Produzione e consumo si adattano reciprocamente.
Felicità = utilità reciproca e reciproco desiderio.
Cosa vogliono gli altri da noi? Che siamo loro utili.
Ognuno vorrebbe essere (più) importante per gli altri.
L'amore è un effetto dell'interdipendenza degli esseri umani.
Ogni umano desidera che gli altri soddisfino i propri desideri.
In ogni momento dobbiamo scegliere a chi piacere e a chi dispiacere.
Il male è tutta colpa della nostra interdipendenza. Anche tutto il merito del bene.
Gli umani sono interdipendenti. Su questa interdipendenza si può fondare una psicologia.
Se vuoi piacere ad una persona devi essere come lei ti vuole e fare ciò che lei desidera.
Ognuno è condizionato dai suoi «altri» e dal suo «Altro generalizzato», entrambi variabili.
Essere apprezzati è più importante che essere geniali. Per questo in giro ci sono pochi geni.
Siamo tutti compagni di viaggio su questa terra, ognuno guidato dai suoi algoritmi clandestini.
Non dovremmo mai dimenticare che siamo interdipendenti, cioè che ognuno ha bisogno di qualcuno.
L'idea che nessuno abbia bisogno di noi ci spaventa. E l'idea opposta ci rassicura e ci gratifica.
È impossibile non dipendere da qualche persona o gruppo. Semmai possiamo scegliere da chi dipendere.
Ogni umano ha bisogno di piacere ad altri, se non può ottenere coercitivamente la cooperazione altrui.
La nostra dipendenza dagli altri è molto più profonda e complessa di quella che crediamo di conoscere.
Si fa presto a dire "sii te stesso, non come ti vogliono gli altri". Ma se nessuno mi vuole io sono morto.
Ho un forte bisogno di sentirmi utile, e mi chiedo quanti altri abbiano lo stesso bisogno e in quale misura.
La vita interiore e quella esteriore sono interdipendenti e non puoi comprendere l'una senza comprendere l'altra.
La vita di un essere umano è un compromesso tra ciò che lui vuole essere e ciò che gli altri vogliono che lui sia.
Qualunque cosa tu faccia o non faccia, a qualunque cosa tu voglia appartenere o non appartenere, a qualcuno dispiacerà.
Ogni nostro atto può farci acquisire crediti o debiti, apprezzamento o disprezzo, simpatia o antipatia agli occhi di qualcuno.
Il progresso tecnologico ci rende sempre più interdipendenti, e in tal senso più fragili e meno liberi, in quanto meno indipendenti.
Un essere umano non può fare a meno di interagire con altri esseri umani, ma i più fortunati possono scegliere con chi e come interagire.
Nessun essere umano è indipendente, ognuno ha bisogno della cooperazione di qualcun altro. E per ottenerla deve fare certe cose ed evitarne altre.
Ogni umano vorrebbe occupare un certo posto nella società, ma tale desiderio è realizzabile solo se gli altri membri della società glielo permettono.
Noi vogliamo inconsciamente essere come ci vogliono le persone da cui la nostra vita dipende, cioè quelle di cui abbiamo bisogno (materialmente o come guide o modelli) per vivere.
Il comportamento di un sistema dipende dal comportamento di ogni sua parte. Il comportamento di una parte di un sistema dipende dal comportamento delle altre parti e dell’insieme.
Ciò che penso dell'altro determina ciò che l'altro pensa di me, e ciò che l'altro pensa di me determina ciò che penso dell'altro. Sono circoli che possono essere virtuosi o viziosi.
Ogni umano è un distributore di gioie e sofferenze, piaceri e dolori, soddisfazioni e frustrazioni, vita e morte verso gli altri umani e tutti gli esseri viventi con cui interagisce.
Se io morissi oggi, quante persone vivrebbero da domani una vita più felice, quante una vita meno felice? Ecco una domanda che dovremmo farci ogni tanto per fare il punto sulla nostra utilità per gli altri.
Far parte di una società (bisogno umano fondamentale dovuto alla nostra interdipendenza) significa occupare un posto e avere una funzione, un ruolo, un valore, riconosciuti dagli altri membri della società stessa.
Un grande limite del pensiero è che possiamo pensare solo poche cose alla volta, una quantità infinitamente più piccola rispetto alle cose della vita, della società, e del mondo, che sono interconnesse e interdipendenti.
La precarietà della specie umana sta soprattutto nel fatto che siamo socialmente interdipendenti, ma, a differenza di altri animali sociali, le regole della cooperazione e della convivenza sono volatili, non istintivamente fissate.
A qualcuno dobbiamo piacere o almeno non dispiacere, perché se non piacessimo a nessuno, saremmo in guai seri. Per questo il nostro comportamento è molto influenzato dalla necessità di piacere agli altri, o almeno di non dispiacere loro.
La principale fonte di stress per un umano del nostro tempo è costituita da ciò che gli altri pensano di lui, ovvero dalla preoccupazione (conscia e/o inconscia) che nessuno degli altri lo rispetti, lo apprezzi, e desideri cooperare con lui.
Essere importanti per altre persone, nel bene e/o nel male, costituisce uno dei nostri bisogni più importanti. Maggiore è il numero di persone per cui siamo importanti, meglio ci sentiamo. È angosciante essere irrilevanti per tutti gli altri.
Noi umani siamo talmente interdipendenti che abbiamo continuamente bisogno di contare sulla cooperazione degli altri a nostro favore. Perciò ogni segnale in tal senso ci rassicura e ci allieta, e ogni segnale contrario ci angoscia e ci rattrista.
Agli altri chiediamo di essere coerenti, ma non a noi stessi. Infatti giustifichiamo ogni nostra incoerenza, ma non quelle altrui. In realtà la coerenza è una schiavitù a fini sociali. Serve ad evitare che gli altri si comportino in modo imprevisto.
Se è vero che l'uomo è un animale sociale, esso ha una profonda paura (conscia o inconscia) di essere escluso dalla società. Infatti gran parte del suo comportamento è motivato dalla ricerca della sicurezza contro il rischio dell'esclusione sociale.
Per capire la vita, l'uomo, la società, il mondo, bisognerebbe cominciare col cercare di rispondere alle seguenti domande: chi/cosa interagisce con chi/cosa? Perché? Come? Secondo quali logiche? Con quali regole? Con quali linguaggi?
Quando si legge un libro, nella mente del lettore ci sono due posizioni da stabilire: la posizione del lettore nella narrazione del libro e la posizione della narrazione del libro nella vita del lettore. Tali posizioni devono essere coerenti con la visione del mondo del lettore e con la sua autostima.
Il successo e la felicità di un individuo si misurano con la quantità di persone che lo desiderano come interlocutore, o partner, compagno, amico, amante, alleato, maestro, guaritore, guida, capo, collaboratore, giudice, consigliere, protettore, fornitore, incantatore, artista, intrattenitore, comico, ecc.
Se A desidera B molto più di quanto B desideri A, oppure se A è utile a B molto più di quanto B sia utile ad A, la relazione soffre e il relativo desiderio si può facilmente trasformare in frustrazione e rabbia, o semplicemente estinguersi. La contabilità della reciprocità nelle relazioni umane è sempre attiva.
Cosa penso degli altri? Cosa pensano gli altri di me? Le risposte a queste domande si influenzano reciprocamente.

Incontrare una persona è come presentarsi ad un esame. Bisogna essere preparati per evitare bocciature e punizioni. Bisogna saper rispondere come si deve alle domande che l'altro potrebbe farci. Tuttavia anche l'altro rischia a sua volta di essere bocciato e punito da noi se risponde in modo sbagliato alle nostre domande.
Ogni umano ha bisogno della cooperazione altrui, ma questa non è un diritto né un dovere, perché ognuno può scegliere con chi e come cooperare. Perciò ogni umano ha bisogno di mezzi e di modi per ottenere tale cooperazione. Tra di essi il denaro, il potere politico, l'attrattività intellettuale, etica e/o estetica, la violenza ecc.
Siamo tutti buoni, gentili e amorevoli finché non veniamo criticati, contrastati, fermati, rifiutati, abbandonati, o a noi si disobbedisce o ci si ribella. Allora possiamo diventare violenti e spietati. Per valutare il carattere di una persona bisogna chiedersi come reagirebbe ad una critica, una disobbedienza, una ribellione, un rifiuto, un abbandono.
Ciò che sento per gli altri dipende da ciò che io credo gli altri sentano per me, e ciò che gli altri sentono per me dipende da ciò che gli altri credono io senta per loro.
Vedi anche Interdipendenza affettiva.
Noi umani tendiamo a sottovalutare la nostra interdipendenza. Infatti ciascuno dipende non solo da alcune persone particolari, ma anche dal suo Altro generalizzato, un agente che risiede nella mente di ognuno in forme diverse secondo le esperienze personali. L'Altro generalizzato (termine coniato da George Herbert Mead) corrisponde, a mio avviso, al super-io freudiano.
Ogni umano può, in una certa misura e in certe condizioni, soddisfare e/o frustrare ogni altro umano, ma non tutti gli altri umani. Deve decidere chi soddisfare e chi frustrare, in quale misura e in quali modi, e cosa fare e cosa non fare per ottenere soddisfazioni ed evitare frustrazioni da parte degli altri. Questa proposizione potrebbe costituire il fondamento di un'etica.
L’individuo senza gli altri, senza una società, senza una cultura, non vale nulla, non conta nulla, non può sopravvivere, non può soddisfare i suoi bisogni e non può essere felice. Noi esseri umani siamo tutti interdipendenti, dall’inizio alla fine della nostra vita. In tal senso, nessuno di noi è libero, se non per brevi intervalli di tempo.
Nel profondo della psiche, e anche in superficie (ovvero nell'inconscio e nel conscio) vi è la constatazione della nostra totale dipendenza dagli altri, per cui non possiamo comportarci in modi che abbiano come conseguenza la nostra emarginazione sociale. Da questa constatazione di base derivano gran parte dei nostri comportamenti esteriori e interiori consci e inconsci, e i nostri sentimenti morali.
L'essere, cioè il fatto di essere qualcosa, è sempre relativo ad altri o ad altre cose. Infatti "essere" è sempre essere-per-qualcuno o essere-per-qualcosa. Essere per se stessi non significa nulla, anche perché nulla esiste che non interagisca con qualcos'altro e nessun essere (vivente o non vivente) è indipendente dall'ambiente in cui vive, se non altro per la forza di gravità. Comunque, "essere" ed "esistere" sono sinonimi.
Ogni umano dovrebbe sapere che per sopravvivere ha bisogno di altri umani, e che gli altri possono fargli del bene e/o del male.
Sulla base di tale realtà ogni umano adotta particolari strategie e tattiche, ovvero politiche, per ottenere dagli altri il bene ed evitare il male.
Inoltre ogni umano discrimina gli altri secondo la presunta probabilità di ottenere da essi il bene o il male e in quale misura.
Suppongo che l'uomo sia sempre attivo, consciamente o inconsciamente, nello stimare la disponibilità a cooperare, e la capacità di farlo, di ogni altro essere umano nei propri confronti.
Io chiamo tale disponibilità e capacità "potenziale di cooperazione".
Penso che l'attività di stimare tale potenziale sia tanto più frequente e intensa quanto più il soggetto dipende dalla cooperazione da parte degli altri.
Ognuno ha bisogno di qualcuno (“everybody needs somebody”, che maliziosamente si potrebbe anche leggere “every body needs someone’s body”).
Questa semplicissima affermazione potrebbe essere la base di una nuova psicologia.
Infatti, il fatto che noi umani siamo interdipendenti ha vastissime e profondissime conseguenze, come il conformismo e la stessa cultura, oltre alle dinamiche interpersonali e intergruppo, conscie e inconscie.
Ognuno è influenzato dagli altri e li influenza a sua volta in misura più o meno grande. I problemi nascono quando poche persone ne influenzano tante, e quando per una persona il bilancio tra le influenze passive e quelle attive è molto sbilanciato a favore delle prime. E’ ciò che Yuval Harari chiama "irrilevanza" (sociale) dell’individuo. Quanto meno una persona è socialmente rilevante, tanto meno essa è in grado di soddisfare i propri bisogni, dal momento che la soddisfazione di questi dipende dalla reciproca cooperazione.
Ognuno vorrebbe influenzare il comportamento altrui in senso direttivo e limitativo. Cioè ognuno vorrebbe che l'altro faccia certe cose che a lui piacciono e non certe altre che a lui dispiacciono. E ognuno usa i mezzi e le risorse a sua disposizione per spingere o costringere l'altro a comportarsi secondo i propri desideri. Il senso del potere e tutto qui: poter determinare il comportamento altrui secondo i propri desideri. Chi ci riesce è potente, chi non ci riesce impotente.
Si tratta però di un desiderio che molti non ammettono e rimuovono nell'inconscio.
Si interessano a me e mi trovano simpatico coloro che mi percepiscono come alleato rispetto ai propri fini. Al contrario, mi temono e mi trovano antipatico coloro che mi percepiscono come antagonista rispetto agli stessi fini. Anche io mi comporto così verso gli altri. I rapporti umani sono regolati dai fini di ognuno di noi e dalla nostra percezione conscia o inconscia dell'aiuto o impedimento che gli altri possono costituire per il raggiungimento dei fini stessi, i quali sono costituiti dai nostri bisogni primari e secondari, innati e acquisiti, consci e inconsci, autoprodotti e indotti dagli altri.
Ognuno ha bisogno di qualcuno per certi scopi, in certi momenti, in certe situazioni, per un certo tempo, e in certe modalità.
Tuttavia, le persone di cui uno ha bisogno possono variare: in certi momenti ho bisogno di x, in altri momenti ho bisogno di y, e così via, e potrei non aver più bisogno di persone di cui ho avuto bisogno in passato.
Analogamente, uno che ha avuto bisogno di me in passato potrebbe non aver più bisogno di me né adesso né in futuro.
Ognuno ha bisogno che qualcuno abbia bisogno di lui/lei, ed è una tragedia quando ciò non avviene.
“Nessuno ha bisogno di me”, “non sono utile per nessuno”, sono idee spaventose.
Ognuno ha bisogno di essere utile per qualcuno, di essere desiderabile da qualcuno, di essere attraente per qualcuno.
A chi sono utile? Chi ha bisogno di me? Chi mi desidera? A chi piaccio?
La natura umana è caratterizzata principalmente dall'interdipendenza degli individui. Si può infatti dire, coerentemente col pensiero di George Herbert Mead, che la mente umana si sia sviluppata (filogeneticamente e ontogeneticamente) attraverso le interazioni sociali e allo scopo di gestirle. Infatti da queste dipendono la sopravvivenza della specie e quella dell'individuo.
Dall'interdipendenza umana derivano il bisogno di cooperazione, il potere dell'uomo sull'uomo e la competizione per le relazioni più interessanti.
La vita di ognuno di noi si svolge dunque sulla spinta di queste tre motivazioni, che sono purtroppo antitetiche. Infatti la disponibilità a cooperare è inversamente proporzionale al timore di essere soggiogati o di aver la peggio in una contesa.
Il conflitto tra bisogno di cooperazione, ricerca del potere e competizione costituisce la trama del dramma di ogni vita umana.
I membri di una famiglia, comunità, organizzazione di persone ecc., sono affettivamente interdipendenti nel senso che ognuno è sensibile, e risponde, al giudizio e all'affetto degli altri nei suoi confronti. In altre parole, i sentimenti di A verso B dipendono da come A percepisce i sentimenti di B verso A. Perciò A tende normalmente ad amare o apprezzare B se si sente amato o apprezzato da B, o ad odiarlo o disprezzarlo se si sente odiato o disprezzato da lui.
Può anche succedere che l'autostima di un membro del gruppo dipenda dalla sua percezione di come un altro lo stima nella misura della stima che ha per esso. Così, se A apprezza B e si sente da lui disprezzato, per effetto del meccanismo di risoluzione della dissonanza cognitiva e affettiva, ci possono essere due esiti: (1) A smette di apprezzare B e comincia a disprezzarlo, oppure (2) A continua ad apprezzare B ma comincia a disprezzare se stesso.
Vedi anche Ciò che sentiamo gli uni per gli altri.
Ogni umano ha bisogno di ottenere certe cose (beni e/o servizi) da altri umani. A tale scopo ognuno mette in atto certe strategie di ottenimento che dipendono da vari fattori tra cui: l'educazione ricevuta, le proprie conoscenze, le proprie esperienze, la propria competitività, il proprio temperamento, l'ambiente culturale in cui vive ecc.
Le strategie di ottenimento (consce o inconsce) possono essere divise in due categorie: quelle coercitive e quelle negoziali.
Nella prima l'altro viene costretto a comportarsi in un certo modo (favorevole al soggetto) con la forza o mediante la minaccia di ricompense negative (il bastone).
Nella seconda l'altro viene indotto a comportarsi in un certo modo (favorevole al soggetto) mediante la promessa e/o l'esecuzione di ricompense positive (la carota).
La vita sociale è dunque costituita da scambi di beni e servizi indotti mediante promesse condizionali di ricompense negative e positive (bastoni e carote).
L'amore e l'amicizia sono relazioni sociali in cui gli scambi di beni e servizi tra due persone sono diventati abituali e strutturali, per cui avvengono spontaneamente, cioè senza costrizioni, né negoziazioni.
Noi umani non siamo liberi perché siamo interdipendenti e abbiamo bisogno di appartenere a qualche comunità.
Per far parte di una comunità bisogna pensare, sentire e comportarsi secondo le sue regole, ovvero rispettare i suoi obblighi e suoi divieti. In altre parole, occorre adottare i valori (cioè la logica, l'etica e l'estetica) della comunità stessa.
Nel migliore dei casi siamo liberi di cambiare comunità di appartenenza, cioè di scegliere a quale comunità "dedicarci", ovvero i modi e le forme in cui rinunciare alla libertà stessa, a chi regalarla.
La libertà da qualsiasi vincolo sociale è molto rischiosa ed ha costi altissimi in quanto ci isola, e l'isolamento sociale è frustrante, doloroso e mortale. Perciò una tale libertà non è sostenibile e si può "sopportare" solo per poco tempo.
Una diffusa causa di infelicità è la difficoltà di trovare una comunità adatta al proprio temperamento, al proprio carattere, alle proprie capacità, alle proprie conoscenze e a propri gusti.
Viceversa, chi ha trovato una comunità adatta a sé non sente il peso dei vincoli da essa imposti (i quali possono perfino essere fonti di piacere) e si illude di essere libero.
Chi sono gli
altri, e che importanza hanno per un essere umano?
Cominciamo col dire che gli
altri non sono gli stessi per ogni essere umano. Ognuno ha i suoi
altri.
Gli
altri sono tutte le persone che una persona ha conosciuto e di cui ha qualche ricordo, impressione, intuizione o narrazione. Insomma, tutte le persone di cui ha fatto un’esperienza diretta o indiretta, piccola o grande che sia.
Gli
altri (che George Herbert Mead chiamava l’Altro generalizzato) sono assolutamente importanti, perché noi esseri umani siamo interdipendenti, perché non possiamo fare a meno della cooperazione da parte di un certo numero di
altri per la nostra sopravvivenza e per la soddisfazione dei nostri bisogni.
In tale quadro ci sono diversi problemi, tra cui:
- come si costruisce e si modifica in un essere umano la rappresentazione dei suoi altri;
- come la rappresentazione degli altri influenza il comportamento sociale di un essere umano;
- come gestire le differenze tra i nostri altri e quelli altrui.
A mio parere, noi umani siamo interdipendenti non solo economicamente, ma anche e soprattutto psicologicamente. Perché altri umani ci hanno insegnato a pensare, a comunicare, a ragionare, a sragionare, a mentire, il bene, il male, il bello, il brutto, il vero, il falso, i diritti, i doveri, gli obblighi, i divieti, il giusto, l'ingiusto ecc.
"Naturalmente" (cioè come prescritto nella e dalla nostra natura biologica), anche ognuno di noi insegna qualcosa agli altri, specialmente ai più giovani, ai più deboli, ai più bisognosi, ai più sprovveduti, ai più sciocchi e ai più malleabili.
Con il crescere dell'età è sempre più difficile apprendere e ancora di più disapprendere.
René Girard ci dice che l'apprendimento psicologico (ovvero "culturale") avviene per un processo automatico di imitazione caratteristico della nostra specie. Se ciò è vero, come suppongo, probabilmente i neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale in tale processo.
La nostra interdipendenza psicologica era già stata osservata e descritta da George H. Mead, da cui abbiamo appreso che la psiche è una costruzione sociale,. In altre parole, essa non potrebbe formarsi né svilupparsi al di fuori di un contesto sociale (reale o immaginario).
Ogni essere umano è al tempo stesso governatore e governato, nel senso che ognuno governa se stesso, gli altri e il resto del mondo, ed è governato da se stesso (ovvero dal suo inconscio e dal suo programma genetico), dagli altri e dal resto del mondo.
Governare un ente significa cercare di indurlo a comportarsi in un certo modo a certi fini, dopo aver stabilito quali fini cercare di realizzare con, e per, l'ente stesso.
Governare significa anche adattare i fini alle circostanze, ovvero alle possibilità.
Chi governa un ente dovrebbe essere consapevole della reciprocità del governo, cioè del fatto che l'ente che sta cercando di governare, a sua volta sta cercando in qualche modo di governarlo.
In altre parole, nell'interazione tra A e B, A cerca di governare B e al tempo stesso B cerca di governare A, vale a dire che ognuno cerca (consciamente o inconsciamente) di ottenere qualcosa dall'altro, qualcosa che può essere un bene materiale o immateriale, un certo comportamento o un certo sentimento, per soddisfare qualche bisogno.
Questo è un modo sistemico/relazionale di considerare le interazioni tra enti, specialmente per quanto riguarda le interazioni sociali, biologiche ed ecologiche.
Spesso chi cita Kant sbaglia dicendo che l'uomo non deve mai essere un mezzo, ma solo un fine. Infatti gli umani sono interdipendenti e hanno bisogno gli uni degli altri per soddisfare i loro bisogni ed essere felici. In altre parole, gli altri sono i principali mezzi per la sopravvivenza e il benessere degli uni.
Il testo kantiano dove si descrive il secondo imperativo categorico viene spesso tradotto come segue: «agisci in modo da trattare l'umanità sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre ANCHE come fine e mai SEMPLICEMENTE come mezzo». Qui l'avverbio "semplicemente" è una cattiva traduzione di "Bloß", che significa "SOLTANTO". Da questa cattiva traduzione nascono certi equivoci e fraintendimenti.
Comunque, dire che l'uomo dovrebbere essere un fine e non un mezzo non ci aiuta a comprendere la realtà della natura umana. Infatti non ha senso dire che l'uomo è un fine. Fine di chi? Di se stesso? Degli altri? Piuttosto dovremmo dire che l'uomo ha un fine, anzi diversi fini, nel senso di bisogni, desideri e obiettivi, tra cui quello di essere felice, ma per essere felice deve contribuire alla felicità altrui. Ognuno deve quindi porsi come "mezzo" o strumento per contribuire almeno in parte alla felicità altrui, se vuole che gli altri facciano altrettanto. Questo in generale. Poi è ovvio che non dobbiamo sfruttare il prossimo pensando solo ai nostri desideri, bisogni e obiettivi, ignorando quelli altrui. Ma non c'è bisogno di Kant per capirlo.
Spesso soffriamo perché (crediamo che) una o più persone...
- ... non sono come vorremmo
- ... non ci danno ciò che vorremmo
- ... non fanno ciò che vorremmo
- ... non ci capiscono
- ... ci fraintendono
- ... sono stupide
- ... sono cattive
- ... non ci trattano come vorremmo
- ... non ci vogliono bene
- ... non ci amano
- ... non ci ascoltano
- ... ci ignorano
- ... ci vogliono sfruttare
- ... ci vogliono vincere
- ... ci vogliono distruggere
- ... non ci stimano
- ... ci allontanano
- ... ci disprezzano
- ... non ci rispettano
- ... non ci obbediscono
- ... ci offendono
- ... ci ingannano
- ... cercano di limitare la nostra libertà
- ... ci spaventano
- ... ci minacciano
- ... ci dominano
- ... non condividono i nostri interessi
- ... non ci prendono sul serio
- ... non hanno fiducia in noi
- ... ci trovano brutti
- ... ci trovano stupidi
- ... ci trovano cattivi
- ... ci trovano inutili
- ... ci trovano irrilevanti
- ... non hanno bisogno di noi
- ... hanno troppo bisogno di noi
- ... dipendono troppo da noi
- ... vogliono attaccarsi troppo a noi
- ecc.
Ognuno di noi è circondato da miliardi di altri esseri umani, ciascuno animato da certi bisogni, desideri, sentimenti, piaceri, dolori, simpatie e antipatie, ciascuno con una certa visione del mondo e dell'umanità, ciascuno con certi problemi, disagi, capacità, incapacità e risorse.
Da ciascuno di essi ognuno di noi può avere cose buone e cattive, utili e nocive, gradevoli e sgradevoli. In ogni caso ognuno di noi ha bisogno di interagire con un certo numero di altri per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni e i propri desideri.
Allo stesso tempo, qualcuno potrebbe aver bisogno di noi o di competere contro di noi per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri. In altre parole, ognuno di noi può essere utile o nocivo, vantaggioso o svantaggioso per altri esseri umani.
Ognuno di noi deve perciò stabilire una propria strategia sociale, ovvero decidere con chi e come interagire e non interagire, chi incontrare e chi non incontrare, chi imitare e chi non imitare, chi aiutare e chi contrastare, con chi cooperare e contro chi competere, a chi credere e a chi non credere, a chi chiedere e a chi non chiedere, cosa offrire e cosa non offrire, a chi legarsi e da chi liberarsi.
In realtà ognuno di noi ha già una strategia sociale, nel suo inconscio. Ne ha sempre avuta una, che nel tempo è evoluta e continuerà ad evolvere e a determinare le proprie scelte e i propri affetti. È una strategia inconscia che a volte confligge con la propria volontà cosciente.
Rendere conscio l'inconscio (per quanto possibile) significa anche e soprattutto svelare a se stessi ed elaborare la propria strategia sociale.
Ogni umano ha bisogno di essere riconosciuto positivamente da altri umani, cioè di ricevere dimostrazioni di rispetto, attenzione, stima, valore, capacità, affetto, amore, interesse a cooperare, ecc.
In altre parole, ogni umano ha bisogno di sentirsi dire da un certo numero di altri: tu sei ok, tu mi piaci, ti stimo, e desidero cooperare con te, cioè stabilire con te una relazione per una reciproca soddisfazione di bisogni e/o desideri, per fare cose utili e/o piacevoli che da soli non potremmo fare, per completarci e aiutarci a vicenda.
Si tratta di un bisogno geneticamente determinato e ineludibile, dovuto all'interdipendenza degli esseri umani.
Una prolungata insoddisfazione di tale bisogno può causare sofferenze e disturbi mentali, nel senso che può indurre l’individuo a stabilire con gli altri rapporti dolorosi, improduttivi e/o violenti, o indurlo a isolarsi, rendendo sempre più difficile o impossibile la soddisfazione di ogni altro suo bisogno.
Un grande problema relativo al bisogno di riconoscimento positivo è il fatto che esso non è né un diritto né un dovere, ma è condizionato al gradimento del riconosciuto agli occhi del riconoscitore. In altre parole, per essere riconosciuto positivamente, un individuo deve “essere” o comportarsi come il riconoscitore desidera e si aspetta.
Il riconoscimento positivo ha dunque un prezzo, che alcuni potrebbero non essere disposti a pagare, tanto da rinunciare al riconoscimento stesso, e a mettersi in una posizione asociale o isolata rispetto agli altri.
Tra i fattori che caratterizzano la natura umana, particolarmente importanti sono, a mio parere, i seguenti:
- l’interdipendenza
- il condizionamento reciproco
- l’autocondizionamento
Tali fattori sono correlati causalmente, nel senso che il secondo dipende dal primo e il terzo dal secondo.
Che gli esseri umani siano interdipendenti è evidente, ma, a mio avviso, non si riflette abbastanza sulle conseguenze di tale condizione. Infatti, dato che ogni umano ha bisogno di un certo numero di altre persone (per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni) è naturale che cerchi continuamente di influenzare il comportamento altrui a proprio favore, cioè di “condizionare" gli altri (consciamente o inconsciamente). In tal senso, possiamo parlare di “condizionamento reciproco”.
Il tentativo di condizionamento ha successo specialmente in due casi: (1) quando una persona più anziana o più esperta cerca di influenzare una più giovane o meno esperta e (2) quando molte persone, accomunate da certi comportamenti o certe idee, cercano di influenzare un individuo non supportato da un gruppo abbastanza coeso o cospicuo con idee e comportamenti antitetici rispetto al primo.
Nel caso (piuttosto frequente) in cui un individuo sia oggetto (consciamente o inconsciamente) di condizionamenti contrastanti da parte di vari altri individui o gruppi, succede che egli non sappia decidere spontaneamente quali condizionamenti accogliere e quali rifiutare. In tal caso ha la capacità di scegliere consciamente e razionalmente il condizionamento da accogliere e di “forzarlo” attraverso un volontario “autocondizionamento”.
L’autocondizionamento è dunque un processo di autoconvincimento volontario, cosciente e razionale, a pensare e a comportarsi in certi modi a fronte di certe “ragioni” considerate vere, buone e giuste, specialmente quando occorre superare un condizionamento precedente antitetico rispetto al nuovo.
Per concludere, a mio parere, in quanto esseri umani interdipendenti, siamo continuamente impegnati in un condizionamento reciproco e, in caso di conflitti tra condizionamenti contrastanti, possiamo autocondizionarci volontariamente, nel tentativo di superare i conflitti motivazionali.
Per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni, ogni umano ha bisogno di essere aiutato o servito da altri umani, o di ottenere la loro cooperazione.
Per indurre gli altri ad aiutarlo, servirlo, o a cooperare con lui, ognuno deve dare ad essi qualcosa in cambio, o suscitare in essi benevolenza, attrazione, amore, empatia, interesse, fiducia, speranze o desideri.
A tale scopo, ognuno deve farsi percepire dagli altri come utile, gradevole, socievole, interessante, non nocivo, affidabile, responsabile, rispettoso, capace di ripagare l'aiuto, il servizio o la cooperazione ricevuti, e incline a farlo.
In altre parole, ognuno deve farsi percepire dagli altri come “degno” di ricevere il loro aiuto, i loro servizi e la loro cooperazione. Questo, infatti, è il senso del termine “dignità”.
Una relazione sociale positiva è caratterizzata dallo scambio abituale od occasionale di aiuti, servizi, o cooperazione, basato sulla fiducia, la simpatia, la stima e l’apprezzamento reciproci delle persone coinvolte.
In mancanza di tali requisiti, le relazioni sociali sono impossibili o negative, ovvero conflittuali,
violente, dolorose o insoddisfacenti, e non interessanti per le persone coinvolte.
Molte relazioni sociali sono parzialmente positive e parzialmente negative, più o meno positive o negative, con variazioni nel tempo.
Molta narrativa riguarda le relazioni sociali di certe persone e le loro variazioni. Relazioni che nascono, cambiano, finiscono, e gli aiuti, i servizi, le cooperazioni, le piccole e grandi violenze e i dispetti scambiati tra le persone coinvolte.
L’idea di una persona, di non essere percepita dagli altri come “degna” (di ricevere aiuto, servizi, cooperazione) è generalmente causa di ansia e di altri disturbi psichici, tra cui la tendenza a percepire tutti gli altri come “indegni”. In altre parole, la percezione della propria “indegnità” tende a essere reciproca (è ciò che avviene nella misantropia), così come quella della propria “dignità” (è ciò che avviene nella filantropia).
In altre parole, il misantropo percepisce gli altri come “indegni” in quanto si sente (consciamente o inconsciamente) percepito dagli altri come tale.
A proposito di “dignità”, l’indignazione nei confronti di una persona comporta il considerare tale persona “indegna” di ricevere aiuto, servizi, cooperazione.
Noi umani abbiamo bisogno gli uni degli altri; di conseguenza gioiamo quando ci sentiamo uniti e soffriamo quando ci sentiamo disuniti. La ricerca della socialità (nel senso di unione, integrazione, interazione, partecipazione, appartenenza, vicinanza, solidarietà ecc.), è infatti una delle motivazioni più importanti di ogni essere umano e causa di ansia quando non viene soddisfatta in una misura che il proprio inconscio ritiene sufficiente.
Per ridurre tale ansia abbiamo frequentemente bisogno di misurare e di affermare il livello della nostra integrazione sociale, e gli strumenti di misura e di affermazione che usiamo a tale scopo sono il rito e il rituale. Il primo è formale, codificato, rigido, consapevole; il secondo informale, non codificato, flessibile, per lo più inconscio.
Un rito consiste nello svolgimento di una cerimonia caratterizzata da una serie di atti formali rigidamente prestabiliti.
Un rituale consiste nello scambio di gesti e/o espressioni caratteristiche di una certa comunità, gruppo o categoria di persone, con regole formali più o meno rigide e margini di libertà più o meno ampi.
Partecipare ad un rito o mettere in scena un rituale servono dunque a confermare la propria appartenenza alla comunità di cui quel rito o quel rituale sono segni caratteristici.
Suppongo che l’uomo sia geneticamente predisposto alla creazione e all’apprendimento di riti e di rituali, le cui forme si sviluppano in modo diverso da cultura a cultura ed evolvono più o meno velocemente.
C’è un’infinità di attività umane che possono essere considerate e usate anche come rituali, o che hanno un senso e una ragione di esistere solo in quanto rituali. Alcuni esempi: scambiare saluti e auguri di buone festività, assistere ad un evento sportivo, visitare una mostra, fare acquisti, ascoltare musica, vedere un film, leggere un libro, conversare, discutere, suonare, cantare, ballare, giocare, fare sport, viaggiare, collezionare oggetti, coltivare piante, praticare arti, esibirsi davanti ad un pubblico, partecipare ad un social network, tenere un blog ecc.
Riassumendo, abbiamo bisogno di celebrare riti e di inscenare rituali per sentirci uniti, parti di una stessa comunità, per alleviare la nostra ansia e per godere del piacere che il sentimento di unione comporta. In tal senso, qualunque attività sociale può essere considerata rituale, specialmente a livello inconscio.
Ogni umano è soggetto al giudizio altrui, dato che ogni umano giudica ogni altro umano. Tale giudizio è dovuto al fatto che noi umani siamo interdipendenti e dobbiamo scegliere con chi interagire e come interagire, e tale scelta è funzione di come giudichiamo gli altri.
Infatti il modo in cui giudichiamo una certa persona consiste nella risposta alla domanda: che probabilità ci sono che se io interagissi con quella persona ne otterei dei benefici (materiali o spirituali)?
Ciò premesso, ogni volta che incontriamo qualcuno o che ci esponiamo pubblicamente, ci sottoponiamo al giudizio di chi ci vede. È naturale che desideriamo ottenere un giudizio favorevole, e perciò facciamo tutto il possibile a tale scopo (purché il prezzo da pagare non sia troppo alto).
Perciò, anche quando siamo soli, ci prepariamo all’incontro con gli altri, e al giudizio che gli altri avranno nei nostri confronti. In tal senso non siamo mai soli, data la presenza virtuale, nella nostra mente, di coloro che incontreremo e che ci giudicheranno.
Prepararci all’incontro con gli altri, e al loro giudizio implica decidere come presentarci a loro, cioè quale immagine desideriamo che abbiano di noi. La nostra cosiddetta “identità sociale” è appunto l’immagine e il conseguente giudizio che gli umani hanno l’uno di ogni altro, e di se stessi.
Prepararsi all’incontro con gli altri implica stabilire cosa mostrare, cosa nascondere, cosa fingere della nostra persona e della nostra storia, per ottenere un giudizio il più possibile favorevole.
Questa determinazione può essere difficile e dolorosa, specialmente per coloro che considerano la sincerità una virtù e soffrono quando non possono essere sinceri.
Dovremmo allora chiederci: se io mi mostrassi esattamente come sono, senza nascondere né simulare alcunché (del mio passato, del mio presente e delle mie intenzioni per il futuro), come mi giudicherebbero gli altri?
Io, per esempio, credo che il giudizio sarebbe sfavorevole, in quanto sarei accusato di arroganza e presunzione. Questa previsione non mi dà pace.
Sintesi del mio intervento in un caffè filosofico moderato da Federico Virgilio sul tema in oggetto
La convivenza umana è in parte regolata dai poteri politici e religiosi attraverso leggi scritte e non scritte (tra cui la legge del più forte) e attraverso comandamenti religiosi tesi a favorire o imporre una pace sociale e un reciproco rispetto nel quadro di gerarchie sociali.
La convivenza umana è anche autoregolata, nel senso che noi umani siamo interdipendenti, cioè non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni e desideri senza la cooperazione di altri umani, e per ottenere tale cooperazione dobbiamo comportarci in modi accettabili, anche perché c’è una certa libertà di scelta delle persone con cui cooperare e di quelle con cui non cooperare.
La domanda che dovremmo porci è dunque se i modi in cui la convivenza umana è stata fino ad oggi regolata nella nostra cultura e nel nostro stato sia migliorabile, e come, in termini di soddisfazione dei nostri bisogni e desideri.
La mia risposta è che la nostra convivenza è migliorabile attraverso una migliore conoscenza della natura umana, che ci faccia conoscere meglio i bisogni e i desideri nostri e altrui, distinguendo quelli sani da quelli insani, quelli costruttivi da quelli distruttivi, in modo da trovare i migliori compromessi tra la soddisfazione dei nostri bisogni e la soddisfazione di quelli altrui. Tali compromessi possano quindi riflettersi in leggi più efficaci e ispirarci nei nostri liberi rapporti interpersonali.
Cosa ostacola una migliore conoscenza dell’uomo e dei suoi bisogni? L’ignoranza e la mistificazione, a cominciare dalle religioni, che con le loro narrazioni non ci aiutano in tal senso, ma ci confondono. Oltre alle religioni siamo confusi da varie filosofie che non ci dicono le cose importanti che dovremmo sapere sull’uomo, e sono fuorvianti.
Per concludere, per regolare nel migliore dei modi la convivenza umana la filosofia più adatta, più realistica, è a mio parere quella che coniuga una visione sistemica della mente e della società con un approccio pragmatico. Tale filosofia dovrebbe costituirsi a partire da una ricerca sui bisogni umani e sulle dinamiche della psiche e dell’interazione sociale, dinamiche in cui l'interdipendenza gioca un ruolo fondamentale.
Il motivo più diffuso di preoccupazione, di angoscia e di stress mentale per noi umani è costituito dall'atteggiamento degli altri nei nostri confronti. Infatti, essendo interdipendenti, è per noi indispensabile (questione di vita o di morte) che gli altri abbiano verso di noi un atteggiamento sufficientemente cooperativo e non troppo ostile o aggressivo. Di conseguenza il nostro comportamento conscio e inconscio, volontario e involontario, è costantemente diretto a tale fine.
Per tale motivo, in ogni momento, abbiamo bisogno di conoscere la nostra “situazione sociale”, ovvero quali siano i livelli di cooperazione e di ostilità degli altri nei nostri confronti, allo scopo di adeguare il nostro comportamento per migliorare tali livelli, o per evitare che peggiorino.
In tal senso la nostra “intelligence” conscia e inconscia si pone domande come le seguenti: cosa pensano gli altri di me? Come mi giudicano? Quanto io sono attraente per loro? Quanto io sono per loro repellente? Quanto io sono importante per loro? Quanto mi temono? Quanto mi stimano? Quale status mi attribuiscono? Quali appartenenze mi attribuiscono? Come mi classificano? Quanto mi approvano? Quanto mi disapprovano? Quanto desiderano interagire con me? Quanto desiderano cooperare con me? Quanto desiderano il mio bene? Quanto desiderano la mia rovina? Quanto mi amano? Quanto mi odiano? Quanto sono sinceri e quanto falsi con me? In che modo i loro progetti mi possono danneggiare o favorire? In cosa siamo in competizione? Che potere hanno su di me? Che potere ho su di loro? Ecc. ecc.
Tutte queste domande sono per lo più inconsce, tuttavia sappiamo che l'inconscio suscita emozioni e sentimenti che determinano il nostro comportamento sia quando siamo soli che quando siamo in presenza degli altri.
Suppongo inoltre che i neuroni specchio abbiano un ruolo importante nel rispondere inconsciamente a tali domande.
Per quanto sopra, abbiamo tutto l’interesse di rendere consce le nostre preoccupazioni inconsce. Solo così possiamo trasformare un’angoscia di origine sconosciuta in un esame consapevole della nostra situazione sociale, ed elaborare razionalmente la nostra strategia sociale tenendo conto dei nostri bisogni e di quelli altrui.
Vedi anche Domande sui rapporti interpersonali.
Per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri abbiamo bisogno di interagire con altre persone dotate di certi requisiti, in certi modi e a certe condizioni.
Perché ciò possa avvenire, è necessario che le persone candidate o prescelte a tale scopo "accettino" (volenti o nolenti) di interagire con noi in quei modi e a quelle condizioni.
L'interazione può essere più o meno coercitiva e violenta, o liberamente cooperativa. Nel seguito ci occuperemo soltanto del secondo caso.
Le modalità di libera cooperazione debbono essere di comune gradimento e "convenute". Esse possono essere scelte da un repertorio di "tipi" predefiniti oppure negoziate e definite creativamente all'occorrenza.
Chiameremo le modalità convenute "regole di interazione" o "regole del gioco". Esse definiscono infatti le transazioni consentite, quelle vietate e quelle obbligatorie, vale a dire i diritti, i doveri, i principi logici, etici ed estetici da rispettare nel corso delle interazioni, e i presupposti della cooperazione, ovvero le identità sociali, i ruoli rispettivi, le proprietà e le capacità che gli interagenti dichiarano di possedere e/o di assumere durante la cooperazione.
Sulla base di quanto sopra esposto, possiamo affermare che la questione principale di ogni essere umano sia quella di decidere con chi e con quali regole interagire, nella speranza di trovare persone che rispondano ai criteri stabiliti.
Metaforicamente possiamo dire che ognuno deve decidere con chi giocare e a quale gioco, sapendo che deve probabilmente accontentarsi dei giocatori disponibili (con le loro caratteristiche immutabili) e accettare compromessi sulle regole da applicare al gioco. In caso contrario si potrebbe restare fuori gioco, ovvero isolati, frustrando di conseguenza un certo numero di propri bisogni.
La società è come un mercato in cui ognuno può, idealmente, scegliere cosa comprare e cosa vendere, ovvero cosa prendere e cosa dare, e con chi effettuare lo scambio.
Purtroppo non tutti riescono a trovare qualcuno con cui "giocare" in modo soddisfacente ovvero ad un gioco accettabile in quanto compatibile con la propria personalità, i propri bisogni e le proprie paure. In alcuni casi il gioco non inizia nemmeno, in altri inizia, ma viene interrotto appena una delle parti si rende conto che l'altra non rispetta le regole convenute, o che essa stessa non è in grado di rispettarle (o gli costerebbe troppo farlo) oppure che i presupposti dichiarati dal partner al momento dell'accordo non corrispondono alla realtà.
A queste difficoltà va aggiunto il fatto che la negoziazione delle "regole del gioco" normalmente non viene fatta razionalmente né esplicitamente, ma in modo intuitivo e più o meno consapevole, ovvero guidato da sentimenti di attrazione e repulsione piuttosto che da criteri logici e realistici, con risultati che possono essere deludenti.
Questo articolo è un invito ad affrontare razionalmente la questione "con chi e con quali regole interagire" e a discuterne esplicitamente con i potenziali partner.
Basta con affermazioni semplicistiche, fuorvianti e ingannevoli del tipo "la felicità dipende (solo) da te".
In realtà la felicità di un essere umano dipende soprattutto dagli altri, cioè da come gli altri lo "trattano", ovvero da come lo considerano, quanto lo rispettano, quanto lo trovano simpatico o antipatico, quanto sono disposti a cooperare con lui ecc.
Infatti, per essere felici, cioè por soddisfare i nostri bisogni e desideri, noi umani abbiamo bisogno della cooperazione degli altri. Per ottenerla si devono verificare una quantità di condizioni complesse e varie, che conosciamo poco e male. Queste condizioni possono essere relative al nostro comportamento verso gli altri in generale e verso i soggetti che ci interessano in particolare, possono riguardare il nostro status sociale, la nostra salute, bellezza, ricchezza, cultura, le nostre appartenenze, le nostre capacità ecc., ma possono anche dipendere da fattori indipendenti dalla nostra persona, tra cui la mentalità e i problemi altrui, e il caso.
La benevolenza dell'uomo verso l'uomo non è né un dovere, né un diritto, e non può essere forzata se non con la violenza fisica o psicologica.
Tutto si gioca sull'interdipendenza economica e psicologica degli esseri umani, caratteristica fondamentale e fatale della nostra specie. Essa è alla base delle nostre motivazioni a cooperare, ma anche a competere per assicurarci le cooperazioni più vantaggiose.
L'interdipendenza economica è evidente e consiste nella necessità della divisione (più o meno competitiva) del lavoro e dello scambio di beni e servizi indispensabili per la sopravvivenza e il benessere.
L'interdipendenza psicologica, o psichica, è meno evidente ma ancora più importante. Perché la nostra mente si è costruita attraverso le interazioni sociali e allo scopo di gestire le interazioni sociali. La nostra stessa capacità di pensare non è innata, ma ci è stata insegnata da altri esseri umani attraverso l'imitazione dei comportamenti altrui, l'apprendimento del linguaggio e l'assimilazione delle varie forme, norme e valori culturali delle comunità in cui siamo nati, cresciuti e di cui abbiamo fatto parte nel corso della vita, per necessità o per scelta.
Non possiamo ignorare gli altri. Possiamo ignorare alcuni altri, ma non tutti. C'è un certo numero di persone di cui non possiamo fare a meno. Almeno di una. Non possiamo smettere di essere umani in senso culturale, cioè di comportarci in modo non comprensibile da altri umani. Siamo condizionati dalla necessità di essere compresi e accettati da un numero sufficiente di persone.
Differenziarci troppo dagli altri è rischioso, anche quando questi ci sembrano stupidi, ignoranti, falsi, violenti e malati di mente. Si rischia l'isolamento sociale, che conduce alla morte o a condizioni di vita durissime.
Tornando al titolo di questo articolo, occorre ammettere che la nostra felicità dipende "anche" da noi stessi in quanto possiamo cercare di capire come ottenere dagli altri la cooperazione di cui abbiamo bisogno, e fare tutto ciò che è in nostro potere per ottenerla, tuttavia senza alcuna garanzia di riuscita.
Una scienza della felicità che non sia illusoria, richiede dunque una profonda conoscenza della natura umana, tale da permetterci di anticipare sia le reazioni altrui al nostro comportamento, sia le nostre reazioni al comportamento altrui.
Il comportamento umano (di cui fa parte anche il pensiero) è determinato da motivazioni per lo più inconsce. Tra queste, alcune sono simili a quelle di altri animali, altre sono tipicamente ed esclusivamente umane.
Data l'interdipendenza degli esseri umani, le motivazioni tipicamente umane sono incentrate sul bisogno di cooperazione sociale e includono ogni strategia e tattica che possa facilitare la cooperazione stessa.
La cooperazione sociale ha un costo in termini di obblighi e di limitazioni della libertà individuale in quanto nessun umano concede la sua cooperazione “gratuitamente”. Infatti ognuno esige, in cambio della propria cooperazione, un adeguato bene o un’adeguata cooperazione, ovvero certi comportamenti e certe limitazioni di comportamento da parte di coloro con con cui coopera.
Dato il bisogno (e/o desiderio) umano di libertà, la motivazione umana fondamentale consiste nell’ottenere la massima cooperazione col minimo “costo”, cioè mantenendo la massima libertà (compresa quella di interrompere la cooperazione, o di modificarne i termini, quando si vuole) riducendo al minimo i necessari impegni per quanto possibile.
La cooperazione sociale è regolata da leggi (scritte e non scritte) stabilite da tradizioni e da autorità comunemente riconosciute, leggi che devono essere accettate e rispettate come condizione per poter cooperare. Tali leggi, diverse in ogni gruppo sociale, stabiliscono forme, norme, valori, obblighi e libertà nelle relazioni cooperative. In quasi tutte le società democratiche, tra le libertà riconosciute c’è quella di scegliere i propri partner nei vari ambiti. In altre parole, ognuno può scegliere con chi cooperare e con chi non cooperare.
Il fatto che nessuno sia obbligato a cooperare con qualcuno (cioè che la cooperazione sia un diritto ma non un dovere) fa sì che la cooperazione non sia mai garantita (tranne nell’infanzia, da parte dei genitori verso i figli), ma sia soggetta all’”attrattività” della propria persona. In altre parole, quanto più una persona è “attraente” in un certo ambito, tanto più facilmente trova persone interessate a cooperare con essa in quell’ambito.
La probabilità di trovare persone disponibili a cooperare con se stessi è anche determinata dalle risorse di cui un individuo può disporre per “comprare” o imporre la cooperazione stessa. In altre parole, tale probabilità è legata al “potere” politico ed economico di cui la persona dispone.
Per quanto detto sopra, possiamo ipotizzare la presenza, nella logica dell’inconscio, di due tipi di gerarchie sociali, che io chiamo “gerarchie capacitive” e “gerarchie attrattive”.
Per “gerarchia capacitiva” intendo una scala comparativa della capacità (cioè del potere) di imporre ad altri regole di cooperazione (obblighi e libertà) a cui sottostare, oppure di “comprare” una certa cooperazione.
Per “gerarchia attrattiva” intendo una scala comparativa dell’attrattività (nel senso di desiderabilità) dei membri di una certa comunità in un certo ambito, ovvero della probabilità di essere scelti come partner di cooperazione nell’ambito considerato.
I principali ambiti delle gerarchie capacitive sono: politica, economia, finanza, scienze, facoltà accademiche, media, istituzioni sociali, organizzazioni, imprese ecc.
I principali ambiti delle gerarchie attrattive sono: bellezza della persona e dei suoi averi, salute, intelligenza, cultura, competenze tecniche, capacità varie, moralità, conformità ai costumi sociali e alle mode, ecc. Tuttavia, una posizione più alta in una gerarchia capacitiva rende una persona generalmente anche più “attraente” per una cooperazione.
Io suppongo che nell’inconscio di ogni umano vi sia un meccanismo omeostatico che in ogni momento misura la posizione (o "status") della persona nelle varie gerarchie capacitive e attrattive, e attiva comportamenti tesi ad evitare decrementi e a favorire incrementi degli status stessi. Infatti, quanto più lo status è basso in quante più gerarchie, tanto più si perde potere, autorevolezza, autorità, competitività, attrattività, dignità e appartenenza sociale, ovvero tanto più ci si avvicina all’emarginazione sociale, all’isolamento e alla “morte civile”. Suppongo che così l'inconscio "ragioni" e "funzioni".
Ovviamente, la misura degli status propri e di quelli altrui (che vengono continuamente confrontati a livello inconscio) è sempre soggettiva e deve fare i conti con le reciproche misure fatte dagli altri ed espresse in modi più o meno espliciti e più o meno pubblici. Quando le valutazioni reciproche differiscono in senso sfavorevole per noi (nel senso che la stima che l'altro ha per noi è inferiore alla nostra autostima) può nascere in noi un'antipatia, una rabbia e un senso di ingiustizia verso l'altro. Tali reazioni emotive possono dar luogo, da parte nostra, a comportamenti aggressivi tesi ad imporre all'altro le nostre valutazioni, ovvero ad umiliarlo, a fargli capire che sbaglia, che ha certi difetti, che vale meno di quanto crede, e che, di conseguenza, merita uno status (in un certo ambito) più basso di quello che ritiene di avere, e comunque più basso rispetto al nostro.
Ogni società è caratterizzata da un certo grado di competitività, nel senso che alcune sono più competitive di altre. Comunque in ogni società c’è una continua, "normale", competizione per i ranghi più alti possibili nelle varie gerarchie, specialmente quelle in cui uno si sente più competitivo, mentre si rinuncia normalmente a competere nelle gerarchie in cui si sa di avere poche probabilità di ottenere buone posizioni.
In tale quadro ci sono persone che assumono (o a cui viene conferito) il ruolo di facilitatori dell’ascesa gerarchica in un certo ambito. Si tratta di intellettuali, professori, giornalisti, autori, artisti, architetti ecc. e dei cosiddetti “influencer”, che, per professione, forniscono insegnamenti e consigli su come salire o evitare di scendere in certe scale gerarchiche.
Io suppongo che al giorno d’oggi vi sia una generale rimozione (in senso psicoanalitico) dell’interesse per le gerarchie sociali e della motivazione a raggiungere e mantenere status più alti possibili in quanti più ambiti possibili. In altre parole, tale motivazione viene spesso negata, mistificata e dissimulata, malgrado il fatto che, da sola, potrebbe spiegare la maggior parte dei comuni comportamenti sociali.
Ritengo che la tendenza a conquistare e a difendere status desiderabili dovrebbe essere moderata per evitare eccessi distruttivi sia a livello sociale che individuale, e psicopatie come il narcisismo, la megalomania e la depressione nervosa. Tuttavia nessuna moderazione è possibile se non riconosciamo e non ammettiamo la presenza, in ognuno di noi, di motivazioni come quelle che ho descritto in questo articolo, che necessitano di una moderazione.
