiotiche, sinergiche o conflittuali e, essendone esso stesso dotato,  ha la capacità, e spesso la necessità, di scegliere con quali altri esseri allearsi e quali combattere, per soddisfare le proprie volontà. Inoltre l'uomo ha perfino la capacità di alterare le proprie volontà per adattarle a quelle altrui.

La vita sociale è dunque il risultato di interazioni più o meno cooperative od ostili, tra volontà diverse.

Succede inoltre che per ogni coppia di esseri viventi, come ad esempio due esseri umani A e B, vi sia una triade affettiva ABC per ogni entità C conosciuta da A e da B, verso la quale A e B hanno una disposizione affettiva più o meno positiva o negativa, che può essere più o meno concordante (p.e. quando sia A che B amano o odiano C) o contrastante (per esempio quando A ama C mentre B odia C, o viceversa). Ne consegue che se il segno dell'affetto AC è diverso dal segno dell'affetto BC, l'affetto AB tende ad essere negativo; al contrario, se gli affetti AC e BC sono dello stesso segno, l'affetto AB tende ad essere positivo, a meno che non vi sia competizione tra A e B per ottenere i favori di C.

Riepilogando, la vita di un essere vivente è resa problematica dalla presenza di tante volontà, sia all'interno che all'esterno dell'individuo, le quali possono essere più o meno antagoniste e richiedono scelte difficili e conflittuali. Infatti non si può stare in pace e armonia con tutti, ma bisogna scegliere con chi allearsi e chi combattere, altrimenti si rischia di diventare preda o servi di qualcuno. E allora, se dobbiamo essere servi, conviene scegliere intelligentemente i padroni migliori.

L'io cosciente si è infatti sviluppato nella filogenesi dell'Homo Sapiens per servire l'organismo, non per dominarlo, ed il suo primo compito è quello di stabilire quali volontà e bisogni interni ed esterni servire, quali ignorare e quali combattere.

Perché e come comunicare

(Mia comunicazione al gruppo WhatsApp "Caffè filosofico)

Da qualche giorno non intervengo nelle diverse discussioni in questo gruppo, tuttavia le seguo, e mi chiedo perché le persone dicono ciò che dicono, e rispondono come rispondono a ciò che dicono gli interlocutori. In altre parole, mi chiedo perché comunichiamo, e perché lo facciamo come lo facciamo. Con la parola “perché” io intendo sia la causa, sia il fine, che insieme costituiscono ciò che possiamo chiamare la “motivazione”.

Ebbene, io credo che comunichiamo soprattutto per stabilire o confermare delle relazioni sociali, e una relazione sociale implica la condivisione di qualcosa di materiale o di immateriale, come potrebbe essere il fatto di avere comuni pensieri, comuni sentimenti o gusti, o comuni obiettivi.

Quando uno dice: “questa cosa mi è piaciuta”, spera che piaccia anche ai suoi interlocutori, che anche loro la trovino importante come lui la trova, e se questo non avviene prova un certo sconforto, un senso di solitudine, che nel peggiore dei casi, quando la non condivisione è sistematica, è un senso di disperazione.

E allora mi chiedo, noi che facciamo parte di questo gruppo “virtuale”, cosa abbiamo in comune? Cosa condividiamo?

E mi chiedo anche se un gruppo come questo, debba servire solo a condividere idee e sentimenti, o anche ad altro, come, ad esempio,  a crescere insieme, a imparare non tanto l’uno dall’altro (come chi meno sa impara da chi più sa), ma attraverso la discussione creativa, dove i dialoganti apprendono grazie ad una interazione stimolante per entrambi, dove ciò che viene appreso è maggiore della somma di ciò che i dialoganti sapevano prima di dialogare.

Vi invito perciò a riflettere e ad esprimervi, su quanto ho appena scritto, e a comunicare tra noi in modo più creativo. Intendo dire di non limitarci a dire ciò che pensiamo, che ci piace o che speriamo, ma a fare domande, a sollevare problemi, nella speranza che le  risposte altrui possano illuminarci  e stimolarci a trovare noi stessi le risposte (o ad avvicinarci ad esse) , senza prendere necessariamente per buone quelle che gli altri ci danno.

In tal senso vi ripropongo “il gioco delle domande” in forma più o meno rigida.

Crescere insieme, imparare insieme, credo che sia il fine più alto che possiamo proporci, e questo può avvenire solo affrontando insieme certi problemi e cercando insieme le risposte alle domande importanti della vita, presumendo di non conoscere già le risposte stesse o di conoscerle in modo insufficiente.

Perché soffriamo?

Perché soffriamo?

L’avverbio “perché” ha due significati: può essere inteso come “per effetto di quale causa” o “a quelle scopo”. Possiamo allora sdoppiare la domanda nelle due seguenti:

  1. Quali sono le cause delle nostre sofferenze?

  2. A quale scopo soffriamo?

In entrambi i casi assumiamo di soffrire, il che non è sempre vero. Allora, per essere più precisi, dovremmo porre le domande come segue:

  1. Quando soffriamo, quali sono le cause delle nostre sofferenze?

  2. Quando soffriamo, a quale scopo ciò avviene?

In forme più snelle potremmo formulare le domande come segue:

  1. in quali casi soffriamo?

  2. a quale scopo ci capita di soffrire?

La seconda domanda presuppone che la sofferenza abbia uno scopo, ma ciò non è evidente. Chiediamoci dunque se sia vero.

Osservando il fenomeno del dolore fisico causato da ferite, disfunzioni o stress corporei, è ragionevole supporre che esso si sia sviluppato (evoluzionisticamente) per indurre il sistema nervoso cosciente ad agire in modo “intelligente” allo scopo di evitare, limitare o curare danni al corpo. E’ dunque ragionevole pensare che anche la sofferenza “mentale” abbia uno scopo analogo, cioè quello di indurre il sistema nervoso cosciente ad agire in modo intelligente allo scopo di evitare o curare danni sociali, economici o materiali alla persona, come ad esempio l’emarginazione sociale o un qualsiasi tipo di punizione o perdita di vantaggi o di proprietà.

In tale ottica, il dolore, il piacere, la sofferenza, la gioia possono essere considerati gli strumenti attraverso i quali l’inconscio ordina alla coscienza di usare l’intelligenza per soddisfare certi bisogni.

Detto ciò, la risposta alla seconda domanda potrebbe essere: ci capita di soffrire perché, grazie alla funzione motivante della sofferenza, possiamo “orientare” o “correggere” il nostro comportamento in modo da soddisfare meglio i nostri bisogni.

Infatti, quando questi sono soddisfatti, la sofferenza cessa e viene sostituita da uno stato neutrale o di gioia.

Se prendiamo per buona tale risposta, è utile chiedersi quali siano i bisogni che il nostro inconscio cerca di soddisfare mediante le leve delle sofferenze e delle gioie. E' inoltre ragionevole pensare che il risultato di tale ricerca valga come risposta alla domanda iniziale "in quali casi soffriamo?".

Per concludere, a mio avviso, le nostre sofferenze sono causate dalla mancata soddisfazione di certi nostri bisogni e sono utili ad orientare o correggere il nostro comportamento in modo da facilitare tale soddisfazione. Per ridurre le nostre sofferenze è dunque essenziale conoscere i nostri bisogni, specialmente quelli inconsci, ed agire in modo "intelligente", cioè razionale, per soddisfarli.

Bisogno e paura dell'Altro

Ogni essere umano ha bisogno e paura degli altri. Bisogno perché senza la loro cooperazione non può sopravvivere né soddisfare un gran numero di esigenze fondamentali, paura perché gli altri possono fargli del male in vari modi attivi e passivi, tra cui negargli la cooperazione stessa. Ma non è consentito aver paura della persona del cui aiuto si ha bisogno, perché la paura dà luogo a comportamenti difensivi e/o aggressivi che inibiscono la propensione alla cooperazione da ambo le parti. In altre parole, per ottenere aiuto o collaborazione da una persona, bisogna rimuovere la naturale paura verso di essa, cioè credere e/o far credere che in quel caso tale paura non esista e che ci si fidi incondizionatamente. Tuttavia, per quanto uno possa sforzarsi, la paura dell'altro è insopprimibile e può al massimo diventare inconscia ed esprimersi in vari modi mistificati, come pretendere dall'altro che si sottometta, rinunci più o meno alla propria libertà, si disarmi o si leghi a noi con un contratto implicito o esplicito, ricorrendo eventualmente a terzi (come la Chiesa, lo Stato o le tradizioni popolari) per imporre all'altro il rispetto della fedeltà e la cooperazione richiesta e/o promessa.

La paura (conscia o inconscia) che uno ha degli altri varia in qualità e quantità da persona a persona. Essa dipende soprattutto da tre fattori: (1) il temperamento più o meno timido o coraggioso della persona, (2) la storia personale della persona cioè il male che essa ha ricevuto (o creduto di ricevere) dagli altri a partire da genitori, compagni, educatori ecc. e (3) il suo status attuale, cioè le risorse materiali e sociali di cui dispone per difendersi dal male che potrebbe provenire dagli altri, e il suo livello di autosufficienza e competitività.

La percezione del male che potrebbe provenire dagli altri può essere più o meno giustificata e realistica. Una persona che abitualmente lo sovrastima tende a sviluppare depressione, ansia o panico e comportamenti inutilmente o dannosamente evitanti. Al contrario, una persona che abitualemente lo sottovaluta è ad alto rischio di subire danni da parte degli altri a causa di una scarsità di precauzioni.

Per quanto detto sopra, è bene che ogni essere umano ammetta di aver paura degli altri e analizzi ragionevolmente tutto il male e il bene che potrebbe realisticamente ricevere da essi, allo scopo di rendere il proprio livello di paura adeguato alla realtà, evitando sopravvalutazioni e sottovalutazioni delle rispettive probabilità.

A tale scopo sarebbe utile sviluppare i quattro temi seguenti:

  • Bene che ho ricevuto e posso ricevere dell'altro.

  • Bene che ho fatto e posso fare all'altro.

  • Male che ho ricevuto e posso ricevere dall'altro.

  • Male che ho fatto e posso fare all'altro.

Vedi anche Bisogno e paura dell'altro. Chi è l'Altro?

Bisogno di attenzione

Mentre gli animali non umani hanno bisogno di attenzione solo da piccoli e nella stagione dell'accoppiamento, noi umani abbiamo sempre bisogno di attenzione, tranne alcune eccezioni, come, ad esempio, l'attenzione da parte della Guardia di Finanza o della burocrazia quando non siamo in regola, della polizia in uno stato repressivo, della criminalità e di chi vorrebbe sfruttarci, e l'attenzione che i timidi non vorrebbero ricevere in pubblico.

Riguardo all'attenzione, l'uomo è soggetto e oggetto. Come soggetto egli rivolge la sua attenzione a ciò che ritiene (consciamente e ancor più inconsciamente) più importante, utile, piacevole o pericoloso. Come oggetto egli ha bisogno di attenzione nella generale competizione tra umani affinché gli altri prendano in considerazione le proprie esigenze e lo aiutino a soddisfarle.

L'attenzione ha un costo e un prezzo perché è una risorsa limitata. Non possiamo dare la nostra attenzione che a poche cose o persone per volta, e, normalmente, rivolgere la propria attenzione verso qualcuno o qualcosa significa distoglierla da qualcun altro o qualche altra cosa. Da qui la gelosia e l'invidia, che a volte non hanno altro oggetto che l'attenzione.

In inglese l'attenzione "si paga" (to pay attention), in italiano "si presta"; in generale essa si dà e si riceve, e ognuno di noi è potenzialmente offerente e richiedente, dante e ricevente nella borsa dell'attenzione.

L'attenzione va dunque amministrata con giudizio, come il denaro, il tempo o i propri beni, compreso il proprio corpo e la propria mente.

Ricordiamoci dunque che tutti hanno bisogno di attenzione, e forse anche della nostra particolare attenzione, così come noi abbiamo bisogno dell'attenzione di qualcuno. Interagire significa anche e prima di tutto scambiare attenzione e attenzioni.

Tuttavia gestire le attenzioni (in senso attivo e passivo) non è semplice né facile. L'empatia ci può aiutare a comprendere sia il bisogno di attenzione dei nostri interlocutori, sia le direzioni in cui la loro attenzione è rivolta. Una domanda essenziale che dovremmo sempre farci è: Quanto il mio interlocutore è disposto a rivolgere la sua attenzione a me? Quanto desidera ricevere la mia attenzione? A quale scopo? Ovviamente la risposta è quasi sempre tentare ad indovinare, perché raramente il tema dell'attenzione reciproca viene affrontato esplicitamente.

Essere oggetto di attenzione da parte di un'altra persona può avere sensi e fini diversi. L'altro potrebbe essere interessato a noi per usarci o sfruttarci o farci del male, oppure per aiutarci, oppure per un comune godimento. Lo stesso vale ovviamente per noi stessi verso gli altri.

Per concludere: facciamo sempre attenzione all'attenzione, non diamola per scontata, cerchiamo di valutarla criticamente e consideriamola un bene prezioso, da non sprecare.

Altri articoli sull'attenzione.

Dialogo tra me e ChatGPT sui bisogni umani

BC: Quali sono i bisogni umani?

ChatGPT: I bisogni umani base sono: cibo, acqua, riparo, vestiti e cure mediche. Inoltre, gli esseri umani hanno bisogno di amore e appartenenza, stima personale e autorealizzazione.

BC: non esiste anche un bisogno di potenza?

ChatGPT: Sì, alcune teorie dei bisogni umani menzionano anche un bisogno di potere o controllo come un bisogno importante. Questo bisogno può manifestarsi in diversi modi, come il desiderio di avere influenza sugli altri o di raggiungere un certo livello di successo e status sociale. Tuttavia, è importante notare che questa teoria non è universalmente accettata e non è considerata un bisogno base come cibo, acqua, riparo e cure mediche.

BC: Non esiste anche un bisogno di bellezza?

ChatGPT: Sì, la percezione della bellezza può essere considerata un bisogno umano. La bellezza può essere percepita in molte forme, come la bellezza naturale, arte, musica, moda e design, e può avere un effetto positivo sull'umore e sul benessere mentale. Inoltre, alcune teorie suggeriscono che la percezione della bellezza sia innata e universale, e che l'uomo abbia una tendenza a cercare e apprezzare la bellezza nella sua vita.

BC: Non esiste anche un bisogno di coerenza?

ChatGPT: Sì, alcune teorie dei bisogni umani menzionano anche la necessità di coerenza come un bisogno importante. La coerenza può manifestarsi come la necessità di avere una visione del mondo coerente e comprensibile, o la necessità di avere un senso di continuità e stabilità nella propria vita. Inoltre, la coerenza può essere vista come una necessità per mantenere la propria identità e autostima, e per aiutare nella prevedibilità del futuro. Tuttavia, questa teoria non è universalmente accettata e non è considerata un bisogno base come cibo, acqua, riparo e cure mediche.

BC: Non esiste anche un bisogno di conoscenza?

ChatGPT: Sì, esiste anche un bisogno di conoscenza. L'acquisizione di nuove informazioni e la comprensione del mondo intorno a noi possono essere visti come bisogni umani fondamentali. La curiosità e il desiderio di imparare sono caratteristiche innate degli esseri umani e possono aiutare a soddisfare altri bisogni, come la sicurezza, l'autostima e l'autorealizzazione. Inoltre, la conoscenza può aiutare gli individui a prendere decisioni informate, risolvere problemi e migliorare le loro vite.

BC: Dopo tutto quello che ci siamo detti, potresti rispondere in modo più completo alla domanda: quali sono i bisogni umani?

ChatGPT: I bisogni umani base sono: cibo, acqua, riparo, vestiti e cure mediche. Inoltre, gli esseri umani hanno bisogno di amore e appartenenza, stima personale e autorealizzazione. Altri bisogni menzionati in varie teorie includono: un bisogno di potere o controllo, un bisogno di bellezza, un bisogno di coerenza, un bisogno di conoscenza. Tuttavia, è importante notare che questi bisogni possono variare a seconda delle culture e delle situazioni individuali e che questa lista non è esaustiva.

Rimozione e mistificazione di piaceri e dolori

Piaceri e dolori, attrazioni e repulsioni, desideri e paure hanno una valenza sociale, nel senso che possono essere approvati o disapprovati dagli altri e, di conseguenza, influenzare il comportamento altrui a favore o a sfavore del soggetto che prova tali sentimenti.

Di conseguenza, sin da bambini, siamo abituati a nascondere o mistificare (anche a noi stessi) ciò che veramente desideriamo e ciò che ci disgusta o ci fa paura. Il risultato è l’ignoranza, la negazione o la falsificazione delle nostre motivazioni e inclinazioni, con effetti negativi sulla capacità di soddisfare i bisogni propri e quelli altrui.

Io penso, infatti, che tutto ciò che l’uomo fa (e non fa) sia condizionato e causato dalla sua percezione o anticipazione del piacere e del dolore in tutte le possibili forme, in quanto è attraverso il piacere e il dolore che il corpo, ovvero l’inconscio, “ordina” all'io cosciente ciò che deve fare (o smettere di fare) per assicurare la vita dell’individuo e la riproduzione della sua specie.

In altre parole, a mio parere, è attraverso i sentimenti (ovvero le varie forme di piacere e di dolore) che la psiche viene costruita, strutturata e sviluppata, ovvero programmata. La programmazione consiste in associazioni tra entità (oggetti, persone, idee, simboli) e sentimenti, ovvero in risposte cognitivo-emotive a certi stimoli sensoriali esterni o interni. Il piacere e il dolore sono dunque al tempo stesso i sintomi della soddisfazione o della frustrazione dei bisogni primari, e i mezzi attraverso i quali le logiche consce e inconsce, ovvero gli automatismi mentali, si adoperano per soddisfarli.

Tra tutti i bisogni mistificati o rimossi, ve ne sono, a mio parere, due categorie particolarmente importanti: quelli relativi alla sessualità, ovvero il bisogno di rapporti sessuali, e quelli relativi all'integrazione sociale, ovvero il bisogno di essere approvati, accettati, rispettati, desiderati, serviti, obbediti, accuditi ecc. dagli altri membri della comunità di appartenenza, e, più in generale, il bisogno di interagire con essi.

La rimozione e mistificazione dei piaceri e dei dolori, dei desideri e delle paure, è un fenomeno che non riguarda soltanto gli individui, ma anche la cultura, compresa la scienza. Infatti, a mio parere, pochi scienziati hanno riconosciuto il ruolo fondamentale del piacere e del dolore nell'economia del sistema nervoso, cognitivo, emotivo e motivazionale (uno di questi è Antonio Damasio). Pochi sono, inoltre, i filosofi e gli altri specialisti di scienze umane e sociali che nelle loro opere prendono in considerazione i sentimenti come elemento chiave per comprendere le "ragioni" del comportamento e del pensiero umano (uno di questi è David Hume). Da questo punto di vista i romanzieri sono in generale più istruttivi dei filosofi e degli scienziati.

Per concludere, se vogliamo migliorare la soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui, ovvero la qualità delle nostre Interazioni con gli altri, a mio avviso, dovremmo cercare di demistificare le nostre motivazioni e quelle altrui, e "resuscitare" quelle che abbiamo rimosso in quanto considerate socialmente scorrette o eccessivamente dolorose.

Bisogno di condivisione e valori condivisi

Uno dei bisogni umani più importanti e potenti è quello di condivisione. Abbiamo infatti una insopprimibile necessità di condividere con altri sia cose materiali, come spaziotempo e oggetti, sia informazioni, ovvero idee, conoscenze e i valori (o disvalori) ad esse associati.

D'altra parte il concetto stesso di valore implica quasi sempre una condivisione. E' infatti difficile pensare a qualcosa che abbia valore solo per un individuo e per nessun altro.

Ci sono diversi tipi di condivisione, e quindi di valore o disvalore. Seguono alcuni esempi.

Primo esempio: il denaro. Esso vale solo se è riconosciuto come valido, ovvero come strumento di scambio per ottenere beni o servizi, da più di una persona. Il suo valore è dunque condiviso.

Altro esempio: un vestito. Se si tratta di un vestito che indosso solo in casa e che nessuno può vedere al di fuori di me, il suo valore è individuale e privato, nel senso che mi serve solo per proteggere la mia pelle da freddo, attriti e sporcizia. Ma se lo indosso in presenza di altri, esso ha anche una valenza sociale perché mi qualifica agli occhi altrui, a seconda della sua fattura, come appartenente ad una certa categoria sociale o tipo psicologico, e perché potrebbe avere un effetto estetico più o meno attraente o repellente agli occhi di chi lo vede.

Altro esempio: una particolare professione. Essa ha una valenza sociale in quanto serve gli interessi di qualcun altro, e se mi qualifica come appartenente ad una certa categoria sociale, oppure se ha un effetto estetico più o meno attraente o repellente agli occhi altrui. Una professione implica perciò diverse condivisioni di utilità e significati.

Altro esempio: un'attività collettiva, come assistere ad una messa o a un evento sportivo. Essa mi qualifica agli occhi altrui come appartenente ad una certa categoria sociale e mi permette di partecipare ad un rito sociale, condiviso per definizione. In tal caso vengono condivisi sia la categoria sociale di appartenenza, sia il rito stesso, dove l'uno è funzionale rispetto all'altro essendo una categoria sociale caratterizzata dalla celebrazione collettiva di certi riti.

Altro esempio: ballare con un'altra persona. In tal caso viene condiviso lo spazio (essendo i danzanti in contatto fisico), il ritmo e i movimenti, oltre all'appartenenza a una certa categoria sociale e il rito che il ballo in un certo senso costituisce.

Si potrebbero fare infiniti altri esempi. Si può dire, in generale, che in tutte le attività sociali ci sia qualche sorta di condivisione: di linguaggio, spazio, tempo, energie, movimenti, beni, simboli, gesti, sostanze, valori etici ed estetici ecc.

Si potrebbe  anche dire che la condivisione serva a se stessa, nel senso che attraverso la condivisione di qualcosa si possono condividere altre cose, oppure che una condivisione tira l'altra. D'altra parte, chi non condivide nulla è solo, isolato, e quindi a rischio di morte e di follia.

Per quanto sopra, possiamo concludere che ogni comportamento umano è motivato, consciamente e ancor più inconsciamente, dal desiderio di condividere qualcosa con qualcuno, o di eliminare un ostacolo (reale o presunto) a qualche condivisione. Questa riflessione dovrebbe aiutarci a comprendere perché qualcuno fa ciò che fa anche quando quell'azione ci sembra strana, inspiegabile o deleteria.

Biovettori e saggezza

Il testo che segue riassume una mia ipotesi sulla natura degli esseri viventi, compreso l'Uomo, al fine di una definizione della saggezza.

Ogni essere vivente è costituito da una certa quantità di vettori vitali, o biovettori (bv), cioè organi portatori di vita. I bv sono tra loro interconnessi, intercomunicanti, interagenti e collaboranti (chimicamente ed elettricamente) al fine di permettere la vita propria e quella dell'organismo di cui sono parte integrante.

I bv sono organizzati a vari livelli, dalla cellula (o parte di essa) a organi pluricellulari più o meno complessi. In altre parole, un bv può essere costituito da un certo numero di bv di livello più basso e fa parte di un bv di livello più alto.

Tra le caratteristiche dei bv ci sono i bisogni, i quali consistono in sostanze, energie, informazioni e interazioni con altri bv o con l'ambiente, di cui un bv ha bisogno per svolgere la propria funzione vitale, cioè per sopravvivere e funzionare singolarmente, autonomamente, e per contribuire alla sopravvivenza e al funzionamento dell'organismo di cui fa parte.

Quando uno o più bisogni di un bv non vengono soddisfatti oltre una certa misura, si crea una situazione di disturbo del bv stesso, dei bv di cui esso fa parte e dei bv che lo costituiscono. Alcuni bv producono dolore o piacere quando un loro bisogno viene frustrato o soddisfatto. Piacere e dolore sono informazioni chimiche ed elettriche gestite da appositi bv che hanno la capacità di attivare o inibire altri bv in modo da minimizzare il dolore e massimizzare il piacere.

Anche l'io cosciente, sede della consapevolezza e della volontà, è un bv, ed è costituito a sua volta da un certo numero di bv. Ogni bv ha un certo numero di bisogni. Non esistono bv senza bisogni. In generale ogni bv ha bisogno di sopravvivere e di funzionare secondo la propria missione geneticamente determinata.

I tumori sono biovettori "impazziti" in quanto, anziché contribuire alla sopravvivenza e al funzionamento dell'organismo di cui sono parte, tentano di distruggerlo.

Un bv è costituito da hardware (cioè la parte materiale) e/o software (cioè la parte informativa), può essere congenito o formato o modificato durante la vita dell'individuo. Mentre l'hardware del bv è costruito secondo regole genetiche, il suo software si forma in base alle interazioni esperite durante la vita, specialmente in età evolutiva.

Mentre l'hardware di un bv è per definizione "giusto" e non modificabile se non chirurgicamente, il suo software può essere più o meno "giusto" ed è modificabile in una certa misura attraverso nuove esperienze e interazioni. Il software di un bv può essere considerato tumorale, o comunque malato, quando, anziché contribuire alla sopravvivenza e al funzionamento dell'individuo in cui opera, lo danneggia.

La saggezza, che secondo me dovrebbe essere l'oggetto e il fine della fiolosofia, consiste nel riconoscere l'esistenza e l'attività autonoma dei bv propri e altrui, e nel cercare di soddisfare i loro "giusti" bisogni in modo ottimale, a livello sia individuale che sociale, cioè proponendo e/o accettando compromessi tra le esigenze proprie e quelle altrui. In questo la saggezza è aiutata dalle scienze, dalle emozioni, dai sentimenti e soprattutto dalla cognizione e del piacere e del dolore proprio e altrui.

Bisogno di una sacra unità

Uno dei bisogni umani più forti è quello di unità, ovvero di sacro. Il sacro è infatti ciò che è talmente unito che qualsiasi separazione o divisione gli farebbe perdere la sacralità, ovvero, lo profanerebbe.

Sacro è dunque ciò che non può essere analizzato, razionalizzato, ragionato, spezzato, suddiviso, separato, disgiunto. Il sacro è l'Uno, e non ammette alternative, contrapposizioni, differenze o pluralità. E' l'unione perfetta, la fusione unitaria, l'omogeneità, la perfetta integrazione. E' irrazionale non nel senso dell'errore, ma della impossibilità di essere razionalizzato.

Indipendentemente dalla sua effettiva esistenza, l'Uno esiste come bisogno.

Quando nasciamo, non riusciamo a distinguere alcunché, nemmeno il nostro corpo da quello della madre o nutrice. Il mondo ci appare indistinto, ovvero un unico corpo o sostanza da cui non è possibile distinguere o separare nemmeno il soggetto. Ma col passar del tempo, le esperienze e l'educazione ci insegnano a dividere il mondo in oggetti sia concreti che astratti, cominciando col separare noi stessi dal resto del mondo. Man mano che la mente si sviluppa, cresce il numero di entità che vengono estratte dalla iniziale massa indistinta. Ogni parola, ogni forma, ogni essere vivente è così distinto dal resto del mondo.

La capacità di dividere la realtà in entità separate e delimitate, e di pensare in modo razionale (ovvero tenendo conto di oggetti e simboli distinti, con diversi significati e valori) è una delle caratteristiche principali che distinguono l'Homo Sapiens dagli altri animali, e il nostro vanto come specie suprema. Tuttavia questo meraviglioso e potentissimo meccanismo presenta degli inconvenienti. E' stressante perché complesso e conflittuale. Rende il mondo difficile da usare, ci offre troppe opzioni ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi, tanto che è difficile scegliere responsabilmente cosa fare. E il rischio di sbagliare aumenta col numero delle opzioni e la complessità del "sistema".

Allora, quando lo stress e l'angoscia della complessità e della conflittualità raggiunge un certo livello, inconsciamente desideriamo tornare indietro nel tempo, a quando la nostra percezione del mondo era molto più semplice, le cose erano per lo più indistinte e in quantità minore,  le scelte più facili, il bene e il male chiaramente distribuiti in due semi-mondi ed eravamo accuditi da persone onnipotenti che pensavano e sceglievano per noi.

Il bisogno di unità, ovvero di sacro, corrisponde dunque al desiderio inconscio di tornare allo stato fetale o infantile, anche se negli adulti esso viene mistificato da religioni e filosofie pseudo-religiose.

Presa coscienza del nostro profondo bisogno di una sacra unità, non dobbiamo reprimerlo per timore di essere irrazionali, immaturi o schizofrenici. Cerchiamo invece di soddisfarlo periodicamente attraverso una religione o una meditazione, oppure lasciandoci affascinare dalla bellezza di cose e persone, dalla poesia o da forme artistiche. L'opera d'arte ben riuscita è infatti quella che ci offre visioni perfettamente integrate, dove ogni parte è in relazione armoniosa con tutto il resto.

Visto che non possiamo rinunciare alla nostra razionalità senza gravi conseguenze sul piano pratico, conviene dunque alternare momenti di riflessione razionale con il culto di una sacra unità.

Il buono e il cattivo della vita, delle persone, delle religioni e di ogni altra cosa

E' banale dire che in ogni cosa c'è il bene e il male, che ci sono vantaggi e svantaggi, ma non è così che la pensa il nostro inconscio. Per ammettere che una cosa sia buona e anche cattiva, a seconda dei punti di vista, dei momenti, delle circostanze, occorre fare uno sforzo razionale cosciente csenza il quale ogni cosa in un dato momento ci appare buona oppure cattiva oppure indifferente, o meglio: in un dato momento prevale, nella nostra percezione e sensazione, il buono o il cattivo, oppure le due valutazioni sono paritarie. Il giudizio, tuttavia, può cambiare in ogni momento.

La nostra mente, permettendo la contraddizione dei valori e delle cognizioni ci da un vantaggio evoluzionisticamente adattivo. Infatti, la possibilità di cambiare idee e valori rende la nostra vita più varia, e la varietà è fondamentale per la sopravvivenza della specie attraverso la selezione naturale. In altre parole, se fossimo sempre coerenti, se non cambiassimo mai idee, valori e punti di vista, non ci sarebbe evoluzione culturale.

Il buono di una cosa è ciò che ci procura direttamente o indirettamente piacere, ovvero ci aiuta ad ottenere cose che ci procurano piacere. Il cattivo di una cosa è ciò che ci procura direttamente o indirettamente dolore. Da parte loro, il piacere e il dolore sono la manifestazione e la "retribuzione"  della soddisfazione o insoddisfazione di una o più motivazioni (ovvero di bisogni e loro derivati).

Quasi tutte le cose che interessano la vita umana possono procurare sia piacere che dolore, ovvero possono essere utili e dannose rispetto alla soddisfazione dei bisogni.

Per esempio, le religioni. Il buono di una religione è che ci ricorda che non siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ma siamo schiavi di forze più grandi di noi (le leggi fisiche e biologiche della natura, della nostra specie, del nostro corpo e della nostra mente inconscia), che abbiamo dei doveri verso la natura, la nostra specie, gli altri e noi stessi, e che se non li assolviamo stiamo e/o staremo male noi stessi. Questo ci consente di formare società civili, regolate da solidarietà e norme morali. Il cattivo di una religione è invece il fatto che essa spesso e facilmente suscita odio, disprezzo o indifferenza verso chi non segue la stessa religione (sia esso ateo o seguace di un'altra religione), ostacola il progresso intellettuale affermando verità che tali non sono e punendo chi le mette in dubbio; e ostacola il progresso etico e civile affermando o imponendo come assoluti e non negoziabili valori che sono in realtà relativi e negoziabili.

Consideriamo gli esseri umani. Il buono di un essere umano è che può soddisfare i nostri bisogni di interazione, di collaborazione, di aiuto, di intimità, di sessualità, di riproduzione, di conoscenza, di scambio ecc. Il cattivo di un essere umano è che può ostacolarci, competere contro di noi, aggredirci, derubarci, sottometterci, limitare la nostra libertà, ingannarci, tradirci, distruggerci.

Consideriamo la vita in generale. Il buono e il cattivo della vita sono il piacere e il dolore che essa ci permette di provare, in un bilancio che è molto diverso da persona a persona e da momento a momento. Il fatto che il suicidio sia una causa di morte molto rara (in Europa circa 1% del totale) sembrerebbe indicare che il buono della vita prevale sul cattivo in tutto il mondo, seppure con percentuali diverse da paese a paese e da epoca ad epoca.

Il bisogno di interazione sociale - Interazionismo strutturale

L'interazione sociale non è solo un mezzo, ma anche un fine a sé stesso. Suppongo infatti che nel DNA umano vi sia un bisogno primario di interazione sociale. Se questo bisogno non viene soddisfatto ne derivano conseguenze nocive sia di tipo psichico che psicosomatico e pratico, che possono portare direttamente o indirettamente fino alla morte dell'individuo. Attraverso le interazioni con gli altri, infatti, si generano, durante l'età evolutiva e successivamente, i contenuti psichici e le abilità sociali, cioè la capacità di stabilire relazioni sociali e cooperare con altre persone per la propria sopravvivenza e/o piacere. In altre parole, attraverso le interazioni si impara sin da bambini ad interagire in modo sempre più elaborato e utile per (con)vivere nel migliore dei modi possibile.

Sono pertanto convinto che la felicità umana dipenda soprattutto da una soddisfacente quantità e qualità di interazioni con gli altri.

Interagire con altri è la cosa più importante per un essere umano, oltre ad essere indispensabile. E' necessario interagire a qualunque costo, con qualunque pretesto e non importa come. A lungo termine, qualunque tipo di interazione, anche violenta, anche umiliante, è meglio della non-interazione. Qualunque conversazione, anche stupida, assurda o insignificante, è meglio dell'assenza di conversazione. E una volta imparato ad interagire in un certo modo, secondo certe norme e regole, cioè con certi segni, simboli, significati, obblighi e divieti, è difficile cambiare modalità di interazione. Inoltre, esiste una paura inconscia di perdere la possibilità di interagire con gli altri, che ci rende conformisti, resistenti al cambiamento e pazienti rispetto alle ingiustizie.

Ognuno ha un bisogno (per lo più inconscio) di interagire con qualcun altro in qualche modo. Il bisogno umano più importante è proprio quello di interazione, che è ancora più importante del bisogno di essere riconosciuti, rispettati, accettati, amati, perché nessuno di tali stati può essere ottenuto e confermato ripetutamente e continuamente senza interazioni.

La paura della solitudine non è dunque paura della lontananza dagli altri, ma paura di non poter interagire con qualcuno, e il piacere della compagnia è in realtà il piacere di interagire. La frustrazione e la soddisfazione del bisogno di interazione sono, rispettivamente e in quantità direttamente proporzionale, la causa del dolore e del piacere mentale, dell'infelicità e della felicità.

Per concludere, ogni motivazione umana può, in ultima analisi, essere considerata come mezzo per interagire con altri in modo coesivo e cooperativo, ed evitare di perdere la possibilità di farlo.

Interazionismo strutturale: Teoria psicologica, sociologica e filosofica (in corso di sviluppo a cura di Bruno Cancellieri) che afferma l'esistenza di un bisogno primario di interazione sociale geneticamente determinato, e considera la stessa interazione sociale (nei suoi aspetti quantitativi e qualitativi) come generatore principale dei contenuti psichici e fattore essenziale della felicità e salute mentale di ogni individuo. L'interazionismo strutturale si ispira allo "interazionismo simbolico" di George Herbert Mead, alla "teoria struttural-dialettica" di Luigi Anepeta e alla "psicologia dei bisogni" di Bruno Cancellieri.


Vedi anche Antrolpologia interazionale.

Volontà e voglie di un essere umano, tra conservazione e cambiamento

Volere vs. aver voglia. Nel primo caso intendo una volontà determinata da una decisione volontaria, nel secondo una pulsione involontaria. La differenza può essere impercettibile.

Sia il primo che il secondo tipo di motivazione sono oggetto di censura e autocensura, ovvero di obblighi e divieti consci e inconsci imposti dalla comunità di appartenenza. Infatti le nostre motivazioni sono quasi tutte socialmente rilevanti, ovvero incidono nelle nostre relazioni con gli altri.

Perciò può succedere che uno voglia (o non voglia) certe cose perché è costretto a volerle (o a non volerle) dalla comunità a cui appartiene. Tale costrizione può essere più o meno conscia o inconscia.

Possiamo dividere le motivazioni di un essere umano in due grandi categorie: conservatrici e trasformatrici. Ciascuna delle due categorie può a sua volta essere divisa in sottocategorie a seconda dell'oggetto della conservazione o del cambiamento: se stessi, altre persone in particolare, o l'ambiente in generale (naturale o sociale).

Un'altra possibile suddivisione riguarda il tipo di cambiamento: cambiare l'ambiente in cui si vive oppure emigrare in un ambiente diverso, cambiare le persone con cui si è in relazione oppure stabilire nuove relazioni con altre persone (interrompendo o continuando le relazioni precedenti).

I seguenti verbi esprimono varie forme di cambiamento o di conservazione: conservare, cambiare, trasformare, apprendere, istruire, imporre, regolare, acquisire, ripetere, alterare, imitare, distruggere, costruire, seguire, proseguire, deviare, prendere, lasciare, abbandonare, mantenere, manutenere, legare, sciogliere, imprigionare, liberare, fissare, adattare, adattarsi, adeguare, adeguarsi, unire, dividere, interrompere, continuare, spostare, spostarsi, pulire, sporcare, avvicinare, allontanare, respingere ecc.

Il motivo del motivo. Con questo gioco di parole intendo il fatto che ogni motivazione (sia conservatrice che trasformatrice) "serve" ad una motivazione di livello logico superiore. In altre parole, è il mezzo con cui raggiungere un fine precedente. Possiamo quindi chiederci perché una persona vuole cambiare o conservare certe cose (o, come direbbe Schopenhauer, perché vuole ciò che vuole), e credo che a tale domanda si possa rispondere genericamente dicendo che ogni volontà serve a soddisfare dei bisogni. Banalmente possiamo allora dire che noi vogliamo ciò di cui abbiamo bisogno, a partire dai bisogni geneticamente determinati (ovvero innati), fino a quelli acquisiti attraverso le esperienze, l'apprendimento e le pressioni sociali.

Si può voler cambiare per migliorare (cioè per meglio soddisfare i propri bisogni) oppure per paura che il non cambiamento possa comportare un peggioramento. E, viceversa, si può scegliere di non cambiare per paura che il cambiamento possa essere peggiorativo. D'altra parte, siccome col tempo tutto deperisce, un cambiamento è sempre necessario, anche solo per evitare o rallentare il deperimento, o per ripristinare lo stato precedente al cambiamento indesiderato.

Una relazione tra due persone con attitudini e preferenze (rispetto ai cambiamenti) molto diverse o incompatibili è difficile se non impossibile. Infatti i conflitti tra esseri umani riguardano soprattutto cambiamenti voluti da una parte e non voluti da un'altra.

Se vogliamo convivere pacificamente e produttivamente dobbiamo dunque metterci d'accordo su cosa conservare e cosa cambiare in noi stessi e nell'ambiente naturale e sociale, ovvero nella cultura, nell'economia, nella politica, nella morale, nell'estetica ecc.

Il senso dei riti, delle feste e delle forme tradizionali

Le feste, i riti e le varie forme tradizionali (che nel seguito chiamo semplicemente “riti”) servono ad unire, a confermare delle unioni tra persone, a confermare l’appartenenza a certe unioni, raggruppamenti o categorie di esseri umani e, in ultima analisi, la stessa identità delle persone.

Attraverso la celebrazione di un rito, l’individuo conferma agli altri e/o a se stesso di appartenere al gruppo umano di cui tale rito costituisce una forma caratteristica di riconoscimento e che lo differenzia dagli altri gruppi, cioè dai gruppi che non riconoscono né richiedono tale rito.

La celebrazione di un rito è anche un atto di obbedienza ad un padre (metaforico o metafisico) comune.

Uno dei dieci comandamenti è “ricordati di santificare le feste” perché nel santificare la festa l’individuo conferma la sua sottomissione al dio a cui la festa è dedicata, e la sua fratellanza rispetto alle altre persone che riconoscono lo stesso padre e ad esso si sottomettono.

Il rito è dunque una dichiarazione di unione, di fratellanza, di sottomissione ad un’autorità comunemente accettata.

Chi non celebra il rito dichiara implicitamente di non appartenere al gruppo caratterizzato da tale rito.

La celebrazione di un rito è dunque rassicurante nel senso che rassicura i confratelli e le autorità sulla propria fedeltà al gruppo, allontanando i sospetti di infedeltà e il rischio delle relative ritorsioni.

Dopo la celebrazione del rito ci si sente “a posto con la coscienza” rispetto al gruppo a cui si ha bisogno di appartenere o non si è costretti ad appartenere. Ci si sente come uno che ha “fatto il proprio dovere” ed appartiene perciò a pieno titolo al gruppo.

Si può simultaneamente appartenere a gruppi di vari livelli.

Un primo livello è quello della coppia di coniugi, partner, amici o parenti. In questo caso il rito è costituito da un ricorrente scambio di visite, attenzioni, informazioni, auguri, doni, tenerezze, rapporti sessuali ecc.

Un altro livello è quello della famiglia. In questo caso il rito è costituito dal mangiare insieme e dal fare cose insieme, come viaggiare, visitare mostre e musei, trascorrere insieme vacanze ecc.

Un altro livello è quello del gruppo di amici. In questo caso il rito è costituito dal fare cose insieme, come ballare, mangiare, assistere a spettacoli teatrali, cinematografici, musicali, sportivi, viaggiare, visitare mostre e musei, trascorrere insieme vacanze, drogarsi ecc.

Altri livelli sono costituiti da comunità di vario tipo, nazionalità, razze, professioni, religioni, filosofie, stili di vita, classi sociali, tifoserie sportive ecc.. Ognuno di questi gruppi ha i suoi riti che gli aderenti celebrano, rispettano, onorano come conferme di appartenenza e fedeltà ai gruppi stessi.

Il rito è anche un modo per affermare o confermare un’identità. Una persona ha una certa identità nella misura in cui celebra i riti caratteristici di quella identità.

Chi celebra il rito esige che anche gli altri membri dello stesso gruppo lo facciano, altrimenti non li considera più “congruppali” (commilitoni, camerati, connazionali, correligionari, amici, familiari ecc.).

La celebrazione del rito è necessariamente ricorrente, con una periodicità che varia a seconda del tipo di rito. L’effetto del rito infatti ha una durata limitata e, se non rinnovato, si annulla.

I riti servono a rigenerare l'idea e il senso del noi.

L'arte, l'artigianato, la fotografia, il teatro, il cinema, la letteratura, la musica, contribuiscono ai riti e sono essi stessi dei riti.

I sacrifici comuni, le vittorie comuni, i beni comuni possono anche funzionare da riti.

Bisogno di scambio

Tra i bisogni umani innati, forse il più importante è quello che io chiamo "bisogno di scambio", vale a dire, il bisogno di scambiare qualcosa con altri esseri umani, ossia di dare e ricevere qualcosa di materiale o immateriale, fisico o simbolico. Ogni persona ha tale bisogno, ma con intensità variabile da individuo a individuo e nel tempo, e in forme diverse.

Quando, in una persona, il bisogno di scambio non viene soddisfatto per un tempo prolungato oltre un certo limite, essa soffre e, nei casi più gravi, sviluppa disturbi mentali.

Le cose scambiate possono essere oggetti, sostanze, cibo, macchine, materiali, mercanzie, energia, spinte, denaro, parole, carezze, atti sessuali, protezione, solidarietà, aiuto, informazioni, segni, simboli, ordini, servizi, figure, domande e risposte cognitive, ludiche, artistiche, musicali ecc.

Lo scambio può essere più o meno simmetrico nel senso che le cose date possono essere dello stesso tipo di quelle ricevute o di tipo diverso.

Lo scambio può essere unilaterale o bilaterale. E' unilaterale quando non c'è feed-back, bilaterale quando questo c'è. Lo scambio bilaterale è normalmente molto più importante ed efficace di quello unilaterale.

Lo scambio può essere sincrono o asincrono. E' sincrono quando il momento dell'invio coincide con quello della ricezione, asincrono quando la ricezione avviene in un momento più o meno differito.

Il bisogno di scambio può essere soddisfatto più o meno facilmente in quanto le cose che uno è disposto a dare possono essere considerate più o meno "buone" o desiderabili dalla parte ricevente. Infatti, uno scambio sfavorevole viene di solito rifiutato.

Il problema forse più importante nella vita sociale (e, di conseguenza, nell'attività psichica) è quello di stabilire cosa scambiare con gli altri, ovvero cosa offrire e cosa chiedere, cosa accettare e cosa rifiutare, e con chi (non) effettuare gli scambi, affinché questi possano essere favorevoli, e quindi accettabili, per entrambi le parti. Ci sono anche casi  in cui può essere conveniente interrompere scambi abituali se questi non sono più favorevoli.

Un altro problema che rende difficili gli scambi, è la libertà, casualità e selettività nei rapporti umani, per cui una persona non sempre ne trova un'altra disponibile in tempi brevi ad accettare uno scambio, specialmente se l'altro ha già scambiato abbastanza con altre persone e non ha bisogno, almeno per un certo tempo, di ulteriori scambi. Questo fenomeno dà luogo ad una competizione per gli scambi (ovvero per i rapporti) più favorevoli. cioè per la scelta (più o meno esclusiva) delle persone con cui effettuare gli scambi più vantaggiosi.

Per esempio, una forma di scambio molto comune, forse la più comune, è la conversazione. Ma non tutti sono disposti a conversare con chiunque di qualsiasi cosa. Infatti ognuno ha esigenze particolari per quanto riguarda gli argomenti di conversazione, il livello di profondità, l'approccio intellettuale e morale con cui trattarli e il tipo di persone con cui parlarne.

Per migliorare il grado di felicità medio dell'umanità, bisognerebbe inventare un sistema per facilitare gli scambi tra esseri umani in modo che ognuno possa trovare senza troppa difficoltà persone adatte, e soprattutto disponibili, con cui scambiare, al bisogno e in tempi brevi, cose secondo le proprie esigenze.

Vedi anche Procedura di interazione razionale, Il problema dei ruoli e dei ranghiIl concetto psicosociologico di "funzione sociale"


Si può soddisfare il desiderio con la realtà?

(Mio intervento al "Café Philo Lyon" del 23-11-2021 sul tema "Si può soddisfare il desiderio con la realtà?")

Per giustificare la mia risposta vorrei spiegare la mia idea del concetto di desiderio e delle dinamiche di cui esso è protagonista. E’ una spiegazione che qualcuno potrebbe considerare più psicologica che filosofica, ma per me non c’è alcuna differenza tra filosofia e psicologia.

Per giustificare la mia risposta vorrei spiegare la mia idea del concetto di desiderio e delle dinamiche di cui esso è protagonista. E’ una spiegazione che qualcuno potrebbe considerare più psicologica che filosofica, ma per me non c’è alcuna differenza tra filosofia e psicologia.

Io credo che i desideri siano dei meccanismi biologici essenziali per la sopravvivenza e la conservazione dell’individuo e della specie. Consistono nella ricerca del piacere e nell’evitamento del dolore (sia fisico che mentale). A loro volta il piacere e il dolore sono gli strumenti con i quali il corpo e l’inconscio controllano e dirigono il comportamento dell’individuo e l’attività mentale.

A mio parere i desideri si sviluppano a partire dai bisogni primari e secondari, cioè quelli innati e quelli acquisiti, in quanto mezzi per soddisfare i bisogni stessi. Io divido i bisogni umani primari nelle seguenti categorie:  biologici, di integrazione sociale, di libertà, di dominazionee competizione, di conoscenza, di bellezza e piacere, e di coerenza (evitamento di sgradevoli dissonanze cognitive).

Per me la felicità consiste nella soddisfazione periodica, ciclica dei desideri sani, cioè quelli che conducono alla soddisfazione dei bisogni primari, e nella soppressione dei desideri insani, cioè quelli che non portano alla soddisfazione dei bisogni primari o la inibiscono.

Un fatto molto importante a proposito dei desideri è ciò che io chiamo anticipazione del piacere e del dolore, fenomeno tipicamente umano per cui la previsione di un piacere è essa stessa fonte di piacere, così come la previsione di un dolore è essa stessa fonte di dolore. E siccome il desiderio di qualcosa implica la previsione del piacere che l’ottenimento della cosa comporterebbe, il desiderio è già fonte di piacere, finché permane l’ottimismo circa il suo successo. In tal senso, il contrario del desiderio è la paura, che è fonte di dolore in quanto previsione di dolore.

Credo che esistano due tipi di desiderio: (1) il desiderio di qualcosa che ci manca e di cui abbiamo bisogno. Questo è regolato da meccanismi omeostatici (fisici e mentali), che fanno aumentare il desiderio proporzionalmente alla mancanza.  (2) l’attrazione di qualcosa che stimola un nostro istinto, come ad esempio l’attrazione sessuale, o l’attrazione di un bell’oggetto o di una bella forma, che viene suscitata nel vederlo, attrazione che non c’è quando l’oggetto non è in vista. In tal senso possiamo dire che l’attrazione è la percezione di una promessa di piacere o di felicità. 

Esiste tuttavia un desiderio di piacere generico, senza un oggetto determinato, che è presente soprattutto in chi ha provato del piacere, e desidera rinnovare tale esperienza.

Tornando alla domanda iniziale, alla quale ho già risposto, aggiungo, e concludo, che a volte scambiamo la realtà così com’è con quella che desideriamo che sia, per evitare il dolore associato a verità insopportabili. Questa mistificazione della realtà, se da una parte ci protegge dal dolore della verità, dall’altra rende più difficile la soddisfazione dei nostri desideri e quindi dei nostri bisogni.

Il giudizio altrui

La cosa più importante per un essere umano, dopo la soddisfazione dei bisogni fisici, è il giudizio altrui sulla propria persona.

Il giudizio altrui viene percepito, classificato ed associato ad un atteggiamento più o meno cooperativo, pacifico o aggressivo nei propri confronti. Infatti, gli altri vengono classificati in base al giudizio da essi proveniente (così come viene percepito dall'interessato), in amici o nemici, servitori o dominatori, cooperatori o competitori, in un certo grado.

L'altro può essere rappresentato da una divinità, o, meglio, gli altri possono rappresentare, ovvero sostituire, una divinità che giudica, premia e castiga. Per esempio, la religione cattolica, con il sacramento della confessione, ha istituzionalizzato il giudizio morale rendendo i sacerdoti arbitri con il privilegio di valutare, condannare e assolvere le umane colpe.

L'uomo fa di tutto per essere giudicato positivamente, ovvero per essere rispettato, approvato, premiato, aiutato o servito, dagli altri.

I criteri del giudizio dipendono dall'educazione, dalla cultura e dalle esperienze personali.

Gli esseri umani sono interdipendenti, ovvero ognuno dipende dall'attitudine degli altri nei suoi confronti, la quale a sua volta dipende dal giudizio reciproco. Da esso dipende infatti il tipo di interazione che sarà possibile o probabile tra le persone. In sintesi, ognuno dipende dal giudizio altrui, ovvero dal giudizio, nei propri confronti, da parte delle persone rappresentative della comunità di appartenenza.

La persona giudicata giudica a sua volta il giudizio di cui è oggetto, e di conseguenza il giudicante, secondo un processo come il seguente. Un individuo A giudica un individuo B. B si sente giudicato da A in un certo modo e considera tale giudizio più o meno giusto. Se B si ritiene giudicato giustamente da A, accetterà il giudizio e avrà verso A un atteggiamento benevolo, se si ritiene giudicato ingiustamente, B rifiuterà il giudizio e proverà verso A rabbia o aggressività. A giudicherà a sua volta il giudizio di B nei suoi confronti, con lo stesso meccanismo, dando luogo ad un circolo vizioso in caso di giudizio negativo, virtuoso in caso di giudizio positivo. Possiamo chiamare tale meccanismo "retroazione del giudizio".

La dipendenza dal giudizio altrui può dunque essere causa di fenomeni catastrofici oppure felici, malefici o benefici, può dar luogo a coesione sociale ma anche a guerre spietate. Tale dipendenza, unita ad una mancanza di consenso sui criteri di giudizio, alla soggettività dei giudizi e al bias cognitivo che li rende inaffidabili, rende l'uomo particolarmente prono ai conflitti, vulnerabile e soggetto a disturbi della personalità.

Ad aggravare la situazione c'è il  fatto che quasi mai i giudizi vengono espressi in modo esplicito, né argomentati razionalmente, e sono spesso occultati o dissimulati per opportunismo, cioè per ottenere benevolenza o evitare malevolenza.

Per diminuire i danni dovuti alla retroazione dei giudizi negativi, sarebbe utile affrontare il tema del giudizio reciproco in modo franco e razionale, senza pregiudizi e nella ricerca di un'etica condivis.

Qualcuno obietterà che la soluzione migliore sarebbe quella di evitare di giudicare. Io credo che tale soluzione sia illusoria o pericolosa  per i seguenti motivi. Primo, perché non possiamo non giudicare, essendo il giudizio prima di tutto emotivo, e perciò involontario; possiamo eventualmente non esprimere apertamente il nostro giudizio emotivo e/o cognitivo, ma esso traspare facilmente dal nostro linguaggio non verbale. Secondo, perché senza giudizio ogni etica è impossibile, per cui non giudicare significherebbe non seguire un etica e promuovere una società senza etica, con le conseguenze che possiamo immaginare.

Sul bisogno di riconoscimento

Il bisogno di riconoscimento è funzionale al bisogno sociale (cioè di appartenenza, integrazione, interazione e cooperazione sociale) il quale è un bisogno primario, cioè geneticamente determinato, e da cui dipende la felicità umana. Senza una qualche forma di riconoscimento non è infatti possibile la vita sociale né il benessere psichico e il piacere che da essa dipende.

Ciò che vogliamo ci sia riconosciuto è la nostra stessa esistenza così come siamo, la nostra umanità, identità, dignità, normalità, conformità ai modelli sociali adottati, le nostre peculiarità, qualità, uno o più ruoli sociali da noi scelti, una certa utilità, bontà, bellezza, eleganza, sex appeal, affidabilità, saggezza, cultura, competitività, importanza, appartenenza a certe comunità o categorie a cui desideriamo appartenere (religiose, etniche, ceti sociali, mode, folclore etc.), doti, virtù, meriti, diritti, privilegi, competenze, capacità, immunità, una certa autorità e le superiorità che riteniamo di avere.

Il rapporto sessuale o amoroso costituisce una forma di riconoscimento molto appagante. L'accettazione del rapporto sessuale o amoroso con noi da parte del nostro partner costituisce infatti un forte ed esplicito segnale di riconoscimento, così come spesso interpretiamo il rifiuto del rapporto come segnale di non riconoscimento delle nostre qualità.

Non solo siamo continuamente in cerca di riconoscimento e temiamo di perderlo, ma tutto ciò che facciamo, pensiamo o desideriamo è continuamente sottoposto a un giudizio censorio inconscio preventivo e corrente per verificarne la valenza sociale, ovvero in quale misura esso può giovare o nuocere al nostro riconoscimento da parte degli altri. A seconda del verdetto, l'azione, il pensiero, il desiderio, vengono incoraggiati o inibiti. In altre parole, le motivazioni umane sono direttamente o indirettamente legate alla speranza di mantenimento o crescita del nostro riconoscimento da parte degli altri.

Ogni "altro" è un rappresentante dell'umanità. Se ci accetta, ci sentiamo accettati dall'umanità e quindi soddisfatti, se non ci accetta, o non lo riconosciamo come umano e non accettiamo il suo giudizio, oppure cadiamo nella tristezza, ansia, angoscia, paura, panico o depressione.

Il bisogno di riconoscimento esiste in ogni essere umano sano. Infatti, chi non lo ha è asociale. Tuttavia tale bisogno può essere patologico quando assume un'intensità eccessiva oppure forme irreali, come il voler essere riconosciuti per ciò che non si è o per più di ciò che si è. Un bisogno di riconoscimento è eccessivo quando, ad esempio, il riconoscimento c'è ma non viene percepito, o viene percepito in misura molto inferiore a quella reale.

La reciprocità è importantissima nel riconoscimento. Infatti, chi non è riconosciuto da una persona difficilmente la riconosce.

Purtroppo, sebbene ognuno abbia un forte bisogno di riconoscimento, spesso non è disposto a dare agli altri il riconoscimento di cui hanno bisogno, che desiderano, cercano o chiedono. In altre parole, in generale, il riconoscimento richiesto è minore di quello offerto.

Concludendo:

1) Abbiamo tutti un bisogno profondo, inconscio, dominante e ineluttabile di essere riconosciuti per ciò che siamo o vogliamo essere.

2) Ognuno ha il potere di soddisfare o frustare, consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, il bisogno di riconoscimento che gli altri hanno.

3) Il riconoscimento è normalmente reciproco o assente. Chi non è sensibile al bisogno di riconoscimento da parte degli altri difficilmente riesce ad ottenere il riconoscimento di cui ha bisogno, e di conseguenza tende ad avere difficoltà nelle relazioni sociali.

4) Per aumentare il livello medio di felicità dell'umanità è necessario che aumenti la disponibilità al riconoscimento altrui da parte delle persone in cui essa è carente, in modo che la domanda e l'offerta di riconoscimento siano equilibrate e si incontrino.

Essere e appartenere

A mio parere, "essere" significa appartenere ad una o più persone o categorie di persone, che nel seguito chiameremo "enti di appartenenza" o semplicemente "enti".

Così, ad esempio, una donna che pensa di essere bella (o brutta) pensa in realtà di appartenere alla categoria sociale delle donne belle (o brutte), con tutto ciò che tale appartenenza (più o meno reale o presunta, cioè più o meno riconosciuta dagli altri) comporta.

Gli "enti" (come sopra definiti) sono costrutti mentali più o meno condivisi con altre persone e caratterizzati da certe forme, norme, valori, vantaggi e/o svantaggi sociali.

L'appartenenza ad un ente è determinata da varie condizioni comportamentali, specialmente quelle di tipo mimetico, legate alla capacità di riprodurre i segni e i comportamenti caratteristici dell'ente di appartenenza, affinché essi siano "riconoscibili" dalle altre persone.

Come detto sopra, a ciascun ente sono associati particolari attributi, per cui l'appartenenza ad un certo ente implica (e richiede) che l'individuo sia "portatore" degli attributi caratteristici dell'ente stesso e di conseguenza detentore dei vantaggi e svantaggi sociali associati.

Per capire il comportamento dell'uomo e le sue espressioni verbali e non verbali, è allora spesso utile sostituire il verbo "essere" con il verbo "appartenere", tenendo presente che il bisogno fondamentale dell'uomo è quello di appartenere ad una (o più) comunità, a causa dell'interdipendenza caratteristica della nostra specie.

Tuttavia, a causa delle spinte competitive, la società è strutturata in gruppi contrapposti potenzialmente o francamente ostili o competitori ciascuno rispetto agli altri, per cui l'appartenenza ad un certo gruppo o ente può implicare (e richiedere) la non appartenenza a certi altri. In altre parole, le appartenenze possono essere mutuamente esclusive.

Perciò, accanto al bisogno e al desiderio di appartenere a certi enti, c'è normalmente il bisogno e il desiderio di non appartenere a certi altri.

La vita sociale è un gioco di appartenenze, in cui ognuno cerca di appartenere a certi enti per lui vantaggiosi (o ritenuti tali), e di dimostrarlo, ovvero di ottenere dagli altri il riconoscimento e l'accettazione delle appartenenze stesse. Il che è come dire che ognuno vorrebbe che gli altri lo riconoscano e lo accettino per come "è" o come crede di "essere" o vorrebbe "essere".

Molti disagi e disturbi mentali possono essere dovuti al bisogno di appartenere a enti mutuamente esclusivi, o, più in generale, alla frustrazione di non poter appartenere ad enti a cui si ha bisogno (o un forte desiderio) di appartenere.

L'appartenenza ha un aspetto qualitativo, uno funzionale e uno quantitativo. Il primo si riferisce al tipo di comunità, il secondo al ruolo del soggetto e il terzo alla sua posizione gerarchica nella comunità stessa. Quando si desidera appartenere, dunque, si desidera appartenere ad un certo ente, in un certo ruolo e in una certa posizione gerarchica (nelle varie gerarchie: politica, economica, etica, estetica, intellettuale, sessuale ecc ).

Tutto va bene quando l'aspirazione ad una certa appartenenza da parte di un soggetto è riconosciuta e accettata dagli altri, i problemi nascono quando c'è disaccordo o incomprensione sulle rispettive appartenenze attuali o desiderate.

Alla luce di quanto sopra, possiamo dire che ognuno crede di appartenere a certi enti, non crede di appartenere a certi altri, vorrebbe appartenere a certi enti, non vorrebbe appartenere a certi altri, e pensa che certe persone appartengano a certi enti e non a certi altri, con le relative conseguenze cognitive, emotive e motivazionali, e i pre-giudizi del caso.

È importante notare che le appartenenze non sono qualcosa di individuale che ognuno può concepire, o inventare, né qualcosa di oggettivo, ma consistono in convenzioni sociali, nel senso che non hanno significato, né valore o validità, che nella misura in cui vengono "riconosciute" dagli altri.

Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio

Io suppongo che la psiche sia strutturata e funzioni come descritto nel seguito.



La psiche si sviluppa a partire da, e in funzione di, una quantità di bisogni primari (innati) e secondari (sviluppati a seguito delle esperienze). I bisogni primari principali sono quelli di (1) sopravvivenza e salute, (2) appartenenza e integrazione sociale, (3) eros e riproduzione sessuale, (4) libertà e individuazione, (5) potenza e dominio di tutto ciò che può favorire la soddisfazione di qualunque bisogno, (6) protezione e sicurezza contro tutto ciò che può ostacolare la soddisfazione di qualunque bisogno.


La psiche è popolata da una quantità di "oggetti mentali" cioè idee, ricordi, immagini, cognizioni, sensazioni e qualsiasi altra cosa appresa attraverso esperienze e suscettibile di essere riconosciuta o pensata.



La psiche ha la capacità di provare piacere e dolore, più o meno fisici o immateriali, in varie forme e intensità. Il piacere è legato alla soddisfazione dei bisogni (primari o secondari), il dolore alla loro insoddisfazione.




Per evitare il dolore, la psiche tende a rimuovere, cioè disattivare, i bisogni di cui non riesce ad ottenere la soddisfazione,






La psiche include un sistema motivazionale conscio e uno inconscio che determinano pensieri, impulsi, volontà, desideri, interessi ecc. finalizzati alla soddisfazione dei bisogni misurata attraverso la percezione del piacere e del dolore, cioè basati sulla ricerca del piacere e l'evitamento del dolore.



Nella psiche si sviluppano un rete conscia e una inconscia, di connessioni logiche di causalità o appartenenza tra oggetti mentali.



Per effetto di tali reti di connessioni, ad ogni oggetto mentale è associata una serie di cariche (o valenze) emotive più o meno grandi, cioè aspettative di piacere o dolore legate alla soddisfazione o frustrazione di vari bisogni. C'è una valenza emotiva per ogni oggetto mentale e per ogni bisogno, vale a dire:

  • una valenza emotiva sociale, cioè legata all'appartenenza e integrazione sociale

  • una valenza emotiva vitale, cioè legata alla sopravvivenza alla salute

  • una valenza emotiva erotico-sessuale, cioè legata alla soddisfazione erotico-sessuale

  • una valenza emotiva libertaria, cioè legata all'ottenimento e mantenimento della libertà e dell'individuazione

  • una valenza emotiva dominativa, cioè legata all'ottenimento e mantenimento del potere

  • una valenza emotiva protettiva, cioè legata alla protezione contro le avversità


Il comportamento di un individuo è determinato dall'effetto combinato delle valenze emotive dei suoi oggetti mentali, che gli fanno scegliere i pensieri e le azioni che permettono di ottenere il maggiore piacere e il minimo dolore. Il calcolo viene effettuato da meccanismi inconsci e consci simultaneamente. I meccanismi inconsci sono molto più veloci e immediati, di quelli consci, e li influenzano attraverso le anticipazioni di piacere e dolore, che sono essere stesse produttrici di piacere o dolore.





Normalmente, a livello conscio l'individuo decide quello che in realtà è stato già deciso a livello inconscio. Vale a dire che l'io cosciente obbedisce alle direttive dell'inconscio anche se ha l'illusione di esercitare il libero arbitrio, e solo eccezionalmente può porre un veto alle decisioni inconsce.

Vedi anche: Teoria della mappa cognitivo-emotiva, La bellezza, la bruttezza, il bene, il male, Cambiare la propria mappa emotiva.



Introduzione al caffè filosofico del 23/12/2021 sul tema "Cos'è l'amore e perché ci interessa?"

 

La prima cosa che mi chiedo pensando all’amore, è cosa sia veramente, cioè se sia un concetto oggettivo o soggettivo, e quale branca del sapere sia competente per definirlo e per discuterne. Per cercare di rispondere a queste domande ho consultato la voce “amore” del vocabolario Treccani, dove si trovano diverse definizioni e note, tra cui le seguenti:

  • sentimento di viva affezione verso una persona, che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia

  • può indicare l’affetto reciproco, la concordia dei sentimenti

  • può anche essere rivolto a se stesso, come manifestazione di egoismo e di egocentrismo

  • amor proprio: onesta ambizione di non rimanere indietro agli altri in una competizione, desiderio di rivelare e far apprezzare le proprie capacità e buone doti, impegnando la propria volontà nello sforzo di accrescerle e potenziarle

  • sentimento che attrae e unisce due persone (ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva; comune a tutte queste forme è, di norma, la tendenza più o meno accentuata al rapporto reciproco ed esclusivo

  • secondo la dottrina platonica l’amore è contemplazione della bellezza e impulso di elevazione morale (nel linguaggio comune è però talvolta inteso come amore unilaterale, non rivelato e non corrisposto)

  • sentire l’istinto dell’accoppiamento

  • In senso più spirituale, lo slancio dell’uomo verso Dio e le cose celesti, e reciprocamente la benevolenza che Dio accorda alle creature

  • carità verso il prossimo

  • desiderio, brama di avere, di ottenere, di possedere una cosa

  • vivo attaccamento o inclinazione per qualche cosa

In quanto alla domanda "quale branca del sapere sia competente per definire l’amore e per discuterne", non ho fatto ricerche in tal senso, ma ritengo che di esso siano in molti, forse troppi, a occuparsene: la religione, la letteratura (specialmente la narrativa e la poesia), la psicologia, la filosofia, la biologia, la sociologia, l’antropologia culturale ecc., oltre al senso comune. Infatti è un tema del quale quasi tutti pensano di sapere abbastanza, come se l’amore fosse qualcosa di naturale, di innato e di evidente.

A mio parere, come ho spiegato in questo articolo, in cui ho identificato circa 30 diversi tipi di amore molto diversi tra loro, l'amore potrebbe essere semplicemente un nome usato per mistificare e nobilitare il piacere, il desiderio o il bisogno di avere, di dare, di interagire, di appartenere, o qualcos'altro di non pregevole.

E voi che ne pensate?

 




Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"

Filosofia dei bisogni

Ogni comportamento umano è il risultato di una strategia più o meno consapevole, per la soddisfazione di un complesso di bisogni ricorrenti più o meno consci o inconsci, repressi o espressi, più o meno frustrati, sani, morbosi, autoprodotti o indotti dall'esterno.

Senza il concetto di bisogno (in senso esteso) i comportamenti umani sono incomprensibili e inspiegabili e, in quanto tali, difficilmente modificabili.

Nei "bisogni" occorre includere anche gli "antibisogni", cioè le paure e le repulsioni, ovvero i bisogni di evitare qualcosa.

Tutto parte dal bisogno dei geni di ogni specie, compresa quella umana, di riprodursi. Da quel bisogno primordiale si sviluppano tutti gli altri, come tattiche o strategie per soddisfare i bisogni di ordine superiore.

In ogni specie vivente, il corpo con i suoi organi non è che un mezzo per permettere ai geni di quella specie di riprodursi. Lo sono anche il cervello umano e la psiche, che permettono la riproduzione dei geni attraverso un complesso di bisogni intermedi, a vari livelli funzionali, che si sono formati nel corso della filogenesi della specie e si sviluppano nell'ontogenesi di ciascun individuo.

In altre parole, ogni bisogno è derivato da un bisogno di ordine superiore rispetto al quale è strumentale. Vale a dire che nessun bisogno è fine a stesso, ma ciascuno è il mezzo per soddisfarne un altro precedente. Per esempio, il bisogno di mangiare "serve" a soddisfare il bisogno di nutrimento delle cellule del corpo, mentre il bisogno di denaro serve a soddisfare il bisogno di mangiare e altri bisogni. Altro esempio: il bisogno di avere un rapporto sessuale serve al bisogno di riproduzione dei geni e ad altri bisogni, come quello di riconoscimento, appartenenza o prestigio sociale, che, a loro volta, servono altri bisogni.

Col termine bisogno in senso esteso intendo qualsiasi motivazione, aspirazione, passione, volontà, intenzione, preferenza, desiderio, inclinazione, tensione, paura, repulsione, bisogno, sia conscio che inconscio, costruttivo o distruttivo, innato o acquisito, autoprodotto o indotto dall'esterno.

La maggior parte degli esseri umani non hanno una sufficiente consapevolezza di quali siano i propri reali bisogni, hanno idee sbagliate o riduttive su di essi, hanno bisogni repressi e altri morbosi.

Per bisogni morbosi intendo bisogni non autoprodotti, ma indotti dalla naturale predisposizione umana a farsi plasmare da genitori, educatori ed ambiente sociale (in modo difficilmente reversibile), dalla inclinazione al conformismo, dalla fisiologica resistenza al cambiamento e da una cultura di massa che ci manipola a vantaggio dei poteri economici, politici e religiosi nel senso che tende a ridurre l'uomo al ruolo di consumatore, investitore, lavoratore, servitore, elettore, patriota, militante, credente ecc., secondo schemi comportamentali e motivazionali predefiniti, anziché favorire il libero sviluppo delle potenzialità e differenze individuali e l'autodeterminazione a livello individuale e sociale.

Un bisogno può essere morboso sia in senso qualitativo che quantitativo. Nel primo caso si tratta del bisogno di qualcosa di cui non abbiamo veramente bisogno; nel secondo, si tratta di un bisogno di qualcosa in misura esagerata per eccesso o difetto rispetto alla quantità di cui abbiamo veramente bisogno.

La soddisfazione di un bisogno morboso, nel medio o lungo termine, si dimostra più utile che dannosa per il benessere dell'individuo.

Distinguere i bisogni sani da quelli morbosi dovrebbe essere uno dei principali interessi di ogni essere umano, per favorie la soddisfazione dei primi e la neutralizzazione dei secondi, specialmente nella negoziazione dei rapporti umani.

Per riassumere:

  • Ogni attività di un essere vivente (compreso l'Uomo) è finalizzata alla soddisfazione di un sistema di bisogni presenti in esso

  • Nessun bisogno è fine a se stesso, ma ogni bisogno è funzionale alla soddisfazione di un altro bisogno;

  • Il bisogno primario (da cui sono derivati tutti gli altri) in ogni essere vivente è quello della riproduzione dei suoi geni

  • Un bisogno può essere più o meno sano o morboso per il benessere dell'individuo a medio e lungo termine;

  • Distinguere i bisogni sani da quelli morbosi è essenziale per favorire la soddisfazione dei primi e la neutralizzazione dei secondi


Riflessioni sul potere

Che l'Uomo sia sempre alla ricerca di maggior potere nelle sue varie forme è sotto gli occhi di tutti. Mi riferisco al potere politico, economico, religioso, a status, abilità, conoscenza, competitività, prestigio, prevalenza, prelazione ecc. in ogni campo dove un aumento è possibile. Ciò non vuol dire che chi cerca di aumentare il suo potere rispetto al prossimo non sia al tempo stesso incline ad aiutarlo, a dedicarsi ad esso e anche a sacrificarsi per esso. Infatti competizione e cooperazione sono normalmente congiunte.

La questione che pongo è perché noi cerchiamo di aumentare il nostro potere ogni volta che possiamo, e se questo comportamento sia da considerare sano o malato, innocuo o pericoloso e se alla lunga esso contribuisca positivamente o negativamente al bene di chi lo esercita e del suo prossimo.

Comincerei col dire che, secondo me, qualsiasi comportamento umano corrisponde ad un bisogno conscio o inconscio, cioè costituisce una strategia o tattica per soddisfare un bisogno o per evitarne la frustrazione. Infatti il piacere (di qualunque forma) deriva dalla soddisfazione di bisogni innati o acquisiti, così come il dolore dalla loro frustrazione.

Detto ciò, è evidente che la ricerca del potere, oltre che a soddisfare un bisogno fine a se stesso, è un mezzo per ottenere la soddisfazione di tanti altri bisogni, come quelli che riguardano direttamente o indirettamente: vita, salute, sicurezza, appartenenza, partecipazione, integrazione sociale, prestigio,  riconoscimento, bellezza, libertà, conoscenza, capacità ecc.

Dato che il potere ha sempre una valenza competitiva, l'aumento di potere di una persona corrisponde ad una diminuzione del potere relativo di tutte le altre; motivo per cui non soltanto ognuno tende ad aumentare il proprio potere rispetto a quello altrui, ma anche ad ostacolare la crescita di quello degli altri.

Ad aggravare la situazione è il fatto che la ricerca di maggior potere è spesso negata e mistificata in quanto considerata egoistica o antisociale, per cui, per non renderci antipatici, tendiamo ad ingannare il prossimo e ad autoingannarci giustificando il nostro comportamento con motivazioni, ovviamente false, diverse dalla ricerca del potere.

Il regno animale e l'evoluzionismo darwiniano sembrano indicare chiaramente che la competizione per il potere (specialmente come precedenza o esclusività nel mangiare e nell'accoppiamento) sia vantaggiosa per la specie, perché facilita la riproduzione degli individui più sani e forti a svantaggio dei più deboli. Non si può escludere che ciò valga anche per la specie umana, anche se nel tempo si sono aggiunti vantaggi evoluzionistici legati alla cooperazione. Possiamo dunque ipotizzare che nell'Uomo convivano dialetticamente istinti naturali di competizione e cooperazione (in proporzione variabile da persona a persona), i quali ci hanno consegnato l'umanità che conosciamo, con i suoi splendori e le sue miserie.

Occorre però osservare che la specie umana, rispetto a quelle degli altri animali, è in grado di controllare i propri istinti, o meglio, ha un apparato istintuale molto più debole. Esso è infatti compensato, e in certi casi sostituito, dall'apparato culturale, che finisce spesso per prevalere nel determinare motivazioni e bisogni acquisiti.

Oggi la specie umana, a seguito del progresso scientifico e tecnologico, dispone di mezzi estremamente potenti nel bene e nel male, ed è potenzialmente capace di estinguersi per mezzo di guerre con armi nucleari, inquinamento e a causa del riscaldamento planetario. Il capitalismo, unito alla facilità di comunicazione e di trasporto, permettono inoltre a pochissime persone di arricchirsi rapidamente e in modo sproporzionato rispetto al resto della popolazione e di dominare la parte più povera mediante la leve economiche e finanziarie di cui dispongono.

E' arrivato dunque il momento di porre un freno alla ricerca di potere, specialmente quello economico, ma questo può essere fatto solo se tale bisogno viene demistificato e riconosciuto in ogni essere umano,  non solo nei potenti. Dopodiché sarà possibile negoziare forme di governo tali da consentire una più equa distribuzione del potere tra tutti gli abitanti del pianeta.

Demonizzare il bisogno di potere è controproducente. Esso è naturale e va rispettato in tutti, anche se è ormai diventato indispensabile limitarne la soddisfazione.

Bisogni umani e selezione/competizione sociale

Ogni essere umano, per soddisfare i suoi bisogni, ha bisogno della collaborazione di altre persone. Ma quali?

Ogni essere umano libero ha la possibilità di scegliere le persone con cui interagire per una reciproca soddisfazione. Di conseguenza, ogni essere umano può essere scelto, o no, da altri.

L'interazione felice, cioè quella che soddisfa ambedue le parti, è possibile solo quando due persone si scelgono reciprocamente e interagiscono a tale scopo. Infatti io posso scegliere una certa persona, ma se questa non mi sceglie, cioè preferisce interagire con un altro, il rapporto è impossibile.

Ogni essere umano ha bisogno di essere scelto da qualcun altro, altrimenti resta solo e non riesce a soddisfare i suoi bisogni. Per essere scelto deve essere in una certa misura competitivo, cioè deve risultare interessante almeno quanto il suo potenziale concorrente.

Da qui nasce l'ansia della competizione, ovvero la paura, più o meno conscia, di non essere abbastanza competitivi e di rimanere perciò soli e insoddisfatti.

Come vincere l'ansia della competizione ed essere sufficientemente competitivi per farci scegliere da altre persone?

Prima di tutto bisogna capire che più sono alti i nostri requisiti nella scelta delle persone, più è necessario essere competitivi, cioè "all'altezza" delle nostre esigenze. Per esempio, se cerchiamo persone con un'intelligenza superiore ad un certo livello, dobbiamo essere anche noi sopra quel livello. Lo stesso criterio si applica alla bellezza, all'onestà, alla ricchezza, alla cultura ecc.

In secondo luogo, bisogna capire che la competitività di un essere umano è multifattoriale nel senso che uno può essere più competitivo in un certo aspetto e meno in altro, ed è difficile che una persona corrisponda a tutti i criteri di selezione posti.

In terzo luogo, dobbiamo considerare non solo in quale misura il candidato è in grado di, e disposto a, soddisfare i nostri bisogni, ma quanto noi siamo in grado di, e disposti a, soddisfare i suoi. Infatti, se si chiede più di quanto si è disposti a offrire, l'interazione felice è praticamente impossibile.

Purtroppo viviamo in una cultura che ci ha insegnato due cose fondamentali:

- che conviene essere il più possibile competitivi in tutti i campi possibili per essere scelti come partner e non restare soli, quindi conviene cercare di diventare sempre più ricchi, più belli, più sani, più colti, più popolari ecc.

- che conviene cercare il partner che ci offre di più chiedendoci di meno.

I rapporti umani sono spesso trattati come rapporti d'affari, cioè finalizzati al massimo profitto; in pratica si tratterebbe di "offrirsi" al prezzo più alto e con i costi più bassi.

Una tale visione è causa di stress e insoddisfazione perché ognuno vorrebbe fare "un affare", e per di più misurando il dare e l'avere con la sua bilancia personale che tende a minimizzare l'avere e massimizzare il dare.

Insomma, spesso uno chiede più di quanto l'altro sia disposto a, e in grado di, dare. Il risultato è una situazione di stallo, di solitudine e di carenza di interazione.

Come superare lo stallo e l'ansia da competizione, e interagire con reciproca soddisfazione?

Prima di tutto occorre prendere coscienza dei propri bisogni, neutralizzare quelli morbosi e stabilire cosa realisticamente chiedere al potenziale partner.

In secondo luogo prendere coscienza dei bisogni del potenziale partner e di ciò che siamo realisticamente disposti a, e in grado di, dare e fare per soddisfarli.

Se ci accorgiamo che non c'è compatibilità tra la domanda e l'offerta anche dal punto di vista di una sola delle due parti, conviene orientarsi verso altri partner potenziali, con i quali seguire lo stesso procedimento, finché non se ne trova uno con cui sembra esserci compatibilità.

Se la ricerca non dà esito positivo per un certo numero di volte, occorrerà diminuire le proprie esigenze e/o aumentare la propria disponibilità a soddisfare i bisogni altrui.

Qualcuno troverà questo procedimento cervellotico, freddo, arido, senza sentimenti. Sicuramente si tratta di un approccio razionale che però prende i sentimenti (propri e altrui) in seria considerazione in quanto manifestazioni di bisogni. Soddisfare i bisogni equivale infatti a soddisfare i sentimenti (e viceversa).

A chi rifiuta un approccio razionale non resta che affidarsi soltanto al cuore o all'istinto, ma, come si vede dal crescente numero di separazioni e divorzi, con scarsa probabilità di successo.

Metodo per capire il senso di ogni comportamento umano

Qualsiasi cosa facciamo, pensiamo, cerchiamo, diciamo ecc. è parte di una strategia o tattica (conscia o inconscia) per soddisfare uno o più bisogni innati o acquisiti, i quali possono essere raggruppati nelle seguenti cinque classi:

  • bisogni di salute (integrità fisica, nutrizione, rapporti sessuali, protezione, assenza di dolore, sicurezza economica, riposo, guarigione...) 

  • bisogni di comunità (appartenenza e integrazione sociale, interazione, cooperazione, unione, intimità, riconoscimento del proprio ruolo sociale...)

  • bisogni di bellezza (armonia, pulizia, semplicità, purezza, chiarezza,  fascinazione, incanto...)

  • bisogni di libertà (individuazione, differenziazione, solitudine, spazio, tempo, creazione, esplorazione, fantasia...)

  • bisogni di sapienza (informazioni, conoscenze)

  • bisogni di potenza (prevalenza, posizione gerarchica più alta possibile consentita dalle proprie capacità confrontate con quelle altrui, riconoscimento e accettazione della propria posizione gerarchica da parte degli altri...)







Piaceri e gioie sono l'effetto della soddisfazione dei bisogni, mentre dolori e sofferenze sono l'effetto della loro frustrazione. I disturbi e le malattie mentali di origine interattiva (cioè non organica) sono causati da una prolungata frustrazione e/o rimozione di bisogni.

Per quanto detto sopra, se si vuole capire qualsiasi comportamento umano, qualunque suo prodotto o opera, pensiero, sentimento o espressione, occorre chiedersi quali bisogni il soggetto cercava di soddisfare attuando quel comportamento, producendo quel prodotto o quell'opera o esprimendosi in quel modo. Segue un questionario che può aiutarci in questo.

Il soggetto...

  • cercava di guadagnare denaro? [il denaro facilita la soddisfazione di diversi bisogni, di tutte le classi sopra elencate]

  • cercava di preservare la sua salute?

  • cercava di diventare immortale?

  • cercava un partner sessuale?

  • cercava di rendersi attraente verso eventuali partner sessuali o economici?

  • cercava di ottenere riconoscimenti di appartenenza sociale?

  • cercava di essere accettato dagli altri membri della sua comunità di appartenenza?

  • cercava di convincere altre persone ad obbedire alle prescrizioni della sua comunità di appartenenza?

  • cercava di stabilire un legame di interdipendenza con altre persone?

  • cercava di far parte di una comunità?

  • cercava di obbedire a prescrizioni della comunità di appartenenza?

  • cercava di difendere la sua comunità di appartenenza?

  • cercava di produrre qualcosa di bello?

  • cercava di affermare la propria libertà rispetto a vincoli o convenzioni ritenute opprimenti?

  • cercava di affermare la propria superiorità rispetto a qualcun altro?

  • cercava di affermare un certo status gerarchico?

  • cercava di aumentare il suo status?

  • cercava di evitare di dover obbedire a certe persone o alle prescrizioni della propria comunità

  • cercava il successo?

  • cercava di convincere gli altri della propria maggiore competenza?

  • provava un senso di soddisfazione rispetto a certi suoi bisogni?

  • provava un senso di frustrazione rispetto a certi suoi bisogni?

  • cercava di capire i bisogni altrui?

  • cercava di soddisfare i bisogni altrui?

  • cercava di ostacolare la soddisfazione dei bisogni altrui?

  • cercava di soddisfare in modo simbolico un bisogno rimosso?

  • cercava di nascondere qualche suo bisogno ritenuto sconveniente?

  • ....


Qualcuno ha trovato questo metodo "troppo schematico e riduttivo". La mia risposta è che il fatto di essere schematico è una virtù in quanto gli schemi aiutano a capire fenomeni complessi. Che poi sia riduttivo dipende se uno lo considera un punto di arrivo o di partenza, uno schema esclusivo o inclusivo. Infatti non conosco altri metodi più completi, comprensibili, utilizzabili ed efficaci. Comunque il questionario non è completo, ognuno può aggiungere tutte le domande che vuole facendo però sempre riferimento ai bisogni, perché non facciamo nulla se non per soddisfare uno o più bisogni nostri e/o altrui.

Introduzione al caffè filosofico del 4/11/2021 sul tema “Bisogni e desideri umani”

Prima di darvi la parola credo sia utile esaminare i significati dei termini “bisogno” e “desiderio”.

Il vocabolario Treccani definisce bisogno come:

  1. mancanza di qualche cosa di necessario

  2. necessità di procurarsi ciò che manca per raggiungere un fine determinato, oppure ciò che è ritenuto utile per il conseguimento di uno stato di benessere materiale o morale

  3. desiderio

  4. la cosa che occorre

Da un punto di vista filosofico, psicologico e biologico, io definirei il bisogno come qualcosa che è necessario conseguire per sopravvivere e/o per mantenersi in buona salute e serenità. In altre parole direi che i bisogni umani sono cose senza le quali un essere umano non può sopravvivere, si ammala o soffre gravemente.

Il vocabolario Treccani definisce desiderio come:

  1. sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale

  2. sentimento della mancanza di cosa necessaria al nostro interesse fisico o spirituale

Da un punto di vista filosofico, psicologico e biologico, io definirei il desiderio come un sentimento di attrazione verso qualcosa o qualcuno, e la spinta a possedere la cosa o persona desiderata, o a entrare in una certa relazione con essa. In altre parole direi che i desideri umani sono obiettivi verso cui la persona tende, e il cui mancato raggiungimento non provoca danni alla salute o sofferenze gravi.

Come abbiamo visto dalle definizioni Treccani, c’è una certa sovrapposizione tra i significati di bisogno e desiderio, e infatti credo che a volte è difficile distinguere se ciò che si cerca di ottenere corrisponde all’uno o all’altro. Potremmo comunque dire che si desidera ciò di cui si ha bisogno, anche se si può desiderare qualcosa di cui non si ha bisogno.

Vorrei inoltre introdurre un ulteriore termine, che riunisce i concetti di bisogno e di desiderio: quello di motivazione, vale a dire qualcosa che muove, o anima, una persona, che la spinge a comportarsi in certi modi e ad evitare di comportarsi in certi altri modi. In tal senso potremmo dire che l'uomo è motivato a soddisfare i propri bisogni e desideri.

Chiarito cosa s’intende (o che io intendo) con i termini bisogno, desiderio e motivazione, vorrei dire qualcosa sull’importanza del tema di questo caffè filosofico.

Secondo me i bisogni e i desideri umani sono importanti per varie ragioni.

In primo luogo perché abbiamo bisogno di distinguere, per il nostro bene, i bisogni dai desideri, e i bisogni e i desideri sani e utili da quelli patologici o futili.

In secondo luogo perché comprendere i bisogni e i desideri umani, che sono più o meno simili da persona a persona, ci permette di spiegare i comportamenti propri e altrui, se assumiamo che il comportamento di un essere umano sia determinato dalle proprie motivazioni, cioè dai suoi bisogni e dai suoi desideri.

In terzo luogo perché è utile capire l’origine, cioè la genealogia, dei bisogni e dei desideri, e di conseguenza le possibilità di modificarli per migliorare il comportamento umano in termini etici, economici ed edonistici. Insomma ritengo interessante esaminare il rapporto tra motivazioni e benessere (o malessere).

oOo







Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"

Introduzione al caffè filosofico del 28/4/2022 sul tema “Bisogni innati e bisogni indotti”

Il tema di questo incontro è a mio avviso uno dei più importanti in assoluto, se consideriamo i bisogni la causa principale del comportamento umano in ogni suo aspetto, sia per quanto riguarda il comportamento visibile dall’esterno, ovvero le azioni e le espressioni interpersonali, sia quello interno, vale a dire i pensieri e i sentimenti, includendo nel termine “sentimenti” le emozioni, e il piacere e il dolore in ogni loro forma e intensità.

Intendo dire che se noi conoscessimo in modo approfondito e dettagliato i bisogni umani, sia quelli dell’uomo in generale, sia quelli di individui particolari, e in primis i nostri, avremmo forse la chiave di comprensione più efficace per spiegare ogni comportamento umano.

Il tema di oggi si propone di confrontare i bisogni innati con quelli indotti, dando per scontato che ogni essere umano abbia dei bisogni innati (ovvero genetici, o primari) e dei bisogni indotti dalle interazioni con l’ambiente naturale e con quello sociale. Tuttavia credo che prima di parlare di bisogni indotti dovremmo parlare in senso più generale di bisogni acquisiti, e tra questi distinguere quelli indotti da altri (cioè da persone che ci hanno influenzato e dai mass media) e quelli che noi stessi abbiamo sviluppato attraverso le nostre esperienze, in una sorta di auto-induzione.

Intendo dire che ogni umano, attraverso le proprie esperienze, scopre o impara modalità, metodi, strumenti, o più in generale, mezzi per soddisfare i propri bisogni innati. Tali mezzi “appresi” costituiscono a loro volta dei bisogni che potremmo definire secondari, o “strumentali” in quanto necessari per soddisfare i bisogni innati. In altre parole, io suppongo che i bisogni umani siano strutturati a più livelli, dove al livello più alto ci sono i bisogni innati e al disotto ci sono vari livelli, in ognuno dei quali si sviluppano dei bisogni acquisiti (indotti o autoindotti) che servono a soddisfare i bisogni del livello immediatamente superiore.

In tale ottica possiamo considerare i desideri come mezzi per soddisfare dei bisogni. A tal proposito io definisco “bisogno” una motivazione che se non viene soddisfatta provoca la morte o una grave disfunzione organica o psichica, e “desiderio” una motivazione che se non viene soddisfatta provoca solo un dispiacere o una sofferenza di durata più o meno lunga, ma non una disfunzione organica o psichica.

Infine penso che il piacere e il dolore siano connessi strettamente alla soddisfazione e alla frustrazione di bisogni e di desideri. Suppongo infatti che il piacere sia il segnale con cui l’organismo fa sapere alla coscienza che stiamo soddisfacendo una motivazione, e il dolore il segnale con cui l’organismo ci avverte che stiamo frustrando una motivazione.

Detto questo, vi suggerisco di rispondere a domande come le seguenti:

  • Quali sono i bisogni innati dell’uomo in generale e come si differenziano e si modulano nei diversi tipi umani, cioè nei diversi caratteri e temperamenti?

  • Di cosa ha bisogno un essere umano per vivere una vita soddisfacente?

  • In quale misura conosciamo i nostri bisogni e i bisogni umani in generale?

  • Vi sono bisogni innati che la nostra cultura tende a considerare immorali, o politicamente scorretti pur esendo naturali e in tal senso sani?

  • I bisogni indotti sono generalmente dannosi o alcuni di essi possono essere utili ai fini di una pacifica e produttiva convivenza sociale?

  • Quali sono i bisogni indotti più deleteri nel senso che danno luogo alla frustrazione di bisogni innati o provocano problemi e conflitti sociali?

  • Come possiamo liberarci dai bisogni indotti malsani?

  • Che relazione c’è tra bisogni indotti e conformismo? E’ possibile liberarsi dai bisogni indotti dalla società senza isolarsi socialmente?

A voi la parola.

Vedi anche “Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana

Gradimento interpersonale - Problemi, requisiti, costi ecc.

Quando una persona A incontra una persona B, ciascuna ha dei desideri nei confronti dell’altra. Quando un certo numero di desideri di A nei riguardi di B vengono soddisfatti, possiamo dire che A gradisca B (relativamente a quei desideri).

È interessante osservare che normalmente A desidera essere gradito a B e viceversa, e che una delle condizioni per cui B gradisca A e che A gradisca B, e viceversa. In altre parole, il gradimento, come pure lo sgradimento, sono normalmente reciproci.

Che cosa una persona A dovrebbe fare, e cosa non fare, per essere gradita a una persona B? Più precisamente, cosa dovrebbe fare una persona A in generale, e cosa in particolare verso una persona B, affinché sia gradita a questa?

Proviamo ad affrontare il problema con un approccio sistemico, e chiediamoci come A dovrebbe comportarsi per essere gradito a B. Tuttavia dobbiamo, prima di tutto, chiederci se A può essere gradito a B semplicemente conformando il proprio comportamento ai desideri di B, oppure se ci possono essere impedimenti al gradimento di A da parte di B che non dipendono dal comportamento di A, ma da altre condizioni, come l’appartenenza di A a certe categorie o gruppi.

Per esempio, supponiamo che A abbia una carnagione nera e che B provi repulsione per qualsiasi persona di carnagione nera. In tal caso A non potrà mai essere gradito a B, qualsiasi cosa faccia o non faccia (dato che non può cambiare il colore della sua pelle).

Altri esempi di impossibilità di gradimento sono proprietà, qualità e appartenenze non modificabili o solo parzialmente modificabili come: la nazionalità, l’etnia, l’aspetto fisico, il livello di intelligenza, le parentele, la reputazione pubblica ecc.

Sgombriamo per ora il campo dai casi di impossibilità di gradimento indipendenti dal comportamento o non riparabili, e occupiamoci dei casi in cui sia possibile ottenere il gradimento semplicemente adattando il proprio comportamento ai desideri altrui.

Affinché ciò avvenga ci sono i seguenti presupposti:

  • A deve conoscere i desideri di B che lo riguardano;

  • A deve avere la capacità e la possibilità di modificare il proprio comportamento per accontentare B;

  • Il costo per A della modifica del suo comportamento per accontentare B deve essere inferiore al valore (per A) del gradimento di A da parte di B.

Affinché A possa conoscere i desideri di B che lo riguardano, ci sono due vie. La prima è che B dica esplicitamente ad A come desidera che A si comporti (in generale, e verso B in particolare). La seconda è che B sia tanto intelligente, colto e sensibile da interpretare i desideri di B senza che questo li riveli esplicitamente.

Cosa può desiderare una persona A da una persona B? Faccio alcune ipotesi:

  • che B trovi A di suo gradimento;

  • che B trovi A simpatico, interessante, attraente, buono, intelligente, sapiente ecc.;

  • che B sia sempre disponibile ad aiutare A;

  • che B sia sempre disponibile a servire A;

  • che B sia sempre disponibile a collaborare con A;

  • che B non nasconda nulla ad A;

  • che B non dica mai bugie ad A;

  • che B non competa con A;

  • che B non faccia sentire A inferiore in alcun campo;

  • che B non critichi e non disapprovi A;

  • che B non rimproveri nulla ad A;

  • che B non chieda ad A di aiutarlo oltre una certa misura;

  • che B non chieda ad A di servirlo oltre una certa misura;

  • che B rispetti la sfera privata di A e non voglia conoscere i suoi segreti;

  • che B non ostacoli i progetti di A;

  • che B non sia amico dei nemici di A;

  • che B non sia nemico degli amici di A;

  • che B non faccia perdere troppo tempo ad A;

  • che B non abbia idee o opinioni contrarie a quelle di A;

  • che B abbia gusti affini a quelli di A;

  • che B abbia preferenze politiche affini a quelle di A;

  • che B abbia voglia di incontrare A;

  • che B abbia voglia di conversare con A;

  • che B abbia interessi simili a quelli di A;

  • che B non sia più bravo, più intelligente, più abile, più competitivo di A;

  • che B non appartenga a categorie o gruppi disprezzati da A;

  • che B non apprezzi persone disprezzate da A;

  • che B non disprezzi persone apprezzate da A;

  • che B non ami persone odiate da A;

  • che B non odi persone amate da A;

  • ecc.

Dalla precedente lista si può avere un’idea di quanto possa costare per A essere gradito a B e della misura in cui tale gradimento sia possibile. In altre parole, si può avere un’idea della compatibilità tra A e B.

Considerazioni conclusive

Il gradimento tra individui è un tema molto importante perché da da esso dipendono le possibilità di cooperazione e i rischi di conflitto tra noi e gli altri. Perciò è opportuno chiedersi in quale misura siamo graditi agli altri,  cosa possiamo fare per aumentare il gradimento e se ne vale la pena, considerando la misura in cui gli altri ci sono graditi.

Il bisogno di interazione e l'interdipendenza dei bisogni

(Nota: per "bisogno" 'intendo una motivazione involontaria più o meno cosciente, che può essere innata (bisogno primario) o acquisita (bisogno secondario) nel corso dell'esistenza dell'individuo; per "desiderio" intendo invece una motivazione cosciente prodotta dalla psiche sulla base delle esperienze vissute, che promettte la soddisfazione di uno o più bisogni particolari)

Perché le persone si incontrano, fanno conversazione, cercano la compagnia, insomma, interagiscono in vari modi? Perché ne sentono il bisogno. E perché ne sentono il bisogno? Perché attraverso l'interazione soddisfano altri bisogni. Quali? Possiamo ipotizzare l'esistenza di vari bisogni che vengono soddisfatti interagendo. Per esempio, quello di appartenenza, cioè il bisogno che venga riconosciuta la proptia dignità sociale, l'appartenenza ad una comune comunità dove vige una certa solidarietà. Un altro potrebbe essere quello di realizzare la propria sessualità o giocosità innata. Un altro quello di condividere le proprie convinzioni, idee, scoperte, creazioni, produzioni, innovazioni, diversità, e cercare la loro approvazione e/o il loro elogio. Un altro quello di ottenere il necessario per vivere in termini di beni, servizi e aiuto in caso di bisogno. Un altro quello di indurre gli altri a servirci, ecc.

I bisogni umani tra cui si possono distinguere quelli innati e quelli acquisiti (cioè sviluppati dopo la nascita per effetto di condizionamenti ambientali), sono interdipendenti nel senso che la soddisfazione di un bisogno facilita la soddisfazione di uno o più altri bisogni. Viceversa, certi bisogni non possono essere soddisfatti se non sono soddisfatti uno o più bisogni condizionanti o facilitanti.

Per fare alcuni esempi, noi abbiamo bisogno di respirare perché la respirazione permette di arricchire il sangue di ossigeno, di cui abbiamo bisogno per sviluppare energia muscolare, di cui abbiamo bisogno per muoverci, di cui abbiamo bisogno per procurarci il cibo, di cui abbiamo bisogno per mangiare e nutrirci, di cui abbiamo bisogno per sopravvivere e così via.

Volendo definire una gerarchia dei bisogni, possiamo dire che il bisogno di ordine più "basso", cioè il più remoto nella filogenesi, è quello della stessa riproduzione dei geni della nostra specie. Infatti ogni gene ha un bisogno fondamentale ed essenziale, quello di riprodursi.

Allo scopo di riprodursi, i nostri geni hanno sviluppato una particolare strategia di specie che ha dato luogo alla formazione della particolare specie, "homo sapiens". Questa strategia include il fatto che, attraverso la crescita e l'accoppiamento sessuale, da un invidivuo vengano generati altri individui che veicoleranno i propri geni, che in tal modo si riprodurranno. Affinché sia possibile ad un "homo sapiens" di crescere fino all'eta riproduttiva, di accoppiarsi e di generare altri individui, è necessario che esso sia protetto e accudito fino all'età in cui potrà accoppiarsi. Questo implica non solo che il bambini "hanno bisogno" di essere protetti e accuditi, ma anche che i genitori "hanno bisogno" di proteggere e accudire i loro piccoli.

Tutti sanno che l'uomo è un animale sociale nel senso che non è in grado di sopravvivere da solo, cioè senza l'aiuto o il contributo di altri esseri umani. Questo implica che l'individuo "ha bisogno" degli altri. Più esattamente, l'individuo "ha bisogno" di un atteggiamento cooperativo da parte degli altri, cioè che gli altri siano disposti ad aiutarlo a soddisfare i propri bisogni. In caso contrario l'individuo si aspetta di morire di stenti. Questo determina un'ansia sociale latente inconscia, per lenire la quale abbiamo costantemente bisogno di conferme da parte degli altri, che essi sono disposti ad aiutarci e a cooperare con noi in caso di bisogno. Interagire con gli altri serve soprattutto a questo, a lenire la nostra ansia sociale sistematica, a rassicurarci non una volta per tutte, ma ogni giorno.

I desideri implicano la convinzione inconscia che, raggiungendo l'oggetto del desiderio, si ottenga automaticamente la soddisfazione di uno o più bisogni correlati con l'oggetto stesso. Ci sono una grande quantità di desideri di possesso di beni materiali o di posizioni sociali che implicano la convinzione che, ottenendo quello che si desidera, si otterrà automaticamente una sufficiente disponibilità, da parte degli altri, ad aiutarci, servirci o cooperare con noi per soddisfare i nostri bisogni. Il mondo della pubblicità conosce molto bene e sfrutta questo fenomeno per indurre nel pubblico il desiderio di acquistare certi prodotti o servizi.

Non solo la pubblicità, ma anche la cultura, la religione, la scuola, certi insegnamenti tradizionali, cercano di inculcare nell'individuo desideri nei confronti di certi modi di essere e di certi riconoscimenti da parte di certe autorità. A volte, però, il raggiungimento di quanto desiderato lascia l'individuo insoddisfatto, o addirittura più frustrato di prima, quando c'era almeno l'illusione di una futura soddisfazione. Chiamiamo "alienati" quei desideri che non conducono ad alcuna soddisfazione di bisogni "naturali" o "primari".

Come liberarsi dei desideri alienati? Riflettendo su tutti i nostri desideri, cercando di capire quali sono i bisogni che i vari desideri promettono di soddisfare e se, alla luce di un esame razionale, sia credibile che il raggiungimento degli oggetti del desiderio comporti realmente la soddisfazione di bisogni "sani". Tale riflessione deve infatti anche comprendere l'analisi critica dei propri bisogni, per capire se si tratta di bisogni primari, cioè innati e naturali, oppure bisogni secondari acquisiti sulla base di esperienze, e che potrebbero essere essi stessi più o meno sani o alienati.

Per concludere, dato che i bisogni sono inconsci e i desideri consci, se si scopre di avere dei desideri alienati, occorrerebbe cercare di superarli o correggerli mediante uno sforzo di volontà e un autoconvincimento, se invece si scopre di avere bisogni alienati, per correggerli o eliminarli potrebbe essere necessaria una psicoterapia.

Per un "laboratorio sociale"

(bozza di manifesto per la costituzione di un'associazione culturale informale)

Col termine laboratorio sociale s'intende un gruppo informale di persone accomunate dall'intenzione di concepire, sperimentare e realizzare nuovi modelli di comunità, associazione, aggregazione e interazione sociale più soddisfacenti di quelli tipici della cultura e dei costumi correnti.

Il termine soddisfacente si riferisce ai bisogni umani sani, partendo dall'idea che molti non hanno una chiara consapevolezza di quali siano i propri reali bisogni, hanno bisogni repressi e altri alienati.

Ai fini della definizione del laboratorio sociale, uso per semplicità il termine bisogno per intendere qualsiasi motivazione, aspirazione, passione, desiderio, bisogno, sia conscio che inconscio, innato o acquisito, autoprodotto o indotto dall'esterno.

Per bisogni alienati s'intendono bisogni non autoprodotti, ma indotti dalla naturale predisposizione umana a farsi plasmare da genitori, educatori ed ambiente sociale (in modo difficilmente reversibile), dalla inclinazione al conformismo, dalla fisiologica resistenza al cambiamento e da una cultura di massa che ci manipola a vantaggio dei poteri economici, politici e religiosi nel senso che tende a ridurre l'uomo al ruolo di consumatore, investitore, lavoratore, servitore, elettore, patriota, militante, credente ecc., secondo schemi comportamentali e motivazionali predefiniti, anziché favorire il libero sviluppo delle potenzialità e differenze individuali e l'autodeterminazione a livello individuale e sociale.

Distinguere i bisogni sani da quelli alienati è uno dei principali obiettivi del laboratorio sociale, perché le sue attività sono fondate proprio su tale differenziazione, per favorie la soddisfazione dei primi e respingere i secondi.

Una volta che i partecipanti al laboratorio sociale hanno raggiunto un sufficiente accordo circa l'identificazione dei bisogni umani sani e di quelli alienati, ognuno può proporre e sperimentare con gli altri, modalità di interazione, aggregazione e azione coordinata, che soddisfino, in ognuno dei partecipanti, il bisogno di appartenenza e di interazione sociale, il bisogno di libera individuazione e differenziazione, e l'aspirazione ad influire sull'organizzazione della società a partire dalla pubblica amministrazione locale.

L'obiettivo interno al laboratorio è, oltre a favorire la soddisfazione dei bisogni individuali dei partecipanti come sopra esposto, quello di migliorare la conoscenza di se stessi, degli altri e delle dinamiche di interazione di gruppo.

L'obiettivo esterno al laboratorio è invece quello di contribuire a rendere le cose pubbliche e il loro funzionamento più soddisfacenti rispetto ai bisogni umani sani, realizzando così una democrazia virtuosa ed efficace in alternativa alla democrazia malata che è sotto gli occhi di tutti.

Un principio fondamentale del laboratorio sociale è che qualsiasi teoria sulla natura umana deve trovare riscontro, accettazione ed applicazione nel rapporto reale tra individui reali (almeno due), altrimenti resta un esercizio di erudizione fine a sé stesso e riservato ad una cerchia di intellettuali.

Un altro principio importante è che non esiste una verità assoluta, ma ognuno è portatore di una verità soggettiva, per cui ogni partecipante deve avere la possibilità di far valere il proprio punto di vista al pari di quelli altrui. A tale scopo, ad ognuno è riservato un certo tempo per esprimersi senza essere interrotto o invalidato dagli altri.

Esistono tante buone iniziative di promozione sociale e aggregazione, ognuna caratterizzata da una particolare ideologia, filosofia o interesse particolare. A causa della loro specificità o riduttività, quasi tutte presentano dei limiti nel numero di persone che riescono a coinvolgere in modo permanente. Il laboratorio sociale, a differenza delle altre iniziative, ha l'ambizione di sviluppare modelli associativi di interesse umano generale, che possano attrarre molte persone in modo permanente, cioè non solo finché dura l'effetto novità e curiosità, e che possano diffondersi su vasta scala, ma senza una struttura piramidale da un punto di vista organizzativo e politico. Infatti, quando il numero di partecipanti di un laboratorio supera una certa soglia, è previsto che esso si scinda in due o più laboratori indipendenti, anche se accomunati da idee simili sul progresso umano.

Le attività svolte nel laboratorio sociale comprendono:
  • studio, discussioni, conferenze su temi umanistici (psicologia, sociologia, storia, economia, politica, filosofia, neuroscienze, genetica ecc.) a partire dalla migliore letteratura disponibile nelle discipline umane e sociali, con un approccio eclettico e non ortodosso (ogni partecipante può proporre i suoi autori preferiti o le sue idee originali)

  • workshop di educazione al dialogo e alla dialettica tra idee divergenti, basati sul rispetto reciproco e la metacomunicazione, anche per individuare e neutralizzare le dinamiche nocive o improduttive che possono verificarsi nelle interazioni tra le persone

  • attività conviviali varie (gastronomiche, artistiche, turistiche, sportive ecc.)

  • giochi di società miranti a favorire la comunicazione, il dialogo, l'interazione e la collaborazione tra persone

  • social network e spazi su social media dedicati al laboratorio, per facilitare la conoscenza reciproca e il dialogo tra i partecipanti al laboratorio anche via internet

  • pubblicazione su apposito sito web dei risultati delle ricerche e delle attività di gruppo, per  aumentare l'efficacia e la produttività del gruppo (evitando di reinventare cose su cui si è già lavorato), per favorire la coesione tra i partecipanti e per attrarre nuove adesioni


In quali modi stanno evolvendo le nostre relazioni sociali?

Tema immenso, difficile e importantissimo, perché io credo che la nostra felicità dipende dalla qualità delle nostre relazioni sociali.

In tal senso io vorrei affrontare questo tema in termini di qualità delle relazioni sociali, ovvero in termini di rispondenza della stesse rispetto ai nostri bisogni.

In altre parole, l’evoluzione delle nostre relazioni sociali rende le stesse più o meno soddisfacenti rispetto ai nostri bisogni? E perché?

Ovviamente la risposta a questa domanda non può prescindere da una valutazione delle proprie relazioni sociali in termini di soddisfazione dei bisogni, per cui possiamo essere indotti a mantenere un certo riserbo, e a parlare in termini vaghi riferendoci alle relazioni sociali altrui. Il tema costituisce dunque una sfida tra soggettività e oggettività, cioè tra esperienza soggettiva e personale, e osservazione dei comportamenti altrui in cui non si è coinvolti.

Siamo inoltre tentati di generalizzare le proprie esperienze personali, vale a dire, ad attribuire ad altri esperienze simili alle proprie.

Bauman ha coniato e reso famoso il concetto di “società liquida”, che esprime bene l’evoluzione delle relazioni sociali, nel senso che esse sono sempre meno rigide, e i legami sociali sempre più deboli e precari, ma al contempo, più liberi, meno impegnativi, e più selettivi.

Io credo che l’evoluzione delle nostre relazioni sociali renda sempre più evidente un paradosso sociologico ed esistenziale riguardante la libertà individuale.

Ritengo infatti che l’evoluzione tecnologica e culturale, e la globalizzazione, abbiano come effetto una crescente libertà per quanto riguarda la mobilità fisica di persone e merci, le comunicazioni, l’istruzione, l’informazione, i costumi, gli stili di vita, i legami affettivi, i diritti civili, i rapporti economici, la moralità, le ideologie, ecc., ampliando in ognuno di questi campi le nostre possibilità di scelta.

Il paradosso consiste nel fatto che tale aumento di libertà, cioè di opzioni, se da una parte accresce le potenzialità di ciascun individuo, dall’altra aumenta la sua incertezza e le sue responsabilità. Infatti, più siamo liberi, più siamo responsabili dell’uso che facciamo della libertà che ci è data.

Ne consegue, tra l’altro, che, in caso di insuccesso, l’individuo tende a credere che la colpa del fallimento sia solo sua.

Prendiamo ad esempio i rapporti amorosi. Le nuove libertà e le nuove opzioni tecnologiche rendono sempre più facile la sostituzione di un partner con un altro presumibilmente più adatto, per cui i legami affettivi sono sempre più labili.

Inoltre si tende ad evitare di legarsi in modo troppo impegnativo, proprio perché si cerca di mantenere la propria libertà di scelta.

Infatti, oggi è sempre più vero che l’amore non è un dovere, né un diritto, e la sua stabilità è inversamente proporzionale alla libertà di cambiare partner. Infatti, ciò che rende una relazione stabile è l’idea che il proprio partner sia difficilmente sostituibile con uno più adatto, ovvero che sia il migliore ottenibile.

Osserviamo, a tal proposito, il grande successo dei servizi online di “dating”. Oggi l’uso di questi servizi è considerato normalissimo anche da parte delle persone più attraenti, mentre fino a pochi decenni fa veniva considerato l’ultima possibilità per persone incapaci di trovare un partner in modo "naturale".

Più in generale, direi che le nostre relazioni sociali soffrono sempre di più dell’imbarazzo della scelta, e del timore di fare scelte non ottimali, in ogni campo. Infatti la scelta è tanto più facile e tanto meno responsabilizzante quante meno sono le opzioni a disposizione.

Un altro effetto della nuova libertà è la maggiore differenziazione degli individui, che possono adottare ideologie e stili di vita molto diversi, vecchi e nuovi. Questo fatto, se da una parte è liberatorio rispetto alle angustie dei conformismi tradizionali, d'altra parte diminuisce la propensione degli individui ad unirsi e organizzarsi per sostenere cause comuni, sia politicamente che culturalmente. Assistiamo infatti ad un crescente disimpegno sociale.

Vorrei inoltre accennare al fatto che il declino delle religioni e l'allentamento della repressioni sessuale ha comportato l’abbattimento di principi morali tradizionali che non sono stati sostituiti con nuovi principi più razionali e adatti ai nostri tempi. Ciò, a mio avviso, sta causando una crescente amoralità (più che immoralità) nelle relazioni sociali, contribuendo in tal modo alla loro precarietà.

Non mi sembra realistico guardare nostalgicamente al passato e cercare di ripristinare certe tradizioni morali. Tuttavia non saprei fare previsioni per il futuro.

Potrebbe succedere che questo trend libertario e libertino porti ad una disintegrazione della nostra società a vantaggio di popolazioni culturalmente più tradizionali, oppure, come effetto del crescente disagio della nostra civiltà potrebbero nascere movimenti filosofici o religiosi in grado di proporre nuovi valori di tipo spirituale e/o razionale, tali da rendere le relazioni sociali più stabili e soddisfacenti rispetto ai bisogni umani fondamentali, conciliando la libertà di scelta con l’impegno morale.

Sullo sfondo resta l'eterna e forse inconciliabile antinomia tra il bisogno di appartenenza sociale e di cooperazione da una parte, e il bisogno di libertà, di differenziazione e di competizione dall'altra.

Riuscire a soddisfare in modo equilibrato entrambi i bisogni è la sfida filosofica e psicologica fondamentale che incombe su ognuno di noi umani.

Introduzione al caffè filosofico del 17/2/2022 sul tema "L'amicizia"

Il vocabolario Treccani definisce l’amicizia come “vivo e scambievole affetto tra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima”. 

Altre definizioni che ho trovato in Internet dicono:

  • Reciproco affetto, costante e operoso, tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto della conformità dei voleri o dei caratteri e da una prolungata consuetudine.

  • Tipo di relazione interpersonale, accompagnata da un sentimento di fedeltà reciproca tra due o più persone, caratterizzata da una carica emotiva.

  • Rapporto fatto di fiducia, simpatia, affetto e reciproca scelta, che si riscontra in ogni tempo e in ogni luogo, ma che nessuna teoria può spiegare del tutto. L'amicizia prevede che esista un rapporto paritario, e questo la distingue dagli altri legami che coinvolgono gli affetti.

  • Stato duraturo di affetto, stima, intimità e fiducia tra due persone.

  • Relazione tra due persone, liberamente scelta e paritaria.

Alla luce delle suddette definizioni, all’amicizia possono essere collegati concetti come i seguenti:  affetto, stima, affinità, simpatia, empatia, frequentazione, condivisione, disponibilità, selettività, scelta, fiducia, affidabilità, confidenza, intimità, parità, reciprocità, sentimento, impegno, gioco, cameratismo, solidarietà, mutuo aiuto, supporto, scambio, compagnia, conoscenza reciproca, fedeltà, interesse, legame o vincolo, gelosia, ecc.

Parlare dell’amicizia in termini filosofici o psicologi implica far emergere problematiche riguardanti questo tipo di relazione, e ragionare su di esse.

L’amicizia è qualcosa di generalmente desiderabile, e la sua mancanza è normalmente considerata una disgrazia e motivo di tristezza. Le problematiche ad essa legate riguardano, a mio avviso, le difficoltà nello stabilire e nel mantenere amicizie, e i doveri, le incombenze e gli inconvenienti che le amicizie stesse possono comportare.

Alcune problematiche relative all’amicizia possono essere riassunte in domande come le seguenti:

  • quali sono i requisiti affinché un'amicizia tra due persone possa nascere e mantenersi?

  • quali sono i doveri che l’amicizia impone ai contraenti?

  • cosa si può sperare da un’amicizia?

  • quali libertà sono permesse solo tra amici?

  • quali possono essere i vantaggi di una amicizia?

  • quali possono essere gli svantaggi di un’amicizia?

  • è possibile un’amicizia tra persone di sesso diverso?

  • è normale essere gelosi delle altre amicizie di un amico/a?

  • quanti amici una persona può avere?

  • un’amicizia può avere secondi fini?

  • cosa si può chiedere ad un amico?

  • cosa non si dovrebbe chiedere ad un amico?

  • quanto è importante avere amici per essere felici?

  • abbiamo bisogno di amici?

  • la difficoltà di trovare amici può essere sintomo di un problema psichico?

  • perché certe persone sono più selettive di altre nello stabilire amicizie?

  • un’amicizia può essere limitata al divertimento, al gioco al passatempo?

  • un’amicizia può mantenersi in caso di conflitto di interessi o di giudizi morali negativi?

  • un’amicizia può essere asimmetrica o squilibrata? (A si sente molto amico di B mentre B si sente poco amico di A)

  • l’amicizia è un diritto o una questione di fortuna o di competizione?

  • è normale che le amicizie finiscano con la maturazione e i cambiamenti di personalità di uno o di entrambi i contraenti?

  • è possibile trovare amici mediante social network o siti web appositi?

Con riferimento all’ultima domanda, permettetemi di fare pubblicità ad un sito web da me realizzato, che serve a trovare persone di un tipo desiderato, facendosi conoscere tramite un’autointervista: https://intervista.link .

Ed ora, a voi la parola!

oOo


Quattro anime, quattro chiavi di comprensione

L’uomo non ha una sola anima (intesa come ciò che lo anima, che lo fa muovere, che determina il suo comportamento, i suoi sentimenti, la sua coscienza), ma tante. A tal proposito, Giulio Giorello, dopo aver intervistato Daniel Dennett, scrisse un articolo dal titolo: “Sì, abbiamo un'anima, ma è fatta di tanti piccoli robot.”

NOTA: Sebbene il termine “anima” abbia nel linguaggio comune una connotazione spirituale, religiosa o esoterica, in questo testo io lo uso in senso sistemico, vale a dire come l’attività di tanti agenti mentali che agiscono in modo inconscio e automatico secondo certi algoritmi innati e appresi, che possono riprogrammarsi autonomamente e automaticamente per effetto delle esperienze del soggetto.

Per quanto riguarda il comportamento sociale dell’uomo, che lo distingue da ogni altra specie animale, io ritengo utile considerare la presenza di quattro anime:

  • L’anima cooperativa, il cui scopo è quello di favorire la cooperazione con altri umani, indispensabile per la sopravvivenza e per la soddisfazione dei propri bisogni propri e altrui.

  • L’anima competitiva, il cui scopo è quello di favorire l’ottenimento e il mantenimento della posizione gerarchica più alta possibile in quante più gerarchie sociali possibili (politiche, economiche, etiche, estetiche ecc.) a costi sostenibili.

  • L’anima selettiva, il cui scopo è quello di esercitare la libertà di scegliere le cose, le persone e gli ambienti più adatti al soggetto, e specialmente le persone con cui interagire e i modi in cui farlo, al fine di soddisfare al meglio i propri bisogni.

  • L’anima imitativa, il cui scopo è quello di apprendere, e conformarsi a, modelli di comportamento (linguaggi, regole, costumi, nozioni, narrazioni ecc.) usati e accettati dalla comunità a cui si appartiene o a cui si vorrebbe appartenere, per permettere le interazioni e le comunicazioni con gli altri, e per evitare l’isolamento sociale.

Nella figura seguente sono raffigurate le quattro anime sopra descritte, mediante immagini di mani in diverse posizioni e attività. Le icone dei misuratori significano che, in ogni momento, ciascuna anima può essere più o meno attiva e potente nell’influenzare il comportamento del soggetto.



Queste anime, che possono metaforicamente essere assimilate ai ministeri di un governo, o ai daimon socratici, corrispondono a quattro classi di bisogni umani “non fisici” di importanza fondamentale, che possono essere connotati come “bisogni sociali” in quanto hanno come scopo le interazioni sociali indispensabili per la sopravvivenza e per la soddisfazione di quasi tutti i bisogni (fisici e non fisici).

L’attività motivante delle quattro anime avviene simultaneamente, e ognuna di esse cerca di determinare o di influenzare il comportamento del soggetto in modo da favorire la propria “politica”, cioè i propri scopi e le proprie strategie di ottenimento. Le logiche e i meccanismi d’azione delle anime sono per lo più inconsci.

Gli obiettivi a cui le diverse anime mirano possono essere più o meno convergenti o divergenti, ovvero più o meno in accordo o in conflitto tra loro.



L’idea delle quattro anime, pur non costituendo una teoria scientifica, fornisce quattro chiavi di comprensione del comportamento sociale umano, nel senso che è idealmente possibile spiegare ogni atto o gesto sociale come motivato, o causato, da una o più di esse.

In tal senso, le quattro anime possono essere d’aiuto sia per migliorare i propri rapporti con gli altri (in quanto favoriscono una migliore spiegazione del comportamento proprio e altrui), sia per facilitare una psicoterapia o autoterapia. Intendo dire che nel corso di una psicoterapia o autoterapia potrebbe essere utile interpretare i sentimenti e le motivazioni del paziente mediante le chiavi di comprensione derivanti dall’idea delle quattro anime.

Per verificare quanto ho scritto, prendere qualsiasi esempio di comportamento sociale umano, e chiedetevi perché “quella” persona si comporta in un “quel” modo o in "quei" modi. Ebbene, presumo che la risposta, ovvero la spiegazione di quel comportamento, potrebbe consistere nella motivazione prodotta da almeno una delle quattro anime, spesso da più di una, o da tutte e quattro simultaneamente.

Infatti il nostro inconscio è continuamente intento a favorire la cooperazione con altri umani e ad evitare tutto ciò che potrebbe impedirla od ostacolarla. Allo stesso tempo l’inconscio si preoccupa del nostro status nelle diverse gerarchie in cui siamo competenti, compresa la gerarchia morale, e ci spinge a migliorare e a difendere le nostre reputazioni, in quanto da esse dipende il rispetto e l’apprezzamento degli altri nei nostri confronti. D’altra parte l’inconscio tutela la nostra libertà, che è soprattutto libertà di scegliere ciò che più favorisce la soddisfazione dei nostri bisogni, e in particolare la libertà di scegliere con chi interagire e come interagire. Infine, il nostro inconscio ci spinge a tenerci “al corrente” per quanto riguarda la situazione sociale, ovvero ad apprendere i costumi, le narrazioni, i linguaggi, le mode, i modelli di comportamento, ecc. in modo da non restare “indietro” o socialmente isolati.

Una difficoltà nell’uso dell'idea delle quattro anime sta nel fatto che non siamo abituati a considerare un comportamento come causato da motivazioni inconsce e multiple. Tendiamo infatti a pensare che le motivazioni nostre e altrui siano il risultato di ragionamenti consapevoli orientati ad un singolo obiettivo. In realtà le motivazioni del comportamento umano sono per lo più inconsce e molteplici, e richiedono un particolare sforzo per vedere insieme, sinotticamente,  dinamiche diverse aventi obiettivi diversi, che possono anche essere contrastanti.

Anche in questo contesto, è perciò importante avere una sensibilità per la complessità della vita, della società e della mente umana, perché pensare in modo semplicistico può indurci a fare scelte sbagliate e a giudicare in modo errato e ingiusto il comportamento proprio e altrui.

Post scriptum

Un mio amico mi ha fatto osservare che "Nietzsche si lamenterebbe del fatto che hai dimenticato i due modi o istanze che per lui sono fondamentali: il comandare e l'obbedire. Eppure le chiese, gli eserciti, ecc., si basano proprio su queste due istanze particolari (con varie dosi di iniezioni delle tue quattro). Per esempio, equipari la gerarchia alla competizione. Ma la gerarchia non necessita solo o soprattutto la competizione: essa si basa per lo più sull'impulso a comandare e sull'impulso complementare a obbedire.
Quanto a Freud, troverebbe che hai lasciato da parte le due istanze per lui fondamentali ("Psicologia delle masse..."): il voler guidare gli altri e l'essere guidati dall'Altro. Direi anche: l'impulso a voler essere applaudito e osannato, e quello di applaudire un Leader e osannarlo. E' l'impulso a voler essere applaudito che spinge tanti alle carriere artistiche e letterarie, come anche alla politica, al giornalismo, ecc."

Gli ho risposto che le sue osservazioni sono molto appropriate, tuttavia nella mia concezione gli impulsi da lui menzionati non sono autonomi rispetto alle quattro anime, ma effetti di esse. Intendo dire che il comandare e l'ubbidire, non solo si stabiliscono come effetto di una gerarchia competitiva, ma costituiscono anche una forma di cooperazione, ovvero un modo di cooperare, peraltro ben "ordinato", oltre a rientrare nella selezione, in quanto i rapporti servo-padrone si stabiliscono anche come risultato di una selezione (il padrone sceglie si suoi servi e i servi scelgono i loro padroni quando la servitù è volontaria). Infine i rapporti servo-padrone si stabiliscono anche come imitazione di modelli  "servo-padrone" che percepiamo nella società, e che scegliamo di imitare.
Questo discorso vale anche per quanto riguarda la ricerca dell'ammirazione o la tendenza ad ammirare/seguire, che possiamo spiegare in base alle quattro anime. Infatti il rapporto tra ammiratore e ammirato, tra seguace e leader, è in un certo senso cooperativo, in quanto interazione in cui ogni parte ottiene qualcosa di buono; è competitivo, perché per ottenere l'ammirazione bisogna eccellere, cioè competere, in qualche arte o capacità; è selettivo in quanto ognuno sceglie chi ammirare o i campi in cui eccellere (quelli che più corrispondono alle proprie possibilità); è imitativo in quanto la cultura propone "modelli di ammirazione" che la gente adotta selettivamente, anche per qualificarsi.

Psicologia dei bisogni - Riassunto

Importanza e centralità dei bisogni

Io considero i bisogni il fondamento di qualunque forma vivente. Essi possono essere distinti in congeniti (cioè innati, geneticamente determinati e immutabili) e acquisiti (cioè formatisi come risultato di esperienze, e modificabili).

I bisogni possono essere distinti in bisogni di ottenimento e bisogni di evitamento (di qualcosa).

Io vedo la mente come un sistema di agenti autonomi intercomunicanti, per lo più inconsci e involontari, alcuni dei quali hanno la funzione di sviluppare strategie e logiche di comportamento per la soddisfazione dei bisogni congeniti. Tali strategie e logiche comportano la formazione di una molteplicità di bisogni acquisiti quali mezzi per ottenere la soddisfazione di quelli congeniti o di altri bisogni acquisiti.

Origine dei disagi mentali e scopo della psicoterapia

Io considero il disagio mentale un effetto della mancata soddisfazione di uno o più bisogni congeniti a causa di ostacoli esterni e interni, paure, conflitti tra bisogni (spesso rimossi dalla coscienza) e/o strategie di soddisfazione inadeguate.

La cura del disagio mentale, cioè la psicoterapia, dovrebbe aiutare il paziente a portare alla coscienza i suoi bisogni insoddisfatti e le cause della loro insoddisfazione in modo da poter gestire razionalmente le paure, i conflitti e le incompatibilità tra bisogni (sia al proprio interno che rispetto ai bisogni altrui), e correggere le strategie per la loro soddisfazione che si sono dimostrate inadeguate.

Supporti grafici della psicoterapia

L’efficacia e l’efficienza di una psicoterapia possono essere aumentate mediante l’uso di informazioni registrate (scritti, fotografie, collages) che il paziente stesso può produrre, preferibilmente con l’assistenza di un terapeuta, e di repertori, questionari, formulari e guide che il terapeuta può mettere a disposizione del paziente; tali strumenti hanno lo scopo di aiutarlo ad individuare ed evocare i bisogni insoddisfatti e stimolare i suoi agenti inconsci a riprogrammarsi in modo più adeguato.

Importanza dei ruoli o funzioni sociali

I bisogni di un essere umano possono essere soddisfatti solo mediante l’interazione e cooperazione (diretta o indiretta) con altri esseri umani. Le interazioni umane sono generalmente regolate da culture, o civiltà, interiorizzate a livello inconscio, che definiscono forme, norme, valori, linguaggi e ruoli attraverso i quali (e solo attraverso i quali) sono possibili interazioni non arbitrarie e quindi non violente.

Ogni ruolo corrisponde ad una o più funzioni sociali, ovvero a comportamenti attraverso i quali un’individuo contribuisce alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

La scelta o assegnazione dei ruoli può essere competitiva, e dar luogo a conflitti interni ed esterni, ovvero tra i diversi bisogni del soggetto, e tra i bisogni del soggetto e quelli altrui.

Un ruolo non condiviso, non consensuale, velleitario, confuso, indeciso o falso, e quindi non facilmente attuabile, può ostacolare la soddisfazione di uno o più bisogni e causare in tal modo sofferenze e disturbi mentali.

Resistenza al cambiamento

Uno dei bisogni più potenti della psiche è quello di mantenere la propria struttura resistendo (inconsciamente e involontariamente) ad ogni tentativo, proveniente dall’interno o dall’esterno, di cambiarla. Questo rende molto difficile ogni psicoterapia in quanto finalizzata ad un cambiamento strutturale della psiche. La Psicoterapia sinottica è particolarmente indicata per superare la resistenza del paziente al cambiamento.

Fondamenti genetici della Psicologia dei bisogni

Come Richard Dawkins insegna ne “Il gene egoista”, alla radice del comportamento di ogni essere vivente, vi è la “necessità” dei suoi geni di riprodursi usando i vari mezzi e modi che essi hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione e che sono stati codificati nel DNA della specie. Da tale generale necessità sono “emersi”, nel corso dell’evoluzione, in maniera tuttora misteriosa, i “bisogni” ovvero i meccanismi omeostatici motivazionali e sentimentali (basati sul piacere e il dolore, e collegati con la coscienza negli animali che ne dispongono) che spingono l’organismo e l’io cosciente a procurarsi, quando occorre, ciò che è “necessario” per garantire la sopravvivenza e la conservazione della specie.

Chiamo tali meccanismi bisogni primari, mentre col termine bisogni secondari mi riferisco a quelli che vengono sviluppati nel corso della vita di un individuo come mezzi o obiettivi intermedi per soddisfare i primi.

Tutti i bisogni (sia primari che secondari) sono ordinati funzionalmente nel senso che ogni bisogno ha il compito di soddisfare uno o più bisogni di ordine superiore e viene soddisfatto attraverso la soddisfazione di bisogni subordinati. In altre parole, ogni bisogno è servito da altri bisogni e serve altri bisogni, fino al bisogno primordiale delle forme viventi, che è quello del gene, di riprodursi.

Volendo estendere al mondo non vivente il concetto di bisogno, si potrebbe inoltre dire che tutte molecole (sia inorganiche che organiche, compresi i geni) e le particelle elementari hanno “bisogno” di rispettare le leggi della fisica.

Per soddisfare i suoi bisogni (primari e secondari), un essere umano ha bisogno di interagire e collaborare con altri esseri della sua specie. Questa collaborazione può essere ostacolata da una serie di fenomeni quali:

  • la competizione per ottenere e difendere:

  • le posizioni più elevate nella gerarchia sociale

  • i partner sessuali più attraenti

  • le risorse economiche

  • la proprietà privata

  • il tentativo reciproco di asservimento tra esseri umani

  • la voglia di libertà e di trasgredire le norme sociali

  • la repressione delle trasgressioni e dei tentativi di sovvertire i privilegi acquisiti

Gli esseri umani perseguono i propri interessi interagendo con i propri simili in modo più o meno cosciente, volontario, produttivo e libero. Il grado di soddisfazione dei bisogni umani appare da sempre tragicamente basso. Fame, povertà, guerre, violenza, disuguaglianze, ingiustizie, corruzione, oppressione, irresponsabilità, disinteresse per l’etica, ignoranza, falsità, mistificazioni, stress, incomunicabilità, condizioni di lavoro ai limiti della sopportazione, disoccupazione, negazioni dei diritti civili, deprivazioni e violenze sui bambini, discriminazioni di ogni tipo (sessuali, razziali, etniche, religiose, politiche ecc.), sono realtà ancora largamente diffuse. Tale situazione è il prodotto del comportamento umano che, a sua volta, è il risultato di processi che avvengono nella mente degli individui.

Tali processi, ancora poco conosciuti e spesso oggetto di disinformazione e mistificazione, andrebbero attentamente studiati al fine di renderli più adeguati alla soddisfazione dei bisogni umani su larga scala.

In queste pagine propongo, a tale scopo, la costituzione di una disciplina psicologica che considera i bisogni umani il punto di partenza e di arrivo dell’indagine e della prassi: di partenza in quanto essi sono l’origine e lo strumento della vita, e di arrivo in quanto la loro soddisfazione dovrebbe essere il fine dell’umanità e quindi di ogni psicologia e psicoterapia.

Questa disciplina dovrebbe usare tutto il patrimonio disponibile di scienze umane e sociali in modo eclettico, integrato, organico e soprattutto pragmatico, cioè finalizzato al raggiungimento del massimo grado di benessere psicofisico a cui l’uomo possa aspirare.

Vedi anche Comprendere la natura umana.

Fonti della Psicologia dei bisogni

La Psicologia dei bisogni si fonda sui lavori di diversi autori, tra i quali:

  • Ricerche neuroscientifiche (Antonio Damasio e altri autori)

  • Psicologia sociale (autori vari)

  • Psicoanalisi di Sigmund Freud e altri

  • Psicologia individuale di Alfred Adler

  • Interazionismo simbolico di George H. Mead

  • Teoria dei bisogni intrinseci di Luigi Anepeta

  • Analisi transazionale di Eric Berne

  • Evoluzionismo darwiniano e genetica di Richard Dawkins

  • Semantica generale di Alfred Korzybski

  • Cibernetica ed ecologia della mente di Gregory Bateson

  • Pensiero complesso di Edgar Morin

  • Psicologia umanista di Erich Fromm

  • Costruttivismo radicale di Paul Watzlawick

  • Psicologia della forma (Gestalt)

  • Filosofia di D. Hume, A. Schopenhauer, F. Nietzsche e altri

  • Ecc.


Comprendere la natura umana

ABSTRACT: Questo articolo presenta la sintesi di una ricerca sulla natura umana incentrata sul concetto di bisogno come motore della vita nei geni, nelle cellule, negli organismi vegetali e animali e nell'Homo Sapiens. Negli animali superiori e nell'uomo il bisogno è visto anche come generatore di sentimenti ed emozioni, piacere e dolore ed è associato all'idea di dèmone come agente autonomo, inconscio e involontario, che concorre con altri dèmoni, spesso in modo conflittuale, a determinare il comportamento e la coscienza dell'individuo.

I principali concetti chiave per comprendere la vita nel suo divenire sono, secondo me, quelli di sistema, informazione, interazione e bisogno e, per le forme di vita più complesse, come quella umana, quello di sentimento.

Il concetto di sistema è importante perché il mondo è un sistema di sistemi, come pure lo sono la biosfera, tutti gli esseri viventi, gli esseri umani, la loro mente o psiche e le società. Un sistema è un insieme di parti che interagiscono obbedendo alle leggi della natura e cercando di soddisfare i propri bisogni. Dalla interazione delle parti, che può essere simbiotica come nei gruppi sociali, possono emergere caratteristiche che non erano presenti nelle singole parti, ovvero negli individui. Per questo si dice che un sistema è più della somma delle sue parti.

Il concetto di informazione è importante negli esseri viventi perché la vita è basata su informazioni (codificate nel DNA) che istruiscono la materia vivente a conservarsi, svilupparsi, riprodursi e morire di vecchiaia, con o senza variazioni o mutazioni. Infatti le parti, o organi, che costituiscono un essere vivente comunicano tra loro scambiando informazioni (oltre che sostanze) e il loro comportamento è determinato da informazioni sia di origine genetica, sia acquisite attraverso interazioni precedenti. In tal senso si può dire che gli esseri viventi siano dei sistemi informatici (sebbene dotati di sentimenti).

Il concetto di interazione è importante perché un sistema non può esistere, né tanto meno vivere senza che vi sia un’interazione tra le sue parti, ovvero uno scambio di informazioni, sostanze ed energie più o meno complesso. In particolare, la mente umana si forma attraverso le interazioni con gli altri e allo scopo di apprendere ad interagire con gli altri in modo funzionale alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Il concetto di bisogno è importante per un sistema vivente (o un ecosistema) perché ogni parte dell’ecosistema, risalendo fino alla cellula, si comporta in modo da soddisfare dei bisogni che sono codificati nel suo DNA e altri che si sono sviluppati attraverso interazioni con il resto del mondo. Il bisogno più elementare è quello dei geni, che hanno bisogno di riprodursi e lo fanno con strategie che si differenziano attraverso l’evoluzione della specie e che possono comportare lo sviluppo di nuovi bisogni o bisogni subordinati. Infatti. ogni bisogno è un mezzo, tentativo, o strategia per soddisfare un bisogno di ordine superiore.

Trovo utile immaginare che i bisogni siano presidiati da agenti autonomi inconsci e involontari che io chiamo dèmoni il cui scopo è quello di ottenere la soddisfazione dei bisogni di cui sono custodi, in concorrenza con gli altri dèmoni nel cercare di dirigere il comportamento del soggetto in direzioni particolari. Questo controllo motivazionale viene attuato mediante la generazione di sentimenti di attrazione o repulsione, piacere o dolore, secondo quanto codificato nella mappa cognitivo-emotiva che si è formata nel soggetto attraverso le sue esperienze.

L’io cosciente, che è solo un componente del sistema psiche (sul quale ha poteri molto limitati), non può modificare l’attività dei suoi dèmoni se non, indirettamente, sottoponendosi ad una psicoterapia o mediante esercizi di meditazione; tuttavia può rifiutarsi di obbedire ai loro comandi. Questo rifiuto, però, può costare sofferenze, disagi, insicurezza, depressioni, attacchi di panico, autoboicottaggi, psicosi ecc. Infatti i disagi e i disturbi psichici sono generalmente dovuti alla frustrazione prolungata, repressione o rimozione di bisogni particolari o al conflitto tra bisogni antitetici, come il bisogno di appartenenza/integrazione sociale, e quello di individuazione/opposizione.

Il concetto di sentimento, inteso in senso lato, cioè come capacità di avere sensazioni o emozioni e di esserne consapevole, è importante perché permette al soggetto (uomo o animale superiore) di utilizzare la sua intelligenza allo scopo di provare sentimenti piacevoli e di evitarne di spiacevoli, ovvero ottenere il massimo piacere e il minimo dolore nelle varie forme possibili, da quelle più fisiche a quelle più mentali. In tal modo, la specie del soggetto ottiene la soddisfazione dei suoi bisogni e quindi la propria conservazione, riproduzione ed evoluzione.

Agire e sentire (nel senso di provare sentimenti) sono connessi, in quanto normalmente si agisce sotto l'effetto e a causa di certi sentimenti e/o per ottenere certi sentimenti. In altre parole, il sentimento è la causa e il prodotto (o feed-back) dell'azione.

I concetti di sentimento e di bisogno sono intimamente legati in quanto il sentimento è la misura del grado di soddisfazione di uno o più bisogni. Infatti il piacere deriva dalla soddisfazione di bisogni, e il dolore dalla loro insoddisfazione. Le paure (ovvero, per meglio dire, i rigetti) sono bisogni di evitamento di qualcosa. Senza i bisogni non ci sarebbero sentimenti, né emozioni, né piaceri, né dolori, né gioie, né tristezze.

Per comodità di analisi, ho diviso i bisogni umani nei seguenti sei gruppi. Il concetto di bisogno è qui inteso in senso lato e comprende quelli di istinto, desiderio, passione, interesse, attrazione, pulsione, motivazione, speranza e simili.
  1. bisogni biologici (salute, sopravvivenza, rapporti sessuali, riparo, nutrizione, protezione e allevamento della prole, stimolazione, sensazioni, riposo, sonno, esercizio fisico, igiene, guarigione dalle malattie ecc.)

  2. bisogni di comunione (appartenenza e integrazione sociale, comunità, condivisione, alleanza, affiliazione, solidarietà, affinità, intimità, interazione, cooperazione, partecipazione, servire, accettazione, approvazione, accoglienza, rispetto, moralità, ritualità, dignità, responsabilità ecc.)

  3. bisogni di bellezza (armonia, semplicità, uniformità, conformità, coerenza, pulizia, simmetria, regolarità, purezza, ritmo, danza, canto, suono, musica, poesia ecc.)

  4. bisogni di libertà (individuazione, diversità, ribellione, opposizione, trasgressione, novità, innovazione, creatività, cambiamento, umorismo, egoismo, riservatezza, irresponsabilità ecc.)

  5. bisogni di sapienza (linguaggi, conoscenze, comprensione, esplorazione, calcolo, misurazione, informazione, osservazione, monitoraggio, previsione, memoria, ricordi, registrazione, documentazione ecc.)

  6. bisogni di potenza (potere, abilità, capacità, supremazia, superiorità, prevalenza, dominio, proprietà, possesso, competitività, aggressività, controllo, arroganza, gelosia, invidia ecc.)

Per ognuno dei gruppi sopra elencati immagino che esista un dèmone (o più d'uno) che si occupa della soddisfazione dei relativi bisogni in modo autonomo, inconscio e involontario rispetto all'io cosciente.

Le scienze umane (psicologia, filosofia, sociologia, antropologia, storia, linguistica ecc.) cercano di conoscere la natura umana (ovvero il funzionamento del sistema Uomo) ognuna dal suo punto di vista specializzato, parziale e spesso controverso. L’Uomo, d’altra parte, avrebbe bisogno di comprendere la propria natura in tutti i suoi aspetti essenziali, per vivere al meglio la propria vita. Infatti i fenomeni umani sono tutti tra loro intimamente collegati e interdipendenti, ed è difficile capire una parte del "sistema natura umana" senza capire tutte le altre e l'intero almeno a grandi linee.

Purtroppo, anche a causa della specializzazione, della cessata integrazione delle scienze umane e dell’influenza delle religioni, c'è una diffusa ignoranza e misconoscenza sulla natura umana in generale e in particolare per quanto riguarda i bisogni umani (genetici e acquisiti). Tale condizione è causa dello stato confuso dell’Homo Sapiens, un ex animale non ancora diventato Uomo, che continua a fare inutilmente del male a se stesso e al prossimo.

Secondo me la saggezza (che si potrebbe anche chiamare intelligenza emotiva) consiste nel comprendere i bisogni propri e altrui (e i corrispondenti sentimenti e dèmoni), e usare la propria intelligenza per valutarli e conciliarli, ovvero per soddisfare entrambi ove possibile, dato che un essere umano, per soddisfare i propri bisogni necessita della cooperazione di altri esseri umani, i quali sono disposti a cooperare solo nella misura in cui grazie a tale cooperazione riescono a soddisfare anche i propri. Inoltre, a livello personale, è importante soddisfare tutti i propri bisogni “sani”, senza frustrarne o rimuoverne alcuno, per evitare di incorrere in sofferenze e disturbi psichici.

A fronte di quanto sopra esposto, pongo, a chi mi ha letto, i seguenti quesiti.
  • Conoscete i vostri bisogni e quelli altrui?

  • Siete in grado di distinguere i bisogni sani da quelli insani indotti da una società stupida o malata?

  • Siete consapevoli della presenza, in voi e negli altri, di dèmoni che determinano involontariamente il vostro comportamento e la vostra coscienza?

  • Siete capaci di negoziare esplicitamente la soddisfazione dei bisogni vostri e dei vostri interlocutori?