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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Reciprocità

14 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

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Cooperazione e servizio

Cooperazione: servizio reciproco.

Controllo reciproco

Ognuno vorrebbe controllare ogni altro.

Trattamenti reciproci

Il modo in cui gli altri ti trattano dipende dal modo in cui tu tratti loro.

Comportamenti reciproci

Il modo in cui gli altri si comportano con te dipende dal modo in cui ti comporti con loro.

Servizio reciproco

Ogni umano vorrebbe asservire gli altri ed evitare di essere asservito dagli altri. I desideri di due umani sono dunque incompatibili a priori. Perciò dobbiamo essere sempre pronti a negoziare compromessi miranti ad un servizio reciproco sostenibile.

Sull'importanza del gradimento reciproco

Ad un essere umano non interessa tanto se l'altro sia bravo, buono, giusto, bello o intelligente, ma soprattutto come l'altro si pone nei suoi confronti, sia cognitivamente che emotivamente.

In altre parole ciò che conta per un umano è quanto egli sia gradito all'altro.

Infatti ognuno tende a gradire coloro da cui si sente gradito, e a non gradire coloro da cui non si sente gradito.

Condizionamento reciproco

Se milioni di persone fanno le stesse cose allo stesso tempo, non è per caso e nemmeno per libera scelta, ma per l'effetto di forze consce o inconsce che spingono la maggior parte delle persone a imitare il comportamento più comune praticato nella propria comunità di appartenenza e a conformarsi ad esso. Se si chiede ad una persona perché fa quello che fanno tanti altri, essa con molta probabilità risponderà che lo fa perché lo ritiene cosa buona, ovvero perché le piace farlo, come se fosse una sua libera scelta. In realtà si tratta di un condizionamento reciproco dettato dal bisogno di appartenenza, che produce al tempo stesso il piacere di appartenere e la paura di non appartenere ad una comunità caratterizzata dal comportarsi in un certo modo, più o meno rituale.

Sul rispetto reciproco tra credenti e atei

Credenti e atei non possono rispettarsi, ma, nel migliore dei casi, tollerarsi.
Infatti, il credente considera l'ateo una pecorella smarrita, uno che non vede, uno a cui manca qualcosa (la grazia di Dio), uno che non ha ancora trovato una cosa preziosa che il credente ha invece trovato che da cui ricava un bene immenso. Insomma un minorato. Oppure una minaccia, uno che potrebbe allontanare da Dio (il sommo e indispensabile bene) i suoi familiari, amici e concittadini e renderli a loro volta pericolosi e infelici.
Viceversa l'ateo considera il credente un illuso, che sbaglia e vede cose che non esistono, che non è in grado di vedere le contraddizioni e assurdità delle scritture e degli insegnamenti religiosi.
Insomma, il rispetto reciproco tra credenti e atei è solo un'ipocrisia politcamente corretta che serve ad evitare guerre di religione.

Etica del reciproco servizio

Di solito, quando si parla di etica s'intendono regole di comportamento a senso unico, vale a dire obblighi e divieti verso gli altri, indipendentemente dal comportamento altrui verso noi stessi. Ma un'etica che mi impone di essere buono con qualcuno anche se questo è cattivo con me o se questo mi ignora, non ha senso, e non è credibile.

Io ritengo, infatti, che un'etica credibile e praticabile debba tenere conto anche del comportamento altrui nei propri confronti, in quanto la vita sociale consiste in un vitale scambio di beni e servizi (materiali e immateriali) tra esseri umani. In tal senso, il comportamento di ciascuno dovrebbe essere tale da influenzare vantaggiosamente quello degli altri nei propri confronti.

In altre parole, io devo essere buono con gli altri e devo servirli in qualche modo, se voglio che gli altri siano buoni con me e che mi servano in qualche modo. Questa logica dovrebbe essere il fondamento di un’etica laica, razionale, efficace, credibile e praticabile per il bene comune.


La felicità come servizio reciproco

Per convivere e interagire pacificamente e in modo produttivo e soddisfacente con gli altri, ovvero per essere felici, la cosa migliore che ciascuno possa fare è un servizio reciproco il più completo possibile e con il maggior numero possibile di persone. Cioè ognuno dovrebbe cercare di soddisfare il più possibile le esigenze altrui e incentivare gli altri a soddisfare le proprie. Perché questo avvenga è necessario che ognuno conosca le esigenze proprie e altrui in termini di bisogni innati e acquisiti, paure, desideri, sensibilità, volontà, gusti ecc. distinguendo quelle sane da quelle morbose, quelle produttive da quelle controproducenti, e che faccia conoscere agli altri le proprie.
Per capire ed esprimere le proprie esigenze e intuire quelle altrui, specialmente quelle inconsce, è necessaria una conoscenza profonda e demistificata della natura umana, ottenibile mediante una cultura umanista eclettica e organica, da insegnare prima possibile, anche ai bambini, e da approfondire e diffondere per tutta la vita, con ogni mezzo: letterario, artistico, pedagogico, accademico, giornalistico, psicoterapeutico, politico, economico ecc.

Interazioni consapevoli vs. inconsapevoli

Ogni essere vivente interagisce continuamente con il mondo esterno e con i propri organi interni. Probabilmente l’uomo è l’unico essere vivente che può essere consapevole di interagire con qualcosa, delle regole con cui interagisce e degli effetti delle proprie interazioni. Tuttavia tale consapevolezza è a mio parere generalmente rara.

Intendo dire che un essere umano, mentre interagisce con qualcosa o qualcuno, raramente si rende conto del fatto che il processo in cui è coinvolto è un’interazione, cioè uno scambio di informazioni, oggetti, sostanze e/o energie. Infatti la sua consapevolezza si riduce generalmente ad una sensazione di presenza rispetto a qualcosa o qualcuno, ad una percezione di comportamenti spontanei, e al provare sentimenti ed emozioni suscitati da quella presenza e da quei comportamenti, senza che essi vengano analizzati.

Forse solo quando due persone sono impegnate in un combattimento, in una gara o in un gioco, esse hanno la consapevolezza di interagire. Quando esse sono invece in una compagnia senza particolari regole e senza obiettivi precisi, il loro comportamento reciproco è generalmente spontaneo e percepito come un continuo flusso di azioni automatiche, cioè non calcolate consapevolmente.

L’interazione consapevole comporta l’analisi dei comportamenti propri e altrui in senso sistemico, cioè in termini di azioni e reazioni, cioè di stimoli e risposte, secondo certe logiche, laddove una risposta ad uno stimolo può costituire a sua volta uno stimolo.

Una persona impegnata in un’interazione consapevole è consapevole in primo luogo di essere impegnata in un’interazione sistemica con una certa cosa o persona. In secondo luogo è consapevole del modo in cui sta interagendo, ovvero delle logiche con cui a certi stimoli sono associate certe sue risposte. In terzo luogo è consapevole dei risultati dell’interazione rispetto alle proprie motivazioni (cioè ai suoi bisogni e desideri) o ai propri obiettivi. In quarto luogo è in grado di decidere consapevolmente se continuare o interrompere l’interazione, o se cambiare le logiche delle proprie reazioni agli stimoli ricevuti.

Per concludere, ritengo che quando non si è soddisfatti delle proprie interazioni inconsapevoli, è bene cercare di renderle consapevoli, così da poterle migliorare.

Interdipendenza, condizionamento reciproco, autocondizionamento

Tra i fattori che caratterizzano la natura umana, particolarmente importanti sono, a mio parere, i seguenti:

  • l’interdipendenza

  • il condizionamento reciproco

  • l’autocondizionamento


Tali fattori sono correlati causalmente, nel senso che il secondo dipende dal primo e il terzo dal secondo.

Che gli esseri umani siano interdipendenti è evidente, ma, a mio avviso, non si riflette abbastanza sulle conseguenze di tale condizione. Infatti, dato che ogni umano ha bisogno di un certo numero di altre persone (per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni) è naturale che cerchi continuamente di influenzare il comportamento altrui a proprio favore, cioè di “condizionare" gli altri (consciamente o inconsciamente). In tal senso, possiamo parlare di “condizionamento reciproco”.

Il tentativo di condizionamento ha successo specialmente in due casi: (1) quando una persona più anziana o più esperta cerca di influenzare una più giovane o meno esperta e (2) quando molte persone, accomunate da certi comportamenti o certe idee, cercano di influenzare un individuo non supportato da un gruppo abbastanza coeso o cospicuo con idee e comportamenti antitetici rispetto al primo.

Nel caso (piuttosto frequente) in cui un individuo sia oggetto (consciamente o inconsciamente) di condizionamenti contrastanti da parte di vari altri individui o gruppi, succede che egli non sappia decidere spontaneamente quali condizionamenti accogliere e quali rifiutare. In tal caso ha la capacità di scegliere consciamente e razionalmente il condizionamento da accogliere e di “forzarlo” attraverso un volontario “autocondizionamento”.

L’autocondizionamento è dunque un processo di autoconvincimento volontario, cosciente e razionale, a pensare e a comportarsi in certi modi a fronte di certe “ragioni” considerate vere, buone e giuste, specialmente quando occorre superare un condizionamento precedente antitetico rispetto al nuovo.

Per concludere, a mio parere, in quanto esseri umani interdipendenti, siamo continuamente impegnati in un condizionamento reciproco e, in caso di conflitti tra condizionamenti contrastanti, possiamo autocondizionarci volontariamente, nel tentativo di superare i conflitti motivazionali.

Valutazioni reciproche (positive e negative)

Ognuno, consciamente o inconsciamente, valuta ogni altro e si sente valutato da ogni altro secondo certe gerarchie (intelletto, etica, estetica, politica, forza fisica, competenza in certe funzioni, conoscenza in certi campi, abilità in certe attività ecc.).

Ogni valutazione reciproca discordante tra due persone può dar luogo ad un conflitto interpersonale per cui ciascuno cerca di indurre l’altro a modificare le valutazioni di se stesso e dell'altro, in modo da renderle coerenti con le proprie.

Chi si sente sottovalutato da un altro, tende automaticamente a pensare che sia l'altro a sopravvalutarsi (dato che il primo presume di essere stato valutato dal secondo in modo improprio).

Se uno si sente sottovalutato dall’altro, e/o ritiene che l’altro si sopravvaluti, cercherà di dimostrargli che ha torto, che è in errore, che ha fatto qualcosa di sbagliato (vale a dire, in altre parole, che vale meno di quanto pensi).

I tentativi di correzione al ribasso della presunta sopravvalutazione vengono solitamente percepiti, da chi li subisce, come umiliazioni, e chi si sente umiliato reagisce solitamente cercando a sua volta di umiliare l'umiliante. Tale dinamica costituisce un circolo vizioso, con un’escalation potenzialmente illimitata.

Se il conflitto si dimostra insanabile e non intervengono fattori di moderazione o di inibizione, ne consegue un’ostilità tra i contendenti che può sfociare nel disprezzo reciproco, nell’offesa, nella violenza e nell’allontanamento unilaterale o bilaterale.

Allo scopo di evitare simili spiacevoli esiti, molti si astengono dal valutare gli altri e dall’autovalutazione, e considerano il giudizio e la critica deleteri, al punto da giudicare male chi giudica, per il solo fatto che esprime giudizi senza avere particolari titoli pubblici per farlo.

Questa fuga dalla valutazione, dal giudizio, dalla critica, nuoce al progresso civile e morale, in quanto ci può essere progresso civile e morale solo criticando i pensieri e i comportamenti erronei propri e altrui.

Pertanto, in caso di divergenze di opinioni con qualcuno, dovremmo cercare di criticare solo le idee che riteniamo errate e non la persona che le esprime, e non dovremmo sentirci svalutati come persone (a meno che l’altro non sia esplicito in tal senso).

L’astensione dalla valutazione “ad personam” è tuttavia alquanto difficile allorché si cerca di analizzare i motivi per cui l’interlocutore pensa, o si comporta, in modo erroneo, dal momento che tali motivi sono spesso psicologici, più che logici, vale a dire che investono la personalità (e quindi la persona) del soggetto.

Infatti un ragionamento può comportare lacune e salti logici (spesso associati a paure e/o a repulsioni) dovuti a particolari strutture cognitive ed emotive dell’inconscio, di cui il soggetto è raramente consapevole.

Dovremmo allora limitarci a dire che certe idee o certi comportamenti del nostro interlocutore sono a nostro avviso erronei, senza avanzare ipotesi o spiegazioni “psicologiche” circa i motivi degli errori.

Così facendo eviteremo tanti conflitti, ma non contribuiremmo a far luce sulle cause psicologiche dei mali della società.

Cooperazione e condivisione

In questo articolo vorrei affermare una relazione funzionale tra il concetto di condivisione e quello di cooperazione. Infatti suppongo che non sia possibile una cooperazione tra due o più persone se queste non condividono almeno certe cose materiali o immateriali, a cominciare da un linguaggio e da certe opinioni, certi valori, certi gusti ecc.

Per argomentare la mia affermazione, mi riferisco inizialmente ai bisogni primordiali di ogni essere umano: sopravvivere e riprodursi.

Il bisogno di cooperazione

Per sopravvivere, per soddisfare i propri bisogni, e per riprodursi, ogni umano ha bisogno di cooperare con altri umani.

Tuttavia, perché vi sia cooperazione, non basta volerla, bisogna anche sapere come ottenerla, ed è necessario che certi prerequisiti siano soddisfatti. Infatti può succedere che essa non si realizzi, che avvenga con difficoltà e inconvenienti più o meno gravi, o che dia risultati insoddisfacenti, tanto da indurre gli interessati a concludere che non ne valeva la pena.

Cerchiamo dunque di capire in cosa consiste una cooperazione e a quali condizioni essa è soggetta.

In cosa consiste una cooperazione

La cooperazione tra due umani (i “partner” della cooperazione) consiste nella condivisione di certe cose, e richiede la condivisione di certe altre cose. Per "cose" intendo qualsiasi cosa materiale o immateriale, come oggetti, beni, idee, informazioni, valori, doveri, ecc. (vedi una lista di esempi più numerosa in fondo a questo articolo).

In una cooperazione vengono scambiati beni, e/o informazioni, e/o servizi, nel senso che ciascun partner cede all’altro, o permette all’altro di usare, certe proprie risorse materiali o immateriali, in cambio di certi benefici.

Una forma molto semplice di cooperazione è il commercio, in cui avviene la cessione di un bene in cambio di un corrispettivo, che consiste generalmente in denaro.

Cooperazione come servizio reciproco

Nelle forme più complesse di cooperazione (come l’amicizia, il cameratismo, il rapporto professionale, l’amore di coppia, la solidarietà, il patriottismo, il tifo sportivo ecc.) vengono scambiati servizi, o impegni di servizi, da erogare al verificarsi di certe condizioni. In tal senso un “servizio” può consistere nella difesa, protezione o sostegno del partner, nel mutuo aiuto o nel perseguimento di un comune interesse o obiettivo.

L’erogazione di un servizio può essere considerata una forma di condivisione nel senso che se una persona A "serve" una persona B, si può dire che B “usa” la persona A in quanto “usufruisce” del servizio che A eroga a B. Ebbene, se B usa A, si può dire che A condivide una parte di se stessa con B, a favore di B. Ovviamente ci si aspetta che la condivisione sia reciproca, o che sia ricompensata in qualche modo.

Quando la cooperazione ha successo, è come se, in virtù dell’erogazione e dell'uso reciproco dei "servizi", A e B fossero due parti di un’unica entità (la coppia), parti che cooperano a beneficio, e nell'interesse, della coppia stessa. In tal senso si può parlare di "economia" della coppia.

In altre parole, una cooperazione è una specie di simbiosi, per quanto possa essere di durata limitata e non impegnativa al di fuori dell'ambito della cooperazione stessa.

Infatti, durante la cooperazione, i partner traggono vantaggio dallo scambio dei beni, delle informazioni e dei servizi, e a tale scopo costituiscono un gruppo, ovvero un sistema, dato che per sistema s'intende un insieme di parti che interagiscono per un interesse o scopo reciproco o comune.

Condivisione come comunicazione e congiungimento

Lo scambio di cui stiamo parlando costituisce una "comunicazione" in senso lato, in quanto permette la messa in "comune" di qualcosa. Nel caso dello scambio di informazioni, si può parlare di "comunicazione" in senso stretto, in quanto certe informazioni vengono "copiate" dalla mente di un partner in quella dell'altro. In questo caso "condividere" equivale a "copiare".

In termini più astratti, è come se l’erogatore del servizio condividesse (in tutto o in parte) la propria persona, ovvero il proprio corpo (che include la propria mente), con il fruitore del servizio stesso.

Condividere una cosa tra due o più partner significa che i partner dispongono di quella cosa in comune, nel senso che ciascuno dei partner può usarla come se fosse propria.

Paradossalmente, quindi, sebbene il termine “condividere” faccia pensare ad una divisione, e quindi separazione, una condivisione è una forma di unione, cioè di congiungimento, tra chi produce la condivisione e chi ne usufruisce.

In tal senso, il rapporto sessuale può essere considerato come una forma di cooperazione e di condivisione, in cui vengono condivisi i corpi dei cooperanti.

Donazione vs. condivisione

C'è una differenza significativa tra il concetto di "donazione" e quello di "condivisione". Infatti, nella donazione (come pure nella dedizione e nel sacrificio) il donatore rinuncia a qualcosa a favore del beneficiario, quindi perde qualcosa senza aspettarsi nulla in cambio. Nella condivisione, invece, il condividente non rinuncia a nulla e non perde nulla, ma mette semplicemente qualcosa che prima era privato, a disposizione del partner, oppure rinuncia a qualcosa in cambio di un beneficio maggiore.

Questa differenza tra donazione e condivisione è di fondamentale importanza nel rapporto di coppia, in quanto la donazione, la dedizione, il sacrificio possono dar luogo, nel tempo, ad un risentimento o ad un desiderio di compensazione o di rivalsa che può nuocere alla cooperazione, fino ad indurre gli interessati a interromperla.

Condivisione statica vs. dinamica

Una condivisione può essere statica o dinamica.

Per condivisione statica di una cosa tra due persone intendo il caso in cui le due persone hanno già quella cosa in comune nel momento in cui considerano un'eventuale cooperazione.

Per condivisione dinamica di una cosa tra due persone intendo l'atto del condividere, ovvero la transazione (tra le due persone) attraverso la quale si realizza la messa in comune di quella cosa.

Affinché una condivisione dinamica possa avvenire, è necessaria, a priori, la condivisione statica di certe cose, quali ad esempio, certe regole morali, una lingua, certi saperi, certi interessi, certi obblighi, ecc.

Motivazione alla condivisione

Una condivisione tra due persone può essere suggerita, stimolata, obbligata o forzata da una terza parte (come ad esempio un genitore, un sacerdote, un'autorità politica, militare, economica, culturale, un datore di lavoro ecc.). In tal caso la terza parte può costituire anche l'oggetto della condivisione, nel senso che le persone condividono la stessa autorità a cui si sottopongono, o che insieme combattono.

A proposito di condivisione forzata, il "comunismo reale" costituisce un perfetto esempio di essa. Infatti in un regime comunista "classico", la proprietà privata è consentita in misura molto limitata, e la popolazione è costretta dall'autorità statale a condividere non solo i beni materiali, ma anche l'idea che il comunismo sia una cosa buona.

Tra cooperazione e condivisione esiste una relazione funzionale bidirezionale, nel senso che la condivisione favorisce la cooperazione, e, a sua volta, la cooperazione favorisce la condivisione. Infatti, più intensamente e più frequentemente due persone cooperano, maggiore è la quantità di cose che esse condividono per effetto della cooperazione. D’altra parte quanto maggiore è il desiderio di cooperare, tanto maggiore è la motivazione a condividere certe cose.

Condivisione come chiave di comprensione dei rapporti umani

A mio avviso il concetto di condivisione è molto importante (1) come chiave di comprensione dei rapporti interpersonali (e dei i problemi ad essi connessi), (2) come strumento per orientarsi nella scelta delle persone con cui cooperare e (3) per apprendere a interagire e cooperare con gli altri nel modo più utile per sé e per gli altri.

Ad esempio, un divorzio (che rappresenta il fallimento di una cooperazione tra due persone) può essere spiegato come il risultato di un'insufficiente condivisione di prerequisiti, dovuta a incapacità o rifiuto volontario di condividere, o a differenze eccessive tra le visioni del mondo degli interessati.

Nei rapporti interpersonali è fondamentale capire che non ci può essere cooperazione, né amicizia, né amore senza una sufficiente condivisione, e che tanto maggiore è la condivisione, tanto più efficace è la cooperazione. Si può anche dire che la solitudine è il risultato di una insufficiente condivisione, o del rifiuto di condividere certe cose, come certi valori o disvalori.

Negoziazione di una cooperazione/condivisione

È anche importante capire che una cooperazione può essere (e a mio avviso dovrebbe essere) negoziata esplicitamente, nel senso che ogni parte dovrebbe essere consapevole di ciò che è disposta a condividere, di ciò che è capace o incapace di condividere, e delle condivisioni che esige dall'altra. Dovrebbe quindi informare l'altra delle proprie condizioni, e chiedere all'altra di fare altrettanto. Dopodiché le parti possono decidere con cognizione di causa se tentare una cooperazione o rinunciare ad essa per insufficienza delle condizioni necessarie.

Domande sulla condivisione

Più in generale, la riflessione sul concetto di condivisione permette di rispondere a domande quali: Condividere cosa? Con chi? Perché? E considerando un'eventuale cooperazione con una certa persona, permette di rispondere a domande quali:

  • Cosa possiamo condividere?

  • Cosa non possiamo condividere?

  • Cosa vogliamo condividere?

  • Cosa non vogliamo condividere?

  • Cosa dobbiamo condividere?

  • Cosa non dobbiamo condividere?

  • Cosa temiamo di condividere?

  • Cosa non temiamo di condividere?

  • Cosa desideriamo condividere?

  • Cosa non desideriamo condividere?

Istinto di cooperazione/condivisione

Se è vero che l'uomo ha un bisogno innato di cooperazione, possiamo dire che ha, di conseguenza, un bisogno innato di condivisione, in quanto mezzo indispensabile per ottenere la cooperazione stessa. Possiamo perciò parlare di istinto di cooperazione e di istinto di condivisione, confondendoli.

In antitesi rispetto al bisogno/istinto di cooperazione e di condivisione, vi è tuttavia il bisogno/istinto di competizione, per cui il vivere civile impone un compromesso tra di essi.

Differenze umane, esclusione e inclusione

Se prendiamo due persone a caso, possiamo affermare che essere condividono certe cose, e non condividono certe altre cose. Sono proprio tali corrispondenze e non corrispondenze che determinano il grado di possibilità di cooperazione tra le persone stesse.

In tal senso, anche il concetto di "inclusione" rientra a mio avviso nel concetto di condivisione. Infatti un'inclusione autentica e non illusoria, è possibile solo attraverso una condivisione di certi beni, valori, idee, impegni, ecc.

Condivisioni di gruppo/massa

Il concetto di condivisione non riguarda solo i rapporti bilaterali tra due individui, ma può interessare gruppi o masse di persone, ad esempio, nell'editoria, nei mass media, nei social network, negli spettacoli, nelle conferenze pubbliche, nelle cerimonie, nei riti, ecc.. Mi riferisco alla diffusione di informazioni o di "performance" che una fonte mette a disposizione di una quantità imprevedibile di persone sconosciute, con o senza una loro attiva partecipazione simultanea.

Questa condivisione di gruppo o di massa ha una doppia funzione. Da una parte consiste nella condivisione tra una fonte e ciascun destinatario-fruitore. Dall'altra costituisce una condivisione tra tutti i destinatari-fruitori che, in virtù del fatto che hanno assistito allo stesso evento (specialmente se in contemporanea), ne condividono successivamente la memoria.

Abbiamo qui, dunque, una doppia condivisione, che favorisce la cooperazione (1) tra la fonte e ciascun fruitore, e (2) tra i fruitori, i quali possono successivamente, nei loro dialoghi, fare riferimento a ciò che hanno visto e udito insieme.

Cose che possono essere condivise

Concludo con una lista di "cose" che possono essere condivise tra due persone, o tra una fonte e un gruppo o massa di persone.

  • Beni materiali (mobili e immobili)

  • Beni immateriali

  • Idee

  • Informazioni

  • Insegnamenti, scuole

  • Saperi e conoscenze

  • Ricordi

  • Valori

  • Interessi

  • Obiettivi

  • Progetti

  • Imprese

  • Gusti

  • Preferenze

  • Colpe

  • Responsabilità

  • Doveri

  • Appartenenze

  • Amore/odio verso terzi

  • Psicologie

  • Filosofie

  • Religioni

  • Discipline

  • Esperienze

  • Preoccupazioni

  • Sottomissioni ad autorità

  • Problemi

  • Amicizie

  • Paure

  • Piaceri

  • Dolori

  • Speranze

  • Luoghi e spazi

  • Folklore

  • Spettacoli

  • Storie

  • Genitori

  • Famiglia

  • Il proprio corpo

  • Poteri

  • Libertà

  • Musiche

  • Ritmi

  • Danze

  • Canzoni

  • Opere d'arte

  • Concerti

  • Conferenze

  • Cerimonie

  • Riti

  • Giochi

  • Vizi

  • Malattie

  • Dipendenze da sostanze

  • Ecc.