Chi cerca il male, lo trova.
Ogni umano è giudice e imputato.
L'onore è una posizione gerarchica.
I vittimisti sono vittime di se stessi.
Morire è un dovere biologico e sociale.
Ognuno è giudice e potenziale imputato.
Un giudizio morale ingiusto è immorale.
Si nasce innocenti e si muore colpevoli.
L'uomo è il peggior nemico di se stesso.
Ognuno adotta la morale che gli conviene.
Tutto è bene ciò che contribuisce al bene.
L'uomo è un animale che fa di necessità virtù.
Ognuno adotta i principi morali che lo assolvono.
Io considero immorale non occuparsi della morale.
Il buono, il bello e il vero raramente coincidono.
Denunciare comportamenti immorali è un dovere morale.
Cosa faccio per gli altri? Cosa fanno gli altri per me?
Chi non vede i difetti altrui non vede nemmeno i propri.
La morale dei forti è incompatibile con quella dei deboli.
Importante è ciò che ci coinvolge (nel bene e/o nel male).
Anche le cose buone e utili, in dosi eccessive, sono nocive.
Tacere di fronte a un'ingiustizia significa divenirne complici.
Le uniche persone al riparo dalle critiche sono quelle mai nate.
Se ti dicessi che sei stupido, falso e cattivo, cosa mi diresti?
Se l'uomo non fosse egoista non ci sarebbe bisogno di una morale.
L'amore, essendo involontario, non è nè un dovere né un diritto.
Se non siamo consapevoli che stiamo errando, non possiamo correggerci.
Abbiamo bisogno di qualcuno peggio di noi, per non sentirci i peggiori.
In assenza di freni morali, ognuno cercherebbe di sfruttare ogni altro.
Il giudizio morale è la base dell'etica, e chi non giudica non è morale.
Per certe persone la morale vale solo verso gli amici, non verso i nemici.
Gli umani, specialmente i vittimisti, sono vittime di se stessi, non dei disumani.
Il male è tutta colpa della nostra interdipendenza. Anche tutto il merito del bene.
La morale dovrebbe servire a impedire e a combattere le ingiustizie subite da altri.
È impossibile parlare di morale senza accusare implicitamente qualcuno di immoralità.
Da bambino pensavo che le persone "brutte" fossero anche cattive. Colpa di Walt Disney?
I disonesti approfittano della incapacità degli onesti di organizzarsi per contrastarli.
Nei momenti di straordinaria difficoltà gli umani mostrano il meglio e il peggio di sé.
Per stare in pace con gli altri non basta tollerare i loro difetti. È necessario non vederli.
Parlare male di qualcuno è un modo per distogliere l'attenzione dalle proprie responsabilità.
Per certe persone la moralità consiste solo nel dimostrare che gli altri sono peggiori di sé.
A chi giova e a chi nuoce ciò che sto facendo? E' la domanda fondamentale di ogni sana morale.
Il male è doppiamente male quando è nascosto, triplamente quando viene fatto passare per bene.
Un essere umano è disposto a mettere qualunque cosa in discussione, tranne la propria dignità.
Vorremmo che gli altri si preoccupassero del nostro benessere, ma noi ci preoccupiamo del loro?
Il senso del dovere consiste nella paura delle conseguenze del non fare il proprio dovere.
Un'etica non condivisa è come un contratto firmato da una sola parte, e impegna solo chi la segue.
L'uomo fa di necessità virtù, e di virtù difetti, specialmente quando le virtù non sono necessarie.
Per giustificare la nostra immoralità cerchiamo di dimostrare che gli altri sono più immorali di noi.
L'intenzione segreta del moralista è quella di rendere l'altro meno libero e quindi meno competitivo.
Per l'inconscio tutto ciò che facilita la socializzazione è buono, tutto ciò che la ostacola cattivo.
L'inconscio non "ragiona" in termini di giusto o ingiusto, vero o falso, ma di piacevole o spiacevole.
Il senso del dovere è il senso del dolore che si proverebbe se non ci si comportasse in un certo modo.
La sospensione del giudizio morale è pericolosa perché potrebbe indurci a comportarci in modo immorale.
La storia della schiavitù dovrebbe farci riflettere sulla natura umana e sulla relatività della morale.
Pensare in modo maligno ci aiuta a difenderci dal male che viene dagli altri. L'ingenuità è pericolosa.
Ogni umano può essere utile o dannoso per ogni altro umano. Perciò nessuno di noi può stare tranquillo.
Per convivere pacificamente con gli altri non bisogna mostrarsi più intelligenti né più morali di loro.
Ci si interessa di morale per poter fare ciò che si desidera evitando di essere disapprovati da qualcuno.
Per evitare ostacoli etici nel nostro comportamento verso certe persone, le consideriamo meno umane di noi.
A poco valgono "virtute e canoscenza" se non si hanno buone relazioni con un sufficiente numero di persone.
Essendo l'uomo un animale fondamentalmente imitatore dei propri simili, egli imita sia il bene che il male.
Basta poco per superare ogni freno morale. È sufficiente qualificare l'altro come disumano, come mostruoso.
Ognuno ha bisogno di sentirsi approvato dal suo Altro generalizzato, che è diverso da quello di ogni altro.
Noi siamo intelligenti e buoni, loro stupidi e cattivi. Questo è il messaggio sottinteso in tanti discorsi.
I più dicono che il male fa male e che il bene fa bene, e ignorano il perché del bene e il perché del male.
Per il progresso civile e morale occorre sostituire il senso di colpa con il senso di responsabilità.
Siamo profondamente condizionati dall'idea del giudizio morale: per evitarlo o meritarne uno a noi favorevole.
Due persone sono unite nella misura in cui condividono certe gerarchie etiche, estetiche, logiche e politiche.
Affinché una comunità si mantenga integra, è necessario che i suoi membri condividano le stesse regole morali.
Se ognuno volesse il piacere altrui oltre che il proprio, la vita umana sarebbe in generale molto più gradevole.
L'infelicità è brutta, cattiva e socialmente svantaggiosa. Perciò conviene illudersi o fingere di essere felici.
Quando vediamo tutto il bene da una parte e tutto il male da un'altra, ci inganniamo e inganniamo chi ci ascolta.
Il bene e il male non esistono (cioè non hanno senso) in senso assoluto, ma solo relativamente a chi può subirli.
Di fronte a qualcuno che soffre, i piu cercano solo di dimostrare di non essere responsabili di quella sofferenza.
Un modo per differenziare gli esseri umani è la frequenza con cui essi si chiedono "perché faccio ciò che faccio?"
Vedendo una persona, chiedersi: che bene può farmi? Che male può farmi? Che bene posso farle? Che male posso farle?
Ogni umano è giudice, imputato e testimone allo stesso tempo, e ciascuno di questi ruoli implica una responsabilità.
Ogni essere umano adulto è responsabile di fronte agli altri dell'uso che fa del proprio corpo e della propria mente.
È difficile fare i conti con chi ricorda bene le transazioni a favore degli altri e meno bene quelle a proprio favore.
Io cerco di distinguere il bene dal male, non i buoni dai cattivi; ma a volte la prima distinzione comporta la seconda.
Ognuno ha ragione dal suo punto di vista. Perciò l'importante non è avere ragione, ma avere un punto di vista più alto.
Coloro che sono senza peccato tendono a disprezzare tutti gli altri. Altrimenti non avrebbero motivo di mantenersi puri.
Quando si è vecchi come me, la probabilità di incontrare persone migliori di quelle già incontrate è praticamente nulla.
Felicità è il sentimento che provi mentre stai interagendo in un modo che ritieni buono e giusto per te e per gli altri.
Il bene e il male non sono assoluti, ma relativi al piacere e al dolore di qualcuno.
Quando si parla di morale è facile farsi dei nemici tra coloro che non sono assolti dalla morale che si intende promuovere.
Quando non ci si cura più dell'apprezzamento da parte degli altri, ogni comportamento è possibile, senza alcun freno morale.
Ci sono persone per cui tutto ciò che non è consentito è vietato, e persone per cui tutto ciò che non è vietato è consentito.
Gli eroi, cioè coloro che rischiano la loro vita a favore di quella altrui, sono rari. Alcuni li lodano, pochissimi li imitano.
Certe regole servono solo a creare effetti estetici, o a distinguere coloro che vi obbediscono da coloro che non vi obbediscono.
Quando si parla di morale, a molti interessa solo una cosa: non essere accusati di immoralità. Il resto è per loro indifferente.
Per una mente ordinaria è difficile pensare che una persona prevalentemente buona abbia anche degli aspetti cattivi, e viceversa.
Per essere amato, un essere umano è disposto a fare qualsiasi cosa, buona o cattiva, e a credere in qualsiasi cosa, vera o falsa.
Ogni umano è causa di piaceri, dolori, desideri e paure per altri umani. Questo fatto dovrebbe essere il fondamento della morale.
Non dovremmo preoccuparci tanto di ciò che la gente fa, quanto di ciò che essa non fa, ovvero occuparsi attivamente del bene comune.
Quand'ero bambino credevo che il bello, il buono e il vero fossero la stessa cosa. Da adulto ho capito che sono qualità indipendenti.
Ogni essere umano è innocente e colpevole allo stesso tempo. Il grado di colpevolezza dipende dal tipo di morale che si vuole applicare.
Una coscienza moralista può essere manipolata da un inconscio mosso da motivazioni inconfessabili.
E' nelle difficoltà che l'uomo mostra il meglio e il peggio di sé. Quando non ci sono grossi problemi tutti sembrano buoni e intelligenti.
Per capire le logiche delle persone malvagie bisogna immaginare di essere malvagi. Ma questo è impossibile a chi ha paura della malvagità.
Certe persone competono per dimostrare di essere i meno interessati alla competizione, come se competere fosse una cosa di cui vergognarsi.
Uno non può stabilire quanto un’azione sia immorale senza tener conto di cosa pensano gli altri a tale riguardo. La morale è convenzionale.
È segno di saggezza capire che per altre persone ciò che non ci piace potrebbe essere buono, e che ciò che ci piace botrebbe essere cattivo.
Nessun comportamento è disinteressato. Tuttavia gli interessi possono essere molto diversi, da quelli più materiali a quelli più spirituali.
Un testo che parla seriamente del bene e del male fa paura a tutti, perché, leggendolo, ognuno potrebbe trovarsi nella categoria dei malvagi.
La bellezza non implica la bontà e nemmeno l'intelligenza. Tuttavia l'uomo è attratto dalla bellezza più che dalla bontà e dall'intelligenza.
Laddove non si riesce ad accordarsi su altre leggi, vale quella del più forte. Perciò, quanto più si è deboli, tanto più conviene accordarsi.
A che servono le virtù e le conoscenze se non comportano vantaggi sociali? Solo a generare frustrazioni.
La continua ricerca della saggezza può nascondere il bisogno di una superiorità morale e intellettuale che gli altri percepiscono con fastidio.
Non solo l'uomo fa di necessità virtù, ma gli immorali fanno virtù dell'immoralità, gli stupidi della stupidità e gli ignoranti dell'ignoranza.
Non bisogna smettere di giudicare, ma cambiare, ampliare, approfondire e migliorare i modi, i criteri, i punti di vista e gli scopi del giudizio.
Dobbiamo giudicare meglio, non giudicare meno. Astenersi abitualmente dal giudizio è immorale perché la morale si esercita attraverso il giudizio.
La definitiva separazione tra filosofia e scienza, intervenuta a partire dal secolo XVII, ha creato scienziati senza etica e filosofi senza pratica.
Grazie ai social network siamo tutti giornalisti, e ognuno è moralmente responsabile delle notizie che diffonde, non importa se originali o copiate.
Rispettare una persona significa anche riconoscere i suoi limiti e le sue incapacità, ovvero non aspettarsi da essa ciò che non può fare né pensare.
Ci sono due modi per non sentirsi immorali: il primo consiste nel comportarsi moralmente, il secondo nel negare il valore di qualsiasi giudizio morale.
Se fossimo tutti uguali e avessimo tutti gli stessi gusti, la morale sarebbe molto più facile da capire e da applicare, in quanto avremmo tutti la stessa.
Sul fatto che l'umanità sia piena di stupidi, di cattivi e di ignoranti siamo tutti d'accordo. Su chi appartenga a tali categorie siamo spesso in disaccordo.
Un artista è una persona capace di conferire bellezza a qualunque idea o progetto, anche a quelli più malvagi e più malsani facendoli apparire desiderabili.
C'è un tempo per ogni cosa. La stessa cosa può essere buona in certi momenti e cattiva in altri. Nulla è sempre buono e nulla sempre cattivo, tranne l'irreparabile.
La ragione per cui non conviene mentire (salvo eccezioni) non è di ordine morale, ma pragmatico. È che la menzogna, se scoperta, fa perdere credibilità al mentitore.
La paura di essere giudicati può condurre ad un comportamento rigidamente moralista o, al contrario, ad un totale relativismo morale, ovvero ad una morale fai-da-te.
Il peccato è una disobbedienza o un tradimento. Il senso di colpa che ne deriva è la paura inconscia della punizione da parte della società e dell'eventuale divinità.
Colpevoli o innocenti, volontari o involontari, siamo comunque la causa dei mali della società, per tutto ciò che facciamo e ancor più per tutto ciò che non facciamo.
Chiedi a una persona come affronterebbe un certo problema o conflitto e dalla risposta ti farai un'idea della sua intelligenza, della sua cultura e della sua moralità.
Ogni essere umano è in una certa misura vittima dell'incomprensione, dell'egoismo, dell'ignoranza e della stupidità altrui, e a sua volta causa delle altrui sofferenze.
Sarebbe bello se ciò che è bello fosse anche buono e vero, e se ciò che è brutto fosse anche cattivo e falso. Sapremmo allora riconoscere facilmente il bene e la verità.
Ogni umano ha un certo potere, più o meno grande, su altri, anche per il solo fatto che può accusarli di atti illegali o immorali, costringendo gli accusati a difendersi.
OK: due lettere per indicare il bene; KO: due lettere per indicare il male; OKKO quattro lettere per indicare la potenzialità di bene e male in ogni cosa. Ogni cosa è OKKO.
Il motivo che ci spinge a trovare difetti negli altri è che, per ogni difetto che troviamo, la nostra posizione nella gerarchia morale migliora rispetto a quelle degli altri.
Chi ha stabilito che l'uomo ha più diritti di una cane, di un elefante, di una formica? Non certo Dio, né la natura, ma l'uomo, e lo ha fatto per favorire i propri interessi.
Troppo comodo limitarsi a non fare del male. E comunque si può fare del male anche non facendo alcunché. Diceva bene Voltaire: "ognuno è colpevole del bene che non ha fatto".
La gente si divide in tre categorie: gli sfruttatori, gli sfruttati e quelli che non appartengono ad alcuna delle due categorie precedenti, né si immischiano nei loro affari.
Una cosa non è giusta sempre, dovunque e comunque, ma solo al momento giusto, ovvero nelle circostanze in cui soddisfa un bisogno senza frustrarne altri, in una o più persone.
È infantile esortare la gente ad essere onesta e giusta per andare in paradiso ed evitare l'inferno dopo la morte. Ci sono motivi ben più seri e razionali su cui basare una morale.
Che ci siano differenze tra umani è indiscutibile. Discutibili sono invece la natura, l'origine e gli effetti di tali differenze, specialmente da un punto di vista civile e morale.
Nessuno sa perché gli piace ciò che gli piace e gli dispiace ciò che gli dispiace. Tuttavia ognuno trova una giustificazione razionale e morale per i suoi piaceri e i suoi dispiaceri.
La notte scorsa ho avuto un incubo. Dovevo assolutamente classificare ogni cosa in buono, cattivo o neutro. Non volevo, ma non riuscivo a liberarmi da una forza che mi costringeva a farlo.
Se ciò che dici non dà fastidio a nessuno vuol dire che non stai dicendo nulla di nuovo da un punto di vista etico, ovvero nulla che possa causare qualche cambiamento nei rapporti sociali.
Le buone intenzioni non bastano per produrre buone azioni. E' necessario avere anche buoni pensieri, cioè essere capaci di pensare in modo corretto e adeguato alla complessità dei problemi.
Per la maggior parte delle persone di oggi "giudicare" è una parolaccia politcamente scorretta. Per me è un segno del generale declino morale e dell'avvento di un'inutile etica "fai-da-te".
Ogni comunità ha i suoi riti e rituali di appartenenza, i suoi giochi di status, le sue verità, la sua etica e la sua estetica. Possiamo chiamare tutte queste cose requisiti di partecipazione.
Gli umani litigano spesso sulle idee e le procedure (consce o inconsce) che dovrebbero regolare le loro interazioni. Infatti ognuno tende a interpretare le idee e le procedure a proprio favore.
La nostra società premia il virtuosismo (in termini di supremazia estetica, economica, politica, tecnica, sportiva e audience) e castiga la virtù (in termini di altezza morale e intellettuale).
Oggi, quando si parla di morale, lo si fa, prevalentemente, solo per relativizzarla e svalorizzarla. Non sento mai parlarne in modo costruittivo, cioè al fine di costruire una morale alternativa.
Se la società è malvagia, ciò è dovuto al fatto che l'uomo è generalmente malvagio. Forse non siamo tutti egualmente malvagi, ma chi può stabilire il diverso grado di malvagità di ciascuno di noi?
Quando si parla di morale, lo si fa normalmente solo in modo superficiale, anzi, banale, perché se lo si facesse in modo approfondito e non convenzionale, ognuno di noi si troverebbe in difficoltà.
Niente è sempre buono, sempre utile, sempre piacevole. Ogni cosa può essere buona, utile, piacevole solo in certe occasioni, per certe persone, a certe condizioni, e per un limitato periodo di tempo.
È raro che un essere umano riconosca i propri errori nei confronti degli altri se a causa di tali errori non riceve un danno abbastanza grave. Se li riconoscesse facilmente, li commetterebbe raramente.
Ben venga la carità, facciamo più carità. Ci sentiremo più buoni e non ci sentiremo in colpa per non aver fatto nulla di più costruttivo, intelligente, efficace e risolutivo contro i mali della società.
Il fatto che molte azioni che in passato erano considerate morali oggi sono considerate immorali implica che molte azioni che oggi sono considerate morali, in futuro potrebbero essere considerate immorali.
Tutto ciò che ci appare lo classifichiamo e valutiamo secondo i nostri schermi mentali e la nostra visione del mondo. La percezione e la valutazione morale sono dunque sempre soggettive, parziali, personali.
Berlusconi ha avuto successo non tanto per la sua intelligenza e la sua mancanza di scrupoli, quanto per il carattere immorale e servile della maggioranza degli italiani, che lui ha saputo sfruttare abilmente.
Per evitare di offendere qualcuno bisogna astenersi dall'esprimere giudizi morali o intellettuali. Se poi vogliamo renderci simpatici, allora dobbiamo adeguare la nostra morale a quella dei nostri interlocutori.
Sempre più persone, per non sentirsi in colpa, affermano che la colpa non esiste, che nessuno è colpevole, che il giudizio morale non ha senso, e che nessuno dovrebbe giudicare moralmente, né gli altri, né se stesso.
Quando si parla di morale, di sentimenti e di motivazioni, io non credo a ciò che la maggior parte della gente dice, anche se molti sono in buona fede (nel senso che ingannano se stessi prima di ingannare gli altri).
Il bene è cooperazione e sincerità. Il male violenza e inganno. Tra il bene e il male c'è la competizione, che può essere buona o cattiva. Quella buona rispetta regole convenute, quella cattiva è sregolata.
Il giudizio va sospeso quando non ci sono prove sufficienti per giudicare Una sospensione sistematica e incondizionata del giudizio è immorale in quanto l'etica è fondata sul giudizio.
Essere utile e non dannoso a me stesso e agli altri. Questo è il mio ideale, il mio obiettivo, la mia motivazione, il mio bisogno e desiderio, il valore più importante in cui credo. Ma non mi è facile raggiungerlo né praticarlo.
Un personaggio di Dostoevskij dice: «se Dio non esiste allora tutto è permesso». In realtà molte cose ci sono vietate nel senso che se le facciamo qualcuno ci punisce: gli altri, il nostro corpo, la nostra mente, il mondo fisico.
Ci sono individui che non riescono ad accettare il fatto di essere meno intelligenti o meno saggi di altri, e perciò cercano in tutti i modi di trovare lacune o contraddizioni in ciò che le persone migliori di loro fanno o dicono.
L'uomo è sempre stato, direttamente o indirettamente, consciamente o inconsciamente, influenzato da altri esseri umani. Questo assicura una certa moralità. Un uomo totalmente libero dalle influenze altrui sarebbe troppo pericoloso.
L'altruismo di un essere umano è utile alla sua specie e allo stesso individuo. Infatti se l'uomo smettesse di essere altruista (almeno in una certa misura) la specie umana si estinguerebbe dopo grandi sofferenze per i singoli individui.
Un proverbio dice che "il medico pietoso fa la piaga puzzolente". Lo stesso si potrebbe dire del filosofo e dello scienziato in cerca della verità, perché questa non ha nulla a che vedere con la pietà, né con la bontà, né con la bellezza.
La filosofia si divide in logica, etica ed estetica, che sono tra loro intrecciate. Infatti possiamo parlare di logica dell'etica, logica dell'estetica, etica della logica, etica dell'estetica, estetica della logica ed estetica dell'etica.
Il senso del dovere è una mistificazione. Infatti le cose le facciamo perché dal farle ci aspettiamo un piacere o perché dal non farle ci aspettiamo un dolore.
Nella religione cristiana si può peccare non solo con le azioni, ma anche con i pensieri, con i desideri e perfino con i sentimenti, ovvero anche senza volerlo. Idea geniale per impadronirsi delle menti dei fedeli e diffondere la schizofrenia.
Quanto più una persona è considerata libera, cioè dotata di libero arbitrio, tanto più essa può essere oggetto di giudizio morale. Infatti la negazione dell'esistenza del libero arbitrio induce alla tolleranza, alla comprensione, e alla compassione.
E' nelle emergenze e nei disastri che si evidenziano con i fatti le virtù e i difetti degli esseri umani. Siamo infatti tutti buoni, bravi, coraggiosi, altruisti e intelligenti quando la vita sociale si svolge nella norma e ci sono risorse per tutti.
Se offrissi ad un cane la possibilità di diventare magicamente un essere umano, lui non l'accetterebbe. Lo stesso vale per la maggioranza degli umani a cui offrissimo la possibilità di diventare, magicamente, migliori in senso morale e intellettuale.
Il fatto che esistano buoni cristiani non significa che il cristianesimo sia una cosa buona. Infatti, secondo me, i buoni cristiani sono buoni nonostante gli insegnamenti della Bibbia, ovvero per motivi indipendenti da ciò che è scritto nei libri sacri.
Il concetto di rispetto è generalmente visto come qualcosa di positivo, di buono. Eppure io credo che rispettare uno che si comporta male, evitare di giudicarlo, di accusarlo, di disprezzarlo, sia qualcosa di negativo, di cattivo, una forma di complicità.
L'intelligenza e la conoscenza non sono buone in sé, ma lo sono nella misura in cui contribuiscono alla soddisfazione dei nostri bisogni. Infatti esistono cattive intelligenze e cattive conoscenze, cattive in quanto causano sofferenze a certi esseri umani.
In questo
articolo si tratta della scoperta di differenze in dimensione e attività di un'area cerebrale connessa con l'altruismo.
Ci sono quattro categorie di piacere: il piacere estetico, il piacere etico, il piacere logico, e il piacere fisico. Bello è ciò che piace esteticamente, buono è ciò che piace eticamente, geniale è ciò che piace logicamente, voluttuoso è ciò che piace fisicamente.
Io penso che coloro che sconsigliano pubblicamente (direttamente o indirettamente) la vaccinazione anticovid siano moralmente responsabili delle morti e di gravi problemi di salute di persone che hanno rifiutato di farsi vaccinare in quanto influenzate in tal senso.
Ogni umano ha bisogno di parlare male di qualcun altro, di accusare qualcun altro dei mali della società, di affermare che qualcuno è moralmente peggiore di sé stesso. Altrimenti si potrebbe dedurre che lui è peggio di ogni altro e, in quanto tale, indegno della società.
Siamo tutti più o meno condizionati dalla paura conscia o inconscia che le nostre falsità, colpe, viltà, meschinità, brutture, sconfitte, asocialità e paure vengano scoperte, e che gli altri si accorgano che l'immagine sociale che mostriamo di noi stessi non è autentica.
Suppongo che molte persone si astengono dai rapporti sessuali extraconiugali non perché non li desiderino, o perché li considerino immorali, ma semplicemente perché, se il coniuge ne venisse a conoscenza, rischierebbero di perderlo. Insomma perché non ne varrebbe la gioia.
Non dobbiamo stabilire cosa sia bene o male in assoluto, ma di ogni cosa, di ogni opzione, capire per chi, dove e quando e in quale misura lo sia. Perché ciò che è buono per me ora potrebbe essere cattivo in un altro momento o in un'altra situazione, o per un'altra persona.
La verità è indipendente dalla moralità, nel senso che una persona buona può dire anche falsità così come una persona cattiva può dire anche verità. Per questo anche le persone cattive meritano di essere ascoltate e di ciò che dicono le persone buone è consigliabile diffidare.
Io posso fare al mio prossimo, e ottenere da lui, del bene e del male, cioè cose che procurano, rispettivamente, piacere e dolore. Quali sono i criteri e i meccanismi per cui un individuo fa del bene o del male al suo prossimo? Perché si fa del male? Perché non si fa solo del bene?
Non sono d'accordo col dare sempre ad altri la responsabilità dei mali della società. La società siamo noi, ognuno di noi, siamo tutti, chi più, chi meno, corresponsabili dello stato della società. Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi rivoluzione o progresso sociale.
Chi accusa qualcuno di arroganza è arrogante in quanto si arroga il diritto di giudicare l'altro arrogante e di sentirsi migliore di esso. In realtà siamo tutti arroganti nella misura in cui giudichiamo gli altri; tuttavia questa arroganza è indispensabile per il progresso morale e civile.
Nessun essere umano può vivere al di fuori di una comunità da servire e/o sfruttare. Il valore etico di un essere umano è direttamente proporzionale al suo servizio e inversamente proporzionale al suo sfruttamento della comunità. In formula matematica VALORE UMANO = SERVIZIO / SFRUTTAMENTO.
Ogni essere umano è per natura libero di essere stupido e ignorante nella misura in cui non danneggia altri umani, ma anche di difendersi dai danni che possono derivargli dal libero comportamento degli altri, e cercare perciò di porre dei limiti alla libertà altrui con la forza o altri mezzi.
Un problema della morale è che nessuno accetta di essere considerato immorale rispetto agli altri (cioè rispetto ad un impegno preso esplicitamente o implicitamente con altre persone). Alcuni credenti si considerano facilmente immorali rispetto a Dio, ma difficilmente rispetto ad altre persone.
Così ragiona l’inconscio:
- se il tuo bene comporta il mio male, o se il tuo male comporta il mio bene, allora voglio il tuo male;
- se il tuo male comporta il mio male, o se il tuo bene comporta il mio bene, allora voglio il tuo bene.
L'inconscio morale è un sistema automatico di sorveglienza che ci avverte, mediante la genereazione di ansia o panico, se stiamo facendo o pensando qualcosa di socialmente riprovevole. Purtroppo non spiega perché ha generato ansia o panico. Scoprirlo è compito della psicoterapia e dell'introspezione.
Tutti hanno la coscienza a posto anche i peggiori criminali. La psiche ha dei meccanismi di difesa (basati sull'autoinganno e la percezione selettiva) che fanno in modo, tranne rare eccezioni, che abbiamo sempre la coscienza a posto. Un posto privilegiato e inattaccabile nella nostra visione del mondo.
A mio avviso, il Nuovo Testamento è ormai troppo vecchio e inadatto ai nostri tempi. Infatti nessuno (nemmeno il clero) lo prende sul serio e tutti fanno il contrario di ciò che vi è scritto. È ora, a mio parere, che "uno bravo" scriva un nuovissimo Testamento che ci aiuti a vivere nella postmodernità.
Quanto più noi contribuiamo alla soddisfazione dei bisogni altrui, tanto più gli altri, in teoria, dovrebbero essere disposti a contribuire alla soddisfazione dei bisogni nostri. Tuttavia la contabilità dei contributi è sempre soggettiva, e spesso non c'è equilibrio tra il bene fatto e quello ricevuto.
L'uomo moderno ha rinunciato all'ìdea di un'etica condivisa e oggi siamo all'assurdo che ognuno ha un'etica soggettiva, "fai-da-te", il che toglie all'etica la sua ragione di esistere. Comunque, per definire un'etica occorre una profonda conoscenza della natura umana, cosa che oggi è alquanto rara.
Non dobbiamo chiedere ai politici di essere onesti (una pia illusione) ma agli onesti di occuparsi di politica dopo aver dimostrato di esserne capaci. Finché gli onesti si tengono fuori dalla politica limitandosi ad inveire contro i politici disonesti, questi continueranno indisturbati a fare i loro giochi.
Condividere dei valori e delle verità comporta il sottoporsi ad un corrispondente giudizio morale e intellettuale. Per questo molti sono per un pluralismo e relativismo filosofico, etico e culturale, ovvero per un fai-da-te morale in cui ciascuno si giudica come gli conviene sottraendosi al giudizio altrui.
I comandanti, i legislatori, i sacerdoti, gli insegnanti, gli intellettuali, i cerimonieri, gli istrioni, gli artisti, sono figure fondamentali nella società, perché definiscono le regole etiche ed estetiche del comportamento sociale senza le quali gli individui non saprebbero come interagire, e morirebbero.
Leggere un romanzo o una novella è allettante come spiare le vite di altre persone e leggere i loro pensieri senza essere accusati di violazione della privacy. D'altra parte, sapere come vivono e pensano gli altri ci è indispensabile per adattare i nostri principi morali allo spirito della società in cui viviamo.
Un essere umano non può decidere razionalmente cosa sia buono o cattivo, piacevole o spiacevole, bello o brutto, per se stesso e tanto meno per gli altri. È la natura che lo decide, e un essere umano può solo cercare di capire razionaomente cosa la natura abbia deciso a tal proposito per sé, e cosa per gli altri.
Se la società è miserabile, non è colpa degli atti criminali (che sono una minoranza degli atti umani), ma dell'idea molto diffusa che la morale debba consistere solo in divieti e non in obblighi. E' facile astenersi dal compiere crimini, difficile fare qualcosa di utile per la società al di là dei propri interessi.
In che misura abbiamo contribuito a causare le sofferenze altrui? In che misura possiamo alleviarle? In che misura consideriamo nostro dovere alleviarle? In che misura ci interessa alleviarle? In che misura le riteniamo giuste o meritate? In che misura ne godiamo? In che misura consideriamo nostro dovere porci queste domande?
L'edonismo, specialmente nella forma epicurea, comporta il curarsi del piacere altrui oltre che del proprio, e non solo del piacere fisico ma anche di quello mentale. Infatti il piacere si ottiene soprattutto attraverso una reciproca cooperazione con altri umani. Perciò l'etica edonista è allo stesso tempo egoista e altruista.
Molti discorsi servono solo a stabilire ciò che è buono e ciò che è cattivo, ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è vero e ciò che falso, ciò a cui si deve ubbidire e ciò a cui ci si deve ribellare, senza spiegare perché una cosa sia più o meno buona o cattiva, bella o brutta, vera o falsa, oggetto di obbedienza o di ribellione.
Avere successo, da un punto di vista umanistico, è riuscire a migliorare la vita di qualcuno senza peggiorare quella di nessuno. Più precisamente, è avere un bilancio positivo ponderando da una parte a quante persone, e in quale misura, abbiamo migliorato la vita e, dall'altra, a quante, e in quale misura, l'abbiamo peggiorata.
Purtroppo non conviene dire a una persona che è ignorante, stupida, falsa o cattiva, perché si offenderebbe e reagirebbe aggressivamente. Pertanto viviamo nella paura di giudicare, e di conseguenza rispettiamo la cattiveria, l’ignoranza, la stupidità e la falsità, con tutti i disturbi mentali e i problemi sociali che tale rispetto comporta.
Tutti i filosofi, tutti gli esseri umani, hanno detto cose buone, miste ad altre inutili o cattive. Purtroppo molti fanno l'errore di considerare tutto buono ciò che è solo parzialmente buono, e viceversa, tutto cattivo ciò che è solo parzialmente cattivo, confondendo la parte con il tutto. Questo errore si chiama idealizzazione e generalizzazione.
Un tempo l'uomo era più attivo, laborioso, morale, combattivo, progressista perché i regimi di un tempo erano autoritari, repressivi, dittatoriali, liberticidi, e la vita difficile per i più. Oggi la democrazia e la libertà, unite alle migliorate condizioni economiche, hanno reso l'uomo medio più pigro, irresponsabile, smarrito, depresso, demotivato.
Il tema dell'etica/morale è scottante perché consciamente o inconsciamente abbiamo tutti (o quasi) paura di essere giudicati immorali, e come tali emarginati. Perciò molti preferiscono non parlarne o liquidarlo citando il famoso "non fare ad altri...". Fare l'esame di coscienza è rischioso e complicato. Per i più è meglio parlare d'altro e fare altro.
Le miserie della nostra società non sono il risultato della lotta tra il bene e il male (vinta dal male), ma di lotte tra stupidità e intelligenze, tra diverse stupidità, tra diverse intelligenze e tra diversi egoismi. In questo quadro si formano alleanze e cooperazioni a fini competitivi. Una cooperazione senza fini competitivi è rara e perciò nobile.
Una morale completamente soggettiva non è una morale, è solo una personale strategia di vita. La morale (e il conseguente giudizio morale) riguarda per definizione regole di comportamento condivise tra almeno due persone.
Pertanto ci dobbiamo preoccupare del giudizio altrui, e dobbiamo giudicare gli altri, se vogliamo vivere moralmente.
Nessuna cosa è buona sempre. Ciò che oggi è buono, domani sarà noioso o insufficiente, e perciò non sarà ripetuto nella stessa forma o quantità, fatta eccezione per i riti, i comandamenti morali e le tradizioni popolari, in quanto forme imposte dalla comunità. Siamo dunque condannati a cercare continuamente nuove forme o maggiori quantità di bontà e di piacere.
Ogni umano, consciamente o inconsciamente, vorrebbe essere libero di fare qualunque cosa gli piaccia fare, senza limiti, e al tempo stesso, per la propria sicurezza e per una convivenza pacifica e produttiva, vorrebbe limitare la libertà altrui. Il mancato riconoscimento di uguali diritti e doveri a tutti gli esseri umani è un problema fondamentale dell'umanità.
Se una persona A pensa che un persona B gli abbia fatto un torto o si stia preparando a farglielo, A prova verso B un sentimento di rabbia e ostilità che B percepisce e normalmente ricambia con altrettanta rabbia e ostilità, specialmente se i sospetti di A non sono giustificati. Perché accusare ingiustamente qualcuno di atti o intenzioni ingiuste è un atto aggressivo.
Sulla Terra ci sono miliardi di persone. Non possiamo seguire né con gli occhi, né col pensiero le vite di tutti, la maggior parte delle quali sappiamo essere, a dir poco, miserabili. Dirigiamo allora la nostra attenzione dove la vista ci dà più piacere e meno dolore, e ci dimentichiamo dei più sventurati. Infatti la loro vista ci rattrista e noi non vogliamo essere tristi.
Ogni umano può, in una certa misura e in certe condizioni, soddisfare e/o frustrare ogni altro umano, ma non tutti gli altri umani. Deve decidere chi soddisfare e chi frustrare, in quale misura e in quali modi, e cosa fare e cosa non fare per ottenere soddisfazioni ed evitare frustrazioni da parte degli altri. Questa proposizione potrebbe costituire il fondamento di un'etica.
In questi giorni sto riflettendo sulle relazioni tra morale, competizione, conflitto, reazioni aggressive ecc. La buona gestione degli inevitabili conflitti (compresi quelli cognitivi) è importante per la buona vita. A mio parere, per ben gestire un conflitto bisogna salire di livello logico e ragionare in termini metaconflittuali. Rinunciare a confliggere non mi sembra utile.
Per non mettere in difficoltà il nostro interlocutore ed evitare di essere considerati arroganti, conviene nascondere le parti migliori di noi stessi, le nostre conoscenze, i nostri giudizi, le nostre opinioni, i nostri principi morali, le nostre differenze, le nostre abilità, le nostre superiorità e mostrare di noi solo ciò che l'altro può tollerare ed è in grado di apprezzare.
La scienza non si occupa di filosofia, mentre la filosofia si occupa di tutto, compresa la scienza. Perciò la filosofia si pone ad un livello intellettuale ed etico superiore rispetto a quello della scienza, anzi, rispetto a quello di ogni altro sapere. Resta da vedere se i filosofi hanno competenze sufficienti per valutare il sapere scientifico nei suoi aspetti intellettuali ed etici.
L'etica e la morale sono questioni intrinsecamente estremamente complesse, e se uno cerca di semplificarle fa un'operazione molto rischiosa. Marx diceva bene che "la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni.". E infatti il comunismo, che si è rivelato un inferno, era basato su buone e semplici intenzioni. Quanti danni ha fatto l'uomo nel voler semplificare una realtà complessa!
Uno dei peccati meno tollerati è quello di presunzione, ovvero presumere di conoscere la verità meglio del prossimo o di essere moralmente o intellettualmente più dotati di esso. La punizione consiste nell'antipatia. Perciò chi non vuole rendersi antipatico deve evitare di essere migliore del prossimo e, nel caso per disavventura già lo fosse, cancellare ogni traccia della propria superiorità.
Nulla ha senso in sé. Il senso alle cose lo danno gli umani, e ognuno a modo suo. Se la maggior parte della gente accettasse questo principio sarebbe possibile negoziare e mettersi d'accordo su cosa fare per il bene comune. Quando invece si pensa che esistano principi intellettuali, etici ed estetici assoluti e inderogabili, un accordo tra chi crede in verità diverse è praticamente impossibile.
Moralità non significa "seguire i precetti divini". Significa "ridurre la sofferenza". Per agire moralmente, non avete bisogno di credere in qualche mito o storia. Avete solo bisogno di sviluppare una precisa percezione della sofferenza. Se davvero capite come un gesto possa provocare inutile sofferenza a voi stessi o agli altri, sarà naturale astenervi dal farlo.
[Yuval Noah Harari]
Si fa presto a dire "migliorare", ma rispetto a cosa? Cos'è il buono? Cos'è il bene al di fuori dei luoghi comuni e religiosi? Io credo che oggi si parli troppo poco e male dei bisogni umani, del piacere e del dolore (in tutte le loro forme), che secondo me sono la misura di ogni etica e pragmatica. Limitarsi a dire che si tratta di cose soggettive non ci aiuta, anzi ci fa smarrire, ci confonde.
Nel profondo della psiche, e anche in superficie (ovvero nell'inconscio e nel conscio) vi è la constatazione della nostra totale dipendenza dagli altri, per cui non possiamo comportarci in modi che abbiano come conseguenza la nostra emarginazione sociale. Da questa constatazione di base derivano gran parte dei nostri comportamenti esteriori e interiori consci e inconsci, e i nostri sentimenti morali.
In ogni momento ogni essere umano deve stabilire (consciamente o inconsciamente) il grado ottimale di altruismo a cui attenersi a seconda delle circostanze, sapendo che troppo egoismo comporta il rigetto, e troppo altruismo lo sfruttamento, da parte degli altri. La difficoltà di tale compito è fonte di stress mentale e fisico, e comporta una certa mistificazione delle proprie reali motivazioni e intenzioni.
Ogni essere umano può contribuire alla soddisfazione dei bisogni di qualcun altro. Tuttavia non ha il dovere di farlo, né il diritto di ricevere contributi in tal senso, al di fuori di quanto stabilito nelle leggi dello stato di cui è cittadino.
D'altra parte ogni essere umano ha il diritto di scegliere le persone che desidera soddisfare e il modo e la misura in cui farlo.
L'etica è basata sul giudizio morale, ovvero sul giudicare se un'azione o un'intenzione è buona o cattiva. Se non giudichiamo gli altri e noi stessi, non applichiamo l'etica, e un'etica non applicata non serve a nulla. Quindi giudicare è un dovere morale. Dunque sospendere il giudizio morale è immorale, o amorale. Il problema allora è giudicare correttamente, con giustizia, con equità, non astenersi dal giudicare (a mio avviso).
Tutto ciò che avviene è, in un certo senso, giusto, anche le cose che ci addolorano o irritano, in quanto obbediscono alle leggi della natura. Potremmo dire che le leggi della nature siano ingiuste, ma dovremmo specificare rispetto a chi o a cosa, e perché. Nasciamo forse con qualche diritto naturale? Non esistono diritti naturali. I diritti si chiedono, affermano e concedono solo nella società e riguardano solo i rapporti sociali.
In teoria è "meglio soli che male accompagnati", ma la pratica dimostra che è "meglio male accompagnati che soli". Per superare tale contraddizione ignoriamo, minimizziamo, tolleriamo, accettiamo o consideriamo pregi i difetti dei nostri accompagnatori. Un'altra soluzione è quella di applicare i nostri principi etici solo all'interno dei gruppi di cui ci consideriamo membri, lasciando che si faccia qualsiasi male al di fuori di essi.
Anche quando siamo fisicamente soli, non lo siamo mai virtualmente. Infatti, per il nostro inconscio siamo sempre osservati e giudicati da altri. Siamo dunque virtualmente sempre in compagnia di altre persone, ed è importante capire chi esse siano e quali siano i loro criteri di giudizio (ovvero la loro morale) e quanto abbiamo bisogno della loro approvazione. Questo dovrebbe essere il compito di una psicoterapia.
C'è qualcosa che non mi è chiaro negli articoli e nei post che fanno appello ad un'assunzione di responsabilità ecologica e raccomandano cambiamenti di comportamento per migliorare la società e il pianeta. Non capisco se l'autore intende che anche lui si è comportato male e s'impegna a correggersi oppure se a correggersi debbano essere solo gli altri o i governi. In secondo luogo non capisco chi e come dovrebbe cambiare comportamento in pratica.
Per la mente emotiva i giudizi sono assoluti, cioè senza misura: uno è totalmente colpevole o totalmente innocente, totalmente giustificato o totalmente ingiustificato. La mente razionale, invece, misura il grado di colpevolezza di una persona e lo confronta con quelli di altre persone. In ogni umano la mente emotiva convive con quella razionale, ma in rapporti di potenza diversi da persona a persona. In alcuni prevale la mente emotiva, in altri quella razionale.
C'è bisogno delle sacre scritture per imparare che dobbiamo aiutarci l'un l'altro? Dobbiamo farlo perché ce lo chiede un rappresentante di Dio? Non riusciamo a capirlo da soli con la nostra intelligenza? Dobbiamo farlo perché se non lo facciamo andiamo all'inferno? Io ritengo che possiamo e dobbiamo emancipare la nostra etica dalle religioni. Siamo abbastanza intelligenti per costruire un'etica non basata su favolose rivelazioni divine ma sul buon senso e sulla scienza.
Se io ho il diritto di non amare alcuna persona, ogni persona ha il diritto di non amarmi. Occorre dunque chiederci se possiamo o dobbiamo concederci tale diritto, ovvero tale libertà.
Il cristianesimo ci obbliga ad amare gli altri come noi stessi, e ci fa sentire in colpa se non li amiamo.
Io penso che tale obbligo non sia sano né realistico, e che sia contro natura, anche per il semplice fatto che l'amore, come ogni sentimento, è involontario.
In quest'epoca di libertà morale ed economica sfrenate e di informazioni travolgenti, incontrollabili, irresponsabili, soverchianti, interessate, opportuniste, superficiali, parziali e ingestibili, dove la quantità, l'accessibilità e la disponibilità umiliano la qualità, dovremmo ancorarci a principi morali sicuri, stabili, oggettivi, e a fonti di informazione autorevoli e affidabili. Senza un'àncora siffatta, andiamo alla deriva, al naufragio, al disfacimento della civiltà.
Io sarei felicissimo se la maggior parte degli esseri umani seguissero realmente gli insegnamenti di Gesù, specialmente per quanto riguarda l'amore incondizionato verso tutti, compresi i nemici, e auguro a tutti i cristiani di riuscire a raggiungere tale obiettivo. Penso infatti che se questo avvenisse staremmo tutti meglio. Però vorrei avere il diritto di non seguire tali insegnamenti e non vorrei essere giudicato male dai cristiani per questo, né moralmente, né intellettualmente.
Quando si parla di morale, tutti hanno paura, consciamente o inconsciamente, di essere qualificati come immorali, o meno morali di altri. Per questo pochi amano parlare di morale.
“Io non critico e non voglio essere criticato”. Ho sentito questa frase, o qualcosa di simile, molte volte. Credo che rispecchi un atteggiamento molto diffuso, che non riesco a trattenermi dal criticare negativamente.
La critica è il motore del progresso civile e il fondamento della morale. Se nessuno criticasse il comportamento altrui vivremmo in uno stato di totale immoralità, anarchia e ignoranza.
Io penso che la sistematica o prolungata sospensione del giudizio (intellettuale e morale) pubblicamente espresso, sempre più in voga a tutti i livelli, sia una delle principali cause del declino (intellettuale e morale) della nostra civiltà. Siamo passati da un estremo all'altro, da un moralismo becero e bigotto ad un amoralismo sistematico, cioè all'idolatria della libertà di fare e di non fare, di pensare e di non pensare, di dire e di non dire, quello che ci pare, insomma, di farci solo i fatti nostri.
Il motivo per cui temiamo di essere accusati di immoralità è che in tal caso si perderebbe o si ridurrebbe la possibilità di cooperare con altri umani, che è qualcosa di cui noi umani abbiamo assolutamente bisogno e a cui non possiamo rinunciare. Quindi la morale non è fine a se stessa, ma serve a facilitare la cooperazione. Serve in realtà anche a favorire il soggetto nella competizione se è vero che esiste una "gerarchia morale" o del prestigio etico, che permette di accedere ai ranghi più alti della società.
La nostra mente tende a dare giudizi di valore in modo ternario e senza misura, nel senso che una cosa viene solitamente giudicata come (1) indifferente, oppure (2) buona, oppure (3) cattiva, mentre in realtà ogni cosa può essere in una certa misura indifferente, in una certa misura buona e in una certa misura cattiva, e le misure possono cambiare a seconda delle circostanze. Gli umani, infatti, si differenziano anche per la capacità, più o meno grande, di giudicare con misura, cioè relativamente e non assolutamente.
Vediamo l'etica democraticamente: Se la maggioranza della gente è cattiva, allora vale la regola che è giusto essere cattivi, anche se ciò ci porterà all'estinzione. Se invece i cattivi sono la minoranza, allora la maggioranza, avendo il potere, dovrebbe costringere i cattivi a smettere di esserlo o impedire loro di esercitare le loro cattiverie. E se i buoni, pur essendo maggioranza non sono capaci di imporsi rispetto alla minoranza dei cattivi, vuol dire che sono degli incapaci. Buoni e incapaci. Mi sfugge qualcosa?
Per migliorare la situazione sociopolitica non basta astenersi da comportamenti incivili e disonesti. Bisogna organizzarsi e impegnarsi alla base, al livello dell'elettorato. Ma ciò richiede tempo, fatica, sacrifici, intelligenza e studio. La maggior parte della gente non è disposta a pagare il prezzo del cambiamento, si aspetta che siano altri a impegnarsi (i politici in particolare) e per questo, di fatto, accetta le cose come stanno, limitandosi, a parole, a esprimere inutili proteste, aspettando l'Uomo della Provvidenza.
L'etica non dovrebbe essere basata su principi astratti ma sulla cognizione che ciò che facciamo ha una influenza sulla vita e il benessere o malessere, piacere o dolore degli altri. Quindi per comportarsi in modo etico occorre innanzitutto conoscere i bisogni altrui (oltre che i propri) e capire come funzionano le interazioni, ovvero il modo in cui ognuno percepisce e valuta il comportamento altrui e risponde ad esso. Dopodiché possiamo a ragion veduta scegliere come comportarci con gli altri, assumendocene la responsabilità.
Trovo interessante il fatto che i discorsi relativi alla morale sessuale riscuotano sempre un grande interesse e rivelino una marcata polarizzazione dei giudizi. Credo che ciò sia il sintomo di un problema che ci riguarda tutti e che né la modernità né la postmodernità hanno ancora risolto. In altre parole: la sessualità resta un grosso problema per la società in generale e per la nostra in particolare. Altri sintomi sono la diffusione e la vitalità della prostituzione e della pornografia dovunque non siano severamente proibite per legge.
Qual'è la cosa giusta da fare in questo momento? E' una domanda diversa da quelle molto più comuni del tipo: Cosa è giusto? Cosa è buono? Cosa è bello? Le tre parole "in questo momento" sono essenziali, rivoluzionarie, perché dicono che non esistono la giustizia assoluta, il bene assoluto, la bellezza assoluta. Ogni valore è relativo al momento, ovvero alla circostanza personale attuale, la quale è diversa da ogni altra passata e futura, perché il mondo, noi stessi, le nostre conoscenze, i nostri bisogni, sono in continua oscillazione ed evoluzione.
E' umano, molto umano cercare di dare all'altro la colpa del fallimento della cooperazione o della comunicazione. Lo fanno tutti, anche io. Credo che sia un meccanismo scritto nel DNA dell'Homo Sapiens.
Conosco infatti diverse persone che, non riuscendo ad ottenere un consenso alle proprie idee, accusano l'interlocutore di non cercare di dialogare costruttivamente, di non ascoltare, di non mettersi in discussione, di non essere aperto a nuove idee, di non essere capace di autocritica o addirittura di fuggire dal confronto ecc.
L'uomo ha bisogno di essere amato, ma essere amati non è un diritto, e amare non un dovere. Siamo liberi di amare e non amare chi vogliamo, ma non possiamo rinunciare ad essere amati. L'amore è un fenomeno selettivo, competitivo e a volte retributivo: questo fatto rende tragica e miserabile la vita per la parte dell'umanità perdente in amore. Alleviare le sofferenze delle persone meno amate (perché non hanno sufficienti risorse di amabilità o sufficienti probabilità di trovare persone congeniali) dovrebbe essere l'obiettivo principale di qualsiasi etica.
Ognuno desidera ardentemente essere approvato e apprezzato per come è, con tutte le sue virtù e tutti i suoi difetti. Ma come facciamo ad approvare e ad apprezzare persone che non ci piacciono? Persone la cui stupidità, ignoranza e/o cattiveria ci lasciano sgomenti? Questo è un grande problema dell'umanità. Potremmo chiudere gli occhi per non vedere i difetti altrui (così come li chiudiamo per non vedere i nostri) ma come possiamo vivere eticamente e progredire socialmente se non vediamo il male in noi e negli altri, e se consideriamo tutti ugualmente buoni e bravi?
Non è un caso che la parola 'male' sia usata per indicare sia una qualità morale deprecabile, sia una sensazione fisica di dolore. Lo stesso vale per la parola 'bene', usata per indicare sia una qualità morale lodevole, sia una sensazione di piacere. Non è un caso perché la morale non avrebbe ragione di esistere se non in funzione dei sentimenti di piacere e di dolore. Infatti fare del bene a qualcuno significa dargli un piacere immediato o i mezzi per ottenerlo, così come fare del male a qualcuno significa dargli un dolore immediato o fare in modo che possa soffrire in futuro.
Per quanto riguarda le polemiche contro il green pass, vorrei porre il problema come scelta etica e politica tra le seguenti due opzioni:
1) adottare il green pass che, riducendo i contagi e incentivando le vaccinazioni, comporta una temporanea e lieve limitazione della libertà individuale, e la salvezza di migliaia di vite umane e di posti di lavoro;
2) non adottare il green pass, evitando una temporanea e lieve limitazione della libertà individuale, e permettendo la perdita di migliaia di vite umane e di posti di lavoro che si potrebbero evitare grazie al green pass.
Dovremmo immaginare ogni persona (noi compresi) con al petto un cartello contenente cinque liste: "cosa chiedo", "cosa offro", "cosa sento", "cosa penso", "come funziono".
Al di fuori dei contesti giuridici, abbiamo tutti il diritto di dire falsità oltre che sciocchezze e cose irrilevanti.
Allo stesso tempo, in tutti gli altri contesti, abbiamo tutti il diritto di dichiarare falso, sciocco o irrilevante ciò che qualcuno dice, anche se corrisponde a verità ed è importante.
Di conseguenza, non abbiamo il diritto di adirarci e di reagire in modo aggressivo o offensivo verso chi dichiara che ciò che diciamo è falso, sciocco o irrilevante anche se siamo sicuri del contrario.
Una società in cui la maggioranza delle persone seguisse questi comandamenti sarebbe la migliore che possiamo immaginare. Non si tratta di un'utopia, infatti ci sono già molte persone che li seguono, anche se purtroppo sono una minoranza.
The Book of LIfe è una splendida idea del filosofo Alain de Botton, il cui obiettivo è diffondere una filosofia pratica, cioè applicabile da tutti per il miglioramento della condizione umana.
http://www.thebookoflife.org/an-updated-ten-commandments/
Noi vorremmo prendere una posizione "morale", indignarci verso i cattivi e i senza cuore, ma non possiamo considerarci innocenti. Siamo cattivi per procura, come quelli che non farebbero male ad una mosca ma mangiano animali uccisi da persone senza cuore. Infatti non siamo disposti a fare altri debiti (come stato) o a pagare più tasse (come cittadini) per aiutare e ospitare quei disperati così diversi da noi, e non vorremmo vederli intorno alle nostre case. L'empatia è inversamente proporzionale alla distanza e siamo favorevoli a qualsiasi soluzione che tenga quei miserabili lontani dai nostri occhi.
Chi vuole migliorare il mondo dovrebbe diventare editore web (oggi chiunque lo può fare a costo nullo) e fare pubblicità agli autori e alle opere che ritiene più utili al miglioramento del mondo e farli conoscere pubblicandone estratti significativi.
Così come la pubblicità sta distruggendo il mondo, la pubblicità potrà salvarlo.
Se milioni di persone facessero pubblicità a cose buone, questa pubblicità sarebbe più forte della pubblicità a cose cattive o inutili. Sarebbe un modo per diffondere i veri valori umani, non quelli che fanno gli interessi di qualche venditore o politico.
Ritengo che il rapporto di prostituzione, quando non sia forzato, illegale o pericoloso per la salute, sia uno dei più onesti che si possano avere tra due persone. Chiaro, sincero, esplicito, diretto, libero, senza impegno, con persone che si possono scegliere, soddisfa i bisogni o gli interessi di ambo le parti e dura finché le parti ne hanno voglia. Certo, non soddisfa tutti i bisogni umani di relazione, ma del resto nessuna persona può soddisfare tutte le esigenze di un’altra. E allora perché condannarlo? Suppongo che sia condannato per l’invidia, la gelosia, la frustrazione e la paura di chi non si sente libero di praticarlo.
Molte persone sono incapaci di distinguere il piacevole dal giusto e il doloroso dall'ingiusto e ritengono sistematicamente giuste le cose per loro piacevoli e ingiuste quelle per loro dolorose. Questa comune identificazione di qualità tra loro diverse, e un generale disinteresse per un esame razionale dei concetti di giustizia ed etica, sono tra le cause principali dello stato miserabile dell'umanità, perché la rendono incapace di costruire una società giusta. L'umanità potrà migliorare nella misura in cui l'uomo riterrà doloroso ciò che è ingiusto, e piacevole ciò che è giusto, ma una tale attitudine, oggi rivoluzionaria, è ancora molto rara.
E' interessante il fatto che, a volte, quando esprimo un giudizio morale negativo verso qualcuno o qualche categoria di persone, io venga accusato di voler sopprimere le persone che giudico male, come farebbe un nazista. Come se il giudicare comportasse automaticamente la condanna e l'esecuzione della pena. Molto interessante come fenomeno cognitivo e antropologico.
Tanto per chiarire: se io penso che una persona sia nociva, non significa che io ritenga giusto, opportuno o necessario rinchiuderla o limitarla in qualche modo. Io rispetto i diritti umani in generale, anche quelli di coloro che considero (a mio avviso) "nocivi".
Ogni essere umano è il centro di una rete di relazioni più o meno stabili con altre entità (esseri viventi, macchine, sistemi, informazioni, oggetti, materiali, alimenti, sostanze ecc.) con cui interagisce per sopravvivere, soddisfare le sue motivazioni (istinti, bisogni, desideri, curiosità ecc.), ottenere piaceri ed evitare dolori, secondo algoritmi parzialmente variabili memorizzati nel suo sistema nervoso.
Quanto detto vale anche per qualsiasi altro essere vivente dotato di sistema nervoso, mentre probabilmente solo negli algoritmi umani ci sono parti che riguardano la morale, la responsabilità e il senso di colpa propria e altrui.
Le religioni sono tipicamente dogmatiche e normative, nel senso che non permettono ai fedeli di pensare, in materia di religione e di morale, in modo difforme da quello delle autorità religiose, pena la stigmatizzazione di "peccatore".
L'ateismo è invece anti-dogmatico, per cui mentre i credenti sono uniti nella credenza nei dogmi della propria religione, gli atei sono disuniti dalla loro libertà di pensiero e di giudizio morale, libertà che consente una infinita varietà di posizioni.
In tal senso non può esistere una comunità fondata sull'ateismo. Ci deve essere un principio fondante positivo. Una non credenza non è sufficiente.
Secondo voi la nostra società ha bisogno di una nuova morale? Ha bisogno di rivedere, ridefinire e pubblicizzare i principi morali che dovrebbero regolare le interazioni interpersonali a tutti livelli, in pubblico e in privato? Oppure si è detto, scritto e pubblicato già abbastanza in tema di etica e morale e occorre semplicemente che le persone facciano ciò che sanno essere giusto o doveroso fare e non facciano ciò che sanno essere ingiusto o immorale fare? In altre parole, ritenete che la gente, in generale, abbia ricevuto una educazione morale sufficiente, e ne sappia abbastanza in tema di etica e morale per una convivenza e una cooperazione pacifica e gradevole?
Il linguaggio e la scrittura sono potentissimi strumenti di governo e di autogoverno, cioè di controllo e di autocontrollo. Essi permettono infatti di rievocare idee, ricordi, promesse e minacce, attrazioni e repulsioni, anticipazioni di piaceri e dolori, con dei segni.
Mediante tali mezzi l'uomo può fare grandi cose nel bene e nel male, cioè grande bene e grande male, molto bene e molto male, mentre gli altri animali sono molto limitati in tal senso. Per esempio, gli animali non umani non possono scatenare guerre tra popolazioni; infatti le loro guerre sono normalmente solo contro singoli individui (della loro o di altre specie).
Esistono due tipi di precetti morali: quelli che impongono di non fare certe cose, e quelli che impongono di fare certe cose. Il primo tipo può essere chiamato "morale negativa", il secondo "morale positiva".
L'uomo medio preferisce la morale negativa, perché è meno impegnativo astenersi da certe azioni piuttosto che impegnarsi in certe azioni, ed è più facile dimostrare di non aver fatto certe cose, piuttosto che di aver fatto certe cose.
Per esempio, è più facile evitare di uccidere una persone che aiutarla a vivere.
C'è da chiedersi se una morale solo negativa sia sufficiente per sostenere una società e impedire che essa si disintegri.
A mio parere, una delle caratteristiche che distinguono l'uomo dagli altri animali è la capacità di provare sensi di colpa, i quali possono essere più o meno giustificati e più o meno consci o inconsci.
I sensi di colpa possono essere suddivisi in due categorie: quelli verso Dio e quelli verso gli altri (ovvero verso la comunità di appartenenza o persone particolari). I primi sono dovuti soprattutto a insegnamenti cristiani; i secondi, quando non sono giustificati, sono dovuti soprattutto a insegnamenti di genitori conformisti e/o moralisti.
Quando i sensi di colpa sono inconsci, è impossibile capire in quale misura essi siano giustificati.
Ben nascoste nel profondo della nostra psiche, tra le tante nostre motivazioni ci possono anche essere tendenze sadistiche, che emergono senza freni di fronte a comportamenti criminali da parte di cerrte persone, come, ad esempio, in casi di pedofilia, di corruzione e di sadismo.
Infatti, i criminali più odiosi suscitano in molti di noi il desiderio di imporre loro punizioni violente, che li facciano soffrire il più possibile. Naturalmente diremo che la punizione serve come deterrente sia per i criminali stessi, sia per altre persone tentate da simili comportamenti. Tuttavia dietro tale giustificazione si può nascondere il piacere di infliggere sofferenze ad altri esseri umani.
- Ogni umano può fare del bene o del male agli altri consapevolmente o inconsapevolmente.
- Quasi nessun umano può sopravvivere e soddisfare i suoi bisogni senza la cooperazione degli altri.
- Ogni umano è libero di scegliere con chi interagire e con chi non interagire.
Questi dati di fatto costituiscono la base su cui costruire una morale razionale.
L'etica laica si fonda non sull'obbedienza agli editti di questa o quella divinità, ma piuttosto su una comprensione profonda della sofferenza. Per esempio, i laici si astengono dal commettere omicidio non perché alcuni libri antichi lo vietano, ma perché uccidere infligge una sofferenza immensa agli esseri senzienti. C'è qualcosa di profondamente problematico e pericoloso negli individui che evitano di uccidere soltanto perché "lo dice Dio". Costoro sono motivati dall'obbedienza più che dalla compassione, e ci si chiede cosa farebbero se qualcuno li inducesse a credere che il loro dio ordina di bruciare gli eretici, mandare al rogo le streghe, lapidare gli adulteri o uccidere gli stranieri.
[Yuval Harari]
La maggior parte della gente usa i termini "etica" e "morale" come sinonimi, tuttavia, per "morale" bisognerebbe intendere l'insieme delle consuetudini sociali legate ad una certa tradizione culturale o gruppo sociale, e per "etica" la riflessione razionale sul bene e sul male, cioè cosa debba considerarsi bene e male non in base a dei costumi particolari, ma in base a principi universali.
Parlando di etica occorre fare riferimento ai diritti umani universali. Si può allora dire che il male, in senso etico, consiste nella violazione dei diritti umani universali.
Parlando invece di morale, si può dire che il male consiste nella violazione delle norme morali vigenti in un certo gruppo sociale.
La gente ha bisogno di unirsi intorno a certe idee (ideologie, credenze, teorie, valori ecc.). Dato che la realtà è troppo complessa per essere comprensibile alle menti comuni, una quantità crescente di persone si unisce intorno a idee tanto semplici quanto false, riduttive e fuorvianti. Tali idee sono tuttavia molto efficaci nel conferire ai loro aderenti un senso di appartenenza ad una comunità di brave persone che resistono o lottano contro i responsabili dei mali della società, identificati in certi individui e gruppi, palesi o nascosti. Il fenomeno QAnon è un esempio di questa tendenza, che ci sta portando rapidamente verso una nuova forma di dittatura, sostenuta dalla democratizzazione dei mezzi di informazione e di comunicazione.
E' ovvio che se fossimo tutti più amorevoli e solidali verso il prossimo (in altre parole più altruisti e meno egoisti) la vita umana sarebbe più facile e più felice. Non c'è bisogno del Vangelo, né di filosofi (come ad esempio François Jullien) per capirlo. Il fatto è che, nonostante questa evidente e innegabile verità, la maggior parte della gente resta troppo egoista e non abbastanza solidale. Il problema allora è di capire il perché di tanta ostinazione egoistica, e se vi siano soluzioni per persuadere la persone che conviene anche a loro essere più solidali e amorevoli verso il prossimo. Bisognerebbe poi stabilire chi dovrebbe cambiare: noi stessi? Gli altri? Chi in particolare? Da soli o tutti insieme? Cosa dovremmo fare in pratica? ecc.
Chiediamoci perché discutiamo del caso, della libertà, della scelta, del libero arbitrio e del determinismo. Perché questi temi ci stanno a cuore? Perché ne va della nostra responsabilità morale. Questo è il vero problema: in quale misura siamo moralmente responsabili del nostro comportamento, cioè delle nostre scelte? La risposta a tale domanda condiziona le nostre opinioni sul caso, sulla libertà, sulla scelta, sul libero arbitrio e sul determinismo. Sono opinioni "affettive", in quanto influenzate dalla paura di sentirci responsabili delle nostre meschinità o di scoprire che nemmeno i peggiori criminali sono moralmente responsabili di ciò che sono e di ciò che fanno. Queste scoperte potrebbero sconvolgere la nostra visione del mondo e di noi stessi.
Ama il prossimo tuo come te stesso. Questa formula potrebbe essere la soluzione di tutti i problemi sociali, politici, etici ed economici. Potrebbe essere, come qualcuno crede, la chiave della felicità. Ma come si può amare chi ti odia, chi ti disprezza, chi non tollera la tua diversità né le tue qualità, chi non riconosce i tuoi diritti né le tue ragioni, chi ti ignora, chi ti calunnia, chi ti inganna, chi vorrebbe la tua sconfitta o il tuo annientamento, chi ti sta derubando, sfruttando, ferendo o uccidendo? Cosa otterremmo porgendo l'altra guancia? La bonifica del malvagio? L'illuminazione dello stolto? Questo fondamento del cristianesimo è l'ipocrisia di chi vuole dominare e sfruttare gli ingenui, e a tale scopo divide l'umanità in pecore e pastori.
I paradigmi filosofici del passato non sono in grado di affrontare l'attuale complessità scientifica, tecnologica, sociale, storica, politica (che include, ad esempio, il fallimento del fascismo e del comunismo e la crescente diffusione del populismo). Il fallimento dei paradigmi accademici favorisce uno sterile relativismo e un nichilismo distruttivo, disimpegnato e irresponsabile che sta causando il declino della nostra civiltà. Io credo che si possa uscire dalla attuale crisi intellettuale e morale attraverso una filosofia della complessità (E. Morin), una visione cibernetica e sistemica della vita (G. Bateson), una logica non aristotelica (A. Korzybski), una pragmatica neurologica dei sentimenti (A. Damasio) e una dialettica dei bisogni umani (L. Anepeta).
Il piacere è un'emozione associata alla soddisfazione di un bisogno, tranne nei casi di piaceri artificiali, cioè indotti da sostanze chimiche.
Il piacere viene sentito nel momento in cui un bisogno viene soddisfatto. Una volta saziato il bisogno, il piacere scompare per tornare quando il bisogno si risveglia e viene nuovamente soddisfatto.
Per quanto riuarda il dolore, ve ne sono di due categorie. Quello fisico (prodotto da lesioni o disfunzioni fisiche) e quello psichico. Quest'ultimo è sintomo di frustrazione di bisogni.
Se consideriamo i bisogni umani "sani" la misura di ogni valore, allora la ricerca del piacere e l'evitamento del dolore, propri e altrui, dovrebbero essere il dovere morale fondamentale.
Per quanto ho imparato dalle mie letture, ricerche e riflessioni psicologiche, suppongo che in ogni essere umano, senza eccezioni, ci sia una tendenza a giudicare moralmente ogni altro (più o meno positivamente o negativamente), ma questo giudicare è spesso rimosso e negato (in senso psicoanalitico), in quanto esprimere un giudizio morale può essere socialmente pericoloso e ritorcersi contro il giudicante. Io lo chiamo in tal caso "criptogiudizio morale".
Analizzando il linguaggio con una certa chiave di comprensione è possibile rilevarlo, anche se ben nascosto.
Secondo me dobbiamo avere il coraggio di esprimere giudizi morali esplicitamente, quando può essere è utile, ma il giudizio deve essere misurato e fondato sui fatti, non sulle presunte intenzioni.
Ci possono essere diversi motivi per cui una persona rifiuta il ruolo di "amante", tra i quali:
- perché l'attrazione per l'altra persona non è sufficientemente forte
- per motivi etici (per non fare del male al coniuge o ai familiari propri e altrui)
- per motivi religiosi (è peccato)
- per conformismo (timore del giudizio negativo altrui)
- per orgoglio (non accetta di essere il "secondo partner")
- per bisogno di possesso (vuole il controllo esclusivo del partner)
- per bisogno di certezza (preferisce non avere alcuna relazione piuttosto che beneficiare di un legame non garantito)
- per timore di malattie sessualmente trasmissibili
- ecc.
A mio parere, l'etica si può fondare sulle seguenti categorie: l'utile, l'inutile, il piacevole, il doloroso, il costruttivo, il distruttivo, il vero, il falso, il completo e l'incompleto.
Tali categorie sono sempre relative ad uno o più beneficiari che, ai fini dell’etica, possono essere un individuo, una comunità di individui e una specie biologica.
In tale contesto, il male consiste principalmente, a mio avviso, nell'inganno, cioè nel presentare l'inutile come utile, il distruttivo come costruttivo, il doloroso come piacevole, il falso come vero, l'incompleto come completo e viceversa, cioè nel presentare l'utile come inutile, il costruttivo come distruttivo, il piacevole come doloroso, il vero come falso, e il completo come incompleto.
Imita il prossimo tuo migliore di te. Questo potrebbe essere il motto di una nuova, e apparentemente semplice etica. Tuttavia il significato di “migliore” (cioè di "buono") è vago e soggettivo. Per di più si tratta di un aggettivo comparativo e gli umani non amano essere giudicati e tanto meno confrontati con altri se c’è il minimo rischio che il giudizio sia loro sfavorevole. Il risultato di questa impasse etica è che ciascuno pensa di essere quanto di meglio possa diventare, di fare quanto di meglio possa fare, e non è spinto a migliorare e a fare meglio. Di conseguenza la società non migliora eticamente a meno che non vi sia costretta da forze politiche o religiose, o da un aumentato benessere materiale, dal momento che l’egoismo e la malvagità sono direttamente proporzionali alla scarsità di risorse disponibili per tutti.
L'uomo sa (quasi sempre) cosa gli piace e cosa gli dispiace ma non sa perché certe cose (attività, persone, idee, oggetti ecc.) gli piacciono e certe altre gli dispiacciono, né vuole saperlo, anzi, ha paura di saperlo.
L'uomo ha infatti paura di mettere in discussione il suo essere, la sua personalità, le logiche e i meccanismi inconsci alla base delle sue strutture mentali, dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti, del suo comportamento e della sua moralità. Insomma, ha paura di mettere in discussione la sua dignità sociale.
Il motivo di tale paura è che, nel profondo, nessuno può avere la certezza di essere totalmente innocente e socialmente accettabile.
Ciò che non si conosce non può essere messo in discussione. Perciò per i più è meglio non conoscere il perché dei propri piaceri e dei propri dispiaceri.
Sin dalla nascita, ogni umano impara i processi del premio e del castigo. Ben presto il neonato (e ancor più il bambino) capisce che si comporta "bene" sarà premiato e se si comporta "male" sarà castigato, laddove i concetti di bene e male, e i tipi di premio e di castigo, variano da cultura a cultura, da famiglia a famiglia. Il comportamento oggetto del premio o castigo è sia quello pubblico che quello privato, per cui anche quando il bambino è solo si sente osservato da una specie di dio o di grande fratello che collabora con i suoi genitori. Questo precoce "addomesticamento", che ben presto diventa automatico, involontario e inconscio, è il vero fondamento della morale e fonte di emozioni piacevoli o spiacevoli corrispondenti all'anticipazione o aspettativa del premio o del castigo. Questi meccanismi, una volta divenuti automatici e inconsci, permangono anche in età adulta.
Ogni essere umano ha due anime: una cooperativa e una competitiva. La prima tende ad aiutare il prossimo, la seconda a sottometterlo per soddisfare i propri bisogni e desideri.
Le due anime sono spesso in lotta tra di loro per dirigere il corpo in cui agiscono. Ognuna vorrebbe mettere l'altra a tacere.
Nelle culture impregnate di religione l'anima competitiva tende normalmente a nascondersi o a dissimularsi per agire indisturbata, quella cooperativa tende a fare mostra di sé per rassicurare gli altri e ottenerne la benevolenza.
Infatti, ognuno di noi tende a mostrare le proprie anime agli altri e a se stesso enfatizzando quella cooperativa e minimizzando quella competitiva. In tal senso siamo tutti manipolatori e manipolati, consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente.
Il messaggio cristiano è semplice, direi quasi banale: siate cooperativi e non competitivi, altruisti e non egoisti. Il problema riguarda il motivo per cui dovremmo esserlo. Non perché ciò sia conveniente per il bene comune e per il progresso civile, ma perché ce lo chiede il Dio della Bibbia. Come se, senza tirare in ballo Dio (col suo premiare e castigare), l'uomo non fosse capace di agire moralmente, e non avesse interesse a farlo. Gesù aveva dunque una pessima opinione del genere umano. Un altro problema è quello della misura. Infatti Gesù non dice che dobbiamo essere altruisti e cooperativi in una misura sufficiente, ma dobbiamo esserlo in misura illimitata, al punto che, se qualcuno ci colpisce dobbiamo porgere l'altra guancia, e dobbiamo evitare di arricchirci, perché ai ricchi è precluso il regno dei cieli. Principi interessanti per chi sa che non avrà mai la possibilità di arricchirsi o di difendersi.
L'uomo medio ha verso la morale un atteggiamento opportunista in quanto non cerca di essere morale per amore della morale, ma solo quanto basta per non essere escluso dalla comunità.
L'uomo medio classifica come santi coloro che sono estremamente morali, mettendoli in una categoria speciale, quella delle persone con cui non si può competere moralmente.
L' uomo medio presume che solo i santi siano più morali di sé.
Più precisamente, per l'uomo medio ci sono tre categorie di persone: i santi, i normali, e gli immorali. I normali non cercano di migliorare moralmente, a loro basta essere non meno morali della media degli altri.
Per questo l'uomo medio, che appartiene alla categoria dei normali, gode quando può accusare qualcuno di essere meno morale di sé, e non ama coloro che sono più morali di sé, a meno che non si tratti di santi, essendo questi fuori gara.
Non è vero che cerchiamo la verità e la giustizia, come crediamo e vorremmo far credere. In realtà cerchiamo di soddisfare i nostri bisogni e desideri anche al costo di essere falsi e ingiusti. L'uomo ha bisogno di essere amato, rispettato, accolto, protetto, aiutato, accudito, servito, ma non ha bisogno di amare, rispettare, accogliere, proteggere, aiutare, accudire, servire. Ha bisogno di diritti, non di doveri, di dominare, non di essere dominato, della propria libertà, non di quella altrui, di usare gli altri, non di essere usato da loro. Ma queste verità sono nascoste, mistificate, dissimulate a noi e agli altri. Siamo infatti molto più egoisti di quanto siamo disposti ad ammettere. Perciò, se vogliamo essere meno egoisti e più rispettosi dei bisogni e dei desideri altrui, dobbiamo prima di tutto capire e riconoscere la vera misura del nostro egoismo, e non sentirci assolti solo perché qualcuno è più egoista di noi.
Mi pare che in fatto di etica esistano due tendenze opposte che io chiamo
etica dell'obbedienza ed
etica della libertà.
L'etica dell'obbedienza consiste nel comportarsi in modo da obbedire a dei principi stabiliti da altri (come un capo, una religione o i propri sentimenti o passioni). L'etica della libertà consiste invece nel determinare il proprio comportamento in base ad un ragionamento libero da condizionamenti sociali o emotivi.
L'etica dell'obbedienza è deresponsabilizzante nel senso che assegna all'oggetto dell'obbedienza (l'autorità politica, religiosa, culturale o ai propri sentimenti) la responsabilità del comportamento, e considera immorale solo la disobbedienza, la ribellione o il tradimento.
L'etica della libertà è invece responsabilizzante in quanto il soggetto non può attribuire ad altri che alla propria libera coscienza e volontà la responsabilità delle proprie scelte.
All’inizio l‘etica consisteva in una logica religiosa del tipo “se obbedisci a questi comandamenti divini sarai felice, altrimenti sarai infelice in questa vita e per l’eternità.”
Poi, man mano che la religione veniva sostituita dalla filosofia, la logica cambiava in “se pensi e ti comporti secondo questi principi filosofici sarai felice, altrimenti sarai infelice (in questa unica vita)”
Ora, man mano che la filosofia viene accompagnata dalla scienza, la logica cambia in “se interagisci con gli altri in certi modi godrai, se interagisci con gli altri in certi altri modi soffrirai (in questa unica vita)”.
Insomma, col progresso della conoscenza si passa dall'obbedienza a certi dèi o a certi princìpi, alla pratica di relazioni e interazioni in certi modi.
Certe persone si credono i salvatori del mondo. Pensano che se tutti si comportassero come loro la società sarebbe buona e giusta e tutto andrebbe per il meglio. Non capiscono che per migliorare il mondo non basta non fare del male ma occorre lottare attivamente contro di esso, ovvero contro le persone che lo causano. Ma i salvatori del mondo sono pacifisti e rifiutano ogni lotta materiale, e aspettano che i malvagi si ricredano grazie al loro esempio.
Poi ci sono gli attivisti che si battono contro il male scegliendo alcuni "nemici del popolo" e facendo cortei di protesta contro di loro. La lotta consiste dunque nell'affermare in pubblico, e ad alta voce, la loro inimicizia verso i nemici del popolo, aspettando che altri seguano in massa il loro esempio, così che i malvagi rimangano isolati e smettano di fare del male. Oppure si aspettano che il governo, impressionato dalle loro marce, risolva il problema, non si sa e non importa come.
"Osservando sul luogo le magnifiche costruzioni che quell' uomo creò [il Palladio], e vedendole lordate dai bassi e triviali bisogni degli uomini, vedendo di quanto i progetti sopravanzassero per lo più le forze degli esecutori materiali, e come questi splendidi monumenti di un elevato spirito umano mal si adattino alla vita comune, non si può non pensare che lo stesso avviene per ogni cosa; poca gratitudine si ottiene infatti dagli uomini quando si cerca di innalzare le loro intime esigenze, di dar loro una grande idea di se stessi, di farli capaci della bellezza di un'esistenza autentica e nobile. Ma se li si incanta con le frottole perché possano tirare avanti giorno per giorno, se insomma li si peggiora, allora si è ben accetti; e perciò la nuova epoca si diletta di tante scipitaggini. Dico questo non per denigrare i miei amici; dico solo che gli uomini sono così e che non c'è da mervigliarsi se tutto va come va'" . [Johann Wolfgang Goethe da "Viaggio in Italia"]
A mio avviso, le competizioni più diffuse e importanti tra gli umani, da quando esiste la cultura, sono quelle intellettuali ed etiche. Intendo dire che ognuno cerca di occupare la posizione più alta che gli è possibile nelle gerarchie dell'intelligenza e della morale, e a tale scopo e in tali campi cerca di mostrarsi per quanto possibile non inferiore rispetto agli altri membri della comunità di appartenenza.
Di conseguenza, normalmente le persone non amano la compagnia di chi si dimostra più intelligente e/o più buono di loro. Lo trovano antipatico e cercano di screditarlo ad ogni occasione, anche mediante calunnie e critiche infondate.
Quei pochi che vengono riconosciuti come più intelligenti e/o più buoni a causa di prove indiscutibili possono essere accettati come leader o modelli di virtù, ma difficilmente come compagni, poiché metterebbero inevitabilmente in evidenza l'inferiorità e i difetti di coloro con cui interagiscono.
Si fa presto a dire “ti voglio bene”. Ma cosa significa veramente? A quante persone possiamo voler bene simultaneamente, e in quale misura? E come si può dimostrare o misurare il bene che una persona “vuole” ad un’altra? La benevolenza è qualcosa che si può dare e ricevere da una persona ad un’altra, quindi possiamo parlare di “economia della benevolenza”, in modo analogo all’economia generale, cioè allo scambio di beni e servizi.
A tale riguardo ci sono altre questioni, come le seguenti. La benevolenza (cioè il voler bene) è volontaria o involontaria? Siamo liberi di volere bene e di non voler bene a chi ci pare e quanto ci pare? In altre parole, la benevolenza è un dovere morale e di conseguenza un diritto?
Il fatto è che ogni umano ha bisogno che un certo numero di persone gli vogliano bene, e soffre quando la benevolenza che riceve è inferiore a quella di cui ha bisogno. In conclusione, se la benevolenza non è un dovere né un dovere, allora è una questione di fortuna!
Se vi dicessi che avete un debito o un colpa verso di me o verso altre persone (o verso la società in generale) reagireste molto probabilmente con irritazione e ostilità. Infatti i debiti non pagati e le colpe non espiate costituiscono per gli esseri umani situazioni pericolose, in quanto minano la dignità sociale dei soggetti, ovvero la loro appartenenza (in condizioni di uguaglianza di diritti) alla comunità di riferimento.
Se la definizione dei debiti e dei crediti è normalmente semplice (specialmente se si tratta di transazioni finanziarie documentate), quella delle colpe e dei meriti è complessa e difficile da dirimere. Ciò è dovuto soprattutto alla soggettivitò dei principi morali e della loro interpretazione.
Anche per questo motivo molti preferiscono non discutere di etica o di morale: perché c'è sempre il rischio di scoprirsi colpevoli in qualcosa. Anzi, direi che solo coloro che si sentono molto meritevoli e per nulla colpevoli di alcunché amano parlare di moralità.
Se le religioni vengono abbandonate senza averle prima sostituite con principi morali alternativi e altri strumenti di coesione sociale, allora meglio le religioni, anche se anacronistiche, piuttosto che il vuoto morale e l'aridità sociale. Dunque la questione per me è se sia possibile una morale non basata su rivelazioni e concetti soprannaturali o mmagici, ma su principi filosofici, psicologici e scientifici che tengano conto della natura umana, specialmente nei suoi aspetti emotivi, anche alla luce delle scoperte neuroscientifiche più recenti. Io spero nella venuta non di un nuovo messia, ma di un nuovo filosofo/scienziato che ci porti la soluzione del problema. In alternativa, spero nella formazione di una nuova religione accettabile dalla maggioranza della popolazione dei paesi sviluppati, scevra da quegli aspetti deleteri e inaccettabili che causano in molti il rifiuto delle religioni convenzionali. Nell'attesa, che ognuno creda in ciò che vuole, purché non cerchi di imporre agli altri le sue credenze.
Io penso che dovremmo smetterla di avere un incondizionato rispetto e tolleranza per ogni e qualsiasi essere umano a prescindere dal suo comportamento e dalle sue opinioni e credenze. Questo atteggiamento, secondo me, nuoce all'umanità perché dà troppo agio, e incoraggiamento ad attuare i loro propositi, a masse di persone pericolose per la società e per l'ambiente naturale a causa del loro particolare assetto psichico. Infatti queste persone non vengono sufficientemente ed esplicitamente criticate, né dalla gente in generale né dalle autorità politiche, religiose e intellettuali, che cercano la loro benevolenza. A mio parere è dunque necessario stabilire, a livello accademico e filosofico, dei parametri universali di salute mentale e di qualità etica basati sulla scienza in generale, le neuroscienze in particolare, e la ricerca umanistica più evoluta, e valutare le persone rispetto ad essi. Ogni essere umano ha uguali diritti, ma nessuno dovrebbe essere immune da critiche dai punti di vista etico, psichico ed ecologico.
La guerra è follia e/o stupidità, ma se un folle o uno stupido ti fa la guerra cosa fai, non reagisci per amore della pace? E se vedi due che si fanno la guerra, pensi che siano entrambi nel torto e con questa scusa non aiuti nessuno dei due?
Quando due persone o due nazioni si fanno la guerra, molto spesso ognuna delle parti ha delle colpe, ma queste non sono mai esattamente equivalenti. Una delle parti è sempre più colpevole dell'altra. Il problema è che ciascuna parte vede solo le colpe dell'altra e non le proprie, o amplifica le colpe altrui e minimizza le proprie.
Chi scatena una guerra lo fa presumendo che la vincerà. Ma a volte quella presunzione non si avvera. Infatti perdere una guerra significa anche dimostrare di aver sbagliato una previsione.
La ricerca del "più colpevole", o del "meno innocente", è importante da un punto di vista etico (se uno ci tiene a vivere eticamente). Nel caso della presente guerra russo-ucraina il meno innocente è Putin, su questo non ho dubbi.
Di solito, quando si parla di etica s'intendono regole di comportamento a senso unico, vale a dire obblighi e divieti verso gli altri, indipendentemente dal comportamento altrui verso noi stessi. Ma un'etica che mi impone di essere buono con qualcuno anche se questo è cattivo con me o se questo mi ignora, non ha senso, e non è credibile.
Io ritengo, infatti, che un'etica credibile e praticabile debba tenere conto anche del comportamento altrui nei propri confronti, in quanto la vita sociale consiste in un vitale scambio di beni e servizi (materiali e immateriali) tra esseri umani. In tal senso, il comportamento di ciascuno dovrebbe essere tale da influenzare vantaggiosamente quello degli altri nei propri confronti.
In altre parole, io devo essere buono con gli altri e devo servirli in qualche modo, se voglio che gli altri siano buoni con me e che mi servano in qualche modo. Questa logica dovrebbe essere il fondamento di un’etica laica, razionale, efficace, credibile e praticabile per il bene comune.
Beati gli stupidi, perché non sanno di essere tali.
Beati i ricchi, perché la felicità è costosa.
Beati i belli, perché la bellezza convince.
Beati gli allegri, perché l’allegria scioglie la tensione.
Beati i liberi, perché possono scegliere tra più opzioni.
Beati gli amati, perché l’amore è il motore della vita.
Beati i saggi, perché sanno come soffrire di meno e godere di più.
Beati i sani, perché la malattia riduce la vita.
Beati i forti, perché sono più rispettati e sanno meglio difendersi.
Beati i curiosi, perché non si annoiano mai.
Beati i creativi, perché possono cambiare il mondo.
Beati gli scettici, perché si fanno imbrogliare di meno.
Beati i colti, perché possono parlare con le persone più diverse.
Beati gli intelligenti, perché possono capire più cose.
Beati i sicuri di sé, perché non si fanno abbattere dalle critiche e dalle offese.
Beati coloro che soddisfano i propri bisogni soddisfacendo quelli altrui.
Siamo servi dei nostri desideri e delle nostre paure. Tuttavia senza di essi e senza di esse saremmo morti. Perciò abbiamo paura di non avere, e desideriamo avere, gli uni e le altre. Ma possiamo anche avere paura dei nostri desideri e/o delle nostre paure.
Desideri e paure sono involontari, ma possono essere stimolati e provocati mediante certe attività inventate a tale scopo, come la pornografia, gli sport estremi, l'agonismo. certi spettacoli e certe forme d'arte.
Ogni desiderio comporta la paura di non realizzarlo, così come ogni paura comporta il desiderio di scampare ad essa.
La vita è un miscuglio improvvisato, un gioco, una tragicommedia di desideri e di paure. Anche l'umorismo fa leva sui nostri desideri e sulle nostre paure, spesso inconfessabili.
Infatti l'effetto umoristico si produce quando una sottile paura si trasforma improvvisamente (per un cambio di contesto) nella soddisfazione di un sottile desiderio. Quanto più i desideri e le paure di cui si nutre una battuta umoristica sono immorali e nascosti, tanto più essa è raffinata ed efficace.
Dagli altri ci arriva sia il bene che il male, in modi spesso intricati, sofisticati, nascosti, falsi e mistificati.
Anche da una stessa persona, anche da quella a noi più cara, ci possiamo aspettare sia il bene che il male in varie forme, ed è importante riconoscere e distinguere le due qualità nelle relazioni e nelle interazioni.
Assecondare gli altri può comportare direttamente o indirettamente la soddisfazione e/o la frustrazione dei nostri bisogni e desideri, così come noi possiamo contribuire direttamente o indirettamente alla soddisfazione e/o alla frustrazione dei bisogni e desideri altrui.
Tutto ciò è dovuto all'interdipendenza umana, al bisogno di cooperazione e all'istinto di competizione.
Ogni umano ha qualcosa di buono e qualcosa di cattivo da darci. Non dobbiamo fare l'errore di vedere in una persona, in un gruppo, in noi stessi, solo il bene o solo il male.
L'arte di vivere consiste nel gestire i rapporti con gli altri in modo da ottenere da essi il maggior bene e il minor male possibile.
Accusare o non accusare, questo è il dilemma. Perché accusare qualcuno di un misfatto significa attribuirgli responsabilità e colpe, sfidarlo e condannarlo (almeno come desiderio) a subire certe punizioni.
Di conseguenza, accusare qualcuno comporta aspettarsi reazioni ostili dall'accusato e da tutti coloro che hanno tenuto comportamenti simili (tra cui forse lo stesso accusatore). Perché la punizione (inflitta o auspicata) implica sempre una violazione dell'integrità e/o della libertà della persona dell'accusato.
Accusare qualcuno significa inoltre richiedere la sua esclusione dalla comunità di appartenenza finché l'imputato non avrà confessato il misfatto, pagato la pena ed espresso il pentimento in modo credibile.
Un'accusa costituisce sempre una rottura della pace e della coesione sociale, cose di cui abbiamo tutti bisogno. Perciò accusare qualcuno è un atto che va, in parte, contro l'interesse dell'accusatore.
Insomma, pensiamoci bene prima di accusare qualcuno di qualche misfatto, prima di scagliare la nostra pietra contro di lui.
Quasi nessuno tollera di essere considerato intellettualmente e/o moralmente inferiore ad un altro in quanto individuo o in quanto membro di un certo gruppo o di una certa categoria di persone. Questo fatto è illogico e funesto perché porta a credere che gli esseri umani abbiano tutti uguali capacità intellettuali e morali, cosa evidentemente falsa e assurda.
Il fatto che sia difficile, se non impossibile, misurare oggettivamente il livello intellettuale e quello morale di una persona, non implica che che quel livello sia uguale per tutti. Tuttavia molti confondono l’uguaglianza dei diritti politici e della dignità umana (che qui non sono in discussione) con l’uguaglianza delle capacità e delle qualità dei comportamenti, inficiando, tra l’altro, le politiche meritocratiche sia nella pubbliche amministrazioni che nelle organizzazioni private.
In conclusione, l’arroganza, la presunzione, la tracotanza sono più in coloro che non si considerano inferiori a nessuno, che in coloro che si considerano superiori a qualcuno.
Chi si sente moralmente migliore di un altro, e lascia trasparire tale sentimento, è generalmente considerato arrogante, e, in quanto tale, viene disprezzato dai più.
Di conseguenza, a chi è effettivamente moralmente migliore, conviene nascondere la propria superiorità morale.
Molti sostengono che nessuno possa essere giudicato moralmente migliore di qualcun altro (forse per timore di essere accusati di inferiorità morale o di arroganza). Questo fatto demotiva le persone a migliorare in senso morale.
L’idea che nessuno sia capace di valutare il grado di moralità proprio e quello altrui (e quindi di compararli) è errata, in quanto la moralità non potrebbe esistere se nessuno fosse in grado di riconoscerla e valutarla in se stessi e negli altri.
Detto questo, è ovvio che ci siano persone che si sopravvalutano e altre che si sottovalutano dal punto di vista morale, e che perciò siano necessari un’educazione morale e lo studio dell’etica.
Anche nella sfera civile c'è un peccato originale che riguarda tutti gli esseri umani. Il fatto di essere nati homo sapiens, cioè un animale completamente dipendente dagli altri, implica dei doveri verso il prossimo, che tendiamo a disattendere per amore della nostra libertà individuale.
Non si fa mai abbastanza per il bene comune perché ancora di più ci interessa quello personale. Soprattutto, si fa troppo poco per combattere i mali della società e le loro cause. Per questo siamo costantemente nel peccato civile e, per evitare l'angoscia che esso ci provoca, lo rimuoviamo nell'inconscio.
Tuttavia, dal momento che i mali della società sono sotto gli occhi di tutti, non possiamo fare a meno di accusare qualcun altro di esserne responsabile. Viviamo quindi in una situazione di falsità permanente, cercando di dimostrare di avere più meriti che demeriti rispetto alla società e di non essere corresponsabili dei suoi mali,
Vedi anche Il problema (e la paura) della responsabilità.
La vita sociale è un immenso groviglio di conflitti di interesse a tutti i livelli: individuale, familiare, professionale, corporativo, politico, economico, religioso, accademico, culturale, nazionale, internazionale, che è causa di enormi squilibri nella distribuzione dei beni, dei poteri e delle conoscenze. A causa del progresso teconologico, della globalizzazione e della finanziarizzazione dell'economia, tali squilibri tendono ad accentuarsi, soprattutto a causa della sudditanza del potere politico rispetto a quello finanziario e del fatto che computer e robot possono sostituire enormi quantità di lavoratori dando luogo a disoccupazione e riduzione di salari con conseguente diminuzione dei consumi e fallimento di industrie e attività economiche. Siamo ormai in un circolo vizioso che potrà essere arrestato solo superando i conflitti di interesse particolari in nome di un comune interesse a livello planetario: l'interesse dell'umanità. Perché questo possa avvenire è necessario che il senso di appartenenza a particolari comunità sia sostituito dal senso di appartenenza all'umanità universale, le cui caratteristiche sono da ridefinire superando le mistificazioni culturali causate nel corso della storia dai vari conflitti di interesse.
Una delle cose più importanti per un essere umano, ovvero un suo bisogno fondamentale, è quello di evitare di essere oggetto di giudizi negativi da parte degli altri, sia sul piano morale che su quello intellettuale.
Ne consegue che qualunque idea che possa direttamente o indirettamente mettere in discussione il carattere morale e intellettuale di una persona, o discordare con la sua visione del mondo, viene da quella persona consciamente o inconsciamente osteggiata a priori e in blocco, sia a livello cognitivo che emotivo, in modi che vanno dall'antipatia all'accusa di incompetenza, a quella di arroganza, alla ricerca di difetti caratteriali nell'interlocutore, fino alla reazione aggressiva.
Ciò significa che per interagire in modo cooperativo e non violento con una persona occorre evitare di esprimere idee contrastanti (direttamente o indirettamente) con la sua visione del mondo.
Infatti, all'uomo non interessa la verità in assoluto, ma solo gli elementi di verità compatibili con la propria autostima, ovvero da cui si evince che la loro personalità è buona e giusta e quindi degna di stima. Tale interesse guida le persone nella scelta degli autori da leggere o non leggere, e delle persone da frequentare o ignorare.
Discutere di morale è rischioso perché la morale consiste nel giudicare come più o meno buono o cattivo il comportamento degli esseri umani, e, di conseguenza, la definizione di una morale implica che ognuno sia giudicato secondo la morale stessa.
Il giudizio morale può essere più o meno favorevole per ciascuna persona, e un giudizio morale sfavorevole implica conseguenze negative (cioè punizioni) per chi ne è affetto. Le punizioni morali consistono nell’emarginazione, nel disprezzo o nella repulsione verso chi si comporta in modo “immorale” da parte di coloro che si comportano “moralmente”.
La punizione morale fa talmente paura (consciamente o inconsciamente) che piace parlare di morale (di una certa morale) solo a coloro che si sentono conformi ad essa, o da essa assolti, mentre gli altri (i non assolti) considerano il discorso morale una minaccia, un atto di ostilità nei loro confronti, un pericolo da evitare, e trovano qualsiasi pretesto per non discuterne.
Questa dinamica psicologica rende difficile la sostituzione delle morali tradizionali, basate su dogmi religiosi e conformismo, con morali laiche e razionali, basate su ragionamenti e negoziazioni.
Dagli altri dobbiamo aspettarci il bene e il male, secondo logiche consce e inconsce scritte nelle menti di ognuno, analogamente al software di un computer.
Tali logiche, che innescano sentimenti, cognizioni e motivazioni, tengono conto di vari fattori, tra cui il comportamento altrui in generale, e in particolare quello più o meno favorevole nei confronti del soggetto, nel passato e nel presente.
In altre parole, gli altri ci trattano a seconda di come ci percepiscono e di come noi li trattiamo, ovvero a seconda del bene e del male che esercitiamo verso di loro (o che essi percepiscono come tale).
Ovviamente la dinamica è reciproca. Infatti, le interazioni tra esseri umani sono caratterizzate da retroazione bidirezionale, vale a dire che le transazioni da A verso B sono influenzate da quelle da B verso A, e viceversa.
Pertanto, è della massima importanza conoscere le logiche secondo le quali noi e gli altri decidiamo (consciamente o inconsciamente) il bene e il male da esercitare nei confronti del prossimo.
Tale conoscenza ci permette di correggere e migliorare il nostro "software" al fine di ottimizzare i nostri rapporti con gli altri in termini di soddisfazione reciproca.
Pensare criticamente significa tenere presente che ciò che gli altri dicono potrebbe essere totalmente o parzialmente falso, e ciò che gli altri producono, e il modo in cui si comportano, potrebbe essere pericoloso, o svantaggioso per qualcuno.
Pensare criticamente significa verificare, mettere alla prova ogni discorso e ogni comportamento, per vedere dove porta, quali conseguenze potrebbe avere, sia da un punto di vista logico che pratico.
Pensare criticamente significa essere consapevoli del fatto che anche le cose che a prima vista appaiono buone possono avere aspetti cattivi e, viceversa, che anche le cose cha aprima vista appaiono cattive possono avere aspetti buoni.
Pensare criticamente significa essere consapevoli che non esistono verità assolute, ma solo relative, e che è bene diffidare delle affermazioni assolute e non contestualizzate.
Pensare criticamente significa evitare di illudersi e di farsi illudere, anche quando le illusioni sono piacevoli.
Pensare criticamente significa valutare e giudicare le cose, le azioni, le persone, col senso della misura, perché nulla, nessuno, è totalmente buono o totalmente cattivo.
La fedeltà è un fenomeno sociale che consiste nell’impedire ad una persona che ha stabilito certe relazioni sociali (per scelta o per necessità), di sostituirle con altre per essa più soddisfacenti.
La fedeltà è stata inventata e imposta come obbligo morale a vantaggio di coloro che rischiano di essere rifiutati dai loro partner, e a svantaggio di coloro che sono insoddisfatti di una certa relazione e vorrebbero sostituirla con una più soddisfacente.
La fedeltà costituisce dunque una limitazione della libertà di selezione sociale e una cristallizzazione dello statu quo delle relazioni umane, indipendentemente dalla loro qualità.
La persona infedele viene considerata immorale in quanto pericolosa per l’ordine sociale, e un cattivo esempio di comportamento che potrebbe danneggiare tutti coloro che temono di essere rifiutati dai loro partner.
Concludendo, la fedeltà serve a proteggere le persone meno competitive che, a causa della propria minore competitività, hanno minori possibilità di scegliere i loro partner e di sostituire le proprie relazioni sociali con altre più soddisfacenti.
Io credo che sarebbe meglio assumere, come principio etico, volere il piacere altrui piuttosto che il bene altrui, dato che il concetto di “bene” è molto più astratto e più vago del concetto di “piacere”.
Infatti, tutti sanno cosa sia il piacere, perché è una cosa che si prova, ed è forse, con il dolore, l’unica cosa certa, reale e concreta che esista. Tutto il resto potrebbe essere illusorio.
Propongo quindi, come principio etico, in sostituzione di “fare il bene e non fare il male”, “dare piacere e non dare dolore”, o se si preferisce, “causare piacere e non causare dolore”, agli altri e a se stessi.
Tale principio etico, che potremmo qualificare come “edonista” è molto più facile da applicare e da valutare, per cui potrebbe costituire un progresso per l’umanità.
Quindi, invece di chiederci “sto facendo del bene/male a questa persona”? dovremmo chiederci “sto dando piacere/dolore a questa persona”?
D’altra parte, se una persona non si trova in stato di bisogno materiale, è difficile farle del bene, mentre è sempre possibile darle piacere. Il piacere, infatti, è sempre ricevibile e valevole, anche da chi è ricco e potente.
Per concludere, se ognuno volesse il piacere altrui oltre che il proprio, la vita umana sarebbe in generale molto più gradevole.
Ci sono domande che un agente mentale inconscio dentro di noi si fa continuamente e che determina le nostre emozioni, le nostre motivazioni involontarie e gran parte del nostro comportamento sociale. Su di esse si basa un'etica inconscia delle interazioni, per le interazioni. Ecco le domande.
- Ciò che feci, ciò che ho appena fatto, ciò che sto facendo, ciò che sto per fare, ciò che farò, che conseguenze avranno nelle mie interazioni con gli altri?
- Ciò che non feci, ciò che ho non appena fatto, ciò che non sto facendo, ciò che non sto per fare, ciò che non farò, che conseguenze avranno nelle mie interazioni con gli altri?
Le conseguenze potranno essere più o meno favorevoli alle interazioni con gli altri, ovvero potranno facilitarle o renderle difficili se non impossibili, potranno renderle più o meno gradevoli o sgradevoli, soddisfacenti o insoddisfacenti rispetto ai propri bisogni e desideri (consci e inconsci), e a quelli altrui. E, specialmente, potranno far aumentare o diminuire la stima, il rispetto, la benevolenza, l'attrazione, la cooperazione e l'aggressività degli altri verso noi e favorire o sfavorire la nostra appartenenza alla comunità a cui desideriamo appartenere.
Questo agente mentale somiglia vagamente al Super-io freudiano.
Quando leggiamo un libro, un articolo di giornale o un post in un social network, ci poniamo inconsciamente domande come le seguenti:
- questo testo mi riguarda / interessa?
- le cose che il testo dice implicano che dovrei cambiare qualcosa nella mia vita?
- questo testo conferma o smentisce le mie idee?
- questo testo costituisce una critica (implicita o esplicita) al mio modo di essere o di comportarmi?
- questo testo mi può aiutare a vivere meglio, a essere più felice?
- questo testo mi può divertire / tranquillizzare / spaventare?
- questo testo favorisce / contrasta i miei interessi?
- mi conviene credere in ciò che questo testo dice?
- cosa (non) mi conviene prendere in considerazione in questo testo?
- l’autore del testo ha i titoli per parlare di ciò di cui parla?
- l’autore del testo ha una buona reputazione?
- c’è qualcosa di buono / di cattivo in questo testo?
- che vantaggi/svantaggi potrei avere condividendo questo testo con con i miei conoscenti?
- la conoscenza di questo testo può agevolare le mie interazioni con gli altri?
- questo testo è utile/pericoloso per la società?
La valutazione del testo dipende dalle risposte a tali domande.
Io credo che affinché la società migliori è necessario che aumenti il numero delle persone che desiderano cambiare la società in meglio. Questo numero è ancora molto basso, si tratta di una piccola minoranza, mentre la maggioranza cerca di adattarsi alla società così com'è ed è in tal senso conservatrice.
Il progresso c'è comunque, ed è dovuto a quella minoranza, ma è molto lento. E allora a mio avviso ci sono due cose che ognuno di noi può fare per migliorare la società.
La prima è comportarsi in modo responsabile, rispettoso degli altri e dell'ambiente naturale, preoccupandosi delle conseguenze del nostro stile di vita per le generazioni future a livello planetario.
La seconda è cercare di indurre la maggioranza conformista e conservatrice a fare altrettanto, contribuendo a trasmettere agli atri una cultura progressista umanista, con tutti i mezzi a propria disposizione, tra cui la pubblicazione di testi propri e altrui, e la pubblicità a ciò che di meglio offre il nostro patrimonio culturale. Infatti, oggi, grazie a internet, ognuno di noi è anche un editore, dato che ognuno può pubblicare ciò che vuole a costo zero.
Insomma, non dovremmo limitarci a comportarci "bene", ma dovremmo "disturbare" con tutti i mezzi possibili chi non si comporta abbastanza "bene", cioè chi si disinteressa del bene comune attuale e futuro pensando solo ai propri interessi immediati e diretti.
Molti pensano che siccome non esiste una morale oggettiva, universale e assoluta, nessuno può giudicare la moralità di un'azione propria o altrui. Questa logica, purtroppo sempre più diffusa, comporta la fine della morale, vale a dire che implica la libertà da ogni freno morale, con conseguenze catastrofiche per l'umanità.
Si tratta di una logica binaria, in quanto contempla solo due casi: una morale assoluta e una totale amoralità, cioè assenza di morale (molti scelgono il secondo). Entrambi i casi sono distruttivi. Senza morale la società si disintegra e la legge del più forte prevale (eventualmente travestita da aristocrazia).
La soluzione salutare è nel mezzo, e consiste in ciò che io chiamo etica negoziale: ogni umano dovrebbe proporre agli altri delle regole morali da seguire nei rapporti interpersonali. In altre parole, i rapporti dovrebbero essere basati su regole morali non universali, ma liberamente negoziate e convenute tra le persone in gioco.
La "morte di Dio" evocata da Nietzsche impone a ciascuno di noi di definire una morale personale. Forse pochi ne sono capaci. L'umanità è sempre stata miserabile. In passato a causa di una morale oppressiva, oggi a causa di una crescente amoralità, di cui molti si fanno portabandiera.
Mi piacerebbe trovare un libro sui conflitti umani che trattasse dei seguenti aspetti:
- i cripto-conflitti, cioè i conflitti nascosti, dissimulati, o negati nonostante le evidenze;
- i processi di escalation nei conflitti;
- come si passa da una diversità di vedute su un certo tema ad un conflitto interpersonale, ovvero come una diversità di vedute viene percepita come arroganza, presunzione o prevaricazione;
- le relazioni tra conflitto, competizione e gerarchia;
- le relazioni tra conflitti e morale, ovvero come una morale può ridurre o aumentare i conflitti;
- le relazioni tra conflitti esterni e conflitti interiori;
- la possibilità di superare il livello logico di un conflitto: cioè anziché cercare di stabilire quale delle parti debba prevalere, comprendere perché il conflitto è nato, in cosa consiste e a cosa tende.
Medeo è il dio Me, il dio che è dentro di me, la natura incarnata in me. È il mio me, cioè la mia persona considerata senza il mio io cosciente. È la parte inconscia della mia persona. Il mio io cosciente è il suo servo e tutore, che ascolta ed esegue la sua volontà, soddisfa i suoi bisogni, lo protegge dai pericoli e lo aiuta a risolvere problemi.
Ogni essere umano ha il suo Medeo.
Io, cioè il mio io cosciente, prego Medeo di dirmi cosa devo e non devo fare, pensare e non pensare, dire e non dire, cercare e non cercare. Io mi pongo in adorazione e contemplazione davanti a Medeo, cerco di entrare in comunicazione con Lui per capire le sue volontà e compierle.
Io sono pentito e chiedo perdono a Medeo per tutte le volte che ho agito contro la sua volontà, e prometto di dedicare la mia vita al raggiungimento dei suoi fini.
Medeo sarà il dio del terzo millennio, su di Lui si fonderà la religione di cui l'umanità ha bisogno, il Medeismo.
Il Medeismo sarà una religione razionale, basata sulle scoperte scientifiche, soprattutto su quelle psicologiche e neurobiologiche, su tutto il patrimonio delle scienze umane e sociali e sulla cultura in generale. Sarà la base di un nuovo umanesimo e di un'etica razionale e negoziata.
Vedi anche Manuale di autogoverno.
Premesso che la vaccinazione anti-Covid non è obbligatoria, suppongo che coloro che pubblicamente sconsigliano gli altri dal farsi vaccinare siano mossi da motivazioni (consce o inconsce) come le seguenti:
- ostentare una presunta superiorità intellettuale (nel senso di saperla più lunga) rispetto a coloro che affermano che vaccinarsi sia opportuno per proteggere la salute della gente su vasta scala;
- ostentare una presunta superiorità morale (nel senso di essere più onesti) rispetto a coloro che affermano che vaccinarsi sia opportuno e che hanno qualche interesse economico nella vaccinazione, per cui sono accusati di far intenzionalmente circolare informazioni false, ovvero di far passare per utile ciò che è invece dannoso;
- presentarsi come generosi salvatori, in quanto con le loro denunce pretendono di salvare tante persone dagli effetti nocivi dei vaccini
In realtà i no-vax, oltre a credersi stupidamente più competenti della maggioranza degli scienziati, sono dannosi per sé e per gli altri, in quanto non solo non contribuiscono al contenimento del virus, ma scoraggiano gli altri dal prendere misure per salvaguardare la propria salute e la propria vita.
Il Vangelo recita: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37).
Secondo me questa citazione ha un'importanza capitale per gli effetti nocivi che può avere nelle menti delle persone.
Prima di tutto ci vedo una totale ipocrisia, dal momento che la chiesa si arroga il diritto di giudicare tutto e tutti, e pretende che i suoi fedeli adottino i giudizi di madre chiesa su cosa sia morale e cosa immorale. Questa contraddizione, a mio avviso, contribuisce notevolmente alla generale schizofrenia del pensiero cristiano.
In secondo luogo, l'astensione dal giudizio morale, se praticata realmente, condurrebbe all'annullamento di ogni morale, dato che qualsiasi morale si fonda sul giudizio, in quanto definisce i criteri per emettere giudizi morali. Infatti, se non giudico gli altri, perché dovrei giudicare me stesso? Sarebbe assurdo permettere agli altri qualsiasi immoralità e non concederla a se stessi.
In terzo luogo, la citazione è ingannevole dove dice che per non essere condannati basta non condannare, e che per essere perdonati basta perdonare. È una pia illusione che conduce a comportamente ingenui e pericolosi per il bene comune.
L'unica cosa buona che trovo in questa citazione è il fatto che essa denota l'interdipendenza dei giudizi morali, che io spiego con il seguente aforisma:
"Il modo in cui giudico dipende al modo in cui sono giudicato, e il modo in cui sono giudicato dipende dal modo in cui giudico."
La libertà può essere intesa in senso positivo, cioè come libertà di fare, o in senso negativo, cioè come libertà di non fare.
Può anche essere intesa come libertà da costrizioni, ma qui non intendo parlare della libertà in tal senso.
Mentre la libertà di fare comporta un certo numero di opzioni di comportamento (cioè di azioni e di reazioni) tra cui il soggetto può scegliere, la libertà di non fare consiste in un'unica opzione, quella di non fare qualsiasi cosa venga chiesta da altri o dal proprio sé.
Alcuni esempi di libertà di non fare: non ascoltare, non obbedire, non credere, non aiutare, non difendere, non riconoscere, non prendere in considerazione, non seguire, non lavorare, non combattere ecc.
Proviamo a fare una lista di cose che siamo liberi di non fare e una lista di cose che non siamo liberi di non fare. Possiamo chiamare la prima lista “non-obblighi” e la seconda “obblighi”. Se le due liste sono molto squilibrate, cioè se una è molto più breve dell’altra, forse siamo su una cattiva strada, forse stiamo costruendo la nostra infelicità, forse stiamo contribuendo all’estinzione della nostra specie.
Infatti la conservazione della specie umana dipende dalla cooperazione tra individui, e tale cooperazione richiede una serie di obblighi. Questo è il fondamento della morale.
Penso a un movimento dal basso, che parte da un visionario, a cui si aggiunge, per attrazione, un primo "compagno di ideali" e poi un altro, sempre per attrazione, facendo largo uso di internet per la condivisione di documenti selezionati con cura e notizie, poi altri ancora gradualmente, fino ad arrivare ad una crescita esponenziale e costituire una forza non politica ma elettorale, cioè capace di influenzare la politica attraverso i suoi voti. Come avvenne per il cristianesimo, prima che, con Costantino, diventasse una realtà politica e secolare. Bisognerà però partire da un'idea realistica, razionale, non religiosa, senza gli errori di tutti i movimenti utopici del passato, compreso il comunismo, falliti soprattutto per ignoranza della psicologia e, più in generale, della natura umana. Bisognerà evitare l'organizzazione monolitica piramidale, facilmente corruttibile. Penso ad un movimento basato su un'etica umanista e antropologica, da sviluppare a cura dei fondatori e dei primi sostenitori, che potrà essere sviluppata e modificata liberamente da chiunque altro, creando una rete di movimenti locali liberamente collegati, creando eventualmente un organismo federativo non vincolante. Un movimento che tenga conto del patrimonio di tutte le scienze umane e sociali (filosofia, psicologia, sociologia, antropologia, neuroscienze, genetica, economia, politica, letteratura, arte ecc.) opportunamente analizzate, vagliate, sintetizzate, oganizzate, semplificate e adattate in modo da poter essere insegnate nelle scuole pubbliche (già dalle elementari) e usate da tutti, non solo dagli specialisti.
A mio parere, morale e intelligenza sono collegate in quanto il giudizio morale presuppone la previsione delle conseguenze immediate e differite delle azioni e omissioni del soggetto, e tale previsione richiede intelligenza. Infatti, quanto più una persona è intelligente, tanto più essa è in grado di determinare le conseguenze del proprio comportamento per il benessere e il malessere altrui, oltre che per i propri.
Per motivi analoghi, la morale è legata alla conoscenza.
Si potrebbe dunque affermare che quanto più una persona è stupida e/o ignorante, tanto più essa sia immorale. Tuttavia la moralità di una persona non dipende solo dalla sua intelligenza e dalla sua conoscenza, ma anche da altri fattori, come il suo temperamento, la sua educazione, la sua empatia ecc.
Infatti un temperamento timido, che teme di dispiacere agli altri, rende più coscienziosi, così come un'educazione repressiva della libertà di fare ciò che si desidera rende più attenti ai desideri altrui. Inoltre, una spiccata empatia inibisce azioni che possano dispiacere all'altro.
Tuttavia, a parità di temperamento, di educazione, di empatia e di altri fattori, l'intelligenza e le conoscenze di una persona restano fattori chiave della sua moralità.
Ciò non significa necessariamente che quanto più una persona è intelligente e sapiente tanto più essa si comporti moralmente, anche se ciò è spesso vero. Significa tuttavia che quanto più una persona è intelligente e sapiente, tanto più essa è in grado di scegliere razionalmente come comportarsi, essendo consapevole delle conseguenze del proprio comportamento rispetto agli altrui bisogni, desideri, gusti e interessi.
(da Wikipedia: Morale)
Spesso i termini etica e morale sono usati come sinonimi ma, mentre la morale considera come dati di fatto le norme e i valori, l'etica svolge su di essi una riflessione speculativa, cerca, cioè, di darne una spiegazione razionale.
Un'ulteriore distinzione è propria del concetto di moralismo che implica una varietà di significati tra i quali quelli filosofici per cui i valori morali sono considerati superiori ad ogni altro principio dell'attività umana: com'è, ad esempio, nell'affermato primato della Ragion pratica sull'attività teoretica in Kant o nella filosofia di Fichte denominata "moralismo puro" per intendere che il principio dell'azione è a fondamento e giustificazione di ogni aspetto della vita dell'individuo.
Nel senso comune moralismo viene inteso spregiativamente come un ipocrita richiamo ai valori della morale corrente usati con eccessiva intransigenza per una severa condanna dei comportamenti altrui.
Nell'ambito della morale esistono due correnti fondamentali: la corrente laica e quella religiosa.
Nell'ambito religioso troviamo la legittimazione e l'efficacia della norma morale come proveniente da Dio.
La morale laica, in senso politico e sociale, denota la rivendicazione, da parte di un individuo o di una entità collettiva, dell'autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso proveniente dall'esterno.
La morale laica si fonda sull'indipendenza della ragione da ogni dogmatismo e quindi valorizza il dibattito, il confronto e l'apertura, la libertà delle scelte personali.
Da sempre gli umani hanno cercato, spesso con successo, di programmare, manipolare, ingannare e illudere le menti di altri umani, adulti e bambini, a cominciare dai propri figli. Grazie a tale processo le civiltà umane sono evolute e arrivate fino a noi.
Il controllo mentale interpersonale viene praticato a vari livelli: individuale, di gruppo e di massa. Esso riguarda una certa conoscenza del cosmo, della natura, della società e della mente, ed è oggetto di ideologie religiose, politiche, commerciali, accademiche e culturali in senso lato.
Le programmazioni, le manipolazioni, gli inganni e le illusioni operate sulle menti altrui (nel bene e nel male) corrispondono a ciò che chiamiamo “insegnamenti”. Infatti, tali attività mirano a “formare” le menti umane (in generale o in certi dettagli), cioè a fare in modo che esse “vedano”, pensino e sentano in certi modi, tali da favorire gli interessi degli “insegnanti”, di loro clienti o collaboratori, della comunità e/o degli “in-segnati”.
Distinguere, negli insegnamenti ricevuti, quali parti giovino o nuocciano a quali persone, e quanto ci sia di fondato, di infondato e di falso, è spesso difficile. Ed è tanto più difficile quanto più l'insegnamento è precoce, dogmatico e autoritario, nel senso che include minacce esplicite o implicite di punizioni (immediate o ultraterrene) per coloro che mettono in dubbio gli insegnamenti ricevuti. D'altra parte, criticare ciò che crede la maggioranza della propria comunità comporta il rischio di essere emarginati dalla comunità stessa.
Compito della psicologia e della filosofia dovrebbe essere soprattutto quello di analizzare in senso critico gli insegnamenti che abbiamo ricevuto e che continuiamo a ricevere, e di proporne di nuovi esclusivamente a favore degli "utenti" e dell'umanità in generale.
Siamo un gruppo di amici interessati allo sviluppo di una morale laica e razionale adatta alla nostra epoca, più efficace delle morali religiose e spiritualiste di nostra conoscenza.
Abbiamo in mente una morale che miri al miglioramento delle relazioni interpersonali e che faciliti la formazione di comunità di persone intraprendenti che condividono certe idee e certi valori.
È un progetto di scrittura e di editoria collettive senza scopo di lucro.
Abbiamo chiamato il progetto “Vangelo Laico” in quanto la morale che vogliamo delineare rappresenta un’alternativa al vangelo cristiano, priva di riferimenti religiosi o spiritualisti, e coerente con le conoscenze scientifiche e filosofiche di cui disponiamo nella nostra epoca.
Abbiamo creato un sito web (https://vangelolaico.it/) dove raccogliamo i frutti del nostro progetto man mano che li produciamo. Il sito, in continuo aggiornamento, è già consultabile e permette di farsi un’idea di come stiamo procedendo.
Cerchiamo persone desiderose di far parte della nostra comunità, vale a dire disposte a contribuire a titolo gratuito secondo le proprie capacità e la propria disponibilità di tempo, specialmente per quanto riguarda la preparazione dei contenuti del progetto, e/o la loro discussione interna.
Per segnalare il tuo interesse a partecipare a questa iniziativa o per qualsiasi domanda, non esitare a inviarci un messaggio mediante la pagina https://vangelolaico.it/contatto/
Recentemente, nel gruppo Facebook “Psicologia, filosofia….” ho messo i seguenti post:
- Se qualcuno ti dicesse: "io sono più intelligente di te", come reagiresti?
- Se ti dicessi che sei intelligente, sincero e buono, cosa mi diresti?
- Se ti dicessi che sei stupido, falso e cattivo, cosa mi diresti?
Ad oggi il primo post ha ottenuto 101 commenti e 25 like, il secondo 72 commenti e 16 like, il terzo 36 commenti e 14 like.
I commenti sono di diversi tipi: seri, scherzosi, ironici, neutri, impulsivi, ragionati, accondiscendenti, offensivi, raffinati, volgari, lunghi, brevi, più o meno superficiali.
Ciò che trovo più interessante in questo esperimento non è tanto il contenuto dei commenti, nessuno dei quali ho trovato particolarmente sorprendente, ma la loro quantità, molto più grande di quella che i post che scrivo quasi ogni giorno nel gruppo normalmente ottengono.
Come spiegare tanto interesse per questo genere di post?
Direi che dai risultati di questo esperimento si evince che ciò che più interessa alle persone è cosa pensano gli altri di loro, e in particolare la comparazione tra loro e gli altri nelle gerarchie sociali, cioè “chi vale di più”.
In altre parole, siamo tutti costantemente preoccupati di non essere inferiori ad altri per quanto riguarda le nostre qualità umane (la nostra “umanità”) e le nostre competitività intellettuali e morali. Su queste cose siamo ipersensibili.
Nella mia visione del mondo ogni fine è un mezzo per raggiungere un fine di ordine superiore. Il fine ultimo (anzi, il primo in ordine logico) è quello insito nella natura umana, cioè la conservazione e riproduzione della specie umana, e più precisamente dei geni umani. Io chiamo questo fine "bisogno primordiale" e corrisponde al bisogno di riprodursi che hanno i geni di tutte le forme di vita e che si esprime attraverso un certo numero di "bisogni primari" o innati tipici di ciascuna specie.
Questo è il fondamento della mia etica, in quanto considero ogni attività umana una strategia o tattica per la soddisfazione dei bisogni primari.
Sia il bene che il male possono costituire strategie per soddisfare tali bisogni e ognuno sceglie o adotta l'uno o l'altro, anzi l'uno E l'altro in diverse dosi e combinazioni.
Ecco perché non ci può essere un'etica assoluta se non quella che si limita a dire che il bene è ciò che porta alla conservazione della specie umana e il male ciò che porta alla sua estinzione.
Ognuno si pone dei fini (ovvero dei mezzi o strategie, o bisogni secondari) per soddisfare i suoi bisogni primari, e la sua etica è relativa ad essi. In altre parole: per uno è bene tutto ciò che favorisce il raggiungimento dei suoi bisogni e male tutto ciò che li ostacola o frustra.
Credo anche che l'etica (intesa come morale) sia un fatto sociale, cioè che non abbia senso se non nell'interazione con altri esseri, e per questo motivo non può essere che negoziale, cioè risultante di un accordo o compromesso esplicito o implicito tra gli interessati. Se non è negoziale essa è imposta da un gruppo umano su un'altro. Ci sarebbe anche un'etica "ecologica" che riguarda il rapporto tra la specie umana e il resto dell'ambiente, ma di questa possiamo parlare altrove.
In conclusione, io credo sia eticamente doveroso, per il bene dell'umanità (cioè della specie umana) porsi il problema dell'etica e cercare continuamente di migliorarla (cioè renderla più efficace ed efficiente per la soddisfazione dei bisogni umani) negoziandola con gli altri.
Permettimi un'autocitazione: "Il paradosso di alcune religioni, specialmente quelle basate sulla Bibbia o sul Corano, è che esse sono compatibili con il vivere civile e la legalità soltanto se non vengono prese sul serio, cioè se non vengono presi in considerazione e applicati molti dei precetti presenti nelle loro sacre scritture."
Se ai bambini in certe parrocchie vengono risparmiate le parti più assurde e pericolose del catechismo, questo conferma il paradosso che ho descritto.
Che nella Chiesa vi siano o vi siano state persone eccellenti non significa che la Chiesa come istituzione e pratica clericale non meriti aspre critiche. Che sia opportuno, utile, conveniente o doveroso esprimere tali critiche, ognuno lo decide per sé.
Di seguito alcune perle del catechismo, tratte dal sito del Vaticano http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM
"Le Sacre Scritture contengono la Parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente Parola di Dio".
"Dio è l'Autore della Sacra Scrittura nel senso che ispira i suoi autori umani; Egli agisce in loro e mediante loro. Così ci dà la certezza che i loro scritti insegnano senza errore la verità salvifica"
"Il peccato è “una parola, un atto o un desiderio contrari alla legge eterna” [Sant'Agostino, Contra Faustum manichaeum, 22: PL 42, 418; San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, I-II, 71, 6]. E' un'offesa a Dio. Si erge contro Dio in una disobbedienza contraria all'obbedienza di Cristo."
"Tra i peccati gravemente contrari alla castità, vanno citate la masturbazione, la fornicazione, la pornografia e le pratiche omosessuali."
"La regolazione delle nascite rappresenta uno degli aspetti della paternità e della maternità responsabili. La legittimità delle intenzioni degli sposi non giustifica il ricorso a mezzi moralmente inaccettabili (per es. la sterilizzazione diretta o la contraccezione)."
"Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore"
Il catechismo è pieno di assurdità pericolose per la salute mentale di chi ci crede. L'etica deve essere basata su principi laici e razionali, specialmente sul rispetto dei diritti umani universali, di cui non c'è traccia nel catechismo.
Vi risparmio i passi della Bibbia che incitano alla violenza e al genocidio.
(Introduzione al caffè filosofico del 22/9/2022 sul tema «Dovere e doveri»)
Si parla sempre meno di dovere e di doveri, e quando se ne parla lo si fa quasi sempre in modo superficiale e scontato, come se il significato del termine fosse chiaro e le sue implicazioni evidenti per tutti. Ma non è così.
Infatti, questa sera vogliamo parlare di dovere e di doveri senza dare nulla per scontato, cercando sia di definire il concetto, sia di calarlo nella nostra realtà pratica. In altre parole, cercheremo di capire quali sono i nostri doveri, quali sono uguali per tutti e quali differenziati in funzione dell’età, del ruolo, delle responsabilità e delle appartenenze delle singole persone.
Il vocabolario Treccani definisce “dovere” come segue:
“Obbligo morale di fare determinate cose; più spesso, ciò che si è obbligati a fare dalla religione, dalla morale, dalle leggi, dalla ragione, dallo stato sociale, ecc.”
Il concetto di dovere è spesso legato a quello di morale o di etica, nel senso che il dovere scaturisce da una morale, ne è il risultato pratico.
In francese "dovere" (devoir) si usa anche per indicare i compiti che gli scolari sono tenuti a fare, non per una questione morale, ma per un obbligo esplicitamente imposto dall’autorità del docente.
Infatti vi sono doveri imposti da autorità esterne, come lo stato, una organizzazione, un datore di lavoro, un genitore ecc., e i doveri autoimposti da una morale personale o dalla cultura in cui si è cresciuti e si è stati educati.
Così come vi sono sistemi morali sani e malati, così vi sono doveri sani e malati, ed è importante saperli distinguere.
Chiediamoci allora quali siano i criteri per fare tale distinzione, e per capire quando un dovere è troppo oneroso, nel senso che non è sostenibile, e quando lo è troppo poco, al punto da essere inutile.
Chiediamoci anche chi dovrebbe stabilire i doveri nei diversi contesti, e per quali fini.
Infine, chiediamoci se stiamo facendo i nostri doveri, e ancor prima, se sappiamo quali essi siano.
Se mi trovassi in un'isola popolata solo da piante ed animali, cercherei di studiare razionalmente sia gli animali che le piante per stabile il modo per me più utile di interagire con essi.
Potrei fare tranquillamente la stessa cosa, e con la stessa libertà, per stabilire il modo per me più utile di interagire con gli altri esseri umani nella società in cui vivo?
Penso di no, dato che gli altri agiscono o reagiscono verso di me tenendo conto del modo in cui io li considero, e delle mie intenzioni nei loro confronti.
In altre parole, il fatto che io studio razionalmente il prossimo al fine di interagire con esso nel modo per me più utile è oggetto di giudizio da parte del prossimo stesso, ed influenza il suo comportamento verso di me.
È opportuno rivelare ad una persona il fatto che io la studio razionalmente allo scopo detto sopra?
Per rispondere a tale domanda, inverto le parti e immagino che una certa persona mi studi razionalmente allo scopo di stabilire il modo per essa più utile di interagire con me. Come reagirei in tal caso? Guarderei questa persona con ansia o paura? La riterrei pericolosa o sgradevole? Cercherei di evitarla? Cerchere di farle sapere il meno possibile su di me?
È immorale trattare gli altri in senso utilitaristico, ovvero come persone per interagire con le quali è utile seguire una strategia razionale?
È immorale cercare di ottenere benefici dagli altri? Il "do ut des", è un principio immorale? È qualcosa che conviene nascondere?
Ma cosa ci può essere di immorale in una strategia di interazione sociale se essa non include inganni, né danni, né offese, né violenze verso l'altro?
Occorre purtroppo considerare che una cosa è immorale se è considerata tale dagli altri. Infatti uno non può stabilire quanto un’azione sia immorale senza tener conto di cosa pensano gli altri a tale riguardo, dal momento che la morale è convenzionale.
Ebbene, secondo la morale convenzionale, interagire con gli altri secondo strategie razionali, piuttosto che in modo spontaneo e disinteressato, è un comportamento immorale, o comunque spregevole.
Io dico che questa moralità convenzionale è malsana, nel senso che tende a causare psicopatie. Infatti, ritenere immorale ciò che è innocuo, è stupido e nocivo in quando limita inutilemente la libertà individuale e ostacola la soluzione razionale dei problemi sociali, oltre al fatto che ci induce a nascondere e a dissimulare le nostre vere motivazioni e intenzioni.
(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 11/1/2022 sul tema "Perché abbiamo bisogno di una morale?")
La domanda che costituisce il tema di questa sera presuppone che abbiamo bisogno di una morale. Di questo non sono del tutto certo, se considero che certe persone sembrano comportarsi senza alcuna morale. Prendiamo ad esempio un criminale o un dittatore sanguinario. Hanno forse una morale? Dipende da cosa s’intende per morale.
Il dizionario Larousse online dà, tra gli altri, questi significati alla parola “morale”:
- Insieme di regole di condotta, considerate assolutamente buone o derivate da una certa concezione della vita
- Scienza del giusto e dello sbagliato, teoria del comportamento umano come governato da principi etici.
Nel caso del criminale non credo si possa parlare di morale, ma piuttosto di convenienza occasionale o opportunismo. Il criminale fa ciò che gli conviene, finché gli conviene. Ma forse anche un buon uomo fa ciò che gli conviene, forse gli conviene seguire certe regole morali, e poi vedremo perché.
Direi che la differenza tra un criminale e una persona per bene in termini di convenienza del proprio comportamento è che al primo interessa poco il giudizio altrui, mentre al secondo interessa molto. In effetti credo che la morale consista proprio nella domanda: quali regole occorre rispettare generalmente (cioè come regole di vita) al fine di ottenere un giudizio positivo, cioè una generale approvazione, da parte degli altri?
Potremmo allora modificare la domanda iniziale come segue: perché abbiamo bisogno di essere approvati dagli altri? A questa domanda risponderei in modo molto semplice nel modo seguente: perché siamo interdipendenti, nel senso che per sopravvivere e soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della cooperazione di un certo numero di altre persone, e per ottenere tale cooperazione dobbiamo comportarci in modo per gli altri accettabile, dobbiamo essere “approvati” con continuità, dalle persone della cui collaborazione abbiamo bisogno. E tale approvazione la possiamo ottenere solo se gli altri ritengono costantemente “morale” il nostro comportamento (almeno nei loro confronti). Questo è ancor più vero per il fatto che nessuno è obbligato a cooperare con qualcuno e ognuno sceglie i collaboratori che gli sono più congeniali, e ovviamente preferiamo cooperare con persone più affidabili, cioè più morali.
Humanist principles
The official defining statement of World Humanism is:
- Humanism is ethical. It affirms the worth, dignity and autonomy of the individual and the right of every human being to the greatest possible freedom compatible with the rights of others. Humanists have a duty of care to all humanity including future generations. Humanists believe that morality is an intrinsic part of human nature based on understanding and a concern for others, needing no external sanction.
- Humanism is rational. It seeks to use science creatively, not destructively. Humanists believe that the solutions to the world’s problems lie in human thought and action rather than divine intervention. Humanism advocates the application of the methods of science and free inquiry to the problems of human welfare. But Humanists also believe that the application of science and technology must be tempered by human values. Science gives us the means but human values must propose the ends.
- Humanism supports democracy and human rights. Humanism aims at the fullest possible development of every human being. It holds that democracy and human development are matters of right. The principles of democracy and human rights can be applied to many human relationships and are not restricted to methods of government.
- Humanism insists that personal liberty must be combined with social responsibility. Humanism ventures to build a world on the idea of the free person responsible to society, and recognizes our dependence and responsibility for the natural world. Humanism is undogmatic, imposing no creed upon its adherents. It is thus committed to education free from indoctrination.
- Humanism is a response to the widespread demand for an alternative to dogmatic religion. The world’s major religions claim to be based on revelations fixed for all time, and many seek to impose their world-view on all of humanity. Humanism recognizes that reliable knowledge of the world and ourselves arises through a continuing process of observation, evaluation and revision.
- Humanism values artistic creativity and imagination and recognises the transforming power of art. Humanism affirms the importance of literature, music, and the visual and performing arts for personal development and fulfilment.
- Humanism is a lifestance aiming at the maximum possible fulfilment through the cultivation of ethical and creative living and offers an ethical and rational means of addressing the challenges of our time. Humanism can be a way of life for everyone everywhere.
The Amsterdam Declaration explicitly states that Humanism rejects dogma, and imposes no creed upon its adherents.
Source:
Wikipedia
Per poter rispondere alla domanda se l’aborto sia immorale, dovremmo prima di tutto avere le idee chiare su cosa sia immorale in generale. Quindi partirei da qui.
Se consideriamo l’etica una convenzione, allora è etico (all’interno di una certa comunità) ciò che la maggioranza della comunità stessa conviene che sia etico. E questo si applicherebbe anche all’aborto. E’ quanto avviene negli USA anche dopo la recente sentenza della corte suprema.
Secondo il principio etico di Kant (“agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare una legge universale”.) l’aborto è moralmente lecito, poiché se tutti lo praticassero universalmente, non ci sarebbero conseguenze negative per il funzionamento della società e il benessere della gente in generale.
Se l’etica è un fatto religioso, allora è la religione che stabilisce ciò che sia immorale, ma sarebbe un giudizio senza valore per chi non è seguace della religione giudicante.
Se l’etica non è fondata su principi razionali, religiosi o politici, allora essa è probabilmente fondata su basi emotive, vale a dire che ognuno ritiene immorale ciò che lo turba, ma il turbamento è soggettivo.
Il problema dell’aborto da un punto di vista etico va considerato su due piani:
- In primo luogo, va stabilito se la pratica dell’aborto sia immortale nei confronti del feto, ovvero sia una violazione dei diritti del feto, ovvero un male fatto al feto, ammesso che il feto sia in grado di provare dolore.
- In secondo luogo, e solo nel caso in cui si consideri la pratica dell’aborto immorale, va stabilito se una donna che abbia praticato l’aborto debba essere punita. In altre parole va stabilito quali immoralità siano consentite e quali debbano essere represse mediante punizioni.
Io sono personalmente favorevole alla non punibilità di chi abortisce, e credo che l’aborto debba essere considerato un fatto privato. Credo anche che ognuno debba stabilire da sé se l’aborto sia immorale o pure no, e solo per se stesso.
Per quanto riguarda il presunto diritto naturale del feto a nascere, non credo che tale diritto esista. I diritti o vengono sanciti da leggi o vengono affermati dagli interessati. Nel caso del feto non credo che esso abbia alcuna idea sulla propria esistenza come individuo, né sia in grado di affermare qualche diritto.
Infine, ammesso che il feto entro un certo tempo dal concepimento provi sofferenza fisica (solo fisica, dato che la sua mente non è ancora sviluppata abbastanza per capire la sua situazione e provare dolori mentali) occorre confrontare (in intensità e durata) i dolori fisici provati dal feto a causa della propria morte violenta, e i dolori (fisici e mentali) che la sua nascita potrebbe provocare alla madre, ad altri familiari e a se stesso.
Chiudo con una domanda: che differenza c’è tra il feto di una scimmia e quello di un essere umano?
A mio parere si può definire spirituale tutto ciò che non è materiale, e in particolare ogni informazione che non è legata ad un supporto materiale (cioè un supporto costituito da massa e/o energia).
Tuttavia, siccome non credo che possa esistere un’informazione che non sia legata ad un supporto materiale per la sua scrittura, lettura o trasmissione, propongo di chiamare “spirituale” tutte quelle idee, forme, informazioni, immaginazioni, sensazioni che “percepiamo” come indipendenti da qualsiasi materia o energia naturale (anche se in realtà non lo sono).
Prendiamo ad esempio le divinità religiose, i fantasmi, gli spiriti, le anime, gli angeli e altre cose di questo genere. Possiamo dire che sono “agenti” spirituali in quanto coloro che ci credono attribuiscono loro caratteristiche che non dipendono da leggi fisiche, né biologiche “naturali”, cioè da leggi che regolano la massa, l’energia, lo spazio, il tempo e la vita così come tali aspetti vengono studiati dalle scienze naturali.
Chi non crede nell’esistenza di agenti spirituali in quanto tali, non può non credere che tali agenti esistano in quanto agenti mentali, ovvero in quanto “figure” presenti nella mente di coloro che ci “credono” e che vengono da questi percepite come vive, cioè come “agenti”, con i quali essi stessi possono interagire.
In tal senso, un “agente spirituale” molto particolare è a mio avviso la cosiddetta “coscienza morale”, che alcuni descrivono come una “voce” interiore che ci dice se ciò che stiamo facendo o che abbiamo fatto è cosa buona o cattiva, e che ci fa sentire in colpa se abbiamo fatto qualcosa che la “voce” considera cattiva.
Ebbene, io credo che anche gli atei, i materialisti, i razionalisti, siano dotati di una “coscienza morale” che a tutti gli effetti “agisce” come un agente spirituale, anche se è possibile spiegarne l’esistenza in termini psicologici e neurologici, con il coinvolgimento della genetica, dei meccanismi emotivi, della memoria, dell’apprendimento, del linguaggio, degli ormoni ecc.
A mio parere, il concetto di spiritualità non dovrebbe dunque essere dismesso in quanto idea senza alcuna consistenza né riscontro materiale , ma come una categoria di strutture mentali che, sebbene non abbiano nulla di soprannaturale ovvero nulla che sfugga alle leggi della fisica e della biologia, “agiscono” come entità indipendenti dalla volontà e dalla coscienza del soggetto, e con le quali l’io cosciente del soggetto può interagire, tipicamente in un rapporto di subordinazione.
In tal senso, la “coscienza morale” di cui ho parlato sopra è uno “spirito” sulla cui esistenza e funzione possiamo essere tutti d’accordo, atei e credenti.
L'ansia (che è forse il disagio mentale oggi più diffuso) potrebbe essere causata da un senso di colpa verso la comunità, cioè dalla supposizione inconscia di non aver compiuto abbastanza i propri doveri verso di essa, e di meritare perciò di esserne espulsi o emarginati.
Se ciò fosse vero, la terapia potrebbe consistere nello stabilire quale sia la comunità di riferimento, quali i doveri e quali le colpe, ovvero i doveri non assolti, i debiti non pagati, gli impegni non mantenuti.
Oppure (seconda ipotesi) l'ansia potrebbe essere causata dalla paura che i membri della comunità scoprano che il soggetto non si sente legato alla comunità stessa, non si sente parte di essa, ovvero è emotivamente estraneo e indifferente o perfino ostile ad essa. Nel caso tale estraneità o ostilità venisse scoperta, il soggetto sarebbe automaticamente espulso dalla comunità.
Mentre nella prima ipotesi il problema è risolvibile compiendo i dovuti doveri e ottenendo così il perdono da parte degli altri membri della comunità, nella seconda ipotesi il problema potrebbe essere irrisolvibile e irreparabile, specialmente dal punto di vista dell'inconscio.
Potremmo definire la seconda ipotesi la "sindrome della spia" dato che, nel caso la verità venisse scoperta, il soggetto diventerebbe automaticamente, inesorabilmente e notoriamente, un pubblico nemico della comunità.
Quanto sono realistici i rischi e i pericoli nelle due ipotesi? Direi molto poco, perché gli altri probabilmente non si curano del soggetto, dei suoi doveri, o delle sue eventuali finzioni, o se ne curano molto meno di quanto il soggetto creda. D'altra parte gli altri potrebbero avere gli stessi problemi del soggetto, o anche di più gravi.
In ogni caso, va detto che oggi viviamo in una società in cui il senso di comunità si viene sempre più perdendo, e con esso i problemi di fedeltà comunitaria. In altre parole, non c'è ormai quasi più nulla a cui essere fedele. La faccenda ha quindi un lato negativo e uno positivo. Resta il fatto che l'uomo ha un bisogno genetico di appartenenza a una o più comunità (a causa della nostra interdipendenza), e la frustrazione di tale bisogno ha probabilmente conseguenze patologiche.
Sia come sia, ciò che conta è essere rispettati e possibilmente benvoluti dalle persone che incontreremo, indipendentemente dalle comunità di riferimento. A tal fine la prima regola è quella di non criticare i nostri interlocutori, né direttamente, né indirettamente, ovvero di nascondere le nostre critiche nel modo più sicuro.
In questo ci verrà in aiuto l'autocensura inconscia, che ci spingerà in ogni momento a chiederci se ciò che stiamo facendo o che ci accingiamo a fare è socialmente rischioso, ovvero con quante probabilità attirerà su di noi antipatie o ostilità da parte delle persone della cui benevolenza abbiamo bisogno.
Per concludere, una semplice regola per evitare i sensi di colpa, sarebbe quella di non fare, per quanto possibile e opportuno, cose che non possano essere raccontate pubblicamente senza imbarazzo.
Mi sono ispirato ai "I nuovi dieci comandamenti atei" di Richard Dawkins, ai quali ho apportato diverse modifiche formali e sostanziali cercando di ottenere un documento più completo, efficace e accettabile da un maggior numero di persone.
1. Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te e cerca di ripagare gli altri e la società per quello che da loro hai avuto; non danneggiare nessuno, tranne in caso di difesa personale o protezione civile.
2. Tratta tutti gli esseri umani con rispetto, lealtà, onestà ed equità, senza discriminare alcuno per motivi di razza, religione, orientamento sessuale, intelligenza, invalidità o classe sociale. Rispetta anche chi si comporta in modo disonesto o incivile, ma fa il possibile per impedirgli di nuocere a te e agli altri.
3. Obbedisci alle leggi dello stato democratico, mantieni gli impegni presi e compi responsabilmente i tuoi doveri; non tollerare che siano commesse illegalità da chiunque e contribuisci all'applicazione della giustizia sia come cittadino che come pubblico funzionario o eletto.
4. Nei conflitti cerca una soluzione pacifica se possibile; evita gesti e atteggiamenti aggressivi, ostili, offensivi o umilianti; affronta le divergenze con calma e ragionevolezza e se un accordo o un compromesso è impossibile adotta le misure appropriate per difendere i tuoi interessi nel rispetto della legalità.
5. Rispetta l'ambiente naturale e quello urbano, contribuisci a tenerli sani e puliti e difendili da chi li inquina, deturpa o impoverisce denunciando gli abusi alle autorità e agli uffici pubblici competenti.
6. Cerca di correggere i tuoi difetti e di accrescere la tua cultura per meglio convivere con gli altri e meglio contribuire al bene comune facendo le scelte politiche e amministrative più sagge sia nel ruolo di elettore che di eletto.
7. Rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te e di avere stili di vita diversi dai tuoi, purché non danneggino nessuno.
8. Metti in discussione e verifica le idee tue e degli altri (cominciando da quelle dei tuoi genitori ed educatori) e scarta quelle che sono contraddette dai dati reali; formati opinioni indipendenti sulla base del tuo raziocinio e della tua esperienza; non permettere che il conformismo, le religioni e i mezzi di comunicazione di massa ti inducano a comportamenti contrari al tuo benessere e al progresso civile. Non indottrinare i tuoi figli ma insegna loro a pensare con la propria testa, ad analizzare i dati e a dissentire anche da te, se occorre.
9. Non mettere al mondo figli se non sei in grado di occupartene e di garantire loro il necessario per una crescita sana e serena, e un'istruzione adeguata alle sfide della società attuale. A tale scopo usa contraccettivi efficaci quando occorre.
10. Godi della tua vita sessuale e lascia che gli altri godano della propria quali che siano le loro inclinazioni, purché nessuna delle persone coinvolte venga danneggiata.
Per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri abbiamo bisogno di interagire con altre persone dotate di certi requisiti, in certi modi e a certe condizioni.
Perché ciò possa avvenire, è necessario che le persone candidate o prescelte a tale scopo "accettino" (volenti o nolenti) di interagire con noi in quei modi e a quelle condizioni.
L'interazione può essere più o meno coercitiva e violenta, o liberamente cooperativa. Nel seguito ci occuperemo soltanto del secondo caso.
Le modalità di libera cooperazione debbono essere di comune gradimento e "convenute". Esse possono essere scelte da un repertorio di "tipi" predefiniti oppure negoziate e definite creativamente all'occorrenza.
Chiameremo le modalità convenute "regole di interazione" o "regole del gioco". Esse definiscono infatti le transazioni consentite, quelle vietate e quelle obbligatorie, vale a dire i diritti, i doveri, i principi logici, etici ed estetici da rispettare nel corso delle interazioni, e i presupposti della cooperazione, ovvero le identità sociali, i ruoli rispettivi, le proprietà e le capacità che gli interagenti dichiarano di possedere e/o di assumere durante la cooperazione.
Sulla base di quanto sopra esposto, possiamo affermare che la questione principale di ogni essere umano sia quella di decidere con chi e con quali regole interagire, nella speranza di trovare persone che rispondano ai criteri stabiliti.
Metaforicamente possiamo dire che ognuno deve decidere con chi giocare e a quale gioco, sapendo che deve probabilmente accontentarsi dei giocatori disponibili (con le loro caratteristiche immutabili) e accettare compromessi sulle regole da applicare al gioco. In caso contrario si potrebbe restare fuori gioco, ovvero isolati, frustrando di conseguenza un certo numero di propri bisogni.
La società è come un mercato in cui ognuno può, idealmente, scegliere cosa comprare e cosa vendere, ovvero cosa prendere e cosa dare, e con chi effettuare lo scambio.
Purtroppo non tutti riescono a trovare qualcuno con cui "giocare" in modo soddisfacente ovvero ad un gioco accettabile in quanto compatibile con la propria personalità, i propri bisogni e le proprie paure. In alcuni casi il gioco non inizia nemmeno, in altri inizia, ma viene interrotto appena una delle parti si rende conto che l'altra non rispetta le regole convenute, o che essa stessa non è in grado di rispettarle (o gli costerebbe troppo farlo) oppure che i presupposti dichiarati dal partner al momento dell'accordo non corrispondono alla realtà.
A queste difficoltà va aggiunto il fatto che la negoziazione delle "regole del gioco" normalmente non viene fatta razionalmente né esplicitamente, ma in modo intuitivo e più o meno consapevole, ovvero guidato da sentimenti di attrazione e repulsione piuttosto che da criteri logici e realistici, con risultati che possono essere deludenti.
Questo articolo è un invito ad affrontare razionalmente la questione "con chi e con quali regole interagire" e a discuterne esplicitamente con i potenziali partner.
È arrivato il momento di cambiare la prospettiva dell'etica: non dobbiamo impegnarci solo per il bene e l'amore di noi stessi, per quello del coniuge, dei figli, dei parenti, degli amici, dei soci, del partito, di alcuni indigenti e bisognosi di aiuto, dei concittadini, della patria, della propria chiesa, di Dio, o per raggiungere il Nirvana. La nuova etica deve richiedere un impegno reale ed efficace per la conservazione e il benessere della specie umana a livello globale.
Il primo motivo di questo cambiamento è il fatto che, durante l'evoluzione della nostra specie, oltre ai ben noti bisogni fisici e a quelli egoistici e agli istinti aggressivi e distruttivi, si sono sviluppati anche bisogni e istinti altruistici e costruttivi che, come tutti i bisogni innati sani, conviene soddisfare per trarne piacere e salute psicofisica. Uno di questi è il bisogno di appartenenza e integrazione sociale, tanto diffuso e potente quanto mistificato e poco conosciuto, che può dar luogo a comportamenti virtuosi come la generosità verso il prossimo, ma anche viziosi come il conformismo, l'egoismo di gruppo e la paura del "diverso", e perciò va studiato e tenuto sempre sotto osservazione. E' importante che tutti ne siano consapevoli.
Il secondo motivo è che, a causa della globalizzazione e dello sviluppo tecnologico in generale e dei computer e di Internet in particolare (con i loro effetti costruttivi e distruttivi), se non ci dedichiamo al bene della specie a livello planetario, ci saranno sempre più infelicità, ingiustizie, povertà, malattie mentali e psicosomatiche, suicidi, guerre, inquinamento e altri cambiamenti ambientali che potrebbero portare all'estinzione dell'Homo Sapiens.
Tra le cose più urgenti di cui la specie umana ha bisogno per scongiurare una catastrofe forse irreparabile, è una limitazione delle nascite e un controllo demografico ed economico, sia per evitare una insostenibile sovrappopolazione della Terra, sia per distribuire geograficamente i suoi abitanti in modo conveniente per tutti, mediante un piano di emigrazione volontaria e di produzione economica razionale. Non possiamo più permetterci il lusso di procreare in modo incontrollato senza che i figli, i genitori e tutti gli altri ne paghino le conseguenze, a volte tragiche. Né ci possiamo permettere un mercato privo di regole e limitazioni.
Altra necessità urgente è impedire un'eccessiva differenza nella distribuzione delle ricchezze, ponendo limiti alla proprietà privata e tassando opportunamente le rendite finanziarie, in modo da scoraggiare gli investimenti finanziari a favore di quelli produttivi.
Un'altra cosa di cui c'è bisogno è una riforma dell'istruzione obbligatoria e della cultura accademica per quanto riguarda la natura umana, contro ogni oscurantismo, settarismo e riduzionismo, con un approccio eclettico, integrato, organico, sistemico, laico e interdisciplinare al patrimonio intellettuale offerto da tutte le scienze umane e sociali (filosofia, psicologia, sociologia, antropologia, neuroscienze, economia, politica, letteratura, arte ecc.).
E soprattutto, non dobbiamo continuare a parlare di "noi" e "loro", ma solo di "noi". "Loro", finché non ne sapremo nulla, sono solo gli eventuali extraterresti.
Ma affinché le cose sopra esposte si realizzino occorre superare la comune paura di cambiare.
Questo Vademecum contiene una serie di esortazioni morali. Esso può essere utilizzato da chiunque come riferimento etico per il proprio comportamento e l’educazione dei propri figli, oltre che come strumento di diffusione dell’etica razionale in generale.
MI sono ispirato ai “I nuovi dieci comandamenti atei” di Richard Dawkins, ai quali ho apportato molte modifiche formali e sostanziali cercando di ottenere un documento più completo, efficace e accettabile da un maggior numero di persone.
10 regole per un’etica laica e razionale
1. Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te e cerca di ripagare gli altri e la società per quello che da loro hai avuto; non danneggiare nessuno, tranne in caso di difesa personale o protezione civile.
2. Tratta tutti gli esseri umani con rispetto, lealtà, onestà ed equità, senza discriminare alcuno per motivi di razza, religione, orientamento sessuale, intelligenza, invalidità o classe sociale. Rispetta anche chi si comporta in modo disonesto o incivile, ma fa il possibile per impedirgli di nuocere a te e agli altri.
3. Obbedisci alle leggi dello stato democratico, mantieni gli impegni presi e compi responsabilmente i tuoi doveri; non tollerare che siano commesse illegalità da chiunque e contribuisci all’applicazione della giustizia sia come cittadino che come pubblico funzionario o eletto.
4. Nei conflitti cerca una soluzione pacifica se possibile; evita gesti e atteggiamenti aggressivi, ostili, sprezzanti, offensivi o umilianti; affronta le divergenze con calma e ragionevolezza e se un accordo o un compromesso è impossibile adotta le misure appropriate per difendere i tuoi interessi nel rispetto della legalità.
5. Rispetta l’ambiente naturale e quello urbano, contribuisci a tenerli sani e puliti e difendili da chi li inquina, deturpa o impoverisce denunciando gli abusi alle autorità e agli uffici pubblici competenti.
6. Cerca di correggere i tuoi difetti e di accrescere la tua cultura per meglio convivere con gli altri e meglio contribuire al bene comune facendo le scelte politiche e amministrative più sagge sia nel ruolo di elettore che di eletto.
7. Rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te e di avere stili di vita diversi dai tuoi, purché non danneggino nessuno;
8. Metti in discussione e verifica le idee tue e degli altri (cominciando da quelle dei tuoi genitori ed educatori) e scarta quelle che sono contraddette dai dati reali; formati opinioni indipendenti sulla base del tuo raziocinio e della tua esperienza; non permettere che il conformismo, le religioni e i mezzi di comunicazione di massa ti inducano a comportamenti contrari al tuo benessere e al progresso civile. Non indottrinare i tuoi figli ma insegna loro a pensare con la propria testa, ad analizzare i dati e a dissentire anche da te se occorre.
9. Non mettere al mondo figli se non sei in grado di occupartene e di garantire loro il necessario per una crescita sana e serena, e un’istruzione adeguata alle sfide della società attuale. A tale scopo usa contraccettivi efficaci quando occorre.
10. Godi della tua vita sessuale e lascia che gli altri godano della propria quali che siano le loro inclinazioni, purché nessuna delle persone coinvolte venga danneggiata.
La paura dell'Hybris (vedi, sotto, alcune definizioni del termine) mi sembra molto diffusa nell'inconscio della maggior parte della gente. L'effetto di tale paura è quello di inibire in se stessi la ricerca di una saggezza superiore a quella comune (ovvero a quella della comunità di appartenenza), e di giudicare come arrogante, presuntuoso, superbo, tracotante, stolto ecc. colui che tenta di superare il senso comune in cerca di una verità più vera e ampia di quella normalmente conosciuta dagli altri, e di elevarsi moralmente e/o intellettualmente al di sopra degli standard comunitari.
In tal senso, la Hybris costituisce una minaccia (così percepita consciamente o inconsciamente) per la conservazione e la coesione della comunità di appartenenza e, in quanto tale, viene combattuta con l'antipatia, l'emarginazione, l'ostilità e, in casi estremi, con punizioni corporali o la pena di morte.
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Alcune definizioni di Hybris:
"Nell'antica Grecia, presunzione di forza, di potenza, propria dell'uomo che offende gli dei e ne provoca la vendetta." [
Fonte]
"Significa letteralmente "tracotanza", "eccesso", "superbia", “orgoglio” o "prevaricazione"." [
Fonte]
"...«insolenza, tracotanza», e nella cultura greca antica è anche personificazione della prevaricazione dell’uomo contro il volere divino: è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze, e come tale viene punito dagli dèi direttamente o attraverso la condanna delle istituzioni terrene (per es., la h. di Prometeo)." [
Fonte]
"La parola hybris significa violenza, oltraggio, arroganza: è una parola degli uomini e indica la violazione di un limite, di una misura, di fronte agli dei, agli altri uomini, di fronte alla natura. È la violazione di un kosmos e di una armonia, una assenza di consapevolezza e di responsabilità. È avanzare in equilibrio su un filo fragile con la superbia e la sventatezza che lo possono spezzare. " [
Fonte]
"... l’evento-colpa che viene commesso dall’uomo per orgoglio e tracotanza, ma soprattutto per sfidare gli dèi e andare oltre la propria limitatezza, non rimane mai impunito; a tale comportamento seguirà sempre la nèmesis, la vendetta divina, l’ira e lo sdegno della divinità di fronte ai misfatti umani e alla loro logica, l’orgoglio." [
Fonte]
"Ma da cosa nasce la Hybris? Una qualsiasi violazione della norma della misura, cioè dei limiti che l’uomo deve incontrare nei suoi rapporti con gli altri uomini, con la divinità o con l’ordine delle cose. Macchiarsi di hybris per i Greci significava non aver agito conformemente alle regole, rendendo necessaria una punizione. Essa viene scatenata dall’Ate, una forma di accecamento che offusca la mente dell’uomo portandolo a commettere azioni superbe e malvagie." [
Fonte]
Una delle più importanti conquiste dell'umanità, che dobbiamo a Sigmund Freud, è stata la scoperta, o meglio la supposizione, dell'inconscio e del super-io, oltre al metodo terapeutico psicoanalitico che permette di ridurne gli effetti nocivi. Il super-io è un entità psichica inconscia che giudica e condanna ingiustamente, cioè morbosamente, la persona che lo ospita, la quale si sente inconsciamente obbligata ad espiare in qualche modo la pena richiesta dalla condanna attraverso l'auto-impedimento della soddisfazione di legittimi bisogni o lo sviluppo di malattie psicosomatiche.
Lode e gratitudine dunque a Freud e alla psicoanalisi, ma attenzione al male che può annidarsi nell'altra faccia della medaglia. Infatti, credo che una certa ideologia psicoanalitica superficiale entrata gradualmente nella cultura popolare a partire dagli anni sessanta abbia contribuito a determinare una generale avversione per tutto ciò che ha a che fare con il giudizio morale, senza fare tante distinzioni, al punto che ogni giudizio morale (a parte quelli banali riguardanti i crimini più evidenti) viene ormai visto come "moralistico" e quindi deleterio o comunque pericoloso. Il risultato di questa tendenza è il dilagare di un nichilismo passivo, rassegnato, rinunciatario e irresponsabile, dal momento che pochi hanno pensato di sostituire i precetti moralistici forgiati dalla religione e incarnati dal super-io con altri laici e razionali, realmente utili alla comunità. In altre parole, ci si è preoccupati di demolire il senso inconscio del dovere e di affermare il diritto di fare tutto ciò che sentiamo giusto, senza mettere sotto scrutinio razionale il senso soggettivo del giusto, del buono e del bello. A livello sociale la conseguenza è che si è persa la spinta verso il bene comune e il progresso civile, di cui nessuno si sente più responsabile così come dei mali della società stessa. In altre parole, la nostra società sta andando moralmente alla deriva anche grazie all'ideologia popolare modernista (di cui una certa idea della psicoanalisi è parte integrante) che ha predicato la liberazione dalle costrizioni moralistiche non riuscendo più a distinguere il morale dal moralista.
La storia dell'Uomo ha dimostrato che l'etica e la morale non sono innate (se non in forme animali, come quelle che riscontriamo nei primati), ma il risultato di una educazione morale. Guardiamoci intorno: solo le religioni parlano ancora di morale e impegno sociale, in forme discutibili, spesso retrograde in quanto legate ad una rivelazione divina, con il risultato che spesso chi abbandona una religione abbandona anche la morale ad essa associata, senza sostituirla con una migliore. Per il resto, l'etica viene studiata negli ambienti accademici come branca della filosofia, senza alcun impatto pratico nella vita politica e sociale, dove è infatti vista con sospetto o repulsione, come una minaccia autoritarista o, nel migliore dei casi, un argomento inutile e noioso.
Io credo che questa tendenza generale alla dismissione della morale stia portando l'Uomo e la società al disastro, e auspico che psicologi e psicoterapeuti facciano la loro parte per rivalutare l'etica e la morale riconoscendo che accanto ad un super-io morboso da mettere a tacere ce ne debba essere uno sano da nutrire anche e soprattutto in sede psicoterapeutica (dove altrimenti?). Perché come è vero che non si può essere felici da soli, non si può convivere felicemente con altri umani senza rispettare una morale condivisa. Trovo edificanti in tal senso gli insegnamenti di Albert Camus ed Erich Fromm, esempi mirabili, anche se purtroppo fuori moda, di nichilismo virtuoso, attivo, responsabile e progressista.
Considerazioni suscitate dalla lettura di un articolo di Telmo Piovani intitolato “Biologia dell’altruismo” (nilalienum.it/Sezioni/Darwin/PievAltruismo.html).
In una prospettiva evoluzionistica, l'altruismo è vantaggioso non per l'individuo, ma per il gruppo a cui egli appartiene. Tuttavia l'appartenenza ad un gruppo avvantaggiato dal comportamento altruista dei suoi membri costituisce indirettamente un vantaggio per i suoi stessi membri, rispetto ai membri di altri gruppi di persone meno altruiste.
Questo schema si complica quando in un gruppo di persone prevalentemente altruiste si “nascondono” persone prevalentemente egoiste. In tal caso gli intrusi hanno un doppio vantaggio: uno diretto e uno indiretto. Perciò l’ipocrisia non smascherata è vincente per l’individuo, come pure è vincente, per il gruppo e per i suoi membri, ogni azione di "smascheramento" degli ipocriti.
Occorre osservare, d’altra parte, che, laddove per la sopravvivenza dell’individuo non sia necessaria l’appartenenza ad un gruppo molto coeso e cooperativo (ovvero quando le condizioni ambientali e sociali facilitano la vita anche al di fuori del gruppo) l’altruismo perde di importanza e non è premiato dalla selezione naturale. In altre parole, più facile è la vita al di fuori di un gruppo, più le persone tendono a comportarsi in modo egoistico. A tal proposito Samuel Bowles ha scritto: “Il conflitto è la levatrice dell'altruismo: la generosità e la solidarietà verso i propri simili possono essere emerse soltanto in combinazione con l'ostilità verso gli esterni al gruppo”.
Si può dunque parlare di “altruismo localistico”. Tuttavia, in una prospettiva di globalizzazione e di rischi planetari, le cose possono cambiare, dato che il nemico da combattere non è più costituito (solo) da gruppi rivali o nemici, ma dalle catastrofi naturali che possono colpire tutti gli abitanti della Terra, sia per colpa dell’attività antropica che per cause da essa indipendenti. La “patria” diventa dunque l’intero pianeta e i suoi nemici gli egoisti ipocriti che non contribuiscono al bene comune o lo mettono a rischio. Ne consegue che lo smascheramento dell’ipocrisia diventa essenziale per la sopravvivenza della nostra specie.
A margine di tali considerazioni evoluzionistiche, suppongo, da un punto di vista fisiologico, che il comportamento altruistico (quando esiste ed è genuino) sia per lo più spontaneo, cioè involontario, automatico ed inconscio. Presumo che esso sia regolato da meccanismi neuronali di “ricompensa sociale”, che rilasciano endorfine (quando avvengono interazioni sociali cooperative e affettive) dalle quali si diventa facilmenti dipendenti come avviene con sostanze stupefacenti esterne. In altre parole, chi è abituato sin da piccolo ad “assumere” certe endorfine, non può più farne a meno e, per ottenerle, è motivato a comportarsi in modo da guadagnare ricompense sociali (e quindi a interagire cooperativamente, altruisticamente e affettivamente con gli altri).
In tal senso, ipotizzo che fenomeni come l’autismo o l’asperger possono essere causati da disfunzioni fisiche genetiche (totali o parziali) del meccanismo di cui sopra.
Inoltre, penso che molti comportamenti egoistici potrebbero essere dovuti ad un arresto del meccanismo di ricompensa sociale a seguito della cessazione della “normale” dipendenza dalle “endorfine sociali”. Tale cessazione potrebbe avvenire dopo una assenza di ricompense sociali (ovvero di interazioni sociali gradevoli) oltre una certa durata. Per le persone più sfortunate, tale assenza inizia dalla nascita, a causa di un deficit parentale, e potrebbe non avere mai fine.
La cosa più importante per un essere umano, dopo la soddisfazione dei bisogni fisici, è il giudizio altrui sulla propria persona.
Il giudizio altrui viene percepito, classificato ed associato ad un atteggiamento più o meno cooperativo, pacifico o aggressivo nei propri confronti. Infatti, gli altri vengono classificati in base al giudizio da essi proveniente (così come viene percepito dall'interessato), in amici o nemici, servitori o dominatori, cooperatori o competitori, in un certo grado.
L'altro può essere rappresentato da una divinità, o, meglio, gli altri possono rappresentare, ovvero sostituire, una divinità che giudica, premia e castiga. Per esempio, la religione cattolica, con il sacramento della confessione, ha istituzionalizzato il giudizio morale rendendo i sacerdoti arbitri con il privilegio di valutare, condannare e assolvere le umane colpe.
L'uomo fa di tutto per essere giudicato positivamente, ovvero per essere rispettato, approvato, premiato, aiutato o servito, dagli altri.
I criteri del giudizio dipendono dall'educazione, dalla cultura e dalle esperienze personali.
Gli esseri umani sono interdipendenti, ovvero ognuno dipende dall'attitudine degli altri nei suoi confronti, la quale a sua volta dipende dal giudizio reciproco. Da esso dipende infatti il tipo di interazione che sarà possibile o probabile tra le persone. In sintesi, ognuno dipende dal giudizio altrui, ovvero dal giudizio, nei propri confronti, da parte delle persone rappresentative della comunità di appartenenza.
La persona giudicata giudica a sua volta il giudizio di cui è oggetto, e di conseguenza il giudicante, secondo un processo come il seguente. Un individuo A giudica un individuo B. B si sente giudicato da A in un certo modo e considera tale giudizio più o meno giusto. Se B si ritiene giudicato giustamente da A, accetterà il giudizio e avrà verso A un atteggiamento benevolo, se si ritiene giudicato ingiustamente, B rifiuterà il giudizio e proverà verso A rabbia o aggressività. A giudicherà a sua volta il giudizio di B nei suoi confronti, con lo stesso meccanismo, dando luogo ad un circolo vizioso in caso di giudizio negativo, virtuoso in caso di giudizio positivo. Possiamo chiamare tale meccanismo "retroazione del giudizio".
La dipendenza dal giudizio altrui può dunque essere causa di fenomeni catastrofici oppure felici, malefici o benefici, può dar luogo a coesione sociale ma anche a guerre spietate. Tale dipendenza, unita ad una mancanza di consenso sui criteri di giudizio, alla soggettività dei giudizi e al bias cognitivo che li rende inaffidabili, rende l'uomo particolarmente prono ai conflitti, vulnerabile e soggetto a disturbi della personalità.
Ad aggravare la situazione c'è il fatto che quasi mai i giudizi vengono espressi in modo esplicito, né argomentati razionalmente, e sono spesso occultati o dissimulati per opportunismo, cioè per ottenere benevolenza o evitare malevolenza.
Per diminuire i danni dovuti alla retroazione dei giudizi negativi, sarebbe utile affrontare il tema del giudizio reciproco in modo franco e razionale, senza pregiudizi e nella ricerca di un'etica condivis.
Qualcuno obietterà che la soluzione migliore sarebbe quella di evitare di giudicare. Io credo che tale soluzione sia illusoria o pericolosa per i seguenti motivi. Primo, perché non possiamo non giudicare, essendo il giudizio prima di tutto emotivo, e perciò involontario; possiamo eventualmente non esprimere apertamente il nostro giudizio emotivo e/o cognitivo, ma esso traspare facilmente dal nostro linguaggio non verbale. Secondo, perché senza giudizio ogni etica è impossibile, per cui non giudicare significherebbe non seguire un etica e promuovere una società senza etica, con le conseguenze che possiamo immaginare.
A mio avviso, una delle principali cause di infelicità degli esseri umani è un’errata contabilità del dare e del ricevere nelle relazioni sociali, e la conseguente mistificazione del senso della giustizia.
Il mio ragionamento parte dalla constatazione della fondamentale interdipendenza degli esseri umani, per cui ognuno ha bisogno della cooperazione altrui, cioè di ricevere qualcosa dagli altri (in termini di beni e servizi). Il problema è che l'uomo non ha un bisogno di dare commisurato al bisogno di ricevere, ed il secondo bisogno prevale normalmente sul primo.
A causa dello squilibrio tra il bisogno di ricevere e quello di dare si è sviluppato il commercio (sia in senso letterale che metaforico), ovvero la tendenza allo scambio più o meno esplicito di beni e servizi tra due individui (il “do ut des”).
Tra i beni e i servizi scambiati occorre includere l'accudimento, l'approvvigionamento, la compagnia, la protezione, le prestazioni sessuali, l'amore, l'insegnamento, il lavoro, il denaro, il cibo, doni ecc.
Infatti l’uomo impara ben presto che per ricevere qualcosa occorre dare o fare qualcosa in cambio, se non si vuole ottenere con la violenza ciò che si desidera. Ciò può dar luogo ad un bisogno “indotto” di dare, come mezzo (conscio o inconscio) al fine di ricevere.
A questo punto occorre parlare del "senso della giustizia", che è un processo mentale attraverso il quale misuriamo il valore di ciò che diamo e di ciò che riceviamo, per compararli. Riteniamo infatti ”giusto” uno scambio “equo”, cioè dove c’è un certo equilibrio di valore tra ciò che viene dato e ciò che viene ricevuto.
Quando percepiamo un’ingiustizia nei nostri confronti, di solito reagiamo in modo aggressivo e/o vittimistico. Quando ci rendiamo conto di essere stati ingiusti verso qualcuno, ci possiamo sentire in colpa e possiamo cercare di rimediare. Ovviamente non siamo imparziali né obiettivi in tali valutazioni, e questo può a sua volta innescare circoli viziosi di ingiustizie "giustificate".
La faccenda si complica enormemente considerando che gli scambi sociali sono spesso multilaterali ed aperti, nel senso che, ad esempio, A può ricevere qualcosa da B senza dare a B (prima o poi) qualcosa di equivalente, ma può dare a C qualcosa senza che C abbia fatto alcunché nei confronti di A per meritarselo. È ciò che, per esempio, avviene (o dovrebbe avvenire) nei rapporti tra genitori e figli, quando questi non restituiscono ai genitori quanto da loro ricevuto, ma danno ai propri figli qualcosa di equivalente senza aspettarsi un compenso.
Possiamo dunque parlare di due tipi di giustizia: quella bilaterale (che riguarda gli scambi “chiusi” tra due individui) e quella multilaterale (che riguarda gli scambi “aperti” tra un individuo e gli altri, intesi come gruppo indifferenziato). Le persone sono sensibili in modo diverso ai due tipi di giustizia, trascurando o esaltando ora l’uno, ora l’altro, ora entrambi.
Date le premesse che ho esposto, la mia tesi è che vi sia una diffusa ingiustizia (reale o percepita) nelle relazioni sociali (sia individuali che di gruppo), a causa di errori di calcolo (o della non calcolabilità) del valore dei beni e dei servizi scambiati. A ciò si aggiunge il generale desiderio di fare “buoni affari”, ovvero di ottenere il massimo dando il minimo.
Il risultato è una scarsità, una bassa qualità e uno squilibrio negli scambi, con conseguente generale insoddisfazione e frustrazione dei bisogni umani.
Per migliorare la situazione in questa problematica, occorrerebbe, a mio avviso, sensibilizzare le persone, sin da giovani, a misurare in modo più equo ciò che danno e ciò che ricevono, sia negli scambi bilaterali che in quelli multilaterali. Questa sensibilizzazione dovrebbe essere uno degli obiettivi dell'insegnamento dell’etica.
Un conflitto è il contrasto attivo e violento tra due motivazioni incompatibili. Due motivazioni sono incompatibili quando la realizzazione dell’una comporta la negazione della realizzazione dell’altra.
Le due motivazioni incompatibili possono risiedere in due individui (o gruppi) diversi, oppure in uno stesso individuo. Dal punto di vista di una persona, nel primo caso parliamo di conflitto esterno, nel secondo di conflitto interno.
In natura i conflitti sono molto diffusi e spesso indispensabili per la conservazione e l’evoluzione della vita. Infatti ogni vita si nutre di altre vite, cioè distrugge altre vite per sostenere la propria.
Nella società umana i conflitti sono regolati (cioè proibiti, limitati, attenuati, nascosti o dissimulati) dalla morale, il cui scopo è quello di favorire e difendere la cooperazione e l’ordine contro la distruttività sociale dei conflitti.
Il concetto di conflitto è legato a quello di competizione, nel senso che un conflitto è una competizione in azione, ovvero un prodotto, o una conseguenza di una competizione tra due motivazioni, o progetti di vita, non compatibili.
I conflitti tra esseri umani riguardano sia il possesso o l’uso di beni materiali (mobili, immobili, spazi, denaro), sia i rapporti cooperativi tra le persone. Infatti, paradossalmente, si compete per poter cooperare meglio, e si coopera per competere meglio.
Possiamo chiamare “conflitti economici” quelli che riguardano i beni materiali, e “conflitti relazionali” o “conflitti sociali” quelli che riguardano i rapporti tra persone.
È possibile una convivenza umana non conflittuale? Suppongo di no, per il semplice fatto che ogni essere umano ha bisogni e desideri involontari e contrastanti, non controllabili in misura sufficiente.
Nel caso dei conflitti economici, questi non ci sarebbero se tutti potessero condividere gli stessi beni, ma in realtà il possesso di un certo bene da parte di una persona implica spesso il non possesso dello stesso bene da parte di altre persone, e il conflitto nasce quando due persone desiderano uno stesso bene non condivisibile.
Lo stesso vale nei conflitti relazionali, allorché due persone vorrebbero avere una relazione, di tipo erotico od economico, esclusiva con una terza persona.
I conflitti relazionali riguardano anche lo status, ovvero la distribuzione del potere o dell’autorità all’interno di una relazione di coppia, di un gruppo o di una comunità. Infatti, per natura, ogni persona cerca di avere lo status più alto a cui può aspirare in base alle sue capacità fisiche o mentali. D'altra parte, a nessuno piace essere comandato da qualcuno ritenuto più debole o meno intelligente di se stesso, o rinunciare ai propri desideri per soddisfare quelli dell’altro, quanto i desideri stessi sono divergenti o contrastanti.
Come ho scritto sopra, la morale tende a reprimere i conflitti, ma quasi sempre li rimuove solo in senso psicoanalitico, ovvero non effettivo, col risultato che le persone confliggono in modo nascosto o dissimulato, negando di farlo, e trovando “scuse” non conflittuali per giustificare il loro comportamento conflittuale.
Se vogliamo regolare i conflitti in modo realistico, intelligente e produttivo, dobbiamo prendere coscienza della loro esistenza e ammettere di non esserne esenti. Solo allora potremo trovare i migliori compromessi che ci permettono di convivere con altri umani nonostante l’inevitabile competizione e gli inevitabili conflitti.
Ho formulato le seguenti regole morali basandomi su principi di laicità, razionalità, empatia, convivenza civile e responsabilità sociale, per promuovere una società cooperativa, pacifica, aperta, e rispettosa delle diversità.
Tali regole non vanno applicate rigidamente, ma devono essere modulate con
saggezza e discernimento, considerando il contesto specifico di ogni situazione.
- RECIPROCITÀ - Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te
Cerca di comprendere i bisogni, i desideri, le preoccupazioni e le emozioni altrui e tienine conto nelle interazioni sociali.
- RISPETTO - Rispetta la dignità, le diversità e i diritti universali di ogni persona
Rispetta ogni individuo indipendentemente da etnia, genere, orientamento sessuale, opinioni, origini, abilità, salute, bellezza, ricchezza ecc. Riconosci che tutti sono uguali di fronte alla legge, e che hanno gli stessi diritti. Riconosci ad ognuno il diritto di avere idee, opinioni, sentimenti, interessi, gusti e comportamenti diversi da quelli della maggioranza (se non danneggiano gli altri), e di esprimerli liberamente.
- SINCERITÀ - Sii onesto, sincero e chiaro
Cerca e difendi la verità contro le falsità, ammetti l'incertezza e l’incompletezza delle opinioni, e basa le tue decisioni su evidenze piuttosto che su pregiudizi. Riconosci che la verità è spesso soggettiva, e rispetta coloro che non possono sopportare verità diverse dalle proprie. Sii autentico, cioè coerente tra valori, parole e azioni. Parla sinceramente e chiaramente. Sii pronto a riconoscere i tuoi errori e i tuoi autoinganni.
- SOLIDARIETÀ - Sii solidale con chi ha bisogno di aiuto
Aiuta chi ha bisogno di aiuto, in proporzione alle tue possibilità. Sostieni politiche redistributive della ricchezza. Agisci per tutelare vulnerabili, innocenti, e vittime di ingiustizie anche quando non hai un interesse diretto.
- INNOCUITÀ - Non nuocere agli altri
Non nuocere agli altri e non usare violenza (fisica, verbale o psicologica) verso alcuna persona o animale senza motivi giustificabili. Non rubare, non ingannare, non frodare. Rispetta lealmente le promesse fatte e gli impegni presi. Rispetta la proprietà privata e la riservatezza delle persone. Risolvi i conflitti mediante il dialogo e la negoziazione costruttiva piuttosto che con la forza.
- RESPONSABILITÀ - Rispondi delle conseguenze delle tue azioni e delle tue scelte private e politiche
Valuta le conseguenze delle tue scelte e delle tue azioni passate e future per te e per gli altri, e ripara o risarcisci eventuali danni. Non dare agli altri la colpa dei tuoi errori o fallimenti. Partecipa alle scelte politiche della tua comunità per quanto possibile, valutandone le conseguenze per tutti. Sostieni le scelte politiche che favoriscono il progresso civile, la ricerca scientifica e umanistica, e il benessere comune più di quello tuo.
- GIUSTIZIA - Sii giusto ed equo
Rispetta il principio di reciprocità e di equità tra il dare e l’ottenere. Sii riconoscente verso chi è stato generoso con te e cerca di sdebitarti. Rispetta le leggi e le norme della società in cui vivi, purché non contrastino con i principi morali universali. Non accusare nessuno senza prove. Non approfittare di chi è in stato di bisogno per sfruttarlo. Sii pronto a perdonare chi è pentito di averti danneggiato.
- LEALTÀ - Cerca di conciliare la competizione con la cooperazione
Fai in modo che la competizione sia leale, sincera, non mistificata, e non danneggi la cooperazione.
- AMBIENTE - Rispetta l’ambiente e i beni pubblici
Lascia l’ambiente meglio di come lo hai trovato.
- MIGLIORAMENTO - Impegnati per il miglioramento della tua persona, della società e dell’ambiente
attraverso lo studio, l’insegnamento, il pensiero critico, e comportandoti in modo esemplare.
- Credi di aver dato più di quanto hai ricevuto?
- Credi di essere eticamente migliore rispetto alla media degli esseri umani?
- Credi di essere più intelligente rispetto alla media degli esseri umani?
- Credi che se tu non fossi mai nato il mondo sarebbe peggiore o migliore?
- Credi di sapere tutto ciò che è importante sapere per interagire con gli altri in modo soddisfacente per loro e per te?
- Cosa faresti se sapessi che ti resta solo un mese da vivere?
- Se tu fossi il capo del governo, quali leggi cercheresti di far approvare?
- Se tu potessi realizzare tre desideri, quali sceglieresti?
- Qual'è stata la cosa più spregevole che tu abbia mai fatto?
- A quale prezzo ti prostituiresti?
- Qual è stato l'errore più grande che hai commesso?
- Qual'è la cosa più stupida che tu abbia mai fatto?
- Di chi desideri la morte?
- Verso chi sei, o sei stato, ingrato?
- Cosa ti manca per essere soddisfatto della vita che fai?
- Verso chi ti senti in concorrenza?
- Di cosa ti senti colpevole?
- Di cosa hai paura?
- Quali persone ti fanno più paura?
- Cosa non ti piace del tuo corpo?
- Cosa non ti piace della tua mente?
- Perché hai sposato la persona che hai sposato?
- Sei pentito di aver sposato la persona che hai sposato?
- Cosa cambieresti nelle tue abitudini?
- Quali situazioni ti intimidiscono o imbarazzano?
- Quanta paura hai di morire?
- Quanta paura hai di combattere con chi è più forte di te?
- Da chi credi di essere stato ingannato?
- Verso chi provi risentimento?
- In cosa speri?
- Chi invidi?
- Di chi e quanto sei geloso?
- Quanti veri amici hai?
- Che effetto ti fa l'idea che dopo la tua morte non rimarrà nulla di te?
- Sei soddisfatto della tua capacità di autocontrollo?
- Cosa ti deprime?
- Credi di avere un'empatia più alta o più bassa rispetto alla media?
- Quanto ti consideri elegante?
- In cosa ti senti inferiore alla media?
- In cosa ti senti superiore alla media?
- Credi di essere più o meno egoista rispetto alla media?
- Credi di essere capace di vera amicizia?
- Quanto ti consideri socievole?
- Quanto ti consideri ospitale?
- Cosa sbaglio frequentemente quando interagisco con gli altri?
- In cosa ti senti diverso dagli altri?
- In cosa ti senti uguale agli altri?
- Cosa cerchi di nascondere di te e della tua storia?
- Qual'è stata la cosa più incosciente e imprudente che tu abbia mai fatto?
- Di cosa ti vergogni?
- Hai amici tra loro incompatibili?
- Hai amici incompatibili con il tuo coniuge?
- Hai perversioni, vizi, manie, abitudini o tendenze inconfessabili?
- Quanto tempo passi in solitudine?
- Sei soddisfatto degli amici che hai?
- Qual è il ricordo più brutto della tua vita?
- Quando hai fatto una brutta figura?
- Quando sei stato ridicolo?
- Quando hai fatto piangere qualcuno?
- A chi hai fatto del male?
- Chi hai fatto soffrire?
- Chi hai deluso?
- Chi hai disgustato?
- Verso chi sei stato ingiusto?
- Cosa ti offende maggiormente?
- Cosa ti irrita maggiormente?
- In quali casi saresti disposto a sacrificare la tua vita?
- Quali sono stati i tuoi insuccessi più importanti?
- Qual'è stata la peggiore umiliazione che hai subito?
- Credi sia giusto che tu possieda più ricchezze di chi ne possiede di meno?
- Credi di avere una cultura sufficiente per dare giudizi logici, etici o estetici?
- Credi di contribuire al miglioramento della società?
- Saresti capace di uccidere una persona per salvarne più di una?
- Vorresti essere immortale?
- Hai paura del tuo inconscio?
Il concetto di responsabilità è uno dei più problematici per l'umanità. Su di esso si basano l'etica, la politica e le dinamiche interpersonali. Essere responsabili di una situazione significa, infatti, avere avuto o avere ancora il potere e la libera volontà di determinarla nel bene o nel male.
L'Uomo tende ad assegnare ad una o più persone la responsabilità di qualunque cosa accada al mondo ad eccezione dei fenomeni puramente naturali. Molti pensano, infatti, che tutto ciò che accade avvenga per volontà di qualcuno, cioè di un essere umano o gruppo di esseri umani, oppure di Dio o altra entità spirituale.
E' difficile, per molti, ammettere che quasi tutto ciò che avviene nel mondo non è determinato dalla libera volontà umana né da quella divina. Infatti la volontà umana è in gran parte non libera ma deterministica, e quella divina è questione di fede e non è dimostrabile razionalmente. Ne consegue che quasi tutti cercano di dimostrare di non essere responsabili dei mali della società e di avere molti più meriti che demeriti.
Essere considerati responsabili di un male verso una o più persone è pericoloso e spaventoso, perché a ciò è associata l'idea di meritare perciò una punizione da parte del danneggiato o del resto della società, che, nei casi più gravi, potrebbe consistere nell'emarginazione sociale, violenze, pene detentive o perfino nella morte.
Siccome i mali della società sono sotto gli occhi di tutti, è importante avere un alibi per dimostrare di non esserne responsabili o corresponsabili. E allora, specialmente se si pensa che nulla avvenga per colpa di nessuno, è giocoforza che se noi non siamo responsabili del male, qualcun altro debba esserlo. Da qui la tendenza a cercare, non in noi stessi ma negli altri, i responsabili dei mali della società, cioè delle nostre sofferenze e di quelle altrui.
A tale scopo ci sono tantissime tesi, idee, congetture, teorie, e ideologie (politiche, economiche, storiche, religiose, spirituali, scientifiche ecc.) da cui si evince che certe persone non siano responsabili dei mali che affliggono la società, mentre lo siano altre persone. Tali supposizioni, deresponsabilizzanti per i loro proponenti e seguaci, sono sempre state popolari perché rispondono al bisogno di ogni essere umano di avere un alibi rispetto ai mali della società.
Da un punto di vista psicologico, il nostro bias cognitivo ci presenta una visione del mondo parziale e distorta in modo da essere deresponsabilizzanti per noi.
Da un punto di vista psicoanalitico, possiamo supporre che ognuno di noi tenda a rimuovere nell'inconscio ogni "prova" che potrebbe indebolire il nostro alibi rispetto ai mali della società.
La mia opinione è che ogni essere umano libero e capace di intendere e di volere sia, in proporzione alle sue capacità e possibilità, corresponsabile dei mali della società, a meno che non possa dimostrare di battersi efficacemente contro di essi (questo vale anche per la mia persona).
Infatti io credo che la responsabilità morale di un individuo non consiste solo nell'astenersi dal fare cose nocive come rubare, uccidere, mentire, ma include anche l'obbligo di impegnarsi attivamente, produttivamente, per il bene comune e il miglioramento della società.
Secondo me, per migliorare la società è indispensabile che i veri responsabili dei suoi mali ammettano la loro responsabilità o corresponsabilità e cerchino di migliorare il proprio comportamento, oppure che un'adeguato numero di persone combattano efficacemente per costringere i responsabili dei mali a correggersi.
Mi aspetto che gli argomenti che ho esposto in questo articolo siano sgraditi alla maggior parte della gente perché tendono a responsabilizzare ogni essere umano rispetto ai mali della società e a demistificare ogni tesi deresponsabilizzante.
Per questo mi aspetto una secca opposizione difensiva e controffensiva ai miei argomenti da parte dei più, consistente soprattutto in accuse, verso la mia persona, di arroganza, presunzione, ingenuità, ignoranza e mancanza di credenziali accademiche, anziché una pacifica discussione sulla fondatezza o infondatezza razionale delle idee che ho esposto.
Vedi anche Il peccato originale laico e la sua rimozione.
Ogni umano ha una sua visione del mondo. Una visione del mondo è costituita da definizioni e valutazioni di enti (concetti, oggetti, persone, idee, comportamenti ecc.). Le valutazioni (dette anche giudizi) sono di vari tipi: logico (vero/falso), etico (buono/cattivo), estetico (bello/brutto), pragmatico (utile/inutile), dimensionale (grande/piccolo, importante/non importante) ecc.
Le valutazioni possono riguardare qualsiasi ente, compresi gli esseri umani e i loro comportamenti (sia in quanto individui unici sia in quanto categorie di persone).
Ogni essere umano, anche se non lo ammette, giudica (consciamente o inconsciamente, direttamente o indirettamente) ogni altro essere umano e se stesso. Il giudizio è cognitivo (giusto/sbagliato) ed emotivo (attrazione/repulsione), e quello emotivo precede e influenza quello cognitivo nel senso che tendiamo a considerare giusto ciò che ci attrae e sbagliato ciò che ci repelle.
Il giudizio dell'uomo sull'uomo è problematico in quanto può avere conseguenze indesiderate e nefaste. Infatti esso può essere offensivo o percepito come tale dagli interessati, compreso il soggetto che giudica se stesso o che si sente giudicato dagli altri. La conseguenza di un giudizio sfavorevole può essere una reazione difensiva e/o aggressiva (rabbia e desiderio di rivalsa), depressiva (senso di colpa o di inferiorità) o evitante, cioè di allontanamento o fuga.
Per evitare gli effetti socialmente distruttivi dei giudizi sfavorevoli dell'uomo sull'uomo, i meccanismi di difesa della psiche nel soggetto giudicabile adottano varie strategie.
Una di esse consiste nel dividere gli esseri umani in classi (gruppi, categorie o comunità) e giudicare favorevolmente quelli che appartengono a certe classi (a cui appartiene anche il soggetto) e sfavorevolmente gli altri, in modo che vi sia coesione, pace e solidarietà nella classe di appartenenza e un’eventuale ostilità solo verso le altre.
Un'altra strategia consiste nell'astensione dal giudizio, tranne nei casi di comportamento estremamente antisociale o nei casi percepiti dal soggetto come dannosi per sé stesso.
Entrambe le strategie comportano bias cognitivi, pregiudizi e distorsioni della realtà, ovvero autoinganni e "doppi vincoli", con forme più o meno gravi di schizofrenia.
Infatti è impossibile non giudicare, così come è impossibile non comunicare e non pensare, e affermare di non giudicare è sempre falso e illusorio. Un giudizio cognitivo-emotivo (conscio o inconscio) c'è sempre e può essere più o meno positivo (cioè più o meno favorevole al giudicato) o neutro, proprio come in un tribunale. Perfino lo stesso atto di giudicare può essere oggetto di giudizio, tanto che chi giudica esplicitamente e francamente passa facilmente per arrogante.
Il fatto è che il comportamento di ogni essere umano può essere più o meno utile o nocivo agli altri, e non chiedersi quanto lo sia significa non voler vedere la realtà perfino quando ci riguarda direttamente o indirettamente.
Rifiutarsi di giudicare è assurdo, sciocco e irresponsabile come non voler vedere il male che qualcuno sta facendo a qualcun altro. In realtà, coloro che si negano il diritto di giudicare ignorano il male che gli altri fanno al prossimo, tranne quando ne sono essi stessi vittime. Il risultato è una degradazione morale del vivere civile accompagnata da egoismo e indifferenza per le sofferenze altrui.
Nelle conversazioni tra amici o conoscenti, per evitare l'insorgere di antipatie e di ostilità, e per non essere esclusi dai gruppi e dalle comunità, c'è l'abitudine di non esprimere giudizi sul comportamento umano, sia riguardo ai presenti, sia in generale, dato che chiunque può sentirsi implicato o alluso in un giudizio generale sfavorevole. Sono infatti ammessi solo giudizi negativi verso classi e tipi di persone a cui sicuramente nessuno dei presenti appartiene. Questo è ciò che viene comunemente chiamato "tatto", “etichetta”, "buone maniere", e "politicamente corretto".
Tra i giudizi sfavorevoli diretti o indiretti, c'è quello che riguarda la visione del mondo e la capacità critica della persona giudicata. Difficilmente, infatti, un essere umano tollera che qualcuno metta in discussione, direttamente o indirettamente la propria visione del mondo e la propria capacità di giudizio, in quanto esse costituiscono le fondamenta della propria personalità e moralità, ovvero della propria dignità sociale.
Ci sono persone capaci di mettersi in discussione, ma se a mettere in discussione la nostra personalità è qualcun altro, allora si scatena il loro meccanismo di difesa in forma di attacco o fuga rispetto al giudicante, normalmente percepito come aggressore e offensore, sia a livello emotivo che cognitivo.
Siamo stati abituati a giudicare (razionalmente ed emotivamente) secondo un’etica che io definirei intuitiva e soggettiva, in quanto basata su certe concezioni del bene e del male la cui definizione non è mai stata chiara. Da bambini, infatti, il “male” era ciò che “dispiaceva” ai nostri genitori, che li faceva soffrire. Poi la religione ci ha insegnato che il male era ciò che dispiaceva a Dio e che causava la sua ira funesta. Analogamente abbiamo imparato a conoscere “il bene”.
Possiamo dire che un’etica fondata su ciò che piace o dispiace a qualcun altro (genitori, preti, altri membri della comunità, divinità ecc.) sia di tipo “mimetico”, ovvero ottenuta mediante una “copiatura” o “rispecchiamento” di sentimenti altrui. A tal proposito ritengo plausibile che i neuroni specchio abbiano un ruolo importante nella formazione dei nostri sentimenti morali.
Ora che siamo adulti, dovremmo essere abbastanza dotati di senso critico e di conoscenze (sia scientifiche che umanistiche) per capire che conviene ridefinire il bene e il male su basi più chiare, più oggettive e meno rischiose rispetto alle preferenze emotive dei nostri genitori e delle altre persone “significative” che hanno formato il nostro inconscio (e i relativi automatismi di autocensura).
A tal proposito, come alternativa all'etica “mimetica” io propongo un’etica “sistemica” ovvero basata su una concezione sistemica della vita, delle interazioni sociali e delle dinamiche interne all’individuo, ovvero delle interazioni tra la sua mente e il resto del suo corpo, e tra le parti della mente stessa.
L’idea fondamentale è che ogni essere vivente (o parte di esso) sia un sistema, e che ogni sistema sia un sottosistema di un sistema più grande e sia composto a sua volta da sottosistemi. Presumo inoltre che ogni sistema (o sottosistema) abbia una sua autonomia e un certo grado di libertà, ma che la sua vita e il suo benessere dipendano dalla qualità e quantità delle sue interazioni con le altre parti del sistema a cui appartiene.
Sulla base di tale supposizione, si può dire che il “bene” sia sempre relativo ad un sistema vivente (di un certo livello strutturale), e consista in tutto ciò che favorisce il mantenimento e il funzionamento del sistema stesso, specialmente per quanto riguarda le sue interazioni “vitali” con il resto dell’ambiente da cui la sua vita e il suo benessere dipendono.
L’interdipendenza degli esseri viventi sarebbe dunque la fonte, o matrice, dell’etica. Infatti, se noi umani non avessimo bisogno gli uni degli altri e se non tendessimo a competere gli uni contro gli altri, non ci sarebbe alcun bisogno di un’etica, e non staremmo qui a parlarne. L’etica nasce dunque dai bisogni umani, dalla nostra necessità di cooperazione con altri esseri umani e dalla competizione con essi, oltre che dall’ambiente naturale da cui otteniamo il necessario per la nostra nutrizione e protezione. In altre parole, l'etica serve a "regolare" le interazioni (dirette e indirette) tra individui, che altrimenti sarebbero "sregolate" (ovvero immorali).
Dipendiamo dunque da un ambiente che è sia culturale (cioè sociale) che naturale. L’ecologia è lo studio delle interdipendenze degli esseri viventi e il presupposto intellettuale fondamentale per l’etica, che, in tal senso, non può essere mai assoluta, ma sempre relativa alla sostenibilità ecologica del sistema di cui il "soggetto etico" fa parte.
Se l'ecologia è lo studio delle interdipendenze e interazioni tra esseri viventi, la psicologia dovrebbe essere lo studio delle interdipendenze e interazioni all'interno della mente di un individuo, tra la mente e il mondo esterno e tra la mente e il resto del corpo. Anche queste interazioni sono oggetto di etica in quanto le interazioni esterne di un individuo sono dirette da quelle interne (consce e inconsce).
L’etica sistemica, rispetto a quella mimetica, costituisce una rivoluzione culturale in quanto comporta il passaggio da un’etica basata su comandamenti definiti “a priori” (ovvero prima della nascita dell'individuo) e da lui "copiati", ad una “negoziata” tra le parti interdipendenti, tenendo conto delle risorse disponibili e dei “concorrenti” interessati a goderne. L’etica sistemica è dunque un “contratto sociale” in perenne fase di negoziazione e rinegoziazione, che tiene conto sia della nostra necessità di cooperazione, sia della nostra naturale e istintiva competizione per le risorse naturali e sociali disponibili (in senso quantitativo e qualitativo).
Per quanto riguarda le interazioni interne all'individuo (e come tali oggetto della psicologia), la negoziazione è molto difficile, se non impossibile, dato che non possiamo "vedere" gli agenti mentali in gioco, ma solo intuirli. Tuttavia, possiamo immaginare e ipotizzare ciò che avviene nella nostra mente e nel nostro corpo e decidere in quale misura assecondare o respingere le varie pulsioni e motivazioni di origine interna. Il fine di tale regolazione dovrebbe essere quello della sostenibilità generale, in senso sistemico ed ecologico, della nostra persona e della comunità da cui dipendiamo.
Il tema del nostro caffè filosofico di stasera pone una domanda di importanza fondamentale: cioè se l’etica sia, o dovrebbe essere, universale, cioè uguale per tutti, immutabile nel tempo e applicabile in ogni contesto e in ogni gruppo umano, oppure se sia necessariamente variabile, relativa e contestuale.
In sintesi, ci stiamo chiedendo se l’etica sia, o debba essere, assoluta o relativa.
Diversi papi, compreso quello attualmente in carica, hanno usato il termine “relativismo etico” in senso dispregiativo, come se un’etica relativa, o relativistica, non potesse essere buona, valida, utile o accettabile. Ma è proprio così?
Certo, l’etica promossa da una religione non può che rifarsi alle proprie sacre scritture, nell’interpretazione data dal suo clero (almeno nel caso del cattolicesimo), e in tal senso è universale e assoluta, a meno che l’interpretazione delle sacre scritture non sia di per sé personale, relativa e storicamente variabile, cosa che non ho mai sentito affermare da alcuna Chiesa, almeno in modo ufficiale.
Per rispondere alla domanda che costituisce il tema di stasera, dovremmo prima di tutto chiarire il significato del termine “etica” e stabilire quali siano i suoi fondamenti, ovvero la sua genealogia e le sue finalità. Lo stesso dovremmo fare per il termine “morale” che viene spesso usato come sinonimo di “etica”. I due termini sono comunque strettamente connessi anche quando non sono usati come sinonimi.
Il vocabolario Treccani così definisce l’etica: “Nel linguaggio filosofico, ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo, soprattutto in quanto intenda indicare quale sia il vero bene e quali i mezzi atti a conseguirlo, quali siano i doveri morali verso sé stessi e verso gli altri, e quali i criterî per giudicare sulla moralità delle azioni umane”.
Lo stesso vocabolario definisce così il sostantivo “morale”: “Insieme di consuetudini e di norme riconosciute come regole di comportamento da una persona, un gruppo, una società, una cultura”.
Ai termini “etica” e “morale” sono spesso associati termini come: bene, male, piacere, dolore, sincerità, falsità, regole, leggi, impegni, responsabilità, giudizio, colpa, innocenza, condanna, punizione, egoismo, altruismo, criminalità, violenza, competizione, solidarietà, obbedienza, conformità, conformismo, fedeltà, tradimento, pacifismo, suprematismo, uguaglianza, disuguaglianza, religione, ateismo, carità, compassione, empatia, determinismo, libero arbitrio, scelta, giustizia, rispetto, educazione, desideri, diritti, doveri, tolleranza, progresso, volontà, ecc.
A proposito di etica e di morale (qui usati come sinonimi), vi sottopongo la seguente serie di domande come spunti per la discussione:
- a cosa serve la morale?
- chi beneficia di una morale?
- può una comunità o una società sopravvivere senza che i suoi membri seguano regole morali?
- chi stabilisce le regole morali di una comunità o di una società? Da dove provengono?
- chi ha il diritto di giudicare la moralità del comportamento di una persona?
- il giudizio morale è un diritto, un dovere, o entrambe le cose?
- quali sono le regole morali che vengono seguite nella nostra società occidentale opulenta e come si differenziano rispetto a quelle di altre società e dei tempi passati?
- due esseri umani possono negoziare le regole morali da seguire nelle loro interazioni tralasciando quelle delle loro comunità?
- una morale dovrebbe limitarsi a specificare quello che non si deve fare, o anche ciò che si deve fare?
Per concludere, vorrei citare un aforisma di Voltaire: “Ognuno è colpevole del bene che non ha fatto”.
A voi la parola.
Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
Giudicare una cosa (concreta o astratta) o una persona significa decidere se essa sia (in una certa misura) vera o falsa, buona o cattiva, bella o brutta, utile o inutile, efficace o inefficace, potente o impotente, ecc.
A tal proposito possiamo distinguere diversi tipi di giudizio, come i seguenti:
- giudizio logico (vero/falso)
- giudizio etico (buono/cattivo)
- giudizio estetico (bello/brutto)
- giudizio utilitaristico (utile/inutile)
- giudizio pragmatico (efficace/inefficace)
- giudizio politico (potente/impotente)
- ecc.
Il giudicare comporta anche l’opzione di decidere se vi sono elementi sufficienti e sufficientemente chiari per poter esprimere un giudizio, o altrimenti, se sia opportuno sospendere il giudizio stesso.
Inoltre, un giudizio può anche risultare neutro (cioè né vero, né falso, né buono, né cattivo, ecc.) o irrilevante.
Giudicare o valutare (verbi che possiamo considerare sinonimi) non comportano necessariamente l’espressione o dichiarazione del giudizio(alla persona oggetto del giudizio, o a terzi), né la condanna ad una punizione o un rimprovero (in caso di giudizio sfavorevole), né una premiazione o una lode (in caso di giudizio favorevole). In altre parole, l'opportunità di esprimere un giudizio morale è indipendente dall'opportunità di giudicare.
Ogni essere umano è allo stesso tempo giudice e giudicato, nel senso che gli umani si giudicano reciprocamente (e giudicano anche se stessi) consciamente o inconsciamente, e decidono come comportarsi l’uno con l’altro in base a tali giudizi.
Essere oggetto di un giudizio sfavorevole da parte di altri (come falso, cattivo, brutto, inutile, inefficace, impotente, ecc.) è terribile in quanto può comportare l’emarginazione sociale del giudicato. In tal senso, il compito principale dell’inconscio è quello di imporre alla coscienza del soggetto comportamenti tali da ottenere dagli altri (cioè dalle persone più importanti per sé) i giudizi più favorevoli possibile.
I giudizi possono pertanto costituire armi (offensive e/o difensive), incentivi e strumenti nella competizione e nella cooperazione tra umani.
Perciò, a mio avviso, abbiamo tutti, consciamente o inconsciamente, paura del giudizio sfavorevole altrui, e cerchiamo di evitare di subire un giudizio, a meno che non siamo fiduciosi che esso sia a noi favorevole.
Un altro aspetto problematico del giudicare è il confronto tra giudizi e le gerarchie basate sulle differenze dei giudizi sulle persone.
Infatti, proprio perché i giudizi non sono normalmente binari (esempio: buono o cattivo) ma quantitativi (esempio: più o meno buono e/o cattivo) nel giudicare due persone una di esse risulterà normalmente migliore o peggiore dell’altra in una certa categoria di confronto, dato che è improbabile che il giudizio sia esattamente uguale, in alcuna delle diverse categorie.
In altre parole, la competizione e le gerarchie tra umani sono basate sul giudizio su chi sia più “valevole”, “valido” o "valoroso" (cioè più vero, buono, bello, utile, efficace, potente, ecc.) dell’altro.
Il giudizio comparativo è importante non solo nella competizione, ma anche nella cooperazione, nella selezione e nell’imitazione, ovvero in tutti i processi di interazione sociale.
Infatti, in una libera cooperazione, ognuno è libero di scegliere i partner “migliori” che può sperare di ottenere, ed esercita normalmente tale libertà. Anche nei processi di imitazione tendiamo a imitare i modelli che giudichiamo “migliori”.
Un altro problema legato al giudicare è quello della reciprocità del giudizio, nel senso che se una persona A giudica sfavorevolmente una persona B, e B lo sa, B tende a giudicare sfavorevolmente la persona A. Analogamente, se una persona A giudica favorevolmente una persona B, e B lo sa, B tende a giudicare favorevolmente la persona A. Questo fenomeno può dar luogo all’inibizione dei giudizi sfavorevoli e alla promozione di quelli favorevoli, come strategia, conscia o inconscia, per facilitare la cooperazione sociale e la reciproca accettazione.
Da quanto sopra, risulta evidente che il giudicare è fondamentale in tutti i rapporti sociali, e per questo dovrebbe essere studiato con molta cura sia in filosofia che in psicologia.
Tuttavia, per la maggior parte della gente il termine “giudicare” ha una connotazione negativa, come di qualcosa di politicamente scorretto, di divisivo, da evitare il più possibile, con la conseguenza che quasi tutti giudicano inconsciamente, e negano di farlo.
Una delle conseguenze più pericolose di questo stato di cose nella nostra civiltà attuale è il declino della morale, dovuto anche al declino delle religioni, che hanno sempre avuto il monopolio della morale stessa. Allo stesso tempo viene glorificata una libertà senza limiti, che è soprattutto libertà dai giudizi morali.
Per concludere, la gente, con poche eccezioni, non ama parlare di morale ed evita di parlarne. Ciò sta rendendo la nostra civiltà sempre più amorale, dato che esercitare la morale consiste nel giudicare se un certo comportamento sia più o meno buono o cattivo.
Per “etica del dovere” intendo un’etica “normativa”, vale a dire un’insieme di obblighi e divieti predefiniti e non negoziabili, validi per tutti.
Le regole generali di quasi tutte le etiche normative che conosco sono le seguenti:
- Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.
- Ama il prossimo tuo come te stesso (cioè fai al prossimo tuo ciò che vorresti fosse fatto a te).
Oltre a queste regole generali, ogni cultura o religione include regole normative particolari, cioè obblighi e divieti piuttosto precisi che riguardano costumi, alimentazione, sessualità, contatti fisici, abbigliamento, estetica, simboli, riti, tradizioni, relazioni sociali, rapporti familiari, comunicazione, aborto, eutanasia ecc.
Sia le regole generali che quelle particolari delle etiche normative generalmente non prendono in considerazione le differenze di temperamento, di carattere, di intelligenza, di cultura, di gusti, di condizioni economiche ecc. tra esseri umani. In altre parole, non tengono conto delle differenze nei desideri e nelle preferenze individuali.
Di conseguenza, un importante inconveniente delle etiche normative è il mancato rispetto delle differenze di personalità, specialmente per quanto riguarda le persone non conformi ai modelli di pensiero e di comportamento più imitati.
Per esempio, io posso trattare una persona in un modo per me desiderabile, mentre quella lo ritiene indesiderabile, come pure io posso astenermi dal fare a una persona una certa cosa che io ritengo indesiderabile, mentre quella persona ritiene quella cosa desiderabile.
Un altro esempio: uno desidera ricevere certe cose dagli altri, ma non da chiunque altro, bensì solo da persone di un certo tipo. Insomma, ignorare le differenze di gusti e il diritto di scegliere le persone con cui interagire, conduce ad una difficoltà di cooperazione e ad una reciproca frustrazione.
Per superare tale inconveniente delle etiche normative, mi chiedo, e vi chiedo, se non sia preferibile adottare un tipo di etica alternativo, che io definirei “etica del gradimento”, o “etica edonistica” o “etica del piacere”, dove per “piacere” e per “dolore” intendo non solo quelli fisici, ma soprattutto quelli mentali, come ad esempio il piacere di sentirsi desiderati o apprezzati, o il dolore di sentirsi indesiderati o disprezzati.
A differenza delle etiche normative, l'Etica del gradimento da me immaginata non include regole di comportamento precise, ma consiste in raccomandazioni generali e proposte sempre negoziabili aventi come scopo la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore propri e altrui attraverso la soddisfazione dei rispettivi bisogni e desideri.
Infatti, un essere umano riesce a soddisfare i propri bisogni e desideri solo attraverso la cooperazione con altri umani e questa cooperazione può essere ottenuta, tra adulti, solo attraverso la soddisfazione dei rispettivi bisogni e desideri (escludendo altri mezzi come la violenza e l’inganno).
Le regole generali dell’Etica del gradimento da me immaginata sono le seguenti:
- Fai al prossimo tuo ciò che egli gradisce gli venga fatto, purché e finché tale comportamento non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.
- Non fare al prossimo tuo ciò che egli non gradisce gli venga fatto, purché e finché tale astensione non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.
- Cerca di sapere cosa il prossimo tuo gradisce e cosa non gradisce che gli venga fatto, affinché tu possa seguire correttamente le regole 1 e 2.
- Fai sapere al prossimo tuo ciò che tu gradisci e ciò che non gradisci che ti venga fatto, affinché egli possa seguire correttamente le regole 1 e 2.
L'etica del gradimento è più impegnativa di quelle normative perché richiede lo sforzo di imparare a conoscere i particolari desideri altrui, cosa non prevista dalle etiche normative.
Infatti la regola più difficile dell'Etica del gradimento è la numero 3, perché capire cosa ogni persona particolare gradisce e cosa non gradisce richiede una sensibilità e una cultura umanistica (specialmente psicologica) che molte persone sembrano non possedere a sufficienza.
Pertanto la "dottrina" dell'Etica del gradimento dovrebbe essere accompagnata dall'insegnamento di una psicologia finalizzata soprattutto allo studio dei bisogni, dei desideri, delle emozioni e dei sentimenti umani, in generale e nelle possibili variazioni individuali.
Per ulteriori considerazioni sull’Etica del gradimento, vedi l’articolo in https://blog.cancellieri.org/etica-del-gradimento/.
Cosa pensate di questa mia idea? E cosa pensate delle etiche normative?
A voi la parola!
oOo
Tema immenso, difficile e importantissimo, perché io credo che la nostra felicità dipende dalla qualità delle nostre relazioni sociali.
In tal senso io vorrei affrontare questo tema in termini di qualità delle relazioni sociali, ovvero in termini di rispondenza della stesse rispetto ai nostri bisogni.
In altre parole, l’evoluzione delle nostre relazioni sociali rende le stesse più o meno soddisfacenti rispetto ai nostri bisogni? E perché?
Ovviamente la risposta a questa domanda non può prescindere da una valutazione delle proprie relazioni sociali in termini di soddisfazione dei bisogni, per cui possiamo essere indotti a mantenere un certo riserbo, e a parlare in termini vaghi riferendoci alle relazioni sociali altrui. Il tema costituisce dunque una sfida tra soggettività e oggettività, cioè tra esperienza soggettiva e personale, e osservazione dei comportamenti altrui in cui non si è coinvolti.
Siamo inoltre tentati di generalizzare le proprie esperienze personali, vale a dire, ad attribuire ad altri esperienze simili alle proprie.
Bauman ha coniato e reso famoso il concetto di “società liquida”, che esprime bene l’evoluzione delle relazioni sociali, nel senso che esse sono sempre meno rigide, e i legami sociali sempre più deboli e precari, ma al contempo, più liberi, meno impegnativi, e più selettivi.
Io credo che l’evoluzione delle nostre relazioni sociali renda sempre più evidente un paradosso sociologico ed esistenziale riguardante la libertà individuale.
Ritengo infatti che l’evoluzione tecnologica e culturale, e la globalizzazione, abbiano come effetto una crescente libertà per quanto riguarda la mobilità fisica di persone e merci, le comunicazioni, l’istruzione, l’informazione, i costumi, gli stili di vita, i legami affettivi, i diritti civili, i rapporti economici, la moralità, le ideologie, ecc., ampliando in ognuno di questi campi le nostre possibilità di scelta.
Il paradosso consiste nel fatto che tale aumento di libertà, cioè di opzioni, se da una parte accresce le potenzialità di ciascun individuo, dall’altra aumenta la sua incertezza e le sue responsabilità. Infatti, più siamo liberi, più siamo responsabili dell’uso che facciamo della libertà che ci è data.
Ne consegue, tra l’altro, che, in caso di insuccesso, l’individuo tende a credere che la colpa del fallimento sia solo sua.
Prendiamo ad esempio i rapporti amorosi. Le nuove libertà e le nuove opzioni tecnologiche rendono sempre più facile la sostituzione di un partner con un altro presumibilmente più adatto, per cui i legami affettivi sono sempre più labili.
Inoltre si tende ad evitare di legarsi in modo troppo impegnativo, proprio perché si cerca di mantenere la propria libertà di scelta.
Infatti, oggi è sempre più vero che l’amore non è un dovere, né un diritto, e la sua stabilità è inversamente proporzionale alla libertà di cambiare partner. Infatti, ciò che rende una relazione stabile è l’idea che il proprio partner sia difficilmente sostituibile con uno più adatto, ovvero che sia il migliore ottenibile.
Osserviamo, a tal proposito, il grande successo dei servizi online di “dating”. Oggi l’uso di questi servizi è considerato normalissimo anche da parte delle persone più attraenti, mentre fino a pochi decenni fa veniva considerato l’ultima possibilità per persone incapaci di trovare un partner in modo "naturale".
Più in generale, direi che le nostre relazioni sociali soffrono sempre di più dell’imbarazzo della scelta, e del timore di fare scelte non ottimali, in ogni campo. Infatti la scelta è tanto più facile e tanto meno responsabilizzante quante meno sono le opzioni a disposizione.
Un altro effetto della nuova libertà è la maggiore differenziazione degli individui, che possono adottare ideologie e stili di vita molto diversi, vecchi e nuovi. Questo fatto, se da una parte è liberatorio rispetto alle angustie dei conformismi tradizionali, d'altra parte diminuisce la propensione degli individui ad unirsi e organizzarsi per sostenere cause comuni, sia politicamente che culturalmente. Assistiamo infatti ad un crescente disimpegno sociale.
Vorrei inoltre accennare al fatto che il declino delle religioni e l'allentamento della repressioni sessuale ha comportato l’abbattimento di principi morali tradizionali che non sono stati sostituiti con nuovi principi più razionali e adatti ai nostri tempi. Ciò, a mio avviso, sta causando una crescente amoralità (più che immoralità) nelle relazioni sociali, contribuendo in tal modo alla loro precarietà.
Non mi sembra realistico guardare nostalgicamente al passato e cercare di ripristinare certe tradizioni morali. Tuttavia non saprei fare previsioni per il futuro.
Potrebbe succedere che questo trend libertario e libertino porti ad una disintegrazione della nostra società a vantaggio di popolazioni culturalmente più tradizionali, oppure, come effetto del crescente disagio della nostra civiltà potrebbero nascere movimenti filosofici o religiosi in grado di proporre nuovi valori di tipo spirituale e/o razionale, tali da rendere le relazioni sociali più stabili e soddisfacenti rispetto ai bisogni umani fondamentali, conciliando la libertà di scelta con l’impegno morale.
Sullo sfondo resta l'eterna e forse inconciliabile antinomia tra il bisogno di appartenenza sociale e di cooperazione da una parte, e il bisogno di libertà, di differenziazione e di competizione dall'altra.
Riuscire a soddisfare in modo equilibrato entrambi i bisogni è la sfida filosofica e psicologica fondamentale che incombe su ognuno di noi umani.
1. Thou SHALT NOT believe all thou art told. Humans are generally very gullible. We believe are sorts of false statements, stories, reasoning, etc. We even continue to believe falsehoods after they have been proven untrue. History is full of amazing hoaxes often supported by religion and the teachings of the Church (see Science, Truth and the Church) or by others seeking power, popularity or fortune. We have been told the Earth was flat and has four corners which, if not careful, we may fall off. We have been told that the Earth is the center of the Universe. We have been told that sky if a fixed, firm structure to which the sun, moon and stars are affixed. We have been told that personalities and future events are predictable using astrology, card reading, crystal balls and palm reading. We have been told of prophecies by Nostradamas. We have been told of speaking with the dead, the dead rising, life after death, reincarnation and bending spoons, to name only a few. We must be more skeptical in what we are told, what we read and what we are exposed to through the various forms of broadcast media. When exposed to something new, do NOT accept what you hear without facts to support it. There are other agendas at work in your deception. You must always be on guard to protect yourself and your knowledge.
2. Thou SHALT seek knowledge and truth constantly. There are many adverse factors making it difficult for us to obtain knowledge and the truth. There is often no motivating factor driving others to present you with fair, factual, scientific truths. By weaving a complex web of lies, religions are able to control people and remain in power. Governments may hide facts and events for fear of scaring the public. There are more advertising dollars and higher ratings in broadcasting claims of communicating with the dead than in Kepler’s Laws of Planetary Motion. Therefore, we must take an active role in our own education and constantly seek the truth. It isn’t always obvious and is often very difficult to obtain. Thou SHALT make time to read non-fiction. Thou SHALT make time to view educational programs. Thou SHALT spend as much time in the library as you do in the mall or watching television.
3. Thou SHALT educate thy fellow man in the Laws of Science. People are generally lazy and hold onto currently held false beliefs. This condition is not acceptable to the ethical atheist. It is not good enough to sit comfortably with your knowledge of the Universe and look in pity at those who are still governed by lies, mythology and sensationalism. Scientific education is the only way to prevail. Only by increasing the comprehension of scientific truths can we hope to continue our progress past the Dark Ages. Only if the world contains more educated people can we hope to not have setbacks. Thou SHALT NOT sit silent and be a closet atheist. Thou SHALT enlighten thy neighbor.
4. Thou SHALT NOT forget the atrocities committed in the name of god. Many people have limited knowledge, or none at all, of the atrocities committed during the Inquisition, the Crusades, etc. by the Church and in the name of religion. Christians are not unique in their cruelty. For example, Muslim civilizations often imprison, torture or kill those attempting to convert their citizens to Christianity. (See Atrocities in the Name of Religion – coming soon…) Few are even remotely aware of these atrocities or think, “Oh, that was a long time ago and could never happen again”. However, it hasn’t been that long ago and is still occurring today in countries like Bosnia, Rwanda, Burundi, Somalia, Israel, Tibet and Afghanistan. Thou SHALT fear a repeat of history.
5. Thou SHALT leave valuable contributions for future generations. The nature of knowledge gain is that new truths are most often found by building upon known facts. If every generation were required to start fresh in its quest for knowledge, our progress would be severely impacted. Our children will not have to go back and prove that the earth is not flat. They will not have to rediscover the atom. It is important that our generation, and all those that follow, leave scientific knowledge and resources for our offspring to build upon. Write a book. Publish an article. Develop a web site. Leave money to organizations that further science and education.
6. Thou SHALT live in peace with thy fellow man. This should not need stating, but murders, torture, wars and brutality are ever present in all civilizations on earth and have been for all of recorded history. Most of the large scale wars, as well as suicide bombers, are driven by religious beliefs and the belief in an afterlife. Even though many religions claim to be against killing, they promote that killing for god is divine and will ensure a special status in the afterlife. If we didn’t have these widespread mythological beliefs, there would likely be a massive decrease in the killings.
7. Thou SHALT live this one life thou hast to its fullest. We do not believe in an afterlife nor that we will be reincarnated to live again in another form. It is, therefore, imperative that we live this one life we have to its fullest. We should not live in a puritanical way, starving ourselves of pleasures, in hopes that it somehow makes us better or that we will be judged more favorably in our “next life”. However, in living our lives to the fullest, we must always be conscious of our actions to ensure that they do not have adverse effects on our fellow man.
8. Thou SHALT follow a Personal Code of Ethics. Everyone should have their own personal code of ethics that drives their behavior. What this contains is an individual undertaking, but current laws are a good starting point. Many of the commandments of the Bible can be summarized by this commandment. For example, it should be self-evident that murder, lying and stealing should be avoided and honoring your mother and father are necessary, assuming of course that they are worthy of this respect (e.g. they are not beating/raping you or otherwise abusing you). In general, a personal code of ethics would not cause harm to others, would be anchored in truth and would strive to make society a better place.
9. Thou SHALT maintain a strict separation between Church and State. It is extremely dangerous to mix the mind controlling, fear generating, mythological beliefs of religion with the governing aspects and power of the state. History is full of examples. Many who founded the United States knew this and were willing to die to escape the horrors of Europe. We know that freedom can be measured by the separation of church and state.
10. Thou SHALT support those who follow these commandments. Get involved! Our progress in the last 250 years has been ard fought. Do not sit idle and let us suffer setbacks. Religious conservatives are highly organized and well funded. They continue to spread lies. They are trying to rid our schools of teaching evolution. They are infiltrating government. They are targeting our children’s young, impressionable minds. We must support those who follow these commandments in every way possible. Support scientific and atheist organizations by submitting writings, donating money, etc. (donations are often tax deductible). Purchase books and subscribe to magazines. Attend seminars. All of these provide backing and support to continue valuable efforts. Worthy organizations include (but are not limited to): Americans United for Separation of Church and State, American Atheists, CSICOP – The Committee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal and the Skeptical Inquirer Magazine, The Skeptic’s Annotated Bible, The Center for Inquiry, EvolveFish, Online Library of Literature, your local library, etc. (For more, see Links of the Ethical Atheist.)
Source: http://www.ethicalatheist.com/docs/ten_commandments.html
Il vangelo cristiano giunto fino a noi (inteso come il Nuovo Testamento della Bibbia) è, a mio avviso, incompatibile con la modernità. La sua “buona novella” (questa è l’etimologia di "vangelo") non è più buona, ammesso che lo sia mai stata.
Per affrontare le sfide del nostro tempo e per evitare il rischio di una catastrofica estinzione della nostra specie a causa dello sfruttamento incontrollato e dell’inquinamento del pianeta, abbiamo bisogno di sostituire il vangelo cristiano con un nuovo testo adatto alla nostra epoca. Dovrebbe essere un libro di 200-300 pagine che delinei le cose più importanti per il nostro benessere psico-fisico individuale e per la convivenza civile pacifica, risultanti dalle scoperte scientifiche e dalle riflessioni umanistiche più recenti.
Abbiamo bisogno di questo nuovo vangelo per condividere su scala mondiale (tra miliardi di persone) le nozioni essenziali utili per una sana interazione tra esseri umani, e per ridurre le cause che la ostacolano, tra cui la competizione sfrenata, il conformismo acritico e la mancanza di empatia verso i meno fortunati.
A mio avviso il vangelo cristiano ha vari difetti che lo rendono anacronistico e impraticabile, tra cui i seguenti.
- Fa continuamente riferimento al Dio dell’Antico testamento come autorità suprema e assoluta che premia e castiga gli umani in funzione di una cieca sottomissione al suo volere. Questi riferimenti sviliscono l'uomo riducendolo a schiavo di un indiscutibile volere altrui, sono incompatibili con l’ateismo e l’agnosticismo sempre più diffusi, e rendono di conseguenza il testo evangelico non credibile razionalmente.
- Non sostituisce l’Antico testamento (pieno di atrocità e assurdità commesse o volute da Dio), ma lo completa, e in tal senso lo conferma e lo convalida.
- Propone un’etica non realistica, praticabile solo da “santi”, non da persone comuni. Amare il prossimo come se stessi, porgere l’altra guancia in caso di offesa, rinunciare ad ogni ricchezza, ecc. sono precetti fondamentali della dottrina evangelica, che però quasi nessuno dei sedicenti cristiani pratica, determinando una discrepanza incolmabile, strutturale, tra credenza religiosa e comportamento effettivo verso il prossimo, che dà luogo ad un senso di colpa sistematico o ad una cecità alle incoerenze.
- Sminuisce l’importanza della felicità terrena (fino al disprezzo di essa) a favore di quella presunta ultraterrena. Elogia e glorifica i perdenti e i sofferenti promettendo loro una ricompensa dopo la morte. Dice che “gli ultimi saranno i primi”, ma non in questa vita. Una promessa che non vale nulla per chi non crede in una vita dopo la morte, né nell’esistenza di un Dio giudicante.
- Non giustifica la necessità di rispettare il prossimo e di solidarizzare con esso se non per imposizione divina. Infatti, per il Vangelo dovremmo essere altruisti solo perché Dio ce lo chiede, per cui chi non crede in Dio non avrebbe alcun motivo per amare il prossimo. Gli altri, in tal senso, non avrebbero alcun valore in quanto esseri umani (simili ed empatici gli uni verso gli altri), ma solo in quanto creature (e quindi proprietà) di Dio.
- Non tollera chi non accetta il messaggio cristiano o non rispetta la legge divina. Infatti Gesù si adira contro gli empi e dice che “chi non è con me è contro di me”. Una frase tutt'altro che pacifista, che suona come una sfida e una minaccia di punizione nei confronti dei non credenti. Tale atteggiamento polarizza la società dividendola in due schieramenti (credenti contro non credenti) in lotta tra loro senza possibili compromessi né reciproca accettazione. Infatti, in nome del vangelo (in quanto emblema del cristianesimo) sono stati commessi innumerevoli crimini e genocidi ad opera o per ordine delle autorità cristiane.
- Fa leva sui miracoli per convincere i lettori della natura divina di Gesù, rendendo l'intero testo non credibile agli occhi di chi non crede nei miracoli stessi.
- Impone di credere acriticamente alle affermazioni di Gesù presentandole come verità assolute, indiscutibili e sufficienti per piacere a Dio.
- Narra del sacrificio umano volontario (in pratica un suicidio) commesso da Gesù in onore di Dio, per placare la sua ira, non essendo stati sufficienti i sacrifici animali e i riti a lui dedicati per convincerlo a riaprire le porte del Paradiso. Questo fatto, che costituisce il nucleo fondante del cristianesimo, ci mostra Dio come un essere sadico, irascibile e vendicativo. Infatti, secondo la dottrina cristiana, Gesù (l'agnello sacrificale di Dio), nel suo ruolo di “salvatore” e di “redentore”, ci ha salvati dall’ira del Padre e ci ha redenti dal peccato originale che il Padre stesso ha addebitato all'umanità. Si tratta di un peccato commesso ingenuamente da Adamo ed Eva, non di peccati commessi dai loro discendenti. L’idea di un Dio che si compiace di sacrifici (animali e umani), e che punisce in modo sproporzionato (infinito) rispetto alla colpa, è incompatibile con qualsiasi etica.
- Non ha alcun senso dell'umorismo e presenta una visione apocalittica e terrificante del futuro per i non credenti.
- La figura di Cristo costituisce pertanto un modello impossibile da imitare, se non in modo illusorio o schizofrenico.
Nessuno dei difetti sopra elencati deve trovarsi nel nuovo vangelo, i cui requisiti possono essere riassunti come segue.
- Deve proporre principi morali senza fare riferimento ad agenti soprannaturali né esoterici (per questo lo chiamo vangelo ateo e umanista), ma deve basarsi su fatti naturali descritti dalla biologia e dalle scienze umane e sociali. Esempi di principi morali in tal senso si trovano in questo articolo.
- Deve porsi come obiettivo la minore sofferenza e la maggiore gioia possibili per l’intera umanità, in questa vita.
- Deve partire dallo studio dei bisogni umani e delle cause che ne ostacolano la soddisfazione.
- Deve divulgare idee (sulla vita in generale e sulla natura umana in particolare) che tutti possano comprendere, e deve raccomandare comportamenti virtuosi che tutti possano praticare senza eccessive difficoltà. In altre parole, non deve essere elitario, ma popolare, cioè deve essere comprensibile da chiunque possieda un'istruzione media.
- Non deve avere la presunzione di affermare verità assolute, ma la consapevolezza di offrire conoscenze suscettibili di essere migliorate e corrette. A tale scopo, per non assumere un tono troppo grave e arrogante, e per non incutere soggezione, deve includere un giusta dose di ottimismo, di poesia e di umorismo.
- Non deve essere contraddittorio, né arbitrario, né soggettivo. A tale scopo deve essere scritto da una commissione ben coordinata di “evangelisti” laici di larghe vedute.
Invito chi è interessato a contribuire alla redazione (o anche solo alla revisione) del nuovo vangelo, a contattarmi.
Per «Etica del gradimento» intendo un'etica più efficace e più gradevole rispetto a quelle normative.
Per «etica normativa», o «del dovere», intendo qualsiasi etica che consiste in obblighi e divieti, predefiniti e assoluti, sia verso gli altri che verso se stessi.
Diversamente dalle etiche normative, l'Etica del gradimento non comporta regole di comportamento predefinite, ma raccomandazioni generali aventi come scopo la soddisfazione dei bisogni e dei desideri propri e altrui, e, di conseguenza il conseguimento del piacere e l'evitamento del dolore fisici e mentali propri e eltrui.
Infatti io assumo che il piacere (fisico o mentale) viene suscitato dalla soddisfazione di un bisogno o di un desiderio, così come il dolore (fisico o mentale) viene suscitato da una prolungata insoddisfazione di un bisogno o di un desiderio.
In altre parole, si può dire che un essere umano “gradisce” (cioè trae piacere da) tutto ciò che concorre alla soddisfazione dei propri bisogni e desideri, e non gradisce (cioè trae dolore o dispiacere da) tutto ciò che ne può impedire la soddisfazione.
Le regole fondamentali dell’etica normativa più diffusa nella cultura occidentale, quella cristiana, sono le seguenti:
- Ama il prossimo tuo come te stesso, cioè fai al prossimo tuo ciò che vorresti fosse fatto a te.
- Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.
Oltre a queste regole generali, ogni cultura o religione include regole normative particolari, cioè obblighi e divieti piuttosto precisi che riguardano costumi, alimentazione, sessualità, contatti fisici, abbigliamento, estetica, simboli, riti, tradizioni, relazioni sociali, rapporti familiari, comunicazione, aborto, eutanasia ecc.
Sia le regole generali che quelle particolari delle etiche normative generalmente non prendono in considerazione le differenze di temperamento, di carattere, di intelligenza, di cultura, di gusti, di condizioni economiche ecc. tra esseri umani. In altre parole, non tengono conto delle differenze nei desideri e nelle preferenze individuali.
Di conseguenza, un importante inconveniente delle etiche normative è che io posso trattare una persona in un modo per me desiderabile, mentre quella lo ritiene indesiderabile, come pure io posso astenermi dal fare a una persona una certa cosa che io ritengo indesiderabile, mentre quella persona ritiene quella cosa desiderabile. Il risultato è una frustrazione per entrambe le parti.
Per superare tale inconveniente delle etiche normative, mi sono chiesto chiesto, se non sia preferibile adottare un tipo di etica alternativo, che io definirei “etica del gradimento”, o “etica edonistica” o “etica del piacere”, dove per “piacere” e per “dolore” intendo non solo quelli fisici, ma soprattutto quelli mentali, come ad esempio il piacere di sentirsi apprezzati o il dolore di sentirsi disprezzati.
A differenza delle etiche normative, l'Etica del gradimento non include regole di comportamento precise, ma raccomandazioni generali e proposte sempre negoziabili aventi come scopo la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore propri e altrui attraverso la soddisfazione dei rispettivi bisogni e desideri.
Infatti, un essere umano riesce a soddisfare i propri bisogni e desideri solo attraverso la cooperazione con altri umani e questa cooperazione può essere ottenuta, tra adulti, solo attraverso la soddisfazione dei rispettivi bisogni e desideri (escludendo altri mezzi come la violenza e l’inganno).
Le regole fondamentali dell’Etica del gradimento da me immaginata sono le seguenti:
- Fai al prossimo tuo ciò che egli gradisce gli venga fatto, purché e finché tale comportamento non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.
- Non fare al prossimo tuo ciò che egli non gradisce gli venga fatto, purché e finché tale astensione non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.
- Cerca di sapere cosa il prossimo tuo gradisce e cosa non gradisce che gli venga fatto, affinché tu possa seguire correttamente le regole 1 e 2.
- Fai sapere al prossimo tuo ciò che tu gradisci e ciò che non gradisci che ti venga fatto, affinché egli possa seguire correttamente le regole 1 e 2.
Applicare l’Etica del gradimento è, per definizione, un esercizio gradevole proprio perché lo scopo di tale etica è il gradimento: sia quello di chi beneficia del comportamento etico, sia quello di chi lo esercita. Inoltre l'Etica del gradimento comporta esplicitamente una desiderabile reciprocità che non è contemplata, in generale, nelle etiche normative.
Data la gradevolezza e razionalità dell'Etica del gradimento, la sua diffusione dovrebbe essere molto più facile, e perciò molto più ampia, incisiva ed efficace, rispetto a quella di qualunque altra etica.
La regola più difficile dell'Etica del gradimento è la numero 3. Infatti capire cosa ogni persona particolare gradisce e cosa non gradisce richiede una sensibilità e una cultura umanistica (specialmente psicologica) che molte persone sembrano non possedere a sufficienza.
Pertanto la "dottrina" dell'Etica del gradimento dovrebbe essere accompagnata dall'insegnamento di una psicologia finalizzata soprattutto allo studio dei bisogni, dei desideri, delle emozioni e dei sentimenti umani, in generale e nelle possibili variazioni individuali.
Etica del gradimento e cooperazione
Una cooperazione basata sull’Etica del gradimento rende gradita a entrambi i contraenti la cooperazione stessa, assicurandone la stabilità.
In tal senso, infatti, cooperare diventa un piacere piuttosto che un dovere.
Per facilitare l’incontro e il riconoscimento tra persone intenzionate a cooperare secondo l’Etica del gradimento, queste dovrebbero manifestare esplicitamente la loro disponibilità e il loro interesse in tal senso. A tale scopo sarebbe utile definire dei segnali di riconoscimento, dei distintivi, dei simboli, delle icone, che possano indicare l’adesione all’Etica del gradimento, come ad esempio, la seguente icona:
Etica del gradimento e competizione
A mio parere, ognuno "gradisce" essere più competitivo degli altri e occupare i gradini più alti (per quanto possibile) nelle varie gerarchie sociali. In altre parole, ognuno gradisce essere superiore piuttosto che inferiore agli altri, comandare piuttosto che obbedire, servirsi dell’altro piuttosto che servire l’altro, anche se nella nostra cultura tale tendenza è spesso dissimulata in quanto considerata “politicamente scorretta” o immorale.
Come gestire la competizione (cioè il bisogno o desiderio di supremazia) nel quadro dell’Etica del gradimento?
Volendo fare cosa gradita ad una persona, per soddisfare il desiderio di supremazia di quella, uno dovrebbe rinunciare a soddisfare il proprio, ma questo è in contrasto con la regola numero 1 dell’Etica del gradimento, che dice “Fai al prossimo tuo ciò che egli gradisce gli venga fatto, purché e finché tale comportamento non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.”
Se si vuole evitare una soluzione violenta o frustrante, questo stallo si può superare mediante una franca negoziazione.
A tale scopo, in primo luogo i contendenti dovrebbero ammettere sinceramente di voler competere per una certa supremazia in un certo campo o su una certa questione.
In secondo luogo dovrebbero trovare un accordo sulla procedura di assegnazione della supremazia stessa.
Per esempio, i due potrebbero accordarsi sulla scelta di un arbitro che stabilisca chi debba avere la supremazia e a quali condizioni. Oppure potrebbero accordarsi per stabilire le regole per determinare ogettivamente la supremazia di uno sull’altro. Oppure potrebbero assegnare la supremazia alternativamente, per un certa durata all’uno e poi per la stessa durata all’altro, ecc.
(Versione aggiornata al 31/7/2019)
In questo articolo ipotizzo una struttura generale sistemica della mente e i principi generali del suo funzionamento.
Le seguenti figure (la seconda e la terza sono ciascuna un'esplosione della precedente) rappresentano la mente come "sistema" composto di sottosistemi intercomunicanti, ciascuno specializzato in particolari funzioni che contribuiscono, in modo coordinato, al funzionamento generale della persona, cioè al suo comportamento e alla sua sopravvivenza. (Fare clic sulle figure per ingrandirle).
Figura 1: Struttura della persona e della sua mente
Figura 2: Struttura delle mente senza dettagli
Figura 3: Struttura della mente con dettagliPRINCIPI GENERALI
- La vita si basa sui "bisogni" (innati e acquisiti) e sulla loro soddisfazione attraverso interazioni col mondo esterno e tra gli organi interni.
- Le modalità di soddisfazione dei bisogni sono codificate in informazioni sia innate (cioè geneticamente determinate), sia "apprese" attraverso le esperienze.
- Il corpo umano è un sistema, i suoi organi (fino alle cellule) sono sottosistemi che interagiscono tra di loro e con l'esterno per soddisfare i bisogni dell'individuo.
- Una mente è un elaboratore (cibernetico) di informazioni; non può essere separata da un corpo perché ha bisogno di supporti fisici per esistere; essa governa il comportamento interno ed esterno dell'individuo o dell'organo che la contiene.
- Ogni organo vivente, a partire dalla cellula, ha una mente e dei bisogni. Pertanto la mente umana è l'insieme integrato e coordinato delle menti dei suoi organi.
- Il piacere (per l'uomo e gli altri esseri viventi capaci di provarlo) è suscitato dalla soddisfazione di bisogni, il dolore dalla loro frustrazione.
- Il funzionamento di ogni sottosistema (o organo) è governato da algoritmi (con un certo grado di casualità) capaci di apprendere e quindi di modificarsi.
- Ogni sottosistema comunica e coopera con diversi altri (attraverso la rete neurale e ormonale) per determinare i suoi output (informazioni, energie, sostanze).
- L'interdipendenza umana è la fonte dei bisogni peculiarmente umani. Infatti l'uomo non può sopravvivere a lungo al di fuori di almeno una comunità.
- La mente umana serve soprattutto a gestire le interazioni umane e si forma attraverso esse.
- Essere (identità) = appartenere (a gruppi e categorie con caratteristiche particolari).
- La vita sociale consiste in apprendimento, educazione, condivisione (di beni, servizi, linguaggi, forme, norme, valori, conoscenze ecc.), attraverso imitazione, cooperazione, e competizione.
- Ogni umano ha una o più "comunità interiori" o "virtuali" dovute all'imprinting di esperienze vissute durante l'infanzia e successivamente. Tali comunità virtuali influenzano il suo comportamento sociale mediante particolari pulsioni e inibizioni.
- I disagi e i disturbi psichici (esclusi quelli dovuti ad alterazioni fisiologiche del sistema nervoso) sono causati dalla frustrazione di bisogni, e da conflitti ("doppi vincoli") tra bisogni antagonisti.
CHIARIMENTI
Un mio amico mi ha chiesto: "Come poni questo tuo modello rispetto a quelli modulari, per esempio, di Fodor e Pinker? Altra domanda: come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?"
Segue la mia risposta.
Direi che il mio modello è sicuramente modulare, anche se suppongo, come ho scritto in una nota, che certi sottosistemi siano “distribuiti” fisicamente in più zone del sistema nervoso o del corpo in generale. Inoltre non escluderei proprietà ologrammatiche, ovvero repliche diffuse di informazioni (come per il DNA) e di funzioni.
Il mio modello è al tempo stesso cognitivista e psicodinamico (avrai notato la presenza del super-io), sistemico, ovvero cibernetico, e non behaviorista nel senso stretto del termine.
L’idea di Fodor che i processi cognitivi di alto livello non siano modulari mi lascia perplesso. Io infatti suppongo che tali processi siano comunque di pertinenza di un “sottosistema” (ovvero modulo) cognitivo (conscio e inconscio), anche se i relativi processi, cioè i “pensieri” non sono modulari ma “seriali” e “reticolari”.
Probabilmente la querelle tra Fodor e Pinker è solo apparente ed entrambi hanno ragione. Forse Fodor ha letto in modo riduttivo o riduzionista la visione di Pinker. Penso infatti che non si possa criticare qualcuno per ciò che non dice, ma solo per ciò che asserisce e ciò che esclude, e immagino che Pinker non abbia escluso le idee di Fodor, che possono essere considerate un’estensione, un completamento o un approfondimento di quelle di Pinker.
Il mio modello non è riduzionista (spero) e non esclude nessun fenomeno o meccanismo non ancora scoperto da scienziati o filosofi. E’ un tentativo di costituire un quadro generale da cui partire per approfondire i diversi aspetti della mente e della natura umana, come auspicato da Edgar Morin, che lamenta l’assenza di una specializzazione accademica: quella della generalità della vita. Come in un grande sistema informatico, è impensabile disegnarne o descriverne gli aspetti o gli elementi di dettaglio senza partire da una struttura “generale”, ovvero di alto livello, che può poi essere sezionata e approfondita sezione per sezione, ma senza mai trascurare interazioni tra le diverse sezioni (o moduli o sottosistemi), giacché non possiamo conoscere le cose in sé ma solo le relazioni tra le cose, come ci insegna Gregory Bateson.
Il mio modello è evoluzionistico in quanto credo sia il risultato di adattamenti della specie alle pressioni ambientali e in particolare alla condizione di interdipendenza funzionale degli esseri umani, come indicato nei principi generali. Tuttavia siamo ormai passati, come sai bene, da una evoluzione genetica ad una “memetica”, che per la mente è di grande importanza.
Il concetto di “incapsulamento” funzionale mi lascia perplesso e lo userei con cautela. Credo che certi “moduli” mentali non siano facilmente incapsulabili dal momento che comunicano simultaneamente con molti altri. Inoltre, come ho indicato nei principi generali, gli algoritmi che governano i moduli hanno un certo grado di aleatorietà.
Io credo che il difetto di molte teorie sulla mente (e che spero di evitare nella mia) sia quello di definire un modello abbastanza semplice da poter essere descritto in termini semplici, cosa che porta fatalmente ad un certo riduzionismo o addirittura semplicismo. Nel mio modello ci sono invece aree "misteriose" che non pretendo di spiegare, come la volontà (compreso il libero arbitrio), la coscienza e il sentimento, anche se possiamo immaginare certe relazioni e interazioni tra tali entità e il resto del “sistema”.
Vorrei a questo punto confrontare il mio modello con gli otto requisiti di un sistema “modulare”:
- Specificità del dominio: i moduli operano solo su determinati tipi di input, sono specializzati. [OK, salvo il fatto che diversi moduli si possono influenzare reciprocamente.]
- Incapsulamento informativo: i moduli non devono necessariamente fare riferimento ad altri sistemi psicologici per poter funzionare. [Parzialmente d'accordo, ma un modulo può avere molte connessioni con altri moduli e comportamenti reattivi con un certo grado di aleatorietà.]
- Attivazione obbligatoria: i moduli vengono elaborati in modo obbligatorio. [Nel mio modello ci sono aleatorietà, ovvero eccezioni alle regole e comportamenti “misteriosi”.]
- Alta velocità di elaborazione: probabilmente a causa del fatto che sono incapsulati (quindi necessitano solo di consultare un database limitato) e obbligatori (non è necessario sprecare tempo per determinare se elaborare o meno l'input in entrata) [OK.]
- Uscite di basso livello: l'output dei moduli è molto semplice. [Non sempre: nel mio modello l’output può essere non univoco, ambivalente, conflittuale, perfino paralizzante.]
- Accessibilità limitata. [OK nel senso che certi moduli non sono localizzabili e non possono comunicare con tutti gli altri, ma solo con alcuni altri, anche se la plasticità del sistema nervoso può creare nuove connessioni in certi casi.]
- Ontogenesi caratteristica: c'è una regolarità di sviluppo. [parzialmente d'accordo. Infatti mio modello l’ontogenesi si accompagna con l’apprendimento, ovvero uno sviluppo in cui le interazioni con gli altri moduli o con l’esterno influenzano lo sviluppo e perfino l'espressione genica.]
- Architettura neurale fissa. [Parzialmente d'accordo. Infatti, come detto sopra, la plasticità del sistema nervoso rende la rete di connessione modificabile.]
Per quanto riguarda la tua domanda “come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?”, ti rispondo che la rete neurale è disegnata come il “bus” di un computer, che permette a tutti i moduli di comunicare potenzialmente con tutti gli altri.
La posizione di ogni modulo nello schema non è significativa. L’architettura a "bus" è indispensabile nei computer per evitare “gli spaghetti” ovvero connessioni fisiche inestricabili (cavi elettrici) di tutti con tutti. Basta quindi collegare un modulo al bus, e in tal modo esso può comunicare con qualsiasi altro collegato allo stesso bus.
Suppongo che la rete neurale (neuroni, assoni, sinapsi, dendriti ecc.) funzioni come il bus di un computer, ovvero come un canale di comunicazione. Suppongo inoltre che un neurone possa avere un doppio ruolo: come nodo di comunicazione (di transito) di una rete, e come micromodulo di un sistema più grande, con funzioni particolari.
Vedi l'articolo "Modularità della mente" in Wikipedia.
Vedi anche Comprendere la natura umana.
Propongo qui una serie di principi morali da me concepiti, che non fanno alcun riferimento a entità religiose o spirituali, ma sono fondati su conoscenze scientifiche e psicologiche. Sono un'alternativa al Nuovo Testamento cristiano, che ritengo non adatto ai nostri tempi per le ragioni spiegate in
questo articolo.
Ritengo che tali principi possano essere condivisi sia da credenti in qualunque religione, sia da atei, sia da agnostici. Sono graditi commenti e proposte di aggiunte e di modifiche.
Mi piacerebbe sapere da ogni lettore quali principi ritiene validi e quali no, quali si impegnerebbe a seguire e quali no.
Questo articolo verrà modificato più volte nelle prossime settimane per tener conto dei commenti ricevuti.
- Non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.
- Non danneggiare nessuno, tranne nei casi in cui farlo sia necessario per impedire ingiustizie o danni maggiori per qualcuno che non li merita.
- Non fare cose che, se tutti potessero fare e facessero, danneggerebbero la società o l’ambiente naturale.
- Non considerare gli altri come mezzi per soddisfare i tuoi bisogni senza un corrispettivo, ma cerca la cooperazione con gli altri per una soddisfazione reciproca.
- Ripaga le persone individualmente, e la società in generale, per quello che da loro hai ricevuto, per quanto ti è possibile. Nessuno ha il diritto di vivere a spese di altre persone o della società.
- Sii sempre sincero, tranne nei casi in cui la tua sincerità potrebbe essere dannosa per qualcuno.
- Mantieni la parola data e gli impegni presi, a meno che farlo sia dannoso per qualcuno. Non fare promesse che non sei sicuro di poter mantenere.
- Tratta tutti gli esseri umani con rispetto, lealtà, onestà ed equità. Riconosci pari diritti e pari dignità a ognuno indipendentemente dalle sue opinioni. Non disprezzare né deridere alcuno per motivi quali: colore della pelle, etnia, religione, orientamento sessuale, capacità intellettuali, salute, aspetto fisico, classe sociale ecc.
- Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che nessun essere vivente, compreso l’uomo, ha scelto la propria natura, né è libero di volere ciò che vuole, di sentire ciò che sente, né di sapere ciò che sa. Infatti le motivazioni, i sentimenti e le cognizioni di un essere vivente dipendono dalla combinazione del suo codice genetico con le sue esperienze particolari.
- Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che l’io cosciente è una piccola parte della mente umana. Questa è prevalentemente inconscia e influenza l’io cosciente a sua insaputa, perseguendo fini che possono essere diversi da quelli di cui si è consapevoli.
- Pur essendo comprensivo, non tollerare che chiunque commetta illegalità o ingiustizie, e contribuisci all’applicazione della giustizia in quanto cittadino responsabile. Considera tuttavia che lo scopo della punizione non deve essere quello di infliggere dolore alla persona che sbaglia, ma quello di ridurre la probabilità che essa sbagli ancora.
- Obbedisci alle leggi dello stato in cui vivi, tranne nei casi in cui farlo sarebbe dannoso per qualcuno. Paga i tributi che ti competono secondo i tuoi guadagni e i tuoi possedimenti.
- Accresci le tue conoscenze scientifiche e umanistiche al fine di correggere i tuoi difetti, migliorare i tuoi rapporti con gli altri e meglio contribuire al bene comune.
- Nei conflitti con gli altri cerca, attraverso il dialogo, una soluzione pacifica se possibile; evita gesti e atteggiamenti aggressivi, ostili, offensivi; affronta le divergenze con calma, e, se un accordo o un compromesso è impossibile, adotta le misure appropriate per difendere i tuoi gusti interessi.
- Non sopravvalutarti, e non sottovalutarti. Se qualcuno ti fa una critica non respingerla a priori, ma esaminala senza pregiudizi per verificarne la fondatezza.
- Non essere assolutamente sicuro di alcuna verità, né di avere ragione in qualunque questione. Considera che ognuno ha ragione dal proprio punto di vista, e che ogni verità è parziale e suscettibile di essere sostituita da una verità più credibile o più soddisfacente.
- Tollera chi ha idee diverse dalle tue, tranne nei casi in cui la messa in pratica di quelle idee può danneggiare te o altri.
- Rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te e di avere stili di vita diversi dai tuoi, purché non siano contrari alla giustizia e al bene comune.
- Non far sentire nessuno inferiore a te, in nessun campo. Evita le competizioni sulla sapienza, sulla saggezza, sulla moralità e sulla ragione.
- Metti in discussione e verifica le idee tue e altrui (cominciando da quelle dei tuoi educatori e dei tuoi insegnanti), e scarta quelle che sono contraddette dai dati e dai fatti reali. Insegna ai tuoi figli e ai tuoi eventuali allievi e seguaci a dissentire da chiunque faccia affermazioni infondate, te compreso.
- Non accettare passivamente i messaggi espliciti e impliciti delle tradizioni, delle mode, delle religioni e dei mezzi di comunicazione di massa, ma esaminali criticamente per determinare se inducono a comportamenti contrari al benessere psicofisico.
- Rispetta l’ambiente naturale e quello urbano, contribuisci a tenerli sani e puliti, e difendili da chi li inquina, deturpa o impoverisce, denunciando gli abusi alle autorità competenti. Adegua i tuoi consumi alle condizioni ecologiche. Abbi cura dei beni pubblici come se fossero tuoi privati.
- Cerca di lasciare l'ambiente naturale e quello sociale meglio di come li hai trovati.
- Godi de rispetta la bellezza in tutte le sue manifestazioni, perché essa ci dà piacere, ci consola e ci motiva a migliorare, ma guardati da coloro che la usano per incantare e illudere le persone inducendole a credere nella verità delle loro narrazioni o nella qualità delle loro merci.
- Non generare figli se non sei in grado di dedicare loro tempo ed energie, e di garantire loro il necessario per una crescita sana e serena, tra cui un’istruzione adeguata alle sfide della società attuale.
- Godi della tua sessualità e lascia che gli altri godano della propria, quali che siano le loro inclinazioni, purché nessuna delle persone coinvolte venga danneggiata o costretta a rapporti non desiderati. Protesta contro ogni forma di repressione sessuale e contro l'omofobia.
- Tollera chi è meno intelligente di te, perché nessuno è responsabile del proprio grado di intelligenza.
- Accetta e rispetta la proprietà privata altrui e le disuguaglianze economiche, se esse sono il risultato di attività oneste e legali.
- Partecipa in modo informato alla vita politica della tua città e del tuo stato favorendo con i tuoi voti le politiche più rispondenti all’interesse generale della popolazione (a tutti i livelli, dal villaggio al pianeta) piuttosto che all’interesse di gruppi particolari. Favorisci le politiche tese a dare a tutti pari opportunità di istruirsi.
- Non diffondere notizie o teorie infondate, inattendibili o erronee. Prima di riportare una notizia, verifica l’attendibilità della fonte. Se la verifica è impossibile, non diffondere la notizia.
- Nel considerare il bene e il male tieni conto degli interessi della specie umana oltre che di quelli degli individui.
- Ognuno è civilmente e moralmente responsabile del proprio comportamento, anche se esso è uguale a quello della maggior parte della gente. Infatti, il fatto che una gran quantità di persone si comportino in un certo modo non implica che quel comportamento sia giusto o opportuno.
- Imita coloro che ritieni migliori di te.
- Riconosci a tutti il diritto di non amare o di smettere di amare qualcuno o qualcosa, poiché l’amore è un sentimento involontario. Per lo stesso motivo, considera che nessuno, tranne i bambini, ha il diritto di essere amato.
- Riconosci a tutti il diritto di scegliere con chi interagire e con chi non interagire.
- Considera che la competizione tra esseri umani è inevitabile. Tuttavia essa deve essere aperta, leale e rispettosa della dignità delle persone meno competitive.
- Il bene e il male non sono assoluti né oggettivi, ma sempre relativi alla soddisfazione dei bisogni umani.
- Considera che ognuno cerca di soffrire il meno possibile e di godere il più possibile usando le risorse materiali e immateriali che possiede. E ognuno, te compreso, può aiutare gli altri a soddisfare i loro bisogni, o ostacolarli in tal senso.
- Ognuno è responsabile non solo del male che fa, ma anche del bene che non fa agli altri.
- Si consapevole delle conseguenze delle tue azioni e delle tue non-azioni per il bene degli altri e della società.
- Due o più esseri umani possono negoziare le regole morali delle loro interazioni purché esse non danneggino terzi; nessuno ha il diritto di intromettersi in quella negoziazione.
- Non ti aspettare dagli altri ciò che essi non sono in grado di fare o di capire.
- Ogni donna ha il diritto di abortire se lo ritiene opportuno.
- Ognuno ha il diritto di terminare la propria vita quando lo ritiene opportuno.
- Non prendere nulla assolutamente sul serio (nemmeno questi principi morali), tranne la sofferenza degli esseri viventi senzienti.