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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Psicologia

219 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Romanzo e psicologia

Il romanzo è psicologia applicata.

Sul mestiere dello psicologo

Lo psicologo è il meccanico della mente.

Psicologia come arte

La psicologia non è una scienza, ma un'arte.

Bisogni e psicologie

Su ogni bisogno si può fondare una psicologia.

Psicologia e relazioni

I problemi psicologici sono problemi relazionali.

Cos'è la psicologia

La psicologia è lo studio delle logiche nascoste e inconsce.

Psicologia e intelligenza

Per capire la psicologia ci vuole un grado di intelligenza che molti non hanno.

Psicologia per capire

È impossibile capire la politica, l'economia e la religione senza capire la psicologia.

Sulla neurobiologia

La neurobiologia è l'anello di congiunzione e di integrazione tra psicologia e biologia.

Psicologia dell'interdipendenza umana

Gli umani sono interdipendenti. Su questa interdipendenza si può fondare una psicologia.

Di chi fidarsi

Non fidarsi di nessuno, nemmeno di se stessi. E' il grande insegnamento della psicologia.

Chi ha bisogno della psicologia?

Così come non tutti hanno bisogno della medicina, non tutti hanno bisogno della psicologia.

Psicologia e demistificazione

Lo psicologo dà fastidio a molti perché può svelare le loro mistificazioni consce o inconsce.

Psicologia e romanzi

La psicologia è teoria e analisi; il romanzo (come anche la poesia) è applicazione pratica e sintesi.

Quelli che detestano la psicologia

Quelli che non vogliono conoscere, né discutere i veri motivi del proprio comportamento detestano la psicologia.

A cosa serve la psicologia

La psicologia dovrebbe servire a indovinare le logiche nascoste e inconsce che determinano i comportamenti umani.

Breve sintesi della psicologia

Non possiamo fare tutto e solo ciò che ci pare e piace; dobbiamo fare i conti con gli altri fuori e dentro di noi.

Interessi personali degli intellettuali

Qualunque filosofia, psicologia o psicoterapia è influenzata dagli interessi personali del suo autore o praticante.

Cos'è la psicologia

La psicologia indaga ciò che non sappiamo e a cui non pensiamo, che tuttavia determina i nostri pensieri.

Psicologia, filosofia e autoinganni

La psicologia è importante almeno quanto la filosofia, perché ogni conoscenza è soggetta agli autoinganni della mente.

Psicologia facile per tutti

Certi testi di psicologia sono come quei libri che insegnano come guadagnare tanti soldi rapidamente e con poco sforzo.

Chi si occupa della nostra psiche

La nostra psiche è troppo importante per non occuparcene personalmente e lasciare che se ne occupino solo psicologi e preti.

Grazie alla psicologia

Grazie alla psicologia vedo conflitti interni ed esterni che prima non vedevo, e posso gestirli razionalmente e con poca ansia.

La psicologia in una frase

Le paure ci limitano, specialmente quelle inconscie.
In questa frase è sintetizzata gran parte della psicologia e psicoterapia.

Sui "mostri sacri" della filosofia e della psicologia

I mostri sacri della filosofia e della psicologia per me non sono né mostri né sacri e io mi pongo allo stesso loro livello quando li interrogo.

Scopo della psicologia

Lo scopo della psicologia dovrebbe essere il miglioramento dei rapporti umani nel senso di una migliore soddisfazione dei bisogni degli interessati.

La psicologia è scienza o filosofia?

La psicologia è scienza o filosofia? Tutte le nozioni psicologiche che si possono dimostrare sperimentalmente sono scienza, tutto il resto filosofia.

Scopo della psicologia

La psicologia dovrebbe servire a capire veramente perché la gente fa quello che fa, al di là delle banali e mistificate spiegazioni che vengono date.

Psicologia della cooperazione

La psicologia della cooperazione studia i fattori e le condizioni che contribuiscono positivamente o negativamente alla cooperazione tra due esseri umani.

Psicologia vs. filosofia

Psicologia e filosofia sono per me così intricate e interdipendenti che ritengo necessarie una filosofia della psicologia e una psicologia della filosofia.

Problemi psico-logici

Molti problemi psicologici sono psico-logici, ovvero hanno a che fare con una errata logica (conscia o inconscia) che usiamo per valutare noi stessi e gli altri.

Il vero filosofo

Il vero filosofo è un demistificatore di inganni e di autoinganni. Lo stesso vale per il vero psicologo. Infatti il vero filosofo è anche psicologo, e viceversa.

Pensiero ottimale

A mio avviso la filosofia e la psicologia dovrebbero cercare il pensiero ottimale, cioè quello che contribuisce alla maggiore felicità, o alla minore infelicità.

Psicologia divisiva

La psicologia è divisiva in quanto divide coloro che non la riconoscono come valida da coloro che l'apprezzano, e coloro che seguono diverse scuole di psicologia.

Sull'evitamento della filosofia e della psicologia

Uno dei motivi per cui molti evitano la filosofia e la psicologia, è che mediante queste discipline possono essere svelati gli inganni che preferiscono tenere nascosti.

Filosofia vs. psicologia

Il filosofo studia ciò che appare, lo psicologo ciò che è nascosto, il filosofo cerca le verità, lo psicologo le falsità, specialmente quelle involontarie e inconsapevoli.

Scienza, filosofia e psicologia

Scienza, filosofia e psicologia non debbono essere separate, ma procedere congiuntamente, nutrendosi l'una delle altre. Altrimenti ciò che producono è pericolosamente insufficiente.

Supermercato di filosofia e psicologia

Nel supermercato della filosofia e della psicologia ognuno sceglie le verità più adatte alla propria personalità. Ce ne sono di tutti i generi, di tutte le taglie e di tutti i prezzi.

Governare un popolo

Non sono gli stati che devono essere governati, ma i popoli, e qualsiasi analisi politica che non tenga conto della psicologia del popolo da governare è fallace in quanto insufficiente.

Sui motivi dell'agire umano

Noi facciamo, o evitiamo di fare, tantissime cose per motivi che non conosciamo, vale a dire per scopi, strategie e logiche inconsci. La psicologia dovrebbe aiutarci a conoscere tali motivi.

Logiche del piacere e del dispiacere

L'uomo quasi mai conosce le logiche inconsce per cui certe cose gli piacciono e altre cose non gli piacciono. Il fine della psicologia dovrebbe essere proprio quello di rivelare tali logiche.

Capire le interazioni sociali

Per capire le interazioni sociali dovremmo immaginare di essere extraterrestri che osservano gli umani mentre interagiscono in vari modi, e cercare spiegazioni nei testi delle diverse psicologie.

Pluralismo filosofico e psicologico

A parer mio, i termini psicologia e filosofia andrebbero usati solo al plurale, se non accompagnati da un qualificatore. Perché le psicologie e le filosofie sono tante e più o meno in contrasto tra loro.

Il fine della filosofia e della psicologia

Il fine della filosofia e della psicologia dovrebbe essere innanzitutto quello di aiutarci a migliorare i nostri rapporti con gli altri nel senso della maggiore soddisfazione possibile dei bisogni delle persone coinvolte.

Dopamina e psicologia

Ci sono attività che causano la secrezione di dopamina. Questo può spegare perché certe persone fanno certe cose. Resta da spiegare perché certe attività causano la secrezione di dopamina. Questo è compito della psicologia.

Premi Nobel per la filosofia e per la psicologia?

Il fatto che non esistono premi Nobel per la filosofia e per la psicologia la dice lunga sullo scarso credito che hanno tali discipline nella cultura attuale, meno credito che per la letteratura, per la quale il premo Nobel invece esiste.

A cosa serve la psicologia

In ogni momento, ogni essere vivente vuole e cerca di ottenere certe cose, e non vuole, e cerca di evitare, certe altre cose, secondo certe logiche consce o inconsce. La psicologia dovrebbe indagare tali logiche e farle conoscere agli interessati.

Filosofia e psico-logia

Nella conoscenza non c'è solo l'aspetto logico e quello sentimentale, ma anche quello psico-logico, ovvero quello che riguarda il campo delle logiche nascoste e inconsce. Per questo per me una filosofia che non sia anche psicologia è insufficiente.

Psicologia vs. sociologia

La separazione tra psicologia e sociologia ostacola la comprensione della vita degli individui e quella delle società. Infatti le forme sociali sono plasmate da individui, e la mente individuale è plasmata dalla società a cui l'individuo appartiene.

Il perché del piacere e del dispiacere

L'uomo fa un'infinità di cose perché gli piace farle o perché soffrirebbe se non le facesse. Ma non sa perché gli piace fare certe cose o perché soffrirebbe se non le facesse. Capire il perché del piacere e del dispiacere delle cose è compito dello psicologo.

Darwinismo neurale

Una teoria di assoluta importanza da un punto di vista psicologico e filosofico, oltre che biologico, per capire la natura umana.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Darwinismo_neurale

Perché la gente evita di parlare di filosofia e di psicologia

La maggioranza della gente evita di parlare di filosofia e di psicologia per evitare di essere giudicata. Infatti la psicologia giudica chi che è mentalmente sano o malato, e la filosofia giudica chi è morale o immorale, giusto o ingiusto, intelligente o stupido, vero o falso.

La psicologia non è una scienza

La psicologia non è una scienza. Infatti non studia fatti verificabili sperimentalmente (tranne in pochi casi), ma procede prevalentemente per metafore, per "come se". Le sue analogie possono tuttavia essere utili per affrontare i nostri problemi e attenuare le nostre sofferenze.

George H. Mead e il fondamento della psicologia sociale

"The behaviour of an individual can be understood only in terms of the behavior of the whole social group of which he is a member, since his individual acts are involved in larger, social acts which go beyond himself and which implicate the other members of that group." [George H. Mead]

Sulla separazione tra le discipline umanistiche

Filosofia, psicologia e sociologia non dovrebbero essere discipline separate, dato che certe differenze filosofiche possono essere spiegate in termini di differenze psicologiche, così come certe differenze psicologiche possono essere spiegate in termini di differenze sociali, e viceversa.

Domande psicologiche

La gente fa ciò che le piace fare o che ha paura di non fare, e non fa ciò non le piace fare o che ha paura di fare. Perché alla gente piace ciò che le piace? Perché non le piace ciò che non le piace? Perché ha paura di ciò di cui ha paura? La psicologia cerca di rispondere a queste domande.

Perché facciamo ciò che facciamo

L'uomo fa ciò che fa perché sente il bisogno o il desiderio di farlo, non per una scelta razionale. La ragione cosciente serve a giustificare le proprie motivazioni e azioni, che sono in realtà il risultato di logiche e meccanismi inconsci (innati e appresi) che la psicologia dovrebbe indagare.

Significati consci vs. inconsci

Ogni cosa (oggetto, parola, persona, idea, immagine, gesto ecc.) ha per un essere umano significati consci e inconsci, a volte molto diversi e perfino contrastanti. La psicologia si occupa, o dovrebbe occuparsi dei significati inconsci, mentre la filosofia si occupa, purtroppo, solo di quelli consci.

Praticare la psicologia

Praticare la psicologia significa chiedersi perché ci piace ciò che ci piace, se ci fa bene, se fa bene agli altri, e se ci piace veramente; come pure chiedersi perché ci dispiace ciò che ci dispiace, se ci fa male, se fa male agli altri, e se ci dispiace veramente.

La psiche è (anche) una fabbrica di mistificazioni

La psiche fabbrica continuamente mistificazioni in quanto, tra le sue varie funzioni, ha anche quella di rimuovere o mascherare inconsciamente ogni motivazione socialmente inopportuna o sconveniente, per esempio le pulsioni aggressive, distruttive, sessuali, di dominio e di paura.


Come dovrebbe funzionare una psicoterapia

La psicoterapia dovrebbe aiutare il paziente (cioè uno che ha emozioni indesiderate) a rendere coscienti le vere cause delle proprie emozioni e rielaborare (cioè eliminare o modificare) i relativi collegamenti di causa-effetto mediante la riproduzione o simulazione, in dosi controllate, delle cause individuate.

Cos'è la psicologia

Ciò che viene comunemente chiamato psicologia è in realtà uno o più episodi incompleti e approssimativi della storia delle psicologie. La Psicologia come disciplina universale e organica non esiste ancora e ogni autore propone la sua personale compilazione e le relative promesse di benessere individuale e sociale.

Psicoanalisi e inconscio

Ci sono tipi diversi di psicoanalisi, ma hanno tutte in comune l'idea dell'inconscio come motore involontario, automatico, inconsapevole, dotato di logiche proprie e manipolatore della coscienza. Se si rifiuta questa idea, secondo me non si va lontano nella comprensione della natura umana e del nostro comportamento.

Sulle cause nascoste del comportamento umano

Ogni messaggio, ogni espressione, ogni azione, ogni reazione che avvengono tra esseri umani, sono causati da leggi fisiche e biologiche, motivazioni, emozioni, logiche e casualità, tutte cose che la psicologia dovrebbe aiutarci a rilevare. Infatti la psicologia è la ricerca delle cause nascoste del comportamento umano.

Psicologia delle interazioni sociali

L'uomo ha un irresistibile bisogno di interazione sociale, che lo induce a volte ad accettare interazioni nocive piuttosto che nessuna interazione. La psicologia dovrebbe aiutarci a migliorare la qualità delle nostre interazioni sociali, cioè a trovare occasioni e modi d'interazione più soddisfacenti rispetto ai nostri bisogni.

La sede e il controllo della volontà

Io voglio ciò che voglio, tuttavia, chi decide ciò che voglio non sono io, ma un agente dentro di me che non posso comandare. Nel breve periodo io posso solo decidere se fare ciò che voglio o non farlo. Nel medio e lungo periodo posso iniziare una psicoterapia o cambiare ambiente sociale per modificare, nel tempo, ciò che voglio.

Sinottico di psicologia


Quando la filosofia ignora la psicologia

Il modo in cui Il filosofo esamina le questioni filosofiche e ne discute dipende dai suoi neuroni, dalla sua psiche, dalla sua forma mentis, dalle informazioni depositate nella sua mente, dai suoi bias ecc. anche se si illude di pensare in modo "assolutamente" vero. Il filosofo che trascura la psicologia è mentalmente zoppo e mezzo cieco.

La psicologia è sempre sociale

Tutti i problemi tipicamente umani hanno una matrice sociale, cioè riguardano i rapporti con gli altri o sono causati dagli altri. Di essi si occupa o dovrebbe occuparsi la psicologia, che pertanto è sempre psicologia sociale. Una psicologia che non si occupa di problemi, o che prescinde dai rapporti sociali non è psicologia, ma neurologia.

Romanzi psicologici vs. non psicologici

La differenza tra un romanzo psicologico e uno non psicologico, è che nel primo l'autore descrive le azioni dei personaggi cercando di spiegare perché esse vengono compiute, cioè in base a quali logiche, a quali programmi. Nel secondo l'autore non fornisce spiegazioni sul comportamento dei personaggi oltre a quelle fornite dai personaggi stessi.

Associazioni mentali e psicologia

Le parole evocano immagini, altre parole e sentimenti. A loro volta le immagini evocano parole, altre immagini e sentimenti. Tali evocazioni sono determinate da associazioni programmate nelle memorie degli individui come effetto delle loro esperienze. Lo studio e il cambiamento di tali associazioni è, o dovrebbe essere, lo scopo della psicologia.

A che serve la psicologia

Gli umani fanno ciò che ad essi piace, o ciò di cui sentono il bisogno, e non fanno ciò che ad essi dispiace, e ciò di cui non sentono il bisogno. La psicologia dovrebbe aiutarci a capire perché a certe persone certe cose piacciono e certe altre cose dispiacciono, e perché sentono il bisogno di certe cose e non sentono il bisogno di certe altre cose.

La non-gerarchia della psiche

La psiche è una rete non gerarchica di agenti mentali che cooperano e competono per la sopravvivenza e lo sviluppo dell'individuo. La coscienza, o io cosciente, è soltanto uno di questi agenti, ed ha un potere molto limitato. Intatti la maggior parte del comportamento umano è automatico, involontario, inconscio, e incomprensibile per la coscienza stessa.

A che serve la psicologia

La psicologia dovrebbe servire a capire se stessi e gli altri e a demistificare le motivazioni dei comportamenti propri e altrui. Purtroppo di psicologie ce ne sono tante e spesso si ignorano o disprezzano a vicenda. Quelle che considero più utili ci insegnano a non fidarci di nessuno, nemmeno di noi stessi quando cerchiamo di giustificare le nostre azioni e inazioni.

Sulla necessità di riunificare la filosofia e la psicologia

Il motivo principale per cui io ritengo che sia necessario riunificare la filosofia e la psicologia è che le speculazioni filosofiche sono prodotte da menti umane, con i loro limiti, i loro condizionamenti, i loro sentimenti e i loro bias, di cui le stesse speculazioni dovrebbero tenere conto, specialmente per quanto riguarda la nozione di "valore" nelle sue diverse applicazioni.

Sulle differenze e i rapporti tra filosofia e psicologia

La filosofia si occupa delle ragioni e dei sentimenti della coscienza, la psicologia si occupa delle ragioni e dei sentimenti dell'inconscio. Siccome coscienza e inconscio sono interdipendenti (nel senso che si influenzano reciprocamente), anche la filosofia e la psicologia lo sono, e perciò andrebbero studiate insieme, non come discipline separate.

Scopo della psicologia e della psicoterapia

La psicologia dovrebbe studiare le logiche consce e inconsce con cui un essere umano si relaziona e interagisce con gli altri, con se stesso e con il resto del mondo, per soddisfare i suoi bisogni e i suoi desideri.

La psicoterapia dovrebbe fornire ai suoi utenti strumenti pratici e consulenza per migliorare le logiche di soddisfazione dei propri bisogni e dei propri desideri.

Sulla religiosità dello sport-spettacolo

Ieri, guardando la partita Germania-Italia circondato da una ventina di tedeschi, ho avuto una ulteriore conferma del carattere religioso, profondo e inconscio dello sport-spettacolo. L'Uomo ha bisogno anche di circenses per affermare la propria appartenenza ad una comunità, un bisogno primario geneticamente determinato, a cui la psicologia accademica non ha ancora dato l'importanza che merita.

Paura e mistificazione delle proprie emozioni

Una delle emozioni più importanti per un essere umano è la paura che le proprie emozioni siano socialmente indegne, e di essere puniti o emarginati a causa della loro natura o della loro assenza. A causa di tale paura, tendiamo, consciamente o inconsciamente, a rimuovere, nascondere, censurare, mistificare o fingere le nostre emozioni, con gravi conseguenze per la nostra salute psichica e fisica.

Integrare le scienze umane

Per poter incidere positivamente nella società, le scienze umane e sociali (specialmente filosofia, psicologia, neurobiologia, sociologia e politologia) dovrebbero integrarsi in un'unica disciplina, che potrebbe essere definita "Panantropologia", come proposto dallo psichiatra Luigi Anepeta. Finché rimarranno terreni di specializzazione separati da muri accademici non ci aiuteranno a migliorare significativamente la condizione umana.

Scuole di psicologia insufficienti

In ogni scuola di psicologia e psicoterapia c'è qualcosa di utile e qualcosa di inutile, fuorviante, illusorio o nocivo, e ogni scuola è insufficiente. Siamo ancora lontani da una disciplina psicologica universalmente riconosciuta e organicamente rappresentata, come avviene nelle scienze propriamente dette. Ben venga dunque estrarre dalle opere del passato ciò che è ancora valido e utile, per unirlo a contributi più recenti.

Scopo della psicoterapia

Secondo me, lo scopo di una psicoterapia dovrebbe essere quello di modificare le reazioni automatiche cognitive ed emotive ai vari stimoli percettivi, in modo che esse siano più utili alla soddisfazione dei bisogni primari del soggetto nel medio e lungo termine. In altre parole, la psicoterapia dovrebbe migliorare la mappa cognitivo-emotiva del soggetto, creando nuove associazioni di idee e di emozioni e neutralizzando o correggendo quelle disfunzionali.

La paura di cambiare

In ognuno di noi esiste, in misura più o meno grande, una generica paura inconscia di cambiare, che boicotta ogni tentativo di cambiare abitudini, soprattutto quelle mentali, anche se migliorative. E' la mente che, per un istinto di autoconservazione, si difende da qualsiasi cosa che possa cambiarla, limitando la nostra creatività e immaginazione, ricorrendo a volte a disturbi psicosomatici per dissuaderci dall'intraprendere azioni che possano provocare dei cambiamenti.

Psicoanalisi?

Psicanalisi? Quale psicoanalisi? Ce ne sono tante. Anche gli psicoanalisti, ve ne sono di molto diversi, più o meno ortodossi rispetto alle idee freudiane.

È un mondo variegato, dove c'è il bene e il male.

Parlare della psicoanalisi, come pure della psicologia, in generale senza esaminare le differenze tra i vari approcci non credo sia utile.

Bisognerebbe usare questi termini solo al plurale: "le psicoanalisi", le "psicologie"...

Logiche inconsce e consce

La nostra mente ha logiche inconsce che determinano il nostro comportamento attraverso reazioni automatiche cognitivo-emotive alle situazioni in cui ci troviamo e agli stimoli che percepiamo.

Se vogliamo migliorare il nostro comportamento dobbiamo esaminare razionalmente tali logiche e correggerle o ottimizzarle dove occorre. Per riuscirvi, dobbiamo cercare di rendere consce le nostre logiche inconsce, con l'aiuto di buone psicologie e psicoterapie.

Per quelli che parlano male della psicologia

Secondo me non ha senso parlare bene o male della psicologia, per il semplice fatto che non esiste una psicologia ma un arcipelago di psicologie che si fanno la guerra e dicono cose a volte contrastanti, come fanno anche le religioni. L'importante (e il difficile) è capire quanto valga ciascuna psicologia. D'altra parte chi parla di psicologia anche per denigrarla o sminuirla si pone esso stesso come psicologo, così come parlare male della filosofia è un modo di filosofare.

Psicologia teorica e pratica

La psicologia "tout court" dovrebbe chiamarsi psicologia teorica. Infatti esiste anche una psicologia pratica, costituita da soprattutto da biografie e romanzi, in cui si possono osservare gli effetti dell'attività psichica nella vita reale o immaginaria delle persone. Psicologia teorica e pratica dovrebbero convivere e procedere unite nella mente dello studioso e dell'osservatore per una reciproca verifica a vantaggio di entrambe, ma questo avviene molto raramente.

Bene o male che Y può causarmi o che posso causare a Y

Bene o male che Y può causarmi o che posso causare a Y. Si tratta di quattro domande fondamentali per la psiche, dove Y è una persona qualsiasi, conosciuta o sconosciuta:

  1. Che bene Y può causarmi?

  2. Che male Y può causarmi?

  3. Che bene posso causare a Y?

  4. Che male posso causare a Y?

Nel profondo del nostro inconscio queste domande vengono fatte continuamente e ad esse viene risposto senza inconsciamnete.

Sull'introversione

E' inutile o dannoso parlare di introversione senza mettersi d'accordo sul significato di questo termine così abusato e malinteso anche tra gli psicologi, figuriamoci tra la gente comune. La maggior parte degli psicoterapeuti non dà alcuna importanza all'introversione, non la prende per niente in considerazione e questo la dice tutta. Per me è impossibile capire cosa sia l'introversione senza aver letto (e capito) quello che su di essa hanno scritto Carl G. Jung (il creatore del termine) e Luigi Anepeta.

Sulla (in)utilità della filosofia e della psicologia

Per miliardi di persone, ovvero per la maggior parte degli esseri umani, i grandi geni della filosofia e della psicologa sono stati e saranno inutili.

Intendo dire che se chiediamo alla maggioranza della gente che utilità, secondo loro, hanno avuto quei geni, ci risponderanno che nemmeno li conoscono oppure che non sono serviti a nulla. Questo, secondo me è uno dei più grandi problemi dell'umanità, di cui filosofia e psicologia dovrebbero occuparsi e di cui non si preoccupano abbastanza.

Psicologia: bisogni e logiche di soddisfazione

La psicologia dovrebbe essere lo studio dei bisogni umani e delle logiche consce e ancor più inconsce adottate per la loro soddisfazione.





Le discussioni sul referendum sono un test psicologico

Il buono delle discussioni su questo referendum è che in queste occasioni, dove bisognerebbe usare la razionalità, le persone mettono a nudo il loro livello di intelligenza, le loro conoscenze e ignoranze, e i loro bias cognitivi. E' così che persone di cui si aveva una certa stima appaiono sotto una luce nuova che fa mutare il giudizio, e persone di cui non si sapeva molto acquistano una connotazione positiva o negativa. Questo referendum vale più di tanti testi di psicologia. E' esso stesso una specie di test psicologico.

Cosa rende una psicoterapia efficace

Vari esperimenti scientifici hanno dimostrato che terapie dei più diversi indirizzi danno risultati molto simili almeno per disturbi come la depressione o l'ansia sociale. Quindi sembrerebbe che quello che funziona in una psicoterapia non sia la particolare tecnica, ma soprattutto l'empatia del terapeuta, il suo incoraggiamento ad analizzarsi, mettersi in discussione e cambiare, il fatto di poter parlare con qualcuno dei propri problemi intimi e l'effetto placebo di chi confida che quel terapeuta e quella tecnica lo aiuteranno.

Il discredito della psicologia e della filosofia

A mio parere la psicologia e la filosofia sono, tra le scienze umane e sociali, quelle più screditate e prese meno sul serio dai non addetti ai lavori, perché basate su teorie troppo diversificate e spesso contrastanti. Si potrebbe perciò dire che si tratta di discipline indisciplinate. Invece, le altre scienze umane e sociali (come la sociologia, l'antropologia e le neuroscienze) sono più unitarie, più oggettive, più "scientifiche", più condivise dagli studiosi e dai ricercatori, anche se molto specialistiche e non abbastanza integrate.

Il potere dell'informazione nella vita di una persona

Può essere sufficiente un bit d'informazione (un "sì" piuttosto che un "no", un "vero" piuttosto che un "falso", una condanna piuttosto che un'assoluzione ecc.) per uccidere una persona. Quel bit può causare un infarto, un suicidio, una decisione tragica per sé e/o altre persone. La psiche è un immenso sistema informativo che elabora continuamente informazioni provenienti dall'esterno e dall'interno e decide azioni volontarie e involontarie (compresa la propria ristruttuzazione e il proprio sviluppo) in base ai risultati delle elaborazioni stesse.

Le ragioni del cuore

"Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point" (il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce affatto, citazione di Blaise Pascal).

E' arrivato il momento di superare questo dualismo. Se la ragione non comprende le ragioni del cuore, è solo perché è una ragione ancora incompleta e immatura.

La ragione deve evolvere in modo tale da capire, attraverso la ricerca scientifica, le ragioni e i motivi dei sentimenti e mettere questi al centro dei suoi interessi, perché da essi dipende il benessere psico-fisico.

Attrazioni e repulsioni

L'uomo è dominato dalle proprie attrazioni e repulsioni, consce e inconsce, concrete e astratte.

Alcuni sono anche attratti dall'idea di modificare alcune delle proprie attrazioni e repulsioni. Questi apprezzano la psicologia.

Alcuni sono anche repulsi dall'idea di modificare alcune delle proprie attrazioni e repulsioni. Questi disprezzano o ignorano la psicologia.

Infatti la psicologia è utile per comprendere la genealogia delle attrazioni e delle repulsioni proprie e altrui, e le possibilità e i modi per modificarle.

Oscillazioni sentimentali

La vita di un uomo comporta continue oscillazioni fisiologiche, più o meno frequenti, tra due sentimenti opposti: il sentimento di appartenenza / integrazione / interazione sociale e il sentimento di individuazione / differenziazione / libertà, che scaturiscono dai due bisogni primari corrispondenti.

Ad ogni oscillazione ci può essere un cambiamento, più o meno  drammatico, dei termini dell'appartenenza e dell'individuazione.

L'inibizione di uno dei due sentimenti, se prolungata oltre una certa misura, può causare disturbi psichici più o meno gravi.

Partire dai sentimenti

Secondo me, le scienze dell'uomo e della società dovrebbero partire dall'unica cosa certa per un essere umano: il suo "sentire" ovvero il dolore e il piacere. Questi sono causati da diversi fattori (materiali e/o immateriali) più o meno noti. Lo scopo principale del filosofo e dello psicologo dovrebbe essere dunque quello di individuare i fattori che causano (o prevengono) il dolore e il piacere, per alleviare il dolore e aumentare il piacere, nella misura del possibile. Se prescindiamo dai sentimenti, a mio parere, tutti i discorsi psicologici o filosofici diventano irrilevanti.

Realtà e spiegazioni

Ci sono cose nella realtà che la gente chiama con nomi diversi credendo che si tratti di cose diverse. Ci sono stati psicoanalisti a loro insaputa, come ad esempio Nietzsche, che hanno ispirato gli psicoanalisti propriamente detti. Non mi preoccuperei di definire i campi accademici precisi nei loro confini per definire un concetto. Quello che conta sono gli effetti e gli affetti. Le spiegazioni possono essere più o meno scientifiche e basate su discipline intellettuali diverse ma a volte una spiegazione meno scientifica può essere più efficace e utilizzabile, ai fini pratici, di una scientificamente più rigorosa.

Comportamento, piacere e dolore

A mio parere, il comportamento degli esseri viventi capaci di provare piacere e dolore è determinato dalla loro ricerca del piacere e dalla loro paura (ovvero dal loro evitamento) del dolore. Tuttavia non tutti gli individui traggono piacere o dolore dalle stesse fonti (forme, oggetti, situazioni, interazioni, ecc.) o nella stessa misura. La psicologia dovrebbe perciò cercare di rispondere a domande come le seguenti: quali sono le possibili fonti di piacere o di dolore per un essere umano? Come si spiegano le differenze qualitative e quantitative di tali fonti da un individuo all’altro?

Piaceri, dispiaceri e psicologia

Quasi ogni persona sa cosa le piace e cosa non le piace, e tende a giustificare come normali, sani e leciti i propri piaceri e dispiaceri. Pochissimi si chiedono perché a loro certe cose piacciano e certe altre non piacciono, se tali piaceri e dispiaceri sono sani o morbosi e se, e come, potrebbero essere migliorati o corretti. Tali domande sono (o dovrebbero essere) oggetto della psicologia. Tuttavia, siccome ai più non interessa mettere in discussione i propri piaceri e dispiaceri, o hanno timore di farlo, ai più non piace la psicologia, e la considerano una minaccia per la propria buona reputazione.

Controindicazioni dello studio della psicologia

Lo studio autodidattico della psicologia può all'inizio essere utile a tutti per correggere quei grossolani difetti di pensiero e di comportamento che rendono difficile l'interazione con gli altri. Ma, una volta ottenuti quei cambiamenti che rendono il soggetto più simile agli altri, e quindi meglio in grado di interagire con essi, continuare lo studio della psicologia per comprendere a fondo la natura umana e il funzionamento della mente può rendere più difficili le interazioni con le persone che conoscono troppo poco tali materie, né desiderano conoscerle meglio, e non si chiedono perché fanno ciò che fanno e se ciò che fanno sia giusto.

Il compito della filosofia e della psicologia

Compito principale della filosofia e della psicologia dovrebbe essere quello di svelare le falsità, le dissimulazioni, gli inganni, le mistificazioni, le affermazioni infondate e quelle infalsificabili.

Purtroppo, però, in molti casi sia la filosofia che la psicologia contribuiscono a deformare la realtà e a proporne una inesistente, a vantaggio di qualcuno.

Uno dei modi di esercitare il potere è infatti quello di nascondere la verità e di far credere agli altri ciò che li induce a comportarsi in un certo modo favorevole all'autorità. Perché ogni autorità si fonda su una certa "verità".

Sull'arroganza della filosofia

Per me qualsiasi filosofia che non tenga conto della psicologia è zoppa e orba. Perché il pensiero del filosofo è sempre inconsciamente condizionato dal suo assetto psichico, ovvero dalla sua particolare, unica, mappa cognitivo-emotiva. Molti sono convinti della supremazia e indipendenza logico-razionale della filosofia rispetto ad ogni altra disciplina o scienza. Anche per me la filosofia si pone al livello più alto del pensiero, ma essa deve tener conto dell'irrazionale che la anima e dubitare di tutto, a cominciare da se stessa. Una filosofia arrogante, ovvero incapace di autocritica, è inefficace, anzi, può fare molti danni all'individuo e alla società.

Cinema e romanzi come documenti di psicologia applicata

I buoni film e i buoni romanzi possono costituire importanti documenti di psicologia applicata, in quanto descrivono i comportamenti di personaggi emblematici, i loro pensieri, le loro logiche, le loro strategie esistenziali, i loro sentimenti, le loro emozioni, le loro motivazioni ecc. Queste rappresentazioni degli effetti esteriori delle dinamiche psichiche interiori sono valide ed efficaci nella misura in cui sono realistiche e attirano l’attenzione dello spettatore o del lettore su dettagli significativi e importanti delle vicende, specialmente per quanto riguarda i messaggi e i segnali scambiati nei rapporti interpersonali.

Perché si parla

Un discorso, una discussione, una conversazione, possono avere diversi motivi, tra cui:

  • socializzare, passare il tempo in compagnia

  • prevedere il futuro

  • produrre idee per risolvere problemi e cambiare la realtà, per dirigere il futuro, piuttosto che subirlo passivamente.

Per quanto riguarda il terzo motivo, non basta avere buone idee per migliorare la realtà, ma è necessario sapere come convincere gli altri ad applicarle. Perché anche le migliori idee sono inutili se non vengono messe in pratica dagli esseri umani, cioè tradotte in nuovi comportamenti. A tale scopo serve una psicologa adeguata.

Effetto placebo, omeopatia e persone-placebo

Uno dei fenomeni più sorprendenti e affascinanti della psiche è l'effetto placebo, la cui efficacia terapeutica è scientificamente dimostrata.

Io penso che l'effetto placebo non si ha solo riguardo ai farmaci, ma anche rispetto alle varie promesse di felicità che ci arrivano esplicitamente o implicitamente da tutte le parti.

Penso che ci siano anche persone-placebo, cioè persone che ci fanno credere che ci renderanno felici sposandole, seguendole, frequentandole, applicando i loro consigli.

Il guaio è che spesso queste persone-placebo si rivelano delle delusioni. Ma prima che la delusione arrivi possono realmente farci star bene.

Piacere, dolore, saggezza, psicoterapia

Gli esseri viventi sono automi programmati per cercare il piacere e fuggire il dolore. Nei loro programmi è infatti codificato ciò che procura loro piacere e ciò che procura loro dolore. Specialmente nell'uomo, i codici del piacere e del dolore possono essere diversi da individuo a individuo. Infatti, ciò che ad alcuni procura piacere ad altri può procurare dolore. Inoltre l'uomo può ingannare e ingannarsi facendo credere o credendo che qualcosa procuri piacere ad altri o a se stessi mentre invece procura loro dolore, e viceversa.
La saggezza consiste nel confutare tali inganni, e la psicoterapia nel correggere i codici errati del piacere e del dolore.


Congelamento e scongelamento dei bisogni

Quando un bisogno non può essere soddisfatto, per evitare il dolore causato dalla sua frustrazione, la psiche, inconsciamente, lo congela (o, per usare un termine psicoanalitico, lo "rimuove"). In tal modo il soggetto non sente più quel bisogno e non soffre più per la sua insoddisfazione, anche se la sua rimozione può dar luogo a disturbi psicosomatici e/o a strategie di evitamento consce o inconsce. Un bisogno può restare congelato per il resto della vita, oppure venire scongelato da un evento che ne facilita la soddisfazione. Lo scongelamento di un bisogno è un evento commovente per il soggetto, che può anche piangere quando si verifica, a causa del riemergere delle sofferenze causate dalla sua frustrazione.

Sulla violenza maschile verso le donne

Secondo me la violenza maschile verso le donne è il risultato di una problematica che genera violenza non solo sulle donne, ma anche sugli altri uomini e sui bambini, a partire dai propri figli. Non parlo solo di violenza fisica, ma soprattutto psicologica.

Per questo motivo credo sia utile affrontare il problema alla radice, che è quella della violenza del forte sul debole, indipendentemente dai sessi. Troppo facile condannare una violenza fisica quando succede un fatto di cronaca nera, ma il problema a monte non viene affrontato che da qualche raro filosofo e psicologo, senza arrivare a conclusioni condivise e senza suscitare interesse da parte delle masse e di conseguenza dei politici.

La banalità del piacere e del dolore

Se mi limitassi a dire che ogni individuo ha i suoi gusti, che gli piacciono certe cose e non gli piacciono certe altre, sarebbe un discorso estremamente banale. Ma se mi chiedo perché ad un essere umano piacciono certe cose e non piacciono certe altre, allora il discorso si fa arduo, complesso e controverso. E se osservo che tutto quello che la gente fa lo fa per inseguire il piacere e fuggire il dolore in tutte le loro forme più o meno fisiche (dall'orgasmo sessuale all'ascesi mistica, dal dolore di una ferita alla paura di essere respinti o di morire), allora forse su una banale considerazione e sulle risposte ad una semplice domanda si possono costruire una filosofia, un'etica e una psicologia rivoluzionarie.

Esercizi psicologici

Guardare una foto o un video o leggere una notizia su un giornale o passeggiare per la città guardando cosa fa la gente, poi elencare i fenomeni umani rilevati, suddivisi nelle seguenti categorie:

  • Bisogni primari

  • Bisogni secondari

  • Strategie di soddisfazione

  • Obiettivi

  • Paure

  • Interazioni e transazioni

  • Relazioni

  • Sentimenti

  • Soddisfazioni

  • Frustrazioni

  • Insuccessi

  • Sfide

  • Rituali di appartenenza

  • Violenze

  • Aiuti

  • Proposte di interazioni e di relazioni

  • ecc.


Differenze filosofico/psicologiche

Credo che la differenza sostanziale tra la mia filosofia/psicologia e quella di altri è che secondo me la qualità delle relazioni/interazioni sociali è l'ingrediente principale della felicità (o del benessere/salute mentale) mentre per altri è più importante un certo rapporto con se stessi o con lo "Spirito" o con la "Verità".

Per me il rapporto con se stessi, cioè col proprio inconscio, è importantissimo, ma nel contesto del triangolo "io cosciente - il mio inconscio - gli altri". Questi tre poli si influenzano reciprocamente e a mio avviso dalla loro interrelazione dipende il benessere. I rapporti interpersonali avvengono in quattro modalità fondamentali, spesso simultanee: cooperazione, competizione, selezione, imitazione.

Una nuova piramide dei bisogni umani

In alternativa o aggiunta alla famosa piramide di Maslow, propongo questa, basata sulla mia psicofilosofia dell'autogoverno di cui potete leggere in Manuale di autogoverno.





Vita e informazioni - Per una bioinformatica

Si ha la vita quando le trasformazioni tra massa ed energia in un corpo di qualsiasi tipo sono regolate da informazioni capaci di riprodursi. La principale sede e fonte di informazioni è il DNA; un'altra importante è il sistema nervoso e la psiche in esso contenuta, che è capace di autosvilupparsi.

In filosofia si parla ancora troppo poco dell'importanza delle informazioni per la vita, specialmente per la buona vita, ovvero per la felicità, il piacere e il dolore. In psicologia se ne parla di più. Filosofia e psicologia dovrebbero fondersi in una "bioinformatica", anche in considerazione del fatto che certe informazioni, prodotte da una persona o dal suo ambiente possono ammalare o guarire la persona stessa, o renderla più o meno felice.

Comportamenti e ricompense sociali

Secondo l’educazione ricevuta, ognuno si aspetta (consciamente o inconsciamente) certe ricompense sociali materiali o immateriali, cioè certi premi o certi castighi, per certi comportamenti.

Quando il premio atteso non arriva, ci si sente vittime di un’ingiustizia, cioè in credito non corrisposto. Quando la punizione non arriva, ci si sente autori di un’ingiustizia, cioè in colpa da pagare.

In tale ottica, il compito e il fine della psicoterapia, come pure della psicologia, è anche quello di analizzare la validità delle ricompense sociali positive e negative associate a certi comportamenti nella mente (conscia e soprattutto inconscia) del soggetto, ed eventualmente di correggere tali associazioni, in senso qualitativo e quantitativo.

Filosofie illusorie

La storia della filosofia è pervasa di argomentazioni che non tengono conto del fatto che ciò che determina il comportamento dell'Uomo e il suo sentire e pensare non è la ragione o la coscienza o la volontà, ma dinamiche psichiche per lo più inconsce e involontarie rispetto alle quali i ragionamenti lasciano il tempo che trovano.
Qualunque filosofia che non tenga conto delle psicologie (e in particolare di quella psicodinamica) è illusoria. Uno dei primi filosofi che ha intuito la presenza di motivazioni inconsce e mistificate nell'agire umano e in certe filosofie è stato Nietzsche, a cui Freud deve molto. Ho usato il termine "psicologie" al plurale volutamente per indicare che non esiste una psicologia organica, ma ne esistono tante più o meno contrastanti e riduzioniste.

Tipi psicologici e potere

Si potrebbe definire una tipologia psicologica basata sul potere. In tal senso potremmo avere, metaforicamente, i seguenti tipi:

  • pecore

  • pastori

  • cani da pastore

  • cani sciolti

È importante notare che l’appartenenza ad un certo tipo non esclude l’appartenenza ad altri.

Infatti ogni umano appartiene a tutti e quattro i tipi suddetti, ma in misure diverse e variabili. Vale a dire che ogni tipo costituisce uno spettro, o una scala, nella quale ciascun individuo si posiziona momento per momento, con certe tendenze tipiche, cioè più probabili.

Per quanto mi riguarda, tendo a essere molto “cane sciolto”, un po’ “pastore”, molto poco “pecora” e quasi per niente “cane da pastore”.

Chi si interessa di psicologia?

Ci sono quelli che non si interessano di psicologia perché pensano che la cosa non li riguardi, credendo di essere sani di mente.

Ci sono quelli che si interessano di psicologia in privato perché perché hanno problemi mentali ma non vogliono farlo sapere.

Ci sono quelli che si interessano di psicologia apertamente perché sanno che tutti abbiamo problemi mentali e che sarebbe bene parlarne insieme.

Ci sono quelli che si interessano di psicologia per i vantaggi economici che ne possono derivare.

Ci sono quelli che si interessano di psicologia per aiutare gli altri a gestire i loro problemi mentali.

Ci sono quelli che si interessano di psicologia per più motivi tra quelli sopra elencati.

La spiritualità in chiave psicologica

La spiritualità può essere concepita, in termini psicologici, come esistenza di forze inconsce e involontarie che influenzano i nostri comportamenti. Possiamo infatti supporre l'esistenza di uno o più spiriti o geni o dèmoni, che ci ricattano, premiano, puniscono, ci spingono a fare e a non fare certe cose, a pensare o a non pensare a certe cose, a credere e a non credere in certe cose, attraverso strumenti come piacere, dolore, paura, curiosità, atrtazione, repulsione, ansia ecc.
Posssiamo anche supporre che alcuni di questi spiriti siano buoni e altri cattivi, che quelli buoni ci dirigono nella direzione giusta e quelli cattivi nella direzione sbagliata e che l'arte della vita consiste nel distinguere gli spiriti buoni da quelli cattivi, nel seguire quelli buoni e nel resitere a quelli cattivi.

Cambiamenti cognitivi e subcognitivi. Differenze di tempi e cause.

Un cambiamento nella parte conscia della psiche (cambiamento cognitivo) non comporta automaticamente un analogo cambiamento nella parte inconscia (cambiamento subcognitivo). Infatti, mentre un cambiamento cognitivo può essere istantaneo, o comunque molto rapido, un cambiamento subcognitivo ha bisogno di tempi piuttosto lunghi e soprattutto di un certa quantità e qualità di esperienze perché si produca. In altre parole, per cambiare i nostri automatismi mentali e in particolare le nostre reazioni emotive, abbiamo bisogno di tempi analoghi a quelli che ci sono voluti per formare tali automatismi, e di esperienze analoghe a quelle che hanno causato la loro formazione (con cariche emotive differenti). Invece, per provocare un cambiamento cognitivo può bastare un'immagine, un'idea, un pensiero, o la lettura di una frase.

Cosa c'è alla base del comportamento umano

Secondo me (e secondo qualcuno dei miei maestri), alla base di ogni comportamento umano ci sono i bisogni e le paure primari e secondari, innati (cioè geneticamente determinati) e acquisiti, consci e inconsci, materiali e immateriali, sensuali e intellettuali, sani e morbosi. Tutta la vita psichica si fonda su di essi e consiste in strategie e automatismi, più o meno efficaci, per soddisfarli. La maggior parte riguarda le relazioni con gli altri esseri umani reali o interiorizzati, essendo essi gli oggetti principali dei nostri bisogni e delle nostre paure. I sentimenti (e le emozioni) gradevoli sono suscitati dalla soddisfazione di bisogni o dalla loro anticipazione, quelli sgradevoli dalla frustrazione di bisogni o dalla loro anticipazione.
A volte i bisogni sono rimossi dalla coscienza e/o mistificati perché considerati sconvenienti dalla comunità di appartenenza.

Panantropologia (di Luigi Anepeta)

"Ho stigmatizzato da tempo il dato comune a tutte le scienze umane e sociali, vale a dire l'imperialismo per cui ciascuna di esse - e in particolare la psicologia, la sociologia e l'antropologia culturale - presume di essere depositaria della giusta metodologia e delle chiavi esplicative dei fenomeni umani. L'imperialismo è solo l'indizio della fragilità di queste discipline che tendono ad avallarsi come scienze, mentre sono ancora e solo saperi contrassegnati, tra l'altro, proprio in conseguenza della loro pretesa totalizzante, da indefinite contraddizioni.
L'impasse penso che potrà essere superato solo in virtù di una nuova disciplina, che da tempo definisco panantropologia, che integri tutte le discipline che hanno qualcosa da dire sull'uomo e i fatti umani (dalla genetica e dalla neurobiologia alla storia sociale)."
(Luigi Anepeta)

La cattiveria degli infelici che sono causa dei propri mali

Si può essere infelici o semplicemente di cattivo umore per diversi motivi, per esempio per come gli altri ci trattano, per disgrazie o inconvenienti mandatici dalla sfortuna, per una malattia di cui siamo più o meno responsabili, per un disturbo psichico o semplicemente per una visione del mondo sbagliata. Chi è infelice o semplicemente insoddisfatto, cerca normalmente di accusare qualcuno o qualcosa di esterno come causa del proprio stato indesiderato. Ci sono perfino persone che si ammalano per giustificare la propria infelicità. Difficilmente ammetteremo che la causa dei nostri mali è nella nostra mente e tenderemo a incolpare di essi altre persone, anche quando non ne sono responsabili. Accusare un innocente di essere la causa della propria infelicità, o semplicemente della propria insoddisfazione o fastidio è una forma di irresponsabilità e cattiveria peggiore che fare direttamente del male a qualcuno.

Errore vs. lacuna

Le discipline accademiche umanistiche contemporanee non dicono cose errate, ma lacunose. Ad esempio, il sociologo dice che certi fenomeni sociali sono causati da certe mentalità, ma non si preoccupa di sapere come certe mentalità si stabiliscono nell'individuo e se e come possono cambiare. Da parte sua lo psicologo dice che certe mentalità sono causate da certe situazioni sociali, ma non si preoccupa di sapere come le situazioni sociali si sono stabilite e se e come possono essere cambiate. È uno stallo da cui si può uscire solo unificando sociologia e psicologia. La psicologia sociale è un timido e riduttivo tentativo in tal senso. Quando la psicologia era individualistica, G. H. Mead era considerato un sociologo. Ora che la psicologia è sempre più relazionale non c'è motivo per non considerare Mead uno psicologo di prima grandezza a tutti gli effetti. Lo dice anche il titolo del suo libro: "Mente. sé e società".

La presunzione di Franco Ferrarotti

Franco Ferrarotti considera la sociologia la regina delle scienze umane, quella che le integra tutte, ma ha una cattiva opinione (e una molto scarsa conoscenza) della psicologia, che per lui si riduce al pensiero di Freud e di Jung (oltre al lavoro dei primi psicologi sperimentali, come Pavlov). Vedi https://youtu.be/a_REKcny3BY dai minuti 27:28 a 29:37.

La psicologia, se vogliamo usare questo termine al singolare (io preferisco usarlo al plurale), è molto di più e di vario di ciò che pensa Ferrarotti, che evidentemente vuole portare tutta l'acqua al suo mulino in quanto professore di sociologia. Uno degli svarioni più grossi di Ferrarotti è l'idea che il fine della psicologia (e della psicoterapia) sia quello di far accettare al paziente la società così com'è. Se lo sentissero parlare, Erich Fromm e altri grandi psicologi si rivolterebbero nella tomba.

Sull'odio inconscio

L'essere umano è capace di amare e di odiare. Quando l'oggetto del nostro amore ci delude, l'amore si trasforma facilmente in odio. La società ci insegna ad amare i membri della nostra famiglia e comunità e ad odiare o ad essere indifferenti verso quelli che non ne fanno parte. Così, odiare i membri della nostra famiglia o comunità è un tabù che viene normalmente rimosso (in termini psicoanalitici), ma non cessa di esistere e di operare a livello inconscio. Dovremmo avere il coraggio di ammettere che siamo capaci di odiare, e che effettivamente odiamo, anche alcuni membri della nostra famiglia o comunità, senza sentirci necessariamente in colpa per questo. Soltanto dopo possiamo e dobbiamo chiederci se questo odio è giustificato ed eventualmente superarlo. In altre parole, per superare il nostro odio verso qualcuno o qualcosa bisogna prima ammettere che esso esiste e agisce, altrimenti esso difficilmente smetterà di condizionarci inconsciamente.

Sulla trasmissione e propagazione di religioni e tradizioni

Religioni e tradizioni si trasmettono da genitori a figli e si propagano da persona a persona per effetto del bisogno di appartenenza e integrazione sociale, uno dei bisogni umani più forti e profondi.

Infatti, sia le religioni che le tradizioni consistono in una serie di riti e segnali che definiscono e confermano, in chi li esprime, l'appartenenza alla comunità che tali riti e segnali rappresentano, e vengono accettate come condizione indispensabile per poter appartenere alla comunità stessa.

Dato che l'esclusione dalla comunità sarebbe una tragedia insopportabile per la maggior parte degli esseri umani, è impensabile, per essi, non rispettare le religioni e le tradizioni in cui sono nati e che gli sono state insegnate.

Tutto ciò avviene nell'inconscio degli individui e viene poi razionalizzato come scelta volontaria e cosciente mediante l'autoinganno, che è uno dei meccanismi fondamentali della psiche.

La pazzia non è una spiegazione

Quando una persona compie un gesto insensato o mostruoso, si suole spiegarlo dicendo che si tratta di una persona con disturbi psichici, di un pazzo. Ma questa non può essere una spiegazione. È una tautologia. E ovvio che i pazzi fanno pazzie, altrimenti non diremmo che sono pazzi. La questione, allora, è perché quella persona ha disturbi psichici? Perché è impazzita? È nata pazza o ci è diventata? Che ruolo hanno avuto la società, la sua famiglia, la scuola che ha frequentato, le sue esperienze, nell'insorgere della sua pazzia? E chi chi può escludere che un giorno anche noi potremmo impazzire?

La mia idea è che "folle" non è ciò che è disumano o malvagio. Al contrario, la follia è umana! E' un fatto umano che secondo me non dipende solo da difetti fisiologici o organici del cervello, ma anche da pressioni e frustrazioni sociali e dall'incapacità di alcuni (che poi verranno chiamati folli) di adattarsi ad una società malata.

Cause della crisi

Io credo che l'attuale crisi politico-economico-ecologico-sociale di cui si tanto discute per lo più inutilmente abbia cause complesse e sistemiche, non lineari ma circolari, e tra i tanti fattori che la causano il più importante sia quello di cui meno si discute, ovvero il funzionamento della mente umana.

Ciò è forse dovuto al fatto che non c'è ancora una convincente teoria psicologica condivisa dagli studiosi di scienze umane e sociali, e molte "psicologie" sono carenti, false, fuorvianti, e presuntuose (pretendono infatti di essere sufficienti a spiegare l'essenziale, mentre spiegano, nel migliore dei casi, solo alcune parti del "sistema").

Noi umani dobbiamo ancora imparare a conoscerci e soprattutto a pensare, ma crediamo di conoscerci abbastanza e di saper pensare come e quanto basta. Di questo mi piacerebbe parlare, ma sono rare le persone che condividono questo mio desiderio.

Il conflitto di interessi in ogni insegnamento

In ogni insegnamento c'è un conflitto di interessi. Il prete, il filosofo, lo psicologo, il maestro, il politico, il genitore e chiunque cerchi di insegnare ad altri la propria visione del mondo, ne trae sempre un vantaggio perché in quella visione la sua persona ha normalmente un ruolo buono, giusto, utile e soprattutto degno e meritevole di avere un certo potere e privilegio sugli altri. Difficilmente qualcuno insegna ad altri una visione in cui la propria persona risulti inutile, colpevole, indegna, spregevole, miserabile, falsa o insignificante.

Di conseguenza, quando ascoltiamo o leggiamo qualcuno, non dimentichiamo mai che chi parla è in conflitto di interessi e quello che dice non può essere obiettivo né imparziale. Ognuno cerca implicitamente e indirettamente di convincere gli altri (e se stesso) di essere buono e giusto, e la verità che cerca di affermare è sempre coerente con tale presunzione fondamentale.

Sulla genesi dei bisogni umani

I bisogni umani sono poco conosciuti, nascosti e spesso mistificati. E' un tema relativamente poco studiato da filosofi, psicologi, biologi, neuroscienziati ecc.
Secondo me, i bisogni di un essere umano sono tutti tra loro collegati, nel senso che ogni bisogno è al servizio di un bisogno di ordine superiore, cioè filogeneticamente, ontogeneticamente o psicologicamente precedente, e complicati da fenomeni di sublimazione, in cui da un bisogno fisico può derivare un bisogno psichico o spirituale, con rimozione (nell'inconscio) del bisogno originario, come c'insegnano le teorie psicodinamiche.
Secondo me, qualsiasi comportamento umano è determinato da un insieme di bisogni fisici e psichici, più o meno coerenti e più o meno consci. Per semplicità mi piace dire che esiste un solo bisogno primario, quello dei geni, di riprodursi; tutti gli altri possono essere considerati secondari, cioè derivati da quello primario, a vari livelli funzionali.

Cambiare automatismi

Dato che il comportamento umano è quasi totalmente automatico, per un essere umano cambiare significa cambiare i propri automatismi di risposta agli stimoli esterni ed interni.

Per cambiare automatismi non basta la volontà o l'intenzione di farlo, occorre un training efficace, nuove esperienze ed un certo tempo. Infatti, a tale scopo, occorre modificare certe connessioni cerebrali preesistenti creandone di nuove, affinché a certi stimoli siano associati nuovi riflessi. Può anche essere necessario sviluppare nuovi neuroni.

Ne consegue che qualunque psicoterapia è inefficace se non accompagnata da esercizi pratici, training e nuove esperienze per una durata sufficiente.

Per facilitare il cambiamento può essere utile viaggiare e cambiare abitazione, lavoro, relazioni e interazioni sociali, frequentazioni, associazioni, letture, preferenze, opinioni, hobbies, attività, abbigliamento, arredamento e qualunque altra abitudine.

Diritto/dovere, forme e conseguenze del giudicare

Oggi mi è venuta l'idea di un nuovo tema da affrontare, a cui ho dato il titolo provvisorio "Diritto/dovere, forme e conseguenze del giudicare". È un tema tabù, politicamente scorretto, provocante e inquietante. Ha enormi implicazioni psicologiche oltre che filosofiche, sociologiche e politiche. Ha un posto centrale nella vita psichica anche quando si cerca di ignorarlo. Sottintende domande come le seguenti:

  • Chi ha il diritto di giudicare, in quali contesti, con quali fini, modalità e limiti?

  • Chi ha il dovere di giudicare, in quali contesti, con quali fini, modalità e limiti?

  • In quali forme l'uomo giudica i propri simili?

  • Quali sono i meccanismi psichici consci e inconsci, volontari e involontari, che intervengono nel giudicare gli altri e se stessi? Quali sono i possibili esiti, implicazioni e conseguenze dei giudizi?

  • Come reagiscono coloro che sono, o si sentono, direttamente o indirettamente giudicati?


Metapsicologia, metabisogni e metamotivazioni

La metapsicologia è un tipo di psicologia che si occupa delle motivazioni (specialmente quelle inconsce) per cui certe persone si occupano di psicologia come professionisti o come utenti. Chi si occupa di psicologia dovrebbe occuparsi anche di metapsicologia, per limitare le lacune, i bias e gli errori cognitivi dovuti alle proprie motivazioni consce o inconsce riguardanti la psicologia stessa.

Per metabisogni e metamotivazioni intendo bisogni e motivazioni che riguardano bisogni e motivazioni propri e altrui, e che includono a rilevarli, capirli analizzarli, giudicarli, modificarli, causarli, crearli, indurli, stimolarli, accentuarli, alleviarli, reprimerli, nasconderli, fingerli, mistificarli, negarli ecc. in certi modi, per ottenere dei vantaggi.

Differenza tra bisogno e motivazione: Il bisogno è una necessità che se non viene soddisfatta provoca disturbi, malattie o morte; la motivazione è il meccanismo mentale mediante il quale il bisogno cerca di ottenere la sua soddisfazione.

Perché la psicologia non è rispettata

Il motivo per cui la psicologia non è rispettata né dalle masse né dalla maggior parte delle élites intellettuali è dovuto a diversi fattori tra i quali due mi sembrano particolarmente significativi.

Il primo è il fatto che si tratta di una disciplina ancora troppo giovane, incompleta, riduzionista, disorganica, caotica, controversa, settaria e spesso velleitaria.

Il secondo è che essa è potenzialmente pericolosa a tutti i livelli della società. Infatti la psicologia, occupandosi dei meccanismi che determinano il comportamento umano individuale e sociale, ha, almeno in teoria, la capacità di demistificare, e in tal modo minare, le basi delle visioni del mondo individuali, delle culture, tradizioni, religioni, e del consenso politico. Alla luce della psicologia, le persone potrebbero infatti sottrarsi al conformismo inconsapevole e cambiare in modo incontrollato, e non c'è nulla
che faccia più paura, a livello inconscio, di un cambiamento
imprevedibile a livello individuale o sociale.

Il libero arbitrio come obbedienza o disobbedienza agli ordini delle emozioni

Un computer biologico nel nostro inconscio decide le nostre emozioni e motivazioni di attrazione e repulsione rispetto ad ogni cosa, persona, idea o ricordo. Il nostro libero arbitrio decide se assecondare o resistere a tali emozioni. Un altro computer biologico nel nostro inconscio decide a cosa dobbiamo pensare in ogni particolare situazione. Il nostro libero arbitrio decide se assecondare quel flusso involontario di pensieri o resistere ad esso. Insomma, il nostro libero arbitrio non può prendere iniziative, ma solo reagire alle iniziative dell'inconscio scegliendo di obbedire o resistere (cioè disobbedire) ad esse.




La gerarchia dei bisogni di Abraham Maslow


In questo schema Maslow ha riassunto qualli che a suo avviso sono i bisogni fondamentali comuni a tutti gli esseri umani. Si tratta di bisogni geneticamente determinati, vitali, radicati nell’inconscio. E’ importante soddisfarli per essere felici il più possibile ed evitare disagi psichici e disturbi psicosomatici. Ma prima di poter soddisfare i bisogni di un certo livello, secondo Maslow occorre che i bisogni del livelli inferiori siano soddisfatti.

A mio avviso l'analisi di Maslow trascura la presenza di bisogni "politicamente scorretti", come il bisogno di dominare, controllare o influenzare gli altri  per indurli a servirci o a cooperare con noi.

Infatti, senza la cooperazione da parte degli altri, gli umani non possono sopravvivere. Perciò è naturale che vi sia in essi una motivazione ad assicurarsi tale cooperazione con qualsiasi mezzo.

Reazioni cognitive, emotive e motive

La mente umana è un sistema capace di apprendere, costruire, riconoscere (e a reagire a) certe entità (cioè simulacri mentali di realtà reali o immaginarie quali informazioni, forme, simboli, concetti, situazioni, oggetti, persone, gruppi, comunità ecc.) e di associare ad esse (1) altre entità o gruppi di entità, (2) emozioni (cioè piacere/dolore, attrazione/repulsione, senso di sicurezza/paura), e (3) motivazioni (cioè impulsi a fare o a non fare certe cose in presenza di certe entità.

Pertanto, quando la nostra mente riconosce una certa entità, essa attiva particolari reazioni cognitive, emotive e motive.

Lo scopo della psicologia e della psicoterapia dovrebbe essere quello di rilevare le reazioni “malsane” e contribuire a trasformarle in reazioni “sane” in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui. Tale "cura" dovrebbe darci la possibilità di soffrire (e far soffrire altri) di meno, e di godere (e far godere altri) di più.

Unione tra filosofia e psicologia

Filosofia e psicologia dovrebbero essere riunite in un'unica disciplina che sia al tempo stesso filosofia della psicologia e psicologia della filosofia, perché una filosofia è un prodotto della struttura psichica di un pensatore, dei suoi meccanismi mentali e delle sue dinamiche consce e inconsce, cognitive, emotive e motivazionali.

La separazione della psicologia dalla filosofia ha dato luogo a due discipline handicappate, inconciliabili, fuorvianti e poco utili, perché l'una non può fare a meno dell'altra per comprendere se stessa e il mondo in modo "comprensivo", cioè completo, sistemico e non riduttivo.

Una filosofia non psicologica e una psicologia non filosofica trattano di dettagli della realtà, ma sono incapaci di fornire una visione generale e sistemica del mondo e della natura umana, in cui si mostrino le interazioni tra le parti in gioco e le logiche sottostanti.

Tra i grandi filosofi-psicologi vi sono Spinoza, Hume, Schopenhauer, Nietzsche, Erich Fromm, Gregory Bateson ed Edgar Morin.

Utilità della psicologia

Secondo me la psicologia dovrebbe insegnarci a scoprire le vere motivazioni, intenzioni e cause dei comportamenti e dei sentimenti umani, che sono normalmente diverse da quelle che gli interessati dichiarano e di cui sono consapevoli.

Infatti, i bisogni fondamentali che determinano (consciamente o inconsciamente) i comportamenti e i sentimenti umani sono essenzialmente

(1) i bisogni fisici e sessuali,

(2) il bisogno di appartenenza e interazione sociale,

(3) il bisogno di individuazione e libertà e

(4) il bisogno di potenza intesa come strumento per facilitare la soddisfazione di ogni altro bisogno in un contesto sociale competitivo e di risorse scarse rispetto alle richieste.

Una diretta derivazione del bisogno di potenza è il bisogno (conscio e/o inconscio) di restringere la libertà altrui o almeno fare in modo che non sia superiore alla propria, in modo da mantenere un vantaggio competitivo ed impedire che l'altro usi la sua superiorità e libertà per farci violenza o limitare la nostra stessa libertà.

Essere tutti psicologi

Dire "sono un po' psicologo anch'io" è patetico e ridicolo in quanto siamo tutti psicologi in una certa misura o dovremmo esserlo il più possibile, dato che, a differenza di altre discipline, la psicologia ci riguarda personalmente, nel senso che l'oggetto di studio siamo noi stessi, per cui non interessarsi di psicologia è come non voler avere specchi in casa.

Il guaio è che di psicologia non ce n'è una sola, ma, a causa del fatto che, non trattandosi di una scienza, in questo campo ognuno può dire qualunque cosa senza poter essere smentito, ci sono una miriade di teorie psicologiche (ne ho contate più di 20 solo tra quelle riconosciute accademicamente) con le idee più disparate, ognuna che si prende molto sul serio, pretendendo di essere la più vera e la più completa, e quasi tutte si ignorano (quando non si disprezzano) a vicenda, come le religioni.

Anche per questo molti non si interessano di psicologia o la disprezzano. Io credo che ci sia un forte bisogno di una psicologia eclettica e integrata, che raccolga organicamente il meglio di ogni teoria psicologica conosciuta.

Il piacere di torturare

Ieri sera, su un canale TV tedesco, ho assistito ad un documentario su quello che accadeva nei campi di concentramento nazisti poco prima della fine della caduta del regime. Premesso che trovo lodevole il fatto che in Germania ancora oggi si diffondano certe informazioni nonostante gettino una luce sinistra sul loro popolo, quello che osservo è che la cosa più terribile avvenuta in quel momento storico non è il numero enorme di persone uccise dai nazisti, ma le torture, gli stenti e le umiliazioni che gli sfortunati hanno dovuto subire prima di essere uccisi o lasciati morire, e che per alcuni sono durate anni, oltre al piacere dimostrato da zelanti soldati e funzionari nel provocare le sofferenze delle persone condannate dal regime. E' bene ricordare che queste cose possono ripetersi in qualunque popolo e in qualunque momento, perché, come numerosi esperimenti di psicologia sociale hanno dimostrato, un essere umano, sotto la copertura responsabile di un'autorità morale, politica o tecnica superiore, è capace delle peggiori mostruosità e atrocità senza provare il minimo disagio, anzi, provandone in molti casi piacere.

Sul capitalismo

Che il capitalismo sia perverso e malefico credo che ormai lo hanno capito quasi tutti. Il guaio è che nessuno ha capito come superarlo, al di là di un generico, ingenuo e irrealistico hopeful thinking.

Secondo me il problema e la sua soluzione sono di tipo psicologico, ma la psicologia è politicamente scorretta e fa paura a tutti, sia al popolo che ai governanti (con poche eccezioni), oltre al fatto che è ancora rudimentale, lacunosa, confusa e deludente.

L'errore di Marx è stato soprattutto la sua ignoranza psicologica, per cui si è illuso che la società potesse migliorare insegnando e applicando alla politica e all'economia principi razionali.

Per quanto acuta e veritiera fosse la sua analisi, Marx sottovalutava la potenza e l'irrazionalità dell'inconscio, cose che hanno fatto finora fallire tutti gli esperimenti di socialismo reale e continueranno a farli fallire.

Il mondo migliorerà (forse) quando la psicologia sarà sufficientemente evoluta (quella attuale non lo è abbastanza) e insegnata nelle scuole a tutti i livelli. Per questo mi interesso di psicologia.

Sulla responsabilità dei mali sociali

Non credo che la colpa sia sempre di qualcun altro. La società siamo noi, la facciamo noi, quindi il problema è in noi, nella nostra psiche.

Tra la mia psiche, la tua e quella degli "altri" ci sono moltissime cose in comune a cominciare dai meccanismi determinati geneticamente che poi danno luogo a personalità diverse a seconda delle esperienze personali.

Anche la tua analisi, come la mia, e quella di coloro che difendono, tollerano o combattono lo stato della società hanno origine dalle nostre rispettive mentalità.

Il comportamento dell'Uomo è determinato dalla sua psiche, che agisce soprattutto a livello inconscio. Quindi ogni problema relativo al comportamento umano (compresa l'economia e la politica) è di tipo psicologico.

I pensieri sono guidati dalle emozioni, le emozioni sono involontarie, quindi i pensieri sono involontari. La nostra visione del mondo e di noi stessi è piena di menzogne, autoinganni e illusioni determinati e mantenuti inconsciamente dalle nostre emozioni.

Senza una chiave di comprensione psicologica continuiamo ad ingannarci.

La felicità come servizio reciproco

Per convivere e interagire pacificamente e in modo produttivo e soddisfacente con gli altri, ovvero per essere felici, la cosa migliore che ciascuno possa fare è un servizio reciproco il più completo possibile e con il maggior numero possibile di persone. Cioè ognuno dovrebbe cercare di soddisfare il più possibile le esigenze altrui e incentivare gli altri a soddisfare le proprie. Perché questo avvenga è necessario che ognuno conosca le esigenze proprie e altrui in termini di bisogni innati e acquisiti, paure, desideri, sensibilità, volontà, gusti ecc. distinguendo quelle sane da quelle morbose, quelle produttive da quelle controproducenti, e che faccia conoscere agli altri le proprie.
Per capire ed esprimere le proprie esigenze e intuire quelle altrui, specialmente quelle inconsce, è necessaria una conoscenza profonda e demistificata della natura umana, ottenibile mediante una cultura umanista eclettica e organica, da insegnare prima possibile, anche ai bambini, e da approfondire e diffondere per tutta la vita, con ogni mezzo: letterario, artistico, pedagogico, accademico, giornalistico, psicoterapeutico, politico, economico ecc.

Quelli che temono la psicologia

Ci sono molte persone che detestano o ignorano la psicologia. Il motivo di tale posizione lo rivela la stessa psicologia: è la paura di analizzare e mettere in discussione il proprio comportamento, in quanto le analisi e le discussioni psicologiche potrebbero svelare gli aspetti irrazionali e  immorali della propria mente.

In altre parole, suppongo che coloro che detestano o ignorano la psicologia  temano inconsciamente che essa faccia emergere la propria stupidità e la propria malvagità, ovvero la propria inferiorità intellettuale o morale rispetto ad altri.

Tuttavia ci sono tante diverse psicologie, e quei pochi che se ne interessano scelgono prevalentemente quelle meno pericolose nel senso sopra indicato. 

Inoltre ci sono persone che si occupano di psicologia non solo per amore della conoscenza, ma anche per fare emergere le proprie presunte superiorità intellettuali e morali. Non posso escludere che io appartenga anche a questa categoria di persone.

Richieste e offerte inconsce

Ogni umano, nei confronti di ogni altro, ha richieste e offerte consapevoli e inconsapevoli, che determinano le sue interazioni attuali e potenziali con gli altri.

Ognuno, consciamente o inconsciamente, chiede e/o offre qualcosa agli altri, cose materiali o immateriali, tra cui certi beni, certi servizi, certi ruoli, certi rapporti, certi legami, certe idee, certe informazioni, certe condivisioni, certe appartenenze, la conformità a certi modelli di comportamento, il rispetto di certi valori e di certe regole, ecc.

La psicologia dovrebbe occuparsi soprattutto delle richieste e offerte inconsce, proprio perché, essendo inconsce, sono difficili da comprendere sia per il soggetto che per le persone a cui sono rivolte, nonostante il fatto che esse determinano i comportamenti delle persone implicate.

Penso che questa idea potrebbe costituire il fondamento di una nuova branca della psicologia, essenzialmente pragmatica, che potrebbe spiegare molti comportamenti umani (quasi tutti) altrimenti difficili da spiegare, e costituire anche il fondamento di una nuova metodologia psicoterapeutica ad integrazione di quelle esistenti.

Contratture antalgiche della psiche

Le contratture antalgiche dei muscoli (che servono a determinare una postura di minor sofferenza) hanno un equivalente nella psiche, dove, a causa di esperienze dolorose, specialmente se avvenute in età immatura, vengono involontariamente e inconsciamente adottate strategie difensive di inibizione ed evitamento con rimozione del ricordo doloroso.

Tra le esperienze dolorose che possono dar luogo a contratture antalgiche psichiche, vi sono le frustrazioni di bisogni primari come quello di affetto e di accoglienza. Tali frustrazioni inducono una rimozione, o anestesia, dei bisogni stessi. Il soggetto ottiene in tal modo di lenire la propria sofferenza, al prezzo, però, di rinunciare per sempre al piacere di soddisfare i bisogni frustrati rimossi, limitando, in tal senso, le propre potenzialità e la propria vita sia nella sfera individuale che in quella dei rapporti con gli altri.

Le contratture antalgiche psichiche e la rimozione dei ricordi dolorosi e dei bisogni frustrati possono durare (e limitare) una vita intera in assenza di una psicoterapia efficace o di esperienze che diano luogo ad una rielaborazione delle esperienze dolorose rimosse.

Sulla natura umana (ubbidire e comandare)

Ogni essere umano è costituito da due parti più o meno sviluppate: il suo io (cioè la sua parte conscia) e il suo me (cioè il suo corpo e il suo inconscio). Esse sono in continua interazione e comunicazione tra di loro e con il mondo esterno, costituito dagli altri esseri umani, dalle culture e dalla natura.

Ogni essere umano ha due funzioni fondamentali: ubbidire e comandare, e si trova ad ubbidire e/o a comandare al suo io, al suo me, agli altri, alle culture e alla natura in varie modalità, combinazioni e variazioni spaziali e temporali. In altre parole, in ogni momento un essere umano obbedisce e/o comanda ad una o più persone e/o a cose interne e/o esterne. Al suo interno, in particolare, è sempre in atto una interazione tra il suo io e il suo me in quanto una parte cerca continuamente di comandare l'altra, non sempre riuscendoci.

Chi volesse migliorare le sue condizioni o fare una psicoterapia dovrebbe chiedersi a chi o a cosa sta obbedendo e/o cercando di comandare, e a quali fini, per poi decidere eventualmente di ubbidire e/o comandare di più o di meno rispetto a certe persone o cose, e di cambiare i relativi fini.

Il destino dei demistificatori

Freud è stato uno dei grandi demistificatori dell'umanità, insieme a Nietzsche, Darwin e Marx.

Sebbene oggi tutti più o meno sappiano (almeno superficialmente) chi sia stato Freud, il suo insegnamento è sostanzialmente ignorato, se non disprezzato, al di fuori dell'ambiente psicoanalitico e di una parte degli intellettuali. Penso che il motivo della sua impopolarità di fatto (a dispetto della sua popolarità di nome) sia proprio la sua qualità di demistificatore.

Infatti le persone che temiamo e odiamo di più sono i demistificatori perché, smascherando le nostre false ragioni, minano le fondamenta della nostra visione del mondo e di noi stessi. La loro stessa esistenza è un attentato alla nostra buona reputazione.

Per questo, se ci sentiamo oggetto delle loro critiche, cerchiamo in tutti i modi di squalificarli (ricorrendo anche alle calunnie se necessario), e cerchiamo di minimizzare o far passare per difetti le loro virtù. Ovviamente tutto ciò avviene inconsciamente e non viene  mai confessato.

Questo vale anche per gli psicologi che non sono capaci di mettere in dubbio la validità della loro scuola di formazione.

Importanza del plurale

Quando parliamo, usiamo troppo spesso il singolare al posto del plurale. Infatti diciamo più spesso amore che amori, religione che religioni, cultura che culture, potere che poteri, bellezza che bellezze, istinto che istinti e quando si usano certe parole come libertà, o salute, si intende più il significato al singolare che al plurale.

Lo stesso vale per le discipline di studio umane, come la filosofia, la psicologia, la sociologia, la storia, l'economia, la politica, la letteratura ecc. come se esistesse una sola filosofia, una sola psicologia, una sola storia, una sola letteratura ecc.

La realtà è tuttavia plurale, e quando si parla al singolare si intende solo una piccola parte di essa, un suo aspetto tra tanti altri. Inoltre, parlando al singolare astratto si generalizza e le generalizzazioni sono spesso improprie ed erronee.

Faremmo bene quindi a parlare più spesso di filosofie, psicologie, storie, religioni, libertà (al plurale), ecc. per non dimenticare la pluralità della realtà e delle visioni del mondo, e ricordarci che nessuno possiede la verità nella sua interezza.


Sulla Fede

Quello che molti chiamano Fede (l'iniziale maiuscola è significativa) per me è un comunissimo meccanismo cerebrale sviluppatosi nel corso dell'evoluzione della specie umana per semplificarci la vita ed evitarci sofferenze psichiche. Prima o poi i neuroscienziati riusciranno a dimostrarlo scientificamente. Questo non è un argomento per negare l'esistenza di Dio in assoluto, ma piuttosto per negare l'esistenza di certi tipi di Dio a cui si crede soprattutto per fede e non per ragione, anzi, contro la ragione, come quello descritto dalla Bibbia. Insomma, la fede (con l'iniziale minuscola) è un dono, ma non di Dio, bensì dell'evoluzione biologica. Grazie a tale dono l'uomo ha inventato gli dei delle varie religioni, e non viceversa.

Questo argomento va usato con cautela perché potrebbe far male a chi crede che la Fede sia un dono di Dio. Se infatti si riuscisse a convincere tali persone che la loro visione del mondo ha delle grosse zone oscurate o deformate dalla loro fede, forse cadrebbero in uno stato di angoscia esistenziale dall'esito imprevedibile e sarebbero costrette a rivedere tutti i loro punti di riferimento intellettuali e morali.

La difesa immunitaria dell'identità psichica

Io credo che la psiche, così come il corpo fisico, abbia un sistema automatico e inconscio di difesa immunitaria che "normalmente" rigetta ogni elemento estraneo capace di alterarne l'identità.

Così come nel caso dei trapianti di organi, il corpo tende a rigettare il nuovo organo riconosciuto come "estraneo", così la mente umana tende inconsciamente (attraverso il fenomeno della percezione selettiva e altri meccanismi inconsci) a respingere quegli input che vengono interpretati come tentativi di alterazione della propria struttura o identità, indipendentemente dalla qualità benefica o malefica della potenziale alterazione.

Questo spiega la tenace resistenza al cambiamento da parte della grande maggioranza degli esseri umani, e quindi anche la lentezza del progresso civile in quanto esso richiede un cambio di mentalità da parte dei membri della società.

A causa di questo fenomeno, io credo che per migliorare la società non basti fare delle buone analisi delle cause dei problemi umani e delle loro soluzioni, ma occorra trovare il modo di superare le difese immunitarie di ogni identità psichica, che ne impediscono anche i cambiamenti migliorativi.


La missione dell'Uomo

Missione di ogni essere umano è contribuire alla vita e allo sviluppo sostenibile della propria specie usando il patrimonio genetico ereditato, la cultura appresa, le esperienze acquisite e la propria creatività. In questa missione sono inclusi l'autosostentanento, la riproduzione sessuale, l'allevamento della prole, il miglioramento, lo sviluppo e la diffusione della cultura, l'integrazione e la cooperazione sociale, e il morire per lasciare spazio alle nuove generazioni.

Ogni umano ha un bisogno primario, scritto nei priori geni, di compiere tale missione, dalla cui realizzazione dipende il suo grado di felicità. Tutte le esigenze umane (motivazioni, bisogni, desideri, pulsioni ecc.) derivano da tale bisogno primario, come strategie e mezzi, consci e inconsci, per soddisfarlo. Ogni esigenza che tende a frustrarlo è da ritenersi morbosa.

Le esigenze morbose, dette anche nevrosi, disturbi psichici o malattie mentali, sono dovute a mutazioni o predisposizioni genetiche o a culture disumane, sia nell'ambito familiare che sociale, o, più spesso, ad una combinazione di tali cause. Infatti, in una cultura rispettosa della natura umana, anche le persone con predisposizioni ai disturbi mentali raramente li sviluppano.

Pubblicare la propria mappa cognitivo-emotiva?

La questione che inconsciamente tutti si pongono è: in quale misura la mia mappa cognitivo-emotiva è pubblicabile? Cosa di essa dovrei nascondere, mistificare, fingere o cambiare per non avere problemi con gli altri? Per non essere punito o respinto dalla società?

Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotivaStruttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrioLa bellezza, la bruttezza, il bene, il maleCambiare la propria mappa cognitivo-emotivaI continenti del mondo emotivo.

La resistenza al cambiamento

Come convincere la gente a cambiare? La gente ha paura di cambiare, di prendere iniziative per superare lo status quo e di assumersi responsabilità sociali. Bisogna studiare meglio il fenomeno psicologico della resistenza al cambiamento. Se non riusciamo a rimuovere questo ostacolo, tutte le teorie di miglioramento, anche le più sane e valide, rimarranno sulla carta, e sarà il solito parlarsi addosso che lascia il tempo che trova.

Quando si teorizza e si auspica un miglioramento sociale, a chi lo si chiede? Chi dovrebbe agire e cominciare a cambiare? E in che modo praticamente?

La critica sociale è l'attività intellettuale più ingrata e difficile da far accettare, sebbene essa sia ciò di cui la società ha più bisogno per migliorare. Perché a nessuno piace essere criticato, e alle critiche quasi tutti reagiamo con cieca aggressività.

Se la società va male, qualcuno dovrà pure considerarsi responsabile, e invece no, ognuno pensa che sia colpa di altri e che a cambiare debba essere qualcun altro. Le teorie per cui la società va male per colpa di pochi cattivi che sfruttano tanti buoni sono ingenue, ridicole e patetiche. La società va male per colpa di tanti irresponsabili e ignoranti, cioè per colpa della maggioranza degli esseri umani.

Sulla Panantropologia

"La panantropologia è un modello antropologico che integra biologia, psicologia, psicoanalisi, sociologia e storia sociale, e allude alla possibilità che si realizzi un salto di Civiltà, atto a promuovere la formazione e l’azione di esseri consapevoli, critici e perpetuamente impegnati nel compito di migliorare se stessi e lo stato di cose esistente nel mondo." (Luigi Anepeta)

"Ho stigmatizzato da tempo il dato comune a tutte le scienze umane e sociali, vale a dire l'imperialismo per cui ciascuna di esse - e in particolare la psicologia, la sociologia e l'antropologia culturale - presume di essere depositaria della giusta metodologia e delle chiavi esplicative dei fenomeni umani. L'imperialismo è solo l'indizio della fragilità di queste discipline che tendono ad avallarsi come scienze, mentre sono ancora e solo saperi contrassegnati, tra l'altro, proprio in conseguenza della loro pretesa totalizzante, da indefinite contraddizioni.
L'impasse penso che potrà essere superato solo in virtù di una nuova disciplina, che da tempo definisco panantropologia, che integri tutte le discipline che hanno qualcosa da dire sull'uomo e i fatti umani (dalla genetica e dalla neurobiologia alla storia sociale)."
(Luigi Anepeta)

Pensare di meno?

Il nostro modo di pensare, i contenuti dei nostri pensieri possono essere più o meno sani, ovvero realistici, utili al nostro benessere e al raggiungimento dei nostri fini, e tali da permettere una convivenza pacifica e cooperativa con gli altri. Tuttavia, poche sono le persone che si interrogano sulla qualità dei propri pensieri, e ancora meno quelle che cercano di migliore il proprio modo di pensare mediante strumenti come lo studio, la riflessione o la psicoterapia.

Esistono tendenze ideologiche religiose o spiritualistiche che considerano il pensare (ovvero il ragionare)  un ostacolo alla crescita spirituale e al benessere personale, e invitano i propri seguaci a "pensare di meno" con l'aiuto di particolari tecniche di meditazione (o preghiera) e una letteratura orientata in tal senso.

Le pratiche di riduzione del pensiero hanno un certo successo, cioè alleviano effettivamente i disagi di chi le pratica. Ciò è coerente col fatto che, ad una persona esclude che i propri pensieri siano migliorabili, non resta che la scelta tra pensare o non pensare a certe cose. Ne consegue che a chi sa di pensare in modo non sano e non ha intenzione né la capacità di migliorare il proprio modo di pensare, conviene effettivamente pensare il meno possibile.

La paura di cambiare

Una delle paure più importanti di un essere umano è quella di cambiare se stesso. Vorremmo cambiare il mondo esterno, gli altri, la nostra situazione economica e sociale, il nostro status, ma non noi stessi, cioè i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri gusti, la nostra moralità, la nostra mentalità, la nostra personalità. Insomma, abbiamo paura di diventare un'altra persona.

Si tratta di una paura radicata nel nostro inconscio, forse dovuta ad un istinto di conservazione della mente e per questo difficilissma da superare. Tale paura boicotta ogni tentativo proprio o altrui di cambiare noi stessi. Se vogliamo cambiare dobbiamo fare i conti con tale paura e usare tecniche particolari per neutralizzarla temporaneamente. Eliminarla definitivamente è forse impossibile e pericoloso.

Per diventare un'altra persona (scopo della psicoterapia) bisogna superare la paura inconscia di diventare un'altra persona.

Infatti, per diventare un'altra persona, bisogna distruggere la persona precedente e questa, giustamente, si difende.

Vedi anche Paura di cambiare, empatia e dispatia.

Domande e risposte sull'inconscio

1) Cosa vuole il mio inconscio?
2) Come agisce e si manifesta?
3) E' meglio assecondarlo o contrastarlo?
4) Posso cambiarlo?

Risposte

1) Il mio inconscio vuole che io faccia parte di una o più comunità con forme, norme e valori compatibili con la mia personalità, in posizione dignitosa, in cui sono accolto, rispettato, protetto, desiderato, amato, dove posso comunicare, interagire, giocare, cooperare e avere rapporti sessuali con altre persone senza riunciare alla mia libertà, senza subire violenze e senza rischi.

2) Per raggiungere il suo obiettivo l'inconscio mi spinge ad attuare una serie di strategie e azioni socialmente rilevanti, più o meno coerenti, a volte conflittuali, più o meno efficaci e a volte controproducenti. Esse si manifestano attraverso sentimenti, emozioni, attrazioni, repulsioni, desideri e paure.

3) Se voglio star bene è necessario che io assecondi selettivamente le richieste dell'inconscio scegliendo con intelligenza le strategie e le azioni più utili e produttive, evitando di mettere in atto quelle meno efficaci o controproducenti.

4) Non posso cambiare il mio inconscio, ma posso conoscerlo meglio attraverso lo studio della psicologia e la psicoterapia, per servirlo meglio. Tuttavia esso può cambiare spontaneamente come conseguenza di nuove esperienze.

Bisogno di comunità

Un essere umano ha due tipi di bisogni: quelli "animali" (cioè che si riscontrano anche in altre specie animali) e quelli "umani" (cioè che si riscontrano solo nella specie umana). Entrambi i tipi concorrono a determinare il comportamento umano, che non è altro che la ricerca di soddisfazione dei bisogni stessi attraverso certe strategie. Chi non riesce a soddisfarli soffre e tende ad ammalarsi fino a morire parzialmente o completamente.

La struttura portante della psiche è il bisogno di comunità. Una comunità, dal punto di vista psichico, è una struttura comportamentale condivisa da almeno due persone, caratterizzata da un insieme di forme e norme particolari che includono ruoli, obblighi, divieti, rituali, valori, autorità, gusti, pregiudizi, folclore, mode ecc.

Tutti gli esseri umani hanno un insopprimibile bisogno di comunità, più o meno conscio o inconscio, di origine genetica. Alcuni cercano di integrarsi nella comunità in cui si trovano conformandosi ad essa senza cercare di cambiarla; altri cercano di cambiarla per renderla più soddisfacente rispetto alle proprie esigenze. Altri ancora, non riuscendo a cambiarla, cercano di emigrare in un'altra comunità più soddisfacente e, se non ne trovano una adatta, cercano di crearla. Pochi ci riescono. Tra questi ci sono i fondatori di religioni, i dittatori e i leader politici, i rivoluzionari, i filosofi, i geni.

Sulla scientificità della psicologia

Nessuno ha mai verificato con metodo scientifico l'esistenza del super-io, tuttavia io suppongo che esso esista in qualche modo, e faccio uso di questo concetto nella mia vita di tutti i giorni perché è una chiave che mi permette di spiegare tante cose del funzionamento della mente mia e degli altri. Lo stesso vale per tanti altri concetti psicologici.

Come recita il vocabolario Treccani, il termine "scienza" ha due significati, essendo l' "insieme delle discipline (1) fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo o (2) che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati".

Quindi parliamo di una scienza in senso fisico/matematico, che applica il metodo scientifico per verificare ciò che afferma, e una scienza in senso lato che è un insieme di teorie e opinioni non necessariamente verificabili scientificamente.

In altre parole, dobbiamo distinguere le scienze in verificabili e non verificabili.

La psicologia (ad eccezione delle neuroscienze) è ovviamente una scienza non verificabile, e insistere nell'affermare che sia verificabile non le fa bene, le toglie credibilità.

Cosa dovremmo pensare di un filosofo che affermi che la sua filosofia è una scienza verificabile? La psicologia è molto simile alla filosofia, anzi, io le metterei insieme in un'unica disciplina, perché l'una non può fare a meno dell'altra se non vuole essere orba e monca.

L'io e il noi

Nella psiche, accanto all'io, si trova un agente che possiamo chiamare il '"noi". Alla guida della volontà e della coscienza c'è a volte l'uno, a volte l'altro. Quando è il noi a guidare, l'individuo adotta la mentalità del gruppo a cui al momento sente di appartenere, cioè i canoni etici, estetici e intellettuali del gruppo stesso.

Il noi è variabile nel senso che un individuo può appartenere a diversi gruppi allo stesso tempo e le sue appartenenze possono cambiare nel tempo.

Quando è l'io a guidare, l'individuo è in grado di fare scelte indipendenti dalle mentalità dei gruppi a cui appartiene, come se, al momento, non appartenesse ad alcun gruppo.

Quando due individui comunicano, sono possibili diverse combinazioni di ruoli: io-io, io-noi, noi-io, noi-noi. In tal caso, il noi può riferirsi al gruppo costituito dalla stessa coppia in comunicazione.

Dati due individui, i rispettivi noi possono essere più o meno simili, cioè possono avere più o meno cose in comune. L'interazione tra due individui è tanto più difficile quando più diversi sono i rispettivi noi e i rispettivi io.

Ogni individuo ha un io e un noi più o meno sviluppati rispetto quelli degli altri. In ognuno l'io può essere più o meno sviluppato e forte rispetto al noi.

In alcuni l'io è quasi inesistente rispetto al noi e quest'ultimo prevale quasi sempre in caso di conflitti; in altri avviene l'opposto.

Medeo e il Medeismo, una religione razionale

Medeo è il dio Me, il dio che è dentro di me, la natura incarnata in me. È il mio me, cioè la mia persona considerata senza il mio io cosciente. È la parte inconscia della mia persona. Il mio io cosciente è il suo servo e tutore, che ascolta ed esegue la sua volontà, soddisfa i suoi bisogni, lo protegge dai pericoli e lo aiuta a risolvere problemi.

Ogni essere umano ha il suo Medeo.

Io, cioè il mio io cosciente, prego Medeo di dirmi cosa devo e non devo fare, pensare e non pensare, dire e non dire, cercare e non cercare. Io mi pongo in adorazione e contemplazione davanti a Medeo, cerco di entrare in comunicazione con Lui per capire le sue volontà e compierle.

Io sono pentito e chiedo perdono a Medeo per tutte le volte che ho agito contro la sua volontà, e prometto di dedicare la mia vita al raggiungimento dei suoi fini.

Medeo sarà il dio del terzo millennio, su di Lui si fonderà la religione di cui l'umanità ha bisogno, il Medeismo.

Il Medeismo sarà una religione razionale, basata sulle scoperte scientifiche, soprattutto su quelle psicologiche e neurobiologiche, su tutto il patrimonio delle scienze umane e sociali e sulla cultura in generale. Sarà la base di un nuovo umanesimo e di un'etica razionale e negoziata.

Vedi anche Manuale di autogoverno.

Sulle atrocità umane

Il mondo è ancora oggi, come in passato, pieno di atrocità e violenze a tutti i livelli, da quello individuale a quello di stato.

I mezzi d'informazione attirano l'attenzione solo su alcune di esse ignorandone altre, facendo una selezione di convenienza sia per attrarre più pubblico, sia per favorire interessi politici particolari.

Così, in questi giorni si parla molto delle atrocità commesse nel quadro del conflitto tra israeliani e palestinesi, dimenticandone altre. Alcuni prendono posizione a favore di una parte, altri cercano di essere imparziali, altri ancora (la maggioranza) si disinteressano di queste atrocità, finché non ne sono coinvolti materialmente.

Alcuni invocano genericamente la pace, alcuni inveiscono contro la parte che considerano colpevole, ma le atrocità continuano indisturbate secondo la legge del più forte.

Quasi nessuno capisce che la colpa delle atrocità è soprattutto della natura umana, che è ancora poco conosciuta e molto mistificata, e che è sostanzialmente la stessa negli israeliani e nei palestinesi, nei fascisti e nei comunisti.

Per ottenere la pace e ridurre le atrocità umane è indispensabile comprendere la natura umana, e per questo occorre investire molto di più nelle scienze umane e sociali e in particolare nella psicologia e nelle neuroscienze, e insegnarle su vasta scala a cominciare dalle scuole elementari.

Bisogna dare ai giovani gli strumenti per migliorare il mondo, e non limitarsi a insegnare loro come adattarsi e conformarsi ad esso.

Libertà vs. Appartenenza

Il grado di libertà di un essere umano rispetto ad un gruppo sociale è inversamente proporziale al suo grado di appartenenza al gruppo stesso. Infatti una libertà totale comporta un'appartanenza nulla, e un'appartenenza totale comporta una libertà nulla.

Perciò ogni essere umano che non voglia rinunciare completamente alla sua libertà è costretto ad accettare compromessi con il gruppo a cui vuole o deve appartenere. Tali compromessi comportano sempre una restrizione della propria libertà secondo le regole imposte del gruppo ai suoi membri.

Oltre al confronto tra la libertà che un individuo vorrebbe avere e quella che il gruppo di appartenenenza è disposto a concedergli o a tollerare, è importante il confronto tra la libertà di un individuo e quella degli individui con cui esso interagisce.

Un individuo appartenente ad un certo gruppo sociale accetta difficilmente una restrizione della propria libertà se tale limitazione non vale anche per gli altri membri. Altrimenti cercherà di far espellere dal gruppo, o isolare, quelli che si prendono libertà superiori alle proprie.

Infine, essendo la libertà un fattore competitivo, in una società competitiva ogni individuo cerca di limitare il più possibile la libertà altrui con tutti i mezzi possibili, soprattutto economici e psicologici, mistificando le vere intenzioni con false giustificazioni di ogni tipo.

Queste dinamiche, che scaturiscono da sentimenti come invidia, gelosia e risentimento verso le persone più libere da condizionamenti, sono tipiche delle mentalità bigotte ma si riscontrano spesso anche tra i non credenti.

Pragmatica dei bisogni

Ogni comportamento umano è il risultato di una strategia, più o meno consapevole, per la soddisfazione di un complesso di bisogni consci e inconsci, repressi ed espressi, più o meno frustrati, sani, morbosi, autoprodotti o indotti dall'esterno.

Ogni essere umano ha un complesso sistema di bisogni. Col termine bisogno, in senso esteso, intendo qualsiasi motivazione, aspirazione, passione, volontà, intenzione, preferenza, desiderio, inclinazione, attrazione, tensione, paura, repulsione, bisogno più o meno frequente, più o meno conscio, costruttivo o distruttivo, innato o acquisito, autoprodotto o indotto dall'esterno.

La Pragmatica dei bisogni è un indirizzo psicologico che studia i rapporti umani come risultato dell'interazione tra individui visti come portatori di bisogni e di tattiche e strategie per la loro soddisfazione.

Il suo primo obiettivo è quello di scoprire e analizzare i bisogni di ciascuna delle persone coinvolte, soprattutto quelli inconsci, inespressi, rimossi, non compresi o fraintesi.

Secondo obiettivo è quello di valutare la "salute" e l'urgenza dei bisogni emersi, cioè capire quanto ogni bisogno sia sano o morboso per il benessere dell'individuo a medio e lungo termine, quanto sia socialmente accettabile, innocuo o nocivo per le altre persone coinvolte, e quanto ogni bisogno sia impellente.

Terzo obiettivo è studiare la compatibilità tra i bisogni delle persone in gioco e le possibilità di azione, negoziazione e collaborazione per una soddisfazione ottimale del massimo numero di bisogni di tutte le persone coinvolte.

 

Chi vuole interagire con chi e perché?

Ogni umano ha bisogno di interagire con altri umani, per desiderio o costrizione. Tuttavia ognuno ha una certa libertà, più o meno grande, di scegliere le persone con cui interagire. Quando veniamo al mondo questa libertà è nulla, e l'unica interazione possibile è quella con la madre o chi ne fa le veci. Crescendo, si aprono ulteriori possibilità che dipendono molto dal tipo di cultura in cui si vive.

Perché un umano cerca di interagire con altri umani? Per una molteplicità di motivi consci e incosci, tra cui i più importanti sono i seguenti:

  • per mantenere o migliorare la propria salute soddisfacendo i propri bisogni pratici (nutrizione, protezione, sicurezza, previdenza, scambio di beni e servizi ecc.)

  • per ottenere o mantenere appartenenze attive e passive (essere accettati dalla comunità, essere affiliati o dipendenti rispetto ad altri, avere un potere sugli altri, stabilire alleanze, solidarietà ecc.)

  • per ottenere o mantenere un certo grado di libertà (per uscire da uno stato di suberdinazione, servitù o restrizione, o per evitare di entrarvi)

  • per soddisfare bisogni di stimolazione psicofisica reciproca (cooperazione, gioco, sport, rapporti sessuali)

Come accennato sopra, un umano ha una certa libertà di scelta circa le persone con cui interagire, il che comporta anche il rischio che nessuno voglia interagire con esso. L'interazione è infatti oggetto di selezione e competizione. Inoltre un'interazione può essere più o meno consensuale o imposta, con la violenza o ricatti materiali o psicologici.

Il pericolo del libero studio della natura umana

Per ogni ipotesi di azione un meccanismo inconscio ne calcola la valenza sociale, cioè il vantaggio o lo svantaggio che deriverebbe dall'azione considerata, in termini di posizione nell'ambito della comunità di appartenenza. Se il risultato del calcolo è positivo, si produce un'emozione positiva (attrazione, piacere, euforia, amore ecc.) che motiverà la persona ad eseguire l'azione, altrimenti un'emozione negativa (repulsione, ansia, paura, depressione, odio ecc.) che la motiverà ad astenersene.

Anche lo studiare la natura umana e il discuterne ha una valenza sociale rispetto ai valori della comunità di appartenenza. Infatti le norme comunitarie possono stabilire (in modo formale o informale) chi è autorizzato a studiare la natura umana, e quali direzioni di tale studio sono lecite o illecite. Ignorare o sfidare tali prescrizioni può mettere a rischio l'appartenenza alla comunità.
Il crimine di eresia, punibile con la morte o la scomunica (cioè l'allontanamento dalla comunità) non esiste solo nelle religioni ma, informalmente, in qualunque comunità, e riguarda la concezione della natura umana, dell'etica, della giustizia, dell'estetica e della comunità stessa.



Un buon posto nella società

Al di fuori delle emergenze fisiologiche, l'uomo, consciamente o inconsciamente, cerca soprattutto di occupare un posto nella società che gli assicuri un certo rispetto da parte degli altri ed un certo potere sugli altri, tali da permettergli una cooperazione tale da assicurargli una vita abbastanza sicura e piacevole.

Potremmo chiamare l'oggetto della ricerca un "buon posto nella società".

Ovviamente ognuno ha un'idea soggettiva di quale possa essere tale posto per sé e quale per gli altri, ovvero di quali caratteristiche e quali forme esso possa o debba avere.

Un certo "posto sociale" implica certi ruoli e certi rapporti gerarchici con gli altri, in gerarchie politiche, economiche, intellettuali, estetiche e morali.

Purtroppo è difficile che le persone trovino un accordo sui rispettivi posti sociali. Ognuno si lamenta perché gli altri non gli riconoscono il posto che vorrebbe avere, o perché gli altri occupano un posto che ritiene
immeritato.

Questo disaccordo e queste lamentazioni sono causa di conflitti e di guerre, più o meno esplicite e più o meno cruente.

Come risolvere tali disaccordi? Non è facile, e non è certo che possano essere risolti.

Normalmente ognuno finisce per accettare dei compromessi, ovvero il posto sociale "meno peggio" possibile rispetto alle proprie ambizioni.

Tuttavia, affinché il compromesso sia davvero il "meno peggio", conviene prendere coscienza del gioco, che si potrebbe chiamare "status game", e delle variabili in gioco per quanto riguarda la propria persona e le proprie risorse.

La psicologia dovrebbe servire soprattutto a questo.

La mia paura che la mia libertà aumenti

Una conseguenza delle mie ricerche psicologiche è la paura che io possa riuscire ad aumentare drasticamente la mia libertà, e fare cose che non ho mai fatto prima; soprattutto cambiare me stesso e gli altri in modo considerevole.

Spesso questa paura ostacola le mie ricerche. Qualcosa nel mio inconscio si oppone ad un aumento della mia libertà, forse per evitare errori pericolosi nei miei rapporti con gli altri e con la natura, per evitare di impazzire, di perdere la mia natura umana, di diventare un mostro, di non essere più riconoscibile.

Maggiore libertà non solo comporta maggiore responsabilità morale, ma nuovi pericoli. Se fino ad oggi il mio comportamento è stato governato da agenti mentali diversi dal mio io cosciente, ed ora questo vuole assumere più potere, sarà esso capace di governare la mia persona in modo sano e sicuro almeno come prima? Cosa potrebbe succedermi di male? Cosa di bene?

La soluzione del dilemma è la gradualità dell'aumento di libertà. Questo aumento deve avvenire gradualmente, in modo che gli errori non abbiamo conseguenze troppo gravi e che possano essere corretti prima che avvenga l'irreparabile. Un aumento di libertà richiede l'apprendimento di nuove capacità, l'esplorazione di nuove possibilità, un certo sviluppo mentale.

L'obiettivo dovrebbe quindi essere quello di aumentare a poco a poco la mia libertà senza perdere la mia umanità o, ancora meglio, diventando ancora più umano.

Vedi anche La paura di cambiare.

Le ipotesi di cambiamento nella mente inconscia

Nel profondo della psiche si fanno continuamente ipotesi di cambiamento, suggerite dagli avvenimenti e dalle interazioni con l'esterno. Si ipotizzano cambiamenti di comportamento, personalità, politica, ruoli, appartenenze, alleanze, atteggiamenti, aspirazioni, esigenze, strategie, azioni, reazioni ecc..

Ogni ipotesi viene inconsciamente sottoposta ad un giudizio di compatibilità rispetto ai bisogni fondamentali del soggetto specialmente per quanto riguarda i rapporti umani. Così, ognuno si chiede inconsciamente, per ogni cambiamento ipotizzato, quanto esso sia favorevole o sfavorevole rispetto ai propri bisogni fondamentali, e quali rischi comporti rispetto alla loro soddisfazione.

La maggior parte delle ipotesi di cambiamento vengono rigettate in quanto ritenute inconsciamente troppo rischiose per quanto riguarda la qualità dei rapporti umani. Infatti, ogni cambiamento, nella misura in cui modificherebbe l'identità psichica "pubblica" del soggetto, potrebbe perturbare i rapporti sociali stabiliti sulla base dell'identità precedente e invalidare il "contratto sociale" implicitamente convenuto con i diversi interlocutori.

Infatti, ogni volta che cambiamo qualcosa della nostra identità psichica dobbiamo "rifare i conti" e "riscrivere i contratti sociali" con gli altri, bisogna vedere come gli altri reagiscono al nostro cambiamento, quanto lo possono accettare o contrastare, e quali attriti e conflitti esso può generare. E siccome non si può mai essere sicuri di come gli altri reagiranno al nostro cambiamento, cambiare è sempre rischioso.

Per questo cambiare se stessi è così difficile e raro.

Il bisogno (e il piacere) di ubbidire e servire, comandare e dominare

Io suppongo che tra i bisogni umani (innati e acquisiti) ci siano anche quelli di ubbidire e servire, e quelli di comandare e dominare. Si tratta di bisogni che sono spesso oggetto di disprezzo, censura, mistificazione e rimozione in senso psicoanalitico. Tuttavia essi agiscono anche quando non vengono riconosciuti e la loro insoddisfazione genera stress, ansia e altri disturbi psichici e psicosomatici.

Ci sono anche persone che hanno una paura (innata o acquisita) di dominare e comandare o di servire e ubbidire.

Suppongo che tali bisogni o paure siano presenti, con diversa intensità, in tutti gli esseri umani. Infatti certe persone sembrano avere un forte bisogno di dominare e uno scarso bisogno di servire, e in certe altre sembra che avvenga l'opposto. Ci sono anche persone che hanno bisogni di dominare e servire egualmente intensi e altre che li hanno egualmente scarsi. Su questo si potrebbe costruire una tipologia psicologica.

Come per tutti i bisogni, la soddisfazione dei bisogni di dominare e comandare, servire e ubbidire produce piacere, l'insoddisfazione dolore.

Suppongo che, per star bene e sentirsi bene, ognuno di noi dovrebbe alternare momenti in cui ha un atteggiamento di dominazione e comando, ad altri in cui ha un atteggiamento di servizio e obbedienza, rispetto agli altri, compatibilmente con il fine della convivenza pacifica. Queste alternanze dovrebbero essere proporzionali alle intensità dei rispettivi bisogni,

Per concludere, credo che la vita sociale si fondi proprio sui bisogni di cui sopra. oltre che sull'empatia che ci permette di capire i bisogni altrui.

Pregiudizi morali e intellettuali

Nel profondo della nostra psiche esistono pronomi come "io", "tu", "esso/essa", "noi", "voi", "essi", "gli altri", "tutti/ognuno", "nessuno", "qualcuno" e giudizi morali come "buono", "cattivo", e giudizi intellettuali come "intelligente", "stupido". E' impossibile non associare in modo più o meno stabile tali giudizi ai detti pronomi, perché ciò avviene inconsciamente e involontariamente. Ne consegue che ognuno di noi ha i suoi pregiudizi morali e intellettuali inconsci, che possono corrispondere più o meno alle nostre opinioni consapevoli.

Ecco alcuni esempi di giudizi/pregiudizi morali:

• io sono buono, tu sei cattivo
• io sono buono, gli altri sono cattivi
• noi siamo buoni, gli altri sono cattivi
• noi siamo buoni, voi siete cattivi
• siamo tutti ugualmente buoni/cattivi
• io sono migliore/peggiore di te
• io sono migliore/peggiore degli altri
• noi siamo migliori di voi
• ecc.

Sostituendo nella lista "buono" con "intelligente" e "cattivo" con "stupido" otteniamo una lista di esempi di giudizi/pregiudizi intellettuali.

Io credo che ognuno dovrebbe prendere coscienza della presenza di pregiudizi morali e intellettuali nella propria psiche e chiedersi quanto essi corrispondano alla realtà. In caso di non corrispondenza, è raccomandabile una psicoterapia o auto-terapia per cercare di correggere quei pregiudizi che contrastano con la realtà.

Detto ciò, credo che in realtà siamo tutti parzialmente buoni, parzialmente intelligenti, parzialmente cattivi e parzialmente stupidi, ma in misura diversa da persona a persona. Ma siccome misurare oggettivamente la bontà e l'intelligenza è impossibile, è giusto che ognuno valuti moralmente e intellettualmente se stesso e gli altri in modo soggettivo.

I limiti della volontà

La volontà ha quattro generi di limiti:

  • limiti di sovranità

  • limiti di libertà

  • limiti di dominio

  • limiti ambientali

I limiti di sovranità sono dovuti al fatto che la volontà non è autonoma, ma il risultato di volontà di ordine superiore (o inferiore, a seconda delle scuole di pensiero religiose o psicologiche). In altre parole, c'è qualcosa, nell'individuo, che determina ciò che esso "deve" volere.

I limiti di libertà sono dovuti al fatto che la volontà implica una scelta tra diverse opzioni di azione o comportamento, e le opzioni "note" sono limitate in quanto determinate dalle particolari esperienze del soggetto: più numerose e varie le esperienze (dirette o indirette), maggiori le opzioni.

I limiti di dominio consistono nel fatto che la volontà può agire solo su una parte del corpo e della mente del soggetto, quella "volontaria", mentre ci sono ampie zone del corpo e della mente che non sono soggette alla volontà del soggetto, ma ad altri meccanismi e automatismi da essa indipendenti. Questo è evidente nella divisione dei muscoli in volontari e involontari, per cui è ragionevole ipotizzare che anche nel cervello ci siano parti volontarie e parti involontarie.

I limiti ambientali consistono nel fatto che, data una certa costituzione del soggetto, le risorse a sua disposizione e l'ambiente in cui opera, ci sono cose che possono e cose che non possono realizzarsi a causa delle leggi naturali e dei costumi sociali caratteristiche dell'ambiente stesso.

La persona saggia è cosciente dei limiti della propria volontà e si regola di conseguenza.


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Insegnamento e controllo mentale

Da sempre gli umani hanno cercato, spesso con successo, di programmare, manipolare, ingannare  e illudere le menti di altri umani, adulti e bambini, a cominciare dai propri figli. Grazie a tale processo le civiltà umane sono evolute e arrivate fino a noi.

Il controllo mentale interpersonale viene praticato a vari livelli: individuale, di gruppo e di massa. Esso riguarda una certa conoscenza del cosmo, della natura, della società e della mente, ed è oggetto di ideologie religiose, politiche, commerciali, accademiche e culturali in senso lato.

Le programmazioni, le manipolazioni, gli inganni e le illusioni operate sulle menti altrui (nel bene e nel male) corrispondono a ciò che chiamiamo “insegnamenti”. Infatti, tali attività mirano a “formare” le menti umane (in generale o in certi dettagli), cioè a fare in modo che esse “vedano”, pensino e sentano in certi modi, tali da favorire gli interessi degli “insegnanti”, di loro clienti o collaboratori, della comunità e/o degli “in-segnati”.

Distinguere, negli insegnamenti ricevuti, quali parti giovino o nuocciano a quali persone, e quanto ci sia di fondato, di infondato e di falso, è spesso difficile. Ed è tanto più difficile quanto più l'insegnamento è precoce, dogmatico e autoritario, nel senso che include minacce esplicite o implicite di punizioni (immediate o ultraterrene) per coloro che mettono in dubbio gli insegnamenti ricevuti. D'altra parte, criticare ciò che crede la maggioranza della propria comunità comporta il rischio di essere emarginati dalla comunità stessa.

Compito della psicologia e della filosofia dovrebbe essere soprattutto quello di analizzare in senso critico gli insegnamenti che abbiamo ricevuto e che continuiamo a ricevere, e di proporne di nuovi esclusivamente a favore degli "utenti" e dell'umanità in generale.

Paura di cambiare, empatia e dispatia

La miseria dell'umanità è dovuta principalmente alla comune paura inconscia di cambiare.

La paura di cambiare viene trasmessa per empatia.

Cosa impedisce ad una persona di cambiare religione, filosofia, mentalità, opinioni, etica, preferenze, gusti, comunità, stile di vita, amori, amici ecc. per altri più adatti a soddisfare i propri bisogni primari? La paura di cambiare. Questa paura ha origini interne ed esterne. Quella interna è dovuta alla difesa immunitaria della psiche, che si protegge contro qualsiasi tentativo di modificarne la struttura; quella esterna al fatto che chi cambia rispetto alle norme della comunità di appartenenza viene "normalmente" emarginato.

L'empatia rende difficile fare cose che fanno paura agli altri, anche quando si tratta solo della paura di cambiare. Così, a anche a causa dell'empatia, per non spaventare gli altri, per non essere emarginati, per paura della paura, si rinuncia a cambiare.

La persona creativa ha voglia di cambiare e si sente sola quando è circondata da persone che hanno paura di farlo.

Chi non ha paura di cambiare sceglie la migliore filosofia e cerca di migliorarla, non accetta acriticamente la filosofia dominante nella comunità a cui appartiene.

Quasi tutti hanno paura di cambiare e chi non ce l'ha viene visto dai più come una minaccia, ostacolato, scoraggiato, osteggiato.

Chi non ha paura di cambiare ha difficoltà a capire chi ce l'ha e viceversa.

Chi non ha paura di cambiare tende a disprezzare chi c'è l'ha, e viceversa.


Vedi anche La paura di cambiareLa paura inconscia della realtà.

Le quattro cose più importanti

Le quattro cose più importanti per un essere umano sono:

  • la sua salute

  • le sue appartenenze (attive e passive)

  • le sue libertà

  • le sue interazioni con gli altri umani

Queste cose corrispondono infatti alle quattro esigenze fondamentali di ogni umano.

Normalmente, la soddisfazione di ognuna di esse favorisce la soddisfazione delle altre, (e, viceversa, l'insoddisfazione di ognuna di esse rende più difficile la soddisfazione delle altre), tuttavia, in certe culture, l'esigenza di appartenere ad un gruppo sociale e quella di essere liberi di comportarsi in modo non conforme alle norme del gruppo, sono incompatibili e mutualmente esclusive, per cui una persona può essere costretta a rinunciare a soddisfare una di esse.

Quando una persona percepisce (a torto o a ragione, consciamente o inconsciamente)  che una o più di queste esigenze non sono sufficientemente soddisfatte rispetto al grado minimo di soddisfazione necessario (determinato dai suoi geni e dal suo caratterre acquisito), la sua psiche attiva certe emozioni e motivazioni che danno luogo a comportamenti atti ad aumentare il grado di soddisfazione delle esigenze in questione.

Quando una persona percepisce (a torto o a ragione, consciamente o inconsciamente) che sia in atto una tendenza alla diminuzione della soddisfazione di una o più di queste esigenze, la sua psiche genera malumore, ansia, paura, panico o aggressività (verso gli altri e/o verso se stessi) che danno luogo a comportamenti atti ad impedire che la soddisfazione delle esigenze in questione diminuisca, e a riportarla ad un grado sufficiente.

Quando una persona percepisce (a torto o a ragione, consciamente o
inconsciamente) che sia in atto una tendenza ad un aumento della soddisfazione di una o più di queste esigenze, la sua psiche genera piacere, interesse, entusiamo o euforia che spingono la persona a perseguire i comportamenti percepiti come favorevoli all'aumento della soddisfazione.


Cambiare la propria mappa cognitivo-emotiva

Chi desidera cambiare se stesso? Perché uno dovrebbe voler cambiare e in cosa? Cambiare il proprio corpo? La propria mente? Il corpo si può cambiare, entro certi limiti molto ristretti, attraverso una dieta, una ginnastica, uno stile di vita particolare. E la mente? Cosa possiamo cambiare nella nostra mente? Aumentare le nostre capacità? Imparare qualcosa? Certo questo è possibile e normalmente utile.

Ma c'è un'altra cosa che potrebbe essere molto utile cambiare: la nostra "mappa cognitivo-emotiva", cioè le particolari associazioni tra idee ed emozioni, che si sono formate in noi nel corso delle nostre esperienze sin dalla nascita. Queste associazioni sono più o meno diverse da persona a persona e in certi casi possiamo dire che sono sconvenienti, malate, sbagliate al fine di una vita soddisfacente.

Per migliorare la propria mappa cognitivo-emotiva occorre prima di tutto riconoscere le associazioni "sbagliate", cosa molto difficile senza l'aiuto di uno psicoterapeuta. Ammesso che ci si riesca, ancor più difficile è modificare le associazioni stesse, cioè associare un'emozione positiva ad un'idea a cui era associata un'emozione negativa o nessuna emozione, oppure associare un'emozione negativa, o nessuna emozione, ad un'idea a cui era associata un'emozione positiva. Anche per attuare questa "rimappatura" delle associazioni emotive sbagliate l'intervento di uno psicoterapeuta può essere indispensabile.

E' l'empatia tra paziente e terapeuta che può, poco a poco, modificare la mappa cognitivo-emotiva del paziente. Infatti, in qualche modo, durante la psicoterapia, il paziente si fa influenzare, per empatia, dalla mappa cognitivo-emotiva del terapeuta, ammesso che essa sia più sana della propria.

Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva, Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrio.

Lo stato dell'arte della psicologia

Sono frustrato per la confusione che vedo regnare ancora oggi nella psicologia (come, del resto,  in quasi tutte le altre discipline umane e sociali). C'è un'abbondanza di autori e testi psicologici che affollano librerie, biblioteche, università, siti internet, ma non mi sembra che vi sia alcuna unità di linguaggio, concezione, valutazione, né organizzazione della materia in questione se non all'interno di particolari scuole di pensiero più o meno ristrette, al punto di fare sembrare tutte le scuole psicologiche delle sette ideologiche.

Ogni autore "caposcuola" vede la psicologia a modo suo, e valuta a modo suo quello che hanno scritto gli altri autori, privilegiandone alcuni a svantaggio di altri e ignorandone molti, dando importanza a certi concetti e minimizzandone o ignorandone altri. Lo stesso vocabolario dei termini psicologici non è universale, ma ogni termine viene spiegato in relazione al particolare autore che lo ha coniato o usato. In altre parole, ogni autore usa un suo vocabolario personale, soggettivo, strumentale e coerente con la propria visione del mondo psichico.

Invece, se consideriamo le scienza naturali, come la matematica, la fisica, la chimica, la biologia, la medicina vediamo che esiste un largo consenso tra gli scenziati di tutto il mondo, sulla maggior parte delle teorie scientifiche, oltre che sulle pratiche, con qualche eccezione per le cosiddette "medicine alternative". Chi potrebbe mettere in dubbio l'universale validità del teorema di Pitagora nella meccanica classica?

Credo che il caos delle psicologie (il plurale è d'obbligo) sia dovuto innanzitutto al fatto che la maggior parte dei concetti che riempiono i testi di psicologia non sono scientificamente dimostrabili, per cui chiunque può dire tutto e il contrario di tutto, come nelle religioni e nelle filosofie, senza poter essere confutato con argomenti scientifici. In secondo luogo, al fatto che ogni teoria psicologica implica una certa visione filosofica della natura umana, con risvolti etici, politici, religiosi, e ideologici in genere, molto controversi. In terzo luogo al fatto che pochi autori resistono alla tentazione di diventare famosi con il ruolo di maestri, profeti, guide ideologiche o spirituali. Insomma, un certo conflitto d'interessi non si può escludere nella motivazione di ogni autore.

Potere è volere

Per esercitare la libertà di volere qualcosa, quella cosa bisogna poterla fare. Possiamo anche volere cose impossibili, ma in tal caso stiamo solo esercitando la libertà di volere, senza che questa conduca al risultato voluto. Infatti la volontà può anche essere fine a sé stessa, indipendentemente dal risultato voluto. Ci sono infatti persone che sono accomunate da una comune volontà, anche se ciò che vogliono è impossibile. In tal caso, però, la loro volontà permette loro di ottenere qualcosa, che non è l'oggetto della loro volontà, ma un sottoprodotto, cioè l'interazione con altre persone che condividono la stessa volontà, risutlato che può essere ancora più interessante e utile dell'oggetto della volontà stessa. Insomma si tratta in tal caso di una volontà illusoria che però può soddisfare bisogni collaterali.

Ma mettiamo da parte le volontà illusorie e torniamo all'assunto originale. Volere, in senso reale, anzi realistico,  significa scegliere tra diverse opzioni, e per "opzioni" intendo possibilità reali, cioè cose la cui realizzazione dipende dalla volontà del volente. Per esempio, se mi metto in viaggio con la mia automobile, posso "voler" andare in un certo luogo raggiungibile attraverso la rete stradale. Non posso voler andare sul pianeta Giove. O meglio se voglio realmente andare su Giove e credo che ciò mi sia possibile dimostro di essere uno psicopatico.

Se invece, ad esempio, voglio inventare qualcosa che migliori lo stato dell'umanità, non si tratta di volontà, ma di speranza, auspicio, augurio, desiderio, motivazione, preferenza, perché il miglioramento dell'umanità non dipende dalla nostra volontà se non in misura molto piccola, quasi nulla. Infatti, anche se tutti "volessero" il miglioramento dello stato dell'umanità, non è detto questo si avvererebbe, per ovvi motivi, cioè perché ognuno vorrebbe una società a modo proprio, per soddisfare le proprie esigenze, senza necessariamente soddisfare quelle altrui.

Per concludere, il detto "volere è potere" credo vada invertito per diventare "potere è volere", perché possiamo volere solo ciò che possiamo realmente fare, avere o prendere. Cerchiamo allora di capire come possiamo ampliare le nostre opzioni, cioò le nostre possibilità, i nostri poteri, le nostre reali opzioni. In tal modo riusciremo forse a evitare di volere cose per noi impossibili e a dedicarci a quelle possibili.



Amici, nemici, indifferenti - La valenza amicale

Nella mia mappa cognitivo-emotiva, ad ogni essere umano che conosco o che posso immaginare, è associata una valenza amicale cioè una quantità di amicizia o inimicizia. Un valore di valenza amicale pari a zero corrisponde ad una perfetta neutralità sentimentale, un valore positivo corrisponde ad un sentimento di amicizia e un valore negativo ad uno di inimicizia.

La valenza amicale non è fissa e può variare nel tempo e a seconda delle circostanze e delle esperienze. Essa è anche influenzata dalla percezione della valenza amicale altrui nei miei confronti.

Una valenza amicale negativa o neutra può essere espressa con maggiore o minore sincerità e può dare luogo a fenomeni psicoanalitici e psichiatrici come la rimozione, l'automistificazione e l'ansia, quando la ritengo "politicamente scorretta" o censurabile e temo che essa si riveli, scatenando una reazione indesiderata (di ostilità, indifferenza o minore amicizia) nelle persone oggetto di tale valenza e nei loro sostenitori.

Una valenza amicale positiva non comporta normalmente problemi di espressione o rivelazione, tranne nel caso in cui il mio grado di amicizia verso una persona, pur essendo positivo, è inferiore a quello da essa atteso.

In base a quali criteri si determina la mia valenza amicale verso una particolare persona? Credo, in base alla percezione della valenza amicale di quella persona verso di me, e di quanto quella persona possa essermi utile. Se infatti ritengo che la cooperazione con quella persona possa giovarmi nella realizzazione dei miei fini e percepisco un atteggiamento amichevole di quella persona verso di me, avrò verso di essa un atteggiamento amichevole, e viceversa. In altre parole, l'espressione di amicizia e disponibilità suscita sentimenti analoghi, come pure l'espressione di inimicizia e indisponibilità, dando luogo nel primo caso ad un circolo virtuoso, nel secondo ad uno vizioso.

In conclusione, la valenza amicale (mia e altrui) è spesso fonte di scontento e complicazioni nelle mie interazioni con gli altri e perciò oggetto di mistificazione esterna (ipocrisia) e interna (nevrosi).

Non è così anche per voi?

Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva.

Sulla centralità dei rapporti sociali nelle motivazioni umane

Per me tutta la psicologia (tranne quella che riguarda i processi fisiologici di base della mente) è “sociale”, nel senso che la mente è essenzialmente uno strumento per gestire (consciamente e ancor più inconsciamente) i rapporti con gli altri umani. E’ un’idea che ho appreso da George Herbert Mead, e che mi sembra sia sempre più condivisa dagli studiosi di psicologia e dagli psicoterapeuti. Infatti si parla sempre di più di psicologia e di psicoterapia “relazionali”.

D’altra parte la psicoanalisi ci insegna che l’uomo tende a rimuovere e a non prendere coscienza delle “vere” motivazioni del proprio comportamento, specialmente quando riguardano i rapporti con gli altri e hanno una connotazione morale, come ad esempio la difesa e l’accrescimento del proprio valore e status sociale, confrontati con quelli altrui.

Capisco anche che ai più dia fastidio, e venga considerato offensivo, che qualcuno sospetti che le loro vere motivazioni siano diverse da quelle che essi credono di avere. E’ un po’ come affermare o insinuare che uno stia mentendo agli altri e a se stesso.

 Infatti io penso che quasi tutti gli esseri umani (me compreso) ingannano inconsapevolmente gli altri, perché si auto-ingannano, come spiegato molto bene da Daniel Goleman nel suo libro intitolato “Menzogna, autoinganno, illusione” che consiglio a tutti di leggere.

In conclusione, io suppongo che per ogni essere umano i rapporti sociali siano al centro delle proprie motivazioni (specialmente quelle inconsce), anche per coloro che cercano di essere sempre più indipendenti dagli altri, e rinunciano a relazioni sociali in quanto ritenute causa più di sofferenze che di gioie.

Ovviamente non posso dimostrare che quanto ho scritto sopra sia vero, tuttavia lo ritengo non solo plausibile, ma anche molto probabile, e uso tale “conoscenza” per orientarmi nella vita e nei rapporti con gli altri.

Resta il fatto che ci sono differenze importanti, da persona a persona, per quanto riguarda il bisogno di appartenenza/integrazione sociale,  e il bisogno di individuazione/libertà. In alcuni prevale il primo, in altri il secondo. Ma anche il bisogno di libertà è “relazionale”; in quanto parliamo di libertà dai vincoli che gli altri ci pongono, ed è sempre una libertà limitata e mai definitiva. Infatti non possiamo mai fare a meno degli altri, né ignorarli, se non per brevi periodi.

 

Psicologia del potere sociale

Una gran parte del comportamento umano può essere spiegata mediante i concetti della psicologia del potere sociale.

Per potere sociale intendo la capacità di un individuo di influenzare altri a comportarsi in certi modi a lui favorevoli.

Il potere sociale può essere più o meno attivo e/o passivo.

Per potere sociale attivo intendo la capacità di un individuo di indurre altri individui a servirlo, ovvero a obbedire ai propri comandi e/o a soddisfare i propri desideri.

Per potere sociale passivo intendo la capacità di un individuo di indurre altri individui a preferirlo nella concorrenza con altri per qualsiasi tipo di cooperazione.

Per psicologia del potere sociale intendo una psicologia basata sui seguenti assiomi:

  • ogni essere umano ha un forte bisogno (conscio e/o inconscio) di possedere e di esercitare un certo potere sociale sugli altri, per cui (1) desidera (consciamente e/o inconsciamente) aumentare il proprio potere sociale il più possibile (per quanto gli sia consentito in modo sostenibile), e (2) teme (consciamente e/o inconsciamente) la diminuzione dello stesso;

  • ogni essere umano è caratterizzato da una maggiore o minore tendenza (conscia e/o inconscia) a cercare il potere sociale attivo piuttosto che quello passivo, o viceversa.

In base alla psicologia del potere sociale è possibile definire i seguenti due tipi umani (con l'avvertenza che un individuo può apartenere in una certa misura a entrambi i tipi in momenti diversi o allo stesso tempo):

  • il tipo MPA (motivato al potere attivo): è la persona che cerca (consciamente e/o inconsciamente) di costringere o convincere altre persone (mediante la forza, la violenza, l'astuzia, o risorse come il denaro e altri beni) a cooperare con essa nei modi che le convengono;

  • il tipo MPP (motivato al potere passivo): è la persona che cerca di essere il più possibile attraente o allettante (coltivando qualità come la propria bellezza fisica, la bellezza dei suoi accessori e del suo ambiente, la propria salute e forza fisica, la propria moralità, le proprie capacità intellettuali, la propria capacità e disponibilità a soddisfare i desideri altrui, la propria ospitalità ecc.) al fine di essere preferita nella scelta da parte degli altri come partner (sessuale, familiare, ludico, amicale, economico, lavorativo, progettuale, ecc.)

Nella nostra cultura la maggior parte delle persone di sesso maschile sono di tipo MPA, mentre la maggior parte delle persone di sesso femminile sono di tipo MPP, tuttavia non sono rari gli uomini di tipo MPP e le donne di tipo MPA.

Teoria degli emotori sociali

Il nostro comportamento, i nostri pensieri, le nostre motivazioni ed emozioni sono determinati da agenti mentali inconsci tra cui due particolarmente importanti, che io chiamo "emotori sociali" in quanto generatori di motivazioni ed emozioni (desiderate e indesideate) che riguardano direttamente o indirettamente le nostre relazioni e i nostri comportamenti sociali.

I due emotori sociali sono:
  • Il bisogno di ottenere o mantenere, e la paura di perdere, un sufficiente grado di appartenenza, integrazione e interazione sociale

  • Il bisogno di ottenere o mantenere, e la paura di perdere, un sufficiente grado di libertà e individuazione

L'emotore dell'appartenenza sorveglia continuamente il grado di appartenenza, integrazione e interazione sociale. Se questo è (inconsciamente) percepito come troppo basso rispetto al livello minimo desiderato, l'emotore genera una motivazione a fare cose che possano aumentarlo. Se la sua tendenza è percepita (inconsciamente) in diminuzione, l'emotore genera tristezza, depressione, ansia o panico allo scopo di inibire i comportamenti ritenuti causa della diminuzione. Se invece essa è percepita in aumento, l'emotore genera euforia, ottimismo o piacere per incentivare il soggetto a proseguire i comportamenti ritenuti causa dell'aumento.

L'emotore della libertà sorveglia continuamente il grado di libertà e di individuazione. Anche in questo caso, se questo è (inconsciamente) percepito come troppo basso rispetto al livello minimo desiderato, l'emotore genera una motivazione a fare cose che possano aumentarlo. Se la sua tendenza è percepita (inconsciamente) in diminuzione, l'emotore genera tristezza, depressione, ansia o panico allo scopo di inibire i comportamenti ritenuti causa della diminuzione. Se invece essa è percepita in aumento, l'emotore genera euforia, ottimismo o piacere per incentivare il soggetto a proseguire i comportamenti ritenuti causa dell'aumento.

Occorre considerare che la valutazione (inconscia) circa gli effetti di un certo comportamento ai fini dell'appartenenza e della liberà può essere più o meno sana, cioè realistica. Uno degli obiettivi di una psicoterapia dovrebbe infatti consistere nel valutare se il soggetto ha una corretta cognizione (conscia o inconscia) di cosa sia realmente utile o dannoso per la sua appartenenza e la sua libertà.

Per concludere, chi cade in uno stato di tristezza, depressione, ansia o panico, dovrebbe chiedersi se ciò è dovuto ad una (reale) diminuzione del grado di appartenenza e/o di libertà, e considerare che è difficile conciliare l'appartenenza con la libertà, in quanto si tratta di due condizioni che tendono ad essere mutualmente esclusive.

Dans quelle mesure la psychologie est elle un instrument de pouvoir?

(Mon intervention au café philosophique de Lyon le 22 février 2022 sur le thème "Dans quelle mesure la psychologie est-elle un instrument de pouvoir ?")

Tout d'abord, nous devons préciser de quel pouvoir nous parlons. Est-ce le pouvoir des classes dominantes sur les classes dominées, ou est-ce le pouvoir que chaque individu cherche consciemment ou inconsciemment à exercer sur tous les autres individus ?

Deuxièmement, nous devons préciser de quelle psychologie nous parlons. En fait, il n'y a pas une seule psychologie, mais plusieurs (comme c'est aussi le cas pour les philosophies), et nous devons distinguer la psychologie en tant que théorie de la psychologie en tant que pratique, et la psychologie professionnelle de la psychologie à usage personnel.

Le "pouvoir", au sens du pouvoir politique, utilise souvent la psychologie de manière consciente ou inconsciente, informelle, non académique et secrète. Le faire ouvertement serait considéré comme "politiquement incorrect". D'autre part, lorsque les politiciens ne connaissent pas ou n'utilisent pas la psychologie, cette lacune peut entraîner l'échec de leurs intentions.

Par exemple, à mon avis, l'échec du "marxisme pratiqué" était  aussi dû à ses propres lacunes psychologiques, c'est-à-dire à sa connaissance insuffisante de la nature humaine. Les politiciens d'aujourd'hui, en revanche, sont plus rusés que ceux d'il y a un siècle, et utilisent de plus en plus la psychologie pour manipuler l'esprit des citoyens.

Quant à la psychologie en tant que profession, on peut dire que le praticien exerce un certain pouvoir sur son client, puisque ce dernier le traite comme une autorité intellectuelle et morale, un sauveur, un guérisseur, parfois même comme un chaman, et le paie pour ses services, même lorsque le praticien ne tient pas ses promesses et déçoit les espoirs du client ou du patient.

Dans tous les cas, le praticien en psychologie peut amener le client à s'adapter, et donc à se soumettre, aux règles et coutumes sociales de sa communauté, et en ce sens il est, dans une certaine mesure, un instrument du pouvoir de la société sur l'individu. Elle peut aussi inciter le client à se libérer des contraintes intellectuelles et morales de l'environnement dans lequel il a grandi et dans lequel il vit. Dans le second cas, la psychologie est un instrument de libération de certains pouvoirs manifestes ou occultes.

Enfin, en ce qui concerne l'utilisation personnelle, non professionnelle, de la psychologie, elle peut être utilisée pour tromper et manipuler l'esprit des autres dans les relations familiales, amicales ou professionnelles, ou pour exposer les tromperies, les auto-illusions et les erreurs dont nous sommes tous victimes. Ici aussi, la psychologie peut donc être utilisée comme un instrument de pouvoir ou, à l'inverse, de libération du pouvoir.

(Version italienne)

Psicologia della normalità

Non possiamo fare a meno della nozione di normalità, ed è angosciante non riuscire a definire cosa che debba essere considerato normale o anormale, ovvero da perseguire o da evitare. Il funzionamento della mente umana si fonda sulla nozione inconscia di normalità e su una omeostasi rispetto ad essa. La normalità, sebbene soggettiva e relativa, sembra essere il valore più diffuso e più importante, subito dopo quelli legati alla sopravvivenza fisica.

La Psicologia della normalità è una psicologia che si occupa del concetto di normalità, della paura di non essere normali, della motivazione a conformarsi, dei conflitti tra diverse nozioni della normalità stessa, ecc. Ecco alcuni punti chiave di questa psicologia:

Nozione di Normalità: Esplorare cosa viene considerato "normale" in diverse culture e contesti sociali, e come questi standard vengono stabiliti e mantenuti. Questo include lo studio dei ruoli sociali, delle norme culturali e delle aspettative di comportamento.

Paura di Non Essere Normali: Analizzare la paura e l'ansia che molte persone provano riguardo alla possibilità di non essere percepite come normali. Questo può includere fenomeni come l'ansia sociale, l'autostima e il bisogno di approvazione sociale.

Conformità Sociale: Esaminare perché e come le persone cercano di conformarsi a ciò che viene considerato normale, inclusi i meccanismi psicologici e sociali che promuovono la conformità. Studi classici in questo campo includono quelli di Solomon Asch sulla conformità e di Stanley Milgram sull'obbedienza all'autorità.

Conflitti tra Diverse Normalità: Investigare i conflitti che sorgono quando persone o gruppi con differenti concezioni di normalità interagiscono. Questo può includere conflitti interculturali, generazionali, o legati a diverse subculture all'interno di una società.

Costruzione Sociale della Normalità: Approfondire come le idee di normalità sono costruite e mantenute all'interno delle società, considerando il ruolo dei media, delle istituzioni educative, delle leggi e delle politiche pubbliche.

Implicazioni Cliniche: Considerare come le percezioni di normalità influenzano la diagnosi e il trattamento delle condizioni psicologiche. Ad esempio, il modo in cui i terapeuti riconoscono e trattano i comportamenti che deviano dalle norme sociali.

Identità e Appartenenza: Studiare come le persone costruiscono la propria identità in relazione alla normalità e come la sensazione di appartenenza o esclusione dalle norme sociali influisce sul benessere psicologico.

La psicologia della normalità esamina criticamente le nozioni di normalità, riconoscendo che ciò che è considerato normale può variare ampiamente tra diverse culture e contesti, e che le pressioni per conformarsi a queste norme possono avere effetti profondi sulla salute mentale e sul comportamento umano.

In che misura la psicologia è uno strumento di potere?

(Mio intevento al caffè filosofico di Lione il 22/2/2022 sul tema «In che misura la psicologia è uno strumento di potere?»)

Prima di tutto bisogna chiarire di quale potere stiamo parlando. Di quello delle classi dominanti sulle classi dominate oppure di quello che ogni individuo cerca, consciamente o inconsciamente, di esercitare su ogni altro?

In secondo luogo bisogna chiarire di quale psicologia stiamo parlando. Infatti non esiste una sola psicologia, ma tante e diverse (come è il caso anche delle filosofie), e bisogna distinguere la psicologia come teoria, dalla psicologia come pratica, e quella professionale da quella ad uso personale.

Il “potere”, inteso come potere politico, usa spesso la psicologia consapevolmente o inconsapevolmente, in modo informale, non accademico e di nascosto. Se lo facesse apertamente sarebbe considerato “politicamente scorretto”. D’altra parte, quando la politica non conosce o non usa la psicologia, tale lacuna può causare il fallimento dei suoi intenti.

Ad esempio, il fallimento del “marxismo praticato” a mio parere fu causato anche dalle proprie lacune psicologiche, vale a dire dalla sua scarsa conoscenza della natura umana. I politici di oggi, invece, sono più scaltri di quelli di un secolo fa, e usano sempre di più la psicologia per manipolare le menti dei cittadini.

In quanto alla psicologia come professione, si può dire che il professionista eserciti un certo potere nei confronti del suo cliente, dal momento che è trattato da questo come un’autorità intellettuale e morale, un salvatore, un guaritore, a volte persino come uno sciamano, e lo paga per i suoi servizi, anche quando il professionista non mantiene le promesse e delude le speranze del cliente o paziente. 

In ogni caso, il professionista della psicologia può indurre il cliente ad adattarsi, e quindi sottomettersi, alle regole e ai costumi sociali della sua comunità di appartenenza, e in tal senso è uno strumento del potere della società sull’individuo. Oppure può indurre il cliente a liberarsi dalle costrizioni intellettuali e morali dell’ambiente in cui è cresciuto e in cui vive. Nel secondo caso la psicologia costituisce uno strumento di liberazione da certi poteri palesi o occulti.

Infine, per quanto riguarda l’uso personale, non professionale, della psicologia, essa può essere usata per ingannare e manipolare le menti altrui nelle relazioni familiari, amicali o di lavoro, oppure per svelare gli inganni, gli autoinganni e gli errori di cui siamo tutti vittime. Anche in questo caso, dunque, la psicologia può essere usata come strumento di potere o, al contrario, di liberazione dal potere.

(Versione francese)

Antropologia interazionista

Auspico che venga fondata una nuova disciplina umanistica, il cui nome potrebbe essere "Antropologia interazionista" basata sul concetto di interazione, da applicarsi come strumento di analisi e sintesi ad ogni campo e livello del sapere.

Obiettivo di questa disciplina sarebbe quello di rivedere e riscoprire ogni aspetto della vita e dell'essenza dell'uomo e della società attraverso il filtro del concetto di interazione.

A tale scopo questa disciplina attingerebbe, con un approccio eclettico e integrato, a tutte le discipline e scienze umane, tra cui psicologia, psicologia sociale, sociologia, antropologia, filosofia, biologia, medicina ecc.

Il fine ultimo di tale approccio sarebbe quello di migliorare l'umanità a livello individuale, sociale, ed ecologico.

La disciplina si fonderebbe sull'assioma che ogni organismo o organo vivente vive e sopravvive solo attraverso l'interazione con una quantità di altri esseri circostanti, ad esso simili o di altra natura, interazioni che debbono rispondere a particolari criteri determinati geneticamente o culturalmente.

La prassi di questa disciplina consisterebbe nel porsi domande come le seguenti rispetto a qualsiasi organismo o organo vivente che si desidera studiare, capire, cambiare e, soprattutto, migliorare o ottimizzare:

  • con chi l'organismo o organo X interagisce e con chi deve evitare di interagire per la propria sopravvivenza, salute o benessere psicofisico?

  • a quali scopi interagisce? cioè per ottenere cosa?

  • cosa viene trasmesso e ricevuto tra gli interattori? (transazioni costituite da massa, energia, materiali, oggetti, informazioni, immagini, suoni, simboli, documenti ecc.)

  • in che modo vengono percepite / interpretate / classificate / reagite a livello conscio o inconscio le transazioni ricevute dagli interattori in gioco?

  • quando, per quanto tempo, con quale frequenza avviene o dovrebbe avvenire l'interazione per un effetto ottimale?

  • quali sono le condizioni affinché certe interazioni possano avvenire e avere gli effetti desiderati?

  • quali conflitti o incompatibilità ci possono essere tra le varie possibilità di interazione?

  • le interazioni possono dar luogo a organismi di livello superiore? quali e a quali condizioni?

  • per quanto riguarda la storia delle persone o delle loro opere: con chi e come ha interagito la persona (o la sua opera) in passato? con quali modalità ed esiti? Le sue interazioni hanno influenzato la vita di altre persone? In che modo?

  • ecc.

Le risposte a queste domande, e un continuo affinamento e arricchimento delle stesse domande e risposte costituirebbero il corpo di questa nuova disciplina che consentirebbe di riscoprire il mondo vivente (allo scopo di migliorarlo) attraverso una nuova chiave di comprensione molto più semplice, efficace ed efficiente di quelle tradizionali, libera dai condizionamenti di una cultura troppo influenzata da religioni, norme, consuetudini e soffocata dal conformismo.

Essere, appartenere e i limiti della libertà

Ogni appartenenza ha le sue regole, cioè i suoi obblighi e divieti formali e sostanziali, che non sono altro che limitazioni della libertà del soggetto. Malgrado ciò, o forse grazie a ciò, l'Uomo non può fare a meno di appartenere a qualcuno o qualcosa, e ha giustamente paura della libertà assoluta perché questa corrisponde al nulla, all'indifferenziato, alla morte.

L'Uomo ha infatti bisogno di una libertà relativa, all'interno di limiti imposti dalle sue appartenenze. Essere significa appartenere. Essere qualcosa o qualcuno significa appartenere alla categoria rappresentata da quella cosa o da quella identità, nella sua particolare definizione, cioè delimitazione formale e sostanziale. Una cosa che non è delimitata non esiste. Per questo la libertà totale, cioè l'assenza di limiti, specialmente in un essere umano, fa paura.

Prendiamo ad esempio lo spazio vuoto intergalattico. Non ne conosciamo i limiti esterni, ma esso ha comunque dei limiti interni, che sono costituiti dalla presenza di corpi e materie celesti. Infatti, dove è presente un corpo celeste, lo spazio non è vuoto ma occupato, e questo rappresenta un suo limite. Se lo spazio fosse completamente e infinitamente vuoto, se non contenesse né corpi celesti né materia in alcun punto, esso non esisterebbe in quanto non sarebbe né visibile né misurabile.

L'essere si definisce dunque dai suoi limiti. Chiedermi "chi sono" equivale a chiedermi quali siano i miei limiti, ovvero i miei obblighi e i miei divieti, ovvero ciò che posso e che non posso fare, pensare, esprimere. L'unico modo per raggiungere la libertà assoluta è morire. Finché siamo in vita siamo limitati non solo dalla nostra costituzione fisica, ma anche da quella psichica, specialmente dal bisogno di appartenenza sociale presente in ogni essere umano come bisogno primario, cioè scritto nel nostro DNA.

Quando percepiamo le altre persone e ci chiediamo chi siano, cioè a quali tipi umani o identità appartengano, in fondo ci chiediamo quali siano le loro regole di funzionamento, ovvero i loro limiti, ciò che da essi ci possiamo e non ci possiamo aspettare. E quando non riusciamo a rispondere a queste domande, quando non riusciamo a intuire i limiti di una persona e quella ci sembra totalmente indefinita, cioè libera, quindi anche priva di freni morali, quella persona ci fa paura e preferiamo evitarla o contribuire a distruggerla.

Per essere integrati nella società dobbiamo quindi mostrare di essere soggetti a delle regole, a obblighi e divieti, di avere dei limiti. Ma dobbiamo mostrarlo anche a noi stessi per non impazzire. Pazzia è infatti non sapere più chi siamo. Se non abbiamo limiti che ci definiscono non siamo niente e nessuno, non esistiamo nemmeno come persone, siamo solo ammassi di cellule senza umanità, siamo dei mostri.

Per concludere, ammesso che il libero arbitrio esista e che siamo in grado, in qualche misura, di esercitarlo, questo non può consistere nell'esercizio della libertà assoluta, ma nello scegliere a quali regole sociali sottometterci, cioè a quale etica ed estetica conformarci, per non impazzire, per non morire.

Cosa succede quando due persone s'incontrano

Il discorso che segue può essere utile a chi desidera comprendere le dinamiche psicologiche fondamentali insite nelle interazioni umane, allo scopo di migliorarne la qualità in termini di soddisfazione dei bisogni delle parti coinvolte. Come si vedrà, tali dinamiche dipendono molto dai repertori mentali personali con i quali vengono definite e caratterizzate: categorie di persone, comunità di appartenenza, ruoli, funzioni, affetti, strategie di interazione sociale e chiavi di interpretazione delle interazioni stesse.

L'incontro tra due persone X ed Y dà generalmente luogo ad una serie di azioni e reazioni riassumibili nelle seguenti fasi (dal punto di vista di X):

  1. Attribuzione ad Y di una o più categorie tra quelle presenti nel repertorio delle categorie umane di X.

  2. Attribuzione ad Y di posizioni, funzioni, ruoli, rango, valori, affetti ecc. nella visione del mondo, nelle comunità elettive e nella strategia di interazione sociale di X. Nota: tale attribuzione è conseguenza delle caratteristiche delle categorie umane attribuite ad Y nella fase 1.

  3. Ricezione di transazioni/espressioni verbali e non verbali emesse da Y e attribuzione ad esse di significati cognitivi ed emotivi tra quelli contenuti nel repertorio semantico di X. Esempi: richiesta o offerta (di beni, servizi, aiuto, protezione, informazioni ecc.), proposta (di cooperazione, scambio, assunzione di ruoli particolari, rapporto sessuale ecc.), asserzione, informazione, sottomissione, imposizione, ribellione, sfida, minaccia, aggressione, umiliazione, rifiuto, respingimento, resa, ecc.

  4. Modifica dello stato emotivo e cognitivo di X a seguito delle transazioni/espressioni emesse da Y e dei significati ad esse attribuiti da X

  5. Emissione di transazioni/espressioni verbali e non verbali verso Y scelte tra quelle contenute nel proprio repertorio delle transazioni/espressioni (sollecitate, non sollecitate e automatiche). Nota: le transazioni/espressioni emesse da X sono conseguenza delle proprie reazioni emotive e cognitive di cui alla fase 4.

  6. Ripetizione delle fasi 3, 4 e 5 fino alla fine dell'incontro.

Lo stesso si svolge da Y verso X.

Tutto ciò avviene in parte a livello conscio ma soprattutto a quello inconscio.

La dinamica dell'incontro è teoricamente prevedibile e tende a ripetersi con modalità analoghe nella misura in cui non ci sono variazioni, in ciascun individuo:

  • nel proprio repertorio delle categorie umane

  • nella propria visione del mondo

  • nelle proprie comunità elettive

  • nel posizionamento proprio e altrui all'interno delle comunità elettive (in termini di ruoli, rango, funzioni, affetti ecc.)

  • nella propria strategia di interazione sociale

  • nel proprio repertorio semantico (per l'interpretazione delle transazioni/espressioni ricevute)

  • nel propro repertorio delle transazioni/espressioni (sollecitate, non sollecitate e automatiche)

  • nei bisogni, negli eventi e nelle situazioni che lo spingono a mettere in atto particolari transazioni/espressioni


Sulla guida del proprio comportamento e l’automiglioramento

Il comportamento di un essere umano è guidato automaticamente da «algoritmi comportamentali» registrati nel proprio sistema nervoso, la cui logica è determinata dai propri geni, dalle proprie esperienze e dalle proprie cognizioni.

Un algoritmo comportamentale consiste essenzialmente in una logica, cioè programma comportamentale, del tipo: “se ti trovi in una situazione di tipo X, agisci (o reagisci) nel modo Y.

Consideriamo una persona che desidera modificare il suo comportamento abituale allo scopo di aumentare il proprio benessere o di diminuire il proprio malessere. Chiamiamo questa persona “il migliorando”.

Il migliorando deve trovare o inventare algoritmi (alternativi rispetto a quelli abituali) capaci di guidare meglio il proprio comportamento, cioè di determinare un comportamento più efficace ed efficiente nel senso della soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Dopo aver individuato gli algoritmi migliorativi, il migliorando deve fare in modo che essi vengano memorizzati stabilmente nel proprio sistema nervoso in modo che essi guidino il proprio comportamento in modo automatico per quanto possibile.

Il processo di miglioramento dei propri algoritmi comportamentali, o automiglioramento, richiede la capacità di riconoscere certi tipi di situazioni, la conoscenza teorica del modo di agire appropriato a ciascun tipo di situazione, e la capacità pratica di agire nei modi appropriati.

Tali requisiti sono difficili da soddisfare senza una  preparazione psicologica adeguata e senza l’aiuto di uno psicoterapeuta o di altra persona con cui discutere degli algoritmi comportamentali da migliorare e di quelli migliorativi,  e con cui “allenarsi” nel praticare questi ultimi.

Volendo riassumere in poche parole il processo di automiglioramento, si tratta di rispondere alle seguenti domande:

  • quali esperienze sfortunate e quali cognizioni errate influenzano il mio comportamento rendendolo inappropriato alle situazioni?

  • con quali strumenti e con l’aiuto di quali persone posso individuare le esperienze sfortunate e le cognizioni errate?

  • quali nuove cognizioni e quali nuove esperienze possono influenzare il mio comportamento rendendolo più appropriato alle situazioni nel senso della soddisfazione dei bisogni miei e altrui?

  • con quali strumenti e con l’aiuto di quali persone posso praticare i nuovi algoritmi?

Per saperne di più vi consiglio la lettura del mio libro online “Psicologia dei bisogni”.

Per una morale condivisa creativa

Non si può essere "felici" da soli, ma la felicità dipende dalla qualità delle nostre relazioni col prossimo, a partire dal partner coniugale, i familiari, gli amici, i colleghi, e via di seguito. Affinché tra due persone ci sia una relazione "felice" o "sana" occorre che vi sia un linguaggio e un sistema di valori sufficientemente condiviso, altrimenti la relazione è caotica e prona alla violenza, cioè all'imposizione della volontà individuale dell'uno sull'altro con qualsiasi mezzo, tra cui la forza.

Un sistema di valori condiviso può essere determinato o da una tradizione (come quella tramandata e imposta da una religione) oppure, e qui sta la novità che io prefiguro, negoziato civilmente e creativamente tra le parti interessate.

Vorrei introdurre il concetto di rapporto umano mediato o immediato, mediato da un sistema di riferimento (di valori e significati) comune, oppure non mediato in tal senso. Mi riesce difficile pensare che un rapporto immediato possa svilupparsi e reggere senza gravi problemi. O meglio, per me un rapporto "immediato" è quello tipico delle bestie, che in realtà è mediato dagli istinti ed ha anche i suoi vantaggi, ma penso che gli umani non possano ritornare allo stadio bestiale senza conseguenze catastrofiche.

Parlando allora di rapporto mediato, il solo possibile per un umano civilizzato, si tratta di scegliere tra una mediazione tradizionale basata su valori conformistici di stampo religioso o modernista (mi riferisco al consumismo amorale) oppure una mediazione creativa, basata su valori "inventati" e negoziati tra le parti, basata sul compromesso. Premesso che "etica" è il ragionamento astratto sui possibili sistemi morali, mentre "morale" è una particolare serie di regole di comportamento che si decide o si sente il dovere di seguire, quando io uso il termine "morale condivisa" intendo uno strumento indispensabile per la buona qualità, produttività e non-violenza dei rapporti umani e quindi per la salute mentale. Detto questo, mi domando chi dovrebbe occuparsi di queste cose se non il professionista/consulente di discipline umanistiche, cioè lo psicologo, il filosofo, il sociologo, l'antropologo.

Giustamente uno psicoterapeuta non dovrebbe passare al paziente/cliente la propria idea di società (sarebbe infatti una imperdonabile forma di proselitismo filosofico/politico). Infatti non si tratta di indottrinare nessuno con una qualsivoglia visione del mondo particolare, ma di far capire al paziente che è necessario, dopo la liberazione dalle catene del super-io, (ri)costruire un proprio sistema di valori condivisibile, qualunque esso sia. Perché il problema della società non è tanto il fatto che i valori attualmente condivisi siano errati, ma il fatto che non vi siano più valori, o che essi non siano condivisi, e che lo stesso concetto di "valore" è diventando praticamente obsoleto.

Riepilogando, io non sono in favore di una particolare morale ma credo che ogni essere umano debba sviluppare creativamente e razionalmente una propria morale (vale a dire un sistema di valori) il più possibile condivisibile con altre persone e tale da rendere i rapporti umani più "umani". Ovviamente non prefiguro un unico sistema di valori condiviso da tutta l'umanità, ma tanti diversi, condivisi da gruppi più o meno grandi, per ogni gusto, sensibilità e desiderio individuale.

Perché voglio scrivere e pubblicare i miei scritti?


Perché voglio scrivere e pubblicare i miei scritti? Cosa mi spinge a farlo? Cosa spero di ottenere facendolo? Forse sono spinto da una combinazione di diverse motivazioni consce e inconsce, che potrebbero essere, per esempio, una o più delle seguenti:

  • dimostrare la mia intelligenza, cultura, creatività, genialità, razionalità, sensibilità, profondità, empatia, moralità, senso artistico, senso dell'umorismo, abilità, eccellenza e superiorità intellettuale ed etica rispetto alla media degli esseri umani;

  • compensare le mie inferiorità in certi campi dimostrando superiorità in altri;

  • soddisfare il mio narcisismo, piacere agli altri, interessarli, affascinarli, attrarli, essere ammirato, amato, stimato, apprezzato, approvato, premiato, coccolato, desiderato, seguito, servito, obbedito;

  • manipolare i lettori, far loro credere che io sono meglio di quanto realmente sia;

  • dimostrare di meritare posizioni e trattamenti di privilegio nella società a causa delle mie superiorità ed eccellenze;

  • esercitare la mia capacità di logica, analisi e sintesi ed aumentare la mia competitività in tal senso; elaborare i miei pensieri e sottoporli al giudizio critico altrui per poterli migliorare e completare;

  • soddisfare i miei bisogni di interazione sociale, appartenenza, individuazione, potenza;

  • esibire la mia personalità per attrarre e incontrare persone a me affini; stabilire rapporti di amicizia e solidarietà con persone simili a me;

  • illudermi di conoscere la verità;

  • rendere conscio l'inconscio; fare auto-terapia per superare i miei disagi psichici; aumentare il mio autocontrollo e la mia consapevolezza delle motivazioni mie e altrui; studiare le vere motivazioni del comportamento umano e demistificare quelle mistificate; ribellarmi a comunità interiorizzate limitanti, frustranti, obbliganti, giudicanti e colpevolizzanti, che ancora mi condizionano;

  • ribellarmi a mio padre;

  • vendicarmi di tutti quelli quelli che mi hanno ingannato e manipolato e che cercano ancora di farlo, tra cui i predicatori di ogni religione;

  • farmi perdonare la mia arroganza e il mio disprezzo per gli altri;

  • aiutare gli altri a risolvere i propri problemi psicologici e a superare i propri disagi psichici;

  • definire e proporre un nuovo modello di comunità, in cui personalità di tipo simile al mio (specialmente gli introversi) sarebbero avvantaggiate rispetto ad altri tipi di personalità (specialmente gli estroversi);

  • definire e proporre un nuovo modello di comunità, in cui personalità di qualunque tipo, anche diverso dal mio, sarebbero avvantaggiate rispetto ai modelli attualmente diffusi;

  • contribuire alla fondazione di una nuova "scienza umanista" eclettica, organica e integrata (attingendo dal caos delle attuali discipline umane e sociali) da insegnare nelle scuole e/o divulgare attraverso i mass media, e contribuire così al progresso umano attraverso una migliore conoscenza della natura umana;

  • promuovere la formazione di "comunità umaniste" basate su un comune interesse per la nuova "scienza umanista";

  • perché credo che il mondo sarebbe migliore se ogni essere umano avesse un sito web attraverso il quale farsi conoscere e facilitare i suoi rapporti con gli altri.


Bibbia imbarazzante

Il Dio del Vecchio Testamento è senza dubbio terrorista e genocida. Infatti, per costringere gli egizi a liberare gli ebrei, mandò un angelo ad uccidere tutti i primogeniti d'Egitto, tranne quelli ebrei, le cui case erano segnate col sangue dell'agnello sacrificale (questa è l'origine della Pasqua ebraica). Altro episodio di terrorismo genocida fu la distruzione di Sodoma e Gomorra, in cui perirono probabilmente più innocenti che "colpevoli", per non parlare del diluvio universale e di altri eventi terrificanti. Il Vecchio Testamento è infatti cosparso di episodi in cui Dio si mostra apertamente irascibile, geloso degli altri dei, crudele e ingiusto, peggio dei peggiori dittatori e terrorisiti della storia.

Forse per evitare l'imbarazzante contraddizione tra l'idea di un Dio infinitamente buono e misericordioso e i testi sacri che la smentiscono, per molti cattolici di oggi, il Vecchio Testamento è considerato obsoleto, superato dal Nuovo Testamento, in cui appare un Dio buono nella figura del Cristo. Tuttavia si tratta di una supposizione non confermata né autorizzata dalla gerarchia vaticana, che considera ufficialmente il Nuovo Testamento il compimento del Vecchio, vera e tuttora valida parola di Dio, e parte integrante delle Sacre Scritture. In altre parole, il Padre resta il Padre e il Figlio non lo sostituisce anche se a volte lo rappresenta, intermedia o intercede presso di Lui. Possiamo solo presumere che il Padre, dopo la crocefissione, e proprio grazie ad essa, si sia un po' calmato.

Che il Nuovo Testamento sia la continuazione e il compimento del Vecchio, del resto, è scritto anche nello stesso vangelo, in cui Cristo è visto come realizzazione delle profezie veterotestamentarie, e la sua storia ci mostra che Egli non cercò mai di riformare le Sacre Scritture, ma agì coerentemente con esse, facendosi immolare come sacrificio umano per placare l'ira di Dio (risalente all'offesa a lui fatta da Adamo ed Eva, punita con la cacciata dal Paradiso e col peccato originale per tutti i loro discendenti), e far riaprire le porte del Paradiso stesso, chiuse da allora (in questo senso Cristo è il nostro salvatore).

Oggi, la soluzione adottata del clero, con la complicità dei fedeli, per evitare di affrontare la natura spaventosa e politicamente scorretta del Dio biblico e di Cristo che si fa torturare e uccidere per compiacere suo padre, è quella di scoraggiare la lettura integrale della bibbia e di censurare (nel senso di ignorare o minimizzare) tutti i passaggi che costituiscono una dissonanza rispetto all'immagine di un Dio misericordioso e benevolo che il clero cerca di offrire. E infatti ai pochi che chiedono spiegazioni sulle evidenti ingiustizie divine, si riponde che si tratta di un mistero della fede che l'uomo non è in grado di spiegare e che pertanto è inutile (e forse anche pericoloso) indagare, per il rischio di perdere la fede stessa, che è il sommo bene.

Per capire la genesi, lo sviluppo e il senso della Bibbia da un punto di vista storico, sociologico e psicologico, consiglio a tutti la lettura del saggio "Facci un Dio" dello psichiatra Luigi Anepeta, che potete leggere in http://www.nilalienum.it/Sezioni/Opere/FacciUnDio.php o scaricare gratuitamente in formato PDF da http://www.nilalienum.it/Sezioni/Opere/facci_un_dio.pdf

La comunità elettiva

Ogni essere umano ha nel suo inconscio una comunità ideale (che chiameremo "comunità elettiva") a cui ha bisogno di appartenere (in una posizione onorevole) e da cui teme di essere escluso. E’ una comunità in cui valgono particolari valori etici ed estetici, gerarchie, diritti, doveri, obblighi, divieti, riconosciuti, ricercati e condivisi dai suoi membri. Infatti i valori professati da un individuo corrispondono a quelli della propria comunità elettiva, nel senso che sono riconosciuti, “spendibili” o scambiabili in essa.

La comunità elettiva può corrispondere ad una comunità reale, cioè un gruppo di persone conosciute particolari, oppure può essere immaginaria. In tal caso l’individuo la cerca o tenta di crearla. Può anche succedere che un individuo abbia più di una comunità elettiva, ognuna con valori diversi. In tal caso, per l'individuo, è come avere denaro in diverse valute, ciascuna spendibile in una comunità diversa.

Se un individuo si sente parte di più di una comunità elettiva e vi sono incompatibilità o conflitti tra i valori delle rispettive comunità, in esso possono prodursi rinunce, frustrazioni, inibizioni e disturbi psichici (dalla depressione, agli attacchi di panico, alla schizofrenia) e psicosomatici. Data la forza insopprimibile del bisogno umano di appartenenza, un individuo che non si sente parte di alcuna comunità elettiva (né reale né immaginaria) è normalmente infelice e tende a comportarsi in modo asociale e a sviluppare nevrosi e psicosi.

Ogni individuo viene percepito (e percepisce se stesso) come più o meno "rappresentativo" di una comunità, e in tal senso al suo giudizio viene attribuita una importanza più o meno grande. La mancanza di autostima può essere dunque dovuta ad un senso di non-rappresentatività o non appartenenza comunitaria.

I conflitti tra individui vengono percepiti come conflitti tra le diverse comunità (o concezioni di comunità) che essi rappresentano oppure come competizioni per posizioni gerarchiche ambite nell'ambito della comunità. Parliamo dunque di conflitti esterni o interni alla comunità.

A volte un individuo sente il bisogno di ribellarsi ad una comunità di cui ha fatto o fa ancora parte, ma per farlo ha bisogno di alleati, cioè di una comunità alternativa che lo sopporti nella rivolta.

Ogni essere umano può essere "collocato" psicologicamente in una o più comunità elettive in una certa posizione gerarchica e in un certo stato di grazia. Quest'ultimo rappresenta il livello di accettazione e approvazione di cui gode da parte dei comembri della comunità di riferimento rispetto alla posizione gerarchica assunta.

Ogni collocazione può essere più o meno soddisfacente per l'interessato. Quando è insoddisfacente oltre un certo limite, il soggetto può avere disturbi psichici o considerare  l'eventuale migrazione ad un'altra comunità potenzialmente più soddisfacente.

Aspetti formali

L'appartenenza ad una particolare comunità elettiva deve essere confermata periodicamente attraverso la conformazione a forme, e la celebrazione di rituali, specifici della comunità stessa, come la partecipazione a feste e riti,  abbigliamenti, arredamenti, linguaggi, cibi, attività ecc. tipici della comunità stessa. In altre parole, far parte di una comunità significa far parte delle sue forme caratteristiche.

Il bisogno di interazione sociale - Interazionismo strutturale

L'interazione sociale non è solo un mezzo, ma anche un fine a sé stesso. Suppongo infatti che nel DNA umano vi sia un bisogno primario di interazione sociale. Se questo bisogno non viene soddisfatto ne derivano conseguenze nocive sia di tipo psichico che psicosomatico e pratico, che possono portare direttamente o indirettamente fino alla morte dell'individuo. Attraverso le interazioni con gli altri, infatti, si generano, durante l'età evolutiva e successivamente, i contenuti psichici e le abilità sociali, cioè la capacità di stabilire relazioni sociali e cooperare con altre persone per la propria sopravvivenza e/o piacere. In altre parole, attraverso le interazioni si impara sin da bambini ad interagire in modo sempre più elaborato e utile per (con)vivere nel migliore dei modi possibile.

Sono pertanto convinto che la felicità umana dipenda soprattutto da una soddisfacente quantità e qualità di interazioni con gli altri.

Interagire con altri è la cosa più importante per un essere umano, oltre ad essere indispensabile. E' necessario interagire a qualunque costo, con qualunque pretesto e non importa come. A lungo termine, qualunque tipo di interazione, anche violenta, anche umiliante, è meglio della non-interazione. Qualunque conversazione, anche stupida, assurda o insignificante, è meglio dell'assenza di conversazione. E una volta imparato ad interagire in un certo modo, secondo certe norme e regole, cioè con certi segni, simboli, significati, obblighi e divieti, è difficile cambiare modalità di interazione. Inoltre, esiste una paura inconscia di perdere la possibilità di interagire con gli altri, che ci rende conformisti, resistenti al cambiamento e pazienti rispetto alle ingiustizie.

Ognuno ha un bisogno (per lo più inconscio) di interagire con qualcun altro in qualche modo. Il bisogno umano più importante è proprio quello di interazione, che è ancora più importante del bisogno di essere riconosciuti, rispettati, accettati, amati, perché nessuno di tali stati può essere ottenuto e confermato ripetutamente e continuamente senza interazioni.

La paura della solitudine non è dunque paura della lontananza dagli altri, ma paura di non poter interagire con qualcuno, e il piacere della compagnia è in realtà il piacere di interagire. La frustrazione e la soddisfazione del bisogno di interazione sono, rispettivamente e in quantità direttamente proporzionale, la causa del dolore e del piacere mentale, dell'infelicità e della felicità.

Per concludere, ogni motivazione umana può, in ultima analisi, essere considerata come mezzo per interagire con altri in modo coesivo e cooperativo, ed evitare di perdere la possibilità di farlo.

Interazionismo strutturale: Teoria psicologica, sociologica e filosofica (in corso di sviluppo a cura di Bruno Cancellieri) che afferma l'esistenza di un bisogno primario di interazione sociale geneticamente determinato, e considera la stessa interazione sociale (nei suoi aspetti quantitativi e qualitativi) come generatore principale dei contenuti psichici e fattore essenziale della felicità e salute mentale di ogni individuo. L'interazionismo strutturale si ispira allo "interazionismo simbolico" di George Herbert Mead, alla "teoria struttural-dialettica" di Luigi Anepeta e alla "psicologia dei bisogni" di Bruno Cancellieri.


Vedi anche Antrolpologia interazionale.

Triadi psichiche e interazioni

Le triadi psichiche

La vita psichica si sviluppa sulla base di un numero indefinito di triadi (consce e/o inconsce) i cui componenti sono l’io, l’altro e gli altri, che indico rispettivamente con le lettere I, X e A. Ciascun componente comunica gli altri due, come gli angoli di un triangolo.



In termini matematici, mentre l’io (I) è una costante (tranne in casi di psicopatie), l’altro (X) e gli altri (A) sono variabili. X può essere un qualsiasi individuo vivente o morto, e A un qualsiasi insieme di individui (il cui numero può variare da uno a infinito) di cui X può fare o non fare parte.

Tra I e X ci possono essere rapporti immediati o mediati rispetto ad A. Il rapporto immediato è tale se è indipendente dai giudizi e dalle prescrizioni di A; il rapporto mediato è tale se rispetta i giudizi e le prescrizioni di A, specialmente per quanto riguarda la morale e le tradizioni.

Tra I e A ci possono essere rapporti (reali o percepiti da I) di accettazione, esclusione, onore, disonore, gloria, infamia, premiazione, punizione ecc..

Le interazioni tra I e X

Le interazioni tra due individui si possono dividere nei seguenti tipi:

  • simboliche (comunicazioni verbali e non verbali)

  • statuali (assunzioni o cessioni di diritti - specialmente diritti di possesso - e/o di attributi gerarchici)

  • corporali (azioni con effetti sul corpo del ricevente e/o dell’emittente)

Le comunicazioni sono costituite da sequenze di messaggi che si possono dividere nei seguenti tipi:

  • interrogativi (richieste di informazioni)

  • informativi responsivi (fornitura di informazioni in risposta a messaggi interrogativi)

  • informativi non responsivi (fornitura di informazioni non in risposta a messaggi interrogativi)

  • propositivi (proposte o inviti a fare qualcosa insieme o separatamente)

  • imperativi (affermazioni di assunzione di diritti e/o attributi gerarchici che riguardano il ricevente)

  • sottomissivi (affermazioni di cessione di diritti e/o attributi gerarchici che riguardano il ricevente)

  • incentivi e disincentivi per conto dell’emittente (promesse, ricatti e minacce relativi a comportamenti ipotetici del ricevente, dipendenti dalla volontà dell’emittente)

  • incentivi e disincentivi per conto di terzi (previsione di conseguenze relativamente a comportamenti ipotetici del ricevente, indipendenti dalla volontà dell’emittente)

  • rituali (affermazioni di appartenenza e/o sottomissione rispetto a entità collettive, condivise o non condivise tra emittente e ricevente)

Aspettative d'interazione


Rispetto ad una qualsiasi triade e alle possibili interazioni al suo interno, la psiche ha quasi sempre delle aspettative, nel senso che le prevede e le percepisce in modi che dipendono dalle proprie esperienze. Tali aspettative possono essere più o meno realistiche. Un individuo con aspettative decisamente e permanentemente non realistiche può essere ritenuto affetto da psicopatologie.

Psicoanalisi e morale

Una delle più importanti conquiste dell'umanità, che dobbiamo a Sigmund Freud, è stata la scoperta, o meglio la supposizione, dell'inconscio e del super-io, oltre al metodo terapeutico psicoanalitico che permette di ridurne gli effetti nocivi. Il super-io è un entità psichica inconscia che giudica e condanna ingiustamente, cioè morbosamente, la persona che lo ospita, la quale si sente inconsciamente obbligata ad espiare in qualche modo la pena richiesta dalla condanna attraverso l'auto-impedimento della soddisfazione di legittimi bisogni o lo sviluppo di malattie psicosomatiche.

Lode e gratitudine dunque a Freud e alla psicoanalisi, ma attenzione al male che può annidarsi nell'altra faccia della medaglia. Infatti, credo che una certa ideologia psicoanalitica superficiale entrata gradualmente nella cultura popolare a partire dagli anni sessanta abbia contribuito a determinare una generale avversione per tutto ciò che ha a che fare con il giudizio morale, senza fare tante distinzioni, al punto che ogni giudizio morale (a parte quelli banali riguardanti i crimini più evidenti) viene ormai visto come "moralistico" e quindi deleterio o comunque pericoloso. Il risultato di questa tendenza è il dilagare di un nichilismo passivo, rassegnato, rinunciatario e irresponsabile, dal momento che pochi hanno pensato di sostituire i precetti moralistici forgiati dalla religione e incarnati dal super-io con altri laici e razionali, realmente utili alla comunità. In altre parole, ci si è preoccupati di demolire il senso inconscio del dovere e di affermare il diritto di fare tutto ciò che sentiamo giusto, senza mettere sotto scrutinio razionale il senso soggettivo del giusto, del buono e del bello. A livello sociale la conseguenza è che si è persa la spinta verso il bene comune e il progresso civile, di cui nessuno si sente più responsabile così come dei mali della società stessa. In altre parole, la nostra società sta andando moralmente alla deriva anche grazie all'ideologia popolare modernista (di cui una certa idea della psicoanalisi è parte integrante) che ha predicato la liberazione dalle costrizioni moralistiche non riuscendo più a distinguere il morale dal moralista.

La storia dell'Uomo ha dimostrato che l'etica e la morale non sono innate (se non in forme animali, come quelle che riscontriamo nei primati), ma il risultato di una educazione morale. Guardiamoci intorno: solo le religioni parlano ancora di morale e impegno sociale, in forme discutibili, spesso retrograde in quanto legate ad una rivelazione divina, con il risultato che spesso chi abbandona una religione abbandona anche la morale ad essa associata, senza sostituirla con una migliore. Per il resto, l'etica viene studiata negli ambienti accademici come branca della filosofia, senza alcun impatto pratico nella vita politica e sociale, dove è infatti vista con sospetto o repulsione, come una minaccia autoritarista o, nel migliore dei casi, un argomento inutile e noioso.

Io credo che questa tendenza generale alla dismissione della morale stia portando l'Uomo e la società al disastro, e auspico che psicologi e psicoterapeuti facciano la loro parte per rivalutare l'etica e la morale riconoscendo che accanto ad un super-io morboso da mettere a tacere ce ne debba essere uno sano da nutrire anche e soprattutto in sede psicoterapeutica (dove altrimenti?). Perché come è vero che non si può essere felici da soli, non si può convivere felicemente con altri umani senza rispettare una morale condivisa. Trovo edificanti in tal senso gli insegnamenti di Albert Camus ed Erich Fromm, esempi mirabili, anche se purtroppo fuori moda, di nichilismo virtuoso, attivo, responsabile e progressista.

Cos'è un essere umano?

Per renderci conto del caos e dell'ignoranza che regnano nella conoscenza delle cose più importanti per l'Uomo, proviamo a chiedere a filosofi, psicologi, antropologi, medici, religiosi e gente comune: "cos'è un essere umano?". Non troveremo due risposte uguali, ma un'enorme varietà di risposte, più o meno semplici o complesse, comprensibili o astruse e molti ammetteranno di non avere una risposta. Per me un essere umano è un essere capace di chiedersi cosa sia e incapace di rispondere a tale domanda in modo chiaro, oggettivo e condiviso dalla maggior parte dei suoi simili.

Alcune risposte:
  1. "The image of God." (Book of Genesis)

  2. "A god in ruins." (Ralph Waldo Emerson)

  3. "The measure of all things." (Protagoras)

  4. "An intelligence served by organs." (Ralph Waldo Emerson)

  5. "A reasoning animal." (Seneca)

  6. "But a reed, the most feeble thing in nature, but he is a thinking reed." (Pascal)

  7. "A tool-using animal." (Thomas Carlyle)

  8. "A tool-making animal." (Benjamin Franklin)

  9. "An ingenious assembly of portable plumbing." (Christoper Morley)

  10. "Nature's sole mistake." (W.S. Gilbert)

  11. "But breath and shadow, nothing more." (Sophocles)

  12. "This quintessence of dust." (Shakespeare)

  13. "A featherless biped." (Plato)

  14. "The naked ape." (Desmond Morris)

  15. "An animal that makes dogmas." (G.K. Chesterton)

  16. "A political animal." (Aristotle)

  17. "Animal so lost in rapturous contemplation of what he thinks he is as to overlook what he indubitably ought to be." (Ambrose Bierce)

  18. "The symbol-using (symbol-making, symbol-misusing) animal, inventor of the negative (or moralized by the negative), separated from his natural condition by instruments of his own making, goaded by the spirit of hierarchy (or moved by the sense of order), and rotten with perfection." (Kenneth Burke)

  19. "The only animal that laughs and weeps; for he is the only animal that is struck with the difference between what things are, and what they ought to be." (William Hazlitt)

  20. "The only animal that contemplates death, and also the only animal that shows any sign of doubt of its finality." (William Ernest Hocking)

  21. "The only animal for whom his own existence is a problem which he has to solve." (Erich Fromm)

  22. "The only animal that learns by being hypocritical. He pretends to be polite and then, eventually, he becomes polite." (Jean Kerr)

  23. "The only animal whose desires increase as they are fed; the only animal that is never satisfied." (Henry George)

  24. "The only animal which devours his own kind, for I can apply no milder term to the governments of Europe, and to the general prey of the rich on the poor." (Thomas Jefferson)

  25. "The only animal that laughs and has a state legislature." (Samuel Butler)

  26. "The only animal that can remain on friendly terms with the victims he intends to eat until he eats them." (Samuel Butler)

  27. "The Animal that Blushes. He is the only one that does it or has occasion to." (Mark Twain)

  28. "A noisome bacillus whom Our Heavenly Father created because he was disappointed in the monkey." (Mark Twain)

  29. "The poorest, clumsiest excuse of all the creatures that inhabit this earth. He has got to be coddled and housed and swathed and bandaged and upholstered to be able to live at all. He is a rickety sort of a thing, anyway you take him, a regular British Museum of infirmities and inferiorities." (Mark Twain)


Verso una psicologia della cooperazione

Per un essere umano la cooperazione con altri umani è la cosa più importante dopo la soddisfazione dei propri bisogni fisici. D'altra parte, per soddisfare tali bisogni, la cooperazione con altri umani costituisce un prerequisito indispensabile. È in tal senso che dobbiamo intendere il detto "l'uomo è un animale sociale". In altre parole, l'uomo è un animale sociale perché non può fare a meno di esserlo, pena la morte dell'individuo e l'estinzione della nostra specie.

Quanto ho appena scritto costituisce l'assioma della mia ricerca sulla cooperazione sociale intesa come motivazione fodamentale dell'uomo, sulle forme che essa può assumere, sulle strutture mentali dedicate alla sua realizzazione, e sulle sue conseguenze nel comportamento umano. Infatti, a mio avviso, il bisogno di cooperazione costituisce la chiave di compresione di tutto il comportamento sociale umano, se non del comportamento umano tout court.

A tale riguardo oserei dire che le gioie e le sofferenze umane sono sempre direttamente o indirettamente collegate alla soddisfazione o alla insoddisfazione del bisogno di cooperazione.

Suppongo inoltre che tutti i bisogni umani, tranne quelli fisici, e il bisogno di coerenza, siano strumentali alla soddisfazione del bisogno di cooperazione.

Il concetto di cooperazione, nel mio discorso, va inteso in senso lato in quanto include sia la cooperazione volontaria e consapevole, sia quella involontaria, quella inconscia, e quella ottenuta con l'uso della forza, della violenza, o della minaccia.

Nel corso del saggio che ho in mente di scrivere sulla psicologia della cooperazione, intendo trattare diversi aspetti della cooperazione sociale tra cui:

  • i diversi tipi di cooperazione;

  • i fattori e le condizioni che contribuiscono positivamente o negativamente alla cooperazione tra due esseri umani;

  • le regole della cooperazione;

  • come i valori infuenzno la cooperazione;

  • la pragmatica della comunicazione;

  • il rapporto tra cooperazione e competizione

  • la cooperazione come restrizione della libertà individuale

  • cooperazione e legame;

  • Status e cooperazione

  • Appartenenza e cooperazione

  • Dominazione e cooperazione

  • Bellezza e cooperazione

  • Bisogni fisici e cooperazione

  • Libertà e cooperazione

  • Conoscenza e cooperazione

  • Cooperazione, gelosia invidia

  • Cooperazione e selezione

  • Cooperazione condizionata

  • Grado di cooperazione

  • Il costo della cooperazione

  • Cosa chiedere, cosa offrire

  • Cooperazione sessuale

  • Cooperazione e intrattenimento

  • Cooperazione e divertimento cooperazione e compagnia

  • Cooperazione e ruoli

  • Cooperazione e disuguaglianza

  • Cooperazione, finzione e inganno

  • Tipi e forme di cooperazione

  • Cooperazione e servitù

  • Cooperazione creativa

  • Cooperazione e conformismo

  • Cooperazione e valori

  • Cooperazione e morale

  • Cooperazione e religione

  • Cooperazione e disturbi mentali

  • Cooperazione e violenza

  • Do ut des

  • Paura di perdere la collaborazione altrui

  • Cooperazione e umorismo

  • Cooperazione e capacità

  • Cooperazione e competitività

  • Cooperazione e gusti

  • Famiglia e cooperazione

  • Cooperazione e fedeltà


La paura inconscia della realtà

Dopo tanti anni di riflessioni e ricerche, sono arrivato a pensare che uno dei fattori principali che ancora oggi determinano il comportamento umano e le relative inibizioni e limitazioni, sia la paura inconscia della realtà.

Per realtà intendo tutto ciò che esiste oggettivamente e indipendentemente dalla sua percezione da parte di qualcuno. Per esempio, il sole è un elemento oggettivo della realtà, che esiste e funziona in un certo modo anche senza che gli esseri umani lo percepiscano, e anche se non esistessimo. Questo vale per ogni altra cosa materiale (masse, energie, informazioni), tra cui le forme di vita vegetali e animali, comprese quelle umane.

Io penso dunque che esiste un'unica realtà "reale" o oggettiva,  e tante realtà percepite, o soggettive, quanti sono gli esseri capaci di percepirla, compresi, in questo momento, circa 7 miliardi di esseri umani.

La percezione (che è sempre soggettiva per definizione) della realtà passata, presente e futura ha un ruolo importantissimo nel comportamento dell'Uomo, e più precisamente nel funzionamento della psiche. La percezione, infatti, oltre a contribuire alle scelte individuali, è suscettibile di produrre emozioni più o meno piacevoli o dolorose, che dipendono dalla "mappa emotiva" di ciascuno di noi (vedi Teoria della mappa emotiva). Ne consegue che certe realtà e le rispettive percezioni possono farci soffrire o spaventarci, Per inciso, la paura di qualcosa è l'anticipazione o aspettativa di un dolore associato a quella cosa.

Come ormai molti psicologi hanno convenuto, la nostra mente tende inconsciamente e involontariamente a rimuovere e a non percepire (mediante meccanismi di attenzione e memoria selettive) tutto ciò che può farci star male o farci paura. Ne consegue che la percezione che ognuno di noi ha della realtà è una particolare versione della stessa filtrata e manipolata dalle nostre esperienze e dalle nostre mappe emotive, in modo da risparmiarci, per quanto possibile, sofferenze e paure.

La realtà che percepiamo è dunque una versione personale della realtà oggettiva, un suo adattamento, con addizioni e sottrazioni che la rendono sopportabile.

Ovviamente, questo meccanismo di alterazione compassionevole della realtà è esso stesso rimosso dalla coscienza, cioè è negato per non svelare e non rendere in tal modo inefficace la sua funzione, ovvero per non scatenare le sofferenze e le paure da cui quella manipolazione ci protegge. Questo spiega, ad esempio, la forte resistenza dei credenti nelle varie religioni, a qualunque tentativo di dimostrare che le loro credenze sono infondate, Lo stesso vale per molte convinzioni e opinioni non religiose.

Come i filosofi esistenzialisti ci hanno insegnato, la realtà oggettiva è in molti aspetti assurda, miserabile e spaventosa. Sta a noi scegliere di affrontarla con coraggio e accettarla (se non è migliorabile) oppure alterarne la percezione e la descrizione togliendovi qualcosa di reale o aggiungendovi qualcosa di irreale, per renderla sopportabile alla nostra psiche.





Vedi anche Paure paradossali degli esseri umani - La paura di ragionare.

Appartenenze e identità sociali

Il complemento grammaticale del verbo “appartenere” che risponde alla domanda "a che cosa?" è un “insieme”, il quale può essere un sistema o una classe. In altre parole le cose, le persone, gli oggetti, le idee, gli eventi ecc. (che chiamo collettivamente “enti”), appartengono a determinati insiemi, cioè a determinati sistemi e/o classi.

Un “sistema” è un insieme concreto (vivente o non vivente) organizzato, cioè costituito da parti (o sottosistemi) che interagiscono al fine di soddisfare i propri bisogni e/o di realizzare le funzioni del sistema stesso. Un sistema può essere meccanico, informatico, biologico, mentale, sociale, ecc. Può essere generato (formato, costruito) casualmente, a seguito di una evoluzione biologica, o “intenzionalmente” da un essere intelligente (come l’homo sapiens o un primate).

Una classe è un insieme cognitivo (cioè un’astrazione) caratterizzato da certe proprietà (ovvero caratteristiche), tali che tutti i membri (ovvero gli oggetti o gli enti) appartenenti a quella certa classe possiedono gli attributi caratteristici della classe stessa.

Non esiste alcunché che non appartenga a uno o più sistemi e/o classi, e la conoscenza umana consiste nello stabilire a quali “cose” (cioè a quali insiemi) gli enti riconoscibili appartengano, in termini di sistemi e/o di classi, e quali siano le proprietà dei sistemi e della classi di appartenenza.

Lo sviluppo della mente di un essere umano consiste nella formazione e accumulazione di classi e di modelli di sistemi nella memoria individuale, in modo da consentire all'individuo il riconoscimento di enti in quanto membri di classi e/o parti di sistemi caratterizzati da certe proprietà e da certe funzioni.

Per “classificazione” intendo l’associazione di un ente con una o più classi. In altre parole, classificare significa affermare che un certo ente è membro di certe classi.

Per “sistematizzazione” intendo l’individuazione di un ente come parte di uno o più sistemi.

Un’appartenenza implica delle aspettative, nel senso che se io penso che un ente X appartenga ad una classe Y o a un sistema Z, mi aspetto che X abbia le caratteristiche tipiche della classe Y o che si comporti (cioè che agisca e reagisca) come parte del sistema Z.

Il riconoscimento di un ente particolare deve quindi essere preceduta dalla definizione delle classi e/o dei sistemi a cui si ritiene che essa appartenga. Tuttavia la formazione delle classi e dei modelli di sistemi avviene attraverso le  esperienze di enti non ancora classificati e non ancora sistematizzati.

Un essere umano classifica e sistematizza se stesso e gli altri, nel senso che stabilisce in modo più o meno temporaneo o persistente, a quali classi e a quali sistemi egli stesso, e gli altri, appartengano.

L’identità sociale, o immagine sociale, di un essere umano consiste nella enumerazione delle classi e dei sistemi (biologici e sociali) predefiniti a cui si ritiene che esso appartenga.

Per un essere umano una classe/sistema è, ad esempio, una comunità culturale o subculturale, un gruppo, un partito politico, una categoria professionale, un movimento intellettuale, un tipo psicologico, un tipo etinico, un tipo fisico ecc.

Le appartenenze di un essere umano sono spesso problematiche in quanto costrittive, nel senso che un’appartenenza comporta una certa persistenza di attributi e di funzioni, che non possono essere cambiati liberamente, pena la perdità di identità sociale, e l’impossibilità di classificare, ovvero di qualificare una persona, e se stessi.

Il mistero, il sacro e la dottrina nelle religioni

Mistero significa non conoscenza, mentre le religioni hanno la presunzione di sapere perfettamente come stanno le cose laddove la scienza non arriva, anzi, spesso in contrasto con essa, e lo insegnano a bambini che non hanno capacità critica e forse non l'acquisiranno mai proprio a causa dell'insegnamento religioso e delle paure ad esso connesse. Infatti le religioni prosperano sul mistero (cioè sull'ignoranza) e temono la conoscenza e il progresso scientifico.

Il sacro significa sottomissione assoluta ad un ente esterno dotato di superpoteri, cosa che le religioni cercano di inculcare e spesso ci riescono. Il risultato è una deresponsabilizzazione morale dell'individuo che non deve cercare di definire il bene e male, ma prende per buono quello stabilito e rivelato dall'Ente stesso.

Le religioni sono una invenzione dell'uomo, infatti gli animali non le hanno. Se l'ente esterno dotato di superpoteri esistesse veramente, ce lo farebbe sapere senza misteri né indovinelli, e senza ricorrere ad intermediari.

La mia visione del mondo è che siamo parte del tutto e a nostra volta siamo costituiti da tante parti e ogni cosa è interdipendente e in relazione sistemica con tutto il resto, secondo le leggi della natura, di cui sappiamo poco, ma con quel poco dobbiamo fare i conti.

Le religioni riempiono le aree non coperte dalla scienza con le idee più disparate, e si offendono se qualcuno non le rispetta.

Le religioni sono un fenomeno psichico e sociale complesso importantissimo per i suoi possibili effetti politici, sociali e comportamentali, e come tale va studiato.

Parlare di religioni richiede cautela più che rispetto, perché le persone sottomesse ad una particolare religione possono offendersi se qualcuno ne contesta la verità o legittimità.

Le religioni cercano di propagarsi, di costituire una comunità e di influenzare in tal modo il comportamento altrui. Per questo vanno sempre viste con sospetto.

Un discorso particolare meritano le religioni personali, o religioni fai-da-te, che sono adattamenti e aggiustamenti di comodo di religioni comunitarie, dove vengono omesse le parti più difficili da osservare e quelle meno credibili. Queste religioni sono le più diffuse nei paesi industrializzati e sono particolarmente insidiose perché, con il loro relativismo etico, pur superando la morale religiosa canonica, ostacolano la diffusione di un'etica razionale.

la mente umana è capace di allucinazioni, illusioni e autoinganni, bias cognitivi ecc. E' provato scientificamente. Per non soffrire l'inconscio è capace di inventare una realtà inesistente, e di crederci, così come di non vedere realtà angoscianti. Il fatto che l'uomo abbia bisogno di un Dio che funzioni in un certo modo (bisogno molto diffuso) non vuol dire che quel Dio esista. Alcuni non possono sopportare l'assurdità dell'esistenza cioè la mancanza di senso, e finiscono per credere in una realtà spirituale confortante ma indimostrabile, altri (come gli esistenzialisti, come me) riescono a sopportare tale mancanza e cercano di dare essi stessi un senso alla loro vita senza ricorrere a religioni o correnti spirituali e senza cercare di fare proseliti.

Al di fuori della scienza si può credere in qualsiasi cosa purché non si affermi che sia vera né la si usi per influenzare gli altri a comportarsi in un certo modo. Come direbbe Wittgenstein, di ciò che non si conosce bisognerebbe tacere. Se la spiritualità resta un desiderio, ok, ma se diventa una dottrina no, no, no.

Per me, come per Spinoza, Dio e il mondo sono la stessa cosa e Dio probabilmente non ha nulla di antropomorfico. Mi piace pensare che Dio non ha creato il mondo, ma è il mondo stesso, fatto di spazio, tempo, massa, energia e informazione, tra loro interdipendenti. Che Dio non ha creato l'uomo, ma ogni uomo è una parte di Dio, una sua manifestazione. Quindi per me non ha senso parlare di rapporto tra l'uomo e Dio come se fossero due cose separate. Questa è la mia religione, ma si tratta di un'ipotesi indimostrabile. Il miglior compromesso tra la realtà e il mio desiderio.

Può una mente conoscere se stessa?

Come ogni altro organo di qualsiasi essere vivente, la mente umana, e in particolare la parte cosciente di essa (l'io cosciente) è emersa per caso durante l'evoluzione della nostra specie, ed è rimasta nel nostro corredo genetico perché ha costituito un vantaggio adattivo rispetto agli individui sprovvisti di essa, ovvero ha facilitato la sopravvivenza dei suoi portatori. La sua funzione è stata quella di imparare a conoscere l'ambiente e il proprio corpo nel senso di prevederne le reazioni rispetto a certi stimoli e situazioni, e di utilizzare il linguaggio simbolico per cooperare con altri individui e per pensare, ovvero comunicare con l'Altro interiorizzato.

E' solo da pochi secoli che la mente del Sapiens ha cominciato a interrogarsi su se stessa, e in realtà sono ancora molto pochi coloro che lo fanno, anche tra le persone più istruite. Come spiegare questo generale disinteresse per qualcosa che ci riguarda direttamente e profondamente?

Io credo che il motivo sia nella natura delle cose, ovvero nel fatto che la mente è emersa come un soggetto che impara a conoscere oggetti ad essa esterni per controllarli meglio e, quando è emersa, non c'era alcun bisogno di una sua auto-conoscenza o auto-coscienza, né di un suo auto-controllo. Il Sapiens primitivo era mosso da bisogni molto semplici, e usava la sua mente come strumento per soddisfarli, non certo per interrogarsi sui suoi bisogni o la sua mente.

Con lo sviluppo delle civiltà, le cose si sono complicate perché le culture umane hanno sempre più indotto negli individui bisogni secondari o artificiali, ovvero non definiti nel loro DNA, più o meno funzionali rispetto alle esigenze della specie, del gruppo e dell'individuo. La massima "Conosci te stesso", scritta in un tempio dedicato ad Apollo circa tremila anni fa, è uno dei primi segni dell'interesse dell'uomo per conoscere la propria mente, ma questa massima è ancora diffusamente disattesa.

Infatti, conoscere se stessi, o la propria mente (che è la stessa cosa) è facile a dirsi quanto difficile a farsi. Perché noi usiamo la mente (soggetto) per conoscere qualcosa (oggetto), e non è "naturale" che essa sia al tempo stesso soggetto e oggetto. Intendo dire che per conoscere una mente ci vorrebbe una mente ad essa esterna, per lo stesso motivo per cui uno non può vedere se stesso, a meno che non utilizzi uno specchio.

Si tratta dunque di mettere uno specchio davanti alla propria mente. Questo però non risolve la questione perché una mente che si osserva allo specchio non può che approvare se stessa, ovvero non ha capacità auto-critica. Il motivo è questo: se la mente conoscesse i suoi errori, li correggerebbe immediatamente, dato che la mente non servirebbe a niente, anzi, sarebbe controproducente, se conoscesse in modo non corrispondente alla realtà le cose che conosce, ovvero, non soddisferebbe la sua ragion d'essere. Pertanto, se una mente funziona male, l'eventuale conoscenza di se stessa è più o meno falsa. Infatti ogni mente considera "normalmente" se stessa esente da errori, almeno per quanto riguarda il giudizio etico.

Soltanto una mente che accetti l'idea che la propria visione del mondo possa essere falsa, ovvero che essa stessa funzioni male, ovvero in modo insoddisfacente rispetto ai bisogni della persona che la ospita, potrà sperare di conoscere se stessa.

In effetti, il numero di coloro che dubitano che la propria mente sia sana cresce continuamente. Si tratta di coloro che cercano un aiuto filosofico, psicologico, psicoterapeutico o psichiatrico per superare certe difficoltà o disturbi.

Ma l'auto-critica non basta per conoscersi. Infatti l'uomo sa ben poco della mente e anche a livello accademico esistono tante diverse teorie, più o meno contrastanti e riduttive, su come la mente sia fatta e come funzioni.

Ci sono aspetti della mente che possono essere indagati scientificamente, altri che sfuggono a qualsiasi ricerca scientifica, come la natura della coscienza, dei sentimenti (specialmente il piacere e il dolore) e del libero arbitrio e su queste cose ognuno si fa una sua idea sulla base delle proprie esperienze.

In conclusione, una mente può cercare di conoscere se stessa, ma non potrà mai essere certa che la tale conoscenza corrisponda alla realtà.

Il problema (e la paura) della responsabilità

Il concetto di responsabilità è uno dei più problematici per l'umanità. Su di esso si basano l'etica, la politica e le dinamiche interpersonali. Essere responsabili di una situazione significa, infatti, avere avuto o avere ancora il potere e la libera volontà di determinarla nel bene o nel male.

L'Uomo tende ad assegnare ad una o più persone la responsabilità di qualunque cosa accada al mondo ad eccezione dei fenomeni puramente naturali. Molti pensano, infatti, che tutto ciò che accade avvenga per volontà di qualcuno, cioè di un essere umano o gruppo di esseri umani, oppure di Dio o altra entità spirituale.

E' difficile, per molti, ammettere che quasi tutto ciò che avviene nel mondo non è determinato dalla libera volontà umana né da quella divina. Infatti la volontà umana è in gran parte non libera ma deterministica, e quella divina è questione di fede e non è dimostrabile razionalmente. Ne consegue che quasi tutti cercano di dimostrare di non essere responsabili dei mali della società e di avere molti più meriti che demeriti.

Essere considerati responsabili di un male verso una o più persone è pericoloso e spaventoso, perché a ciò è associata l'idea di meritare perciò una punizione da parte del danneggiato o del resto della società, che, nei casi più gravi, potrebbe consistere nell'emarginazione sociale, violenze, pene detentive o perfino nella morte.

Siccome i mali della società sono sotto gli occhi di tutti, è importante avere un alibi per dimostrare di non esserne responsabili o corresponsabili. E allora, specialmente se si pensa che nulla avvenga per colpa di nessuno, è giocoforza che se noi non siamo responsabili del male, qualcun altro debba esserlo. Da qui la tendenza a cercare, non in noi stessi ma negli altri, i responsabili dei mali della società, cioè delle nostre sofferenze e di quelle altrui.

A tale scopo ci sono tantissime tesi, idee, congetture, teorie, e ideologie (politiche, economiche, storiche, religiose, spirituali, scientifiche ecc.) da cui si evince che certe persone non siano responsabili dei mali che affliggono la società, mentre lo siano altre persone. Tali supposizioni, deresponsabilizzanti per i loro proponenti e seguaci, sono sempre state popolari perché rispondono al bisogno di ogni essere umano di avere un alibi rispetto ai mali della società.

Da un punto di vista psicologico, il nostro bias cognitivo ci presenta una visione del mondo parziale e distorta in modo da essere deresponsabilizzanti per noi.

Da un punto di vista psicoanalitico, possiamo supporre che ognuno di noi tenda a rimuovere nell'inconscio ogni "prova" che potrebbe indebolire il nostro alibi rispetto ai mali della società.

La mia opinione è che ogni essere umano libero e capace di intendere e di volere sia, in proporzione alle sue capacità e possibilità, corresponsabile dei mali della società, a meno che non possa dimostrare di battersi efficacemente contro di essi (questo vale anche per la mia persona).

Infatti io credo che la responsabilità morale di un individuo non consiste solo nell'astenersi dal fare cose nocive come rubare, uccidere, mentire, ma include anche l'obbligo di impegnarsi attivamente, produttivamente, per il bene comune e il miglioramento della società.

Secondo me, per migliorare la società è indispensabile che i veri responsabili dei suoi mali ammettano la loro responsabilità o corresponsabilità e cerchino di migliorare il proprio comportamento, oppure che un'adeguato numero di persone combattano efficacemente per costringere i responsabili dei mali a correggersi.

Mi aspetto che gli argomenti che ho esposto in questo articolo siano sgraditi alla maggior parte della gente perché tendono a responsabilizzare ogni essere umano rispetto ai mali della società e a demistificare ogni tesi deresponsabilizzante.

Per questo mi aspetto una secca opposizione difensiva e controffensiva ai miei argomenti da parte dei più, consistente soprattutto in accuse, verso la mia persona, di arroganza, presunzione, ingenuità, ignoranza e mancanza di credenziali accademiche, anziché una pacifica discussione sulla fondatezza o infondatezza razionale delle idee che ho esposto.


Vedi anche Il peccato originale laico e la sua rimozione.

Filosofia vs. psicologia

Il fatto che filosofia e psicologia siano discipline distinte è, secondo me, una disgrazia. Tranne rarissimi casi (rappresentati ad esempio da William James e Luigi Anepeta), gli psicologi usano poco la filosofia e ancor meno i filosofi usano la psicologia. Il buon senso vuole che filosofia e psicologia abbiano lo stesso fine, cioè quello di migliorare le condizioni degli individui e della società. Se così non fosse dovrei pensare che il loro scopo è quello di manipolare la gente a fini politici, commerciali, religiosi o di discriminazione sociale, cosa che comunque avviene in molti casi.

Ma supponiamo che il fine sia solo il primo che ho detto. Ebbene, perché, malgrado l'obiettivo comune queste discipline si ignorano praticamente a vicenda? Secondo me, perché più forte della ricerca della verità, è la ricerca della supremazia da parte di intellettuali, accademici e professionisti, e per il timore che una delle due discipline possa rompere le uova nel paniere dell'altra, perché dicono cose diverse, usano linguaggi diversi, ed ognuna ha la presunzione di essere sufficiente allo scopo prefissato.

Si potrebbe fare filosofia della psicologia o psicologia della filosofia, ma filosofi e psicologi se ne guardano bene, per una sorta di rispetto reciproco come tra religioni diverse che si tollerano a vicenda evitando ciascuna di invadere il campo altrui. Insomma, per un tacito accordo di non disturbarsi reciprocamente. Invece io credo che i filosofi farebbero bene a criticare il sapere e il comportamento degli psicologi usando gli strumenti della filosofia, come gli psicologi farebbero bene a criticare il sapere e il comportamento dei filosofi usando gli strumenti della psicologia. Farebbero ancora meglio tutti quanti a smettere di chiamarsi filosofi o psicologi, e a farsi chiamere "umanologi" (o "panantropologi", termine coniato da Luigi Anepeta) e ad usare senza distinzioni tutte le discipline umane e sociali, e cioè, oltre alla filosofia e alla psicologia, anche la sociologia, l'antropologia, la neurobiologia, la psichiatria, la storia, la genetica, ecc.

Sia la filosofia che la psicologia non sono generalmente prese in considerazione dalle masse né da molte persone di elevata istruzione. Esse vengono infatti più insegnate che praticate. La filosofia viene da molti vista come una perdita di tempo, una fabbrica di aria fritta, mentre la psicologia viene da molti considerata roba per persone con disturbi mentali.

Il motivo per cui la filosofia è poco rispettata è dovuto secondo me alla sua cattiva reputazione di inconcludenza da una parte, e, dall'altra, per essere considerata (giustamente o ingiustamente) causa di ideologie catastrofiche, come il nazismo e il comunismo. Inoltre le religioni hanno sempre avuto la meglio sulle filosofie per motivi che la psicologia e la stessa filosofia potrebbero spiegare.

In quanto alla psicologia, il motivo per cui essa non è rispettata né dalle masse né dalla maggior parte degli intellettuali è, secondo, me legato a diversi fattori tra i quali due mi sembrano particolarmente significativi.

Il primo è che si tratta di una disciplina ancora giovane (molto più della filosofia), incompleta, riduzionista, disorganica, caotica, controversa, settaria e spesso velleitaria. Qualità che, troviamo anche in molte filosofie.

Il secondo è che essa è potenzialmente pericolosa a tutti i livelli. Infatti la psicologia, occupandosi principalmente dei meccanismi (consci e inconsci) che determinano il comportamento umano individuale e sociale, ha, in teoria, la capacità di demistificare, e in tal modo minare, le basi delle visioni del mondo individuali, delle culture, tradizioni, religioni, e del consenso politico. Alla luce della psicologia, le persone potrebbero infatti sottrarsi ad un conformismo inconsapevole e cambiare mentalità e comportamento in modo incontrollato, e non c'è nulla che faccia più paura, a livello inconscio, di un cambiamento imprevedibile a livello individuale o sociale.

Per concludere, auspico la formazione di un'unica disciplina organica (che si potrebbe chiamare umanologia o panantropologia), che organizzi in modo eclettico e integrato tutti i saperi accumulati dalle diverse discipline umane e sociali. In tal modo la cultura umanistica potrebbe ottenere il rispetto di cui oggi non gode a causa della sua frammentazione e disorganicità, ed essere più praticata che insegnata.

Filosofia dei bisogni

Ogni comportamento umano è il risultato di una strategia più o meno consapevole, per la soddisfazione di un complesso di bisogni ricorrenti più o meno consci o inconsci, repressi o espressi, più o meno frustrati, sani, morbosi, autoprodotti o indotti dall'esterno.

Senza il concetto di bisogno (in senso esteso) i comportamenti umani sono incomprensibili e inspiegabili e, in quanto tali, difficilmente modificabili.

Nei "bisogni" occorre includere anche gli "antibisogni", cioè le paure e le repulsioni, ovvero i bisogni di evitare qualcosa.

Tutto parte dal bisogno dei geni di ogni specie, compresa quella umana, di riprodursi. Da quel bisogno primordiale si sviluppano tutti gli altri, come tattiche o strategie per soddisfare i bisogni di ordine superiore.

In ogni specie vivente, il corpo con i suoi organi non è che un mezzo per permettere ai geni di quella specie di riprodursi. Lo sono anche il cervello umano e la psiche, che permettono la riproduzione dei geni attraverso un complesso di bisogni intermedi, a vari livelli funzionali, che si sono formati nel corso della filogenesi della specie e si sviluppano nell'ontogenesi di ciascun individuo.

In altre parole, ogni bisogno è derivato da un bisogno di ordine superiore rispetto al quale è strumentale. Vale a dire che nessun bisogno è fine a stesso, ma ciascuno è il mezzo per soddisfarne un altro precedente. Per esempio, il bisogno di mangiare "serve" a soddisfare il bisogno di nutrimento delle cellule del corpo, mentre il bisogno di denaro serve a soddisfare il bisogno di mangiare e altri bisogni. Altro esempio: il bisogno di avere un rapporto sessuale serve al bisogno di riproduzione dei geni e ad altri bisogni, come quello di riconoscimento, appartenenza o prestigio sociale, che, a loro volta, servono altri bisogni.

Col termine bisogno in senso esteso intendo qualsiasi motivazione, aspirazione, passione, volontà, intenzione, preferenza, desiderio, inclinazione, tensione, paura, repulsione, bisogno, sia conscio che inconscio, costruttivo o distruttivo, innato o acquisito, autoprodotto o indotto dall'esterno.

La maggior parte degli esseri umani non hanno una sufficiente consapevolezza di quali siano i propri reali bisogni, hanno idee sbagliate o riduttive su di essi, hanno bisogni repressi e altri morbosi.

Per bisogni morbosi intendo bisogni non autoprodotti, ma indotti dalla naturale predisposizione umana a farsi plasmare da genitori, educatori ed ambiente sociale (in modo difficilmente reversibile), dalla inclinazione al conformismo, dalla fisiologica resistenza al cambiamento e da una cultura di massa che ci manipola a vantaggio dei poteri economici, politici e religiosi nel senso che tende a ridurre l'uomo al ruolo di consumatore, investitore, lavoratore, servitore, elettore, patriota, militante, credente ecc., secondo schemi comportamentali e motivazionali predefiniti, anziché favorire il libero sviluppo delle potenzialità e differenze individuali e l'autodeterminazione a livello individuale e sociale.

Un bisogno può essere morboso sia in senso qualitativo che quantitativo. Nel primo caso si tratta del bisogno di qualcosa di cui non abbiamo veramente bisogno; nel secondo, si tratta di un bisogno di qualcosa in misura esagerata per eccesso o difetto rispetto alla quantità di cui abbiamo veramente bisogno.

La soddisfazione di un bisogno morboso, nel medio o lungo termine, si dimostra più utile che dannosa per il benessere dell'individuo.

Distinguere i bisogni sani da quelli morbosi dovrebbe essere uno dei principali interessi di ogni essere umano, per favorie la soddisfazione dei primi e la neutralizzazione dei secondi, specialmente nella negoziazione dei rapporti umani.

Per riassumere:

  • Ogni attività di un essere vivente (compreso l'Uomo) è finalizzata alla soddisfazione di un sistema di bisogni presenti in esso

  • Nessun bisogno è fine a se stesso, ma ogni bisogno è funzionale alla soddisfazione di un altro bisogno;

  • Il bisogno primario (da cui sono derivati tutti gli altri) in ogni essere vivente è quello della riproduzione dei suoi geni

  • Un bisogno può essere più o meno sano o morboso per il benessere dell'individuo a medio e lungo termine;

  • Distinguere i bisogni sani da quelli morbosi è essenziale per favorire la soddisfazione dei primi e la neutralizzazione dei secondi


Comunità evolutive

In questo articolo immagino la costituzione di comunità orientate al miglioramento della società.

Introduzione

La comunità evolutiva (CE) è un’associazione informale costituita da un piccolo numero di persone (minimo 2, massimo 25-50) il cui scopo è quello di raccogliere, condividere, concepire e sperimentare idee efficaci per far evolvere l’umanità verso forme di convivenza, interazione e collaborazione il più possibile rispettose dei bisogni e dei diritti di ogni essere umano.

La comunità evolutiva è un ambiente in cui ogni membro può soddisfare i due bisogni umani fondamentali: quello di appartenenza e quello di individuazione. Si soddisfa il bisogno di appartenenza in quanto si può interagire e collaborare in modo efficace e intenso; si soddisfa il bisogno di individuazione in quanto si ha la possibilità di esprimere, all’interno della comunità, la propria originalità e creatività senza timore di suscitare ostilità o critiche conformistiche.

Organizzazione della CE

La CE non ha una struttura direttiva formale. Ad ogni riunione viene eletto a maggioranza un moderatore che la conduce e, se utile, ne fa un resoconto.

Eventuali incarichi sono assegnati dalla maggioranza dei membri per una durata di tempo variabile.

All’occorrenza, la CE può chiedere ai membri il pagamento di una quota di iscrizione e/o la partecipazione alle spese comuni. In tal caso è necessaria la nomina di un amministratore della cassa.

Attività interne ed esterne

I membri della CE interagiscono mediante discussioni, interazioni e simulazioni, allo scopo di valutare e ottimizzare idee e proposte avanzate da ciascuno (ogni membro può proporre temi su cui riflettere collettivamente).

Dato lo scopo della CE, le idee trattate riguardano soprattutto le scienze e discipline umane e sociali, e in particolare psicologia, sociologia, psicologia sociale, filosofia, etica, politica, antropologia, comunicazioni di massa, internet, storia, economia, letteratura ecc..

Le attività della CE non sono segrete né confidenziali. Ogni membro è libero di farle conoscere all’esterno a chiunque e come meglio crede, anche al fine di incentivare ulteriori richieste di partecipazione.

Eventuali attività e contatti tra una CE e personalità o istituzioni esterne sono lasciate alla libera iniziativa dei membri.

Crescita e moltiplicazione delle CE

Non ci sono requisiti formali per poter entrare a far parte di una CE, se non la condivisione dei suoi obiettivi.

L’accettazione di nuovi membri è soggetta all’approvazione della maggioranza dei membri attivi, i quali possono anche espellere quei membri il cui comportamento non è ritenuto coerente o compatibile con gli obiettivi della CE.

Quando i membri di una CE raggiungono un numero consistente (circa 25-50) essa si scinde in due o più CE.

Luoghi d’incontro e mezzi di comunicazione

La CE si riunisce periodicamente e/o estemporaneamente in luoghi fisici come abitazioni private, locali pubblici, luoghi aperti, oppure ambienti virtuali come Skype (in cui si possono fare conversazioni con un massimo di 25 persone), social network, forum o altre piattaforme di comunicazione via Internet.

Le comunicazioni tra i membri avvengono soprattutto a voce, di persona, via telefono o piattaforme vocali internet (con o senza webcam) e, se utile, anche per iscritto via email o altri mezzi telematici.

La CE utilizza, se possibile, un sito web per condividere il materiale raccolto e prodotto, sia all’interno che all’esterno della comunità stessa, offrendolo sia al il pubblico che ad altre CE, e pubblicizzare la CE nei mass media.

Collegamenti e federazione tra CE

Le comunità evolutive possono registrarsi in un sito web in cui sono elencati i recapiti e gli indirizzi dei rispettivi siti web.

E’ auspicabile la formazione di una federazione che favorisca la condivisione delle risorse e coordini le attività di tutte le CE a livello nazionale e comunale, nella prospettiva che esse possano, in prospettiva futura, avere un peso politico e influenzare le scelte parlamentari e governative.

Temi di particolare interesse per le CE

Le CE si interessano soprattutto di problematiche riguardanti l’interazione tra esseri umani a livello individuale e di gruppo, come, ad esempio, le difficoltà di comunicazione e di reciproca accettazione, il conformismo, le differenze umane, l’intolleranza per le diversità, l’educazione dei bambini e dei giovani, la manipolazione delle masse attraverso i mass media, la solitudine, l'egoismo, la scarsità di senso civico, l’etica, la libertà di espressione e di azione, le religioni, l'economia, la globalizzazione economica, l’ecologia, il divario tra ricchi e poveri, l’assistenza alle persone svantaggiate, la solidarietà ecc. [da completare].

La gelosia spiegata con l'interazionismo

Secondo l'Enciclopedia della psicologia di U. Galimberti, la gelosia è "lo stato emotivo determinato dal timore, fondato o infondato, di perdere la persona amata nel momento in cui questa rivela affezione verso un'altra persona".

Usando un approccio interazionista, per spiegare la gelosia dobbiamo mettere al primo posto il bisogno primario di interazione sociale (comune ad ogni essere umano) e le varie strategie inconsce che esso può adottare per soddisfare tale bisogno e, una volta soddisfatto, evitare che le interazioni abituali vengano in futuro a mancare.

Non possiamo quindi fare a meno di considerare che le interazioni umane avvengono in un regime di concorrenza e relativa carenza di "risorse" nel senso che non tutte le persone sono disposte ad interagire con chi lo vorrebbe, senza contare che una persona può interagire solo con un numero limitato di persone per ovvi motivi pratici.

Si presuppone inoltre che, chi può, sceglie, sia pure inconsciamente, le persone con cui interagire in funzione del massimo vantaggio (in termini materiali o spirituali) che prevede possa ottenere dall'interazione stessa.

Da ciò consegue che, per un soggetto, il rischio (reale o percepito) di perdita della possibilità di interazione con la persona amata è inversamente proporzionale al proprio grado di competitività sessuale o sociale (reale o percepito), e quindi anche alla propria autostima, e direttamente proporzionale all'attrattività della persona amata, che la espone alle attenzioni di potenziali rivali.

Un'altra considerazione da fare riguarda l'esclusività delle interazioni e cioè l'idea che una persona che abbia un certo tipo di interazioni con qualcuno non abbia diritto di avere lo stesso tipo d'interazione anche con altri.

Parlando di relazioni coniugali o amorose questo è generalmente il caso nella maggior parte delle culture, ma non possiamo escludere che l'esigenza di esclusività abbia anche origini genetiche, come suggerito dal comportamento di molti animali in cui i maschi non tollerano che le loro femmine siano oggetto di attenzione da parte di altri maschi e sono pronti a rischiare la vita per respingerli aggredendoli.

Volendo trascurare le origini genetiche, potremmo supporre che se la cultura di riferimento di un individuo ammettesse la promiscuità sessuale o la poligamia, forse la gelosia non esisterebbe o sarebbe molto meno sentita, anche perché sarebbero possibili situazioni in cui l'individuo non perderebbe del tutto la possibilità di interagire con la persona amata dividendo parzialmente con un'altra persona il tempo di interazione della prima.

Un altro elemento da considerare è l'economia delle interazioni di un soggetto, cioè con quante altre persone esso interagisce e in che modo, cioè la qualità delle sue interazioni.

Ci sono persone che, per motivi che non voglio qui analizzare, hanno molte interazioni con tante persone diverse, tali da soddisfare globalmente a sufficienza i propri bisogni di interazione, mentre altre tendono a concentrare le loro interazioni su poche persone, arrivando al caso limite di avere una sola persona con cui interagisce in modo soddisfacente.

E' evidente che la gelosia sarà tanto più forte quanto più il tempo di interazione sarà concentrato solo sulla persona amata.

Riepilogando, i fattori principali alla base della gelosia sono:

  • il bisogno primario di continuare ad interagire con la persona amata

  • un timore eccessivo che l'interazione possa cessare per:

    • la presenza di concorrenti temibili

    • una scarsa competitività del soggetto (reale o percepita)

    • l'attrattività della persona amata

    • il principio morale interiorizzato dell'esclusività delle relazioni erotiche o coniugali, che impedisce la condivisione con altre persone del tempo di interazione


  • la concentrazione del tempo di interazione "buona" del soggetto solo sulla persona amata, che la rende in tal modo insostituibile, e tragica la sua eventuale perdita

Se è vero, come credo, che una certa dose di gelosia sia sana, vediamo come si può affrontare il caso di una persona affetta da gelosia eccessiva o morbosa, per ridurre tale sentimento a proporzioni accettabili.

La soluzione potrebbe essere quella di convincere il soggetto a sottoporsi ad una psicoterapia in cui verranno analizzati e discussi i fattori sopraelencati che agiscono nella sua particolare gelosia, eventualmente con tecniche di desensibilizzazione facendo uso di scenari ipotetici, costruiti in collaborazione tra paziente e terapeuta, in cui si immagina che la persona amata interagisca in vari modi con altre persone.

In tale terapia verrà soprattutto esaminato il grado di autostima del soggetto e si cercherà di determinare se la sua autovalutazione sia fondata o infondata, tenendo conto del fatto che una valutazione infondata potrebbe essere stata causata da errori educativi o traumi subiti in giovane età, per cui un approccio misto, cognitivista e psicodinamico potrebbe essere appropriato.

Lo stesso metodo si applicherà a tutti gli altri fattori sopra elencati, finché il paziente avrà acquisito consapevolezza dei fenomeni in gioco e la capacità di valutarli realisticamente e con il dovuto distacco.

Il gioco delle domande

Si tratta di un gioco di società a cui possono partecipare da due a 10-15 persone. Esso prevede che, a turno, un partecipante ponga una qualsiasi domanda ad uno o più altri partecipanti a sua scelta, oppure a tutto il gruppo. Se la domanda è rivolta ad uno o più partecipanti particolari, ciascuno di essi può rispondere se lo desidera, oppure rifiutarsi di farlo. Se la domanda è rivolta a tutto il gruppo, tutti quelli che lo desiderano possono rispondere, a turno.

Le domande possono riguardare fatti, idee, opinioni e sentimenti personali, oppure argomenti di interesse generale. Per esempio, un partecipante può chiedere consigli relativamente a suoi problemi o progetti, oppure chiedere le opinioni altrui su un determinato argomento o fare domande sui fatti personali di un partecipante particolare.

Non è ammesso dire cose che non siano né domande né risposte.

E' vietato dare giudizi di valore sulle persone o dibattere sulla validità dei punti di vista propri e altrui. Si possono esprimere opinioni soltanto su richiesta.

Le domande dovrebbero essere "aperte", cioè non richiedere una risposta chiusa (come ad esempio un sì o un no, oppure la scelta tra opzioni predefinite oppure un numero), ma l'espressione di un pensiero completamente libero.

Le risposte non dovrebbero durare più di due-tre minuti.

All'inizio del gioco viene nominato un moderatore il cui ruolo principale è quello di invitare, a turno, i partecipanti a fare domande e a rispondere. Esso deve inoltre intervenire per censurare il mancato rispetto delle regole o comportamenti non pertinenti o disturbanti da parte di qualcuno. Il moderatore deve anche evitare che qualcuno monopolizzi il gioco, e fare in modo che tutti i partecipanti abbiano la possibilità di porre domande e di rispondere a domande altrui, compatibilmente col tempo a disposizione. Infine, deve incoraggiare le persone più timide o taciturne a partecipare attivamente al gioco.

Variante 1: domande a tema libero

In questa variante le domande possono essere relative a qualunque tema a scelta dell'interrogante. Il tema può essere diverso per ogni domanda ed è consentito fare più domande sullo stesso tema .

Variante 2: domande a tema predefinito

In questa variante, all'inizio del gioco, i partecipanti scelgono a maggioranza un tema di comune interesse e in seguito sono ammesse solo domande pertinenti con tale tema. In qualunque momento la maggioranza dei partecipanti potrà decidere di cambiare tema.

Scopo del gioco

Questo gioco serve ad educare e allenare le persone a comunicare in modo più significativo, creativo, libero, profondo, originale, coraggioso e al di fuori di schemi precostituiti.

Serve anche ad educare le persone ad interessarsi dei pensieri altrui, ad evitare dibattiti inconcludenti e a dire solo cose che interessano sicuramente l'interlocutore, Infatti,

  • fare una domanda a qualcuno è una dimostrazione di rispetto e interesse verso l'interrogato

  • l'interrogato ha la possibilità di esprimere informazioni, idee o opinioni sapendo che esse interessano l'interlocutore, e che difficilmente direbbe a qualcuno senza essere sollecitato a farlo

  • l'interrogato non ha bisogno di difendersi da critiche o obiezioni dato che queste non sono ammesse

  • l'interrogante ottiene solo informazioni di suo interesse

A seconda della personalità, delle motivazioni e dell’umore dei partecipanti, il gioco può avere effetti ludici, informativi, istruttivi, socializzanti, psicoterapeutici ecc. In ogni caso esso permette ai partecipanti di allenarsi a socializzare, a mettere in discussione qualsiasi cosa (a cominciare da se stessi), ad aprirsi agli altri e a prendere in considerazione le idee, i punti di vista e i sentimenti altrui.

Importanza delle domande

Fare una domanda aperta e non retorica presuppone che non si conosca già la risposta e che si è aperti ad apprendere qualcosa di nuovo. Non fare mai domande significa credere di sapere già tutto ciò che è importante sapere.

Ma non fare domande può anche essere la scelta prudente di chi preferisce non comunicare in modo profondo per non mettere a nudo le proprie carenze intellettuali, morali e sentimentali, e per evitare che l’altro scopra che non siamo così sani e normali come cerchiamo di apparire.

Nel mondo circolano troppe risposte preconfezionate a domande che nessuno fa, e poche genuine domande in cerca di risposta, specialmente per ciò che riguarda i fatti umani.

Viviamo in una società solo apparentemente libera, dove le persone non osano interagire in modo creativo, fuori dagli schemi, né mettere in discussione i luoghi comuni. Si teme di apparire strani, disadattati o ipodotati.

La “normalità” resta un culto al quale si sacrifica la creatività e la libera iniziativa. Si confonde la normalità con la salute mentale e si spendono enormi energie per apparire normali.. Perciò le persone evitano normalmente di fare domande (agli altri e a se stessi) a meno che non ci siano le condizioni esterne per cui ci si aspetta che vengano fatte domande di un certo tipo. Il senso dell’opportunità e il “bon ton” sono tiranni invisibili che vietano di porre domande che possano, a ragione o a torto, essere considerate indiscrete, inappropriate o impertinenti.

Questo gioco, rendendo lecito, anzi, richiesto, porre domande, può aiutare ad aprirsi e a comunicare al di fuori delle gabbie mentali in cui normalmente si abita.

Il bisogno di interazione e l'interdipendenza dei bisogni

(Nota: per "bisogno" 'intendo una motivazione involontaria più o meno cosciente, che può essere innata (bisogno primario) o acquisita (bisogno secondario) nel corso dell'esistenza dell'individuo; per "desiderio" intendo invece una motivazione cosciente prodotta dalla psiche sulla base delle esperienze vissute, che promettte la soddisfazione di uno o più bisogni particolari)

Perché le persone si incontrano, fanno conversazione, cercano la compagnia, insomma, interagiscono in vari modi? Perché ne sentono il bisogno. E perché ne sentono il bisogno? Perché attraverso l'interazione soddisfano altri bisogni. Quali? Possiamo ipotizzare l'esistenza di vari bisogni che vengono soddisfatti interagendo. Per esempio, quello di appartenenza, cioè il bisogno che venga riconosciuta la proptia dignità sociale, l'appartenenza ad una comune comunità dove vige una certa solidarietà. Un altro potrebbe essere quello di realizzare la propria sessualità o giocosità innata. Un altro quello di condividere le proprie convinzioni, idee, scoperte, creazioni, produzioni, innovazioni, diversità, e cercare la loro approvazione e/o il loro elogio. Un altro quello di ottenere il necessario per vivere in termini di beni, servizi e aiuto in caso di bisogno. Un altro quello di indurre gli altri a servirci, ecc.

I bisogni umani tra cui si possono distinguere quelli innati e quelli acquisiti (cioè sviluppati dopo la nascita per effetto di condizionamenti ambientali), sono interdipendenti nel senso che la soddisfazione di un bisogno facilita la soddisfazione di uno o più altri bisogni. Viceversa, certi bisogni non possono essere soddisfatti se non sono soddisfatti uno o più bisogni condizionanti o facilitanti.

Per fare alcuni esempi, noi abbiamo bisogno di respirare perché la respirazione permette di arricchire il sangue di ossigeno, di cui abbiamo bisogno per sviluppare energia muscolare, di cui abbiamo bisogno per muoverci, di cui abbiamo bisogno per procurarci il cibo, di cui abbiamo bisogno per mangiare e nutrirci, di cui abbiamo bisogno per sopravvivere e così via.

Volendo definire una gerarchia dei bisogni, possiamo dire che il bisogno di ordine più "basso", cioè il più remoto nella filogenesi, è quello della stessa riproduzione dei geni della nostra specie. Infatti ogni gene ha un bisogno fondamentale ed essenziale, quello di riprodursi.

Allo scopo di riprodursi, i nostri geni hanno sviluppato una particolare strategia di specie che ha dato luogo alla formazione della particolare specie, "homo sapiens". Questa strategia include il fatto che, attraverso la crescita e l'accoppiamento sessuale, da un invidivuo vengano generati altri individui che veicoleranno i propri geni, che in tal modo si riprodurranno. Affinché sia possibile ad un "homo sapiens" di crescere fino all'eta riproduttiva, di accoppiarsi e di generare altri individui, è necessario che esso sia protetto e accudito fino all'età in cui potrà accoppiarsi. Questo implica non solo che il bambini "hanno bisogno" di essere protetti e accuditi, ma anche che i genitori "hanno bisogno" di proteggere e accudire i loro piccoli.

Tutti sanno che l'uomo è un animale sociale nel senso che non è in grado di sopravvivere da solo, cioè senza l'aiuto o il contributo di altri esseri umani. Questo implica che l'individuo "ha bisogno" degli altri. Più esattamente, l'individuo "ha bisogno" di un atteggiamento cooperativo da parte degli altri, cioè che gli altri siano disposti ad aiutarlo a soddisfare i propri bisogni. In caso contrario l'individuo si aspetta di morire di stenti. Questo determina un'ansia sociale latente inconscia, per lenire la quale abbiamo costantemente bisogno di conferme da parte degli altri, che essi sono disposti ad aiutarci e a cooperare con noi in caso di bisogno. Interagire con gli altri serve soprattutto a questo, a lenire la nostra ansia sociale sistematica, a rassicurarci non una volta per tutte, ma ogni giorno.

I desideri implicano la convinzione inconscia che, raggiungendo l'oggetto del desiderio, si ottenga automaticamente la soddisfazione di uno o più bisogni correlati con l'oggetto stesso. Ci sono una grande quantità di desideri di possesso di beni materiali o di posizioni sociali che implicano la convinzione che, ottenendo quello che si desidera, si otterrà automaticamente una sufficiente disponibilità, da parte degli altri, ad aiutarci, servirci o cooperare con noi per soddisfare i nostri bisogni. Il mondo della pubblicità conosce molto bene e sfrutta questo fenomeno per indurre nel pubblico il desiderio di acquistare certi prodotti o servizi.

Non solo la pubblicità, ma anche la cultura, la religione, la scuola, certi insegnamenti tradizionali, cercano di inculcare nell'individuo desideri nei confronti di certi modi di essere e di certi riconoscimenti da parte di certe autorità. A volte, però, il raggiungimento di quanto desiderato lascia l'individuo insoddisfatto, o addirittura più frustrato di prima, quando c'era almeno l'illusione di una futura soddisfazione. Chiamiamo "alienati" quei desideri che non conducono ad alcuna soddisfazione di bisogni "naturali" o "primari".

Come liberarsi dei desideri alienati? Riflettendo su tutti i nostri desideri, cercando di capire quali sono i bisogni che i vari desideri promettono di soddisfare e se, alla luce di un esame razionale, sia credibile che il raggiungimento degli oggetti del desiderio comporti realmente la soddisfazione di bisogni "sani". Tale riflessione deve infatti anche comprendere l'analisi critica dei propri bisogni, per capire se si tratta di bisogni primari, cioè innati e naturali, oppure bisogni secondari acquisiti sulla base di esperienze, e che potrebbero essere essi stessi più o meno sani o alienati.

Per concludere, dato che i bisogni sono inconsci e i desideri consci, se si scopre di avere dei desideri alienati, occorrerebbe cercare di superarli o correggerli mediante uno sforzo di volontà e un autoconvincimento, se invece si scopre di avere bisogni alienati, per correggerli o eliminarli potrebbe essere necessaria una psicoterapia.

Per un "laboratorio sociale"

(bozza di manifesto per la costituzione di un'associazione culturale informale)

Col termine laboratorio sociale s'intende un gruppo informale di persone accomunate dall'intenzione di concepire, sperimentare e realizzare nuovi modelli di comunità, associazione, aggregazione e interazione sociale più soddisfacenti di quelli tipici della cultura e dei costumi correnti.

Il termine soddisfacente si riferisce ai bisogni umani sani, partendo dall'idea che molti non hanno una chiara consapevolezza di quali siano i propri reali bisogni, hanno bisogni repressi e altri alienati.

Ai fini della definizione del laboratorio sociale, uso per semplicità il termine bisogno per intendere qualsiasi motivazione, aspirazione, passione, desiderio, bisogno, sia conscio che inconscio, innato o acquisito, autoprodotto o indotto dall'esterno.

Per bisogni alienati s'intendono bisogni non autoprodotti, ma indotti dalla naturale predisposizione umana a farsi plasmare da genitori, educatori ed ambiente sociale (in modo difficilmente reversibile), dalla inclinazione al conformismo, dalla fisiologica resistenza al cambiamento e da una cultura di massa che ci manipola a vantaggio dei poteri economici, politici e religiosi nel senso che tende a ridurre l'uomo al ruolo di consumatore, investitore, lavoratore, servitore, elettore, patriota, militante, credente ecc., secondo schemi comportamentali e motivazionali predefiniti, anziché favorire il libero sviluppo delle potenzialità e differenze individuali e l'autodeterminazione a livello individuale e sociale.

Distinguere i bisogni sani da quelli alienati è uno dei principali obiettivi del laboratorio sociale, perché le sue attività sono fondate proprio su tale differenziazione, per favorie la soddisfazione dei primi e respingere i secondi.

Una volta che i partecipanti al laboratorio sociale hanno raggiunto un sufficiente accordo circa l'identificazione dei bisogni umani sani e di quelli alienati, ognuno può proporre e sperimentare con gli altri, modalità di interazione, aggregazione e azione coordinata, che soddisfino, in ognuno dei partecipanti, il bisogno di appartenenza e di interazione sociale, il bisogno di libera individuazione e differenziazione, e l'aspirazione ad influire sull'organizzazione della società a partire dalla pubblica amministrazione locale.

L'obiettivo interno al laboratorio è, oltre a favorire la soddisfazione dei bisogni individuali dei partecipanti come sopra esposto, quello di migliorare la conoscenza di se stessi, degli altri e delle dinamiche di interazione di gruppo.

L'obiettivo esterno al laboratorio è invece quello di contribuire a rendere le cose pubbliche e il loro funzionamento più soddisfacenti rispetto ai bisogni umani sani, realizzando così una democrazia virtuosa ed efficace in alternativa alla democrazia malata che è sotto gli occhi di tutti.

Un principio fondamentale del laboratorio sociale è che qualsiasi teoria sulla natura umana deve trovare riscontro, accettazione ed applicazione nel rapporto reale tra individui reali (almeno due), altrimenti resta un esercizio di erudizione fine a sé stesso e riservato ad una cerchia di intellettuali.

Un altro principio importante è che non esiste una verità assoluta, ma ognuno è portatore di una verità soggettiva, per cui ogni partecipante deve avere la possibilità di far valere il proprio punto di vista al pari di quelli altrui. A tale scopo, ad ognuno è riservato un certo tempo per esprimersi senza essere interrotto o invalidato dagli altri.

Esistono tante buone iniziative di promozione sociale e aggregazione, ognuna caratterizzata da una particolare ideologia, filosofia o interesse particolare. A causa della loro specificità o riduttività, quasi tutte presentano dei limiti nel numero di persone che riescono a coinvolgere in modo permanente. Il laboratorio sociale, a differenza delle altre iniziative, ha l'ambizione di sviluppare modelli associativi di interesse umano generale, che possano attrarre molte persone in modo permanente, cioè non solo finché dura l'effetto novità e curiosità, e che possano diffondersi su vasta scala, ma senza una struttura piramidale da un punto di vista organizzativo e politico. Infatti, quando il numero di partecipanti di un laboratorio supera una certa soglia, è previsto che esso si scinda in due o più laboratori indipendenti, anche se accomunati da idee simili sul progresso umano.

Le attività svolte nel laboratorio sociale comprendono:
  • studio, discussioni, conferenze su temi umanistici (psicologia, sociologia, storia, economia, politica, filosofia, neuroscienze, genetica ecc.) a partire dalla migliore letteratura disponibile nelle discipline umane e sociali, con un approccio eclettico e non ortodosso (ogni partecipante può proporre i suoi autori preferiti o le sue idee originali)

  • workshop di educazione al dialogo e alla dialettica tra idee divergenti, basati sul rispetto reciproco e la metacomunicazione, anche per individuare e neutralizzare le dinamiche nocive o improduttive che possono verificarsi nelle interazioni tra le persone

  • attività conviviali varie (gastronomiche, artistiche, turistiche, sportive ecc.)

  • giochi di società miranti a favorire la comunicazione, il dialogo, l'interazione e la collaborazione tra persone

  • social network e spazi su social media dedicati al laboratorio, per facilitare la conoscenza reciproca e il dialogo tra i partecipanti al laboratorio anche via internet

  • pubblicazione su apposito sito web dei risultati delle ricerche e delle attività di gruppo, per  aumentare l'efficacia e la produttività del gruppo (evitando di reinventare cose su cui si è già lavorato), per favorire la coesione tra i partecipanti e per attrarre nuove adesioni


Teoria della mappa cognitivo-emotiva

Io suppongo che nel nostro cervello ci sia una mappa del piacere e del dolore, delle cognizioni e delle relazioni logiche, che io chiamo "mappa cognitivo-emotiva", che si è sviluppata nel corso della nostra vita per effetto delle interazioni avute con altri umani e con l'ambiente, le quali ci hanno procurato una certa quantità di piacere o dolore.

In questa mappa sono configurati elementi come persone, oggetti, luoghi, ricordi, immagini, idee, concetti, simboli, segnali, nomi, situazioni, opinioni, metodi, attività, principi filosofici, cognizioni, problemi, conflitti, norme, soluzioni, decisioni, obiettivi, strategie ecc.

Ogni elemento presente nella mappa ha una carica emotiva di piacere o dolore; costituisce, cioè, una promessa, anticipazione, aspettativa o minaccia di piacere o di dolore.

Gli elementi della mappa sono interconnessi da relazioni logiche (oltre che fisiche a livello neurale) di causa-effetto, analogia o appartenenza. La struttura della mappa è a forma di rete non gerarchica, come il worldwide web di Internet, in cui ogni elemento è potenzialmente collegato con qualunque altro.

Il piacere e il dolore sono direttamente collegati al grado di soddisfazione dei bisogni del soggetto, nel senso che la soddisfazione di questi è accompagnata da piacere, e l'insoddisfazione da dolore. Così come esistono bisogni primari (cioè innati), secondari o indotti, anche i piaceri e i dolori possono essere distinti in primari, secondari e indotti.

Ognuno vive, si comporta e si orienta consciamente o inconsciamente utilizzando la propria mappa cognitivo-emotiva, cercando di ottenere il massimo piacere e il minimo dolore, il che corrisponde alla massima soddisfazione dei propri bisogni.

L'anticipazione, o aspettativa, del piacere è essa stessa piacevole, così come dolorosa è l'anticipazione o aspettativa del dolore.

Emozioni come l'attrazione e la paura sono direttamente collegate all'anticipazione del piacere e del dolore.

Piacere e dolore sono determinanti nel giudizio estetico. infatti, la bellezza è piacevole in quanto costituisce una promessa o anticipazione di piacere, così come la bruttezza è spiacevole in quando costituisce una promessa o anticipazione di dolore.

Piacere e dolore sono determinanti anche nell'umorismo, che è basato sull'ambiguità della carica emotiva di una certa situazione, che si risolve in un brusco passaggio da una percezione preoccupante, cioè potenzialmente dolorosa, ad una totalmente rassicurante e quindi piacevole, della situazione stessa.

Grazie all'empatia, ognuno è più o meno capace di intuire la mappa cognitivo-emotiva delle persone con cui è in contatto e di comportarsi in modo da rispettare o soddisfare in una certa misura anche i bisogni altrui. Questo è importante ai fini della convivenza, della cooperazione e della solidarietà.

L'evocazione (cioè il pensiero, il ricordo o l'immaginazione) di un elemento di una mappa può procurare un'anticipazione del piacere o dolore ad essa associato. Possiamo in tal caso parlare di emozione, piacere e dolore "evocati". Dato che il piacere e il dolore evocati sono comunque emozioni reali, la psiche tende inconsciamente a rievocare gli elementi piacevoli della mappa e ad evitare, dimenticare o disattendere (cioè non "attenzionare")  quelli dolorosi.

Alcune zone di una mappa cognitivo-emotiva possono essere stabilmente nascoste, cioè "rimosse" dalla coscienza, se hanno una carica emotiva dolorosa oltre un certo limite e/o sono cognitivamente dissonanti, incoerenti, conflittuali o incompatibili rispetto al resto della mappa.

Possiamo dire che la mappa cognitivo-emotiva di una persona nevrotica sia "sbagliata" in quanto non funzionale alla soddisfazione dei suoi bisogni primari (anche se potrebbe soddisfare quelli secondari o indotti) e che dovrebbe essere corretta per consentire la guarigione dalla nevrosi stessa.

Per correggere la mappa può essere utile una psicoterapia accompagnata da nuove interazioni sociali reali (eventualmente precedute da interazioni preparatorie virtuali) atte a modificare le cariche emotive degli elementi della mappa. La correzione consiste nell'associare piacere ad un elemento a cui era associato dolore, o viceversa, oppure aumentare o diminuire la quantità di piacere o dolore associata ad un elemento, oppure associare piacere o dolore ad un elemento emotivamente neutro, o aggiungere alla mappa nuovi elementi dotati di una certa carica emotiva.

Per "nuove interazioni sociali" intendo interazioni con persone sia nuove sia abituali, purché effettuate con modalità nuove, cioè con intenzioni, cariche emotive, valutazioni e giudizi diversi da quelli abituali.

Per concludere, possiamo considerare le interazioni tra esseri umani come interazioni tra le rispettive mappe  emotive, che possono essere più o meno diverse a seconda del temperamento, dell'educazione e delle esperienze avute. Sono proprio tali mappe emotive che determinano il reciproco comportamento, specialmente per quanto riguarda la reciproca accettazione, approvazione, disapprovazione, attrazione, repulsione e la formazione di gruppi di appartenenza (vedi figura).

Vedi anche Struttura e funzionamento della psiche. Valenze emotive e libero arbitrioLa bellezza, la bruttezza, il bene, il male, Cambiare la propria mappa cognitivo-emotivaI continenti del mondo emotivo.

Psicologia dei bisogni - Riassunto

Importanza e centralità dei bisogni

Io considero i bisogni il fondamento di qualunque forma vivente. Essi possono essere distinti in congeniti (cioè innati, geneticamente determinati e immutabili) e acquisiti (cioè formatisi come risultato di esperienze, e modificabili).

I bisogni possono essere distinti in bisogni di ottenimento e bisogni di evitamento (di qualcosa).

Io vedo la mente come un sistema di agenti autonomi intercomunicanti, per lo più inconsci e involontari, alcuni dei quali hanno la funzione di sviluppare strategie e logiche di comportamento per la soddisfazione dei bisogni congeniti. Tali strategie e logiche comportano la formazione di una molteplicità di bisogni acquisiti quali mezzi per ottenere la soddisfazione di quelli congeniti o di altri bisogni acquisiti.

Origine dei disagi mentali e scopo della psicoterapia

Io considero il disagio mentale un effetto della mancata soddisfazione di uno o più bisogni congeniti a causa di ostacoli esterni e interni, paure, conflitti tra bisogni (spesso rimossi dalla coscienza) e/o strategie di soddisfazione inadeguate.

La cura del disagio mentale, cioè la psicoterapia, dovrebbe aiutare il paziente a portare alla coscienza i suoi bisogni insoddisfatti e le cause della loro insoddisfazione in modo da poter gestire razionalmente le paure, i conflitti e le incompatibilità tra bisogni (sia al proprio interno che rispetto ai bisogni altrui), e correggere le strategie per la loro soddisfazione che si sono dimostrate inadeguate.

Supporti grafici della psicoterapia

L’efficacia e l’efficienza di una psicoterapia possono essere aumentate mediante l’uso di informazioni registrate (scritti, fotografie, collages) che il paziente stesso può produrre, preferibilmente con l’assistenza di un terapeuta, e di repertori, questionari, formulari e guide che il terapeuta può mettere a disposizione del paziente; tali strumenti hanno lo scopo di aiutarlo ad individuare ed evocare i bisogni insoddisfatti e stimolare i suoi agenti inconsci a riprogrammarsi in modo più adeguato.

Importanza dei ruoli o funzioni sociali

I bisogni di un essere umano possono essere soddisfatti solo mediante l’interazione e cooperazione (diretta o indiretta) con altri esseri umani. Le interazioni umane sono generalmente regolate da culture, o civiltà, interiorizzate a livello inconscio, che definiscono forme, norme, valori, linguaggi e ruoli attraverso i quali (e solo attraverso i quali) sono possibili interazioni non arbitrarie e quindi non violente.

Ogni ruolo corrisponde ad una o più funzioni sociali, ovvero a comportamenti attraverso i quali un’individuo contribuisce alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

La scelta o assegnazione dei ruoli può essere competitiva, e dar luogo a conflitti interni ed esterni, ovvero tra i diversi bisogni del soggetto, e tra i bisogni del soggetto e quelli altrui.

Un ruolo non condiviso, non consensuale, velleitario, confuso, indeciso o falso, e quindi non facilmente attuabile, può ostacolare la soddisfazione di uno o più bisogni e causare in tal modo sofferenze e disturbi mentali.

Resistenza al cambiamento

Uno dei bisogni più potenti della psiche è quello di mantenere la propria struttura resistendo (inconsciamente e involontariamente) ad ogni tentativo, proveniente dall’interno o dall’esterno, di cambiarla. Questo rende molto difficile ogni psicoterapia in quanto finalizzata ad un cambiamento strutturale della psiche. La Psicoterapia sinottica è particolarmente indicata per superare la resistenza del paziente al cambiamento.

Fondamenti genetici della Psicologia dei bisogni

Come Richard Dawkins insegna ne “Il gene egoista”, alla radice del comportamento di ogni essere vivente, vi è la “necessità” dei suoi geni di riprodursi usando i vari mezzi e modi che essi hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione e che sono stati codificati nel DNA della specie. Da tale generale necessità sono “emersi”, nel corso dell’evoluzione, in maniera tuttora misteriosa, i “bisogni” ovvero i meccanismi omeostatici motivazionali e sentimentali (basati sul piacere e il dolore, e collegati con la coscienza negli animali che ne dispongono) che spingono l’organismo e l’io cosciente a procurarsi, quando occorre, ciò che è “necessario” per garantire la sopravvivenza e la conservazione della specie.

Chiamo tali meccanismi bisogni primari, mentre col termine bisogni secondari mi riferisco a quelli che vengono sviluppati nel corso della vita di un individuo come mezzi o obiettivi intermedi per soddisfare i primi.

Tutti i bisogni (sia primari che secondari) sono ordinati funzionalmente nel senso che ogni bisogno ha il compito di soddisfare uno o più bisogni di ordine superiore e viene soddisfatto attraverso la soddisfazione di bisogni subordinati. In altre parole, ogni bisogno è servito da altri bisogni e serve altri bisogni, fino al bisogno primordiale delle forme viventi, che è quello del gene, di riprodursi.

Volendo estendere al mondo non vivente il concetto di bisogno, si potrebbe inoltre dire che tutte molecole (sia inorganiche che organiche, compresi i geni) e le particelle elementari hanno “bisogno” di rispettare le leggi della fisica.

Per soddisfare i suoi bisogni (primari e secondari), un essere umano ha bisogno di interagire e collaborare con altri esseri della sua specie. Questa collaborazione può essere ostacolata da una serie di fenomeni quali:

  • la competizione per ottenere e difendere:

  • le posizioni più elevate nella gerarchia sociale

  • i partner sessuali più attraenti

  • le risorse economiche

  • la proprietà privata

  • il tentativo reciproco di asservimento tra esseri umani

  • la voglia di libertà e di trasgredire le norme sociali

  • la repressione delle trasgressioni e dei tentativi di sovvertire i privilegi acquisiti

Gli esseri umani perseguono i propri interessi interagendo con i propri simili in modo più o meno cosciente, volontario, produttivo e libero. Il grado di soddisfazione dei bisogni umani appare da sempre tragicamente basso. Fame, povertà, guerre, violenza, disuguaglianze, ingiustizie, corruzione, oppressione, irresponsabilità, disinteresse per l’etica, ignoranza, falsità, mistificazioni, stress, incomunicabilità, condizioni di lavoro ai limiti della sopportazione, disoccupazione, negazioni dei diritti civili, deprivazioni e violenze sui bambini, discriminazioni di ogni tipo (sessuali, razziali, etniche, religiose, politiche ecc.), sono realtà ancora largamente diffuse. Tale situazione è il prodotto del comportamento umano che, a sua volta, è il risultato di processi che avvengono nella mente degli individui.

Tali processi, ancora poco conosciuti e spesso oggetto di disinformazione e mistificazione, andrebbero attentamente studiati al fine di renderli più adeguati alla soddisfazione dei bisogni umani su larga scala.

In queste pagine propongo, a tale scopo, la costituzione di una disciplina psicologica che considera i bisogni umani il punto di partenza e di arrivo dell’indagine e della prassi: di partenza in quanto essi sono l’origine e lo strumento della vita, e di arrivo in quanto la loro soddisfazione dovrebbe essere il fine dell’umanità e quindi di ogni psicologia e psicoterapia.

Questa disciplina dovrebbe usare tutto il patrimonio disponibile di scienze umane e sociali in modo eclettico, integrato, organico e soprattutto pragmatico, cioè finalizzato al raggiungimento del massimo grado di benessere psicofisico a cui l’uomo possa aspirare.

Vedi anche Comprendere la natura umana.

Fonti della Psicologia dei bisogni

La Psicologia dei bisogni si fonda sui lavori di diversi autori, tra i quali:

  • Ricerche neuroscientifiche (Antonio Damasio e altri autori)

  • Psicologia sociale (autori vari)

  • Psicoanalisi di Sigmund Freud e altri

  • Psicologia individuale di Alfred Adler

  • Interazionismo simbolico di George H. Mead

  • Teoria dei bisogni intrinseci di Luigi Anepeta

  • Analisi transazionale di Eric Berne

  • Evoluzionismo darwiniano e genetica di Richard Dawkins

  • Semantica generale di Alfred Korzybski

  • Cibernetica ed ecologia della mente di Gregory Bateson

  • Pensiero complesso di Edgar Morin

  • Psicologia umanista di Erich Fromm

  • Costruttivismo radicale di Paul Watzlawick

  • Psicologia della forma (Gestalt)

  • Filosofia di D. Hume, A. Schopenhauer, F. Nietzsche e altri

  • Ecc.


Introduzione a Luigi Anepeta

"Ufficialmente medico, psichiatra e psicoanalista (non selvaggio, ma selvatico quanto basta a non farsi intrappolare nelle convenzioni di una scuola), nel mio intimo, mi considero un panantropologo, vale a dire un uomo che condivide con altri, del passato e del presente, la vocazione a capire l'umanità e il mondo che essa finora ha costruito nei suoi molteplici aspetti, soprattutto in quelli che appaiono oscuri, equivocabili e incomprensibili." [Luigi Anèpeta]

Psichiatra critico, impegnato da molti anni a costruire un modello psicopatologico interdisciplinare che comprenda e spieghi i nessi reciproci tra soggettività e storia sociale, dopo aver partecipato alla stagione antistituzionale, Luigi Anepeta si è dedicato alla psicoterapia, alla formazione di operatori e alla ricerca.

Luigi Anepeta su se stesso
Autobiografia intellettuale


Introduzione

Ho conosciuto Luigi Anepeta nel 2008, quando ho assistito ad alcune sue conferenze sui “Grandi demistificatori” (Darwin, Nietzsche, Marx e Freud) e da allora lo seguo e, occasionalmente, lo aiuto nella gestione del suo sito web.


Essendo io introverso, inizialmente ho apprezzato Anepeta soprattutto come esperto di introversione, qualità alquanto rara anche in campo accademico. Leggendo il suo libro “Timido, docile, ardente - Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell’introversione (propria o altrui)”, ebbi per la prima volta la sensazione di essere capito da un altro essere umano. Infatti, grazie a quel libro, è inziato un nuovo entusiasmante capitolo della mia vita.

Ho poi scoperto che le sue competenze vanno ben oltre l’introversione. Esse coprono infatti tutte le discipline umane e sociali con un approccio eclettico e integrato, a cui egli stesso ha dato il nome di “Panantropologia”. Le aree tematiche da lui trattate sono elencate in Aree tematiche per una formazione panantropologica.

Anepeta merita un posto di riguardo nelle scienze umane e sociali soprattutto per due sue scoperte.
La prima riguarda la genesi dei disturbi psichici, che per Anepeta è dovuta al conflitto e lo squilibrio tra i due bisogni umani fondamentali: quello di appartenenza / integrazione sociale e quello di individuazione / libertà. Infatti, nella sua teoria “struttural dialettica”, accanto al Super-io freudiano, Anepeta inserisce un nuovo agente psichico da lui definito “Io antitetico” che ha una funzione opposta a quella del Super-io e che è normalmente in conflitto dialettico con esso.

La seconda scoperta riguarda la natura e l’origine dell’introversione, che per Anepeta è dovuta ad una mutazione genetica che avviene in una minoranza di individui di ogni popolazione, una mutazione di tipo "neotenico", vale a dire che comporta un tempo di maturazione psichica più lungo (ma perciò anche più ricco), e la persistenza di caratteristiche psicofisiche giovanili.
Originale è anche la sua applicazione della teoria matematica delle catastrofi, all’erompere dei disturbi psichici.

Autore di centinaia di saggi, articoli, recensioni, conferenze, che sto collaborando ad organizzare nel database inpanantropologia.dardo.eu/documenti, Anepeta ha recensito testi di vari autori che hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione intellettuale, tra i quali Charles Darwin, Friedrich Nietzsche, Karl Marx, Sigmund Freud, Michel Foucault, Erich Fromm, Antonio Gramsci, Ronald Laing, Thomas Szasz.

Libri pubblicati in edizione cartacea o elettronica
















Articoli in evidenza












Siti Web




Documenti per una formazione panantropologica (database con criteri di ricerca)

 

Miscellanea






Esagono della saggezza (occhiale magico)

Introduzione

L’esagono della saggezza o occhiale magico serve a meditare su tutto ciò che è importante per te, ad affrontare nel modo più saggio qualsiasi problema e a vedere ogni cosa o persona nella prospettiva ottimale. Osservando ripetutamente lo schema, fino a poterlo rivedere con l’immaginazione ogni volta che vuoi, riesci a guidare il tuo pensiero in modo produttivo rispetto alla soluzione dei problemi che intendi affrontare, primo dei quali è trovare il giusto rapporto e atteggiamento verso le persone e le cose che ti circondano.

Pertanto l’esagono della saggezza può essere considerato una rappresentazione olistica del mondo e di te stesso, con tutte le relazioni possibili tra le parti in gioco.

I vertici dell’esagono rappresentano sei entità descritte nel seguito, ognuna delle quali ha proprietà e aspetti specifici, ed esprime esigenze e interessi cioè bisogni, volontà, desideri, imperativi, leggi, norme ecc. che possono essere tra loro più o meno contrastanti o in armonia, compatibili o incompatibili, e dar luogo a competizione, selezione, cooperazione o guerra tra le parti in gioco.

Nell’esagono si assume che ogni essere umano, e in particolare l’osservatore dell’esagono stesso, sia diviso in due parti ben distinte, l’IO e il ME, come descritte nel seguito.

Bene supremo e scopo della saggezza contenuta dell’esagono, è l’armonizzazione delle esigenze e interessi impliciti nelle diverse entità. In altre parole, la migliore conciliazione e cooperazione possibile tra le parti in gioco.

Le linee (non tratteggiate) che collegano tutti i vertici dell’esagono tra loro, rappresentano le possibili interrelazioni, di cui si tratta nella sezione “Le relazioni tra i vertici dell’esagono”.

Le linee tratteggiate che collegano i vertici dell’esagono all’entità “proprietà” denotano il fatto che ogni vertice è portatore di proprietà, esigenze e interessi di vario tipo.

Le linee tratteggiate che collegano l’entità “proprietà” ai concetti di competizione, selezione, cooperazione e guerra, indicano i possibili rislutati della confluenza delle varie esigenze e interessi in gioco.

NOTA: nel seguito, per soggetto, s’intende l’osservatore dell’esagono.

I vertici dell’esagono


IO: Si tratta della parte del soggetto in cui risiedono coscienza, volontà, ragione, libero arbitrio, obiettivi, pensiero, autocontrollo, razionalità, coraggio, sentimenti, serenità, intelligenza, saggezza, amore, humour, comprensione critica, agenda.

ME. Si tratta della parte del soggetto che contiene tutto ciò che non è compreso nell’IO, cioè corpo, inconscio, bisogni, paure, motivazioni, automatismi, pregiudizi, emozioni, spontaneità, esperienze, manie, abitudini, odio, disprezzo, repulsione, gabbie mentali, percezioni, linguaggi, capacità, incapacità, irrazionalità, piacere, dolore, empatia, malattie, disturbi mentali, memoria, status sociale oggettivo e soggettivo.

ALTRI: Si tratta di tutte le altre persone al di fuori del soggetto conosciute o presunte, viste attraverso le esperienze del soggetto stesso in cui ha avuto a che fare con altri esseri umani. In questa entità sono compresi sia singoli individui particolari, sia categorie di persone e tipi psicologici che il soggetto ha costruito nella sua mente, con le loro caratteristiche.

NATURA: si tratta della natura intesa come l’insieme dei fenomeni naturali, minerali e biologici, e comprende quindi minerali, vegetali e animali, lo spazio, il tempo, l’energia, le leggi della fisica e della chimica, il caso e la necessità, l’universo e ciò che lo ha generato. Comprende anche Dio, per chi crede nella sua esistenza.

CULTURA: si tratta di tutto ciò che può essere comunicato e tramandato tra esseri umani sia a voce che in forma scritta (analogica o digitale) o mediante opere d’arte e di ingegno. Comprende i linguaggi e le forme di comunicazione, il patrimonio letterario umanistico e scientifico e la storia dell’umanità così come si ricava dal patrimonio stesso. Include i media come libri, giornali, televisione, internet, registrazioni sonore e cinematografiche.

?: è uno spazio dove scrivere il nome di qualsiasi persona o cosa che il soggetto decide di prendere in considerazione come oggetto di studio, riflessione, domanda, interesse, curiosità o problema da risolvere.

Le relazioni tra i vertici dell’esagono


Ogni vertice è potenzialmente in relazione con ciascun altro. Le relazioni possono essere di tipo affettivo o transattivo.

Le relazioni affettive possono essere:

Attrattive: amore, attrazione, ammirazione, apprezzamento, rispetto, desiderio, simpatia, accettazione, approvazione, gradimento, inclusione, dedizione

Repulsive: odio, repulsione, disprezzo, paura, ostilità, antipatia, rifiuto, accusa, disapprovazione, sgradimento, esclusione, ribellione

Le relazioni transattive possono includere aiuto, collaborazione, informazione, istruzione, prestazione lavorativa, prestazione sessuale, contrasto, ostacolo, aggressione, violenza, distruzione ecc.

Il processo decisionale


Nel disegno è indicato il continuo processo decisionale che riguarda sia l'IO che il ME e che consta di tre fasi: domande, opzioni, scelte e decisioni. Infatti, sia l'IO che il ME si pongono domande, determinano le  opzioni disponibili e decidono cosa scegliere e il da farsi, a volte in accordo, a volte in disaccordo.

Istruzioni per l’uso dell’esagono


Osserva il disegno dell’esagono ripetutamente fino a memorizzarlo in modo tale da poterlo rivedere con l’immaginazione ogni volta che vuoi.

Ogni volta che decidi di studiare, affrontare e/o comprendere una certa entità (persona, cosa, fenomeno, problema o domanda), immagina di metterla nello spazio contrassegnato con ?.

Dopo aver inserito con l’immaginazione l'entità che vuoi prendere in considerazione nello spazio ? , osserva l’esagono così modificato e prova a seguire con la mente le relazioni tra i diversi vertici, immaginando tutte le possibili relazioni affettive e transattive, le esigenze e gli interessi  delle parti in gioco, la loro compatibilità e competitività, e le possibilità e opportunità di conciliazione, cooperazione, competizione, selezione e guerra. Subito dopo, fatti delle domande per completare il quadro conoscitivo ed esamina le opzioni disponibili, e poi scegli quelle che ritieni più appropriate e prendi le decisioni del caso.

Questo esercizio, dopo un certo numero di volte che lo pratichi, può cambiare qualcosa nel tuo modo di vedere, agire e sentire, nel senso di conciliare e soddisfare al meglio le esigenze e gli interessi tuoi e di tutte le altre parti in gioco al fine di raggiungere la maggiore armonia possibile per l’insieme.

Usa dunque l'esagono come un occhiale  con qui osservare qualsiasi cosa, concreta o astratta.

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