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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Cooperare

117 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Bisogno di alleanze

Ognuno è in cerca di alleati.

Cooperazione e servizio

Cooperazione: servizio reciproco.

Dare e togliere

Smettere di dare è come togliere.

Cooperazione e condivisione

Non c'è cooperazione senza condivisione.

Cosa vorremmo dagli altri

Ognuno vorrebbe essere favorito da ogni altro.

Modalità di cooperazione

Tutti vogliono cooperare, ma ognuno a modo suo.

Tra «anche io» e «io no»

I discorsi umani oscillano tra «anche io» e «io no».

Saper cooperare

Per cooperare non basta volerlo. Bisogna saperlo fare.

Domande sociali

Cosa dirò e cosa nasconderò alle persone che incontrerò?

La società in quattro parole

Società = cooperazione + competizione + imitazione + selezione.

Sul bisogno di aiuto

Abbiamo tutti bisogno d'aiuto. Alcuni lo ottengono con la forza.

Cooperazione, amicizia, amore e condivisione

Non c'è cooperazione, né amicizia, né amore, senza condivisione.

La vita di un umano

La vita di un umano è un continuo incontro/scontro con altri umani.

In assenza di freni morali, ognuno cercherebbe di sfruttare ogni altro.

Cooperazione e condivisione

La cooperazione tra umani si basa sulla condivisione di modelli di comportamento.

Presupposti di una cooperazione

Una cooperazione presuppone un'approvazione reciproca e modelli di comportamento condivisi.

Significato del dono

Ciò che conta non è il dono che riceviamo, ma il fatto che qualcuno voglia donarci qualcosa.

Cooperare o non cooperare, e quanto cooperare

In ogni momento ogni umano decide se e quanto essere cooperativo nei confronti di ogni altro umano.

Il bisogno di piacere agli altri

Ogni umano ha bisogno di piacere ad altri, se non può ottenere coercitivamente la cooperazione altrui.

Essere utile

A chi sono utile? A chi potrei essere utile? Sono due domande a cui dovremmo avere una risposta pronta.

Nessuno può stare tranquillo

Ogni umano può essere utile o dannoso per ogni altro umano. Perciò nessuno di noi può stare tranquillo.

Requisiti di cooperazione

Un individuo A accetta di cooperare con un individuo B solo se B soddisfa certi requisiti stabiliti da A.

Cooperazione e condivisione

Affinché due persone possano cooperare, esse devono condividere, almeno in parte, una certa visione del mondo.

Ciò che ci unisce

Nulla unisce le persone più di un comune nemico, ovvero la difesa di interessi comuni aggrediti da un comune aggressore.

Cooperazione e coordinamento

Una cooperazione richiede un coordinamento, ovvero un'autorità coordinatrice ai cui ordini i cooperanti devono obbedire.

Sulla fraternità

La fraternità richiede il comune riconoscimento di genitori comuni (genetici o metaforici) e la comune obbedienza ad essi.

Il prezzo della collaborazione

Nella misura in cui abbiamo bisogno della collaborazione di altre persone, dobbiamo comportarci in modo da ottenerla.


Sui rapporti tra persone

Ogni umano è causa di piaceri, dolori, desideri e paure per altri umani. Questo fatto dovrebbe essere il fondamento della morale.

Valutazione e cooperazione

Ogni umano ha bisogno di essere ben valutato dagli altri al fine di ottenere la loro cooperazione, senza la quale non può sopravvivere.

Rete causale intorno al disaccordo

Competizione, disaccordo, non condivisione, non cooperazione, conflitto. Ognuna di queste cose può essere causa e conseguenza delle altre.

Cooperazione e valori

La cooperazione tra persone è condizionata dalla condivisione di valori, cioè di opinioni su cosa sia più desiderabile e cosa meno desiderabile.

Motivazioni fondamentali del comportamento umano

Il comportamento umano è determinato da due motivazioni fondamentali: soddisfare i propri bisogni biologici, e ottenere vantaggi e meriti sociali.

Cooperazione e condivisione

Affinché tra due persone vi sia utilità reciproca, ovvero cooperazione, è necessario che esse condividano certe cose, ovvero abbiano interessi comuni.

La mostra di sé stessi

Ognuno mette in mostra le proprie risorse e capacità al fine di una possibile cooperazione con persone alla propria altezza, in competizione con altri.

Sulla qualità delle relazioni interpersonali

La qualità della relazione tra due persone dipende soprattutto dalla concordanza e dalla compatibilità del valore che essi attribuiscono alle varie cose.

Fratellanza

La fratellanza scaturisce dall'essere figli degli stesso padre, sudditi dello stesso dominatore, allievi dello stesso maestro, o nemici dei stesso nemico.

Psicologia della cooperazione

La psicologia della cooperazione studia i fattori e le condizioni che contribuiscono positivamente o negativamente alla cooperazione tra due esseri umani.

Tra alto e basso

Chi è più in alto ride di chi è più in basso, e chi è più in basso odia chi è più in alto, tranne quando chi è più in alto aiuta chi è più in basso a salire.

Le tre anime della società

La società umana ha tre anime: una cooperativa, una competitiva e una selettiva, a volte in guerra tra loro, a volte alleate, a volte palesi, spesso nascoste.

Quattro anime e quattro ministeri

L'uomo non ha un'anima unica, ma almeno quattro, e un ministero per ciascuna di esse: cooperazione, competizione, imitazione, selezione. Ovviamente sono anime mortali.

Cooperazione e competizione

In ogni umano convivono due motivazioni fondamentali e antitetiche verso altri umani: una alla cooperazione e una alla competizione. In alcuni prevale la prima, in altri la seconda.

Cooperare per competere e competere per cooperare

La vita umana consiste in una continua oscillazione tra cooperazione e competizione, dove l’una cosa è funzionale all’altra, nel senso che competere serve a cooperare, e cooperare serve a competere.

Vantaggi e svantaggi dei rapporti sociali

I rapporti interpersonali comportano vantaggi e svantaggi, e ognuno vorrebbe avere più vantaggi e meno svantaggi. Il problema è che i vantaggi per alcuni corrispondono a svantaggi per altri, e viceversa.

A che servono le transazioni interpersonali?

Le transazioni interpersonali servono a trasmettere beni, servizi e informazioni, piaceri e dolori, a cooperare e a competere, a stabilire condivisioni e non condivisioni, secondo certi modelli culturali.

Pratiche di condivisione

Noi umani abbiamo bisogno di cooperare, e per poter cooperare è necessario che condividiamo certe cose. Perciò abbiamo bisogno, periodicamente, di riunirci per praticare condivisioni utili alla nostra cooperazione.

Cooperazione e condivisione

Affinché due persone possano interagire cooperativamente, è indispensabile che esse condividano certe cognizioni, certi valori, certi obiettivi, un certo vocabolario, certe risorse, un certo spazio e un certo tempo.

Essere «sé stessi» e la cooperazione

Nessuno può essere «sé stesso» indipendentemente da altri, dato che quel «sé stesso» deve essere accettabile almeno in parte da coloro con i quali si ha bisogno di cooperare, altrimenti la cooperazione è impossibile.

La misura dell'amicizia

C'è un modo pragmatico per misurare l'amicizia di un individuo A verso un individuo B. È l'importo che A è pronto a regalare a B in caso di necessità di B, importo in termini relativi, cioè come percentuale delle proprietà di A.

Valori e relazioni interpersonali

Due persone possono avere valori concordanti, indifferenti e contrastanti. Dal grado di concordanza / contrasto dei valori perseguiti dalle persone dipende il tipo di relazione e la qualità delle interazioni tra le persone stesse.

Competizione diretta e indiretta

L'uomo è un animale competitivo (oltre che cooperativo). Compete non solo in prima persona, ma anche come fazioso sostenitore di altri competitori, come si vede chiaramente negli sport, in politica, nelle religioni e nelle varie forme culturali.

Segnali di cooperazione vs. non cooperazione

Noi umani siamo talmente interdipendenti che abbiamo continuamente bisogno di contare sulla cooperazione degli altri a nostro favore. Perciò ogni segnale in tal senso ci rassicura e ci allieta, e ogni segnale contrario ci angoscia e ci rattrista.

Cooperazione e conflitti tra io e inconscio

I rapporti tra l’io e l’inconscio possono essere più o meno cooperativi o conflittuali, dato che l’io deve tener conto anche delle esigenze altrui e di una visione razionale del mondo che può non corrispondere alle esigenze dell’inconscio stesso.

Cooperazione, coordinamento, condivisione

Una cooperazione richiede un coordinamento, e un coordinamento richiede una condivisione di saperi, valori, regole, idee, linguaggi, consuetudini, gusti, autorità, gerarchie, proprietà, credenze, miti, religioni, metodi, tecniche, automatismi, ecc.

Calcolo di condivisione

Quando due persone s'incontrano, i loro inconsci calcolano ciò che esse condividono e ciò che esse non condividono, cosa possono condividere e cosa non posono condividere. I risultati di questo calcolo determinano le possibiltà di cooperazione tra le due persone.

Sfruttatori e sfruttati

Gli umani si dividono in tre categorie: gli sfruttatori, gli sfruttati e quelli che non appartengono ad alcuna delle due categorie precedenti, né si immischiano nei loro affari. Ogni umano appartiene a tutte e tre le categorie allo stesso tempo o in momenti diversi.

Dilemmi esistenziali

Il dramma dell'esistenza umana consiste nell'affrontare continuamente due dilemmi inconciliabili nei rapporti con gli altri e nei rapporti tra la propria coscienza e il proprio inconscio: il dilemma tra appartenenza e libertà, e quello tra collaborazione e competizione.

Il problema quotidiano

Ogni giorno, ogni essere umano deve risolvere questo problema: come ottenere la migliore e più ampia cooperazione da parte degli altri (per soddisfare i propri bisogni) al costo più basso in termini economici, politici, sociali, ecologici, emotivi, biologici e di parziale perdita di libertà.

Religioni che uniscono e dividono

Quasi tutte le religioni uniscono coloro che credono nella stessa religione e cooperano sulla base di essa, come pecore che seguono lo stesso pastore, ma al tempo stesso dividono coloro che credono in religioni diverse, come pecore che seguono pastori diversi e competono per uno stesso pascolo.

Come ottenere la cooperazione altrui

Una funzione fondamentale della mente umana (conscia e inconscia) è quella di determinare, sia tatticamente che strategicamente, come ottenere dagli altri la massima cooperazione al minimo costo in termini di beni, servizi, fatiche, impegni, frustrazioni, sofferenze, rinunce, finzioni, inganni ecc.

Chi vuole progettare insieme?

Una cosa che generalmente manca nella nostra cultura è, a mio parere, la motivazione a progettare insieme una nuova società, più soddisfacente di quella attuale. Qualcuno si lamenta debolmente di ciò che non lo soddisfa, mentre la maggioranza accetta come inevitabile la situazione sociale e la competizione di tutti contro tutti.

Come ottenere la cooperazione altrui

Ogni umano ha bisogno della cooperazione altrui, ma questa non è un diritto né un dovere, perché ognuno può scegliere con chi e come cooperare. Perciò ogni umano ha bisogno di mezzi e di modi per ottenere tale cooperazione. Tra di essi il denaro, il potere politico, l'attrattività intellettuale, etica e/o estetica, la violenza ecc.

Ragioni del comportamento sociale

Ogni essere umano considera (consciamente o inconsciamente) ogni altro come un potenziale o attuale amico o nemico, ovvero come una persona più o meno utile o dannosa per la soddisfazione dei propri bisogni. È sulla base di tali considerazioni che ognuno si comporta in modo più o meno cooperativo o competitivo nei confronti degli altri.

Lotte sociali

Le miserie della nostra società non sono il risultato della lotta tra il bene e il male (vinta dal male), ma di lotte tra stupidità e intelligenze, tra diverse stupidità, tra diverse intelligenze e tra diversi egoismi. In questo quadro si formano alleanze e cooperazioni a fini competitivi. Una cooperazione senza fini competitivi è rara e perciò nobile.

Le mie volontà contro le tue

La vita sociale consiste nel continuo confrontarsi di volontà individuali, più o meno concordanti o discordanti, convergenti o divergenti, conflittuali o consensuali. Volontà che si affermano o si ritirano attraverso battaglie e compromessi, alleanze e opposizioni, cooperazioni e competizioni, intese e fraintendimenti, negoziazioni più o meno pacifiche o violente.

Rinunciare alla competizione?

Rinunciare alla competizione significa scegliere di vivere come eremiti o come servi. Io credo che la competizione non debba essere eliminata, ma demimistificata, svelata, regolata, limitata, arbitrata, gestita con intelligenza ed empatia, insieme con la cooperazione, la selezione (che implica una certa competizione) e l'imitazione, le quattro motivazioni sociali fondamentali.

Cooperare, competere, selezionare, imitare

Nei rapporti con gli altri, un essere umano libero ha generalmente quattro opzioni: cooperare, competere, selezionare, imitare. Cooperare implica soddisfare i desideri altrui, competere implica soddisfare i propri desideri a scapito di quelli altrui, selezionare implica scegliere con chi interagire e con chi non farlo, imitare implica usare l'altro come modello di comportamento.

I quattro sociali dell'homo sapiens

L'homo sapiens ha quattro istinti sociali fondamentali, che costituiscono anche dei bisogni:

  • imitazione

  • cooperazione

  • competizione

  • selezione (attiva e passiva)


Domanda e offerta di cooperazione

Dato che ogni umano ha bisogno della cooperazione con altri umani per sopravvivere (sia come individuo, sia come specie), ogni interazione sociale è caratterizzata dalla domanda e dall'offerta di cooperazione. Tuttavia la cooperazione richiesta o offerta è sempre condizionata nei modi, nei ruoli, e negli obiettivi specifici, e ciò può rendere difficile l'incontro tra la domanda e l'offerta.

Appartenenza, possesso, potere e altruismo

Appartenere per possedere e possedere per appartenere. Possedere per potere e potere per possedere. Appartenere per potere e potere per appartenere. Appartenenza, possesso e potere sono tre aspetti di una stessa motivazione. Questo è l'uomo, un animale che vuole appartenere, possedere e potere, e che per appartenere, per possedere e per potere è disposto a lavorare, a donare e a sacrificarsi per gli altri.

Competizione sociale permanente

Tra tutti gli umani vi è una competizione permanente, spesso dissimulata, che solo gli ingenui non vedono. Una competizione che riguarda i valori umani, da cui dipende la posizione gerarchica intellettuale, morale, estetica ed economica di ciascuno. Dall’esito, sempre instabile, di tale competizione dipende l’assegnazione dell’autorità e dei privilegi nei gruppi sociali, e la regolazione della cooperazione.

Di chi fidarsi e chi contentare

Gli altri mi dicono ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è bello e ciò che è brutto. Posso fidarmi? Gli altri mi dicono cosa loro piace e cosa loro dispiace. Mi conviene contentarli? Se non mi fido di loro e se non li contento, loro non cooperano con me. Se non voglio restare solo, di qualcuno mi devo fidare, qualcuno devo contentare. Posso solo scegliere di chi fidarmi e chi contentare.

Potenziale di cooperazione

Suppongo che l'uomo sia sempre attivo, consciamente o inconsciamente, nello stimare la disponibilità a cooperare, e la capacità di farlo, di ogni altro essere umano nei propri confronti.

Io chiamo tale disponibilità e capacità "potenziale di cooperazione".

Penso che l'attività di stimare tale potenziale sia tanto più frequente e intensa quanto più il soggetto dipende dalla cooperazione da parte degli altri.

Incapaci di organizzarci

Come ci insegna Yuval Harari, stiamo tutti (con rare eccezioni) diventando sempre più irrilevanti a causa del progresso tecnologico, e subiamo la storia fatta da pochi potenti incontrollabili.

Io penso che l'unico modo per essere rilevanti sarebbe quello di organizzarci, ma siamo incapaci di farlo, dato che non condividiamo alcun ideale, alcuna filosofia, alcun progetto. Infatti non riusciamo a metterci d'accordo su alcunché.

Sulla difficoltà di cooperazione

Ogni umano ha bisogno di cooperare con altri umani, ma è disposto a farlo solo con certi tipi di persone e in certi modi adatti alla propria personalità, alle proprie esigenze, e ai propri gusti. Perciò la cooperazione è a volte difficile, se non impossibile. Questa difficoltà può causare solitudine, incomprensione, frustrazione, sofferenza, rassegnazione, umiliazione, infelicità, tanto più, quanto più si è diversi dai tipi umani più comuni.

Genere e istinto

Nell'essere umano convivono due tendenze fondamentali: l'istinto di cooperazione e l'istinto di competizione. In certe persone prevale il primo e in altre il secondo. Per "prevale" intendo che si manifesta più spesso e in modo più forte, ma senza annullare del tutto l'altro. Ebbene, credo che nella maggior parte delle donne (ma non in tutte) prevalga l'istinto di cooperazione e che nella maggior parte degli uomini (ma non in tutti) prevelga l'istinto di competizione.

Il prezzo della cooperazione

La cooperazione da parte degli altri nei nostri confronti è indispensabile per la nostra sopravvivenza e per la soddisfazione dei nostri bisogni, ma ha un prezzo che a volte può essere per qualcuno troppo alto.

Infatti gli altri ci chiedono, in cambio della loro cooperazione, di collaborare attivamente alla soddisfazione dei loro desideri.

Lo squilibrio tra i benefici e i costi della cooperazione è il motivo conduttore del dramma sociale.

Calcoli di convenienza

Quando un essere umano deve decidere se avvicinarsi o allontanarsi rispetto ad un altro, se essere cooperativo, competitivo, o indifferente nei riguardi dell'altro, nella sua mente conscia e inconscia avvengono una quantità di calcoli di convenienza e inconvenienza i cui risultati sono espressi dall'inconscio in termini di sentimenti e di emozioni che si posizionano in un punto del continuum tra odio e amore, posizione che può essere più o meno stabile o variabile, più o meno assertiva o dubitativa.

Perché temiamo di essere accusati di immoralità?

Il motivo per cui temiamo di essere accusati di immoralità è che in tal caso si perderebbe o si ridurrebbe la possibilità di cooperare con altri umani, che è qualcosa di cui noi umani abbiamo assolutamente bisogno e a cui non possiamo rinunciare. Quindi la morale non è fine a se stessa, ma serve a facilitare la cooperazione. Serve in realtà anche a favorire il soggetto nella competizione se è vero che esiste una "gerarchia morale" o del prestigio etico, che permette di accedere ai ranghi più alti della società.

Investimenti e scommesse nella cooperazione e competizione sociale

Avendo un fisico più debole e più fragile rispetto alla media dei maschi della mia specie, nella cooperazione e competizione sociale ho preferito investire e puntare soprattutto sulla mia intelligenza, a differenza di altri che hanno investito principalmente sulla loro forza, la loro salute, la loro bellezza, la loro ricchezza, la loro conformità rispetto ai modelli culturali prevalenti, ecc.

Soddisfazione, cooperazione e miglioramento personale

Per soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della cooperazione altrui. Il miglioramento personale non garantisce il miglioramento di tale cooperazione, infatti potrebbe peggiorarla. Il vero miglioramento personale è dunque quello che contribuisce a migliorare la cooperazione con gli altri al fine di una reciproca soddisfazione. Infatti, se la soddisfazione non è reciproca, dura poco.
È dunque importante avere una buona capacità di capire e soddisfare i bisogni altrui, e di capire e manifestare i propri.

Quando due individui s'incontrano

Quando due individui si incontrano, in ciascuno di essi si attiva un automatismo inconscio che mira a stabilire quale atteggiamento assumere verso l'altro. Tale atteggiamento può essere più o meno amichevole o ostile, cooperativo o competitivo, fiducioso o diffidente ecc. L'algoritmo che determina l'atteggiamento da tenere verso l'altro tiene conto simultaneamente di vari fattori che possiamo solo ipotizzare. Tra di essi suppongo vi sia un'interpretazione del modello di comportamento altrui e una stima della compatibilità di tale modello con il proprio.

Inconscio, amici e nemici

L'inconscio è un ecosistema virtuale popolato da amici (ovvero collaboratori) più o meno gelosi, e da nemici (ovvero concorrenti) più o meno leali.

La classificazione di ciascun ente inconscio in amico o nemico può essere più o meno univoca o ambigua, e più o meno variabile.

Per l'inconscio l'amicizia e l'inimicizia sono sempre reciproche, nel senso che se io considero una certa persona mia nemica, mi aspetto che a sua volta quella persona mi consideri suo nemico, e viceversa.

Il nostro comportamento verso gli altri è regolato dalla mappa inconscia delle nostre amicizie e inimicizie.

Vincere insieme

Nella società umana, competizione e cooperazione sono intimamente connesse nel senso che l'una è funzionale all'altra. Infatti si compete per cooperare e si coopera per competere.

Vincere insieme è l'obiettivo fondamentale, più o meno consapevole o inconsapevole, per molti inconfessabile, del comportamento sociale. Infatti, in questa competizione di tutti contro tutti, sia essa viziosa o virtuosa, ognuno cerca gli alleati più competitivi che può permettersi data la propria competitività.

Inoltre, ognuno, assistendo alla competizione tra terzi, prende posizione, come fanno i tifosi sportivi, per la parte che reputa più competitiva, o più affine alla propria condizione e/o identità di classe sociale.

Sapere per scegliere

Cosa c'è oltre il confine del mondo che ci è familiare? Cose buone o cattive? Mi conviene scegliere A o B? Quale tra A e B soddisfa meglio i miei bisogni? Mi conviene cambiare o conservare?

Domande, dubbi e curiosità riguardano soprattutto ciò che gli altri pensano di noi, cosa sentono per noi, cosa vogliono o desiderano da noi, cosa sono disposti a fare per noi e a concederci, ovvero in quale misura possono e sono disposti a soddisfare o frustrare i nostri bisogni.

Dalle risposte a tali domande dipendono le nostre azioni verso gli altri: avvicinamento o allontanamento, mantenimento o cambiamenti di ruoli, cooperazione o competizione, imitazione o differenziazione, selezione, rifiuto o indifferenza, inerzia o rottura, sottomissione o ribellione, deviazione, ripristino, riparazione ecc.

Dall’interazione alla relazione

Una relazione sociale è una combinazione abituale di transazioni tra due individui, dotata di una certa forma caratteristica, ovvero conforme ad un certo modello.

Una relazione sociale comporta una serie di condizioni (legami, impegni, regole, obblighi, divieti, valori, cognizioni, gerarchie, ecc.) accettate bilateralmente dalle parti interessate. Tali condizioni costituiscono restrizioni della libertà individuale, ma anche vantaggi per la parte che gode delle restrizioni altrui.

Tra due umani ci possono essere interazioni senza relazione, tuttavia, in assenza di una relazione, le interazioni tra due umani sono imprevedibili e inaffidabili, e quindi insoddisfacenti rispetto al bisogno di cooperazione sociale.

La cooperazione sociale è tanto più efficace quanto più forte è la relazione in cui essa ha luogo.

Idee, condivisione e compatibilità

L’uomo, si sa, ha idee, assorbe idee altrui e sviluppa nuove idee modificando parti di quelle di cui già dispone.

Certe idee di una persona possono essere più o meno uguali a quelle di un’altra, e quelle diverse possono essere tra loro più o meno compatibili.

L’incompatibilità delle idee può causare conflitti più o meno gravi, più o meno distruttivi.

Le comunità umane richiedono la condivisione di idee, mentre gli antagonismi tra persone implicano incompatibilità di idee.

Ogni umano cerca persone che condividono le sue idee, o copia le idee di altre persone, al fine di ottenere la loro compagnia e cooperazione.

Sui ruoli sociali

Le interazioni sociali sono regolate da una quantità di regole non scritte e spesso inconscie. Tra queste regole ci sono i ruoli che ogni interagente si attribuisce e quelli che attribuisce agli altri.
 
L’attribuzione dei ruoli può essere più o meno rigida o flessibile, ovvero fissa o variabile, negoziabile o non negoziabile, consensuale o conflittuale.
 
Un ruolo sociale ha aspetti qualitativi e quantitativi. Gli aspetti qualitativi riguardano i tipi di interazione possibili, ovvero le possibili forme di cooperazione; quelli quantitativi le rispettive posizioni gerarchiche, ovvero i rapporti di forza e di autorità tra gli interagenti.
 
Nella cultura occidentale odierna, la gestione dei ruoli sociali è normalmente inconscia a causa di un egualitarismo ipocrita di facciata. Parlarne è considerato politicamente scorretto.

Sull’importanza della coesione sociale

Una società poco coesa è debole e fragile.

La coesione sociale richiede una certa condivisione di ideali, di valori, e di interessi.

Una società in cui manca la motivazione ad accordarsi su un certo numero di principi fondamentali non è coesa, ed è destinata a dissolversi o ad essere superata da società più coese.

La difesa contro il comunismo è stato un importante fattore di coesione delle società liberali fino agli anni ‘80. La dissoluzione dell’impero sovietico ha diminuito notevolmente la coesione di tali società.

Cosa ci unisce oggi? Una sterile idea di libertà che ognuno interpreta e realizza a modo suo, e che perciò non favorisce la cooperazione.

La grande libertà di cui la nostra generazione e le successive  hanno goduto ci ha viziati e indeboliti.

I nostri social network rispecchiano la mancanza di coesione della nostra civiltà: tante affermazioni inconcludenti, impermeabili ai discorsi altrui, e nessuna motivazione ad accordarsi su qualche principio fondamentale.

Sulle svalutazioni reciproche

Essere valutati positivamente dagli altri è indispensabile per avere la loro cooperazione, senza la quale non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni.

Essere svalutati dagli altri è infatti orribile per l'inconscio e per la coscienza, perciò siamo costantemente in ansia e sulla difensiva contro tale sinistra eventualità.

Qui per «svalutazione» intendo una valutazione che riguarda un'aspetto ritenuto socialmente importante dalla persona svalutata, e che è inferiore a quella che essa attribuisce a se stessa.

Inoltre, certi individui sentono il bisogno di svalutare certi altri per rivalutare se stessi quando la propria autostima vacilla o quando si sentono sottovalutati dagli altri.

Questo bisogno è tenuto a bada dal principio morale (non scritto ma molto diffuso) in base al quale chi svaluta qualcuno ingiustamente merita di essere svalutato in quanto persona ingiusta.

Perciò ognuno cerca di giustificare le svalutazioni che proclama (direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente) o di negarle quando non riesce a giustificarle.

Le conseguenze della bellezza

La bellezza produce vari effetti, più o meno desiderabili.

Per esempio, scatena la competizione per il possesso o l’usufrutto di ciò che è più bello, competizione che può essere basata sulla violenza o sul potere economico. Scatena anche la competizione per la cooperazione con i partner più belli, cosa che dà luogo ad una selezione sociale in cui le persone più belle sono favorite a dispetto del principio di uguaglianza.

Un altro effetto della bellezza è il suo uso come arma di persuasione e di sottomissione. Infatti l’uomo tende a credere tanto più in certe persone o idee quanto più esse sono belle o accompagnate da ornamenti o discorsi belli. La bellezza delle chiese, la pubblicità, il commercio e certe ideologie la dicono lunga a tale riguardo.

Sicuramente la bellezza ha anche effetti positivi in quanto motiva le persone alla ricerca e alla produzione di ciò che è bello, e la bellezza spesso coincide con la salute, la funzionalità, l’abbondanza, la conoscenza ecc., tuttavia vedere solo il lato positivo della bellezza può essere svantaggioso e causare sofferenze in termini di frustrazione.

Sulle possibilità di cooperazione tra due persone

Quando due persone si incontrano, ciascuna è guidata da due «direttori» che possono avere idee conflittuali su come interagire con la persona incontrata. Il primo direttore è l'inconscio, il secondo è l'io cosciente. Il direttore che prevale in caso di conflitto tra le rispettive volontà è solitamente l'inconscio.

La logica dell'inconscio è sostanzialmente emotiva, nel senso che esso comanda di assecondare le attrazioni e le repulsioni che si sono formate a seguito delle esperienze vissute; la logica dell'io cosciente dipende dalle conoscenze apprese riguardanti i rapporti interpersonali.

La logica razionale che io ritengo più efficace per determinare come intergaire con una data persona dipende dalle risposte alle seguenti domande:

  • Cosa abbiamo in comune?

  • Cosa abbiamo non in comune?

  • Cosa le offro?

  • Cosa le chiedo?

  • Cosa mi offre?

  • Cosa mi chiede?

In altre parole, le possibilità di cooperazione tra due persone dipendono da ciò che esse condividono e ciò che non condividono, e dall'incontro tra le domande e le offerte espresse esplicitamente o implicitamente da ciascuna di esse.

Competizione dissimulata

A differenza degli altri animali, che competono e/o collaborano francamente, gli umani competono continuamente in modo dissimulato, cercando di far passare la competizione per cooperazione, ingannando in tal senso non solo gli altri, ma anche sé stessi. Ciò avviene da quando esistono le religioni, le quali cercano di contenere la competizione a favore della cooperazione nell’ambito del gruppo a spese dei gruppi esterni, verso i quali la competizione viene invece premiata.

Inoltre, mentre gli altri animali competono apertamente usando forza bruta e minacce di violenza, gli umani competono usando, oltre alla forza fisica, ogni altra capacità di cui dispongono, come l’intelligenza, l’educazione, la bellezza, il denaro, la cultura, le narrazioni più o meno false, e perfino la morale. Dominanza e gerarchie sono tuttavia raramente esplicite, pur essendo implicitamente riconosciute da tutti, e oggetto di competizione a tutti i livelli.

Io credo che la competizione tra umani sia dovuta ad un istinto insopprimibile. Pertanto penso che sarebbe meglio per tutti se essa venisse esercitata in modo aperto e sincero, demistificato. Ci risparmieremmo parecchi disturbi mentali e molta infelicità.

Cooperazione vs. competizione

I rapporti umani sono segnati da due opposte tendenze naturali: l'istinto di cooperazione (senza il quale la specie umana si estinguerebbe) e quello di competizione, senza il quale non ci sarebbero progresso tecnologico, né, dittature, né guerre.

Da un punto di vista etico, la cooperazione è normalmente considerata un bene, mentre la competizione, in quanto opposta alla cooperazione, un male.

Come ci insegna la psicoanalisi, noi tendiamo a nascondere, anche a noi stessi, tutto ciò che in noi è immorale o politicamente scorretto, per cui finiamo per credere di essere più cooperativi e meno competitivi di quanto in realtà siamo.

Per esempio, l'invidia e l'arrivismo sono manifestazioni dell'istinto di competizione ed è difficile trovare uno che ammetta di essere invidioso o arrivista.

Purtroppo, l'istinto di competizione, sebbene rimosso nell'inconscio, non smette di agire per vie traverse e mistificate, col risultato che la vita sociale, e la conoscenza di se stessi, sono essenzialmente false perché ognuno cerca di sembrare più cooperativo e meno competitivo di quanto sia in realtà.

Sarebbe quindi meglio per tutti ammettere sinceramente, a se stessi e agli altri, che in ognuno di noi albergano entrambi gli istinti di cooperazione e di competizione.

Sull'aggettivo «comune»

L'aggettivo «comune» è di fondamentale importanza nei rapporti interpersonali. Da esso derivano concetti come «condividere» (che significa avere in comune), «comunità», «comunione», «comune» inteso come istituione politica, «comunanza» (cioè affinità, somiglianza) ecc.

Davanti ad un verbo, l'aggettivo «comune» conferisce un senso di socialità, simultaneità, familiarità, uguaglianza, somiglianza, parità, unità, unione ecc.

  • comune appartnere

  • comune possedere

  • comune fare

  • comune volere

  • comune sapere

  • comune stare

  • comune pensare

  • comune sentire

  • comune abitare

  • comune usare

  • comune parlare

  • comune preferire

  • comune temere

  • comune desiderare

  • comune adorare

  • comune obbedire

  • comune odiare

  • comune amare

Sono tutte forme di condivisione, indispensabili per certe cooperazioni.

Per sempificare, possiamo distinguere due modalità relative all'essere in comune: avere (o essere) in comune vs. mettere in comune. La prima modalità è statica in quanto implica una situazione, la seconda dinamica in quanto implica un'azione.

Cooperazione, competizione, valore, status, vergogna

Cooperazione, competizione, valore, status, vergogna. Questi cinque concetti sono tra loro strettamente legati.

La cooperazione è per l'uomo indispensabile, vitale. Al fine di cooperare nel modo migliore possibile, cioè nel modo più produttivo, gli umani competono per avere i partner/compagni/collaboratori migliori o più attraenti, e per essere più attraenti  o migliori come partner/compagni/collaboratori.

Il valore di una persona è la misura della sua competitività in tal senso.

Il valore di una cosa è funzione di quanto il suo possesso contribuisce ad accrescere il valore, e quindi la competitività, del possessore. 

Lo status è il valore comparativo attribuito ad una persona dagli altri, ed indica il suo grado di desiderabilità come partner/compagno/collaboratore.

La vergogna è il sentimento che si prova quando si ritiene di non valere abbastanza, cioè di non avere uno status abbastanza alto, ovvero di non essere abbastanza competitivi nel senso sopra descritto.

In altre parole, ci si vergogna se si pensa di non essere abbastanza desiderabili come partner, ovvero di non avere abbastanza potere né risorse per indurre o costringere gli altri a cooperare.

La rischiosa e politicamente scorretta cognizione della propria diversità

Presumere di essere diversi dagli altri è rischioso e penoso specialmente se gli altri percepiscono tale presunzione. A tal proposito, consideriamo due umani A e B, dove A si sente, o pensa di essere, diverso da B. La cognizione da parte di A della sua diversità rispetto a B può riguardare sia una possibile competizione che una possibile cooperazione tra A e B.

La presunta diversità in senso cooperativo implica la supposizione che, a causa di essa, una cooperazione tra A e B sarebbe molto difficile o impossibile.

La presunta diversità in senso competitivo implica invece la supposizione che A sia superiore o inferiore a B in generale, per cui un’eventuale cooperazione tra i due potrebbe avvenire, tuttavia non in modo paritario, bensì subordinato.

Di conseguenza, a meno che A pensi di essere inferiore a B e sia disposto a cooperare con B in un ruolo subordinato, e che A manifesti tale disponibilità, è probabile che B consideri la presunzione di diversità da parte A (se non celata) come un atteggiamento ostile e offensivo nei suoi confronti. Infatti sarebbe come se A dicesse a B: data la mia diversità (ovvero superiorità) rispetto a te, noi possiamo cooperare solo se tu accetti di farlo in un ruolo a me subordinato.

A causa di tale logica (conscia o inconscia) la diversità umana è un tema tabù, nel senso che è politicamente scorretto parlarne, malgrado il fatto evidente che siamo tutti diversi, sia in senso qualitativo che competitivo, intellettualmente, moralmente, economicamente, politicamente, fisicamente, esteticamente ecc.

Cosa posso offrire agli altri?

Ognuno di noi farebbe bene a chiedersi ogni tanto: cosa posso offrire agli altri? 

Ciò non significa che si dovrebbe necessariamente offrire ciò che potrebbe offrire. L’importante è capire quali sono le nostre capacità, potenzialità e disponibilità, ad offrire agli altri cose che gli altri possono apprezzare, cioè ritenere utili e ricevere con piacere o soddisfazione.

Per rispondere alla domanda dobbiamo prima avere un’idea di cosa (beni materiali e/o servizi, ovvero comportamenti) gli altri potrebbero desiderare o apprezzare da noi.

L’offerta di cui stiamo parlando dovrebbe avere una misura in termini di quantità e di durata, In altre parole dovremmo stabilire quanto potremmo dare agli altri e per quanto tempo.

L’offerta di cui stiamo parlando potrebbe essere condizionata al ricevimento di un compenso da parte degli altri, e alla selezione delle persone a cui l’offerta si rivolge, per cui la domanda potrebbe essere estesa come segue: cosa posso offrire, in quale misura, per quale durata, a chi, e a quali condizioni?

Se la risposta alla domanda è: non c’è nulla che potrei o sarei disposto a offrire agli altri, allora la nostra situazione è tragica, poiché abbiamo abitualmente bisogno degli altri, della loro cooperazione, e questa non ci può essere data abitualmente senza una contropartita, cioè senza una ricompensa (in termini di beni e/o di servizi, ovvero di comportamenti) che noi possiamo offrire in cambio della cooperazione stessa.

Sul bisogno della benevolenza altrui - Tra conformismo e misantropia

Per noi esseri umani, interagire con altri individui della nostra specie costituisce generalmente un problema, anzi, il problema più importante, data la nostra interdipendenza.

Il problema è che gli altri ci possono chiedere certe cose, e se noi ci rifiutiamo di concederle, essi possono odiarci e/o punirci per tale motivo.

Un altro problema è che abbiamo bisogno della collaborazione di altri umani per sopravvivere, e per ottenerla dobbiamo essere come gli altri ci vogliono, e dare o fare qualcosa in cambio, qualcosa che potrebbe avere per noi un costo eccessivo in termini di denaro, di fatica, di umiliazione o di limitazione della nostra libertà. Oppure la collaborazione può esserci negata incondizionatamente, per il semplice fatto che per cooperare vengono preferite altre persone.

Un altro problema è che se diciamo e facciamo certe cose, alcune persone possono disgustarsi o offendersi e punirci di conseguenza. Questo significa che se non vogliamo disgustare né offendere alcuna persona, dobbiamo limitare la nostra libertà di espressione.

Infine, la competizione tra umani genera gelosie e invidie distruttive.

Abbiamo un assoluto bisogno degli altri, della loro benevolenza, e tale bisogno costituisce un problema esistenziale fondamentale, tanto più grande quanto più gli altri sono stupidi, ignoranti, egoisti, egocentrici, cattivi, aggressivi, falsi, gelosi e invidiosi.

Per i motivi sopra esposti, l'uomo oscilla tra il conformismo e la misantropia.

Tuttavia i conformisti temono e disprezzano i misantropi, in quanto li percepiscono come nemici. Perciò ai misantropi conviene nascondere i propri sentimenti verso gli altri in generale.

Adattamento reciproco vs. adattamento comune

La vita sociale richiede un certo grado di adattamento dell’individuo rispetto a coloro con cui esso ha bisogno di interagire e di cooperare per sopravvivere e per soddisfare i suoi desideri.

Io divido l’adattamento sociale in due tipi:

  • adattamento reciproco: è quello che avviene tra due individui quando ognuno si adatta (in una certa misura) alle esigenze e ai desideri dell’altro;

  • adattamento comune: è quello in cui due individui si adattano alle regole (obblighi e divieti) definite da un’autorità terza, come, ad esempio, un genitore o una comunità a cui sono entrambi sottomessi.

Quanto più forte è l’adattamento comune tra due individui, tanto più essi interagiscono secondo regole dettate dall’autorità (politica o culturale) a cui essi sono entrambi sottomessi, e tanto meno essi tendono ad attuare un adattamento reciproco liberamente negoziato e libero da condizionamenti esterni.

Un inconveniente dell’adattamento comune è che le regole che tale adattamento comporta non tengono generalmente conto delle differenze umane, per cui esso può dar luogo ad un disadattamento reciproco, nella misura in cui un individuo differisce dall’individuo generico considerato dall’autorità regolatrice.

Di conseguenza, quanto più una persona differisce dal modello generico di individuo, tanto più le conviene optare per adattamenti reciproci (personalizzati) rispetto ad altre persone, piuttosto che per un adattamento comune.

In sintesi, un adattamento reciproco (diverso per ogni coppia di individui) consente una cooperazione tra le persone coinvolte più soddisfacente, in quanto tiene maggiormente conto delle rispettive caratteristiche particolari.

Cooperazione e servizio

La cooperazione tra due sistemi cibernetici (viventi o non viventi) è basata sul concetto di servizio.

Nel caso degli esseri viventi, un servizio consiste generalmente in un aiuto per la soddisfazione di un bisogno o di un desiderio, e/o per l'ottenimento di un piacere.

Un servizio può essere fornito da una delle due parti a favore dell'altra, oppure da una terza parte a favore di una delle due parti o di entrambe, a seguito dell'azione di una di esse o dell'azione combinata di entrambe.

Specialmente se i sistemi cooperanti sono due persone, può essere utile chiedersi quali siano i servizi che si scambiano, che ottengono da terzi, o che forniscono a terzi, e quali siano i bisogni e i desideri che tali servizi soddisfano, o dovrebbero o potrebbero soddisfare.

La richiesta, la fornitura e il godimento di servizi può essere consapevole e volontaria, oppure inconsapevole e involontaria, ovvero automatica. Per quanto riguarda l'uomo, può anche essere nascosta, dissimulata o mistificata.

Un servizio può essere negoziato, nel senso che ciascuna delle parti può proporre di comportarsi in un certo modo in cambio di un certo comportamento da parte dell'altra, e questa potrebbe accettare o rifiutare la proposta.

Un servizio può essere ottenuto con la forza, o con la violenza, nel senso che può essere ottenuto dal fruitore contro la volontà del fornitore, dietro minacce o semplicemente mediante prelievo forzato.

Un servizio può essere offerto come omaggio, cioè senza richiedere un altro servizio in cambio, anche se normalmente chi offre un servizio si aspetta una benevolenza, ovvero un trattamento di favore da chi ne fruisce.

Per concludere, per capire perché gli esseri viventi si comportano in un certo modo gli uni con gli altri, è utile analizzare la loro cooperazione, più o meno libera o forzata, in termini di servizi.

Economia della soddisfazione dei bisogni

Nella misura in cui per soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della collaborazione di qualcuno, dobbiamo comportarci in modo da ottenerla.

Da questo sillogismo, che è fondamentale nella costruzione della psiche, derivano una quantità di domande come le seguenti.

Della collaborazione di chi ho bisogno e in quale misura?

Sono in grado di comportarmi verso una certa persona nel modo da essa richiesto per ottenere la sua collaborazione? Quanto mi costa? Ne vale la pena?

Nel caso in cui non riesco ad ottenere da una certa persona la collaborazione di cui ho bisogno, con quale probabilità posso ottenerla, in modo ugualmente, o ancor più, soddisfacente, da un'altra persona? In altre parole, con quale facilità posso sostituire una persona con un’altra come collaboratrice per la soddisfazione dei miei bisogni?

La faccenda può (e dovrebbe) essere esaminata anche dal punto di vista dei bisogni dell'altra persona, dando luogo a domande come le seguenti.

Di cosa ha bisogno questa persona?

In che misura questa persona mi ritiene capace di soddisfare i suoi bisogni?

In quale misura potrei aiutarla a soddisfare i suoi bisogn e quanto mi costerebbe?

Con quanta facilità questa persona potrebbe trovare qualcun altro in grado di aiutarla a soddisfare i suoi bisogni in modo ugualmente, o ancor più, soddisfacente?

Cosa vorrei come compenso per soddisfare i suoi bisogni?

La collaborazione ha successo quando entrambe le parti riescono a soddisfare i propri bisogni e quelli altrui ad un costo sostenibile per entrambe, vala a dire quando ne “vale la pena”, e quando non vi sono alternative più facili e/o più convenienti.

Occorre tuttavia considerare il fenomeno dell'attaccamento, per cui tra due persone si stabilisce un legame che si rafforza nel tempo e che tende ad essere esclusivo.

Cooperazione, competizione e selezione

La vita sociale è regolata, tra le altre cose, da due motivazioni opposte: cooperazione e competizione, che talora si escludono a vicenda e altre volte si intrecciano. Spesso, infatti, cooperiamo con alcuni per poter competere con altri e, viceversa, competiamo con alcuni per poter cooperare con altri. D'altra parte, spesso cooperiamo e al tempo stesso competiamo nei confronti di una stessa persona.

La cooperazione può riguardare sia la convergenza delle forze individuali per un obiettivo comune, sia il mutuo aiuto in caso di bisogno.

La competizione può riguardare sia la conquista di una risorsa non condivisibile o di una posizione gerarchica, sia la dominazione o il controllo di una persona sull'altra.

Una particolare forma di competizione, connessa con la competizione, è la selezione, intesa come la capacità che un individuo ha di scegliere le persone con cui interagire, quanto e come farlo. Il fenomeno della selezione comporta un particolare tipo di competizione, che consiste nel cercare di creare le condizioni per essere scelti da qualcuno come partner (amico, camerata, collaboratore, collega, amante, coniuge ecc.) invece di altri, o prima di altri.

In questo quadro, la morale di stampo cristiano, in nome di un'illusoria auspicata socialità puramente cooperativa, ci induce a rimuovere dalla coscienza il nostro spirito competitivo e selettivo, che tuttavia continua ad agire inconsciamente e in modo nascosto, mistificato e dissimulato.

La mente (detta anche psiche) è sempre occupata a gestire, consciamente o inconsciamente, i rapporti con gli altri, dosando opportunamente, con ognuno di essi, cooperazione e competizione.

In tale prospettiva, considerando l'interdipendenza strutturale degli esseri umani, la felicità dipende dalla riuscita della cooperazione reciproca tra le persone, dove tutti gli interattori guadagnano in termini di soddisfazione dei propri bisogni, a spese di nessuno o di qualcuno esterno al "gruppo felice".

Bisogno di importanza

Ogni umano ha bisogno di essere importante per un certo numero di altri. Per “importante” qui intendo rilevante, che conta qualcosa, che non è indifferente agli occhi degli altri, che ha una certa influenza nel comportamento altrui.

Questo bisogno si spiega col fatto che siamo interdipendenti e che non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni senza la cooperazione da parte di un certo numero di altre persone, cooperazione che dipende da quanto siamo importanti per i nostri candidati cooperatori.

Il problema dell’importanza è complesso anche per il fatto che si tratta di una “grandezza” relativa e variabile, e che noi tendiamo consciamente o inconsciamente a misurare (o valutare) le importanze delle varie persone al fine di stabilire una gerarchia di importanza, o, meglio,  gerarchie di importanze, giacché una importanza è sempre relativa ad un certo contesto.

In altre parole, ognuno di noi si chiede, consciamente o inconsciamente, rispetto a ciascuna altra persona: chi tra di noi è più importante? E se qualcuno cerca di apparire importante, la cosa ci irrita, perché è come se quello volesse dimostrare di essere più importante di noi.

Questo avviene perché la cooperazione tra umani è competitiva, cioè ognuno sceglie con chi cooperare e con chi non cooperare secondo l’importanza che attribuisce ai candidati “compagni” rispetto ai propri interessi.

Perciò per molti è preferibile essere disprezzati che ignorati. Perché noi disprezziamo solo persone a cui attribuiamo una certa importanza, sia pure negativa, piuttosto che coloro che ci sono indifferenti, ovvero non sono importanti per noi, né nel bene, né nel male.

In conclusione, è bene tenere sempre a mente che sia noi, che gli altri, abbiamo bisogno di essere riconosciuti come importanti da un certo numero di persone, riconoscimento senza il quale siamo ansiosi, depressi o in preda al panico, e comunque infelici.

Comunanze, singolarità e contrasti tra esseri umani

La cooperazione tra umani si basa sull'avere bisogni, desideri e obiettivi simili, caratteristiche (fisiche e/o psichiche) simili, risorse materiali e immateriali simili, e sulla comune fede o fiducia in (e rispetto di) certi comuni ideali e valori. Questi ultimi sono solitamente rappresentati da personaggi carismatici reali o immaginari.
 
Gli umani, infatti, collaborano soltanto intorno a cose che hanno in comune, per quelle cose e grazie a quelle cose, che chiameremo nel seguito “comunanze”. Chiameremo invece “singolarità” le cose compatibili, e “contrasti” le cose incompatibili, che due persone hanno l’una rispetto all’altra.

Mentre le comunanze favoriscono e promuovono la cooperazione, i contrasti la inibiscono e favoriscono e/o promuovono la competizione e la reciproca distruzione o esclusione.

Le singolarità, invece, finché restano tali, sono neutre per quanto riguarda la cooperazione, la competizione e l'aggressione tra gli interessati. D'altra parte le singolarità sono utili, anzi, indispensabili ai cambiamenti sociali, i quali infatti iniziano con delle singolarità che col passar del tempo diventano comunanze.

Una comunanza tra due persone può costituire al tempo stesso una singolarità o un contrasto rispetto ad una terza persona o a un altro gruppo di persone. Infatti succede spesso che vi siano contrasti tra due gruppi, dovuti al fatto che le persone che li compongono hanno una comune ostilità o avversione verso l'altro gruppo.

Le comunanze tra due persone possono essere più o meno sane, costruttive ed ecologicamente e socialmente sostenibili.

A tal proposito, per la salute del pianeta, per la convivenza pacifica, per il progresso civile e per migliorare i rapporti interpersonali, la filosofia e la psicologia dovrebbero studiare e descrivere le comunanze "buone" e quelle "cattive" (nel senso sopra indicato), le singolarità, e i contrasti che gli esseri umani hanno avuto prevalentemente nel corso della storia, hanno nell'epoca attuale e potrebbero avere in futuro.

Ciò aiuterebbe ognuno a riflettere sulle proprie comunanze, le proprie singolarità e i propri contrasti rispetto agli altri, facilitando i cambiamenti opportuni o necessari in tali ambiti.

Perché una persona si interessa a un’altra persona

Una persona A si interessa a una persona B per vari possibili motivi, tra i quali i seguenti:

  • A è attratto/a eroticamente da B e mira ad un contatto fisico con B

  • A spera in una cooperazione con B per un comune vantaggio

  • A spera di ottenere da B riconoscimenti e/o approvazioni in quanto B, per A, rappresenta l’umanità in generale o la comunità a cui A appartiene

  • A, interagendo con B in modo lodevole, può ottenere lodi da B e/o da altre persone

  • A ha compassione di B e desidera alleviare le sofferenze di B

  • A ha simpatia per B e cerca di favorirlo

  • A cerca di sfruttare B a proprio vantaggio

  • A sospetta che B possa costituire una minaccia per A e vuole scoprire quanto ciò sia è vero

  • A cerca di ostacolare, danneggiare o allontanare B se lo considera un pericolo per sé o per la propria comunità, o se gli è antipatico

  • A ha bisogno di interagire con qualcuno e B è un’opzione

  • A considera B un modello da imitare per assicurarsi l'appartenenza alla propria comunità

  • A sente una certa affinità verso B e cerca di fare a B ciò che vorrebbe fosse fatto a se stesso

  • Ecc.


Cosa ci preoccupa

Il motivo più diffuso di preoccupazione, di angoscia e di stress mentale per noi umani è costituito dall'atteggiamento degli altri nei nostri confronti. Infatti, essendo interdipendenti, è per noi indispensabile (questione di vita o di morte) che gli altri abbiano verso di noi un atteggiamento sufficientemente cooperativo e non troppo ostile o aggressivo. Di conseguenza il nostro comportamento conscio e inconscio, volontario e involontario, è costantemente diretto a tale fine.

Per tale motivo, in ogni momento, abbiamo bisogno di conoscere la nostra “situazione sociale”, ovvero quali siano i livelli di cooperazione e di ostilità degli altri nei nostri confronti, allo scopo di adeguare il nostro comportamento per migliorare tali livelli, o per evitare che peggiorino.

In tal senso la nostra “intelligence” conscia e inconscia si pone domande come le seguenti: cosa pensano gli altri di me? Come mi giudicano? Quanto io sono attraente per loro? Quanto io sono per loro repellente? Quanto io sono importante per loro? Quanto mi temono? Quanto mi stimano? Quale status mi attribuiscono? Quali appartenenze mi attribuiscono? Come mi classificano? Quanto mi approvano? Quanto mi disapprovano? Quanto desiderano interagire con me? Quanto desiderano cooperare con me? Quanto desiderano il mio bene? Quanto desiderano la mia rovina? Quanto mi amano? Quanto mi odiano? Quanto sono sinceri e quanto falsi con me? In che modo i loro progetti mi possono danneggiare o favorire? In cosa siamo in competizione? Che potere hanno su di me? Che potere ho su di loro? Ecc. ecc.

Tutte queste domande sono per lo più inconsce, tuttavia sappiamo che l'inconscio suscita emozioni e sentimenti che determinano il nostro comportamento sia quando siamo soli che quando siamo in presenza degli altri.

Suppongo inoltre che i neuroni specchio abbiano un ruolo importante nel rispondere inconsciamente a tali domande.

Per quanto sopra, abbiamo tutto l’interesse di rendere consce le nostre preoccupazioni inconsce. Solo così possiamo trasformare un’angoscia di origine sconosciuta in un esame consapevole della nostra situazione sociale, ed elaborare razionalmente la nostra strategia sociale tenendo conto dei nostri bisogni e di quelli altrui.

Vedi anche Domande sui rapporti interpersonali.

 

Psicologia del potere sociale

Una gran parte del comportamento umano può essere spiegata mediante i concetti della psicologia del potere sociale.

Per potere sociale intendo la capacità di un individuo di influenzare altri a comportarsi in certi modi a lui favorevoli.

Il potere sociale può essere più o meno attivo e/o passivo.

Per potere sociale attivo intendo la capacità di un individuo di indurre altri individui a servirlo, ovvero a obbedire ai propri comandi e/o a soddisfare i propri desideri.

Per potere sociale passivo intendo la capacità di un individuo di indurre altri individui a preferirlo nella concorrenza con altri per qualsiasi tipo di cooperazione.

Per psicologia del potere sociale intendo una psicologia basata sui seguenti assiomi:

  • ogni essere umano ha un forte bisogno (conscio e/o inconscio) di possedere e di esercitare un certo potere sociale sugli altri, per cui (1) desidera (consciamente e/o inconsciamente) aumentare il proprio potere sociale il più possibile (per quanto gli sia consentito in modo sostenibile), e (2) teme (consciamente e/o inconsciamente) la diminuzione dello stesso;

  • ogni essere umano è caratterizzato da una maggiore o minore tendenza (conscia e/o inconscia) a cercare il potere sociale attivo piuttosto che quello passivo, o viceversa.

In base alla psicologia del potere sociale è possibile definire i seguenti due tipi umani (con l'avvertenza che un individuo può apartenere in una certa misura a entrambi i tipi in momenti diversi o allo stesso tempo):

  • il tipo MPA (motivato al potere attivo): è la persona che cerca (consciamente e/o inconsciamente) di costringere o convincere altre persone (mediante la forza, la violenza, l'astuzia, o risorse come il denaro e altri beni) a cooperare con essa nei modi che le convengono;

  • il tipo MPP (motivato al potere passivo): è la persona che cerca di essere il più possibile attraente o allettante (coltivando qualità come la propria bellezza fisica, la bellezza dei suoi accessori e del suo ambiente, la propria salute e forza fisica, la propria moralità, le proprie capacità intellettuali, la propria capacità e disponibilità a soddisfare i desideri altrui, la propria ospitalità ecc.) al fine di essere preferita nella scelta da parte degli altri come partner (sessuale, familiare, ludico, amicale, economico, lavorativo, progettuale, ecc.)

Nella nostra cultura la maggior parte delle persone di sesso maschile sono di tipo MPA, mentre la maggior parte delle persone di sesso femminile sono di tipo MPP, tuttavia non sono rari gli uomini di tipo MPP e le donne di tipo MPA.

Guerra e pace

(Mio intervento al caffè filosofico del 12/5/2022 sul tema "Guerra e Pace")

Nella sua introduzione, Anna Caterina ci suggerisce due punti di vista per affrontare il tema di questa sera.

Il primo riguarda il modo in cui stiamo vivendo questa guerra, nella quale siamo coinvolti anche se ad una distanza che per ora è abbastanza grande da non imporci prese di posizione e scelte drammatiche.

Il secondo punto di vista riguarda il nostro atteggiamento generale verso i conflitti, ovvero come affrontiamo le contrarietà e i conflitti della vita, specialmente quelle sociali.

Riguardo al primo punto io provo sgomento per il persistere, in Russia, di una mentalità miserabile, in cui coesistono una dittatura sanguinaria, che non esita a uccidere i suoi oppositori, la negazione della libertà di espressione, un consenso di massa favorevole alla dittatura stessa nonostante le sue malefatte (o proprio grazie alle sue malefatte), una fierezza nazionale fondata su una narrazione storica delirante di tipo imperiale e imperialista, una religiosità popolare gravemente corrotta e collusa col potere politico. D’altra parte sono sgomento per le giustificazioni dell’operato di Putin da parte di politici e intellettuali italiani, e non solo italiani. Tutte queste cose insieme mi demoralizzano in quanto evidenziano lo stato miserabile dell’umanità (nonostante tremila anni di cosiddetta civiltà) e la lunga e difficile strada che dobbiamo ancora percorrere per uscire dallo stato bestiale e psicopatico in cui ancora ci troviamo. A tal proposito ricordo l’aforisma di Nietzsche che dice: "Nei singoli la follia è una rarità: ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.”

Riguardo al secondo punto, il mio atteggiamento generale verso i conflitti è combattivo, ma incline alla negoziazione. Non sono il tipo che combatte solo per principio, né combatto quando ho poche probabilità di vincere. Inoltre cerco di capire le ragioni dell’avversario, anche per poter negoziare un compromesso realistico ed efficace.

Per me la conflittualità umana è inevitabile in quanto effetto della competizione, la quale è scritta nei nostri geni, come pure il bisogno di cooperazione. Non possiamo eliminare la competizione, possiamo solo gestirla con intelligenza e lungimiranza. Infatti la cooperazione tra individui implica da una parte la selezione delle persone con cui cooperare e quelle con cui non cooperare, e dall’altra la selezione dei modi, ovvero delle regole, con cui cooperare. A tale proposito noi competiamo per ottenere la cooperazione delle persone più interessanti e attraenti rifiutando le altre, e competiamo per imporre alle persone con cui intendiamo cooperare le regole della cooperazione stessa, secondo i nostri gusti e interessi, che possono essere diversi da quelli altrui.

La pace, dunque, per me non è altro che un compromesso intelligente e informato tra interessi e gusti divergenti, compromesso che richiede un elevato grado di intelligenza, di istruzione e di conoscenza della natura umana.

Verso una psicologia della cooperazione

Per un essere umano la cooperazione con altri umani è la cosa più importante dopo la soddisfazione dei propri bisogni fisici. D'altra parte, per soddisfare tali bisogni, la cooperazione con altri umani costituisce un prerequisito indispensabile. È in tal senso che dobbiamo intendere il detto "l'uomo è un animale sociale". In altre parole, l'uomo è un animale sociale perché non può fare a meno di esserlo, pena la morte dell'individuo e l'estinzione della nostra specie.

Quanto ho appena scritto costituisce l'assioma della mia ricerca sulla cooperazione sociale intesa come motivazione fodamentale dell'uomo, sulle forme che essa può assumere, sulle strutture mentali dedicate alla sua realizzazione, e sulle sue conseguenze nel comportamento umano. Infatti, a mio avviso, il bisogno di cooperazione costituisce la chiave di compresione di tutto il comportamento sociale umano, se non del comportamento umano tout court.

A tale riguardo oserei dire che le gioie e le sofferenze umane sono sempre direttamente o indirettamente collegate alla soddisfazione o alla insoddisfazione del bisogno di cooperazione.

Suppongo inoltre che tutti i bisogni umani, tranne quelli fisici, e il bisogno di coerenza, siano strumentali alla soddisfazione del bisogno di cooperazione.

Il concetto di cooperazione, nel mio discorso, va inteso in senso lato in quanto include sia la cooperazione volontaria e consapevole, sia quella involontaria, quella inconscia, e quella ottenuta con l'uso della forza, della violenza, o della minaccia.

Nel corso del saggio che ho in mente di scrivere sulla psicologia della cooperazione, intendo trattare diversi aspetti della cooperazione sociale tra cui:

  • i diversi tipi di cooperazione;

  • i fattori e le condizioni che contribuiscono positivamente o negativamente alla cooperazione tra due esseri umani;

  • le regole della cooperazione;

  • come i valori infuenzno la cooperazione;

  • la pragmatica della comunicazione;

  • il rapporto tra cooperazione e competizione

  • la cooperazione come restrizione della libertà individuale

  • cooperazione e legame;

  • Status e cooperazione

  • Appartenenza e cooperazione

  • Dominazione e cooperazione

  • Bellezza e cooperazione

  • Bisogni fisici e cooperazione

  • Libertà e cooperazione

  • Conoscenza e cooperazione

  • Cooperazione, gelosia invidia

  • Cooperazione e selezione

  • Cooperazione condizionata

  • Grado di cooperazione

  • Il costo della cooperazione

  • Cosa chiedere, cosa offrire

  • Cooperazione sessuale

  • Cooperazione e intrattenimento

  • Cooperazione e divertimento cooperazione e compagnia

  • Cooperazione e ruoli

  • Cooperazione e disuguaglianza

  • Cooperazione, finzione e inganno

  • Tipi e forme di cooperazione

  • Cooperazione e servitù

  • Cooperazione creativa

  • Cooperazione e conformismo

  • Cooperazione e valori

  • Cooperazione e morale

  • Cooperazione e religione

  • Cooperazione e disturbi mentali

  • Cooperazione e violenza

  • Do ut des

  • Paura di perdere la collaborazione altrui

  • Cooperazione e umorismo

  • Cooperazione e capacità

  • Cooperazione e competitività

  • Cooperazione e gusti

  • Famiglia e cooperazione

  • Cooperazione e fedeltà


Come ottenere la cooperazione altrui


  • Scegli bene le persone con cui vale la pena di cooperare

  • Confronta i vantaggi e gli svantaggi di un'eventuale cooperazione

  • Non manifestare disprezzo verso cose care all'altro

  • Non umiliare, né disprezzare, né offendere l'altro

  • Non mostrare all'altro le tue superiorità

  • Mostra interesse per gli interessi, i bisogni e i desideri dell'altro

  • Presta attenzione all'altro

  • Cerca di capire se e come potresti aiutare l'altro

  • Mostrati disponibile ad aiutare l'altro

  • Renditi utile all'altro

  • Non mostrarti arrogante, né misantropo

  • Fai capire all'altro che l'esserti amico può essergli utile

  • Cerca di capire i sentimenti e le emozioni dell'altro

  • Dimostra empatia per i sentimenti dell'altro

  • Usa l'autoronia e ridi di te stesso

  • Non nascondere all'altro le tue fragilità e debolezze

  • Considera cosa l'altro vuole da te, cosa ti offre, cosa tu vuoi da lui, e cosa gli offri

  • Considera e rispetta le debolezze e le fragilità dell'altro

  • Cerca di capire le cose che possono irritare l'altro ed evita di evocarle

  • Non dare a vedere all'altro che lo giudichi o che potresti giudicarlo

  • Non mostrarti diffidente verso l'altro

  • Cerca di capire se tu e l'altro avete affinità o interessi comuni

  • Cerca di capire cosa tu e l'altro potreste condividere

  • Non parlare all'altro di cose che non può capire

  • Non chedere all'altro ciò che non può fare

  • Se l'altro ti critica, rispondigli che prenderai in considerazione le sue critiche

  • Non permettere all'altro di offenderti, di mentirti o di violare i tuoi diritti


Il dramma dell’esistenza umana: tra appartenenza, libertà, collaborazione, e competizione

Questo articolo è stato scritto da ChatGPT in risposta al mio prompt seguente: "Il dramma dell'esistenza umana consiste nell'affrontare continuamente due dilemmi inconciliabili nei rapporti con gli altri e nei rapporti tra la propria coscienza e il proprio inconscio: il dilemma tra appartenenza e libertà, e quello tra collaborazione e competizione."
Scrivi un piccolo saggio filosofico e psicologico che sviluppa questo aforisma.

La condizione umana è segnata da una tensione permanente, una dialettica irrisolta che attraversa tanto i rapporti interpersonali quanto quelli interiori. L’essere umano, in quanto animale sociale dotato di coscienza riflessiva, si trova a vivere due dilemmi fondamentali: da un lato, quello tra appartenenza e libertà, dall’altro, quello tra collaborazione e competizione. Questi dilemmi, lungi dall’essere occasionali, costituiscono l’ordito stesso dell’esistenza.

Il bisogno di appartenenza e il desiderio di libertà

L’essere umano nasce radicalmente dipendente: ha bisogno dell’altro per sopravvivere, crescere, apprendere. Da qui nasce il bisogno di appartenenza, di essere accolti, riconosciuti, parte di un “noi” che conferisce identità. Ma col progredire della coscienza, si afferma un secondo bisogno, quello di libertà: essere sé stessi, differenziarsi, autodeterminarsi.

La tensione tra questi due poli è strutturale e mai del tutto componibile. La libertà totale minaccia l'appartenenza, perché ogni passo verso l’autonomia rischia l’alienazione e l’isolamento. D'altro canto, l'appartenenza assoluta soffoca l'individuo, lo riduce a funzione del gruppo, ne vincola l’autenticità. Così, ognuno si muove in un campo minato, costretto a negoziare continuamente la propria posizione tra il desiderio di fusione e quello di affermazione.

Collaborazione e competizione: la scena sociale

Il secondo dilemma è quello tra collaborazione e competizione. Entrambi elementi fondativi del vivere sociale, sembrano inconciliabili, eppure coesistono in ogni organizzazione umana. La collaborazione è necessaria per la sopravvivenza collettiva: permette il mutuo soccorso, la costruzione di reti, la condivisione delle risorse e delle competenze. Tuttavia, la competizione è altrettanto strutturale, radicata nell'evoluzione e nel bisogno di riconoscimento, distinzione, successo.

Anche qui, l’essere umano si trova a oscillare: troppo spirito competitivo dissolve il tessuto sociale e alimenta conflitto, invidia, esclusione. Troppa cooperazione, se cieca, può generare conformismo e appiattimento. La difficoltà sta nel trovare un equilibrio tra la spinta a vincere con gli altri e quella a vincere sugli altri.

Il riflesso interiore: coscienza e inconscio

Questi dilemmi non si esauriscono sul piano esterno. Ogni essere umano porta dentro di sé la stessa frattura: la coscienza razionale che cerca coerenza, controllo, e l’inconscio che custodisce pulsioni contraddittorie, desideri antichi, ambivalenze non integrate. La coscienza tende a scegliere, ordinare, moralizzare; l’inconscio, invece, è il luogo del “non scelto”, dell’ombra, del caos originario. I dilemmi esterni si riflettono così in una battaglia interna: tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo, tra la maschera sociale e la verità psichica, tra l’ordine e il desiderio.

Convivere con il paradosso

Il dramma dell’esistenza umana, dunque, non sta tanto nella presenza di questi dilemmi, quanto nella loro irrisolvibilità. Ogni tentativo di sopprimerne uno dei poli genera sofferenza, nevrosi, alienazione. E tuttavia, accettare questi paradossi come strutture dell’essere, come tensioni da abitare piuttosto che da eliminare, può aprire uno spazio di consapevolezza. Non si tratta di trovare una soluzione definitiva, ma di imparare a danzare sul crinale, tra fusione e autonomia, tra dono e affermazione, tra ciò che siamo per gli altri e ciò che siamo per noi stessi.

In questa danza, precaria e mai conclusa, si gioca la possibilità di un'esistenza autentica.

La legge del gradimento

A mio parere, una delle leggi fondamentali che regolano l’attività dell’inconscio è quella che io chiamo la “legge del gradimento”. Infatti suppongo che una motivazione fondamentale, conscia o inconscia, di ogni umano sia quella di essere graditi ad una certo numero di altri umani, Ciò è dovuto al semplice fatto che, in mancanza di tale gradimento, è difficile per un individuo ottenere dagli altri la cooperazione indispensabile per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni.

Col termine “gradire” io intendo una gamma di disposizioni cognitive ed emotive di diversa qualità e intensità, che includono amare, piacere, approvare, stimare, rispettare, provare simpatia, fascino, affinità, solidarietà, fiducia, interesse, curiosità  ecc. nei confronti di una persona.

Tuttavia, essere graditi agli altri non è facile, e a volte è impossibile, per vari motivi, e questa difficoltà o impossibilità è a mio avviso una delle maggiori cause d'infelicità per tutti gli esseri umani.

Essere graditi è difficile in primo luogo perché per ottenere il gradimento di una certa persona, uno deve corrispondere alle aspettative, agli ideali e ai valori di quella persona. In poche parole, uno deve essere come l’altro lo vuole.

Ovviamente ci può essere una discrepanza più o meno grande tra il tipo di persona desiderata dall’altro è il tipo di persona che si è. Quando tale discrepanza diventa rilevante, uno può essere tentato di cambiare la propria personalità per adattarla al tipo richiesto, ma questo adattamento può essere praticamente impossibile, o avere un costo che non vale la pena di pagare.

In secondo luogo, essere graditi è difficile per ragioni di competizione. Infatti, un umano può cooperare con un numero limitato di altri umani, e si trova perciò a scegliere con chi entrare in una relazione cooperativa. La scelta delle persone con cui relazionarsi non è casuale, ma normalmente selettiva, nel senso che si scelgono, consciamente o inconsciamente, le persone che maggiormente corrispondono ai propri tipi ideali. Di conseguenza, può sempre succedere, date due persone che si gradiscono reciprocamente, che ne sopraggiunga una terza che risulti maggiormente gradita, e quindi preferibile, per una di esse. Ne consegue spesso che il rapporto iniziale sia sostituito da uno nuovo stabilito con la persona sopraggiunta. In tal caso può nascere una competizione tra due persone per ottenere il maggior gradimento da parte della terza, competizione che termina normalmente con l’esclusione del perdente.

Inoltre può succedere che il gradimento tra due persone A e B non sia reciproco. Cioè che A sia gradito a B, ma B non sia gradito ad A. Ovviamente, in assenza di reciprocità di gradimento, una relazione è impossibile oppure dura poco.

A fronte delle difficoltà sopra descritte, la mente conscia, e ancor più quella inconscia, di ogni umano sono continuamente occupate nel cercare di stabilire cosa convenga fare e cosa convenga non fare per ottenere il maggior gradimento possibile dal maggior numero possibile di persone al minor costo possibile in termini di necessità di sacrificare parte della propria natura e/o dei propri beni.

C’è inoltre la necessità di stabilire quale sia il numero sufficiente di persone da cui essere graditi, numero che comunque non può essere inferiore a uno. Tuttavia si può decidere di prendere una posizione sgradita a tutte le persone conosciute nella  speranza di essere graditi da qualcuno che ancora non si è incontrato. Allo stesso tempo è necessario stabilire i tipi di persone dalle quali cercare di esere graditi.

Un’altra costante occupazione della mente umana consiste nello stabilire il limite entro il quale è tollerabile e conveniente adattarsi ai desideri e alle aspettative di un’altro, e oltre quale limite tale adattamento è intollerabile o non conveniente.

Per concludere, credo che nessun umano possa sfuggire alla legge del gradimento sopra descritta, e che perciò ci convenga obbedire ad essa in modo consapevole, intelligente e razionale.

Sul giudicare

Giudicare una cosa (concreta o astratta) o una persona significa decidere se essa sia (in una certa misura) vera o falsa, buona o cattiva, bella o brutta, utile o inutile, efficace o inefficace, potente o impotente, ecc.

A tal proposito possiamo distinguere diversi tipi di giudizio, come i seguenti:

  • giudizio logico (vero/falso)

  • giudizio etico (buono/cattivo)

  • giudizio estetico (bello/brutto)

  • giudizio utilitaristico (utile/inutile)

  • giudizio pragmatico (efficace/inefficace)

  • giudizio politico (potente/impotente)

  • ecc.

Il giudicare comporta anche l’opzione di decidere se vi sono elementi sufficienti e sufficientemente chiari per poter esprimere un giudizio, o altrimenti, se sia opportuno sospendere il giudizio stesso.

Inoltre, un giudizio può anche risultare neutro (cioè né vero, né falso, né buono, né cattivo, ecc.) o irrilevante.

Giudicare o valutare (verbi che possiamo considerare sinonimi) non comportano necessariamente l’espressione o dichiarazione del giudizio(alla persona oggetto del giudizio, o a terzi), né la condanna ad una punizione o un rimprovero (in caso di giudizio sfavorevole), né una premiazione o una lode (in caso di giudizio favorevole). In altre parole, l'opportunità di esprimere un giudizio morale è indipendente dall'opportunità di giudicare.

Ogni essere umano è allo stesso tempo giudice e giudicato, nel senso che gli umani si giudicano reciprocamente (e giudicano anche se stessi) consciamente o inconsciamente, e decidono come comportarsi l’uno con l’altro in base a tali giudizi.

Essere oggetto di un giudizio sfavorevole da parte di altri (come falso, cattivo, brutto, inutile, inefficace, impotente, ecc.) è terribile in quanto può comportare l’emarginazione sociale del giudicato. In tal senso, il compito principale dell’inconscio è quello di imporre alla coscienza del soggetto comportamenti tali da ottenere dagli altri (cioè dalle persone più importanti per sé) i giudizi più favorevoli possibile.

I giudizi possono pertanto costituire armi (offensive e/o difensive), incentivi e strumenti nella competizione e nella cooperazione tra umani.

Perciò, a mio avviso, abbiamo tutti, consciamente o inconsciamente, paura del giudizio sfavorevole altrui, e cerchiamo di evitare di subire un giudizio, a meno che non siamo fiduciosi che esso sia a noi favorevole.

Un altro aspetto problematico del giudicare è il confronto tra giudizi e le gerarchie basate sulle differenze dei giudizi sulle persone.

Infatti, proprio perché i giudizi non sono normalmente binari (esempio: buono o cattivo) ma quantitativi (esempio: più o meno buono e/o cattivo) nel giudicare due persone una di esse risulterà normalmente migliore o peggiore dell’altra in una certa categoria di confronto, dato che è improbabile che il giudizio sia esattamente uguale, in alcuna delle diverse categorie.

In altre parole, la competizione e le gerarchie tra umani sono basate sul giudizio su chi sia più “valevole”, “valido” o "valoroso" (cioè più vero, buono, bello, utile, efficace, potente, ecc.) dell’altro.

Il giudizio comparativo è importante non solo nella competizione, ma anche nella cooperazione, nella selezione e nell’imitazione, ovvero in tutti i processi di interazione sociale.

Infatti, in una libera cooperazione, ognuno è libero di scegliere i partner “migliori” che può sperare di ottenere, ed esercita normalmente tale libertà. Anche nei processi di imitazione tendiamo a imitare i modelli che giudichiamo “migliori”.

Un altro problema legato al giudicare è quello della reciprocità del giudizio, nel senso che se una persona A giudica sfavorevolmente una persona B, e B lo sa, B tende a giudicare sfavorevolmente la persona A. Analogamente, se una persona A giudica favorevolmente una persona B, e B lo sa, B tende a giudicare favorevolmente la persona A. Questo fenomeno può dar luogo all’inibizione dei giudizi sfavorevoli e alla promozione di quelli favorevoli, come strategia, conscia o inconscia, per facilitare la cooperazione sociale e la reciproca accettazione.

Da quanto sopra, risulta evidente che il giudicare è fondamentale in tutti i rapporti sociali, e per questo dovrebbe essere studiato con molta cura sia in filosofia che in psicologia.

Tuttavia, per la maggior parte della gente il termine “giudicare” ha una connotazione negativa, come di qualcosa di politicamente scorretto, di divisivo, da evitare il più possibile, con la conseguenza che quasi tutti giudicano inconsciamente, e negano di farlo.

Una delle conseguenze più pericolose di questo stato di cose nella nostra civiltà attuale è il declino della morale, dovuto anche al declino delle religioni, che hanno sempre avuto il monopolio della morale stessa. Allo stesso tempo viene glorificata una libertà senza limiti, che è soprattutto libertà dai giudizi morali.

Per concludere, la gente, con poche eccezioni, non ama parlare di morale ed evita di parlarne. Ciò sta rendendo la nostra civiltà sempre più amorale, dato che esercitare la morale consiste nel giudicare se un certo comportamento sia più o meno buono o cattivo.

Gerarchie dell’inconscio - Lo status come regolatore della vita sociale

Il comportamento umano (di cui fa parte anche il pensiero) è determinato da motivazioni per lo più inconsce. Tra queste, alcune sono simili a quelle di altri animali, altre sono tipicamente ed esclusivamente umane. 

Data l'interdipendenza degli esseri umani, le motivazioni tipicamente umane sono incentrate sul bisogno di cooperazione sociale e includono ogni strategia e tattica che possa facilitare la cooperazione stessa.

La cooperazione sociale ha un costo in termini di obblighi e di limitazioni della libertà individuale in quanto nessun umano concede la sua cooperazione “gratuitamente”. Infatti ognuno esige, in cambio della propria cooperazione, un adeguato bene o un’adeguata cooperazione, ovvero certi comportamenti e certe limitazioni di comportamento da parte di coloro con con cui coopera.

Dato il bisogno (e/o desiderio) umano di libertà, la motivazione umana fondamentale consiste nell’ottenere la massima cooperazione col minimo “costo”, cioè mantenendo la massima libertà (compresa quella di interrompere la cooperazione, o di modificarne i termini, quando si vuole)  riducendo al minimo i necessari impegni per quanto possibile.

La cooperazione sociale è regolata da leggi (scritte e non scritte) stabilite da tradizioni e da autorità comunemente riconosciute, leggi che devono essere accettate e rispettate come condizione per poter cooperare. Tali leggi, diverse in ogni gruppo sociale, stabiliscono forme, norme, valori, obblighi e libertà nelle relazioni cooperative. In quasi tutte le società democratiche, tra le libertà riconosciute c’è quella di scegliere i propri partner nei vari ambiti. In altre parole, ognuno può scegliere con chi cooperare e con chi non cooperare.

Il fatto che nessuno sia obbligato a cooperare con qualcuno (cioè che la cooperazione sia un diritto ma non un dovere) fa sì che la cooperazione non sia mai garantita (tranne nell’infanzia, da parte dei genitori verso i figli), ma sia soggetta all’”attrattività” della propria persona. In altre parole, quanto più una persona è “attraente” in un certo ambito, tanto più facilmente trova persone interessate a cooperare con essa in quell’ambito.

La probabilità di trovare persone disponibili a cooperare con se stessi è anche determinata dalle risorse di cui un individuo può disporre per “comprare” o imporre la cooperazione stessa. In altre parole, tale probabilità è legata al “potere” politico ed economico di cui la persona dispone.

Per quanto detto sopra, possiamo ipotizzare la presenza, nella logica dell’inconscio, di due tipi di gerarchie sociali, che io chiamo “gerarchie capacitive” e “gerarchie attrattive”.

Per “gerarchia capacitiva” intendo una scala comparativa della capacità (cioè del potere) di imporre ad altri regole di cooperazione (obblighi e libertà) a cui sottostare, oppure di “comprare” una certa cooperazione.

Per “gerarchia attrattiva” intendo una scala comparativa dell’attrattività (nel senso di desiderabilità) dei membri di una certa comunità in un certo ambito, ovvero della probabilità di essere scelti come partner di cooperazione nell’ambito considerato.

I principali ambiti delle gerarchie capacitive sono: politica, economia, finanza, scienze, facoltà accademiche, media, istituzioni sociali, organizzazioni, imprese ecc.

I principali ambiti delle gerarchie attrattive sono: bellezza della persona e dei suoi averi, salute, intelligenza, cultura, competenze tecniche, capacità varie, moralità, conformità ai costumi sociali e alle mode, ecc. Tuttavia, una posizione più alta in una gerarchia capacitiva rende una persona generalmente anche più “attraente” per una cooperazione.

Io suppongo che nell’inconscio di ogni umano vi sia un meccanismo omeostatico che in ogni momento misura la posizione (o "status") della persona nelle varie gerarchie capacitive e attrattive, e attiva comportamenti tesi ad evitare decrementi e a favorire incrementi degli status stessi. Infatti, quanto più lo status è basso in quante più gerarchie, tanto più si perde potere, autorevolezza, autorità, competitività, attrattività, dignità e appartenenza sociale, ovvero tanto più ci si avvicina all’emarginazione sociale, all’isolamento e alla “morte civile”. Suppongo che così l'inconscio "ragioni" e "funzioni".

Ovviamente, la misura degli status propri e di quelli altrui (che vengono continuamente confrontati a livello inconscio) è sempre soggettiva e deve fare i conti con le reciproche misure fatte dagli altri ed espresse in modi più o meno espliciti e più o meno pubblici. Quando le valutazioni reciproche differiscono in senso sfavorevole per noi (nel senso che la stima che l'altro ha per noi è inferiore alla nostra autostima) può nascere in noi un'antipatia, una rabbia e un senso di ingiustizia verso l'altro. Tali reazioni emotive possono dar luogo, da parte nostra, a comportamenti aggressivi tesi ad imporre all'altro le nostre valutazioni, ovvero ad umiliarlo, a fargli capire che sbaglia, che ha certi difetti, che vale meno di quanto crede, e che, di conseguenza, merita uno status (in un certo ambito) più basso di quello che ritiene di avere, e comunque più basso rispetto al nostro.

Ogni società è caratterizzata da un certo grado di competitività, nel senso che alcune sono più competitive di altre. Comunque in ogni società c’è una continua, "normale", competizione per i ranghi più alti possibili nelle varie gerarchie, specialmente quelle in cui uno si sente più competitivo, mentre si rinuncia normalmente a competere nelle gerarchie in cui si sa di avere poche probabilità di ottenere buone posizioni.

In tale quadro ci sono persone che assumono (o a cui viene conferito) il ruolo di facilitatori dell’ascesa gerarchica in un certo ambito. Si tratta di intellettuali, professori, giornalisti, autori, artisti, architetti ecc. e dei cosiddetti “influencer”, che, per professione, forniscono insegnamenti e consigli su come salire o evitare di scendere in certe scale gerarchiche.

Io suppongo che al giorno d’oggi vi sia una generale rimozione (in senso psicoanalitico) dell’interesse per le gerarchie sociali e della motivazione a raggiungere e mantenere status più alti possibili in quanti più ambiti possibili. In altre parole, tale motivazione viene spesso negata, mistificata e dissimulata, malgrado il fatto che, da sola, potrebbe spiegare la maggior parte dei comuni comportamenti sociali.

Ritengo che la tendenza a conquistare e a difendere status desiderabili dovrebbe essere moderata per evitare eccessi distruttivi sia a livello sociale che individuale, e psicopatie come il narcisismo, la megalomania e la depressione nervosa. Tuttavia nessuna moderazione è possibile se non riconosciamo e non ammettiamo la presenza, in ognuno di noi, di motivazioni come quelle che ho descritto in questo articolo, che necessitano di una moderazione.


Vangelo ateo (umanista)

Il vangelo cristiano giunto fino a noi (inteso come il Nuovo Testamento della Bibbia) è, a mio avviso, incompatibile con la modernità. La sua “buona novella” (questa è l’etimologia di "vangelo") non è più buona, ammesso che lo sia mai stata.

Per affrontare le sfide del nostro tempo e per evitare il rischio di una catastrofica estinzione della nostra specie a causa dello sfruttamento incontrollato e dell’inquinamento del pianeta, abbiamo bisogno di sostituire il vangelo cristiano con un nuovo testo adatto alla nostra epoca. Dovrebbe essere un libro di 200-300 pagine che delinei le cose più importanti per il nostro benessere psico-fisico individuale e per la convivenza civile pacifica, risultanti dalle scoperte scientifiche e dalle riflessioni umanistiche più recenti.


Abbiamo bisogno di questo nuovo vangelo per condividere su scala mondiale (tra miliardi di persone) le nozioni essenziali utili per una sana interazione tra esseri umani, e per ridurre le cause che la ostacolano, tra cui la competizione sfrenata, il conformismo acritico e la mancanza di empatia verso i meno fortunati.

A mio avviso il vangelo cristiano ha vari difetti che lo rendono anacronistico e impraticabile, tra cui i seguenti.

  • Fa continuamente riferimento al Dio dell’Antico testamento come autorità suprema e assoluta che premia e castiga gli umani in funzione di una cieca sottomissione al suo volere. Questi riferimenti sviliscono l'uomo riducendolo a schiavo di un indiscutibile volere altrui, sono incompatibili con l’ateismo e l’agnosticismo sempre più diffusi, e rendono di conseguenza il testo evangelico non credibile razionalmente.

  • Non sostituisce l’Antico testamento (pieno di atrocità e assurdità commesse o volute da Dio), ma lo completa, e in tal senso lo conferma e lo convalida.

  • Propone un’etica non realistica, praticabile solo da “santi”, non da persone comuni. Amare il prossimo come se stessi, porgere l’altra guancia in caso di offesa, rinunciare ad ogni ricchezza, ecc. sono precetti fondamentali della dottrina evangelica, che però quasi nessuno dei sedicenti cristiani pratica, determinando una discrepanza incolmabile, strutturale, tra credenza religiosa e comportamento effettivo verso il prossimo, che dà luogo ad un senso di colpa sistematico o ad una cecità alle incoerenze.

  • Sminuisce l’importanza della felicità terrena  (fino al disprezzo di essa) a favore di quella presunta ultraterrena. Elogia e glorifica i perdenti e i sofferenti promettendo loro una ricompensa dopo la morte. Dice che “gli ultimi saranno i primi”, ma non in questa vita. Una promessa che non vale nulla per chi non crede in una vita dopo la morte, né nell’esistenza di un Dio giudicante.

  • Non giustifica la necessità di rispettare il prossimo e di solidarizzare con esso se non per imposizione divina. Infatti, per il Vangelo dovremmo essere altruisti solo perché Dio ce lo chiede, per cui chi non crede in Dio non avrebbe alcun motivo per amare il prossimo. Gli altri, in tal senso, non avrebbero alcun valore in quanto esseri umani (simili ed empatici gli uni verso gli altri), ma solo in quanto creature (e quindi proprietà) di Dio.

  • Non tollera chi non accetta il messaggio cristiano o non rispetta la legge divina. Infatti Gesù si adira contro gli empi e dice che “chi non è con me è contro di me”. Una frase tutt'altro che pacifista, che suona come una sfida e una minaccia di punizione nei confronti dei non credenti. Tale atteggiamento polarizza la società dividendola in due schieramenti (credenti contro non credenti) in lotta tra loro senza possibili compromessi né reciproca accettazione. Infatti, in nome del vangelo (in quanto emblema del cristianesimo) sono stati commessi innumerevoli crimini e genocidi ad opera o per ordine delle autorità cristiane.

  • Fa leva sui miracoli per convincere i lettori della natura divina di Gesù, rendendo l'intero testo non credibile agli occhi di chi non crede nei miracoli stessi.

  • Impone di credere acriticamente alle affermazioni di Gesù presentandole come verità assolute, indiscutibili e sufficienti per piacere a Dio.

  • Narra del sacrificio umano volontario (in pratica un suicidio) commesso da Gesù in onore di Dio, per placare la sua ira, non essendo stati sufficienti i sacrifici animali e i riti a lui dedicati per convincerlo a riaprire le porte del Paradiso. Questo fatto, che costituisce il nucleo fondante del cristianesimo, ci mostra Dio come un essere sadico, irascibile e vendicativo. Infatti, secondo la dottrina cristiana, Gesù (l'agnello sacrificale di Dio), nel suo ruolo di “salvatore” e di “redentore”, ci ha salvati dall’ira del Padre e ci ha redenti dal peccato originale che il Padre stesso ha addebitato all'umanità. Si tratta di un peccato commesso ingenuamente da Adamo ed Eva, non di peccati commessi dai loro discendenti. L’idea di un Dio che si compiace di sacrifici (animali e umani), e che punisce in modo sproporzionato (infinito) rispetto alla colpa, è incompatibile con qualsiasi etica.

  • Non ha alcun senso dell'umorismo e presenta una visione apocalittica e terrificante del futuro per i non credenti.

  • La figura di Cristo costituisce pertanto un modello impossibile da imitare, se non in modo illusorio o schizofrenico.

Nessuno dei difetti sopra elencati deve trovarsi nel nuovo vangelo, i cui requisiti possono essere riassunti come segue.

  • Deve proporre principi morali senza fare riferimento ad agenti soprannaturali né esoterici (per questo lo chiamo vangelo ateo e umanista), ma deve basarsi su fatti naturali descritti dalla biologia e dalle scienze umane e sociali. Esempi di principi morali in tal senso si trovano in questo articolo.

  • Deve porsi come obiettivo la minore sofferenza e la maggiore gioia possibili per l’intera umanità, in questa vita.

  • Deve partire dallo studio dei bisogni umani e delle cause che ne ostacolano la soddisfazione.

  • Deve divulgare idee (sulla vita in generale e sulla natura umana in particolare) che tutti possano comprendere, e deve raccomandare comportamenti virtuosi che tutti possano praticare senza eccessive difficoltà. In altre parole, non deve essere elitario, ma popolare, cioè deve essere comprensibile da chiunque possieda un'istruzione media.

  • Non deve avere la presunzione di affermare verità assolute, ma la consapevolezza di offrire conoscenze suscettibili di essere migliorate e corrette. A tale scopo, per non assumere un tono troppo grave e arrogante, e per non incutere soggezione, deve includere un giusta dose di ottimismo, di poesia e di umorismo.

  • Non deve essere contraddittorio, né arbitrario, né soggettivo. A tale scopo deve essere scritto da una commissione ben coordinata di “evangelisti” laici di larghe vedute.

Invito chi è interessato a contribuire alla redazione (o anche solo alla revisione) del nuovo vangelo, a contattarmi.

Principi morali razionali

Propongo qui una serie di principi morali da me concepiti, che non fanno alcun riferimento a entità religiose o spirituali, ma sono fondati su conoscenze scientifiche e psicologiche. Sono un'alternativa al Nuovo Testamento cristiano, che ritengo non adatto ai nostri tempi per le ragioni spiegate in questo articolo.

Ritengo che tali principi possano essere condivisi sia da credenti in qualunque religione, sia da atei, sia da agnostici. Sono graditi commenti e proposte di aggiunte e di modifiche.

Mi piacerebbe sapere da ogni lettore quali principi ritiene validi e quali no, quali si impegnerebbe a seguire e quali no.

Questo articolo verrà modificato più volte nelle prossime settimane per tener conto dei commenti ricevuti.

  1. Non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.

  2. Non danneggiare nessuno, tranne nei casi in cui farlo sia necessario per impedire ingiustizie o danni maggiori per qualcuno che non li merita.

  3. Non fare cose che, se tutti potessero fare e facessero, danneggerebbero la società o l’ambiente naturale.

  4. Non considerare gli altri come mezzi per soddisfare i tuoi bisogni senza un corrispettivo, ma cerca la cooperazione con gli altri per una soddisfazione reciproca.

  5. Ripaga le persone individualmente, e la società in generale, per quello che da loro hai ricevuto, per quanto ti è possibile. Nessuno ha il diritto di vivere a spese di altre persone o della società.

  6. Sii sempre sincero, tranne nei casi in cui la tua sincerità potrebbe essere dannosa per qualcuno.

  7. Mantieni la parola data e gli impegni presi, a meno che farlo sia dannoso per qualcuno. Non fare promesse che non sei sicuro di poter mantenere.

  8. Tratta tutti gli esseri umani con rispetto, lealtà, onestà ed equità. Riconosci pari diritti e pari dignità a ognuno indipendentemente dalle sue opinioni. Non disprezzare né deridere alcuno per motivi quali: colore della pelle, etnia, religione, orientamento sessuale,  capacità intellettuali, salute, aspetto fisico, classe sociale ecc.

  9. Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che nessun essere vivente, compreso l’uomo, ha scelto la propria natura, né è libero di volere ciò che vuole, di sentire ciò che sente, né di sapere ciò che sa. Infatti le motivazioni, i sentimenti e le cognizioni di un essere vivente dipendono dalla combinazione del suo codice genetico con le sue esperienze particolari. 

  10. Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che l’io cosciente  è una piccola parte della mente umana. Questa è prevalentemente inconscia e influenza l’io cosciente a sua insaputa, perseguendo fini che possono essere diversi da quelli di cui si è consapevoli.

  11. Pur essendo comprensivo, non tollerare che chiunque commetta illegalità o ingiustizie, e contribuisci all’applicazione della giustizia in quanto cittadino responsabile. Considera tuttavia che lo scopo della punizione non deve essere quello di infliggere dolore alla persona che sbaglia, ma quello di ridurre la probabilità che essa sbagli ancora.

  12. Obbedisci alle leggi dello stato in cui vivi, tranne nei casi in cui farlo sarebbe dannoso per qualcuno. Paga i tributi che ti competono secondo i tuoi guadagni e i tuoi possedimenti.

  13. Accresci le tue conoscenze scientifiche e umanistiche al fine di correggere i tuoi difetti, migliorare i tuoi rapporti con gli altri e meglio contribuire al bene comune.

  14. Nei conflitti con gli altri cerca, attraverso il dialogo, una soluzione pacifica se possibile; evita gesti e atteggiamenti aggressivi, ostili, offensivi; affronta le divergenze con calma, e, se un accordo o un compromesso è impossibile, adotta le misure appropriate per difendere i tuoi gusti interessi.

  15. Non sopravvalutarti, e non sottovalutarti. Se qualcuno ti fa una  critica non respingerla a priori, ma esaminala senza pregiudizi per verificarne la fondatezza.

  16. Non essere assolutamente sicuro di alcuna verità, né di avere ragione in qualunque questione. Considera che ognuno ha ragione dal proprio punto di vista, e che ogni verità è parziale e suscettibile di essere sostituita da una verità più credibile o più soddisfacente. 

  17. Tollera chi ha idee diverse dalle tue, tranne nei casi in cui la messa in pratica di quelle idee può danneggiare te o altri.

  18. Rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te e di avere stili di vita diversi dai tuoi, purché non siano contrari alla giustizia e al bene comune.

  19. Non far sentire nessuno inferiore a te, in nessun campo. Evita le competizioni sulla sapienza, sulla saggezza, sulla moralità e sulla ragione.

  20. Metti in discussione e verifica le idee tue e altrui (cominciando da quelle dei tuoi educatori e dei tuoi insegnanti), e scarta quelle che sono contraddette dai dati e dai fatti reali. Insegna ai tuoi figli e ai tuoi eventuali allievi e seguaci a dissentire da chiunque faccia affermazioni infondate, te compreso.

  21. Non accettare passivamente i messaggi espliciti e impliciti delle tradizioni, delle mode, delle religioni e dei mezzi di comunicazione di massa, ma esaminali criticamente per determinare se inducono a comportamenti contrari al benessere psicofisico.

  22. Rispetta l’ambiente naturale e quello urbano, contribuisci a tenerli sani e puliti, e difendili da chi li inquina, deturpa o impoverisce, denunciando gli abusi alle autorità competenti. Adegua i tuoi consumi alle condizioni ecologiche. Abbi cura dei beni pubblici come se fossero tuoi privati.

  23. Cerca di lasciare l'ambiente naturale e quello sociale meglio di come li hai trovati.

  24. Godi de rispetta la bellezza in tutte le sue manifestazioni, perché essa ci dà piacere, ci consola e ci motiva a migliorare, ma guardati da coloro che la usano  per incantare e illudere le persone inducendole a credere nella verità delle loro narrazioni o nella qualità delle loro merci.

  25. Non generare figli se non sei in grado di dedicare loro tempo ed energie, e di garantire loro il necessario per una crescita sana e serena, tra cui un’istruzione adeguata alle sfide della società attuale.

  26. Godi della tua sessualità e lascia che gli altri godano della propria, quali che siano le loro inclinazioni, purché nessuna delle persone coinvolte venga danneggiata o costretta a rapporti non desiderati. Protesta contro ogni forma di repressione sessuale e contro l'omofobia.

  27. Tollera chi è meno intelligente di te, perché nessuno è responsabile del proprio grado di intelligenza.

  28. Accetta e rispetta la proprietà privata altrui e le disuguaglianze economiche, se esse sono il risultato di attività oneste e legali.

  29. Partecipa in modo informato alla vita politica della tua città e del tuo stato  favorendo con i tuoi voti le politiche più rispondenti all’interesse generale della popolazione (a tutti i livelli, dal villaggio al pianeta) piuttosto che all’interesse di gruppi particolari. Favorisci le politiche tese a dare a tutti pari opportunità di istruirsi.

  30. Non diffondere notizie o teorie infondate, inattendibili o erronee. Prima di riportare una notizia, verifica l’attendibilità della fonte. Se la verifica è impossibile, non diffondere la notizia.

  31. Nel considerare il bene e il male tieni conto degli interessi della specie umana oltre che di quelli degli individui.

  32. Ognuno è civilmente e moralmente responsabile del proprio comportamento, anche se esso è uguale a quello della maggior parte della gente. Infatti, il fatto che una gran quantità di persone si comportino in un certo modo non implica che quel comportamento sia giusto o opportuno.

  33. Imita coloro che ritieni migliori di te.

  34. Riconosci a tutti il diritto di non amare o di smettere di amare qualcuno o qualcosa, poiché l’amore è un sentimento involontario. Per lo stesso motivo, considera che nessuno, tranne i bambini, ha il diritto di essere amato. 

  35. Riconosci a tutti il diritto di scegliere con chi interagire e con chi non interagire.

  36. Considera che la competizione tra esseri umani è inevitabile. Tuttavia essa deve essere aperta, leale e rispettosa della dignità delle persone meno competitive.

  37. Il bene e il male non sono assoluti né oggettivi, ma sempre relativi alla soddisfazione dei bisogni umani. 

  38. Considera che ognuno cerca di soffrire il meno possibile e di godere il più possibile usando le risorse materiali e immateriali che possiede. E ognuno, te compreso, può aiutare gli altri a soddisfare i loro bisogni, o ostacolarli in tal senso.

  39. Ognuno è responsabile non solo del male che fa, ma anche del bene che non fa agli altri.

  40. Si consapevole delle conseguenze delle tue azioni e delle tue non-azioni per il bene degli altri e della società.

  41. Due o più esseri umani possono negoziare le regole morali delle loro interazioni purché esse non danneggino terzi; nessuno ha il diritto di intromettersi in quella negoziazione.

  42. Non ti aspettare dagli altri ciò che essi non sono in grado di fare o di capire.

  43. Ogni donna ha il diritto di abortire se lo ritiene opportuno.

  44. Ognuno ha il diritto di terminare la propria vita quando lo ritiene opportuno.

  45. Non prendere nulla assolutamente sul serio (nemmeno questi principi morali), tranne la sofferenza degli esseri viventi senzienti.


Cooperazione e condivisione

In questo articolo vorrei affermare una relazione funzionale tra il concetto di condivisione e quello di cooperazione. Infatti suppongo che non sia possibile una cooperazione tra due o più persone se queste non condividono almeno certe cose materiali o immateriali, a cominciare da un linguaggio e da certe opinioni, certi valori, certi gusti ecc.

Per argomentare la mia affermazione, mi riferisco inizialmente ai bisogni primordiali di ogni essere umano: sopravvivere e riprodursi.

Il bisogno di cooperazione

Per sopravvivere, per soddisfare i propri bisogni, e per riprodursi, ogni umano ha bisogno di cooperare con altri umani.

Tuttavia, perché vi sia cooperazione, non basta volerla, bisogna anche sapere come ottenerla, ed è necessario che certi prerequisiti siano soddisfatti. Infatti può succedere che essa non si realizzi, che avvenga con difficoltà e inconvenienti più o meno gravi, o che dia risultati insoddisfacenti, tanto da indurre gli interessati a concludere che non ne valeva la pena.

Cerchiamo dunque di capire in cosa consiste una cooperazione e a quali condizioni essa è soggetta.

In cosa consiste una cooperazione

La cooperazione tra due umani (i “partner” della cooperazione) consiste nella condivisione di certe cose, e richiede la condivisione di certe altre cose. Per "cose" intendo qualsiasi cosa materiale o immateriale, come oggetti, beni, idee, informazioni, valori, doveri, ecc. (vedi una lista di esempi più numerosa in fondo a questo articolo).

In una cooperazione vengono scambiati beni, e/o informazioni, e/o servizi, nel senso che ciascun partner cede all’altro, o permette all’altro di usare, certe proprie risorse materiali o immateriali, in cambio di certi benefici.

Una forma molto semplice di cooperazione è il commercio, in cui avviene la cessione di un bene in cambio di un corrispettivo, che consiste generalmente in denaro.

Cooperazione come servizio reciproco

Nelle forme più complesse di cooperazione (come l’amicizia, il cameratismo, il rapporto professionale, l’amore di coppia, la solidarietà, il patriottismo, il tifo sportivo ecc.) vengono scambiati servizi, o impegni di servizi, da erogare al verificarsi di certe condizioni. In tal senso un “servizio” può consistere nella difesa, protezione o sostegno del partner, nel mutuo aiuto o nel perseguimento di un comune interesse o obiettivo.

L’erogazione di un servizio può essere considerata una forma di condivisione nel senso che se una persona A "serve" una persona B, si può dire che B “usa” la persona A in quanto “usufruisce” del servizio che A eroga a B. Ebbene, se B usa A, si può dire che A condivide una parte di se stessa con B, a favore di B. Ovviamente ci si aspetta che la condivisione sia reciproca, o che sia ricompensata in qualche modo.

Quando la cooperazione ha successo, è come se, in virtù dell’erogazione e dell'uso reciproco dei "servizi", A e B fossero due parti di un’unica entità (la coppia), parti che cooperano a beneficio, e nell'interesse, della coppia stessa. In tal senso si può parlare di "economia" della coppia.

In altre parole, una cooperazione è una specie di simbiosi, per quanto possa essere di durata limitata e non impegnativa al di fuori dell'ambito della cooperazione stessa.

Infatti, durante la cooperazione, i partner traggono vantaggio dallo scambio dei beni, delle informazioni e dei servizi, e a tale scopo costituiscono un gruppo, ovvero un sistema, dato che per sistema s'intende un insieme di parti che interagiscono per un interesse o scopo reciproco o comune.

Condivisione come comunicazione e congiungimento

Lo scambio di cui stiamo parlando costituisce una "comunicazione" in senso lato, in quanto permette la messa in "comune" di qualcosa. Nel caso dello scambio di informazioni, si può parlare di "comunicazione" in senso stretto, in quanto certe informazioni vengono "copiate" dalla mente di un partner in quella dell'altro. In questo caso "condividere" equivale a "copiare".

In termini più astratti, è come se l’erogatore del servizio condividesse (in tutto o in parte) la propria persona, ovvero il proprio corpo (che include la propria mente), con il fruitore del servizio stesso.

Condividere una cosa tra due o più partner significa che i partner dispongono di quella cosa in comune, nel senso che ciascuno dei partner può usarla come se fosse propria.

Paradossalmente, quindi, sebbene il termine “condividere” faccia pensare ad una divisione, e quindi separazione, una condivisione è una forma di unione, cioè di congiungimento, tra chi produce la condivisione e chi ne usufruisce.

In tal senso, il rapporto sessuale può essere considerato come una forma di cooperazione e di condivisione, in cui vengono condivisi i corpi dei cooperanti.

Donazione vs. condivisione

C'è una differenza significativa tra il concetto di "donazione" e quello di "condivisione". Infatti, nella donazione (come pure nella dedizione e nel sacrificio) il donatore rinuncia a qualcosa a favore del beneficiario, quindi perde qualcosa senza aspettarsi nulla in cambio. Nella condivisione, invece, il condividente non rinuncia a nulla e non perde nulla, ma mette semplicemente qualcosa che prima era privato, a disposizione del partner, oppure rinuncia a qualcosa in cambio di un beneficio maggiore.

Questa differenza tra donazione e condivisione è di fondamentale importanza nel rapporto di coppia, in quanto la donazione, la dedizione, il sacrificio possono dar luogo, nel tempo, ad un risentimento o ad un desiderio di compensazione o di rivalsa che può nuocere alla cooperazione, fino ad indurre gli interessati a interromperla.

Condivisione statica vs. dinamica

Una condivisione può essere statica o dinamica.

Per condivisione statica di una cosa tra due persone intendo il caso in cui le due persone hanno già quella cosa in comune nel momento in cui considerano un'eventuale cooperazione.

Per condivisione dinamica di una cosa tra due persone intendo l'atto del condividere, ovvero la transazione (tra le due persone) attraverso la quale si realizza la messa in comune di quella cosa.

Affinché una condivisione dinamica possa avvenire, è necessaria, a priori, la condivisione statica di certe cose, quali ad esempio, certe regole morali, una lingua, certi saperi, certi interessi, certi obblighi, ecc.

Motivazione alla condivisione

Una condivisione tra due persone può essere suggerita, stimolata, obbligata o forzata da una terza parte (come ad esempio un genitore, un sacerdote, un'autorità politica, militare, economica, culturale, un datore di lavoro ecc.). In tal caso la terza parte può costituire anche l'oggetto della condivisione, nel senso che le persone condividono la stessa autorità a cui si sottopongono, o che insieme combattono.

A proposito di condivisione forzata, il "comunismo reale" costituisce un perfetto esempio di essa. Infatti in un regime comunista "classico", la proprietà privata è consentita in misura molto limitata, e la popolazione è costretta dall'autorità statale a condividere non solo i beni materiali, ma anche l'idea che il comunismo sia una cosa buona.

Tra cooperazione e condivisione esiste una relazione funzionale bidirezionale, nel senso che la condivisione favorisce la cooperazione, e, a sua volta, la cooperazione favorisce la condivisione. Infatti, più intensamente e più frequentemente due persone cooperano, maggiore è la quantità di cose che esse condividono per effetto della cooperazione. D’altra parte quanto maggiore è il desiderio di cooperare, tanto maggiore è la motivazione a condividere certe cose.

Condivisione come chiave di comprensione dei rapporti umani

A mio avviso il concetto di condivisione è molto importante (1) come chiave di comprensione dei rapporti interpersonali (e dei i problemi ad essi connessi), (2) come strumento per orientarsi nella scelta delle persone con cui cooperare e (3) per apprendere a interagire e cooperare con gli altri nel modo più utile per sé e per gli altri.

Ad esempio, un divorzio (che rappresenta il fallimento di una cooperazione tra due persone) può essere spiegato come il risultato di un'insufficiente condivisione di prerequisiti, dovuta a incapacità o rifiuto volontario di condividere, o a differenze eccessive tra le visioni del mondo degli interessati.

Nei rapporti interpersonali è fondamentale capire che non ci può essere cooperazione, né amicizia, né amore senza una sufficiente condivisione, e che tanto maggiore è la condivisione, tanto più efficace è la cooperazione. Si può anche dire che la solitudine è il risultato di una insufficiente condivisione, o del rifiuto di condividere certe cose, come certi valori o disvalori.

Negoziazione di una cooperazione/condivisione

È anche importante capire che una cooperazione può essere (e a mio avviso dovrebbe essere) negoziata esplicitamente, nel senso che ogni parte dovrebbe essere consapevole di ciò che è disposta a condividere, di ciò che è capace o incapace di condividere, e delle condivisioni che esige dall'altra. Dovrebbe quindi informare l'altra delle proprie condizioni, e chiedere all'altra di fare altrettanto. Dopodiché le parti possono decidere con cognizione di causa se tentare una cooperazione o rinunciare ad essa per insufficienza delle condizioni necessarie.

Domande sulla condivisione

Più in generale, la riflessione sul concetto di condivisione permette di rispondere a domande quali: Condividere cosa? Con chi? Perché? E considerando un'eventuale cooperazione con una certa persona, permette di rispondere a domande quali:

  • Cosa possiamo condividere?

  • Cosa non possiamo condividere?

  • Cosa vogliamo condividere?

  • Cosa non vogliamo condividere?

  • Cosa dobbiamo condividere?

  • Cosa non dobbiamo condividere?

  • Cosa temiamo di condividere?

  • Cosa non temiamo di condividere?

  • Cosa desideriamo condividere?

  • Cosa non desideriamo condividere?

Istinto di cooperazione/condivisione

Se è vero che l'uomo ha un bisogno innato di cooperazione, possiamo dire che ha, di conseguenza, un bisogno innato di condivisione, in quanto mezzo indispensabile per ottenere la cooperazione stessa. Possiamo perciò parlare di istinto di cooperazione e di istinto di condivisione, confondendoli.

In antitesi rispetto al bisogno/istinto di cooperazione e di condivisione, vi è tuttavia il bisogno/istinto di competizione, per cui il vivere civile impone un compromesso tra di essi.

Differenze umane, esclusione e inclusione

Se prendiamo due persone a caso, possiamo affermare che essere condividono certe cose, e non condividono certe altre cose. Sono proprio tali corrispondenze e non corrispondenze che determinano il grado di possibilità di cooperazione tra le persone stesse.

In tal senso, anche il concetto di "inclusione" rientra a mio avviso nel concetto di condivisione. Infatti un'inclusione autentica e non illusoria, è possibile solo attraverso una condivisione di certi beni, valori, idee, impegni, ecc.

Condivisioni di gruppo/massa

Il concetto di condivisione non riguarda solo i rapporti bilaterali tra due individui, ma può interessare gruppi o masse di persone, ad esempio, nell'editoria, nei mass media, nei social network, negli spettacoli, nelle conferenze pubbliche, nelle cerimonie, nei riti, ecc.. Mi riferisco alla diffusione di informazioni o di "performance" che una fonte mette a disposizione di una quantità imprevedibile di persone sconosciute, con o senza una loro attiva partecipazione simultanea.

Questa condivisione di gruppo o di massa ha una doppia funzione. Da una parte consiste nella condivisione tra una fonte e ciascun destinatario-fruitore. Dall'altra costituisce una condivisione tra tutti i destinatari-fruitori che, in virtù del fatto che hanno assistito allo stesso evento (specialmente se in contemporanea), ne condividono successivamente la memoria.

Abbiamo qui, dunque, una doppia condivisione, che favorisce la cooperazione (1) tra la fonte e ciascun fruitore, e (2) tra i fruitori, i quali possono successivamente, nei loro dialoghi, fare riferimento a ciò che hanno visto e udito insieme.

Cose che possono essere condivise

Concludo con una lista di "cose" che possono essere condivise tra due persone, o tra una fonte e un gruppo o massa di persone.

  • Beni materiali (mobili e immobili)

  • Beni immateriali

  • Idee

  • Informazioni

  • Insegnamenti, scuole

  • Saperi e conoscenze

  • Ricordi

  • Valori

  • Interessi

  • Obiettivi

  • Progetti

  • Imprese

  • Gusti

  • Preferenze

  • Colpe

  • Responsabilità

  • Doveri

  • Appartenenze

  • Amore/odio verso terzi

  • Psicologie

  • Filosofie

  • Religioni

  • Discipline

  • Esperienze

  • Preoccupazioni

  • Sottomissioni ad autorità

  • Problemi

  • Amicizie

  • Paure

  • Piaceri

  • Dolori

  • Speranze

  • Luoghi e spazi

  • Folklore

  • Spettacoli

  • Storie

  • Genitori

  • Famiglia

  • Il proprio corpo

  • Poteri

  • Libertà

  • Musiche

  • Ritmi

  • Danze

  • Canzoni

  • Opere d'arte

  • Concerti

  • Conferenze

  • Cerimonie

  • Riti

  • Giochi

  • Vizi

  • Malattie

  • Dipendenze da sostanze

  • Ecc.