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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Coscienza

232 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Coscienza e corpo

La coscienza serve al corpo.

Coscienza e volontà

La coscienza è involontaria.

Conflitti tra coscienze

La mia coscienza contro la tua.

Coscienza, soggetto e oggetto

La coscienza è soggetto e oggetto.

Io, inconscio e libertà

L’inconscio limita la libertà dell’io.

Incoscienza della felicità

Si può essere felici senza accorgersene.

Chiedere e disporre

L’inconscio chiede, la coscienza dispone.

Coscienza vs. inconscio

La coscienza è un prodotto dell'inconscio.

Metacoscienza

Una coscienza superiore è cosciente di se stessa.

Rispetto per l'inconscio

La coscienza farebbe bene a rispettare l'inconscio.

Inconscio e coscienza

L'inconscio decide di cosa si può essere coscienti.

Inconscio e coscienza

L’inconscio domina la coscienza a insaputa di questa.

Sulla morte

La morte consiste in un'anestesia totale irreversibile.

Sulla manipolabilità della coscienza

La coscienza è manipolabile dagli altri e da se stessa.

Io e coscienza

Con il termine «io» dovremmo intendere «la mia coscienza».

Logiche inconsce

L'inconscio ha le sue logiche, che la coscienza non conosce.

Vita e coscienze

La vita prosegue con le sue logiche incurante delle coscienze.

Autonomia dell'inconscio

L’inconscio ha una vita autonoma, indipendente dalla coscienza.

A chi appartiene l'inconscio?

Il mio inconscio non mi appartiene, sono io che appartengo a lui.

Tra il sé e gli altri

L'io è il mediatore, più o meno imparziale, tra il sé e gli altri.

Meditazione e manipolazione della coscienza

Una meditazione comporta una manipolazione della propria coscienza.

Coscienze e sensibilità

Le coscienze sono diverse, come pure le sensibilità alle differenze.

Parlare con se stessi

Parlare con sé stessi è segno di follia o di intelligenza superiore.

Sulla consapevolezza di fare del male

Gli stolti fanno del male inconsapevolmente, i saggi consapevolmente.

Presente come ricordo

La coscienza del presente è il ricordo di un passato appena trascorso.

Il mistero della coscienza

La coscienza è un fenomeno misterioso, ma i suoi contenuti non lo sono.

Conflitto tra volontà del corpo e volontà della coscienza

Spesso le volontà del mio corpo e quelle della mia coscienza confliggono.

Felicità e pace interiore

Un ingrediente della felicità è la pace tra l'io cosciente e l'inconscio.

Protagonisti e spettatori

La vita è un dramma di cui siamo al tempo stesso protagonisti e spettatori.

Separati in casa

Io e il mio inconscio non andiamo sempre d'accordo. A volte siamo separati in casa.

(In)consapevolezza della felicità

Ci sono persone felici a loro insaputa. Come pure persone infelici a loro insaputa.

Filogenesi e ontogenesi della coscienza

La coscienza nasce e muore (nascerà e morirà) filogeneticamente e ontogeneticamente.

Come l'inconscio controlla la coscienza

L'inconscio controlla la coscienza attivando/disattivando emozioni piacevoli/dolorose.

Felicità e cooperazione tra coscienza e inconscio

La felicità dipende molto dall'accordo e dalla cooperazione tra coscienza e inconscio.

Coscienza e piacere

Se fosse possibile manipolare la propria coscienza, potremmo provare piacere a volontà.

Visioni simultanee

La coscienza può vedere una sola cosa alla volta. L’inconscio molte cose simultaneamente.

Domande simultanee

La coscienza può porsi una sola domanda alla volta, l'inconscio molte domande simultaneamente.

La mente come agente inconscio

La mente è un agente inconscio di cui la coscienza conosce solo gli effetti, non i procedimenti.

Coscienza, veto e misura

L’inconscio chiede, la coscienza decide, cioè esegue le richieste nella misura in cui le approva.

Influenze reciproche tra io cosciente e io inconscio

L'io cosciente e l'io inconscio si influenzano reciprocamente nel gestire i rapporti con gli altri.

Sulla manipolazione della coscienza

Gli animali hanno un vantaggio sugli umani: le loro coscienze non sono manipolabili dai loro simili.

Il compito della coscienza

Compito della coscienza è conciliare le esigenze del proprio corpo con quelle della propria società.

Sui rapporti tra coscienza e inconscio

La coscienza dovrebbe fungere da tutore e terapeuta dell’inconscio, mentre è spesso il suo burattino.

A che serve la coscienza?

La coscienza serve a conciliare i diversi bisogni della persona e a organizzare la loro soddisfazione.

Felicità e inconscio

Un ingrediente indispensabile della felicità e l'accordo tra la propria coscienza e il proprio inconscio.

Chi dirige?

In ogni momento decidiamo involontariamente quanto farci dirigere dalla coscienza e quanto dall'inconscio.

La mente tra veglia e sonno

Durante il sonno, rispetto alla veglia, sono attive (o inattive) diverse zone della mente e diverse soggettività.

Selettività della coscienza

La coscienza, come l'attenzione, è selettiva. Infatti possiamo essere consapevoli di un solo contesto alla volta.

Sulla cosceinza

La coscienza (cioè l'io cosciente) è un simulatore più o meno realistico della realtà passata, presente e futura.

Pensieri pavidi

I nostri pensieri vanno dove non hanno paura di soffrire. Per questo la loro visione della realtà è così limitata.

Coscienza e tempo

La coscienza è la percezione e cognizione del tempo del proprio corpo, stretto tra il suo passato e il suo avvenire.

A che serve l'io cosciente

L'io cosciente serve ad arbitrare i conflitti tra bisogni quando nessuno di essi riesce a prevalere in modo automatico.

Coscienza e variazioni

Il cervello tende ad ignorare (cioè a non rendere cosciente e a non memorizzare) tutto ciò che e costante o ripetitivo.

Coscienze superiori

Una coscienza superiore è cosciente dei propri limiti e delle proprie risorse, dei propri poteri e della propria impotenza.

Mediazione della coscienza

La coscienza dovrebbe anche servire a mediare tra le richieste provenienti dagli altri e quelle provenienti dall'inconscio.

Manipolazioni delle coscienze e interessi

Una persona può indurre un'altra a manipolare la propria coscienza nell'interesse, della prima, della seconda o di entrambe.

Chi controlla le coscienze

La coscienza è controllata dall'inconscio, l'inconscio dalla società, la società dalle comuni coscienze di gruppi di individui.

A che serve coscienza?

La coscienza serve a sospendere gli automatismi veloci e semplici del comportamento sostituendoli con automatismi lenti e complessi.

Interazioni esterne e interne

L'io cosciente deve imparare a interagire in modo soddisfacente sia con gli enti esterni che con quelli interni alla propria persona.

Reazioni emotive e cognitive, consce e inconsce

La reazione emotiva precede e orienta quella cognitiva, così come la reazione dell'inconscio precede e orienta quella della coscienza.

Coscienza e inconscio

Ciò di cui una coscienza è cosciente momento per momento è determinato dall'interazione tra percezioni sensoriali e processi inconsci.

Sul lavoro dell'inconscio

Mentre la coscienza pensa, sente e desidera, l'inconscio prepara i prossimi pensieri, sentimenti e desideri da presentare alla coscienza.

Morale conscia vs. inconscia

Una coscienza moralista può essere manipolata da un inconscio mosso da motivazioni inconfessabili.

Volontà dell'io cosciente contro volontà dell'inconscio

Quando la volontà dell'io cosciente e quella dell'inconscio si combattono, alla fine vince sempre la seconda perché questa manipola la prima.

Confusione intellettuale

L'io (sia quello cosciente che quello inconscio) è soggetto e oggetto allo stesso tempo, e questa coincidenza crea una grande confusione intellettuale.

Testimoni di se stessi

Ogni umano è testimone (più o meno veritiero) di una parte di ciò che avviene nel suo corpo (compresa la sua mente) per volontà non sue e a sua insaputa.

L'io e l'inconscio

L'inconscio decide come l'io devo agire e reagire in ciascuna situazione. L'io può solo decidere di lasciarsi guidare dall'inconscio, o di bloccare tutto.

L'io come mediatore

L'io cosciente dovrebbe mediare tra quattro ordini di esigenze: quelle interne consce, quelle interne inconsce, quelle della società e quelle della natura.

A che serve l'io?

L'io serve, tra altre cose, a mediare tra i desideri del proprio corpo e quelli dei corpi altrui, e tra i bisogni attuali e quelli futuri (propri e altrui).

Coscienze reciproche

Io (cioè la mia coscienza) sono cosciente di me stesso e degli altri. Gli altri (cioè le coscienze altrui) sono coscienti di se stessi e degli altri, me compreso.

Momenti di coscienza

Ogni momento di coscienza è influenzato da quelli precedenti e condiziona quelli futuri. A tali influenze vanno aggiunte quelle costituite dalle percezioni del momento.

Rapporti tra coscienze

Il rapporto tra due personae A e B è di buona qualità nella misura in cui la coscienza di A è cosciente della coscienza di B e delle diversità tra di esse, e viceversa.

Relazioni e interazioni tra conscio e inconscio

Conscio e inconscio sono interdipendenti e si influenzano reciprocamente.


Il corpo come campo di battaglia

In ogni momento la mia coscienza e il mio inconscio combattono per il controllo della mia persona. Il mio corpo è un campo di battaglia. Normalmente l'inconscio prevale.

La voce degli altri

Gli altri sono sempre dentro di noi, ci osservano e ci giudicano in ogni momento. Gli altri, non Dio. La voce della coscienza morale è la voce degli altri interiorizzati.

Nascita della coscienza

La coscienza nasce da una divisione. Nasce quando una cosa si divide in parti, di cui una è cosciente di se stessa, dell'insieme di cui essa è parte, e del resto del mondo.

Responsabilità dell'io verso l'inconscio

L'io è responsabile del proprio inconscio in quanto può curarlo (anche se solo indirettamente e lentamente) mediante lo studio delle psicologie e la pratica di psicoterapie.

Tra conscio e inconscio

In ogni momento l'inconscio influenza il proprio io cosciente. In ogni momento l'io cosciente deve decidere in quale misura e in che modo obbedire o resistere al suo inconscio.

Scelte dell'io cosciente

L'io cosciente deve continuamente scegliere se (e in quale misura) comandare o obbedire al suo inconscio, e se (e in quale misura) mantenerlo o cambiarlo, per quanto possibile.

Sulla coscienza

La coscienza è la capacità di soffrire e godere, di associare dolori e piaceri a certe forme, eventi e situazioni, e di prevedere dolori e piaceri secondo le associazioni apprese.

Interazioni parallele

L'interazione tra due persone consiste in due interazioni simultanee: una tra i loro inconsci e una tra le loro coscienze. Tali interazioni seguono logiche diverse, ma interconnesse.

Portatori di coscienza

Forse anche lo stomaco pensa e ha una coscienza, forse anche il fegato e gli altri organi, ma non possiamo saperlo perché essi non comunicano con noi con un linguaggio che conosciamo.

Osservarsi dall'esterno senza intervenire

Mi chiedo se possa essere utile osservare me stesso dall'esterno, senza intervenire in alcuna mia scelta, e scoprire cosa farò senza il controllo della mia coscienza e della mia volontà.

Mente singolare e plurale

Quella che chiamiamo mente di un individuo è in realtà un insieme di menti, per lo più inconsapevoli, che interagiscono tra loro e col mondo esterno in modi cooperativi e/o conflittuali.

Io coscienza

Invece di dire semplicemente "io" (intendendo la totalità della propria persona) faremmo bene in molti casi a dire "io coscienza", intendendo sola la parte cosciente della propria persona.

Coscienza attiva vs. passiva

La coscienza passiva consiste nel provare dolore e piacere, mentre la coscienza attiva consiste nel porre domande, cercare risposte, e contemplare tutte le risposte precedentemente raccolte.

Popolo di coscienze

Il mondo è popolato da coscienze, le quali, in quanto coscienze, soffrono e godono, cercano di evitare dolori e di procurarsi piaceri, soffrono prevedendo dolori, e godono prevedendo piaceri.

Diffidenze sistematiche

La ragione dovrebbe sempre diffidare di se stessa. Lo stesso vale per l'io cosciente. Tuttavia, la ragione e l'io cosciente dovrebbero sempre diffidare di chi si oppone altre loro affermazioni.

Coscienza e realtà

La coscienza, non potendo considerare che poche idee e immagini alla volta, è un grande semplificatore (e quindi falsificatore) della realtà, la quale è molto più complessa di quanto un umano possa capire.

Funzione dell'io cosciente

L'io cosciente contribuisce a soddisfare i bisogni della persona e a gestire nel modo più produttivo i conflitti tra di essi, mediante il pensiero astratto (basato sul linguaggio) e la previsione del futuro.

L'io cosciente come mediatore

L'io cosciente è (o dovrebbe essere) il mediatore tra le proprie esigenze e quelle altrui. Per funzionare bene deve conoscere entrambe le esigenze, i modi per soddisfarle, e gli ostacoli alla loro soddisfazione.

Segnali dal corpo

Caro corpo, cosa posso fare per te? Di cosa hai bisogno? Cosa desideri? Peccato che tu non possa parlare per rispondere a queste domande. Mandami qualche segnale che io possa decifrare, e cercherò di soddisfarti.

Limiti della consapevolezza

Per ogni cosa di cui siamo consapevoli in un dato momento ve ne sono miliardi di cui non siamo consapevoli (e di cui probabilmente non lo saremo mai) che agiscono in noi determinando perfino ciò di cui siamo consapevoli.

Conscio vs. inconscio

Se l'uomo non avesse una coscienza la sua mente sarebbe completamente inconscia. L'inconscio non è solo il nascondiglio freudiano dei cattivi pensieri e dei cattivi ricordi, ma il complesso degli automatismi logici veloci.

Sulla competizione tra inconscio e coscienza

Tra inconscio e coscienza cè competizione per l'autogoverno della persona. Di solito vince l'inconscio, semplicemente perché è il più forte e può manipolare la conscienza, mentre questa non riesce a manipolare l'inconscio.

Età dell'inconscio

L'inconscio si forma in età infantile e cambia poco in età adulta. L'io cosciente è invece molto più plastico per tutta la vita. È così che un io cosciente adulto viene influenzato per tutta la vita da un inconscio bambino.

Tra conscio e inconscio

C'è una continua interazione tra conscio e inconscio, ovvero tra l'apparato volontario e quello involontario del nostro organismo. Queste due dimensioni dell'esistenza si influenzano reciprocamente, anche se non lo vogliamo.

Il pensiero come slide show

Il pensiero (cosciente per definizione) è simile a uno slide show, i cui contenuti e la cui sequenza sono determinati da macchine inconsce che interagiscono con stimoli interni ed esterni secondo programmi modificabili nel tempo.

Parzialità della consapevolezza

In ogni istante, si può essere consapevoli di una sola cosa o di un insieme di poche cose (forse tre o sei al massimo). Ogni consapevolezza è dunque parziale e insufficiente rispetto alla complessità della realtà che ci riguarda.

Vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro

La metafora manzoniana dei vasi di coccio costretti a viaggiare tra vasi di ferro, non si applica solo a Don Abbondio, ma a tutte le persone sensibili e coscienziose costrette a interagire con persone meno sensibili e più egoiste.

Potenza del cinema

Il cinema è l'arte più avvincente. Infatti non si fa in tempo a reagire cognitivamente ed emotivamente ad un'immagine che subito questa cambia in modo imprevisto, stimolando una nuova reazione. In tutto questo l'io cosciente è disarmato.

Il padrone della mente

Affinché l'io cosciente possa influenzare il suo inconscio sono necessari tempi lunghi, grande impegno e sofferenze, mentre l'inconscio influenza l'io cosciente costantemente e senza sforzi. Nell'immediato l'inconscio è il padrone di casa.

Cosa determina l'umore di un essere umano?

Ciò che più determina l’umore di un essere umano è la sua previsione, conscia o inconscia, di come sarà trattato dagli altri, specialmente da coloro da cui dipende la soddisfazione dei propri bisogni.

Coscienza e motivazioni

Possiamo essere consapevoli delle nostre attrazioni, repulsioni, piaceri e dolori, ma non dei motivi per cui certe cose ci attraggono e certe altre ci repellono, e dei motivi per cui certe cose ci fanno godere e certe altre ci fanno soffrire.

Coscienza e decisioni

Una delle principali funzioni della coscienza è quella di prendere decisioni consapevoli riguardanti l'intera persona. Si tratta di rispondere a domande come: con chi/cosa la mia persona dovrebbe interagire? Cosa la mia persona dovrebbe cercare?

Limiti dell'io cosciente

Una mente si forma e si sviluppa sulla base, ed entro i limiti, del corpo che la contiene. Perciò l'io cosciente, che è una parte della mente, è limitato dal corpo che lo contiene e ha difficoltà a comprendere l'io cosciente delle altre persone.

Cooperazione e conflitti tra io e inconscio

I rapporti tra l’io e l’inconscio possono essere più o meno cooperativi o conflittuali, dato che l’io deve tener conto anche delle esigenze altrui e di una visione razionale del mondo che può non corrispondere alle esigenze dell’inconscio stesso.

Confini dei pronomi personali

Con i pronomi personali (io, tu, lui...) non dobbiamo intendere persone intere, ma solo la parte cosciente di esse, ovvero una piccolissima parte delle loro menti. Perciò è appropriato dire "io e il resto della mia mente", "io e il mio corpo" ecc.

Coscienza tra passato, presente e futuro

La coscienza è il processo in cui si confrontano le nuove esperienze con le precedenti, ciò che si vede e si sente nel presente con ciò che si è visto e sentito nel passato, confronto da cui scaturisce la previsione e il presentimento del futuro.

Chi controlla le interazioni?

Quando due persone interagiscono, nessuno dei loro "io coscienti" controlla l'interazione in modo determinante, perché questa dipende soprattutto dalla particolare combinazione degli automatismi inconsci delle persone in gioco, oltre che dal caso.

Soggetti e oggetti intercambiabili

Un soggetto può diventare oggetto, perfino del suo stesso oggetto diventato a sua volta soggetto. E viceversa. È ciò che avviene normalmente tra l'io cosciente e il suo inconscio, che si scambiano continuamente i ruoli di soggetto e oggetto

Sul dialogo tra la coscienza e l'inconscio

Coscienza e inconscio dovrebbero dialogare. Il dialogo fondamentale dovrebbe essere quello rappresentato nella figura seguente.



Da cosa dipende il comportamento di un essere vivente

Il comportamento di un essere vivente dipende dal comportamento dei propri organi, dai loro bisogni e dalla loro percezione della realtà esterna e di quella interna. L'io cosciente è uno di tali organi ed è (o dovrebbe essere) al servizio di tutti gli altri.

Chi controlla l'attenzione e il pensiero?

L'io cosciente e l'inconscio competono per dirigere l'attenzione e il pensiero del soggetto dove questi processi provocano meno dolore e più piacere. Il guaio è che l'io cosciente e l'inconscio hanno spesso idee diverse circa le fonti del dolore e del piacere.

Coscienza illusoria

Per i più, l'inconscio è una piccola parte della coscienza, mentre è vero il contrario. Infatti la coscienza è una piccola parte dell'inconscio e ha poteri molto limitati sulla nostra vita e sulle nostre scelte, anche se si illude di essere la padrona di casa.

Relazionalità della cosceinza

La coscienza è sempre relazionale, nel senso che ciò di cui siamo coscienti consiste in relazioni e interazioni tra oggetti e/o tra noi e qualche oggetto, materiale o immateriale. Tali relazioni e interazioni possono essere logiche, sentimentali e motivazionali.

Costituzione di ogni umano

Ogni umano è costituito da hardware, software, e coscienza, che evolvono come specie e come individuo che nasce, vive e muore. Ogni coscienza è costituita da cognizioni, emozioni, e motivazioni, che nascono, evolvono e muoiono con l'individuo in cui sono emerse.

La mente-web

La mente è simile al world Wide web e la coscienza è simile ad un browser che la naviga. La navigazione può essere più o meno attiva o passiva. È passiva, per esempio, quando col browser vediamo un film, attiva quando facciamo ricerche e clicchiamo su qualche link.

L'errore di Platone

Non credo che un’anima possa esistere al di fuori di un corpo, come invece pensava Platone. Per me l’anima è il software del corpo, cioè la sua mente conscia e inconscia, che si forma e si sviluppa nel corpo a partire dal codice genetico, e si dissolve con la sua morte.

Il grande limite della coscienza

Il grande limite della coscienza consiste nel fatto che si può essere coscienti di pochissime cose alla volta, mentre la realtà è determinata da una enorme quantità di fattori che agiscono simultaneamente, la maggior parte dei quali non è percepibile dalla coscienza stessa.

Sulla coscienza

Secondo me la coscienza esiste solo negli esseri viventi. All'inizio (alla nascita dell'embrione) è piccolissima, debole e rudimentale, e nel tempo diventa sempre più grande, forte e sofisticata. In essa possiamo distinguere tre componenti: cognizioni, sentimenti e motivazioni.

Dialogo tra un inconscio e la sua coscienza

Inconscio: se non soddisfi i miei bisogni ti faccio soffrire.

Coscienza: dimmi quali sono i tuoi bisogni e cercherò di soddisfarli.

Inconscio: ho bisogno sempre delle stesse cose: appartenenza, interazione, libertà, salute, bellezza, conoscenza, potenza.

Non si può non scegliere

In ogni momento possiamo (e dobbiamo) scegliere se lasciare inserito il pilota automatico del nostro comportamento o se passare in modalità manuale, ovvero consapevole e volontaria. In tal senso non si può non scegliere, e ognuno è responsabile delle sue scelte di fronte agli altri.

Io cosciente e socialità

L'io cosciente serve soprattutto a conciliare le esigenze del proprio corpo con quelle dei corpi delle persone della cui cooperazione esso ha bisogno. Penso infatti che se l'uomo non fosse un animale sociale la sua coscienza non sarebbe molto diversa da quella di qualsiasi altro animale non sociale.

Coscienza dell'inconscio

Per definizione, l'io cosciente non può conoscere l'inconscio direttamente, altrimenti quest'ultimo non sarebbe tale. Tuttavia possiamo inferire, dedurre, intuire, ipotizzare, teorizzare, qualcosa che può aiutarci a migliorare i nostri rapporti con l'inconscio e perfino a modificarlo in una certa misura.

Libero arbitrio e attenzione

Il libero arbitrio, ammesso che sia realmente possibile, si esercita, nella sua forma più alta, come scelta di ciò a cui pensare, ovvero come scelta di ciò a cui prestare la propria attenzione. Ciò è dovuto al fatto che non possiamo essere attenti a, ovvero coscienti di, più di una o due cose alla volta.

Consciousness Is Not Mysterious

Consciousness Is Not Mysterious - It’s just the brain describing itself—to itself.

Articolo di Michael Graziano su The Atlantic


I robot possono avere una coscienza?

I robot possono provare dolore? A mio parere una coscienza senza la capacità di provare piacere o dolore non credo sia concepibile. Per me la coscienza riunisce in modo non separabile le cognizioni, le emozioni/sentimenti e le motivazioni/volontà. Se togliamo uno solo di questi tre elementi, la coscienza si annulla.

Coscienza e cambiamento

La coscienza è la percezione delle differenze e delle ricorrenze nello spazio e nel tempo, dei movimenti, dei trasferimenti, dei cambiamenti e del piacere, del dolore e delle necessità che questi comportano, secondo logiche stabilite dalla natura e dalla società. La coscienza svanisce nella stasi e nell'indifferenza.

Cos'è l'inconscio

L'inconscio è il meccanismo biologico/logico automatico che decide quali sentimenti, emozioni e pulsioni dobbiamo provare e a cosa dobbiamo pensare. In altre parole, l'inconscio è ciò che decide, momento per momento, di cosa dobbiamo essere consapevoli, cosa dobbiamo desiderare, cosa amare, cosa odiare e cosa temere.

Chi decide cosa pensare?

La sequenza dei nostri pensieri non è determinata dalla nostra volontà, ma da agenti inconsci e involontari che competono per portare alla coscienza (ovvero all'attenzione cosciente) quei pensieri che stanno loro a cuore. Insomma, non è l'io cosciente che decide cosa pensare, ma meccanismi indipendenti dalla sua volontà.

Cosa intendo per "incoscio"

Per «inconscio» intendo un processo mentale nascosto che dirige il comportamento automatico e la coscienza attraverso i sentimenti e le emozioni secondo certe strategie (che la coscienza non conosce) di soddisfazione dei bisogni. Strategie diverse da persona a persona, che dipendono dalla costituzione genetica e dalle esperienze.

Sulla plasticità della coscienza

Il fatto che le coscienze siano modificabili e manipolabili (attraverso anestesie, droghe, ipnosi, educazione, propaganda, esperienze in generale, ecc.) dovrebbe farci dubitare dell'affidabilità, del potere e della libertà delle coscienze stesse, a cominciare dalla propria. La coscienza, come il cervello, ha plasticità e rigidità.

Io, sentimento, coscienza, volontà

Io cosciente = sentimento + coscienza + volontà. Nessuna di queste tre entità servirebbe a qualcosa, né perciò avrebbe ragione di esistere, senza le altre due. Infatti, ciascuna di esse coopera con le altre per esercitare la sua funzione. L'io cosciente non è qualcosa di diverso o separato dalle altre tre entità, ma la loro somma.

Azioni e reazioni

Se io, in quanto ente, subisco un'azione da parte di un altro ente, posso ignorare tale azione o reagire ad essa in certi modi. L'eventuale reazione può essere volontaria o involontaria, consapevole o inconsapevole, ma mai casuale, bensì programmata. In altre parole, la reazione segue necessariamente certe logiche consce o inconsce.

Quando si comincia a dormire

Il sonno inizia quando l’io cosciente confonde i propri pensieri con situazioni reali, cioè quando si perdono i confini e le differenze tra fantasie e realtà, tra mappe e territori, tra astrazioni e cose concrete. In tal senso ci sono persone che dormono ad occhi aperti, anzi, ognuno di noi lo fa più o meno spesso e più o meno a lungo.

Chi sceglie?

E' fuori discussione che gli esseri umani facciano continuamente delle scelte, da quando sono nel grembo materno. Quello che si può discutere è se le scelte siano volontarie o involontarie, consapevoli o inconsapevoli. In altre parole, è discutibile se chi sceglie sia l'io cosciente o qualche meccanismo automatico, inconscio e involontario.

Altre coscienze?

Dato che non conosciamo la natura né l'origine della nostra coscienza, non possiamo escludere che nel nostro cervello, o nel resto del nostro corpo, esistano, oltre alla coscienza di cui siamo consapevoli, altre coscienze (di cui siamo inconsapevoli) le quali possono essere consapevoli o incosapevoli della coscienza di cui siamo consapevoli.

Sulle funzioni del sistema nervoso

Le prime forme di vita erano costituite essenzialmente solo da apparati digerenti. L'evoluzione dei sistemi nervosi, fino alla coscienza umana, può essere considerata come lo sviluppo di tecniche, metodi e strategie per favorire l'ottenimento del cibo, la sopravvivenza e la riproduzione degli individui.

Sonno parziale

Così come certi uccelli possono dormire durante il volo, facendo riposare solo una parte del cervello per volta, così forse anche nell'uomo ci sono parti del cervello che periodicamente passano dalla veglia al sonno e viceversa, ovvero dall'attività al riposo, determinando instabilità e incongruenze nella coscienza, nei sentimenti e nel comportamento.

Funzione e disfunzione della coscienza

La coscienza serve (o dovrebbe servire) al corpo, cioè all'organismo, come qualsiasi altro organo, a partire dalle cellule. Tuttavia una coscienza può impazzire, nel senso che può smettere di servire l'organismo che la ospita, e svilupparsi indipendentemente, come una cellula tumorale, cosa che può condurre a malattie o alla morte dell'organismo stesso.

Limiti della coscienza

In un dato momento possiamo essere coscienti di pochissime cose, cioè di pochissime idee, tra tutte quelle di cui potremmo essere coscienti in momenti diversi. Questo è il grande limite della coscienza rispetto all'inconscio, che invece è capace di considerare e di elaborare a nostra insaputa tutte le idee che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita.

Sulla cosiddetta ipertrofia dell'io

Per me ciò che conta non è la dimensione dell'io, ma la sua qualità, e la costante presenza degli "altri". Non amo il concetto di "noi" perché presuppone un conflitto tra "noi" e "loro", e una fusione che annulla l'io. Per me la vita si gioca tra l'io e gli altri, in un sano ed equilibrato rapporto tra l'io e gli altri. Entrambi esigono e meritano rispetto.

Tripla soggettività

L'io cosciente comprende tre soggettività: la cognizione, il sentimento e la motivazione (io so, io sento, io voglio). Tutto il resto è oggetto, e un oggetto può essere una macchina. D'altra parte, oggetti e macchine interni ed esterni alla propria persona causano e determinano le proprie cognizioni, i propri sentimenti e le proprie motivazioni.

L'io e i suoi dèmoni

L'io chiese all'usciere dell'assemblea dei dèmoni riunita in seduta segreta: "Cos'hanno deciso che io faccia?". L'usciere rispose: "Ci sono questi ordini, alcuni sono contrastanti, scegli tu quali eseguire, quando e in quale misura. Come sempre, sarai ricompensato col piacere quando avrai successo e punito col dolore quando fallirai nell'eseguire ciascun ordine.

Io, coscienza e mente al servizio del corpo

Una mente non può esistere senza una corpo. Infatti la mente è un organo del corpo di cui fa parte, ed è al suo servizio. Similmente, una coscienza non può esistere senza una mente. Infatti, la coscienza (cioè l'io cosciente), è un organo della mente di cui fa parte. Di conseguenza, l'io cosciente (cioè la coscienza) è un sotto-organo del corpo ed è al suo servizio.

Relazione con sé stesso

Probabilmente l’uomo è l’unico essere capace di considerare la relazione con se stesso. Tuttavia la relazione con sé stesso è concepibile solo se si considera sé stesso come un insieme di parti in relazione tra loro, e l’io cosciente è una sola di esse. Perciò, in realtà, la cosiddetta relazione con sé stesso consiste nella relazione tra l’io cosciente e il resto della persona.

In cosa consiste la coscienza

La coscienza consiste nella memorizzazione della situazione emotiva presente, nel ricordo di situazioni emotive passate, nella previsione di situazioni emotive future, e nella simulazione immaginaria di situazioni emotive.

Una situazione emotiva è un'associazione tra la percezione di una forma riconoscibile, e la percezione di un'emozione (piacere o dolore).

Il livello dell'io

L'io deve salire di livello rispetto al resto della mente, ovvero al resto del software che ci governa. Non deve perciò dire "io voglio x e non voglio y", ma "il mio software vuole x e non vuole y". Non deve dire "io e te non siamo d'accordo, ma i nostri software non sono d'accordo. Non "io amo x", ma "il mio software ama x". Non "io odio y", ma "il mio software odia y". Non "io penso x", ma "il mio software pensa x".

Io, coscienza, interazione e metainterazione

L'io è il soggetto della coscienza. La sua attenzione oscilla tra interazione e metainterazione.



Coscienza e simulazione

La coscienza cognitiva consiste in una simulazione, o modello, o mappa della realtà, ed ogni decisione presa coscientemente, cioè volontariamente, è basata su un certo modello o mappa di una certa realtà.

Perciò agire coscientemente significa prendere decisioni secondo una realtà simulata, mentre agire inconsciamente significa prendere decisioni secondo una realtà reale, anche se più semplice di quella simulata.

Come divido il mondo

Io divido il mondo nelle seguenti parti che interagiscono tra loro: io (cioè la mia mente cosciente), la mia mente inconscia, il resto del mio corpo, gli altri, il resto del mondo. Ognuna di queste parti è costituita da parti subordinate che interagiscono tra loro. Su questa divisione si basa la mia filosofia/psicologia.


Influenza reciproca tra conscio e inconscio

Se l'inconscio di una persona è mal formato, spesso lo è anche il suo conscio. Penso infatti che l'io cosciente e l'inconscio si influenzino reciprocamente nel bene e nel male.

D'altra parte, a mio avviso, la maggior parte della gente non sa pensare in modo efficace ed efficiente per soddisfare al meglio i propri bisogni, dato che questi, quando sono politicamente scorretti, sono spesso rimossi nell'inconscio.

L'io e l'inconscio

L'io non può evitare di essere continuamente guidato (mediante emozioni e sentimenti) da logiche automatiche inconsce che si sono formate attraverso le sue esperienze, soprattutto quelle sociali. Può però modificare parzialmente tali logiche accettando di vivere nuove esperienze che il caso gli propone. Il libero arbitrio (se esiste) consiste infatti, a mio avviso, solo nello scegliere quali nuove esperienze provare e quali rifiutare.

L'uomo senza società

Immaginate di essere nati nel laboratorio di uno scienziato criminale che sin dalla nascita vi ha tenuti chiusi in un recinto impedendo a chiunque di parlarvi e assicurandovi solo il nutrimento, la cura dalle malattie e la protezione dal freddo e dal caldo eccessivi.
Come vedreste il mondo? Quali sarebbero i vostri pensieri? In cosa consisterebbero la vostra coscienza, le vostre conoscenze, i vostri gusti, la vostra morale?

Coscienza e inconscio

La coscienza è un organo di supervisione e di parziale controllo delle autonomie del comportamento della persona cosciente. Il potere della coscienza su tali autonomie (che possiamo chiamare collettivamente "inconscio") è molto limitato e dipende dalla formazione culturale del soggetto. Si tratta di un potere "consultivo", non "esecutivo". Tuttavia la coscienza, in circostanze eccezionali, può porre il veto sulle decisioni dell'inconscio.

Che significa "perché"

Diciamo spesso "perché" senza specificare il significato di questo avverbio (o congiunzione). Infatti esso può avere due significati molto diversi: causalità o finalità. Se, ad esempio, chiedo ad una persona "perché hai fatto questo?" potrei intendere (1) cosa ha causato l'azione che hai compiuto? oppure (2) a quale scopo hai voluto compiere questa azione? Nel secondo caso si dà per scontato che l'azione era consapevole e volontaria, nel primo no.

Io cosciente vs. io inconscio

L'io inconscio e l'io cosciente si censurano e si inibiscono reciprocamente. Farebbero bene a mettersi d'accordo per dividersi il potere. L'io cosciente sa leggere, scrivere, contare, prevedere e pianificare, mentre l'io inconscio è analfabeta e irrazionale, ma sa meglio dell'io cosciente cosa causa il piacere e cosa il dolore.

Sul conflitto tra coscienza e inconscio

Tra coscienza e inconscio c'è un conflitto permanente per il controllo della persona. In questo conflitto l'inconscio ha normalmente la meglio grazie alla sua arma costituita dalla capacità di generare emozioni e sentimenti a proprio favore.

La coscienza non possiede tale arma, dato che sentimenti ed emozioni sono involontari. L'arma della coscienza nei confronti dell'inconscio si limita alla previsione di futuri vantaggi e svantaggi.

Consapevolezza dell'inconscio

Chi vuole autogovernarsi deve imparare (ed abituarsi) ad essere consapevole del fatto che in ogni momento il proprio comportamento, i propri pensieri, i propri sentimenti sono governati totalmente o in larga misura, da automatismi inconsci.

E deve tentare di arrestare per qualche secondo l'attività di tali automatismi. Solo in quei momenti una persona può esercitare consciamente il proprio libero arbitrio (per quanto possibile).

Coscienza e storie

La coscienza è un ascoltatore, scrittore e narratore di storie.

Tuttavia la vita non è fatta di storie, bensì di processi simultanei e concorrenti (cause ed effetti di interazioni elementari tra organi e tra organismi) che la nostra coscienza cerca di tradurre in storie.

Pertanto, tutte le storie che narriamo agli altri e a noi stessi sono invenzioni più o meno false, più o meno complete e più o meno utili.

Chi deve decidere cosa fare e non fare?

Io (inteso come il mio io cosciente) non dovrei decidere liberamente e autonomamente cosa fare e non fare momento per momento, perché non ho sufficienti criteri per farlo se non dei principi razionali che potrebbero non aver nulla a che fare con la vita, col dolore e col piacere. La decisione spetta ai miei dèmoni, cioè ai miei agenti mentali inconsci. Io devo solo ascoltare e decifrare le loro decisioni, conciliarle o arbitrarle in caso di confllitti, ed eseguirle.

Sull'arroganza delle coscienze

Molte coscienze sono arroganti nel senso che sopravvalutano il loro potere, la propria indipendenza e la propria sovranità rispetto alle logiche della natura, e ignorano i propri limiti.

Una coscienza saggia sa di non essere sovrana rispetto alle esigenze del corpo e dell’inconscio a cui appartiene.

Infatti la coscienza esiste per servire, e se comanda dovrebbe farlo per servire gli interessi del corpo e dell'inconscio a cui appartiene.

Comportamento automatico

Ci vuole coraggio, ostinazione, e saggezza per ammettere e accettare che il proprio comportamento (come anche quello degli altri) è automatico, ovvero involontario. È automatico anche per quanto riguarda le decisioni che sembrano volontarie.

È un atto di umiltà che ridimensiona enormemente il potere e la nobiltà della coscienza, cioè dell’io.

La libertà di un essere umano è quella di uno schiavo destinato a rimanere schiavo per tutta la vita.

L'io e il caso

Uno dei criteri di differenziazione degli esseri umani è la personale relazione tra l'io cosciente e il caso. Ci sono infatti persone che non amano il caso, anzi lo temono, e cercano di programmare ogni cosa secondo regole ben note, in cui non vi è spazio per incertezze e improvvisazioni. Altre persone, invece, amano l'indeterminatezza, l'imprevisto, la sorpresa, e si divertono a giocare col caso. Inutile dire che le persone del secondo tipo sono molto più creative di quelle del primo tipo.

Tempo della coscienza e coscienza del tempo

La coscienza si estende tra passato, presente e futuro. Queste tre dimensioni non sono separabili. Infatti, ciò che è avvenuto incide su ciò che sta avvenendo, e ciò che sta avvenendo incide su ciò che avverrà. Ciò che sta avvenendo non avrebbe senso senza una prospettiva futura, sia pure di pochi secondi. Infatti, ciò che facciamo, lo facciamo affinché qualcosa avvenga (o non avvenga) in futuro, ovvero per causare (o impedire) un certo potenziale cambiamento, cioè una certa trasformazione interna e/o esterna.

Suicidio e coscienza

Il fine ultimo del suicida non è la morte del proprio corpo, ma quella della propria coscienza. Più precisamente, la coscienza del suicida decide di eliminare se stessa, in quanto troppo dolorosa.

Infatti, nel fenomeno del dolore, chi soffre, chi sente il dolore, è la coscienza, non il corpo, non l'inconscio, anche se il dolore può essere provocato dall'inconscio o dal corpo.

Tutto ciò è vero anche se le scelte della coscienza sono determinate da automatismi inconsci e involontari.

Sull'esistenza dell'inconscio

Qualcuno mi ha chiesto se esiste una prova scientifica dell'esistenza dell'inconscio. La mia risposta è che non c'è bisogno di prove, perché l'inconscio esiste per definizione, come ciò che non è conscio. A meno che non si creda che tutta l'attività mentale, o psichica, sia conscia, ovvero consapevole, non si può negare l'esistenza dell'inconscio. La questione, quindi, non è se l'inconscio esista o no, ma come sia fatto e come funzioni, e su questo ci sono varie ipotesi e scuole di pensiero, nessuna "scientifica".

Rischi dell'autoanalisi

Analizzarsi e valutarsi liberi da ogni pregiudizio, moralismo e autocensura è molto rischioso. Potremmo scoprire di non essere innocenti, di non essere sinceri, di esserci ingannati e di non aver capito le cose più importanti della vita in genere e di quella umana in particolare. Per evitare che la nostra visione del mondo e di noi stessi si riveli infondata e contraddittoria, meglio evitare di guardarci dentro, meglio occuparci solo delle nostre apparenze e di ciò che gli altri pensano o potrebbero pensare di noi.

Realtà, sistemi e coscienza


Ogni cosa è un sistema di parti più piccole e una parte di uno o piu sistemi più grandi.

La realtà è costituita da sistemi e dai processi in cui essi sono coinvolti.

Anche una persona è un sistema, così come lo è un gruppo sociale.

La coscienza è un processo che permette ad un sistema di conoscere altri sistemi mediante sensazioni. È un processo di sensazioni attuali e rievocate, ciascuna portante, negli animali senzienti, una certa quantità di piacere e di dolore.

Coscienza, piacere e dolore

Mi dispiace che si continui a parlare di "coscienza" come di qualcosa indipendente dal piacere e dal dolore. Infatti non riesco a immaginare come un oggetto incapace di provare piacere e dolore (o di averli provati o di prevedere di provarli) possa essere cosciente. Nè riesco a capire quale possa essere la funzione della coscienza se non quella di facilitare l'ottenimento del piacere e l'evitamento del dolore. Se io ho ragione, allora l'IA o un computer non saranno mai coscienti finché non proveranno piacere né dolore.

Coscienza vs. inconscio

La coscienza è lenta, unidirezionale, seriale, riflessiva, poco efficiente; l'inconscio è invece veloce, multidirezionale, parallelo (multitasking), automatico, e, in assenza di conflitti interiori, molto efficiente. Ciò che si apprende a fatica con la coscienza viene applicato efficientemente e senza sforzo solo quando diventa inconscio, cioè automatico. Questo vale sia per le interazioni sociali, sia per l'uso di strumenti, come suonare il pianoforte, dove ogni dito si muove automaticamente, indipendentemente dagli altri.

Sulla scelta

Non possiamo non scegliere in ogni momento, tuttavia possiamo scegliere di farlo volontariamente o involontariamente. Nel secondo caso affidiamo le nostre scelte al nostro inconscio.

Ogni scelta presuppone almeno due opzioni. La scelta fondamentale è tra cambiare o mantenere una certa cosa.

Il nostro inconscio è costituito da un certo numero di agenti mentali autonomi che eseguono continuamente, a nostra insaputa, scelte che regolano la nostra vita, il nostro comportamento, i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

L’io cosciente tra agenti interni e agenti esterni

L’io cosciente deve gestire due categorie di agenti: quelli interni e quelli esterni. Quelli interni sono i propri bisogni e desideri (spesso inconsci), i propri sentimenti e le proprie cognizioni. Quelli esterni sono gli altri esseri umani, con i loro bisogni e desideri, i loro sentimenti e le loro cognizioni, spesso in contrasto con quelli degli agenti interni. E’ impresa difficile e rischiosa, perché sia gli agenti interni che quelli esterni reagiscono in modo punitivo alle politiche dell’io cosciente a loro sfavorevoli.

Infinito e finitudine

La realtà è infinitamente grande, e di essa la coscienza può cogliere un solo dettaglio alla volta. La vita è finita, e ancor più la coscienza. Siamo piccole e temporanee parti di un tutto di cui possiamo conoscere solo alcuni aspetti.

Gli umani si dividono in due categorie: coloro che accettano la propria finitudine, e coloro che non l'accettano. Sia i primi che secondi s'illudono e illudono, s'ingannano e ingannano, desiderano l'impossibile e scambiano fantasie per realtà. Tuttavia per i primi è più facile accorgersi degli inganni e delle illusioni.

Coscienza come epifenomeno?

Riguardo al considerare la coscienza (e quindi anche i sentimenti, ovvero piacere e dolore in varie forme e associazioni) un epifenomeno, se per "epifenomeno" s'intende l'effetto di una causa, allora direi che la coscienza è certamente un epifenomeno.

Infatti essa è causata e influenzata da eventi elettrochimici e informativi che avvengono nel cervello.

In ogni caso il termine epifenomeno non dovrebbe essere considerato diminutivo, dato che il piacere e il dolore hanno un'importanza fondamentale nella vita degli esseri senzienti, in quanto determinanti del comportamento.

Sull'importanza di Sigmund Freud per il progresso dell'umanità

Io non condivido molte idee di Freud, specialmente quelle che hanno a che fare con lo sviluppo sessuale e le relative simbologie, ma ritengo questo autore un grande demistificatore, un rivoluzionario del pensiero, del calibro di Darwin, Nietzsche e Marx, anche solo per la sua teoria dell'inconscio (inteso come es e super-io). Una teoria che va corretta e completata, ma che ci ha insegnato un fatto fondamentale: che l'io (inteso come io cosciente) "non è padrone in casa propria" in quanto è succube inconsapevole del suo inconscio. Una realtà che la maggior parte dell'umanità ancora non riesce a vedere, né a capire.

Io cosciente e algoritmi di comportamento

L'immagine seguente rappresenta metaforicamente la relazione tra due persone al livello delle rispettive coscienze (io cosciente) e dei rispettivi algoritmi di comportamento.

I cani rappresentano la componente inconscia e automatica di una persona, ovvero tutto ciò che la costituisce, eccetto il suo io cosciente. (In realtà anche l'io cosciente è basato su algoritmi).


Sulla coscienza

La coscienza non è una cosa indipendente da sentimenti, emozioni, cognizioni, conoscenze, motivazioni, intenzioni, comprensione, osservazioni, ecc., ma è costituita dalla integrazione di tali cose, a partire dalla capacità di soffrire e di godere.

In altre parole, se non avessimo la capacità di soffrire e di godere, di volere, di desiderare, di necessitare, di conoscere, di intendere ecc. la coscienza non esisterebbe in quanto sono proprio tali cose a costituirla.

Purtroppo la cultura in cui siamo cresciuti ci ha insegnato a vedere tutte le cose sopra menzionate come separate, mentre invece sono interdipendenti.

Agenti incosci autonomi

Quando un pianista suona, chi suona non è il suo io cosciente, ma i suoi agenti inconsci autonomi, che sono almeno due, uno che dirige la mano destra, uno la sinistra. Forse ogni agente "mano" è in realtà costituito da diversi agenti, per esempio uno per ogni dito. L'io cosciente del pianista si limita a dare l'avvio all'attività e a monitorarla, per interromperla nel caso non dia i risultati sperati.
Lo stesso avviene quando un umano interagisce con altri umani, in cui ad interagire sono in realtà i rispettivi agenti inconsci autonomi, mentre i loro io coscienti si limitano ad avviare o a interrompere l'interazione, o cambiarne le finalità.

Sulla competizione tra agenti mentali inconsci

La coscienza è generalmente unitaria (tranne nelle psicosi), mentre l'inconscio è normalmente conflittuale, nel senso che è costituito da una grande quantità di agenti mentali autonomi in competizione tra di loro.

Mentre gli organi del corpo cooperano per il mantenimento in vita dell'organismo, gli agenti mentali inconsci competono tra di loro per determinare il comportamento dell'individuo.

Infatti ognuno di essi cerca di stabilire quale atteggiamento la persona dovrebbe assumere rispetto a ciascun ente concreto o astratto: attrazione, curiosità o repulsione, attacco, esplorazione o fuga, secondo logiche elementari del tipo "se X, allora Z".

Divisione dell'individuo

Le strutture grammaticali e sintattiche delle lingue che conosco implicano una unità della mente che in realtà non esiste. Infatti i termini "io" e "me" indicano la persona come "individuo", cioè come indivisibile, mentre in realtà la persona è divisibile, e divisa, principalmente in due parti: la coscienza e il resto della mente e del corpo. Tale divisione non è solo concettuale o letteraria, ma sistemica, nel senso che le due parti interagiscono scambiandosi informazioni ed energie, e ognuna di esse, in quanto agente, assume il ruolo di soggetto e di oggetto allo stesso tempo.

Solo tenendo conto di tale divisione è possibile costruire una psicologia realistica.

Agenti mentali antagonisti

La mente è una specie di assemblea di agenti mentali che possono essere antagonisti, cioè voler cose opposte. L'io cosciente (l'unico agente cosciente) è uno di essi, e il suo volere puà essere in contrasto con quello di altri agenti. In caso di conflitto ci sono due possibilità: l'immobilismo (quando i due agenti hanno eguale forza) e il prevalere dell'uno sull'altro. Ebbene io credo che l'io cosciente sia il più delle volte soverchiato da uno o più agenti mentali inconsci. Il fatto è che l'io cosciente non può controllare l'inconscio (se non in minima parte e in tempi lunghi), mentre è vero il contrario, cioè l'inconscio controlla l'io consciente in tempi brevi e in grande misura.


Subalternità dell'io cosciente

L'io cosciente è il consulente del resto del corpo. Gli consiglia cosa fare e cosa non fare (esiste per questo), ma è il resto del corpo che decide se, e in quale misura, seguire i suoi consigli.

Infatti l'io cosciente dà spesso al resto del corpo consigli non richiesti, che a volte vengono presi in considerazione, altre volte ignorati, secondo meccanismi a noi ignoti.

A volte il resto del corpo, non sapendo cosa fare, chiede consigli all'io cosciente, altre volte gli impone di tacere e di non disturbarlo per un certo periodo tempo.

Per questo giustamente Freud ha scritto che l'io non è padrone in casa sua.

Mente: istruzioni per l'uso

Mi piacerebbe scrivere un libro dal titolo “Mente: istruzioni per l’uso”. Esiste già un libro con lo stesso titolo. Ho chiesto a ChatGPT un riassunto del suo contenuto, e mi pare che si tratti, più che di istruzioni per l’uso, della divulgazione di conoscenze scientifiche sulla mente. Io vorrei invece dare delle istruzioni su come gestire la propria mente per una maggiore felicità.

Credo che un’idea utile in tal senso sia quella di separare l’io dal resto della mente e del corpo, e osservare (in quanto “io”) le interazioni tra il resto della mente+corpo con il resto del mondo, come illustrato nella figura seguente.


Partita a tre

L'uomo è sempre impegnato in una partita a tre. I giocatori sono il suo io cosciente, il suo sé (ovvero i suoi automatismi inconsci) e gli altri, considerati collettivamente e individualmente. Ognuno dei giocatori ha le sue motivazioni, le sue esigenze e la sua logica, spesso contrastanti e in conflitto di interessi. Nessuno può vincere a danno di un altro senza subire una pericolosa rappresaglia. Scopo del gioco è trovare il miglior compromesso per soddisfare tutte e tre le parti. Ne consegue che ogni parte deve in una certa misura adattarsi alle esigenze delle altre senza rinunciare alla sua natura essenziale e senza mortificarla. Il raggiungimento di tale compromesso è l'oggetto della saggezza e della psicoterapia.

La mia meditazione

La mia meditazione consiste nel ricordare che in ogni momento la mia coscienza è controllata dal mio inconscio. Questo vale per qualsiasi interazione tra me e altre persone e cose. Infatti ogni mia interazione col resto del mondo è influenzata dal mio inconscio attraverso le emozioni e i sentimenti.

Perciò, se io desidero cambiare le mie modalità di interazione, devo fare in modo che il mio inconscio si modifichi in tal senso, cosa difficilissima e lentissima. Comunque, tra l’io e l’inconscio c’è un perenne antagonismo, nel senso che ognuno vorrebbe controllare l’altro secondo le proprie logiche e le proprie strategie esistenziali.


L'emergenza di un io di livello superiore

Oggi mi è venuta un'idea. Così come l'io è emerso durante l'evoluzione della nostra specie, non si può escludere che possano in futuro (o che sia già avvenuto in qualche mutante), emergere altri "io" di livello superiore, come quello rappresentato in questo schema:



Vedi anche Struttura dinamica della psiche (versione 4)

Sudditanza della volontà cosciente

È un bene che la volontà cosciente non sia sovrana, ma suddita dei sentimenti, perché questi hanno garantito la conservazione della nostra specie per milioni di anni, mentre la volontà cosciente potrebbe causare, in poco tempo, la nostra estinzione a causa di scelte arbitrarie nocive alla natura umana o al suo ambiente. D'altra parte i nostri sentimenti, uniti alla potenza delle moderne tecnologie, possono, se non governati razionalmente, distruggere rapidamente la nostra specie. Occorre pertanto che la nostra volontà cosciente studi razionalmente i sentimenti e li serva come un genitore coscienzioso accudisce il proprio bambino cercando di farlo felice, ma al tempo stesso sorvegliandolo per impedirgli di arrecare danni a sé e ad altri con giocattoli troppo pericolosi.

Conscio e inconscio

L'inconscio freudiano è un concetto molto limitato. Oggi c'è una tendenza a considerare inconscio tutto ciò che è meccanico, automatico, non consapevole e involontario, quindi ben oltre ciò che è "priobito" o "vergognoso". In pratica è inconscio tutto il corpo e tutta la mente, tutta l'attività neurale ad eccezione di una piccola parte che è l'io cosciente. Ritengo l'inconscio freudiano un'idea ancora valida, ma non dobbiamo fermarci lì. Insomma, la faccenda in un certo senso si semplifica perché si può dividere (ma non separare) la persona, ovvero l'organismo, in due parti: quella conscia e quella inconscia, laddove quella inconscia è tutto l'organismo meno la parte conscia. Ovviamente le due parti interagiscono tra loro. A sua volta, l'inconscio è costituito da parti che interagiscono tra loro.

Divertimento vs. riflessione

La mente reagisce diversamente quando percepisce qualcosa di nuovo rispetto a qualcosa di consueto,  qualcosa che si muove rispetto a qualcosa che è immobile, qualcosa che si muove in modo nuovo rispetto a qualcosa che si muove in modo consueto. Le nuove immagini e i nuovi movimenti catturano la mente che reagisce in modo automatico, rendendo più difficile un comportamento volontario e consapevole. Al contrario, la percezione di qualcosa di consueto o statico, dopo una breve reazione iniziale, determina una indifferenza che permette alla mente di riflettere liberamente e coscienziosamente. Infatti, la mente reagisce alle differenze, non alle costanze; ai cambiamenti, non alle ripetizioni. Per questo il divertimento, che è basato sulla novità e il cambiamento, non aiuta la consapevolezza né la riflessione.

Natura e limiti dell'io

Il termine "io" è uno dei più usati e dei meno chiaramente definiti. Infatti non è chiaro se con esso ci si riferisce all'intera persona o ad una parte di essa.

La psicoanalisi ha definito l'io come la parte cosciente della persona (io cosciente), distinguendola dalla mente inconscia e dal resto del corpo, ma l'ambiguità semantica rimane nell'uso corrente del termine e nel nostro stesso modo di pensare.

Ancor meno chiara è la definizione delle funzioni e delle capacità dell'io, ovvero cosa esso possa e non possa fare nei confronti della propria persona, degli altri come singoli, e della comunità.

Infatti ognuno di noi "è" o "ha" un io, e vive nella fatale ignoranza di cosa egli stesso sia e cosa possa e non possa fare.

Elogio dell’inconstanza

L’incostanza, da molti considerata un difetto, è la virtù delle persone creative e di coloro che danno più credito alle richieste dell’inconscio che a quelle della ragione cosciente. Infatti solo l’inconscio sa quando è sano cominciare a fare una certa cosa e quando smettere di farla per riposare, o per incominciarne una diversa.

L’autogoverno consapevole prolungato è pericoloso perché la coscienza ha una conoscenza infinitamente piccola, e spesso falsa, del mondo e dei meccanismi biologici e logici del proprio corpo.

Perciò, dopo un breve esercizio di autogoverno, è bene fermarsi ad osservare i suoi effetti nel corpo, nella mente inconscia e nei rapporti con gli altri.

Capire consciamente vs. inconsciamente

Non basta che certe verità importanti per la nostra felicità siano capite dal nostro io cosciente. Finché anche il nostro inconscio non le avrà capite, continueremo a comportarci come se non le avessimo capite, e a soffrire del conflitto tro io e inconscio.

Ciò è dovuto al fatto che il comportamento è per lo più automatico, involontario e pilotato dall'inconscio, e al fatto che l'apprendimento da parte dell'inconscio è molto più lento di quello da parte dell'io.

Può anche succedere che il nostro inconscio capisca certe verità prima del nostro io cosciente. Anche in questo caso soffriremo del conflitto tra l'io e l'inconscio. Tuttavia l'adeguamento dell'io all'inconscio è più facile e veloce dell'adattamento dell'inconscio all'io, purché l'io abbia rispetto per l'inconscio e ne conosca, in generale, i meccanismi e le logiche.

Sul mistero della coscienza

Per mistero della coscienza intendo qualcosa che non possiamo controllare (nel senso di manipolare) né prevedere, ma da cui siamo controllati. La coscienza non può controllare né prevedere se stessa se non in misura minimale (per esempio mediante anestesie, droghe, farmaci, sonde nel cervello, suggestioni e autosuggestioni). Per il resto è soggetto e oggetto allo stesso tempo, nei confronti di se stessa e del resto del mondo. Il mondo controlla completamente la nostra coscienza, ma la nostra coscienza controlla solo una piccolissima parte del mondo e di se stessa. Si tratta di un'interazione circolare basata sul feed-back. E in più la coscienza è dominata dal piacere e dal dolore, che sono parte di essa. Questo è per me il mistero della coscienza. Il fatto che non conosciamo (se non in minima parte) i meccanismi di questi controlli e di queste interazioni.

L'io e l'inconscio - Le due logiche e la salute mentale

Nella mia concezione della mente, l'io, anche detto "io cosciente" o "conscio", è la parte cosciente della vita di un essere umano. A tutto il resto di esso, compresi i visceri, gli organi, la memoria, i nervi, i neuroni e tutte le altre cellule, do il nome di inconscio.

Io divido dunque la vita umana in due parti: la vita conscia e quella inconscia, ognuna con la sua logica, automatica e parzialmente modificabile, di soddisfazione dei bisogni della persona intesa come corpo e mente inseparabili. Le due logiche possono essere più o meno concordi o discordi, coerenti o incoerenti, alleate o antagoniste.

A mio parere, una persona è tanto più sana di mente e contenta, quanto più in essa le due logiche, che si influenzano reciprocamente, collaborano a favore della vita dell'essere a cui appartengono, e quanto meno confliggono tra loro.

Autori e mandanti delle nostre azioni

Come dimostrano gli esperimenti di Libet, quando prendiamo una decisione, in realtà prendiamo coscienza di una decisione che è stata già presa da un agente mentale inconscio. Questo può aver agito in modo totalmente libero, anche in contrasto con le intenzioni dell'io cosciente, oppure secondo istruzioni e/o una "educazione" che l'io cosciente gli ha impartito precedentemente. In altre parole, ad esempio, noi possiamo decidere di adottare certi principi morali e di conseguenza istruire (consciamente o inconsciamente) il nostro inconscio ad applicarli. Dopodiché l'inconscio prenderà autonomamente decisioni coerenti con tali principi, e noi ci illuderemo che tali decisioni saranno state prese a seguito di un atto volontario e consapevole. Insomma, l'autore (o meglio, il mandante) di un atto (apparentemente) volontario potrebbe essere l'io cosciente, ma solo in quanto programmatore, o pianificatore, di un decisore automatico.

Sul funzionamento della coscienza

Ci sono due modalità in cui la coscienza può funzionare, e l'una non esclude l'altra. La prima è la modalità autocontrollata, la seconda quella eterocontrollata.

Nella modalità autocontrollata la coscienza esercita, o cerca di esercitare, il libero arbitrio, ossia di usare la propria volontà per determinare il proprio comportamento e/o la propria identità, vale a dire stabilire cosa fare e cosa essere.

Nella modalità eterocontrollata la coscienza rinuncia ad esercitare il libero arbitrio e accetta di fare e di essere ciò che il proprio inconscio, il proprio istinto, il proprio corpo decidono cosa il soggetto essa debba fare e/o essere.

Le due modalità possono alternarsi o essere attive simultaneamente in una certa misura. Tuttavia la decisione di attivare l'una o l'altra modalità e in quale misura viene presa non dalla coscienza, ma da agenti inconsci non meglio definibili, né determinabili.

Due modi di intendere l’inconscio

Ormai tutti ammettono l’esistenza dell’inconscio, tuttavia con due diversi modi di intenderlo.

Il primo modo considera l’inconscio solo come nascondiglio o dimenticatoio di cose (idee, desideri, ricordi ecc.) di cui ci vergogniamo o che ci addolorano.

Il secondo lo considera come agente autonomo (una specie di homunculus) che in ogni momento determina, ovvero guida, a nostra insaputa, i nostri sentimenti, pensieri, motivazioni e comportamenti perseguendo fini contrastanti rispetto a quelli del nostro io cosciente.

Il secondo modo non esclude il primo, mentre il primo esclude il secondo, per accettare il quale occorre il coraggio di pensare fuori da qualsiasi convenzione.

Infatti, per i più, l’idea che l’”io non è padrone in casa propria” è intollerabile e spaventosa. Ed è lo stesso inconscio ad impedire tale presa di coscienza, per una sorta di istinto (ovviamente inconscio) di conservazione.

La coscienza come soggetto e oggetto

La vita di una persona dipende molto dalla direzione verso cui è rivolta la propria coscienza momento per momento.

Infatti la coscienza è direzionale, relazionale, oggettuale.

In altre parole, si è coscienti sempre di qualcosa, vale a dire che, cambiando l'oggetto della coscienza, la coscienza cambia, e può cambiare in meglio o in peggio in quanto alla sua utilità per la soddisfazione dei bisogni della persona che la contiene.

Pertanto, può essere utile chiedersi, momento per momento, quale sia l'oggetto della propria coscienza, e se sia opportuno rivolgerla verso un oggetto diverso, e quale sia l'oggetto più opportuno vedersi cui rivolgerla.

D'altra parte bisogna tenere conto del fatto che la scelta dell'oggetto verso cui rivolgere la coscienza (ovvero l'attenzione) è normalmente involontaria e inconscia.

In tal senso la coscienza è oggetto di altri soggetti, ovvero di altri agenti mentali, che prendono decisioni su di essa e per essa.

Reazioni cognitive, emotive e motive

La mente umana è un sistema capace di apprendere, costruire, riconoscere (e a reagire a) certe entità (cioè simulacri mentali di realtà reali o immaginarie quali informazioni, forme, simboli, concetti, situazioni, oggetti, persone, gruppi, comunità ecc.) e di associare ad esse (1) altre entità o gruppi di entità, (2) emozioni (cioè piacere/dolore, attrazione/repulsione, senso di sicurezza/paura), e (3) motivazioni (cioè impulsi a fare o a non fare certe cose in presenza di certe entità.

Pertanto, quando la nostra mente riconosce una certa entità, essa attiva particolari reazioni cognitive, emotive e motive.

Lo scopo della psicologia e della psicoterapia dovrebbe essere quello di rilevare le reazioni “malsane” e contribuire a trasformarle in reazioni “sane” in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui. Tale "cura" dovrebbe darci la possibilità di soffrire (e far soffrire altri) di meno, e di godere (e far godere altri) di più.

Io e mio

Io sono la mia coscienza, e l'aggettivo possessivo "mio" non indica possesso, ma interconnessione e legame. Infatti la coscienza possiede solo la capacità di comandare i muscoli volontari e di prevedere il futuro (con tutti i limiti e gli errori del caso).

Pertanto, quando dico "il 'mio' inconscio" non intendo dire che io "possiedo" un inconscio, ma che esiste un inconscio legato alla mia coscienza, il quale interagisce con la mia coscienza. Potrebbe perfino darsi che il "mio" inconscio possieda e comandi la "mia" coscienza, ovvero il "mio" io.

Insomma, posso essere certo solo dell'esistenza in "me" di una coscienza e di un inconscio che interagiscono, ma non posso sapere con certezza come tali entità interagiscono, né se vi sia un rapporto gerarchico tra di esse, del tipo servo-padrone. Quasi certamente tra di esse c'è interdipendenza, nel senso che l'una non può esistere senza l'altra.

Inoltre ipotizzo un conflitto quasi permanente tra i due, in quanto ciascuna cerca di prevalere sull'altra, di dominarla, di costringerla a fare ciò che ciascuna vuole.

Coscienza, sentimenti, volontà, interazioni

La coscienza, i sentimenti e la volontà cosciente sono fenomeni emergenti dalla interazione, ovvero dallo scambio di informazioni, energie e/o sostanze, tra parti (ovvero sottosistemi) del sistema nervoso, così come le società sono fenomeni emergenti dalle interazioni tra esseri umani.

Un fenomeno si dice emergente se non esiste a priori, ovvero come entità a sé stante, ma solo come prodotto di una interazione, ovvero di uno scambio di informazioni, energie e/o sostanze, tra due o più entità, e dura finché dura tale interazione.

Per fare un esempio, un'automobile non esiste a priori (come avrebbe pensato Platone, in base alla "idea" archetipica di automobile), ma come prodotto dell'interazione dei suoi componenti. Cessando l'interazione tra tali componenti, l'automobile smette di esistere in quanto automobile reale e di essa resta solo un ricordo o un'idea. In tal senso, metaforicamente parlando, la coscienza è una specie di automobile.

Quanto sopra è una mia libera interpretazione del pensiero rivoluzionario di Gregory Bateson.

Sul rapporto con se stessi

Il concetto di rapporto, o di relazione, implica che vi siano almeno due soggetti, o un soggetto e un oggetto, o due oggetti, insomma, due entità tra cui c'è un certo rapporto o una certa relazione.

Quando si parla del "rapporto di un individuo con se stesso" quali sono le due entità? "Individuo" significa "non divisibile", ma nel rapporto con se stessi dobbiamo necessariamente dividere logicamente l'individuo in almeno due parti: l'io cosciente (o la coscienza) e il resto della persona (cioè la parte inconscia, vale a dire tutto ciò che non ha una coscienza a noi accessibile, ovvero il corpo e la mente inconscia).

Insomma, quando parliamo di "rapporto con se stesso", dobbiamo intendere il rapporto tra l'io cosciente e la parte inconscia della persona. Tale rapporto è difficilissimo e incerto perché il secondo termine è inconscio, e comunica con l'io cosciente soltanto mediante un linguaggio non verbale (e quindi non razionale), cioè attraverso le sensazioni, le emozioni e i sentimenti. D'altra parte l'io inconscio ha un controllo molto limitato sul resto della propria persona, limitato ai comandi che può inviare ai muscoli volontari.

Sui limiti della coscienza e della volontà cosciente

La nostra coscienza è molto limitata nella comprensione di ciò che succede fuori e dentro di noi.

Ci sono due tipi di limiti.

Il primo riguarda il fatto che i processi inconsci, che sono molto numerosi e complessi, sono per definizione non accessibili alla coscienza.

Il secondo limite è che la coscienza può seguire solo un processo alla volta, mentre i processi “visibili” (cioè quelli non inconsci) sono normalmente molteplici e si svolgono contemporaneamente.

Si può infatti dire che la coscienza è un processo lineare in una realtà multilineare e magliata, rappresentabile come una rete di connessioni logiche tra entità e tra eventi.

Una coscienza ignara dei propri limiti tende a ridurre la complessità della realtà a una semplice concatenazione di cause-effetti lineare e senza ritorni degli effetti sulle cause.

Per quanto sopra, la visione del mondo (inteso come processo dinamico di fatti o eventi) da parte della coscienza è sempre distorta e parziale rispetto alla realtà.

I limiti della coscienza sono gli stessi della volontà cosciente, se questa non tiene conto delle volontà inconsce.

Sentimento e cognizione del bisogno e del desiderio

L'uomo fa ciò che fa perché "sente" e "conosce" il bisogno e/o il desiderio di farlo, cioè ne è cosciente sentimentalmente e cognitivamente. Tale consapevolezza è un fenomeno involontario tipicamente umano di origine genetica, che ha sostituito gli istinti (inconsapevoli) tipici degli altri animali.

Dopo la nascita, la cultura della comunità di appartenenza mistifica e censura i bisogni e i desideri di ogni individuo e ne crea e induce di nuovi.

Mentre i bisogni sono necessità geneticamente o culturalmente determinate, i desideri sono mezzi per soddisfare dei bisogni.

Se un desiderio non può essere realizzato, può essere sostituito con un altro al fine di soddisfare i bisogni correlati.

Se un bisogno genetico non può essere soddisfatto, l'organismo (inclusa la mente) muore o si ammala.

Se un bisogno culturalmente indotto non può essere soddisfatto, l'organismo soffre, ma non muore e non si ammala, o si ammala solo temporaneamente.

La soddisfazione di un bisogno o la realizzazione di un desiderio suscitano piacere e/o gioia. La frustrazione di un bisogno o la non realizzazione di un desiderio suscitano dolore e/o sofferenza.

È importante conoscere e demistificare i bisogni genetici, distinguerli da quelli indotti e soddisfarli coltivando e realizzando desideri appropriati.

Ancora sul libero arbitrio

A mio parere, il libero arbitrio consiste nella capacità di scegliere tra queste due opzioni:

  1. scegliere liberamente cosa fare e cosa non fare;

  2. obbedire a comandi esterni e/o interni che ci chiedono o ci impongono di fare o non fare certe cose.

Resta da capire chi è il soggetto della scelta. Infatti, se una persona è vista come "in-dividuo", cioè  non divisibile in parti, allora il soggetto è la persona indivisa; se invece una persona è vista come composta da parti che interagiscono (tra cui, ad esempio, l'io cosciente e l'inconscio), allora il soggetto è indefinito, dato che la coscienza e la volontà che caratterizzano l'io cosciente sono influenzate dall'inconscio. In altre parole, il soggetto potrebbe essere (e io credo che sia) l'inconscio, a cui l'io cosciente obbedisce inconsciamente, cioè a sua insaputa.

In ogni caso, le scelte (consce o inconsce) più importanti di una persona riguardano le risposte a domande come le seguenti:

  • Scegliere o obbedire?

  • A chi/cosa obbedire?

  • A chi/cosa non obbedire?

  • Perché interagire?

  • Perché non interagire?

  • Come interagire?

  • Come non interagire?

  • Con chi/cosa interagire?

  • Con chi/cosa non interagire?

  • Cosa mi conviene fare per migliorare i miei rapporti con gli altri?


Rapporti esterni e interni, oggettivi e soggettivi

Il problema principale di un essere umano è triplice, ed è oggettivo e soggettivo al tempo stesso. È (1) la realtà oggettiva dei suoi rapporti interpersonali, (2) la propria visione soggettiva degli stessi, e (3) le differerenze tra (1) e (2).

In altre parole, il problema principale di un essere umano è la discrepanza tra i propri rapporti con gli altri in quanto persona (rapporti esterni) , e i rapporti tra la sua coscienza e il resto del suo corpo, attraverso il quale percepisce il mondo esterno (rapporti interni).

Infatti la coscienza, o io cosciente, è una parte della mente, la quale è una parte del corpo, e i rapporti del corpo con altri corpi esterni sono determinati o influenzati dai rapporti della conscienza con il resto della propria mente e del proprio corpo.

Se non distinguiamo i rapporti interpersonali dai rapporti interiori non possiamo pensare in modo efficiente al miglioramento dei nostri rapporti con gli altri.

In altre parole, la nostra felicità dipende dalla qualità dei nostri rapporti interpersonali, e questa dipende dalla qualità dei nostri rapporti interni, o interiori.

Per migliorare la propria esistenza sono dunque necessarie due analisi: quella dei rapporti esterni e quella dei rapporti interni, e il continuo confronto tra di esse.

Metaforicamente si potrebbe dire che per vivere bene l’autogoverno dovrebbe avere almeno due ministeri: quello degli affari esteri e quello degli affari interni.

Stimolazioni mentali esterne vs. interne

La mente reagisce a stimoli, ovvero a informazioni a cui vengono associati significati o proprietà particolari. Questi stimoli possono provenire dall'esterno (attraverso il sistema percettivo sensoriale) oppure dall'interno, cioè dalla memoria, oppure essere generati dal corpo.

Quando siamo svegli, gli stimoli esterni sono prevalenti. Quando dormiamo essi sono praticamente assenti. Quando siamo sotto ipnosi essi sono monopolizzati dalle parole dell'ipnotista.

Quando la mattina ci svegliamo, il risveglio, di solito, non è immediato ma dura un certo tempo durante il quale ci si trova con gli occhi chiusi nel cosiddetto stato di "dormiveglia". In questo stato gli stimoli esterni sono molto ridotti, a vantaggio di quelli interni, sui quali si può concentrare la nostra attenzione.

Per me questi momenti di dormiveglia sono i più creativi della giornata. Di solito è allora che mi vengono nuove idee che, una volta completamente sveglio, cerco di sviluppare e scrivere.

Io penso che lo stato di dormiveglia possa essere raggiunto volontariamente nel corso della giornata. Basta chiudere gli occhi e cercare di non pensare alle cose che ci circondano da vicino. In questo stato, in una certa misura autoipnotico, possiamo dare spazio alla nostra immaginazione senza particolari obiettivi e osservare ciò che la nostra mente può produrre. A volte si tratta di immagini mentali senza senso o utilità apparente, altre volte si tratta di nuove idee interessanti e degne di essere sviluppate.

Che significa "io"?

Quando parliamo o pensiamo, non dovremmo mai dire semplicemente "io" ma "il mio io cosciente" oppure "la mia persona", a seconda che intendiamo, rispettivamente, solo la parte cosciente del nostro corpo, o il corpo intero. Infatti la parola "io" da sola è ambigua perché non si sa a cosa si riferisca, e può generare confusioni e illusioni sui poteri e le responsabilità morali delle persone.

Per "corpo" dovremmo quindi intendere solo la parte inconscia della persona (o individuo). Per chiarezza potremmo chiamarlo "corpo inconscio".

Per facilitare i discorsi, si potrebbe sostituire il termine "io" (inteso come io cosciente) con il neologismo (da me coniato) "ioc". In quanto al corpo inconscio, potremmo chiamarlo "corpoi".

Insomma, ioc + corpoi = individuo (o persona), formula da cui potremmo ricavare la seguente asserzione: "io" sono una persona e come tale sono composto da un "ioc" e da un "corpoi".

L'ioc, una volta compreso che è solo la parte cosciente della persona, dovrebbe chiedersi in ogni momento: di cosa ha bisogno "qui ed ora" il mio corpoi? E di cosa "ioc" ho bisogno per soddisfare i bisogni del mio "corpoi"?





Coscienza come esperienza, ricordo, significazione e anticipazione del piacere e del dolore

La coscienza (intesa come consapevolezza) è segnata dal piacere e dal dolore, senza i quali non esisterebbe o sarebbe inutile.

La coscienza consiste infatti nel correlare cose (immagini, parole, concetti, persone, oggetti, forme, idee ecc.) con piaceri e dolori, in modo che certe cose vengono cercate se correlate col piacere, ed evitate se correlate col dolore.

La correlazione avviene per coincidenza esperienziale. Infatti se mentre facciamo esperienza di una certa "cosa" proviamo un certo dolore, verrà memorizzata una correlazione tra quella cosa e quel dolore come se fosse una causazione, cioè come se quella cosa fosse la causa di quel dolore. Lo stesso avviene nelle correlazioni col piacere. L'inconscio, infatti, non sa distinguere tra correlazione e causazione, e considera causazioni anche le coincidenze casuali o irripetibili.

È così che tutte le correlazioni tra cose e sentimenti memorizzate nella memoria di un individuo lo guidano volontariamente o involontariamente, consciamente o inconsciamente, nel cercare le cose correlate col piacere e nell'evitare quelle correlate col dolore.

Il meccanismo che ho descritto sopra è utile alla sopravvivenza in quanto il piacere è espressione della soddisfazione, mentre il dolore lo è della frustrazione, di qualche bisogno. Tuttavia considerare causazione una coincidenza casuale è spesso causa di superstizioni e di comportamenti irrazionali e controproducenti.

Intelligenza e coscienza

L’intelligenza non implica la coscienza della propria intelligenza. Infatti i computer sono intelligenti, ma non hanno alcuna coscienza, almeno così sembra.

Anche gli organi di un essere vivente, anche le sue cellule hanno un’intelligenza, nel senso che “sanno” come comportarsi, anche se, almeno così sembra, non ne sono coscienti, giacché riteniamo che non possiedano la facoltà che noi chiamiamo coscienza o autocoscienza.

Ogni forma di vita, anche a livello microscopico, è intelligente nel senso che agisce e/o reagisce in modo da soddisfare certi bisogni o da raggiungere certi fini, primo fra tutti la propria sopravvivenza e la propria riproduzione.

Possiamo escludere che un essere vivente o una sua parte abbia una coscienza, o che perfino un computer abbia una coscienza?

Non possiamo. Infatti io sono cosciente solo di me stesso e del mondo che mi circonda, e per quanto riguarda gli altri esseri al di fuori della mia coscienza (interni o esterni al mio corpo), posso solo fare illazioni.

Per esempio, suppongo che gli altri esseri umani, essendo simili a me, abbiano anch’essi una coscienza, come ce l’ho io, ma questa è solo una supposizione, perché io non posso “entrare” nella coscienza di un altro essere, né vederla.

La coscienza è il più profondo mistero dell’universo.

Sull'esistenza di una coscienza pre-materiale

Tutto ciò che non costituisce un fatto dimostrabile è oggetto di immaginazione, di ipotesi o di sensazione soggettiva. Tra le cose immaginate, ipotizzate o sentite soggettivamente ci possono essere cose che diventeranno fatti dimostrabili, e altre che non lo diventeranno mai.

L'idea di una coscienza indipendente dalla materia rientra, per ora, fino a "prova" contraria, nella categoria delle immaginazioni, delle ipotesi o delle sensazioni soggettive.

Ognuno può scegliere di comportarsi come se le cose immaginate, ipotizzate o sentite fossero vere, reali, fattuali. Detto questo, mi pongo questa domanda: ammesso che esista una coscienza indipendente dalla materia, qualsiasi ipotesi di funzionamento o di interazione con noi umani possiamo immaginare riguardo ad essa? Nemmeno Faggin ha suggerito alcuna ipotesi in tal senso.

Per quanto mi riguarda, che la coscienza “pre-materiale” esista o non esista non fa nessuna differenza se non ci sono ipotesi di funzionamento di tale entità, ovvero di particolari interazioni tra essa e noi, almeno in questa vita. Lo stesso vale per l'esistenza del cosiddetto "Dio".

Per concludere, preferisco non prendere posizione sull'esistenza di una coscienza pre-materiale finché tale idea non viene corredata da ipotesi sul suo funzionamento e sui rapporti tra essa e me. Se qualcuno di voi può formulare qualche ipotesi in tal senso, lo ascolterei volentieri.

Percezione attiva


Col termine "percezione attiva" intendo l'analisi (critica e consapevole) delle proprie percezioni e reazioni in tempo reale, cioè mentre avvengono. In altre parole intendo il farsi una serie di domande come le seguenti:

  • Cosa sto percependo?

  • Quali sono le mie reazioni cognitive, emotive e motive a ciò che sto percependo?

  • Quali cambiamenti a breve, medio e lungo termine ciò che sto percependo potrebbe causare nella mia mente e nella mia vita?

  • Chi ha preparato, costruito, organizzato o composto ciò che sto percependo, e a quale scopo? A vantaggio di chi?

  • Come desidera che io reagisca chi ha costruito ciò che sto percependo? Cosa vorrebbe farmi credere?

  • Che relazioni ci sono tra ciò che sto percependo e la mia vita?

  • In che misura ciò che sto percependo mi piace o mi dispiace e perché?

  • Mi conviene percepire ciò che sto percependo? Che vantaggi potrei ricavarne? Come potrebbe nuocermi?

  • Che effetti benefici o malefici potrebbe avere ciò che sto percependo su altre persone e sulla società? In che misura è morale o immorale?

  • Ciò che sto percependo potrebbe affascinare o disgustare me o qualcun altro?

  • In ciò che sto percependo è contenuta l'offerta o la promessa di qualcosa?

  • Ciò che sto percependo può influenzare il mio comportamento? Come?

  • Potrei rivolgere la mia attenzione a qualcosa di più conveniente o interessante per me?

  • Cosa posso apprendere da ciò che sto percependo?


A che serve la coscienza?

Innanzitutto credo che la coscienza sia una formazione evolutiva (che quindi non sia sempre esistita nella storia del nostro pianeta) e che si sia formata casualmente e senza scopo, come ogni altra formazione evolutiva. Tuttavia, se tale formazione si è tramandata ereditariamente fino a noi, significa che si è dimostrata vantaggiosa per la nostra specie.

La coscienza non ha scopo (inteso come finalità a priori), ma ciò non toglie che abbia una o più funzioni, cioè che sia utile a qualcosa, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Credo che la sua funzione principale sia quella di consentire il pensiero razionale, ovvero un metodo o meccanismo per comunicare tra umani e per predire il futuro in certi ambiti. Tale funzione ovviamente è vantaggiosa, tanto che ha permesso all’uomo di dominare ogni altra specie animale quasi completamente, e di “addomesticare”, in generale, la natura. Tuttavia un uso illimitato e sconsiderato della coscienza, unito ai progressi tecnologici che aumentano a dismisura i poteri dell’uomo sulla natura, può rivelarsi letale per la nostra specie. Da qui un invito alla prudenza nell’uso della coscienza, ovvero del pensiero.

In ogni caso la coscienza per me resta un mistero, anche se ne conosciamo alcune relazioni con il resto del corpo e del mondo. In essa, a mio parere, dovremmo includere tre componenti: la capacità cognitiva, quella emotiva/sentimentale, e quella volitiva/motivazionale, tra di loro in stretta relazione e interazione.

Anche per la coscienza vale la regola che non possiamo conoscerla in sé, ma possiamo conoscere molte delle sue relazioni sia interne che esterne. Gregory Bateson docet.

Vedersi in ciò che si vede

Vedendo qualcosa vedo inconsciamente anche me nell'atto di confrontarmi con quella cosa e le relazioni tra me stesso e la cosa stessa. Io, col mio comportamento, sono quindi sempre presente nel quadro risultante, che costituisce uno stimolo al mio comportamento successivo, volontario o involontario.

Più precisamente, un essere umano percepisce continuamente una forma, o configurazione, statica o dinamica, in cui è sempre presente anche se stesso in una certa relazione con le varie parti della configurazione. In altre parole, io mi vedo in relazione a ciò che vedo, e quindi sono sempre presente in ciò che vedo, cioè sono parte strutturale di ciò che vedo, e vedo anche il mio comportamento in relazione a ciò che vedo, ovvero il mio comportamento e i miei gesti sono parte della configurazione che percepisco momento per momento. A sua volta, la configurazione o situazione che percepisco momento per momento, di cui sono parte, costituisce uno stimolo, o feedback, che determina il mio comportamento successivo.

La determinazione del comportamento rispetto a ciò che si vede dipende da modelli di configurazione  e relazione registrati nella mappa cognitivo-emotiva del soggetto come desiderabili o indesiderabili, imperativi o tabù, con i quali la percezione corrente viene continuamente confrontata.

La consapevolezza del meccanismo sopra esposto ci può aiutare ad analizzare e migliorare il nostro comportamento.





Rieducare la propria mente

Può una mente rieducare se stessa? Non si può escludere.

Come può avvenire tale rieducazione? Credo che essa possa avvenire come quella iniziale, cioè attraverso una interazione tra l’io (cosciente) e l’inconscio, assumendo che l’io e l’inconscio si influenzino e si educhino reciprocamente.

Quale dovrebbe essere lo scopo di tale rieducazione? Facilitare, aumentare e migliorare la soddisfazione dei bisogni della propria persona, cioè essere più felici.

Cosa dovrebbe fare l’io per rieducare la propria mente, che è una cosa di cui esso stesso è parte? Penso che dovrebbe operare come segue.

In primo luogo l’io dovrebbe ascoltare i messaggi provenienti dall’inconscio, che esprimono i bisogni profondi della propria persona. Tali messaggi sono veicolati mediante i sentimenti di piacere e dolore, e di attrazione e repulsione associati a qualsiasi cosa percepita o pensata.

In secondo luogo l’io dovrebbe distinguere i bisogni sani da quelli malati, quelli innati da quelli acquisiti, quelli liberi da quelli inibiti o rimossi.

In terzo luogo l’io dovrebbe stabilire quali esperienze possono essere utili per potenziare i bisogni “buoni” e depotenziare quelli “cattivi”, e vivere tali esperienze tante volte quante servono per ottenere l’effetto desiderato.

Educare la propria mente è come imparare a suonare uno strumento musicale: bisogna ripetere gli esercizi finché l'esecuzione della musica diventa automatica.

Facile a dirsi, difficile a farsi senza l’aiuto di qualcun altro.

Sulla competizione tra l'inconscio e l'io cosciente, e tra il super-io e l'io antitetico

L'io cosciente rivendica autonomia rispetto all'inconscio, incluso il diritto di ignorarlo o di modificare le sue logiche e i suoi automatismi attraverso una psicoterapia, un'autoterapia o esercizi di autocontrollo o di libero arbitrio.

Entrambi vorrebbero infatti avere l'ultima parola nel dirigere il comportamento del soggetto.

Tuttavia l'inconscio non tollera che l'io cosciente cerchi di opporsi alle sue scelte e usa le sue armi (inibizioni, paure,  sentimenti dolorosi, disturbi psicosomatici ecc.) per neutralizzare le intrusioni del suo antagonista. 

Perciò, per evitare autopunizioni, all'io cosciente conviene procedere con moderazione contro il suo inconscio, non troppo spesso e a piccole dosi di autocontrollo. In altre parole, all'io cosciente conviene capire quando è il momento di smetterla con le richieste di cambiamento delle proprie abitudini di comportamento.

Infatti l'inconscio è più forte, più importante ed infinitamente più complesso dell'io cosciente nell'economia della vita e nella regolazione della soddisfazione dei bisogni del soggetto.

Oltre agli innumerevoli automatismi biologici di vario livello funzionale, l'inconscio contiene, come ci insegna Luigi Anepeta, due "motori", o agenti mentali, di alto livello: il super-io e l'io antitetico. Le rispettive "politiche" sono strutturalmente in conflitto tra loro, e l'io cosciente si allea ora con l'uno, ora con l'altro.

Il super-io mira ad evitare l'isolamento sociale del soggetto e ad affermare la sua appartenenza ad una o più comunità, mente l'io antitetico mira a difenderne la libertà e l'individuazione contro qualsiasi costrizione e falsità culturale. Il super-io accetta gli altri come sono e tende ad imitarli, mentre l'io antitetico li critica e li sfida continuamente.

Il rapporto di forza tra i due agenti mentali varia da persona a persona e nel tempo in una stessa persona. L'io antitetico prevale (ma mai in modo definitivo) sul super-io in una minoranza di persone alle quali dobbiamo, più che ad altre, il progresso civile e l'evoluzione culturale.

Interazioni consapevoli vs. inconsapevoli

Ogni essere vivente interagisce continuamente con il mondo esterno e con i propri organi interni. Probabilmente l’uomo è l’unico essere vivente che può essere consapevole di interagire con qualcosa, delle regole con cui interagisce e degli effetti delle proprie interazioni. Tuttavia tale consapevolezza è a mio parere generalmente rara.

Intendo dire che un essere umano, mentre interagisce con qualcosa o qualcuno, raramente si rende conto del fatto che il processo in cui è coinvolto è un’interazione, cioè uno scambio di informazioni, oggetti, sostanze e/o energie. Infatti la sua consapevolezza si riduce generalmente ad una sensazione di presenza rispetto a qualcosa o qualcuno, ad una percezione di comportamenti spontanei, e al provare sentimenti ed emozioni suscitati da quella presenza e da quei comportamenti, senza che essi vengano analizzati.

Forse solo quando due persone sono impegnate in un combattimento, in una gara o in un gioco, esse hanno la consapevolezza di interagire. Quando esse sono invece in una compagnia senza particolari regole e senza obiettivi precisi, il loro comportamento reciproco è generalmente spontaneo e percepito come un continuo flusso di azioni automatiche, cioè non calcolate consapevolmente.

L’interazione consapevole comporta l’analisi dei comportamenti propri e altrui in senso sistemico, cioè in termini di azioni e reazioni, cioè di stimoli e risposte, secondo certe logiche, laddove una risposta ad uno stimolo può costituire a sua volta uno stimolo.

Una persona impegnata in un’interazione consapevole è consapevole in primo luogo di essere impegnata in un’interazione sistemica con una certa cosa o persona. In secondo luogo è consapevole del modo in cui sta interagendo, ovvero delle logiche con cui a certi stimoli sono associate certe sue risposte. In terzo luogo è consapevole dei risultati dell’interazione rispetto alle proprie motivazioni (cioè ai suoi bisogni e desideri) o ai propri obiettivi. In quarto luogo è in grado di decidere consapevolmente se continuare o interrompere l’interazione, o se cambiare le logiche delle proprie reazioni agli stimoli ricevuti.

Per concludere, ritengo che quando non si è soddisfatti delle proprie interazioni inconsapevoli, è bene cercare di renderle consapevoli, così da poterle migliorare.

Che significa “io”?

La parola “io” è tanto usata quanto oscuro è il suo significato. Per rendersene conto basta prendere, ad esempio, frasi come “il mio corpo”, “la mia mente”, “la mia coscienza”, “la mia memoria” e simili.

L’aggettivo possessivo “mio”, stabilisce che un certo oggetto appartiene ad un certo possessore, separando il possessore dall'oggetto posseduto. Nella frase “il mio corpo”, chi è il possessore? Se la risposta è “io”, significa che l’ente “io” è separato dall’ente “corpo”.

La faccenda si complica se prendiamo in considerazione una terza persona, che chiameremo Giuseppe. Cosa intendiamo per Giuseppe? Il corpo di Giuseppe, l’io di Giuseppe o l’insieme io+corpo di Giuseppe? Se Giuseppe mi invita a cena, chi, dei tre, mi invita? Se Giuseppe mi da uno schiaffo, chi dei tre mi da uno schiaffo?

Quali sono i confini della separazione tra l’io e il suo corpo? Dov’è l’interfaccia tra l’io e il corpo (o tra l’io e il resto del corpo)? Ma prima di tutto, chiediamoci se sia possibile separare un io dal suo corpo. Può esistere un io senza un “suo” corpo?

E dovremmo anche chiederci che relazioni e interazioni ci siano tra un io e il suo corpo. Cosa si scambiano? Materia, sostanze chimiche, energia, informazioni? Che tipo di informazioni? 

E dovremmo anche chiederci: come è fatto l’io se è separato dal corpo? Da quale materia è costituito? Qual è la sua struttura?

Qualcuno potrebbe dire che l’io è la coscienza del corpo. In tal caso significa che quando non siamo coscienti, per esempio se stiamo dormendo o siamo sotto anestesia generale, l’io è assente? O è disabilitato?

Qualcuno potrebbe dire che l’io è la memoria del corpo. In tal caso significa che chi perde la memoria, per esempio in seguito ad un trauma, non ha più l’io?

Non ho intenzione di spiegare cosa sia l’io, anche perché non lo so. Mi limito a dire che è qualcosa di misterioso e di ambiguo, di cui non sappiamo praticamente nulla, anche se usiamo tranquillamente e spensieratamente la parola che lo richiama, senza farci tante domande.

Componenti mentali coinvolti nell'interazione tra due persone

Quando due persone interagiscono, nell'interazione sono coinvolti vari componenti mentali consci e inconsci, volontari e involontari (agenti, logiche, dati, memorie, sentimenti, sensazioni, percezioni, automatismi in generale ecc.). I principali sono:

  • Motivazioni di base (bisogni, pulsioni, desideri, decisioni, ecc.)

  • Altro generalizzato (sintesi delle esperienze di tutte le interazioni sociali passate, concetto coniato da George Herbert Mead)

  • Mappa cognitivo-emotivo-motiva di base (associazioni stimolo-risposta tra particolari percezioni e cognizioni, sentimenti, emozioni e motivazioni)

  • Risposte cognitivo-emotivo-motive del momento (cognizioni, emozioni, sentimenti e motivazioni suscitate dalle percezioni del momento)

  • Neuroni-specchio, empatia (rispecchiamento delle emozioni dell'altro)

  • Ricordi

  • Autocensure inconsce

  • Automatismi mentali e psicomotori, cognizioni e abilità apprese

  • Abitudini comportamentali

  • Coscienza dell'altro (Chi è? Che ruolo sociale ha? Che posizione gerarchica occupa? Cosa vuole in generale? Cosa vuole da me? Cosa pensa di me? Cosa intende fare? Cosa sta facendo? Ecc.)

  • Coscienza di sé (Chi sono? Che ruolo sociale ho? Che posizione gerarchica occupo? Cosa voglio in generale? Cosa voglio dall'altro? Cosa penso dell'altro? Cosa intendo fare? Cosa sto facendo? Ecc.)

  • Decisioni e programmi consci

  • Attenzione selettiva

  • Bias cognitivi

  • Ecc.

Questi componenti interagiscono tra di loro in modo più o meno sinergico o conflittuale. Di ciò, il soggetto è raramente consapevole e può esserlo solo in minima parte.

L'interazione tra due persone può essere osservata da due punti di vista: quello esterno, in cui avviene la comunicazione verbale e non verbale, e quello interno, in cui avvengono scambi di informazioni biochimiche, non osservabili dall'esterno, tra i vari componenti mentali. E' evidente che l'interazione esterna è determinata da quella interna.

 

Topologia e opzioni della coscienza (metacoscienza)

La coscienza può essere cosciente di varie cose, inclusa se stessa. Possiamo cioè supporre che la coscienza abbia degli “oggetti” che vengono da essa presi in considerazione di volta in volta, uno, o pochi, alla volta.

Detto ciò, possiamo chiederci se la coscienza sia volontaria o involontaria, e il buon senso ci dice che la essa è involontaria e volontaria allo stesso tempo, ovvero che ha una componente involontaria e una volontaria. Il libero arbitrio, ammesso che esista, può essere dunque usato per “condizionare” la coscienza, ovvero per decidere, scegliere quali oggetti vogliamo che la coscienza prenda in considerazione in un certo momento, supponendo che il nostro benessere dipende (anche) dai particolari oggetti presi in considerazione dalla nostra coscienza nei vari momenti della nostra vita.

Da quanto detto sopra, possiamo affermare che esistono almeno due livelli di coscienza: il livello di base, o “coscienza” tout court, e la “metacoscienza”, ovvero la coscienza della propria coscienza. E credo che sia corretto affermare che la componente volontaria della coscienza riguardi solo la “metacoscienza”.

La metacoscienza presuppone la capacità e l’esercizio del “pensiero cosciente”, ovvero l’essere coscienti dei propri pensieri, come se leggessimo e valutassimo i pensieri di qualcun altro, ovvero con un certo distacco e una certa distanza da essi.

Volendo esercitare il libero arbitrio rispetto alla nostra coscienza, è necessario avere una serie di opzioni, cioè di “cose” (idee, oggetti, immagini ecc.) a cui pensare, ovvero di cui essere coscienti. Infatti “scegliere” significa decidere quale opzione prendere tra un certo numero di opzioni disponibili (in generale, non ci può essere scelta senza opzioni).

A questo punto possiamo parlare di “topologia della coscienza” intendendo una mappa mentale in cui sono presenti un certo numero di opzioni di pensiero, ovvero di oggetti di coscienza.

La seguente figura è un esempio di mappa decisionale per la metacoscienza. Essa può essere utile per risolvere i "doppi vincoli" ovvero i conflitti tra motivazioni antitetiche, dove la soddisfazione di una motivazione implica la frustrazione di un'altra.



Giudizio conscio vs. inconscio, volontario vs. involontario, razionale vs. emotivo, analitico vs. sintetico

L’atto del giudicare è un fenomeno complesso che non può essere semplificato senza distorcerne il significato e trascurarne le implicazioni. 

Il risultato di un giudizio di qualunque tipo su qualunque entità è una valutazione di corrispondenza di quella entità rispetto a certi fini o rispetto alla soddisfazione di certi bisogni o desideri. Il giudizio implica dunque una scelta tra prendere o lasciare, avvicinare o allontanare, accettare o respingere, preservare o distruggere, per raggiungere più facilmente certi fini o soddisfare più facilmente certi bisogni o desideri, o neutralizzare più facilmente certe paure.

E’ importante stabilire chi siano i soggetti del giudizio. Infatti io non credo che a giudicare sia un solo soggetto, ma un complesso di essi (che potremmo chiamare “agenti mentali”) che giudicano con metodi e fini diversi. Uno di questi soggetti è l’io cosciente; gli altri sono inconsci, involontari e automatici. In quanto alla volontarietà o involontarietà dell’io cosciente, la questione è aperta e non è mia intenzione affrontarla in questo scritto.

Il giudizio sintetico su una certa entità fornisce un risultato unico, complessivo su di essa. Il giudizio analitico fornisce invece una serie di risultati parziali, uno per ogni aspetto di quella entità.

Il giudizio razionale su una certa entità si basa su una logica algoritmica applicata consciamente all’entità stessa. Il giudizio emotivo consiste invece in una emozione associata automaticamente alla percezione dell’entità.

Il giudizio conscio è un giudizio di cui siamo consapevoli. Quello inconscio avviene a nostra insaputa, anche se siamo generalmente consapevoli dei risultati del giudizio stesso.

Un giudizio razionale può essere sintetico o analitico, come pure un giudizio emotivo, tuttavia il secondo è prevalentemente sintetico.

Un giudizio può essere più o meno volontario o involontario. Un giudizio volontario è sempre razionale (analitico o sintetico) e conscio, quello involontario sempre emotivo, sintetico e inconscio.

I giudizi emessi dai diversi agenti mentali giudicanti possono essere tra loro più o meno concordi o conflittuali. Nel secondo caso ci può essere una indecisione bloccante oppure una decisione basata sulla somma algebrica dei vari giudizi.

Per concludere, è importante osservare che noi giudichiamo soprattutto inconsciamente, involontariamente, automaticamente e sinteticamente, e che se vogliamo giudicare le nostre capacità di giudizio per milgiorarle  (esercizio che potremmo chiamare “metagiudicare”) dovremmo sforzarci di giudicare in modo per quanto possibile volontario (e quindi cosciente), razionale e analitico.

Chi/cosa ha paura? E di cosa?

Quando una persona ha paura, «cosa», esattamente, in quella persona ha paura? Suppongo che non sia l'io, che è cosciente della paura, ma il «me», cioè la parte inconscia e involontaria del corpo, in cui la paura viene generata.

È importante separare logicamente l'io dal me. Infatti, senza tale separazione l'io crede di avere esso stesso paura, di esserne il produttore, o di "essere" la paura stessa, mentre in realtà è solo cosciente che il resto del suo corpo ha generato una paura.

Qui per paura intendo sia la paura legata ad una oggetto noto, sia l'ansia, ovvero una paura di cui non si conosce l'oggetto, né la causa.

Innanzitutto l'io dovrebbe cercare di capire perché il suo «me» ha paura, e stabilire se i motivi della paura sono giusti o sbagliati, ovvero giustificabili o ingiustificabili, accettabili o inaccettabili.

Una volta capito e valutato i motivi della paura, l'io dovrebbe decidere se venire a patti con essi, cioè gestirli, oppure semplicemente non riconoscerli come giusti o come veri. Infatti si può avere paura di cose inesistenti, ovvero di cose immaginarie o illusorie.

Prendiamo ad esempio la paura di parlare in pubblico, che può essere tanto  forte da chiamarsi panico.

Si tratta di una paura molto diffusa e reale, mentre le sue cause sono il più delle volte irreali, immaginarie.

Quale può essere la logica inconscia della paura di parlare in pubblico?

Suppongo che la logica di tale paura sia che, parlando in pubblico, ovvero con persone che non si conoscono e che non ci conoscono già, il pubblico potrebbe farsi un'idea, giusta o sbagliata, di chi siamo veramente e giudicarci di conseguenza.

Insomma, la paura di parlare in pubbico sarebbe in realta la paura di essere scoperti e giudicati male. Infatti, più si espongono aspetti della propria personalità, della propria storia, delle proprie idee, dei propri gusti, dei propria giudizi, dei propria sentimenti, più tali aspetti possono essere valutati e giudicati dagli altri.

Potremmo dunque chiamare tale paura, paura di disgustare.

Chiediamoci allora quanto sia sano aver paura di disgustare gli altri. Direi che tale paura è giustificata dal fatto che noi esseri umani siamo interdipendenti. Tuttavia è una questione di misura. La paura di disgustare gli altri è presente in ogni umano, ma con intensità diverse da persona a persona. È sano avere tale paura in quantità "moderata", non troppa, né troppo poca, altrimenti è patologico.

Comunque, l'io dovrebbe essere consapevole di cosa gli altri si aspettano da noi, di cosa sono pronti ad apprezzare o a disprezzare in noi, e agire di conseguenza, ovvero scegliere cosa mostrare e cosa nascondere di sé, dopo aver scelto con chi interagire e con chi non interagire.

Conflitto tra coscienza e corpo per la supremazia

In questo articolo parlo della «coscienza» intesa non come giudizio morale, ma come conspevolezza, ovvero come percezione, sensazione e rappresentazione mentale della propria realtà interna ed esterna presente, passata e potenzialmente futura, nei suoi aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali. In altre parole per coscienza intendo la sensazione e visione mentale di ciò che sta avvenendo, è avvenuto e potrebbe avvenire sia al proprio esterno che al proprio interno.

In tal senso considero equivalenti i termini "coscienza" e "io cosciente" (o semplicemente "io"), supponendo che vi sia anche un "io inconscio", costituito dalle parti della mente e del corpo della persona non dotate di coscienza, e il cui funzionamneto è pertanto automatico e involontario.

Nella cultura di impronta cristiana, la coscienza è stata sempre considerata come separata dal corpo e superiore ad esso sia in termini di importanza morale, sia come capacità e funzione di controllo razionale del comportamento.

A parer mio, questa visione delle coscienza è biologicamente falsa, oltre chedeleteria, nel senso che può essere causa di sofferenze e di malattie fisiche e psicosomatiche.

Infatti, a mio avviso, la coscienza è una "funzione" dell'organismo (anche se i neuroscienziati non l'hanno ancora localizzata nel cervello né altrove) e dovrebbe servire all'individuo per aiutarlo a sopravvivere e a riprodursi, secondo il codice genetico dell'organismo stesso.

Tuttavia, nell’uomo, nel corso dell’evoluzione biologica e culturale, la coscienza si è sviluppata a tal punto e in modo tale da rivolgersi contro lo stesso organismo, nel senso di volerlo dominare, di imporgli cosa esso dovrebbe volere e non volere, desiderare e non desiderare, amare e non amare, fare e non fare, pensare e non pensare.

La ribellione della coscienza rispetto al resto dell’organismo che la ospita è dovuta soprattutto alla cultura, e in particolare alle religioni, che esaltano la coscienza come principio e “anima” della vita, al di sopra della vita stessa. In realtà avviene l'esatto contrario, essendo la coscienza emersa dopo l’organismo biologico, come sua ulteriore funzione, e quindi al suo servizio. Ciò è dimostrato dal fatto che l’organismo continua a funzionare, cioè a vivere, anche in assenza di coscienza.

La coscienza dovrebbe dunque servire all’organismo, come qualsiasi altro organo, a partire dalle cellule. Purtroppo, però, una coscienza può impazzire, nel senso che può smettere di servire l’organismo che la ospita, e svilupparsi indipendentemente, come una cellula tumorale, cosa che può condurre a malattie o alla morte dell’organismo stesso.

Finché la coscienza cercherà di dominare il corpo ignorandone i bisogni e le richieste, l’umanità, in quanto specie biologica e in quanto società, si troverà in gravi difficoltà, sarà soggetta a notevoli sofferenze e rischierà l’estinzione.

Per migliorare la condizione umana è necessario, a mio avviso, che le coscienze comprendano che esse debbono servire l’organismo che le ospita e di conseguenza le società in cui essi vivono, e l’ambiente naturale da cui essi dipendono.

Le religioni e le filosofie spiritualiste e idealiste costituiscono i maggiori ostacoli a questa rivoluzione copernicana, perché affermano in modo assoluto il primato della coscienza sul resto dell'organismo.

La rivoluzione del pensiero che auspico è urgente, visto il potere sempre più distruttivo che politici, influencer, editori, ecc. possono assumere grazie alle nuove tecnologie e alla globalizzazione.

Introduzione al caffè filosofico del 2/12/2021 sul tema “Sentimenti ed emozioni”

Dopo una non facile ricerca in internet sul significato dei termini “sentimento” ed “emozione”, ho constatato che non esistono definizioni univoche e universalmente condivise di questi termini, specialmente per il primo.

Infatti per “sentimento” si trovano molti significati diversi, spesso vaghi, che non hanno alcunché di scientifico. Tra l’altro, in diversi casi “sentimento” viene confuso con “coscienza” e con “sensazione” nel senso di percezione fisiologica. Inoltre in alcuni casi il sentimento viene associato a valori e disvalori etici ed estetici, e a tipi di personalità.

Le definizioni che ho trovato più “scientifiche” mettono il concetto di sentimento in relazione con quello di emozione, e in diverse pagine web ho trovato descrizioni delle presunte differenze tra sentimento ed emozione. Tuttavia tali differenze spesso mi sembrano arbitrarie, discutibili e irrilevanti da un punto di vista pragmatico.

Le definizioni di "sentimento" che trovo più convincenti sono quelle che lo considerano come la consapevolezza di una propria emozione più o meno intensa e duratura, unitamente all'associazione  dell'emozione a certi oggetti, persone, idee, situazioni ecc. e l’elaborazione razionale di tale associazione.

Ho incontrato difficoltà analoghe nella ricerca del significato del termine “emozione”, anche se in misura minore, essendo questo termine normalmente considerato di pertinenza della fisiologia e della psicologia, e non confuso con quelli di coscienza, moralità ed estetica.

Nell’esaminare le varie definizioni sono rimasto sorpreso nel constatare che solo in una minoranza di casi il concetto di emozione viene associato ai concetti di piacere e di dolore, anche se è implicito che un'emozione possa essere più o meno piacevole o spiacevole.

Quando si parla di emozioni, pochi si chiedono cosa siano, anche perché si tratta di fenomeni che ognuno di noi prova più o meno spesso, per cui ognuno si considera competente in materia. Forse dovremmo piuttosto chiederci quali siano le cause delle nostre emozioni, e quali le loro finalità biologiche e psicologiche.

A tal proposito mi sembra utile osservare che il piacere e il dolore, sia quelli di origine fisica che quelli di origine mentale, dovrebbero essere considerati essi stessi emozioni, e non soltanto colorazioni o attributi di certe emozioni. Lo stesso si può dire per l’attrazione e la repulsione. Possiamo infatti parlare di sentimento (o emozione) di attrazione o di repulsione verso una certa cosa o persona senza una particolare ragione consapevole.

Potremmo inoltre chiederci se il dolore o il piacere, l’attrazione o la repulsione siano la causa di  un’emozione o ne siano l’effetto, e se un’emozione non sia altro che una particolare forma e intensità di piacere o di dolore, di attrazione o di repulsione, associata ad una certa cosa, persona, idea, situazione, forma, evento, ecc. Potremmo anche chiederci che relazioni vi siano tra sentimenti o emozioni, e coscienza, inconscio, volontà, bisogni, desideri, cognizioni ecc..

Per finire, ho raccolto una lista di parole chiavi che hanno a che vedere con i concetti di sentimento e di emozione, e che possono costituire spunti per la nostra conversazione: sensazione, senso, sensibilità, reazione, affetto, passione, piacere, dolore, attrazione, repulsione, empatia, amore, odio, coscienza, turbamento, stato d’animo, commozione, apprensione, inquietudine, eccitazione, impressione, trepidazione, sconvolgimento, ansia, desiderio, felicità, gioia, tristezza, paura, ira, noia, indifferenza, soddisfazione, frustrazione, insoddisfazione, ecc.




Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"

Dividere per riunire

Per capire le ragioni del proprio disagio psichico, ovvero della propria infelicità, conviene fare una doppia operazione. Prima di divisione e poi di riunione, o integrazione. Questo perché probabilmente il disagio è dovuto ad una separazione (ovvero ad una non comunicazione e non cooperazione) tra entità importanti della nostra persona la cui cooperazione è essenziale per la sopravvivenza e il benessere. Una separazione di cui non siamo consapevoli, o che non ci è chiara, e che è necessario risolvere ristabilendo una sana e naturale integrazione tra parti che collaborano come dovrebbero, per motivi che non conosciamo.

Dicendo che prima occorre dividere, non intendo che dovremmo operare una separazione pratica, ma una teorica, ovvero dovremmo riconoscere, vedere, capire l'esistenza di una separazione già in atto e di cui non ci siamo ancora accorti. Perché si può operare una unificazione tra parti disgiunte solo se siamo consapevoli della loro separazione.

Le parti di cui dobbiamo riconoscere la separazione (per poi risolverla) sono innanzitutto due sezioni fondamentali in cui possiamo, a mio parere, dividere la nostra persona: l'io cosciente e il resto del corpo, il quale "resto" è inconscio per definizione, se per "io cosciente" intendiamo la (sola) parte cosciente della nostra persona, ovvero la nostra coscienza o consapevolezza.

Quanto ho appena detto implica che l'io cosciente è parte integrante del corpo, e non qualcosa di spirituale o metafisico, che appartiene ad un altro mondo o ad una dimensione del nostro mondo che non è soggetta alle leggi della natura. In altre parole, la mente (compreso l'io cosciente è parte) fa parte del corpo, e la persona, individuo, coincide con il suo corpo.

Il nostro obiettivo è dunque la giusta comunicazione e cooperazione tra l'io cosciente e il resto del corpo, ovvero ciò che possiamo chiamare il "corpo inconscio".

L'io cosciente è un'entità misteriosa di cui sappiamo sempre meno, dato che tutto ciò che la scienza "scopre" sulla mente fa parte del "corpo inconscio". Col progresso scientifico, infatti, il "mistero" della coscienza si riduce mentre aumenta la conoscenza "non misteriosa" dei meccanismi prevedibili o misurabili.

Suppongo che l'io cosciente sia la sede del libero arbitrio, dato che questo è cosciente per definizione. Tuttavia le opzioni tra cui l'io cosciente sceglie ogni volta che prende una decisione gli vengono fornite dai meccanismi del corpo inconscio. Quindi il libro arbitrio è solo parzialmente libero. Dato che un io cosciente non dotato di libero arbitrio non servirebbe a nulla, e quindi non avrebbe "senso" nemmeno da un punto di vista evoluzionistico, possiamo ipotizzare che l'io cosciente e il libero arbitrio siano la stessa cosa, ovvero che i loro nomi siano sinonimi.

Nei nostri discorsi potremmo dunque sostituire il pronome "io" con la parafrasi "il mio libero arbitrio".

L'io cosciente è inoltre capace di sentire il piacere e il dolore, sia in forma reale, cioè attuale, qui ed ora, sia in forma virtuale, cioè come ricordo o come anticipazione. È plausibile che senza tale capacità, l'io cosciente non servirebbe a nulla. Infatti possiamo ipotizzare che l'io cosciente sia il luogo in cui (e da cui) il libero arbitrio ordina al corpo resto del corpo cosa fare per ridurre il dolore e accrescere il piacere (siano essi attuali o futuri, reali o virtuali).

Coscienza, volontà e sentimento sembrano dunque intimamente intrecciati. Infatti, a mio parere, ciascuno di essi non avrebbe ragione di esistere senza gli altri due. Suppongo che questa triade coincida con l'io cosciente e che ogni suo componente sia soggetto a impulsi (provenienti dal resto del corpo) che sono il risultato di meccanismi inconsci e non controllabili direttamente (dall'io cosciente), se non mediante l'uso di farmaci o droghe particolari.

Quanto sopra è riassumibile in una semplice formula: io cosciente = sentimento + coscienza + volontà.

Nella mia visione dell'uomo (e di noi stessi) ho dunque "separato" dal resto del corpo la coscienza, la volontà, e il sentimento, e li ho poi riuniti nell'io cosciente.

Grazie a questa divisione e riunificazione, di cui siamo ora consapevoli, possiamo migliorare la cooperazione tra queste tre componenti, e tra la triade e il resto del corpo, a condizione che riconosciamo i rispettivi ruoli naturali.

La cosa più importante è capire che l'io cosciente è al servizio del resto del corpo, e non viceversa.

Infatti sarebbe assurdo, oltre che patologico, un atteggiamento autoritario da parte dell'io cosciente rispetto al resto del corpo, come se il cuore volesse stabilire e ordinare cosa debbano fare gli altri organi, invece di limitarsi a servirli pompando il sangue di cui essi hanno bisogno.

Sullo statuto mistificato della coscienza

Il testo che segue è un mio riassunto di un articolo di Luigi Anèpeta pubblicato in Nilalienum. (Vedi anche Introduzione a Luigi Anèpeta)

L’uomo ha ancora oggi, normalmente, una visione del mondo naturale, sociale e di se stesso sostanzialmente falsa, incompleta e illusoria. Essa è basata su una mentalità condivisa caratterizzata da convinzioni false e lacunose tramandate attraverso l’educazione e ribadite dalla cultura dominante. Tali convinzioni servono a ridurre la complessità e mutevolezza della realtà in visioni semplificate e stabili, che diano l’illusione di avere un controllo su quello che succede nella propria mente, nella società e nella natura.

La rivoluzione contestataria degli anni 70, che avrebbe dovuto avviare l’umanità verso una maggiore autoconsapevolezza, trasparenza e criticità superando il conformismo di massa, fallì a causa della configurazione ideologico-politica di matrice dichiaratamente marxista che assunse rapidamente, che esprimeva un profondo disprezzo nei confronti della coscienza e del modo di essere normale o normalizzato e la presunzione di potersi ergere a giudici implacabili di un mondo rimasto immerso nelle brume della falsa coscienza. Un tale atteggiamento non poteva che dar luogo ad un netto rigetto del movimento contestatario da parte delle masse.

I presupposti di quella rivoluzione erano tuttavia giusti e lo sono ancora oggi. Meritano pertanto di essere ripresi in considerazione alla luce degli sviluppi più recenti delle scienze umane e sociali e delle neuroscienze.

Le figure che più di altri hanno contribuito a demistificare la cultura del loro tempo sono state Darwin, Marx, Nietzsche e Freud.

Darwin ha ricavato l'evoluzione della specie umana da un meccanismo (la selezione naturale) che assegna ad essa una natura animale e definisce come casuale la sua comparsa; Marx ha scoperto che, nel rapportarsi al mondo storico-sociale, la coscienza umana cede alla suggestione delle ideologie correnti, scambiando l'apparenza per l'essenza delle cose; Freud, oltre ad avere identificato nell'Es un bagaglio pulsionale ancestrale di natura animalesca, ha radicalmente contestato sia la pretesa unità dell'Io sia il senso di padronanza che l'uomo ricava da essa; Nietzsche, infine, ha avanzato il dubbio che i valori più elevati sui quali si fonda la nostra civiltà potrebbero essere semplicemente funzionali ad impedire la selezione sociale e l'evoluzione dell'umanità verso uno stadio più avanzato e autentico.

La coscienza umana si rapporta con tre mondi: l'ambiente naturale, il mondo storico-sociale, all'interno del quale si danno relazioni interpersonali, e il mondo interno, percepito come fondamento della propria identità.

Nel rapporto con l'ambiente naturale, la mistificazione è dovuta essenzialmente ai limiti percettivi e cognitivi della coscienza umana quando essa funziona spontaneamente, vale a dire non riflessivamente. La mistificazione percettiva e cognitiva dell'ambiente naturale può essere superata solo in virtù di uno sforzo che permette all'Io cosciente di sviluppare una concezione scientifica della realtà.

Per quanto riguarda la percezione della società, è importante considerare la presenza di recinti mentali collettivi dovuti soprattutto al fenomeno dell’attenzione selettiva, che ignora tutti i segnali che contraddicono la mentalità acquisita. In virtù dell'attenzione selettiva, ogni individuo giunge a credere che la sua visione del mondo sia corroborata da troppe prove tratte dall'esperienza reale per poter essere messa in discussione. In realtà essa può essere anche del tutto mistificata.

Per quanto riguarda la percezione di se stessi, è importante considerare che la coscienza rappresenta verosimilmente non più del 20% dell'attività mentale complessiva e che l'io cosciente, in nome del suo bisogno supremo di unità, di coesione e di coerenza, adotta meccanismi di repressione e di rimozione nei confronti di tutti gli aspetti interni contraddittori, quindi costruisce un'immagine di sé unitaria che è falsificata.

Tale realtà è riconducibile al fatto che ogni essere umano alberga due nature - l'una sociale, l'altra individuale - sottese da logiche del tutto diverse: la prima infatti assume il soggetto come parte indifferenziata del gruppo cui appartiene e di cui è funzione; l'altra viceversa lo assume come ente distinto da tutti gli altri, unico e irripetibile.

Questa doppia natura è costitutiva della soggettività umana, ma non è facilmente accettata perché ciò richiederebbe la consapevolezza di albergare due "anime" - l'una tendenzialmente socio-centrica, l'altra ego- centrica - la cui interazione non è mai priva di un'intrinseca tensione.

Come io vedo il mondo

Io penso che la visione del mondo di una persona sia una costruzione della sua coscienza, che io chiamo anche “io cosciente”.

Io divido l'io cosciente in tre parti che interagiscono tra loro e non potrebbero esistere l'una senza le altre: la parte cognitiva, la parte emotiva (o sentimentale) e la parte motiva (o motivazionale). La parte cognitiva ci permette di conoscere, memorizzare e riconoscere forme, idee, oggetti e loro concatenazioni; la parte emotiva ci fa provare piaceri e dolori di vario tipo e di varia intensità associati a certe percezioni; la parte motiva ci fa volere, desiderare e scegliere cose che aumentano i nostri piaceri e riducono i nostri dolori, o promettono di farlo.

Il piacere e il dolore (nelle loro varie forme più o meno materiali o ideali) sono le cose più reali (forse le uniche certamente reali) in quanto sentimenti che proviamo direttamente e immediatamente. Infatti chi prova un pacere o un dolore lo prova realmente, non si illude di provarlo, anche se quel sentimento può essere causato da idee di cose immaginarie e inesistenti come spiriti o divinità.

I piaceri e i dolori sono legati rispettivamente alla soddisfazione e all'insoddisfazione di bisogni e di desideri, sia innati che acquisiti.

Al di fuori dei sentimenti, tutto ciò che percepiamo consiste in informazioni, cioè comunicazioni, trasformazioni, elaborazioni, supposizioni, ricordi parziali e deformati, e astrazioni (a vari livelli) di fenomeni reali.

In altre parole, noi non percepiamo (né ricordiamo) la realtà in quanto tale, ma riduzioni (cioè mappe) di essa, e una mappa non è il territorio che rappresenta, così come una parola non è la cosa da essa evocata.

Inoltre non possiamo percepire né capire le cose in sé, ma solo le relazioni e le interazioni tra le cose, relazioni e interazioni che sono il risultato di leggi fisiche, del caso e di logiche algoritmiche (consce o inconsce) memorizzate nelle menti degli esseri viventi (piante, animali ed esseri umani). In altre parole, l'unica forma di conoscenza realistica è relazionale, sistemica e sentimentale, non ontologica.

Da un punto di vista logico (non fisico) Io divido il mondo in quattro parti che interagiscono intimamente tra loro:

  • il mio io cosciente (la mia coscienza)

  • il resto del mio corpo

  • gli altri esseri umani

  • il resto del mondo

Le relazioni e interazioni tra queste parti e tra le parti di queste parti sono l'oggetto delle scienze naturali e di quelle umane e sociali, scienze che dovrebbero essere sempre considerate unitariamente e non come specialità separate, perché è impossibile capire le une senza capire le altre.

Come ogni essere umano, non posso fare a meno della cooperazione con altri umani, ma questa è difficile perché gli altri sono disposti a cooperare con me solo a condizione che io mi comporti conformemente a certe forme e a certe modalità, con certi obblighi e certi divieti, secondo i loro bisogni e desideri. Questo limita la mia libertà di comportarmi come più mi piace e mi interessa, e anche di pensare liberamente, perché non si possono nascondere a lungo i propri pensieri.

Per quanto riguarda le relazioni tra esseri umani, mi pare che siano il risultato di quattro tendenze istintive fondamentali: cooperazione, competizione, selezione e imitazione, tendenze spesso ignorate, negate o dissimulate.

Considero gli esseri umani prevalentemente ignoranti, stupidi, falsi e cattivi, chi più, chi meno, e considero la cattiveria un prodotto dell’ignoranza, della stupidità e della falsità, oltre che una pulsione istintiva a sé stante, che dobbiamo tenere a freno per evitare sciagure a livello individuale e sociale.

Purtroppo non conviene dire a una persona che è ignorante, stupida, falsa o cattiva, perché si offenderebbe e reagirebbe aggressivamente. Pertanto viviamo nella paura di giudicare, e di conseguenza rispettiamo la cattiveria, l’ignoranza, la stupidità e la falsità, con tutti i disturbi mentali e i problemi sociali che tale rispetto comporta.

Io sono per il progresso intellettuale, civile e morale, ma questo incontra la dura e a volte aggressiva resistenza di coloro che preferiscono conformarsi al mondo così com’è piuttosto che cercare di migliorarlo, e per giustificare il loro conservatorismo affermano che la società non può essere migliorata.

Per concludere, per me il mondo è un complesso di fenomeni tra loro correlati che causano piaceri e dolori a noi umani e ad altre forme di vita, e che ci costringono a fare delle scelte di comportamento, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli altri, per massimizzare i piaceri e minimizzare i dolori, propri e altrui. L'obiettivo è ottenere la massima collaborazione e benevolenza da parte degli altri al minimo costo in termini di dolore, fatica, noia, limitazioni della propria libertà e catastrofi naturali e sociali.

Sul valutare

Nulla ha valore in sé. Qualsiasi ente (cioè qualunque cosa vivente o non vivente, o idea) ha il valore che ad esso certi esseri viventi attribuiscono in funzione dei propri bisogni. Il valore è comunque relativo e variabile, dato che due esseri viventi possono attribuire un valore diverso allo stesso ente. Inoltre uno stesso essere vivente può attribuire un valore diverso ad un certo ente in diverse situazioni.

Ciò che vale viene raccolto, ricercato, desiderato, amato, conservato, rispettato, salvaguardato, celebrato, adorato, amato, apprezzato, seguìto, imitato, retribuito; mentre ciò che non vale viene ignorato,  abbandonato, escluso, distrutto, disprezzato, odiato, respinto, punito, allontanato, ucciso.

Per di più, gli umani si valutano reciprocamente e temono di essere valutati negativamente, ovvero svalutati. Infatti, per un umano essere valutato negativamente dalla maggior parte degli altri può comportare la morte o una dolorosa emarginazione.

Inoltre le valutazioni sono significative per determinare le gerarchie sociali, nel senso che chi riceve le valutazioni più positive ha maggiori possibilità di occupare i posti più alti nelle varie gerarchie sociali.

Le persone che danno ad uno stesso ente lo stesso valore (positivo o negativo) tendono a valutarsi positivamente reciprocamente. Le persone che danno ad un ente valori contrastanti (uno negativo, l’altro positivo) tendono a valutarsi negativamente reciprocamente. L’effetto emotivo, nei rapporti tra due persone, del contrasto delle loro valutazioni verso terzi è stato teorizzato da Fritz Heider (vedi la sua teoria dell’equilibrio cognitivo).

Per quanto sopra, gli umani sono ossessionati dalle valutazioni altrui e dalle proprie, sia verso terzi che nei propri confronti, dato che ognuno viene valutato anche in base al modo in cui valuta i terzi e se stesso.

Nonostante ciò, o proprio a causa di ciò, gli umani esitano a parlare esplicitamente delle proprie valutazioni e autovalutazioni. Temono infatti di essere valutati negativamente a causa delle proprie valutazioni, che tendono perciò ad esprimere solo verso coloro che presumibilmente sono d'accordo con esse.

A complicare questa faccenda è il fatto che ogni valutazione può essere essa stessa oggetto di valutazione. Suppongo infatti che ogni ente, nel momento in cui esso viene contemplato da un essere vivente, è oggetto di valutazione da parte di questo (anche solo per decidere in che misura esso sia importante).

Di conseguenza, anche il presente documento, che è dedicato al valutare, è oggetto di valutazione da parte mia, e può esserlo da parte di tutti coloro a cui capita di conoscerlo. Per di più, io mi aspetto di essere valutato in quanto autore di questo documento, in funzione del valore che viene attribuito al documento stesso.

Si potrebbe dunque dire che ogni valutazione comporta ulteriori valutazioni da essa derivate, sia nei confronti dell’ente valutato, sia nei confronti del valutatore.

In altre parole, se io valuto in un certo modo un certo ente, valuto automaticamente coloro che sono d’accordo con la mia valutazione e coloro che non sono d’accordo con essa, e al tempo stesso mi espongo ad essere valutato in funzione della mia valutazione.

Queste connessioni logiche tra valutazioni possono essere talmente complesse e cariche di affettività positive e negative, da causare uno stress emotivo e una rimozione in senso psicoanalitico.

Succede infatti spesso, in ogni umano, che la rete delle proprie valutazioni sia rimossa, tutta o in parte, nel suo inconscio, mentre a livello cosciente egli cerchi di evitare di esprimere esplicitamente qualsiasi valutazione che possa contrastare con quelle della propria comunità di appartenenza e quelle delle persone della cui cooperazione ha bisogno.

Per quanto riguarda i rapporti interpersonali, esprimere valutazioni negative su certe idee e/o certi comportamenti dell’interlocutore è normalmente causa di conflitto e di ostilità. Infatti la valutazione negativa può essere percepita, da chi la riceve, come atto ostile, finalizzato ad offenderlo o umiliarlo, anche quando si tratta della pacifica esposizione di una parere diverso. È anche vero che a volte una valutazione negativa può essere espressa solo per ferire l’interlocutore.

Le valutazioni negative possono dunque essere usate come armi per umiliare, o essere considerate come tali da chi le riceve, anche quando non lo sono. Questo fatto contribuisce a mantenere una censura riguardo all’espressione di valutazioni.

Il concetto di valutazione può essere una chiave per comprendere l’umorismo, cioè le dinamiche che sono alla base dell’effetto umoristico di certe interazioni sociali.

Infatti, se è vero che l’effetto umoristico è dovuto all'improvvisa trasformazione di un contesto da minaccioso a rassicurante, i due contesti potrebbero essere caratterizzati il primo da una valutazione negativa, il secondo da una positiva, valutazioni in cui lo spettatore si identifica in qualche modo come valutato e/o come valutatore.

Il concetto di valutazione può essere anche una chiave per comprendere il conformismo, in quanto fenomeno di imitazione o riproduzione di valori. Intendo dire che un umano, preso atto del valore che gli altri attribuiscono a certi enti, tende a riconoscere tali valori come tali, e a farli propri, allo scopo di facilitare la propria integrazione sociale e la propria appartenenza ad una comunita, laddove una comunità è essenzialmente una collettività che condivide certi valori.

Per concludere, a mio avviso abbiamo tutto l’interesse a considerare consapevolmente, ovvero consciamente, le valutazioni nostre e quelle altrui, sia per correggerle e migliorarle, sia per capire quando è opportuno rivelarle e quando conviene evitare di farlo.

E allora, vedendo una foto, un film, uno spettacolo, o leggendo un libro, può essere utile chiedersi: quali valori? Quali valutatori? Quali valutazioni? Quali conseguenze delle valutazioni? Quali contrasti e quali affinità tra valutazioni di persone diverse?

Autocritica del pensiero

Ogni essere umano ha un'idea di cosa significhi "pensare", essendo questa una parola molto usata. Infatti ognuno sa a cosa sta pensando nel momento in cui gli viene chiesto. Pochi sanno, invece, perché stanno pensando a certe cose, come stanno pensando e in che misura il modo (o il metodo) con cui pensano sia giusto, cioè sano, produttivo, utile (nel senso della soddisfazione dei bisogni propri e altrui) oppure inutile o nocivo per sé e/o per gli altri.

I nostri pensieri sono volontari o involontari? Possiamo "educare" i nostri pensieri? Possiamo migliorarli? Possiamo censurarli? Possiamo controllarli?

La mia risposta a tutte queste domande è: si, ma entro limiti molto ristretti e a certe condizioni, tra le quali un certo grado di intelligenza, di motivazione e di conoscenze psicologiche che non tutti hanno o possono avere.

I pensieri sono al tempo stesso conseguenza e causa dei nostri processi mentali inconsci e del nostro comportamento, e questa causalità non lineare, ma circolare (caratterizzato da una certa retroazione, o feedback), rende molto difficile il controllo del pensiero.

Noi possiamo pensare al pensiero in generale e ai nostri pensieri in particolare, in un processo che possiamo chiamare metapensiero, in cui si confonde la cognizione di soggetto e oggetto, nel senso che non sappiamo se un certo pensiero a cui siamo pensando sia pensato o pensante, e fino a quale livello di astrazione sia opportuno pensare al pensare al pensare al pensare...

Chi volesse esaminare criticamente i suoi pensieri e i suoi metodi di pensiero dovrebbe dunque essere molto cauto, paziente, aperto a idee impreviste, e non dovrebbe farsi illusioni sulla riuscita di tale impresa.

Torniamo alla questione della volontarietà del pensiero, che rientra nella questione più generale del libero arbitrio. Possiamo supporre che il pensiero sia volontario (o possa diventarlo) nella misura in cui il libero arbitrio esiste o sia esercitabile. In ogni caso, possiamo ritenere che il pensiero, nella misura in cui non è casuale, segua una certa logica (o schema, modello, algoritmo, programma, copione ecc.). Perciò anche volendo considerare volontario il pensiero, non possiamo non ritenerlo come parte di una struttura che lo contiene, lo limita, e gli dà forma e significato. Si tratterebbe dunque di una libertà molto limitata nonostante l’illusione che il nostro pensare sia assolutamente libero e sovrano.

Torniamo alla questione se sia possibile migliorare il nostro pensiero e come ciò si possa ottenere. Nella misura in cui un miglioramento volontario sia possibile, noi possiamo voler migliorare sia un particolare pensiero o insieme di pensieri, sia il nostro metodo generale di pensare, e siccome un certo pensiero è il risultato di un certo modo di pensare, credo che convenga mirare al miglioramento del modo di pensare abituale, prima di adoperarsi per migliorare pensieri particolari.

Chiediamoci allora in quali modi, ovvero con quali metodi, noi pensiamo abitualmente.

Nessuno ci ha insegnato a pensare (almeno non direttamente), quindi suppongo che il pensiero sia qualcosa di innato e/o che si apprende spontaneamente. Possiamo comunque supporre che il pensiero consista in contenuti organizzati, laddove i contenuti sono le idee (o gli oggetti cognitivi) elementari, e l’organizzazione il modo in cui tali idee sono tra loro collegate, cioè le relazioni logiche tra di esse.

Pertanto, volendo migliorare il nostro pensare, il miglioramento potrebbe riguardare sia le idee elementari, sia i collegamenti logici tra di esse. Chiediamoci allora di che tipi siano le idee elementari trattate dai nostri pensieri, e le logiche con cui esse sono tra loro in relazione.

Non essendo un esperto di scienze cognitive né di neuroscienze, non cercherò di rispondere a tali domande. Mi limito a supporre alcune relazioni tra oggetti mentali: causalità (l’oggetto A è causa dell’oggetto B), omogeneità (l’oggetto A ha certe cose in comune con l’oggetto B), compatibilità (l’oggetto A è compatibile o incompatibile con l’oggetto B), complementarità (l’oggetto A richiede l’oggetto B) ecc.

Oltre ad analizzare (ed eventualmente correggere o ampliare) il proprio modo di pensare, cioè le proprie idee elementari e le relazioni tra di loro, ciò che possiamo fare è stabilire a cosa sia opportuno o vantaggioso pensare nel momento presente (qui ed ora). Chiediamoci allora chi (o cosa) sceglie, momento per momento, i pensieri che pensiamo.

Ammesso (e non concesso) che tale scelta sia effettuata dall’io cosciente, chiediamoci con quali criteri l’io cosciente scelga i pensieri, ovvero gli anelli della catena che costituisce il flusso del pensiero, come i fotogrammi di un’opera cinematografica, che chiameremo nel seguito “pensogrammi”.

Io suppongo che la scelta dei pensogrammi sia determinata da un meccanismo basato su una mappa cognitivo-emotiva nel senso che, momento per momento, viene automaticamente scelto il pensogramma memorizzato che produce il massimo piacere e il minor dolore possibile nella sequenza di pensiero corrente, nell'ambito di un certo modello di pensiero predefinito adottato precedentemente dal soggetto come quello che produce il massimo piacere e il minor dolore.

Suppongo inoltre che il ruolo dell’io cosciente nel flusso del pensiero si riduca a quello di osservatore di un processo inconscio, automatico e involontario che l’io può solo interrompere, ma non dirigere. L’osservazione consisterebbe nel monitorare la coerenza dei pensieri nell'ambito del modello di pensiero adottato, e il benessere o malessere prodotto dai pensieri stessi, con la possibilità di bloccare il flusso ogni volta che esso appaia troppo incoerente o troppo doloroso. Tuttavia, in caso di censura (cognitiva e/o emotiva), il pensiero non si può arrestare, ma può solo cambiare direzione o tema, in modo più o meno casuale. Infatti non si può non pensare, si può solo variare l’oggetto o il modello di riferimento del pensiero.

Essendo la scelta dei pensogrammi automatica, inconscia e involontaria, all'io cosciente non rimane che cercare di prendere coscienza dei risultati del processo pensante e intervenire consapevolmente nella censura del flusso, nel senso di confermare la censura automatica o di opporsi ad essa. In altre parole, un io cosciente educato al metapensiero potrebbe decidere di continuare a pensare a pensieri che la censura automatica vorrebbe bloccare, qualora ritenesse quella censura sbagliata ovvero non giustificabile razionalmente.

Per concludere, l’autocritica del pensiero, e la conseguente possibilità di un miglioramento dello stesso, si fonda prima di tutto sul riconoscimento del fatto che il pensiero è determinato da meccanismi automatici, inconsci e involontari, in cui l’io cosciente può intervenire solo quando si verifica una crisi di coerenza (cioè una contraddizione logica) o una sofferenza. L’intervento “autocritico” consisterebbe allora nel valutare razionalmente e consapevolmente la presunta incoerenza per confermarla o accettarla come coerenza (cioè come logica non-contraddittoria), e nel decidere se continuare a pensare pensieri dolorosi nonostante l’impulso (automatico e involontario) a cambiare tema o tesi per ridurre la sofferenza.

Continuare a pensare pensieri dolorosi malgrado l'impulso ad abbandonarli può essere utile per superare la paura di pensare a ciò che ci fa paura, e acquisire la capacità di affrontare razionalmente problemi ansiogeni.

Struttura della mente

(Versione aggiornata al 31/7/2019)

In questo articolo ipotizzo una struttura generale sistemica della mente e i principi generali del suo funzionamento.

 

Le seguenti figure (la seconda e la terza sono ciascuna un'esplosione della precedente) rappresentano la mente come "sistema" composto di sottosistemi intercomunicanti, ciascuno specializzato in particolari funzioni che contribuiscono, in modo coordinato, al funzionamento generale della persona, cioè al suo comportamento e alla sua sopravvivenza. (Fare clic sulle figure per ingrandirle).





Figura 1: Struttura della persona e della sua mente






Figura 2: Struttura delle mente senza dettagli






Figura 3: Struttura della mente con dettagli
PRINCIPI GENERALI

  • La vita si basa sui "bisogni" (innati e acquisiti) e sulla loro soddisfazione attraverso interazioni col mondo esterno e tra gli organi interni.

  • Le modalità di soddisfazione dei bisogni sono codificate in informazioni sia innate (cioè geneticamente determinate), sia "apprese" attraverso le esperienze.

  • Il corpo umano è un sistema, i suoi organi (fino alle cellule) sono sottosistemi che interagiscono tra di loro e con l'esterno per soddisfare i bisogni dell'individuo.

  • Una mente è un elaboratore (cibernetico) di informazioni; non può essere separata da un corpo perché ha bisogno di supporti fisici per esistere; essa governa il comportamento interno ed esterno dell'individuo o dell'organo che la contiene.

  • Ogni organo vivente, a partire dalla cellula, ha una mente e dei bisogni. Pertanto la mente umana è l'insieme integrato e coordinato delle menti dei suoi organi.

  • Il piacere (per l'uomo e gli altri esseri viventi capaci di provarlo) è suscitato dalla soddisfazione di bisogni, il dolore dalla loro frustrazione.

  • Il funzionamento di ogni sottosistema (o organo) è governato da algoritmi (con un certo grado di casualità) capaci di apprendere e quindi di modificarsi.

  • Ogni sottosistema comunica e coopera con diversi altri (attraverso la rete neurale e ormonale) per determinare i suoi output (informazioni, energie, sostanze).

  • L'interdipendenza umana è la fonte dei bisogni peculiarmente umani. Infatti l'uomo non può sopravvivere a lungo al di fuori di almeno una comunità.

  • La mente umana serve soprattutto a gestire le interazioni umane e si forma attraverso esse.

  • Essere (identità) = appartenere (a gruppi e categorie con caratteristiche particolari).

  • La vita sociale consiste in apprendimento, educazione, condivisione (di beni, servizi, linguaggi, forme, norme, valori, conoscenze ecc.), attraverso imitazione, cooperazione, e competizione.

  • Ogni umano ha una o più "comunità interiori" o "virtuali" dovute all'imprinting di esperienze vissute durante l'infanzia e successivamente. Tali comunità virtuali influenzano il suo comportamento sociale mediante particolari pulsioni e inibizioni.

  • I disagi e i disturbi psichici (esclusi quelli dovuti ad alterazioni fisiologiche del sistema nervoso) sono causati dalla frustrazione di bisogni, e da conflitti ("doppi vincoli") tra bisogni antagonisti.

CHIARIMENTI

Un mio amico mi ha chiesto: "Come poni questo tuo modello rispetto a quelli modulari, per esempio, di Fodor e Pinker? Altra domanda: come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?"

Segue la mia risposta.

Direi che il mio modello è sicuramente modulare, anche se suppongo, come ho scritto in una nota, che certi sottosistemi siano “distribuiti” fisicamente in più zone del sistema nervoso o del corpo in generale. Inoltre non escluderei proprietà ologrammatiche, ovvero repliche diffuse di informazioni (come per il DNA) e di funzioni.

Il mio modello è al tempo stesso cognitivista e psicodinamico (avrai notato la presenza del super-io), sistemico, ovvero cibernetico, e non behaviorista nel senso stretto del termine.

L’idea di Fodor che i processi cognitivi di alto livello non siano modulari mi lascia perplesso. Io infatti suppongo che tali processi siano comunque di pertinenza di un “sottosistema” (ovvero modulo) cognitivo (conscio e inconscio), anche se i relativi processi, cioè i “pensieri” non sono modulari ma “seriali” e “reticolari”.

Probabilmente la querelle tra Fodor e Pinker è solo apparente ed entrambi hanno ragione. Forse Fodor ha letto in modo riduttivo o riduzionista la visione di Pinker. Penso infatti che non si possa criticare qualcuno per ciò che non dice, ma solo per ciò che asserisce e ciò che esclude, e immagino che Pinker non abbia escluso le idee di Fodor, che possono essere considerate un’estensione, un completamento o un approfondimento di quelle di Pinker.

Il mio modello non è riduzionista (spero) e non esclude nessun fenomeno o meccanismo non ancora scoperto da scienziati o filosofi. E’ un tentativo di costituire un quadro generale da cui partire per approfondire i diversi aspetti della mente e della natura umana, come auspicato da Edgar Morin, che lamenta l’assenza di una specializzazione accademica: quella della generalità della vita. Come in un grande sistema informatico, è impensabile disegnarne o descriverne gli aspetti o gli elementi di dettaglio senza partire da una struttura “generale”, ovvero di alto livello, che può poi essere sezionata e approfondita sezione per sezione, ma senza mai trascurare interazioni tra le diverse sezioni (o moduli o sottosistemi), giacché non possiamo conoscere le cose in sé ma solo le relazioni tra le cose, come ci insegna Gregory Bateson.

Il mio modello è evoluzionistico in quanto credo sia il risultato di adattamenti della specie alle pressioni ambientali e in particolare alla condizione di interdipendenza funzionale degli esseri umani, come indicato nei principi generali. Tuttavia siamo ormai passati, come sai bene, da una evoluzione genetica ad una “memetica”, che per la mente è di grande importanza.

Il concetto di “incapsulamento” funzionale mi lascia perplesso e lo userei con cautela. Credo che certi “moduli” mentali non siano facilmente incapsulabili dal momento che comunicano simultaneamente con molti altri. Inoltre, come ho indicato nei principi generali, gli algoritmi che governano i moduli hanno un certo grado di aleatorietà.

Io credo che il difetto di molte teorie sulla mente (e che spero di evitare nella mia) sia quello di definire un modello abbastanza semplice da poter essere descritto in termini semplici, cosa che porta fatalmente ad un certo riduzionismo o addirittura semplicismo. Nel mio modello ci sono invece aree "misteriose" che non pretendo di spiegare, come la volontà (compreso il libero arbitrio), la coscienza e il sentimento, anche se possiamo immaginare certe relazioni e interazioni tra tali entità e il resto del “sistema”.

Vorrei a questo punto confrontare il mio modello con gli otto requisiti di un sistema “modulare”:

  1. Specificità del dominio: i moduli operano solo su determinati tipi di input, sono specializzati. [OK, salvo il fatto che diversi moduli si possono influenzare reciprocamente.]

  2. Incapsulamento informativo: i moduli non devono necessariamente fare riferimento ad altri sistemi psicologici per poter funzionare. [Parzialmente d'accordo, ma un modulo può avere molte connessioni con altri moduli e comportamenti reattivi con un certo grado di aleatorietà.]

  3. Attivazione obbligatoria: i moduli vengono elaborati in modo obbligatorio. [Nel mio modello ci sono aleatorietà, ovvero eccezioni alle regole e comportamenti “misteriosi”.]

  4. Alta velocità di elaborazione: probabilmente a causa del fatto che sono incapsulati (quindi necessitano solo di consultare un database limitato) e obbligatori (non è necessario sprecare tempo per determinare se elaborare o meno l'input in entrata) [OK.]

  5. Uscite di basso livello: l'output dei moduli è molto semplice. [Non sempre: nel mio modello l’output può essere non univoco, ambivalente, conflittuale, perfino paralizzante.]

  6. Accessibilità limitata. [OK nel senso che certi moduli non sono localizzabili e non possono comunicare con tutti gli altri, ma solo con alcuni altri, anche se la plasticità del sistema nervoso può creare nuove connessioni in certi casi.]

  7. Ontogenesi caratteristica: c'è una regolarità di sviluppo. [parzialmente d'accordo. Infatti mio modello l’ontogenesi si accompagna con l’apprendimento, ovvero uno sviluppo in cui le interazioni con gli altri moduli o con l’esterno influenzano lo sviluppo e perfino l'espressione genica.]

  8. Architettura neurale fissa. [Parzialmente d'accordo. Infatti, come detto sopra, la plasticità del sistema nervoso rende la rete di connessione modificabile.]

Per quanto riguarda la tua domanda “come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?”, ti rispondo che la rete neurale è disegnata come il “bus” di un computer, che permette a tutti i moduli di comunicare potenzialmente con tutti gli altri.

La posizione di ogni modulo nello schema non è significativa. L’architettura a "bus" è indispensabile nei computer per evitare “gli spaghetti” ovvero connessioni fisiche inestricabili (cavi elettrici) di tutti con tutti. Basta quindi collegare un modulo al bus, e in tal modo esso può comunicare con qualsiasi altro collegato allo stesso bus.

Suppongo che la rete neurale (neuroni, assoni, sinapsi, dendriti ecc.) funzioni come il bus di un computer, ovvero come un canale di comunicazione. Suppongo inoltre che un neurone possa avere un doppio ruolo: come nodo di comunicazione (di transito) di una rete, e come micromodulo di un sistema più grande, con funzioni particolari.

Vedi l'articolo "Modularità della mente" in Wikipedia.

Vedi anche Comprendere la natura umana.