Sono determinato dal mio inconscio.
L’inconscio limita la libertà dell’io.
L’inconscio chiede, la coscienza dispone.
L'inconscio non ha il senso della misura.
La coscienza è un prodotto dell'inconscio.
L'inconscio vuole soprattutto appartenere.
La coscienza farebbe bene a rispettare l'inconscio.
L'inconscio decide di cosa si può essere coscienti.
L’inconscio domina la coscienza a insaputa di questa.
Nessuno può disobbedire impunenente al proprio inconscio.
L'io cosciente dice "vorrei", ma l'inconscio dice "voglio".
La psicologia è lo studio delle logiche nascoste e inconsce.
L'inconscio ha le sue logiche, che la coscienza non conosce.
L’inconscio ha una vita autonoma, indipendente dalla coscienza.
Le paure più insidiose sono quelle di cui non siamo consapevoli.
Il mio inconscio non mi appartiene, sono io che appartengo a lui.
L'arte evoca relazioni inconsce superando i limiti della ragione.
I comportamenti involontari sono determinati da logiche inconsce.
Capire le logiche del proprio inconscio permette di correggerle.
Non è possibile essere felici se il proprio inconscio è infelice.
L'inconscio è, per lo più, ex conscio automatizzato e dimenticato.
Per l'inconscio è meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli.
Anche da adulti, restiamo inconsciamente bambini in cerca di genitori.
Gli algoritmi dell'inconscio sono il risultato di anni di apprendimento.
Un ingrediente della felicità è la pace tra l'io cosciente e l'inconscio.
Quando due persone s'incontrano i loro inconsci interagiscono generando emozioni.
Quando impariamo consciamente qualcosa, non sappiamo che uso ne farà l'inconscio.
Io e il mio inconscio non andiamo sempre d'accordo. A volte siamo separati in casa.
Ci sono persone felici a loro insaputa. Come pure persone infelici a loro insaputa.
Nelle logiche dell'inconscio il passato, il presente e il futuro non sono distinti.
Ognuno di noi è una società (di agenti mentali autonomi) a responsabilità limitata.
L'inconscio è tutto ciò che ci controlla e che non possiamo controllare, né vedere.
L'inconscio controlla la coscienza attivando/disattivando emozioni piacevoli/dolorose.
Anche l'inconscio ha le sue logiche, e sono molto più rozze di quelle della coscienza.
La felicità dipende molto dall'accordo e dalla cooperazione tra coscienza e inconscio.
La funzione dell'inconscio è quella di favorire i buoni rapporti dell'io con gli altri.
Mentre tu decidi a cosa fare attenzione il tuo inconscio fa le sue scelte e te le impone.
La coscienza può vedere una sola cosa alla volta. L’inconscio molte cose simultaneamente.
La coscienza può porsi una sola domanda alla volta, l'inconscio molte domande simultaneamente.
Per l'inconscio essere diversi dagli altri è una colpa che prima o poi viene scoperta e punita.
La mente è un agente inconscio di cui la coscienza conosce solo gli effetti, non i procedimenti.
L’inconscio chiede, la coscienza decide, cioè esegue le richieste nella misura in cui le approva.
L'io cosciente e l'io inconscio si influenzano reciprocamente nel gestire i rapporti con gli altri.
L'animo non è unitario, ma è fatto a strati, che a volte non si conoscono, si ignorano e confliggono.
La coscienza dovrebbe fungere da tutore e terapeuta dell’inconscio, mentre è spesso il suo burattino.
Per l'inconscio tutto ciò che facilita la socializzazione è buono, tutto ciò che la ostacola cattivo.
L'inconscio non "ragiona" in termini di giusto o ingiusto, vero o falso, ma di piacevole o spiacevole.
Quando due persone interagiscono, a interagire non sono tanto le loro coscienze, quanto i loro inconsci.
Sarebbe terribile scoprire che le uniche cose che ci possono far felici sono inaccettabili per gli altri.
Un ingrediente indispensabile della felicità e l'accordo tra la propria coscienza e il proprio inconscio.
In ogni momento decidiamo involontariamente quanto farci dirigere dalla coscienza e quanto dall'inconscio.
L’inconscio è come un neonato: non sa di cosa ha bisogno, ma sa se ciò che gli accade è piacevole o doloroso.
Per l’inconscio, l’Altro generalizzato è sempre presente, e in ogni momento osserva e giudica la propria persona.
Il mio inconscio interagisce autonomamente con gli altri e determina il mio umore indipendentemente dalla mia volontà.
Gli altri, come mi valuteranno per ciò che sto facendo? Questa è la domanda che il mio inconscio si pone continuamente.
Ci sono momenti in cui il mio inconscio mi vieta di pensare razionalmente, e io non ho la possibilità di disubbidirgli.
Cosa vuole il mio inconscio da me e dagli altri? Questa domanda dovrebbe costituire la preghiera quotidiana di ogni umano.
La coscienza dovrebbe anche servire a mediare tra le richieste provenienti dagli altri e quelle provenienti dall'inconscio.
La coscienza è controllata dall'inconscio, l'inconscio dalla società, la società dalle comuni coscienze di gruppi di individui.
L'inconscio non vuole essere scoperto, vuole continuare a fare ciò che gli pare, senza essere disturbato da psicoterapie o altro.
L'idea che la mente prenda decisioni all'insaputa della coscienza e le metta in atto involontariamente, è per molti insopportabile.
La reazione emotiva precede e orienta quella cognitiva, così come la reazione dell'inconscio precede e orienta quella della coscienza.
Ciò di cui una coscienza è cosciente momento per momento è determinato dall'interazione tra percezioni sensoriali e processi inconsci.
L’inconscio non sa di cosa ha bisogno, ma punisce la coscienza quando non ottiene ciò di cui ha bisogno, e la premia quando l’ottiene.
Nell'inconscio di ognuno, e di conseguenza nella società, si combattono due dèmoni: quello della conservazione e quello del cambiamento.
Mentre la coscienza pensa, sente e desidera, l'inconscio prepara i prossimi pensieri, sentimenti e desideri da presentare alla coscienza.
Una coscienza moralista può essere manipolata da un inconscio mosso da motivazioni inconfessabili.
Gli esseri umani interagiscono per lo più automaticamente, involontariamente e inconsciamente, secondo criteri che in gran parte ignorano.
L'io cosciente può cambiare in un attimo: basta una scoperta. L'inconscio, invece, per cambiare ha bisogno di mesi e in certi casi di anni.
Ogni forma di vita, compreso l'inconscio, funziona secondo algoritmi. La psicologia dovrebbe servire a scoprire gli algoritmi dell’inconscio.
Quando la volontà dell'io cosciente e quella dell'inconscio si combattono, alla fine vince sempre la seconda perché questa manipola la prima.
Chi ripudia o rinnega l'educazione che i genitori gli hanno inculcato deve fare i conti con un inconsapevole senso di colpa per alto tradimento.
Per l'inconscio gli altri si dividono in due categorie: amici e nemici. E ogni persona può passare da una categoria all'altra in qualsiasi momento.
L'inconscio vuole appartenene a un insieme sociale, ma può essere indeciso su quale insieme esso debba essere, e con quali ruoli, funzioni e poteri.
L'io (sia quello cosciente che quello inconscio) è soggetto e oggetto allo stesso tempo, e questa coincidenza crea una grande confusione intellettuale.
Chi crede in un dio antropomorfo ci parla, gli chiede certe cose e crede di intuire le sue risposte. Chi (come me) crede nell'inconscio fa le stesse cose.
Potrebbe essere che Dio, nell'inconscio del mistico, come in quello della gente comune, sia un sostituto o rappresentante dei genitori e/o della comunità.
L'inconscio decide come l'io devo agire e reagire in ciascuna situazione. L'io può solo decidere di lasciarsi guidare dall'inconscio, o di bloccare tutto.
Quando sento qualcuno parlare io so che ciò che dice non è la verità, ma la razionalizzazione di una verità. Lo stesso vale per ciò che io penso e che dico.
Come ci insegna George Herbert Mead, nella nostra mente vive ed opera l'Altro generalizzato, con cui l'inconscio dialoga continuamente, e da cui prende ordini.
L'ignoranza o la dimenticanza di certi fatti o di certe nozioni può essere un modo in cui la mente evita inconsciamente insopportabili conflitti e responsabilità.
C'è qualcosa, nella psiche, che ci domina mediante le emozioni che suscita seguendo certe logiche inconsce. La psicologia dovrebbe servire a decifrare tali logiche.
L'uomo è libero di scegliere cosa fare e non fare, ma non è chiaro quale sia, al suo interno, l'agente che sceglie, ovvero l'io cosciente e/o qualche agente inconscio.
Conscio e inconscio sono interdipendenti e si influenzano reciprocamente.

In ogni momento la mia coscienza e il mio inconscio combattono per il controllo della mia persona. Il mio corpo è un campo di battaglia. Normalmente l'inconscio prevale.
Il filosofo studia ciò che appare, lo psicologo ciò che è nascosto, il filosofo cerca le verità, lo psicologo le falsità, specialmente quelle involontarie e inconsapevoli.
L'io è responsabile del proprio inconscio in quanto può curarlo (anche se solo indirettamente e lentamente) mediante lo studio delle psicologie e la pratica di psicoterapie.
Il nostro inconscio (che per i credenti contiene Dio e il diavolo) e gli altri competono nello spingerci a fare o a non fare qualcosa, e noi dobbiamo scegliere a chi dar retta.
In ogni momento l'inconscio influenza il proprio io cosciente. In ogni momento l'io cosciente deve decidere in quale misura e in che modo obbedire o resistere al suo inconscio.
L'io cosciente deve continuamente scegliere se (e in quale misura) comandare o obbedire al suo inconscio, e se (e in quale misura) mantenerlo o cambiarlo, per quanto possibile.
L'interazione tra due persone consiste in due interazioni simultanee: una tra i loro inconsci e una tra le loro coscienze. Tali interazioni seguono logiche diverse, ma interconnesse.
Mentra la coscienza ragione, l'inconscio fa lo stesso, ma seguendo logiche diverse. I risultati dei due ragionamenti, e le conseguenti motivazioni, possono perciò essere contrastanti.
Cosa vuole il mio inconscio? Quali sono i suoi valori? Quali le strategie che sta perseguendo? Quali i progetti che sta cercando di realizzare? Di cosa ha paura? Cosa cerca di evitare?
Un'infinità di cose avvengono continuamente nella nostra mente a nostra insaputa, cose che determinano le nostre motivazioni, i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre scelte.
Possiamo capire solo in parte le logiche per cui facciamo ciò che facciamo (e non facciamo ciò che non facciamo) e le relative conseguenze. Perché tali logiche sono per lo più inconsce.
Quella che chiamiamo mente di un individuo è in realtà un insieme di menti, per lo più inconsapevoli, che interagiscono tra loro e col mondo esterno in modi cooperativi e/o conflittuali.
Chi non crede nell'inconscio pensa che per risolvere i problemi sociali basti volerlo. Non li risolverà, perché la volontà, i sentimenti e la coscienza sono pilotati da logiche inconsce.
Quando una verità fa male, l'inconscio cerca di negarla, ovvero di boicottarne la visione e la comprensione, e guida i nostri pensieri verso strade sicure, dove non vi sono tracce di essa.
L'inconscio ha una logica, ma diversa da quella dell'io cosciente. Conoscere il proprio inconscio significa conoscere la sua logica, ovvero i programmi secondo i quali prende le sue decisioni.
Ognuno vorrebbe sempre star bene, ma chi decide il proprio stato d’animo è l’inconscio, e lo fa secondo logiche inconsce, diverse da quelle della coscienza.
L'inconscio è un agente mentale autonomo che, mediante la generazione di emozioni e sentimenti secondo certe logiche predefinite, induce l'io cosciente a fare certe cose e a non farne certe altre.
Quando il tuo inconscio ti impone di interagire con altri esseri umani reali, in carne ed ossa, non c'è nient'altro, nessuna simulazione, nessuna illusione, nessun surrogato che possa soddisfare tale bisogno.
Non la coscienza, ma l'inconscio decide se uno ha o non ha paura di qualcosa e se è attratto o repulso da qualcosa. L'inconscio è il decisore e l'autore di ogni sentimento e di ogni comportamento involontario.
Caro corpo, cosa posso fare per te? Di cosa hai bisogno? Cosa desideri? Peccato che tu non possa parlare per rispondere a queste domande. Mandami qualche segnale che io possa decifrare, e cercherò di soddisfarti.
Se l'uomo non avesse una coscienza la sua mente sarebbe completamente inconscia. L'inconscio non è solo il nascondiglio freudiano dei cattivi pensieri e dei cattivi ricordi, ma il complesso degli automatismi logici veloci.
Tra inconscio e coscienza cè competizione per l'autogoverno della persona. Di solito vince l'inconscio, semplicemente perché è il più forte e può manipolare la conscienza, mentre questa non riesce a manipolare l'inconscio.
L'inconscio si forma in età infantile e cambia poco in età adulta. L'io cosciente è invece molto più plastico per tutta la vita. È così che un io cosciente adulto viene influenzato per tutta la vita da un inconscio bambino.
C'è una continua interazione tra conscio e inconscio, ovvero tra l'apparato volontario e quello involontario del nostro organismo. Queste due dimensioni dell'esistenza si influenzano reciprocamente, anche se non lo vogliamo.
A parer mio è molto semplice definire l'inconscio: è tutto ciò di cui non siamo coscienti. Questa definizione, molto più estesa rispetto all'inconscio freudiano, include qualsiasi automatismo cognitivo, emotivo e fisiologico.
Per gestire il proprio inconscio conviene andare per tentativi: provare a cambiare qualcosa a caso nel proprio comportamento e vedere l'effetto che fa. Se l'effetto è buono, allora continuare, se è cattivo, provare qualcos'altro.
Affinché l'io cosciente possa influenzare il suo inconscio sono necessari tempi lunghi, grande impegno e sofferenze, mentre l'inconscio influenza l'io cosciente costantemente e senza sforzi. Nell'immediato l'inconscio è il padrone di casa.
Ciò che più determina l’umore di un essere umano è la sua previsione, conscia o inconscia, di come sarà trattato dagli altri, specialmente da coloro da cui dipende la soddisfazione dei propri bisogni.
L'inconscio consiste in automatismi. Potrebbe sembrare un'affermazione riduzionista, ma non lo è, in quanto gli automatismi dell'inconscio sono molto complessi, difficili da rilevare, e coinvolgono emozioni, sentimenti, logiche, memorie ecc.
Ciò che oggi è nel cuore all'inizio era nella testa. Ciò che oggi è inconscio all'inizio era conscio. È l'abitudine che rende spontanee, involontarie, acritiche, inconsce cose che inizialmente erano forzate, volontarie, critiche e consapevoli.
I rapporti tra l’io e l’inconscio possono essere più o meno cooperativi o conflittuali, dato che l’io deve tener conto anche delle esigenze altrui e di una visione razionale del mondo che può non corrispondere alle esigenze dell’inconscio stesso.
Quando due persone interagiscono, nessuno dei loro "io coscienti" controlla l'interazione in modo determinante, perché questa dipende soprattutto dalla particolare combinazione degli automatismi inconsci delle persone in gioco, oltre che dal caso.
Quando due persone interagiscono, ognuna si aspetta inconsciamente dall'altra un comportamento non libero, ma soggetto a certe regole non scritte. In tal senso, ogni interazione sociale è costituita da rituali inconsci, che io chiamo criptorituali.
Nella conoscenza non c'è solo l'aspetto logico e quello sentimentale, ma anche quello psico-logico, ovvero quello che riguarda il campo delle logiche nascoste e inconsce. Per questo per me una filosofia che non sia anche psicologia è insufficiente.
Un soggetto può diventare oggetto, perfino del suo stesso oggetto diventato a sua volta soggetto. E viceversa. È ciò che avviene normalmente tra l'io cosciente e il suo inconscio, che si scambiano continuamente i ruoli di soggetto e oggetto
Coscienza e inconscio dovrebbero dialogare. Il dialogo fondamentale dovrebbe essere quello rappresentato nella figura seguente.

Secondo me l'inconscio non è "strutturato come un linguaggio" (come affermava Lacan), ma è una macchina (o sistema, in senso cibernetico) e in quanto tale usa un linguaggio, anzi, più linguaggi, per le comunicazioni interne (tra le sue parti) e con l'esterno.
L'io cosciente e l'inconscio competono per dirigere l'attenzione e il pensiero del soggetto dove questi processi provocano meno dolore e più piacere. Il guaio è che l'io cosciente e l'inconscio hanno spesso idee diverse circa le fonti del dolore e del piacere.
Per i più, l'inconscio è una piccola parte della coscienza, mentre è vero il contrario. Infatti la coscienza è una piccola parte dell'inconscio e ha poteri molto limitati sulla nostra vita e sulle nostre scelte, anche se si illude di essere la padrona di casa.
Consciamente o inconsciamente, l'uomo divide gli altri in amici e nemici, e desidera la distruzione dei propri nemici. Prima ancora, l'uomo, consciamente o inconsciamente, desidera essere amato da ogni altro, e classifica come nemici tutti coloro che non lo amano.
Perché un'idea diventi efficace, essa deve essere decantata, cioè deve passare nella memoria a lungo termine e poter agire inconsciamente. Solo così può eercitare efficacemente la sua azione combinatoria insieme ad altre idee già decantate o in via di decantazione.
Il nostro inconscio ci impone di essere come gli «altri» ci vogliono, e ad essi fedeli, ma chi siano i nostri «altri» non è stabilito per sempre. Infatti la libertà consiste nel tradire i vecchi «altri» a favore di nuovi. Dietro la fedeltà si nasconde la sottomissione.
Non credo che un’anima possa esistere al di fuori di un corpo, come invece pensava Platone. Per me l’anima è il software del corpo, cioè la sua mente conscia e inconscia, che si forma e si sviluppa nel corpo a partire dal codice genetico, e si dissolve con la sua morte.
Una delle motivazioni inconsce per cui molte persone non riconoscono l’autorità intellettuale della scienza, è la “subcognizione” che ciò che essa dice contraddice le loro idee, dimostrando così la loro ignoranza e/o la loro stupidità.
L'inconscio non ragiona, ma giudica. Il giudizio inconscio (bello, brutto, buono, cattivo, attraente, repellente) stabilito senza fare uso della ragione, precede e manipola quello conscio e sollecita la razionalizzazione (cioè la giustificazione razionale) di scelte già fatte.
Inconscio: se non soddisfi i miei bisogni ti faccio soffrire.
Coscienza: dimmi quali sono i tuoi bisogni e cercherò di soddisfarli.
Inconscio: ho bisogno sempre delle stesse cose: appartenenza, interazione, libertà, salute, bellezza, conoscenza, potenza.
L'inconscio non "nasce" ma è innato. Alla nascita contiene solo automatismi biologici, poi con le esperienze si riempie di automatismi sociali. Si forma quindi attraverso un apprendimento, per lo più inconsapevole. Si può modificare, ma è molto più difficile disapprendere che apprendere.
Quando siamo soli e liberi da impegni e da preoccupazioni, ci prepariamo, consciamente o inconsciamente, alle prossime interazioni con gli altri, in quanto facciamo o cerchiamo cose di cui potremmo parlare con gli altri, che potremmo mostrare agli altri o che potremmo condividere con altri.
Le relazioni e le interazioni umane sono regolate da politiche personali per lo più inconsce, irrazionali, mistificate e involontarie; sta a noi decidere se cercare di renderle più consapevoli, razionali, genuine e volontarie nonostante il boicottaggio del super-io e delle convenzioni sociali.
Più che la coscienza sporca, abbiamo tutti, più o meno, l'inconscio sporco e siamo abitati da sensi di colpa soffocati e rimossi che ci disturbano continuamente. Abbiamo infatti sicuramente trattato male o disprezzato qualcuno che abbiamo dimenticato, di cui temiamo inconsciamente la rappresaglia.
Quando facciamo una cosa di un certo tipo, ci qualifichiamo come appartenenti alla categoria di persone che fanno quel tipo di cose, con tutti gli attributi socialmente pregevoli e spregevoli del caso. Per questo siamo indotti consciamente o inconsciamente a fare o a non fare cose di un certo tipo.
Ogni cosa (oggetto, parola, persona, idea, immagine, gesto ecc.) ha per un essere umano significati consci e inconsci, a volte molto diversi e perfino contrastanti. La psicologia si occupa, o dovrebbe occuparsi dei significati inconsci, mentre la filosofia si occupa, purtroppo, solo di quelli consci.
L'inconscio morale è un sistema automatico di sorveglienza che ci avverte, mediante la genereazione di ansia o panico, se stiamo facendo o pensando qualcosa di socialmente riprovevole. Purtroppo non spiega perché ha generato ansia o panico. Scoprirlo è compito della psicoterapia e dell'introspezione.
Per definizione, l'io cosciente non può conoscere l'inconscio direttamente, altrimenti quest'ultimo non sarebbe tale. Tuttavia possiamo inferire, dedurre, intuire, ipotizzare, teorizzare, qualcosa che può aiutarci a migliorare i nostri rapporti con l'inconscio e perfino a modificarlo in una certa misura.
Secondo me i sogni non sono messaggi dotati di senso che l'inconscio invia intenzionalmente al conscio per indurlo a fare o a comprendere qualcosa, ma narrazioni casuali generate a partire da informazioni memorizzate, che ognuno può interpretare liberamente, attribuendo loro significati non dati all'origine.
La cosa più importante che ho imparato è che non è sano decidere cosa fare solo sulla base di considerazioni razionali, ovvero che la ragione deve tener conto delle esigenze del proprio inconscio e del suo funzionamento in quanto generatore di emozioni (più o meno piacevoli o dolorose) e di disturbi psicosomatici.
Mi piace definire la saggezza come la capacità di comprendere in ogni momento le esigenze e le richieste che provengono dal proprio corpo, dal proprio inconscio, dalle altre persone e dalla natura, e di adottare il comportamento più efficace, e il miglior compromesso possibile in caso di conflitti, per soddisfarle.
Ci sono tipi diversi di psicoanalisi, ma hanno tutte in comune l'idea dell'inconscio come motore involontario, automatico, inconsapevole, dotato di logiche proprie e manipolatore della coscienza. Se si rifiuta questa idea, secondo me non si va lontano nella comprensione della natura umana e del nostro comportamento.
L'inconscio è il meccanismo biologico/logico automatico che decide quali sentimenti, emozioni e pulsioni dobbiamo provare e a cosa dobbiamo pensare. In altre parole, l'inconscio è ciò che decide, momento per momento, di cosa dobbiamo essere consapevoli, cosa dobbiamo desiderare, cosa amare, cosa odiare e cosa temere.
Per «inconscio» intendo un processo mentale nascosto che dirige il comportamento automatico e la coscienza attraverso i sentimenti e le emozioni secondo certe strategie (che la coscienza non conosce) di soddisfazione dei bisogni. Strategie diverse da persona a persona, che dipendono dalla costituzione genetica e dalle esperienze.
Molti sono uniti nel rifiuto dell'attuale "sistema", ma non lo sono in un progetto positivo, costruttivo. In altre parole, il popolo sa ciò che non vuole ma non ciò che vuole, o vuole cose irrealizzabili in quanto non corrispondenti alla reale natura umana. La gente è egoista ma nega di esserlo e rimuove l'egoismo nell'inconscio.
Siamo molto più inclini alla competizione (status game) di quanto siamo disposti ad ammettere, dato che nella nostra cultura la competizione per dimostrare la propria superiorità intellettuale e morale è considerata politicamente scorretta. Perciò l'inconscio compete all'insaputa della coscienza, che nega di competere in tal senso.
Chi sfida il suo super-io deve aspettarsi subdole, ostili e morbose reazioni di questo guardiano, messe in atto "a fin di bene" cioè per proteggere la persona dal rischio di essere espulsa dalla comunità. Perciò lo sfidante dovrà essere vigile per riconoscere e respingere ogni tentativo da parte del super-io di boicottare la sua libertà.
E' fuori discussione che gli esseri umani facciano continuamente delle scelte, da quando sono nel grembo materno. Quello che si può discutere è se le scelte siano volontarie o involontarie, consapevoli o inconsapevoli. In altre parole, è discutibile se chi sceglie sia l'io cosciente o qualche meccanismo automatico, inconscio e involontario.
È l'inconscio che stabilisce per primo cosa sia per noi conveniente o sconveniente, e ce lo dice scatenando le emozioni di attrazione e repulsione sulla base del suo giudizio, che noi subiamo. Per esempio, per l'inconscio è sconveniente qualsiasi comportamento che rischia di isolarci socialmente, di farci escludere dalla comunità, di farci disapprovare.
La psiche è una rete non gerarchica di agenti mentali che cooperano e competono per la sopravvivenza e lo sviluppo dell'individuo. La coscienza, o io cosciente, è soltanto uno di questi agenti, ed ha un potere molto limitato. Intatti la maggior parte del comportamento umano è automatico, involontario, inconscio, e incomprensibile per la coscienza stessa.
In un dato momento possiamo essere coscienti di pochissime cose, cioè di pochissime idee, tra tutte quelle di cui potremmo essere coscienti in momenti diversi. Questo è il grande limite della coscienza rispetto all'inconscio, che invece è capace di considerare e di elaborare a nostra insaputa tutte le idee che abbiamo accumulato nel corso della nostra vita.
L'io chiese all'usciere dell'assemblea dei dèmoni riunita in seduta segreta: "Cos'hanno deciso che io faccia?". L'usciere rispose: "Ci sono questi ordini, alcuni sono contrastanti, scegli tu quali eseguire, quando e in quale misura. Come sempre, sarai ricompensato col piacere quando avrai successo e punito col dolore quando fallirai nell'eseguire ciascun ordine.
Ciò che molti chiamano spirito consiste in fenomeni neurologici inconsci che danno luogo a particolari motivazioni e sentimenti involontari. Chi non riconosce l'esistenza di un'attività neurologica inconscia ed ha avuto un'educazione religiosa, tende a spiegare i fenomeni motivazionali e sentimentali involontari o irrazionali usando termini e concetti spiritualisti.
Psicologia del sospetto è il nome che vorrei dare alla psicologia che più mi interessa, quella che studia le vere motivazioni del comportamento umano a dispetto di quelle che gli umani affermano, che sono quasi sempre false, mistificate, incomplete, fuorvianti, deformate ecc. per nascondere la meschinità e la miseria di quelle vere, che sono ben nascoste nell'inconscio.
L'inconscio «ragiona» per insiemi e parti di insiemi, nel senso che per esso nulla esiste se non come parte, o membro, di qualche insieme; e ogni cosa, idea o persona possiede e comporta le qualità, le caratteristiche, le proprietà, le attrazioni, le repulsioni e gli antagonismi degli insiemi (fisici o logici, concreti o astratti, formali o sostanziali) a cui essa appartiene.
Ogni cosa che facciamo, diciamo e scriviamo (compreso ciò che postiamo nei social network come Facebook) esprime inconsciamente e implicitamente, in modo più o meno nascosto, l'identità sociale che assumiamo o desideriamo assumere, la posizione gerarchica, il ruolo e il prestigio che consideriamo giusti per noi e il desiderio che tali assunzioni vengano riconosciute e accettate dagli altri.
Ieri, guardando la partita Germania-Italia circondato da una ventina di tedeschi, ho avuto una ulteriore conferma del carattere religioso, profondo e inconscio dello sport-spettacolo. L'Uomo ha bisogno anche di circenses per affermare la propria appartenenza ad una comunità, un bisogno primario geneticamente determinato, a cui la psicologia accademica non ha ancora dato l'importanza che merita.
L'introverso giudica negativamente (in senso morale e intellettuale) la maggior parte della gente e, a causa del suo profondo senso di giustizia, si sente inconsciamente in colpa per questo suo atteggiamento. Pertanto si aspetta di essere punito dalle persone che sono oggetto del suo giudizio negativo. Di conseguenza teme gli altri e non ha pace. Questa dinamica mentale è normalmnete inconscia.
L'inconscio è uno stupido dittatore che ha un potere immenso sui nostri pensieri, sentimenti e motivazioni. La sua logica è automatica, prevedibile, irrazionale, impulsiva, rigida, inesorabile, ostinata, resistente, gelosa, vanitosa, soggettiva, settaria, pavida, ignorante, ingannevole, semplicistica, fondamentalista, assoluta, egocentrica, intollerante, irresponsabile, autodifensiva, conservatrice.
Per me i dèmoni sono una metafora degli agenti mentali inconsci che presidiano i bisogni (sia innati che acquisiti) di una persona, nel senso che la motivano a fare e a pensare certe cose e la premiano e la castigano per mezzo dei sentimenti di piacere e dolore (in varie forme), costringendola a vivere come vogliono loro. Ascoltare la volontà dei propri demoni è intuire, attraverso i propri sentimenti, i loro comandi.
Ciò che intendo per inconscio non è solo l'inconscio freudiano, né ciò che abbiamo dimenticato o di cui ci vergognamo, ma un organismo attivo multi-agente, che comunica col resto del corpo e con l'io cosciente, in ogni momento, e li condiziona. Volendo semplificare molto direi che si tratta di un sistema complesso di automatismi involontari e inconsapevoli, di vario tipo, sia psicomotori che emotivi e cognitivi.
Io divido il mondo nelle seguenti parti che interagiscono tra loro: io (cioè la mia mente cosciente), la mia mente inconscia, il resto del mio corpo, gli altri, il resto del mondo. Ognuna di queste parti è costituita da parti subordinate che interagiscono tra loro. Su questa divisione si basa la mia filosofia/psicologia.

Se l'inconscio di una persona è mal formato, spesso lo è anche il suo conscio. Penso infatti che l'io cosciente e l'inconscio si influenzino reciprocamente nel bene e nel male.
D'altra parte, a mio avviso, la maggior parte della gente non sa pensare in modo efficace ed efficiente per soddisfare al meglio i propri bisogni, dato che questi, quando sono politicamente scorretti, sono spesso rimossi nell'inconscio.
L'io non può evitare di essere continuamente guidato (mediante emozioni e sentimenti) da logiche automatiche inconsce che si sono formate attraverso le sue esperienze, soprattutto quelle sociali. Può però modificare parzialmente tali logiche accettando di vivere nuove esperienze che il caso gli propone. Il libero arbitrio (se esiste) consiste infatti, a mio avviso, solo nello scegliere quali nuove esperienze provare e quali rifiutare.
La coscienza è un organo di supervisione e di parziale controllo delle autonomie del comportamento della persona cosciente. Il potere della coscienza su tali autonomie (che possiamo chiamare collettivamente "inconscio") è molto limitato e dipende dalla formazione culturale del soggetto. Si tratta di un potere "consultivo", non "esecutivo". Tuttavia la coscienza, in circostanze eccezionali, può porre il veto sulle decisioni dell'inconscio.
In ogni individuo le richieste degli altri non espresse esplicitamente da quelli sono espresse dal proprio inconscio ad opera di quella struttura mentale che Freud ha chiamato "super-io". Dovremmo imparare a distinguere, tra le richieste espresse dal nostro inconscio, quelle che sintentizzano i desideri altrui appresi attraverso le esperienze passate, e quelle che si riferiscono a desideri originali, autentici e sanamente egoisti di noi stessi.
L'io inconscio e l'io cosciente si censurano e si inibiscono reciprocamente. Farebbero bene a mettersi d'accordo per dividersi il potere. L'io cosciente sa leggere, scrivere, contare, prevedere e pianificare, mentre l'io inconscio è analfabeta e irrazionale, ma sa meglio dell'io cosciente cosa causa il piacere e cosa il dolore.
Tra coscienza e inconscio c'è un conflitto permanente per il controllo della persona. In questo conflitto l'inconscio ha normalmente la meglio grazie alla sua arma costituita dalla capacità di generare emozioni e sentimenti a proprio favore.
La coscienza non possiede tale arma, dato che sentimenti ed emozioni sono involontari. L'arma della coscienza nei confronti dell'inconscio si limita alla previsione di futuri vantaggi e svantaggi.
Uno degli aspetti più assurdi dell'infelicità umana è che essa è oggetto di vergogna, poiché tanto meno una persona si dimostra felice, tanto più è considerata malata o incapace ("looser") e quindi emarginata.
Questo ci induce a nascondere la nostra infelicità, fino a rimuoverla nell'inconscio. Ci si può perfino illudere di essere felici per timore dell'emarginazione, o negare che si possa essere più felici di quanto uno sia.
Anche quando siamo fisicamente soli, non lo siamo mai virtualmente. Infatti, per il nostro inconscio siamo sempre osservati e giudicati da altri. Siamo dunque virtualmente sempre in compagnia di altre persone, ed è importante capire chi esse siano e quali siano i loro criteri di giudizio (ovvero la loro morale) e quanto abbiamo bisogno della loro approvazione. Questo dovrebbe essere il compito di una psicoterapia.
Chi vuole autogovernarsi deve imparare (ed abituarsi) ad essere consapevole del fatto che in ogni momento il proprio comportamento, i propri pensieri, i propri sentimenti sono governati totalmente o in larga misura, da automatismi inconsci.
E deve tentare di arrestare per qualche secondo l'attività di tali automatismi. Solo in quei momenti una persona può esercitare consciamente il proprio libero arbitrio (per quanto possibile).
Avere le stesse idee, cognizioni, immaginazioni, gusti, vizi, debolezze, incapacità, paure, fantasie, sogni, illusioni, falsità, errori ecc. ci fa sentire uniti agli altri, normali, sani di mente, degni di essere amati, umani.
Viceversa, avere idee e sentimenti diversi dagli altri ci fa sentire soli, indegni di essere amati, disumani.
Così funziona il super-io, quando non riusciamo a contrastarlo.
Io (inteso come il mio io cosciente) non dovrei decidere liberamente e autonomamente cosa fare e non fare momento per momento, perché non ho sufficienti criteri per farlo se non dei principi razionali che potrebbero non aver nulla a che fare con la vita, col dolore e col piacere. La decisione spetta ai miei dèmoni, cioè ai miei agenti mentali inconsci. Io devo solo ascoltare e decifrare le loro decisioni, conciliarle o arbitrarle in caso di confllitti, ed eseguirle.
La mia concezione dell'inconscio è molto più estesa di quella freudiana in quanto comprende qualsiasi meccanismo involontario e non consapevole, compresi quelli di tipo biochimico, governati da logiche algoritmiche definite nel DNA e altre apprese. In pratica, per me l'inconscio include tutto il corpo e le sue attività interne, ad eccezione dell'io cosciente, a partire dalle cellule e dagli organi, che hanno una "mente" nel senso che si comportano secondo certe "logiche".
Sebbene affondi le sue radici nel passato, l'inconscio è sempre vivo e influenza la nostra vita attraverso manie e inibizioni. E il materiale rimosso non è inerte, perché è protetto da guardie del corpo che, per impedire che venga svegliato, ci obbligano a vivere in un certo modo e ad ignorare o evitare certe opzioni. Insomma, l'inconscio continua a condizionarci e limitarci in ogni momento. Anche quando crediamo di essere padroni di noi stessi, siamo schiavi del nostro inconscio.
Bene o male che Y può causarmi o che posso causare a Y. Si tratta di quattro domande fondamentali per la psiche, dove Y è una persona qualsiasi, conosciuta o sconosciuta:
- Che bene Y può causarmi?
- Che male Y può causarmi?
- Che bene posso causare a Y?
- Che male posso causare a Y?
Nel profondo del nostro inconscio queste domande vengono fatte continuamente e ad esse viene risposto senza inconsciamnete.
Nel mio inconscio (come in quello di ogni altro essere umano) c'è un dittatore che consiste nella volontà altrui (così come la percepisco) e mi costringe ad essere come essi mi vogliono e non come non mi vogliono. Come in ogni dittatura, c'è anche una resistenza che combatte per la libertà. Tale resistenza è più o meno forte e coraggiosa in ciascuno di noi e nei vari momenti della vita. Ma essa non riuscirà mai a sconfiggere la dittatura, perché ha bisogno di essa per vivere e non impazzire.
Qualcuno mi ha chiesto se esiste una prova scientifica dell'esistenza dell'inconscio. La mia risposta è che non c'è bisogno di prove, perché l'inconscio esiste per definizione, come ciò che non è conscio. A meno che non si creda che tutta l'attività mentale, o psichica, sia conscia, ovvero consapevole, non si può negare l'esistenza dell'inconscio. La questione, quindi, non è se l'inconscio esista o no, ma come sia fatto e come funzioni, e su questo ci sono varie ipotesi e scuole di pensiero, nessuna "scientifica".
La coscienza è lenta, unidirezionale, seriale, riflessiva, poco efficiente; l'inconscio è invece veloce, multidirezionale, parallelo (multitasking), automatico, e, in assenza di conflitti interiori, molto efficiente. Ciò che si apprende a fatica con la coscienza viene applicato efficientemente e senza sforzo solo quando diventa inconscio, cioè automatico. Questo vale sia per le interazioni sociali, sia per l'uso di strumenti, come suonare il pianoforte, dove ogni dito si muove automaticamente, indipendentemente dagli altri.
Riflessione in occasione di una festa in cui molti si scambiano auguri di bontà a tempo determinato. Voler bene al prossimo sarebbe forse la soluzione di tutti i mali della società. Peccato che il voler bene, contrariamente a quanto dice il nome, non sia un fenomeno volontario. Infatti non è l'io che vuole bene o male al prossimo, ma l'inconscio. Non è facile capire con quali criteri l'inconscio decide di voler più o meno bene o male ad una persona, ed è ancora più difficile convincerlo a voler bene a chi non vuole (secondo me).
Quando si discute di etica, ognuno si aggrappa alla propria visione dell'invisibile come ad un salvagente, temendo che questo gli venga tolto. Ognuno sente il bisogno di criticare il pensiero dell'altro per difendere il proprio, come se le idee altrui fossero una minaccia per la propria integrità e reputazione. Fraintendere l'interlocutore, distorcere o estremizzare il senso delle sue parole per poterle squalificare è una forma di autodifesa molto comune. Tutto questo è involontario, inconscio, automatico. Lo fanno tutti, anche io.
Il nostro inconscio non ha il senso della misura. Infatti per lui una persona è completamente buona o completamente cattiva, completamente sincera o completamente falsa, completamente stupida o completamente intelligente. Solo la razionalità cosciente ha il senso della misura ed è in grado di capire che ognuno è parzialmente buono e parzialmente cattivo, parzialmente sincero e parzialmente falso, parzialmente stupido e parzialmente intelligente. Tuttavia i sentimenti sono determinati dall'inconscio, non dalla razionalità cosciente.
Non possiamo non scegliere in ogni momento, tuttavia possiamo scegliere di farlo volontariamente o involontariamente. Nel secondo caso affidiamo le nostre scelte al nostro inconscio.
Ogni scelta presuppone almeno due opzioni. La scelta fondamentale è tra cambiare o mantenere una certa cosa.
Il nostro inconscio è costituito da un certo numero di agenti mentali autonomi che eseguono continuamente, a nostra insaputa, scelte che regolano la nostra vita, il nostro comportamento, i nostri pensieri e i nostri sentimenti.
Il cervello umano, nonostante rappresenti solo il 2% del peso corporeo, consuma il 20% dell'energia consumata dall'intero corpo.
Evidentemente il nostro cervello lavora continuamente, anche quando siamo fermi, quando ci riposiamo, quando dormiamo, ovvero non solo quando pensiamo cosciamente.
Il lavoro del pensiero (che evidentemente consuma energia) rappresenta presumibilmente una parte relativamente molto piccola del lavoro complessivo del cervello. Mi piacerebbe sapere che lavori fa il pensiero oltre al pensare cosciente.
L’io cosciente deve gestire due categorie di agenti: quelli interni e quelli esterni. Quelli interni sono i propri bisogni e desideri (spesso inconsci), i propri sentimenti e le proprie cognizioni. Quelli esterni sono gli altri esseri umani, con i loro bisogni e desideri, i loro sentimenti e le loro cognizioni, spesso in contrasto con quelli degli agenti interni. E’ impresa difficile e rischiosa, perché sia gli agenti interni che quelli esterni reagiscono in modo punitivo alle politiche dell’io cosciente a loro sfavorevoli.
Il comportamento di un essere umano segue logiche diverse da quelle che esso presume di conoscere e che dichiara a se stesso e agli altri.
Dobbiamo perciò distinguere le logiche presunte da quelle reali, che sono normalmente nascoste, negate, rimosse, anche perché contraddicono quelle presunte, e sono censurate dall’inconscio in quanto considerate immorali e/o politicamente sconvenienti.
Compito della psicologia e della filosofia dovrebbe essere quello di decifrare, analizzare e interpretare le logiche reali nascoste del comportamento umano.
L'Altro generalizzato, teorizzato per la prima volta da Gerge Herbert Mead, è un agente mentale inconscio che regola il nostro comportamento in funzione di ciò che esso assume, anzi riassume, siano i pensieri, i sentimenti, le motivazioni e le intenzioni degli altri, in generale e in particolare verso il soggetto. Per "gli altri" s'intendono tutte le persone di cui il soggetto ha fatto esperienza nella vita, ovvero con cui ha interagito, considerate globalmente come un'unica persona interiorizzata che ci valuta, ci critica e ci giudica continuamente, e che reagisce in certi modi al nostro comportamento.
La mia risposta è che piace ciò che soddisfa un bisogno (anche se inconscio), e non piace ciò che lo frustra.
Allora occorre chiedersi, perché si hanno certi bisogni? La mia risposta è che la natura umana crea i bisogni come mezzi per soddisfare bisogni di ordine superiore, fino ad arrivare al bisogno primordiale, che è quello del gene, di riprodursi.
Ognuno, nel profondo del suo essere, ha bisogno di contribuire a riprodurre i propri geni o quelli dei propri avi. Questo bisogno si nasconde in tutte le opere dell'Uomo, dalle più atroci alle più sublimi.
L’inconscio consiste in un insieme di strategie di cooperazione sociale, costituite da regole (obblighi e divieti, diritti e doveri), da astuzie (come ottenere la cooperazione altrui al minimo costo in termini di beni, fatiche e frustrazioni), da aspettative (come reagiranno gli altri se mi comporto in un certo modo), da modelli (quali forme imitare per appartenere a certe comunità), da valori (cosa vale per gli altri) e da risorse competitive (come conquistare e mantenere i posti più alti possibile nelle varie gerarchie e come essere preferiti nella selezione sociale).
Una delle caratteristiche che differenziano gli esseri umani è il senso della misura, cioè la capacità di valutare la gravità delle conseguenze degli eventi positivi e di quelli negativi (per se stessi e per gli altri).
Il senso della misura è prerogativa della razionalità e manca nell'inconscio. Questo, infatti, conosce solo gli estremi di ogni polarità, mentre la razionalità è in grado di considerare tutte le possibili posizioni tra due poli.
Si può dunque dire che tanto più una persona è razionale, tanto più accurato è il suo senso della misura.
Io non condivido molte idee di Freud, specialmente quelle che hanno a che fare con lo sviluppo sessuale e le relative simbologie, ma ritengo questo autore un grande demistificatore, un rivoluzionario del pensiero, del calibro di Darwin, Nietzsche e Marx, anche solo per la sua teoria dell'inconscio (inteso come es e super-io). Una teoria che va corretta e completata, ma che ci ha insegnato un fatto fondamentale: che l'io (inteso come io cosciente) "non è padrone in casa propria" in quanto è succube inconsapevole del suo inconscio. Una realtà che la maggior parte dell'umanità ancora non riesce a vedere, né a capire.
Molti di coloro che temono lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e della robotica nella prospettiva che tali tecnologie ci possano dominare, non si rendono forse conto che l'uomo è già normalmente dominato da un'intelligenza inconscia ovvero da agenti mentali autonomi che risiedono nella sua mente e che condizionano le sue percezioni, i suoi pensieri, le sue emozioni e i suoi comportamenti secondo algoritmi per lo più inconsci. Sarebbe dunque utile, oltre che preoccuparci dei robot e dell'intelligenza artificiale, cercare di capire come funzionano le nostre intelligenze inconsce e se e come sia possibile migliorarle.
Quando un pianista suona, chi suona non è il suo io cosciente, ma i suoi agenti inconsci autonomi, che sono almeno due, uno che dirige la mano destra, uno la sinistra. Forse ogni agente "mano" è in realtà costituito da diversi agenti, per esempio uno per ogni dito. L'io cosciente del pianista si limita a dare l'avvio all'attività e a monitorarla, per interromperla nel caso non dia i risultati sperati.
Lo stesso avviene quando un umano interagisce con altri umani, in cui ad interagire sono in realtà i rispettivi agenti inconsci autonomi, mentre i loro io coscienti si limitano ad avviare o a interrompere l'interazione, o cambiarne le finalità.
Il sogno è, a mio parere, una simulazione di vita non controllata dalla ragione, in cui vengono liberamente messi in scena personaggi e luoghi in parte veri e in parte inventati, piaceri e dolori, desideri e paure.
Tale simulazione consiste nel rievocare e combinare a caso i propri ricordi allo scopo di mettere alla prova, nelle varie scene, le nostre capacità di evitare il dolore e di ottenere il piacere, e di dar seguito ai nostri desideri e alle nostre paure.
In tal senso il sogno è un gioco involontario finalizzato ad esercitare la nostra capacità di vivere, mediante la simulazione di atti ed eventi imprevisti.
La coscienza è generalmente unitaria (tranne nelle psicosi), mentre l'inconscio è normalmente conflittuale, nel senso che è costituito da una grande quantità di agenti mentali autonomi in competizione tra di loro.
Mentre gli organi del corpo cooperano per il mantenimento in vita dell'organismo, gli agenti mentali inconsci competono tra di loro per determinare il comportamento dell'individuo.
Infatti ognuno di essi cerca di stabilire quale atteggiamento la persona dovrebbe assumere rispetto a ciascun ente concreto o astratto: attrazione, curiosità o repulsione, attacco, esplorazione o fuga, secondo logiche elementari del tipo "se X, allora Z".
Qualsiasi cosa facciamo, diciamo o pensiamo dà luogo, nel nostro inconscio, ad un immaginario feedback da parte di persone per noi importanti che abbiamo interiorizzato. Per questo tendiamo a fare, dire o pensare cose che possono ottenere un feedback positivo e ad evitare di fare, dire o pensare cose che possono ottenere un feedback negativo, indipendentemente dal loro valore intrinseco e oggettivo. L'aspettativa di un feedback positivo ci fa star bene, quella di un feedback negativo male. Inoltre abbiamo normalmente un bisogno di feedback così forte che preferiamo un feedback negativo a nessun feedback. Tutto questo avviene nel nostro inconscio senza che ce ne accorgiamo.
L'inconscio è un ecosistema virtuale popolato da amici (ovvero collaboratori) più o meno gelosi, e da nemici (ovvero concorrenti) più o meno leali.
La classificazione di ciascun ente inconscio in amico o nemico può essere più o meno univoca o ambigua, e più o meno variabile.
Per l'inconscio l'amicizia e l'inimicizia sono sempre reciproche, nel senso che se io considero una certa persona mia nemica, mi aspetto che a sua volta quella persona mi consideri suo nemico, e viceversa.
Il nostro comportamento verso gli altri è regolato dalla mappa inconscia delle nostre amicizie e inimicizie.
Le strutture grammaticali e sintattiche delle lingue che conosco implicano una unità della mente che in realtà non esiste. Infatti i termini "io" e "me" indicano la persona come "individuo", cioè come indivisibile, mentre in realtà la persona è divisibile, e divisa, principalmente in due parti: la coscienza e il resto della mente e del corpo. Tale divisione non è solo concettuale o letteraria, ma sistemica, nel senso che le due parti interagiscono scambiandosi informazioni ed energie, e ognuna di esse, in quanto agente, assume il ruolo di soggetto e di oggetto allo stesso tempo.
Solo tenendo conto di tale divisione è possibile costruire una psicologia realistica.
La mente è una specie di assemblea di agenti mentali che possono essere antagonisti, cioè voler cose opposte. L'io cosciente (l'unico agente cosciente) è uno di essi, e il suo volere puà essere in contrasto con quello di altri agenti. In caso di conflitto ci sono due possibilità: l'immobilismo (quando i due agenti hanno eguale forza) e il prevalere dell'uno sull'altro. Ebbene io credo che l'io cosciente sia il più delle volte soverchiato da uno o più agenti mentali inconsci. Il fatto è che l'io cosciente non può controllare l'inconscio (se non in minima parte e in tempi lunghi), mentre è vero il contrario, cioè l'inconscio controlla l'io consciente in tempi brevi e in grande misura.
Mi piacerebbe scrivere un libro dal titolo “Mente: istruzioni per l’uso”. Esiste già un libro con lo stesso titolo. Ho chiesto a ChatGPT un riassunto del suo contenuto, e mi pare che si tratti, più che di istruzioni per l’uso, della divulgazione di conoscenze scientifiche sulla mente. Io vorrei invece dare delle istruzioni su come gestire la propria mente per una maggiore felicità.
Credo che un’idea utile in tal senso sia quella di separare l’io dal resto della mente e del corpo, e osservare (in quanto “io”) le interazioni tra il resto della mente+corpo con il resto del mondo, come illustrato nella figura seguente.

Ciò di cui non si parla è più importante di ciò di cui si parla. Per esempio, non si parla abbastanza del fatto che inconsciamente ogni umano tende ad ottenere e/o a difendere una posizione più alta possibile nella gerarchia intellettuale e morale della società in cui vive. Ma questa motivazione è rimossa dalla coscienza, e pochi la "confessano". Io la confesso pubblicamente, e cerco di controllarla per quanto posso. Il paradosso è che confessando questa "colpa" mi pongo in una posizione intellettualmente e moralmente superiore nei confronti di chi non la confessa e divento dunque arrogante, come chiunque pensi di saperla più lunga di qualcun altro. Insomma, non si esce da questa maledetta tragicommedia umana, molto umana.
L'uomo è sempre impegnato in una partita a tre. I giocatori sono il suo io cosciente, il suo sé (ovvero i suoi automatismi inconsci) e gli altri, considerati collettivamente e individualmente. Ognuno dei giocatori ha le sue motivazioni, le sue esigenze e la sua logica, spesso contrastanti e in conflitto di interessi. Nessuno può vincere a danno di un altro senza subire una pericolosa rappresaglia. Scopo del gioco è trovare il miglior compromesso per soddisfare tutte e tre le parti. Ne consegue che ogni parte deve in una certa misura adattarsi alle esigenze delle altre senza rinunciare alla sua natura essenziale e senza mortificarla. Il raggiungimento di tale compromesso è l'oggetto della saggezza e della psicoterapia.
Generalmente un bambino è amato, protetto e guidato dai genitori in cambio della sua obbedienza e della sua imitazione. Poi, divenuto adolescente, si ribella ai genitori, e sceglie modelli alternativi da imitare. Infine, da persona matura, conclude la formazione del suo carattere mettendo insieme tratti presi dai genitori con altri presi da altri modelli. Tuttavia, resta in ogni persona la nostalgia inconscia dell'infanzia, cioè il desiderio inconfessabile di essere amati, protetti e guidati da figure maschili e femminili, naturali e/o soprannaturali, in cambio della propria obbedienza e della propria imitazione.
È come se dentro il mio cervello vi fosse un congegno che mi sorveglia continuamente, registrando tutto ciò che faccio e che penso, le emozioni e i sentimenti che provo, le mie intenzioni, i miei desideri ecc., e trasmettesse tali registrazioni agli altri, a tutti gli altri.
In altre parole, è come se gli altri sapessero tutto di me, anche ciò che io di me ignoro, e non lo dimenticassero mai.
Ovviamente l'ideale presenza di tale congegno nel mio cervello mi rende vulnerabile, e dipendente dagli altri molto più di quanto gli altri lo siano nei miei confronti, dato che io non dispongo delle informazioni sul comportamento privato degli altri, cioè sui loro pensieri, sentimenti, emozioni, intenzioni, e azioni.
La mia meditazione consiste nel ricordare che in ogni momento la mia coscienza è controllata dal mio inconscio. Questo vale per qualsiasi interazione tra me e altre persone e cose. Infatti ogni mia interazione col resto del mondo è influenzata dal mio inconscio attraverso le emozioni e i sentimenti.
Perciò, se io desidero cambiare le mie modalità di interazione, devo fare in modo che il mio inconscio si modifichi in tal senso, cosa difficilissima e lentissima. Comunque, tra l’io e l’inconscio c’è un perenne antagonismo, nel senso che ognuno vorrebbe controllare l’altro secondo le proprie logiche e le proprie strategie esistenziali.

Parlare di politica, religione e morale è rischioso nella misura in cui il nostro interlocutore ha opinioni diverse dalle nostre sui temi trattati. E' il modo più rapido e facile per litigare, rompere amicizie, disprezzarsi, odiarsi, aggredirsi verbalmente o fisicamente. Perché le opinioni politiche, religiose e morali non sono semplici opinioni come quelle che possiamo avere su automobili, squadre di calcio, prodotti, aziende, animali ecc. Le nostre opinioni politiche, religiose e morali sono l'espressiona della nostra personalità. Noi "siamo" tali opinioni, e chi le contesta contesta noi come persone, chi le disprezza disprezza noi come persone, chi vorrebbe distruggerle vorrebbe distruggere noi come persone. Questo è ciò che avviene, almeno a livello inconscio.
L'inconscio freudiano è un concetto molto limitato. Oggi c'è una tendenza a considerare inconscio tutto ciò che è meccanico, automatico, non consapevole e involontario, quindi ben oltre ciò che è "priobito" o "vergognoso". In pratica è inconscio tutto il corpo e tutta la mente, tutta l'attività neurale ad eccezione di una piccola parte che è l'io cosciente. Ritengo l'inconscio freudiano un'idea ancora valida, ma non dobbiamo fermarci lì. Insomma, la faccenda in un certo senso si semplifica perché si può dividere (ma non separare) la persona, ovvero l'organismo, in due parti: quella conscia e quella inconscia, laddove quella inconscia è tutto l'organismo meno la parte conscia. Ovviamente le due parti interagiscono tra loro. A sua volta, l'inconscio è costituito da parti che interagiscono tra loro.
Il termine "io" è uno dei più usati e dei meno chiaramente definiti. Infatti non è chiaro se con esso ci si riferisce all'intera persona o ad una parte di essa.
La psicoanalisi ha definito l'io come la parte cosciente della persona (io cosciente), distinguendola dalla mente inconscia e dal resto del corpo, ma l'ambiguità semantica rimane nell'uso corrente del termine e nel nostro stesso modo di pensare.
Ancor meno chiara è la definizione delle funzioni e delle capacità dell'io, ovvero cosa esso possa e non possa fare nei confronti della propria persona, degli altri come singoli, e della comunità.
Infatti ognuno di noi "è" o "ha" un io, e vive nella fatale ignoranza di cosa egli stesso sia e cosa possa e non possa fare.
L’incostanza, da molti considerata un difetto, è la virtù delle persone creative e di coloro che danno più credito alle richieste dell’inconscio che a quelle della ragione cosciente. Infatti solo l’inconscio sa quando è sano cominciare a fare una certa cosa e quando smettere di farla per riposare, o per incominciarne una diversa.
L’autogoverno consapevole prolungato è pericoloso perché la coscienza ha una conoscenza infinitamente piccola, e spesso falsa, del mondo e dei meccanismi biologici e logici del proprio corpo.
Perciò, dopo un breve esercizio di autogoverno, è bene fermarsi ad osservare i suoi effetti nel corpo, nella mente inconscia e nei rapporti con gli altri.
Nell'inconscio di uno xenofobo, omofobo o fascista c'è probabilmente una logica simile a questa: "Se io faccio di tutto per essere accettato e rispettato dagli altri comportandomi in un certo modo, conformandomi a certe norme e valori, rinunciando a certe libertà e poi arrivano gli immigrati (specialmente i mussulmani), gli omosessuali, gli hippy, con costumi, comportamenti e valori completamente diversi dai mei, e queste persone vengono accettate, rispettate, aiutate, allora io mi sento tradito, ingannato, emarginato e odio queste persone così diverse da me e coloro che e li proteggono, perché con la loro protezione dimostrano che tutti i miei sforzi per essere normale sono stati inutili, anzi controproducenti. E allora provo un profondo risentimento verso tutti i diversi e chi li rispetta, chi non li odia come li odio io."
Una paura inconfessabile (e perciò inconscia) è presente più o meno in tutti gli umani: quella della libertà altrui. Essa si accompagna con la tendenza ad imporre agli altri la propria visione del mondo, la propria filosofia, la propria religione, la propria politica, le proprie gerarchie, le proprie aspetttive, il proprio stile di vita. Ciò avviene perché l'Uomo è un animale sociale competitivo ed usa le tradizioni (come le religioni), le ideologie, le leggi per limitare la competizione che, se lasciata libera, può essere spietata ed è perciò spaventosa. Da quando la libertà di pensiero e di espressione è ufficialmente diventata un diritto umano universale, il desiderio di limitare la libertà altrui non si è estinto, ma è stato rimosso nell'inconscio, da dove continua ad operare in forme mascherate, sublimate e mistificate.
A mio avviso l''inconscio può essere considerato come un'anima pubblica, piuttosto che come un agente privato e segreto.
Intendo dire che l'inconscio è sempre preoccupato del giudizio altrui, anche quando il soggetto è solo e non può essere visto da altre persone.
Infatti, l'inconscio si sente sempre sorvegliato dagli altri membri della comunità (inclusi nell'Altro generalizzato) e presume i loro giudizi sulla propria persona, così come il credente si sente sempre sorvegliato da Dio.
La "sensazione" di essere oggetto di continua sorveglianza riguarda non solo le azioni del soggetto, ma anche i suoi pensieri. Insomma, si potrebbe dire che si tratta di una sorveglianza telepatica, in quanto per l'inconscio ogni altra persona può leggere in ogni momento la mente del soggetto, anche a distanza.
L'uomo sa (quasi sempre) cosa gli piace e cosa gli dispiace ma non sa perché certe cose (attività, persone, idee, oggetti ecc.) gli piacciono e certe altre gli dispiacciono, né vuole saperlo, anzi, ha paura di saperlo.
L'uomo ha infatti paura di mettere in discussione il suo essere, la sua personalità, le logiche e i meccanismi inconsci alla base delle sue strutture mentali, dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti, del suo comportamento e della sua moralità. Insomma, ha paura di mettere in discussione la sua dignità sociale.
Il motivo di tale paura è che, nel profondo, nessuno può avere la certezza di essere totalmente innocente e socialmente accettabile.
Ciò che non si conosce non può essere messo in discussione. Perciò per i più è meglio non conoscere il perché dei propri piaceri e dei propri dispiaceri.
Non basta che certe verità importanti per la nostra felicità siano capite dal nostro io cosciente. Finché anche il nostro inconscio non le avrà capite, continueremo a comportarci come se non le avessimo capite, e a soffrire del conflitto tro io e inconscio.
Ciò è dovuto al fatto che il comportamento è per lo più automatico, involontario e pilotato dall'inconscio, e al fatto che l'apprendimento da parte dell'inconscio è molto più lento di quello da parte dell'io.
Può anche succedere che il nostro inconscio capisca certe verità prima del nostro io cosciente. Anche in questo caso soffriremo del conflitto tra l'io e l'inconscio. Tuttavia l'adeguamento dell'io all'inconscio è più facile e veloce dell'adattamento dell'inconscio all'io, purché l'io abbia rispetto per l'inconscio e ne conosca, in generale, i meccanismi e le logiche.
Nella mia concezione della mente, l'io, anche detto "io cosciente" o "conscio", è la parte cosciente della vita di un essere umano. A tutto il resto di esso, compresi i visceri, gli organi, la memoria, i nervi, i neuroni e tutte le altre cellule, do il nome di inconscio.
Io divido dunque la vita umana in due parti: la vita conscia e quella inconscia, ognuna con la sua logica, automatica e parzialmente modificabile, di soddisfazione dei bisogni della persona intesa come corpo e mente inseparabili. Le due logiche possono essere più o meno concordi o discordi, coerenti o incoerenti, alleate o antagoniste.
A mio parere, una persona è tanto più sana di mente e contenta, quanto più in essa le due logiche, che si influenzano reciprocamente, collaborano a favore della vita dell'essere a cui appartengono, e quanto meno confliggono tra loro.
Nell'incoscio di ogni umano si nasconde una paura insidiosa: quella di essere anormali, sbagliati, cattivi, brutti, inadeguati, schifosi, indegni della società, mostruosi, disumani e di essere per questo respinti, esclusi, rifiutati, disprezzati, emarginati, isolati, puniti, distrutti. Per l'inconscio, chi giudica queste qualità non possiamo essere noi stessi, ma sono sempre gli altri, cioè l'Altro generalizzato che abita in ognuno di noi. La paura inconscia, l'ansia di questo giudizio assoluto (per l'inconscio tutto è assoluto) ci limita sia intellettualmente che emotivamente e ci stressa per tutta la vita. Per alleviare lo stress ricorriamo sin da bambini ad una serie di espedienti e strategie, come il conformismo, l'illusione di essere giusti, il nascondere anche a noi stessi la nostra vera natura e il rinunciare alla libertà di esprimere tutto il nostro potenziale.
L’inconscio non si preoccupa soltanto dell’accettazione del soggetto da parte della comunità di riferimento, ma anche del suo potere verso gli altri. D’altra parte accettazione da parte degli altri e potere sugli altri sono interdipendenti.
A tal proposito, suppongo che quel sentimento che ci motiva a fare o a non fare certe cose dipende (anche o soprattutto) da un calcolo inconscio che stabilisce se una certa azione aumenta o diminuisce il nostro potere sugli altri, oltre che a stabilire se una certa azione aumenta o diminuisce la probabilità di essere accettati dagli altri.
Insomma, l’uomo tende (consciamente o inconsciamente) a fare tutto ciò che aumenta il suo potere sugli altri, e a non fare ciò che lo diminuisce, oltre che a fare tutto ciò che aumenta la probabilità di essere accettati dagli altri, e a non fare ciò che la diminuisce.
La maggior parte degli umani ha una tale paura inconscia di non valere abbastanza agli occhi altrui, di valere meno degli altri, che non vuole nemmeno pensare al valore, e tanto meno parlarne, se non in un modo mistificato e politicamente corretto, che assegna ad ogni umano lo stesso valore, il che svuota tale termine di significato, confondendolo con quello di diritto universale al rispetto.
Infatti, per i più, parlare di valore umano come differenza, cioè come qualità differenziale, come fattore di individuazione, di distinzione, di status intellettuale e morale relativo e diversificato, misurabile, confrontabile, tutto questo è tabù in quanto causa di disagio, di irritazione, di ostilità, di discordia, di angoscia, e per questo è oggetto di rimozione in senso sia psicoanalitico che politico.
A mio parere la nostra società è in declino intellettuale e morale anche a causa di tale rimozione.
Succede spesso che un semplice scambio di opinioni si trasformi in un dibattito in cui ognuna delle parti cerca di dimostrare l'invalidità dell'opinione altrui e la validità della propria. E in tali casi succede anche che il dibattito si trasformi in una polemica più o meno aggressiva tra i contendenti.
Suppongo che ciò sia dovuto ad un meccanismo inconscio di difesa della propria dignità sociale o posizione gerarchica. Infatti, nella logica irrazionale, surreale ed estremista dell'inconscio, aver "torto" può implicare il fatto di "meritare" una posizione gerarchica subordinata rispetto a chi ha più ragione, un disprezzo collettivo o perfino l'esclusione dalla comunità.
Pertanto, dimostrare di aver ragione, o almeno di non aver torto, ha un'importanza vitale per l'inconscio, tanto da poter scatenare reazioni emotive difensive e/o aggressive e dar luogo a sentimenti permanenti di rivalità e competizione.
Ci sono due modalità in cui la coscienza può funzionare, e l'una non esclude l'altra. La prima è la modalità autocontrollata, la seconda quella eterocontrollata.
Nella modalità autocontrollata la coscienza esercita, o cerca di esercitare, il libero arbitrio, ossia di usare la propria volontà per determinare il proprio comportamento e/o la propria identità, vale a dire stabilire cosa fare e cosa essere.
Nella modalità eterocontrollata la coscienza rinuncia ad esercitare il libero arbitrio e accetta di fare e di essere ciò che il proprio inconscio, il proprio istinto, il proprio corpo decidono cosa il soggetto essa debba fare e/o essere.
Le due modalità possono alternarsi o essere attive simultaneamente in una certa misura. Tuttavia la decisione di attivare l'una o l'altra modalità e in quale misura viene presa non dalla coscienza, ma da agenti inconsci non meglio definibili, né determinabili.
L'essere umano è capace di amare e di odiare. Quando l'oggetto del nostro amore ci delude, l'amore si trasforma facilmente in odio. La società ci insegna ad amare i membri della nostra famiglia e comunità e ad odiare o ad essere indifferenti verso quelli che non ne fanno parte. Così, odiare i membri della nostra famiglia o comunità è un tabù che viene normalmente rimosso (in termini psicoanalitici), ma non cessa di esistere e di operare a livello inconscio. Dovremmo avere il coraggio di ammettere che siamo capaci di odiare, e che effettivamente odiamo, anche alcuni membri della nostra famiglia o comunità, senza sentirci necessariamente in colpa per questo. Soltanto dopo possiamo e dobbiamo chiederci se questo odio è giustificato ed eventualmente superarlo. In altre parole, per superare il nostro odio verso qualcuno o qualcosa bisogna prima ammettere che esso esiste e agisce, altrimenti esso difficilmente smetterà di condizionarci inconsciamente.
La rimozione (dalla coscienza) del proprio odio o disprezzo per gli altri è causa di falsità, ipocrisia, mistificazione, confusione, inibizione, depressione, schizofrenia ecc. Se l'odio c'è, esso non va negato, ma analizzato, elaborato, ragionato, motivato, criticato.
Se si desidera smettere di odiare, non basta dire "non voglio odiare", perché l'odio è un sentimento, e i sentimenti non sono comandabili dalla coscienza, ma vengono suscitati da logiche inconsce, involontarie, automatiche.
Possiamo cercare di non vedere il nostro odio, di non pensarci, di negare la sua esistenza, ma così facendo lo rendiamo subdolo, ne siamo manipolati e perdiamo la possibilità di elaborarlo razionalmente.
La rimozione dell'odio dalla coscienza è un ingenuo tentativo di evitare la vendetta degli odiati, ma è più facile nascondere il proprio odio a se stessi che agli altri.
Religioni e tradizioni si trasmettono da genitori a figli e si propagano da persona a persona per effetto del bisogno di appartenenza e integrazione sociale, uno dei bisogni umani più forti e profondi.
Infatti, sia le religioni che le tradizioni consistono in una serie di riti e segnali che definiscono e confermano, in chi li esprime, l'appartenenza alla comunità che tali riti e segnali rappresentano, e vengono accettate come condizione indispensabile per poter appartenere alla comunità stessa.
Dato che l'esclusione dalla comunità sarebbe una tragedia insopportabile per la maggior parte degli esseri umani, è impensabile, per essi, non rispettare le religioni e le tradizioni in cui sono nati e che gli sono state insegnate.
Tutto ciò avviene nell'inconscio degli individui e viene poi razionalizzato come scelta volontaria e cosciente mediante l'autoinganno, che è uno dei meccanismi fondamentali della psiche.
Ormai tutti ammettono l’esistenza dell’inconscio, tuttavia con due diversi modi di intenderlo.
Il primo modo considera l’inconscio solo come nascondiglio o dimenticatoio di cose (idee, desideri, ricordi ecc.) di cui ci vergogniamo o che ci addolorano.
Il secondo lo considera come agente autonomo (una specie di homunculus) che in ogni momento determina, ovvero guida, a nostra insaputa, i nostri sentimenti, pensieri, motivazioni e comportamenti perseguendo fini contrastanti rispetto a quelli del nostro io cosciente.
Il secondo modo non esclude il primo, mentre il primo esclude il secondo, per accettare il quale occorre il coraggio di pensare fuori da qualsiasi convenzione.
Infatti, per i più, l’idea che l’”io non è padrone in casa propria” è intollerabile e spaventosa. Ed è lo stesso inconscio ad impedire tale presa di coscienza, per una sorta di istinto (ovviamente inconscio) di conservazione.
I bisogni umani sono poco conosciuti, nascosti e spesso mistificati. E' un tema relativamente poco studiato da filosofi, psicologi, biologi, neuroscienziati ecc.
Secondo me, i bisogni di un essere umano sono tutti tra loro collegati, nel senso che ogni bisogno è al servizio di un bisogno di ordine superiore, cioè filogeneticamente, ontogeneticamente o psicologicamente precedente, e complicati da fenomeni di sublimazione, in cui da un bisogno fisico può derivare un bisogno psichico o spirituale, con rimozione (nell'inconscio) del bisogno originario, come c'insegnano le teorie psicodinamiche.
Secondo me, qualsiasi comportamento umano è determinato da un insieme di bisogni fisici e psichici, più o meno coerenti e più o meno consci. Per semplicità mi piace dire che esiste un solo bisogno primario, quello dei geni, di riprodursi; tutti gli altri possono essere considerati secondari, cioè derivati da quello primario, a vari livelli funzionali.
Chi sono due modi di pensare: uno automatico e uno guidato (autoguidato o alloguidato). Senza accorgercene, involontariamente, passiamo dall'uno all'altro.
Quando pensiamo in modo automatico il pensiero è completamente spontaneo e involontario, determinato dai contenuti dell'inconscio, anche se siamo coscienti di ciò a cui stiamo pensando.
Quando pensiamo in modo guidato, il pensiero è determinato da ciò che ci guida, ovvero da stimoli che possono consistere in cose diversissime, tra cui: ricordi, letture, canzoni, immagini, luoghi, film, discorsi ecc.
Il pensiero guidato, se ripetuto un sufficiente numero di volte, diventa poi automatico.
Siccome noi pensiamo in modo prevalentemente automatico, è importante, per l'igiene del pensiero stesso, avere un certo controllo sul pensiero, e, in caso di pensiero automatico difettoso, correggerlo mediante un pensiero guidato appropriato, appropriatamente ripetuto.
Se il mio inconscio non è contento della vita che sto vivendo, mi punisce generando emozioni come tristezza, ansia, angoscia, paura, panico, depressione, pessimismo, insicurezza, preoccupazione, disperazione, sfiducia, ecc.
Se invece è contento della vita che sto vivendo, mi premia generando emozioni come gioia, allegria, ottimismo, serenità, sicurezza, entusiasmo, spensieratezza, determinazione, vitalità, speranza, fiducia, coraggio, ecc.
Tuttavia, il fatto che il mio inconscio non sia contento non significa necessariamente che io stia vivendo in modo stolto: può ribellarsi anche davanti a una vita buona e giusta, perché distorto da nevrosi che lo spingono a reagire in modo sproporzionato o irrazionale alle condizioni percepite.
Analogamente, il fatto che esso sia contento non significa necessariamente che io stia vivendo saggiamente: può sentirsi rassicurato da vecchie abitudini, illusioni o nevrosi, trovando confortevoli condizioni che, pur danneggiandomi, corrispondono alle sue logiche malate.
Il motivo per cui la psicologia non è rispettata né dalle masse né dalla maggior parte delle élites intellettuali è dovuto a diversi fattori tra i quali due mi sembrano particolarmente significativi.
Il primo è il fatto che si tratta di una disciplina ancora troppo giovane, incompleta, riduzionista, disorganica, caotica, controversa, settaria e spesso velleitaria.
Il secondo è che essa è potenzialmente pericolosa a tutti i livelli della società. Infatti la psicologia, occupandosi dei meccanismi che determinano il comportamento umano individuale e sociale, ha, almeno in teoria, la capacità di demistificare, e in tal modo minare, le basi delle visioni del mondo individuali, delle culture, tradizioni, religioni, e del consenso politico. Alla luce della psicologia, le persone potrebbero infatti sottrarsi al conformismo inconsapevole e cambiare in modo incontrollato, e non c'è nulla
che faccia più paura, a livello inconscio, di un cambiamento
imprevedibile a livello individuale o sociale.
Un computer biologico nel nostro inconscio decide le nostre emozioni e motivazioni di attrazione e repulsione rispetto ad ogni cosa, persona, idea o ricordo. Il nostro libero arbitrio decide se assecondare o resistere a tali emozioni. Un altro computer biologico nel nostro inconscio decide a cosa dobbiamo pensare in ogni particolare situazione. Il nostro libero arbitrio decide se assecondare quel flusso involontario di pensieri o resistere ad esso. Insomma, il nostro libero arbitrio non può prendere iniziative, ma solo reagire alle iniziative dell'inconscio scegliendo di obbedire o resistere (cioè disobbedire) ad esse.

In questo schema Maslow ha riassunto qualli che a suo avviso sono i bisogni fondamentali comuni a tutti gli esseri umani. Si tratta di bisogni geneticamente determinati, vitali, radicati nell’inconscio. E’ importante soddisfarli per essere felici il più possibile ed evitare disagi psichici e disturbi psicosomatici. Ma prima di poter soddisfare i bisogni di un certo livello, secondo Maslow occorre che i bisogni del livelli inferiori siano soddisfatti.
A mio avviso l'analisi di Maslow trascura la presenza di bisogni "politicamente scorretti", come il bisogno di dominare, controllare o influenzare gli altri per indurli a servirci o a cooperare con noi.
Infatti, senza la cooperazione da parte degli altri, gli umani non possono sopravvivere. Perciò è naturale che vi sia in essi una motivazione ad assicurarsi tale cooperazione con qualsiasi mezzo.
Secondo me la psicologia dovrebbe insegnarci a scoprire le vere motivazioni, intenzioni e cause dei comportamenti e dei sentimenti umani, che sono normalmente diverse da quelle che gli interessati dichiarano e di cui sono consapevoli.
Infatti, i bisogni fondamentali che determinano (consciamente o inconsciamente) i comportamenti e i sentimenti umani sono essenzialmente
(1) i bisogni fisici e sessuali,
(2) il bisogno di appartenenza e interazione sociale,
(3) il bisogno di individuazione e libertà e
(4) il bisogno di potenza intesa come strumento per facilitare la soddisfazione di ogni altro bisogno in un contesto sociale competitivo e di risorse scarse rispetto alle richieste.
Una diretta derivazione del bisogno di potenza è il bisogno (conscio e/o inconscio) di restringere la libertà altrui o almeno fare in modo che non sia superiore alla propria, in modo da mantenere un vantaggio competitivo ed impedire che l'altro usi la sua superiorità e libertà per farci violenza o limitare la nostra stessa libertà.
Io sono la mia coscienza, e l'aggettivo possessivo "mio" non indica possesso, ma interconnessione e legame. Infatti la coscienza possiede solo la capacità di comandare i muscoli volontari e di prevedere il futuro (con tutti i limiti e gli errori del caso).
Pertanto, quando dico "il 'mio' inconscio" non intendo dire che io "possiedo" un inconscio, ma che esiste un inconscio legato alla mia coscienza, il quale interagisce con la mia coscienza. Potrebbe perfino darsi che il "mio" inconscio possieda e comandi la "mia" coscienza, ovvero il "mio" io.
Insomma, posso essere certo solo dell'esistenza in "me" di una coscienza e di un inconscio che interagiscono, ma non posso sapere con certezza come tali entità interagiscono, né se vi sia un rapporto gerarchico tra di esse, del tipo servo-padrone. Quasi certamente tra di esse c'è interdipendenza, nel senso che l'una non può esistere senza l'altra.
Inoltre ipotizzo un conflitto quasi permanente tra i due, in quanto ciascuna cerca di prevalere sull'altra, di dominarla, di costringerla a fare ciò che ciascuna vuole.
Quando parliamo di ragione, ci riferiamo normalmente alla ragione cosciente, senza pensare che esistono anche le ragioni dell'inconscio.
Pascal diceva che "il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce". Questa frase presuppone che vi siano due dimensioni antitetiche: la ragione e il cuore.
La parola "cuore" è ambigua e fuorviante perché attribuisce a tale dimensione tutto ciò che non è logico, né razionale, e in particolare i sentimenti.
Ora, credo sia opportuno usare una diversa e più utile dicotomia: conscio e inconscio, ciascuno dei quali ha le sue ragioni e i suoi sentimenti. In tal senso si potrebbe dire che entrambe questi domini (nel senso di spazi e dei loro padroni) hanno un cuore, oltre che delle ragioni e la facoltà di ragionare.
Confrontiamo dunque il cuore della coscienza con il cuore dell'inconscio, le ragioni della coscienza con le ragioni dell'inconscio.
A tal proposito direi che si è felici quando le ragioni e i sentimenti della coscienza sono coerenti e alleate con le ragioni e i sentimenti dell'inconscio.
L’inconscio funziona secondo una logica, ovvero non a caso e non per una libera volontà interna o esterna. Se non conosciamo o non comprendiamo la sua logica non è tanto perché è inconscia, quanto perché è molto diversa da quella del nostro io cosciente. Se ci aspettiamo di comprendere la logica dell’inconscio secondo i paradigmi della nostra logica cosciente, saremo sempre delusi, confusi e frustrati. La logica inconscia è infatti molto più rudimentale e arcaica (in termini evoluzionistici) rispetto a quella cosciente. L’inconscio, infatti, non è analitico e non ha il senso della misura, ma reagisce in modo grossolano a certe percezioni attivando emozioni e sentimenti di attrazione o repulsione univoci, anche se a volte conflittuali. Per l’inconscio una cosa è buona o cattiva, bella o brutta, vera o falsa, in assoluto, senza mezze misure, sempre o mai, dovunque o in nessun luogo. L’inconscio funziona come un software che ha come obiettivo la soddisfazione dei bisogni primari del suo portatore, tra cui quello di sopravvivere, di riprodursi e di far parte di una società, con qualunque possibile strategia.
Le seguenti riflessioni sono il risultato di una mia libera elaborazione del pensiero di Gregory Bateson.
Tra due entità (persone, altri esseri viventi o cose) esiste una relazione (unilaterale o bilaterale) quando in almeno una di esse c'è un algoritmo di comportamento che "riguarda" l'altra, nel senso che risponde in certi modi "programmati" alle azioni e/o posizioni (spaziali o attitudinali, reali o percepite) dell'altra.
In altre parole, c'è relazione tra due entità quando i comportamenti e le posizioni dell'una sono influenzati (in modi non casuali, ma logici e sistematici) dai comportamenti e dalle posizioni dell'altra.
Una relazione è dunque definibile come un particolare modello (in inglese, "pattern") di interazioni unidirezionali o bidirezionali (ovvero "circolari") tra due entità, tenendo presente che ogni entità può avere relazioni (simili o diverse) con molte altre entità.
In conclusione, a mio parere, capire una relazione significa capire gli algoritmi (consci o inconsci) che la regolano.
Secondo me per capire la xenofobia dobbiamo ricorrere alla psicologia dell’inconscio. Lo straniero è tale in quanto “diverso” nei costumi e nella morale. La logica dell’inconscio è molto grossolana e “ragiona” in questi termini: se io sono giusto e X è diverso da me, allora X è sbagliato. Se X fosse giusto, io sarei sbagliato, ma questo non posso ammetterlo. Perciò è importante dimostrare che X sia sbagliato, ne va della mia autostima e della mia dignità sociale.
Insomma per l’inconscio non è possibile che due modi di vita molto diversi siano entrambi “giusti”. Uno deve essere sbagliato, e ovviamente, è sempre l’altro quello sbagliato, per un meccanismo di autodifesa d’ufficio della psiche.
Questa logica perversa è anche connessa con l’istinto/bisogno di imitazione con cui veniamo al mondo, che ci permette di apprendere il comportamento sociale. Tendiamo infatti ad imitare il prossimo, ma quando ci troviamo di fronte a due modelli contrastanti di vita, non possiamo imitare entrambi e dobbiamo sceglierne uno, e combattere l’altro in quanto causa di “disturbo” del nostro bisogno di imitazione.
L’inconscio funziona secondo una logica, ovvero non a caso e non per una libera volontà interna o esterna. Se non conosciamo o non comprendiamo la sua logica non è tanto perché è inconscia, quanto perché è molto diversa da quella del nostro io cosciente.
Se ci aspettiamo di comprendere la logica dell’inconscio secondo i paradigmi della nostra logica cosciente, saremo sempre delusi, confusi e frustrati. La logica inconscia è infatti molto più rudimentale e arcaica (in termini evoluzionistici) rispetto a quella cosciente.
L’inconscio, infatti, non è analitico e non ha il senso della misura, ma reagisce in modo grossolano a certe percezioni attivando emozioni e sentimenti di attrazione o repulsione univoci, anche se a volte conflittuali.
Per l’inconscio una cosa è buona o cattiva, bella o brutta, vera o falsa, in assoluto, senza mezze misure, sempre o mai, dovunque o in nessun luogo.
L’inconscio funziona come un software che ha come obiettivo la soddisfazione dei bisogni primari del suo portatore, tra cui quello di sopravvivere, di riprodursi e di far parte di una società, con qualunque possibile strategia.
Il concetto di rapporto, o di relazione, implica che vi siano almeno due soggetti, o un soggetto e un oggetto, o due oggetti, insomma, due entità tra cui c'è un certo rapporto o una certa relazione.
Quando si parla del "rapporto di un individuo con se stesso" quali sono le due entità? "Individuo" significa "non divisibile", ma nel rapporto con se stessi dobbiamo necessariamente dividere logicamente l'individuo in almeno due parti: l'io cosciente (o la coscienza) e il resto della persona (cioè la parte inconscia, vale a dire tutto ciò che non ha una coscienza a noi accessibile, ovvero il corpo e la mente inconscia).
Insomma, quando parliamo di "rapporto con se stesso", dobbiamo intendere il rapporto tra l'io cosciente e la parte inconscia della persona. Tale rapporto è difficilissimo e incerto perché il secondo termine è inconscio, e comunica con l'io cosciente soltanto mediante un linguaggio non verbale (e quindi non razionale), cioè attraverso le sensazioni, le emozioni e i sentimenti. D'altra parte l'io inconscio ha un controllo molto limitato sul resto della propria persona, limitato ai comandi che può inviare ai muscoli volontari.
Il mio concetto di inconscio è più ampio di quello freudiano (pur includendolo) e in esso io metto qualsiasi automatismo percettivo, logico, pulsionale, psicomotorio, sentimentale, emotivo, omeostatico, metabolico ecc.
Ogni automatismo è regolato da una logica, o software, ovvero da strutture di informazioni passive e attive, e questa logica può essere strutturata in modo più o meno “sano” nel senso di più o meno adatto alla soddisfazione dei bisogni primari della persona., giacché tale è lo scopo delle logiche che animano la vita.
La psicoterapia o l’automiglioramento consistono nell’individuare gli “errori” ovvero i “disturbi” o le “patologie” nelle logiche inconsce, ovvero negli automatismi, e correggere gli "errori" attraverso un opportuno training terapeutico e/o esperienziale fino alla formazione di automatismi alternativi permanenti più adatti, cosa che richiede un certo tempo biologico più o meno lungo, in quanto disimparare è molto più difficile che imparare.
A tale proposito segnalo il libro “Inconscio e ripetizione. La fabbrica della soggettività” di Tiziano Possamai.
Ogni essere umano è costituito da due parti più o meno sviluppate: il suo io (cioè la sua parte conscia) e il suo me (cioè il suo corpo e il suo inconscio). Esse sono in continua interazione e comunicazione tra di loro e con il mondo esterno, costituito dagli altri esseri umani, dalle culture e dalla natura.
Ogni essere umano ha due funzioni fondamentali: ubbidire e comandare, e si trova ad ubbidire e/o a comandare al suo io, al suo me, agli altri, alle culture e alla natura in varie modalità, combinazioni e variazioni spaziali e temporali. In altre parole, in ogni momento un essere umano obbedisce e/o comanda ad una o più persone e/o a cose interne e/o esterne. Al suo interno, in particolare, è sempre in atto una interazione tra il suo io e il suo me in quanto una parte cerca continuamente di comandare l'altra, non sempre riuscendoci.
Chi volesse migliorare le sue condizioni o fare una psicoterapia dovrebbe chiedersi a chi o a cosa sta obbedendo e/o cercando di comandare, e a quali fini, per poi decidere eventualmente di ubbidire e/o comandare di più o di meno rispetto a certe persone o cose, e di cambiare i relativi fini.
Anche nella sfera civile c'è un peccato originale che riguarda tutti gli esseri umani. Il fatto di essere nati homo sapiens, cioè un animale completamente dipendente dagli altri, implica dei doveri verso il prossimo, che tendiamo a disattendere per amore della nostra libertà individuale.
Non si fa mai abbastanza per il bene comune perché ancora di più ci interessa quello personale. Soprattutto, si fa troppo poco per combattere i mali della società e le loro cause. Per questo siamo costantemente nel peccato civile e, per evitare l'angoscia che esso ci provoca, lo rimuoviamo nell'inconscio.
Tuttavia, dal momento che i mali della società sono sotto gli occhi di tutti, non possiamo fare a meno di accusare qualcun altro di esserne responsabile. Viviamo quindi in una situazione di falsità permanente, cercando di dimostrare di avere più meriti che demeriti rispetto alla società e di non essere corresponsabili dei suoi mali,
Vedi anche Il problema (e la paura) della responsabilità.
Non ci possiamo sempre sentire in colpa o corresponsabili dei mali della nostra società, altrimenti la nostra vita sarebbe permanentemente triste, noiosa, angosciosa, insopportabile.
Ma non possiamo nemmeno sentirci sempre innocenti o non responsabili, altrimenti ci rendiamo complici dei mali sociali.
Ci vorrebbe un giusto dosaggio, in termini temporali, tra senso di responsabilità e senso di irresponsabilità, per esempio 20% : 80% rispettivamente. Ma se mi guardo in giro, ho l'impressione che la maggior parte della gente si senta responsabile dei problemi sociali lo 0% del tempo.
Io lo spiego con fatto che il "sentire" è un fenomeno determinato dall'inconscio e, mentre la razionalità ha il senso della misura (come rivela l'etimologia della parola "ragione"), l'inconscio, che è irrazionale, tende a misurare e a decidere in termini binari (tutto o niente, sempre o mai, 100% o 0%, acceso o spento, attivo o inattivo, presente o assente, vero o falso, bello o brutto, buono o cattivo ecc.).
Difficile, quindi, che l'inconscio ci faccia sentire parzialmente responsabili e parzialmente irresponsabili. L'inconscio usa normalmente la congiunzione "o", quasi mai la "e".
Ogni cosa o persona ubbidisce e comanda ad altre cose o persone. Sia il comandare che l'ubbidire sono caratteristici della natura umana e fonti di piacere e conforto.
Obbedire e comandare sono due verbi oggi politicamente molto scorretti e rimossi dalla coscienza collettiva in quasi tutte le culture occidentali e democratiche , ma vivi e vegeti nell'incoscio di ogni essere umano e si manifestano in forme dissimulate, mascherate o sublimate.
Io sento, intuitivamente, che tutti noi esseri umani, anche i più democratici, anche i più anarchici, abbiamo bisogno sia di ubbidire che di comandare a qualcosa o a qualcuno, anzi, a più cose e più persone simultaneamente o alternatamente.
Anche nei rapporti amorosi obbedienza e comando possono intrecciarsi.
Le burocrazie e le gerarchie politiche, militari, religiose, industriali, accademiche, sono i sistemi in cui, per eccellenza, ognuno obbedisce e comanda allo stesso tempo, e non senza un piacere più o meno celato.
E' la natura umana, facciamocene una ragione e smettiamo di negare ipocriticamente e rimuovere nell'inconscio questi bisogni e piaceri "naturali".
Io credo che la psiche, così come il corpo fisico, abbia un sistema automatico e inconscio di difesa immunitaria che "normalmente" rigetta ogni elemento estraneo capace di alterarne l'identità.
Così come nel caso dei trapianti di organi, il corpo tende a rigettare il nuovo organo riconosciuto come "estraneo", così la mente umana tende inconsciamente (attraverso il fenomeno della percezione selettiva e altri meccanismi inconsci) a respingere quegli input che vengono interpretati come tentativi di alterazione della propria struttura o identità, indipendentemente dalla qualità benefica o malefica della potenziale alterazione.
Questo spiega la tenace resistenza al cambiamento da parte della grande maggioranza degli esseri umani, e quindi anche la lentezza del progresso civile in quanto esso richiede un cambio di mentalità da parte dei membri della società.
A causa di questo fenomeno, io credo che per migliorare la società non basti fare delle buone analisi delle cause dei problemi umani e delle loro soluzioni, ma occorra trovare il modo di superare le difese immunitarie di ogni identità psichica, che ne impediscono anche i cambiamenti migliorativi.
Una delle paure più importanti di un essere umano è quella di cambiare se stesso. Vorremmo cambiare il mondo esterno, gli altri, la nostra situazione economica e sociale, il nostro status, ma non noi stessi, cioè i nostri valori, le nostre abitudini, i nostri gusti, la nostra moralità, la nostra mentalità, la nostra personalità. Insomma, abbiamo paura di diventare un'altra persona.
Si tratta di una paura radicata nel nostro inconscio, forse dovuta ad un istinto di conservazione della mente e per questo difficilissma da superare. Tale paura boicotta ogni tentativo proprio o altrui di cambiare noi stessi. Se vogliamo cambiare dobbiamo fare i conti con tale paura e usare tecniche particolari per neutralizzarla temporaneamente. Eliminarla definitivamente è forse impossibile e pericoloso.
Per diventare un'altra persona (scopo della psicoterapia) bisogna superare la paura inconscia di diventare un'altra persona.
Infatti, per diventare un'altra persona, bisogna distruggere la persona precedente e questa, giustamente, si difende.
Vedi anche Paura di cambiare, empatia e dispatia.
1) Cosa vuole il mio inconscio?
2) Come agisce e si manifesta?
3) E' meglio assecondarlo o contrastarlo?
4) Posso cambiarlo?
Risposte
1) Il mio inconscio vuole che io faccia parte di una o più comunità con forme, norme e valori compatibili con la mia personalità, in posizione dignitosa, in cui sono accolto, rispettato, protetto, desiderato, amato, dove posso comunicare, interagire, giocare, cooperare e avere rapporti sessuali con altre persone senza riunciare alla mia libertà, senza subire violenze e senza rischi.
2) Per raggiungere il suo obiettivo l'inconscio mi spinge ad attuare una serie di strategie e azioni socialmente rilevanti, più o meno coerenti, a volte conflittuali, più o meno efficaci e a volte controproducenti. Esse si manifestano attraverso sentimenti, emozioni, attrazioni, repulsioni, desideri e paure.
3) Se voglio star bene è necessario che io assecondi selettivamente le richieste dell'inconscio scegliendo con intelligenza le strategie e le azioni più utili e produttive, evitando di mettere in atto quelle meno efficaci o controproducenti.
4) Non posso cambiare il mio inconscio, ma posso conoscerlo meglio attraverso lo studio della psicologia e la psicoterapia, per servirlo meglio. Tuttavia esso può cambiare spontaneamente come conseguenza di nuove esperienze.
Un essere umano ha due tipi di bisogni: quelli "animali" (cioè che si riscontrano anche in altre specie animali) e quelli "umani" (cioè che si riscontrano solo nella specie umana). Entrambi i tipi concorrono a determinare il comportamento umano, che non è altro che la ricerca di soddisfazione dei bisogni stessi attraverso certe strategie. Chi non riesce a soddisfarli soffre e tende ad ammalarsi fino a morire parzialmente o completamente.
La struttura portante della psiche è il bisogno di comunità. Una comunità, dal punto di vista psichico, è una struttura comportamentale condivisa da almeno due persone, caratterizzata da un insieme di forme e norme particolari che includono ruoli, obblighi, divieti, rituali, valori, autorità, gusti, pregiudizi, folclore, mode ecc.
Tutti gli esseri umani hanno un insopprimibile bisogno di comunità, più o meno conscio o inconscio, di origine genetica. Alcuni cercano di integrarsi nella comunità in cui si trovano conformandosi ad essa senza cercare di cambiarla; altri cercano di cambiarla per renderla più soddisfacente rispetto alle proprie esigenze. Altri ancora, non riuscendo a cambiarla, cercano di emigrare in un'altra comunità più soddisfacente e, se non ne trovano una adatta, cercano di crearla. Pochi ci riescono. Tra questi ci sono i fondatori di religioni, i dittatori e i leader politici, i rivoluzionari, i filosofi, i geni.
Con “io” intendo l’io cosciente, pensante e volente. In altre parole, la parte conscia e logica della mente. Con “me” intendo il resto della mente e della persona, con i suoi organi, meccanismi, automatismi, emozioni, sentimenti e irrazionalità. Anche l’inconscio, con le sue motivazioni e strategie autonome rispetto all’io, fa parte del me. E’ utile, nei nostri pensieri, considerare separatamente l’io dal me perché queste realtà possono avere esigenze (bisogni, motivazioni, strategie) contrastanti, che occorre conciliare e armonizzare (se necessario mediante compromessi) per evitare sofferenze, disturbi mentali e insuccessi. E’ bene che l’io cerchi di accontentare e soddisfare il più possibile il me, come un genitore il suo bambino, mentre è bene che il me rispetti l’io e gli obbedisca per quanto possibile, sostenibile e giusto, come un bambino verso il suo genitore.
A mio parere, il libero arbitrio consiste nella capacità di scegliere tra queste due opzioni:
- scegliere liberamente cosa fare e cosa non fare;
- obbedire a comandi esterni e/o interni che ci chiedono o ci impongono di fare o non fare certe cose.
Resta da capire chi è il soggetto della scelta. Infatti, se una persona è vista come "in-dividuo", cioè non divisibile in parti, allora il soggetto è la persona indivisa; se invece una persona è vista come composta da parti che interagiscono (tra cui, ad esempio, l'io cosciente e l'inconscio), allora il soggetto è indefinito, dato che la coscienza e la volontà che caratterizzano l'io cosciente sono influenzate dall'inconscio. In altre parole, il soggetto potrebbe essere (e io credo che sia) l'inconscio, a cui l'io cosciente obbedisce inconsciamente, cioè a sua insaputa.
In ogni caso, le scelte (consce o inconsce) più importanti di una persona riguardano le risposte a domande come le seguenti:
- Scegliere o obbedire?
- A chi/cosa obbedire?
- A chi/cosa non obbedire?
- Perché interagire?
- Perché non interagire?
- Come interagire?
- Come non interagire?
- Con chi/cosa interagire?
- Con chi/cosa non interagire?
- Cosa mi conviene fare per migliorare i miei rapporti con gli altri?
Pare che una delle occupazioni (e preoccupazioni) più importanti per una donna sia la cura della sua bellezza. Basta sfogliare una rivista femminile per rendersene conto. Perché? Probabilmente per attirare e affascinare gli uomini, farli innamorare e tenerli legati a sé, farsi ingravidare ed avere la loro assistenza e protezione per sé stesse e per i figli.
La bellezza umana femminile è oggetto di una duplice competizione.
Prima di tutto una competizione tra le donne, per essere ognuna più bella delle altre così da essere preferita dagli uomini scelti come partner.
Allo stesso tempo una competizione tra gli uomini per ottenere il favore delle donne più belle.
Risultato è, almeno in teoria, che le donne più belle si accoppiano con gli uomini più interessanti per loro.
Cosa rende un uomo interessante per una donna? Secondo me, per una donna gli unomini più interessanti sono quelli che promettono le migliori chance di generare e allevare figli belli, sani e con le più alte probabilità di successo. Vale a dire gli uomini più belli, sani, intelligenti e ricchi.
Ovviamente, nella scelta del partner sessuale e coniugale intervengono molti altri fattori, come le affinità caratteriali e culturali, dinamiche nevrotiche, economiche, religiose, etiche ecc., ma quelli sopra esposti mi sembrano essere i fattori più naturali e universali anche se spesso vengono nascosti, rimossi nell'inconscio o mistificati.
Il bambino generalmente si aspetta dai genitori premi e castighi legati rispettivamente all'obbedienza e alla disobbedienza, e prova piacere nel primo caso, e dolore nel secondo.
Putroppo i genitori generalmente fanno credere al bambino che la sua obbedienza sia assolutamente necessaria (e indiscutibile) in base a principi morali generali e astratti, e non per soddisfare l'interesse dei genitori stessi.
Ma nessuno premia nè castiga un adulto come fa un genitore. Inutile dunque cercare i premi, e fuggire i castighi, tipici della relazione bambino-genitore. A un adulto si applicano solo premi e castighi da parte di altri adulti, cioè ricompense che dipendono solo dalla misura in cui l'adulto soddisfa gli interessi di altri adulti come lui.
Tuttavia nell'inconscio spesso sopravvivono e continuano ad agire strutture mentali di origine infantile che generano ansie e tristezze, oltre che gioie, infondate. Si tratta del presentimento di castighi o di premi da parte di figure di status superiore come lo erano i propri genitori, figure poi sostituite da ipostasi come il gruppo, la comunità, la patria, o qualche divinità o entità spirituale.
Una psicoterapia dovrebbe pertanto servire, tra l'altro, a individuare le strutture mentali inconsce in cui agiscono presentimenti di premi e castighi di origine infantile, allo scopo di neutralizzarne gli effetti indesiderati, come inibizioni, manie, compulsioni, depressioni, ansie, paure, attacchi di panico ecc.
Gli altri abitano fuori di noi, ma anche nella nostra mente. Abitano in noi come figure mentali con cui immaginiamo di interagire -- consciamente e ancor più inconsciamente -- quando pensiamo, quando siamo sovrappensiero e quando sogniamo.
Tra una persona reale e la corrispondente raffigurazione che abita in chi la "conosce" ci sono le stesse differenze logiche esistenti tra un territorio reale e una sua mappa. Questa infatti può essere più o meno esatta e dettagliata, sia quantitativamente che qualitativamente, rispetto alla realtà e non rappresenta che una minima parte di essa. Questo fatto è tanto ovvio quanto normalmente ignorato, come ci fanno notare autori quali Alfred Korzybski e Gregory Bateson.
Quando interagiamo con una persona, lo facciamo solo dopo avere velocemente e inconsciamente interagito con la sua rappresentazione mentale, e l'esito della successiva interazione reale, ovvero la sua produttività e le sue qualità effettive, dipendono dall'accuratezza e dalla ricchezza di particolari della raffigurazione dell'altro in noi.
In breve, noi non conosciamo gli altri come sono realmente, ma conosciamo le parziali e più o meno accurate rappresentazioni degli stessi presenti nella nostra mente. Dovremmo quindi cercare di aumentare il più possibile la precisione e la profondità delle figure mentali delle persone con cui interagiamo, per lo stesso motivo per cui è bene usare mappe che rappresentino nel modo più esatto e significativo possibile i territori che frequentiamo.
Quando parliamo o pensiamo, non dovremmo mai dire semplicemente "io" ma "il mio io cosciente" oppure "la mia persona", a seconda che intendiamo, rispettivamente, solo la parte cosciente del nostro corpo, o il corpo intero. Infatti la parola "io" da sola è ambigua perché non si sa a cosa si riferisca, e può generare confusioni e illusioni sui poteri e le responsabilità morali delle persone.
Per "corpo" dovremmo quindi intendere solo la parte inconscia della persona (o individuo). Per chiarezza potremmo chiamarlo "corpo inconscio".
Per facilitare i discorsi, si potrebbe sostituire il termine "io" (inteso come io cosciente) con il neologismo (da me coniato) "ioc". In quanto al corpo inconscio, potremmo chiamarlo "corpoi".
Insomma, ioc + corpoi = individuo (o persona), formula da cui potremmo ricavare la seguente asserzione: "io" sono una persona e come tale sono composto da un "ioc" e da un "corpoi".
L'ioc, una volta compreso che è solo la parte cosciente della persona, dovrebbe chiedersi in ogni momento: di cosa ha bisogno "qui ed ora" il mio corpoi? E di cosa "ioc" ho bisogno per soddisfare i bisogni del mio "corpoi"?
La coscienza (intesa come consapevolezza) è segnata dal piacere e dal dolore, senza i quali non esisterebbe o sarebbe inutile.
La coscienza consiste infatti nel correlare cose (immagini, parole, concetti, persone, oggetti, forme, idee ecc.) con piaceri e dolori, in modo che certe cose vengono cercate se correlate col piacere, ed evitate se correlate col dolore.
La correlazione avviene per coincidenza esperienziale. Infatti se mentre facciamo esperienza di una certa "cosa" proviamo un certo dolore, verrà memorizzata una correlazione tra quella cosa e quel dolore come se fosse una causazione, cioè come se quella cosa fosse la causa di quel dolore. Lo stesso avviene nelle correlazioni col piacere. L'inconscio, infatti, non sa distinguere tra correlazione e causazione, e considera causazioni anche le coincidenze casuali o irripetibili.
È così che tutte le correlazioni tra cose e sentimenti memorizzate nella memoria di un individuo lo guidano volontariamente o involontariamente, consciamente o inconsciamente, nel cercare le cose correlate col piacere e nell'evitare quelle correlate col dolore.
Il meccanismo che ho descritto sopra è utile alla sopravvivenza in quanto il piacere è espressione della soddisfazione, mentre il dolore lo è della frustrazione, di qualche bisogno. Tuttavia considerare causazione una coincidenza casuale è spesso causa di superstizioni e di comportamenti irrazionali e controproducenti.
Per ogni ipotesi di azione un meccanismo inconscio ne calcola la valenza sociale, cioè il vantaggio o lo svantaggio che deriverebbe dall'azione considerata, in termini di posizione nell'ambito della comunità di appartenenza. Se il risultato del calcolo è positivo, si produce un'emozione positiva (attrazione, piacere, euforia, amore ecc.) che motiverà la persona ad eseguire l'azione, altrimenti un'emozione negativa (repulsione, ansia, paura, depressione, odio ecc.) che la motiverà ad astenersene.
Anche lo studiare la natura umana e il discuterne ha una valenza sociale rispetto ai valori della comunità di appartenenza. Infatti le norme comunitarie possono stabilire (in modo formale o informale) chi è autorizzato a studiare la natura umana, e quali direzioni di tale studio sono lecite o illecite. Ignorare o sfidare tali prescrizioni può mettere a rischio l'appartenenza alla comunità.
Il crimine di eresia, punibile con la morte o la scomunica (cioè l'allontanamento dalla comunità) non esiste solo nelle religioni ma, informalmente, in qualunque comunità, e riguarda la concezione della natura umana, dell'etica, della giustizia, dell'estetica e della comunità stessa.

Una conseguenza delle mie ricerche psicologiche è la paura che io possa riuscire ad aumentare drasticamente la mia libertà, e fare cose che non ho mai fatto prima; soprattutto cambiare me stesso e gli altri in modo considerevole.
Spesso questa paura ostacola le mie ricerche. Qualcosa nel mio inconscio si oppone ad un aumento della mia libertà, forse per evitare errori pericolosi nei miei rapporti con gli altri e con la natura, per evitare di impazzire, di perdere la mia natura umana, di diventare un mostro, di non essere più riconoscibile.
Maggiore libertà non solo comporta maggiore responsabilità morale, ma nuovi pericoli. Se fino ad oggi il mio comportamento è stato governato da agenti mentali diversi dal mio io cosciente, ed ora questo vuole assumere più potere, sarà esso capace di governare la mia persona in modo sano e sicuro almeno come prima? Cosa potrebbe succedermi di male? Cosa di bene?
La soluzione del dilemma è la gradualità dell'aumento di libertà. Questo aumento deve avvenire gradualmente, in modo che gli errori non abbiamo conseguenze troppo gravi e che possano essere corretti prima che avvenga l'irreparabile. Un aumento di libertà richiede l'apprendimento di nuove capacità, l'esplorazione di nuove possibilità, un certo sviluppo mentale.
L'obiettivo dovrebbe quindi essere quello di aumentare a poco a poco la mia libertà senza perdere la mia umanità o, ancora meglio, diventando ancora più umano.
Vedi anche La paura di cambiare.
Ognuno di noi è circondato da miliardi di altri esseri umani, ciascuno animato da certi bisogni, desideri, sentimenti, piaceri, dolori, simpatie e antipatie, ciascuno con una certa visione del mondo e dell'umanità, ciascuno con certi problemi, disagi, capacità, incapacità e risorse.
Da ciascuno di essi ognuno di noi può avere cose buone e cattive, utili e nocive, gradevoli e sgradevoli. In ogni caso ognuno di noi ha bisogno di interagire con un certo numero di altri per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni e i propri desideri.
Allo stesso tempo, qualcuno potrebbe aver bisogno di noi o di competere contro di noi per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri. In altre parole, ognuno di noi può essere utile o nocivo, vantaggioso o svantaggioso per altri esseri umani.
Ognuno di noi deve perciò stabilire una propria strategia sociale, ovvero decidere con chi e come interagire e non interagire, chi incontrare e chi non incontrare, chi imitare e chi non imitare, chi aiutare e chi contrastare, con chi cooperare e contro chi competere, a chi credere e a chi non credere, a chi chiedere e a chi non chiedere, cosa offrire e cosa non offrire, a chi legarsi e da chi liberarsi.
In realtà ognuno di noi ha già una strategia sociale, nel suo inconscio. Ne ha sempre avuta una, che nel tempo è evoluta e continuerà ad evolvere e a determinare le proprie scelte e i propri affetti. È una strategia inconscia che a volte confligge con la propria volontà cosciente.
Rendere conscio l'inconscio (per quanto possibile) significa anche e soprattutto svelare a se stessi ed elaborare la propria strategia sociale.
Può una mente rieducare se stessa? Non si può escludere.
Come può avvenire tale rieducazione? Credo che essa possa avvenire come quella iniziale, cioè attraverso una interazione tra l’io (cosciente) e l’inconscio, assumendo che l’io e l’inconscio si influenzino e si educhino reciprocamente.
Quale dovrebbe essere lo scopo di tale rieducazione? Facilitare, aumentare e migliorare la soddisfazione dei bisogni della propria persona, cioè essere più felici.
Cosa dovrebbe fare l’io per rieducare la propria mente, che è una cosa di cui esso stesso è parte? Penso che dovrebbe operare come segue.
In primo luogo l’io dovrebbe ascoltare i messaggi provenienti dall’inconscio, che esprimono i bisogni profondi della propria persona. Tali messaggi sono veicolati mediante i sentimenti di piacere e dolore, e di attrazione e repulsione associati a qualsiasi cosa percepita o pensata.
In secondo luogo l’io dovrebbe distinguere i bisogni sani da quelli malati, quelli innati da quelli acquisiti, quelli liberi da quelli inibiti o rimossi.
In terzo luogo l’io dovrebbe stabilire quali esperienze possono essere utili per potenziare i bisogni “buoni” e depotenziare quelli “cattivi”, e vivere tali esperienze tante volte quante servono per ottenere l’effetto desiderato.
Educare la propria mente è come imparare a suonare uno strumento musicale: bisogna ripetere gli esercizi finché l'esecuzione della musica diventa automatica.
Facile a dirsi, difficile a farsi senza l’aiuto di qualcun altro.
Il super-io di freudiana memoria necessita, a mio parere, di una rivisitazione e ridefinizione, se non vogliamo gettarlo alle ortiche in quanto “datato”.
Ebbene, io direi che il super-io (in cui credo fermamente) non si limita a imporre “subdolamente” al soggetto censure e obblighi riguardanti la moralità (in ambito sessuale o non sessuale) ma riguarda più in generale il bisogno di appartenenza e la prevenzione del rischio di isolamento sociale, considerato dall’inconscio una disgrazia mortale e come tale da evitare assolutamente.
In altre parole, il super-io è il guardiano della nostra appartenenza e integrazione sociale, e interviene ogni volta che questa è messa, a suo giudizio, in pericolo, scatenando inibizioni, paure e pulsioni atte a imporre al soggetto (cioè al suo io cosciente) un comportamento tale da ripristinare una certo grado di sicurezza “sociale”.
Infatti, a mio avviso, per il super-io ogni cosa (persona, idea, comportamento, tipo di evento, ecc.) ha una valenza sociale più o meno positiva o negativa, nel senso che viene vista come più o meno favorevole o sfavorevole all’appartenenza e integrazione sociale del soggetto.
Attraverso una manipolazione sentimentale (i sentimenti sono attivati da meccanismi inconsci), il super-io ci spinge a fare, e perfino a pensare, a tutto ciò che ha una valenza sociale positiva, e ad evitare tutto ciò che ha una valenza sociale negativa.
Questa è la mia nozione di super-io, e ringrazio Freud di aver iniziato a speculare su questo tema, anche se ho ritenuto necessario una messa a punto e un completamento delle sue idee geniali sull’inconscio.
Suppongo che in ogni essere umano si nasconda il fantasma di un bambino più o meno frustrato, timido, vile, egoista, capriccioso, geniale, curioso, aggressivo, tenero, affettuoso, cocciuto, ignorante, bugiardo, violento, lascivo, arrogante, petulante, disobbediente, impaziente, ribelle ad ogni educazione e cambiamento, che tiranneggia il suo portatore scatenando in lui sentimenti, emozioni, paure, entusiasmi, disperazioni e pulsioni irresistibili. Un bambino con cui è impossibile ragionare e che è disposto a venire a patti solo alle sue condizioni. Per ottenere qualcosa da lui c'è un unico modo: promettergli, in cambio, di soddisfare un suo desiderio e mantenere la promessa. Ignorarlo o deluderlo è pericoloso, perché è vendicativo e capace di punire il suo portatore con sofferenze e malattie anche gravi, e di inibire la sua intelligenza.
Penso dunque che in ogni adulto ci sia un genitore (l'
io cosciente, o semplicemente, l'
io) e un bambino (l'inconscio, che io chiamo anche il
me). Il problema è che spesso l'io ignora o punisce il bambino, non cerca di capire e soddisfare i suoi bisogni e desideri, cioè non si comporta come un buon genitore, con le conseguenze di cui sopra.
Questa mia visione è ispirata all'
Analisi transazionale di Eric Berne.
Vedi anche Dimensioni della realtà e meditazione sinottica.
Nella mente di ognuno di noi ci sono un numero imprecisato di agenti mentali autonomi inconsci (che possiamo anche chiamare poeticamente "demoni") ognuno dei quali presidia un nostro bisogno, ovvero cerca la sua soddisfazione pilotando il nostro comportamento mediante sentimenti da essi generati a tale scopo, come gioia, sofferenza, attrazione e repulsione, paura, curiosità, angoscia, noia, rabbia, depressione, panico, entusiasmo, diffidenza ecc.
Se vogliamo usare razionalmente il libero arbitrio, ammesso che ciò sia possibile almeno in parte, dovremmo quindi cercare di capire cosa vogliono i nostri demoni, per poi decidere coscientemente e volontariamente in quale misura cercare di accontentarli.
Come si fa a percepire le volontà dei propri demoni? Attraverso l'analisi dei propri sentimenti e delle loro associazioni a idee, ipotesi, e opzioni. In altre parole, si tratta di prendere in considerazione varie ipotesi di comportamento e di immaginare di sottoporre ciascuna di esse ad un immaginario forum sentimentale in cui i vari demoni esprimono il loro giudizio su ogni ipotesi generando certi sentimenti, più o meno positivi o negativi, indicando in tal modo se sono favorevoli o contrari.
Ovviamente può accadere che i vari demoni esprimano giudizi contrastanti, rendendo la decisione della coscienza circa l'ipotesi da perseguire, ancora più difficile.
Dobbiamo dunque imparare a "sentire", capire, rilevare i nostri sentimenti, specialmente quando sono vaghi, deboli, conflittuali, censurati, repressi, rimossi.
La vita sociale è regolata, tra le altre cose, da due motivazioni opposte: cooperazione e competizione, che talora si escludono a vicenda e altre volte si intrecciano. Spesso, infatti, cooperiamo con alcuni per poter competere con altri e, viceversa, competiamo con alcuni per poter cooperare con altri. D'altra parte, spesso cooperiamo e al tempo stesso competiamo nei confronti di una stessa persona.
La cooperazione può riguardare sia la convergenza delle forze individuali per un obiettivo comune, sia il mutuo aiuto in caso di bisogno.
La competizione può riguardare sia la conquista di una risorsa non condivisibile o di una posizione gerarchica, sia la dominazione o il controllo di una persona sull'altra.
Una particolare forma di competizione, connessa con la competizione, è la selezione, intesa come la capacità che un individuo ha di scegliere le persone con cui interagire, quanto e come farlo. Il fenomeno della selezione comporta un particolare tipo di competizione, che consiste nel cercare di creare le condizioni per essere scelti da qualcuno come partner (amico, camerata, collaboratore, collega, amante, coniuge ecc.) invece di altri, o prima di altri.
In questo quadro, la morale di stampo cristiano, in nome di un'illusoria auspicata socialità puramente cooperativa, ci induce a rimuovere dalla coscienza il nostro spirito competitivo e selettivo, che tuttavia continua ad agire inconsciamente e in modo nascosto, mistificato e dissimulato.
La mente (detta anche psiche) è sempre occupata a gestire, consciamente o inconsciamente, i rapporti con gli altri, dosando opportunamente, con ognuno di essi, cooperazione e competizione.
In tale prospettiva, considerando l'interdipendenza strutturale degli esseri umani, la felicità dipende dalla riuscita della cooperazione reciproca tra le persone, dove tutti gli interattori guadagnano in termini di soddisfazione dei propri bisogni, a spese di nessuno o di qualcuno esterno al "gruppo felice".
Mentre mi accingo a scrivere questa riflessione, sento che dentro di me si combattono due forze opposte. L’una mi spinge ad integrarmi nella società così com’è e quindi a comportarmi in modo da essere accettato dagli altri, l’altra, che considera la società opprimente e malata, mi spinge a sottrarmi alle restrizioni imposte dalla società stessa, e a fare qualcosa per migliorarla correggendone errori e difetti, e quindi a comportarmi in modo diverso dalla norma o in contrasto con essa.
Il conflitto tra queste due forze mi ha provocato in passato e continua a provocarmi stress, inquietudine, insoddisfazione, frustrazione e sofferenza, ed un comportamento spesso incostante, incoerente, inibito e inconcludente. Esso influenza anche la scrittura di questo documento, il quale può avere una valenza sociale integrante o disintegrante, a seconda delle considerazioni e valutazioni di tipo etico-politico che da esso emergono, e, in particolare, del grado di critica sociale che il documento esprime e dell’accettazione di cui è oggetto da parte della società.
Mentre scrivo, qualcosa nel mio inconscio si chiede se quello che sto scrivendo mi avvicina o allontana dagli altri; se la risposta è “mi allontana dagli altri” allora tendo a sentirmi triste e depresso e la mia voglia di scrivere viene inibita così come la mia creatività. Al tempo stesso, qualcos’altro nel mio inconscio si chiede se quello che sto scrivendo è conformista/conservatore oppure anticonformista/progressista; se la risposta è “conformista/conservatore” anche in questo caso mi sento triste e depresso e la mia voglia di scrivere e la mia creatività vengono inibite.
Io credo che tra le due forze, quella che mi spinge verso l’integrazione sociale sia radicata negli strati più profondi dell’inconscio mentre la forza che mi spinge verso l’anticonformismo progressista sia radicata negli strati più coscienti della mente, cioè nell’io. E direi che nell’evoluzione umana la spinta all’integrazione sociale sia filogeneticamente più antica e quella al progresso, più recente.
L'io cosciente rivendica autonomia rispetto all'inconscio, incluso il diritto di ignorarlo o di modificare le sue logiche e i suoi automatismi attraverso una psicoterapia, un'autoterapia o esercizi di autocontrollo o di libero arbitrio.
Entrambi vorrebbero infatti avere l'ultima parola nel dirigere il comportamento del soggetto.
Tuttavia l'inconscio non tollera che l'io cosciente cerchi di opporsi alle sue scelte e usa le sue armi (inibizioni, paure, sentimenti dolorosi, disturbi psicosomatici ecc.) per neutralizzare le intrusioni del suo antagonista.
Perciò, per evitare autopunizioni, all'io cosciente conviene procedere con moderazione contro il suo inconscio, non troppo spesso e a piccole dosi di autocontrollo. In altre parole, all'io cosciente conviene capire quando è il momento di smetterla con le richieste di cambiamento delle proprie abitudini di comportamento.
Infatti l'inconscio è più forte, più importante ed infinitamente più complesso dell'io cosciente nell'economia della vita e nella regolazione della soddisfazione dei bisogni del soggetto.
Oltre agli innumerevoli automatismi biologici di vario livello funzionale, l'inconscio contiene, come ci insegna Luigi Anepeta, due "motori", o agenti mentali, di alto livello: il super-io e l'io antitetico. Le rispettive "politiche" sono strutturalmente in conflitto tra loro, e l'io cosciente si allea ora con l'uno, ora con l'altro.
Il super-io mira ad evitare l'isolamento sociale del soggetto e ad affermare la sua appartenenza ad una o più comunità, mente l'io antitetico mira a difenderne la libertà e l'individuazione contro qualsiasi costrizione e falsità culturale. Il super-io accetta gli altri come sono e tende ad imitarli, mentre l'io antitetico li critica e li sfida continuamente.
Il rapporto di forza tra i due agenti mentali varia da persona a persona e nel tempo in una stessa persona. L'io antitetico prevale (ma mai in modo definitivo) sul super-io in una minoranza di persone alle quali dobbiamo, più che ad altre, il progresso civile e l'evoluzione culturale.
Nonostante la sua importanza per la vita sociale, l'etica è molto trascurata sia a livello accademico che popolare, ad eccezione dei contesti religiosi, che ne detengono praticamente il monopolio e lo esercitano secondo principi tradizionali vecchi di secoli.
Di etica si parla poco e male, cioè in modo approssimativo e superficiale a livello popolare, mentre, a livello accademico, se ne parla in modo talmente astratto, e a volte astruso, che i trattati di etica sono inutilizzabili nella vita pratica, oltre che incomprensibili ai più.
Come spiegare la ritrosia della gente ad occuparsi di etica nonostante la sua importanza per tutti gli esseri umani e per la società?
Secondo me una possibile spiegazione è che vi sia, in ognuno di noi, una paura inconscia di essere giudicati moralmente perché riteniamo, sempre inconsciamente, di non essere del tutto innocenti.
Per l'inconscio, un giudizio morale negativo equivale all'esclusione dalla comunità, ad una punizione, alla perdita di dignità sociale, al pubblico disprezzo e altre cose terribili di questo tipo, per evitare le quali, la soluzione più semplice è liberarsi dell'etica, negarne l'importanza, considerarla addirittura nociva, o semplificarla e banalizzarla ad un punto tale che sia facile, per l'interessato, risultare innocente.
Le scuse tipiche che danno le persone per giustificare la loro riluttanza ad occuparsi di etica sono: "nessuno può stabilire con certezza cosa sia bene o male", "in nome di principi etici sono stati commessi crimini contro l'umanità", "discutere di etica divide le persone, crea conflitti" ecc.
Più aumenta la nostra libertà di comportarci come più ci piace, più aumenta la nostra responsabilità morale e più abbiamo paura dell'etica, perché essa comporta un giudizio morale implicito.
La soluzione? Accettare questa paura e, nonostante essa, occuparci di etica, parlarne con le persone che ci circondano e affrontare con coraggio e consapevolezza qualsiasi giudizio morale implicito risutante dei ragionamenti che faremo insieme agli altri.
L’essere umano ha due facoltà fondamentali: agire e subire. Per agire s’intende l’esercitare un’azione volontaria e cosciente a seguito di una scelta razionale, senza costrizioni o pressioni. Per subire s’intende l’esercitare un’azione involontaria conscia o inconscia a seguito di una costrizione o pressione esterna o interna.
Agire e subire sono interdipendenti. L’agire può essere inibito o favorito dal subire e viceversa.
Agire significa esercitare il libero arbitrio, cioè la libera volontà, ma questa potrebbe essere illusoria, cioè essere in realtà un effetto del subire inconscio.
Supponendo che il libero arbitrio esista davvero, osserviamo che esso è limitato sia nel tempo che nella potenza. Infatti l’agire è sempre limitato dal subire. Agire e subire concorrono nel determinare il comportamento dell’individuo.
E’ opportuno che chi agisce sia consapevole dei limiti dell’agire determinati dalla concorrenza del subire, per evitare illusioni di onnipotenza. Un agire intelligente e produttivo deve sempre fare i conti con gli effetti del subire e capire quando e quanto occorre resistere o cedere al subire.
In effetti, l’agire intelligente dovrebbe occuparsi soprattutto del subire, e avere come missione la soddisfazione dei bisogni all’origine di ciò che si subisce.
Infatti, i bisogni, e il loro stato di maggiore o minore soddisfazione, determinano sia i sentimenti e le emozioni, sia le pulsioni e gli imperativi che subiamo.
Subire è vitale, naturale e indispensabile e va assecondato dall’agire tranne quando è evidentemente pericoloso.
Il gioco della volontà consiste nell’agire percependo il subire e assecondandolo al fine della soddisfazione dei bisogni ad esso sottostanti, decidendo in ogni momento se lasciarsi andare nella direzione subita o se correggere tale direzione nei limiti concessi dallo stesso subire.
In altre parole, la volontà, cioè l’agire, non deve porsi come antagonista del subire, ma come suo servitore, tutore, amministratore, min
Non è possibile esercitare il libero arbitrio (ammesso che esista) senza avere in mente le opzioni tra cui scegliere. Quando l'opzione è una sola, la scelta è obbligata e in tal caso non si può parlare di libero arbitrio, ma piuttosto di obbedienza ad un unico impulso. Il problema del libero arbitrio diventa allora quello della percezione e consapevolezza delle effettive possibili opzioni.
Come facciamo a sapere quali sono le nostre opzioni? Come impariamo a conoscerle? Come facciamo a ricordarle, immaginarle, vederle, concepirle, pensarle, valutarle? Siamo davvero liberi e capaci di rilevare le nostre opzioni momento per momento? Oppure le opzioni che percepiamo sono determinate da stimoli involontari e inconsci esterni e interni e limitate e mistificate dai nostri disturbi e disagi mentali, e dal nostro inconscio in generale?
In ogni caso, se vogliamo esercitare il libero arbitrio dobbiamo prima rilevare le possibili opzioni, perché solo tra esse possiamo scegliere volontariamente e consapevolmente cosa fare o dove dirigere la nostra attenzione.
Si può affermare che per ogni opzione esista anche l'opzione negativa, cioè il non fare una certa cosa, quindi non esiste mai una opzione unica, tranne l'opzione di non fare nulla di nulla, ma, come già detto, un menu con una sola opzione non è un menu, ma una scelta obbligata. Perciò il menu più breve è quello in cui ci sono solo due opzioni: fare una cosa x e non farla.
Maggiore è il numero di opzioni più è difficile la scelta, a volte fastidiosa o addirittura dolorosa. Forse per questo, per amore della semplicità e per evitare responsabilità, preferiamo ridurre al minimo le opzioni tra cui scegliere, o lasciare che altri scelgano per noi.
La soluzione adottata dai più è quella di non porsi il problema del libero arbitrio e della responsabilità che è ad esso collegata, e di agire senza riflettere sulle proprie scelte, senza chiedersi se siano le migliori possibili, elogiando la spontaneità dell'agire e criticando o temendo coloro che riflettono abitualmente prima di scegliere cosa fare, i cosiddetti freddi calcolatori.
Riflettere significa farsi domande e rispondervi. Normalmente quando ci facciamo una domanda cerchiamo la risposta immediatamente. Questa arriva subito se si tratta di una domanda che ci siamo già fatti in passato e per cui esiste già una risposta nella nostra memoria conscia o inconscia. Se invece la domanda è nuova, la risposta potrebbe richiedere un'elaborazione più o meno lenta che coinvolga tutte le risorse mentali, specialmente quelle inconsce. Volere una risposta immediata ad una domanda nuova può dar luogo ad una risposta affrettata, sbagliata, incompleta, inutile, affetta da pregiudizi e bias (tendenze). In altre parole, potrebbe produrre una risposta vecchia ad una domanda che, sebbene nuova, viene assimilata ad una vecchia.
Detto questo, credo che se vogliamo che la nostra visione del mondo progredisca, si arricchisca e corrisponda sempre di più alla realtà, dovremmo sforzarci di farci domande nuove (anziché le solite), e non cercare risposte immediate, ma aspettare che la mente trovi le risposte migliori nei tempi richiesti dalla fisiologia del cervello.
Durante il sonno e l'attività onirica, nel cervello avvengono cambiamenti importanti. Il cervello elabora ed organizza le percezioni avvenute durante la veglia precedente (unitamente al materiale precedentemente accumulato) e costruisce nuove "risposte" a futuri stimoli, o rinforza, indebolisce o modifica risposte costruite in precedenza a stimoli già noti. Dato che le domande sono un particolare tipo di stimolo (intellettuale piuttosto che materiale), anche le risposte alle domande possono formarsi durante il sonno.
Per sfruttare la capacità del cervello di elaborare risposte durante il sonno, consiglio a tutti il seguente esercizio.
La sera, a letto, aspettando di addormentarci, facciamoci delle domande nuove ma non cerchiamo subito una risposta. Ripetiamoci le domande più volte finché il sonno non sopravviene. Probabilmente, svegliandoci al mattino, arriveranno le risposte.
Sarebbe come, adando a dormire, spedire al nostro inconscio una lettera con le domande, e, al risveglio, trovare la lettera con le risposte nella nostra cassetta postale interna.
Inoltre, quando riflettiamo durante la veglia, evitiamo di cercare risposte immediate. Definiamo nel modo più chiaro e profondo le nostre domande e facciamo una pausa tra la loro formulazione e la ricerca delle risposte. Se non vogliamo accontentarci di risposte affrettate e superficiali, diamo tempo al nostro inconscio di trovare le risposte, specialmente se si tratta di domande nuove.
Qualunque cosa io faccia o pensi di fare (consciamente o inconsciamente), è sottoposta ad un'autocensura da parte di un mio meccanismo inconscio, che io chiamo "autocensore" e che ha il compito di stabilirne la valenza sociale, cioè in quale misura tale cosa contribuisca alla mia integrazione o emarginazione sociale. In altre parole, quanto sia utile o nociva al mio successo sociale.
Questo autocensore (che corrisponde in parte al super-io freudiano) esprime il suo giudizio di approvazione o disapprovazione suscitando in me sentimenti gradevoli e sgradevoli come gioia, autocompiacimento, sollievo, benessere, pienezza, appagamento ecc. oppure sensi di colpa, vergogna, ansia, angoscia, paura, panico ecc. Mediante tali strumenti, come fossero carote e bastoni, mi costringe a comportarmi in modi e forme a cui esso associa la più alta valenza sociale rispetto alla comunità (reale o interiorizzata) da cui la mia vita dipende maggiormente.
Anche mentre scrivo questa mia riflessione, il mio autocensore misura continuamente la valenza sociale di ciò che penso e scrivo, incoraggiandomi o scoraggiandomi a proseguire, mediante l'attivazione di sentimenti positivi o negativi. Infatti, in questo preciso istante provo un sentimento conflittuale. Da una parte mi sento incoraggiato a proseguire nella riflessione e scrittura, nella speranza che ciò che scrivo sarà apprezzato da chi lo legge, come un dono, un aiuto per una migliore conoscenza di sé stessi e degli altri; dall'altra mi sento scoraggiato a farlo, nel timore che un certo numero di persone mi giudicheranno arrogante e presuntuoso per questo mio parlare di cose che la maggior parte delle persone ignorano, di cui non si interessano, e che non riguardano la mia professione. Cose se volessi dimostrare di essere superiore agli altri o di poter fare un mestiere per cui non sono qualificato e di farlo meglio degli specialisti titolati.
Non posso disattivare il mio autocensore senza ricorrere a farmaci, droghe o esercizi di meditazione o autocontrollo specifici. Tuttavia ho la libertà di obbedirgli o disobbedirgli, pur sapendo che, in caso di disobbedienza o ribellione, mi punirà inviandomi sentimenti sgradevoli e/o dolorosi.
Il mio autocensore limita la mia libertà e creatività, ma mi protegge dal rischio di diventare asociale. Sarebbe dunque un errore liberarmene, ammesso che possa riuscirvi. E' un padre-padrone con cui dovrò sempre fare i conti.
Io penso che ogni essere umano abbia un autocensore come l'ho io, ma non tutti ne sono consapevoli.
Secondo una teoria formulata dallo psichiatra Luigi Anepeta (e da me estesa), nell’inconscio, oltre agli infiniti automatismi fisiologici e mentali dovuti alla ripetizione di percezioni e di azioni, ci sono due agenti mentali importantissimi: il super-io e l’io antitetico, che hanno “intenzioni” antagoniste: il primo vuole preservare l’appartenenza e l’integrazione sociale del sogetto, il secondo la sua libertà e individuazione.
Tali "agenti" (in quanto agiscono autonomamente per condizionare il comportamento del soggetto) corrispondono a due bisogni antagonisti di origine genetica (benché rinforzati o indeboliti da certi tipi di educazione), di intensità diversa da persona a persona. Nella maggioranza delle persone prevale il primo, in una minoranza (probabilmente dovuta ad una mutazione genetica) prevale il secondo.
Ciascuno dei due cerca di ottenere dalla volontà cosciente del soggetto il comportamento istintivamente "necessario" mediante l’attivazione di sentimenti positivi (piacere di vario tipo, eccitazione ecc.) e negativi (dolore, paura, ansia, panico ecc.) associati a certe idee, azioni o ipotesi di azioni considerate più o meno favorevoli rispetto ai bisogni che essi presidiano.
Di una idea, azione, o ipotesi di azione, gli agenti si chiedono: che valenza sociale essa può avere per me in termini di appartenenza, di libertà, di cooperazione e di competizione? In particolare il super-io si chiede: questa azione mi darebbe vantaggi o svantaggi in termini di cooperazione? Cioè aumenterebbe o diminuirebbe la mia integrazione sociale? Allo stesso tempo l'io antitetico si chiede: che vantaggi o svantaggi mi darebbe in termini di libertà e di competitività? Cioè di quanto contribuirebbe ad aumentare o a diminuirebbe la mia posizione nelle varie gerarchie sociali (intellettuale, politica, etica, estetica ecc.)?
Se la risposta complessiva dell’inconscio (cioè il bilancio tra la valutazione del super-io e quella dell'io antitetco) è che quell’idea o azione comporta svantaggi cooperativi o competitivi, l'inconscio demotiva il soggetto a perseguirla provocando un sentimento di ansia, paura, panico o disgusto nei confronti di quella cosa, che riduce o inibisce l’intelligenza del soggetto stesso e la sua capacità valutarne razionalmente i vantaggi e gli svantaggi per sé nel medio e lungo termine.
In tale ottica il conformismo è il prodotto più comune del super-io, e sono pochi coloro che dispongono di un un io antitetico abbastanza forte da prevalere sul super-io.
L’atto del giudicare è un fenomeno complesso che non può essere semplificato senza distorcerne il significato e trascurarne le implicazioni.
Il risultato di un giudizio di qualunque tipo su qualunque entità è una valutazione di corrispondenza di quella entità rispetto a certi fini o rispetto alla soddisfazione di certi bisogni o desideri. Il giudizio implica dunque una scelta tra prendere o lasciare, avvicinare o allontanare, accettare o respingere, preservare o distruggere, per raggiungere più facilmente certi fini o soddisfare più facilmente certi bisogni o desideri, o neutralizzare più facilmente certe paure.
E’ importante stabilire chi siano i soggetti del giudizio. Infatti io non credo che a giudicare sia un solo soggetto, ma un complesso di essi (che potremmo chiamare “agenti mentali”) che giudicano con metodi e fini diversi. Uno di questi soggetti è l’io cosciente; gli altri sono inconsci, involontari e automatici. In quanto alla volontarietà o involontarietà dell’io cosciente, la questione è aperta e non è mia intenzione affrontarla in questo scritto.
Il giudizio sintetico su una certa entità fornisce un risultato unico, complessivo su di essa. Il giudizio analitico fornisce invece una serie di risultati parziali, uno per ogni aspetto di quella entità.
Il giudizio razionale su una certa entità si basa su una logica algoritmica applicata consciamente all’entità stessa. Il giudizio emotivo consiste invece in una emozione associata automaticamente alla percezione dell’entità.
Il giudizio conscio è un giudizio di cui siamo consapevoli. Quello inconscio avviene a nostra insaputa, anche se siamo generalmente consapevoli dei risultati del giudizio stesso.
Un giudizio razionale può essere sintetico o analitico, come pure un giudizio emotivo, tuttavia il secondo è prevalentemente sintetico.
Un giudizio può essere più o meno volontario o involontario. Un giudizio volontario è sempre razionale (analitico o sintetico) e conscio, quello involontario sempre emotivo, sintetico e inconscio.
I giudizi emessi dai diversi agenti mentali giudicanti possono essere tra loro più o meno concordi o conflittuali. Nel secondo caso ci può essere una indecisione bloccante oppure una decisione basata sulla somma algebrica dei vari giudizi.
Per concludere, è importante osservare che noi giudichiamo soprattutto inconsciamente, involontariamente, automaticamente e sinteticamente, e che se vogliamo giudicare le nostre capacità di giudizio per milgiorarle (esercizio che potremmo chiamare “metagiudicare”) dovremmo sforzarci di giudicare in modo per quanto possibile volontario (e quindi cosciente), razionale e analitico.
Per me tutta la psicologia (tranne quella che riguarda i processi fisiologici di base della mente) è “sociale”, nel senso che la mente è essenzialmente uno strumento per gestire (consciamente e ancor più inconsciamente) i rapporti con gli altri umani. E’ un’idea che ho appreso da George Herbert Mead, e che mi sembra sia sempre più condivisa dagli studiosi di psicologia e dagli psicoterapeuti. Infatti si parla sempre di più di psicologia e di psicoterapia “relazionali”.
D’altra parte la psicoanalisi ci insegna che l’uomo tende a rimuovere e a non prendere coscienza delle “vere” motivazioni del proprio comportamento, specialmente quando riguardano i rapporti con gli altri e hanno una connotazione morale, come ad esempio la difesa e l’accrescimento del proprio valore e status sociale, confrontati con quelli altrui.
Capisco anche che ai più dia fastidio, e venga considerato offensivo, che qualcuno sospetti che le loro vere motivazioni siano diverse da quelle che essi credono di avere. E’ un po’ come affermare o insinuare che uno stia mentendo agli altri e a se stesso.
Infatti io penso che quasi tutti gli esseri umani (me compreso) ingannano inconsapevolmente gli altri, perché si auto-ingannano, come spiegato molto bene da Daniel Goleman nel suo libro intitolato “Menzogna, autoinganno, illusione” che consiglio a tutti di leggere.
In conclusione, io suppongo che per ogni essere umano i rapporti sociali siano al centro delle proprie motivazioni (specialmente quelle inconsce), anche per coloro che cercano di essere sempre più indipendenti dagli altri, e rinunciano a relazioni sociali in quanto ritenute causa più di sofferenze che di gioie.
Ovviamente non posso dimostrare che quanto ho scritto sopra sia vero, tuttavia lo ritengo non solo plausibile, ma anche molto probabile, e uso tale “conoscenza” per orientarmi nella vita e nei rapporti con gli altri.
Resta il fatto che ci sono differenze importanti, da persona a persona, per quanto riguarda il bisogno di appartenenza/integrazione sociale, e il bisogno di individuazione/libertà. In alcuni prevale il primo, in altri il secondo. Ma anche il bisogno di libertà è “relazionale”; in quanto parliamo di libertà dai vincoli che gli altri ci pongono, ed è sempre una libertà limitata e mai definitiva. Infatti non possiamo mai fare a meno degli altri, né ignorarli, se non per brevi periodi.
Quando una persona ha paura, «cosa», esattamente, in quella persona ha paura? Suppongo che non sia l'io, che è cosciente della paura, ma il «me», cioè la parte inconscia e involontaria del corpo, in cui la paura viene generata.
È importante separare logicamente l'io dal me. Infatti, senza tale separazione l'io crede di avere esso stesso paura, di esserne il produttore, o di "essere" la paura stessa, mentre in realtà è solo cosciente che il resto del suo corpo ha generato una paura.
Qui per paura intendo sia la paura legata ad una oggetto noto, sia l'ansia, ovvero una paura di cui non si conosce l'oggetto, né la causa.
Innanzitutto l'io dovrebbe cercare di capire perché il suo «me» ha paura, e stabilire se i motivi della paura sono giusti o sbagliati, ovvero giustificabili o ingiustificabili, accettabili o inaccettabili.
Una volta capito e valutato i motivi della paura, l'io dovrebbe decidere se venire a patti con essi, cioè gestirli, oppure semplicemente non riconoscerli come giusti o come veri. Infatti si può avere paura di cose inesistenti, ovvero di cose immaginarie o illusorie.
Prendiamo ad esempio la paura di parlare in pubblico, che può essere tanto forte da chiamarsi panico.
Si tratta di una paura molto diffusa e reale, mentre le sue cause sono il più delle volte irreali, immaginarie.
Quale può essere la logica inconscia della paura di parlare in pubblico?
Suppongo che la logica di tale paura sia che, parlando in pubblico, ovvero con persone che non si conoscono e che non ci conoscono già, il pubblico potrebbe farsi un'idea, giusta o sbagliata, di chi siamo veramente e giudicarci di conseguenza.
Insomma, la paura di parlare in pubbico sarebbe in realta la paura di essere scoperti e giudicati male. Infatti, più si espongono aspetti della propria personalità, della propria storia, delle proprie idee, dei propri gusti, dei propria giudizi, dei propria sentimenti, più tali aspetti possono essere valutati e giudicati dagli altri.
Potremmo dunque chiamare tale paura, paura di disgustare.
Chiediamoci allora quanto sia sano aver paura di disgustare gli altri. Direi che tale paura è giustificata dal fatto che noi esseri umani siamo interdipendenti. Tuttavia è una questione di misura. La paura di disgustare gli altri è presente in ogni umano, ma con intensità diverse da persona a persona. È sano avere tale paura in quantità "moderata", non troppa, né troppo poca, altrimenti è patologico.
Comunque, l'io dovrebbe essere consapevole di cosa gli altri si aspettano da noi, di cosa sono pronti ad apprezzare o a disprezzare in noi, e agire di conseguenza, ovvero scegliere cosa mostrare e cosa nascondere di sé, dopo aver scelto con chi interagire e con chi non interagire.
Un computer "sa" cosa fare un ogni situazione, e così anche un essere umano, che, in molti aspetti, funziona in modo simile ad un computer, anzi, ad un insieme di computer collegati tra loro.
Un programma di automazione consiste concettualmente in una tabella in cui ad ogni situazione (o stato, o stimolo) predefinita e riconosciuta, è associato un comportamento (o risposta) predefinito. Il comportamento, specialmente nell'uomo, può essere anche un non comportamento, ovvero consistere nell'immobilizzarsi o oziare in attesa di una situazione più chiara o più favorevole.
Il comportamento associato ad una certa situazione può essere più o meno volontario o involontario, conscio o inconscio, semplice o complesso. Nel comportamento involontario rientrano anche i sentimenti, in quanto reazioni programmate.
La determinazione ovvero percezione e riconoscimento delle situazioni è di fondamentale importanza proprio perché da tale riconoscimento dipendono comportamenti e sentimenti.
Per un essere umano, sia la determinazione della situazione, sia il comportamento sono sempre complessi perché un umano è un sistema complesso, ovvero costituito da una gran quantità di sottosistemi (ovvero computer o agenti mentali), ognuno dei quali determina autonomamente la situazione secondo criteri propri e si comporta secondo un suo programma. Il comportamento di un individuo, "nel complesso", è la sommatoria dei comportamenti unitari decisi e controllati autonomamente allo stesso tempo dai vari computer interni che costituiscono l'individuo stesso.
L'io cosciente è un particolare computer (o sottosistema o agente mentale) che ha il compito di coordinare il comportamento, ovvero di mediare tra le richieste di comportamento provenienti dai vari sottosistemi. Dal punto di vista dell'io cosciente, la situazione generale comprende una situazione esterna e una interna, quella esterna determinata dai sensi ed elaborata dal sistema cognitivo, quella interna costituita dalle pulsioni e dai sentimenti provenienti dagli altri sottosistemi.
L'io cosciente opera dunque ad un livello logico superiore rispetto agli altri agenti mentali, potendo teoricamente "osservare" una situazione dai punti di vista di tutti gli altri agenti mentali (e di se stesso) e i rispettivi comportamenti o richieste di comportamento, e decidere a quali richieste dare seguito e quali inibire. In pratica, però, l'attività di molti agenti mentali sfugge all'osservazione e al controllo dell'io cosciente.
Un io cosciente evoluto cerca di comprendere i programmi dei vari agenti mentali e di valutarne la "salute" al fine di favorire quelli più sani e inibire e/o curare, mediante psicoterapia o auto-terapia, quelli meno sani.
Quando ero bambino per me bello e buono erano sinonimi nel senso che ciò che era bello era anche buono e ciò che era brutto era anche cattivo, e viceversa.
Oggi so che le cose non stanno così, anche se, riflettendo, forse c'era qualcosa di vero in quelle mie equazioni infantili.
Mi sono messo a riflettere sul significato e l'importanza della bellezza per un essere umano o un animale. Infatti certe specie animali sono sensibili alla bellezza, sicuramente nella scelta dei partner sessuali, ma forse anche in altri ambiti. Basta pensare alla bellezza dei fiori che attrae certi insetti che contribuiscono all'impollinazione e in tal modo alla riproduzione delle rispettive piante.
Si potrebbe dunque pensare che la bellezza sia uno strumento evoluzionistico, cioè strumentale alla riproduzione ottimale di una specie.
Ma se la bellezza potrebbe essere "buona" in senso simbiotico o eugenetico, in altri ambiti non sembra esserci alcuna relazione tra bellezza e bontà, potendosi dare situazioni in cui la bellezza è nociva. In natura basta pensare a certi funghi, tanto belli quanto velenosi, e in ambito sociale, a certe donne, tanto belle quanto pericolose e costose (le "mangiatrici di uomini").
Eugenetica a parte, la bellezza non è né buona né cattiva, tuttavia è certo che essa abbia un potere di attrazione, più o meno ipnotico e probabilmente anche generatore di piacere fisico (stimolando la produzione di endorfine nel cervello). Per tale motivo tutti la cercano, sia per goderne in quanto consumatori, sia per sfruttarla come strumento di potere politico, religioso, commerciale o sociale, o semplicemente per attrarre i partner sessuali più competitivi.
La bellezza è potente e possederla è al tempo stesso
• una fonte di piacere
• una dimostrazione di potere
• un mezzo competitivo per esercitare potere attraverso il fascino e lo stupore
Prendiamo ad esempio l'uso della bellezza nella religione. I papi non hanno mai badato a spese per costruire templi il più possibile "stupendi". La bellezza di una chiesa era ed è ancora un mezzo per facilitare la fede e la sottomissione, perché nell'inconscio della gente bello equivale a buono, e se la chiesa è bella è anche buona. Inoltre essa mostra la sua potenza attraverso la sua bellezza e in tal modo impone rispetto e sottomissione. E poi si va più volentieri in una chiesa bella che in una brutta, perché in quella più bella si prova più piacere. Per tutti questi motivi la Chiesa ha sempre avuto un rapporto stretto con l'arte e ha commissionato la maggior parte delle opere d'arte dell'antichità, oltre ad un cospicuo repertorio musicale di alta qualità.
Per concludere questa riflessione, penso che, di fronte alla bellezza, una mente accorta dovrebbe sempre essere consapevole del fatto che essa può essere usata per fini non necessariamente "buoni".
Chi “vuole” il nostro dolore? Perché soffriamo? Sappiamo che un umano può desiderare che un altro umano soffra e può contribuire volontariamente o involontariamente, consciamente o inconsciamente, alla sofferenza altrui, ma che succede quando il nostro dolore è provocato da noi stessi, cioè da una causa interna alla nostra persona?
Se consideriamo il dolore fisico, la questione è abbastanza semplice. E’ ovvio che una martellata su un dito, o una bruciatura provochino dolore, non importa se siamo stati noi stessi o altri a provocare la martellata o la bruciatura, ma se consideriamo il dolore non fisico, che chiameremo “mentale”, la faccenda è molto più complessa e complicata.
Infatti non è facile comprendere le cause dei dolori “mentali” come la malinconia, la tristezza, la paura, il panico, la depressione, la disperazione, la delusione ecc. Né è facile capire quanto gli altri siano coinvolti (volontariamente o involontariamente) in tali sofferenze.
Infatti dovremmo chiederci in quale misura gli altri sono responsabili dei nostri dolori mentali, in quale misura tali dolori siano dovuti a cause fisiologiche o alla nostra costituzione fisica, e in quale misura siano causati dalle nostre idee, cioè dai nostri pensieri, dai nostri ricordi, dalla nostra visione del mondo, dal nostro sistema di valori, dal nostro temperamento, dal nostro carattere ecc.
Io credo che in molti casi i dolori mentali siano causati da molteplici cause che agiscono sinergicamente, e credo che gli altri umani siano sempre coinvolti in essi, più o meno direttamente o indirettamente, volontariamente o involontariamente, oltre ad altre cause insite nella nostra personalità e nei contenuti e nella configurazione della nostra mente, cioè nelle logiche con cui interpretiamo il mondo, la società e altri individui particolari.
E’ possibile che una persona infligga volontariamente dolore su se stessa? Penso di sì, seppur molto raramente. Credo che ciò avvenga come mezzo per ottenere dei vantaggi, come, ad esempio, per espiare peccati o colpe sociali e farsi così perdonare, o per attirare attenzione e cure da parte di altri, o per far sentire qualcuno in colpa attribuendogli la responsabilità delle proprie sofferenze.
Più comune è il caso in cui il dolore, specialmente quello mentale, è inflitto, involontariamente, dal proprio corpo o dal proprio inconscio (che è la stessa cosa se consideriamo l’inconscio come tutto ciò che non appartiene alla coscienza, quindi anche il resto del corpo fisico).
Io suppongo che il dolore sia il segnale che il nostro corpo (ovvero il nostro inconscio) ci manda per dirci che stiamo sbagliando qualcosa, che ci stiamo comportando in modo non sano (fisicamente o socialmente), o che ci troviamo in un ambiente nocivo da cui faremmo bene a uscire.
Perciò ritengo importante, quanto siamo assaliti da un dolore fisico o mentale che non possiamo sedare immediatamente con qualche noto rimedio, soffermarci a cercare di capire cosa stiamo sbagliando nel nostro comportamento o nei nostri pensieri, e cosa ci può essere di nocivo nel nostro ambiente naturale e/o sociale, ovvero nelle relazioni col resto del mondo e in particolare nelle nostre relazioni sociali.
Il discorso che segue può essere utile a chi desidera comprendere le dinamiche psicologiche fondamentali insite nelle interazioni umane, allo scopo di migliorarne la qualità in termini di soddisfazione dei bisogni delle parti coinvolte. Come si vedrà, tali dinamiche dipendono molto dai repertori mentali personali con i quali vengono definite e caratterizzate: categorie di persone, comunità di appartenenza, ruoli, funzioni, affetti, strategie di interazione sociale e chiavi di interpretazione delle interazioni stesse.
L'incontro tra due persone X ed Y dà generalmente luogo ad una serie di azioni e reazioni riassumibili nelle seguenti fasi (dal punto di vista di X):
- Attribuzione ad Y di una o più categorie tra quelle presenti nel repertorio delle categorie umane di X.
- Attribuzione ad Y di posizioni, funzioni, ruoli, rango, valori, affetti ecc. nella visione del mondo, nelle comunità elettive e nella strategia di interazione sociale di X. Nota: tale attribuzione è conseguenza delle caratteristiche delle categorie umane attribuite ad Y nella fase 1.
- Ricezione di transazioni/espressioni verbali e non verbali emesse da Y e attribuzione ad esse di significati cognitivi ed emotivi tra quelli contenuti nel repertorio semantico di X. Esempi: richiesta o offerta (di beni, servizi, aiuto, protezione, informazioni ecc.), proposta (di cooperazione, scambio, assunzione di ruoli particolari, rapporto sessuale ecc.), asserzione, informazione, sottomissione, imposizione, ribellione, sfida, minaccia, aggressione, umiliazione, rifiuto, respingimento, resa, ecc.
- Modifica dello stato emotivo e cognitivo di X a seguito delle transazioni/espressioni emesse da Y e dei significati ad esse attribuiti da X
- Emissione di transazioni/espressioni verbali e non verbali verso Y scelte tra quelle contenute nel proprio repertorio delle transazioni/espressioni (sollecitate, non sollecitate e automatiche). Nota: le transazioni/espressioni emesse da X sono conseguenza delle proprie reazioni emotive e cognitive di cui alla fase 4.
- Ripetizione delle fasi 3, 4 e 5 fino alla fine dell'incontro.
Lo stesso si svolge da Y verso X.
Tutto ciò avviene in parte a livello conscio ma soprattutto a quello inconscio.
La dinamica dell'incontro è teoricamente prevedibile e tende a ripetersi con modalità analoghe nella misura in cui non ci sono variazioni, in ciascun individuo:
- nel proprio repertorio delle categorie umane
- nella propria visione del mondo
- nelle proprie comunità elettive
- nel posizionamento proprio e altrui all'interno delle comunità elettive (in termini di ruoli, rango, funzioni, affetti ecc.)
- nella propria strategia di interazione sociale
- nel proprio repertorio semantico (per l'interpretazione delle transazioni/espressioni ricevute)
- nel propro repertorio delle transazioni/espressioni (sollecitate, non sollecitate e automatiche)
- nei bisogni, negli eventi e nelle situazioni che lo spingono a mettere in atto particolari transazioni/espressioni
Ogni essere umano è limitato nel pensare, confinato in certi schemi, diversi da persona a persona, ma con aspetti comuni nelle diverse culture e comunità.
Per ogni persona ci sono cose impensabili.
Dobbiamo pensare l'impensabile, fare uscire il pensiero dalle gabbie in cui ha sempre vissuto, sin dalla nascita. Dobbiamo appropriarci dei nostri pensieri e imparare a guidarli volontariamente e consciamente.
Si può pensare in senso verticale o orizzontale, cioè approfondire uno schema di pensiero (vincolante) o percorrere diversi schemi senza scendere in troppa profondità.
Ipnosi = controllo del pensiero dell'ipnotizzato da parte dell'ipnotista
Affabulatore = controllore del pensiero.
Ci lasciamo affabulare per essere accettati. Come avveniva da bambini.
Le scuole di pensiero sono limitanti e costringenti, proibiscono altre spiegazioi dei fenomeni, altri "sensi". Per esse, qualsiasi spiegazione non prevista da esse è sbagliata o irrilevante.
Gli altri ci insegnano a pensare, e restiamo legati al modo di pensare che ci è stato insegnato. Il bambino si lascia formare il proprio pensiero per compiacere i genitori e poi difficilmente riesce ad uscire dai limiti del pensiero acquisito. Noi pensiamo come gli altri ci hanno insegnato a pensare. Un pensiero autonomo è raro. Abbiamo paura di pensare in modo diverso, paura di impazzire e di essere emarginati.
Molte terapie hanno come scopo la sostituzione di un modo di pensare con un altro più sano, ma limitato anche esso. La migliore terapia è quella che rompe i limiti del pensiero e permette il pensiero creativo, senza alcun limite.
Ognuno cerca di pilotare il pensiero altrui.
Il pensiero è basato sul linguaggio e su una certa filosofia. Il pensiero è sempre limitato, tranne il pensiero consciamente e volontariamente creativo.
Il libero arbitrio consiste nel decidere in ogni momento se pensare in modo automatico oppure guidato, e, nel secondo caso, a chi o cosa affidare la guida del proprio pensiero. Consiste anche nel costruire gli oggetti e strumenti materiali, artistici, letterari, mediatici o informatici con i quali guidare il proprio pensiero.
Pensare in modo guidato è stancante e deve essere intervallato da periodi in cui è necessario pensare in modo automatico.
Anche quello che è scritto in un giornale è un tentativo di guidare il nostro pensiero.
Ogni forma di comunicazione è un tentativo di pilotare il pensiero altrui.
I neuroni specchio guidano i nostri pensieri in base alla percezione che abbiamo dell'altro.
La vita sociale è una competizione per il controllo del pensiero altrui.
Chi/cosa pilota il mio pensiero? Chi/cosa pilota il pensiero di x?
L'inconscio, essendo un programma, si può modificare mediante il pensiero guidato finché esso diventa automatico, cioè programmato. In tal modo sarà stato modificato il programma che lo determina.
Nessuno vuole cambiare il suo programma di pensiero, anche perché nessuno saprebbe come cambiarlo, cioè con quale nuovo programma sostituirlo.
Perché voglio scrivere e pubblicare i miei scritti? Cosa mi spinge a farlo? Cosa spero di ottenere facendolo? Forse sono spinto da una combinazione di diverse motivazioni consce e inconsce, che potrebbero essere, per esempio, una o più delle seguenti:
- dimostrare la mia intelligenza, cultura, creatività, genialità, razionalità, sensibilità, profondità, empatia, moralità, senso artistico, senso dell'umorismo, abilità, eccellenza e superiorità intellettuale ed etica rispetto alla media degli esseri umani;
- compensare le mie inferiorità in certi campi dimostrando superiorità in altri;
- soddisfare il mio narcisismo, piacere agli altri, interessarli, affascinarli, attrarli, essere ammirato, amato, stimato, apprezzato, approvato, premiato, coccolato, desiderato, seguito, servito, obbedito;
- manipolare i lettori, far loro credere che io sono meglio di quanto realmente sia;
- dimostrare di meritare posizioni e trattamenti di privilegio nella società a causa delle mie superiorità ed eccellenze;
- esercitare la mia capacità di logica, analisi e sintesi ed aumentare la mia competitività in tal senso; elaborare i miei pensieri e sottoporli al giudizio critico altrui per poterli migliorare e completare;
- soddisfare i miei bisogni di interazione sociale, appartenenza, individuazione, potenza;
- esibire la mia personalità per attrarre e incontrare persone a me affini; stabilire rapporti di amicizia e solidarietà con persone simili a me;
- illudermi di conoscere la verità;
- rendere conscio l'inconscio; fare auto-terapia per superare i miei disagi psichici; aumentare il mio autocontrollo e la mia consapevolezza delle motivazioni mie e altrui; studiare le vere motivazioni del comportamento umano e demistificare quelle mistificate; ribellarmi a comunità interiorizzate limitanti, frustranti, obbliganti, giudicanti e colpevolizzanti, che ancora mi condizionano;
- ribellarmi a mio padre;
- vendicarmi di tutti quelli quelli che mi hanno ingannato e manipolato e che cercano ancora di farlo, tra cui i predicatori di ogni religione;
- farmi perdonare la mia arroganza e il mio disprezzo per gli altri;
- aiutare gli altri a risolvere i propri problemi psicologici e a superare i propri disagi psichici;
- definire e proporre un nuovo modello di comunità, in cui personalità di tipo simile al mio (specialmente gli introversi) sarebbero avvantaggiate rispetto ad altri tipi di personalità (specialmente gli estroversi);
- definire e proporre un nuovo modello di comunità, in cui personalità di qualunque tipo, anche diverso dal mio, sarebbero avvantaggiate rispetto ai modelli attualmente diffusi;
- contribuire alla fondazione di una nuova "scienza umanista" eclettica, organica e integrata (attingendo dal caos delle attuali discipline umane e sociali) da insegnare nelle scuole e/o divulgare attraverso i mass media, e contribuire così al progresso umano attraverso una migliore conoscenza della natura umana;
- promuovere la formazione di "comunità umaniste" basate su un comune interesse per la nuova "scienza umanista";
- perché credo che il mondo sarebbe migliore se ogni essere umano avesse un sito web attraverso il quale farsi conoscere e facilitare i suoi rapporti con gli altri.
Ogni essere umano ha nel suo inconscio una comunità ideale (che chiameremo "comunità elettiva") a cui ha bisogno di appartenere (in una posizione onorevole) e da cui teme di essere escluso. E’ una comunità in cui valgono particolari valori etici ed estetici, gerarchie, diritti, doveri, obblighi, divieti, riconosciuti, ricercati e condivisi dai suoi membri. Infatti i valori professati da un individuo corrispondono a quelli della propria comunità elettiva, nel senso che sono riconosciuti, “spendibili” o scambiabili in essa.
La comunità elettiva può corrispondere ad una comunità reale, cioè un gruppo di persone conosciute particolari, oppure può essere immaginaria. In tal caso l’individuo la cerca o tenta di crearla. Può anche succedere che un individuo abbia più di una comunità elettiva, ognuna con valori diversi. In tal caso, per l'individuo, è come avere denaro in diverse valute, ciascuna spendibile in una comunità diversa.
Se un individuo si sente parte di più di una comunità elettiva e vi sono incompatibilità o conflitti tra i valori delle rispettive comunità, in esso possono prodursi rinunce, frustrazioni, inibizioni e disturbi psichici (dalla depressione, agli attacchi di panico, alla schizofrenia) e psicosomatici. Data la forza insopprimibile del bisogno umano di appartenenza, un individuo che non si sente parte di alcuna comunità elettiva (né reale né immaginaria) è normalmente infelice e tende a comportarsi in modo asociale e a sviluppare nevrosi e psicosi.
Ogni individuo viene percepito (e percepisce se stesso) come più o meno "rappresentativo" di una comunità, e in tal senso al suo giudizio viene attribuita una importanza più o meno grande. La mancanza di autostima può essere dunque dovuta ad un senso di non-rappresentatività o non appartenenza comunitaria.
I conflitti tra individui vengono percepiti come conflitti tra le diverse comunità (o concezioni di comunità) che essi rappresentano oppure come competizioni per posizioni gerarchiche ambite nell'ambito della comunità. Parliamo dunque di conflitti esterni o interni alla comunità.
A volte un individuo sente il bisogno di ribellarsi ad una comunità di cui ha fatto o fa ancora parte, ma per farlo ha bisogno di alleati, cioè di una comunità alternativa che lo sopporti nella rivolta.
Ogni essere umano può essere "collocato" psicologicamente in una o più comunità elettive in una certa posizione gerarchica e in un certo stato di grazia. Quest'ultimo rappresenta il livello di accettazione e approvazione di cui gode da parte dei comembri della comunità di riferimento rispetto alla posizione gerarchica assunta.
Ogni collocazione può essere più o meno soddisfacente per l'interessato. Quando è insoddisfacente oltre un certo limite, il soggetto può avere disturbi psichici o considerare l'eventuale migrazione ad un'altra comunità potenzialmente più soddisfacente.
Aspetti formali
L'appartenenza ad una particolare comunità elettiva deve essere confermata periodicamente attraverso la conformazione a forme, e la celebrazione di rituali, specifici della comunità stessa, come la partecipazione a feste e riti, abbigliamenti, arredamenti, linguaggi, cibi, attività ecc. tipici della comunità stessa. In altre parole, far parte di una comunità significa far parte delle sue forme caratteristiche.
Come al solito cominciamo con qualche definizione dei termini che useremo in questo incontro, e in particolare con quello di "inconscio".
Sigmund Freud considerava l’inconscio una parte della mente in cui si trovano i contenuti psichici rimossi (cioè negati e dimenticati) in quanto incompatibili con la morale o le esigenze della vita sociale. Questo è l'inconscio psicoanalitico tradizionale. Nelle neuroscienze e nella psicologia non psicoanalitica il concetto di inconscio ha un significato più esteso.
Wikipedia: Il termine inconscio indica genericamente tutte le attività mentali che non sono presenti nella coscienza di un individuo. In senso più specifico, rappresenta quella dimensione psichica contenente pensieri, emozioni, istinti, rappresentazioni, modelli comportamentali, spesso alla base dell'agire umano, ma di cui il soggetto non è consapevole.
Per Tiziano Possamai (Inconscio e ripetizione) l’inconscio, è diverso da quello psicoanalitico tradizionale. Ne fanno parte tutti gli automatismi (motori, cognitivi, emotivi) interiorizzati dal soggetto durante la sua formazione e il suo sviluppo grazie alla ripetizione, volontaria o involontaria, di determinate esperienze e situazioni. Questa concezione dell’inconscio è oggi prevalente presso i neuroscienziati, i quali non riconosco l’inconscio freudiano come verità scientifica.
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Il tema di oggi si collega con quello dell'incontro precedente (libero arbitrio: realtà o illusione?), in quanto la risposta alla domanda sull'esistenza del libero arbitrio dipende molto dalla nozione di inconscio, vale a dire dipende da quanto le scelte di un essere umano sono effettuate dal suo inconscio, anche se il soggetto si illude di fare scelte volontarie e consapevoli.
In tal senso, inconscio, come aggettivo, equivale a involontario, e inconscio come sostantivo, può essere definito come il luogo in cui, e il meccanismo da cui, viene deciso il comportamento del soggetto, al di fuori, o al di sotto, della coscienza. Io (come altri autori) preferisco usare il termine "io cosciente" piuttosto che coscienza, dato che quest'ultimo ha una connotazione morale molto limitativa. Definisco dunque "io cosciente" l'agente mentale che costituisce la parte consapevole e volontaria del governo della persona, in cooperazione o in conflitto con gli agenti mentali dell'inconscio.
Ciò di cui discuteremo stasera non dovrebbe limitarsi ad una definizione dei concetti di io cosciente e di inconscio, ma approfondire soprattutto tre aspetti fondamentali di essi: le loro funzioni vitali, le interazioni tra l'io cosciente e l'inconscio, e i possibili conflitti tra le motivazioni dell'io cosciente e quelle dell'inconscio.
Lascio a voi la parola, ricordandovi che chi pensa di non aver nulla da dire sul tema in discussione, può comunque fare domande agli altri. Infatti, a volte le domande sono più interessanti delle risposte.
Vedi anche "
Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
L'interazione sociale non è solo un mezzo, ma anche un fine a sé stesso. Suppongo infatti che nel DNA umano vi sia un bisogno primario di interazione sociale. Se questo bisogno non viene soddisfatto ne derivano conseguenze nocive sia di tipo psichico che psicosomatico e pratico, che possono portare direttamente o indirettamente fino alla morte dell'individuo. Attraverso le interazioni con gli altri, infatti, si generano, durante l'età evolutiva e successivamente, i contenuti psichici e le abilità sociali, cioè la capacità di stabilire relazioni sociali e cooperare con altre persone per la propria sopravvivenza e/o piacere. In altre parole, attraverso le interazioni si impara sin da bambini ad interagire in modo sempre più elaborato e utile per (con)vivere nel migliore dei modi possibile.
Sono pertanto convinto che la felicità umana dipenda soprattutto da una soddisfacente quantità e qualità di interazioni con gli altri.
Interagire con altri è la cosa più importante per un essere umano, oltre ad essere indispensabile. E' necessario interagire a qualunque costo, con qualunque pretesto e non importa come. A lungo termine, qualunque tipo di interazione, anche violenta, anche umiliante, è meglio della non-interazione. Qualunque conversazione, anche stupida, assurda o insignificante, è meglio dell'assenza di conversazione. E una volta imparato ad interagire in un certo modo, secondo certe norme e regole, cioè con certi segni, simboli, significati, obblighi e divieti, è difficile cambiare modalità di interazione. Inoltre, esiste una paura inconscia di perdere la possibilità di interagire con gli altri, che ci rende conformisti, resistenti al cambiamento e pazienti rispetto alle ingiustizie.
Ognuno ha un bisogno (per lo più inconscio) di interagire con qualcun altro in qualche modo. Il bisogno umano più importante è proprio quello di interazione, che è ancora più importante del bisogno di essere riconosciuti, rispettati, accettati, amati, perché nessuno di tali stati può essere ottenuto e confermato ripetutamente e continuamente senza interazioni.
La paura della solitudine non è dunque paura della lontananza dagli altri, ma paura di non poter interagire con qualcuno, e il piacere della compagnia è in realtà il piacere di interagire. La frustrazione e la soddisfazione del bisogno di interazione sono, rispettivamente e in quantità direttamente proporzionale, la causa del dolore e del piacere mentale, dell'infelicità e della felicità.
Per concludere, ogni motivazione umana può, in ultima analisi, essere considerata come mezzo per interagire con altri in modo coesivo e cooperativo, ed evitare di perdere la possibilità di farlo.
Interazionismo strutturale: Teoria psicologica, sociologica e filosofica (in corso di sviluppo a cura di Bruno Cancellieri) che afferma l'esistenza di un bisogno primario di interazione sociale geneticamente determinato, e considera la stessa interazione sociale (nei suoi aspetti quantitativi e qualitativi) come generatore principale dei contenuti psichici e fattore essenziale della felicità e salute mentale di ogni individuo. L'interazionismo strutturale si ispira allo "interazionismo simbolico" di George Herbert Mead, alla "teoria struttural-dialettica" di Luigi Anepeta e alla "psicologia dei bisogni" di Bruno Cancellieri.
Vedi anche
Antrolpologia interazionale.
Nella mia concezione della natura umana, l'
io cosciente è la sede della coscienza, del pensiero, della percezione di forme, sentimenti ed emozioni, e della volontà. Esso può essere sveglio (cioè attivo), dormiente (cioè inattivo) o trovarsi in uno stato ibrido (cioè semi-attivo ovvero semi-dormiente). L'io cosciente è ciò che resta della psiche se si esclude l'inconscio e i suoi processi, cioè se si esclude il "me" (nella terminologia di William James e George H. Mead).
L'io cosciente rappresenta pertanto una parte molto piccola della psiche, anche se è quella che conosciamo (o ci illudiamo di conoscere) meglio. E' la parte cognitiva o conscia della psiche, che, per dimensione, equivale metaforicamente alla punta di un iceberg la cui la parte sommersa è costituita dall'inconscio,
L'io cosciente è molto limitato nel senso che è possibile essere coscienti (cioè consapevoli) solo di poche cose alla volta (suppongo una o due, per la maggior parte delle persone).
L'attenzione è la facoltà di dirigere e concentrare la coscienza, il pensiero e la percezione sensoriale su un particolare oggetto o idea. Non c'è attività pensante che non sia connotata dall'attenzione verso qualcosa, che può variare momento per momento.
Chi o cosa determina la direzione o l'oggetto verso cui rivolgere l'attenzione? Normalmente lo determina automaticamente l'ambiente esterno, mediante gli stimoli che esso invia alla coscienza attraverso i cinque sensi quando il soggetto interagisce con qualcuno o qualcosa. Una persona può tuttavia, entro certi limiti, rivolgere volontariamente l'attenzione in direzioni diverse da quelle che sarebbero scelte involontariamente e automaticamente. Ciò è possibile se il soggetto non è impegnato in una interazione con altre persone o cose, cioè quando è fermo, in silenzio, e preferibilmente con gli occhi chiusi, come durante una meditazione.
La meditazione, di qualunque tipo, è infatti una tecnica di controllo volontario dell'attenzione, che viene diretta vero oggetti concreti o astratti predefiniti, come parti del proprio corpo, immagini mentali, fantasie, pensieri o idee particolari. La meditazione può essere basata sulla ripetizione mentale di formule verbali o l'osservazione di immagini di valore simbolico, oppure sull'ascolto di direttive verbali pronunciate da un facilitatore umano o da un riproduttore automatico di suoni.
Una particolare forma di meditazione su cui ho fatto esperimenti su di me, consiste nel creare, all'interno di una cornice immaginaria, un
collage mentale di immagini e/o parole opportunamente scelte, in modo da ottenere una visione sinottica immaginaria di elementi conflittuali allo scopo di conciliarli e armonizzarli.
Un'altra forma di meditazione che ho sperimentato su di me con l'aiuto di un computer programmato allo scopo, consiste nell'ascoltare una sequenza di frasi prodotte mediante sintesi vocale, estratte a caso da una lista di testi opportunamente preparata. Questa tecnica, che io chiamo
meditazione auditiva, a differenza del
collage mentale sopra menzionato, non richiede sforzi da parte del fruitore e può essere completamente automatizzata, Per questi motivi essa è particolarmente efficace da un punto di vista terapeutico, ma anche pericolosa se praticata troppo spesso o troppo a lungo e senza la supervisione di uno psicoterapeuta. Infatti i cambiamenti indotti da una psicoterapia sono sempre traumatici e dovrebbero essere opportunamente diluiti nel tempo per permettere alla psiche di assorbire gli stress del cambiamento.
Una delle più importanti conquiste dell'umanità, che dobbiamo a Sigmund Freud, è stata la scoperta, o meglio la supposizione, dell'inconscio e del super-io, oltre al metodo terapeutico psicoanalitico che permette di ridurne gli effetti nocivi. Il super-io è un entità psichica inconscia che giudica e condanna ingiustamente, cioè morbosamente, la persona che lo ospita, la quale si sente inconsciamente obbligata ad espiare in qualche modo la pena richiesta dalla condanna attraverso l'auto-impedimento della soddisfazione di legittimi bisogni o lo sviluppo di malattie psicosomatiche.
Lode e gratitudine dunque a Freud e alla psicoanalisi, ma attenzione al male che può annidarsi nell'altra faccia della medaglia. Infatti, credo che una certa ideologia psicoanalitica superficiale entrata gradualmente nella cultura popolare a partire dagli anni sessanta abbia contribuito a determinare una generale avversione per tutto ciò che ha a che fare con il giudizio morale, senza fare tante distinzioni, al punto che ogni giudizio morale (a parte quelli banali riguardanti i crimini più evidenti) viene ormai visto come "moralistico" e quindi deleterio o comunque pericoloso. Il risultato di questa tendenza è il dilagare di un nichilismo passivo, rassegnato, rinunciatario e irresponsabile, dal momento che pochi hanno pensato di sostituire i precetti moralistici forgiati dalla religione e incarnati dal super-io con altri laici e razionali, realmente utili alla comunità. In altre parole, ci si è preoccupati di demolire il senso inconscio del dovere e di affermare il diritto di fare tutto ciò che sentiamo giusto, senza mettere sotto scrutinio razionale il senso soggettivo del giusto, del buono e del bello. A livello sociale la conseguenza è che si è persa la spinta verso il bene comune e il progresso civile, di cui nessuno si sente più responsabile così come dei mali della società stessa. In altre parole, la nostra società sta andando moralmente alla deriva anche grazie all'ideologia popolare modernista (di cui una certa idea della psicoanalisi è parte integrante) che ha predicato la liberazione dalle costrizioni moralistiche non riuscendo più a distinguere il morale dal moralista.
La storia dell'Uomo ha dimostrato che l'etica e la morale non sono innate (se non in forme animali, come quelle che riscontriamo nei primati), ma il risultato di una educazione morale. Guardiamoci intorno: solo le religioni parlano ancora di morale e impegno sociale, in forme discutibili, spesso retrograde in quanto legate ad una rivelazione divina, con il risultato che spesso chi abbandona una religione abbandona anche la morale ad essa associata, senza sostituirla con una migliore. Per il resto, l'etica viene studiata negli ambienti accademici come branca della filosofia, senza alcun impatto pratico nella vita politica e sociale, dove è infatti vista con sospetto o repulsione, come una minaccia autoritarista o, nel migliore dei casi, un argomento inutile e noioso.
Io credo che questa tendenza generale alla dismissione della morale stia portando l'Uomo e la società al disastro, e auspico che psicologi e psicoterapeuti facciano la loro parte per rivalutare l'etica e la morale riconoscendo che accanto ad un super-io morboso da mettere a tacere ce ne debba essere uno sano da nutrire anche e soprattutto in sede psicoterapeutica (dove altrimenti?). Perché come è vero che non si può essere felici da soli, non si può convivere felicemente con altri umani senza rispettare una morale condivisa. Trovo edificanti in tal senso gli insegnamenti di Albert Camus ed Erich Fromm, esempi mirabili, anche se purtroppo fuori moda, di nichilismo virtuoso, attivo, responsabile e progressista.
Il mio inconscio (e probabilmente anche il vostro) si chiede spesso: "sono pronto a gestire in sicurezza le prossime interazioni con altri umani?"
Se la sua risposta è "non abbastanza", allora l'inconscio può dar luogo a uno stato di ansia, e a una motivazione che mira a prepararsi nel modo migliore possibile per evitare che le prossime interazioni sociali causino danni irreparabili alla propria persona.
Quali possono essere i danni che un'interazione umana può causare ai suoi contraenti?
Cercherò di rispondere dal punto di vista dell'inconscio, ovvero seguendo le sue logiche, che sono diverse, cioè meno razionali, da quelle della coscienza.
Ebbene, a mio avviso, il danno di cui l'inconscio si preoccupa consiste soprattutto in una valutazione sociale sfavorevole che l'altro potrebbe fare nei confronti del soggetto sulla base del suo comportamento, ovvero dei messaggi che il soggetto invia all'altro, incluse le sue risposte alle azioni dell'altro.
Infatti, quando due persone interagiscono, ciascuna di esse valuta (o giudica) le azioni dell'altra, tra cui le proprie reazioni alle azioni dell'altra. Come conseguenza di tali valutazioni, nel peggiore dei casi, può accadere non solo che l'altro decida di non interagire più col soggetto, ma che "diffami" il soggetto, cioè parli male di esso presso altre persone. Questo comporterebbe il rischio, dal punto di vista dell'inconscio, dell'emarginazione dalla comunità, ovvero della morte civile del soggetto.
Per evitare tale emarginazione, il soggetto che soffre di ansia sociale può essere indotto a immaginare, cioè a simulare mentalmente, interazioni con persone che potrebbe incontrare, per decidere come presentarsi all'altro, cosa rivelare e cosa nascondere di sé, cosa dire e cosa non dire, cosa proporre e cosa non proporre, cosa accettare e cosa rifiutare, e come reagire a particolari comportamenti dell'altro nei suoi confronti.
Il problema è che le interazioni sociali non avvengono secondo un copione noto, ma sono imprevedibili, per cui l'ansia sociale non può essere facilmente superata da un esercizio di immaginazione.
Certe persone tendono a comportarsi in modo gentile e rispettoso con chiunque, qualunque cosa l'altro faccia o dica, mentre altre persone sono sospettose e inclini a mettersi in posizione ostile nei confronti di coloro che non corrispondono ai propri valori morali, intellettuali o estetici.
Il rischio è infatti proprio questo: di trovarsi in disaccordo, in conflitto, e di non saper nascondere né gestire il disaccordo e il conflitto se non in modo aggressivo, e questa eventualità non fa che aumentare l'ansia.
Quali consigli dare a chi soffre di ansia sociale?
Il primo consiglio è di leggere il presente articolo affinché capisca la causa e la dinamica inconscia della sua ansia.
Il secondo consiglio è di immaginare di incontrare persone antipatiche e di interagire con esse senza che l'antipatia prenda il sopravvento. Infatti, l'antipatia dà facilmente luogo ad aggressività, specialmente nella forma di un disprezzo più o meno esplicito.
Questo è dunque l'obiettivo: restare sereni anche di fronte a persone antipatiche, malvagie, che ci giudicano male, che ci svalutano e ci disprezzano, che vorrebbero danneggiargi o vederci soffrire, che si sentono superiori a noi e che vorrebbero umiliarci o asservirci. Insomma, restare tranquilli di fronte a scenari in cui l'altro ci umilia in qualsiasi modo.
Questo esercizio mentale corrisponde alla "terapia di esposizione", un tipo di psicoterapia in cui si cerca di esporre frequentemente il paziente, con il suo consenso, a situazioni (in forma di performance teatrali o cinematofrafiche, immagini, parole scritte o pronunciate ecc. ) che risvegliano la sua ansia, finché questa non si riduce spontraneamente a livelli "sani".
Mistero significa non conoscenza, mentre le religioni hanno la presunzione di sapere perfettamente come stanno le cose laddove la scienza non arriva, anzi, spesso in contrasto con essa, e lo insegnano a bambini che non hanno capacità critica e forse non l'acquisiranno mai proprio a causa dell'insegnamento religioso e delle paure ad esso connesse. Infatti le religioni prosperano sul mistero (cioè sull'ignoranza) e temono la conoscenza e il progresso scientifico.
Il sacro significa sottomissione assoluta ad un ente esterno dotato di superpoteri, cosa che le religioni cercano di inculcare e spesso ci riescono. Il risultato è una deresponsabilizzazione morale dell'individuo che non deve cercare di definire il bene e male, ma prende per buono quello stabilito e rivelato dall'Ente stesso.
Le religioni sono una invenzione dell'uomo, infatti gli animali non le hanno. Se l'ente esterno dotato di superpoteri esistesse veramente, ce lo farebbe sapere senza misteri né indovinelli, e senza ricorrere ad intermediari.
La mia visione del mondo è che siamo parte del tutto e a nostra volta siamo costituiti da tante parti e ogni cosa è interdipendente e in relazione sistemica con tutto il resto, secondo le leggi della natura, di cui sappiamo poco, ma con quel poco dobbiamo fare i conti.
Le religioni riempiono le aree non coperte dalla scienza con le idee più disparate, e si offendono se qualcuno non le rispetta.
Le religioni sono un fenomeno psichico e sociale complesso importantissimo per i suoi possibili effetti politici, sociali e comportamentali, e come tale va studiato.
Parlare di religioni richiede cautela più che rispetto, perché le persone sottomesse ad una particolare religione possono offendersi se qualcuno ne contesta la verità o legittimità.
Le religioni cercano di propagarsi, di costituire una comunità e di influenzare in tal modo il comportamento altrui. Per questo vanno sempre viste con sospetto.
Un discorso particolare meritano le religioni personali, o religioni fai-da-te, che sono adattamenti e aggiustamenti di comodo di religioni comunitarie, dove vengono omesse le parti più difficili da osservare e quelle meno credibili. Queste religioni sono le più diffuse nei paesi industrializzati e sono particolarmente insidiose perché, con il loro relativismo etico, pur superando la morale religiosa canonica, ostacolano la diffusione di un'etica razionale.
la mente umana è capace di allucinazioni, illusioni e autoinganni, bias cognitivi ecc. E' provato scientificamente. Per non soffrire l'inconscio è capace di inventare una realtà inesistente, e di crederci, così come di non vedere realtà angoscianti. Il fatto che l'uomo abbia bisogno di un Dio che funzioni in un certo modo (bisogno molto diffuso) non vuol dire che quel Dio esista. Alcuni non possono sopportare l'assurdità dell'esistenza cioè la mancanza di senso, e finiscono per credere in una realtà spirituale confortante ma indimostrabile, altri (come gli esistenzialisti, come me) riescono a sopportare tale mancanza e cercano di dare essi stessi un senso alla loro vita senza ricorrere a religioni o correnti spirituali e senza cercare di fare proseliti.
Al di fuori della scienza si può credere in qualsiasi cosa purché non si affermi che sia vera né la si usi per influenzare gli altri a comportarsi in un certo modo. Come direbbe Wittgenstein, di ciò che non si conosce bisognerebbe tacere. Se la spiritualità resta un desiderio, ok, ma se diventa una dottrina no, no, no.
Per me, come per Spinoza, Dio e il mondo sono la stessa cosa e Dio probabilmente non ha nulla di antropomorfico. Mi piace pensare che Dio non ha creato il mondo, ma è il mondo stesso, fatto di spazio, tempo, massa, energia e informazione, tra loro interdipendenti. Che Dio non ha creato l'uomo, ma ogni uomo è una parte di Dio, una sua manifestazione. Quindi per me non ha senso parlare di rapporto tra l'uomo e Dio come se fossero due cose separate. Questa è la mia religione, ma si tratta di un'ipotesi indimostrabile. Il miglior compromesso tra la realtà e il mio desiderio.
Io suppongo che la psiche sia strutturata e funzioni come descritto nel seguito.
La psiche si sviluppa a partire da, e in funzione di, una quantità di bisogni primari (innati) e secondari (sviluppati a seguito delle esperienze). I bisogni primari principali sono quelli di (1) sopravvivenza e salute, (2) appartenenza e integrazione sociale, (3) eros e riproduzione sessuale, (4) libertà e individuazione, (5) potenza e dominio di tutto ciò che può favorire la soddisfazione di qualunque bisogno, (6) protezione e sicurezza contro tutto ciò che può ostacolare la soddisfazione di qualunque bisogno.
La psiche è popolata da una quantità di "oggetti mentali" cioè idee, ricordi, immagini, cognizioni, sensazioni e qualsiasi altra cosa appresa attraverso esperienze e suscettibile di essere riconosciuta o pensata.
La psiche ha la capacità di provare piacere e dolore, più o meno fisici o immateriali, in varie forme e intensità. Il piacere è legato alla soddisfazione dei bisogni (primari o secondari), il dolore alla loro insoddisfazione.
Per evitare il dolore, la psiche tende a rimuovere, cioè disattivare, i bisogni di cui non riesce ad ottenere la soddisfazione,
La psiche include un sistema motivazionale conscio e uno inconscio che determinano pensieri, impulsi, volontà, desideri, interessi ecc. finalizzati alla soddisfazione dei bisogni misurata attraverso la percezione del piacere e del dolore, cioè basati sulla ricerca del piacere e l'evitamento del dolore.
Nella psiche si sviluppano un rete conscia e una inconscia, di connessioni logiche di causalità o appartenenza tra oggetti mentali.
Per effetto di tali reti di connessioni, ad ogni oggetto mentale è associata una serie di cariche (o valenze) emotive più o meno grandi, cioè aspettative di piacere o dolore legate alla soddisfazione o frustrazione di vari bisogni. C'è una valenza emotiva per ogni oggetto mentale e per ogni bisogno, vale a dire:
- una valenza emotiva sociale, cioè legata all'appartenenza e integrazione sociale
- una valenza emotiva vitale, cioè legata alla sopravvivenza alla salute
- una valenza emotiva erotico-sessuale, cioè legata alla soddisfazione erotico-sessuale
- una valenza emotiva libertaria, cioè legata all'ottenimento e mantenimento della libertà e dell'individuazione
- una valenza emotiva dominativa, cioè legata all'ottenimento e mantenimento del potere
- una valenza emotiva protettiva, cioè legata alla protezione contro le avversità
Il comportamento di un individuo è determinato dall'effetto combinato delle valenze emotive dei suoi oggetti mentali, che gli fanno scegliere i pensieri e le azioni che permettono di ottenere il maggiore piacere e il minimo dolore. Il calcolo viene effettuato da meccanismi inconsci e consci simultaneamente. I meccanismi inconsci sono molto più veloci e immediati, di quelli consci, e li influenzano attraverso le anticipazioni di piacere e dolore, che sono essere stesse produttrici di piacere o dolore.
Il concetto di responsabilità è uno dei più problematici per l'umanità. Su di esso si basano l'etica, la politica e le dinamiche interpersonali. Essere responsabili di una situazione significa, infatti, avere avuto o avere ancora il potere e la libera volontà di determinarla nel bene o nel male.
L'Uomo tende ad assegnare ad una o più persone la responsabilità di qualunque cosa accada al mondo ad eccezione dei fenomeni puramente naturali. Molti pensano, infatti, che tutto ciò che accade avvenga per volontà di qualcuno, cioè di un essere umano o gruppo di esseri umani, oppure di Dio o altra entità spirituale.
E' difficile, per molti, ammettere che quasi tutto ciò che avviene nel mondo non è determinato dalla libera volontà umana né da quella divina. Infatti la volontà umana è in gran parte non libera ma deterministica, e quella divina è questione di fede e non è dimostrabile razionalmente. Ne consegue che quasi tutti cercano di dimostrare di non essere responsabili dei mali della società e di avere molti più meriti che demeriti.
Essere considerati responsabili di un male verso una o più persone è pericoloso e spaventoso, perché a ciò è associata l'idea di meritare perciò una punizione da parte del danneggiato o del resto della società, che, nei casi più gravi, potrebbe consistere nell'emarginazione sociale, violenze, pene detentive o perfino nella morte.
Siccome i mali della società sono sotto gli occhi di tutti, è importante avere un alibi per dimostrare di non esserne responsabili o corresponsabili. E allora, specialmente se si pensa che nulla avvenga per colpa di nessuno, è giocoforza che se noi non siamo responsabili del male, qualcun altro debba esserlo. Da qui la tendenza a cercare, non in noi stessi ma negli altri, i responsabili dei mali della società, cioè delle nostre sofferenze e di quelle altrui.
A tale scopo ci sono tantissime tesi, idee, congetture, teorie, e ideologie (politiche, economiche, storiche, religiose, spirituali, scientifiche ecc.) da cui si evince che certe persone non siano responsabili dei mali che affliggono la società, mentre lo siano altre persone. Tali supposizioni, deresponsabilizzanti per i loro proponenti e seguaci, sono sempre state popolari perché rispondono al bisogno di ogni essere umano di avere un alibi rispetto ai mali della società.
Da un punto di vista psicologico, il nostro bias cognitivo ci presenta una visione del mondo parziale e distorta in modo da essere deresponsabilizzanti per noi.
Da un punto di vista psicoanalitico, possiamo supporre che ognuno di noi tenda a rimuovere nell'inconscio ogni "prova" che potrebbe indebolire il nostro alibi rispetto ai mali della società.
La mia opinione è che ogni essere umano libero e capace di intendere e di volere sia, in proporzione alle sue capacità e possibilità, corresponsabile dei mali della società, a meno che non possa dimostrare di battersi efficacemente contro di essi (questo vale anche per la mia persona).
Infatti io credo che la responsabilità morale di un individuo non consiste solo nell'astenersi dal fare cose nocive come rubare, uccidere, mentire, ma include anche l'obbligo di impegnarsi attivamente, produttivamente, per il bene comune e il miglioramento della società.
Secondo me, per migliorare la società è indispensabile che i veri responsabili dei suoi mali ammettano la loro responsabilità o corresponsabilità e cerchino di migliorare il proprio comportamento, oppure che un'adeguato numero di persone combattano efficacemente per costringere i responsabili dei mali a correggersi.
Mi aspetto che gli argomenti che ho esposto in questo articolo siano sgraditi alla maggior parte della gente perché tendono a responsabilizzare ogni essere umano rispetto ai mali della società e a demistificare ogni tesi deresponsabilizzante.
Per questo mi aspetto una secca opposizione difensiva e controffensiva ai miei argomenti da parte dei più, consistente soprattutto in accuse, verso la mia persona, di arroganza, presunzione, ingenuità, ignoranza e mancanza di credenziali accademiche, anziché una pacifica discussione sulla fondatezza o infondatezza razionale delle idee che ho esposto.
Vedi anche Il peccato originale laico e la sua rimozione.
A mio parere, una delle leggi fondamentali che regolano l’attività dell’inconscio è quella che io chiamo la “legge del gradimento”. Infatti suppongo che una motivazione fondamentale, conscia o inconscia, di ogni umano sia quella di essere graditi ad una certo numero di altri umani, Ciò è dovuto al semplice fatto che, in mancanza di tale gradimento, è difficile per un individuo ottenere dagli altri la cooperazione indispensabile per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni.
Col termine “gradire” io intendo una gamma di disposizioni cognitive ed emotive di diversa qualità e intensità, che includono amare, piacere, approvare, stimare, rispettare, provare simpatia, fascino, affinità, solidarietà, fiducia, interesse, curiosità ecc. nei confronti di una persona.
Tuttavia, essere graditi agli altri non è facile, e a volte è impossibile, per vari motivi, e questa difficoltà o impossibilità è a mio avviso una delle maggiori cause d'infelicità per tutti gli esseri umani.
Essere graditi è difficile in primo luogo perché per ottenere il gradimento di una certa persona, uno deve corrispondere alle aspettative, agli ideali e ai valori di quella persona. In poche parole, uno deve essere come l’altro lo vuole.
Ovviamente ci può essere una discrepanza più o meno grande tra il tipo di persona desiderata dall’altro è il tipo di persona che si è. Quando tale discrepanza diventa rilevante, uno può essere tentato di cambiare la propria personalità per adattarla al tipo richiesto, ma questo adattamento può essere praticamente impossibile, o avere un costo che non vale la pena di pagare.
In secondo luogo, essere graditi è difficile per ragioni di competizione. Infatti, un umano può cooperare con un numero limitato di altri umani, e si trova perciò a scegliere con chi entrare in una relazione cooperativa. La scelta delle persone con cui relazionarsi non è casuale, ma normalmente selettiva, nel senso che si scelgono, consciamente o inconsciamente, le persone che maggiormente corrispondono ai propri tipi ideali. Di conseguenza, può sempre succedere, date due persone che si gradiscono reciprocamente, che ne sopraggiunga una terza che risulti maggiormente gradita, e quindi preferibile, per una di esse. Ne consegue spesso che il rapporto iniziale sia sostituito da uno nuovo stabilito con la persona sopraggiunta. In tal caso può nascere una competizione tra due persone per ottenere il maggior gradimento da parte della terza, competizione che termina normalmente con l’esclusione del perdente.
Inoltre può succedere che il gradimento tra due persone A e B non sia reciproco. Cioè che A sia gradito a B, ma B non sia gradito ad A. Ovviamente, in assenza di reciprocità di gradimento, una relazione è impossibile oppure dura poco.
A fronte delle difficoltà sopra descritte, la mente conscia, e ancor più quella inconscia, di ogni umano sono continuamente occupate nel cercare di stabilire cosa convenga fare e cosa convenga non fare per ottenere il maggior gradimento possibile dal maggior numero possibile di persone al minor costo possibile in termini di necessità di sacrificare parte della propria natura e/o dei propri beni.
C’è inoltre la necessità di stabilire quale sia il numero sufficiente di persone da cui essere graditi, numero che comunque non può essere inferiore a uno. Tuttavia si può decidere di prendere una posizione sgradita a tutte le persone conosciute nella speranza di essere graditi da qualcuno che ancora non si è incontrato. Allo stesso tempo è necessario stabilire i tipi di persone dalle quali cercare di esere graditi.
Un’altra costante occupazione della mente umana consiste nello stabilire il limite entro il quale è tollerabile e conveniente adattarsi ai desideri e alle aspettative di un’altro, e oltre quale limite tale adattamento è intollerabile o non conveniente.
Per concludere, credo che nessun umano possa sfuggire alla legge del gradimento sopra descritta, e che perciò ci convenga obbedire ad essa in modo consapevole, intelligente e razionale.
Il fatto che filosofia e psicologia siano discipline distinte è, secondo me, una disgrazia. Tranne rarissimi casi (rappresentati ad esempio da William James e Luigi Anepeta), gli psicologi usano poco la filosofia e ancor meno i filosofi usano la psicologia. Il buon senso vuole che filosofia e psicologia abbiano lo stesso fine, cioè quello di migliorare le condizioni degli individui e della società. Se così non fosse dovrei pensare che il loro scopo è quello di manipolare la gente a fini politici, commerciali, religiosi o di discriminazione sociale, cosa che comunque avviene in molti casi.
Ma supponiamo che il fine sia solo il primo che ho detto. Ebbene, perché, malgrado l'obiettivo comune queste discipline si ignorano praticamente a vicenda? Secondo me, perché più forte della ricerca della verità, è la ricerca della supremazia da parte di intellettuali, accademici e professionisti, e per il timore che una delle due discipline possa rompere le uova nel paniere dell'altra, perché dicono cose diverse, usano linguaggi diversi, ed ognuna ha la presunzione di essere sufficiente allo scopo prefissato.
Si potrebbe fare filosofia della psicologia o psicologia della filosofia, ma filosofi e psicologi se ne guardano bene, per una sorta di rispetto reciproco come tra religioni diverse che si tollerano a vicenda evitando ciascuna di invadere il campo altrui. Insomma, per un tacito accordo di non disturbarsi reciprocamente. Invece io credo che i filosofi farebbero bene a criticare il sapere e il comportamento degli psicologi usando gli strumenti della filosofia, come gli psicologi farebbero bene a criticare il sapere e il comportamento dei filosofi usando gli strumenti della psicologia. Farebbero ancora meglio tutti quanti a smettere di chiamarsi filosofi o psicologi, e a farsi chiamere "umanologi" (o "panantropologi", termine coniato da Luigi Anepeta) e ad usare senza distinzioni tutte le discipline umane e sociali, e cioè, oltre alla filosofia e alla psicologia, anche la sociologia, l'antropologia, la neurobiologia, la psichiatria, la storia, la genetica, ecc.
Sia la filosofia che la psicologia non sono generalmente prese in considerazione dalle masse né da molte persone di elevata istruzione. Esse vengono infatti più insegnate che praticate. La filosofia viene da molti vista come una perdita di tempo, una fabbrica di aria fritta, mentre la psicologia viene da molti considerata roba per persone con disturbi mentali.
Il motivo per cui la filosofia è poco rispettata è dovuto secondo me alla sua cattiva reputazione di inconcludenza da una parte, e, dall'altra, per essere considerata (giustamente o ingiustamente) causa di ideologie catastrofiche, come il nazismo e il comunismo. Inoltre le religioni hanno sempre avuto la meglio sulle filosofie per motivi che la psicologia e la stessa filosofia potrebbero spiegare.
In quanto alla psicologia, il motivo per cui essa non è rispettata né dalle masse né dalla maggior parte degli intellettuali è, secondo, me legato a diversi fattori tra i quali due mi sembrano particolarmente significativi.
Il primo è che si tratta di una disciplina ancora giovane (molto più della filosofia), incompleta, riduzionista, disorganica, caotica, controversa, settaria e spesso velleitaria. Qualità che, troviamo anche in molte filosofie.
Il secondo è che essa è potenzialmente pericolosa a tutti i livelli. Infatti la psicologia, occupandosi principalmente dei meccanismi (consci e inconsci) che determinano il comportamento umano individuale e sociale, ha, in teoria, la capacità di demistificare, e in tal modo minare, le basi delle visioni del mondo individuali, delle culture, tradizioni, religioni, e del consenso politico. Alla luce della psicologia, le persone potrebbero infatti sottrarsi ad un conformismo inconsapevole e cambiare mentalità e comportamento in modo incontrollato, e non c'è nulla che faccia più paura, a livello inconscio, di un cambiamento imprevedibile a livello individuale o sociale.
Per concludere, auspico la formazione di un'unica disciplina organica (che si potrebbe chiamare umanologia o panantropologia), che organizzi in modo eclettico e integrato tutti i saperi accumulati dalle diverse discipline umane e sociali. In tal modo la cultura umanistica potrebbe ottenere il rispetto di cui oggi non gode a causa della sua frammentazione e disorganicità, ed essere più praticata che insegnata.
Ogni comportamento umano è il risultato di una strategia più o meno consapevole, per la soddisfazione di un complesso di bisogni ricorrenti più o meno consci o inconsci, repressi o espressi, più o meno frustrati, sani, morbosi, autoprodotti o indotti dall'esterno.
Senza il concetto di
bisogno (in senso esteso) i comportamenti umani sono incomprensibili e inspiegabili e, in quanto tali, difficilmente modificabili.
Nei "bisogni" occorre includere anche gli "antibisogni", cioè le paure e le repulsioni, ovvero i bisogni di evitare qualcosa.
Tutto parte dal bisogno dei geni di ogni specie, compresa quella umana, di riprodursi. Da quel bisogno primordiale si sviluppano tutti gli altri, come tattiche o strategie per soddisfare i bisogni di ordine superiore.
In ogni specie vivente, il corpo con i suoi organi non è che un mezzo per permettere ai geni di quella specie di riprodursi. Lo sono anche il cervello umano e la psiche, che permettono la riproduzione dei geni attraverso un complesso di bisogni intermedi, a vari livelli funzionali, che si sono formati nel corso della filogenesi della specie e si sviluppano nell'ontogenesi di ciascun individuo.
In altre parole, ogni bisogno è derivato da un bisogno di ordine superiore rispetto al quale è strumentale. Vale a dire che nessun bisogno è fine a stesso, ma ciascuno è il mezzo per soddisfarne un altro precedente. Per esempio, il bisogno di mangiare "serve" a soddisfare il bisogno di nutrimento delle cellule del corpo, mentre il bisogno di denaro serve a soddisfare il bisogno di mangiare e altri bisogni. Altro esempio: il bisogno di avere un rapporto sessuale serve al bisogno di riproduzione dei geni e ad altri bisogni, come quello di riconoscimento, appartenenza o prestigio sociale, che, a loro volta, servono altri bisogni.
Col termine
bisogno in senso esteso intendo qualsiasi motivazione, aspirazione, passione, volontà, intenzione, preferenza, desiderio, inclinazione, tensione, paura, repulsione, bisogno, sia conscio che inconscio, costruttivo o distruttivo, innato o acquisito, autoprodotto o indotto dall'esterno.
La maggior parte degli esseri umani non hanno una sufficiente consapevolezza di quali siano i propri reali bisogni, hanno idee sbagliate o riduttive su di essi, hanno bisogni repressi e altri morbosi.
Per bisogni morbosi intendo bisogni non autoprodotti, ma indotti dalla naturale predisposizione umana a farsi plasmare da genitori, educatori ed ambiente sociale (in modo difficilmente reversibile), dalla inclinazione al conformismo, dalla fisiologica resistenza al cambiamento e da una cultura di massa che ci manipola a vantaggio dei poteri economici, politici e religiosi nel senso che tende a ridurre l'uomo al ruolo di consumatore, investitore, lavoratore, servitore, elettore, patriota, militante, credente ecc., secondo schemi comportamentali e motivazionali predefiniti, anziché favorire il libero sviluppo delle potenzialità e differenze individuali e l'autodeterminazione a livello individuale e sociale.
Un bisogno può essere morboso sia in senso qualitativo che quantitativo. Nel primo caso si tratta del bisogno di qualcosa di cui non abbiamo veramente bisogno; nel secondo, si tratta di un bisogno di qualcosa in misura esagerata per eccesso o difetto rispetto alla quantità di cui abbiamo veramente bisogno.
La soddisfazione di un bisogno morboso, nel medio o lungo termine, si dimostra più utile che dannosa per il benessere dell'individuo.
Distinguere i bisogni sani da quelli morbosi dovrebbe essere uno dei principali interessi di ogni essere umano, per favorie la soddisfazione dei primi e la neutralizzazione dei secondi, specialmente nella negoziazione dei rapporti umani.
Per riassumere:
- Ogni attività di un essere vivente (compreso l'Uomo) è finalizzata alla soddisfazione di un sistema di bisogni presenti in esso
- Nessun bisogno è fine a se stesso, ma ogni bisogno è funzionale alla soddisfazione di un altro bisogno;
- Il bisogno primario (da cui sono derivati tutti gli altri) in ogni essere vivente è quello della riproduzione dei suoi geni
- Un bisogno può essere più o meno sano o morboso per il benessere dell'individuo a medio e lungo termine;
- Distinguere i bisogni sani da quelli morbosi è essenziale per favorire la soddisfazione dei primi e la neutralizzazione dei secondi
Statuscopio: Il software inconscio che calcola lo status sociale proprio e altrui e influenza emozioni e motivazioni
L’essere umano è una creatura sociale la cui sopravvivenza e successo dipendono in larga misura dalla capacità di interagire con gli altri in strutture gerarchiche complesse. Il termine "statuscopio" (coniato da Bruno Cancellieri in ambito psicologico) si riferisce a un ipotetico agente mentale inconscio che monitora costantemente lo status relativo della propria persona all’interno di un sistema sociale, influenzando emozioni e comportamenti per ottimizzarlo. Questo concetto aiuta a spiegare fenomeni psicologici e sociali come la competizione, l’ambizione, la vergogna, l’invidia, il rispetto, il desiderio di riconoscimento, ecc.
In sociologia, il termine "status" si riferisce alla posizione o al ruolo che un individuo occupa all'interno di un sistema sociale. Può essere definito in base a vari criteri, come il prestigio, il potere, la ricchezza, l'educazione o il riconoscimento sociale.
Il Funzionamento dello Statuscopio
Lo statuscopio può essere immaginato come un dispositivo che:
- Valuta continuamente lo status relativo in vari ambiti (economico, politico, morale, intellettuale, ecc.), confrontando il proprio livello con quello altrui, e, più in generale, il livello di qualsiasi persona con quello di qualsiasi altra.
- Attiva emozioni e motivazioni adattive per preservare o migliorare la propria posizione sociale, generando sentimenti di orgoglio o soddisfazione quando il proprio status è alto, e di vergogna o frustrazione quando si percepisce una perdita di status.
- Influenza le strategie comportamentali, come la competizione, l’auto-promozione, l’alleanza con individui di alto status, o il conformismo per evitare l’emarginazione.
Il meccanismo di funzionamento dello statuscopio è probabilmente frutto dell’evoluzione, poiché nei gruppi umani e animali la posizione gerarchica è spesso correlata all’accesso a risorse e opportunità riproduttive.
Evidenze Psicologiche e Sociali
Numerose ricerche in psicologia sociale supportano l’idea di un monitoraggio automatico dello status. Ad esempio:
- Teoria della gerarchia sociale: Studi dimostrano che le persone tendono ad attribuire valore all’autoaffermazione del proprio status e reagiscono negativamente a minacce percepite alla loro posizione.
- Neuroscienza sociale: Ricerche con neuroimaging indicano che la corteccia prefrontale e il sistema della ricompensa sono coinvolti nel monitoraggio dello status.
- Esperimenti sull’autostima: L’autostima può essere interpretata come un sottoprodotto dello statuscopio, agendo come un feedback interno sulla nostra posizione sociale.
Implicazioni Sociali e Comportamentali
Il concetto di statuscopio offre una chiave di lettura per molte dinamiche sociali:
- Competizione e cooperazione: Il desiderio di migliorare lo status può incentivare sia la competizione sia la cooperazione strategica.
- Polarizzazione politica e morale: L'identificazione con gruppi di alto status (reale o percepito) può spingere le persone a difendere ideologie che rafforzano la loro posizione.
- Effetti sulla salute mentale: Uno statuscopio ipersensibile potrebbe contribuire ad ansia sociale, depressione o narcisismo, mentre uno scarsamente attivo potrebbe portare a apatia o mancanza di ambizione.
Autocensura dello statuscopio
In molte culture, la ricerca esplicita dello status è considerata immorale o socialmente inaccettabile, associata a comportamenti come l'arroganza, la vanità o l'opportunismo. Di conseguenza, il desiderio di migliorare il proprio status potrebbe essere soggetto a rimozione, un meccanismo inconscio di difesa che esclude dalla coscienza impulsi o desideri ritenuti inaccettabili. Questa rimozione renderebbe il funzionamento dello statuscopio ancora più inconscio, portando gli individui a perseguire l'elevazione del proprio status senza esserne pienamente consapevoli, manifestando tali impulsi attraverso comportamenti indiretti o razionalizzazioni.
Conclusioni
Lo statuscopio rappresenta un modello utile per comprendere il comportamento umano in relazione alla gerarchia sociale. Sebbene non sia un’entità fisica, le sue funzioni possono essere identificate attraverso studi psicologici e neuroscientifici. Riconoscere l’esistenza di questo agente inconscio può aiutare a gestire meglio le dinamiche sociali e le emozioni legate allo status, promuovendo una maggiore consapevolezza delle nostre motivazioni e reazioni interpersonali.
Il comportamento di un essere umano, quando non è volontariamente casuale, segue certe logiche consce e/o inconsce. Le logiche di comportamento consistono nella riproduzione (copia, imitazione, ripetizione) di certi modelli di comportamento appresi dal soggetto in qualche fase della sua vita.
I modelli di comportamento costituiscono strategie di soddisfazione dei bisogni, nel senso che attraverso la loro riproduzione, e solo attraverso essa, l'individuo riesce a soddisfare i propri bisogni ottenendo la necessaria cooperazione da parte degli altri.
L’uomo apprende spontaneamente modelli di comportamento, per un bisogno di imitazione geneticamente determinato. Infatti la vita sociale non sarebbe possibile senza l’apprendimento e la riproduzione di modelli.
Un individuo non copia direttamente il comportamento di altri individui, ma lo fa indirettamente e inconsciamente, attraverso modelli che il soggetto costruisce nella propria mente osservando il comportamento altrui.
Da bambini siamo premiati quando riproduciamo i modelli desiderati dai nostri educatori, puniti quando non li riproduciamo o non lo facciamo abbastanza fedelmente. In tal modo apprendiamo una quantità di modelli di comportamento a cui attribuiamo valori che dipendono dalla cultura in cui siamo stati educati.
Ogni essere umano riproduce continuamente (consciamente o inconsciamente) modelli di comportamento che sono al tempo stesso modelli di interazione, di partecipazione, di integrazione sociale e di pensiero.
Comportamenti, azioni, gesti, pensieri che non seguano qualche modello socialmente condiviso sono possibili, ma molto rari e difficili da attuare in quanto richiedono uno sforzo di volontà e di autocontrollo in tal senso. D'altra parte, l'apprendimento umano è basato sull'imitazione di modelli e tutto ciò che abbiamo appreso è parte di modelli.
Ad ogni transazione sociale viene attribuito un significato facendo riferimento a qualche modello condiviso. Quando non si trova un modello corrispondente, la transazione viene percepita come
strana o violenta.
I mass media presentano modelli di comportamento pronti da riprodurre, da imitare, da indossare, con ruoli predefiniti da assumere, che promettono una soddisfacente partecipazione sociale e/o la soddisfazione di bisogni individuali
Siamo talmente dipendenti dai modelli di comportamento, che abbiamo una preoccupazione strutturale a tale riguardo. Viviamo sempre, consciamente o inconsciamente, nel timore che stiamo riproducendo modelli sbagliati, che non stiamo riproducendo abbastanza bene i modelli che abbiamo adottato o che non stiamo riproducendo alcun modello. In altre parole, abbiamo paura di non aver appreso modelli condivisi, o di non averli appresi abbastanza bene, o di non essere capaci di riprodurli abbastanza bene.
Quando il nostro grado di imitazione di un certo modello (cioè la nostra performance quantitativa e qualitativa rispetto alla sua riproduzione) è sotto una certa soglia, si genera in noi un'ansia e una motivazione a migliorare la riproduzione del modello stesso. L'ansia si genera anche quando non sono ben definiti i modelli da imitare. Quando invece abbiamo la sensazione di aver riprodotto abbastanza bene i nostri modelli preferiti, proviamo soddisfazione, gioia e un senso di sicurezza.
Suppongo che nella psiche di ogni essere umano vi sia un sistema omeostatico inconscio che sorveglia in ogni momento il grado (quantitativo e qualitativo) di imitazione dei modelli sociali adottati e innesca sentimenti di piacere o dolore per spingere l’individuo, rispettivamente, a mantenere la riproduzione se buona, e a correggerla se cattiva o carente. Dato che questa omeostasi fa leva sui sentimenti, mi piace chiamarla
omeostasi sentimentale.
L'omeostasi sentimentale sopra descritta (che io chiamo "mimetica") non è l'unico processo che regola il comportamento dell'individuo. Infatti essa è affiancata da un'omeostasi (anch'essa
sentimentale) di livello funzionale più alto, che sorveglia la soddisfazione di tutti i bisogni e che innesca sentimenti piacevoli quando i bisogni vengono soddisfatti, spiacevoli quando sono insoddisfatti. Userò l'aggettivo
motivazionale per distinguere questa omeostasi da quella
mimetica.
L'omeostasi
mimetica può essere più o meno coerente o contrastante rispetto a quella
motivazionale. Ciò dipende dalla misura in cui un certo modello di comportamento è in grado di soddisfare i bisogni del soggetto.
A conclusione di quanto sopra, faccio le seguenti considerazioni.
- Dovremmo cercare di conoscere le caratteristiche generali dei modelli di comportamento nostri e altrui piuttosto che aspetti di dettaglio o particolari degli stessi.
- Dovremmo chiederci in quale misura i modelli di comportamento nostri e altrui soddisfano i bisogni nostri e altrui.
- Un modello di comportamento può essere modificato a livello individuale mediante una psicoterapia o un processo di automiglioramento, a livello sociale mediante una negoziazione esplicita delle modifiche in modo da migliorare la soddisfazione dei bisogni degli interessati.
- Se vogliamo migliorare la società dobbiamo migliorare i modelli di comportamento che regolano le interazioni sociali.

Nulla ha valore in sé. Qualsiasi ente (cioè qualunque cosa vivente o non vivente, o idea) ha il valore che ad esso certi esseri viventi attribuiscono in funzione dei propri bisogni. Il valore è comunque relativo e variabile, dato che due esseri viventi possono attribuire un valore diverso allo stesso ente. Inoltre uno stesso essere vivente può attribuire un valore diverso ad un certo ente in diverse situazioni.
Ciò che vale viene raccolto, ricercato, desiderato, amato, conservato, rispettato, salvaguardato, celebrato, adorato, amato, apprezzato, seguìto, imitato, retribuito; mentre ciò che non vale viene ignorato, abbandonato, escluso, distrutto, disprezzato, odiato, respinto, punito, allontanato, ucciso.
Per di più, gli umani si valutano reciprocamente e temono di essere valutati negativamente, ovvero svalutati. Infatti, per un umano essere valutato negativamente dalla maggior parte degli altri può comportare la morte o una dolorosa emarginazione.
Inoltre le valutazioni sono significative per determinare le gerarchie sociali, nel senso che chi riceve le valutazioni più positive ha maggiori possibilità di occupare i posti più alti nelle varie gerarchie sociali.
Le persone che danno ad uno stesso ente lo stesso valore (positivo o negativo) tendono a valutarsi positivamente reciprocamente. Le persone che danno ad un ente valori contrastanti (uno negativo, l’altro positivo) tendono a valutarsi negativamente reciprocamente. L’effetto emotivo, nei rapporti tra due persone, del contrasto delle loro valutazioni verso terzi è stato teorizzato da Fritz Heider (vedi la sua teoria dell’
equilibrio cognitivo).
Per quanto sopra, gli umani sono ossessionati dalle valutazioni altrui e dalle proprie, sia verso terzi che nei propri confronti, dato che ognuno viene valutato anche in base al modo in cui valuta i terzi e se stesso.
Nonostante ciò, o proprio a causa di ciò, gli umani esitano a parlare esplicitamente delle proprie valutazioni e autovalutazioni. Temono infatti di essere valutati negativamente a causa delle proprie valutazioni, che tendono perciò ad esprimere solo verso coloro che presumibilmente sono d'accordo con esse.
A complicare questa faccenda è il fatto che ogni valutazione può essere essa stessa oggetto di valutazione. Suppongo infatti che ogni ente, nel momento in cui esso viene contemplato da un essere vivente, è oggetto di valutazione da parte di questo (anche solo per decidere in che misura esso sia importante).
Di conseguenza, anche il presente documento, che è dedicato al valutare, è oggetto di valutazione da parte mia, e può esserlo da parte di tutti coloro a cui capita di conoscerlo. Per di più, io mi aspetto di essere valutato in quanto autore di questo documento, in funzione del valore che viene attribuito al documento stesso.
Si potrebbe dunque dire che ogni valutazione comporta ulteriori valutazioni da essa derivate, sia nei confronti dell’ente valutato, sia nei confronti del valutatore.
In altre parole, se io valuto in un certo modo un certo ente, valuto automaticamente coloro che sono d’accordo con la mia valutazione e coloro che non sono d’accordo con essa, e al tempo stesso mi espongo ad essere valutato in funzione della mia valutazione.
Queste connessioni logiche tra valutazioni possono essere talmente complesse e cariche di affettività positive e negative, da causare uno stress emotivo e una rimozione in senso psicoanalitico.
Succede infatti spesso, in ogni umano, che la rete delle proprie valutazioni sia rimossa, tutta o in parte, nel suo inconscio, mentre a livello cosciente egli cerchi di evitare di esprimere esplicitamente qualsiasi valutazione che possa contrastare con quelle della propria comunità di appartenenza e quelle delle persone della cui cooperazione ha bisogno.
Per quanto riguarda i rapporti interpersonali, esprimere valutazioni negative su certe idee e/o certi comportamenti dell’interlocutore è normalmente causa di conflitto e di ostilità. Infatti la valutazione negativa può essere percepita, da chi la riceve, come atto ostile, finalizzato ad offenderlo o umiliarlo, anche quando si tratta della pacifica esposizione di una parere diverso. È anche vero che a volte una valutazione negativa può essere espressa solo per ferire l’interlocutore.
Le valutazioni negative possono dunque essere usate come armi per umiliare, o essere considerate come tali da chi le riceve, anche quando non lo sono. Questo fatto contribuisce a mantenere una censura riguardo all’espressione di valutazioni.
Il concetto di valutazione può essere una chiave per comprendere l’umorismo, cioè le dinamiche che sono alla base dell’effetto umoristico di certe interazioni sociali.
Infatti, se è vero che l’effetto umoristico è dovuto all'improvvisa trasformazione di un contesto da minaccioso a rassicurante, i due contesti potrebbero essere caratterizzati il primo da una valutazione negativa, il secondo da una positiva, valutazioni in cui lo spettatore si identifica in qualche modo come valutato e/o come valutatore.
Il concetto di valutazione può essere anche una chiave per comprendere il conformismo, in quanto fenomeno di imitazione o riproduzione di valori. Intendo dire che un umano, preso atto del valore che gli altri attribuiscono a certi enti, tende a riconoscere tali valori come tali, e a farli propri, allo scopo di facilitare la propria integrazione sociale e la propria appartenenza ad una comunita, laddove una comunità è essenzialmente una collettività che condivide certi valori.
Per concludere, a mio avviso abbiamo tutto l’interesse a considerare consapevolmente, ovvero consciamente, le valutazioni nostre e quelle altrui, sia per correggerle e migliorarle, sia per capire quando è opportuno rivelarle e quando conviene evitare di farlo.
E allora, vedendo una foto, un film, uno spettacolo, o leggendo un libro, può essere utile chiedersi: quali valori? Quali valutatori? Quali valutazioni? Quali conseguenze delle valutazioni? Quali contrasti e quali affinità tra valutazioni di persone diverse?
La difficoltà di comunicare in modo creativo da parte di quasi tutti gli esseri umani
Gli esseri umani mi sembrano fortemente limitati nelle loro capacità di comunicazione con persone al di fuori della loro cerchia di familiari, amici, colleghi, clienti e fornitori. Ed anche all'interno di tale cerchia, la comunicazione mi sembra molto limitata sia nei tipi di temi trattati, sia nella profondità del trattamento.
Esistono modi stereotipati di comunicare ai quali pochi riescono a sfuggire, e nella grande maggioranza dei casi la comunicazione obbedisce ad una serie di obblighi, divieti, paure, consuetudini che riguardano le persone con cui si può, non si può, si deve, non si deve, conviene, non conviene parlare e di cosa si può, non si può, si deve, non si deve, conviene, non conviene parlare, con tutte le combinazioni possibili (ad esempio, solo con certe persone si può parlare di certe cose).
Mi chiedo se queste limitazioni della libertà di comunicare siano dovute a scelte volontarie e consapevoli, a imposizioni più o meno esplicite da parte della cultura dominante oppure a forze involontarie più o meno consce. Quale che sia la causa o l'insieme di cause di tali limitazioni, io credo che esse abbiano un ruolo importante nei mali dell'umanità e nel ritardo del progresso civile.
La comunicazione tra due esseri umani ha generalmente uno o più scopi che possono essere di tipo:
- rituale
- collaborativo
- commerciale
- ludico
- sessuale
- violento
- creativo
La comunicazione rituale serve ad affermare o confermare un'identità, un'appartenenza, una fedeltà, una sottomissione, una devozione, un'obbedienza, un ruolo sociale o una posizione gerarchica o funzionale nell'ambito di un sistema socioculturale comune.
La comunicazione collaborativa serve a coordinare attività produttive.
La comunicazione commerciale serve a coordinare uno scambio di beni, servizi o informazioni.
La comunicazione ludica serve a procurare stimolazione gradevole, piacere, divertimento, ilarità, allenamento fisico e mentale mediante simulazione di situazioni reali.
La comunicazione sessuale serve a stimolare o favorire l'unione sessuale a fini di piacere o di riproduzione.
La comunicazione violenta serve a imporre, attraverso minacce o lesioni, uno stato di sottomissione, sfruttamento, umiliazione, sconfitta o, nei casi estremi, a provocare l'annientamento di una persona o categoria di persone.
La comunicazione creativa serve a stimolare e facilitare, attraverso la conversazione e la discussione, la concezione di nuove idee e soluzioni utili alle persone che interloquiscono o ad altre.
Nel mondo attuale le comunicazioni rituali abbondano soprattutto in ambiti tradizionali, quelle collaborative sono abbastanza diffuse ma generalmente limitate ad ambiti aziendali, quelle commerciali sono molto diffuse (troppo, secondo me), quelle ludiche sono abbastanza diffuse tra i bambini ma poco tra gli adulti, la comunicazione sessuale è molto diffusa in forme più o meno esplicite, la comunicazione violenta è tragicamente diffusissima soprattutto in certe zone del pianeta e delle nostre città, la comunicazione creativa è molto rara.
La comunicazione creativa sembra essere oggetto di inibizione a livello di inconscio individuale e collettivo. Infatti la creatività è politicamente pericolosa perché in grado di minare le gerarchie politiche e religiose criticando le basi del loro potere. La comunicazione creativa è per definizione libera da schemi e condizionamenti, ma la libertà fa paura, come spiegato mirabilmente da E. Fromm in Fuga dalla libertà. La creatività richiede libertà e sviluppa ulteriormente la libertà stessa attraverso la concezione di nuove opzioni, compresa quella di stabilire nuove relazioni sociali al di fuori della propria cerchia. In altre parole, la creatività crea instabilità nelle relazioni sociali. La comunicazione creativa richiede e sviluppa l'intelligenza e questa è pericolosa perché tendenzialmente favorisce un ordinamento politico-sociale in cui le persone più intelligenti e creative potrebbero o dovrebbero occupare le posizioni gerarchiche più elevate, mentre sappiamo che fino ad oggi le cose hanno funzionato diversamente.
Per coltivare la creatività bisogna superare inibizioni inconsce (individuali e collettive) e trovare il coraggio di comportarsi in modo non conforme a quello imposto dalla subcultura di appartenenza, inclusa l'eventualità di rompere le relazioni con le persone a cui si è legati e che perciò cercano di scoraggiare il nostro desiderio di crescita e di libertà intellettuale e sentimentale. In altre parole, la creatività ci aiuta e ci spinge a cambiare, e perciò ad essa si oppongono (consciamente o inconsciamente) tutti quelli che non vorrebbero vederci diversi se non in modi ad essi favorevoli.
Coltivare la creatività è un'opportunità a disposizione di tutti per cambiare in meglio se stessi e il mondo. Fortunati quelli che hanno l'intelligenza e il coraggio di praticarla, anche se essa può comportare un isolamento sociale più o meno grande nei confronti di coloro che temono le sue conseguenze, destabilizzanti l'ordine sociale e mentale a cui sono abituati.
Oggi Internet dà a tutti la possibilità di comunicare con qualunque altra persona al mondo, conosciuta o sconosciuta, senza limiti di distanza e con strumenti di selezione molto sofisticati per facilitare l'incontro tra persone con caratteristiche e/o interessi affini. Ma queste enormi potenzialità vengono sfruttate ancora molto poco per i motivi detti sopra (fatta eccezione per i siti di incontri a sfondo sessuale). Spero che intorno all'obiettivo della comunicazione creativa possano nascere dei social network in grado di migliorare la situazione mediante la condivisione e la promozione di una mentalità aperta, tesa al reciproco arricchimento.
Quando non sento l'impulso a fare una certa cosa, chiedo al mio inconscio cosa vuole che io faccia, e attendo pazientemente le sue risposte.
Per ogni risposta che ricevo, valuto le conseguenze dell'azione suggerita, e decido se eseguirla o astenermi da essa.
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Ho chiesto a ChatGPT di sviluppare questo mio pensiero, e questa è la sua risposta:
Il pensiero che esponi può essere sviluppato come un piccolo metodo di dialogo interiore, fondato sull’idea che la volontà cosciente non esaurisca tutte le nostre possibilità di orientamento. Ecco un possibile sviluppo articolato:
Quando non sento l’impulso a fare una certa cosa, riconosco che il silenzio dell’azione è un segnale. Non è sempre pigrizia o mancanza di motivazione: a volte è un vuoto fertile, un momento in cui la coscienza non sa che dire. Invece di forzarmi ad agire secondo un dovere astratto o un automatismo, accetto questa sospensione come uno spazio d’ascolto.
Chiedo allora al mio inconscio cosa vuole che io faccia. Non come si consulta un oracolo esterno, ma come si interroga un’altra parte di sé — più antica, più sintetica, più libera dai ragionamenti lineari. La domanda non ha bisogno di parole; basta un atteggiamento ricettivo, una disponibilità. A volte la risposta emerge sotto forma di immagine, di associazione, di desiderio improvviso, o di una resistenza che parla da sé.
Attendo pazientemente le sue risposte. L’inconscio non risponde a comando, e la pazienza è la condizione dell’ascolto autentico. Attendere non è passività: è un atto di rispetto verso una forma di intelligenza che opera con altri ritmi e altre logiche.
Per ogni risposta che ricevo, valuto le conseguenze dell’azione suggerita. La voce dell’inconscio non è infallibile: è viva, ma non necessariamente saggia. Essa propone, la coscienza dispone. È qui che si esercita la responsabilità morale e la capacità di discernimento. Il dialogo interiore diventa allora un luogo d’incontro fra impulso e giudizio, fra desiderio e prudenza.
E decido se eseguirla o astenermi da essa. In entrambi i casi, l’atto resta consapevole. Agire significa dare fiducia all’intuizione; astenersi significa riconoscere che non tutte le forze che ci attraversano meritano di diventare gesto. Ciò che conta è che la decisione non nasca né da un automatismo né da un vuoto di coscienza, ma da una collaborazione fra i due poli della psiche: la mente vigile e la profondità che la sostiene.
Ho fatto la stessa domanda a Gemini, e questa è la sua risposta:
Questo è un approccio profondamente introspettivo e metodico per superare l'inerzia o l'indecisione.
L'Ascolto dell'Inconscio
Questo processo si basa sull'idea che l'inconscio sia un deposito di saggezza, bisogni autentici e intuizioni che la mente razionale non riesce a formulare immediatamente. Quando manca l'impulso cosciente—quel "non sento di fare una certa cosa"—si crea un vuoto che la razionalità fatica a colmare. Invece di forzare l'azione, ti rivolgi a una fonte più profonda.
Chiedere al tuo inconscio non è un esercizio casuale, ma un atto di fiducia e ricezione passiva. È come porre una domanda all'interno di una stanza silenziosa e attendere che l'eco ritorni, sia sotto forma di un'immagine, una sensazione viscerale, un sogno, o una subitanea "idea" che emerge dal nulla.
Aspettare pazientemente le risposte è cruciale. Dimostra rispetto per i tempi dell'inconscio, che non opera secondo gli schemi di urgenza della mente logica. È in questo stato di attesa, spesso meditato o rilassato, che le risposte possono affiorare.
L'Analisi Razionale delle Conseguenze
Una volta che l'intuizione o la risposta emerge dall'inconscio, il processo si sposta dall'interno verso l'esterno, reintroducendo la ragione e la responsabilità personale. Questo è il momento di un dialogo equilibrato tra intuizione e logica.
Valutare le conseguenze dell'azione suggerita significa sottoporre l'impulso inconscio a un rigoroso "test di realtà". Ti chiedi:
- Impatto a breve termine: Quali saranno gli effetti immediati? Mi darà sollievo, gioia, o creerà un conflitto?
- Impatto a lungo termine: Questa azione è in linea con i miei valori, i miei obiettivi di vita, e il tipo di persona che voglio essere?
- Etica e praticità: È fattibile? È eticamente corretta? I benefici superano i potenziali costi o rischi?
La Sintesi: Scelta Consapevole
L'ultima fase è la decisione finale: eseguire o astenersi.
Questo non è un mero automatismo in cui segui l'impulso inconscio. È una sintesi ponderata che eleva l'azione a un livello di massima consapevolezza.
- Se l'intuizione inconscia supera il vaglio razionale e si allinea ai tuoi obiettivi, l'azione sarà intrapresa con forza e convinzione, perché è supportata sia dalla tua saggezza interiore sia dalla tua logica.
- Se l'impulso inconscio (ad esempio, un desiderio autodistruttivo o irrealistico) non supera il vaglio delle conseguenze, scegli di astenersi. In questo caso, l'inconscio ha comunque fatto il suo lavoro portando il desiderio alla luce, ma la mente cosciente interviene per proteggere il tuo benessere a lungo termine.
In sostanza, questo è un modello decisionale maturo che fonde la profondità junghiana (l'ascolto dell'ombra/inconscio) con la praticità aristotelica (la valutazione razionale delle conseguenze), trasformando una potenziale paralisi decisionale in un atto di auto-direzione illuminata.
Il comportamento umano (di cui fa parte anche il pensiero) è determinato da motivazioni per lo più inconsce. Tra queste, alcune sono simili a quelle di altri animali, altre sono tipicamente ed esclusivamente umane.
Data l'interdipendenza degli esseri umani, le motivazioni tipicamente umane sono incentrate sul bisogno di cooperazione sociale e includono ogni strategia e tattica che possa facilitare la cooperazione stessa.
La cooperazione sociale ha un costo in termini di obblighi e di limitazioni della libertà individuale in quanto nessun umano concede la sua cooperazione “gratuitamente”. Infatti ognuno esige, in cambio della propria cooperazione, un adeguato bene o un’adeguata cooperazione, ovvero certi comportamenti e certe limitazioni di comportamento da parte di coloro con con cui coopera.
Dato il bisogno (e/o desiderio) umano di libertà, la motivazione umana fondamentale consiste nell’ottenere la massima cooperazione col minimo “costo”, cioè mantenendo la massima libertà (compresa quella di interrompere la cooperazione, o di modificarne i termini, quando si vuole) riducendo al minimo i necessari impegni per quanto possibile.
La cooperazione sociale è regolata da leggi (scritte e non scritte) stabilite da tradizioni e da autorità comunemente riconosciute, leggi che devono essere accettate e rispettate come condizione per poter cooperare. Tali leggi, diverse in ogni gruppo sociale, stabiliscono forme, norme, valori, obblighi e libertà nelle relazioni cooperative. In quasi tutte le società democratiche, tra le libertà riconosciute c’è quella di scegliere i propri partner nei vari ambiti. In altre parole, ognuno può scegliere con chi cooperare e con chi non cooperare.
Il fatto che nessuno sia obbligato a cooperare con qualcuno (cioè che la cooperazione sia un diritto ma non un dovere) fa sì che la cooperazione non sia mai garantita (tranne nell’infanzia, da parte dei genitori verso i figli), ma sia soggetta all’”attrattività” della propria persona. In altre parole, quanto più una persona è “attraente” in un certo ambito, tanto più facilmente trova persone interessate a cooperare con essa in quell’ambito.
La probabilità di trovare persone disponibili a cooperare con se stessi è anche determinata dalle risorse di cui un individuo può disporre per “comprare” o imporre la cooperazione stessa. In altre parole, tale probabilità è legata al “potere” politico ed economico di cui la persona dispone.
Per quanto detto sopra, possiamo ipotizzare la presenza, nella logica dell’inconscio, di due tipi di gerarchie sociali, che io chiamo “gerarchie capacitive” e “gerarchie attrattive”.
Per “gerarchia capacitiva” intendo una scala comparativa della capacità (cioè del potere) di imporre ad altri regole di cooperazione (obblighi e libertà) a cui sottostare, oppure di “comprare” una certa cooperazione.
Per “gerarchia attrattiva” intendo una scala comparativa dell’attrattività (nel senso di desiderabilità) dei membri di una certa comunità in un certo ambito, ovvero della probabilità di essere scelti come partner di cooperazione nell’ambito considerato.
I principali ambiti delle gerarchie capacitive sono: politica, economia, finanza, scienze, facoltà accademiche, media, istituzioni sociali, organizzazioni, imprese ecc.
I principali ambiti delle gerarchie attrattive sono: bellezza della persona e dei suoi averi, salute, intelligenza, cultura, competenze tecniche, capacità varie, moralità, conformità ai costumi sociali e alle mode, ecc. Tuttavia, una posizione più alta in una gerarchia capacitiva rende una persona generalmente anche più “attraente” per una cooperazione.
Io suppongo che nell’inconscio di ogni umano vi sia un meccanismo omeostatico che in ogni momento misura la posizione (o "status") della persona nelle varie gerarchie capacitive e attrattive, e attiva comportamenti tesi ad evitare decrementi e a favorire incrementi degli status stessi. Infatti, quanto più lo status è basso in quante più gerarchie, tanto più si perde potere, autorevolezza, autorità, competitività, attrattività, dignità e appartenenza sociale, ovvero tanto più ci si avvicina all’emarginazione sociale, all’isolamento e alla “morte civile”. Suppongo che così l'inconscio "ragioni" e "funzioni".
Ovviamente, la misura degli status propri e di quelli altrui (che vengono continuamente confrontati a livello inconscio) è sempre soggettiva e deve fare i conti con le reciproche misure fatte dagli altri ed espresse in modi più o meno espliciti e più o meno pubblici. Quando le valutazioni reciproche differiscono in senso sfavorevole per noi (nel senso che la stima che l'altro ha per noi è inferiore alla nostra autostima) può nascere in noi un'antipatia, una rabbia e un senso di ingiustizia verso l'altro. Tali reazioni emotive possono dar luogo, da parte nostra, a comportamenti aggressivi tesi ad imporre all'altro le nostre valutazioni, ovvero ad umiliarlo, a fargli capire che sbaglia, che ha certi difetti, che vale meno di quanto crede, e che, di conseguenza, merita uno status (in un certo ambito) più basso di quello che ritiene di avere, e comunque più basso rispetto al nostro.
Ogni società è caratterizzata da un certo grado di competitività, nel senso che alcune sono più competitive di altre. Comunque in ogni società c’è una continua, "normale", competizione per i ranghi più alti possibili nelle varie gerarchie, specialmente quelle in cui uno si sente più competitivo, mentre si rinuncia normalmente a competere nelle gerarchie in cui si sa di avere poche probabilità di ottenere buone posizioni.
In tale quadro ci sono persone che assumono (o a cui viene conferito) il ruolo di facilitatori dell’ascesa gerarchica in un certo ambito. Si tratta di intellettuali, professori, giornalisti, autori, artisti, architetti ecc. e dei cosiddetti “influencer”, che, per professione, forniscono insegnamenti e consigli su come salire o evitare di scendere in certe scale gerarchiche.
Io suppongo che al giorno d’oggi vi sia una generale rimozione (in senso psicoanalitico) dell’interesse per le gerarchie sociali e della motivazione a raggiungere e mantenere status più alti possibili in quanti più ambiti possibili. In altre parole, tale motivazione viene spesso negata, mistificata e dissimulata, malgrado il fatto che, da sola, potrebbe spiegare la maggior parte dei comuni comportamenti sociali.
Ritengo che la tendenza a conquistare e a difendere status desiderabili dovrebbe essere moderata per evitare eccessi distruttivi sia a livello sociale che individuale, e psicopatie come il narcisismo, la megalomania e la depressione nervosa. Tuttavia nessuna moderazione è possibile se non riconosciamo e non ammettiamo la presenza, in ognuno di noi, di motivazioni come quelle che ho descritto in questo articolo, che necessitano di una moderazione.

Ogni essere umano ha un'idea di cosa significhi "pensare", essendo questa una parola molto usata. Infatti ognuno sa a cosa sta pensando nel momento in cui gli viene chiesto. Pochi sanno, invece, perché stanno pensando a certe cose, come stanno pensando e in che misura il modo (o il metodo) con cui pensano sia giusto, cioè sano, produttivo, utile (nel senso della soddisfazione dei bisogni propri e altrui) oppure inutile o nocivo per sé e/o per gli altri.
I nostri pensieri sono volontari o involontari? Possiamo "educare" i nostri pensieri? Possiamo migliorarli? Possiamo censurarli? Possiamo controllarli?
La mia risposta a tutte queste domande è: si, ma entro limiti molto ristretti e a certe condizioni, tra le quali un certo grado di intelligenza, di motivazione e di conoscenze psicologiche che non tutti hanno o possono avere.
I pensieri sono al tempo stesso conseguenza e causa dei nostri processi mentali inconsci e del nostro comportamento, e questa causalità non lineare, ma circolare (caratterizzato da una certa retroazione, o feedback), rende molto difficile il controllo del pensiero.
Noi possiamo
pensare al pensiero in generale e ai nostri pensieri in particolare, in un processo che possiamo chiamare
metapensiero, in cui si confonde la cognizione di soggetto e oggetto, nel senso che non sappiamo se un certo pensiero a cui siamo pensando sia pensato o pensante, e fino a quale livello di astrazione sia opportuno pensare al pensare al pensare al pensare...
Chi volesse esaminare criticamente i suoi pensieri e i suoi metodi di pensiero dovrebbe dunque essere molto cauto, paziente, aperto a idee impreviste, e non dovrebbe farsi illusioni sulla riuscita di tale impresa.
Torniamo alla questione della volontarietà del pensiero, che rientra nella questione più generale del libero arbitrio. Possiamo supporre che il pensiero sia volontario (o possa diventarlo) nella misura in cui il libero arbitrio esiste o sia esercitabile. In ogni caso, possiamo ritenere che il pensiero, nella misura in cui non è casuale, segua una certa logica (o schema, modello, algoritmo, programma, copione ecc.). Perciò anche volendo considerare volontario il pensiero, non possiamo non ritenerlo come parte di una struttura che lo
contiene, lo limita, e gli dà forma e significato. Si tratterebbe dunque di una libertà molto limitata nonostante l’illusione che il nostro pensare sia assolutamente libero e sovrano.
Torniamo alla questione se sia possibile
migliorare il nostro pensiero e come ciò si possa ottenere. Nella misura in cui un miglioramento
volontario sia possibile, noi possiamo voler migliorare sia un particolare pensiero o insieme di pensieri, sia il nostro metodo generale di pensare, e siccome un certo pensiero è il risultato di un certo modo di pensare, credo che convenga mirare al miglioramento del modo di pensare abituale, prima di adoperarsi per migliorare pensieri particolari.
Chiediamoci allora in quali modi, ovvero con quali metodi, noi pensiamo abitualmente.
Nessuno ci ha insegnato a pensare (almeno non direttamente), quindi suppongo che il pensiero sia qualcosa di innato e/o che si apprende spontaneamente. Possiamo comunque supporre che il pensiero consista in
contenuti organizzati, laddove i contenuti sono le idee (o gli
oggetti cognitivi) elementari, e l’organizzazione il modo in cui tali idee sono tra loro collegate, cioè le relazioni logiche tra di esse.
Pertanto, volendo migliorare il nostro pensare, il miglioramento potrebbe riguardare sia le idee elementari, sia i collegamenti logici tra di esse. Chiediamoci allora di che tipi siano le idee elementari
trattate dai nostri pensieri, e le logiche con cui esse sono tra loro in relazione.
Non essendo un esperto di scienze cognitive né di neuroscienze, non cercherò di rispondere a tali domande. Mi limito a supporre alcune relazioni tra oggetti mentali: causalità (l’oggetto A è causa dell’oggetto B), omogeneità (l’oggetto A ha certe cose in comune con l’oggetto B), compatibilità (l’oggetto A è compatibile o incompatibile con l’oggetto B), complementarità (l’oggetto A richiede l’oggetto B) ecc.
Oltre ad analizzare (ed eventualmente correggere o ampliare) il proprio modo di pensare, cioè le proprie idee elementari e le relazioni tra di loro, ciò che possiamo fare è stabilire a cosa sia opportuno o vantaggioso pensare nel momento presente (qui ed ora). Chiediamoci allora chi (o cosa) sceglie, momento per momento, i pensieri che pensiamo.
Ammesso (e non concesso) che tale scelta sia effettuata dall’io cosciente, chiediamoci con quali criteri l’io cosciente scelga i pensieri, ovvero gli anelli della catena che costituisce il flusso del pensiero, come i fotogrammi di un’opera cinematografica, che chiameremo nel seguito “
pensogrammi”.
Io suppongo che la scelta dei
pensogrammi sia determinata da un meccanismo basato su una mappa cognitivo-emotiva nel senso che, momento per momento, viene automaticamente scelto il
pensogramma memorizzato che produce il massimo piacere e il minor dolore possibile nella sequenza di pensiero corrente, nell'ambito di un certo modello di pensiero predefinito adottato precedentemente dal soggetto come quello che produce il massimo piacere e il minor dolore.
Suppongo inoltre che il ruolo dell’io cosciente nel flusso del pensiero si riduca a quello di osservatore di un processo inconscio, automatico e involontario che l’io può solo interrompere, ma non dirigere. L’osservazione consisterebbe nel monitorare la coerenza dei pensieri nell'ambito del modello di pensiero adottato, e il benessere o malessere prodotto dai pensieri stessi, con la possibilità di bloccare il flusso ogni volta che esso appaia troppo incoerente o troppo doloroso. Tuttavia, in caso di censura (cognitiva e/o emotiva), il pensiero non si può arrestare, ma può solo cambiare direzione o tema, in modo più o meno casuale. Infatti non si può non pensare, si può solo variare l’oggetto o il modello di riferimento del pensiero.
Essendo la scelta dei
pensogrammi automatica, inconscia e involontaria, all'io cosciente non rimane che cercare di prendere coscienza dei risultati del processo pensante e intervenire consapevolmente nella censura del flusso, nel senso di confermare la censura automatica o di opporsi ad essa. In altre parole, un io cosciente
educato al metapensiero potrebbe decidere di continuare a pensare a pensieri che la censura automatica vorrebbe bloccare, qualora ritenesse quella censura sbagliata ovvero non giustificabile razionalmente.
Per concludere, l’autocritica del pensiero, e la conseguente possibilità di un miglioramento dello stesso, si fonda prima di tutto sul riconoscimento del fatto che il pensiero è determinato da meccanismi automatici, inconsci e involontari, in cui l’io cosciente può intervenire solo quando si verifica una crisi di coerenza (cioè una contraddizione logica) o una sofferenza. L’intervento “autocritico” consisterebbe allora nel valutare razionalmente e consapevolmente la presunta incoerenza per confermarla o accettarla come coerenza (cioè come logica non-contraddittoria), e nel decidere se continuare a pensare pensieri dolorosi nonostante l’impulso (automatico e involontario) a cambiare tema o tesi per ridurre la sofferenza.
Continuare a pensare pensieri dolorosi malgrado l'impulso ad abbandonarli può essere utile per superare la paura di pensare a ciò che ci fa paura, e acquisire la capacità di affrontare razionalmente problemi ansiogeni.
[BOZZA]
Ai fini della conoscenza e del benessere, suppongo che la realtà, dal punto di vista di un individuo della specie umana, sia scomponibile in diverse dimensioni interconnesse e interdipendenti, alcune delle quali non possono esistere separatamente, ma solo insieme ad altre. Per esempio, la fisica relativistica ci insegna che lo spazio e il tempo dipendono l'uno dall'altro, e infatti per misurare l'uno si usa l'altro. Altro esempio: l'essere umano non può esistere senza la società, e viceversa.
Per cominciare, ho scomposto la realtà nelle seguenti dimensioni, o domìni di conoscenza o esperienza:
La
Natura, costituita dal mondo non vivente e da quello vivente. Il secondo dipende dal primo e non viceversa. Il primo è infatti quello che c'era prima che nascesse la prima forma di vita e che ci sarebbe se ogni forma di vita si estinguesse.
Il
Mondo vivente, costituito dalle varie forme di vita, tra cui vegetali, animali ed esseri umani.
L'
Umanità, costituita da tutti gli individui della specie homo sapiens, passati, presenti e futuri. L'umanità dipende dal mondo vivente, ma non viceversa. Se infatti la specie umana si estinguesse, la vita sulla terra continuerebbe (forse meglio).
La
Cultura, costituita da tutto ciò che l'umanità ha prodotto in forma trasmissibile da individuo a individuo, e che ha effettivamente trasmesso influenzando in qualche modo i riceventi.
Le
Persone, dimensione costituita dagli "
altri", cioè dai membri dell'umanità con cui il soggetto interagisce o potrebbe interagire.
Il
Me, costituito dalla parte materiale e da quella psichica inconscia del soggetto. Il
me è importante soprattutto per i bisogni che che lo animano e lo tengono in vita (oltre a garantire la conservazione della sua specie), e gli automatismi cognitivi ed emotivi che lo caratterizzano e che determinano il suo comportamento, sia volontario che involontario, conscio e inconscio. Nelle persone nevrotiche il me è spesso represso, nascosto, frustrato, rimosso, non realizzato. Il me è come il bambino del soggetto, irrazionale e molto vulnerabile.
L'
Io, meglio denominato "
io cosciente", costituito dalla parte conscia del soggetto. L'
io è sede e della percezione cosciente di forme, sensazioni, sentimenti, emozioni, e agente della volontà. Rispetto al me, l'io è la parte adulta o genitoriale, razionale e dura del soggetto, e il suo compito è quello di accudire il me e di soddisfarne i bisogni, che il me esprime producendo emozioni.
Per semplicità, ho poi ridotto le dimensioni alle seguenti cinque, che ho chiamato
dimensioni cardinali della realtà:
- Natura
- Cultura
- Persone
- Me
- Io
La riduzione consiste nel fatto che nel termine
cultura ho accorpato anche l'umanità, e nel termine
natura anche il mondo vivente ad eccezione dell'umanità, intendendo quindi per
natura tutta la realtà che esisterebbe se la specie umana non fosse mai nata o si fosse estinta.
Successivamente ho scomposto ogni dimensione cardinale in cinque sotto-dimensioni, in ognuna delle quali sono contemplati uno o più aspetti essenziali della vita umana, come indicato nella lista seguente.
DIMENSIONI CARDINALI DELLA REALTÀ
N = Natura (= tutto meno umanità e cultura)
C = Cultura, conoscenza
P = Persone (ognuna costituita dal suo
io e dal suo
me)
I = Io (parte conscia del mio sé)
M = Me (parte inconscia del mio sé)
Nota: S = Sé: la mia persona, costituita dal mio io e dal mio me)
NATURA - sottodimensioni
Sp = spazio, luoghi, volumi...
Te = tempo, passato, futuro...
Ma = massa, materie, pesi...
En = energia, potenza, forze, velocità...
In = informazioni (non culturali), vita, genetica, evoluzionismo, vegetali, animali...
CULTURA - sottodimensioni
Le = letterature, linguaggi, musiche...
ST = scienze, tecnologie, macchine...
Me = media, registrazioni, comunicazioni...
Ar = arte, manufatti, prodotti, musiche, danze...
So = società, istituzioni, civiltà, religioni, folclore, memi...
PERSONE - sottodimensioni
c|c = competere|cooperare...
d|r = dare|ricevere, servire|essere servito, commercio...
n|v = negoziare|violare...
i|s = intimità|separazione, rapporti sessuali...
c|d = conformarsi|differenziarsi, empatia...
IO - sottodimensioni
Os = osservare, percepire, sentire, riconoscere...
Ri = ricordare, pensare, immaginare...
Ra = ragionare, analizzare, calcolare, prevedere, valutare...
Sc = scegliere, decidere, orientarsi...
Ag = agire, interagire, governare, fare, produrre...
ME - sottodimensioni
bS = bisogno di salute fisica e mentale: corpo fisico, sistema nervoso, alimentazione, evitamento del dolore, protezione, prevenzione, terapia, medicina, ambiente, inquinamento, clima, sopravvivenza, immortalità, spiritualità, emotività, DNA, ecc.
bC = bisogno di comunità: integrazione sociale, appartenenza, interazioni, altruismo, essere, desiderati, unioni, associazioni, alleanze, partecipazione, condivisione, famiglia, matrimonio, reputazione, solidarietà. cooperazione, amicizie, inimicizie, conformismo, ritualità, tradizioni, convenzioni, negoziazioni, gerarchie, giochi, puericultura, educazione, religione, etica, responsabilità, colpa, vergogna, onore, disonore, patria, lavoro, pace, guerra contro altre comunità ecc.
bP = bisogno di potere: libertà, individuazione, indipendenza, competitività, egoismo, creatività, immaginazione, conoscenze, abilità, intelligenza, sicurezza, aggressività, difesa, offesa, risorse materiali, economiche e mediali, strumenti, sorveglianza e controllo degli altri, non conformismo, autonomia, potere politico ed economico, sfruttamento, asservimento, privacy, status, successo, invidia, gelosia, dominio, possesso, guerra, armi ecc.
bE = bisogno di eros: sessualità, rapporti sessuali, innamoramento, amore erotico, erotismo, libido, intimità, riproduzione, pornografia, prostituzione, ogni forma di *filia ecc.
bB = bisogno di bellezza: fascino, incanto, ordine, armonia, arte, forma, fotografia, musica, poesia, letteratura, romanzi, abbigliamento, make-up, profumi, arredamento, architettura, pulizia, purezza, estetica, gusto, umorismo, fantasia, chiarezza, semplicità, forma, struttura, affinità, continuità, novità, divertimento ecc.
A cosa mi serve tutto ciò?
Il motivo per cui ho scomposto la realtà in un numero finito di dimensioni e sotto-dimensioni è che in tal modo posso pensare in modo più efficace al fine della soddisfazione dei bisogni umani miei e altrui. Infatti, quando io penso a qualsiasi cosa, persona o idea, per
comprenderla cerco di metterla in relazione alle dimensioni cardinali e alle loro sotto-dimensioni, cioè di esaminare i possibili rapporti di causa-effetto, associazioni, affinità, interazioni, sinergie, conflitti, problemi ecc. con ciascuna di esse.
A tale scopo ho inventato una tecnica, a cui ho dato il nome di
meditazione sinottica, che può essere considerata una forma di psicoterapia mirata alla
comprensione di qualsiasi elemento (oggetto, persona, idea). Per
comprensione intendo affrontamento, accettazione, conciliazione e armonizzazione con il resto della realtà esterna e interna al soggetto. Essa consiste nel visualizzare mentalmente la figura sotto riportata, costituita da un pentagono principale i cui vertici sono le dimensioni cardinali, ognuno dei quali costituito a sua volta da un pentagono i cui vertici rappresentano le rispettive sotto-dimensioni. Al centro del pentagono principale, all'interno di un immaginario televisore, che io chiamo "
psicoscopio", occorre posizionare l'elemento (x) che si desidera
comprendere. Quindi occorre interrogarsi sulle possibili relazioni tra x e ciascuna dimensione cardinale e sotto-dimensione.
E' una specie di protesi immaginaria, utile per migliorare il modo in cui pensiamo sottraendo, almeno in parte, l'attività pensante all'arbitrio dell'inconscio, quando esso è disfunzionale per certi aspetti.
Per facilitare la
meditazione sinottica ho sviluppato un'applicazione web utilizzabile mediante il sito web
http://it.mindorganizer.net. Dopo essersi registrati nel sito, occorre creare una o più liste di frasi opportunamente scelte e usare la modalità di visualizzazione "psicoscopio" per vedere le frasi una alla volta al centro della figura, sullo schermo dello psicoscopio. Un automatismo opzionale permette di cambiare la frase, scelta a caso, ogni cinque secondi. Una opzione ad hoc permette inoltre di udire ogni frase grazie alla sintesi vocale. Una demo è disponibile in
http://it.mindorganizer.net/1298/meditazione.
Introduzione
L’esagono della saggezza o occhiale magico serve a meditare su tutto ciò che è importante per te, ad affrontare nel modo più saggio qualsiasi problema e a vedere ogni cosa o persona nella prospettiva ottimale. Osservando ripetutamente lo schema, fino a poterlo rivedere con l’immaginazione ogni volta che vuoi, riesci a guidare il tuo pensiero in modo produttivo rispetto alla soluzione dei problemi che intendi affrontare, primo dei quali è trovare il giusto rapporto e atteggiamento verso le persone e le cose che ti circondano.
Pertanto l’esagono della saggezza può essere considerato una rappresentazione olistica del mondo e di te stesso, con tutte le relazioni possibili tra le parti in gioco.
I vertici dell’esagono rappresentano sei entità descritte nel seguito, ognuna delle quali ha proprietà e aspetti specifici, ed esprime esigenze e interessi cioè bisogni, volontà, desideri, imperativi, leggi, norme ecc. che possono essere tra loro più o meno contrastanti o in armonia, compatibili o incompatibili, e dar luogo a competizione, selezione, cooperazione o guerra tra le parti in gioco.
Nell’esagono si assume che ogni essere umano, e in particolare l’osservatore dell’esagono stesso, sia diviso in due parti ben distinte, l’IO e il ME, come descritte nel seguito.
Bene supremo e scopo della saggezza contenuta dell’esagono, è l’armonizzazione delle esigenze e interessi impliciti nelle diverse entità. In altre parole, la migliore conciliazione e cooperazione possibile tra le parti in gioco.
Le linee (non tratteggiate) che collegano tutti i vertici dell’esagono tra loro, rappresentano le possibili interrelazioni, di cui si tratta nella sezione “Le relazioni tra i vertici dell’esagono”.
Le linee tratteggiate che collegano i vertici dell’esagono all’entità “proprietà” denotano il fatto che ogni vertice è portatore di proprietà, esigenze e interessi di vario tipo.
Le linee tratteggiate che collegano l’entità “proprietà” ai concetti di competizione, selezione, cooperazione e guerra, indicano i possibili rislutati della confluenza delle varie esigenze e interessi in gioco.
NOTA: nel seguito, per soggetto, s’intende l’osservatore dell’esagono.
I vertici dell’esagono
IO: Si tratta della parte del soggetto in cui risiedono coscienza, volontà, ragione, libero arbitrio, obiettivi, pensiero, autocontrollo, razionalità, coraggio, sentimenti, serenità, intelligenza, saggezza, amore, humour, comprensione critica, agenda.
ME. Si tratta della parte del soggetto che contiene tutto ciò che non è compreso nell’IO, cioè corpo, inconscio, bisogni, paure, motivazioni, automatismi, pregiudizi, emozioni, spontaneità, esperienze, manie, abitudini, odio, disprezzo, repulsione, gabbie mentali, percezioni, linguaggi, capacità, incapacità, irrazionalità, piacere, dolore, empatia, malattie, disturbi mentali, memoria, status sociale oggettivo e soggettivo.
ALTRI: Si tratta di tutte le altre persone al di fuori del soggetto conosciute o presunte, viste attraverso le esperienze del soggetto stesso in cui ha avuto a che fare con altri esseri umani. In questa entità sono compresi sia singoli individui particolari, sia categorie di persone e tipi psicologici che il soggetto ha costruito nella sua mente, con le loro caratteristiche.
NATURA: si tratta della natura intesa come l’insieme dei fenomeni naturali, minerali e biologici, e comprende quindi minerali, vegetali e animali, lo spazio, il tempo, l’energia, le leggi della fisica e della chimica, il caso e la necessità, l’universo e ciò che lo ha generato. Comprende anche Dio, per chi crede nella sua esistenza.
CULTURA: si tratta di tutto ciò che può essere comunicato e tramandato tra esseri umani sia a voce che in forma scritta (analogica o digitale) o mediante opere d’arte e di ingegno. Comprende i linguaggi e le forme di comunicazione, il patrimonio letterario umanistico e scientifico e la storia dell’umanità così come si ricava dal patrimonio stesso. Include i media come libri, giornali, televisione, internet, registrazioni sonore e cinematografiche.
?: è uno spazio dove scrivere il nome di qualsiasi persona o cosa che il soggetto decide di prendere in considerazione come oggetto di studio, riflessione, domanda, interesse, curiosità o problema da risolvere.
Le relazioni tra i vertici dell’esagono
Ogni vertice è potenzialmente in relazione con ciascun altro. Le relazioni possono essere di tipo affettivo o transattivo.
Le relazioni affettive possono essere:
Attrattive: amore, attrazione, ammirazione, apprezzamento, rispetto, desiderio, simpatia, accettazione, approvazione, gradimento, inclusione, dedizione
Repulsive: odio, repulsione, disprezzo, paura, ostilità, antipatia, rifiuto, accusa, disapprovazione, sgradimento, esclusione, ribellione
Le relazioni transattive possono includere aiuto, collaborazione, informazione, istruzione, prestazione lavorativa, prestazione sessuale, contrasto, ostacolo, aggressione, violenza, distruzione ecc.
Il processo decisionale
Nel disegno è indicato il continuo processo decisionale che riguarda sia l'IO che il ME e che consta di tre fasi: domande, opzioni, scelte e decisioni. Infatti, sia l'IO che il ME si pongono domande, determinano le opzioni disponibili e decidono cosa scegliere e il da farsi, a volte in accordo, a volte in disaccordo.
Istruzioni per l’uso dell’esagono
Osserva il disegno dell’esagono ripetutamente fino a memorizzarlo in modo tale da poterlo rivedere con l’immaginazione ogni volta che vuoi.
Ogni volta che decidi di studiare, affrontare e/o comprendere una certa entità (persona, cosa, fenomeno, problema o domanda), immagina di metterla nello spazio contrassegnato con ?.
Dopo aver inserito con l’immaginazione l'entità che vuoi prendere in considerazione nello spazio ? , osserva l’esagono così modificato e prova a seguire con la mente le relazioni tra i diversi vertici, immaginando tutte le possibili relazioni affettive e transattive, le esigenze e gli interessi delle parti in gioco, la loro compatibilità e competitività, e le possibilità e opportunità di conciliazione, cooperazione, competizione, selezione e guerra. Subito dopo, fatti delle domande per completare il quadro conoscitivo ed esamina le opzioni disponibili, e poi scegli quelle che ritieni più appropriate e prendi le decisioni del caso.
Questo esercizio, dopo un certo numero di volte che lo pratichi, può cambiare qualcosa nel tuo modo di vedere, agire e sentire, nel senso di conciliare e soddisfare al meglio le esigenze e gli interessi tuoi e di tutte le altre parti in gioco al fine di raggiungere la maggiore armonia possibile per l’insieme.
Usa dunque l'esagono come un occhiale con qui osservare qualsiasi cosa, concreta o astratta.
oOo