Ognuno capisce a modo suo.
La realtà è un'altra cosa.
Sapere non significa capire.
Conoscere = sapere + capire.
La soggettività è oggettiva.
Anche il nonsenso ha un senso.
La mia sapienza contro la tua.
Più si sa, più si hanno dubbi.
L'importante è ciò che avviene.
Non basta conoscere, per capire.
Conoscere serve ad agire meglio.
Le mie conoscenze non mi bastano.
Il potere è la misura del sapere.
Nessuna verità, solo probabilità.
Credere è una scelta involontaria.
Ogni definizione è una limitazione.
I classici non sono mai fuori moda.
Conoscere serve a meglio interagire.
Il cervello è un grande simulatore.
La filosofia è la critica del sapere.
Abbiamo il diritto di non voler sapere?
Le emozioni prevalgono sulle cognizioni.
Ogni causa è conseguenza di altre cause.
Non si può capire ciò che non si conosce.
Chi è amico di Daniel Dennet è amico mio.
Ogni descrizione della realtà è parziale.
Sbagliare insieme o avere ragione da soli?
Il pubblico adora i grandi semplificatori.
Il conformista non conosce il conformismo.
Per una mente pia, la realtà è scandalosa.
Molti credono in Dio solo per sentito dire.
Dimmi che domande ti fai e ti dirò chi sei.
Certe persone non capiscono ciò che sanno.
Siamo creature finite di un mondo infinito.
Un testo senza contesto non significa nulla.
Un testo senza un contesto è insignificante.
L'ateismo non è una fede, ma una diffidenza.
Ciò che non è ripetibile non è dimostrabile.
Ogni testo racconta un dettaglio di un tutto.
Dobbiamo sforzarci di capire chi non capisce.
Capire è mettere in relazione le cose sapute.
Le informazioni formano (nel bene e nel male).
Essere = interagire + contenere + appartenere.
È difficile capire bisogni diversi dai propri.
Ci sono chiavi che aprono serrature inesistenti.
La filosofia serve a chi è capace di servirsene.
Ogni cosa è soggetto e oggetto allo stesso tempo.
L'uomo è un animale che crede nelle sue finzioni.
Ogni discorso è una semplificazione della realtà.
Non basta volerlo, bisogna saperlo e saperlo fare.
Tante cose esistono solo nelle menti degli umani.
La conoscenza è fatta di paradigmi e di paradogmi.
Tante cose esistono solo nella mente delle persone.
Fino a che punto può una mente conoscere se stessa?
Parlare di estetica è un fatto estetico, non logico.
La ragione è infinitamente più semplice della realtà.
Non puoi capire il nuovo se non hai capito il vecchio.
Ognuno dà alle parole il significato che gli conviene.
Ogni fenomeno è conseguenza e causa di altri fenomeni.
Felici o infelici, tutti sembrano esperti di felicità.
Più si cresce, più ci si allontana da chi non cresce.
Il sapere non accompagnato dal saper fare è inefficace.
Più conosco la natura umana, più la gente mi fa paura.
Non possiamo conoscere l'assoluto, ma solo il relativo.
Ognuno sceglie gli autori adatti alla propria ignoranza.
La metafisica non è fonte di conoscenza, ma di credenza.
Non dire ciò che pensi a chi non è in grado di capirlo.
Le notizie dipendono dai fatti, e i fatti dalle notizie.
Chi crede in una religione può credere in qualsiasi cosa.
I filosofi pensano di saperla più lunga dei non filosofi.
Quanto più uno è ignorante, tanto più si crede sapiente.
La trascendenza si rivela a chi ci crede, come i fantasmi.
Il sapere è una rete di parole, di immagini e di emozioni.
Capire il mondo significa capire le logiche che lo animano.
Chi crede nelle fake news è complice della loro diffusione.
Gli agnostici sono atei che hanno paura di dichiararsi tali.
Far passare per oggettivo ciò che è soggettivo è una truffa.
La fede non conduce alla verità ma ad una credenza di verità.
Conviene decostruire le costruzioni mentali inutili o cattive.
Ognuno sceglie i maestri più adatti alla propria intelligenza.
Un uomo può essere punito per ciò in cui crede o non crede.
Nulla è definito in sé. Siamo noi umani che definiamo le cose.
Il pensiero è un tentativo di simulare una parte della realtà.
Per capire una persona non devi usare la tua logica, ma la sua.
Il problema non è l'ignoranza, ma la presunzione di conoscenza.
Conoscere equivale a memorizzare e riconoscere certe differenze.
Non puoi capire te stesso se non capisci gli altri, e viceversa.
Per l'universo sono un microbo, per un microbo sono un universo.
Diffidate di chi propone soluzioni semplici a problemi complessi.
Noi tendiamo a sminuire o a disprezzare ciò che non comprendiamo.
Ciò che non notiamo può essere più importante di ciò che notiamo.
Ogni cosa è allo stesso tempo soggetto e oggetto, causa ed effetto.
Sento spesso il bisogno di sbattere la realtà in faccia alla gente.
Ognuno ha ragione dal suo punto di vista, ma è responsabile del suo.
Le persone più deliziose sono gli stupidi che sanno di essere tali.
Spesso diciamo ciò che non sappiamo, e non sappiamo ciò che diciamo.
Nuove esperienze, nuove idee, nuove occasioni di piacere e di dolore.
Non basta ciò che hanno detto i grandi maestri. Bisogna andare oltre.
Una competenza specialistica può nascondere un'incompetenza generale.
La coscienza è un fenomeno misterioso, ma i suoi contenuti non lo sono.
È inutile discutere di dettagli se non c'è accordo sul quadro generale.
Fare le domande giuste è più importante che trovare le risposte giuste.
I fatti sono fatti anche se non ci piacciono, anche se ci contraddicono.
Sulla natura umana c'è ancora tanto da scoprire, da imparare, da capire.
Chi crede nei miracoli può spiegare qualunque fenomeno come miracolo.
Non è vero che più si sa e meglio di vive. Conviene sapere quanto basta.
I credenti nelle fake news considerano fake news le denunce di fake news.
E' possibile che miliardi di persone credano a cose false? Sì, è normale.
Demistificare le false verità è più importante che conoscere quelle vere.
Non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le interazioni tra le cose.
Spesso, se non vediamo o non capiamo una cosa, è solo perché non ci piace.
Tutto è possibile, tranne, per un umano, sapere tutto ciò che è possibile.
Chi definisce il significato delle parole a suo arbitrio ha sempre ragione.
Non bisogna credere alle spiegazioni, né alle promesse, ma solo alle azioni.
Se fossimo sempre tutti d'accordo non ci accorgeremmo mai dei nostri errori.
Che senso ha discutere di dettagli se non si è d'accordo sul quadro generale?
Parlare di un concetto implica parlare delle sue relazioni con altri concetti.
Suppongo che ciò che non conosciamo sia più importante di ciò che conosciamo.
Lo studioso della natura umana deve studiare anche se stesso e il suo studiare.
Quando si cerca fortemente qualcosa si finisce per trovarla anche dove non c'è.
Non si comprende ciò che si disprezza, e si disprezza ciò che non si comprende.
Quando la realtà è troppo difficile da affrontare ci si rifugia nella fantasia.
L'uomo non desidera essere istruito, ma essere amato con tutta la sua ignoranza.
Nelle scienze umane non vi sono certezze, ma solo ipotesi, metafore e tentativi.
Comprendere una cosa significa trovarle un posto nella propria visione del mondo.
L'uomo non conosce con certezza altro che il proprio dolore e il proprio piacere.
Arrogante: chi crede di sapere tutto ciò che è importante sapere per vivere bene.
Il mondo è un fenomeno, e ogni fenomeno è causato e costituito da altri fenomeni.
Metaconoscenza: sapere cosa sia la conoscenza, come funzioni e a cosa sia utile.
Al contrario degli scienziati, i filosofi non dovrebbero insegnare, ma suggerire.
Con l'aumentare delle nostre conoscenze diminuisce la nostra certezza di giudizio.
Se ti dicessi sinceramente ciò che penso di te, ti offenderesti e mi offenderesti.
È quasi impossibile trovare un giovane sapiente, mentre abbondano i vecchi stolti.
Gli esseri umani si distinguono anche per la qualità e la quantità dei loro dubbi.
Dato che la conoscenza è potere, il desiderio di conoscenza è desiderio di potere.
Solo a ciò che in sé non significa nulla l'uomo può dare il significato che vuole.
Comprendere l'incomprensibile è sintomo di una malattia mentale o di una illusione.
Molti si concentrano sui dettagli perché non riescono a capire il quadro d'insieme.
Ci sono persone che conoscono molti dettagli di cose che non conoscono in generale.
Dovremmo sempre sostituire il verbo "essere" col verbo "credere (che qualcosa sia)".
Riuscirò mai a farmi perdonare dalla gente per aver scoperto la stupidità universale?
Della verità conosciamo solo qualche frammento. È impossibile conoscerla interamente.
Comprendere un fenomeno significa prevedere gli effetti delle cause che lo riguardano.
Il più conosce il meno, dice un proverbio, ed io aggiungo: il meno non conosce il più.
Per andare d'accordo con certe persone bisogna fingere di essere stupidi e/o ignoranti.
L'illusione di essere immuni da bias cognitivi è un segno evidente della loro presenza.
Ognuno narra il mondo a suo modo, secondo le proprie capacità e le proprie convenienze.
Più cose si imparano, più grande è la probabilità che tra esse vi siano contraddizioni.
Ognuno vede il mondo, e ne fa esperienza, con gli occhi delle sue precedenti esperienze.
Ci sono persone che sanno molto di cose poco importanti e poco di cose molto importanti.
Se tutti gli umani fossero onniscienti, come si comporterebbero gli uni verso gli altri?
La filosofia non dovrebbe essere una branca del sapere, ma la sintesi di tutti i saperi.
Inutile giocare a chi la sa più lunga se i contendenti non accettano uno stesso arbitro.
Il sistema nevoso di un essere vivente contiene una mappa della realtà che lo interessa.
È difficile capire una persona o una cosa se verso di essa si provano emozioni negative.
Durante il sonno, nel mio cervello si formerà una nuova idea. Al risveglio la conoscerò.
I sentimenti sono reali ma ciò che sentiamo non corrisponde necessariamente alla realtà.
Perché ci chiediamo il perché degli eventi? Per poterli prevedere, promuovere o evitare.
Gli ignoranti non amano la sapienza né i sapienti, altrimenti non resterebbero ignoranti.
L'uomo è l'unico animale capace di dare nomi alle cose, anche a quelle che non esistono.
Immaginazioni, fantasie, credenze, sono realtà in quanto influenzano comportamenti reali.
A volte, dietro l'amore per la concretezza si nasconde una scarsa capacità di astrazione.
La realtà è ciò che accade, ovvero il risultato di una combinazione di caso e necessità.
Ognuno ha ragione dal suo punto di vista, e i punti di vista possono essere molto diversi.
Forse diciamo le stesse cose in termini diversi, e nessuno rinuncia al proprio vocabolario.
L'essenza di ogni essere è costituita dai modi in cui esso interagisce col resto del mondo.
Le uniche certezze sono il proprio piacere e il proprio dolore. Tutto il resto è opinabile.
La conoscenza non è fine a sé stessa, ma serve a risolvere problemi e a soddisfare bisogni.
Cos'è il sapere? A che serve? Come distinguere il sapere utile da quello inutile o dannoso?
Ognuno, in ogni momento, vede solo una piccolissima parte del mondo, e a una certa distanza.
Una conoscenza serve a orientarsi, a decidere cosa fare e non fare, o a dimostrare qualcosa.
Si può dire tutto e il contrario di tutto. Basta cambiare il punto di vista o il dizionario.
Di certe cose non sappiamo nulla se non cosa ne pensano gli altri. Una di queste cose è Dio.
Socrate sapeva di non sapere, ma allo stesso tempo credeva di sapere più di tutti gli altri.
Nulla di ciò che ho letto o ascoltato soddisfa completamente il mio desiderio di conoscenza.
E' disonesto (se non stupido) far passare per verità o fatti ciò che è solo interpretazione.
Sapere che certe idee sono false è più importante che sapere che certe altre idee sono vere.
Al di là della fisica, nessuna conoscenza è possibile: si può solo fantasticare e ipotizzare.
Tutti sanno cos'è una casa, ma pochi sanno come si costruisce. Lo stesso vale per una società.
Per l'uomo anche il vuoto ha un significato, anche l'assenza di significato ha un significato.
Qualunque cosa diciamo è incompleta in quanto riguarda solo una piccolissima parte della realtà.
La conoscenza in sé non è un bene, ma in certi casi può indicare cose che ci fanno stare meglio.
Chi conosce solo la propria schiavitù, fisica e/o mentale, teme la libertà in quanto sconosciuta.
A volte il sapere aumenta il nostro potere, altre volte ci rivela la nostra impotenza e ignoranza.
Troppa verità, tutta insieme, fa male a chi non vi è abituato. La verità va presa a piccole dosi.
Il non capire ciò che l'interlocutore dice può essere un modo per difendersi da cattive influenze.
Non viviamo per conoscere, ma conosciamo per vivere, ovvero per meglio soddisfare i nostri bisogni.
Vorrei aver letto tutti i libri del mondo, per capire cosa c'è nella mente di persone di ogni tipo.
Molti desiderano essere incantati da narrazioni non falsificabili. È bello vivere nell'incantesimo.
Non riuscendo ad essere coerenti, per non soffrirne, molti diventano ciechi alle proprie incoerenze.
Non solo l'uomo agisce per interesse; egli pensa, crede e prova emozioni e sentimenti per interesse.
Esprimersi o discutere in termini astratti senza portare esempi concreti è spesso inutile o dannoso.
Ogni spiegazione consiste in una semplificazione in cui si trascura qualcosa più o meno importante.
Saggezza è anche conoscere le vere cause, dirette e indirette, dei piaceri e dolori propri e altrui.
Non esistono posizioni assolute (né nello spazio né nel tempo), ma solo relative ad altre posizioni.
Ognuno crede di capire tutto ciò che può capire, e che tutto ciò che non capisce sia incomprensibile.
L’uomo non conosce la realtà reale, ma una realtà immaginaria.
Un'intelligenza artificiale non è più intelligente né più sapiente dei dati con cui è stata istruita.
Ogni cosa che impariamo interagisce con quelle già imparate, dando luogo ad un reciproco adattamento.
Io non voglio capire tutto poiché non posso capire tutto, ma voglio capire tutto ciò che posso capire.
Ciò che abbiamo in mente quando pensiamo alla realtà non è la realtà, ma la nostra mappa della realtà.
Il pragmatismo è un metodo di ricerca capace di andare oltre tanto al positivismo quanto all'idealismo.
Nella nostra mappa mentale della realtà, da qualche parte dovremmo rappresentare anche la mappa stessa.
Sapere poche cose funzionali rispetto ai propri scopi è più utile che sapere tante cose non funzionali.
Prima di rispondere ad una domanda, assicuriamoci che sia sensata e basata su presupposti condivisibili.
Il bisogno di conoscenza non è prioritario, in quanto è strumentale alla soddisfazione di altri bisogni.
A un certo punto bisogna smettere di cercare, e cominciare a organizzare e a usare ciò che si è trovato.
L’uomo fa quel che vuole, ma non sa perché vuole quel che vuole, e probabilmente preferisce non saperlo.
Chi esprime idee originali che sfidano il senso comune passa spesso per saccente, presuntuoso, arrogante.
Se vuoi essere simpatico ad una persona, non darle motivo di sospettare che essa sia meno sapiente di te.
Noi speriamo che la filosofia ci dia delle certezze; invece, a parer mio, la buona filosofia ce le toglie.
Le uniche parti sensate e utili contenute in un trattato di teologia non hanno nulla a che vedere con Dio.
Ognuno pensa di saperla più lunga di chi la pensa diversamente. Altrimenti la penserebbe allo stesso modo.
Conoscere la natura umana significa saper prevedere il comportamento di ogni persona in certe circostanze.
A poco valgono "virtute e canoscenza" se non si hanno buone relazioni con un sufficiente numero di persone.
La realtà è sempre molto più complessa di come possiamo raccontarla.
Fatevi delle domande e scrivetele da qualche parte. Forse nei giorni o mesi seguenti troverete le risposte.
Trovare un senso in cose senza senso (come i fenomeni casuali) non è segno di intelligenza, ma di stupidità.
Ogni cosa ha un senso, o più sensi, ma questi possono essere difficili o impossibili da capire, e sgradevoli.
Ciò che vediamo non è la realtà, ma la trasformazione e codificazione di una sua parte infinitamente piccola.
L’inconscio è come un neonato: non sa di cosa ha bisogno, ma sa se ciò che gli accade è piacevole o doloroso.
Conoscendo gli altri (in termini di somiglianze e di differenze) conosciamo anche noi stessi, e non viceversa.
Certi filosofi sono per me repulsivi e inutili, come medicine cattive che per giunta non guariscono alcun male.
Nuove interessanti forme o idee possono nascere da nuovi incontri e nuove connessioni tra vecchie forme o idee.
Chi crede in una religione rivelata può credere in qualunque altra superstizione o falsa narrazione filosofica.
Il particolare è concreto, il generale astratto. E ad ogni livello di astrazione si perde qualcosa di concreto.
Chi vede cose che altri non vedono è un pazzo o un genio. Chi non vede cose che altri vedono è cieco o ingenuo.
Non abbiamo bisogno di nuove idee elementari, ma di nuove e più utili combinazioni di idee elementari già note.
Ognuno crede di sapere tutto ciò che è importante sapere, e pensa che ciò che non sa non sia importante sapere.
Molti rifiutano l'idea che qualcuno possa insegnare loro qualcosa di utile sulla vita in generale e su se stessi.
L'uomo è un animale narratore, l'unico animale capace di inventare e narrare storie, e di credere che siano vere.
Ognuno adotta la filosofia che lo assolve e che fa virtù dei propri limiti (ovviamente questo vale anche per me).
Ciò che crediamo di sapere è quasi tutto di seconda mano, cioè è ciò che qualcun altro dice, non la verità in sé.
Ci sono tanti effetti di cui non conosciamo tutte le cause e tante cause di cui non conosciamo tutti gli effetti.
Un errore molto comune di noi umani è quello di considerare oggettivi significati, cognizioni e valori soggettivi.
I nostri pensieri vanno dove non hanno paura di soffrire. Per questo la loro visione della realtà è così limitata.
Non basta dare un nome ad un problema per risolverlo, e un problema può essere risolto anche senza dargli un nome.
Ad essere d'accordo sulle soluzioni dei problemi sono soprattutto i fanatici e i fondamentalisti di ogni ideologia.
Ogni cultura è un miscuglio di verità e falsità. Il nostro compito è quello di distinguere le prime dalle seconde.
Se uno non è d'accordo con le tue opinioni, non significa che queste siano sbagliate, ma che non sono adatte a lui.
Più che difendere certe verità, l'uomo cerca di difendere la propria reputazione di persona intelligente e sapiente.
Il modo più efficace per evitare di farsi indottrinare è non capire la dottrina. Provate a indottrinare una scimmia!
Qualunque descrizione della realtà di un essere umano è infinitamente più piccola e più semplice della realtà stessa.
I non-accademici che non danno importanza ai titoli accademici sono oggetto di disprezzo da parte di molti accademici.
Conoscere a fondo qualcosa o qualcuno significa poter prevedere il suo comportamento in tutte le condizioni possibili.
Non possiamo conoscere l'essenza delle cose, ma solo le loro forme, le loro parti, le loro relazioni e i loro effetti.
Quante falsità e sciocchezze si dicono per negare e nascondere l'ignoranza, l'egoismo, la sopraffazione e la violenza!
Molti credono di conoscere Dio, in realtà hanno perso la capacità di conoscere realisticamente sé stessi e gli altri.
Cerco di usare il verbo essere il meno possibile, perché è facilissimo usarlo in modo inappropriato. E sottolineo "è".
Se non conosciamo i bisogni nostri né quelli altrui, non possiamo soddisfare né gli uni né gli altri in modo razionale.
Per conoscere qualcosa bisogna scomporla e ricomporla interrogandosi sulle relazioni e interazioni tra le singole parti.
Quando discutiamo per dimostrare di aver ragione, difficilmente cerchiamo di capire le ragioni del nostro interlocutore.
Quando non riusciamo a spiegare un fenomeno con la scienza, lo spieghiamo con la magia, la religione o lo spiritualismo.
Gli allievi brillanti superano i loro maestri, quelli mediocri non osano mettere in dubbio gli insegnamenti che ricevono.
La logica non è una scienza esatta se le parole che essa usa non hanno un significato univoco e universalmente condiviso.
L'uomo ha un tale bisogno di trovare un senso in tutto ciò che avviene, che dà un senso anche alle cose che non ne hanno.
Quando due persone guardano un cubo da punti di vista opposti, ognuna vede facce del cubo diverse, ma il cubo è lo stesso.
Ogni progresso verso la conoscenza comporta un peggioramento delle relazioni con i compagni di ignoranza rimasti indietro.
Il mondo è ciò che è perché non potrebbe essere altrimenti, ma può cambiare, e noi possiamo contribuire al suo cambiamento.
Gran parte della vita di un essere umano consiste nell'immaginare o nel credere di vivere una vita diversa da quella reale.
In ogni momento confrontiamo la realtà percepita con quella desiderata e cerchiamo di eliminare ogni discrepanza tra le due.
Il mondo è costituito da combinazioni di combinazioni di materia, energia, spazio, tempo informazioni, bisogni e sentimenti.
Il sapere non rende felici, non è un valore in sé, ma ci fa conoscere strumenti e vie utili per soddisfare i nostri bisogni.
Il particolare è singolare, il generale è plurale. Usare il singolare quando si parla in generale è ingannevole.
Pensare in modo costruttivo è un'arte che si può imparare a condizione di mettere in discussione il proprio modo di pensare.
L'uomo è attratto più dalle novità, cioè dai cambiamemnti, che dalle costanze, che generalmente ignora, trascura o dimentica.
È facile seguire le idee di autori famosi, difficile seguire le idee di autori poco noti, difficilissimo avere idee originali.
Siccome (io so che) le cose stanno così, allora facciamo così.
Siccome io ne so più di te, allora facciamo come dico io.
Ognuno conosce il mondo in base alle sue esperienze dirette e indirette, alla propria intelligenza e alla propria sensibilità.
A quasi nessuno interessa conoscere idee altrui che non siano coerenti con la propria visione del mondo, se non per contestarle.
Quasi tutti pensano di sapere quanto basta su come comportarsi con gli altri, e non cercano di imparare qualcosa a tale riguardo.
Non c'è bisogno di leggere un libro intero per decidere se vale la pena di leggerlo. Lo stesso vale per la lettura delle persone.
Pensarla diversamente da un altro è implicitamente offensivo perché implica che il modo di pensare altrui valga meno del proprio.
Per certe persone l'erudizione non ha altra funzione che quella di status symbol e di distintivo di appartenenza ad un certo ceto.
Le cose che vediamo sono effetto e causa anche di cose che non vediamo, e che possono essere più importanti di quelle che vediamo.
Uno spazio esiste solo se contiene oggetti o è delimitato da oggetti. Per oggetto intendo una composizione di massa e/o di energia.
I ciarlatani non amano gli scienziati perché disturbano il loro lavoro, e perciò cercano di screditarli in tutti i modi possibili.
Anche ciò che non ci piace o che ci disturba ha un perché, ovvero un senso, una causa o uno scopo, tranne ciò che è casuale.
Se dalla Bibbia prendiamo solo ciò che ci conviene ne viene fuori un ottimo libro. Lo stesso vale per quasi tutti i libri del mondo.
Ogni affermazione è la risposta ad una domanda esplicita o implicita. Per aumentare la conoscenza bisogna prima aumentare le domande.
Una teoria che non può essere messa in pratica o dimostrata praticamente serve solo a ispirare immaginazione, riverenza e illusione.
Ogni soluzione semplice ad un problema oggettivamente complesso è sbagliata per definizione, e potrebbe aggravare il problema stesso.
Quanto meno una persona è dotata di cultura scientifica, tanto più tende a dare credito a teorie non scientifiche o anti-scientifiche.
Se i filosofi del passato avessero saputo ciò che è accaduto dopo di loro, avrebbero scritto cose diverse da quelle che hanno scritto.
La mia autocensura mi impedisce di capire le interazioni sociali in chiave sistemica, che è l’unica chiave di comprensione realistica.
Ciò che una cultura ignora, nega o proibisce può essere più importante di ciò che essa afferma.
Non ha senso parlare di "essere" senza fare riferimento al comportamento. Infatti l'essere di un ente si "deduce" dal suo comportamento.
La maggior parte della gente è talmente occupata a vivere la sua vita che non ha il tempo per riflettere su di essa e cercare di capirla
Appena diamo un nome a una cosa creiamo un'astrazione, a cui attribuiamo certe proprietà. Ma il nome di una cosa non è la cosa nominata.
Noi umani non sappiamo tutto ciò che facciamo, né perché lo facciamo, né le conseguenze di ciò che facciamo, ma ci illudiamo di saperlo.
Gli altri, cosa vogliono farmi credere e a quale scopo? E cosa c'è di vero, e cosa di falso, in ciò che gli altri vogliono farmi credere?
Diffidare dell'intelligenza propria e altrui. In qualunque contesto, su qualunque tema, nessuno ha capito tutto e molti hanno capito male.
È difficile parlare della natura umana senza offendere qualcuno. E chi dice parole che non offendono nessuno non dice nulla di importante.
Per capire le logiche delle persone malvagie bisogna immaginare di essere malvagi. Ma questo è impossibile a chi ha paura della malvagità.
Chiedersi il perché delle cose non basta. Bisogna anche chiedersi il perché del perché e così via, in una catena infinita di cause-effetti.
Nulla è ovvio. Di qualunque evento e fenomeno è lecito (anche se non sempre necessario) chiedersi il perché, cioè per quale causa e/o fine.
L'uomo è disposto a credere in qualsiasi cosa che comporti premi, vantaggi, piaceri o conforto per chi crede, o punizioni per chi non crede.
Se non vogliamo essere complici di una cultura assurda dobbiamo rifiutarci di comprendere l'incomprensibile e di dare un senso all'insensato.
Il maggior limite di ogni essere umano è l'incapacità di conoscere i propri reali limiti intellettuali, ovvero di sapere cosa non può capire.
Per quanto riguarda l'essere e il divenire, suppongo che esista solo il divenire e che l'essere sia solo una costruzione mentale "in divenire".
La sapienza consiste nel sapere come il mondo funziona, la saggezza nel sapere cosa conviene e cosa non conviene fare nelle diverse situazioni.
A che servono le virtù e le conoscenze se non comportano vantaggi sociali? Solo a generare frustrazioni.
L'uso che facciamo del verbo essere è quasi sempre sbagliato quando non è accompagnato da specifiche condizionanti, relativizzanti o limitanti.
Tutto ciò che succede, avviene per effetto di un insieme complesso di leggi fisiche, logiche, causalità e casualità che conosciamo poco e male.
Non solo l'uomo fa di necessità virtù, ma gli immorali fanno virtù dell'immoralità, gli stupidi della stupidità e gli ignoranti dell'ignoranza.
Ci sono persone che non amano le spiegazioni troppo chiare e precise. Preferiscono quelle più vaghe che possono interpretare come conviene loro.
Coloro che non hanno capito nulla di un certo fenomeno sono meno dannosi di quelli che, avendone capito una parte, credono di averlo capito tutto.
La stupidità è contagiosa. Questo è il problema fondamentale, la tragedia, dell'umanità. Nemmeno i filosofi più famosi sfuggono a questa tragedia.
Per valutare i rischi ecologici che ci riguardano, prima che filosofi e politici, sono indispensabili fisici, chimici, biologi, etologi e ingegneri.
Se io ti parlo di un concetto filosofico e tu capisci immediatamente ciò che ti dico, vuol dire che non ti sto dicendo nulla che tu non sapessi già.
Noi non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le loro rappresentazioni, costituite da frammenti di trasformazioni delle energie che esse emanano.
Gli umani si distinguono anche per la quantità e qualità delle domande che pongono a se stessi o agli altri. Dimmi che domande fai e ti dirò chi sei.
I fatti sono transazioni, laddove un'interazione consiste in un insieme di transazioni e una relazione consiste in un insieme di interazioni abituali.
Il consiglio "divide et impera" riguarda anche l'impero della conoscenza, a condizione che non ci dimentichiamo di ricombinare ciò che abbiamo diviso.
È più saggia non la persona che ha più conoscenze, ma quella le cui conoscenze sono più utili al fine della soddisfazione dei bisogni propri e altrui.
La cognizione di qualunque essenza è il prodotto di classificazioni. Infatti "essere" una certa cosa significa appartenere ad una certa classe di cose.
La realtà (ovvero la verità) è una sola, ma ognuno la vede, valuta e racconta a modo suo, come gli conviene e sempre in modo frammentario e incompleto.
Di tutte le cose importanti per il mio benessere, ovvero per la soddisfazione dei miei bisogni, quante ne conosco? E quanto sono vere le mie conoscenze?
La maggior parte della gente non sa distinguere le fake news dalle notizie vere. E' grazie a tale incapacità che prosperano religioni e altre ideologie.
Ogni cosa è conseguenza di varie cose e causa di varie cose. In certi casi una certa cosa è al tempo stesso causa e conseguenza di una certa altra cosa.
Conoscere il pensiero dei grandi della storia della filosofia è utile in quanto ci permette di denunciare con competenza i loro errori e le loro lacune.
Il presente non esiste, dato che la sua durata è nulla. Esistono solo il passato (come realtà), e il futuro (come immaginazione). Il presente è già passato.
La maggior parte della gente è stupida e ignorante. Le persone intelligenti e sapienti sono una piccola minoranza e faremmo bene a cercarle e ad ascoltarle.
Sul fatto che l'umanità sia piena di stupidi, di cattivi e di ignoranti siamo tutti d'accordo. Su chi appartenga a tali categorie siamo spesso in disaccordo.
Ognuno ha ragione dal suo punto di vista. Dipende da dove uno guarda. Non tutti i filosofi hanno una visione a 360 gradi, anzi forse solo una minoranza di essi.
Una vecchia tecnica retorica è, di una medaglia, vedere solo una faccia e non il rovescio. E' ciò che fanno tutti i politici, e, di conseguenza, i loro seguaci.
L'uomo è l'unico animale capace di dare un nome e un senso a cose, esseri viventi, idee ecc., che senza il suo intervento non avrebbero né un nome, né un senso.
Non possiamo conoscere la realtà direttamente né completamente. Possiamo solo tentare di indovinare e immaginare alcuni suoi aspetti, cioè alcune sue relazioni.
Il fatto che miliardi di orologi segnino la stessa ora (con pochi secondi di differenza) dovrebbe far ricredere chi pensa che non esista alcuna realtà oggettiva.
Solo il caso non ha senso. Tutto il resto ne ha, anche quando non lo capiamo. Tuttavia potrebbe essere un senso spaventoso per chi spera in uno di tipo religioso.
L'ignoranza o la dimenticanza di certi fatti o di certe nozioni può essere un modo in cui la mente evita inconsciamente insopportabili conflitti e responsabilità.
Gli insegnamenti più importanti riguardano il riconoscimento degli insegnamenti errati e di quelli che mirano solo a sottometterci a qualche autorità.
Lo studio dei maestri dovrebbe essere finalizzato al loro superamento o completamento, perché nessun maestro è sufficiente per imparare a vivere nel proprio tempo.
La realtà è un insieme di relazioni e interazioni più o meno favorevoli alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri degli esseri viventi interagenti.
Ogni tanto faremmo bene a osservare il mondo con occhi nuovi, come se fosse la prima volta che riuscianmo a vedere ogni cosa dopo essere stati ciechi dalla nascita.
Quanto meglio si conosce la natura umana, tanto più si è capaci di prevedere il comportamento, le emozioni e i pensieri propri e altrui in determinate circostanze.
Quando sento un ignorante di scienze naturali parlare di fisica quantistica per avvalorare teorie esoteriche o parapsicologiche non so se ridere, piangere o inveire.
Anche io sono complottista e indignato e denuncio il complotto internazionale degli ignoranti e degli stupidi uniti contro chi è più intelligente e sapiente di loro.
Una delle cose più interessanti che la moderna fisica ci insegna è che non possiamo conoscere nulla delle cose in sé, ma solo qualcosa delle interazioni tra le cose.
Come possiamo insegnare agli altri a fare cose che non siamo capaci di fare noi stessi? Come possiamo insegnare agli altri ad essere felici se non lo siamo noi stessi?
L'uomo ha bisogno di trovare un «senso» alle cose, ma questo non significa che le cose abbiano un senso. Un bisogno non rende reale la cosa di cui si sente il bisogno.
Cosa diresti di uno che ti punisce se non credi in lui, in ciò che dice o nei suoi poteri? È così che si comportano i dittatori e gli dei, tra cui il Dio della Bibbia.
Si può essere padroni o schiavi delle idee proprie e altrui. Le idee possono essere usate come risorse o gabbie mentali, come strumenti di conservazione o di progresso.
Se vogliamo continuare a crescere mentalmente, non dobbiamo mai smettere di chiederci il perché di tutto ciò che avviene, e non dobbiamo mai contentarci delle risposte.
Ogni epoca dovrebbe reinterpretare (e ri-criticare) gli autori del passato alla luce delle sue nuove conoscenze. Nessuna interpretazione o critica può essere definitiva.
La competizione tra umani è tale che i più ignoranti cercano di annullare i vantaggi dei più sapienti screditandoli e minimizzando o non riconoscendo le loro conoscenze.
Quando sentiamo un discorso, ciò che più conta non è quanto esso sia vero ma quanto e a chi esso sia utile o dannoso, ovvero quali conseguenze potrebbe avere e per chi.
Sarebbe bello se ciò che è bello fosse anche buono e vero, e se ciò che è brutto fosse anche cattivo e falso. Sapremmo allora riconoscere facilmente il bene e la verità.
Provate per qualche minuto a immaginare di essere pazzi. Forse scoprirete qualcosa di interessante sulla natura umana e su voi stessi, che non avete mai osato conoscere.
Io penso che per conoscere se stessi occorre prima conoscere la natura umana in generale. Solo rispetto ad una conoscenza generale è possibile una conoscenza particolare.
Spesso confondiamo i nostri desideri con la realtà. L'uomo cerca la bellezza, la semplicità, l'armonia, tutte cose che in natura non ci sono anche se crediamo di vederle.
Ci sono persone che mentono sapendo di mentire e altre che mentono non sapendolo, ovvero ignorando che ciò che vedono, pensano e dicono è totalmente o parzialmente falso.
Ho diversi maestri e cerco di collegare e organizzare le loro idee in modo da ottenere una comprensione della natura umana che sia maggiore della somma dei singoli saperi.
Perché stupirsi della grande circolazione di fake news? Le religioni, che hanno miliardi di credenti, sono fondate su fake news, come, ad esempio, i racconti dei miracoli.
Di solito le nuove idee mi vengono al mattino, appena sveglio, prima di aprire gli occhi, ovvero prima che la percezione della realtà prenda il controllo dei miei pensieri.
Alcuni considerano assolute, cognizioni che sono relative. Per alcuni tutto è assoluto e nulla relativo. Alcuni non capiscono nemmeno la differenza tra assoluto e relativo.
La mia ambizione è quella di scoprire cose importanti che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vede o di cui nessuno capisce l'importanza, le cause e le conseguenze.
Il vantaggio del complottismo è che offre spiegazioni semplici a problemi complessi, tanto semplici che anche i meno dotati intellettualmente possono comprendere.
Se tutti si attenessero alla regola di parlare non più dell'interlocutore, ad eccezione del tempo dedicato alle domande e alle risposte, i dialoghi sarebbero molto produttivi.
Dobbiamo avere compassione per gli esseri umani, così vulnerabili, così schiavi delle loro menti manipolate e illusi di essere liberi, così ignoranti del mondo e di se stessi.
Le cose non sono come appaiono, e non possiamo sapere cosa siano veramente se non in termini di elementi che le compongono, i quali, però, a loro volta, non sono come appaiono.
Un metaumano è un essere umano che conosce se stesso, nel senso che sa come funziona un essere umano in generale e se stesso in particolare. Io cerco di diventare un metaumano.
Suppongo che l'uomo sia l'unico animale capace di simulare la realtà, ovvero di vivere, con l'immaginazione, in una realtà virtuale, e perfino di trarne piaceri e dolori reali.
Tutti i ciarlatani, in mezzo alle falsità, dicono qualcosa di sensato e ovvio, facile da capire, con cui non è possibile essere in disaccordo, altrimenti nessuno li seguirebbe.
L'immaginazione non ha limiti e non è soggetta a critiche. Per molti (me compreso) è una consolazione, un conforto. Tuttavia io cerco di distinguere tra realtà e immaginazione.
Dobbiamo affrontare il mondo come noi e gli altri lo vediamo (ovviamente in modo diverso), perché non possiamo affrontarlo per come è, dato che non possiamo sapere com'è in sé.
La realtà è così complessa che nessuno riesce a capirla completamente e pochi riescono a capirla in misura sufficiente per non fare gravi errori per sé stessi e per la società.
Il verbo essere può, e dovrebbe, sempre essere sostituito dal verbo appartenere e/o possedere. Perché "essere" significa, appunto, appartenere a qualcosa e/o possedere qualcosa.
La cultura è una rete di memi interconnessi. Seguendo un percorso in tale rete si possono fare incontri più o meno prevedibili o imprevedibili, più o meno entusiasmanti o noiosi.
Questa epidemia ci ha rivelato che ci sono tante persone che non hanno idea di cosa significhi probabilità e tante pronte a spiegare con i complotti cose che non riescono a capire.
Oggi sappiamo tante cose importanti. Non importa sapere come siamo arrivati a saperle o chi le abbia capite e spiegate per primo. L'importante è sapere ciò che è importante sapere.
Da sempre la maggior parte della gente crede in ciò che crede non perché ne abbia le prove, ma perché si affida a menti altrui, ovvero al parere di persone che considera autorevoli.
Per molti la conoscenza si riduce alla memoria delle proprie esperienze dirette e indirette, nella totale ignoranza delle reali cause degli avvenimenti di cui hanno fatto esperienza.
Ė inutile e insensato discutere su ciò che una cosa è o non è. Si dovrebbe invece discutere su come una cosa si comporta, cioe sui modi in cui essa interagisce con il resto del mondo.
Perché la gente non mette in pratica le buone teorie? Questo è il problema più grande che rallenta il progresso umano. Inutile dunque avere buone teorie se non risolviamo tale problema.
Tutto ciò che l'uomo fa, pensa e sente ha un senso, ovvero risponde ad un bisogno, ad un desiderio o ad una necessità, anche ciò che ci sembra irrazionale, assurdo, insensato o mostruoso.
Ogni idea, ogni pensiero, dovrebbero essere contestualizzati. Un contesto è uno schema logico, che a sua volta dovrebbe essere contestualizzato in uno schema logico di livello più alto.
Bisogna criticare tutto ciò che l'uomo fa e dice, a partire da ciò che noi stessi facciamo, diciamo e pensiamo. Perché nessuno è innocente, nessuno onnisciente e nessuno immune da errori.
È saggio valutare e confrontare la propria saggezza rispetto a quella altrui e cercare di trasmettere la propria a chi riteniamo possa beneficiarne, anche se l'interessato non ce lo chiede?
L'uomo è l'animale più pericoloso. Il suo difetto principale è la riluttanza ad usare la scienza per conoscere la propria natura, preferendo affidarsi al sapere religioso e alle tradizioni.
Gli intellettuali si possono dividere grosso modo in due categorie: mistificatori e demistificatori. Sia gli uni che gli altri possono essere più o meno intelligenti, raffinati e affascinanti.
I fanatici di qualsiasi ideologia o teoria sono persone non abbastanza intelligenti per comprendere gli errori, le falsità e i limiti dell'ideologia o teoria che essi sostengono senza riserve.
Credere in una certa credenza comporta l'appartenenza alla comunità dei credenti in quella credenza e l'indulgenza per ogni comportamento precedente al momento in cui la credenza si è formata.
Siamo talmente dipendenti dagli altri che siamo disposti a credere in cose assurde e ad avere sentimenti e desideri assurdi se ciò è indispensabile per essere accettati da almeno una comunità.
Ci sono un'infinità di esperienze che non abbiamo mai fatto e che non faremo mai, e che possiamo solo intuire dai racconti di coloro che le hanno fatte e dai romanzieri che le hanno immaginate.
Esperienza, pensiero, coscienza ecc. non equivalgono a conoscenza perché le cose hanno infiniti aspetti nello spazio e nel tempo. Quando possiamo dunque dire di conoscere una cosa o una persona?
Da bambini scrivevamo sui muri: "fesso chi legge". Oggi scriverei invece: fesso chi non legge, e ancor più fesso chi legge solo ciò che gli viene imposto o solo ciò che conferma le proprie idee.
La conoscenza consiste in risposte a domande come le seguenti: quali forme? Insieme con quali altre forme? In quali relazioni? In quali interazioni? In quali misure? Da quali cause? A quali fini?
Per me ciò che chiamano "trascendenza" (parola che io evito di usare) è solo un desiderio, un mito, una realtà immaginaria, non una realtà conoscibile (se potessimo conoscerla sarebbe immanente).
Come può uno che crede di aver capito tutto escludere che si tratti di un'illusione o di un'allucinazione? Solo se tale comprensione totale gli dà poteri immensi. Il potere è la misura del sapere.
La realtà è plurale e parallela, ogni pensiero è singolare e seriale. Perciò il pensiero, in ogni momento, non può afferrare che un'infinitesima parte della realtà e in modo più o meno realistico.
L'uomo definisce oggetti, crea categorie e stabilisce l'appartenenza di certi oggetti a certe categorie. Allo stesso tempo l'uomo prende atto di oggetti, categorie e appartenenze definiti da altri.
Conoscere le menti altrui, a partire da quelle dei propri vicini, è per me molto più importante e appassionante che conoscere altri popoli senza esplorare le particolari strutture delle loro menti.
Per capire la realtà abbiamo bisogno di modelli astratti di fenomeni. Infatti capire un fenomeno significa associare un certo avvenimento ad un certo modello, cioè ad una certa classe, di fenomeni.
L'esperienza dell'eclissi di luna è stata consolante. Almeno di due cose possiamo essere certi: che la terra è tonda e che gli scienziati sono capaci di prevedere certi eventi con grande precisione.
A volte neghiamo la verità di una affermazione non perché essa sia falsa, ma perché viene usata dal nostro interlocutore per supportare una visione del mondo, o di una certa realtà, che ci disturba.
Credere è un fatto sociale, dato che il fatto di credere in una certa narrazione conferisce al credente lo status di appartenente alla comunità, o categoria sociale, dei credenti in quella narrazione.
Io vorrei parlare di cose importanti di cui non si parla o si parla troppo poco. Questo non significa che io ritengo inutile o sbagliato ciò di cui si parla normalmente, ma incompleto e insufficiente.
Noi non amiamo il sapere in generale, ma solo quello ci conviene, cioè quello che ci conferisce dei vantaggi sugli altri e che non è più complesso di quanto la nostra intelligenza riesce a comprendere.
L'arroganza (reale o presunta) di una persona non costituisce prova della sua fallacia. Infatti tutti i filosofi innovativi erano arroganti in quanto pensavano di saperla più lunga dei loro predecessori.
A parer mio, i termini psicologia e filosofia andrebbero usati solo al plurale, se non accompagnati da un qualificatore. Perché le psicologie e le filosofie sono tante e più o meno in contrasto tra loro.
Molti sono convinti che le cose che essi non vedono non esistano, e pensano che quelli che le vedono siano allucinati. Pensano anche che ciò che essi non capiscono sia sbagliato. Arroganza dell'ignoranza.
La coscienza, non potendo considerare che poche idee e immagini alla volta, è un grande semplificatore (e quindi falsificatore) della realtà, la quale è molto più complessa di quanto un umano possa capire.
Il mondo consiste in interazioni più o meno piacevoli o dolorose tra oggetti viventi e non viventi più o meno dotati di coscienza, regolate da leggi fisiche e da logiche più o meno note agli oggetti stessi.
Cosa intende chi dice "ho capito"? Secondo me per molti capire significa semplicemente assimilare un concetto nella propria visione del mondo, la quale può essere più o meno realistica e più o meno ingenua.
È molto difficile per un essere umano distinguere il vero dal falso, il reale dall'immaginario, il volontario dall'involontario, il causale dal casuale, il generale dal particolare, il semplice dal complesso.
Tutte le ipotesi e le speculazioni sull'origine dell'universo non hanno alcun impatto sulla nostra vita pratica, né sulla nostra felicità o infelicità. Lasciano il "tempo", anzi, lo "spazio-tempo" che trovano.
Un vero filosofo dovrebbe avere un atteggiamento critico verso qualunque cosa, a cominciare dalla stessa filosofia. Lo stesso si può dire per il vero psicologo nei confronti della psicologia.
Se troviamo insensato un certo comportamento è solo perché non siamo abbastanza intelligenti o sapienti per comprenderlo, per vederne il senso, ovvero la causa e/o il fine. Solo ciò che è casuale non ha senso.
La realtà è infinita, mentre l'intelletto è finito e precario. Perciò possiamo contemplare soltanto mappe di frammenti della realtà, disegnate dai nostri sensi e delimitate da cornici arbitrarie e involontarie.
Nulla è irrazionale, perché ogni cosa, ogni comportamento ha le sue ragioni. Se qualcosa o qualcuno ci sembra irrazionale è perché non capiamo le sue ragioni a causa della nostra ignoranza o scarsa intelligenza.
La filosofia (intesa come critica del sapere) e la psicologia (intesa come cura della mente) sono troppo importanti per lasciare che se ne occupino attivamente solo coloro che hanno titoli accademici con tali nomi.
Un analfabeta sa di essere tale. Un analfabeta funzionale non sa di esserlo. Tuttavia l'analfabetismo funzionale non è una proprietà binaria (presente o assente) ma graduale da un minimo ad un massimo.
Per me il "senso" delle scienze umane e sociali consiste nell'individuazione dei bisogni umani e delle loro strategie di soddisfazione attraverso la storia e i cambiamenti culturali, tra cooperazione e competizione.
Tutto è stato già detto, ma in modo scoordinato, disorganizzato, disperso, frammentario, settario. Questo è il problema. Non abbiamo bisogno di nuove conoscenze, ma di integrare e organizzare quelle già disponibili.
Possiamo chiederci il perché di qualsiasi cosa, e il perché di ogni perché, e di ogni perché del perché, e così via senza fine, e ogni tanto dovremmo farlo, fino alla noia, per renderci conto della nostra ignoranza.
Tra la realtà reale e la realtà percepita dalla mente umana c'è una differenza abissale. La mente contiene una piccola mappa della realtà, costruita dall'uomo con tutti gli errori, le omissioni e le falsità del caso.
Nell'attuale panorama culturale dilagano le analisi ma scarseggiano le sintesi e le proposte di azione. La cultura sembra essersi ridotta ad un'occasione per socializzare e per dimostrare di saperla più lunga di altri.
Gli specialisti nelle varie discipline accademiche hanno dimostrato la loro insufficienza nell'affrontare gli attuali problemi dell'umanità. Abbiamo bisogno di scienziati-filosofi specializzati in complessità generale.
Ogni entità va posta in un certo spazio, in un certo tempo, e in relazione con certe altre entità, vale a dire in un certo contesto. Un'entità senza contesto non significa nulla, non produce nulla, e non serve a nulla.
Noi facciamo tante cose perché ci fanno piacere senza sapere perché ci fanno piacere, ed evitiamo di fare tante cose perché ci fanno soffrire senza sapere perché ci fanno soffrire. Siamo dominati dai nostri sentimenti.
Per capire l'intelligenza di una persona bisogna essere almeno altrettanto intelligenti. Di conseguenza, dell'intelligenza di una persona possiamo capire solo una parte, quella che riusciamo a raggiungere con la nostra.
La vita sociale è una tragicommedia in cui la maggior parte delle persone considerano assoluto ciò che è relativo. In realtà tutto è relativo, a cominciare dallo spazio e dal tempo, che sono ciascuno relativo all'altro.
Un grande limite del pensiero è che possiamo pensare solo poche cose alla volta, una quantità infinitamente più piccola rispetto alle cose della vita, della società, e del mondo, che sono interconnesse e interdipendenti.
Ci sono vari modi di vedere una stessa cosa o fenomeno, ovvero infiniti punti di vista, più o meno favorevoli ai propri interessi e alla propria autostima e reputazione. Ognuno di noi sceglie quelli che più gli convengono.
È insensato, inutile e illusorio conoscere il particolare (cioè il dettaglio, la specialità) se non si conosce il quadro generale (cioè il sistema) al quale il particolare appartiene e col quale si relaziona e interagisce.
La realtà oggettiva esiste, ma pochi la conoscono e solo in piccola parte. Ed esiste una realtà soggettiva per ogni essere umano, che corrisponde solo in piccola parte alla realtà oggettiva e alle realtà soggettive altrui.
Un errore molto comune è quello di scambiare alcune parti per il tutto, il parziale per il totale. D'altra parte non possiamo mai vedere e capire il tutto, ma solo alcune delle sue parti e solo alcune interazioni tra di loro.
Criticare è un diritto e un dovere, se si vuole migliorare la società. Tuttavia prima di criticare bisogna comprendere, perché non ha senso criticare ciò che non si comprende. La "comprensione critica" è l'atteggiamento ideale.
Le idee, le conoscenze, gli interessi intellettuali e perfino le esperienze di una persona possono essere oggetto di censura, discriminazione sociale e persecuzione se contrastano con le idee di chi comanda o con il senso comune.
Il pensiero (cosciente per definizione) è simile a uno slide show, i cui contenuti e la cui sequenza sono determinati da macchine inconsce che interagiscono con stimoli interni ed esterni secondo programmi modificabili nel tempo.
La meraviglia non è sempre un fatto positivo. Per esempio, uno sciocco può meravigliarsi di qualcosa di cui un saggio non si meraviglierebbe. Quanto più si conosce il mondo e l'uomo, tanto meno ci si meraviglia di ciò che accade.
Io per "metafisico", che mi guardo bene dallo spiegare e dal descrivere, intendo ciò che, sebbene esista, l'uomo non è in grado di comprendere a causa dei propri limiti intrinseci. E' la porta che l'agnostico lascia sempre aperta.
Capire una cosa significa porla in uno o più contesti, e per ognuno di essi attribuirle quanti più aggettivi qualitativi e quantitativi possibile. Perciò, prerequisito di ogni comprensione, è la conoscenza di contesti e aggettivi.
La conoscenza non è fonte di felicità in sé, ma ha valore nella misura in cui può aiutarci a capire cosa dobbiamo fare per essere più felici, ovvero per soffrire di meno e godere di più, cioè per soddisfare meglio i nostri bisogni.
Ogni affermazione dovrebbe essere considerata la risposta ad una domanda, e invece troviamo tante risposte senza domande. Sarebbe interessante in un articolo o un libro sostituire tutte le affermazioni con le domande corrispondenti.
I filosofi sono tutti arroganti per definizione, perché pretendono di conoscere il vero, il buono e il bello meglio dei non filosofi e di quei filosofi che la pensano diversamente da loro. Ciononostante, aspiro ad essere un filosofo.
Siamo tutti, più o meno, incompleti. Ogni conoscenza è, più o meno, incompleta. Capire l'incompletezza è il primo passo verso una maggiore completezza. Guardiamoci da chi pretende che la sua conoscenza su qualsiasi tema sia completa.
La diffusione di fake-news più o meno mascherate da buone intenzioni è un virus che attacca le menti, si replica e danneggia la società. E’ un dovere morale denunciare tale fenomeno e coloro che ne sono responsabili attivi o passivi.
Senza accorgercene, accettiamo come spiegazione ciò che non spiega, come risposta ciò che non risponde, come soluzione ciò che non risolve. Se non vogliamo essere ingannati, dobbiamo rifiutare ciò che non è quello che afferma di essere.
La filosofia si divide in logica, etica ed estetica, che sono tra loro intrecciate. Infatti possiamo parlare di logica dell'etica, logica dell'estetica, etica della logica, etica dell'estetica, estetica della logica ed estetica dell'etica.
È facile criticare qualcuno dopo avergli avergli attribuito idee e intenzioni criticabili. Chi critica non ha quasi mai dubbi sulle idee e le intenzioni del criticato e non è consapevole del fatto che si tratta solo di sue interpretazioni.
Di tutte le cose che ogni autore ha scritto, che ogni persona ha detto, alcune sono vere, altre false, alcune utili, altre inutili, altre nocive, alcune importanti, altre non importanti. Nessuno è completamente saggio o completamente stolto.
Molti esseri umani (forse la maggioranza) mal sopportano, e perciò rifiutano, l'idea che qualcuno sia più saggio di loro, ovvero che qualcuno veda la realtà in modo più vero e completo di come la vedono loro, e che la capisca meglio di loro.
L'assoluto è estremamente più semplice del relativo e per questo più attraente. Esso semplifica le nostre scelte, che altrimenti rischierebbero di essere troppo esitanti, cosa che, per la conservazione della specie, potrebbe essere deleterio.
Una visione del mondo consiste in oggetti (caratterizzati da certe forme particolari), categorie di oggetti (caratterizzate da certe forme generali), e collegamenti tra categorie ed emozioni, tra oggetti e categorie, e tra oggetti ed emozioni.
Che un tal Gesù sia esistito intorno all'anno uno può anche essere vero, ma cosa abbia realmente, effettivamente detto e fatto non lo sa nessuno. I vangeli potrebbero essere solo favole di grande successo. Ognuno crede in ciò che gli conviene.
Il patrimonio letterario filosofico e religioso è pieno di spiegazioni che non spiegano nulla e di risposte che rispondono a domande diverse da quelle a cui pretendono di rispondere. Occorre guardarsi dalle non-spiegazioni e dalle non-risposte.
Gli scienziati non sono infallibili né immuni da conflitti di interesse, ma i non scienziati lo sono ancora meno. Perciò pur diffidando degli scienziati, diffido ancor più di coloro che pensano di saperla più lunga delle autorità scientifiche.
Nelle questioni intellettuali gli stupidi non hanno nemici perché non vengono presi in considerazione. Al contrario, le persone geniali hanno molti nemici nelle persone che si sentono minacciate da conoscenze che non posseggono e non condividono.
I maestri, dopo essere stati seguiti, sono fatti per essere superati, ovvero completati. Nessun maestro, nessun insegnamento è sufficiente. Ognuno deve cercare il necessario complemento adatto a sé presso altri maestri e/o con la propria intuizione.
Non tutti hanno bisogno della filosofia o della psicologia per star bene, ma per qualcuno la vita, gli altri, la propria persona, le relazioni sociali e tante altre cose sarebbero incomprensibili e insopportabili senza le spiegazioni di certi autori.
Ogni cosa ha un senso, o più di uno, anche quelle che ci sembrano assurde, insensate, inutili, nocive, bestiali, mostruose, spaventose. Capire il senso nascosto e mistificato delle cose, specialmente del comportamento umano, è la missione del saggio.
Mi pare che ogni epistemologia, ovvero ogni sistema di conoscenza, sia tautologico perché ogni parola che descrive una realtà, per essere spiegata ha bisogno di altre parole, in una catena più o meno lunga che si chiude su stessa in uno o più anelli.
Le opinioni sono flessibili e variabili, le convinzioni rigide e spesso immutabili. Le opinioni sono più manipolabili delle convinzioni, tuttavia, le convinzioni ostacolano la crescita intellettuale, l’intelligenza e la creatività più delle opinioni.
Philosopher Daniel Dennett on the Four Steps to Arguing Intelligently.
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Mi sento come uno vissuto in un lontano futuro, trasferito nel 2023 mediante una macchina del tempo. Tutti, con rare eccezioni, mi sembrano tanto presuntuosi, convinti di sapere tutto ciò che è importante sapere per vivere nel modo migliore possibile.
È impossiile distinguere l'essere dall'apparire, perché l'essere si deduce dall'apparire. Infatti non possiamo conoscere l'essenza delle cose ma solo le loro relazioni e interazioni con il resto del mondo, nella forma e nella misura in cui ci appaiono.
Nessun autore ha detto tutto, nessun autore è sufficiente, nessun autore è senza difetti ed errori. Chi vuole capire cos'è un essere umano e come funziona deve selezionare e mettere insieme parti delle cose insegnate da vari autori di varie discipline.
La conoscenza dovrebbe servire a prevedere il futuro date certe caratteristiche del presente e certe ipotesi progettuali. Se uno non riesce a prevedere il futuro nonostante le sue conoscenze, vuol dire che queste non sono buone e/o non sono sufficienti.
Le nostre esperienze, come le lezioni dei sapienti, sono sempre frammentarie e insufficienti. Sta a noi, col nostro ingegno, interconnettere ciò che percepiamo, in un modo che corrisponda alle connessioni e interazioni reali che costituiscono la natura.
L'uomo è disposto a fare qualunque cosa, perfino ad adeguare il suo modo di vedere, di pensare e di sentire ai desideri altrui, pur di essere accettato da qualcuno, perché per l'inconscio la peggiore sventura è quella di non essere accettati da nessuno.
Io non credo in nulla, nemmeno nelle cose che dico, ma le dico perché credo sia bene crederci. Credo anche che credere sia illudersi. Insomma, credo nel non credere e non credo nel credere. E non credo di contraddirmi, anche se credo che voi lo crediate.
Per capire la vita, l'uomo, la società, il mondo, bisognerebbe cominciare col cercare di rispondere alle seguenti domande: chi/cosa interagisce con chi/cosa? Perché? Come? Secondo quali logiche? Con quali regole? Con quali linguaggi?
Capire un'idea significa riuscire a spiegarla usando i propri schemi e le proprie categorie mentali. Un'idea incompatibile con i propri schemi e le proprie categorie mentali risulta incomprensibile finché questi non cambiano fino al punto di comprenderla.
Così come i manuali per l'apprendimento delle lingue straniere o di materie scolastiche sono divisi per livello (principiante, medio, avanzato) così dovrebbero essere anche i libri che insegnano a pensare e a vivere, come quelli di filosofia e psicologia.
Molte spiegazioni dei fenomeni sociali sono semplificazioni riduttive e riduzioniste di una realtà molto più complessa di quanto l'uomo possa concepire. Diffido delle spiegazioni "totali" e non do credito a chi spaccia per totale una spiegazione parziale.
L'intelligenza e la conoscenza non sono buone in sé, ma lo sono nella misura in cui contribuiscono alla soddisfazione dei nostri bisogni. Infatti esistono cattive intelligenze e cattive conoscenze, cattive in quanto causano sofferenze a certi esseri umani.
Conoscere se stessi significa conoscere la natura umana, i propri bisogni e le proprie logiche di soddisfazione. Il rischio è che sia i bisogni che le logiche di soddisfazione siano incompatibili con quelli altrui o censurati dalla comunità di appartenenza.
Ogni espressione umana, ogni frase, ogni parola, va intesa non come informazione a sé stante, ma come parte di un contesto cognitivo ed emotivo, ovvero di una certa visione del mondo. È tale contesto che dà all'espressione il suo vero e profondo significato.
È meglio sapere come stanno veramente le cose o come tutti pensano che le cose stiano?
E sapendo entrambe le cose, e vedendo che ci sono grandi differenze tra le due, cosa conviene fare? Informare gli altri di tali differenze o tenerle per sé?
Quelli che screditano la scienza sono per lo più persone che non hanno una formazione scientifica. In tal modo fanno di necessità (e difetto) virtù. Ciò e vero anche per quelli che screditano la cultura umanistica non avendo avuto una formazione in tal senso.
Non facciamo del pensiero di qualunque autore una dottrina, un punto di arrivo, ma consideriamo ogni insegnamento un punto di partenza, uno spunto per andare oltre. Nella ricerca della conoscenza, ogni nuova idea è una tappa intermedia di un percorso senza fine.
A mio avviso, i libri sacri di ogni religione sono arroganti in quanto hanno la presunzione di onniscienza e di verità certa. Fortunatamente la maggior parte dei loro credenti non li prende alla lettera, non è sicura di averli capiti e non li legge interamente.
A che serve la conoscenza se non viene usata per ridurre i mali dell'umanità e per soddisfare i bisogni propri e altrui? Se la conoscenza non viene usata in tal senso, serve solo come status symbol o come distintivo di appartenenza ad una certa categoria sociale.
Forse prima del Big bang il tempo non esisteva, e nemmeno lo spazio. Forse c'era solo una infinita energia concentrata in un unico, infimo, immobile punto, senza un perché, né un senso, né una vita, né una mente. Senza tempo non può esserci informazione né mente.
A mio parere, la differenza di metodo tra le scienze della natura e quelle dell'uomo deve essere superata perché danneggia entrambe le scienze. Abbiamo bisogno di più scienza "dura" nello studio dell'uomo e di più filosofia nella ricerca scientifica e tecnologica.
Io vi insegno che quasi nessun essere umano accetta e tollera che qualcun altro gli insegni a vivere e a pensare in modo più adatto alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui, se tale insegnamento mette in discussione la propria visione del mondo e di se stessi.
Al di fuori della loro cerchia c'è poco rispetto per gli intellettuali. La causa di tale mancanza di rispetto è da ricercare sia negli errori di molti intellettuali, sia nella difficoltà dell'uomo di ammettere di essere intellettualmente inferiore ad una suo simile.
Qui si può leggere gratis "L'arte di ottenere ragione", un interessante e utile piccolo trattato di Arthur Schopenhauer.
https://issuu.com/qbic/docs/schopenhauer-arte-ottenere-ragione
Tra la realtà e la nostra conoscenza della realtà c'è la stessa differenza che tra un territorio e una sua mappa. La mappa non è il territorio, ma una sua selettiva rappresentazione, infinitamente ridotta rispetto all'originale e soggetta ad interpretazioni ed errori.
Semplicismo è vedere un fenomeno più semplice di come sia realmente.
Parzialismo è vedere solo una parte di un fenomeno illudendosi di averlo visto interamente.
Noi esseri umani siamo per lo più semplicisti e parzialisti.
Ci sono autori che definiscono e analizzano precisamente aspetti particolari di contesti indefiniti dati per scontati. Infatti oggi c'è tanta scienza delle cose isolate e poca delle relazioni tra le cose, specialmente se queste appartengono a discipline accademiche diverse.
Una delle motivazioni inconsce per cui molte persone non riconoscono l’autorità intellettuale della scienza, è la “subcognizione” che ciò che essa dice contraddice le loro idee, dimostrando così la loro ignoranza e/o la loro stupidità.
Anche in questo si può essere assertivi.

Vi è mai capitato di leggere una citazione senza conoscerne l'autore e di trovarla banale e di nessun interesse, e poi, dopo aver scoperto che l'autore è una persona importante e da voi stimata, rileggette la citazione e la trovate interessante? A me è capitato diverse volte.
Una conoscenza si basa sul linguaggio che la esprime. Non ci può essere una conoscenza (che non sia solo il ricordo di un'esperienza) al di fuori di un linguaggio. Perciò l'epistemologia deve cominciare con l'analisi dei linguaggi che usiamo per esprimere le nostre conoscenze.
Mi chiedo se sia possibile distinguere una cosa dai suoi attributi. In particolare, mi chiedo se io e i miei attributi siamo la stessa cosa. Infatti gli altri mi trattano in certi modi che dipendono dai miei attributi, anzi, da quelli che essi presumono siano i miei attributi.
Secondo me la coscienza esiste solo negli esseri viventi. All'inizio (alla nascita dell'embrione) è piccolissima, debole e rudimentale, e nel tempo diventa sempre più grande, forte e sofisticata. In essa possiamo distinguere tre componenti: cognizioni, sentimenti e motivazioni.
Il disprezzo per la comunità scientifica in generale è, secondo me, indice di un complesso d'inferiorità di chi non è abbastanza intelligente e/o istruito per capire la scienza, i suoi metodi e i suoi risultati, con particolare riferimento ai concetti di statistica e probabilità.
Un’astrazione è un nome assegnato ad una determinata combinazione di altri nomi, allo scopo di evocare la combinazione stessa. La capacità di astrazione è più o meno grande da persona a persona; è innata ma può essere sviluppata attraverso un apprendimento appropriato.
Se qualcuno ricompensasse delle persone solo per imitare gesti di sua invenzione privi di qualunque significato, dopo un certo numero di giorni molte di quelle persone sentirebbero il bisogno e il piacere di imitare altri gesti, e alcuni vi troverebbero dei significati interessanti.
Le conoscenze di una persona sono come una rete ferroviaria con un certo numero di stazioni, scambi e cantieri, e il pensiero di quella persona è come un treno pilotato dal suo inconscio, che percorre quella rete ad una certa velocità, fermandosi un certo tempo nelle varie stazioni.
Il problema delle religioni è che esse non si limitano a chiedersi il perché delle cose, ma trovano pure le risposte, che sono tutte fasulle dal momento che presuppongono uno o più dèi che si interessano dei destini umani e, con le loro manie, intervengono nelle vite delle persone.
Per me metafisica è qualsiasi idea che non può essere dimostrata né falsificata, ed è tuttavia capace di influenzare il comportamento umano, e di dare piacere e/o di lenire il dolore per qualcuno. È sostanzialmente una illusione. È una definizione personale ed eretica, non accademica.
Ritenere vere affermazioni contraddittorie danneggia la mente in quanto inibisce il funzionamento di quelle sue parti che rivelerebbero le contraddizioni stesse. In altre parole, le credenze contraddittorie riducono l'intelligenza. È il caso di molte credenze religiose e superstiziose.
Noi tendiamo a pensare che se una persona ha detto alcune cose vere e importanti, tutto ciò che quella persona dice sia vero e importante, e viceversa, se una persona ha detto alcune cose false o non importanti, tendiamo a pensare che tutto ciò che essa dice sia falso o non importante.
Le menti più semplici tendono ad affrontare le questioni in termini alternativi ed esclusivi, cioè a pensare che una certa idea è vera o è falsa, mentre le menti più complesse accettano il fatto che un’idea possa essere vera e falsa, cioè vera in certi casi o contesti, e falsa in altri.
Continuo a pensare che l'ontologia, in generale, sia una ciarlataneria. Perché l'essere è inconoscibile. Possiamo conoscere solo le relazioni e interazioni tra le cose, non la loro essenza, a meno che la "cosa" non sia un sistema analizzabile in quanto insieme di parti che interagiscono.
La scienza non procede soltanto per scoperte e affermazioni, ma anche per ricoperte e ridimensionamenti, in quanto può dimostrare l'incertezza, la relatività, la complessità, l'incompletezza o l'inconoscibilità di fatti che si ritenevano certi, assoluti, semplici, completi e conoscibili.
Ogni scuola di pensiero, ogni autore, dovrebbero tener conto delle scuole e degli autori precedenti, integrando o criticando le loro idee in tutto o in parte, facendole evolvere in nuove analisi e sintesi, e completandole con con l’aggiunta di nuove scoperte e nuovi concetti.
Io non so cosa sia la coscienza, né cosa sia il dolore, né come siano stati generati, né in che consistano da un punto di vista materiale, spirituale e biologico, ma sono cosciente, con un elevato grado di certezza, del fatto che se mi do una martellata su un dito proverò un forte dolore.
La maggior parte degli autori non dice nulla di nuovo, ma raccoglie, riassume o ripete con parole nuove cose dette da altri, dando arbitrariamente più importanza a certi aspetti e meno ad altri. Gli autori rivoluzionari sono pochissimi, poco conosciuti, poco capiti e poco amati dalle masse.
Tutti ammettono senza problemi che vi siano persone più sapienti di loro in campi specialistici del sapere, ma pochissimi ammettono che vi siano persone più sapienti di loro nella conoscenza generale, elementare, non accademica e non specifica, della vita, della natura umana e della società.
Ogni discorso è parziale, incompleto, insufficiente. Non si può dire tutto con poche parole, nemmeno con molte, nemmeno con un numero infinito di esse. Perché le parole non bastano per descrivere la realtà, ma possono richiamare solo una piccola parte di essa, solo qualche suo aspetto limitato.
Ci sono due tipi di falsità: (1) quelle che affermano l'esistenza di qualcosa che non esiste o l'inesistenza di qualcosa che esiste, e (2) quelle che prendono in considerazione una parte della realtà affermando che sia la sola rilevante, ignorando o nascondendo altre parti che la contraddicono.
Il nome di una cosa non è la cosa. Ciò che la cosa sia dipende dall'esperienza che uno ne ha avuto; è pertanto qualcosa di soggettivo. E allora, quando ci chiediamo cosa sia una cosa, aggiungiamoci un "per chi". Infatti la stessa cosa è diversa, ad esempio, per uno scienziato e per un ignorante.
Conoscere dovrebbe servire a navigare nel mare della vita, ovvero a riconoscere certe forme e strutture fisiche e logiche e i loro effetti, ad orientarsi, e a prendere le decisioni più opportune nelle diverse situazioni al fine di sopravvivere e di soddisfare i propri bisogni naturali e sociali.
Per comprendere una persona occorre immaginare di essere quella persona e di agire per soddisfare i suoi bisogni, desideri e interessi, secondo le sue esperienze e le sue conoscenze. Per riuscirvi occorre mettere da parte i propri bisogni, desideri, interessi e le proprie esperienze e conoscenze.
Conoscere una persona significa soprattutto conoscere i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue motivazioni, le sue attrazioni, le sue repulsioni, le sue paure, le sue speranze, le sue disperazioni, più di quanto la persona stessa ne sia consapevole. Questo vale anche per la conoscenza di se stessi.
L'errore più insidioso e più comune non è quello di ritenere vera una cosa falsa o falsa una cosa vera, ma completa una cosa incompleta, ovvero sufficiente una cosa insufficiente. Ed anche ritenere certa una cosa incerta. Specialmente per quanto riguarda le motivazioni e le cause dei comportamenti.
Farsi domande può essere pericoloso, sia perché le risposte possono essere dolorose, sia perché gli altri non gradiscono quelli che si fanno più domande di loro in quanto potrebbero trovare risposte che essi non hanno e superarli nella gerarchia intellettuale.
Ognuno di noi è parte del tutto, occupa un certo spazio e un certo tempo del tutto e interagisce con altre parti in modo più o meno costruttivo o distruttivo, conservativo o trasformativo. D’altra parte ognuno di noi è un tutto composto da parti che interagiscono rendendo possibile la propria vita.
Il disaccordo tra due persone non dipende quasi mai da errori di logica o contraddizioni nelle argomentazioni di una delle parti o di entrambe, ma da differenze nei punti di vista, sentimenti, valori, presupposti, definizioni e paradigmi cognitivi rispetto ai quali vengono sviluppati i ragionamenti.
Gli esseri umani si differenziano oltre che per il loro grado di intelligenza (comunque essa venga definita), anche per la loro apertura mentale (ovvero la varietà dei punti di vista dai quali sono capaci di vedere il mondo) e per la quantità di punti di vista altrui che sono per loro intollerabili.
La realtà consiste nel movimento di corpi (compreso il mio), nelle forze che li attraggono e li respingono, nelle informazioni che li dirigono e li riproducono, nel piacere e nel dolore che i movimenti producono, e nella volontà (degli organi affettivi) di evitare il dolore e di ottenere il piacere.
Ogni cosa (oggetto, parola, persona, idea, immagine, gesto ecc.) ha per un essere umano significati consci e inconsci, a volte molto diversi e perfino contrastanti. La psicologia si occupa, o dovrebbe occuparsi dei significati inconsci, mentre la filosofia si occupa, purtroppo, solo di quelli consci.
Quando si legge un libro, nella mente del lettore ci sono due posizioni da stabilire: la posizione del lettore nella narrazione del libro e la posizione della narrazione del libro nella vita del lettore. Tali posizioni devono essere coerenti con la visione del mondo del lettore e con la sua autostima.
Nulla "è" qualcosa in sé, ma solo in relazione a qualcos'altro. Infatti ogni predicato riguardante una certa entità implica relazioni con altre entità, anzi, è definito solo da tali relazioni. D'altra parte si potrebbe dire che ogni entità appartiene alle sue relazioni, o che possiede le sue relazioni.
La razionalità serve a dividere un oggetto, persona o fenomeno in varie parti (o aspetti) e a studiare le relazioni e interazioni tra di esse nello spazio e nel tempo. L'irrazionalità tende invece considerare un oggetto, persona o fenomeno indivisibile, e ad attribuirgli proprietà assolute e immutabili.
Il verbo essere è uno strumento scritto nel nostro DNA, infatti lo troviamo in ogni lingua umana. Grazie ad esso possiamo consciamente o inconsciamente costruire delle identità (o equazioni), dotarle di significati, riconoscerle e comportarci di conseguenza, anche se spesso si tratta di equazioni erronee.
Condividere dei valori e delle verità comporta il sottoporsi ad un corrispondente giudizio morale e intellettuale. Per questo molti sono per un pluralismo e relativismo filosofico, etico e culturale, ovvero per un fai-da-te morale in cui ciascuno si giudica come gli conviene sottraendosi al giudizio altrui.
Perché ci chiediamo il perché delle cose? Per lo stesso motivo per cui cerchiamo di conoscere il mondo in cui viviamo. Infatti la conoscenza consiste nel comprendere le cause e le conseguenze dei fenomeni, i quali sono le forme delle cose. Uno dei bisogni umani fondamentali è il bisogno di conoscenza.
A volte, per comprendere una configurazione di cose, persone, eventi e relazioni che ci appare incomprensibile, basta aggiungere ad essa un ulteriore elemento particolare, che in tal caso può definirsi "elemento chiave". Quando non riusciamo a comprendere qualcosa, cerchiamo dunque l'elemento chiave mancante.
Un essere umano è una realtà molto più complessa e imprevedibile di come i suoi simili (ed esso stesso) lo percepiscono, lo classificano e lo giudicano. Infatti l'essere e la percezione dell'essere sono cose molto diverse, anche se interconnesse, così come una mappa non equivale al territorio che rappresenta.
Quanto più una persona diventa sapiente oltre il livello medio della popolazione in cui vive, tanto più essa vede l'ignoranza e la fallacia negli altri e tanto più fatica a comunicare da pari a pari con persone normali, laddove normalità equivale a mediocrità, semplicismo e assenza di autocritica.
Ad ogni livello di astrazione si perde qualcosa, si perdono variazioni in quanto si generalizza. Le astrazioni d'altra parte servono proprio a questo, a farci parlare col minor numero di parole possibile. Le astrazioni economizzano i discorsi nell'intenzione (che spesso è una illusione) di dire tanto con poco.
Contraddizioni, incongruenze, delusioni, illusioni, inganni, doppi vincoli e indecisioni ci rendono infelici. Per evitare il dolore che sentiremmo affrontando tali contrasti, le nostre menti perdono la capacità critica, il senso della misura e il senso della realtà, fino a rendere invisibili i contrasti stessi.
La mente difficilmente conosce se stessa. Quando crede di conoscersi, la sua conoscenza è incompleta, semplificata, mistificata e manipolata. E siccome è attraverso la propria mente che un essere vivente conosce il mondo, anche la nostra conoscenza del mondo è incompleta, semplificata, mistificata e manipolata.
Numero, quantità, rapporto, qualità. C'è una relazione di causa-effetto tra queste quattro categorie. Infatti la qualità di una cosa dipende dal rapporto tra le quantità di certi suoi aspetti, le quali quantità dipendono dal numero di volte che quegli aspetti accadono. Perciò la qualità è determinata da numeri.
I numeri non esistono in natura. Ciò che esiste sono quantità di energie e di informazioni. I numeri sono una invenzione dell'uomo per misurare le quantità, e si basano sull'analogia tra la quantità di ciò che si vuole misurare e quella delle dita delle sue mani. Perciò il termine "digitale" è molto appropriato.
Il micro e il macro si influenzano reciprocamente. La macroeconomia è influenzata dalla microeconomia e viceversa. La macrosociologia è influenzata dalla microsociologia e viceversa. La microsociologia è oggetto di studio della psicologia e dell'interazionismo simbolico di George Herbert Mead e di Herbert Blumer.
La forma di ignoranza più diffusa e pericolosa non consiste nel non conoscere qualcosa, ma nel credere che qualcosa sia più semplice di quanto realmente sia, ovvero di non riconoscere la complessità dei problemi, specialmente quelli sociali, e, di conseguenza, proporre soluzioni che anziché alleviarli li aggravano.
C'è sempre il rischio di scendere troppo nel particolare perdendo di vista il generale. Quando succede, dimostriamo di essere specialisti bravi ma incapaci di soddisfare i bisogni nostri e altrui. Perché la vita richiede che siano soddisfatte un certo insieme di condizioni, non solo alcune, quantunque perfettamente.
I robot possono provare dolore? A mio parere una coscienza senza la capacità di provare piacere o dolore non credo sia concepibile. Per me la coscienza riunisce in modo non separabile le cognizioni, le emozioni/sentimenti e le motivazioni/volontà. Se togliamo uno solo di questi tre elementi, la coscienza si annulla.
È difficile comprendere ciò che ci disturba.
Intendo dire che il fatto che una cosa ci disturba (per qualunque motivo, sano o malato) ci impedisce di avere verso di essa un atteggiamento che favorisca la comprensione. Al contrario, ci provoca una repulsione, la quale nuoce alla comprensione.
Le domande sono più importanti delle risposte. Molti non fanno domande perché sono così arroganti da credere di sapere tutto ciò che occorre sapere per vivere bene, oppure perché hanno paura di essere considerati più sciocchi o ignoranti degli altri. E così molti restano sciocchi e ignoranti per paura di fare domande.
Mentre le scienze della natura trasformano la società attraverso le
innovazioni tecniche, usate anche dalle masse, le scienze umane non
cambiano quasi nulla nella società, in quanto le nuove idee vengono
applicate solo da rare persone senza poteri e ignorate dalle masse.
Ognuno interpreta, consciamente o inconsciamente, le intenzioni di ogni altro, sia nel senso delle credenze che delle motivazioni altrui. Queste interpretazioni sono spesso false e ancor più spesso riduttive anche perché per capire l'intelligenza di qualcuno (in senso lato) bisogna essere almeno altrettanto intelligenti.
L'intelligenza può essere definita come la capacità di creare, nel proprio cervello, modelli della realtà. Tali modelli sono usati dalla mente per "ri-conoscere" certe situazioni e agire in esse (o meglio, reagire ad esse) in modi prestabiliti o calcolati al momento, secondo certi algoritmi in parte innati, in parte appresi.
La percezione della realtà è il risultato di inquadrature, filtri e trasformazioni di informazioni, come avviene nella fotografia. In tal senso una fotografia è una falsa (oltre che ridotta) riproduzione della realtà. A maggior ragione è falsa la nostra percezione. Spesso consiste in "fotografie" ritoccate e in fotomontaggi.
Conoscere una cosa significa prima di tutto “vedere” (in senso fisico o metaforico) le interazioni tra quella cosa e il resto del mondo, e le logiche che le determinano. Inoltre, conoscere una cosa significa dividerla (fisicamente o logicamente) in parti, e “vedere” le interazioni tra di esse, e le logiche che le determinano.
L'insegnamento che ho tratto da Emil Cioran è quello di uno scetticismo sistematico come unica possibilità di sfuggire a qualsiasi forma di conformismo, tranne a quella costituita dallo stesso scetticismo, quando diventa di maniera. Tuttavia sono scettico sulla possibilità di essere immuni dal conformismo senza disumanizzarsi.
Perché succede ciò che succede e non succede ciò che non succede? Perché le persone si comportano in certi modi e non si comportano in certi altri modi? Credo che queste siano le domande principali (e fondamentali) che una essere umano, la scienza, la filosofia, la psicologia e le altre scienze umane e sociali dovrebbero porsi.
Quando si chiede perché una certa cosa ha certe qualità o caratteristiche, si assume che quella cosa abbia quelle qualità o caratteristiche. Ebbene, ciò potrebbe non essere vero affatto o in parte, quindi, prima di chiederci il perché di qualcosa, bisognerebbe assicurarsi di aver capito come quella cosa è fatta e come funziona.
Da quando siamo nati, innumerevoli persone, direttamente o indirettamente, ci dicono ciò che è vero, ciò che e buono, ciò che e bello e i loro contrari, e ci danno consigli e raccomandazioni, spesso contrastanti. A chi credere? Con quale metodo possiamo distinguere il vero dal falso, l'utile dall'inutile, il benefico dal nocivo?
Oggi è tutto un patetico e a volte ridicolo "fai-da-te" intellettuale. Non solo non c'è più rispetto per le religioni (cosa che non mi dispiace) ma nemmeno per i grandi pensatori. Vige l'"uno vale uno" e tanti, anche i più ignoranti, anzi, specialmente i più ignoranti, pensano di non essere inferiori (intellettualmente) a nessuno.
Per orientarsi in modo soddisfacente nella vita occorre avere una visione del mondo il più possibile completa di tutti i suoi aspetti più importanti. Occorre inoltre essere capaci di vedere tali aspetti tutti insieme, a grandi linee e senza tanti dettagli che renderebbero difficile contemplare il quadro generale in un colpo d'occhio.
Molti discorsi servono solo a stabilire ciò che è buono e ciò che è cattivo, ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è vero e ciò che falso, ciò a cui si deve ubbidire e ciò a cui ci si deve ribellare, senza spiegare perché una cosa sia più o meno buona o cattiva, bella o brutta, vera o falsa, oggetto di obbedienza o di ribellione.
Se non capiamo la logica per cui certi eventi accadono, non dobbiamo pensare che essi non seguano una precisa logica. Tutto avviene secondo una logica, anzi, secondo una combinazione di logiche, tranne gli eventi casuali. In realtà anche questi seguono una combinazione di logiche microscopiche, complesse, imprevedibili e non predefinite.
Secondo me, sapere significa associare nomi a cose, mentre capire significa associare cose a cose in rapporti di causa-effetto realistici tali da poter prevedere gli effetti date le cause.
In tal senso, ci sono persone che sanno tante cose ma capiscono poco di ciò che sanno, e persone che sanno poche cose ma ne capiscono molto.
Ognuno sa che non tutti siamo ugualmente intelligenti (in senso cognitivo), ma nessuno accetta l’idea terrificante di avere un’intelligenza inferiore alla media, e di non essere perciò in grado di capire cose che altri capiscono. Infatti la maggior parte della gente sopravvaluta la propria intelligenza.
La mente è un sistema bio-informatico costruito (attraverso le esperienze) per soddisfare i bisogni primari dell'individuo. Esso è più o meno efficace ed efficiente da persona a persona, e cambiarlo è molto difficile, anche perché domina il pensiero e i sentimenti, e la coscienza non lo conosce se non in modo superficiale e spesso mistificato.
Un libro che per me è banale, ovvio, ingenuo, inutile, semplicista, per un altro potrebbe essere rivelatore di un nuovo modo di essere e di pensare, potrebbe risolvere alcuni suoi problemi o addirittura cambiare la sua vita. Per questo anche i libri banali vanno rispettati. D'altra parte molti non sono in grado leggere libri che non siano banali.
Quando percepiamo una cosa, una persona, un'idea, all'informazione che entra nella nostra mente aggiungiamo inconsciamente tante altre informazioni in questa già esistenti, che hanno poco a che fare con l'oggetto reale. Ciò che percepiamo è infatti un misto di informazioni esterne (inconsciamente filtrate in un certo modo) e interne preesistenti.
Molto spesso si discute non per conoscere o apprendere, ma per celebrare un piacevole e rassicurante rito di appartenenza sociale. In tal caso le domande sono quasi del tutto assenti (mentre abbondano le risposte a domande che nessuno si cura di fare, illudendosi di conoscere già le risposte). Insomma, tanti punti esclamativi e pochi interrogativi.
Un'affermazione negativa non può essere negata a meno di fornire almeno una prova che la contraddice, ovvero una prova dell'affermazione positiva corrispondente. L'onere della prova spetta sempre a colui che afferma (positivamente) qualcosa (come nel caso delle religioni) e non a colui che nega l'affermazione (come nel caso degli atei).
Il sapere più importante consiste nel sapere di quali saperi abbiamo bisogno per vivere "bene", anche perché un individuo non può sapere tutto quello che miliardi di persone sono riuscite a sapere. Saper scegliere conoscenze tra tanti saperi è più importante del sapere specialistico. Infatti è meglio sapere poco di tante cose che tanto di poche cose.
Leggere un testo incomprensibile per la maggior parte della gente ha il vantaggio di non farti sentire inferiore agli altri che non lo comprendono. D'altra parte, l'illusione di comprendere qualcosa di insensato ha il vantaggio di farti sentire superiore alla maggior parte della gente che non lo comprendono. Perciò molti trovano un senso dove non c'è.
Il problema con la logica aristotelica e il suo principio di non contraddizione è che l'essere è sempre relativo, mai assoluto, per cui, diversamente da quanto affermava Aristotele, una cosa può essere uguale a x e diversa da x allo stesso tempo, o essere uguale a x solo in una certa misura, a seconda del punto di vista, del contesto, del momento ecc.
Fare confronti (per di più nostalgici) col passato è fuori luogo perché anche solo venti anni fa le condizioni di vita erano diversissime da quelle attuali. Oggi abbiamo bisogno di nuove idee, quelle del passato non funzionano più. Ma quasi tutti cercano di valorizzare ciò che hanno imparato senza capire che si tratta di monete per lo più fuori corso.
Il miglior modo di leggere un libro è quello di cominciare dall'ultimo capitolo. Se lo troviamo interessante, allora leggeremo il libro dall'inizio, altrimenti lo buttiamo via. In tal modo leggeremo solo cose interessanti e non perderemo tempo nella lettura di cose sconclusionate o che si concludono banalmente, genericamente, stupidamente o erroneamente.
Dovremmo prendere coscienza del fatto che i saperi diffusi dalle università, dai media e dalle comunità sono inaffidabili e insufficienti (anche se utili in una certa misura) per risolvere i problemi dell'umanità e soddisfare i bisogni umani. Questo non significa che non dobbiamo conoscere tali saperi, ma che dobbiamo farlo con spirito critico e dubbioso.
La realtà è un multifenomeno, ovvero un'insieme, in parte ordinato e in parte caotico, di innumerevoli fenomeni, molti dei quali interdipendenti. Dato che una mente può cogliere solo una minima parte dei fenomeni e delle loro interazioni, dovremmo mostrare una maggiore umiltà intellettuale, ma purtroppo la mente non conosce i suoi limiti, e si sopravvaluta.
L'io cosciente comprende tre soggettività: la cognizione, il sentimento e la motivazione (io so, io sento, io voglio). Tutto il resto è oggetto, e un oggetto può essere una macchina. D'altra parte, oggetti e macchine interni ed esterni alla propria persona causano e determinano le proprie cognizioni, i propri sentimenti e le proprie motivazioni.
La capacità critica è la capacità di rilevare incongruenze, discrepanze, contraddizioni, illogicità, inganni, illusioni, mistificazioni, dissimulazioni, ipocrisie nei discorsi e nei comportamenti di esseri umani. Si tratta di una dote innata legata all'intelligenza, che può essere incentivata o disincentivata, promossa o inibita mediante un'educazione ad hoc.
Ogni autore ha detto cose valide e cose non valide, cose superate e cose non superate. Bisogna evitare di dare un giudizio medio ad un autore e poi leggere solo gli autori col giudizio medio più alto. Così facendo ci perdiamo le cose buone che hanno detto tanti autori, solo perché insieme alle cose buone hanno anche detto cose sbagliate o inutili.
L'analisi dei rischi epidemiologici è materia specialistica complessa e richiede conoscenze e capacità che i non specialisti non possiedono. Inoltre vi sono componenti psicologiche, sociologiche e politiche di cui tener conto. Coloro che pensano di saper calcolare i rischi meglio del governo (con il suo comitato tecnico-scientifico) sono, a mio avviso, pericolosi.
Ogni idea di una persona è contestualizzata nella visione del mondo della persona stessa, la quale dà alle parole che usa per esprimere la sua idee un significato soggettivo, che dipende anch'esso dalla propria visione del mondo. Ne consegue che due persone con visioni del mondo molto diverse faticano a comprendere le idee l'una dell'altra, e raramente vi riescono.
La falsa sapienza è quel sapere (know-how e ideologie) che non serve a migliorare la società, ma a mantenerla nello stato corrente, a migliorare il proprio status competitivo nella società attuale, e a giustificare le proprie azioni, inazioni e omissioni, ovvero a far sentire i falsi sapienti degni di appartiene ad una comunità in certe posizioni e con certi ruoli.
Il problema è un altro. È una frase fatta che va bene in quasi tutti i ragionamenti. Infatti il problema più grande e difficile da affrontare e capire (prima che risolvere) è comprendere quali siano i veri problemi, ovvero quelli da cui dipendono i problemi che percepiamo. Perché ogni causa è conseguenza di una o più altre cause, più o meno conosciute e mistificate.
Non esistono cause prime: ogni causa è conseguenza di una o più altre cause. L'uovo è prodotto dalla gallina, e la gallina è prodotta dall'uovo. La società è formata dagli individui, e gli individui sono formati dalla società. L'io cosciente è influenzato dall'inconscio, e l'inconscio è influenzato dall'io cosciente. La natura è piena di relazioni causali circolari.
Ogni individuo, gruppo o organizzazione di esseri umani, ogni medium (libro, giornale, canale TV o radio, sito web ecc.) è portatore e diffusore di una ideologia che afferma cosa sia più importante, buono, sano, giusto, vero, utile, bello, potente, vincente, efficiente, comodo, piacevole, pericoloso, schifoso, perdente ecc. e in tal senso educa la sua audience.
Capire di far parte di qualcosa di più grande è fondamentale ma insufficiente. E' solo l'inizio di una ricerca filosofica e psicologica. Bisogna scendere nel dettaglio delle interazioni (che sono multiple e a vari livelli) e questo è dannatamente complesso, anche perché non abbiamo fonti di insegnamento affidabili e abbastanza complete sulla natura umana.
L'uomo cerca un senso in ogni accadimento, e lo trova anche in fatti che non hanno alcun senso in quanto casuali, cioè imprevedibili per qualsiasi mente. Infatti molte persone non credono nella casualità, e ne hanno orrore, come hanno orrore di tutto ciò per cui non trovano un senso, temendo che tutto ciò che appare loro senza senso abbia uno sconosciuto senso malefico.
L'uomo è un animale credente. E' capace di credere in qualsiasi cosa. Guardate in quante cose diverse l'uomo ha creduto nelle varie epoche e nei vari paesi. Le più assurde, le più improbabili, le più pericolose, le più violente, le più strane, le più ingenue, le più stupide. Per il solo fatto che ci credevano molti altri. Specialmente in materia di religione. Ancora oggi.
Ci sono mille filosofie e una sola scienza. Intendo dire che esiste solo un metodo scientifico, universalmente riconosciuto e condiviso, (che consente l'evoluzione della scienza), e una molteplicità di approcci alla filosofia e di visioni del mondo e dell'uomo. Le dispute tra scienziati sono rare, quelle tra filosofi (come pure tra rappresentati di religioni) sono la norma.
Quando pensiamo dovremmo pensare che il nostro pensiero è estremamente limitato rispetto alla complessità della realtà sia esterna che interna, delle quali il pensiero può afferrare solo pochissimi aspetti. Quindi non solo dobbiamo esercitarci all'autocritica come persone, ma dobbiamo ricordarci di criticare il nostro stesso pensiero in quanto intrinsecamente insufficiente .
Quasi tutti gli umani escludono a priori che qualcuno possa essere più competente di loro per quanto riguarda la conoscenza della vita, della società, della natura umana, e di conseguenza, la conoscenza di loro stessi. Per questo la conoscenza della natura umana stenta ancora a svilupparsi, e il progresso civile è così lento e precario.
Ci sono fenomeni sociali per capire i quali è necessario un certo grado di intelligenza e di cultura. Ma se diciamo a una persona che non è abbastanza intelligente e/o colta per capire certi fenomeni, questa si offende. Così, per non offendere nessuno, lasciamo che ognuno si illuda di poter capire tutto ciò che capiscono gli altri per quanto riguarda i rapporti interpersonali.
Conoscere una cosa è possibile in due forme: esternamente e internamente. Nel primo caso si tratta di scoprire di quali sistemi la cosa fa parte e come interagisce con le altre parti di ciascuno di tali sistemi. Nel secondo caso si tratta di vedere la cosa come sistema essa stessa, ovvero come insieme di parti che interagiscono, e di individuare tali parti e le loro interazioni.
Ogni conoscenza è tautologica, cioè si riferisce ad altre conoscenze, senza le quali è impossibile. Per esempio, per conoscere il tempo abbiamo bisogno di conoscere lo spazio e viceversa e non credo che 'conosceremo' mai lo spazio/tempo come entità unica. Anche i concetti di finito e infinito sono tautologici, perché l'uno può essere definito solo in relazione (negazione) all'altro.
Credere è anche un mezzo per appartenere ad una comunità, soddisfacendo così uno dei più importanti bisogni umani. Infatti, credendo in certe sedicenti verità si appartiene automaticamente alla comunità di coloro che credono nelle stesse verità. Ma non debbono essere verità ovvie, altrimenti sarebbe come appartenere all'umanità in generale, cosa poco utile ai fini della solidarietà.
Al "so di non sapere" socratico preferisco un più realistico e smaliziato, meno ingenuo e meno ipocrita "so di essere arrogante". Il problema non è l'arroganza, ma ignorare di essere arroganti o credersi umili. Perché ognuno di noi sa di sapere qualcosa di più e meglio di qualcun altro e, in tal senso, è arrogante. Di conseguenza, ogni insegnamento o consiglio è un atto di arroganza.
La scienza non si occupa di filosofia, mentre la filosofia si occupa di tutto, compresa la scienza. Perciò la filosofia si pone ad un livello intellettuale ed etico superiore rispetto a quello della scienza, anzi, rispetto a quello di ogni altro sapere. Resta da vedere se i filosofi hanno competenze sufficienti per valutare il sapere scientifico nei suoi aspetti intellettuali ed etici.
Gli ignoranti, specialmente se dispongono di libertà e di mezzi economici, vincono politicamente sui sapienti perché i primi sono uniti dalle loro comuni ignoranze e falsità, mentre i secondi sono divisi dalle differenze dei loro saperi. Perciò non è sempre positivo il fatto che in una società vi siano tante visioni e cognizioni del mondo e della natura umana non condivise.
Quanta superbia e quanta stoltezza vi è nel voler capire tutto, e ancor più nel credere di aver capito tutto. Io ho capito che non possiamo capire tutto, ma solo certe cose, importanti, ma sempre incomplete e insufficienti. In particolare, non credo che possiamo capire l'essenza delle cose, ma solo alcune relazioni e interazioni tra le cose, cioè solo alcune relazioni di causa-effetto.
Giochiamo a chi la sa più lunga? Nessuno vince e nessuno perde perché nessuno conosce l'estensione della propria ignoranza e a nessuno piace ammettere di non aver capito qualcosa di importante che il proprio interlocutore ha capito. Perché, consciamente o inconsciamente, ciò equivale a dimostrare di essere intellettualmente inferiori e l'idea di essere inferiori è spaventosa, è un tabù.
Una teoria particolare dovrebbe essere parte di una teoria generale, ma oggi gli intellettuali ci propongono tante teorie particolari che vorrebbero spiegare una serie di fenomeni umani e sociali particolari, senza preoccuparsi di definire una teoria che spieghi l'Uomo in generale. Questo resta così per molti un mistero della cui rivelazione e sintesi le religioni si occupano ben volentieri.
Ci sono due tipi di conoscenze: positive e negative. Le prime riguardano ciò che è vero, le seconde le false conoscenze, cioè il sapere che certe cose che certe persone affermano, è falso. Le false conoscenze sono nocive nella misura in cui ci danno false idee (o mappe) della realtà, e di conseguenza ci inducono a fare false previsioni del futuro, e a comportarci in modi per noi svantaggiosi.
Ogni libro è un essere umano (o più di uno) che ci narra i suoi pensieri, le sue esperienze, le sue immaginazioni. Così come ci sono umani buoni e cattivi, sinceri e falsi, saggi e stolti, sapienti e ignoranti, complessi e semplici, intelligenti e stupidi, eleganti e volgari, così i libri. La compagnia di un libro ben scelto può essere più soddisfacente di quella di un umano in carne ed ossa.
Nulla ha senso in sé. Il senso alle cose lo danno gli umani, e ognuno a modo suo. Se la maggior parte della gente accettasse questo principio sarebbe possibile negoziare e mettersi d'accordo su cosa fare per il bene comune. Quando invece si pensa che esistano principi intellettuali, etici ed estetici assoluti e inderogabili, un accordo tra chi crede in verità diverse è praticamente impossibile.
Che significa conoscere se stessi? Quali sono i requisiti per ottenere tale conoscenza? A quale età è possibile cominciare a conoscere se stessi? In quale modo e in quale misura la gente comune conosce se stessa? Come si descrive? Secondo quali teorie scientifiche, filosofiche o religiose? Come spiega il suo comportamento? Cosa sa di ciò che avviene nel suo cervello? Cosa sa dei suoi automatismi?
Il senso della vita di una persona (che coincide con la propria visione del mondo), è una mappa soggettiva della realtà. È un prodotto della personalità, della mentalità, delle esperienze, dei bisogni, delle capacità e dei limiti di ciascuna persona. Purtroppo molti pensano che il proprio senso della vita sia il solo valido, giusto e legittimo, e criticano e disprezzano quelli diversi dal proprio.
Una casa è molto di più della somma dei materiali e degli oggetti che la compongono. Il di più consiste nelle relazioni, nei legami, nei collegamenti, nelle posizioni, negli accostamenti, nelle forme, nelle configurazioni, insomma: nell'organizzazione e nella correlazione complessiva e dettagliata dei materiali e degli oggetti che la compongono, tale da soddisfare le esigenze di chi la abita e la usa.
Il mio modo di apprendere non è dalla teoria alla pratica, ma dalla pratica alla teoria. Infatti, prima osservo un fatto, ne valuto l'interesse per me e per gli altri, e soltanto dopo, se trovo quel fatto interessante, cerco di sapere e di capire come e perché esso avviene. Di conseguenza studio solo le cause e i meccanismi dei fatti che interessano me e/o gli altri. È un modo pragmatico di apprendere.
Ogni cosa che vediamo o che ci accade suscita in noi una tripla risposta: cognitiva, emotiva e motiva. Quella cognitiva dipende dalle nostre conoscenze, quella motiva dai nostri bisogni e quella emotiva dal loro grado di soddisfazione. Le tre risposte si influenzano a vicenda. Potrebbe essere utile chiederci quali siano le nostre risposte a certi eventi, e quali quelle delle persone con cui interagiamo.
Conosci te stesso! Ottima cosa, ma per riuscirci non basta volerlo. Chi vuole conoscere se stesso deve fare un percorso complicatissimo e difficilissimo, in cui ci si può anche perdere o ingannarsi. Per farlo è indispensabile l'aiuto di altre persone (dal vivo o mediante libri), e trovare le persone giuste è una questione di fortuna.
Per capire certi comportamenti umani per noi incomprensibili o repellenti, forse è sufficiente questo semplice esperimento mentale: immaginare di avere un pulsante premendo il quale per un certo tempo vengono inibiti il proprio senso critico e la propria capacità di rilevare incoerenze logiche, e premere tale pulsante ogni volta che non capiamo il comportamento di una o più persone o ne siamo disgustati.
Le religioni abramitiche sono contro il progresso della conoscenza. Infatti il peccato originale fu quello di mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male e fu punito in modo dolorosissimo, una punizione che dura ancora oggi, nonostante la venuta del cosiddetto Messia. E ancora oggi chi cerca di conoscere il bene e il male oltre quanto insegnato dal clero è mal visto dal clero stesso.
Che significa il verbo essere? Io credo che sarebbe meglio non usare tale verbo in quanto non significa nulla se non una equazione o uguaglianza perfetta di termini, e al suo posto usare termini più significativi, come "fare", "appartenere" (a cose o categorie) , "possedere" (cose o qualità) ecc. Per esempio, invece di dire X è buono, dire X fa bene (precisando a chi fa bene, in che modo e in quale contesto.
Io non so cosa significhi "essere" e non riesco a digerire le "filosofie dell'essere". Per me l'essere è e resta un mistero, e, come per tutti i misteri, ritengo inutile parlarne (Wittgenstein docet). Se lo potessimo definire non sarebbe più un mistero, ma nessuna definizione dell'essere mi convince, mi sembrano tutte tautologie. Preferisco parlare di "identità sociale" come concetto psicologico e sociologico.
Capire cose sulla natura umana che altri non capiscono è un fatto drammatico e pericoloso perché la maggior parte degli umani, piuttosto che ammettere un loro limite di comprensione o di intelligenza (cosa per molti devastante e insopportabile), cercheranno di dimostrare che chi pretende di capire ciò che loro non capiscono, o di vedere ciò che essi non vedono, sia vittima di illusioni, errori o disturbi mentali.
Rispettare le opinioni altrui non significa condividerle. L'importante è non disprezzare la persona che esprime opinioni che non si condividono. Tuttavia è difficile non considerare "sbagliato" chi esprime idee che riteniamo sbagliate. Così, per evitare di disprezzare gli altri, molti preferiscono non giudicare le idee altrui, col risultato che certe persone dicono cose sbagliate senza che qualcuno glielo faccia notare.
Il pensiero, nel senso della consapevolezza di qualcosa, è inefficace e limitato; è digitale, seriale, monocanale, unidirezionale, procedurale, lineare, semplice, finito a fronte di una realtà analogica, multicanale, multifunzionale, sinergica, complessa, multifattoriale, automatica, inconscia, infinita. Ciò nonostante, il pensiero tende a sopravvalutarsi e a credere di poter risolvere i problemi con la sua sola capacità.
Bisogna distinguere la realtà da una certa sensazione della realtà, sensazione che può non corrispondere alla realtà stessa. Per esempio "sentirsi" parte indistinta dell'Uno e in perfetta armonia col mondo e con gli altri può dare al soggetto un immenso piacere (reale), anche se non significa che le cose stiano realmente come lui le le percepisce. Ciò avviene per esempio in chi è sotto l'effetto di sostanze psichedeliche.
L'arroganza non è indice di ignoranza, così come l'umiltà non è indice di sapienza. Sono altri i fattori che derminano la sapienza o l'ignoranza di una persona. Altrimenti sarebbe troppo facile. Basterebbe mostrarsi umili per passare per sapienti. Spesso, chi non ha argomenti razionali contro una tesi assertiva di un interlocutore, accusa questo di arroganza come prova di falsità. Ma così dimostra solo la propria ignoranza.
La mappa cognitivo emotiva di un essere umano è un modello semplificato e parziale della realtà del tutto personale e finalizzato alla soddisfazione dei propri bisogni, i quali sono tributari di quelli della propria specie. Non c'è, a priori, alcuna esigenza di verità o di corrispondenza della mappa con la realtà. Infatti la verità viene perseguita nella misura in cui essa è utile all'interessato, e raccontata a suo favore.
È bene dubitare di tutto. Lo hanno detto fior di filosofi (tra cui Cartesio, che però se ne dimenticava spesso). Tuttavia nella vita dobbiamo continuamente prendere decisioni e fare scelte, e il dubbio sistematico è paralizzante. Allora scegliamo ciò che ci sembra probabilisticamente, plausibilmente più vero, più buono, più bello, più giusto, più produttivo. In qualche modo ci dobbiamo orientare se non vogliamo stare fermi.
L'uomo tende (geneticamente) a credere nelle storie che gli altri gli raccontano. La credenza è tanto più radicata, quanto più numerosi sono i narratori di una stessa storia, quanto più spesso le narrazioni vengono ripetute, e quanto minore è l'età in cui uno comincia a udirle. Solo un'educazione alla critica, alla diffidenza e al sospetto, e un temperamento ribelle possono attenuare la naturale credulità umana.
Non sono convinto, né sicuro, di alcunché, seguo il mio spirito critico che mi porta a diffidare di qualunque teoria, e a dare una certa probabilità di verità (sempre inferiore al 100%) alle varie idee che incontro leggendo, e a quelle che formulo io stesso. Penso (e di questo sono quasi sicuro) che nessun autore (me compreso) sia sufficiente per capire il mondo, e che non tutto ciò che ogni autore dice sia interamente vero.
Il mondo è un insieme di automi interagenti.
Anche gli atomi sono automi, anche le particelle elementari, le stelle e i pianeti, le menti degli esseri viventi e le loro coscienze.
Anche io sono un automa, anzi, sono un insieme di automi, e anche tu.
Conoscere un automa significa capire le leggi e le logiche che determinano le sue interazioni con altri automi nelle diverse situazioni.
Per quanto riguarda il modo di pensare e di conoscere, ci sono due opposte tendenze: separare vs. unire, differenziare vs. accomunare, distinguere vs. confondere, analizzare vs. sintetizzare ecc. Per me la conoscenza consiste nel praticare e nel conciliare tali estremi. In altre parole, per me è impossibile conoscere qualcosa senza prima scomporla e poi ricomporla dopo aver osservato le relazioni e le interazioni tra le sue parti.
Il mondo è una rete spazio-temporale di cause e conseguenze, costituite da processi che coinvolgono masse, energie e informazioni. Tali processi sono più o meno piacevoli, dolorosi o indifferenti per gli esseri viventi senzienti. Ogni essere vivente consiste in un sistema di aggregati di masse, energie e informazioni, interdipendenti e interagenti. Ogni causa è conseguenza di altre cause, e ogni conseguenza è causa di altre conseguenze.
Nel mondo accademico le facoltà scientifiche sono le più affidabili perché l'errore in una teoria scientifica si dimostra prima o poi tale, per esempio, con il crollo di un edificio o la morte di un paziente. Ma l'errore in una teoria filosofica, letteraria, artistica, giuridica o economica è difficilmente dimostrabile e può perdurare senza fine. Anzi, si può dire che al di fuori della scienza non esistono errori, ma solo vedute soggettive.
A volte cambiare una frase dal singolare al plurale la rende più vera, più realistica. Infatti nel mondo non c’è nulla di singolare che duri più di un istante. In altre parole, ogni cosa o persona è plurale in quanto parti di essa e del suo ambiente, e la sua posizione nell’ambiente, cambiano in ogni momento. Perciò, quando chiediamo cosa sia una certa cosa o chi sia una certa persona, dovremmo precisare in quale momento e in quale contesto.
Qualsiasi cosa pensata, anche se irreale, esiste e agisce. Infatti esiste nella mente di chi la pensa, e agisce in essa, anche se non esiste e non agisce al di fuori di essa. Ciò che esiste in un una mente influenza il comportamento della persona a cui la mente appartiene.
D'altra parte, tutto ciò che esiste al di fuori della persona, ma non interagisce con essa, non influenza il suo comportamento, come se non esistesse.
Sembra esserci un tacito accordo, un patto di reciproco rispetto, ovvero di non intrusione e non belligeranza tra gli intellettuali, ognuno dei quali può esprimere liberamente le proprie idee purché non metta in discussione quelle altrui. Questo patto conviene agli interessati ma rallenta il progresso delle scienze umane e sociali. Il patrimonio letterario e filosofico mondiale contiene tante cose inutili e fuorvianti che andrebbero criticate.
Qualsiasi cosa può essere messa in discussione, e potrebbe essere utile farlo.
Vorrei precisare che non dovremmo mettere tutto in discussione, ma decidere cosa sia conveniente mettere in discussione senza escludere alcunché a priori. Il che equivale a non considerare nulla "sacro".
Insomma, dovremmo essere aperti alla discussione di qualsiasi cosa, ma apertura non significa compulsione. La differenza non è sottile.
La teologia è anti-scienza, apologia della fede cieca e dell'incoerenza logica, glorificazione dell'irrazionalità e sfida contro il buon senso. Se il Dio studiato dai teologi esistesse veramente, per farsi conoscere non avrebbe bisogno di sedicenti dotti che spiegano le sue intenzioni con argomenti tanto assurdi da richiedere l'inibizione del giudizio critico per essere compresi. Un Dio che prima ci dà l'intelligenza, poi ci chiede di non usarla.
Pensare è come scandire una memoria, è come il lavoro della puntina di diamante che scorre tra i solchi di un disco che gira su un grammofono. Quella puntina può generare un suono, più o meno semplice, alla volta. Per percepire il contenuto completo del disco completo bisogna aspettare che la puntina lo percorra tutto, e alla fine ci resterà un vago ricordo di ciò che abbiamo ascoltato, filtrato dalla nostra sensibilità e dalle nostre preferenze.
Se il mio interlocutore non mi capisce ci possono essere varie possibili cause, anche concomitanti, come le seguenti:
- mi sono espresso male;
- ho detto cose false o assurde;
- il mio interlocutore non è abbastanza intelligente o istruito per capirmi;
- il mio interlocutore mi detesta;
- il mio interlocutore non mi ascolta o mi ascolta solo in parte.
La coscienza è un ascoltatore, scrittore e narratore di storie.
Tuttavia la vita non è fatta di storie, bensì di processi simultanei e concorrenti (cause ed effetti di interazioni elementari tra organi e tra organismi) che la nostra coscienza cerca di tradurre in storie.
Pertanto, tutte le storie che narriamo agli altri e a noi stessi sono invenzioni più o meno false, più o meno complete e più o meno utili.
Quando la realtà ci fa soffrire desideriamo qualcosa di diverso, di irreale, e dal desiderare cose diverse dalla realtà nascono le illusioni e le speranze impossibili, che pure ci consolano (almeno per un certo tempo).
Ogni discorso implica una divisione del mondo in parti, e le parti in cui il mondo viene diviso sono diverse da persona a persona. Ogni parte ha, per chi l’ha definita, certi attributi, certe caratteristiche e interagisce con altre parti in certi modi. Ogni filosofia, ogni religione, ogni scuola di pensiero, insomma, ogni ideologia, divide il mondo in certe parti e definisce gli attributi di ciascuna parte in termini di necessità, di dipendenze, e di interazioni.
Non facciamoci ingannare dai luoghi comuni. Socrate diceva “so di non sapere”. In realtà era convinto di saperla molto più lunga dei suoi interlocutori. Altrimenti non avrebbe esercitato la professione di insegnante di filosofia o di “buona vita”. Questa presunzione, difficile da nascondere, irritava coloro che non si sentivano a lui inferiori né intellettualmente, né moralmente. Sappiamo come l'arroganza di Socrate fu punita.
La mia libertà è limitata, come per ogni altro essere vivente. Posso fare certe cose e non posso fare certe altre cose. Posso fare certe cose in certi modi e non posso farle in certi altri modi. Fare certe cose in certi modi mi fa star bene, mentre fare certe altre cose, o fare le stesse cose in certi altri modi, mi fa star male. Non so bene cosa mi convenga fare e cosa non fare per star meglio, ma presumo che mi convenga migliorare le mie conoscenze a tale riguardo.
Leggere è un processo attivo, ascoltare un processo passivo. L'organismo ha bisogno di attività e passività. E' bene alternare in modo equilibrato attività e passività, quindi leggere e ascoltare, preferibilmente contenuti vari e da varie fonti. Una persona o società che legge o ascolta troppo poco, che legge o ascolta troppo spesso dalle stesse fonti e troppo spesso contenuti simili è destinata al declino per incapacità di adattarsi ai cambiamenti culturali e ambientali.
Molti non capiscono ciò che sanno, o si illudono di capire ciò che non capiscono.
Capire significa scoprire perché avviene ciò che avviene, ovvero conoscere le molteplici cause dei fatti e le loro molteplici conseguenze.
Capire implica la capacità di prevedere il futuro in base a ciò che si è capito di ciò che è stato.
L'educazione, l'istruzione, non dovrebbero limitarsi a diffondere il sapere, ma anche aiutare a capire ciò che si sa.
Il significato e il valore di ogni cosa sono sempre soggettivi.
Infatti, nessuna cosa ha un significato e un valore in sé, se è vero che solo degli agenti viventi senzienti possono assegnare significati e valori alle forme e alle cose che percepiscono.
Ne consegue che una stessa cosa può avere significati e valori diversi per diverse persone. Questo safrebbe vero anche se il 99% della gente assegnasse lo stesso significato e valore ad una stessa cosa.
Essere è agire. Una cosa che non agisce, né reagisce, non esiste. Perciò per definire l’essenza di qualsiasi cosa è necessario definire il suo agire e il suo reagire, cioè le sue transazioni, interazioni e relazioni con il resto del mondo. Ogni cosa esistente è dunque necessariamente un agente e/o un reagente. Se di una cosa non siamo in grado di descrivere le sue azioni o le sue reazioni nei confronti del resto del mondo, di essa non sappiamo nulla, e faremmo bene a non parlarne.
Qualunque affermazione che non risponda ad un perché è una risposta senza domanda. Viviamo in un mondo dove i punti esclamativi sono molto più numerosi di quelli interrogativi. Dovremmo porre più domande, perché la sapienza è fondata soprattutto sulle domande, per alcune delle quali non ci può essere risposta. Ecco alcune domande che possiamo (e dovremmo) porre a fronte di qualunque affermazione: "a che e a chi è utile?", "quali sono le sue cause?", "quali sono le sue conseguenze?"
Anche un libro, in quanto cibo per la mente, può essere tossico. Prima di leggere un libro, cerchiamo di capire quanto sia sano, e durante la lettura non smettiamo mai di considerare i suoi effetti collaterali.
Certi libri servono solo a compiacere il lettore confermando le sue opinioni, a dargli l'illusione di aver accresciuto la sua cultura e a distogliere la sua attenzione da altri libri più sani e rischiosi perché potrebbero stimolare il progresso umano.
Quando noi pensiamo, il nostri pensieri scorrono incanalati in bacini che corrispondono al concetto di “contesto” e a certi livelli di astrazione. Il metapensiero (cioè il pensiero sul pensiero) ci permette di capire quale sia il contesto e il livello di astrazione in cui i nostri pensieri del momento stanno scorrendo. Sia il contesto che il livello di astrazione limitano i pensieri, che altrimenti allagherebbero il cervello generando un caos cognitivo.
Quando parliamo, ogni frase che diciamo presuppone certe idee, certi valori e certi interessi, si situa in un certo contesto, è un dettaglio di un discorso molto più grande, che include tutto ciò che abbiamo imparato da quando siamo nati. E il significato di ciò che diciamo dipende dal contesto a cui facciamo riferimento, dai nostri presupposti, dai nostri valori e interessi, e dalle nostre esperienze. La soggettività dei contesti personali rende difficile la comprensione e l'accordo tra individui.
Più importante di una particolare conoscenza (o cognizione) è l'uso che ne facciamo e la verifica di una serie di aspetti ad essa relativi, tra cui: validità, applicabilità, utilità ed effetti per l'individuo e la società, oltre a: organizzazione, conservazione, reperibilità, accessibilità, comprensibilità, diffusione, controllo, comunicazione, condivisione, apprendimento, consapevolezza, memoria, evoluzione, manipolazione e mistificazione. Tutte cose che, messe insieme, io chiamo "metaconoscenza".
La questione che pongo è se un arrogante possa dire qualcosa di sensato e utile, e avere ragione in un dibattito, oppure, supposto che sia realmente arrogante, qualsiasi cosa possa dire sia da scartare a priori. Non sarà che quando non si hanno argomenti per contestare la tesi di una persona molto assertiva la si rimprovera di essere arrogante senza nemmeno curarsi di capire e discutere le sue idee? In altre parole, che le idee di un "arrogante" siano da molti considerate sbagliate per definizione e a priori?
Per miliardi di persone, ovvero per la maggior parte degli esseri umani, i grandi geni della filosofia e della psicologa sono stati e saranno inutili.
Intendo dire che se chiediamo alla maggioranza della gente che utilità, secondo loro, hanno avuto quei geni, ci risponderanno che nemmeno li conoscono oppure che non sono serviti a nulla. Questo, secondo me è uno dei più grandi problemi dell'umanità, di cui filosofia e psicologia dovrebbero occuparsi e di cui non si preoccupano abbastanza.
Non mancano gli intellettuali e i non specialisti che analizzano i problemi sociali e ne descrivono, in termini astratti, le cause e i rimedi in modi più o meno intelligenti. Mi pare invece che manchi nella nostra società l'impegno e la capacità di concretizzare i buoni propositi, cioè di metterli in pratica. Mi pare infatti che, dopo l'indignazione e/o l'indicazione della strada da percorrere per risolvere i problemi sociali, ci si sentiamo a posto con la coscienza civile e passiamo ad analizzare altri problemi.
Le uniche cose sicuramente reali nel mondo sono i sentimenti in quanto tali, ovvero ciò che uno sente (mi riferisco al piacere e al dolore in tutte le possibili forme e intensità). Ma non c’è alcuna certezza sulle cause dei sentimenti stessi e dei fenomeni in generale, né sulla loro natura e le loro connessioni, relazioni e interazioni. Su questo ci sono infinite narrazioni erronee, semplicistiche, lacunose e per lo più mistificate al fine di evitare il dolore e aumentare il piacere del narratore o degli ascoltatori.
Io penso che il mondo sia composto da materia/energia e informazioni, oltre a un quid di misterioso a noi inconoscibile e che io non cerco di conoscere perché credo sia fatica sprecata. Se qualcuno pretende di conoscere quel quid (che non consiste di materia/energia né di informazioni) io lo ritengo un ciarlatano, un imbroglione, un illuso, un esaltato, un allucinato, un paranoico, un ingenuo, uno sciocco ecc. (uno o più di tali appellativi). Diceva bene Wittgenstein: "Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere."
L'uomo tende a pensare che se uno non è d'accordo con le sue idee, significa che non le ha capite o non le vuole capire o non è abbastanza intelligente o istruito per capirle o è mentalmente disturbato o è in malafede. Esclude che due persone in disaccordo possano avere entrambe ragione, ognuna dal suo punto di vista, e che ogni punto di vista sia rispettabile. Questo tradurre un disaccordo nel disprezzo per l'interlocutore è una tragedia della natura umana. Potrebbe essere la causa prima di tutti i mali della società.
Credo che il nulla si possa definire come l'assenza del mondo. Quindi si pone la domanda, può il mondo essere assente? Ovvero: lo è mai stato? Potrà mai esserlo? Domande inutili e oziose di chi non ha "nulla" di meglio da fare, a cui si può rispondere solo con aria fritta.
Occorre però distinguere il nulla assoluto (l'assenza del mondo) dal nulla relativo, ovvero l'assenza (temporanea) di qualcosa, di una parte del mondo. Sulla seconda ha senso discutere e cercare risposte, sulla prima non credo.
Quando due intelligenze si incontrano, esse tentano di dialogare costruttivamente, ma il tentativo fallisce quando l'una si accorge che i presupposti e i pregiudizi dell’altra sono inconciliabili con i propri. E allora esse decidono di andare ognuna per la sua strada oppure l'una cerca di modificare l'altra affinché si adatti ai propri presupposti e pregiudizi, e a tale scopo cerca di demolire le idee altrui con argomenti che l'altra parte rifiuta di prendere in considerazione per un istinto di autodifesa e di conservazione.
Secondo me non abbiamo bisogno della verità oggettiva (altrimenti la società sarebbe perfetta) ma di una verità che soddisfi i nostri bisogni, una verità "aggiustata", a noi favorevole, coerente con i nostri schemi mentali. Amiamo la verità solo nella misura in cui ci aiuta a sopravvivere, a vincere i nostri nemici e a soddisfare i nostri bisogni, in particolare quello di essere accettati, rispettati e amati dagli altri. Tutto ciò che va in direzione opposta, che ci fa star male, lo neghiamo, non lo vediamo, lo mistifichiamo.
Il problema è che non basta una buona teoria per cambiare il mondo perché, tra i bisogni umani, quello di conoscere la verità è uno dei meno diffusi e dei più deboli. Quindi non dobbiamo limitarci alla ricerca della verità, ma dobbiamo ancor più cercare di capire i meccanismi della mente umana che ostacolano la comprensione e la diffusione della verità, per combatterli con le strategie appropriate. L'obiezione che la verità non esiste e che ognuno ha la sua verità e ogni verità vale come ogni altra è uno di questi meccanismi.
Un organismo complesso è costituito dall'interconnessione e interazione di organismi più semplici. Pertanto, per conoscere un organismo complesso occorre conoscere gli organismi più semplici che lo compongono e le relazioni tra di essi. Questo vale specialmente per l'uomo e per le società, che sono gli organismi più complessi di cui conosciamo l'esistenza. Senza seguire tale principio e metodo, la conoscenza degli organismi può essere solo emotiva, irrazionale, riduzionista, riduttiva, superficiale, tendenziosa, fallace o inconcludente.
La filosofia può essere usata come oggetto di condivisione identitaria (per segnalare una certa appartenenza sociale), come oggetto di competizione (per dimostrare la propria maggiore intelligenza o sapienza), come strumento di orientamento (per prendere decisioni migliori), come mezzo di allucinazione piacevole o consolatoria, come strumento per ingannare gli ingenui, come strumento psicoterapeutico, e/o come strumento di potere (per dominare i meno sapienti e i meno intelligenti).
Lo stesso vale per ogni altra forma di conoscenza.
Qual'è la cosa giusta da fare in questo momento? E' una domanda diversa da quelle molto più comuni del tipo: Cosa è giusto? Cosa è buono? Cosa è bello? Le tre parole "in questo momento" sono essenziali, rivoluzionarie, perché dicono che non esistono la giustizia assoluta, il bene assoluto, la bellezza assoluta. Ogni valore è relativo al momento, ovvero alla circostanza personale attuale, la quale è diversa da ogni altra passata e futura, perché il mondo, noi stessi, le nostre conoscenze, i nostri bisogni, sono in continua oscillazione ed evoluzione.
Non si può dimostrare l'inesistenza di qualcosa che non esiste. Per esempio, nessuno può dimostrare che in qualche parte dell’universo non esista un asino volante. È invece possibile dimostrare l’esistenza di qualcosa.
Tuttavia, per dimostrare l’esistenza di una cosa occorre prima definire la cosa stessa, cioè le sue proprietà e le sue interazioni (verificabili) con il resto del mondo.
Nel caso di Dio, non ha senso parlare della sua esistenza o inesistenza dato che non esiste una sua definizione condivisa e verificabile.
A mio avviso, il cervello umano è molto sensibile alla numerosità dei fenomeni che percepisce, e alla quantità delle sue ripetizioni.
Infatti, più un fenomeno è numeroso, più spesso si ripete, e più ad esso viene data importanza e credibilità.
D’altra parte più un fenomeno o un evento è lontano da noi (nello spazio e nel tempo) e meno importanza e meno credibilità viene accordata ad esso. Anche per questo sembra che la gente non impari quasi nulla dalla storia, né dalla geografia, né dalla filosofia, né dalla psicologia.
Noi riconosciamo la presenza (fisica e/o logica) di una certa cosa (o ente) come effetto del riconoscimento della presenza (fisica e/o logica) di certi suoi attributi tipici, come le sue forme, i suoi nomi, i suoi simboli, i suoi sapori, i suoi colori, i suoi suoni, i suoi tatti, le sue associazioni, le sue proprietà, le sue appartenenze, le sensazioni piacevoli o dolorose che ci provoca, ecc.
In altre parole, il riconoscimento di un ente è sempre indiretto, cioè è sempre mediato da attributi predefiniti registrati nella nostra memoria.
La storia della filosofia è il resoconto di una competizione a chi la sa più lunga che dura da millenni; un susseguirsi di autori presuntuosi, che ritenevano di saperla più lunga di tutti i loro predecessori, dei quali pretendevano di correggere gli errori e di colmare le lacune con le proprie idee e conoscenze, ritenute più vere e/o più complete ed efficaci delle precedenti. Altrimenti ogni autore si sarebbe limitato a spiegare e commentare le idee dei suoi predecessori senza aggiungervi nulla di originale, come fanno i bravi professori di filosofia.
Credo che il concetto di "essere" non esista né in matematica né in fisica, dove al suo posto si usa il concetto di "equazione", simboleggiata dal segno "=". Per quanto riguarda, invece, la logica, il concetto di essere mi pare coincida con l'attribuzione di qualità, e in particolare di verità o falsità, realtà o irrealtà, a delle entità o proposizioni. Ritengo dunque che quello di "essere" sia un concetto né scientifico, né logico, ma metafisico, e che pertanto ognuno possa definirlo e intenderlo a suo piacimento, quindi un'idea completamente soggettiva.
Il concetto di “essere” implica la costanza dell’essere stesso, a meno che non si intenda l’essere sempre relativamente ad un certo spazio e/o tempo. Infatti, che senso ha dire che A “è” X se questo è vero solo per un periodo di tempo e/o uno spazio limitato, e non è vero né prima né dopo tale periodo, né fuori di tale spazio? Dobbiamo quindi distinguere tra un essere assoluto, che è costante nello spazio e nel tempo, e un essere relativo, che varia nello spazio e/o nel tempo. Tuttavia dubito che possa esistere un essere assoluto, se è vero che “tutto scorre”.
Più uno studia le scienze umane e sociali (filosofia, psicologia, sociologia, antropologia, neuroscienze, linguistica ecc.), più aumentano le proprie capacità cognitive rispetto a coloro che non hanno mai coltivato tali discipline o lo hanno fatto in misura minore. I meno colti, tuttavia, solitamente non riconoscono la loro inferiorità cognitiva rispetto ai più colti, e ritengono che il proprio giudizio sulle questioni morali, psicologiche, politiche, sociali, economiche, religiose ecc. non valga meno di quello degli altri.
Quanto percepiamo una cosa (oggetto, persona, immagine, testo, simbolo ecc.) avviene in noi ciò che Alfred Korzybski chiama "reazione semantica", ovvero un'associazione cognitiva ed emotiva, involontaria, automatica e immediata, con ciò che percepiamo, associazione che dipende dalla nostra particolare mappa cognitivo-emotiva. Di conseguenza, se vogliamo migliorare le nostre capacità e abitudini mentali e comportamentali, ovvero fare una psicoterapia, dovremmo analizzare criticamente le nostre reazioni semantiche ad una quantità di cose, dopo averle rese coscienti.
Qualunque cosa diciamo o facciamo comunica agli altri la nostra visione del mondo.
Ognuno di noi si fa un'idea (consciamente o inconsciamente) delle funzioni, del valore e dell'importanza che la propria persona ha nella visione del mondo di ogni altro e si comporta di conseguenza.
Tutti noi tendiamo infatti (consciamente o inconsciamente) a favorire i portatori di visioni del mondo in cui la nostra persona appare giusta e onorevole, e ad osteggiare i portatori di visioni del mondo in cui la nostra persona appare ingiusta o disonorevole.
Socrate diceva “so di non sapere” (anche se pensava di saperla più lunga dei suoi allievi e dei suoi interlocutori).
A mio parere, non basta “sapere di non sapere”, dobbiamo anche “sapere di non capire”, dobbiamo cioè sapere di essere stupidi.
Intendo dire che non dobbiamo soltanto ampliare le nostre conoscenze, ma anche diventare più intelligenti, cioè cambiare il nostro modo di pensare e di giudicare, cioè la nostra epistemologia, la nostra etica e la nostra capacità di distinguere le informazioni e le conoscenze utili da quelle inutili.
Il pensiero sistemico e complesso è caratterizzato dalla non linearità e dalla molteplicità delle relazioni causa-effetto, nel senso che le interazioni sono quasi sempre circolari (l'effetto ha una retroazione sulla causa, per cui ogni causa è anche effetto) e multiple (un effetto ha quasi sempre molteplici cause e una causa molteplici effetti.
Io cerco di pensare in modo sistemico e complesso, ma non è facile, perché la mente (quella conscia e ancor più quella inconscia) non ama la complessità e preferisce rispondere in modo semplice a qualunque domanda.
Molti cosiddetti filosofi si limitano a giudicare e a volte a prevedere, senza agire di conseguenza. Troppo comodo.
È anche vero che è una fortuna che certi filosofi non abbiamo messo in pratica le loro idee.
Va anche detto che certe idee non possono essere realizzate perché non hanno alcun senso pratico.
Un caso a parte è costituito dai filosofi demistificatori, che per me sono gli eroi della filosofia, il cui compito è quello di contrastare la cattiva filosofia e le idee inutili, stupide o dannose.
Nello studio di un fenomeno o di un oggetto si possono fare due tipi di analisi, o divisioni: in aspetti e in parti.
Nel primo caso si descrivono i diversi aspetti, cioè le diverse forme, di uno stesso oggetto; nel secondo si descrivono le diverse parti che compongono un oggetto e che interagiscono tra loro e col mondo esterno, e le interazioni stesse.
Possiamo chiamare la prima analisi “formale” e la seconda “sistemica”.
L’analisi formale serve solo a riconoscere un fenomeno o un oggetto. La seconda serve a capire come funziona.
Sapere significa essere capaci di prevedere il futuro in certe ipotesi. Per esempio, io so che se metto la mano nel fuoco, questa brucerà e io proverò un forte dolore, oppure che se voglio percorrere a piedi l'Equatore, devo fare un certo numero di passi di una certa lunghezza. L'uomo sa ben poche cose su se stesso; per esempio non sa perché soffre né perché gode, ovvero non conosce le cause dei suoi piaceri e dei suoi dolori essendo queste molto complesse e poco esplorate, o le conosce in minima parte e spesso erroneamente, illudendosi di conoscerle pienamente e certamente.
È possibile per una mente conoscere se stessa? Sì, parzialmente e indirettamente, nei seguenti modi: (1) per analogia mediante l'osservazione di altre menti, nella realtà e nella letteratura narrativa, (2) per deduzione dal comportamento e giudizio degli altri verso di sé, (3) interpretando i propri sentimenti e correlandoli al comportamento proprio e altrui e (4) attraverso lo studio delle teorie psicologiche.
Il grado di conoscenza e affidabilità raggiungibile dipende da vari fattori, tra cui l'intelligenza, l'ampiezza e la salute della mente stessa.
Secondo me, le scienze dell'uomo e della società dovrebbero partire dall'unica cosa certa per un essere umano: il suo "sentire" ovvero il dolore e il piacere. Questi sono causati da diversi fattori (materiali e/o immateriali) più o meno noti. Lo scopo principale del filosofo e dello psicologo dovrebbe essere dunque quello di individuare i fattori che causano (o prevengono) il dolore e il piacere, per alleviare il dolore e aumentare il piacere, nella misura del possibile. Se prescindiamo dai sentimenti, a mio parere, tutti i discorsi psicologici o filosofici diventano irrilevanti.
Una delle caratteristiche più importanti di quasi tutte le religioni è la loro intrinseca reciproca esclusività, che rende impossibile credere in più di una religione allo stesso tempo (a meno di non crearne una sincretista). Questa esclusività ha prodotto gravi danni nelle capacità intellettuali in tutti coloro che hanno ricevuto un'educazione religiosa, perché li ha abituati a pensare che vi possa essere una dottrina di validità assoluta (non solo in campo religioso, ma anche politico, scientifico, filosofico, artistico ecc.) e che tutti coloro che non la seguono sono in errore.
La cultura è piena di autori che insegnano falsità e sciocchezze facendo leva sull'ignoranza inconsapevole dei propri lettori. Questi falsi maestri hanno successo grazie al fatto che i lettori, a causa della loro ignoranza, li sopravvalutano. Fanno discorsi che non disturbano nessuno e non richiedono molta intelligenza per essere capiti, ma richiedono più intelligenza per vedere che si tratta di idee inutili, inconsistenti o nocive. Si tratta di ciarlatani che dicono anche cose sensate (come specchietti per le allodole) su uno sfondo di ciarlatanerie. Non faccio nomi per non offendere nessuno.
Io divido le persone (anche) nelle seguenti quattro categorie:
- conservatori attivi
- conservatori passivi
- progressisti passivi
- progressisti attivi
E divido i conservatori attivi e i progressisti attivi nelle seguenti tre categorie:
- quelli che studiano
- quelli che insegnano
- quelli che fanno
Io mi considero un progressista che studia.
E voi come vi considerate rispetto a tale paradigma?
Ogni umano adotta o costruisce una sua visione del mondo atta a dare un senso a ciò che gli accade. Non importa se tale visione sia realistica, ma che fornisca una spiegazione di ciò che altrimenti sarebbe inspiegabile. E' per questo che miliardi di persone credono in assurdità, perché comunque danno un senso agli avvenimenti. Perché l'uomo non accetta ciò di cui non capisce il senso, ovvero non accetta di non capire il senso delle cose. Saremmo tutti più intelligenti e realistici se accettassimo la non-comprensione come un fatto normale e non necessariamente pericoloso, nulla di cui vergognarci.
Un autodidatta (come lo sono io) passa spesso per arrogante non solo perché il suo sapere non è certificato da un'autorità accademica pubblicamente riconosciuta, ma soprattutto perché, essendo libero di leggere e studiare quello che vuole, non essendo costretto ad imparare ciò che la scuola gli impone di imparare, può essere più critico nei confronti dello status quo culturale, e più creativo nel combinare liberamente saperi provenienti da diverse scuole e discipline. Cosa che disturba gli scolari ortodossi, abituati a restare confinati nel recinto ideologico della loro scuola di specializzazione.
È giusto che le scienze naturali e le relative tecnologie interessino normalmente solo gli addetti ai lavori delle stesse, ovvero scienziati, ingegneri, tecnici, professori e solo in misura minima e superficiale il pubblico indifferenziato.
È invece sbagliato che ciò avvenga anche per le scienze umane (psicologia, sociologia, filosofia ecc.), perché, in quanto esseri umani, siamo tutti addetti ai lavori di tali scienze, oggetti e soggetti di studio e conoscenza, perché conoscere la natura umana è indispensabile per interagire socialmente in modo costruttivo e soddisfacente.
Logica aristotelica: "Se questo è vero, il contrario è falso; non ci sono altre possibilità".
Logica non-aristotelica: "Questo è vero in certi casi, in altri casi è vero il contrario; nulla è vero o falso in assoluto".
(Il corsivo è una mia sintesi, basata sul pensiero di Alfred Korzybski).
Qual'è la vostra logica preferita? Qual'è la logica che usate normalmente, inconsapevolmente?
Per quanto mi riguarda, preferisco la prima ma seguo spesso la seconda. Quanti danni ha fatto Aristotele con la sua logica!
Qualche settimana fa ho avuto una specie di illuminazione o rivelazione: ho capito che il concetto di valore, unito sistematicamente a quello di valutazione, possono costituire una chiave di comprensione di gran parte dei comportamenti umani sociali e interpersonali, altrimenti inspiegabili. In particolare ho scoperto un'importante relazione tra il valore che un individuo dà alle cose e alle persone e il valore che gli altri gli conferiscono e conferiscono a se stessi in quanto persone. Inoltre il concetto di valore personale è essenziale nella competizione e nella costituzione delle gerarchie sociali.
I gruppi sociali si differenziano, tra l'altro, per il grado di complessità e di astrazione del modo di pensare dei propri membri (che si riflette nella quantità e nella qualità delle parole che questi conoscono e usano nel pensare e nel comunicare), e per il loro grado di interesse verso particolari campi culturali come la scienza, la tecnologia, la letteratura, la storia, la filosofia, la psicologia, la politica, l'economia, l'ecologia, le piante, gli animali, l'arte, lo sport, la musica, la religione, la morale, il cibo, la sessualità, le droghe, la moda, l'arredamento, il turismo, i mass media ecc.
Io credo che non sia sufficiente concepire una buona idea perché essa venga realizzata a livello sociale. Perciò mi occupo molto del problema delle cause della chiusura delle persone alle nuove idee, ovvero della conflittualità (più che della competizione) e della resistenza al cambiamento da parte di ogni essere umano, a partire da me stesso. Voglio dire che anche se un'idea fosse perfetta, lascerebbe il tempo che trova se non si risolvesse prima il problema della resistenza al cambiamento e della incomprensione delle idee altrui, problema di tipo non logico-cognitivo, ma psicodinamico e/o neurologico.
Il singolare andrebbe usato solo per indicare un oggetto particolare, unico. Ovvero solo con i nomi "propri" e non con quelli "comuni". In tutti gli altri casi sarebbe meglio usare il plurale. Per esempio, non ha senso dire "il cavallo ha quattro zampe". Ha invece senso dire "i cavalli hanno normalmente quattro zampe". Confondere il plurale con il singolare tende a viziare la nostra percezione del mondo, a generalizzare inconsapevolmente, a considerare tutti uguali i membri di certe categorie e, di conseguenza, a giudicare in modo scorretto e a non rispettare le differenze tra individui, oggetti, fenomeni, ecc.
Quando si comunica qualcosa, questa viene inconsciamente inquadrata, sia dall'emittente che dal ricevente, in un paradigma epistemologico rispetto al quale essa assume dei significati. Il problema è che i paradigmi epistemologici sono sempre, più o meno, qualitativamente e quantitativamente (in ampiezza e profondità) diversi. Ne conseguono incomprensioni, fraintendimenti e disaccordi. D'altra parte, un messaggio non inquadrato in un paradigma è insignificante.
In conclusione, i problemi non stanno nelle cose che si pensano e si dicono, ma nei paradigmi entro i quali esse si inquadrano.
Molte persone non riescono a capire che una cosa (oggetto, persona, azione, processo, fenomeno ecc.) possa essere buona e cattiva, ovvero più o meno buona in certe circostanze e quantità e più o meno cattiva in altre. Per essi una cosa è esclusivamente buona o cattiva, oppure nessuna delle due cose. Punto. Ogni altra ipotesi è per loro illogica, falsa, inaccettabile, insopportabile. Si tratta delle persone semplici, che ragionano in modo lineare, temono la complessità e la evitano per difendersi dallo smarrimento e dalla confusione mentale. Per loro ogni effetto ha una sola causa e l'effetto non può influenzare la causa.
Noi sappiamo (o dovremmo sapere) che non sappiamo tutto ciò che è importante sapere sull'uomo.
Sappiamo (o dovremmo sapere) che c’è qualcos’altro di importante, che ci condiziona e da cui dipendiamo, e che forse non riusciremo mai a conoscere.
Finché non ne sapremo di più, ognuno può immaginare o intuire questo “altro” come preferisce, come meglio lo aiuta a vivere.
Questo “altro”, è forse ciò che alcuni chiamano il “sacro”.
Ci hanno insegnato come rispondere a certe domande, non a farle, e così ci hanno tagliato le ali.
Saper domandare, infatti, è più importante che conoscere le risposte.
Importante è anche imparare che ogni risposta fa riferimento a presupposti che non vengono quasi mai citati, sebbene siano più importanti della risposta stessa in quanto permettono di capirne il senso.
A fronte di una certa domanda o risposta, è dunque bene domandarsi, ed eventualmente domandare all'interlocutore, quali siano i presupposti della domanda o risposta stessa.
La questione non è se sia vera, o più vera, la teoria psicologica X o la Y, ma quanto l'uomo sia interessato a conoscere la propria natura e il proprio funzionamento. Infatti anche la migliore teoria sulla natura umana, ovvero sul modo in cui un essere umano funziona, è inutile se l'interessato non è interessato a conoscerla, né desidera, attraverso tale conoscenza, migliorare il proprio comportamento in termini di soddisfazione dei propri bisogni.
Temo infatti che la gente sia talmente conformista che si interessi di psicologia solo quando, e nella misura e con la profondità profondità, in cui essa sia di moda.
Forse la causa principale dei problemi sociali e individuali è il fatto che la grande maggioranza degli esseri umani non si interroga sulla validità dei propri pensieri e dei propri comportamenti. E' troppo occupata a vivere e a risolvere problemi pratici (come quello della sopravvivenza, del lavoro, della cura della prole, della cura delle malattie, dei conflitti individuali e collettivi, del rispetto delle tradizioni e delle norme della propria comunità, della ricerca di compagnia ecc.) che non ha tempo per coltivare la filosofia e la psicologia, considerate superflue e illusorie, e crede di conoscere la natura umana in maniera adeguata.
Nessuna cosa è conoscibile né definibile in sé (come tenta inutilmente e arbitrariamente di fare l'ontologia) ma sono conoscibili e definibili solo le relazioni e interazioni di una cosa con il resto del mondo, o tra le parti che la compongono. Per questo motivo io rifiuto qualsiasi discorso ontologico come ciarlataneria.
Perciò, quando vogliamo parlare di una cosa X, invece di rispondere alla domanda "cos'è x (in sé)?" dovremmo cercare di rispondere a domande quali: con cosa si relaziona X e come interagisce? A quali insiemi appartiene X? Di quali parti X è composta? Come si relazionano e come interagiscono le parti di X tra loro?
Lo studio autodidattico della psicologia può all'inizio essere utile a tutti per correggere quei grossolani difetti di pensiero e di comportamento che rendono difficile l'interazione con gli altri. Ma, una volta ottenuti quei cambiamenti che rendono il soggetto più simile agli altri, e quindi meglio in grado di interagire con essi, continuare lo studio della psicologia per comprendere a fondo la natura umana e il funzionamento della mente può rendere più difficili le interazioni con le persone che conoscono troppo poco tali materie, né desiderano conoscerle meglio, e non si chiedono perché fanno ciò che fanno e se ciò che fanno sia giusto.
Per me qualsiasi filosofia che non tenga conto della psicologia è zoppa e orba. Perché il pensiero del filosofo è sempre inconsciamente condizionato dal suo assetto psichico, ovvero dalla sua particolare, unica, mappa cognitivo-emotiva. Molti sono convinti della supremazia e indipendenza logico-razionale della filosofia rispetto ad ogni altra disciplina o scienza. Anche per me la filosofia si pone al livello più alto del pensiero, ma essa deve tener conto dell'irrazionale che la anima e dubitare di tutto, a cominciare da se stessa. Una filosofia arrogante, ovvero incapace di autocritica, è inefficace, anzi, può fare molti danni all'individuo e alla società.
È inutile che due persone discutano su un aspetto particolare del comportamento umano se sono in totale disaccordo sulla struttura e il funzionamento della mente in generale. Vi sono infatti scuole di pensiero incompatibili come quella cognitivista, quella psicodinamica, quella spiritualista e quella del non pensiero. La prima afferma il primato della coscienza sull'inconscio, la seconda il primato dell'inconscio sulla coscienza, la terza il primato del divino sull'umano, la quarta considera l'attività pensante pericolosa o inutile e preferisce andare "dove ti porta il cuore". Esistono poi scuole di pensiero ibride che combinano in vario modo quelle indicate.
Le relazioni di causa-effetto tra fenomeni (naturali, sociali, psicologici ecc.) sono generalmente complesse, nel senso che ogni fenomeno è al tempo stesso causa e conseguenza di un certo numero di altri fenomeni. Tuttavia gli esseri umani hanno molta difficoltà a pensare in modo complesso, col risultato che spesso s'ingannano credendo di vedere, tra certi fenomeni, relazioni di causa-effetto semplici, laddove esse sono molto più complesse.

Si sente spesso dire "conosci te stesso!". Ma è impossibile capire chi siamo né chi siano le persone con cui interagiamo se non in relazione ad un paradigma della natura umana con il suo vocabolario e le sue possibili varianti. Di tali paradigmi ne esistono diversi, più o meno formali ed espliciti (ogni scuola di psicologia ha il suo), ma secondo me sono tutti insoddisfacenti e/o parzialmente fallaci. Spero che un geniale psicologo e filosofo ne concepisca e divulghi al più presto uno nuovo sufficientemente attendibile e utile. L'umanità ne ha bisogno per conoscere se stessa, prima che sia troppo tardi, per evitare una catastrofe umanitaria a livello planetario.
Non tutto ciò che uno scienziato dice è necessariamente scientifico. Un'affermazione ha validità scientifica solo quando è condivisa dalla maggior parte degli scienziati. Non basta avere un titolo accademico per fare scienza, e su certe cose gli scienziati non sono tutti d'accordo. Inoltre ci sono scienziati che da principi "scientificamente" dimostrati traggono conseguenze non scientifiche e tutte da dimostrare, come ad esempio per quanto riguarda la fisica quantistica e l'epigenetica. Infatti, la fisica quantistica non dimostra che la "telepatia" sia possibile, né l'epigenetica che i figli possano ereditare dai genitori nozioni o abilità che questi hanno appreso.
Se, bevendo una pozione magica, acquistassi tutto il sapere scientifico e filosofico di tutti gli esseri umani vissuti e viventi, e conoscessi perfettamente tutti i testi finora pubblicati, come cambierebbe la mia vita? Sarei più felice? Vivrei più a lungo? Come cambierebbero i miei rapporti con gli altri? Gli altri riconoscerebbero il mio superiore sapere o lo ignorerebbero? Sarei più rispettato? Sarei considerato un arrogante e disprezzato per questo? Come potrei convincere gli altri di sapere più di loro? Smetterei di avere rapporti sociali con le persone che ho frequentato finora per iniziare relazioni con persone più sapienti?
In un anno di storia del nostro pianeta avvengono miliardi di fatti umani. Quali scegliere? Quali analizzare? Quali ignorare? Quali approfondire? Quali correlare? La storia è una, ma le storie che di essa si possono narrare sono potenzialmente infinite e tutte diverse. Anche sulla vita di una singola persona si possono costruire infinite biografie diverse, scegliendo cosa considerare, cosa ignorare e cosa collegare. Lo storico non è uno che racconta "la" storia, ma uno che estrae una certa quantità di fatti dalla storia e dà loro una certa interpretazione e un certo significato. In tal senso ogni storia è soggettiva ed esprime la mentalità dello storico che la racconta.
Ci sono parole molto usate che nessuno sa spiegare se non tautologicamente, e che hanno un alone di sacralità, spiritualità o religiosità. Esempi: anima, spirito, amore. Queste parole hanno avuto grande fortuna sin dagli albori delle civiltà umane perché vengono associate a promesse di felicità, armonia, pace, moralità, e indicate come soluzioni dei problemi sociali e individuali. Chi le usa attribuisce loro poteri magici, come fossero degli amuleti, e le protegge contro ogni attacco intellettuale materialista che cerca di dimostrare la loro inconsistenza e irrazionalità, proprio come ogni religione si difende dalle idee dei miscredenti, ovvero in modo irrazionale e tautologico.
Mi è venduta l'idea che le idee siano come animali che letteralmente ci abitano e ci guidano senza che ce ne accorgiamo.
Una volta formatesi nella nostra mente, esse ne diventano parti attive, nel senso che, quando vengono evocate, agiscono evocando altre idee ad esse collegate, producendo emozioni e sensazioni più o meno piacevoli o dolorose, e dando luogo a voleri e comportamenti più o meno consci o inconsci
Se ciò è vero, siamo schiavi delle nostre idee, le quali, tuttavia, possono essere conflittuali tra loro e provocare comportamenti e pensieri contraddittori, incoerenti, mistificati, paralizzanti ecc. ovvero disturbi mentali di varia natura.
Perché tanta gente dice "tipologia" intendendo "tipo", "problematica" intendendo "problema", "estrapolare" intendendo "estrarre", come se fossero sinonimi? Queste parole hanno significati diversi. "Tipologia" è un insieme di tipi, "problematica" un insieme di problemi, "estrapolare" significa ricavare un dato ipotetico da dati reali ecc.
Quando uno sceglie una parola difficile piuttosto che una più facile, forse vuole dare l'impressione di avere una cultura superiore a quella che ha. E' anche vero che chi ha una scarsa cultura tende a copiare l'uso improprio di certi vocaboli da chi si presume abbia una cultura superiore, come certi personaggi che parlano in televisione.
A mio parere, comprendere una persona significa soprattutto sapere cosa la fa soffrire e cosa la fa godere.
Questo vale anche per la comprensione di se stessi.
Un problema drammatico si pone quando ciò che fa soffrire l'uno fa godere l'altro e/o viceversa. In tal caso la comprensione dell'altro è alquanto difficile, se non impossibile.
Infatti tendiamo a non riconoscere all'altro il diritto di disprezzare ciò che noi apprezziamo e di apprezzare ciò che noi disprezziamo.
Quando si parla di piacere e di dolore non c'è logica razionale che tenga. La ragione non c'entra. C'entrano solo le cause, che sono per lo più sconosciute o dimenticate.
Capire significa stabilire un rapporto di causa-effetto tra due o più “cose” come eventi, fenomeni, azioni, pensieri, idee, sentimenti ecc. Ci sono due modi di capire: uno cognitivo e uno emotivo. Quello cognitivo permette ad una persona di collegare causalmente dei fatti senza fare riferimento ai propri sentimenti. Quello emotivo permette ad una persona di associare una cosa ad un proprio particolare sentimento più o meno doloroso o piacevole, nel senso che l’evocazione o il verificarsi di quella cosa avrebbe come conseguenza un certo sentimento. Normalmente la nostra comprensione delle cose è allo stesso tempo in parte cognitiva e in parte emotiva, e le due parti si influenzano reciprocamente.
Non mi piacciono le persone che dicono una parte di verità con la presunzione che non ci sia altro di importante da dire. Si tratta dei riduzionisti, che riducono la complessità della natura umana a poche semplici spiegazioni. Il riduzionismo lo ammetto solo negli aforismi, dove esso è d'obbligo, in quanto gli aforismi sono piccoli frammenti di verità, ma non nei libri, nelle conferenze o nelle interviste. I riduzionisti hanno molto successo perché la gente preferisce una semplice falsità (o verità incompleta) ad una verità più complessa in quanto più completa. Per questo la cultura umanistica consiste spesso in una guerra tra riduzionisti, ognuno dei quali ha la presunzione di essere sufficiente.
Quando sentiamo un discorso, se supponiamo a priori che esso sia sensato, logico, fondato e plausibile, ci sforziamo di comprenderlo, e alla fine necessariamente lo comprendiamo facendo, se necessario, forzature, omissioni, salti illogici, distorsioni e/o attribuendo significati arbitrari e di comodo alle parole usate.
Se invece ammettiamo, sin dall'inizio, che quel discorso possa essere falso, illogico e/o assurdo, allora non abbiamo bisogno di forzature, omissioni, salti illogici, distorsioni o di attribuire significati arbitrari alle parole, e forse per buone ragioni non comprendiamo quel discorso se esso è alla fonte falso, infondato, illogico o insensato.
Come ogni umano, io ho certe idee, ovvero una certa visione del mondo e della società. Se qualcuno afferma idee che contrastano con le mie, ovvero che le smentiscono, al livello inconscio io mi sento aggredito, come se qualcuno volesse distruggere la mia personalità, e reagisco difendendo le mie idee confutando quelle contrastanti. Così facendo, cerco, al livello inconscio, di distruggere la personalità dei miei rivali in fatto di idee.
Siccome al livello inconscio tra persona e personalità non c’è differenza, il confronto tra tra idee contrastanti può generare ostilità, aggressioni e guerre anche sul piano fisico. Pertanto le differenze di idee non vanno sottovalutate e vanno espresse con cautela.
Il mondo è molto più complesso di come noi possiamo vederlo e comprenderlo, specialmente per quanto riguarda le cause e gli effetti dei fenomeni. Lo stesso vale per la mente umana.
Una delle ragioni della complessità dei fenomeni è che ogni oggetto può essere parte di diversi sistemi e contesti, ed è sottoposto a diverse forze e regole. Ciò che accade è dunque il risultato di una combinazione di forze e di regole, cioè non l'effetto di una sola causa.
Ma l'uomo aborrisce la complessità e cerca di capire i fenomeni in termini semplici, cioè monocausali, come se ciascun effetto avesse una sola causa. Per questo spesso l'uomo, per risolvere un problema, ne crea di più gravi.
In una biblioteca tutti i libri hanno la stessa dignità in quanto libri, ma i loro contenuti, in quanto strumenti per capire la realtà e la natura umana, hanno un valore alquanto diverso tra loro.
In tal senso, su ogni mille di libri ce n'è forse uno che da solo vale più di tutti gli altri messi insieme, senza contare che molti libri, anche di grande successo, come la Bibbia e altri di contenuto religioso, sono pieni di falsità più o meno pericolose.
Il problema è che non vi sono classifiche universalmente riconosciute sul valore relativo dei libri a nostra disposizione per cui ognuno di noi deve faticosamente orientarsi tra l'immensa offerta disponibile cercando di individuare i libri di maggior valore.
Il mondo visto da me si divide in: (1) il mio io cosciente, (2) il mio inconscio e (3) il resto del mondo. I primi due costituiscono la mia persona, la quale è fatta di massa e di mente (hardware e software).
Il resto del mondo si divide in (3.1) gli altri umani e (3.2) il resto del resto del mondo.
Le entità sopra elencate si influenzano reciprocamente.
Il mio io cosciente prova sentimenti (piacere e dolore associati a certe forme) generati dal mio inconscio per segnalare i bisogni della mia persona, ed elabora cognizioni e progetti per soddisfare i bisogni stessi.

In natura, nessuna cosa ha un nome, né un significato né un valore indipendentemente dagli uomini. Sono questi che danno alle cose nomi, significati e valori come loro conviene, diversi da cultura a cultura, e perciò nomi, significati e valori possono cambiare, ovvero sono sempre relativi. Ciò che invece in natura esiste indipendentemente dagli uomini sono le strutture fisiche e biologiche, che definiscono le relazioni e interazioni tra le parti che costituiscono i sistemi viventi e non viventi ai vari livelli strutturali. A differenza dei nomi, significati e valori, che sono sempre relativi, si può dunque affermare che le strutture fisiche e biologiche siano assolute, e che tutto ciò che avviene dipende da esse, ovvero è relativo ad esse.
Io ho un pregiudizio negativo contro l'idea stessa di "ontologia". Ho infatti imparato (da Gregory Bateson) che non è possibile conoscere una cosa "in sé" ma solo le relazioni e le interazioni di una cosa col resto del mondo. Possiamo inoltre conoscere una cosa in quanto sistema, cioè osservando le parti da cui è costituita e le relazioni e interazioni tra di esse. D'altra parte, a mio parere, una cosa che non ha alcuna relazione con altre o che non può essere suddivisa in parti (in relazione tra loro) non merita nemmeno di essere conosciuta, oltre al fatto che non penso possa esistere qualcosa che non abbia relazioni con altre. In conclusione, ritengo l'approccio ontologico (cioè non relazionale) inutile, illusorio, arbitrario e fuorviante.
Le persone sono "costituzionalmente" più o meno sensibili e attente a non ferire il prossimo, cosa che le differenzia in più o meno "buone" o "cattive". Tuttavia, il ferimento, o l'offesa, che uno percepisce può non essere intenzionale, nel senso che uno può dire qualcosa all'interlocutore non per offenderlo o sminuirlo, ma per "aprirgli gli occhi", cioè per mostrargli qualcosa di reale che quello non vede, mentre il ricevente percepisce il messaggio solo come un'offesa o una umiliazione. In altre parole, un gesto di "generosità intellettuale" può essere frainteso come manifestazione di arroganza e di sopraffazione. Per tale motivo, chi più sa dovrebbe evitare, se possibile, di svelare la sua maggiore sapienza a coloro che non gli chiedono di farlo.
Si discute per stabilire una gerarchia della verità, ovvero chi, tra coloro che discutono, sia più in alto o più in basso in una scala gerarchica che afferma il potere politico, e di conseguenza economico, di coloro che sono più vicini alla verità. In altre parole, ognuno cerca di giustificare il proprio potere e i propri privilegi con il possesso di una maggiore verità rispetto ai sottoposti o "inferiori".
E' infatti di fondamentale importanza dimostrare, attraverso la discussione, di essere dalla parte della verità e della ragione più di quanto lo siano quelli che vorrebbero mettere in discussione il nostro potere, ovvero la nostra autorità, autorevolezza o i nostri privilegi basati su una presunta migliore conoscenza della verità.
I paradigmi filosofici del passato non sono in grado di affrontare l'attuale complessità scientifica, tecnologica, sociale, storica, politica (che include, ad esempio, il fallimento del fascismo e del comunismo e la crescente diffusione del populismo). Il fallimento dei paradigmi accademici favorisce uno sterile relativismo e un nichilismo distruttivo, disimpegnato e irresponsabile che sta causando il declino della nostra civiltà. Io credo che si possa uscire dalla attuale crisi intellettuale e morale attraverso una filosofia della complessità (E. Morin), una visione cibernetica e sistemica della vita (G. Bateson), una logica non aristotelica (A. Korzybski), una pragmatica neurologica dei sentimenti (A. Damasio) e una dialettica dei bisogni umani (L. Anepeta).
La neuroscienza non dice che l'uomo è fatto "soltanto" di cellule, e che la sua mente e "soltanto" una rete di neuroni, non esclude che vi siano "anche" entità misteriose e inconoscibili in gioco. Se la realtà è fatta di cose conoscibili e cose inconoscibili (come io credo) noi possiamo operare razionalmente e pragmaticamente su quelle conoscibili e non su quelle inconoscibili. Sarebbe già moltissimo progredire su tutto ciò che possiamo conoscere e c'è molto da fare in tal senso. Per quanto riguarda le cose inconoscibili (o ancora sconosciute) non possiamo operare razionalmente né discuterne in termini razionali, e ognuno può affidarsi al suo intuito, senza però farne materia di insegnamento o discussione razionale, altrimenti si fanno passare cose inconoscibili e sconosciute per conoscibili e conosciute, il che sarebbe un imbroglio.
Vi consiglio la lettura di questo articolo sul (cattivo) uso del verbo essere, che parla, tra l'altro, del pensiero di Alfred Korzybski, uno dei miei principali maestri, oggi purtroppo dimenticato, e ignorato nel mondo accademico.
Citazione dal documento: "Le reazioni linguistiche, indispensabili per poter comunicare e trasmettere esperienze, pensieri e scoperte da un individuo all’altro e da una generazione all’altra, se non si accompagnano alla consapevolezza della loro natura di “astrazioni” e quindi della loro impossibilità di fungere da sostituto di ciò che intendono rappresentare, finiscono con il generare il fenomeno – sicuramente malsano – della «tirannia delle parole»""
https://agon.unime.it/files/2016/02/0705.pdf
Cosa c'è oltre il confine del mondo che ci è familiare? Cose buone o cattive? Mi conviene scegliere A o B? Quale tra A e B soddisfa meglio i miei bisogni? Mi conviene cambiare o conservare?
Domande, dubbi e curiosità riguardano soprattutto ciò che gli altri pensano di noi, cosa sentono per noi, cosa vogliono o desiderano da noi, cosa sono disposti a fare per noi e a concederci, ovvero in quale misura possono e sono disposti a soddisfare o frustrare i nostri bisogni.
Dalle risposte a tali domande dipendono le nostre azioni verso gli altri: avvicinamento o allontanamento, mantenimento o cambiamenti di ruoli, cooperazione o competizione, imitazione o differenziazione, selezione, rifiuto o indifferenza, inerzia o rottura, sottomissione o ribellione, deviazione, ripristino, riparazione ecc.
Per mistero della coscienza intendo qualcosa che non possiamo controllare (nel senso di manipolare) né prevedere, ma da cui siamo controllati. La coscienza non può controllare né prevedere se stessa se non in misura minimale (per esempio mediante anestesie, droghe, farmaci, sonde nel cervello, suggestioni e autosuggestioni). Per il resto è soggetto e oggetto allo stesso tempo, nei confronti di se stessa e del resto del mondo. Il mondo controlla completamente la nostra coscienza, ma la nostra coscienza controlla solo una piccolissima parte del mondo e di se stessa. Si tratta di un'interazione circolare basata sul feed-back. E in più la coscienza è dominata dal piacere e dal dolore, che sono parte di essa. Questo è per me il mistero della coscienza. Il fatto che non conosciamo (se non in minima parte) i meccanismi di questi controlli e di queste interazioni.
Una certa persona, un cartello pubblicitario, un film, un libro, un articolo di giornale, una pagina web, mi narrano certe cose. Quali sono gli scopi di tali narrazioni? Sono comprensibili? A chi sono rivolte? Anche a me? Mi riguardano? Sono chiare? Cosa c'è di vero? Cosa c'è di falso? Cosa dicono esplicitamente e cosa implicitamente? Qual è il loro contesto? Di quali relazioni e interazioni parlano? Mi possono essere utili? Cosa mi inducono a fare o non fare? A cosa vogliono farmi credere o non credere? Mi conviene ascoltarle/leggerle o ignorarle? Mi conviene approvarle, correggerle, smentirle o condannarle? Mi conviene esporre narrazioni alternative? Mi conviene impararle? Mi conviene ripeterle ad altri? Mi conviene seguirle / eseguirle / condividerle? Mi conviene crederci? Che mi può accadere se ci credo? Che mi può accadere se non ci credo? ...
Io penso che ognuno abbia ragione dal suo punto di vista e che i punti di vista siano più o meno diversi, qualitativamente e quantitativamente. Quindi penso che due persone abbiano ragione entrambe, e forse anche torto entrambe, anche se affermiamo cose opposte. Questo modo di pensare è la base del rispetto tra esseri umani.
Infatti la visione del mondo di ognuno è il risultato di una più o meno consapevole percezione, elaborazione, astrazione, semplificazione, selezione, riduzione, assimilazione, alterazione, modellazione, generalizzazione, manipolazione (con aggiunte) di una realtà che non conosceremo mai per ciò che è in sé, ma che possiamo conoscere solo per gli effetti cognitivi ed emotivi che ha in noi e che sono diversi da persona a persona. Ogni visione del mondo è dunque falsa, artificiale, soggettiva, emotiva e più o meno lontana dalla realtà.
Conoscere consiste nel riconoscere certe forme (cioè certi oggetti concetti o astratti) e associare ad esse qualità (cioè attributi o proprietà) e relazioni con altre forme conosciute.
Conoscere serve dunque a riconoscere cose o idee e a rievocare proprietà, associazioni e relazioni tra di esse, e non si può riconoscere qualcosa senza prima avere conosciuta.
Tuttavia possiamo supporre che alcune conoscenze siano innate, come quelle del piacere e del dolore, della libertà e della costrizione, del potere e dell'impotenza.
Conoscere è dunque, inevitabilmente, coltivare dei pregiudizi, anche se le menti migliori sono capaci di accorgersi quando un pregiudizio non è più sostenibile e, in tal caso, di cambiarlo.
Questa è la mia epistemologia, tautologica come ogni altra.
La società è in uno stato miserabile soprattutto a causa dell'ignoranza della maggior parte dei suoi membri, che non riescono ad adattarsi ai cambiamenti che li riguardano.
Siamo tutti ignoranti, chi più chi meno, specialmente quelli che credono di non esserlo. Se non riconosciamo questa realtà e non cerchiamo di porvi rimedio continueremo a fare discorsi inutili e a subire il futuro, restando incapaci di determinarlo.
Socrate diceva "so di non sapere", ma non credo che lo pensasse realmente. Noi dovremmo partire dal sincero riconoscimento della nostra fondamentale ignoranza, malgrado tutto quello che ci viene insegnato dalle università.
Ciò che abbiamo imparato dai canali ufficiali serve più che altro a conservare lo status quo e a competere, non a migliorare la società e le relazioni umane.

Di informazione ce n'è troppa, di conoscenza (buona e cattiva) un po' meno, ma sempre comunque troppa e soprattutto frammentaria e dispersa; quello che manca è un sistema per selezionare, organizzare, integrare le conoscenze e facilitarne l'applicazione. Su questo ci si dovrebbe concentrare piuttosto che continuare ad accrescere la quantità di informazioni, che, nel web, aumenta a dismisura ogni giorno, aggravando la situazione e generando ulteriore confusione. La libertà incontrollata (in questo caso la libertà di produrre e diffondere informazione) può portare al caos.
Nella misura in cui il nostro comportamento dipende (anche) dal nostro modo di pensare e ragionare, esso (il comportamento) può essere reso più efficace ed efficiente (in termini di soddisfazione dei bisogni nostri e altrui) attraverso un miglioramento del nostro modo di pensare e di ragionare, il che implica cambiamenti strutturali e/o semantici nella nostra mente.
In altre parole, per migliorare il mondo bisogna migliorare il nostro modo di pensare e ragionare, il quale è ancora rudimentale e affetto da errori sostanziali come l'idea prevalente che si possa definire in assoluto ciò che è e o non è, esiste o non esiste, è giusto o sbagliato, buono o cattivo, utile o inutile, bello o brutto, vero o falso ecc. senza fare riferimento alla natura umana e in particolare alla struttura e al funzionamento della mente (come ci insegna Alfred Korzybski nella "Semantica generale").
Le discipline accademiche umanistiche contemporanee non dicono cose errate, ma lacunose. Ad esempio, il sociologo dice che certi fenomeni sociali sono causati da certe mentalità, ma non si preoccupa di sapere come certe mentalità si stabiliscono nell'individuo e se e come possono cambiare. Da parte sua lo psicologo dice che certe mentalità sono causate da certe situazioni sociali, ma non si preoccupa di sapere come le situazioni sociali si sono stabilite e se e come possono essere cambiate. È uno stallo da cui si può uscire solo unificando sociologia e psicologia. La psicologia sociale è un timido e riduttivo tentativo in tal senso. Quando la psicologia era individualistica, G. H. Mead era considerato un sociologo. Ora che la psicologia è sempre più relazionale non c'è motivo per non considerare Mead uno psicologo di prima grandezza a tutti gli effetti. Lo dice anche il titolo del suo libro: "Mente. sé e società".
Quando si esprime un'idea, questa ha senso solo rispetto ad un certo contesto, ovvero ad un'idea più grande e più generale, di cui l'idea espressa costituisce un dettaglio o un caso particolare. L'idea generale è quindi più importante di quella particolare, perché la prima conferisce senso alla seconda.
Tuttavia, normalmente le persone comunicano idee particolari senza condividere quelle generali e questo è causa di incomprensione e di fraintendimento. Prima di esprimere idee particolari dovremmo dunque assicurarci che siano chiare e condivise le idee generali a cui esse si riferiscono.
Per esempio, quando parliamo di particolari aspetti del comportamento umano, dovremmo prima aver condiviso un'idea generale di cosa sia e di come funzioni un essere umano. In altre parole, dovremmo prima metterci d'accordo sulla natura della natura umana in generale.
Ogni studioso dell'uomo (psicologo, filosofo, sociologo ecc.), tranne poche eccezioni, dà importanza a certi aspetti della vita umana e del funzionamento della mente, e ne trascura o ignora altri, senza capire che l'uomo è un sistema che funziona in quanto tale, ovvero grazie alla comunicazione e interazione tra tutte le sue parti, e tra queste e l'ambiente esterno. Anche per l'uomo, e soprattutto per l'uomo, vale la regola che le proprietà del tutto (ovvero del sistema) sono maggiori della somma delle proprietà delle sue parti, per cui è impossibile capire il tutto studiando queste separatamente. Per capire il tutto occorre capire le relazioni, comunicazioni e interazioni tra tutte le sue parti, ovvero la struttura d'insieme del sistema, inclusi gli scambi con l'esterno. La specializzazione delle scienze umane e le tendenze settarie all'interno delle diverse discipline rendono tale obiettivo difficile da raggiungere.
Di una persona ci interessa sapere innanzitutto quanto sia nostra amica o nemica, e quanto sia amica o nemica dei nostri amici e dei nostri nemici.
Poi ci interessa sapere chi, tra essa e noi, sia più competitivo e gerarchicamente superiore fisicamente, economicamente, politicamente, esteticamente, intellettualmente e moralmente.
Ci interessa inoltre sapere quali siano i suoi bisogni, le sue intenzioni, le sue capacità, i suoi limiti, cosa può offrirci e cosa può chiederci, e quali vantaggi e svantaggi, piaceri e dolori, felicità e infelicità una relazione con quella persona potrebbe comportare per noi.
Tutto il resto che possiamo sapere di quella persona è strumentale per rispondere alle curiosità prioritarie sopra descritte, di cui possiamo essere più o meno consapevoli. Infatti molti negano di avere tali curiosità per non apparire egoisti o opportunisti, ma disinteressati e altruisti.
Se la maggior parte degli esseri umani trovasse piacere nella lettura di testi di divulgazione scientifica sulla natura umana, il mondo sarebbe molto più civile, giusto e pacifico. Invece l'uomo, tranne poche eccezioni, non sente il bisogno di conoscere il proprio funzionamento, anzi, ha una paura inconscia di apprenderlo, o si illude di saperne abbastanza, per averlo imparato dai genitori, a scuola o al catechismo.
La paura della conoscenza è radicata nelle religioni, che hanno sempre cercato di avere il monopolio del sapere, della saggezza e della morale. Infatti Adamo ed Eva furono cacciati dal paradiso e severamente puniti, insieme coi loro discendenti, per aver desiderato e mangiato il frutto dell'albero della conoscenza. Proprio in questo consiste il peccato originale, che ancora oggi è causa di sensi di colpa e della paura inconscia di sapere come funzioniamo, anche per le responsabilità morali che tale conoscenza comporterebbe.
La conoscenza di un fenomeno consiste nel sapere il perché del suo accadere, cioè la sua causa.
Dato che non esistono cause prime, ma ogni causa è conseguenza di una o più altre cause, la conoscenza di un fenomeno non è mai semplice né definitiva, ma procede per livelli, cioè per anelli di catene causali, o meglio, per nodi di reti causali.
Ci sono persone che nella ricerca della conoscenza di un certo fenomeno si fermano ad un certo livello, ovvero ad un certo nodo della rete causale, mentre altri proseguono la ricerca ad uno o più livelli superiori (ovvero anteriori).
In altre parole, certe persone non si contentano di sapere il perché di un certo fenomeno, ma si chiedono il perché del perché.
Esprimere idee è rischioso, perché ogni idea si oppone a qualunque idea ad essa contraria, e chi la esprime si qualifica come rivale di colui che esprime idee contraddittorie rispetto ad essa.
Due persone che esprimono idee che si contraddicono l’un l’altra competono per la superiorità nella gerarchia intellettuale, ovvero la gerarchia che stabilisce chi sia più vicino alla verità e più capace di prevedere il futuro.
Perciò ogni idea esprime non soltanto una certa cognizione ma anche una certa posizione gerarchica di chi la esprime, posizione che è normalmente oggetto di competizione e di conflitto.
A causa di tali dinamiche le persone più timorose, temendo la competizione e i conflitti, rinunciano ad esprimere idee, anzi, ad avere idee originali, e perfino ad adottare idee altrui.
Noi non registriamo, né ricordiamo, né riconosciamo ciò che abbiamo visto o sentito (ovvero gli stimoli ricevuti dai nostri organi sensoriali), ma i risultati delle elaborazioni (ovvero selezioni e traduzioni) di tali stimoli, ovvero istanze di categorie formali, cognitive ed emotive, e le relazioni associative, comparative e gerarchiche tra di esse.
La formazione di tali categorie in un individuo avviene attraverso le sue esperienze, e dipende dalla loro qualità, quantità e varietà, e dalla costituzione genetica degli organi coinvolti nella loro elaborazione.
Quanto più numerose e varie sono le esperienze di una persona, e quanto più sofisticati sono i suoi organi percettivi (ovvero quanto maggiore è la sua sensibilità), tanto più ricco e complesso è il corredo di categorie formali, cognitive ed emotive (e di relazioni tra loro) che tale persona può acquisire e sviluppare, ovvero il grado di intelligenza e sapienza che essa può raggiungere.
Sentimenti ed emozioni possono essere dovuti a cause reali e attuali (presenti oggettivamente qui ed ora), oppure a cause immaginarie presunte (consciamente o inconsciamente), più o meno realistiche.
In entrambi i casi le emozioni e i sentimenti sono "reali" (ovvero comportano piaceri e dolori effettivi), ma solo nel primo caso anche le cause lo sono.
Io credo che spesso gli umani soffrano e godano per cause non reali. Per esempio, la previsione di andare in Paradiso o all'Inferno dopo la morte può provocare rispettivamente piaceri o dolori effettivi a fronte di cause totalmente irreali.
Vorrei coniare il termine "sentimento sincrono" per indicare un sentimento suscitato da cause reali e simultanee, e il termine "sentimento asincrono" per indicare un sentimento suscitato da cause future presunte più o meno probabili. E dividerei i sentimenti asincroni in razionali e irrazionali, in base alla probabilità statistica che le previsioni si realizzino.
Ci sono almeno due tipi di conoscenza.
La prima riguarda i fatti (o avvenimenti) passati, presenti e previsti nel futuro. Possiamo chiamare questa conoscenza "
fattuale".
La seconda riguarda le logiche che hanno determinato i fatti passati, che determinano i fatti presenti e che determineranno i fatti futuri, ovvero le leggi fisiche e biologiche, e i meccanismi mentali degli esseri dotati di mente (conscia e/o inconscia) che determinano i comportamenti di tutte le cose che esistono (che possiamo chiamare "agenti"). Possiamo chiamare questa forma di conoscenza "
causale", in quanto mira a stabilire le cause dei fatti o fenomeni, includendo nelle cause anche le finalità o motivazioni insite nelle menti degli agenti.
Le conoscenze fattuali sono più comuni e più facili da acquisire, quelle causali più rare e più difficili, ma di gran lunga più utili per stabilire cosa sia meglio fare e cosa non fare per ottenere i risultati desiderati.
La libertà è per definizione assenza di vincoli, e in natura non esiste qualcosa che non abbia qualche vincolo, nemmeno l'io cosciente e tanto meno l'inconscio. Quindi la libertà è sempre, più o meno, limitata e condizionata.
La libertà è fondata sulla scelta di un agente tra un certo numero di opzioni (margini di libertà). Il problema è dunque non tanto se la libertà esista o non esista, o quanto sia limitata o estesa, ma come avviene la scelta su cui essa si fonda; cioè chi/cosa agisce (cioè effettua) la scelta, e secondo quali criteri/logiche/leggi.
Una scelta non soggetta a criteri/logiche/leggi, è casuale per definizione, in quanto chiamiamo casuali i fenomeni che non seguono criteri/logiche/leggi, oppure che li seguono ad un livello infinitamente piccolo (come nel caso delle dinamiche atomiche, subatomiche e molecolari) e perciò imprevedibile, e comunque non controllabile da un'intelligenza.
Caso e/o necessità. Non c'è altro che spieghi perché avviene ciò che avviene.
Per spirito io non intendo ciò che intendono le religioni o i movimenti spiritualisti, ma semplicemente ciò che non è né materiale, né informazione, ma qualcosa di cui non sappiamo nulla se non gli effetti. La questione è dunque se noi ammettiamo o escludiamo che possano esistere cose che non conosciamo e la cui natura sia diversa dalle nature che conosciamo. Io credo che ciò non si possa escludere. Per esempio, come spiegare la coscienza? Come spiegare l'origine del mondo? Possono esistere cose che non possiamo conoscere? Ecco queste cose io chiamo spirito. Quindi un concetto in senso "negativo". Altro esempio, i sentimenti. Di essi sappiamo molto, sappiamo perfino come stimolarli, cosa succede nel cervello quando si provano i sentimenti, ma non sappiamo nulla della loro essenza e origine, ovvero della loro essenza originaria. In altre parole, per me spirito è ciò che non possiamo conoscere (in quanto essenza originaria), ma di cui possiamo vedere e persino misurare gli effetti.
Quando, dopo un attentato terroristico, leggo o sento i commenti di giornalisti, scrittori, politici o dei cosiddetti esperti, sono preso dallo sconforto per l'inutilità e il vuoto delle loro parole.
Problemi come il terrorismo, la globalizzazione selvaggia, l'inquinamento del pianeta, l'iniqua distribuzione delle ricchezze ecc. non si possono risolvere alla radice se non si affronta il problema della salute mentale dell'umanità in generale, a livello planetario, specialmente per quanto riguarda l'uso delle religioni e delle tradizioni intellettuali (sia popolari che accademiche) che condizionano il nostro modo di pensare e l'uso delle nostre facoltà mentali.
I tempi sono maturi per una rivoluzione intellettuale globale che tenga conto degli ultimi sviluppi delle neuroscienze e della cibernetica applicati alla psicologia e ai rapporti sociali. Autori consigliati: Alfred Korzybski, Gregory Bateson, George Herbert Mead, Luigi Anepeta, Paul Watzlawick, Daniel Goleman, Edgar Morin.
Per ogni essere umano esistono tante diverse realtà: una personale e tante comuni, una per ogni altro umano.
La realtà personale (costituita dalle proprie esperienze) può essere condivisa con altri solo in piccola parte e in modi imprevedibili; quelle comuni (costituite da convenzioni culturali bilaterali) sono condivise a coppie.
Ogni realtà ha qualcosa di simile e qualcosa di diverso rispetto alle altre, per cui ci sono realtà molto simili e altre molto diverse tra loro. Solo la parte simile viene condivisa. Infatti ci sono coppie di persone che condividono molti aspetti delle varie realtà e altre che ne condividono pochi.
Ogni essere umano passa continuamente da una realtà ad un'altra, a seconda della persona verso la quale la sua attenzione è rivolta.
Infatti, per poter interagire con una persona in modo non violento, occorre condividere una comune realtà alla quale fare riferimento nel pensiero e nella comunicazione.
Vero / falso
Buono / cattivo
Bello / brutto
Probabile / improbabile
Colpevole / innocente
Giusto / sbagliato
Nuovo / vecchio
Piacevole / spiacevole
Precedente / seguente
Superiore / inferiore
Conscio / inconscio
Più / meno
Maggiore / minore
Sanno / malato
Normale / anormale
Reale / irreale
Uguale / diverso
Simile / dissimile
Solo / unito
Vicino / lontano
Mobile / immobile
Attraente / repellente
Intelligente / stupido
Duro / tenero
Rigido / flessibile
Forte / debole
Potente / impotente
Aperto / chiuso
Palese / nascosto
Alto / basso
Stretto / largo
Piccolo / grande
Obbediente / disobbediente
Comprensibile / incomprensibile
Coerente / incoerente
A mio parere, le interazioni umane sono regolate da algoritmi (biologici e modificabili) che determinano non solo le risposte cognitivo-emotivo-motive di ciascuno agli stimoli esterni e interni, ma anche le previsioni (o aspettative) del comportamento dell'interlocutore, cioè le risposte cognitivo-emotivo-motive dell'altro.
In altre parole, gli algoritmi comportamentali di una persona "conoscono" (più o meno esattamente) quelli altrui, e tale conoscenza è determinante nelle logiche decisionali (consce e inconsce) di ciascuno.
La reciproca conoscenza dei nostri algoritmi di comportamento è la naturale conseguenza dell'interdipendenza ecologica (biologica e culturale) degli esseri umani.
Tale "interconoscenza" si realizza attraverso le nostre esperienze sociali con il contributo dei neuroni-specchio, che rendono possibile l'empatia.
Dalla maggiore o minore esattezza di questa interconoscenza dipendono la qualità e il successo delle relazioni e interazioni sociali.
Gli errori più comuni che tutti facciamo consistono nel confondere e scambiare:
il parziale col totale,
l'involontario col volontario,
l'inconscio col conscio,
il complesso col semplice,
l'astratto col concreto,
la mappa col territorio,
l'insufficiente col sufficiente,
il soddisfacente con l'insoddisfacente,
la causa con l'effetto,
il diverso con l'uguale,
il mezzo col fine,
il molteplice con l'unico,
il finito con l'infinito,
il temporaneo con l'eterno,
il materiale con lo spirituale,
il causale col casuale,
lo schiavo col libero,
il servo col padrone,
il male col bene,
l'innocente col colpevole,
l'essere col non essere,
l'immaginario col reale,
il non senso col senso,
il desiderabile con il vero,
l'indesiderabile col falso.
L'essere di un ente consiste in una serie di possibilità alternative di interazione e di combinazione dell'ente stesso con altri enti, possibilità che si verificano (cioè si determinano realmente) solo nell'accadere, cioè nelle interazioni e combinazioni effettive con altri enti.
Non ha quindi senso parlare di "essere" (incluso l'uso del verbo essere) se non come possibilità e probabilità di particolari interazioni e combinazioni.
La realtà consiste infatti in accadimenti passati (certi), in accadimenti presenti (di esito incerto) e in probabilità alternative di particolari accadimenti futuri. La fisica ci permette di calcolare tali probabilità nella misura in cui si conoscono le variabili del caso in esame.
In tale ottica, una relazione tra due enti consiste in una serie di interazioni e combinazioni passate, di interazioni e combinazioni presenti e di probabili interazioni e combinazioni future tra gli enti stessi.
Siamo inondati di conoscenze spot, cioè di libri, articoli, discorsi che spiegano qualcosa come se fosse isolata dal resto del mondo e avesse una vita autonoma e autosufficiente, come se fosse illuminata da una luce spot, e intorno al cerchio di luce vi fosse il buio.
La conoscenza spot è dannosa e pericolosa perché dà l'illusione di aver capito qualcosa laddove non ci può essere comprensione se non nel mettere in relazione l'oggetto della conoscenza con il resto del mondo, vale a dire nel porre l'oggetto in un sistema di riferimento nel quale esso ha uno o più ruoli e funzioni rispetto alle altre parti del sistema stesso.
La conoscenza del sistema di riferimento deve dunque precedere la conoscenza di una sua parte, o almeno deve procedere simultaneamente. Come diceva Pascal, non si può conoscere una parte del tutto senza conoscere il tutto e, viceversa, non si può conoscere il tutto senza conoscere le sue parti.
Uno degli errori più comuni che facciamo è sottovalutare la complessità delle cose e dei problemi, e uno dei difetti più comuni è l'incapacità di pensare in modo complesso.
C'è qualche idea politica, filosofica, psicologica su cui siamo quasi tutti d'accordo? Temo di no, e mi rattrista constatare la generale mancanza di una motivazione alla condivisione di idee sulla natura umana, ad eccezione di qualche setta intellettuale che riverisce un particolare autore.
Da questo deriva anche la nostra generale incapacità di organizzarci per il progresso civile.
A fronte di un unico corpo di scienze dure vi sono migliaia di filosofie, di psicologie, di sociologie, ecc. una per ogni autore.
Non vedo sforzi per unificare le cosiddette "scienze" umane e sociali, per stabilire un canone di conoscenza della natura umana organico, non legato ad un particolare autore, ma costruito a partire da idee di diversi autori integrate in un sistema di conoscenze coerente condiviso.
So già che qualcuno obietterà che la diversità di vedute è un valore, giustificando l'attuale stato delle scienze umane e sociali, praticamente irrilevanti a livello collettivo.
Ho l'impressione di essere solo a denunciare questo problema, e mi sento solo per questa ragione.
Ormai quasi tutti gli intellettuali sono d'accordo su ciò che non funziona nella società, ma quasi nessuno propone soluzioni che non siano altro che desideri, lamenti e rimproveri. In pratica ognuno dice: "se la gente facesse questo, se pensasse questo, se sentisse questo, se capisse questo, se volesse questo, se cambiasse in questo, allora la società migliorerebbe". Ma il fatto è che la gente non fa, non pensa, non sente, non capisce, non vuole, non cambia come "dovrebbe". E allora cosa possiamo fare oltre a lamentarci? Ognuno pensa di fare tutto il possibile, il meglio possibile per migliorare la società e non sente il bisogno di cambiare se stesso, di uscire dai propri schemi mentali.
Da parte mia, non penso di fare tutto il possibile, ma cerco comunque di uscire dalle mie gabbie mentali, di andare oltre ciò che ho imparato sulla natura umana, attraverso la lettura di autori poco noti, non conformisti e trascurati dal mondo accademico (Schopenhauer, Nietzsche, George Herbert Mead, Alfred Korzybski, Gregory Bateson, Edgar Morin, Albert Camus, Luigi Anepeta, Antonio Damasio, Richard Dawkins, Daniel Dennet ecc.).
Una delle principali differenze tra l'uomo e gli altri animali è l'invenzione e l'uso della colpa come strumento di regolazione dei rapporti sociali. Dare a qualcuno la colpa dei mali della società, e in particolare la colpa delle discordie, è un'idea geniale quanto assurda.
Facendo sentire in colpa le persone possiamo infatti indurle a fare ciò che vogliamo. Le religioni monoteiste sono basate sul senso di colpa, ovvero sul peccato originale, e nella cultura occidentale l'idea della colpa pervade ogni attività umana anche al di fuori dell'ambito religioso ed etico.
Perfino nella logica, nelle discussioni razionali, la colpa è infatti sempre presente allorché si tende ad accusare l'interlocutore di scorrettezza nel modo di ragionare e di confrontare le proprie idee con quelle altrui. Mi riferisco alle accuse di disonestà intellettuale, di non voler capire, non voler ascoltare, di non volersi mettere in discussione ecc.
Insomma, pare che ogni essere umano sia continuamente occupato a dimostrare che la colpa dei mali dell'umanità non sia la sua ma di qualcun altro.
Ognuno ha nella mente un modello della realtà in cui vive. In realtà nessuno può vedere la realtà così com'è, ma ognuno può vedere solo il modello che ha di essa.
Il comportamento di ognuno (cioè i suoi pensieri, i suoi sentimenti e le sue intenzioni) dipende dal proprio modello della realtà.
Un modello di realtà è il risultato di astrazioni successive dei segnali ricevuti attraverso gli organi di senso e del piacere e del dolore ad essi associati.
Ciò che chiamiamo percezione della realtà è in realtà una modellizzazione di essa.
I modelli di realtà evolvono con le esperienze e con l'apprendimento.
Il rapporto tra un modello di realtà e la realtà che essa rappresenta è analogo al rapporto tra una mappa e il territorio che essa descrive.
La realtà è infinitamente più complessa di qualsiasi modello di essa.
Per tutta la vita ci costruiamo inconsciamente mappe e modelli della realtà e li usiamo per orientarci e scegliere come comportarci, cioè come interagire con il mondo.
Questa è la conoscenza: una quantità di mappe e modelli più o meno complessi, più o meno precisi, più o meno coerenti tra loro e più o meno corrispondenti alla realtà.
Queste mappe e questi modelli riguardano specialmente e soprattutto gli altri esseri umani, le relazioni tra loro, noi stessi e le relazioni tra noi e gli altri.
Ai particolari delle mappe e dei modelli che ci siamo costruiti sono associati sentimenti di piacere o dolore, attrazione o repulsione e le motivazioni corrispondenti alla ricerca del piacere e all'evitamento del dolore. Sulla base di tali mappe e di tali modelli noi elaboriamo inconsciamente le nostre strategie di comportamento e pianifichiamo il nostro futuro.
Di conseguenza, quanto più le nostre mappe e i nostri modelli sono sbagliati o imprecisi rispetto alla realtà, tanto più sbagliato o impreciso è il nostro comportamento, ovvero tanto meno questo è efficace per la soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui.
Ci sono due tipi di arroganza: quella dell'erudito e quella dell'ignorante. Entrambi presumono di sapere ciò che è importante sapere per vivere bene e onestamente, entrambi pensano che un certo sapere dell'altro sia sbagliato, insufficiente o inutile.
Ovviamente non tutte le conoscenze si equivalgono, ovvero alcune valgono (cioè sono vere) più di altre, anche se la valutazione è quasi sempre soggettiva e arbitraria. Tuttavia chi afferma direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente che una certa propria conoscenza vale più di quella di un altro, è normalmente tacciato di arroganza ed è oggetto di disprezzo da parte di coloro che non ammettono che la propria conoscenza valga di meno.
Il portatore di una certa conoscenza è dunque normalmente considerato arrogante da chi non la riconosce come tale o non la condivide. D'altra parte, accusare qualcuno di arroganza è molto facile perché l'accusa non si basa quasi mai su fatti ma su un atteggiamento di presunta generale superiorità attribuito senza prove dall'accusatore all'accusato.
Pertanto, si può dire che accusare qualcuno di arroganza senza prove oggettive sia di per sé un atto di arroganza.
Una lista sinottica (che possiamo anche chiamare "sinolista", o "sinossi") è una lista di espressioni verbali a supporto di una meditazione sinottica, cioè una mediazione in cui si cerca di vedere insieme, e interconnessi interattivamente, gli enti indicati dalle diverse espressioni.
Questo è un esempio di lista sinottica:
- Io (la mia coscienza)
- Il mio inconscio
- Gli altri
- Interagire
- Politiche interpersonali
- Emozioni e sentimenti
- Memoria
- Enti
- Attributi
- Verbi
- Narrazioni
- Valutare
- Scegliere
- Prevedere
Il numero di espressioni verbali in una lista sinottica deve essere preferibilmente non troppo piccolo e non troppo grande. Penso che un numero compreso tra 3 e 15 sia appropriato per una meditazione efficace. Infatti un numero troppo piccolo non tiene conto della complessità della realtà, e, d'altra parte, maggiore è tale numero, più difficile è la contemplazione delle interconnessioni tra gli enti rappresentati dalle espressioni. Infatti non possiamo pensare che a poche cose alla volta.
"[...] Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando c’era già pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. É evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa. […] " (Aristotele)
A mio avviso nessuna cosa è fine a se stessa, nemmeno la filosofia. Ogni forma di vita, ogni sua manifestazione non casuale (come la filosofia) ha un fine, che è quello della continuazione della specie. A tale fine, la vita sviluppa strategie, e la filosofia è una di esse.
In ogni caso, il fine di qualsiasi cosa può essere nascosto o rimosso in senso psicoanalitico. È illusorio dire che la filosofia è fine a se stessa, che cerca la verità e la conoscenza senza interessi o altri fini, solo perché non si vedono gli obiettivi che essa cerca di raggiungere.
Una delle cose più importanti per un essere umano, ovvero un suo bisogno fondamentale, è quello di evitare di essere oggetto di giudizi negativi da parte degli altri, sia sul piano morale che su quello intellettuale.
Ne consegue che qualunque idea che possa direttamente o indirettamente mettere in discussione il carattere morale e intellettuale di una persona, o discordare con la sua visione del mondo, viene da quella persona consciamente o inconsciamente osteggiata a priori e in blocco, sia a livello cognitivo che emotivo, in modi che vanno dall'antipatia all'accusa di incompetenza, a quella di arroganza, alla ricerca di difetti caratteriali nell'interlocutore, fino alla reazione aggressiva.
Ciò significa che per interagire in modo cooperativo e non violento con una persona occorre evitare di esprimere idee contrastanti (direttamente o indirettamente) con la sua visione del mondo.
Infatti, all'uomo non interessa la verità in assoluto, ma solo gli elementi di verità compatibili con la propria autostima, ovvero da cui si evince che la loro personalità è buona e giusta e quindi degna di stima. Tale interesse guida le persone nella scelta degli autori da leggere o non leggere, e delle persone da frequentare o ignorare.
Il piacere estetico, cioè il piacere insito nella percezione di forme artistiche, poetiche, letterarie, spettacoli teatrali, forme biologiche, spettacoli naturali ecc. può avere diverse cause sommabili, come le seguenti.
- l’effetto neurologico della bellezza intrinseca di certe forme
- la piacevole sensazione di appartenere ad una comunità (più o meno elitaria) di persone che apprezzano certe forme di bellezza
- la piacevole sensazione derivata dallo status competitivo di conoscitore di certe forme di bellezza
- la piacevole sensazione derivata dallo status competitivo di possessore di certe forme di bellezza (opere d’arte, di artigianato, arredamenti, proprietà immobiliari di particolare bellezza ecc.)
- il piacere dell’immaginazione stimolata da certe forme di bellezza.
- ecc.
Quando leggiamo un libro, un articolo di giornale o un post in un social network, ci poniamo inconsciamente domande come le seguenti:
- questo testo mi riguarda / interessa?
- le cose che il testo dice implicano che dovrei cambiare qualcosa nella mia vita?
- questo testo conferma o smentisce le mie idee?
- questo testo costituisce una critica (implicita o esplicita) al mio modo di essere o di comportarmi?
- questo testo mi può aiutare a vivere meglio, a essere più felice?
- questo testo mi può divertire / tranquillizzare / spaventare?
- questo testo favorisce / contrasta i miei interessi?
- mi conviene credere in ciò che questo testo dice?
- cosa (non) mi conviene prendere in considerazione in questo testo?
- l’autore del testo ha i titoli per parlare di ciò di cui parla?
- l’autore del testo ha una buona reputazione?
- c’è qualcosa di buono / di cattivo in questo testo?
- che vantaggi/svantaggi potrei avere condividendo questo testo con con i miei conoscenti?
- la conoscenza di questo testo può agevolare le mie interazioni con gli altri?
- questo testo è utile/pericoloso per la società?
La valutazione del testo dipende dalle risposte a tali domande.
Ogni umano ha certi sentimenti (giudizi emotivi) e certe opinioni (giudizi cognitivi) verso ogni altro essere umano (conosciuto o immaginato), e percepisce o immagina i sentimenti e le opinioni di ogni altro umano verso se stesso.
Esistono influenze reciproche, nel senso di una certa coerenza, tra i sentimenti e le opinioni di una persona A verso una persona B e i sentimenti e le opinioni di B verso A, così come A li percepisce o li presume. Intendo dire, ad esempio, che se A presume di essere simpatico (o antipatico) a B, A tenderà a trovare B simpatico (o antipatico).
Suppongo anche che esistano influenze reciproche tra i sentimenti di A verso B e le opinioni di A verso B, nel senso che le opinioni tendono a giustificare i sentimenti e viceversa.
Intendo dire che c'è normalmente una coerenza tra sentimenti ed opinioni, e che certi sentimenti generano certe opinioni, così come certe opinioni generano certi sentimenti. Ed essendo la relazione reciproca, è difficile determinare se vengano prima i sentimenti o le opinioni.
A causa della
naturale coerenza tra sentimenti ed opinioni, entrambi si rinforzano reciprocamente, a tal punto che è poco probabile che un individuo cambi i suoi sentimenti e le sue opinioni verso gli altri. Nei rari casi in cui ciò avviene, il cambiamento riguarda normalmente sia i sentimenti che le opinioni, simultaneamente.
Suppongo che, durante il sonno, nel cervello venga fatta una sintesi delle esperienze del giorno passato, che viene memorizzata nella memoria a lungo termine. I dettagli vengono poi cancellati dalla memoria a breve termine. Senza tale processo saremmo persi in un mare di dettagli inutili e ingombranti.
Suppongo che il modo in cui viene fatta tale sintesi dipenda dalle capacità di astrazione del soggetto, ovvero dalle sue sintesi precedenti (ovvero l'ultima versione della sua mappa del mondo e del suo vocabolario) e dai suoi meccanismi di autodifesa e protezione contro il dolore. Infatti ricordiamo soprattutto o soltanto ciò che ci conviene ricordare (così come nella veglia notiamo ciò che ci conviene notare), e lo colleghiamo ai ricordi precedenti nel modo che più ci conviene. I criteri di convenienza, come i meccanismi di difesa, sono inconsci.
Si potrebbe dire che, mentre dormiamo, qualche agente mentale inconscio aggiorni la nostra autobiografia, che, come ogni biografia, è una sintesi dei fatti salienti delle esperienze di una persona, selezionati e interpretati in modo soggettivo, finalizzato e influenzato da bias cognitivi.
Per migliorare questo ricorrente processo inconscio di sintesi che
avviene a nostra insaputa nel nostro cervello, sarebbe utile migliorare,
ovvero esaminare consapevolmente, correggere e arricchire, la nostra mappa del mondo.
Affermare di credere nell'esistenza di Dio implica una certa definizione di ciò che chiamiamo con tale nome, ovvero implica che lo si conosca almeno in parte, cioè che di lui si sappia qualcosa. Ma se di Dio (qualunque cosa esso sia) non sappiamo nulla, come possiamo affermare di credere in lui? Sarebbe assurdo credere in ciò di cui non si sa nulla. Perciò chi afferma di credere in Dio lo deve
inventare in qualche modo, gli deve attribuire qualche caratteristica.
La scienza è atea non in quanto afferma che Dio non esiste, ma poiché afferma di non saper nulla di ciò che viene chiamato con tale nome, e di non poter dimostrare alcuna delle proprietà o delle caratteristiche di comportamento che a lui vengono attribuite dalle religioni o da certi filosofi.
Una delle definizioni più semplici di Dio è che esso sia il creatore del mondo, un'altra è che esso coincida col mondo, ovvero con la natura (come afferma Spinoza). Secondo tali definizioni non possiamo non credere in Dio, dal momento che il mondo esiste, e che se esiste è stato creato o è sempre esistito, ovvero è eterno (se l'eternità non ha un inizio né una fine). Ma non possiamo aggiungere altro se non ciò che la scienza ha scoperto sul mondo stesso e sulla natura. In altre parole chiunque attribuisca a Dio proprietà e caratteristiche diverse da quelle che la scienza attribuisce al mondo, è un impostore, un affabulatore o un illuso.
Immaginate un autore che scrive saggi che trattano della vita in generale e di quella umana in particolare, del sistema nervoso, della mente (o psiche), della società, della logica, della fisica, della cibernetica, e che cita economisti, antropologi, filosofi, psicologi, sociologi, poeti, artisti, fisici ecc.
Ebbene, in quale disciplina del sapere tale autore dovrebbe essere classificato? Nella filosofia? Nella psicologia? Nella psicologia sociale? Nell’antropologia? Nella biologia? In nessuna di queste discipline?
Da un punto di vista editoriale ed accademico, un autore di tale genere è svantaggiato proprio perché non è classificabile, o, detto in parole povere, non si sa dove metterlo, e nessuno specialista di una scienza umana e sociale lo considererebbe come un collega che possa insegnargli qualcosa di rilevante per la sua specializzazione.
D’altra parte gli autori generalisti sono sempre stati snobbati dagli studiosi specialisti e dal mondo accademico, con l’eccezione dei grandi classici dei tempi in cui non esistevano specializzazioni del sapere.
Per tale ragione gli autori generalisti (come ad esempio Gregory Bateson ed Edgar Morin) sono rari ed hanno poco successo, col risultato che mentre abbondano le nozioni specialistiche e di dettaglio sulla natura umana, scarseggiano quelle generali. Di conseguenza pochi riescono ad avere una visione d’insieme di cosa sia e di come funzioni un essere umano.
Il messaggio cristiano è minacciosamente chiaro: dobbiamo essere ingenui come bambini, e guai a chi cerca di svegliarci! Illuminare la mente delle persone è scandalo, e dare scandalo è la cosa più grave che un uomo possa fare, punibile con il fuoco eterno. La verità è scandalosa!
"In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco." [Matteo, 18/1-9]
Il patrimonio letterario mondiale, costituito da tutti i testi scritti dall'inizio della civiltà umana, è pieno di "conoscenze". Molte di queste sono tra di loro incoerenti o conflittuali. Molte sono ridondanti e dicono le stesse cose con parole diverse, più o meno numerose.
Bastano queste considerazioni per rendersi conto che di tutte queste conoscenze alcune sono utili, altre inutili, altre dannose. Alcune sono originali, altre sono imitazioni più o meno buone dell'originale.
Per chiunque voglia accrescere o migliorare le proprie conoscenze è dunque essenziale acquisire la capacità di valutare e quindi scegliere, nella letteratura mondiale, le informazioni utili, scartando (ed eventualmente criticando) quelle inutili e quelle dannose.
Un criterio di valutazione molto semplice è quello di rispondere alla domanda: ammesso che questa conoscenza sia vera, che uso se ne può fare? Con quali risultati? A chi possono giovare quei risultati? Quanto è applicabile?
Particolarmente insidiose sono le conoscenze i cui autori sono persone di grande prestigio, come professori universitari, per cui leggendo i loro testi e non riuscendo a comprenderne il senso o l'utilità, si tende a pensare di non esserne all'altezza, mentre si tratta spesso di "aria fritta", cioè di informazioni che, anche se "vere" da un punto di vista puramente logico, sono inapplicabili o sono elaborazioni senza alcun effettivo valore aggiunto, di idee di altri autori, oppure ovvietà.
Premesso che la vaccinazione anti-Covid non è obbligatoria, suppongo che coloro che pubblicamente sconsigliano gli altri dal farsi vaccinare siano mossi da motivazioni (consce o inconsce) come le seguenti:
- ostentare una presunta superiorità intellettuale (nel senso di saperla più lunga) rispetto a coloro che affermano che vaccinarsi sia opportuno per proteggere la salute della gente su vasta scala;
- ostentare una presunta superiorità morale (nel senso di essere più onesti) rispetto a coloro che affermano che vaccinarsi sia opportuno e che hanno qualche interesse economico nella vaccinazione, per cui sono accusati di far intenzionalmente circolare informazioni false, ovvero di far passare per utile ciò che è invece dannoso;
- presentarsi come generosi salvatori, in quanto con le loro denunce pretendono di salvare tante persone dagli effetti nocivi dei vaccini
In realtà i no-vax, oltre a credersi stupidamente più competenti della maggioranza degli scienziati, sono dannosi per sé e per gli altri, in quanto non solo non contribuiscono al contenimento del virus, ma scoraggiano gli altri dal prendere misure per salvaguardare la propria salute e la propria vita.
Il termine “essere” è problematico. Infatti la domanda “cos’è l’essere?” contiene due volte il verbo essere che, se non definito, rende indefinita la stessa domanda. Infatti io non conosco definizioni dell'essere che non siano tautologiche, quindi insignificanti.
Meglio allora chiedere: che "significa" “essere”? Infatti “essenza” e “significato” sono cose diverse, e a mio parere si può parlare solo di significato, perché l’essere è indefinibile.
Dunque, per me, “essere” significa una serie di “cose”, tra cui interagire, appartenere, contenere, sentire, apparire, e somigliare, e il termine "essere" dovrebbe essere sostituito da tali parole ogni volta che sia possibile.
In altre parole il mio “essere” consiste nei modi in cui interagisco col resto del mondo, negli insiemi, gruppi, classi e categorie a cui appartengo, nelle cose che il mio corpo contiene (compresa la mia mente), nei sentimenti e nelle emozioni che provo, nei modi in cui appaio, e nelle cose a cui assomiglio.
Io sono dunque tutte queste cose, interdipendenti e in relazione le une con tutte le altre. A seconda del contesto, della direzione in cui rivolgo la mia attenzione, e dei miei fini, alcune mi sembrano più importanti di altre. Dunque sempre in senso relativo, mai assoluto.
A mio parere, nel caso in cui tra due persone A e B, B si trova in disaccordo nei confronti di qualcosa che A ha affermato, il disaccordo può essere dovuto ad una o più cause come le seguenti:
- A ha detto cose che non corrispondono alla realtà (nella maggior parte dei casi).
- B non ha "capito", o ha "frainteso" ciò che A ha detto, o lo ha capito solo in parte. Ciò è dovuto al fatto che B non ha sufficienti esperienze o conoscenze (dirette o indirette) della problematica di cui A ha parlato.
- B ha capito bene ciò che A ha detto, ma ritiene che ciò che A ha detto non corrisponda alla realtà in generale.
- B ha capito bene ciò che A ha detto, ma ritiene che ciò che A ha detto non corrisponda alle proprie esperienze personali.
- B è "disturbato" (consapevolmente o inconsapevolmente) da ciò che A ha detto, nel senso che, se ciò che A ha detto fosse vero, questo contraddirebbe la visione del mondo di B, e quindi la sua "autorevolezza". Quindi è "funzionale" per l'autostima di B, contraddire le affermazioni di A. (A mio parere questa dinamica è tipicamente inconscia e credo che nessuno ne sia esente, nemmeno io).
Per concludere, credo sia importante che colui che si trova in disaccordo con un'affermazione altrui chiarisca esplicitamente se il disaccordo si riferisce solo alle proprie esperienze personali, oppure vale per l’intera umanità.
A mio avviso, questa precisazione renderebbe meno grave e più accettabile il disaccordo per entrambi i contendenti.
L'uomo sembra essere l'unico animale capace di dare nomi alle cose e di usare quei nomi per evocare, pensare e trasmettere ad altri idee delle (e sulle) cose nominate, e di applicare ad essi ragionamenti più o meno logici.
Questa capacità rende l'uomo l'animale più potente ma anche il più pericoloso per se stesso, per gli altri e per l'ambiente naturale, data l'imprecisa e a volte falsa corrispondenza tra i nomi e le cose nominate, col risultato di costruire spesso realtà nominali molto diverse da quelle reali, e di scambiare le une con le altre.
Come diceva Alfred Korzybski, la mappa non è il territorio. Questa affermazione è apparentemente ovvia e banale, ma si rivela necessaria dato che la maggior parte della gente è inconsapevole dei propri processi mentali, in cui le due cose tendono a confondersi, e ignorano il fatto che una mappa non può rappresentare che una piccolissima parte della complessità di un territorio. Una mappa, o un nome, sono infatti generalizzazioni e semplificazioni di entità complesse, e passare dalla cosa al nome, o dal territorio alla mappa, significa ignorare, consciamente o inconsciamente, una infinità di aspetti e dettagli.
La razionalità dell'uomo, risultante dalla sua capacità di nominare le cose, è pericolosa perché orienta il nostro comportamento sostituendo istinti naturali di provata efficacia ed efficienza con costrutti culturali molto variabili, non ereditabili geneticamente, la cui utilità per la sopravvivenza e la soddisfazione dei bisogni è tutt'altro che certa.
Quando si pensa o si interagisce con enti esterni, lo si può fare a diversi livelli logici, ovvero di astrazione.
Il primo livello, quello più basso, riguarda l’effettiva soddisfazione di un bisogno o il tentativo di soddisfarlo, ovvero uno scambio concreto di energie, informazioni, oggetti, beni o sostanze, come, ad esempio, in un rapporto sessuale, di accudimento, in un servizio, un baratto o un'azione violenta.
Il secondo livello riguarda una prima astrazione dell’interazione con un certo interlocutore, ovvero una discussione sulle possibili transazioni, che può comportare la negoziazione di una particolare interazione.
Il terzo livello riguarda la relazione continuativa con una certa persona o entità, ovvero una tipologia di interazioni possibili con essa e il loro svolgimento nel tempo e nello spazio.
Il quarto livello riguarda una tipologia di relazioni con qualunque cosa, persona o entità concreta o astratta nell'universo, a qualunque livello di astrazione.
Ogni umano è caratterizzato dal livello logico massimo a cui è in grado di pensare e interagire. Tale livello può cambiare con l'educazione, l'esercizio della filosofia e le esperienze.
Quando si dialoga, è importante che gli interlocutori comunichino allo stesso livello logico, altrimenti è difficile che si comprendano.
Credo che questa riflessione, ispiratami dalla lettura di Gregory Bateson ("tipi logici", "livelli di apprendimento" ecc.), appartenga, ovvero pertenga, al quarto livello logico.
Questo brano del
Catechismo della Chiesa Cattolica, tuttora ufficialmente in vigore, la dice lunga sull'essenza della religione cattolica.
La nostra vita morale trova la sua sorgente nella fede in Dio che ci rivela il suo amore. San Paolo parla dell'obbedienza alla fede come dell'obbligo primario. Egli indica nell'« ignoranza di Dio » il principio e la spiegazione di tutte le deviazioni morali. Il nostro dovere nei confronti di Dio è di credere in lui e di rendergli testimonianza.
Il primo comandamento ci richiede di nutrire e custodire la nostra fede con prudenza e vigilanza e di respingere tutto ciò che le è contrario. Ci sono diversi modi di peccare contro la fede:
Il dubbio volontario circa la fede trascura o rifiuta di ritenere per vero ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa ci propone a credere. Il dubbio involontario indica l'esitazione a credere, la difficoltà nel superare le obiezioni legate alla fede, oppure anche l'ansia causata dalla sua oscurità. Se viene deliberatamente coltivato, il dubbio può condurre all'accecamento dello spirito.
L'incredulità è la noncuranza della verità rivelata o il rifiuto volontario di dare ad essa il proprio assenso. « Viene detta eresia l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il Battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa; apostasia, il ripudio totale della fede cristiana; scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti ».
La seguente figura rappresenta i fattori che, secondo me, determinano la realtà di ogni cosa e di ogni essere vivente con particolare riguardo agli esseri dotati di sentimenti e di una mente. L'idea è che tutto ciò che accade nella realtà avviene per una combinazione e interazione di uno o più fattori tra quelli rappresentati nella figura.
Io ritengo che il comportamento umano dipenda da logiche per lo più inconsce, oltre che dal caso, dalle leggi fisiche e dai bisogni genetici e acquisiti. Per me l'inconscio non è solo quello freudiano, né ciò che abbiamo dimenticato o di cui ci vergogniamo, ma un organismo attivo multi-agente, che comunica col resto del corpo e con l'io cosciente, in ogni momento, e li condiziona. Si tratta insomma di un sistema neurologico complesso di automatismi involontari e inconsapevoli, di vario tipo, sia psicomotori che emotivi e cognitivi.
Sulla base dei quattro fattori sopra indicati, si potrebbe costruire una tipologia psicologica differenziando le persone in quanto al peso che danno a ciascuno di essi. Per esempio, nei molto-materialisti prevale il fattore "necessità", nei molto-sentimentali il fattore "bisogni", nei molto-razionalisti il fattore "logiche" e nei molto-fatalisti il fattore "caso". Ovviamente, in ogni persona è presente la considerazione per tutti e quattro i fattori, ma con intensità diverse.
A mio parere, morale e intelligenza sono collegate in quanto il giudizio morale presuppone la previsione delle conseguenze immediate e differite delle azioni e omissioni del soggetto, e tale previsione richiede intelligenza. Infatti, quanto più una persona è intelligente, tanto più essa è in grado di determinare le conseguenze del proprio comportamento per il benessere e il malessere altrui, oltre che per i propri.
Per motivi analoghi, la morale è legata alla conoscenza.
Si potrebbe dunque affermare che quanto più una persona è stupida e/o ignorante, tanto più essa sia immorale. Tuttavia la moralità di una persona non dipende solo dalla sua intelligenza e dalla sua conoscenza, ma anche da altri fattori, come il suo temperamento, la sua educazione, la sua empatia ecc.
Infatti un temperamento timido, che teme di dispiacere agli altri, rende più coscienziosi, così come un'educazione repressiva della libertà di fare ciò che si desidera rende più attenti ai desideri altrui. Inoltre, una spiccata empatia inibisce azioni che possano dispiacere all'altro.
Tuttavia, a parità di temperamento, di educazione, di empatia e di altri fattori, l'intelligenza e le conoscenze di una persona restano fattori chiave della sua moralità.
Ciò non significa necessariamente che quanto più una persona è intelligente e sapiente tanto più essa si comporti moralmente, anche se ciò è spesso vero. Significa tuttavia che quanto più una persona è intelligente e sapiente, tanto più essa è in grado di scegliere razionalmente come comportarsi, essendo consapevole delle conseguenze del proprio comportamento rispetto agli altrui bisogni, desideri, gusti e interessi.
Se le discussioni tra persone istruite, intelligenti e beneducate finiscono con un disaccordo e un giudizio negativo reciproco, figuriamoci quelle tra persone meno istruite, meno intelligenti e maleducate! Il problema, secondo me, più che stabilire se siano valide le ragioni dell’uno o quelle dell’altro, è l'incapacità degli esseri umani (a tutti i livelli e in tutto il mondo) di discutere in modo costruttivo. Su questo l'uomo ha molto spazio per migliorare e la strada è lunga, visto che pochi si occupano di questo problema in modo approfondito.
Propongo pertanto di studiare maggiormente la natura umana, di non pensare di saperne abbastanza. Propongo di esigere che gli intellettuali affrontino questo problema, e si chiedano soprattutto: perché gli umani sono per lo più incapaci di discutere costruttivamente? Questa tematica dovrebbe essere affrontata nelle scuole di ogni ordine e grado e costituire uno dei temi principali della filosofia e della psicologia.
Già il fatto di riconoscere questo problema universale potrebbe migliorare la situazione. Perché non si può risolvere un problema se non si è capito di che problema si tratta.
In molte discussioni, i contendenti si ostinano a difendere le loro tesi senza capire che il problema maggiore è quello dell'incapacità di intendersi reciprocamente. Infatti ognuno ha ragione dal suo punto di vista, ma nessuno accetta il punto di vista dell'interlocutore. Ognuno pensa che il suo punto di vista sia corretto, giusto e sufficiente per giudicare. Ma ogni punto di vista è parziale e soggettivo, perché cambiando punto di vista la vista cambia.
Prendiamo una persona qualunque, un diplomato o laureato in una qualsiasi disciplina tecnica o umanistica, che desidera capire IN GENERALE com'è fatto un essere umano e come funziona per quanto riguarda le sue cognizioni, i suoi sentimenti, le sue motivazioni e le sue interazioni sociali, allo scopo di conoscere meglio se stesso e gli altri, per migliorare i suoi rapporti con gli altri e con se stesso, e orientarsi meglio nella vita in modo sostenibile sia a livello individuale che collettivo, locale e globale.
Dove troverà il sapere che cerca? In quale facoltà universitaria? Chi lo aiuterà a sapere ciò che vuole sapere? Quali testi dovrebbe leggere? Questo è il sapere di cui l'uomo ha veramente bisogno, questo è il sapere che sarebbe utile avere. Il sapere fornito dalle università serve solo a trovare un lavoro e solo poche persone di grande ingegno sanno trarne lezioni per la vita propria e altrui.
Al di fuori degli interessi professionali il sapere accademico umanistico è ignorato dalla maggior parte della gente, perché non risolve i suoi problemi. Se quello che ho scritto non vi convince leggete Edgar Morin, che sa spiegarsi meglio di me e ha una grande autorevolezza, anche perché viene dal mondo accademico (essendo stato un sociologo agli inizi della sua carriera) e può permettersi di criticare quel mondo con conoscenza di causa diretta.
All'università ci sono tante specializzazioni ma manca quella più importante: l'integrazione dei saperi. I saperi accademici sono difficili da integrare perché si sono sviluppati separatamente, indipendentemente, e l'interdisciplinarietà è un'illusione o una ipocrisia. Tutti ne parlano e pochi la praticano davvero. Gli intellettuali parlano solo di dettagli perché non hanno la visione d'insieme, perché la visione d'insieme non si trova in alcuna facoltà universitaria.
Condivido questo magnifico post di Antonello Sciacchitano, che conferma la mia opinione sull'avversione e incomprensione della maggior parte della gente nei confronti del concetto di probabilità.
"Chi mi sa spiegare la diffusa avversione alla probabilità? Perché si crede all’antropomorfismo dei numeri ritardatari al lotto? Perché l’ingresso della probabilità in fisica quantistica con il principio di indeterminazione fu osteggiato perfino da un genio come Einstein? Perché si confonde scienza con determinismo? Perché si considera la statistica una scienza di serie B?
Un altro modo di riformulare questi interrogativi è: perché si considera la variabilità dei fenomeni una fonte di errore concettuale? Perché la filosofia fenomenologica, che tanta presa ha avuto in Europa, non tiene conto della naturale variabilità dei fenomeni? Perché ciò che varia è considerato meno vero di ciò che è fisso?
Non mi si dica che è un effetto dell’odio per il padre, che è sempre incerto. L’attaccamento a Dio Padre sarebbe perché è un padre certo? Certo la cosa è correlata alla profonda convinzione del principio di ragion sufficiente, per cui ogni effetto ha una causa, cioè una sicura ragion d’essere, ma attraverso quale meccanismo psichico? Un ragionamento che dipende dal presupposto binario che l’essere è e il non essere non è, sarebbe più attendibile di un ragionamento basato su fenomeni aleatori? Le scommesse sui risultati delle partite di calcio non sarebbero basate su ragionamenti degni di questo nome? Un fenomeno che ogni tanto non si verifica non sarebbe un fenomeno? La moneta, che ogni tanto dà Testa e ogni tanto Croce, non è un fenomeno come il sole che sorge ogni mattino?
La diffusa ma inconfessata avversione alla scienza è legata all’avversione per i fenomeni probabilistici. Perché?"
[Antonello Sciacchitano]
"Conosci te stesso". Facile a dirsi, ma che significa? In che senso uno si può conoscere? Forse possiamo arrivare a conoscere o perfino misurare i nostri bisogni e desideri (indipendentemente dal fatto che siano più o meno sani o malati, reali o illusori), le nostre paure, capacità, incapacità, potenzialità, inclinazioni, temperamento, carattere. Ma conoscere noi stessi nel senso di capire la nostra struttura, costituzione, organizzazione neurologica, le funzioni della nostra mente intesa come sistema di sistemi e soprattutto il ruolo dell'io cosciente rispetto agli altri agenti mentali. Ciò è estremamente difficile, quasi impossibile nella cultura attuale, nemmeno a livello accademico.
Si tratta, infatti, di capire prima di tutto la natura umana in generale e poi la propria in particolare. Questo è impossibile senza usare un paradigma epistemologico della natura umana universalmente riconosciuto, cosa che oggi non esiste. Infatti, ogni autore di scienze umane e sociali, ne propone uno proprio, incompleto e insufficiente, definito con categorie spesso arbitrarie, su cui non esiste un generale consenso. Basti pensare ai vari significati che si danno a parole come io, coscienza, consapevolezza, inconscio, sé, me, persona, mente, psiche, spirito, anima, ragione, volontà, personalità, carattere, temperamento, sentimento, emozione, piacere, dolore, bisogno, desiderio, autogoverno, libertà, libero arbitrio, determinismo, caso, necessità ecc.
Prima di cercare di conoscere noi stessi, dovremmo dunque cercare di definire, convenire, cosa sia un essere umano, come sia fatto e come funzioni. Perché non è possibile conoscere se stessi senza prima conoscere l'uomo in generale, l'
homo sapiens, di cui ognuno di noi è un'istanza. Né è possibile una pacifica convivenza tra essere umani se non si condivide una conoscenza della natura umana.
Chi la sa più lunga? Questa domanda (conscia o inconscia, palese o nascosta, più inconscia che conscia, più nascosta che palese) è sempre viva e sottintesa in ogni espressione umana. Ciò avviene perché la sua risposta determina il ruolo e la posizione gerarchica di ogni essere umano nella società o comunità a cui esso appartiene, in un certo campo del sapere, che può essere più o meno specialistico o generale.
Si presuppone infatti che chi la sappia più lunga meriti una posizione gerarchica (in un certo campo del sapere) più alta rispetto a chi la sappia meno lunga. E allora, dato che ognuno vorrebbe stare più in alto (per quanto possibile) in ogni gerarchia sociale, ognuno cerca di dimostrare di non saperla meno lunga di altri, tranne nei campi in cui non si ritiene competente.
C’è un campo del sapere che non è specialistico e non corrisponde ad alcuna disciplina accademica: il “saper vivere”, ovvero la saggezza, che include la conoscenza del mondo, della vita, dell’uomo, della società, della politica e della morale. In questo campo la competizione a chi la sa più lunga è particolarmente intensa e agguerrita, dal momento che quasi tutti pensano che per imparare a vivere, per diventare saggi, non ci sia bisogno di alcuna istruzione particolare e tanto meno di un corso universitario.
E allora non sopportiamo chi afferma (o suppone) di saperla più lunga di noi nel campo del saper vivere, e diciamo che quelle persone sono “supponenti”, “presuntuose”, “arroganti” ecc.
Di conseguenza è dunque molto diffuso un imperativo categorico in base al quale nessuno è autorizzato a supporre di saperla più lunga di qualcun altro nel saper vivere, e meno che mai a cercare di insegnare ad altri come vivere.
Il risultato è che molti non sanno vivere se non in modo rudimentale, ma rifiutano ogni insegnamento o aiuto per saperne più di più.
Il fenomeno del "riconoscimento" di una esperienza non cessa di stupirmi e incuriosirmi. Ad esempio, se noi, una volta sola, leggiamo una pagina di un libro, o ascoltiamo un racconto, e qualche giorno dopo sentiamo una frase di quella pagina o di quel racconto, siamo in grado di "riconoscerla" come qualcosa che abbiamo già conosciuto, ovvero di cui abbiamo già fatto esperienza. Tuttavia non siamo normalmente in grado di ricordare quella frase se l'abbiamo letta o udita solo una volta. C'è dunque una differenza sostanziale tra ricordare (nel senso di saper riprodurre) e riconoscere, anche se credo che questi fenomeni, sebbene diversi, abbiano una base comune.
Potrebbe essere che nella nostra mente non venga memorizzato ciò che abbiamo percepito una sola volta, ma il risultato di una sua trasformazione (o elaborazione, o riduzione), e che la sensazione di riconoscimento non si riferisca al materiale percepito, ma al risultato di tale trasformazione. In altre parole, non riconosciamo qualcosa, ma la sua trasformazione, ovvero il suo effetto nella nostra memoria. Vale a dire che quando percepiamo una cosa per la seconda volta proviamo un effetto (o otteniamo un prodotto mentale) simile a quello ottenuto quando quella cosa l'abbiamo sentita la prima volta. Così abbiamo la sensazione di "riconoscimento" della cosa, mentre in realtà abbiamo riconosciuto solo il suo prodotto o effetto.
Mi chiedo allora in cosa consista il prodotto o effetto di una percezione che noi automaticamente registriamo e siamo in grado di "riconoscere". Ovvero, che differenza ci sia tra la percezione di qualcosa e la sua registrazione.
Mi chiedo anche se lo scarto tra percezione e registrazione sia più o meno diverso da persona a persona e da situazione a situazione e se si possa influire su di esso nel senso di "migliorare" o "ottimizzare" il prodotto, ovvero la registrazione, della percezione. Per ora non ho risposte, ma l'idea mi intriga...
L'uomo non "sa" ciò che è e ciò che non è in quanto tali, ma "decide" di saperlo in un certo modo. In altre parole, la conoscenza, ovvero il sapere, e il frutto di decisioni.
Si tratta di decisioni informatiche, algoritmiche, basate sulle informazioni che la mente riceve dagli organi di senso, dalla propria memoria, e dai sentimenti di piacere e dolore associati ad esse.
La mente riceve informazioni, e produce informazioni facendo "astrazione" delle informazioni ricevute. Il processo di astrazione consiste nel riassumere una certa quantità di informazioni in una quantità minore, più facilmente gestibile, generalizzando e sopprimendo dettagli.
La capacità di astrarre informazioni corrisponde a ciò che chiamiamo intelligenza.
L'astrazione avviene a più livelli, nel senso che è possibile fare astrazione di astrazioni.
Il sapere consiste dunque nelle informazioni ottenute per astrazioni successive a partire dalle informazioni sensoriali elementari.
L'astrazione è un processo soggettivo in quanto dipende dalle capacità e dalle esperienze precedenti del soggetto. Infatti non tutti fanno le stesse astrazioni a partire dalle stesse informazioni elementari.
I processi di astrazione sono per lo più inconsci, automatici e involontari. I prodotti delle astrazioni vengono infatti "decisi" dalle logiche mentali e dalle precedenti astrazioni.
Per concludere, la conoscenza individuale della realtà è il risultato di innumerevoli decisioni inconsce, automatiche e involontarie che avvengono nella mente. E' anche vero che certe astrazioni possono essere "comunicate", insegnate e condivise tra persone.
Ogni entità che percepiamo, conosciamo, riconosciamo o concepiamo, cioè tutto ciò a cui attribuiamo il fatto di “essere” qualcosa o qualcuno, comporta uguaglianze, somiglianze e differenze rispetto ad altre entità.
In altre parole, l’esperienza di una certa entità, e la conoscenza che ne deriva, comporta il confronto con una o più altre entità che costituiscono modelli di riferimento per il suo riconoscimento e la sua valutazione.
Infatti diciamo, per esempio, che A è identico a B, o che la forma di A è più o meno simile a quella di B, o che A è più grande o più piccolo di B, o che c’è un certo rapporto quantitativo tra A e B (per esempio A = B x 1,5), oppure che A è prodotto, attivato o influenzato da B, ecc.
D’altra parte non si può dire che una cosa sia più o meno grande o piccola se non in rapporto ad un metro di paragone. Infatti se in tutto l’universo esistesse solo una sfera, sarebbe impossibile affermare quanto grande sia il suo diametro.
Possiamo dunque dire che nulla “è” qualcosa se non in rapporto, in relazione (formale o causale) o in interazione rispetto a qualcos’altro. Si può anche dire che ogni cosa dipende da qualche altra o che è legata a qualche altra, cioè che nessuna entità può essere percepita né concepita come isolata. D’altra parte, dire che A è A (o che A = A) è insignificante e inutile.
Inoltre, per quanto riguarda gli esseri capaci di sentimenti, ogni entità percepita, conosciuta o concepita può essere associata alla previsione di una certa quantità di piacere e/o di dolore, associazione da cui deriva una certa motivazione di attrazione o di repulsione verso l’entità stessa. Tale motivazione corrisponde al "valore" che ad essa viene attribuito dalla mente dell’essere senziente.
Tutte le discipline intellettuali, comprese le religioni, le filosofie e le varie scienze sociali e naturali, consistono essenzialmente nella ricerca delle leggi che governano l’universo, la vita, la società e la mente umana.
Nel caso delle religioni, le leggi che ci governano e ci limitano, sono opera delle divinità che, a loro insindacabile arbitrio, stabiliscono cosa sia possibile e cosa impossibile, cosa doveroso o obbligatorio, e cosa libero per ciascuno di noi in quanto individui o membri di comunità.
Nel caso delle filosofie, le leggi sono opera di entità spirituali arbitrariamente definite e indimostrabili, o di processi prodotti da leggi fisiche o biologiche fondamentali. In tal senso possiamo qualificare le filosofie come più o meno spiritualiste, materialiste, o miste.
Le scienze naturali studiano le leggi fisiche e biologiche fondamentali e si concentrano su di esse, interessandosi solo marginalmente dei fenomeni macroscopici e complessi, naturali e sociali, che da esse derivano.
Le scienze umane e sociali, tra cui la psicologia, sono un misto di filosofie e di scienze naturali.
Escludendo le religioni, in quanto portatrici di verità inverosimili e in contrasto con le scoperte delle scienze, e lasciando che delle scienze naturali si occupino gli scienziati specialisti, per capire il mondo, la vita e la società, ad ogni umano resta la filosofia.
Lo scopo e il metodo della filosofia consiste (o dovrebbe consistere) nel comprendere come i fenomeni che ci interessano in quanto cause di piaceri e di dolori (fisici e mentali), di speranze e di disperazioni, sono dovuti all’interazione tra fenomeni elementari, i quali sono a loro volta dovuti alle leggi fisiche e biologiche fondamentali studiate dagli scienziati.
In tal modo la filosofia, istruendoci sulle leggi della natura e sui loro effetti sull'uomo e sulla società, ci aiuta a scegliere come vivere, con chi interagire e non interagire, e come interagire, per soffrire di meno e godere di più.
Per spiegare cosa intendo quando, seguendo il pensiero di Edgar Morin, lamento le sterili specializzazioni delle “scienze umane e sociali” nel mondo accademico ancora oggi, faccio l’esempio contrario della medicina.
Esiste la medicina generale (da cui si formano tutti i medici, sia generici che specialistici) e le varie specializzazioni (da cui si formano medici specialisti). Questo sistema è buono e giusto perché si parte da una conoscenza generale del corpo umano per poi approfondire i vari aspetti, come se si osservassero attraverso lenti di ingrandimento, o zoom.
Nelle scienze umane e sociali ci sono diverse specializzazioni (filosofia, sociologia, psicologie varie, psicologia sociale, antropologia, linguistica, ecc.) ma purtroppo manca una “umanologia” generale, ovvero uno studio d’insieme di tutto ciò che riguarda la parte “spirituale” (nel senso di immateriale) dell'uomo sia a livello individuale che sociale (di quella materiale si occupano la medicina e la biologia). Chiedete infatti a un po’ di persone cosa sia un essere umano e come funzioni e avrete le risposte più vaghe, evasive, superficiali e fantasiose, o nessuna risposta, come se si trattasse di una domanda bizzarra che non merita alcuna risposta.
A causa della mancanza di una “umanologia” generale, le varie specializzazioni, nonostante le buone intenzioni di interdisciplinarità, non si integrano e non cooperano tra di loro che in minima parte, più di nome che di fatto, ma ognuna procede in realtà per suo conto, senza rendere “conto” alle altre delle sue teorie, cioè senza verificare che le sue cognizioni siano “coerenti” con la parte generale (che manca) e con gli altri studi specialistici. Non si tratta quindi di abolire le specializzazioni umanistiche, ma di creare, come auspicano Morin, Bateson e altri, una “specializzazione generalista”, che integri tutte le altre specializzazioni in un insieme organico e coerente.
Senza questa base generale, tutta da inventare, che Luigi Anepeta chiama “panantropologia”, è illusorio pensare ad una integrazione organica delle varie specializzazioni umanistiche, come avviene invece fruttuosamente in medicina. Il risultato è una generale inefficacia (e incoerenza) delle specializzazioni umanistiche rispetto ai problemi dell’umanità, sia a livello individuale che sociale, nonostante il fatto che gli studi umanistici dovrebbero avere come missione proprio la soluzione dei problemi umani.
Da un punto di vista fisico, il mondo in cui viviamo è lo stesso per tutti, per cui possiamo dire che esso sia fisicamente condiviso. Purtroppo, però, esso non è necessariamente condiviso da un punto di vista psicologico, cioè per quanto riguarda il modo in cui il mondo viene percepito, conosciuto, compreso e apprezzato dai vari individui.
Infatti, quando parliamo di “visione del mondo” dobbiamo riconoscere che ognuno ha la sua, la quale è più o meno diversa da quelle altrui.
Tra i vari “aspetti” di una visione del mondo vi è l’idea di come debba essere una comunità ottimale, vale a dire quali dovrebbero essere i suoi principi, le sue forme, i suoi valori, e le sue gerarchie.
La coesistenza di una condivisione fisica del mondo con una non condivisione psicologica dello stesso è un fatto problematico, nel senso che genera non poche sofferenze ad ogni individuo, e innumerevoli conflitti di cui sono piene la storia dell’umanità o ogni storia personale.
A tal proposito dobbiamo prima di tutto osservare che per la maggioranza degli esseri umani il mondo “è” come ciascuno lo vede, e non come lo vedono gli altri, se lo vedono diversamente. In altre parole, per quasi tutti, ogni visione del mondo alternativa alla propria è falsa, irreale, incompleta o inutilmente più complicata.
Il motivo di tale opinione è che se un individuo A ritenesse che la visione del mondo da parte di B fosse più vera della propria, A si sentirebbe indegno di appartenere ad una comunità di persone sane di mente. Sarebbe per A una situazione catastrofica, talmente dolorosa che non potrebbe avere che due esiti: il primo, che è di gran lunga il più comune, sarebbe quello di rimuovere tale ipotesi a priori, cioè di non prenderla in considerazione. La seconda sarebbe quella di adottare la visione del mondo di B, cioè di fare di B il proprio maestro di vita.
Nella maggioranza dei casi, dunque, ogni individuo tende a non prendere in considerazione, e quindi a non rispettare, ogni visione del mondo alternativa alla propria, e di conseguenza a non rispettare come sapienti coloro che ne sono portatori.
Questa è mio avviso una delle principali tragedie dell’umanità.
Una logica (cioè un pensiero, giacché un pensiero è sempre un esercizio logico) definisce certe classi di enti, stabilisce l'appartenenza di certi enti a certe classi e trae le "logiche" conseguenze cognitive ed emotive nella considerazione degli enti considerati.
"Essere" significa infatti "appartenere" a certe classi, e può essere coniugato nelle sei persone grammaticali come segue.
- Io appartengo a certe classi, dunque io sono certe cose.
- Tu appartieni a certe classi, dunque tu sei certe cose.
- Esso/essa appartiene a certe classi, dunque esso/essa è certe cose.
- Noi apparteniamo a certe classi, dunque noi siamo certe cose.
- Voi appartenete a certe classi, dunque voi siete certe cose.
- Essi/esse appartengono a certe classi, dunque essi/esse sono certe cose.
Ogni essere vivente costruisce le sue classi secondo le proprie esperienze e i propri interessi, e le usa secondo i propri bisogni e desideri.
Le classi sono gli elementi logici fondamentali di ogni modello di pensiero, giacché il pensiero non è normalmente libero, ma segue dei modelli logici.
Allo scopo di diffondere e condividere una certa conoscenza della realtà, le culture e le scienze tentano di costruire classi universali, cioè modelli di "verità" uguali per tutti, e non mutevoli, ma le classi che propongono sono tra loro discordi, incomplete, fallibili, favoriscono interessi particolari più o meno onesti, e sono in continua evoluzione. Ciò avviene perché le classi sono prodotte e usate da menti umane per soddisfare i bisogni dei propri corpi, secondo le proprie esperienze.
Chiediamoci dunque quanto siano valide ed efficaci le classi che usiamo quando pensiamo, rispetto alla soddisfazione dei bisogni nostri e altrui.
Che rapporti vi sono tra X, Y e me? Questa domanda, che somiglia ad una formula matematica, costituisce l'ultima frontiera della mia ricerca filosofica, psicologica e psicoterapeutica. Fa riferimento alla teoria dell'equilibrio cognitivo/affettivo di Friz Heider, alla cibernetica, e all'idea batesoniana che non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le relazioni tra le cose.
Pormi questa domanda mentre osservo qualcosa di reale o virtuale, per esempio guardando una fotografia o un film, stimola la mia mente in un modo molto potente, inducendomi ad analizzare e a valutare in termini relazionali ciò che vedo.
Infatti, le cose più importanti per un umano (come per ogni altro essere vivente) sono le sue relazioni e interazioni con il resto del mondo, e più precisamente con gli oggetti e le persone che egli ha conosciuto e che è capace di riconoscere, in funzione della soddisfazione dei bisogni propri e delle altre parti coinvolte.
Tutto il resto è accessorio, strumentale, oppure inutile o fuorviante.
La domanda "che rapporti vi sono tra X, Y e me?" è un antitodo contro l'ontologia (cioè la scienza e l'illusione dell'essere) che instupidisce l'uomo in quanto gli fa credere che le cose siano certe cose, ovvero siano sempre uguali, identiche a qualcosa, ferme, immutabili, indipendenti e che abbiano valori assoluti.
Pensare in termini assoluti (l'ontologia è la scienza dell'assoluto e degli assoluti) è pensare in termini bloccati e bloccanti, ripetitivi, "assolutamente" non creativi.
Al contrario, pensare in termini relativi, ovvero relazionali, è l'unico modo per conoscere realisticamente la realtà, nella sua dinamicità, variabilità e interattività.
Aggiungo che non è tanto importante rispondere alla domanda, quanto il fatto che nel momento in cui ce la poniamo alteriamo l'automatismo della nostra attività pensante in senso produttivo e creativo.
In altre parole, se quardiamo una cosa o una persona senza porci quella domanda (o una domanda analoga), i pensieri, le emozioni e le motivazioni suscitati da ciò che vediamo sono molto probabilmente automatici, ripetitivi e non creativi. Porci domande sospende certi automatismi e ci permette di uscire da certe gabbie mentali.
Per concludere, comunque il nostro inconscio risponde automaticamente alla domanda "che rapporti vi sono tra X, Y e me?" e forse lo fa in modo irrazionale, errato, improduttivo o dannoso. Pertanto, porsi coscientemente tale domanda può essere un modo per prendere coscienza delle risposte del proprio inconscio e per correggerle.
Dobbiamo scegliere se subire un futuro che altri decideranno, oppure esserne decisori e attori. Nel secondo caso dobbiamo cambiare mentalità, ovvero modi di pensare, a cominciare da noi stessi. Ma chi di noi pensa di pensare in modo inadeguato? Quasi nessuno, quindi il futuro lo subiremo.
La rivoluzione, quando ci sarà, consisterà nel rivoluzionare il nostro modo di pensare.
Non vedo un futuro nel senso che non riesco a prevederlo, ma arriverà e non sappiamo chi ci guadagnerà e chi ci perderà. Ci saranno morti, feriti e beneficiati.
Investigare la natura umana, a mio parere, è la cosa più importante da fare se vogliamo cambiare e determinare il nostro futuro. Ma dobbiamo farlo allo scopo di cambiare il nostro personale modo di pensare, per renderlo più adeguato alla realtà.
Prendiamo ad esempio la domanda "come interagirò con le persone che incontrerò?" Nessuno si fa domande del genere, nessuno mette in discussione il suo modo di interagire o di pensare. Se fossimo obbligati a rispondere a tale domanda, quasi tutti risponderebbero "come al solito, spontaneamente". E così non cambieremo nulla, ma subiremo i cambiamenti determinati dal caso, dalla natura e/o da altri.
Per prevedere il futuro è necessario conoscere il presente. Ma cosa vuol dire conoscere? Come si fa a conoscere? Con quale epistemologia? Con quali concetti? Con quali presupposti? Chi può dire di conoscersi? E come si può conoscere se stessi se non si conosce la natura umana in generale?
Ognuno "conosce" a suo modo, ma ciò che "conosce" è solo una personale e abbreviata "versione" della realtà, più o meno utile ai propri fini, e per ridurre la propria angoscia esistenziale.
Non si può conoscere il particolare se non rispetto al generale, non si può conoscere il dettaglio se non rispetto all'insieme.
E allora cerchiamo prima di tutto di conoscere la natura umana in generale, rinunciando alla presunzione di conoscerla già abbastanza. Solo dopo potremo conoscere noi stessi e agire in modo adeguato per un futuro migliore.
Ognuno può cambiare la propria vita attraverso le esperienze, lo studio, la psicoterapia ecc., ma in che misura un individuo può determinare cambiamenti nella società in cui vive? Poco o niente, a meno che non si formino movimenti di persone unite da ideali intellettuali o morali comuni. Oggi tali ideali non ci sono, o sono poco diffusi, ognuno ha una cultura e un'etica fai-da-te, e per questo subiremo il futuro, non lo determineremo.
Io, tanto per cominciare, vorrei sapere cosa gli esseri umani (in generale) vogliono sapere, per capire se io e gli altri vogliamo sapere le stesse cose o cose diverse. Suppongo infatti che gli esseri umani si differenzino (anche) in ciò che desiderano (e si curano di) sapere.
Ecco una cosa che tutti vogliamo sapere: chi comanda, cioè chi ha potere su di noi e sugli altri, ovvero a chi dobbiamo obbedire e chi dobbiamo soddisfare (o non scontentare) per evitare le loro punizioni.
Una classica risposta a tale domanda è “Dio”. Infatti Dio (per chi ci crede) è la massima autorità, da cui dipende tutto ciò che è successo, che succede e che succederà, compreso il nostro destino prima e dopo la nostra morte. Ma questa risposta non è sufficiente perché Dio (per chi ci crede) permette che esistano altre autorità oltre la propria, e dà loro la libertà e il potere di comandare e di decidere le sorti dei loro subordinati.
Credenti o no, noi vogliamo comunque sapere chi (tra i mortali) comanda, ovvero vogliamo conoscere le varie gerarchie sociali (politica, religiosa, economica, accademica, intellettuale, morale, estetica, ecc.) perché, volenti o nolenti, siamo imbrigliati, incastrati, imprigionati in una quantità di gerarchie, di cui occupiamo posizioni particolari.
Oltre a conoscere le gerarchie in cui siamo posizionati, vogliamo anche sapere come si fa a salire nelle scale gerarchiche, e come evitare che altre persone ci sorpassino facendoci scendere di uno o più gradini.
La risposta alla precedente domanda è “imitare i superiori”. Infatti, se vogliamo salire in una gerarchia, dobbiamo imitare il comportamento di coloro che sono sopra di noi ed evitare (se possibile) di imitare quelli a noi subordinati.
Potremmo dunque dire che vogliamo sapere chi ci conviene imitare, anche perché non si può vivere in società senza imitare qualcuno dei suoi membri.
Oltre la conoscenza delle gerarchie, potremmo supporre che gli esseri umani vogliano anche sapere come funziona la natura, compresa quella umana, e le cause degli eventi e dei comportamenti. Tuttavia succede che i poteri (politico, religioso, economico, accademico ecc.) scoraggino tali ricerche occupandosi di fornire risposte preconfezionate secondo i propri interessi e le proprie convenienze.
Così, per paura di essere puniti dalle autorità o emarginati dalle comunità di appartenenza, evitiamo di farci troppe domande sulla nostra natura e prendiamo per buone le risposte tramandate dalle tradizioni, che non osiamo mettere in discussione.
È
difficile distinguere il reale dal virtuale, cioè dall’immaginario e dal pensato, perché in ogni caso la nostra conoscenza del reale è filtrata, trasformata e interpretata automaticamente dal nostro sistema nervoso. Certo, sappiamo quasi tutti che ciò che abbiamo sognato la notte scorsa era un sogno e non un avvenimento reale, ma come possiamo essere sicuri che ciò che crediamo essere realmente avvenuto o che crediamo che stia realmente avvenendo sia realmente e completamente reale?
Quando immaginiamo o pensiamo qualcosa, le immagini e i pensieri che scorrono nella nostra coscienza sono reali in quanto processi mentali, ma in quale misura corrispondono a oggetti, fatti ed eventi della realtà?
Alfred Korzybski ci ha ammoniti a non confondere la mappa col territorio, perché sono due cose di natura e di dimensioni molto diverse, anche se la prima dovrebbe rappresentare alcuni aspetti o caratteristiche del secondo. Infatti la quantità di informazione contenuta in una mappa è infinitamente più piccola di quella contenuta in un territorio. In altre parole, una mappa, anche la più precisa, costituisce un’infinitesima riduzione di un territorio.
Tutti i nostri processi mentali sono basati su elaborazioni di mappe, cioè di configurazioni e di associazioni di oggetti mentali (concetti e immagini), e in tal senso le nostre idee sono infinitamente ridotte rispetto alla dimensione e alla complessità della realtà, e non potrebbe essere altrimenti. Se il nostro cervello dovesse contenere tutti i contenuti della realtà, dovrebbe essere grande quanto il mondo reale.
Dobbiamo dunque rassegnarci a considerare la realtà qualcosa di inconoscibile se non in maniera infinitamente ridotta, e a conoscere di essa solo ciò che ci interessa per la nostra vita, cioè solo ciò che influisce sul nostro benessere e malessere. Infatti i nostri piaceri e dolori sono le uniche cose reali che possiamo realmente conoscere, dato che sono ciò che proviamo direttamente e non qualcosa che esiste al di fuori del nostro corpo e della nostra capacità di provarli.
Per concludere, tutto ciò che passa per la nostra mente, tutto ciò che la nostra mente elabora è virtuale in quanto mappe (più o meno fedeli) di una realtà. Ciò che conta è allora la coerenza tra il virtuale della nostra mente e il reale del mondo esterno ad essa, vale a dire la precisione delle mappe che noi usiamo per raggiungere i nostri obiettivi, in modo tale che ci permettano di prendere le strade più efficaci per raggiungerli.
Prendiamo due persone A e B che hanno opinioni contrastanti su una certa questione, per esempio se per il bene comune sia più utile la politica X o la Y, oppure se la causa di un inconveniente Z sia V o W, oppure se ciò che afferma il filosofo H sia vero o falso ecc.
Avere opinioni contrastanti può avere conseguenze drammatiche e, in casi estremi, tragiche. Perché le opinioni di A su una certa questione non solo qualificano A agli occhi di B, ma implicano un giudizio di A nei confronti delle opinioni di B, e di B nei confronti delle opinioni di A, in quanto coerenti o contrastanti con quelle dell’interlocutore, e quando si giudica l’opinione di qualcuno si giudica al tempo il soggetto che la possiede e la manifesta.
In altre parole, esprimere un’opinione comporta sempre e comunque, implicitamente, un giudizio negativo nei riguardi delle persone che non la condividono, e positivo nei riguardi di coloro che la condividono.
E’ questo il motivo per cui esprimere opinioni suscita ostilità nei propri confronti da parte di coloro che non sono d’accordo con esse. Infatti questi si sentono “offesi” dall’implicito giudizio negativo nei propri confronti da parte di coloro che esprimono opinioni incompatibili con le loro.
Questa dinamica mentale (più o meno conscia o inconscia) si regge sulla logica per cui una persona che sbaglia si qualifica come “una persona che sbaglia”, cioè come una che, avendo sbagliato una volta, e non riconoscendo il proprio errore, probabilmente continuerà a sbagliare, quindi è inaffidabile, e di conseguenza meno meritevole di un’altra nella gerarchia sociale. In altre parole, più una persona sbaglia, minore è la sua “dignità sociale” o autorevolezza.
Di conseguenza, dire ad una persona “hai sbagliato” equivale dunque a dirgli che la sua dignità sociale è più bassa rispetto a quella di chi non ha fatto lo stesso errore, almeno per quanto riguarda il campo (intellettuale, morale, economico ecc.) in cui è stato commesso il presunto errore.
Per l’uomo avere ragione è importante perché ne va (consciamente o inconsciamente) della sua dignità sociale (o reputazione) e della sua posizione gerarchica (intellettuale, morale, economica ecc.) nella società. Questo spiega l’aggressività che spesso erompe come reazione alla percezione di opinioni che non si condividono.
Per quanto una persona si sforzi di inibire le proprie reazioni aggressive nei confronti di chi esprime opinioni contrarie alle proprie, difficilmente riuscirà a nascondere la sua antipatia e il disprezzo verso il suo oppositore, e la conseguente antipatia e il conseguente disprezzo di ritorno.
L’unico modo per evitare questa escalation di odio (che Gregory Bateson chiama “schismogenesi”) sarebbe quello di non avere opinioni, oppure di non lasciarle trasparire, cosa che però ha ovvie controindicazioni sia per il benessere individuale che per quello sociale.
La «mappa» è una metafora del contenuto di una mente, che si costruisce attraverso le esperienze e il linguaggio. La nostra visione del mondo dipende rigidamente dal contenuto della nostra mente, e tale contenuto è infinitamente più piccolo e più rigido della realtà esterna. Pertanto si può dire che la mente (e quindi il pensiero) sta alla realtà così come una carta sta ad un territorio, o come un dipinto sta alla realtà che il pittore ha cercato di descrivere sulla sua tela, o come una biografia sta alla vita della persona raccontata. La “carta”, ovvero la struttura mentale, è una selezione della realtà, estremamente ridotta, statica e rigida, come il software di un computer.
Nessuno conosce alcun territorio in sé. Ognuno conosce solo alcuni aspetti di alcuni territori, cioè gli aspetti registrati nella sua mappa mentale. Scambiare la mappa per il territorio è illudersi di conoscere la realtà. In realtà ognuno di noi conosce solo le proprie mappe mentali, ma di questo quasi nessuno si rende conto.
Dire che la mappa non è il territorio sembra ovvio e banale, ma è una metafora per dire che il mondo rappresentato nella nostra mente non è il mondo reale, ma il risultato di una selezione, riduzione, trasformazione e astrazione statica e rigida. Il linguaggio che siamo abituati ad usare (tra cui l'uso del verbo essere) non ci aiuta a capire la differenza, anzi, ci induce a illuderci che non ci sia una differenza tra la nostra visione del mondo e il mondo stesso.
La mappa è indispensabile per orientarsi, perché non abbiamo altri strumenti per farlo, ma dobbiamo ricordarci che si tratta di una mappa, con tutti i suoi limiti. Confondere la mappa col territorio è anche una forma di hybris, cioè di arroganza cognitiva.
La semantica generale di Korzybski, se insegnata nelle scuole superiori e nelle università potrebbe contribuire a trasformare la società in una più sana intellettualmente e psicologicamente, e a migliorare la comunicazione interpersonale.
Queste nozioni, e molte altre ad esse correlate, sono approfondite e argomentate in circa 900 pagine disponibili gratuitamente online in http://esgs.free.fr/uk/art/sands.htm . Esiste una versione stampata ridotta di "Science and sanity", che io ho letto, di circa 400 pagine.
Che io sappia, le opere di Korzybski, scritte in inglese, non sono state tradotte in altre lingue, ad eccezione di una raccolta di suoi articoli tradotta in francese, dal titolo "Une carte n'est pas le territoire : Prolégomènes aux systèmes non-aristotéliciens et à la sémantique générale" che si può trovare su amazon.fr
Per risolvere efficacemente un problema difficile, ritengo utile considerarlo come una serie di problemi interconnessi, da indagare con un approccio sistemico, socio-ecologico e complesso.
In primo luogo, è necessario rilevare le cause, gli effetti e le relazioni di causa-effetto che caratterizzano il problema da risolvere, esaminando i comportamenti di tutte le parti che interagiscono nel sistema in cui il problema si manifesta. Vale a dire che occorre indagare i meccanismi per cui il sistema (nel suo insieme) risponde in modi indesiderati o insoddisfacenti a certe cause, ovvero a certi eventi.
In secondo luogo, è necessario concepire uno o più cambiamenti nel sistema, tali da evitare e/o modificare le cause dei problemi oppure da inibire o modificare i meccanismi di risposta del sistema alle cause stesse. I cambiamenti devono tuttavia essere compatibili con la struttura delle parti del sistema che ne sono affette.
In terzo luogo, è necessario realizzare effettivamente i cambiamenti concepiti, superando eventuali resistenze al cambiamento da parte di una o più parti del sistema. Il superamento delle resistenze è particolarmente importante nei sistemi viventi. Infatti gli organismi e i loro organi hanno un istinto di autoconservazione che normalmente si oppone ad ogni tentativo di modifica della propria struttura, istinto che li induce a rigettare ogni inserimento di componenti estranee o eterogenee.
È ovvio che i problemi non saranno risolti (o potranno persino aggravarsi) se i cambiamenti risolutivi non sono realizzabili, sono insufficienti o controproducenti, oppure se l'analisi delle cause e/o dei meccanismi di risposta del sistema è errata o insufficiente.
Gli errori più comuni che facciamo nell'affrontare i problemi sono, da una parte, non usare un approccio sistemico e socio-ecologico, dall'altra, sottovalutare la complessità dei problemi e dei sistemi in questione.
Infatti a volte ignoriamo alcune delle parti e alcuni dei meccanismi in gioco nel sistema. Inoltre, spesso trascuriamo il fatto che ogni causa è conseguenza di un'altra causa (più o meno nota), e non consideriamo che la risposta di un sistema ad una certa causa può retroagire sulla causa stessa, modificandola e rendendo la soluzione inefficace. Per esempio, è ciò che avviene con l'uso di antibiotici che causano mutazioni negli agenti patogeni tali da renderli immuni agli antibiotici stessi.
A mio parere, ciò che rende più difficile la soluzione di un problema è, oltre alle caratteristiche del problema in sé, il mancato riconoscimento della sua complessità in senso sistemico. A ciò si aggiunge il fatto che spesso il problema da risolvere è mal definito, o che sia un "falso" problema dietro il quale si nascondono quelli veri.
Una volta definito correttamente il problema, prima di cominciare ad ipotizzare soluzioni, è utile porsi una serie di domande le cui risposte possono indicare in quali direzioni cercare le soluzioni stesse.
Concludendo, è difficile risolvere un problema che non sia stato indagato e compreso in modo esauriente.
“Essere” significa “appartenere” ad un certo numero di classi. Classificare significa attribuire una o più classi ad un ente, cioè stabilire che un certo ente appartiene a certe classi. Ogni umano ha la capacità di classificare qualsiasi ente, compresi gli altri e se stesso, e di conoscere o di intuire le classificazioni fatte da altri.
Le classi corrispondono ad aggettivi come: amico, nemico, utile, inutile, innocuo, nocivo, piacevole, spiacevole, vero, falso, giusto, ingiusto, colpevole, innocente, ricco, povero, ignorante, sapiente, buono, cattivo, bello, brutto ecc.
Una classe può implicarne un'altra. Infatti potremmo dire che una certa persona A è un xlandese, cioè appartiene alla classe degli xlandesi, cioè dei cittadini della xlandia. Potremmo dire che gli xlandesi sono nostri nemici, cioè appartengono alla classe dei nemici, e di conseguenze potremmo dire che la persona A è nostro nemico, cioè appartiene alla classe dei nemici "automaticamente", in quanto appartiene alla classe degli xlandesi.
Le classi rispetto alle quali un ente può essere classificato sono in parte innate e in parte apprese. Nell'esempio precedente la classe dei nemici è innata, quella degli xlandesi appresa.
Se volessi tentare di rispondere alla domanda "chi sono?" dovrei riformularla come segue: a quali classi appartengo secondo la classificazione fatta da me? e a quali secondo la classificazione fatta dalla persona x? e a quali secondo la classificazione fatta dalla persona y? e cosa via. Potrei anche riformularla più semplicemente dicendo: a quali classi appartengo secondo la classificazione media, o prevalente fatta delle persone che mi conoscono? Oppure: a quali classi appartengo secondo la maggior parte delle persone appartenenti ald una certa classe? E così via.
Ogni classe comporta una serie di aspettative, ovvero di comportamenti abituali, diritti e doveri, obblighi e divieti, privilegi, pregi, difetti ecc. attribuiti covenzionalmente o soggettivamente ai membri di quella classe.
In effetti, è quasi impossibile interagire con una persona o con qualsiasi altro ente senza averlo prima classificato, ovvero senza avere delle aspettative sul suo comportamento, cioè sul suo modo di agire e di reagire.
Per concludere, le classi innate sono assolute in quanto geneticamente determinate, mente le classi apprese sono relative in quanto culturalmente determinate e variabili con le esperienze personali e collettive. La classificazione invece è sempre appresa.
Occorre quindi diffidare di ogni classificazione e, più in generale, dell'uso del verbo essere al di fuori di classificazioni esplicite o implicite.
In altre parole, non dobbiamo mai dimenticare che ogni volta che usiamo il verbo essere stiamo facendo o evocando delle classificazioni, e che ogni classificazione è culturalmente determinata, soggettiva e/o convenzionale, e più o meno "sana" in senso psicopatologico.
Ogni essere umano è un sistema facente parte di un sistema di sistemi, ovvero un microcosmo in continua interazione simbiotica con altri microcosmi, quali gli altri umani.
L'individuo è dunque un mondo, o ha in sé un mondo, il "suo" mondo, che può essere più o meno simile ai mondi altrui. Le differenze dipendono dai corredi genetici, dalle esperienze personali e dal caso.
Mi pare che non si riflette mai abbastanza sulle differenze tra i mondi individuali e sull'opportunità, motivazione o timore, di esplorare i mondi altrui, con o senza un invito o permesso da parte degli interessati. E' un'esplorazione che facciamo più volentieri nei mondi di personaggi virtuali, come quelli dei libri (specialmente romanzi) e dei film, ma siamo ritrosi a fare con persone reali.
A tale proposito, mi convinco sempre di più che esiste una "normale" paura inconscia di esplorare i mondi altrui, tanto più grande quanto più essi ci appaiono diversi dai nostri negli aspetti più profondi.
E' come se temessimo di essere ingoiati dal mondo dell'altro, di diventarne parte e non poter più tornare nel nostro.
E' come se non potesse esistere che un mondo "vero", per cui o è vero il mio o quello dell'altro, e se esplorando il mondo dell'altro scopro che esso è vero, allora il mio è falso, e immediatamente crolla e il mio "io" con esso. Ci fa dunque paura l'idea che il mondo altrui sia vero, o più vero del nostro, come se questo non fosse correggibile o migliorabile.
Del nostro mondo, infatti, siamo disposti a modificare solo gli aspetti marginali, esteriori, ma non quelli fondanti, anche se ci rendiamo conto dei loro difetti e ne soffriamo. Perché si tratta delle basi su cui abbiamo costruito la nostra personalità, per cambiare le quali bisognerebbe abbattere tutto l'edificio per poi ricostruirlo con un progetto diverso. Insomma, cambiare la struttura portante del proprio mondo significherebbe morire (in senso psichico funzionale), e questo, giustamente, fa paura al nostro inconscio, che si difende in tutti i modi da tale eventualità, adottando resistenze al cambiamento che sono sotto gli occhi di tutti.
Ma se siamo consapevoli di questa paura inconscia di cambiare, possiamo superarla con la volontà. Conviene farlo per tre motivi.
Primo, perché la conoscenza dei mondi altrui ci aiuta a capire le ragioni e la logica dei lori comportamenti, i loro bisogni, le loro emozioni, e a negoziare con loro i migliori rapporti possibili, senza necessariamente modificare il nostro mondo.
Secondo, perché nei mondi altrui potremmo scoprire cose utili o piacevoli che possiamo aggiungere, incorporare nel nostro senza modificarne la struttura portante, cioè arricchendolo e potenziandolo senza inconvenienti.
Terzo, perché nei mondi altrui potremmo scoprire cose che potrebbero mettere in discussione il nostro, rilevarne gli errori e aiutarci a correggerlo e migliorarlo in modo più o meno profondo. Perché se è vero che cambiare le fondamenta del proprio mondo equivale a morire, si tratta tuttavia di una morte virtuale, che può dar luogo ad una meravigliosa rinascita dopo un periodo più o meno lungo di crisi in cui costruire nuove abitudini mentali e soprattutto relazionali.
Quando si parla di gruppi di discussione o di social network, al giorno d'oggi s'intendono solitamente comunicazioni via Internet, ovvero nello spazio-tempo virtuale. La differenza tra un gruppo di discussione e un social network è che i primi sono solitamente dedicati ad un certo tema, disciplina del sapere o attività, mentre i secondi sono più generici. Nel seguito userò il termine di "gruppo" per indicare entrambi i contesti.
I gruppi "virtuali" sono utili quando le comunicazioni nello spazio-tempo reale sono impossibili o rese difficili dalla distanza e/o dalla scarsa disponibilità di tempo. Tuttavia le interazioni "reali" sono normalmente molto più efficaci, efficienti e piacevoli di quelle "virtuali".
D'altra parte ci sono persone che preferiscono gli incontri virtuali a quelli reali perché hanno paura di esporsi, ovvero di affrontare "senza rete" le interazioni dal vivo, ovvero di stabilire relazioni "vive" e, in quanto tali, più impegnative.
Detto questo, vorrei incoraggiare tutti coloro che non hanno paura di interagire coi loro simili nella "realtà", ad organizzare dei gruppi i cui membri si incontrano frequentemente in un luogo fisico, che può essere, ad esempio, un ristorante, un locale preso in affitto per una serata, o la casa di uno dei membri. Il gruppo dovrebbe essere possibilmente "tematico" ovvero caratterizzato da un interesse o scopo condiviso, o da un comune criterio di affinità.
A tal proposito mi viene in mente che nei paesi di lingua germanica esiste una tradizione chiamata "Stammtisch" (che si traduce letteralmente "tavolo fisso") che consiste nell'incontro periodico di un certo gruppo di amici o conoscenti in un locale abituale scelto come "sede" del gruppo.
Per organizzare un gruppo "reale" uno potrebbe postare su un gruppo di discussione o social network "virtuale" un annuncio strutturato pressappoco come segue:
"A [nome della città] stiamo organizzando un gruppo / associazione di persone interessate a [tema, disciplina, attività ecc.], disponibili a incontrarsi in luoghi e date da convenire. Per partecipare, è richiesto quanto segue: [lista dei requisiti]. Per chiarimenti e richieste di partecipazione, contattare [modalità di contatto e recapito]. "
Sarà cura dell'organizzatore, mediante colloquio telefonico. valutare la rispondenza di ciascun interessato ai requisiti del gruppo e, in pratica, accettare o respingere la richiesta di partecipazione.
Segue un esempio reale.
"A Roma sto organizzando un'associazione di persone interessate allo studio cooperativo della natura umana dai punti di vista psicologico, filosofico, sociologico, letterario, scientifico ecc. con un approccio eclettico e integrato, ovvero senza seguire un'unica scuola di pensiero, ma selezionando, armonizzando e combinando idee provenienti da insegnamenti e discipline diverse. I membri dell'associazione si riuniranno periodicamente in date e luoghi che verranno definiti congiuntamente (ad esempio ristoranti, locali pubblici, abitazioni degli associati ecc.). Non sono richiesti titoli accademici, ma una discreta cultura umanistica e/o scientifica, e la disponibilità a mettere in discussione le proprie idee e a conoscere quelle altrui per ampliare i propri orizzonti, in un contesto amicale. Per chiarimenti e richieste di partecipazione, potete contattarmi privatamente via Facebook."
"La cecità di un mondo di conoscenza che, compartimentando i saperi, disintegra i problemi fondamentali e globali, i quali necessitano di una conoscenza transdisciplinare."
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"Società e individualità non sono due realtà separate e adattate l'una all'altra, ma c'è un sistema duale dove in modo complementare e contraddittorio individuo e società sono costitutivi e al tempo stesso parassiti l'uno dell'altro."
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"Il filosofo è l'uomo non specializzato, vale a dire specializzato in ciò che vi è di generale nell'uomo."
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“Sparsa colligo” (unisco ciò che è disperso, separato)
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"Ciò che manca nelle scienze umane è la coscienza dell'umano nella sua complessità; l'umano è al contrario parcellizzato e suddiviso in compartimenti tra le discipline. Il romanzo fa vedere la complessità umana. Fa vedere la vita immersa nelle interrelazioni e interazioni, la vita immersa in un tempo, un luogo e una società hic et nunc."
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"Da cinquant'anni si è accumulato un immenso sapere sull'umano, sulle sue origini, sulla sua natura, sulle sue complessità. Ma questo sapere è disperso, parcellizzato e compartimentato fra tutte le scienze, e l'impotenza o l'incapacità di riunire questo sapere mantiene un'immensa ignoranza sulla nostra stessa identità."
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"C'è un'inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari dall'altra. In questa situazione diventano invisibili:
– gli insiemi complessi;
– le interazioni e le retroazioni fra le parti e il tutto;
– le entità multidimensionali;
– i problemi essenziali.
Di fatto l'iperspecializzazione impedisce di vedere il globale (che frammenta in particelle) così come l'essenziale (che dissolve). Ora, i problemi essenziali non sono mai frammentari, e i problemi globali sono sempre più essenziali. Sempre più, tutti i problemi particolari possono essere posti e pensati correttamente solo nel loro contesto, e il contesto stesso di questi problemi deve essere posto sempre più nel contesto planetaria.
Nello stesso tempo, la separazione delle discipline rende incapaci di cogliere "ciò che e tessuto insieme"' cioè, secondo il significato originario del termine, il complesso."
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"Gli sviluppi disciplinari delle scienze non hanno portato solo i vantaggi della divisione del lavoro, hanno portato anche gli inconvenienti della super-specializzazione, della compartimentazione e del frazionamento del sapere. Non hanno prodotto solo conoscenza e delucidazioni, ma anche ignoranza e cecità.
Invece di opporre correttivi a questi sviluppi, il nostro sistema d'insegnamento obbedisce loro. Ci insegna, a partire dalle scuole elementari, a isolare gli oggetti (dal loro ambiente), a separare le discipline (piuttosto che a riconoscere le loro solidarietà), a disgiungere i problemi, piuttosto che a collegare e a integrare. Ci ingiunge di ridurre il complesso al semplice, cioè di separare ciò che è legato, di scomporre e non di comporre, di eliminare tutto ciò che apporta disordini o contraddizioni nel nostro intelletto.
In queste condizioni, i giovani perdono le loro attitudini naturali a contestualizzare i saperi e a integrarli nei loro insiemi."
La paura dell'Hybris (vedi, sotto, alcune definizioni del termine) mi sembra molto diffusa nell'inconscio della maggior parte della gente. L'effetto di tale paura è quello di inibire in se stessi la ricerca di una saggezza superiore a quella comune (ovvero a quella della comunità di appartenenza), e di giudicare come arrogante, presuntuoso, superbo, tracotante, stolto ecc. colui che tenta di superare il senso comune in cerca di una verità più vera e ampia di quella normalmente conosciuta dagli altri, e di elevarsi moralmente e/o intellettualmente al di sopra degli standard comunitari.
In tal senso, la Hybris costituisce una minaccia (così percepita consciamente o inconsciamente) per la conservazione e la coesione della comunità di appartenenza e, in quanto tale, viene combattuta con l'antipatia, l'emarginazione, l'ostilità e, in casi estremi, con punizioni corporali o la pena di morte.
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Alcune definizioni di Hybris:
"Nell'antica Grecia, presunzione di forza, di potenza, propria dell'uomo che offende gli dei e ne provoca la vendetta." [
Fonte]
"Significa letteralmente "tracotanza", "eccesso", "superbia", “orgoglio” o "prevaricazione"." [
Fonte]
"...«insolenza, tracotanza», e nella cultura greca antica è anche personificazione della prevaricazione dell’uomo contro il volere divino: è l’orgoglio che, derivato dalla propria potenza o fortuna, si manifesta con un atteggiamento di ostinata sopravvalutazione delle proprie forze, e come tale viene punito dagli dèi direttamente o attraverso la condanna delle istituzioni terrene (per es., la h. di Prometeo)." [
Fonte]
"La parola hybris significa violenza, oltraggio, arroganza: è una parola degli uomini e indica la violazione di un limite, di una misura, di fronte agli dei, agli altri uomini, di fronte alla natura. È la violazione di un kosmos e di una armonia, una assenza di consapevolezza e di responsabilità. È avanzare in equilibrio su un filo fragile con la superbia e la sventatezza che lo possono spezzare. " [
Fonte]
"... l’evento-colpa che viene commesso dall’uomo per orgoglio e tracotanza, ma soprattutto per sfidare gli dèi e andare oltre la propria limitatezza, non rimane mai impunito; a tale comportamento seguirà sempre la nèmesis, la vendetta divina, l’ira e lo sdegno della divinità di fronte ai misfatti umani e alla loro logica, l’orgoglio." [
Fonte]
"Ma da cosa nasce la Hybris? Una qualsiasi violazione della norma della misura, cioè dei limiti che l’uomo deve incontrare nei suoi rapporti con gli altri uomini, con la divinità o con l’ordine delle cose. Macchiarsi di hybris per i Greci significava non aver agito conformemente alle regole, rendendo necessaria una punizione. Essa viene scatenata dall’Ate, una forma di accecamento che offusca la mente dell’uomo portandolo a commettere azioni superbe e malvagie." [
Fonte]
Possiamo distinguere due tipi di conoscenza, che chiamerei rispettivamente “formale”, e “funzionale”.
Per
conoscenza formale intendo il riconoscimento di forme, per
conoscenza funzionale intendo la conoscenza delle
funzioni o
algoritmi (in senso matematico, logico o causale) che producono certe forme.
Possiamo definire le
forme come strutture sensibili, sensoriali, o percepibili. Esse includono sia percezioni geometriche e fisiche, sia emozioni o sentimenti.
La
fenomenologia del comportamento umano consiste in una conoscenza formale, a cui non è necessariamente associata una conoscenza funzionale.
In altre parole, la fenomenologia del comportamento non ha come scopo la spiegazione dei motivi per cui un certo comportamento viene prodotto, ma si limita a registrarne le forme esteriori ed eventualmente quelle interiori, ovvero le emozioni e i sentimenti connessi con le forme esteriori stesse.
A tal proposito, oserei dire che la fenomenologia, in quanto corrente filosofica, cerca di scoraggiare qualunque tentativo di spiegazione razionale o funzionale dei fenomeni intesi come percezioni, nel timore che la spiegazione (sempre teorica) limiti o alteri la comprensione empatica (mai teorica).
Direi che la
conoscenza formale è descrittiva, mentre la
conoscenza funzionale è esplicativa del perché certe forme hanno l’aspetto che hanno, e, per quanto riguarda le forme del comportamento umano, perché l’uomo si comporta come si comporta.
In realtà, tra la conoscenza formale e quella funzionale potremmo dire che esiste una conoscenza intermedia che potremmo chiamare conoscenza emotiva, o intelligenza emotiva, che cerca di “spiegare” il comportamento in termini di cause emotive o sentimentali.
In altre parole, l’intelligenza emotiva presume che l’uomo fa ciò che fa perché è spinto a farlo da certe emozioni o sentimenti, ovvero dal fatto che facendolo prova piacere, o prevede di provare piacere, oppure perché facendola evita di provare un dolore, o prevede di smettere di soffrire.
L’intelligenza emotiva non spiega perché nella mente del soggetto certe forme di comportamento evocano o causano piacere (o aspettative di piacere) e certe altre forme evocano o causano dolore (o aspettative di dolore). Lo stesso vale per forme negative di comportamento, ovvero per forme di “non comportamento”, vale a dire comportamenti inibiti o evitati in quanto associati mentalmente con sofferenze.
Una possibile spiegazione generica, e perciò insufficiente, dei motivi per cui certe persone associano certe emozioni a certi comportamenti consiste nell’avvenuta memorizzazione, consapevole o inconsapevole, di esperienze infantili o adolescenziali (ovvero in età in cui lo spirito critico del soggetto non era ancora abbastanza sviluppato) di premiazioni e punizioni, lodi e rimproveri, connesse con certi comportamenti, da parte di caregiver e di persone influenti in generale.
In altri termini, ogni comportamento che si è dimostrato vantaggioso per ottenere piaceri ed evitare dolori è stato memorizzato come positivo e anticipatorio di piacere, e ogni comportamento che si è dimostrato svantaggioso in tal senso è stato memorizzato come negativo e anticipatorio di dolore. Mi riferisco a piaceri fisici o mentali.
Ovviamente le connessioni tra forme di comportamento ed emozioni sono per lo più inconsce, automatiche e involontarie.
Per concludere, una conoscenza completa ed efficace dei comportamenti umani al fine di orientare il proprio comportamento verso la maggiore felicità possibile (propria e altrui) dovrebbe includere la conoscenza formale, l’intelligenza emotiva, e la conoscenza funzionale del comportamento umano proprio e altrui.
Questo è ciò che intendo quando raccomando l’indagine delle motivazioni del comportamento umano. Motivazioni in senso emotivo e funzionale.
La "hybris" (ovvero arroganza, tracotanza, superbia, presunzione, auto-sopravvalutazione ecc.) è un difetto umano che si può manifestare sia nei confronti di altre persone che nei confronti della natura, ovvero dell'ambiente naturale o della divinità. Perciò mi riferisco alla prima come "hybris sociale" e alla seconda come "hybris ecologica".
Per "anti-hybris" intendo il contrasto e la punizione nei confronti delle persone considerate arroganti da parte di altre persone ("anti-hybris sociale") o da parte della natura ("anti-hybris ecologica").
Giudicare se una certa azione o attività umana sia da considerarsi un atto di arroganza (sociale o ecologica), è difficile e si presta a errori dalle tragiche conseguenze. Infatti ho l'impressione che molto spesso non vengono considerati arroganti comportamenti che lo sono, e vengono considerati arroganti comportamenti che non lo sono.
Qual'è il criterio con cui la gente riconosce l'arroganza? Credo che esso consista nella semplice formula: è arrogante chiunque creda di essere più saggio di me o delle persone della mia comunità che io considero autorevoli.
Infatti si può dire che la saggezza (comunque ognuno la intenda) sia il criterio per stabilire l'arroganza, ovvero che arrogante è colui che si ritiene saggio senza esserlo, ovvero sopravvaluta la sua saggezza.
Ma che significa essere saggi? E chi può giudicare la saggezza di una persona o di se stesso?
Credo che la saggezza abbia a che fare con la conoscenza, ma non con la sua quantità di questa, bensì con la sua qualità. Infatti, l'importante è conoscere le cose opportune, quelle che è importante conoscere, quelle che riguardano il nostro benessere e quello delle persone da cui dipendiamo, perché la conoscenza non deve essere fine a se stessa ma al buon vivere, ovvero alla felicità, comunque essa sia definita.
La saggezza ha anche a che fare con l'etica, se si assume che l'uomo non può vivere se non in società e che la vita sociale è possibile solo se i membri di una comunità rispettino un certa etica. In tal senso la saggezza serve a definire le regole etiche della vita sociale e a verificarne il rispetto, non in nome di principi astratti fini a se stessi, ma al fine dell'umana felicità.
La saggezza risponde dunque a domande come: cosa è giusto fare per vivere insieme felicemente? Come è giusto organizzare la società? Come distribuire il potere, i beni, i ruoli e le posizioni gerarchiche? Come giudicare e condannare le persone che non rispettano le regole sociali?
E' dunque evidente che la saggezza abbia importanti conseguenze per ogni membro della società, perché da un certo criterio di saggezza può dipendere il suo status sociale. Infatti, siccome la saggezza esprime giudizi di opportunità e condanne morali, essa è affetta da conflitto di interessi e soggetta a manipolazioni da parte delle persone interessate ai suoi giudizi.
Capiamo allora come il giudizio di arroganza da parte di una certa persona sia direttamente legato alla difesa del proprio criterio di saggezza, che è normalmente quello più favorevole a se stessa. In estrema sintesi, vale dunque la formula: è arrogante chi afferma che i suoi criteri di saggezza siano migliori (ovvero più veri ed efficaci) dei miei. E siccome i criteri di saggezza scaturiscono da una filosofia, è arrogante chi presume che la sua filosofia sia migliore della mia, ovvero chi critica la mia filosofia, che può anche essere assenza di filosofia. Tale formula è normalmente inconscia.
Ogni essere umano ha paura del giudizio altrui perché è dipendente da esso e fa di tutto per evitare di essere mal giudicato, come scegliere le filosofie che lo assolvono e contrastare qualsiasi filosofia contrastante con la propria, fino al punto di abbracciare una filosofia in cui il giudicare è considerato un male, e la saggezza consiste nel non giudicare né se stessi né gli altri.
Quando interagiamo con altre persone, non dobbiamo dunque mai dimenticare che i nostri interlocutori non tollerano di essere da noi giudicati, e se percepiscono un giudizio sfavorevole da parte nostra reagiscono normalmente accusandoci di arroganza.
Come ogni altro organo di qualsiasi essere vivente, la mente umana, e in particolare la parte cosciente di essa (l'io cosciente) è emersa per caso durante l'evoluzione della nostra specie, ed è rimasta nel nostro corredo genetico perché ha costituito un vantaggio adattivo rispetto agli individui sprovvisti di essa, ovvero ha facilitato la sopravvivenza dei suoi portatori. La sua funzione è stata quella di imparare a conoscere l'ambiente e il proprio corpo nel senso di prevederne le reazioni rispetto a certi stimoli e situazioni, e di utilizzare il linguaggio simbolico per cooperare con altri individui e per pensare, ovvero comunicare con l'Altro interiorizzato.
E' solo da pochi secoli che la mente del Sapiens ha cominciato a interrogarsi su se stessa, e in realtà sono ancora molto pochi coloro che lo fanno, anche tra le persone più istruite. Come spiegare questo generale disinteresse per qualcosa che ci riguarda direttamente e profondamente?
Io credo che il motivo sia nella natura delle cose, ovvero nel fatto che la mente è emersa come un soggetto che impara a conoscere oggetti ad essa esterni per controllarli meglio e, quando è emersa, non c'era alcun bisogno di una sua auto-conoscenza o auto-coscienza, né di un suo auto-controllo. Il Sapiens primitivo era mosso da bisogni molto semplici, e usava la sua mente come strumento per soddisfarli, non certo per interrogarsi sui suoi bisogni o la sua mente.
Con lo sviluppo delle civiltà, le cose si sono complicate perché le culture umane hanno sempre più indotto negli individui bisogni secondari o artificiali, ovvero non definiti nel loro DNA, più o meno funzionali rispetto alle esigenze della specie, del gruppo e dell'individuo. La massima "Conosci te stesso", scritta in un tempio dedicato ad Apollo circa tremila anni fa, è uno dei primi segni dell'interesse dell'uomo per conoscere la propria mente, ma questa massima è ancora diffusamente disattesa.
Infatti, conoscere se stessi, o la propria mente (che è la stessa cosa) è facile a dirsi quanto difficile a farsi. Perché noi usiamo la mente (soggetto) per conoscere qualcosa (oggetto), e non è "naturale" che essa sia al tempo stesso soggetto e oggetto. Intendo dire che per conoscere una mente ci vorrebbe una mente ad essa esterna, per lo stesso motivo per cui uno non può vedere se stesso, a meno che non utilizzi uno specchio.
Si tratta dunque di mettere uno specchio davanti alla propria mente. Questo però non risolve la questione perché una mente che si osserva allo specchio non può che approvare se stessa, ovvero non ha capacità auto-critica. Il motivo è questo: se la mente conoscesse i suoi errori, li correggerebbe immediatamente, dato che la mente non servirebbe a niente, anzi, sarebbe controproducente, se conoscesse in modo non corrispondente alla realtà le cose che conosce, ovvero, non soddisferebbe la sua ragion d'essere. Pertanto, se una mente funziona male, l'eventuale conoscenza di se stessa è più o meno falsa. Infatti ogni mente considera "normalmente" se stessa esente da errori, almeno per quanto riguarda il giudizio etico.
Soltanto una mente che accetti l'idea che la propria visione del mondo possa essere falsa, ovvero che essa stessa funzioni male, ovvero in modo insoddisfacente rispetto ai bisogni della persona che la ospita, potrà sperare di conoscere se stessa.
In effetti, il numero di coloro che dubitano che la propria mente sia sana cresce continuamente. Si tratta di coloro che cercano un aiuto filosofico, psicologico, psicoterapeutico o psichiatrico per superare certe difficoltà o disturbi.
Ma l'auto-critica non basta per conoscersi. Infatti l'uomo sa ben poco della mente e anche a livello accademico esistono tante diverse teorie, più o meno contrastanti e riduttive, su come la mente sia fatta e come funzioni.
Ci sono aspetti della mente che possono essere indagati scientificamente, altri che sfuggono a qualsiasi ricerca scientifica, come la natura della coscienza, dei sentimenti (specialmente il piacere e il dolore) e del libero arbitrio e su queste cose ognuno si fa una sua idea sulla base delle proprie esperienze.
In conclusione, una mente può cercare di conoscere se stessa, ma non potrà mai essere certa che la tale conoscenza corrisponda alla realtà.
Bruno Cancellieri: Credi che possa esistere una conoscenza fine a se stessa?
ChatGPT: La conoscenza può essere considerata fine a se stessa in alcuni casi. Ad esempio, la conoscenza acquisita per il solo piacere di apprendere o per la soddisfazione personale di comprendere un argomento può essere considerata fine a se stessa. Tuttavia, in molti casi, la conoscenza viene acquisita per essere utilizzata per raggiungere un obiettivo specifico o per risolvere un problema pratico.
Bruno Cancellieri: non credi che il "piacere di apprendere" costitusca un fine?
ChatGPT: Il piacere dell'apprendimento può certamente essere considerato un fine a se stesso. L'apprendimento può essere un'attività gratificante e gratificante per molti individui, indipendentemente dall'utilizzo pratico della conoscenza acquisita. In questo senso, l'acquisizione della conoscenza per il piacere dell'apprendimento può essere considerata un fine a se stesso.
Bruno Cancellieri: Quindi se la conoscenza è finalizzata a risolvere un problema o a suscitare un piacere non può essere "fine a se stessa". Giusto?
ChatGPT: La conoscenza può essere finalizzata a risolvere un problema o a suscitare un piacere, ma questo non significa necessariamente che non possa essere considerata "fine a se stessa". La conoscenza può avere più di una finalità o scopo. Ad esempio, una persona potrebbe acquisire conoscenza per risolvere un problema specifico, ma potrebbe anche trovare piacere nell'apprendimento stesso. In questo caso, entrambi gli scopi - risolvere un problema e trovare piacere nell'apprendimento - possono essere considerati validi e importanti.
Inoltre, è importante precisare che la conoscenza può essere acquisita anche per finalità etiche o morali, che non necessariamente sono legate alla risoluzione di problemi o al piacere personale.
Bruno Cancellieri: Insomma, sei d'accordo che la conoscenza non può essere mai fine a se stessa dato che permette sempre di otterenere qualcosa oltre la conoscenza stessa? (Altrimenti non servirebbe a nulla)
ChatGPT: Si, è vero che la conoscenza è sempre finalizzata a qualcosa, che sia la risoluzione di problemi, il piacere personale, o altre finalità etiche o morali. Tuttavia, questo non significa che la conoscenza non possa essere considerata fine a se stessa. La conoscenza può avere più di una finalità o scopo, e uno di questi scopi può essere quello di acquisire conoscenza per il piacere dell'apprendimento stesso.
In altre parole, la conoscenza può essere considerata fine a se stessa se il solo fatto di acquisirla è considerato una meta, indipendentemente dalle conseguenze pratiche che essa può avere.
Bruno Cancellieri: Ciò che dici è contraddittorio. Se la conoscenza ha altri fini che essa stessa non può essere considerata "fine a se stessa" perché l'espressione "fine a se stesso" significa, appunto, che non ha altri fini che se stesso.
ChatGPT: Mi scuso se il mio precedente messaggio può essere stato frainteso. La tua osservazione è corretta, la conoscenza che ha finalità diverse dalla conoscenza stessa non può essere considerata "fine a se stessa", poiché "fine a se stessa" significa che non ha altri fini che se stessa. Quindi, in questo senso, la conoscenza non può essere mai considerata veramente fine a se stessa, poiché sempre ha una finalità oltre la conoscenza stessa.
Mi scuso per l'errore nella mia prima risposta, e spero di aver chiarito il mio punto di vista in modo più preciso.
ChatGPT: [riformulazione della risposta] Mi dispiace se ho causato confusione. Ciò che intendevo dire è che la conoscenza può avere più di una finalità o scopo, e uno di questi scopi può essere quello di acquisire conoscenza per il piacere dell'apprendimento stesso. In questo caso, la conoscenza può essere considerata fine a se stessa in relazione a quel particolare scopo. In generale, è vero che se una cosa ha fini diversi dalla propria essenza non può essere considerata "fine a se stessa", per questo motivo, la conoscenza in generale non può essere considerata "fine a se stessa" poiché è sempre finalizzata a qualcosa, che sia la risoluzione di problemi, il piacere personale, o altre finalità etiche o morali. Spero di aver chiarito il mio pensiero.
Bruno Cancellieri: Sì, grazie, apprezzo la tua comprensione e correzione.
ChatGPT: Di niente, sono sempre a disposizione per aiutarti a chiarire i tuoi dubbi. Se hai altre domande non esitare a chiedere.
Il tema di oggi è uno dei più “psicologici” che abbiamo mai trattato, e questo per me va benissimo, dato che a mio avviso la psicologia e la filosofia, come pure la sociologia e l’antropologia culturale, dovrebbero essere fuse in un’unica disciplina, che consiste nello studio della natura umana, studio che un intellettuale di mia conoscenza ha chiamato “panantropologia”.
Il verbo “vedere” che compare nel tema, è ovviamente da intendersi non in senso ottico, ma in senso, appunto, panantropologico. Vale a dire il modo in cui noi classifichiamo noi stessi, come ci definiamo, come ci descriviamo, come ci confrontiamo con gli altri. Vale a dire la nostra identità in termini di appartenenze, cioè a quali gruppi e a quali categorie di persone riteniamo di appartenere, e cosa riteniamo ci appartenga, ovvero le nostre risorse, qualità e difetti.
E’ un tema affine a quello dal titolo “Conoscere se stessi”, già trattato nel nostro caffè filosofico del 16/12 scorso, a cui alcuni di voi hanno partecipato. Infatti possiamo dire che noi conosciamo noi stessi in base a come ci vediamo.
È possibile conoscere se stessi anche in base alle conoscenze che abbiamo acquisito sull’essere umano in generale, giacché ognuno di noi è un esemplare della specie umana, e il modo in cui vediamo noi stessi è almeno in parte influenzato dalla nostra conoscenza della specie biologica a cui apparteniamo.
Nell’analizzare il modo in cui ci vediamo e ci conosciamo, credo sia impossibile non fare riferimento a ciò che possiamo definire l’essere umano “normale” o “medio”, vale a dire l’essere umano più comune, o più “umano”.
Capita a volte di qualificare certi comportamenti, e certi caratteri individuali, come disumani. Ovviamente ogni essere umano è umano e non può essere considerato disumano per definizione. Tuttavia alcuni pensano che si possa essere umani in gradi diversi, cioè più o meno umani.
Vedere se stessi in un certo modo implica fatalmente giudicare se stessi, soprattutto su tre piani: quello etico, quello estetico e quello intellettuale, e su ognuno di essi è inevitabile un confronto con gli altri. E sorgono domande consce o inconsce come: sono più o meno buono rispetto agli altri? Sono più o meno bello? Più o meno intelligente? Più o meno sapiente? Più o meno sano o malato? Più o meno capace? Più o meno competitivo? Ecc.
A prescindere dal confronto con gli altri, vedere e conoscere se stessi implica anche capire i meccanismi alla base del proprio comportamento, sia in senso fisico che emotivo, vale a dire capire perché ci comportiamo o non ci comportiamo in certi modi, e perché proviamo certi sentimenti e non altri. In tal senso è come osservare una macchina e i meccanismi che ne fanno parte.
E dopo che abbiamo visto noi stessi, che abbiamo stabilito come siamo fatti, sia in confronto agli altri, sia internamente, cosa facciamo di questa auto-conoscenza?
Possiamo usarla per cercare di migliorare noi stessi per quanto possibile, e/o per migliorare il modo in cui ci relazioniamo e interagiamo con gli altri. Per questo motivo è importante vedere se stessi realisticamente, senza farsi illusioni, specialmente per quanto riguarda gli aspetti a nostro avviso meno pregevoli. Intendo dire che dovremmo cercare la verità su noi stessi anche negli aspetti più dolorosi o vergognosi, ammesso che ci siano aspetti di cui uno si dovrebbe vergognare.
Per concludere, osservando noi stessi, credo che non dovremmo avere alcuna auto-compassione, ma nemmeno moralismo o perfezionismo. Insomma non dovremmo giudicarci prematuramente, ma piuttosto dovremmo tener presente che i nostri giudizi etici, estetici e intellettuali sono spesso affetti da pregiudizi infondati, che abbiamo appreso dagli altri o costruito noi stessi.
Ed ora a voi la parola.
Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
Mi piace immaginare di avere un oracolo personale immaginario, a cui porre, specialmente nei momenti di esitazione, dubbio o noia, domande di qualsiasi tipo come, ad esempio, le seguenti:
- Qual è la cosa migliore che potrei fare in questo momento?
- Cosa (non) dovrei smettere di fare?
- Cosa (non) vale la pena di fare?
- Cosa (non) mi va di fare?
- Cosa (non) posso sperare?
- Cosa (non) posso cambiare in me e nel resto del mondo?
- Chi/cosa (non) vorrei cambiare?
- Cosa (non) dovrei cambiare?
- Cosa (non) dovrei conservare?
- Cosa (non) sono capace di fare?
- Di chi/cosa (non) ho bisogno?
- Ho bisogno di ....? (oggetto, persona, idea, ecc.)
- Cosa potrebbe farmi felice, almeno per qualche minuto?
- Di cosa ho (non) paura?
- Di chi (non) mi posso fidare?
- Cosa non riesco a sopportare?
- Chi (non) ha bisogno di me?
- Chi (non) si interessa a me?
- Chi (non) mi vuole bene?
- A chi (non) voglio bene?
- A chi (non) ho voluto bene?
- Chi sono i miei rivali o nemici?
- Chi vorrei superare o vincere?
- Chi sono i miei amici?
- Chi/cosa (non) dovrei cercare?
- Cosa (non) dovrei imparare?
- Cosa (non) potrebbe accadermi?
- Di cosa (non) sono sicuro?
- Di cosa (non) mi vergogno?
- Di cosa (non) mi sento colpevole?
- Quali meriti (non) penso di avere?
- Cosa potrebbe tranquillizzarmi?
- Cosa (non) pensano gli altri di me?
- Cosa (non) penso degli altri?
- Cosa farei bene a (non) nascondere?
- Chi (non) mi può aiutare?
- Chi (non) sto aiutando?
- Chi (non) vorrei incontrare?
- Quanto sono padrone di me stesso?
- Quanto sono sano di mente?
- Cosa (non) mi manca?
- In quale misura ho fatto il mio dovere?
- Quali (non) sono i miei doveri?
- Quali (non) sono i miei impegni?
- A chi (non) sono utile?
- Con chi farei bene a (non) interagire?
- Chi (non) si oppone al mio sviluppo e alla mia libertà?
- Cosa sto aspettando?
- Cosa spero che succeda?
- Sto dimenticando qualcosa di importante?
- Cosa (non) ho paura di ricordare?
- Che pericoli sto correndo? Cosa sto rischiando?
- Che sbagli (non) ho fatto?
- Cosa mi fa soffrire di più?
- Mi sto autocensurando?
- Rischio di fare una brutta figura?
- Quali sono i miei bisogni (in)soddisfatti?
- Chi/cosa mi impedisce di soddisfare i miei bisogni?
- Chi/cosa mi impedisce di ridere, scherzare, giocare?
- Quanto sono sincero con me stesso e con gli altri?
- Quanto e in cosa mi illudo o mi inganno?
- Quanto sono generoso?
- Quanto sono empatico?
- Sto facendo del male a qualcuno?
- Ho fatto del male a qualcuno?
- Qualcuno mi sta facendo del male?
- Qualcuno mi ha fatto del male?
- Qualcuno mi disprezza?
- Disprezzo qualcuno?
- Quali sono i miei conflitti interiori?
- Quali sono i miei conflitti esterni?
- Cosa (non) faccio per il bene comune?
- Cosa (non) faccio per gli altri?
- Cosa (non) sono disposto a fare per gli altri?
- Cosa (non) mi aspetto dagli altri?
- Cosa (non) si aspettano gli altri da me?
- Con chi (non) ho debiti di riconoscenza?
- E' più ciò che ho dato o ciò che ho ricevuto?
- Di cosa (non) posso essere orgoglioso?
- In cosa (non) posso ritenermi fortunato?
- Quali mie reazioni non riesco a controllare?
- Quanto ho paura di morire?
- Quanto sono schiavo del mio passato e delle mie abitudini?
- Di cosa (non) dovrei preoccuparmi?
- Qual è la mia identità sociale?
- Di quali colpe posso essere accusato?
- Quanto ho bisogno di essere approvato e apprezzato?
- Quanto dipendo dal giudizio altrui?
- Quali mie risposte cognitivo-emotive farei bene a cambiare o a neutralizzare?
- Dovrei smettere di farmi domande?
- ...
La volta scorsa abbiamo parlato del conoscere in generale. Stasera ci concentriamo sulla conoscenza di se stessi, ovvero di noi stessi. Vogliamo infatti parlare di noi sia come soggetti che come oggetti di conoscenza.
Credo che le definizioni e le considerazioni che abbiamo espresso a proposito della conoscenza in generale (cioè la conoscenza del mondo esterno, compresa la conoscenza degli altri), valgano anche per la conoscenza di noi stessi, a meno che non riteniamo che la conoscenza di se stessi possa essere raggiunta solo mediante modalità peculiari, specifiche, diverse da quelle usate per conoscere cose a noi esterne.
L’espressione “conoscere se stessi”, molto nota nella forma ammonitrice “conosci te stesso”, è famosa in quanto si racconta, tra l’altro, che fosse scritta nel tempio di Apollo a Delfi o pronunciata dall’oracolo di Apollo, e fu anche citata da Socrate (secondo uno scritto di Senofonte).
Il significato di tale frase non è esplicito, ma molti concordano sul fatto che sia un invito a considerare i propri limiti e le proprie debolezze, a non sconfinare nell’arroganza, a non sopravvalutarsi. O, al contrario, un invito a scoprire in sé delle potenzialità nascoste. Oppure a scoprire in se stessi un daimon, o un’anima che ci illumini, ci guidi, o ci unisca alla divinità.
Comunque sia, io credo che conoscere se stessi sia molto difficile, a meno che non ci limitiamo alla conoscenza degli aspetti esteriori della nostra persona, essendo essi in una certa misura evidenti ed oggettivi. Sarebbe in tal caso una conoscenza che chiunque altro che ci ha frequentato abbastanza a lungo potrebbe avere di noi, anzi, in quel senso gli altri potrebbero conoscerci anche meglio di noi.
Ovviamente, quando si dice “conosci te stesso” s’intende la conoscenza dalla parte interiore della nostra persona, per conoscere la quale non esiste un manuale operativo. Non solo non sappiamo come conoscere, ma non sappiamo nemmeno cosa conoscere, cosa cercare, cosa esaminare, cosa misurare.
Una conoscenza può essere più o meno razionale e più o meno irrazionale, laddove per irrazionale intendo emotiva e non logica.
Conoscere se stessi irrazionalmente consiste nel conoscere le proprie emozioni e i propri sentimenti, senza necessariamente stabilire dei collegamenti logici con il resto dei fatti della nostra persona e del mondo esterno.
Conoscere se stessi razionalmente consiste nel conoscere le proprie cognizioni su se stessi, e i collegamenti logici tra di esse. Tale conoscenza è possibile solo con riferimento ad una certa teoria della mente o della natura umana, cioè un insieme di concetti (oggetti e/o agenti consci o inconsci) e di relazioni logiche tra di essi.
In altre parole, a mio parere, è impossibile conoscere se stessi razionalmente senza far riferimento ad una certa psicologia, che può essere una di quelle annoverate nei manuali scolastici o accademici di psicologia, oppure una psicologia propria, sviluppata dal soggetto stesso. In particolare credo che la conoscenza di se stessi debba includere una serie di possibili tipi psicologici e di possibili dinamiche psichiche di riferimento.
Per concludere, io credo che la conoscenza di se stessi non possa essere dissociata dalla conoscenza degli altri esseri umani, in quanto ogni conoscenza consiste nel confronto rispetto a dei modelli di riferimento (astratti o concreti), confronto che risulta in certi gradi di somiglianza o di diversità rispetto a certi modelli, o alla misura stimata di certe grandezze, rispetto a certe unità di misura.
In altre parole, credo che conoscere un essere umano particolare (tra cui noi stessi) sia impossibile senza conoscere l’uomo in generale, ovvero la natura umana, con le sue varianze e invarianze.
A voi la parola.
Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
La conoscenza della realtà sta alla realtà come una mappa sta al territorio che rappresenta. Si tratta di due cose molto diverse, quantitativamente, qualitativamente e logicamente, ovvero esse appartengono a due tipi logici diversi e non dovrebbero essere mai confuse.
Un territorio (in un certo momento) è uno, ma infinitamente diverse sono le mappe con cui può essere rappresentato.
Una mappa contiene alcune informazioni (più o meno accurate, più o meno vere) su alcune relazioni tra alcuni componenti di un territorio reale. Lo stesso vale per la nostra conoscenza della realtà. Inoltre, una "relazione" è un'astrazione delle possibili interazioni che possono avvenire tra due entità, interazioni che possono essere più o meno numerose e varie, e più o meno regolari.
Quanto sopra dovrebbe essere oggetto di frequente meditazione, affinché non confondiamo la nostra conoscenza della realtà con la realtà stessa (che è tutt'altra cosa). In tal modo ridurremo il rischio di incorrere nell'arroganza e nella presunzione di conoscere la realtà, ovvero la verità unica.
Per concludere, al massimo possiamo conoscere la nostra conoscenza della realtà, non la realtà in sé. Le conoscenze orientano le nostre scelte, e una conoscenza sbagliata ci fa fare scelte sbagliate (con qualche eccezione). Dedichiamoci allora a rivedere, correggere e migliorare pragmaticamente (nel senso di una migliore soddisfazione dei nostri bisogni) le nostre mappe della realtà.
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Nota aggiunta a seguito di alcuni domande e obiezioni ricevute
Innanzitutto dobbiamo metterci d'accordo su cosa significhi "conoscere" altrimenti la discussione è inutile. Per me conoscere significa memorizzare delle "trasformate" di sensazioni, associandole a "parole". L'uomo infatti è l'unico animale capace di inventare parole e di associare ad esse "ricordi" di esperienze più o meno condivise. Il risultato è una specie di enciclopedia personale dove ad ogni parola sono associate altre parole e/o sensazioni e/o emozioni. Il pensare (e quindi il conoscere) consiste nel percorrere o scandire tale enciclopedia (che io chiamo anche "mappa cognitivo-emotiva") saltando ogni tanto da una parte all'altra come in un web tramite de link associativi.
E' in base a tale definizione che il mio aforisma è da intendersi. E' infatti ovvio che un'enciclopedia non è la stessa cosa che la realtà che essa descrive, oltre al fatto che le cose che descrive possono essere più o meno "corrispondenti" alla realtà, ovvero coerenti con essa nel senso della verificabilità scientifica. Resta il fatto che ciò che "conosciamo" "rappresenta" (in modo più o meno coerente) solo una minima parte della realtà, ovvero quella che ci "interessa".
Quando interagiamo e pensiamo, tendiamo a confondere la realtà con la nostra "enciclopedia" e ad assumere "certezze" nel senso di "equazioni" laddove ci sono solo trasformazioni, riduzioni, astrazioni.
Se io penso ad una mela, nella mia testa non c'è una mela, ma l'idea o "concetto" di una mela, la quale è molto più semplice di una mela reale, senza contare che esistono diversi tipi di mela e in diversi stadi di sviluppo. Il concetto di mela è un insieme di trasformate delle sensazioni che provo interagendo con essa e/o con narrazioni sulla mela apprese leggendo, ad esempio, un libro sulle mele.
Concepire un concetto o parola significa semplificare ciò che essa rappresenta, e semplificare significa ridurre, perdere, trascurare, o ignorare qualcosa. Tuttavia, paradossalmente, nel concetto di una cosa è anche possibile includere cose immaginarie che non esistono in realtà.
Il mio discorso non mira a dar prova di erudizione, ma ad ammonire me stesso e gli altri contro l'arroganza di credere di conoscere la realtà per ciò che è, cosa che mi capita spesso e di cui mi pento ogni volta. Ribadisco infatti che noi non possiamo "conoscere" la realtà in sé, ma possiamo solo "registrare" alcuni effetti di essa sul nostro sistema nervoso. Certo, possiamo "narrare" una parte della realtà, ma una narrazione non è mai la cosa narrata, anche perché si tratta di tipi logici diversi.
Questi "concetti" li ho appresi dalla lettura di Alfred Korzybski, Gregory Bateson ed Edgar Morin. Si tratta, non a caso, di autori non accademici o francamente anti accademici. E infatti il mondo accademico pecca spesso e volentieri di "arroganza della conoscenza", aggravata dalla iperspecializzazione per cui ogni disciplina trascura le altre, ma nessuna di esse è sufficiente per conoscere la realtà nel suo insieme, ovvero le relazioni e interazioni tra i suoi componenti, specialmente per quanto riguarda la natura umana e i problemi sociali.
Come ci dice il vocabolario Treccani, l’inganno consiste in una falsa opinione, un errore di valutazione, o una illusione.
In un inganno possiamo distinguere un emettitore (l’ingannatore), un ricevitore (l’ingannato), e un messaggio (o informazione) che asserisce una falsità presentandola come verità.
Un inganno può essere consapevole o inconsapevole. È consapevole quando l’emettitore sa che l’informazione comunicata è falsa, è inconsapevole quando l’emettitore crede che l’informazione comunicata sia veritiera pur non essendo tale.
Per definizione, noi crediamo che ciò in cui crediamo sia vero, altrimenti non ci crederemmo. Tuttavia può succedere che crediamo in falsità. Questo tipo di inganno può essere dovuto alla ricezione di una informazione falsa proveniente da una fonte che riteniamo affidabile, oppure da una erronea elaborazione mentale di una nostra esperienza. Nel secondo caso possiamo parlare di “autoinganno”. Il termine “inganni della mente” che costituisce il titolo del caffè filosofico di questa sera, è da intendersi, appunto, come “autoinganno”.
A mio avviso esistono due categorie di autoinganni: quelli non funzionali e quelli funzionali. Gli autoinganni non funzionali non hanno alcuna utilità, e sono dovuti ad errori involontari e inconsapevoli della mente o del sistema nervoso in generale. Gli autoinganni funzionali servono invece ad un certo scopo inconscio, che può essere quello di ottenere un piacere o di evitare un dolore.
Daniel Goleman, nel suo libro “Menzogna, autoinganno illusione", ci insegna che la nostra attenzione e i nostri pensieri non sono volontari, ma “pilotati” da meccanismi automatici inconsci il cui scopo è la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore. Qui per dolore si intendono soprattutto l’angoscia, la paura, e lo stress mentale dovuti a incoerenze, contraddizioni, perdita di autostima, non conformità, emarginazione sociale, ecc. e per piacere s’intendono sensazioni di sicurezza, autostima, conformità, integrazione sociale, coerenza, non contraddizione ecc. In tal senso, l’errore che è alla radice dell’autoinganno consiste in lacune cognitive e salti di logica provocati dai meccanismi di cui sopra, per tutelare il benessere mentale del soggetto.
Gli autoinganni hanno generalmente una rilevanza sociale nel senso che possono essere funzionali al mantenimento di buone relazioni sociali. Infatti se viviamo in un ambiente sociale in cui la maggior parte degli altri credono in certe falsità, condividere le false credenze costituisce un fattore di coesione sociale, come ci spiega Yuval Noah Harari in questa citazione:
“Anche se dobbiamo pagare un prezzo per disattivare le nostre facoltà razionali, i vantaggi di una maggiore coesione sociale sono spesso così grandi che storie inventate normalmente prevalgono sulla verità nella storia dell’umanità. Gli studiosi lo hanno saputo per migliaia di anni, ed è per questo che [...] hanno dovuto scegliere se servire la verità o l’armonia sociale. Dovrebbero mirare a unire le persone facendo in modo che ognuno creda alla stessa falsità, o dovrebbero far conoscere la verità al prezzo della disunione? Socrate scelse la verità e fu condannato a morte. Le più potenti istituzioni sociali della storia (clero cristiano, mandarini confuciani, ideologi comunisti ecc.) hanno fatto prevalere l’unione sulla verità. Per questo erano così potenti.” [Yuval Noah Harari]
Tratto da https://www.nytimes.com/2019/05/24/opinion/why-fiction-trumps-truth.html
Anche Steven Pinker collega l’autoinganno alle emozioni e ai rapporti sociali, come spiegato nella seguente citazione:
"Trivers, portando alle sue logiche conseguenze la sua teoria delle emozioni, nota che in un mondo pieno di macchine rivelatrici delle falsità la miglior strategia è quella di credere alle proprie menzogne. Non puoi far scoprire le tue intenzioni nascoste se non pensi che siano le tue intenzioni. Secondo questa teoria dell'autoinganno, la mente cosciente nasconde a se stessa la verità per meglio nasconderla agli altri. Ma la verità è utile, e perciò dovrebbe essere registrata da qualche parte nelle mente, ben protetta dalle parti che interagiscono con le altre persone." [Steven Pinker]
Il tema dell’autoinganno mi sta molto a cuore perché lo ritengo fondamentale per comprendere la natura umana e i mali della società. Ad esso ho dedicato un lungo capitolo del mio libro “Psicologia dei bisogni” che vi invito a leggere per un approfondimento del tema stesso (https://psicologiadeibisogni.dardo.eu/autoinganno/).
oOo
La realtà può essere distinta in “reale” e “virtuale”. Dire “realtà virtuale” non è un ossimoro, perché anche ciò che è virtuale è reale, nel senso che “esiste realmente”, anche se “solo” come informazione, quindi come qualcosa di immateriale. D’altra parte anche ciò che è reale, ovvero materiale, è anche virtuale nella misura in cui è vettore di informazioni, le quali sono, per definizione, immateriali. E' comunque vero che una informazione, pur essendo immateriale, può avere effetti "materiali".
Da tale premessa si evince che non è facile distinguere tra “reale” e “virtuale” e ancor più tra “reale” e “irreale” in quanto sono spesso intricati e ambivalenti. Per ”irreale” intendo una cosa che non si è mai concretizzata e non potrà mai concretizzarsi, ma esiste solo come informazione (più o meno falsa o fantastica) nella mente di qualcuno o in un “documento”.
Perché la distinzione tra reale e virtuale e tra reale e irreale è importante? Perché alcuni dei nostri bisogni hanno come oggetto cose materiali che non possono essere surrogate da cose immateriali o virtuali, e tanto meno da cose irreali. Perciò è bene sapere quanto sia "reale" o "realistico" ciò che stiamo perseguendo, facendo o ricevendo.
Molti pensano di non avere difficoltà a distinguere il reale dal virtuale, ovvero il materiale dall'immateriale. Questo è normalmente vero per quanto riguarda l’”hardware” e il “software” di oggetti esterni al soggetto. Ma non è affatto facile quando si tratta di cose che si trovano nella nostra mente, compresa la nostra coscienza, i nostri sentimenti, la nostra memoria, i nostri bisogni e desideri ecc.
Dovremmo allora chiederci se la mente in generale sia qualcosa di reale o virtuale. A mio parere la risposta è duplice. La mente è un insieme di cose reali e cose virtuali (più o meno reali o irreali). Infatti, come in un computer, essa è costituita da un “hardware” e da un “software”. Si tratta di un complesso elaboratore di informazioni, ma gli organi addetti alle varie elaborazioni sono materiali, ovvero sono costituiti dalle cellule del sistema nervoso.
Una persona che soffre di disagi o disturbi psichici probabilmente distingue male il reale e il virtuale nel senso, per esempio, che considera reale ciò che è “solo” virtuale o viceversa.
Occorre ora notare che tra reale e virtuale ci può essere un certo grado di “corrispondenza”. Infatti molte cose virtuali (ovvero informazioni) sono il risultato della percezione e trasformazione di cose “reali”. Per esempio, una fotografia è una cosa virtuale (se consideriamo l’immagine avulsa dalla carta o dallo schermo di computer che la supportano) ottenuta fotografando qualcosa di reale. Ma potrebbe essere la foto di un’altra foto, e magari di una foto ritoccata o di un fotomontaggio e quindi di una cosa totalmente o parzialmente irreale. In tal caso la cosa virtuale non “corrisponde” (in una certa misura) al reale. Lo stesso vale, ad esempio, per la memoria del racconto, letto o ascoltato, di fatti mai avvenuti.
Ebbene, suppongo che uno che soffre di disagi o disturbi psichici abbia "in mente" una certa quantità di informazioni che non corrispondono alla realtà e di conseguenza si comporta in modo “irrazionale”.
Il problema della corrispondenza tra virtuale e reale non si pone solo per i pazienti nevrotici o psicotici, ma per ogni essere umano. Gli altri animali non hanno tale problema perché la loro mente è molto meno sofisticata e meno astratta della nostra, anche perché incapace di usare un linguaggio simbolico.
Ogni umano è suscettibile di due errori fondamentali. Il primo è quello di scambiare il virtuale per il reale, ovvero di non capire che certe sue idee o percezioni non equivalgono alle cose reali che dovrebbero rappresentare. Infatti “la mappa non è il territorio”. Il secondo errore è quello di credere che la sua “mappa” corrisponda al territorio più di quanto ciò sia vero.
Il problema della corrispondenza tra “mappa e territorio” è più grave quando riguarda le relazioni e interazioni sociali. In tal caso il “territorio” è una comunità reale, mentre la “mappa” è una comunità virtuale, interiorizzata nella mente dell’individuo. La cosa grave è che il comportamento di un individuo in una comunità non dipende dalla comunità reale, ma da quella virtuale (interiorizzata) che "rappresenta" quella reale in modo più o meno “corrispondente” alla realtà.
Infatti il meccanismo mentale conosciuto col nome di “super-io”, che funziona incessantemente come autocensore e inibitore di comportamenti che metterebbero a rischio l’appartenenza del soggetto alla comunità, funziona in relazione alla comunità virtuale (la sola conosciuta dal super-io), non a quella reale, ovvero funziona sulla base della “mappa” della comunità che il soggetto ha sviluppato, a cominciare dai primi giorni di vita, e che può essere più o meno “corrispondente” alla comunità reale, ovvero più o meno “obsoleta”.
Per concludere, è bene che l’io cosciente sia consapevole del fatto che non ha a che fare con una sola comunità (reale), ma con una reale e una virtuale, laddove quella virtuale è quella che l’inconscio prende in considerazione per governare e inibire i suoi sentimenti e le sue motivazioni. Ne consegue che, in caso di grave discrepanza tra la comunità virtuale e quella reale, il soggetto è suscettibile di comportarsi in modo inutile o controproducente rispetto alla soddisfazione dei propri bisogni e di quelli altrui.
Io penso che la visione del mondo di una persona sia una costruzione della sua coscienza, che io chiamo anche “io cosciente”.
Io divido l'io cosciente in tre parti che interagiscono tra loro e non potrebbero esistere l'una senza le altre: la parte cognitiva, la parte emotiva (o sentimentale) e la parte motiva (o motivazionale). La parte cognitiva ci permette di conoscere, memorizzare e riconoscere forme, idee, oggetti e loro concatenazioni; la parte emotiva ci fa provare piaceri e dolori di vario tipo e di varia intensità associati a certe percezioni; la parte motiva ci fa volere, desiderare e scegliere cose che aumentano i nostri piaceri e riducono i nostri dolori, o promettono di farlo.
Il piacere e il dolore (nelle loro varie forme più o meno materiali o ideali) sono le cose più reali (forse le uniche certamente reali) in quanto sentimenti che proviamo direttamente e immediatamente. Infatti chi prova un pacere o un dolore lo prova realmente, non si illude di provarlo, anche se quel sentimento può essere causato da idee di cose immaginarie e inesistenti come spiriti o divinità.
I piaceri e i dolori sono legati rispettivamente alla soddisfazione e all'insoddisfazione di bisogni e di desideri, sia innati che acquisiti.
Al di fuori dei sentimenti, tutto ciò che percepiamo consiste in informazioni, cioè comunicazioni, trasformazioni, elaborazioni, supposizioni, ricordi parziali e deformati, e astrazioni (a vari livelli) di fenomeni reali.
In altre parole, noi non percepiamo (né ricordiamo) la realtà in quanto tale, ma riduzioni (cioè mappe) di essa, e una mappa non è il territorio che rappresenta, così come una parola non è la cosa da essa evocata.
Inoltre non possiamo percepire né capire le cose in sé, ma solo le relazioni e le interazioni tra le cose, relazioni e interazioni che sono il risultato di leggi fisiche, del caso e di logiche algoritmiche (consce o inconsce) memorizzate nelle menti degli esseri viventi (piante, animali ed esseri umani). In altre parole, l'unica forma di conoscenza realistica è relazionale, sistemica e sentimentale, non ontologica.
Da un punto di vista logico (non fisico) Io divido il mondo in quattro parti che interagiscono intimamente tra loro:
- il mio io cosciente (la mia coscienza)
- il resto del mio corpo
- gli altri esseri umani
- il resto del mondo
Le relazioni e interazioni tra queste parti e tra le parti di queste parti sono l'oggetto delle scienze naturali e di quelle umane e sociali, scienze che dovrebbero essere sempre considerate unitariamente e non come specialità separate, perché è impossibile capire le une senza capire le altre.
Come ogni essere umano, non posso fare a meno della cooperazione con altri umani, ma questa è difficile perché gli altri sono disposti a cooperare con me solo a condizione che io mi comporti conformemente a certe forme e a certe modalità, con certi obblighi e certi divieti, secondo i loro bisogni e desideri. Questo limita la mia libertà di comportarmi come più mi piace e mi interessa, e anche di pensare liberamente, perché non si possono nascondere a lungo i propri pensieri.
Per quanto riguarda le relazioni tra esseri umani, mi pare che siano il risultato di quattro tendenze istintive fondamentali: cooperazione, competizione, selezione e imitazione, tendenze spesso ignorate, negate o dissimulate.
Considero gli esseri umani prevalentemente ignoranti, stupidi, falsi e cattivi, chi più, chi meno, e considero la cattiveria un prodotto dell’ignoranza, della stupidità e della falsità, oltre che una pulsione istintiva a sé stante, che dobbiamo tenere a freno per evitare sciagure a livello individuale e sociale.
Purtroppo non conviene dire a una persona che è ignorante, stupida, falsa o cattiva, perché si offenderebbe e reagirebbe aggressivamente. Pertanto viviamo nella paura di giudicare, e di conseguenza rispettiamo la cattiveria, l’ignoranza, la stupidità e la falsità, con tutti i disturbi mentali e i problemi sociali che tale rispetto comporta.
Io sono per il progresso intellettuale, civile e morale, ma questo incontra la dura e a volte aggressiva resistenza di coloro che preferiscono conformarsi al mondo così com’è piuttosto che cercare di migliorarlo, e per giustificare il loro conservatorismo affermano che la società non può essere migliorata.
Per concludere, per me il mondo è un complesso di fenomeni tra loro correlati che causano piaceri e dolori a noi umani e ad altre forme di vita, e che ci costringono a fare delle scelte di comportamento, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli altri, per massimizzare i piaceri e minimizzare i dolori, propri e altrui. L'obiettivo è ottenere la massima collaborazione e benevolenza da parte degli altri al minimo costo in termini di dolore, fatica, noia, limitazioni della propria libertà e catastrofi naturali e sociali.
La
Semantica generale di Alfred Korzybski è un valido utensile per portare alla luce le trappole del linguaggio, e svelare come il linguaggio ed in particolare il linguaggio politico, religioso, pubblicitario, mediatico abbiano il potere di preindirizzare e ingabbiare le questioni in modo univoco, attraverso distorsioni e forzature semantiche. In tal senso l'esperienza umana viene filtrata e mediata dalle caratteristiche contingenti delle costruzioni linguistiche e del senso comune.
La semantica generale permette di ritornare consapevoli della distinzione tra mappa e territorio e del come l'informazione venga distorta o cancellata dalle rappresentazioni che utilizziamo. Non basta una comprensione sporadica e intellettuale di questi meccanismi, bisogna che si acquisisca un riflesso di risposta immediata alla manipolazione.
Negli anni trenta, durante la grande depressione economica americana ed alla vigilia della 2a guerra mondiale, le condizioni scientifiche (matematica non-euclidiana, relatività di Einstein in fisica, etc.) erano tali che il sistema aristotelico mostrava chiaramente i suoi limiti. Osservando i mali di quest'epoca (tra 1920 e 1933), Korzybski ha potuto formulare gli obiettivi di un sistema non-aristotelico.
Il vocabolario della semantica generale ha una grande importanza nella padronanza del sistema. Non per far parte di un' 'elite', ma perchè è sotteso nei principi di base. In effeti, come parlare degli effeti psico-somatici, per l'esempio, se continuiamo a separare nel nostro linguaggio 'corpo' e 'spirito' ? Come parlare della relatività se separiamo verbalmente 'spazio', 'tempo', 'materia'?
La Semantica Generale si propone di andare oltre alla “scienza del significato”. La semantica studia il rapporto tra un “etichetta” e i meccanismi sociali e psicologici che l’hanno generata per darne una definizione. La teoria di Korzybski cerca piuttosto di definire il rapporto tra il sistema nervoso umano e le sue reazioni agli stimoli esterni, di qualsiasi natura questi siano, e vorrebbe creare un metodo per integrare le reazioni istintuali, il pensiero e il comportamento in un insieme omogeneo e coerente.
La più nota frase “La mappa non è il territorio“ sta a significare che l’etichetta che noi applichiamo ai fenomeni, troppo spesso, viene associata a ciò che significa, mentre in realtà essa lo definisce solamente.
Studiando il “concetto” di Platone, dove per tutti la parola CANE identifica un cane comune a tutti, bisogna tenere conto che l'idea di CANE varia da persona a persona in base alle sue esperienze personali: per me un cane potrebbe essere un cane da caccia, perchè sono stati sempre i miei preferiti, mentre per altre persone potrebbero essere dei cani lupi, e mentre per me l'idea di cane è associata ad una cosa "positiva" per una persona che è stata azzannata potrebbe essere associata ad un concetto "negativo".
Limiti del sistema aristotelico
- Tutto ciò che è, è. (Identità)
- Niente può contemporeneamente essere e non essere. (contraddizione)
- Tutto deve essere oppure non essere. (Terzo escluso)
È ovvia l'influenza della struttura linguistica legata all'uso del verbo 'essere' nella formulazione di queste premesse.
Da queste 'leggi del pensiero' seguono:
- la confusione generalizzata delle parole con le cose che rappresentano (come in "Questo è una sedia"), che chiameremo identificazione, o 'confusione dei livelli d'astrazione'.
- il postulato dell'universalità della forma verbale soggetto-predicato (come "la mattita è rossa"). Questo postulato assicura la possibilità di ridurre tutte le formulazioni complesse in un insieme di frasi strutturate secondo questa forma unica, esprimendo le "proprietà" (predicati) di un oggetto (soggetto). Vedremo che questo postolato generalmente è falso perchè questa forma verbale non può rendere conto di relazioni assimetriche (prima, dopo, più, meno, etc.). Chiameremo questo proiezione e mostreremo che include un caso particolare di identificazione :
- la possibilità di dividere verbalmente ciò che non possiamo dividere empiricamente ('corpo'/'spirito', 'spazio'/'tempo'/'materia', etc.). Parleremo di elementalismo.
Obiettivi di un sistema non-aristotelico
Le premesse della semantica generale possono così esprimersi:
- Una carta non è il territorio che rappresenta (non-identità).
- Una carta non copre tutto il territorio (non-totalità).
- Una carta è auto-riflessiva (auto-riflessività del linguaggio)
La prima di queste premesse si esprime in modo negativo. Questa forma le attribuisce un grado di sicurezza che non potrà avere una forma affermativa, obbligando i suoi detrattori a fornire un contro esempio. Questo principio è raramente rimesso in causa dai 'sostenitori' del sistema aristotelico ma è raramente applicato.
La seconda premessa mette in causa la totalità delle formulazioni aristoteliche. Questa totalità si ritrova nelle formulazioni delle premesse di Aristotele e di solito è introdotta dalle frasi "o/o" non lasciando scelta ad altre possibilità. Il pericolo che si presenta è meno facilmente percepibile. Un'affermazione del tipo "una porta deve essere aperta o chiusa" non pone alcun problema fondamentale, ma "siete con noi o contro di noi" rileva come il problema non sia così semplice.
La terza stabilisce la multiordinalità, la possibilità dei nostri linguaggi di utilizzare le parole per parlare delle parole stesse. Questa capacità si ritrova nelle nostre parole più importanti : "si", "no", "vero", "falso", "fatto", "realtà", "causa", "effetto", "accordo", "disaccordo", "proposizione", "numero", "relazione", "ordine", "struttura", "astrazione", "caratteristica", "amore", "odio", "dubbio", ecc.
Se tali parole possono essere utilizzate in un enunciato, esse possono ugualmente essere utilizzate in un enunciato a proposito dell'enunciato precedente, e così di seguito. Ad ogni tappa del processo il senso di questa parola può cambiare : "amare fare soffrire" (o "amare soffrire") non è ciò che intendiamo normalmente con "amare". Vediamo quindi che il livello su cui ci poniamo ha un'influenza enorme sulla valutazione che facciamo di una frase.
Secondariamente, questa comprensione ci permette di eliminare numerosi paradossi basati sulla confusione dei livelli.
C’è un libro che mi ha cambiato la vita, e questo libro parla, tra le altre cose, del verbo essere e delle conseguenze deplorevoli di un suo uso acritico. Altri temi di cui il libro si occupa sono la logica non aristotelica, i processi di astrazione e l'epistemologia.
Il libro si intitola “Science and Sanity” e l’autore è Alfred Korzybski (1879-1950), fondatore di una scuola di pensiero chiamata “Semantica generale”, che non ha molto a che vedere con la semantica in senso linguistico, ma con le risposte cognitive ed emotive della mente umana agli stimoli del linguaggio.
“La mappa non è il territorio” (una massima coniata da Korzybski), ma quando usiamo il verbo essere non è chiaro se stiamo parlando del territorio (cioè della realtà oggettiva) o della mappa (cioè della rappresentazione soggettiva e infinitamente ridotta della realtà, memorizzata nel nostro cervello). Infatti quasi ogni volta che usiamo il verbo essere ci stiamo riferendo a elementi della mappa illudendoci, e affermando, di fare riferimento alla realtà del territorio.
Infatti noi non conosciamo la realtà così come essa è, ma conosciamo ciò che di essa abbiamo raccolto nel nostro cervello attraverso gli organi di senso e i vari livelli filtraggio, trasformazione e astrazione, anche in base alle nostre motivazioni e ai nostri interessi. Perciò tutti i nostri pensieri e le nostre affermazioni, e in particolare quelle in cui si fa uso del verbo essere, riguardano elementi delle nostre mappe mentali. Dunque non riguardano la realtà, ma le nostre rappresentazioni di essa, che sono infinitamente più semplici e rigide, oltre che soggettive. Ovviamente le mappe mentali sono molto utili, anzi, indispensabili per orientarci, ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di mappe, con i limiti di tutte le mappe.
Confondere la mappa col territorio è causa di problemi di cognizione e di problemi di comunicazione. Secondo Korzybski, molti mali dell’umanità sono causati proprio dalla confusione tra mappa e territorio, confusione causata specialmente dell’uso sbagliato e acritico del verbo essere.
Per quanto riguarda il significato del verbo essere, direi che questo è comunemente usato soprattutto come:
- affermazione di una identità (o identificazione o equazione) tra due termini assolutamente identici. Esempi: X = Y; io sono Bruno Cancellieri
- attribuzione di una proprietà, qualità, capacità, forma, funzione, ruolo etc. ad un ente. Esempi: “X è bello”, X è stupido, X è grande, X è lontano, X è il capo, X è l’autista
- attribuzione ad un ente, di un’appartenenza ad una classe, gruppo, categoria o insieme concreto o astratto. Esempi: X è uno scrittore, X è un politico, X è un premio Nobel, X è uno studente
- attribuzione ad un ente, di un contenuto o di una serie di parti, elementi o aspetti di sua pertinenza. Esempi X è una comunità, X è un insieme, X è un sistema, X è una composizione, X è una organizzazione
La logica aristotelica, con il suo principio di non contraddizione, asserisce che un enunciato, specialmente se contiene il verbo essere, non può “essere” (e sottolineo "essere") vero e falso allo stesso tempo e sotto lo stesso riguardo, ma deve essere vero "o" falso. Infatti, noi diciamo che “A è B” oppure che “A è diverso da B” e non ammettiamo altre possibilità (tertium non datur).
Questo principio di non contraddizione, se applicato in modo assoluto, non circostanziato e non misurato, riflette la rigidità e staticità delle nostre mappe mentali (quelle consce e ancor più quelle inconsce). Tuttavia, in natura, molte relazioni, soprattutto per quanto riguarda le attività e i rapporti umani, sono dinamiche e variabili nel tempo e nelle dimensioni, per cui se diciamo che A è B dovremmo aggiungere in quale contesto ciò è vero, quando e per quanto tempo, in quali luoghi, in quale misura o con quale probabilità, in relazione a chi o a cosa, da quale punto di vista, in quale senso, con quali eccezioni etc.
Il verbo “essere” da solo significa solo “esistere”, ma usarlo da solo non serve a nulla. Sono necessari un soggetto e un secondo termine (a meno che non si voglia semplicemente dire che una certa cosa esiste). In altre parole, il verbo essere esprime una relazione tra due termini, ovvero mette due termini in una certa relazione. Tale messa in relazione, se non circostanziata, relativizzata, misurata, può essere problematica in quanto riduttiva, estrema o assoluta, e in tal senso falsa, in quanto non corrispondente ad una realtà molto più complessa, dinamica e variabile.
Per tale ragione, al fine di una comunicazione più realistica, significativa e misurata, può essere utile sostituire il verbo essere con un verbo o una perifrasi più appropriati, e/o aggiungere alla frase elementi che permettono di relativizzare l’enunciazione.
Esempi di verbi che possono essere usati come alternative al verbo essere:
- appartenere (ad una categoria, gruppo, insieme ecc.)
- possedere (certe proprietà o certi titoli)
- avere (pensieri, idee, motivazioni, abitudini ecc.)
- fare
- comportarsi
- agire
- interagire
- dare
- praticare
- contenere
- apparire
- assomigliare
- essere costituito da….
- coincidere
- essere causato da
- causare
- essere collegato con
- comportare
- implicare
- accompagnare
- etc.
Concludo con alcuni esempi di sostituzione del verbo essere:
- “l’uomo è cattivo” diventa “l’uomo fa (anche) cose cattive”
- “io sono un programmatore” diventa “io scrivo (anche) programmi per computer”
- “X è fascista” diventa “X ha (anche) idee di estrema destra”
- “X è uno psicoterapeuta” diventa “X pratica la psicoterapia”
- “X è fedele a sua moglie” diventa “X finora non ha avuto rapporti extraconiugali”
- “X è nemico del popolo” diventa “X ha sosenuto delle politiche contrarie agli interessi della nostra nazione”
- “gli abitanti di Y sono stupidi” diventa “un certo numero di abitanti di Y hanno dimostrato scarso successo nell’affrontare problemi di un certo tipo”.
L’uomo non ha una sola anima (intesa come ciò che lo anima, che lo fa muovere, che determina il suo comportamento, i suoi sentimenti, la sua coscienza), ma tante. A tal proposito, Giulio Giorello, dopo aver intervistato Daniel Dennett, scrisse un articolo dal titolo: “Sì, abbiamo un'anima, ma è fatta di tanti piccoli robot.”
NOTA: Sebbene il termine “anima” abbia nel linguaggio comune una connotazione spirituale, religiosa o esoterica, in questo testo io lo uso in senso sistemico, vale a dire come l’attività di tanti agenti mentali che agiscono in modo inconscio e automatico secondo certi algoritmi innati e appresi, che possono riprogrammarsi autonomamente e automaticamente per effetto delle esperienze del soggetto.
Per quanto riguarda il comportamento sociale dell’uomo, che lo distingue da ogni altra specie animale, io ritengo utile considerare la presenza di quattro anime:
- L’anima cooperativa, il cui scopo è quello di favorire la cooperazione con altri umani, indispensabile per la sopravvivenza e per la soddisfazione dei propri bisogni propri e altrui.
- L’anima competitiva, il cui scopo è quello di favorire l’ottenimento e il mantenimento della posizione gerarchica più alta possibile in quante più gerarchie sociali possibili (politiche, economiche, etiche, estetiche ecc.) a costi sostenibili.
- L’anima selettiva, il cui scopo è quello di esercitare la libertà di scegliere le cose, le persone e gli ambienti più adatti al soggetto, e specialmente le persone con cui interagire e i modi in cui farlo, al fine di soddisfare al meglio i propri bisogni.
- L’anima imitativa, il cui scopo è quello di apprendere, e conformarsi a, modelli di comportamento (linguaggi, regole, costumi, nozioni, narrazioni ecc.) usati e accettati dalla comunità a cui si appartiene o a cui si vorrebbe appartenere, per permettere le interazioni e le comunicazioni con gli altri, e per evitare l’isolamento sociale.
Nella figura seguente sono raffigurate le quattro anime sopra descritte, mediante immagini di mani in diverse posizioni e attività. Le icone dei misuratori significano che, in ogni momento, ciascuna anima può essere più o meno attiva e potente nell’influenzare il comportamento del soggetto.
Queste anime, che possono metaforicamente essere assimilate ai ministeri di un governo, o ai daimon socratici, corrispondono a quattro classi di bisogni umani “non fisici” di importanza fondamentale, che possono essere connotati come “bisogni sociali” in quanto hanno come scopo le interazioni sociali indispensabili per la sopravvivenza e per la soddisfazione di quasi tutti i bisogni (fisici e non fisici).
L’attività motivante delle quattro anime avviene simultaneamente, e ognuna di esse cerca di determinare o di influenzare il comportamento del soggetto in modo da favorire la propria “politica”, cioè i propri scopi e le proprie strategie di ottenimento. Le logiche e i meccanismi d’azione delle anime sono per lo più inconsci.
Gli obiettivi a cui le diverse anime mirano possono essere più o meno convergenti o divergenti, ovvero più o meno in accordo o in conflitto tra loro.
L’idea delle quattro anime, pur non costituendo una teoria scientifica, fornisce quattro chiavi di comprensione del comportamento sociale umano, nel senso che è idealmente possibile spiegare ogni atto o gesto sociale come motivato, o causato, da una o più di esse.
In tal senso, le quattro anime possono essere d’aiuto sia per migliorare i propri rapporti con gli altri (in quanto favoriscono una migliore spiegazione del comportamento proprio e altrui), sia per facilitare una psicoterapia o autoterapia. Intendo dire che nel corso di una psicoterapia o autoterapia potrebbe essere utile interpretare i sentimenti e le motivazioni del paziente mediante le chiavi di comprensione derivanti dall’idea delle quattro anime.
Per verificare quanto ho scritto, prendere qualsiasi esempio di comportamento sociale umano, e chiedetevi perché “quella” persona si comporta in un “quel” modo o in "quei" modi. Ebbene, presumo che la risposta, ovvero la spiegazione di quel comportamento, potrebbe consistere nella motivazione prodotta da almeno una delle quattro anime, spesso da più di una, o da tutte e quattro simultaneamente.
Infatti il nostro inconscio è continuamente intento a favorire la cooperazione con altri umani e ad evitare tutto ciò che potrebbe impedirla od ostacolarla. Allo stesso tempo l’inconscio si preoccupa del nostro status nelle diverse gerarchie in cui siamo competenti, compresa la gerarchia morale, e ci spinge a migliorare e a difendere le nostre reputazioni, in quanto da esse dipende il rispetto e
l’apprezzamento degli altri nei nostri confronti. D’altra parte l’inconscio tutela la nostra libertà, che è soprattutto libertà di scegliere ciò che più favorisce la soddisfazione dei nostri bisogni, e in particolare la libertà di scegliere con chi interagire e come interagire. Infine, il nostro inconscio ci spinge a tenerci “al corrente” per quanto riguarda la situazione sociale, ovvero ad apprendere i costumi, le narrazioni, i linguaggi, le mode, i modelli di comportamento, ecc. in modo da non restare “indietro” o socialmente isolati.
Una difficoltà nell’uso dell'idea delle quattro anime sta nel fatto che non siamo abituati a considerare un comportamento come causato da motivazioni inconsce e multiple. Tendiamo infatti a pensare che le motivazioni nostre e altrui siano il risultato di ragionamenti consapevoli orientati ad un singolo obiettivo. In realtà le motivazioni del comportamento umano sono per lo più inconsce e molteplici, e richiedono un particolare sforzo per vedere insieme, sinotticamente, dinamiche diverse aventi obiettivi diversi, che possono anche essere contrastanti.
Anche in questo contesto, è perciò importante avere una sensibilità per la complessità della vita, della società e della mente umana, perché pensare in modo semplicistico può indurci a fare scelte sbagliate e a giudicare in modo errato e ingiusto il comportamento proprio e altrui.
Post scriptum
Un mio amico mi ha fatto osservare che "Nietzsche si lamenterebbe del fatto che hai dimenticato i due modi o istanze che per lui sono fondamentali: il comandare e l'obbedire. Eppure le chiese, gli eserciti, ecc., si basano proprio su queste due istanze particolari (con varie dosi di iniezioni delle tue quattro). Per esempio, equipari la gerarchia alla competizione. Ma la gerarchia non necessita solo o soprattutto la competizione: essa si basa per lo più sull'impulso a comandare e sull'impulso complementare a obbedire.
Quanto a Freud, troverebbe che hai lasciato da parte le due istanze per lui fondamentali ("Psicologia delle masse..."): il voler guidare gli altri e l'essere guidati dall'Altro. Direi anche: l'impulso a voler essere applaudito e osannato, e quello di applaudire un Leader e osannarlo. E' l'impulso a voler essere applaudito che spinge tanti alle carriere artistiche e letterarie, come anche alla politica, al giornalismo, ecc."
Gli ho risposto che le sue osservazioni sono molto appropriate, tuttavia nella mia concezione gli impulsi da lui menzionati non sono autonomi rispetto alle quattro anime, ma effetti di esse. Intendo dire che il comandare e l'ubbidire, non solo si stabiliscono come effetto di una gerarchia competitiva, ma costituiscono anche una forma di cooperazione, ovvero un modo di cooperare, peraltro ben "ordinato", oltre a rientrare nella selezione, in quanto i rapporti servo-padrone si stabiliscono anche come risultato di una selezione (il padrone sceglie si suoi servi e i servi scelgono i loro padroni quando la servitù è volontaria). Infine i rapporti servo-padrone si stabiliscono anche come imitazione di modelli "servo-padrone" che percepiamo nella società, e che scegliamo di imitare.
Questo discorso vale anche per quanto riguarda la ricerca dell'ammirazione o la tendenza ad ammirare/seguire, che possiamo spiegare in base alle quattro anime. Infatti il rapporto tra ammiratore e ammirato, tra seguace e leader, è in un certo senso cooperativo, in quanto interazione in cui ogni parte ottiene qualcosa di buono; è competitivo, perché per ottenere l'ammirazione bisogna eccellere, cioè competere, in qualche arte o capacità; è selettivo in quanto ognuno sceglie chi ammirare o i campi in cui eccellere (quelli che più corrispondono alle proprie possibilità); è imitativo in quanto la cultura propone "modelli di ammirazione" che la gente adotta selettivamente, anche per qualificarsi.
Che significa “conoscere?” Ecco alcuni dei significati di questo termine forniti dal vocabolario Treccani:
- apprendere e ritenere nella mente una nozione
- essere in grado d’intendere
- avere notizia di una cosa, sapere cioè che essa esiste
- avere cognizione esatta e precisa di una cosa
- aver provato una cosa, averne fatto esperienza
- sapere per prova diretta le qualità, i modi di essere di una cosa
- aver pratica, soprattutto di meccanismi
- discernere, saper distinguere
- riconoscere
- essere in relazione, avere familiarità
- comprendere, capire
I termini “capire”, “sapere”, “comprendere”, “sperimentare” (quest'ultimo nel senso di avere esperienza) vengono spesso considerati sinonimi di "conoscere" A tal proposito, dopo una ricerca in Internet sulle differenze tra questi termini, ho trovato una serie informazioni che riassumo come segue:
Conoscere
- “conoscere” riguarda l’esperienza e il ricordo di qualcosa (compresa o non compresa, capita o non capita)
- la conoscenza è a disposizione di tutti, è nelle biblioteche, si acquisisce con lo studio, con la lettura, con l'ascolto e/o con la lettura, visione o ascolto di documenti (media)
- tuttavia qualcuno preferisce chiamare la “conoscenza” (in senso scolastico o accademico) il “sapere” e usare il termine “conoscenza” per indicare qualcosa di più profondo
Capire
- comprendere con l’intelletto, intendere
- afferrare e penetrare profondamente con l’intelletto, sentire intimamente
- riferito a una persona: penetrarne l’animo, le intenzioni, il carattere
- rendersi convinto, esser persuaso
- capire riguarda il “senso” o il “significato” di qualcosa che viene letto o visto, come ad esempio una frase in una lingua straniera. Corrisponde all’inglese “understand”
- “capire” è da intendersi come conoscere non solo un insieme di informazioni, ma anche i collegamenti logici tra di esse, e tra la cosa capita e il resto del mondo, oltre all'importanza e al valore delle informazioni stesse.
Sapere
- il sapere è qualcosa di soggettivo, personale e interiorizzato, che influenza il nostro comportamento e i nostri sentimenti.
- sapere è anche usato come sinonimo di “saper fare”
- avere conoscenze e informazioni su qualcosa per averle acquisite o attraverso lo studio o attraverso la pratica e l’esperienza o per averle apprese da qualcuno o da qualcosa
- aver chiaro nella mente, essere cosciente, rendersi conto
Comprendere
- “comprendere” implica un’elaborazione razionale e/o emotiva di un’esperienza, una riflessione su di essa, un approfondimento di essa
- “comprendere” può anche significare “accettare”, “accogliere” oppure ritenere che una certa cosa o una certa idea sia coerente con la propria visione del mondo, o compresa, cioè inclusa, in essa
- sapersi spiegare una cosa, un fenomeno
- riferito ad altre persone: intendersi, penetrare nei sentimenti l’uno dell’altro, avere reciproca comprensione, provare empatia
Sperimentare
- conoscere per esperienza diretta, per prove avute o vissute personalmente
- sottoporre a esperimento; applicare, usare, mettere alla prova qualche cosa per accertarne e verificarne le capacità funzionali, la validità, l’efficacia, il rendimento
- nell’ambito della ricerca scientifica, procedere secondo le norme del metodo sperimentale
- sperimentare può essere involontario o volontario, ovvero intenzionale, come ad esempio voler mettere alla prova una intuizione propria o altrui
Malgrado le differenze semantiche che ho trovato, spesso i termini sopra menzionati vengono usati come sinonimi.
Detto questo, nella conversazione di questa sera vi suggerisco di porvi, o di porre agli altri, domande come le seguenti:
- che rapporto ci può essere tra la nostra conoscenza della realtà e la realtà stessa?
- in quale misura possiamo conoscere una certa realtà?
- quali aspetti possiamo conoscere di una certa realtà?
- cosa non possiamo conoscere della realtà in generale e di una certa cosa in particolare?
- che rapporto c'è tra conoscenza e verità? (con l'inziale minuscola o maiuscola)
- che danni può provocare a se stessi e agli altri una conoscenza sbagliata?
- cosa può conoscere del mondo un neonato?
- cosa può conoscere del mondo un animale?
- in quali modi possiamo apprendere una conoscenza?
- in che modi siamo condizionati (e limitati) dalle nostre conoscenze?
- che rapporto c’è tra intelligenza e conoscenza?
- che rapporto c'è tra conoscenza e razionalità?
- che rapporto c'è tra conoscenza e capacità di prevedere il futuro?
- in che modi le nostre conoscenze possono essere influenzate (distorte, inibite o accresciute) dai nostri sentimenti, dalle nostre emozioni, dal nostro inconscio?
- In quale misura il proprio bias cognitivo può influenzare e limitare la propria conoscenza?
- un essere umano può conoscere se stesso senza conoscere gli altri?
- un essere umano può conoscere gli altri senza conoscere se stesso?
- il principio aristotelico di non contraddizione, può favorire o ostacolare la conoscenza?
A voi la parola.
PS:
Chi fosse interessato a conoscere le mie personali opinioni sul tema di questa sera può leggere questo capitolo del mio libro Psicologia dei bisogni: “Significato, metodo e limiti della conoscenza”.
Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
Ho fatto una ricerca testuale della parola “
mente” nella Bibbia (scaricata in formato PDF da http://www.preghiamo.org/download/bibbia/la-sacra-bibbia.pdf) e dai risultati deduco che nel testo biblico per “
mente” s’intende solo "coscienza" o "attività pensante cosciente", e credo che questo sia vero per la maggior parte della gente. Pochi considerano infatti la
mente un sistema, o strumento, per lo più automatico, inconscio e involontario, ovvero un complesso di algoritmi. La
mente è, a mio avviso, poco e male sconosciuta nella
mente della gente.
Seguono le frasi tratte dalla Bibbia, in cui compare la parola “
mente”.
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Ma fino a oggi il Signore non vi ha dato una
mente per comprendere né occhi per vedere né orecchi per udire.
Quando tutte queste cose che io ti ho poste dinanzi, la benedizione e la maledizione, si saranno realizzate su di te e tu le richiamerai alla tua
mente in mezzo a tutte le nazioni dove il Signore, tuo Dio, ti avrà disperso, se ti convertirai al Signore, tuo Dio, e obbedirai alla sua voce, tu e i tuoi figli, con tutto il cuore e con tutta l’anima, secondo quanto oggi ti comando, allora il Signore, tuo Dio, cambierà la tua sorte, avrà pietà di te e ti raccoglierà di nuovo da tutti i popoli in mezzo ai quali il Signore, tuo Dio, ti aveva disperso.
Ponete nella vostra
mente tutte le parole che io oggi uso come testimonianza contro di voi. Le prescriverete ai vostri figli, perché cerchino di eseguire tutte le parole di questa legge.
Tieni bene a
mente che devi uscire in campo con me insieme con i tuoi uomini.
Dio concesse a Salomone sapienza e intelligenza molto grandi e una
mente vasta
come la sabbia che è sulla spiaggia del mare.
Se non siete capaci di scrutare il profondo del cuore dell’uomo né di afferrare i pensieri della sua
mente, come potrete scrutare il Signore, che ha fatto tutte queste cose, e conoscere i suoi pensieri e comprendere i suoi disegni?
Esortava perciò i suoi uomini a non temere l’attacco delle nazioni, ma a tenere impressi nella
mente gli aiuti che in passato erano venuti loro dal Cielo e ad aspettare ora la vittoria che sarebbe stata loro concessa dall’Onnipotente.
Scrutami, Signore, e mettimi alla prova, raffinami al fuoco il cuore e la
mente.
La
mente del giusto riflette prima di rispondere, ma la bocca dei malvagi esprime cattiveria.
Porgi l’orecchio e ascolta le parole dei sapienti, applica la tua
mente alla mia istruzione: ...
Allora i tuoi occhi vedranno cose strane e la tua
mente dirà cose sconnesse.
La mia
mente ha curato molto la sapienza e la scienza.
Ho voluto fare un’esperienza: allietare il mio corpo con il vino e così afferrare la follia, pur dedicandomi con la
mente alla sapienza.
Chi osserva il comando non va incontro ad alcun male; la
mente del saggio conosce il tempo opportuno. Infatti, per ogni evento vi è un tempo opportuno, ma un male pesa gravemente sugli esseri umani. L’uomo infatti ignora che cosa accadrà; chi mai può indicargli come avverrà? Nessun uomo è
padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della morte. Non c’è scampo dalla lotta e neppure la malvagità può salvare colui che la compie.
I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una
mente piena di preoccupazioni.
Non affaticarti in opere superflue, ti è stato mostrato infatti più di quanto possa comprendere la
mente
umana.
Beato l’uomo che si dedica alla sapienza e riflette con la sua intelligenza, che medita nel cuore le sue vie e con la
mente ne penetra i segreti.
Che cosa c’è di più luminoso del sole? Anch’esso scompare. Così l’uomo, che è carne e sangue, volge la
mente al male.
Oracoli, presagi e sogni sono cose fatue, come vaneggia la
mente di una donna che ha le doglie.
Signore degli eserciti, giusto giudice, che provi il cuore e la
mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa.
Io, il Signore, scruto la
mente e saggio i cuori, per dare a ciascuno secondo la sua condotta,
Avete parlato a questo modo, o casa d’Israele, e io conosco ciò che vi passa per la
mente.
Ecco dunque qual era il tuo sogno e le visioni che sono passate per la tua
mente, mentre dormivi
nel tuo letto.
Mentre ero nel mio letto, le immaginazioni e le visioni della mia
mente mi turbarono.
Le visioni che mi passarono per la
mente, mentre stavo a letto, erano queste:...
Mentre nel mio letto stavo osservando le visioni che mi passavano per la
mente, ecco un vigilante, un santo, scese dal cielo gridò a voce alta:...
Nel primo anno di Baldassàr, re di Babilonia, Daniele, mentre era a letto, ebbe un sogno e visioni nella sua
mente. Egli scrisse il sogno e ne fece la seguente relazione.
Io, Daniele, mi sentii agitato nell’animo, tanto le visioni della mia
mente mi avevano turbato;
Tenete a
mente la legge del mio servo Mosè, al quale ordinai sull’Oreb precetti e norme per tutto Israele.
Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua
mente e con
tutta la tua forza.
Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua
mente, e il tuo prossimo come te stesso.
Allora aprì loro la
mente per comprendere le Scritture e disse loro:...
E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è in coloro che si perdono: in loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la
mente, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio.
Ma voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra
mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.
Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici, con la
mente intenta alle opere cattive;
Nessuno che si compiace vana
mente del culto degli angeli e corre dietro alle proprie immaginazioni,
gonfio di orgoglio nella sua
mente carnale, vi impedisca di conseguire il premio:...
Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la
mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.
Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella
mente
e privi della verità, che considerano la religione come fonte di guadagno.
Mi tornano alla
mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia.
Sull’esempio di Iannes e di Iambrès che si opposero a Mosè, anche costoro si oppongono alla verità: gente dalla
mente corrotta e che non ha dato buona prova nella fede.
Perciò, cingendo i fianchi della vostra
mente e restando sobri, ponete tutta la vostra speranza in quella grazia che vi sarà data quando Gesù Cristo si manifesterà.
Qui è necessaria una
mente saggia.
... e come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio? Se uno volesse disputare con lui, non sarebbe in grado di rispondere una volta su mille. Egli è saggio di
mente, potente di forza: chi si è opposto a lui ed è rimasto salvo?
Cessi la cattiveria dei malvagi. Rendi saldo il giusto, tu che scruti
mente e cuore, o Dio giusto.
La gente uscì per vedere l’accaduto e, quando arrivarono da Gesù, trovarono l’uomo dal quale erano usciti i demòni, vestito e sano di
mente, che sedeva ai piedi di Gesù, ed ebbero paura.
Poiché hai tolto il senno alla loro
mente, per questo non li farai trionfare.
Vi annunciano visioni false, predizioni che sono invenzioni e fantasie della loro
mente.
...pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro
mente ottusa si è ottenebrata.
... non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, accecati nella loro
mente, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro e della durezza del loro cuore.
Tutto è puro per chi è puro, ma per quelli che sono corrotti e senza fede nulla è puro: sono corrotte la loro
mente e la loro coscienza.
... porrò le mie leggi nella loro
mente e le imprimerò nei loro cuori;
Riassunto (generato da ChaGPT):
Il testo affronta la complessità della visione del mondo dell'autore, che integra i saperi scientifici accettati con l'idea che molti aspetti della vita umana non siano spiegabili interamente dalla scienza. Sostiene che le scienze umane e sociali non offrano spiegazioni univoche e che ognuno sceglie interpretazioni in base alle proprie convinzioni e esperienze.
Una parte centrale del testo riguarda la coscienza umana, suddivisa in tre parti (cognitiva, emotiva, volitiva), sottolineando l'importanza dell'aspetto emotivo nella funzione della coscienza. Si afferma che, se privi della capacità di provare piacere e dolore, la coscienza umana non avrebbe ragione di esistere.
Si sottolinea la mancanza di conoscenza sulla natura della coscienza, ma si riconosce la comprensione delle interazioni tra le sue parti e con il resto del corpo e del mondo. Si enfatizza l'idea che la vera natura di una cosa è data dalle sue interazioni con altre cose.
Si discute inoltre della motivazione umana derivante dai bisogni biologici e sociali, ritenendo che la saggezza risieda nella soddisfazione sostenibile di tali bisogni e nel riconoscimento delle strategie di soddisfazione.
Si conclude affermando che l'informazione, fondamentale per la vita, è immateriale ma può influenzare la materia, aprendo riflessioni sull'aspetto "spirituale" dell'informazione e sulle complesse interazioni tra le menti umane.
Il testo spazia su una vasta gamma di argomenti, offrendo una prospettiva complessa e sfaccettata sulla natura umana e sul mondo circostante.
La mia visione del mondo include il patrimonio di saperi delle scienze naturali, sulla cui veridicità e verificabilità esiste un vasto consenso nella comunità scientifica.
Tuttavia molti fenomeni importanti della vita, specialmente quella umana, non possono essere spiegati con metodi scientifici, e sono oggetto di intuizioni e di ipotesi filosofiche e psicologiche impossibili da verificare oggettivamente, in quanto non (ancora) misurabili.
Infatti, nelle cosiddette “scienze umane e sociali” non esiste un vasto consenso tra gli studiosi, anzi, vi sono tante teorie e narrazioni diverse, a volte incompatibili tra loro. Perciò ognuno sceglie le “spiegazioni” che gli sembrano più plausibili e più coerenti con le proprie credenze, le proprie esperienze, la propria formazione e la propria personalità.
In quanto a me, ho costruito la mia visione del mondo attingendo al pensiero di diversi sceinziati e filosofi, a cui ho aggiunto alcune mie intuizioni e ipotesi personali, consapevole del fatto che in tale visione restano comunque lacune, errori e grandi misteri, che restano tali anche per la comunità scientifica.
Secondo me, il mistero più grande e più importante per un essere umano, è costituito dalla propria coscienza, che io divido in tre parti: (1) cognitiva, (2) emotiva e (3) volitiva. Delle tre, la più importante è quella emotiva, ovvero la capacità di provare piacere e dolore, per cause sia fisiche che mentali, intendendo per queste ultime le anticipazioni di stati futuri più o meno piacevoli o dolorosi.
Senza la capacità emotiva, la coscienza non avrebbe ragione di esistere, né potrebbe funzionare. Immaginate infatti di non avere (sin dalla nascita) la capacità di godere e di soffrire, e che di conseguenza tutto vi sia emotivamente indifferente: non avreste alcuna paura, alcun desiderio, alcuna frustrazione, alcuna motivazione, alcun criterio di scelta, alcun orientamento, alcun freno morale. Non sopravvivereste, o sopravvivereste come un vegetale (presumo che i vegetali non abbiano una coscienza).
Ancora oggi nessuno sa come sia fatta la coscienza, né dove si trovi (nel corpo o fuori di esso?), né quando, né come sia emersa durante l’evoluzione della nostra specie (supponendo che non tutte le specie ne siano dotate).
Tuttavia sappiamo molte cose sui rapporti tra le parti della coscienza e il resto del corpo e del mondo. Sappiamo infatti come alterarla, come manipolarla, come ipnotizzarla, come anestetizzarla, sappiamo che certe situazioni provocano piacere o dolore, sappiamo come accrescere le cognizioni, sappiamo come motivare o demotivare le persone, ecc.
Sappiamo inoltre che la memoria gioca un ruolo importante nella coscienza, essendo al tempo stesso causa, oggetto e traccia dei pensieri coscienti e delle percezioni.
In altre parole, non sappiamo cosa sia la coscienza in sé, ma sappiamo molto delle interazioni tra le sue parti, e tra esse e il resto del corpo e del mondo circostante.
Il fatto che non possiamo conoscere una cosa in sé ma possiamo conoscere le sue interazioni con altre cose, è a mio avviso applicabile non solo alla coscienza, ma ad ogni cosa (oggetto, persona, idea, forma ecc.) di cui possiamo fare esperienza diretta o indiretta.
Infatti, l’essenza di qualsiasi cosa può essere descritta come l’insieme delle proprie caratteristiche, le quali non sono altro che i modi in cui essa interagisce con i suoi osservatori e con altre cose. In tal senso, sarebbe utile sostituire il verbo “essere” con altri verbi che indicano “interazioni rispetto ad altre cose”. In altre parole, credo che il mondo sarebbe molto più comprensibile se evitassimo di usare il verbo “essere”.
D’altra parte dire che “A è B” è come dire che “A = B”, cioè dire che A è sempre uguale a B, ma questo il più delle volte non è vero. Dovremmo piuttosto dire che A assomiglia a B soltanto in una certa misura, per certi aspetti e in certe situazioni. In altre parole non dovremmo mai fare affermazioni assolute, ma solo affermazioni relative, cioè relativamente ad altri termini e condizionate a certe situazioni.
Se vogliamo conoscere una cosa autonoma in termini di interazioni con altre cose, dovremmo chiederci come avviene, in quella cosa, il processo decisionale relativamente alle sue interazioni col resto del mondo.
Nel caso di una cosa autonoma non vivente, come ad esempio un orologio meccanico, la logica del proprio comportamento è insita nella propria struttura fisica, cioè nell’architettura dei suoi ingranaggi, delle sue leve, e delle connessioni fisiche tra le sue parti.
Nel caso di un essere vivente, la logica del comportamento è basata sulla riproduzione, la raccolta e l’elaborazione di informazioni, sia per quanto riguarda la formazione dell’organismo a partire dall’embrione (il DNA consiste in informazioni che fungono da istruzioni per la costruzione e lo sviluppo dei vari organi del corpo), sia per quanto riguarda il comportamento interattivo dell’organismo al suo interno e verso il resto del mondo, a tutti i livelli, a partire dalle cellule.
Si può infatti presumere che il comportamento di una cellula rispetto alle cellule e ad altri oggetti o sostanze con cui interagisce dipende dalle informazioni che esse si scambiano automaticamente, analizzate secondo certi programmi memorizzati al loro interno.
Se per “mente” intendiamo un sistema di gestione di informazioni (consce o inconsce), possiamo dire che ogni cellula ha una sua “mente” (presumibilmente inconscia) che regola e determina il proprio comportamento. E lo stesso dovrebbe essere vero per i sistemi di cellule, cioè per gli organi, fino al livello più alto, quello dell’organismo.
Le informazioni contenute nel DNA e nella memoria degli esseri viventi, ai vari livelli di aggregazione delle cellule, sono “motivate” e “motivanti”, nel senso che mirano alla sopravvivenza e alla riproduzione, cioè servono a soddisfare il bisogno dei geni, di riprodursi, per cui ogni specie vivente costituisce una diversa strategia di riproduzione dei propri geni. Infatti, se i geni non avessero la necessità di riprodursi, non lo farebbero, e non ci sarebbe alcuna forma di vita sul nostro pianeta. E il fatto che le mutazioni genetiche siano casuali non significa che qualunque mutazione sia compatibile con la riproduzione dei geni interessati. Infatti molte mutazioni comportano la morte o la mancata nascita dell’individuo.
Al fine della riproduzione dei geni, il piacere e il dolore, che sono l’aspetto fondamentale della coscienza, costituiscono la ricompensa rispettivamente positiva e negativa per il comportamento dell’organismo. In altre parole, il piacere può essere considerato il segnale e la misura della soddisfazione di un bisogno, il dolore il segnale e la misura della sua frustrazione. In altre parole, attraverso le leve del piacere e del dolore, la natura ci costringe a comportarci in modo da conservare la nostra specie.
L’essere umano è motivato da una serie di bisogni sia biologici, sia sociali, la cui soddisfazione è indispensabile per la sopravvivenza dell’individuo e della specie. I bisogni biologici sono simili a quelli di altri mammiferi. I bisogni sociali che io ho identificato sono i seguenti:
- il bisogno di integrazione sociale (cooperazione, comunità, appartenenza, condivisione, interazione, comunicazione, imitazione)
- il bisogno di libertà
- il bisogno di dominazione, competizione
- il bisogno di conoscenza
- il bisogno di bellezza, ordine
- il bisogno di coerenza cognitiva, cioè di non contraddizione tra nozioni apprese
Soddisfarli tutti è difficile, se non impossibile, dato che spesso essi determinano comportamenti antitetici, nel senso che soddisfare un bisogno può comportare la rinuncia a soddisfarne un altro. Inoltre la soddisfazione di un bisogno per un individuo può comportare la frustrazione di un bisogno per un altro.
In tal senso, secondo me la saggezza consiste nella capacità di soddisfare in misura sufficiente e in modo sostenibile il maggior numero di bisogni innati, e di rinunciare a soddisfare i bisogni indotti dalla società, se si dimostrano inutili o nocivi a breve o a lungo termine.
Per diventare saggi, bisogna dunque imparare a conoscere, e a riconoscere, i bisogni umani e le possibili strategie (più o meno efficaci ed efficienti) per la loro soddisfazione.
In tal senso la personalità di un individuo può essere definita come la sua attitudine a soddisfare i bisogni propri e altrui, ovvero le proprie strategie di soddisfazione, oltre alla forza o urgenza relativa di ciascuno dei vari bisogni, che è diversa da persona a persona.
In questa mia visione del mondo, la moralità, necessaria a causa della nostra interdipendenza, consiste nel procurare a se stessi e agli altri il maggior piacere e il minor dolore possibile, ad un costo sostenibile nel breve e nel lungo termine.
In quanto all'estetica, direi che bello è ciò che procura piacere, e brutto ciò che procura dolore, in modo soggettivo.
Un principio alla base della mia visione del mondo è che ogni fenomeno avviene (1) per caso, o (2) per una legge fisica o (3) per una logica (intesa come programma, algoritmo o codice di comportamento), o (4) per un misto di tali cause.
In quanto ad eventuali cause cosiddette “spirituali” (cioè immateriali e non dipendenti dalla materia), non posso dimostrare che non esistano, ma suppongo che non siano dimostrabili, ovvero che non siano distinguibili da fantasie o allucinazioni.
Infatti, a mio avviso, lo spiritualismo (in forma di idealismo, esoterismo, misticismo, intuizionismo, magia, religioni ecc.), rifiuta il materialismo perché ritiene erroneamente che esso non possa prendere in considerazione le informazioni e le emozioni che animano gli esseri viventi, mentre il concetto di “spirito” viene da molti usato come presunta causa e/o fine di fenomeni umani che non sanno spiegare altrimenti, e per negare la nostra finitudine (in cui io credo). D’altra parte, la metafisica, o scienza dello spirito, essendo per propria definizione “al di là della fisica” e non misurabile, non verificabile, né falsificabile, è un sicuro rifugio per chi desidera mettere la propria visione del mondo al riparo da qualsiasi critica razionale.
L’informazione, elemento fondamentale e centrale della vita, è immateriale, anche se ha bisogno di materia e/o di energia per essere conservata, elaborata e trasmessa, e può avere effetti materiali, cioè causare cambiamenti fisici nel corpo e al di fuori di esso. In quanto immateriale, ma capace di agire sulla materia, si potrebbe dire che l’informazione (conscia o inconscia), a prescindere dal supporto fisico in cui è scritta, sia qualcosa di spirituale.
Come ha scritto Gregory Bateson, “un’informazione è qualunque differenza che fa una differenza”. Se volete capire il senso delle interazioni tra gli umani, e i problemi psichici ad esse connessi, cercate dunque di figurarvi le informazioni che le menti coinvolte (consce e inconsce) elaborano per determinare le interazioni stesse.