Soffro e godo, dunque sono.
Siamo macchine sentimentali.
Le emozioni sono pregiudizi.
Mi lamento dei lamenti inutili.
Le emozioni prevalgono sulle cognizioni.
Una poesia è un'esibizione di sentimenti.
Il sentimentale è il mentale che si sente.
Quando le passioni dormono, la ragione governa.
Le motivazioni sono determinate dalle emozioni.
Prima arriva l'emozione, poi la sua giustificazione.
Il fotografo è un cacciatore di immagini suggestive.
Mi sono antipatiche le persone a cui sono antipatico.
Io sono ciò che penso, ciò che sento e ciò che voglio.
L'empatia è un accordo di sentimenti (buoni o cattivi).
Tra ragione e sentimenti ci sono manipolazioni reciproche.
I gusti condivisi sono gioiosi, quelli non condivisi tristi.
Se i sentimenti fossero volontari moriremmo tutti di piacere.
Siamo comandati da ciò che ci attrae e da ciò che ci repelle.
Siamo tutti diversamente razionali e diversamente sentimentali.
Noi tendiamo ad odiare le persone odiate da chi ci è simpatico.
Le emozioni sono passioni acute, i sentimenti passioni croniche.
Le emozioni sono sentimenti acuti, i sentimenti sono emozioni croniche.
Arte è qualsiasi manufatto capace di ispirare sentimenti non artefatti.
Triste lo stare soli,
triste la compagnia
di chi non s'ama.
Gli artisti e i poeti sono produttori e trafficanti di forme stupefacenti.
Cerchiamo i difetti in chi ci è antipatico, i pregi in chi ci è simpatico.
A volte ci si illude volontariamente per godere del piacere dell'illusione.
Simpatizzare con certe persone può implicare antipatizzare con certe altre.
Il pensiero è una scansione cosciente della memoria, guidata dai sentimenti.
L'uomo non conosce con certezza altro che il proprio dolore e il proprio piacere.
Estasi è riuscire a contemplare serenamente il tutto senza escludere alcuna sua parte.
I sentimenti sono reali ma ciò che sentiamo non corrisponde necessariamente alla realtà.
Si è tristi perché si è soli o si è soli perché si è tristi? Sono veri entrambi i casi.
Lo scopo della poesia è suscitare certe emozioni e associarle a certe immagini o parole.
Non può essere felice chi è costretto a nascondere le proprie idee e i propri sentimenti.
Ognuno vede e non vede, nota e non nota, ciò che gli conviene per la propria tranquillità.
I sentimenti consistono in attrazioni e repulsioni, cioè previsioni di piaceri o di dolori.
Disprezzare un gruppo a cui una persona appartiene equivale a disprezzare la persona stessa.
Sono un materialista logico-sentimentale, in quanto cerco di capire le logiche dei sentimenti.
A volte, invece di vedere il mondo come è, lo vediamo in forme disegnate dalle nostre emozioni.
Noi conosciamo i nostri bisogni non per mezzo della ragione, ma attraverso i nostri sentimenti.
Anche i sentimenti e le emozioni hanno, o seguono, delle logiche, seppure inconsce e involontarie.
Sentimento: associazione di una certa idea con l'aspettativa di una certa dose di piacere o dolore.
Non solo l'uomo agisce per interesse; egli pensa, crede e prova emozioni e sentimenti per interesse.
Siamo dominati da piacere e dolore, attrazione e repulsione. Ragione e volontà sono al loro servizio.
La storia dell'umanità è un susseguirsi di guerre tra sentimenti, tra ragioni, e tra ragioni e sentimenti.
Un modo sicuro per rendersi antipatici a qualcuno è dimostrare di avere un'intelligenza maggiore della sua.
Immagina che una cosa che non ti piace ti piaccia. Se ci riuscirai, capirai cose che non hai mai capito prima.
L'uomo è forse l'unico animale capace di immaginare il futuro e di anticipare futuri dolori e futuri piaceri.
La condivisione di sentimenti e valutazioni nei confronti di terzi è un importante fattore di coesione sociale.
Una persona non ci è antipatica perché ha dei difetti, ma troviamo in essa dei difetti perché ci è antipatica.
Esercizio mentale: prendere una qualsiasi cosa percepita come repellente e cercare in essa degli aspetti positivi.
Quando si giudica il comportamento di una persona, bisogna usare criteri non solo razionali, ma anche sentimentali.
Una persona è tanto più intelligente quanto più alto è il grado di complessità dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti.
La felicità è una condizione in cui, nel bilancio emotivo di una persona, il piacere prevale statisticamente sul dolore.
Felicità è il sentimento che provi mentre stai interagendo in un modo che ritieni buono e giusto per te e per gli altri.
Simpatia, antipatia, amore, odio, stima, disprezzo, ostilità, ospitalità, fiducia, diffidenza, sono normalmente reciproci.
Il mondo è costituito da combinazioni di combinazioni di materia, energia, spazio, tempo informazioni, bisogni e sentimenti.
L'uomo deve avere pazienza con la donna, e la donna con l'uomo, perché hanno mentalità diverse, ma bisogno l'uno dell'altra.
Ogni umano si chiede (consciamente o inconsciamente): come posso influenzare a mio favore i sentimenti degli altri verso di me?
Siamo tutti diversi nella qualità e quantità dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e delle nostre motivazioni.
Se mi vuoi bene ti voglio bene, se mi vuoi male ti voglio male. Su questa semplice logica si basa gran parte dei rapporti umani.
La reazione emotiva precede e orienta quella cognitiva, così come la reazione dell'inconscio precede e orienta quella della coscienza.
Noi tendiamo a condividere i sentimenti di amore e di odio delle persone che amiamo, e a non condividere quelli delle persone che odiamo.
Solo il piacere e il dolore sono certamente reali (anche quando sono causati da entità immaginarie). Tutto il resto può essere illusorio.
Noi umani abbiamo una tendenza innata ad attribuire agli altri intenzioni, sentimenti e pensieri sulla base dei nostri pregiudizi e delle nostre paure.
L'idea che emotività e razionalità siano mutuamente esclusive è una falsa notizia inventata da chi non sa affrontare razionalmente le proprie emozioni.
Il piacere e il dolore e le loro anticipazioni, cioè l'attrazione e la repulsione, formano i nostri pensieri, le nostre motivazioni e i nostri interessi.
Metasentimento: sentimento su un proprio sentimento. Per esempio, provare attrazione o repulsione per un proprio sentimento di attrazione o di repulsione.
Ognuno desidera (consciamente o inconsciamente) che gli altri condividano i propri sentimenti, compreso l'amore o l'odio verso certe persone o certe cose.
Se riuscissimo anche solo per qualche minuto a inibire ogni reazione emotiva repulsiva (disprezzo, disgusto, paura ecc.) vedremmo e capiremo molto di più.
Chi è più in alto ride di chi è più in basso, e chi è più in basso odia chi è più in alto, tranne quando chi è più in alto aiuta chi è più in basso a salire.
Un grande successo nell'automiglioramento è riuscire a trasformare una risposta cognitivo-emotiva spontanea di disprezzo o paura in una di curiosità o simpatia.
Le emozioni sono i mezzi mediante i quali il corpo e la mente inconscia comunicano con le mente cosciente, e la dirigono secondo i loro bisogni e le loro logiche.
È impossibile non comunicare al nostro interlocutore, mediante il linguaggio non verbale, i nostri sentimenti e le nostre opinioni sulla sua persona e le sue idee.
C'è qualcosa, nella psiche, che ci domina mediante le emozioni che suscita seguendo certe logiche inconsce. La psicologia dovrebbe servire a decifrare tali logiche.
Si è malinconici perché si hanno pensieri tristi o si hanno pensieri tristi perché si è malinconici? Forse sono veri entrambi i casi, in un perfetto circolo vizioso.
Una certa cosa che mi piace a qualcuno dispiace. Una certa altra cosa che mi dispiace a qualcuno piace. Queste discordanze rendono difficile e dolorosa la vita umana.
Il fatto che io affronti analiticamente piuttosto che idealisticamente o sentimentalmente il problema dei miei rapporti con gli altri può essere mal visto dagli altri.
Purtroppo non siamo, per temperamento ed educazione, tutti ugualmente sensibili e purtroppo chi è meno sensibile non capisce cosa prova chi è più sensibile, e viceversa.
Non posso scegliere il mio umore, dato che non uso droghe né psicofarmaci. Posso tuttavia cercare di vivere saggiamente, sperando che la saggezza favorisca il buon umore.
Per me, meditare consiste nell'ascoltare le volontà dei miei dèmoni, in quanto padroni e amministratori dei miei sentimenti, ovvero dei miei piaceri e delle mie sofferenze.
Immaginare un farmaco o un apparato elettronico che inibisca ogni sentimento di repulsione rispetto a qualunque cosa si stia vedendo, pensando o immaginando. Spaventoso, vero?
Il controllo delle proprie emozioni è l'obiettivo più ambizioso per un essere umano. Per raggiungerlo ci vuole molto tempo e molto lavoro. I più, muoiono prima di averlo raggiunto.
È molto difficile misurare la stupidità di una persona, perché la stupidità di una mente non è costante né omogenea, ma varia secondo le emozioni provate e i contesti del pensiero.
Il teatro, il cinema, il romanzo, la poesia, l'arte, la musica, consistono nella rappresentazione dei bisogni umani e dei sentimenti causati dalla loro soddisfazione e frustrazione.
Il desiderio di ottenere e mantenere il successo influenza i pensieri, i sentimenti e i comportamenti delle persone. Tuttavia ognuno ha la sua personale idea di cosa sia il successo.
Scegliere in modo consapevole, valutando razionalmente tutte le opzioni disponibili, è faticoso e rischioso. Per questo i più preferiscono delegare le proprie scelte al proprio cuore.
Ogni essere umano ha interiormente una mappa del mondo, un vocabolario, un'enciclopedia, un'epistemologia, attrazioni, repulsioni e motivazioni più o meno originali o copiate da altri.
Un'infinità di cose avvengono continuamente nella nostra mente a nostra insaputa, cose che determinano le nostre motivazioni, i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre scelte.
Se io odio ciò che tu ami, oppure io amo ciò che tu odi, il nostro rapporto è difficile, improduttivo, sgradevole, bloccante, inficiato dall’incomprensione e dal conflitto di interessi.
Un essere umano è un automa motivato da sentimenti, ovvero da piaceri e dolori.

Succede che se ad una persona non dimostri i sentimenti che quella si aspetta o desidera, essa tende a pensare che tu sia incapace di quei sentimenti, come se fossi emotivamente handicappato.
Ognuno è favorevole alle persone, alle cose e alle idee che ritiene (consciamente o inconsciamente) favorevoli alla soddisfazione dei propri bisogni, desideri e interessi (consci e inconsci).
Siamo talmente dipendenti dagli altri che siamo disposti a credere in cose assurde e ad avere sentimenti e desideri assurdi se ciò è indispensabile per essere accettati da almeno una comunità.
Quando qualcuno ci è antipatico, cerchiamo in tutti i modi di giustificare la nostra antipatia, anche se non abbiamo argomenti in tal senso. A nessuno perdoniamo la colpa di esserci antipatico.
Quando facciamo qualcosa, qualsiasi cosa, c’è un congegno inconscio che misura la valenza sociale di quell’attività e genera emozioni più o meno piacevoli o spiacevoli sulla base di tale misura.
Alla domanda «Di cosa ho veramente bisogno?» si può rispondere con la ragione e/o col sentimento, e le risposte possono essere molto diverse tra i due casi.
Ognuno vorrebbe sempre star bene, ma chi decide il proprio stato d’animo è l’inconscio, e lo fa secondo logiche inconsce, diverse da quelle della coscienza.
I pensieri e le emozioni di un essere umano sono influenzati dal contenuto della sua memoria, la quale è determinata dalle sue esperienze passate e da quella presente, oltre che da predisposizioni genetiche.
Forse la differenza principale tra noi umani e gli altri animali è la nostra capacità di vivere vite immaginarie mediante l’uso di simboli capaci di evocare emozioni simili a quelle provocate da situazioni reali.
Se A disprezza B, A si aspetta (consciamente e inconsciamente) che, a sua volta, B lo disprezzi. Tale aspettativa rafforza il disprezzo di A per B e innesca in A il timore di una ritorsione di B nei suoi confronti.
Ogni umano desidera condividere i propri sentimenti con quante più persone possibile. Questo vale per ogni tipo di sentimento: gioia, sofferenza, amore, odio, apprezzamento, disprezzo, interesse, disinteresse ecc.
Ciò che ora mi piace
fra un'ora mi annoierà.
Domani forse mi piacerà di nuovo
per un po' di tempo.
Il piacere è sempre provvisorio,
forse anche il dolore.
Possiamo usare il libero arbitrio (ammesso che esista) quando i nostri sentimenti dormono. Quando sono svegli non possiamo fare altro che obbedire loro. Tra due sentimenti contrastanti, obbediamo a quello più forte.
Una reazione emotiva negativa (cioè di rigetto) rispetto ad un certo fenomeno (cosa, persona, evento, situazione ecc.), inibisce la possibilità di comprenderlo e di trovare in esso aspetti utili e persino piacevoli.
Qualunque cosa facciamo che abbia una rilevanza sociale, la facciamo per ottenere un certo effetto nella mente di certe persone, cioè per fare credere qualcosa su di noi o per suscitare certi sentimenti verso di noi.
Al di fuori della scienza si può dire tutto e il contrario di tutto. Al di fuori della scienza ciò che conta non è la verità, ma i sentimenti, cioè ciò che piace o dispiace, che attrae o repelle, l'estasi o la paura.
Quando si parla di morale, di sentimenti e di motivazioni, io non credo a ciò che la maggior parte della gente dice, anche se molti sono in buona fede (nel senso che ingannano se stessi prima di ingannare gli altri).
Una cosa che rende difficile e dolorosa l'esistenza di un essere umano è la conflittualità dei suoi sentimenti: Amore e odio, attrazione e repulsione, desiderio e paura verso uno stesso oggetto, anche simultaneamente.
Per essere amati e rispettati bisogna fare qualcosa per meritarlo, fare in modo che l'altro ci ami e ci rispetti, indurlo ad amarci e rispettarci, influenzarlo in tal senso. Amore e rispetto non sono gratuiti né incondizionati.
Apprendere ad interagire in un certo modo con gli altri non significa soltanto apprendere come agire e come non agire, e come reagire a certi input. Significa anche apprendere che certe situazioni sono fonti di piacere o di dolore.
Qualsiasi attività, materiale o intellettuale. se prolungata oltre una certa soglia, dà luogo a stanchezza fisica e/o mentale, o a "stufatezza", ovvero noia, disgusto, repulsione. Questo vale anche per le attività più entusiasmanti.
Pensare è parlare con se stessi. Il problema è che tale comunicazione verbale è unidirezionale. Infatti il “se stesso” non risponde a ciò che gli viene detto dall’io con parole, ma con emozioni e sentimenti, che l’io deve interpretare.
Ciò che più determina l’umore di un essere umano è la sua previsione, conscia o inconscia, di come sarà trattato dagli altri, specialmente da coloro da cui dipende la soddisfazione dei propri bisogni.
Una visione del mondo consiste in oggetti (caratterizzati da certe forme particolari), categorie di oggetti (caratterizzate da certe forme generali), e collegamenti tra categorie ed emozioni, tra oggetti e categorie, e tra oggetti ed emozioni.
Assistere ad eventi sportivi agonistici per molti è eccitante perché fa risuonare lo spirito competitivo che è nella natura umana. Assitervi in massa è ancora più eccitante perché fa risuonare lo spirito comunitario che è pure nella natura umana.
Ad una persona si può augurare il bene o il male. Augurarle il bene (buon giorno, buona vacanza, buone feste ecc.) significa desiderare il suo bene, ovvero volerle bene. Insomma, dire sinceramente a qualcuno "buon xyz" significa dirgli "ti voglio bene".
Il problema dei sentimenti è la loro instabilità. Si ama involontariamente una persona per un po' di tempo, poi si smette (sempre involontariamente) di amarla, e questa resta delusa e amareggiata, si sente trattata ingiustamente e reagisce con ostilità.
L'uomo è disposto a fare qualunque cosa, perfino ad adeguare il suo modo di vedere, di pensare e di sentire ai desideri altrui, pur di essere accettato da qualcuno, perché per l'inconscio la peggiore sventura è quella di non essere accettati da nessuno.
La paura delle turbolenze in aereo è un esempio di conflitto tra la ragione, che stabilisce che non c'è motivo di aver paura, e il sentimento, che ignora la ragione stabilendo uno stato di disagio, ansia e agitazione che la ragione non riesce ad evitare.
In ogni cambiamento di definiscono tre stati: (1) prima del cambiamento, (2) durante il cambiamento, (3) dopo il cambiamento. In ognuno di tali stati si possono provare sentimenti (piacere e dolore) diversi rispetto a quelli che si provano negli altri stati.
Momento per momento, un certo numero di cose nel mio corpo e nella mia mente inconscia decidono il mio stato d'animo, il mio umore, il mio grado di felicità, i miei sentimenti, i miei desideri, le mie paure, i miei pensieri, le mie illusioni, le mie decisioni ecc.
Siamo eccitati dalla novità, dall'imprevisto, dall'imprevedibile, dal non sapere come una forma o una storia vanno a finire. L'eccitazione diventa delusione quando l'esito ci è indifferente, serenità quando l'esito ci soddisfa, repulsione quando l'esito ci disturba.
L'uomo è quasi costantemente di fronte al dilemma della scelta tra soddisfazione immediata con frustrazione differita, e frustrazione immediata con soddisfazione differita. Infatti le persone si differenziano per quale delle due opzioni essi scelgono tendenzialmente.
I sentimenti sono causati da ormoni (come, ad esempio, le endorfine), e gli ormoni possono essere stimolati da percezioni o pensieri. In questo senso i pensieri cosiddetti positivi possono contribuire alla felicità, anche se non sono sufficienti al suo raggiungimento.
L'amore è sempre condizionato, consciamente o inconsciamente, dato che non è casuale. Lo stesso vale per l'amicizia, la simpatia, e ogni altro sentimento. Infatti i sentimenti non sono casuali, ma condizionati da certe situazioni, sia esterne che interne al soggetto.
Dire che facciamo una cosa per amore è una banalità, una ovvietà, e non significa nulla. Sarebbe invece interessante sapere perché amiamo o odiamo qualcosa. Infatti l'amore e l'odio non sono cause prime, ma conseguenze di altre cause che raramente vengono investigate.
Simpatie e antipatie sono normalmente reciproche. Infatti, se credo di esserti simpatico o di poterlo diventare, mi sei simpatico; se credo di esserti antipatico o di poterlo diventare, mi sei antipatico. Su questa reciprocità si basano le relazioni sociali affettive.
L'uomo è l'unico animale capace di odiare. Ma non si contenta di odiare, cerca sempre di giustificare il suo odio attribuendo all'odiato qualche colpa o un odio precedente. "Mi hai fatto arrabbiare" è la giustificazione più comune di ogni aggressione fisica o verbale.
I nostri pensieri dipendono da ciò che siamo e ciò che siamo dipende dai nostri pensieri. In altre parole, i nostri pensieri sono causa e conseguenza di ciò che siamo.
Lo stesso si può dire del rapporto tra essere e sentire, e tra essere e volere.
I miei sentimenti religiosi, il mio senso del sacro, consistono nel riconoscere che non siamo padroni di noi stessi ma soggetti alle leggi della fisica e della biologia (che non conosciamo a sufficienza), e che la nostra volontà è uno strumento della volontà della natura.
Per esercitare il libero arbitrio (ammesso che sia possibile) è necessario essere liberi da emozioni e da motivazioni, ma in tal caso nessuna libera scelta avrebbe senso. Infatti una scelta è sensata, cioè non è casuale, solo se risponde a una emozione o a una motivazione.
Secondo me la coscienza esiste solo negli esseri viventi. All'inizio (alla nascita dell'embrione) è piccolissima, debole e rudimentale, e nel tempo diventa sempre più grande, forte e sofisticata. In essa possiamo distinguere tre componenti: cognizioni, sentimenti e motivazioni.
Immaginate che vi siano dei libri leggendo i quali si provano sensazioni simili a quelle causate da certe sostanze stupefacenti. La gente leggerebbe molto di più. In effetti ci sono certi libri che in certe persone provocano simili sensazioni, anche se in modo molto più blando.
Siamo schiavi delle nostre capacità di godere di soffrire, obbligati a cercare il piacere e a fuggire dal dolore, costretti a scegliere, tra diversi piaceri, quello più grande e duraturo, e tra diversi dolori, quello più piccolo e più breve.
Le nostre scelte, le nostre preferenze, le nostre espressioni, i nostri comportamenti, ci qualificano agli occhi degli altri in quanto rivelano un certo grado di affinità o di differenza rispetto a loro che può suscitare un certo grado di simpatia o antipatia, attrazione o repulsione.
Io credo che "amare se stessi" o "piacere a se stessi" sia solo un'illusione. Credo infatti che noi possiamo amare solo gli altri e desiderare di essere amati da essi, e quando ci sentiamo degni di essere amati, scambiamo tale sentimento per amore per noi stessi o piacere a noi stessi.
Siamo soliti fare zapping non solo con la televisione, ma con qualsiasi altra percezione e con i pensieri che di volta in volta ci vengono in mente. Quando un pensiero ci fa sentire a disagio, ci ratttrista o ci disgusta, lo sostituiamo rapidamente con qualsiasi altro più sopportabile.
Se uno dice: il signor x non ha tutti i torti, chi ascolta potrebbe tradurre la frase in: il signor x ha tutte le ragioni. Perché le risposte cognitivo-emotive (automatiche) non hanno il senso della misura. Per misurare, per calcolare, ci vuole consapevolezza, razionalità, riflessione.
I segni "+" e "-" rappresentano rispettivamente sentimenti di attrazione e di repulsione.
L'organismo umano è in grado di produrre (e consumare) droghe (come ad esempio la dopamina) che possono avere effetti eccitanti, euforizzanti, anestetici, ansiolitici ecc. Ciò che determina la produzione di queste droghe sono particolari attività, pensieri, percezioni come suoni e immagini ecc.
La previsione, o aspettativa, di piaceri e dolori futuri è causa di piaceri e dolori presenti. Questa condizione ci lega al futuro e ci impedisce di vivere solo nel presente. Infatti, se non pensiamo al futuro siamo presi dalla paura di possibili futuri dolori che non stiamo cercando di impedire.
Ragione e sentimento dovrebbero avere entrambi diritto di parola e rispettarsi a vicenda, e invece succede spesso che la ragione cerchi di soffocare il sentimento per evitare che disturbi le sue teorie, e che il sentimento cerchi di bendare e manipolare la ragione per giustificare le sue pulsioni.
Suppongo che, così come abbiamo un bisogno e un istinto di imitazione, così abbiamo una capacità innata di capire quanto il nostro interlocutore sia simile o diverso rispetto a noi nei pensieri e nei sentimenti, e di reagire di conseguenza, automaticamente, involontariamente, in modo amichevole od ostile.
I robot possono provare dolore? A mio parere una coscienza senza la capacità di provare piacere o dolore non credo sia concepibile. Per me la coscienza riunisce in modo non separabile le cognizioni, le emozioni/sentimenti e le motivazioni/volontà. Se togliamo uno solo di questi tre elementi, la coscienza si annulla.
L'inconscio è il meccanismo biologico/logico automatico che decide quali sentimenti, emozioni e pulsioni dobbiamo provare e a cosa dobbiamo pensare. In altre parole, l'inconscio è ciò che decide, momento per momento, di cosa dobbiamo essere consapevoli, cosa dobbiamo desiderare, cosa amare, cosa odiare e cosa temere.
Ogni forma che percepisco, ogni parola o frase, ogni situazione, ogni dettaglio di ciò che vedo o sento ha una una carica emotiva più o meno positiva o negativa (cioè di attrazione o repulsione) e può accadere che in uno stesso quadro percettivo vi siano elementi a cui sono associate cariche emotive di segno opposto.
Ogni messaggio, ogni espressione, ogni azione, ogni reazione che avvengono tra esseri umani, sono causati da leggi fisiche e biologiche, motivazioni, emozioni, logiche e casualità, tutte cose che la psicologia dovrebbe aiutarci a rilevare. Infatti la psicologia è la ricerca delle cause nascoste del comportamento umano.
Per «inconscio» intendo un processo mentale nascosto che dirige il comportamento automatico e la coscienza attraverso i sentimenti e le emozioni secondo certe strategie (che la coscienza non conosce) di soddisfazione dei bisogni. Strategie diverse da persona a persona, che dipendono dalla costituzione genetica e dalle esperienze.
Io cosciente = sentimento + coscienza + volontà. Nessuna di queste tre entità servirebbe a qualcosa, né perciò avrebbe ragione di esistere, senza le altre due. Infatti, ciascuna di esse coopera con le altre per esercitare la sua funzione. L'io cosciente non è qualcosa di diverso o separato dalle altre tre entità, ma la loro somma.
Tra emozione e motivazione c'è un rapporto molto stretto nel senso che l'una condiziona l'altra. Infatti l'emozione consiste in piacere e dolore, e la motivazione consiste nella ricerca del piacere e nell'evitamento del dolore. D'altra parte proviamo piacere quando riusciamo a soddisfare una motivazione, e soffriamo quando non vi riusciamo.
I nostri sentimenti sono influenzati involontariamente dall'ambiente in cui ci troviamo, dalle persone con cui stiamo interagendo, da ciò che stiamo vedendo, udendo o leggendo, da ciò che stiamo percependo accadere intorno a noi, dai dettagli a cui stiamo prestando attenzione, e dai pensieri e dai ricordi che stanno scorrendo nella nostra coscienza.
Qualcosa nella mente di ogni umano decide momento per momento quali sentimenti egli deve avere verso gli altri: amore, odio, apprezzamento, disprezzo, rispetto, insolenza, attrazione, repulsione, paura, fiducia, diffidenza, colpevolezza, vergogna, superiorità, inferiorità, rabbia, dolcezza, dominazione, sottomissione, ribellione, arrendevolezza ecc.
Così come certi uccelli possono dormire durante il volo, facendo riposare solo una parte del cervello per volta, così forse anche nell'uomo ci sono parti del cervello che periodicamente passano dalla veglia al sonno e viceversa, ovvero dall'attività al riposo, determinando instabilità e incongruenze nella coscienza, nei sentimenti e nel comportamento.
A parer mio, dovremmo imparare a riprogrammare il nostro software, ovvero le nostre risposte cognitivo-emotive, su basi razionali e sentimentali al tempo stesso, ovvero su una ragione al servizio dei sentimenti. Perché i sentimenti sono il fondamento della coscienza e dell'autoregolazione della vita degli animali superiori, come insegna Antonio Damasio.
È l'inconscio che stabilisce per primo cosa sia per noi conveniente o sconveniente, e ce lo dice scatenando le emozioni di attrazione e repulsione sulla base del suo giudizio, che noi subiamo. Per esempio, per l'inconscio è sconveniente qualsiasi comportamento che rischia di isolarci socialmente, di farci escludere dalla comunità, di farci disapprovare.
Ci sono sentimenti che offuscano la ragione, altri che la chiariscono e la sviluppano. Tra i primi ci sono la paura, l'odio, il dolore, la gelosia, il senso di colpa, il senso di inferiorità, le delusioni, le frustrazioni ecc. Tra i secondi la curiosità, l'attrazione, l'autostima, il senso di dignità, la giocosità, l'umorismo, i bisogni soddisfatti ecc.
L'io cosciente comprende tre soggettività: la cognizione, il sentimento e la motivazione (io so, io sento, io voglio). Tutto il resto è oggetto, e un oggetto può essere una macchina. D'altra parte, oggetti e macchine interni ed esterni alla propria persona causano e determinano le proprie cognizioni, i propri sentimenti e le proprie motivazioni.
Quando parliamo del senso della vita, ovvero del suo scopo, non possiamo essere imparziali né oggettivi perché l'uomo ha bisogno di senso e non può sopportare che la propria vita non abbia un "buon" senso. In realtà tutto ciò che è reale ha un senso, anche ciò che non ha uno scopo apparente, anche ciò che ha uno scopo insopportabile, anche il caso.
Mentre facciamo una certa cosa proviamo certi sentimenti (piacere e/o dolore) che possono essere molto diversi da quelli che proveremo usando o ricordando quella cosa.
Andando in un certo luogo proviamo certi sentimenti (piacere e/o dolore) che possono essere molto diversi da quelli che proveremo quando avremo raggiunto e abitato quel luogo.
Gli esseri umani vengono giudicati da altri umani (e di conseguenza premiati o puniti), non solo per le loro azioni e non azioni, ma anche per certi loro pensieri e sentimenti, e per l’assenza di certi pensieri e sentimenti. Ciò avviene con pensieri e sentimenti, non-pensieri e non-sentimenti, espressi esplicitamente o implicitamente, volontariamente o involontariamente.
In questi giorni sto riflettendo sulle relazioni tra morale, competizione, conflitto, reazioni aggressive ecc. La buona gestione degli inevitabili conflitti (compresi quelli cognitivi) è importante per la buona vita. A mio parere, per ben gestire un conflitto bisogna salire di livello logico e ragionare in termini metaconflittuali. Rinunciare a confliggere non mi sembra utile.
La coscienza consiste nella memorizzazione della situazione emotiva presente, nel ricordo di situazioni emotive passate, nella previsione di situazioni emotive future, e nella simulazione immaginaria di situazioni emotive.
Una situazione emotiva è un'associazione tra la percezione di una forma riconoscibile, e la percezione di un'emozione (piacere o dolore).
Ci sono due tipi di sofferenze, quelle fisiche, ovvero causate da condizioni fisiche (come ferite o malattie del corpo) e quelle non fisiche, ovvero logiche, cioè causate da informazioni percepite o registrate, che danno luogo a paure e/o anticipazioni dolorose di sofferenze fisiche. La psicologia dovrebbe occuparsi di tali informazioni e dei loro collegamenti con le sofferenze logiche.
Io non credo che sia utile differenziare emozioni e sentimenti. Penso che le emozioni siano particolari forme di sentimenti o viceversa, e che ci sia una interdipendenza tra tali forme. E' vero, si differenziano per intensità, durata, stabilità, ma che serve sapere se un certo moto dell'animo è un'emozione o un sentimento? Entrambi sono importanti e vanno rispettati, esplorati, compresi, discussi.
Nel profondo della psiche, e anche in superficie (ovvero nell'inconscio e nel conscio) vi è la constatazione della nostra totale dipendenza dagli altri, per cui non possiamo comportarci in modi che abbiano come conseguenza la nostra emarginazione sociale. Da questa constatazione di base derivano gran parte dei nostri comportamenti esteriori e interiori consci e inconsci, e i nostri sentimenti morali.
Ogni cosa che vediamo o che ci accade suscita in noi una tripla risposta: cognitiva, emotiva e motiva. Quella cognitiva dipende dalle nostre conoscenze, quella motiva dai nostri bisogni e quella emotiva dal loro grado di soddisfazione. Le tre risposte si influenzano a vicenda. Potrebbe essere utile chiederci quali siano le nostre risposte a certi eventi, e quali quelle delle persone con cui interagiamo.
Non possiamo non giudicare gli altri (consciamente o inconsciamente), ma dovremmo evitare di rivelare agli interressati i nostri giudizi negativi quando farlo potrebbe nuocere ai nostri rapporti. Tuttavia è difficile nascondere i sentimenti associati ai nostri giudizi. Dissimulare i propri sentimenti negativi è un'arte che si può e che conviene imparare al fine di una convivenza pacifica e coopoerativa.
Per me i dèmoni sono una metafora degli agenti mentali inconsci che presidiano i bisogni (sia innati che acquisiti) di una persona, nel senso che la motivano a fare e a pensare certe cose e la premiano e la castigano per mezzo dei sentimenti di piacere e dolore (in varie forme), costringendola a vivere come vogliono loro. Ascoltare la volontà dei propri demoni è intuire, attraverso i propri sentimenti, i loro comandi.
L’uomo non è padrone, ma schiavo, dei propri sentimenti. Questi hanno un insieme di padroni (che qualcuno chiama dèmoni), i quali usano i sentimenti per obbligare l’uomo a comportarsi come essi vogliono. All'uomo non resta dunque che conoscere le volontà di questi padroni, per obbedire loro ed essere premiato con sentimenti gradevoli, sapendo che in caso di disobbedienza sarà punito con sentimenti dolorosi.
Bisogna distinguere la realtà da una certa sensazione della realtà, sensazione che può non corrispondere alla realtà stessa. Per esempio "sentirsi" parte indistinta dell'Uno e in perfetta armonia col mondo e con gli altri può dare al soggetto un immenso piacere (reale), anche se non significa che le cose stiano realmente come lui le le percepisce. Ciò avviene per esempio in chi è sotto l'effetto di sostanze psichedeliche.
I pensieri sono catene di parole colorate, le emozioni sono i colori delle parole, i sentimenti sono i colori del fondo sul quale le parole sono scritte.
Sia i colori delle parole sia quelli del fondo sono soggettivi e variabili, ed esprimono piacere o dolore più o meno intensi.
Ogni parola richiama certe immagini, certe forme e/o certe altre parole. Anche tali richiami sono soggettivi e variabili.
Le persone che preferiscono affidarsi ai sentimenti piuttosto che alla ragione temono, e perciò cercano di discreditare, coloro che preferiscono affidarsi alla ragione, in quanto possibili competitori vincenti.
D'altra parte le persone che preferiscono affidarsi ai sentimenti piuttosto che alla ragione sono probabilmente intellettualmente meno competitive rispetto a coloro che preferiscono affidarsi alla ragione.
L'uomo prova un certo piacere o dolore in certe attività e pensa che quei sentimenti siano dovuti all'attività stessa, a ciò che in essa è intrinseco. In realtà piaceri e dolori sono dovuti ai significati delle attività, ovvero alle loro implicazioni psicologiche. Infatti, soprattutto provocano piacere i momenti di condivisione, indipendentemente dai contenuti condivisi, e provocano dolore i momenti di mancanza di condivisione.
Siamo dei robot biologici, sentimentali, emotivi, capaci di soffrire e di godere, coscienti e pieni di conflitti interiori, generati e programmati da altri robot. Siamo fatti di hardware biologico e di software, e capaci di modificare parzialmente entrambi. Il nostro comportamento è determinato dai nostri automatismi. Il libero arbitrio o non c'è o è molto limitato e comunque influenzato dai nostri sentimenti. Spaventoso ma vero.
Ci sono piaceri e dolori che dipendono da ciò che stiamo facendo o che ci sta succedendo al momento, e ci sono gioie e sofferenze attuali che dipendono da ciò che abbiamo fatto e non fatto, dato e non dato, ricevuto e non ricevuto nei giorni passati. Di conseguenza, ciò che avviene qui e adesso può avere un effetto piacevole o doloroso immediato, ma può averne anche uno nei giorni a venire e i due effetti potrebbero essere di segno opposto.
L'idea che la nostra mente sia abitata da agenti autonomi, ovvero automi, computer, che determinano le nostre percezioni, i nostri pensieri, sentimenti, piaceri, dolori, euforie, frustrazioni, eccitazioni, depressioni, pulsioni, inibizioni, i nostri comportamenti, le nostre interazioni con gli altri e la nostra visione del mondo, senza che noi possiamo controllarli o impedire loro di controllarci, è spaventosa, talmente orribile che preferiamo non crederci.
Il comportamento più o meno favorevole di una persona A verso una persona B dipende da come A giudica B e da come A si sente giudicata da B. Il giudizio, che è sempre razionale ed emotivo allo stesso tempo, non riguarda solo le azioni volontarie, ma anche quelle involontarie (reali e presunte), i pensieri, le emozioni, e i sentimenti (reali e presunti). Per questo può essere sconveniente manifestare sinceramente i propri pensieri, i propri sentimenti e le proprie emozioni.
Quando pensiamo ad una certa cosa (oggetto, persona, idea ecc.) abbiamo automaticamente certe aspettative (consce o inconsce) in relazione ad essa. Vale a dire che da quella cosa ci aspettiamo certi effetti più o meno piacevoli o spiacevoli, e proviamo sentimenti anticipatori coerenti con gli effetti attesi. Quelle aspettative possono essere più o meno realistiche, perciò conviene chiedersi: cosa mi aspetto da quella cosa? Quanto sono fondate e realistiche quelle aspettative?
C'è un rapporto sistemico, circolare, tra pensieri ed emozioni, nel senso che certi pensieri sono determinati o influenzati da certe emozioni, e certe emozioni sono determinate o influenzate da certi pensieri. La poesia "Infinito" di Leopardi è una dimostrazione di tale rapporto.
D'altra parte certi pensieri costituiscono "razionalizzazioni" di certe emozioni.
Mi sembra comunque evidente che i pensieri possono causare piaceri e dolori, gioie e sofferenze.
Quando un essere umano deve decidere se avvicinarsi o allontanarsi rispetto ad un altro, se essere cooperativo, competitivo, o indifferente nei riguardi dell'altro, nella sua mente conscia e inconscia avvengono una quantità di calcoli di convenienza e inconvenienza i cui risultati sono espressi dall'inconscio in termini di sentimenti e di emozioni che si posizionano in un punto del continuum tra odio e amore, posizione che può essere più o meno stabile o variabile, più o meno assertiva o dubitativa.
Le uniche cose sicuramente reali nel mondo sono i sentimenti in quanto tali, ovvero ciò che uno sente (mi riferisco al piacere e al dolore in tutte le possibili forme e intensità). Ma non c’è alcuna certezza sulle cause dei sentimenti stessi e dei fenomeni in generale, né sulla loro natura e le loro connessioni, relazioni e interazioni. Su questo ci sono infinite narrazioni erronee, semplicistiche, lacunose e per lo più mistificate al fine di evitare il dolore e aumentare il piacere del narratore o degli ascoltatori.
Una delle armi che i deboli (ma non tutti) usano contro i forti è un certo atteggiamento morale (tipico del cristianesimo), che consiste nel far sentire i più forti in colpa in quanto più forti ("beati i miti, gli afflitti, i perseguitati...). È ciò che Nietzsche chiama il "risentimento" dei deboli verso i forti. È la non accettazione della propria minor forza, il voler essere trattati come uguali nonostante la propria minor forza. Ecco, io vedo questo atteggiamento in certe donne protestatarie (non in tutte, beninteso).
L’attività mentale è condizionata anche da particolari ormoni prodotti dal cervello, come la dopamina e l'ossitocina, che hanno effetti su: umore, motivazioni, socialità, sentimenti come amore e odio ecc.
Tali ormoni sono allo stesso tempo causa ed effetto di particolari comportamenti, sensazioni e percezioni. L’uomo è di fatto dipendente da tali ormoni, che, per composizione chimica ed effetti, possono essere assimilati a sostanze stupefacenti. Pertanto possiamo dire, in un certo senso, che siamo tutti drogati.
Il nostro inconscio non ha il senso della misura. Infatti per lui una persona è completamente buona o completamente cattiva, completamente sincera o completamente falsa, completamente stupida o completamente intelligente. Solo la razionalità cosciente ha il senso della misura ed è in grado di capire che ognuno è parzialmente buono e parzialmente cattivo, parzialmente sincero e parzialmente falso, parzialmente stupido e parzialmente intelligente. Tuttavia i sentimenti sono determinati dall'inconscio, non dalla razionalità cosciente.
La finzione delle emozioni è più insidiosa degli inganni verbali, perché agisce in profondità, inconsapevolmente, ed è praticamente impossibile scoprirla.
È molto usata in pubblicità, in commercio, in politica, e nei rapporti sociali in generale, per nascondere odio, disprezzo, repulsione, o indifferenza verso gli interlocutori, per evitare di farsi dei nemici e per sfruttare la fiducia altrui.
I danni degli “inganni emotivi” possono essere gravi in quanto tali inganni possono indurci ad affidarci a persone per noi nocive.
Quanto percepiamo una cosa (oggetto, persona, immagine, testo, simbolo ecc.) avviene in noi ciò che Alfred Korzybski chiama "reazione semantica", ovvero un'associazione cognitiva ed emotiva, involontaria, automatica e immediata, con ciò che percepiamo, associazione che dipende dalla nostra particolare mappa cognitivo-emotiva. Di conseguenza, se vogliamo migliorare le nostre capacità e abitudini mentali e comportamentali, ovvero fare una psicoterapia, dovremmo analizzare criticamente le nostre reazioni semantiche ad una quantità di cose, dopo averle rese coscienti.
La mia vita, il mio benessere o malessere, la mia felicità o infelicità, dipendono dal mio rapporto con il resto del mondo, cioè da come interagisco con le persone, con gli altri esseri viventi e con tutto ciò che mi circonda e con ciò che abita dentro di me; dipendono in particolare dal rispetto che ho per le loro esigenze, dalla mia obbedienza o disobbedienza alle loro richieste e dalla mia sensibilità alle loro proposte. La comprensione di questa inevitabile e indispensabile relazione suscita in me un sentimento di religione verso il mondo, e di sottomissione alla natura.
Secondo me, le scienze dell'uomo e della società dovrebbero partire dall'unica cosa certa per un essere umano: il suo "sentire" ovvero il dolore e il piacere. Questi sono causati da diversi fattori (materiali e/o immateriali) più o meno noti. Lo scopo principale del filosofo e dello psicologo dovrebbe essere dunque quello di individuare i fattori che causano (o prevengono) il dolore e il piacere, per alleviare il dolore e aumentare il piacere, nella misura del possibile. Se prescindiamo dai sentimenti, a mio parere, tutti i discorsi psicologici o filosofici diventano irrilevanti.
Dovremmo immaginare ogni persona (noi compresi) con al petto un cartello contenente cinque liste: "cosa chiedo", "cosa offro", "cosa sento", "cosa penso", "come funziono".
Se potessimo controllare volontariamente le nostre reazioni emotive e i nostri sentimenti (nel senso di attivare o inibire a volontà i nostri sentimenti e le nostre emozioni) conquisteremmo il mondo, ma diventeremmo disumani. Tuttavia, suppongo che un minimo autocontrollo emotivo sia possibile per qualcuno, per brevi lassi di tempo. Potrebbe essere molto utile a scopo psicoterapeutico e di automiglioramento in quanto potrebbe farci vedere le cose, le persone, il bene e il male in modo diverso, più reale, più acuto e più profondo, non filtrato né manipolato dai sentimenti e dalle emozioni.
Penso, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che penso e da come lo penso.
Faccio, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che faccio e da come lo faccio.
Sento, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che sento e da come lo sento.
Appartengo, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò a cui appartengo e da come vi appartengo.
Possiedo, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che possiedo e da come lo possiedo.
Pensare, fare, sentire, appartenere, possedere sono processi interdipendenti e costituiscono l'essere.
La pazzia è un fatto biologico casuale indipendente dagli eventi esterni al corpo?
La pazzia può essere provocata da fenomeni sociali a vantaggio di altri?
La pazzia può essere causata da un doppio vincolo tra la necessità di conformarsi alle norme sociali e il bisogno di libertà?
La pazzia può comportare dei vantaggi? Per esempio la libertà di comportarsi in modi non conformi alle aspettative e alle richieste altrui?
La pazzia può avere un fine nell'omeostasi dei sentimenti? Per esempio, per alleviare un dolore?
Forse la coscienza, l'intelligenza, la volontà, l'inconscio, sono computer biologici che prevedono continuamente le conseguenze di possibili eventi, azioni, decisioni, pensieri propri e altrui (e delle loro mancanze), e determinano motivazioni e sentimenti sulla base dei risultati dei loro calcoli consci e inconsci.
La logica delle previsioni potrebbe essere quella fondamentale di ogni software: se... allora... altrimenti... (if-then-else).
Le previsioni possono essere tanto più complesse e raffinate quanto maggiore è il grado di intelligenza e di cultura del soggetto.
Suppongo che i sentimenti (piacere, dolore, gioia, sofferenza) abbiano un ruolo fondamentale nel funzionamento della vita, in quanto servono al corpo per indicare alla mente cosciente la valenza vitale di particolari percezioni o idee, ovvero in quale misura una certa cosa percepita o una certa idea o ipotesi di azione è associabile alla soddisfazione o alla frustrazione dei suoi bisogni in un rapporto di causa-effetto. Attraverso tali indicazioni (costituite dai sentimenti) la mente si sviluppa e forma la sua struttura, ovvero essa programma la logica delle risposte comportamentali della persona alle diverse situazioni.
Suppongo che lo scopo della ragione sia quello di obbedire ai sentimenti e arbitrarne i conflitti.
Questa mia supposizione è avallata dal pensiero di David Hume, riassunto come segue in un articolo di Wikipedia:
"Contrariamente all'opinione diffusa, risalente a Platone, che cioè la ragione sia superiore alle passioni e in grado di dominarle, per Hume in realtà nessuna condotta umana può essere compresa dalla ragione che è capace solo di stabilire semplicemente delle relazioni tra le idee e mai dettare quale debba essere il comportamento umano. Anzi, afferma Hume, «la ragione è, e deve essere, schiava delle passioni»".
I sentimenti sono contagiosi. Il mezzo del contagio è l'empatia, meccanismo che permette il rispecchiamento, o riproduzione, di sentimenti da un individuo all'altro. Purtroppo i sentimenti oggetto di empatia sono sia quelli benevoli che quelli malevoli, sia quelli gioiosi che quelli tristi. Attraverso l'empatia si possono infatti trasmettere il coraggio, ma anche la paura, l'amore ma anche l'odio, l'amicizia ma anche l'inimicizia, l'ammirazione ma anche il disprezzo, l'attrazione ma anche la repulsione, l'entusiasmo ma anche la depressione, la fiducia ma anche il sospetto. Perciò l'empatia va maneggiata con cura e in certi casi conviene inibirla, se possibile.
Se una cosa (oggetto, persona, idea, luogo, evento, situazione ecc.) mi piace, non significa che quella cosa sia la “causa” del mio piacere, ma soltanto che c’è una correlazione tra quella cosa e il mio piacere.
Ciò che causa il mio piacere è in realtà qualche particolare componente, aspetto, proprietà, funzione o significato di quella cosa, che stimola in me la produzione di ormoni del piacere “a causa” di una particolare conformazione della mia mente, ovvero del mio sistema nervoso.
Lo stesso discorso vale per il dolore.
I miei sentimenti, le mie emozioni, le mie allegrie, le mie tristezze, i miei entusiasmi, le mie euforie, le mie paure, i miei coraggi, i miei sconforti, le mie motivazioni ecc. sono causati da circostanze ed eventi dipendenti dalla mia persona (oltre che dal comportamento altrui) ma indipendenti dalla mia volontà. Io posso tuttavia cercare di capirne le cause, prendere decisioni e agire al fine di modificare sia le circostanze e gli eventi che causano i miei sentimenti, sia la mia mappa cognitivo-emotiva (in cui sono programmate le mie reazioni emotive), nei tempi e nei modi possibili, necessari e appropriati al fine di soddisfare i miei bisogni in modo più "soddisfacente".
Le idee sono concatenazioni di parole o di immagini) associate con altre parole o immagini, con sentimenti (piacere e dolore) e con istinti (bisogni, desideri e pulsioni).
Il comportamento di un uomo dipende dalle proprie idee, dai propri sentimenti e dai propri istinti.
L’uomo è schavo delle delle proprie idee, dei propri istinti e dei propri sentimenti.
Per cambiare il proprio comportamento l’uomo deve cambiare le proprie idee, dato che non può cambiare i propri istinti né i propri sentimenti.
Secondo me, facciamo ciò che facciamo e non facciamo ciò che non facciamo per evitare o diminuire un dolore, e/o per ottenere o aumentare un piacere. Qualsiasi tipo di dolore e di piacere, più o meno fisico o mentale, reale o immaginario.
Tuttavia spesso non sappiamo cosa potrebbe darci più piacere e meno dolore o facciamo errori di valutazione in tal senso. Perciò è importante studiare cosa produce piacere e cosa dolore in un essere umano.
Io credo che il piacere sia prodotto dalla soddisfazione di un bisogno o desiderio, e il dolore dalla sua frustrazione. Per questo credo sia importante studiare i bisogni e i desideri umani, e cosa li determina.
Nei rapporti interpersonali ognuno cerca di capire o di interpretare i sentimenti e i pensieri altrui, e li giudica in quanto più o meno vantaggiosi o svantaggiosi rispetto alla propria persona.
Perciò ogni umano è portato a nascondere i propri pensieri e sentimenti verso gli altri, o a fingerli, al fine di evitare ostilità e punizioni nei casi in cui essi siano sgraditi alle autorità religiose o politiche, o alle persone della cui cooperazione egli ha bisogno.
La continua dissimulazione dei propri pensieri e e dei propri sentimenti conduce ognuno a credere alle proprie falsità e a rimuovere nell'inconscio ogni pensiero e sentimento intollerabile alle persone di cui non può fare a meno.
Ciò che io considero il meglio di me è per alcuni qualcosa di negativo, che li disturba. Trovare persone che mi apprezzano per ciò che sono è un'impresa difficile, a volte disperata, tanto più quanto si è diversi dagli altri. Sono poche le persone che apprezzano chi pratica valori diversi dai loro. Per esempio, alcuni mi consigliano di essere meno razionale, di pensare di meno, di lasciarmi andare ai sentimenti. Io non credo che la razionalità sia incompatibile con la sentimentalità, ovvero che siano mutuamente esclusivi. Non credo che sia utile pensare o ragionare di meno, credo piuttosto che sia utile, e a volte necessario, pensare e ragionare meglio, ovvero in modo più aperto e profondo, tanto che ragione e sentimento si arricchiscano reciprocamente.
È un bene che la volontà cosciente non sia sovrana, ma suddita dei sentimenti, perché questi hanno garantito la conservazione della nostra specie per milioni di anni, mentre la volontà cosciente potrebbe causare, in poco tempo, la nostra estinzione a causa di scelte arbitrarie nocive alla natura umana o al suo ambiente. D'altra parte i nostri sentimenti, uniti alla potenza delle moderne tecnologie, possono, se non governati razionalmente, distruggere rapidamente la nostra specie. Occorre pertanto che la nostra volontà cosciente studi razionalmente i sentimenti e li serva come un genitore coscienzioso accudisce il proprio bambino cercando di farlo felice, ma al tempo stesso sorvegliandolo per impedirgli di arrecare danni a sé e ad altri con giocattoli troppo pericolosi.
L'aspettativa del piacere è piacevole, quella del dolore dolorosa. A volte è difficile distinguere il piacere dovuto ad una soddisfazione fisica da quello legato alla sua aspettativa, ovvero alla sua immaginaria anticipazione.
Per esempio, il piacere che le religioni conferiscono ai credenti è dovuto essenzialmente, oltre al sentimento di comunità e condivisione, all'aspettativa di una futura ricompensa divina.
Occorre inoltre osservare che la durata dell'aspettativa di una certa soddisfazione può essere molto più lunga della durata della soddisfazione stessa; ciò può rendere l'aspettativa di qualcosa di piacevole molto più piacevole della sua realizzazione. Lo stesso vale, viceversa, per l'aspettativa di un evento doloroso.
La società è fatta di condivisioni. È il risultato di innumerevoli condivisioni di beni, servizi, risorse, parole, narrazioni (più o meno vere e false), riti, superstizioni, credenze, valori, tabù, logiche, mentalità, gusti, sentimenti, emozioni, intimità, mode, spettacoli, testi, immagini, suoni, film, teorie, forme, libri, conoscenze, idee, notizie, simulacri, simboli, giochi, abilità, luoghi, istituzioni, organizzazioni, associazioni ecc.
L'uomo ha bisogno di condividere. Se non lo fa muore. Tanto più condivide, tanto più è vivo e felice.
Tuttavia, la condivisione di disprezzo, paura e odio verso altri umani può causare liti, guerre, distruzioni e isolamenti dolorosi o letali. Perciò conviene non disprezzare, temere e odiare più dello stretto necessario.
Ogni essere vivente (compreso l'uomo) è portatore di automatismi, anzi, è portato dai propri automatismi.
Questi governano le proprie facoltà e attività sensitive, percettive, cognitive, emotive e motivazionali consentite dal proprio codice genetico.
Tuttavia l'uomo è parzialmente in grado (chi più, chi meno e in una certa misura) di conoscere e modificare alcuni dei propri automatismi.
Alcuni automatismi sono congeniti, altri appresi. Più precisamente, ogni automatismo può essere in parte congenito e in parte appreso.
Infatti, sebbene i meccanismi di apprendimento di base siano congeniti, ovvero scritti nel codice genetico, l'uomo è in grado (chi più, chi meno, e in una certa misura) di apprendere ad apprendere.
Le persone più razionali sono spesso inquietanti per quelle che lo sono di meno. Ciò avviene, a mio parere, perché le seconde percepiscono le prime come più competitive e più capaci di autocontrollo, e perché le seconde hanno difficoltà a seguire i pensieri delle prime e a comprendere la loro visione del mondo, la loro etica e i loro gusti.
Inoltre, le persone meno razionali cercano spesso di screditare quelle più razionali affermando che quanto più uno è razionale tanto meno è capace di sentimenti. È un'idea falsa e calunniosa. Infatti non c'è alcuna prova scientifica in tal senso.
La verità è che i sentimenti sono innati e non richiedono capacità particolari, mente la razionalità si apprende attraverso lo studio e le esperienze, ed è correlata alla capacità di astrazione, che non tutti possiedono in ugual misura.
L’empatia è il rispecchiamento, o la “copia” dei sentimenti dell’osservato nell’osservatore. Quando parliamo di empatia pensiamo normalmente a sentimenti di dolore, tristezza, disagio, oppure gioia o amore per cui l’empatia sarebbe una sorta di compassione o congratulazione, e quindi una cosa sempre buona.
Ma che succede quando vengono “copiati” sentimenti non sani, né giusti, né morali, né politicamente corretti? Ebbene, io credo che l’empatia riguardi anch’essi, e che possa farci copiare ansie e paure ingiustificate, invidie, gelosie, risentimento, odio, disprezzo, sadismo e via dicendo.
Va anche detto che l’empatia, che è una forma di sensibilità, è più o meno intensa da persona a persona per cui ci sono persone che, per empatia, arrivano a soffrire come la persona osservata o anche di più, tanto da non avere la lucidità necessaria per esserle di aiuto.
Nella comunicazione tra due persone, ognuna reagisce alle espressioni, cioè ai messaggi volontari e involontari, dell’altra. Prima che la reazione diventi cognitiva, ovvero razionale, essa è emotiva, e si può ridurre ad un piacere o un dolore, ovvero a una attrazione o una repulsione più o meno grandi.
La persona reagente cerca poi di giustificare razionalmente, cioè di razionalizzare, di spiegare razionalmente, la reazione emotiva.
Nel caso in cui la reazione emotiva è gradevole, la razionalizzazione è del tipo: sono d’accordo, condivido, comprendo, accetto, ci credo ecc.. Nel caso in cui la reazione emotiva è sgradevole, la razionalizzazione è del tipo: non sono d’accordo, non condivido, non comprendo, non accetto, non ci credo ecc..
Successivamente vengono cercati argomenti logici a sostegno della propria razionalizzazione, argomenti che sono spesso affetti da bias cognitivo.
C'è un livello di razionalità accettabile (normalmente il proprio) oltre il quale questa è da molti considerata nociva. A giustificazione di tale atteggiamento si asserisce che la razionalità tende a reprimere i sentimenti e quindi l'empatia.
Tuttavia, il reale motivo del disprezzo di una maggiore razionalità è, a mio avviso, la generale competizione tra esseri umani nelle varie gerarchie, tra cui quella intellettuale. A nessuno piace ammettere di essere inferiore ad altri in qualche gerarchia, così le persone meno dotate di capacità razionali fanno di necessità virtù.
In realtà la razionalità non reprime nulla a priori, ma è più o meno attenta e sensibile ai sentimenti a seconda della particolare scuola di pensiero (razionale) a cui fa riferimento. Infatti, una razionalità attenta ai sentimenti li capisce, li tiene in grande considerazione e si mette al loro servizio.
L'uomo fa ciò che fa e non fa ciò che non fa per evitare o diminuire un dolore o per ottenere o aumentare un piacere. Piaceri e dolori possono avere varie forme e intensità, essere più o meno fisici o mentali, e possono essere più o meno reali o immaginari, illusori o anticipatori. Infatti, l'aspettativa di un piacere è essa stessa un piacere, così come l'aspettativa di un dolore è essa stessa un dolore, seppure di tipi diversi.
Il piacere è il segnale della soddisfazione di uno o più bisogni, così come il dolore è il segnale della loro frustrazione. I bisogni possono essere più o meno egoisti o altruisti, sani o malati.
In conclusione, a mio parere, l'arte di vivere in modo soddisfacente consiste nell'ascoltare e riconoscere i propri bisogni, distinguere quelli sani da quelli malati e utilizzare la propria intelligenza per soddisfare quelli sani e neutralizzare quelli malati.
La rimozione (dalla coscienza) del proprio odio o disprezzo per gli altri è causa di falsità, ipocrisia, mistificazione, confusione, inibizione, depressione, schizofrenia ecc. Se l'odio c'è, esso non va negato, ma analizzato, elaborato, ragionato, motivato, criticato.
Se si desidera smettere di odiare, non basta dire "non voglio odiare", perché l'odio è un sentimento, e i sentimenti non sono comandabili dalla coscienza, ma vengono suscitati da logiche inconsce, involontarie, automatiche.
Possiamo cercare di non vedere il nostro odio, di non pensarci, di negare la sua esistenza, ma così facendo lo rendiamo subdolo, ne siamo manipolati e perdiamo la possibilità di elaborarlo razionalmente.
La rimozione dell'odio dalla coscienza è un ingenuo tentativo di evitare la vendetta degli odiati, ma è più facile nascondere il proprio odio a se stessi che agli altri.
Non so cosa intendesse esattamente Pascal dicendo che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Da parte mia, io intendo le “ragioni del cuore” come delle logiche in senso informatico, ovvero algoritmi, che involontariamente e inconsciamente determinano le nostre emozioni, i nostri sentimenti e le nostre motivazioni, e in particolare gioie e sofferenze a seconda delle situazioni, e attrazioni e repulsioni verso particolari persone, oggetti, idee, azioni, messaggi ecc.
Infatti, a mio avviso, i sentimenti e le emozioni non sorgono in modo casuale né in modo sempre uguale, ma come risposte particolari a stimoli (o percezioni) particolari, secondo “programmi” che sono in parte innati e in parte acquisiti.
Tali programmi possono cambiare (entro certi limiti e con certi tempi) nel corso della vita attraverso le esperienze, ed essere modificati volontariamente mediante psicoterapie o autoterapie.
Io credo che l'essere umano, per funzionare, abbia bisogno di passioni, cioè di spinte a fare certe cose, a comportarsi in un certo modo, a cercare certe cose, a costruire, distruggere, legare, sciogliere, scegliere ecc. non secondo decisioni razionali e coscienti, ma per effetto di un
sentimento di dovere, necessità, fascinazione, assoluto.
Un essere umano senza passioni è una macchina senz'anima, sentimentalmente morta, non ha uno scopo autentico, ed è soggetto alla volontà di chi si è impadronito della sua mente.
Le passioni non sono sempre evidenti, spesso sono inconsce, nascoste, mistificate, anestetizzate, rimosse.
Una passione può essere costruttiva o distruttiva, per cui, per il nostro benessere e la nostra sicurezza può essere necessario combattere contro le passioni distruttive nostre e altrui, come pure contro l'assenza di passioni, e tale lotta potrebbe costituire essa stessa una passione.
Sentimenti ed emozioni possono essere dovuti a cause reali e attuali (presenti oggettivamente qui ed ora), oppure a cause immaginarie presunte (consciamente o inconsciamente), più o meno realistiche.
In entrambi i casi le emozioni e i sentimenti sono "reali" (ovvero comportano piaceri e dolori effettivi), ma solo nel primo caso anche le cause lo sono.
Io credo che spesso gli umani soffrano e godano per cause non reali. Per esempio, la previsione di andare in Paradiso o all'Inferno dopo la morte può provocare rispettivamente piaceri o dolori effettivi a fronte di cause totalmente irreali.
Vorrei coniare il termine "sentimento sincrono" per indicare un sentimento suscitato da cause reali e simultanee, e il termine "sentimento asincrono" per indicare un sentimento suscitato da cause future presunte più o meno probabili. E dividerei i sentimenti asincroni in razionali e irrazionali, in base alla probabilità statistica che le previsioni si realizzino.
Se il mio inconscio non è contento della vita che sto vivendo, mi punisce generando emozioni come tristezza, ansia, angoscia, paura, panico, depressione, pessimismo, insicurezza, preoccupazione, disperazione, sfiducia, ecc.
Se invece è contento della vita che sto vivendo, mi premia generando emozioni come gioia, allegria, ottimismo, serenità, sicurezza, entusiasmo, spensieratezza, determinazione, vitalità, speranza, fiducia, coraggio, ecc.
Tuttavia, il fatto che il mio inconscio non sia contento non significa necessariamente che io stia vivendo in modo stolto: può ribellarsi anche davanti a una vita buona e giusta, perché distorto da nevrosi che lo spingono a reagire in modo sproporzionato o irrazionale alle condizioni percepite.
Analogamente, il fatto che esso sia contento non significa necessariamente che io stia vivendo saggiamente: può sentirsi rassicurato da vecchie abitudini, illusioni o nevrosi, trovando confortevoli condizioni che, pur danneggiandomi, corrispondono alle sue logiche malate.
La mente umana è un sistema capace di apprendere, costruire, riconoscere (e a reagire a) certe entità (cioè simulacri mentali di realtà reali o immaginarie quali informazioni, forme, simboli, concetti, situazioni, oggetti, persone, gruppi, comunità ecc.) e di associare ad esse (1) altre entità o gruppi di entità, (2) emozioni (cioè piacere/dolore, attrazione/repulsione, senso di sicurezza/paura), e (3) motivazioni (cioè impulsi a fare o a non fare certe cose in presenza di certe entità.
Pertanto, quando la nostra mente riconosce una certa entità, essa attiva particolari reazioni cognitive, emotive e motive.
Lo scopo della psicologia e della psicoterapia dovrebbe essere quello di rilevare le reazioni “malsane” e contribuire a trasformarle in reazioni “sane” in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui. Tale "cura" dovrebbe darci la possibilità di soffrire (e far soffrire altri) di meno, e di godere (e far godere altri) di più.
Cosa vogliamo comunicare quando comunichiamo? Idee, sentimenti e/o associazioni tra idee e sentimenti?
L’appartenenza ad un certo insieme sociale richiede anche la condivisione di sentimenti, o meglio, la condivisione di associazioni idee-sentimenti. Ciò implica esprimere (attraverso messaggi verbali) che certe cose (idee, forme, eventi, fatti, comportamenti ecc.) ci piacciono e altre ci dispiacciono, che certe cose ci fanno arrabbiare e altre ci rasserenano, che certe cose ci attraggono e altre ci repellono,. Questo è un modo di comunicare e di condividere sentimenti.
Per molte persone, la comunicazione “sentimentale” si limita a questo. Altre persone cercano di capire razionalmente e sistemicamente il perché di certi sentimenti, cioè le logiche che li suscitano, vale a dire: perché certe cose ci piacciono e altre ci dispiacciono. Io appartengo a questa seconda categoria.
Quando parliamo di ragione, ci riferiamo normalmente alla ragione cosciente, senza pensare che esistono anche le ragioni dell'inconscio.
Pascal diceva che "il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce". Questa frase presuppone che vi siano due dimensioni antitetiche: la ragione e il cuore.
La parola "cuore" è ambigua e fuorviante perché attribuisce a tale dimensione tutto ciò che non è logico, né razionale, e in particolare i sentimenti.
Ora, credo sia opportuno usare una diversa e più utile dicotomia: conscio e inconscio, ciascuno dei quali ha le sue ragioni e i suoi sentimenti. In tal senso si potrebbe dire che entrambe questi domini (nel senso di spazi e dei loro padroni) hanno un cuore, oltre che delle ragioni e la facoltà di ragionare.
Confrontiamo dunque il cuore della coscienza con il cuore dell'inconscio, le ragioni della coscienza con le ragioni dell'inconscio.
A tal proposito direi che si è felici quando le ragioni e i sentimenti della coscienza sono coerenti e alleate con le ragioni e i sentimenti dell'inconscio.
La coscienza, i sentimenti e la volontà cosciente sono fenomeni emergenti dalla interazione, ovvero dallo scambio di informazioni, energie e/o sostanze, tra parti (ovvero sottosistemi) del sistema nervoso, così come le società sono fenomeni emergenti dalle interazioni tra esseri umani.
Un fenomeno si dice emergente se non esiste a priori, ovvero come entità a sé stante, ma solo come prodotto di una interazione, ovvero di uno scambio di informazioni, energie e/o sostanze, tra due o più entità, e dura finché dura tale interazione.
Per fare un esempio, un'automobile non esiste a priori (come avrebbe pensato Platone, in base alla "idea" archetipica di automobile), ma come prodotto dell'interazione dei suoi componenti. Cessando l'interazione tra tali componenti, l'automobile smette di esistere in quanto automobile reale e di essa resta solo un ricordo o un'idea. In tal senso, metaforicamente parlando, la coscienza è una specie di automobile.
Quanto sopra è una mia libera interpretazione del pensiero rivoluzionario di Gregory Bateson.
La libertà di un essere vivente è condizionata e limitata dalla retroazione emotiva del proprio comportamento.
Infatti ognuno subisce le conseguenze fisiche e sociali del proprio agire, le quali sono caratterizzate da certe quantità di piacere e di dolore derivanti dal grado di soddisfazione e insoddisfazione dei propri bisogni.
Tali conseguenze determinano la forma e la direzione delle azioni future dell'individuo attraverso l'apprendimento di modelli di comportamento caratterizzati dal massimo piacere e dal minimo dolore ottenibili praticamente, ovvero dalla massima soddisfazione e dalla minima insoddisfazione dei propri bisogni.
In tal senso, certe opzioni di comportamento sono improbabili o impossibili, e quindi escluse, in quanto causerebbero un dolore insopportabile o la morte dell'individuo. Al tempo stesso, certe altre opzioni sono molto probabili o prevedibili in quanto causerebbero la soddisfazione di certi bisogni e i connessi piaceri.
La libertà di un individuo è dunque condizionata e limitata dai proprio bisogni.
Per tutta la vita ci costruiamo inconsciamente mappe e modelli della realtà e li usiamo per orientarci e scegliere come comportarci, cioè come interagire con il mondo.
Questa è la conoscenza: una quantità di mappe e modelli più o meno complessi, più o meno precisi, più o meno coerenti tra loro e più o meno corrispondenti alla realtà.
Queste mappe e questi modelli riguardano specialmente e soprattutto gli altri esseri umani, le relazioni tra loro, noi stessi e le relazioni tra noi e gli altri.
Ai particolari delle mappe e dei modelli che ci siamo costruiti sono associati sentimenti di piacere o dolore, attrazione o repulsione e le motivazioni corrispondenti alla ricerca del piacere e all'evitamento del dolore. Sulla base di tali mappe e di tali modelli noi elaboriamo inconsciamente le nostre strategie di comportamento e pianifichiamo il nostro futuro.
Di conseguenza, quanto più le nostre mappe e i nostri modelli sono sbagliati o imprecisi rispetto alla realtà, tanto più sbagliato o impreciso è il nostro comportamento, ovvero tanto meno questo è efficace per la soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui.
NOTA: col termine sentimenti mi riferisco anche alle emozioni e alla capacità di provare piacere e dolore in qualsiasi forma, più o meno fisica o mentale.
I sentimenti sono involontari e determinati dalla costituzione fisica e mentale dell'individuo. Costituiscono risposte a percezioni, interazioni ed eventi esterni ed interni. Sono controllati da un "programma" simile a quello di un computer, che io chiamo "mappa cognitivo-emotiva" e che, a seconda della situazione o dell'evento, genera automaticamente un certo sentimento o insieme di sentimenti, a volte conflittuali a volte concordanti.
I sentimenti, insieme con il ciclo riproduttivo, sono ciò che distingue un essere vivente da un essere non vivente, compresi i computer, i quali, notoriamente, non hanno sentimenti.
Attraverso i sentimenti la natura ci obbliga a fare il nostro dovere di membri della nostra specie biologica. Infatti i sentimenti accompagnano e segnalano la soddisfazione o insoddisfazione dei nostri bisogni innati e acquisiti.
Per un essere umano i sentimenti sono la cosa più importante. Senza di essi la vita non avrebbe senso e la nostra specie si estinguerebbe.
Io penso che ciò che ci tiene in vita, ciò per cui vale la pena di vivere sono i sentimenti, che includono le emozioni, le passioni, il piacere, la pura del dolore, l'amore, il gusto. La ragione si è sviluppata filogeneticamente molto più tardi rispetto ai sentimenti, come strumento per facilitare la soddisfazione dei bisogni vitali. Siccome la ragione monitorizza la soddisfazione dei bisogni attraverso i sentimenti, ne consegue che essa è di fatto al servizio di questi. Vivere in modo ragionevole non avrebbe senso se non servisse a soddisfare i propri bisogni, vale a dire a produrre sentimenti desiderabili. D'altra parte, il bene è ciò che ci fa star bene, e il sentirsi bene è un sentimento, non uno stato razionale. Quello che la ragione può fare, e dovrebbe fare, è proporre la posticipazione di una soddisfazione immediata ed effimera a favore di una soddisfazione futura più intensa e/o duratura. La ragione dovrebbe anche servire a distinguere i bisogni (e i relativi sentimenti) sani da quelli morbosi e adoperarsi per soddisfare i primi e non i secondi. Ma queste cose sono difficili specialmente in assenza di un'adeguata conoscenza della natura umana, campo del sapere molto trascurato e controverso, sia a livello accademico che popolare. Per concludere, sia i sentimenti che la ragione possono essere sani e morbosi e l'optimum, secondo me, è una ragione sana al servizio di sentimenti sani.
Suppongo che nelle interazioni tra due persone X e Y avvengano in molti casi le seguenti dinamiche psicologiche consce o inconsce.
- X percepisce Y; la sua percezione è mediata dalla sua visione del mondo e dal suo "copione di comportamento" generale;
- X interpreta le cognizioni, i sentimenti e le motivazioni (cioè i pregiudizi e il "copione di comportamento") di Y verso varie entità, tra cui X stesso;
- X (di conseguenza) ha certi pregiudizi e un certo "copione di comportamento" (cioè certe cognizioni, certi sentimenti e certe motivazioni) verso Y;
- X (di conseguenza) ha un certo grado di attrazione (amore, apprezzamento, fiducia) e un certo grado di repulsione (odio, disprezzo, diffidenza) verso Y;
- X teme di essere punito da Y per l’eventuale manifestazione della sua repulsione verso Y stesso;
- X si aspetta di essere premiato da Y per l’eventuale manifestazione della sua attrazione verso Y stesso;
- X (di conseguenza) tende a nascondere repulsione e a manifestare o simulare attrazione verso Y;
- X teme che Y scopra la verità riguardo ai propri pregiudizi, alla propria visione del mondo, al proprio "copione di comportamento", ai propri occultamenti e alle proprie simulazioni in generale e verso Y in particolare;
- In X tale timore è causa di stress, disagio psichico e mancanza di spontaneità verso Y.
Ogni umano ha certi sentimenti (giudizi emotivi) e certe opinioni (giudizi cognitivi) verso ogni altro essere umano (conosciuto o immaginato), e percepisce o immagina i sentimenti e le opinioni di ogni altro umano verso se stesso.
Esistono influenze reciproche, nel senso di una certa coerenza, tra i sentimenti e le opinioni di una persona A verso una persona B e i sentimenti e le opinioni di B verso A, così come A li percepisce o li presume. Intendo dire, ad esempio, che se A presume di essere simpatico (o antipatico) a B, A tenderà a trovare B simpatico (o antipatico).
Suppongo anche che esistano influenze reciproche tra i sentimenti di A verso B e le opinioni di A verso B, nel senso che le opinioni tendono a giustificare i sentimenti e viceversa.
Intendo dire che c'è normalmente una coerenza tra sentimenti ed opinioni, e che certi sentimenti generano certe opinioni, così come certe opinioni generano certi sentimenti. Ed essendo la relazione reciproca, è difficile determinare se vengano prima i sentimenti o le opinioni.
A causa della
naturale coerenza tra sentimenti ed opinioni, entrambi si rinforzano reciprocamente, a tal punto che è poco probabile che un individuo cambi i suoi sentimenti e le sue opinioni verso gli altri. Nei rari casi in cui ciò avviene, il cambiamento riguarda normalmente sia i sentimenti che le opinioni, simultaneamente.
L'uomo fa ciò che fa perché "sente" e "conosce" il bisogno e/o il desiderio di farlo, cioè ne è cosciente sentimentalmente e cognitivamente. Tale consapevolezza è un fenomeno involontario tipicamente umano di origine genetica, che ha sostituito gli istinti (inconsapevoli) tipici degli altri animali.
Dopo la nascita, la cultura della comunità di appartenenza mistifica e censura i bisogni e i desideri di ogni individuo e ne crea e induce di nuovi.
Mentre i bisogni sono necessità geneticamente o culturalmente determinate, i desideri sono mezzi per soddisfare dei bisogni.
Se un desiderio non può essere realizzato, può essere sostituito con un altro al fine di soddisfare i bisogni correlati.
Se un bisogno genetico non può essere soddisfatto, l'organismo (inclusa la mente) muore o si ammala.
Se un bisogno culturalmente indotto non può essere soddisfatto, l'organismo soffre, ma non muore e non si ammala, o si ammala solo temporaneamente.
La soddisfazione di un bisogno o la realizzazione di un desiderio suscitano piacere e/o gioia. La frustrazione di un bisogno o la non realizzazione di un desiderio suscitano dolore e/o sofferenza.
È importante conoscere e demistificare i bisogni genetici, distinguerli da quelli indotti e soddisfarli coltivando e realizzando desideri appropriati.
Ogni essere vivente è caratterizzato da un particolare complesso di bisogni più o meno soddisfatti, e, nelle specie senzienti, da sentimenti che esprimono le relative soddisfazioni e insoddisfazioni.
Noi umani associamo i nostri sentimenti a particolari idee, forme, cose o persone verso cui proviamo attrazione o repulsione, spesso senza sapere perché, cioè senza conoscere i bisogni da cui i nostri sentimenti derivano.
Ne consegue che spesso inseguiamo ciò che associamo ai nostri sentimenti piuttosto che cercare di soddisfare in modo razionale i bisogni da cui i nostri sentimenti derivano.
Noi tendiamo inoltre a confondere i mezzi con i fini, cioè a considerare certi mezzi come fini (per esempio il denaro). Di conseguenza sviluppiamo bisogni (secondari) per cose che sono solo mezzi per soddisfare dei bisogni primari, dimenticando quali siano i bisogni primari stessi.
Può succedere infatti che ciò che in una certa situazione costituiva un mezzo efficace per soddisfare un certo bisogno primario, in un'altra situazione non sia più efficace in tal senso. Se fossimo consapevoli del fatto che quel mezzo era solo un mezzo e non un fine (cioè che non ha un valore in se stesso), potremmo sostituirlo con un altro più adeguato, ma se abbiamo dimenticato quale era il bisogno che quel mezzo ci permetteva di soddisfare, quel bisogno rimarrà probabilmente insoddisfatto e continueremo a perseguire un mezzo diventato inutile o controproducente.
Il cosiddetto libro arbitrio non è realmente libero in quanto è finalizzato alla soddisfazione dei bisogni dell'essere vivente che lo esercita, ed è limitato dalle/alle opzioni disponibili in tal senso.
Sebbene in teoria un essere vivente potrebbe fare qualsiasi cosa, in pratica può fare solo una delle cose corrispondenti alle opzioni di comportamento (cioè di interazione) ad esso "note" (consciamente o inconsciamente) e realmente praticabili.
Un essere vivente, infatti, non fa nulla per caso, ma qualsiasi cosa faccia consiste in un comportamento programmato, o nel risultato di una ricerca creativa mirata comunque alla soddisfazione di qualche bisogno programmato.
I bisogni di un essere vivente, come pure i mezzi e le strategie per soddisfarli, sono sempre programmati. Alcuni programmi sono innati, altri appresi nel corso della vita dell'individuo.
Il cosiddetto libero arbitrio è dunque in realtà un arbitrio programmato, in quanto consiste in scelte regolate da programmi. Le logiche di tali programmi tengono conto delle situazioni in cui l'individuo si trova momento per momento, ovvero dello stato di soddisfazione dei vari bisogni, e delle opportunità di soddisfarli, considerate come tali dal proprio sistema nervoso, ovvero dalla mente che in esso risiede. In tal senso si può parlare di omeostasi dei bisogni, e dei sentimenti ad essi associati.
Per concludere, il concetto di libero arbitrio è imprescindibile da quello di bisogno, e lo stesso si può dire del concetto di sentimento.
Ci sono due tipi di pensiero: uno analitico e uno sintetico.
Il pensiero analitico è seriale, dinamico, procedurale, razionale, procede per segmentazioni, per passi successivi, per concatenazioni logiche e associazioni di parole, idee o concetti. È un percorso di ricerca della risposta ad una domanda (una domanda alla volta) attraverso la memoria delle proprie esperienze.
Il pensiero sintetico è statico, contemplativo, fisso (per una certa durata) su una immagine, una mappa, una configurazione, uno spettacolo. È l'osservazione o immaginazione della risposta ad una certa domanda, o l'effetto di una sorpresa.
Il pensiero analitico si alterna a quello sintetico, con dosaggi, ritmi e durate variabili, diversi da persona a persona e in una stessa persona nel tempo. Infatti alla mente capita continuamente, consciamente o inconsciamente, di farsi domande e di contemplare le risposte, che possono essere più o meno certe o ipotetiche.
I pensieri di entrambi i tipi sono attivati e guidati da stimoli sensoriali esterni e interni al soggetto, di cui questo può essere più o meno consapevole, e comportano certi sentimenti o emozioni più o meno gradevoli.
Quanto più un pensiero è gradevole, tanto più esso è attraente e tende a rinforzarsi. Quanto più esso è sgradevole, tanto più esso è repellente e tende ad essere allontanato. Su questo principio è basato il bias cognitivo.
Il pensiero è involontario, ma può essere influenzato volontariamente (in se stessi e negli altri) da media come parole scritte o vocalizzate, immagini, suoni, oggetti, ambienti e composizioni di queste cose.
Viviamo in una società così profondamente malata che non possiamo mostrarci tristi senza essere considerati malati, stupidi o miserabili, e trattati di conseguenza. In realtà un essere umano sano che non abbia rapporti umani soddisfacenti non può non essere triste, specialmente quando è consapevole della propria solitudine e della incomprensione da parte degli altri.
Inoltre, quanto più una persona cresce e migliora in senso etico ed intellettuale, quanto più si eleva sopra la mediocrità, tanto più aumentano la solitudine e l'incomprensione, a cui si aggiungono la diffidenza e l'ostilità da parte degli altri, che non vedono di buon grado le qualità in cui non sono competitivi.
D'altra parte la tristezza di una persona può essere percepita dagli altri come atto di accusa nei loro confronti, come se fosse dovuta ad una richiesta negata, ad un bisogno che non hanno soddisfatto, accusa respinta a priori.
Allora, quando siamo tristi, dobbiamo trovare una giustificazione tollerabile dalle persone che ci circondano, alle quali interessa soprattutto dimostrare che non sono responsabili di quella tristezza, e che hanno fatto tutto quanto in loro potere per evitarla.
Concludendo, se sei triste perché ti senti incompreso, non rispettato, non amato dalle persone che ti sono vicine, sei costretto a nascondere la verità per evitare che queste si risentano e diventino ancora più fredde o ostili nei tuoi confronti, e cerchino di dimostrare che, se sei triste, la colpa è solo tua. Infatti nessuno ha il diritto di accusare gli altri della propria tristezza, anche se, normalmente essa è causata proprio dal comportamento altrui.
Possiamo volontariamente alterare il nostro tono emozionale, ovvero il nostro umore, per esempio per neutralizzare la tristezza, indurre l’allegria, neutralizzare la paura e l’ansia, indurre la serenità ecc.?
Penso proprio di no, e mi domando, nel caso in cui un giorno venisse inventato un farmaco che induce lo stato d’animo desiderato, se il suo uso non avrebbe effetti collaterali, per esempio causare dipendenze come le droghe? In effetti una tale farmaco sarebbe una droga a tutti gli effetti e altererebbe meccanismi biologici che si sono sviluppati nel corso dell’evoluzione per il nostro bene, anche se a volte ci causano emozioni sgradevoli e dolorose.
Io suppongo infatti che il piacere e il dolore, e i vari stati emotivi che li rivestono, siano il modo in cui il nostro inconscio o il nostro corpo ci segnalano qualcosa, ci inducono a fare qualcosa, a cambiare qualcosa, o a cercare qualcosa, per la nostra salute fisica e mentale, per la nostra sopravvivenza e per la soddisfazione dei nostri bisogni primari.
A mio parere, alterare tali meccanismi naturali mediante una droga o un farmaco potrebbe mettere a rischio la nostra sopravvivenza e rendere più difficile la soddisfazione dei nostri bisogni.
Questi meccanismi controllano e dirigono il nostro comportamento. Saremmo noi capaci, con la nostra coscienza, razionalità e volontà, di controllarci e dirigerci (auto-determinarci) meglio di quanto facciano il nostro corpo e il nostro inconscio? Ne dubito. Forse è meglio lasciar fare alla natura.
Se è vero che amore e odio sono sentimenti, e in quanto tali involontari, ne consegue che non siamo liberi di amare o di odiare chi vogliamo. Tutt’al più possiamo agire sulle cause ambientali e psicodinamiche che favoriscono in noi l’amore o l’odio, per esempio attraverso una psicoterapia.
Comunque sia, il fatto di vivere in società limita la nostra libertà di amare e di odiare chi vogliamo, perché siamo giudicati dagli altri anche per ciò (e per chi) amiamo e odiamo.
Infatti, se A odia B e non lo nasconde, B tiene conto di tale odio nel suo comportamento verso A. E’ infatti probabile che B, sentendosi odiato da A, lo odi a sua volta, e cerchi di punirlo in qualche modo per quel sentimento.
Ciò avviene spesso anche in caso di assenza di amore, ovvero in caso di indifferenza affettiva.
Per quanto sopra, chi vive in società è praticamente obbligato a nascondere i suoi sentimenti se questi non sono “politicamente corretti”, e/o a fingerne di “appropriati”, al fine di mantenere buoni rapporti con gli altri. Questi occultamenti e queste simulazioni cominciano in età infantile, e sono così frequenti da diventare automatismi, col risultato che non sappiamo più quali siano i nostri veri sentimenti verso gli altri.
Infine, nelle religioni, odiare Dio (o anche semplicemente non amarlo) è considerato un peccato grave, forse il più grave di tutti, e a causa di ciò nessun credente è libero di odiare Dio o di non amarlo, pena un castigo illimitato e inesorabile.
Il super-io di freudiana memoria necessita, a mio parere, di una rivisitazione e ridefinizione, se non vogliamo gettarlo alle ortiche in quanto “datato”.
Ebbene, io direi che il super-io (in cui credo fermamente) non si limita a imporre “subdolamente” al soggetto censure e obblighi riguardanti la moralità (in ambito sessuale o non sessuale) ma riguarda più in generale il bisogno di appartenenza e la prevenzione del rischio di isolamento sociale, considerato dall’inconscio una disgrazia mortale e come tale da evitare assolutamente.
In altre parole, il super-io è il guardiano della nostra appartenenza e integrazione sociale, e interviene ogni volta che questa è messa, a suo giudizio, in pericolo, scatenando inibizioni, paure e pulsioni atte a imporre al soggetto (cioè al suo io cosciente) un comportamento tale da ripristinare una certo grado di sicurezza “sociale”.
Infatti, a mio avviso, per il super-io ogni cosa (persona, idea, comportamento, tipo di evento, ecc.) ha una valenza sociale più o meno positiva o negativa, nel senso che viene vista come più o meno favorevole o sfavorevole all’appartenenza e integrazione sociale del soggetto.
Attraverso una manipolazione sentimentale (i sentimenti sono attivati da meccanismi inconsci), il super-io ci spinge a fare, e perfino a pensare, a tutto ciò che ha una valenza sociale positiva, e ad evitare tutto ciò che ha una valenza sociale negativa.
Questa è la mia nozione di super-io, e ringrazio Freud di aver iniziato a speculare su questo tema, anche se ho ritenuto necessario una messa a punto e un completamento delle sue idee geniali sull’inconscio.
Il concetto di empatia (
https://it.wikipedia.org/wiki/Empatia) viene normalmente usato con una connotazione positiva. Infatti, quando si pensa all’empatia si fa di solito riferimento alla percezione e al rispecchiamento di sentimenti altrui come la gioia e la sofferenza. Ma che succede quando la persona che ci sta di fronte prova sentimenti di odio o di disprezzo verso una certa cosa, una certa persona o una certa categoria di persone?
Se l’empatia è involontaria ed è dovuta ai “neuroni specchio”, credo che essa si applichi a qualunque sentimento, quindi anche a quelli “politicamente scorretti”. Perciò credo che, a causa dell’empatia, anche l’odio e il disprezzo manifestato da una persona A possono essere rispecchiati in una persona B che osserva A, a meno che B non odi o disprezzi A, nel qual caso l’empatia sarebbe automaticamente inibita (infatti, in tal caso, sarebbe inibita anche un’empatia per sentimenti “politicamente corretti”).
A tale proposito, io credo che ci sia una sinergia tra il fenomeno (o meccanismo) dell’empatia e quello del cosiddetto “equilibrio cognitivo” (che io preferisco chiamare “equilibrio affettivo”), teorizzato da Fritz Heider nel 1958 (
https://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dell'equilibrio_cognitivo). Intendo dire che i sentimenti positivi o negativi suscitati dalla necessità di stabilire un equilibrio affettivo (in uno schema triangolare) possono essere innescati o facilitati dell’empatia.
Per esempio, se tra A e B esiste un rapporto di reciproca stima o affetto, e A manifesta odio o disprezzo per una cosa o persona C, è probabile che B provi anche odio o disprezzo per C, sia per empatia, sia per neutralizzare una dolorosa situazione di squilibrio affettivo.
Mi pare che gli esseri umani, nella nostra civiltà, tendano a nascondere o a mistificare (agli altri e perfino a se stessi) i loro sentimenti, specialmente quelli fondamentali, ovvero il piacere e il dolore, esprimendoli e riconoscendoli solo nella misura e nel modo in cui sono "socialmente corretti", ovvero accettabili secondo la morale comune.
Per quanto riguarda il dolore, inoltre, la sua manifestazione può significare una richiesta di aiuto, o l'enfatizzazione di un torto subito o di un diritto leso, per cui esso può essere manifestato ad arte, per raggiungere un obiettivo sociale. D'altra parte il dolore può significare un insuccesso o una condizione di disgrazia o povertà, per cui esso può essere nascosto ad arte, per non apparire come perdenti o emarginati.
Un discorso analogo vale per il piacere, che può significare un successo o una condizione di grazia o ricchezza, per cui esso può essere simulato per apparire come vincenti e ben integrati socialmente quando non lo si è. D'altra parte un piacere può derivare dalla soddisfazione provocata da una disgrazia che colpisce una persona invidiata o rivale, per cui può essere conveniente nasconderlo.
Il risultato di quanto sopra esposto è che è difficile capire cosa causi veramente piacere e dolore negli altri, e anche in noi stessi.
A ciò si aggiunge il fatto che, secondo me, il piacere esprime la soddisfazione di uno o più bisogni, e il dolore la loro insoddisfazione. Ne consegue che manifestare un piacere equivale a manifestare uno o più bisogni la cui soddisfazione ha causato quel piacere, e lo stesso vale, mutatis mutandis, per il dolore. E ovviamente, non tutti i bisogni umani sono "socialmente corretti" e confessabili.
Il risultato è che, per motivi analoghi a quelli relativi alla manifestazione del piacere e del dolore, è difficile capire quali siano i bisogni degli altri e di noi stessi.
Secondo la teoria dell'equilibrio cognitivo di Fritz Heider, nella relazione tra due umani una grande importanza ha la concordanza o discordanza di sentimenti verso terzi (cose, persone, idee, atti ecc.).
La condivisione di simpatie e antipatie, apprezzamento e disprezzo, amore e odio, rispetto e indifferenza verso certe entità contribuisce infatti a determinare un legame affettivo positivo, simpatia, fiducia, attrazione ecc. tra due persone. Al contrario, una discordanza affettiva verso una certa entità contribuisce a determinare sfiducia, ostilità, repulsione ecc.
Il rapporto tra due persone dovrebbe perciò essere visto come una serie di triangoli in cui due vertici rappresentano le persone stesse e il terzo qualsiasi entità verso la quale esse hanno dei sentimenti, ovvero un rapporto affettivo, o indifferenza. Questi triangoli affettivi possono essere più o meno concordi o discordi, consonanti o dissonanti nei confronti delle entità terze, e il grado di concordanza contribuisce a determinare il rapporto affettivo tra le due persone di riferimento.
A livello di gruppo, si può dire che una comunità sia caratterizzata (anche) da una comunanza (cioè concordanza e condivisione) di sentimenti, ovvero di amore, odio, simpatie, antipatie e indifferenze verso certe entità particolari (cose, persone, idee, atti ecc.).
Le figure che seguono illustrano diverse triangolazioni affettive equilibrate e squilibrate tra due persone A e B verso una entità terza X.
Ogni entità che percepiamo, conosciamo, riconosciamo o concepiamo, cioè tutto ciò a cui attribuiamo il fatto di “essere” qualcosa o qualcuno, comporta uguaglianze, somiglianze e differenze rispetto ad altre entità.
In altre parole, l’esperienza di una certa entità, e la conoscenza che ne deriva, comporta il confronto con una o più altre entità che costituiscono modelli di riferimento per il suo riconoscimento e la sua valutazione.
Infatti diciamo, per esempio, che A è identico a B, o che la forma di A è più o meno simile a quella di B, o che A è più grande o più piccolo di B, o che c’è un certo rapporto quantitativo tra A e B (per esempio A = B x 1,5), oppure che A è prodotto, attivato o influenzato da B, ecc.
D’altra parte non si può dire che una cosa sia più o meno grande o piccola se non in rapporto ad un metro di paragone. Infatti se in tutto l’universo esistesse solo una sfera, sarebbe impossibile affermare quanto grande sia il suo diametro.
Possiamo dunque dire che nulla “è” qualcosa se non in rapporto, in relazione (formale o causale) o in interazione rispetto a qualcos’altro. Si può anche dire che ogni cosa dipende da qualche altra o che è legata a qualche altra, cioè che nessuna entità può essere percepita né concepita come isolata. D’altra parte, dire che A è A (o che A = A) è insignificante e inutile.
Inoltre, per quanto riguarda gli esseri capaci di sentimenti, ogni entità percepita, conosciuta o concepita può essere associata alla previsione di una certa quantità di piacere e/o di dolore, associazione da cui deriva una certa motivazione di attrazione o di repulsione verso l’entità stessa. Tale motivazione corrisponde al "valore" che ad essa viene attribuito dalla mente dell’essere senziente.
Le emozioni umane [1] possono essere suscitate non solo da situazioni contestuali, come un premio o una punizione ottenuti nel presente, ma anche da situazioni e condizioni previste, e quindi attese, (consciamente o inconsciamente) in un momento futuro.
Suppongo infatti che nella mente umana esista qualche meccanismo automatico e involontario di previsione (ovvero anticipazione) di piaceri e dolori, vantaggi e svantaggi, ricompense e punizioni sociali ecc. capace di suscitare emozioni come se le situazioni previste fossero attuali.
L'uomo infatti, a differenza degli altri animali, è capace di vivere una realtà virtuale, immaginaria, simulata, prevista, non solo cognitivamente, ma anche emotivamente e "motivamente", nel senso che può essere accompagnata da emozioni e motivazioni "reali".
È per questo che possiamo sentirci euforici, depressi, ansiosi, terrorizzati, malinconici, allegri, soddisfatti, insoddisfatti anche senza che sia avvenuto "realmente" qualcosa che lo giustifichi, se non una previsione (prefigurazione o anticipazione) conscia o inconscia di situazioni o eventi desiderati o indesiderati.
Ad esempio, il senso di colpa rientra, a mio parere, in tale processo anticipatorio. Suppongo infatti che esso consista nella previsione (fatta da un meccanismo involontario) di una punizione da parte di un'autorità (o di un'intera comunità) per un comportamento ritenuto (consciamente o inconsciamente) immorale o asociale. Il concetto freudiano di "super-io" mi sembra corrispondere a tale meccanismo.
Nel prevedere un evento futuro si possono fare due tipi di errore: considerare probabile qualcosa di improbabile, e considerare nocivo qualcosa che non lo è. Ovviamente le previsioni possono essere influenzate anche da esperienze passate più o meno felici.
Quando proviamo un'emozione che ci sembra non giustificata razionalmente dovremmo pertanto chiederci da quale logica anticipatoria essa potrebbe essere suscitata. Ricostruendo tale logica (in una sorta di "reverse engineering") possiamo valutare razionalmente la sua validità (cioè attendibilità) ed eventualmente correggerla alla luce di considerazioni razionali.
Nota 1: in questo articolo per "emozione" s'intende sia "emozione" che "sentimento".
Quando due persone si incontrano, succedono tante cose, a livello conscio e ancor più inconscio, che determinano un certo tipo di interazione e la sua durata.
- Algoritmi inconsci classificano l'interlocutore (in amico, nemico o cosa da usare) secondo la mappa cognitivo-emotiva di ciascuno, e danno luogo ad aspettative e a supposizioni di aspettative altrui;
- bisogni, desideri e sentimenti si attivano e vengono alimentati o frustrati in base a tali aspettative;
- si determinano inibizioni e opzioni di comportamento;
- si delineano interessi comuni, interessi diversi e conflitti di interesse, si esaminano possibilità di cooperazione;
- si attivano attrazioni e repulsioni in base a percezioni estetiche e cognitive;
- si fanno calcoli economici, energetici e politici di una eventuale interazione (costi e benefici);
- si valuta la salute mentale dell'altro, le sue potenzialità e incapacità, le sue differenze rispetto alla gente comune e a se stessi;
- si constatano affinità e incompatibilità;
- ci si misura con l'altro per stabilire chi è più competitivo;
- si valutano i rischi di una interazione rispetto ai rapporti con altre persone;
- si considerano diritti, doveri, obblighi, divieti e gradi di libertà e creatività applicabili ad una eventuale interazione;
- si attivano curiosità, domande, spinte narcisiste e slanci di generosità, empatia, apatia, voglia di aiutare o di combattere, si determinano comprensioni e incomprensioni, approvazioni e disapprovazioni, un senso di comune appartenenza o di estraneità;
- si interpretano le motivazioni e intenzioni altrui;
- si immaginano scenari di possibili interazioni, ecc., e, tutto ciò considerato, si decide quali passi fare, il livello di intimità fisica accettabile da ciascuno, se e quanto avvicinarsi o allontanarsi, dare, prendere, difendersi, offendere, offrire, proporre, cosa dire e cosa non dire, cosa mostrare e cosa nascondere, cosa fingere, come manipolare l'altro a proprio vantaggio;
- si cercano temi di conversazione appropriati accettabili da ambo le parti;
- si stabiliscono i possibili ruoli e livelli gerarchici reciproci;
- si decidono i rituali da eseguire;
- nascono speranze, si consumano delusioni, si sviluppano paure ed entusiasmi, ansia e fiducia, eccitazione e noia.
A mio parere, la cosa più importante per un essere umano, dopo la soddisfazione dei suoi bisogni fisici, è l’appartenenza ad una comunità o società, in quanto indispensabile per la sopravvivenza dell’individuo e la conservazione della sua specie. Possiamo chiamare tale necessità “bisogno di appartenenza o di integrazione sociale”. Si tratta di un bisogno primario o primordiale, ovvero scritto nel DNA, e fondamentale nel senso che da esso derivano una quantità di bisogni secondari e di desideri (consci e ancor più inconsci), che si sviluppano sulla base delle esperienze, come mezzi o strategie per soddisfare il bisogno principale.
Nel sistema nervoso umano, il bisogno di appartenenza si avvale di un sistema omeostatico di controllo che induce l’individuo a mantenersi integrato in una comunità. Il controllo viene realizzato mediante l’attivazione di sentimenti dolorosi di angoscia o paura, di intensità proporzionale alla percezione di un pericolo di perdita dell’integrazione, e di sentimenti piacevoli di gioia di intensità proporzionale alla percezione di un aumento dell’integrazione.
I bisogni sono causalmente concatenati nel senso che, ad esempio, la soddisfazione del bisogno A facilita la soddisfazione del bisogno B che a sua volta facilita la soddisfazione del bisogno C e così via fino al bisogno di appartenenza X. Tali concatenazioni sono in gran parte inconsce per cui se la soddisfazione del bisogno A provoca piacere, è probabile che in realtà quel piacere sia dovuto, nell'esempio di cui sopra, ad un’anticipazione della soddisfazione del bisogno X ovvero quello di appartenenza.
La mia ipotesi è che tutto ciò che l’uomo fa e da cui trae gioia, ha una valenza sociale (conscia o inconscia) positiva, ovvero favorisce direttamente o indirettamente l’integrazione sociale del soggetto, così come tutto ciò che l’uomo fa e da cui trae angoscia o paura ha una valenza sociale negativa, ovvero rischia di causare direttamente o indirettamente l’esclusione o l’emarginazione del soggetto dalla sua comunità di appartenenza, o l’assegnazione ad esso di un ruolo gerarchicamente meno favorevole.
Per concludere, per capire perché le persone fanno ciò che fanno e non fanno ciò che non fanno, può essere utile chiedersi: in quale misura ciò che fanno favorisce direttamente o indirettamente la loro integrazione sociale e in quale misura ciò che non fanno potrebbe causare direttamente o indirettamente una loro esclusione o penalizzazione sociale?
Credo che tra viaggiare e stare bene ci possa essere un rapporto di causalità bidirezionale, nel senso che ci sono casi in cui il viaggiare fa stare bene, o fa stare meglio, e casi in cui chi sta bene ama viaggiare ogni tanto come conseguenza del suo star bene.
Molto dipende dalla congenialità dei luoghi visitati e delle persone incontrate durante il viaggio, dalle condizioni più o meno confortevoli del trasporto e dell’alloggio, dai costi sostenuti e dagli obiettivi e dalle aspettative del viaggiatore.
Normalmente, viaggiare comporta visitare luoghi mai visitati prima, oppure tornare in luoghi non frequentati da un certo tempo. In ogni caso il viaggio comporta un cambiamento più o meno grande degli stimoli a cui si è normalmente sottoposti, cioè comporta nuovi stimoli. Infatti gli stimoli che si ripetono senza variazioni finiscono per perdere la capacità di stimolare, insomma, non vengono più percepiti come stimoli.
Viaggiare può essere pertanto un buon rimedio contro la noia, oltre a essere una fonte di distrazione, di sorpresa e di curiosità. Direi di più: credo che viaggiare permette di soddisfare dei bisogni umani geneticamente determinati, quali i bisogni di esplorazione, di stimolazione e di novità. In tal senso viaggiare ci può far bene.
Viaggiare è anche un modo di spostarsi da un luogo ad un altro, quindi un mezzo di trasporto. Se esistesse una macchina capace di trasportarci da un luogo and un altro istantaneamente, la durata del viaggio sarebbe nulla e quindi il viaggiare inteso come spostamento non avrebbe alcun interesse, né significato, ma ciò che conta sarebbe solo la meta raggiunta e visitata. D’altra parte ci possono essere viaggi in cui l’attrazione è costituita più dal viaggiare, cioè dallo spostamento e dal movimento, piuttosto che dalla (o altre alla) meta del viaggio.
Per me viaggiare ha, tra le altre cose, l’effetto di farmi accantonare i pensieri ripetitivi legati all’ambiente in cui vivo abitualmente, creando spazio per nuove idee e nuove riflessioni. In altre parole, durante i miei viaggi mi sento più creativo.
Non tutti amano viaggiare con la stessa intensità. Infatti ognuno dovrebbe capire qual è la sua dose ottimale di giorni di viaggio rispetto ai giorni di stanziamento.
Grazie alla tecnologia si può anche viaggiare in modo virtuale, e a volte i viaggi virtuali sono più istruttivi di quelli reali, anche se non abbastanza stimolanti.
Un computer "sa" cosa fare un ogni situazione, e così anche un essere umano, che, in molti aspetti, funziona in modo simile ad un computer, anzi, ad un insieme di computer collegati tra loro.
Un programma di automazione consiste concettualmente in una tabella in cui ad ogni situazione (o stato, o stimolo) predefinita e riconosciuta, è associato un comportamento (o risposta) predefinito. Il comportamento, specialmente nell'uomo, può essere anche un non comportamento, ovvero consistere nell'immobilizzarsi o oziare in attesa di una situazione più chiara o più favorevole.
Il comportamento associato ad una certa situazione può essere più o meno volontario o involontario, conscio o inconscio, semplice o complesso. Nel comportamento involontario rientrano anche i sentimenti, in quanto reazioni programmate.
La determinazione ovvero percezione e riconoscimento delle situazioni è di fondamentale importanza proprio perché da tale riconoscimento dipendono comportamenti e sentimenti.
Per un essere umano, sia la determinazione della situazione, sia il comportamento sono sempre complessi perché un umano è un sistema complesso, ovvero costituito da una gran quantità di sottosistemi (ovvero computer o agenti mentali), ognuno dei quali determina autonomamente la situazione secondo criteri propri e si comporta secondo un suo programma. Il comportamento di un individuo, "nel complesso", è la sommatoria dei comportamenti unitari decisi e controllati autonomamente allo stesso tempo dai vari computer interni che costituiscono l'individuo stesso.
L'io cosciente è un particolare computer (o sottosistema o agente mentale) che ha il compito di coordinare il comportamento, ovvero di mediare tra le richieste di comportamento provenienti dai vari sottosistemi. Dal punto di vista dell'io cosciente, la situazione generale comprende una situazione esterna e una interna, quella esterna determinata dai sensi ed elaborata dal sistema cognitivo, quella interna costituita dalle pulsioni e dai sentimenti provenienti dagli altri sottosistemi.
L'io cosciente opera dunque ad un livello logico superiore rispetto agli altri agenti mentali, potendo teoricamente "osservare" una situazione dai punti di vista di tutti gli altri agenti mentali (e di se stesso) e i rispettivi comportamenti o richieste di comportamento, e decidere a quali richieste dare seguito e quali inibire. In pratica, però, l'attività di molti agenti mentali sfugge all'osservazione e al controllo dell'io cosciente.
Un io cosciente evoluto cerca di comprendere i programmi dei vari agenti mentali e di valutarne la "salute" al fine di favorire quelli più sani e inibire e/o curare, mediante psicoterapia o auto-terapia, quelli meno sani.
Nella cultura di massa, e in quasi tutte le culture, i concetti di ragione e sentimento sono generalmente considerati antitetici e mutuamente esclusivi. In altre parole, la maggior parte della gente crede che più si è razionali, meno si è sentimentali, e viceversa.
Questa credenza è così diffusa che chi cerca di analizzare e spiegare i sentimenti con un approccio sistemico, ovvero cerca di scoprire le logiche inconsce che li producono o li inibiscono, viene visto dai più come uno che non riesce a vivere in modo sano i propri sentimenti, e non riesce ad amare né a "lasciarsi andare". In altre parole, viene visto come infelice, illuso, represso, senza-cuore, non-empatico, poco-umano, uno che non vive pienamente ecc.
È a causa di tale generale credenza che la psicologia (che è la disciplina che più di ogni altra dovrebbe occuparsi della fenomenologia dei sentimenti) è da un lato poco praticata dalle masse, dall'altro frammentata in scuole discordanti e poco efficaci. La loro scarsa efficacia, a mio parere, è dovuta al fatto che quasi nessuna affronta francamente, con un approccio razionale e sistemico (cioè causale e cibernetico), la natura dei sentimenti, da cui dipende la felicità e l'infelicità umana.
Per esempio, quando si parla di amore, se ne parla generalmente come di una cosa sacra e immateriale che sfugge ad ogni legge fisica, di un bene assoluto, ineffabile e indiscutibile, ma allo stesso tempo come di un concetto ovvio e intuitivo, tanto che parlarne in modo razionale viene considerato quasi un sacrilegio, un affronto al buon senso, una pedante provocazione, e un indizio dell'incapacità di amare.
Mi sono chiesto il motivo dell'ostilità nei confronti di uno studio sistemico dei sentimenti, e ipotizzo che essa sia dovuta al rifiuto inconscio di assumersi la responsabilità dei propri sentimenti.
Intendo dire che, sebbene i sentimenti siano in sé involontari, essi sono provocati da cause e circostanze concrete che l'uomo può, in una certa misura, modificare volontariamente.
Tornando all'esempio dell'amore, noi non possiamo scegliere di amare o non amare qualcuno o qualcosa, ma possiamo fare delle scelte che ci indurranno ad amare o a non amare, per cui siamo in qualche modo responsabili dell'amore che proviamo o non proviamo.
In altre parole, se noi conoscessimo la logica che determina l'amore e il suo opposto, potremmo scegliere di comportarci in modo da provare i sentimenti che riteniamo desiderabili e socialmente corretti, e da non provare gli altri.
D'altra parte, io credo che la conoscenza delle logiche dei sentimenti sia censurata dal super-io, in quanto esse sono in gran parte egoistiche.
L'uomo nasce con una innata capacità di amare e di odiare, che consistono in sentimenti funzionali alla sopravvivenza dell'individuo e della sua specie. Comprendere le "ragioni", cioè le logiche di tali sentimenti ci aiuterebbe ad ottenere più facilmente ciò che siamo portati ad amare, e ad evitare ciò che siamo portati ad odiare.
In ogni caso io escludo, per esperienza personale, che analizzare sistemicamente i sentimenti li inibisca. Al contrario, credo che tale analisi li esalti, sia perché li libera da autocensure, sia perché favorisce la soddisfazione dei bisogni da cui i sentimenti stessi dipendono.
Nota: in questo articolo i concetti di emozione e di sentimento non sono distinti, e i due termini sono usati come sinonimi. Di conseguenza il termine”emotivo” viene usato come sinonimo di ”sentimentale”.
Si può discutere all’infinito, e senza venirne a capo, se l’uomo sia una speciale categoria di computer, ovvero se il suo sistema nervoso funzioni, almeno in parte, in modo analogo a quello di un computer, ma non voglio farlo in questo articolo. Mi pare però incontrovertibile che ogni essere umano reagisca a stimoli interni ed esterni in modi che gli sono peculiari, ovvero non casuali, e che costituiscono la sua personalità e identità sociale, ovvero il suo comportamento tipico.
Ci si aspetta infatti che una persona reagisca in un certo modo in funzione della propria personalità (ovvero temperamento, carattere e cognizioni) come se questa costituisse un programma o una strategia di vita. In altre parole, anche ammettendo l’esistenza del libero arbitrio, dobbiamo supporre che esso non venga esercitato in modo casuale ovvero totalmente libero, ma secondo certe abitudini, direttive, regole, principi o limiti caratteristici del soggetto.
Io suddivido le risposte agli stimoli in tre categorie interdipendenti: cognitive, emotive e motivazionali, o “motive”.
Le risposte cognitive (ovvero razionali o semantiche) riguardano il riconoscimento di concetti, nozioni, idee, identità, situazioni, categorie, tipi ecc. in base alla percezione di stimoli esterni come parole, immagini, segni, suoni, sensazioni tattili ecc. e di stimoli interni come ricordi, sentimenti, emozioni, percezioni fisiche viscerali ecc.
Le risposte emotive riguardano l’attivazione di emozioni e sentimenti più o meno piacevoli o dolorosi, in base al riconoscimento di elementi cognitivi (risposte cognitive) oppure a percezioni sensoriali interne, come modifiche dello stato o del metabolismo corporeo, e la coscienza di ciò che si è intenti a fare o che si desidera fare.
Le risposte motive riguardano l'attivazione di particolari motivazioni come volontà, desideri, intenzioni, inclinazioni, scelte, interessi, attrazioni e repulsioni ecc. in base a particolari percezioni cognitive ed emotive.
È importante sottolineare l'importanza dell’interdipendenza delle tre categorie di risposte in quanto essa determina fenomeni di bias complessi poiché anch'essi interdipendenti.
Infatti, oltre al ben noto bias cognitivo, per il quale le cognizioni di una persona sono influenzate dai suoi sentimenti e dalle sue motivazioni, possiamo parlare di “bias emotivo”, nel quale certi sentimenti sono influenzati da certe cognizioni e motivazioni, e di “bias motivazionale”, in cui certe motivazioni sono influenzate da certe cognizioni e certe emozioni.
Pertanto conviene parlare di risposte cognitivo-emotivo-motive, intendendo insieme le tre categorie di risposte reciprocamente condizionate. In altre parole, una risposta di una certa categoria dà normalmente luogo a risposte delle altre due. Insomma, è difficile, se non impossibile, che vi siano in un essere umano risposte puramente cognitive, puramente emotive, o puramente motivazionali.
Se queste mie supposizioni sono valide, dovremo farci qualche domanda sulla genesi delle risposte cognitivo-emotivo-motive tipiche di una persona, e sulle possibilità di una loro modifica per iniziativa del soggetto o di altri. Ma di ciò mi riservo di parlare in uno dei prossimi articoli.
Dopo una non facile ricerca in internet sul significato dei termini “sentimento” ed “emozione”, ho constatato che non esistono definizioni univoche e universalmente condivise di questi termini, specialmente per il primo.
Infatti per “sentimento” si trovano molti significati diversi, spesso vaghi, che non hanno alcunché di scientifico. Tra l’altro, in diversi casi “sentimento” viene confuso con “coscienza” e con “sensazione” nel senso di percezione fisiologica. Inoltre in alcuni casi il sentimento viene associato a valori e disvalori etici ed estetici, e a tipi di personalità.
Le definizioni che ho trovato più “scientifiche” mettono il concetto di sentimento in relazione con quello di emozione, e in diverse pagine web ho trovato descrizioni delle presunte differenze tra sentimento ed emozione. Tuttavia tali differenze spesso mi sembrano arbitrarie, discutibili e irrilevanti da un punto di vista pragmatico.
Le definizioni di "sentimento" che trovo più convincenti sono quelle che lo considerano come la consapevolezza di una propria emozione più o meno intensa e duratura, unitamente all'associazione dell'emozione a certi oggetti, persone, idee, situazioni ecc. e l’elaborazione razionale di tale associazione.
Ho incontrato difficoltà analoghe nella ricerca del significato del termine “emozione”, anche se in misura minore, essendo questo termine normalmente considerato di pertinenza della fisiologia e della psicologia, e non confuso con quelli di coscienza, moralità ed estetica.
Nell’esaminare le varie definizioni sono rimasto sorpreso nel constatare che solo in una minoranza di casi il concetto di emozione viene associato ai concetti di piacere e di dolore, anche se è implicito che un'emozione possa essere più o meno piacevole o spiacevole.
Quando si parla di emozioni, pochi si chiedono cosa siano, anche perché si tratta di fenomeni che ognuno di noi prova più o meno spesso, per cui ognuno si considera competente in materia. Forse dovremmo piuttosto chiederci quali siano le cause delle nostre emozioni, e quali le loro finalità biologiche e psicologiche.
A tal proposito mi sembra utile osservare che il piacere e il dolore, sia quelli di origine fisica che quelli di origine mentale, dovrebbero essere considerati essi stessi emozioni, e non soltanto colorazioni o attributi di certe emozioni. Lo stesso si può dire per l’attrazione e la repulsione. Possiamo infatti parlare di sentimento (o emozione) di attrazione o di repulsione verso una certa cosa o persona senza una particolare ragione consapevole.
Potremmo inoltre chiederci se il dolore o il piacere, l’attrazione o la repulsione siano la causa di un’emozione o ne siano l’effetto, e se un’emozione non sia altro che una particolare forma e intensità di piacere o di dolore, di attrazione o di repulsione, associata ad una certa cosa, persona, idea, situazione, forma, evento, ecc. Potremmo anche chiederci che relazioni vi siano tra sentimenti o emozioni, e coscienza, inconscio, volontà, bisogni, desideri, cognizioni ecc..
Per finire, ho raccolto una lista di parole chiavi che hanno a che vedere con i concetti di sentimento e di emozione, e che possono costituire spunti per la nostra conversazione: sensazione, senso, sensibilità, reazione, affetto, passione, piacere, dolore, attrazione, repulsione, empatia, amore, odio, coscienza, turbamento, stato d’animo, commozione, apprensione, inquietudine, eccitazione, impressione, trepidazione, sconvolgimento, ansia, desiderio, felicità, gioia, tristezza, paura, ira, noia, indifferenza, soddisfazione, frustrazione, insoddisfazione, ecc.
Vedi anche "
Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
La prima cosa che mi chiedo pensando all’amore, è cosa sia veramente, cioè se sia un concetto oggettivo o soggettivo, e quale branca del sapere sia competente per definirlo e per discuterne. Per cercare di rispondere a queste domande ho consultato la voce “amore” del vocabolario Treccani, dove si trovano diverse definizioni e note, tra cui le seguenti:
- sentimento di viva affezione verso una persona, che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia
- può indicare l’affetto reciproco, la concordia dei sentimenti
- può anche essere rivolto a se stesso, come manifestazione di egoismo e di egocentrismo
- amor proprio: onesta ambizione di non rimanere indietro agli altri in una competizione, desiderio di rivelare e far apprezzare le proprie capacità e buone doti, impegnando la propria volontà nello sforzo di accrescerle e potenziarle
- sentimento che attrae e unisce due persone (ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva; comune a tutte queste forme è, di norma, la tendenza più o meno accentuata al rapporto reciproco ed esclusivo
- secondo la dottrina platonica l’amore è contemplazione della bellezza e impulso di elevazione morale (nel linguaggio comune è però talvolta inteso come amore unilaterale, non rivelato e non corrisposto)
- sentire l’istinto dell’accoppiamento
- In senso più spirituale, lo slancio dell’uomo verso Dio e le cose celesti, e reciprocamente la benevolenza che Dio accorda alle creature
- carità verso il prossimo
- desiderio, brama di avere, di ottenere, di possedere una cosa
- vivo attaccamento o inclinazione per qualche cosa
In quanto alla domanda "quale branca del sapere sia competente per definire l’amore e per discuterne", non ho fatto ricerche in tal senso, ma ritengo che di esso siano in molti, forse troppi, a occuparsene: la religione, la letteratura (specialmente la narrativa e la poesia), la psicologia, la filosofia, la biologia, la sociologia, l’antropologia culturale ecc., oltre al senso comune. Infatti è un tema del quale quasi tutti pensano di sapere abbastanza, come se l’amore fosse qualcosa di naturale, di innato e di evidente.
A mio parere, come ho spiegato in questo articolo, in cui ho identificato circa 30 diversi tipi di amore molto diversi tra loro, l'amore potrebbe essere semplicemente un nome usato per mistificare e nobilitare il piacere, il desiderio o il bisogno di avere, di dare, di interagire, di appartenere, o qualcos'altro di non pregevole.
E voi che ne pensate?
Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
Per capire le ragioni del proprio disagio psichico, ovvero della propria infelicità, conviene fare una doppia operazione. Prima di divisione e poi di riunione, o integrazione. Questo perché probabilmente il disagio è dovuto ad una separazione (ovvero ad una non comunicazione e non cooperazione) tra entità importanti della nostra persona la cui cooperazione è essenziale per la sopravvivenza e il benessere. Una separazione di cui non siamo consapevoli, o che non ci è chiara, e che è necessario risolvere ristabilendo una sana e naturale integrazione tra parti che collaborano come dovrebbero, per motivi che non conosciamo.
Dicendo che prima occorre dividere, non intendo che dovremmo operare una separazione pratica, ma una teorica, ovvero dovremmo riconoscere, vedere, capire l'esistenza di una separazione già in atto e di cui non ci siamo ancora accorti. Perché si può operare una unificazione tra parti disgiunte solo se siamo consapevoli della loro separazione.
Le parti di cui dobbiamo riconoscere la separazione (per poi risolverla) sono innanzitutto due sezioni fondamentali in cui possiamo, a mio parere, dividere la nostra persona: l'io cosciente e il resto del corpo, il quale "resto" è inconscio per definizione, se per "io cosciente" intendiamo la (sola) parte cosciente della nostra persona, ovvero la nostra coscienza o consapevolezza.
Quanto ho appena detto implica che l'io cosciente è parte integrante del corpo, e non qualcosa di spirituale o metafisico, che appartiene ad un altro mondo o ad una dimensione del nostro mondo che non è soggetta alle leggi della natura. In altre parole, la mente (compreso l'io cosciente è parte) fa parte del corpo, e la persona, individuo, coincide con il suo corpo.
Il nostro obiettivo è dunque la giusta comunicazione e cooperazione tra l'io cosciente e il resto del corpo, ovvero ciò che possiamo chiamare il "corpo inconscio".
L'io cosciente è un'entità misteriosa di cui sappiamo sempre meno, dato che tutto ciò che la scienza "scopre" sulla mente fa parte del "corpo inconscio". Col progresso scientifico, infatti, il "mistero" della coscienza si riduce mentre aumenta la conoscenza "non misteriosa" dei meccanismi prevedibili o misurabili.
Suppongo che l'io cosciente sia la sede del libero arbitrio, dato che questo è cosciente per definizione. Tuttavia le opzioni tra cui l'io cosciente sceglie ogni volta che prende una decisione gli vengono fornite dai meccanismi del corpo inconscio. Quindi il libro arbitrio è solo parzialmente libero. Dato che un io cosciente non dotato di libero arbitrio non servirebbe a nulla, e quindi non avrebbe "senso" nemmeno da un punto di vista evoluzionistico, possiamo ipotizzare che l'io cosciente e il libero arbitrio siano la stessa cosa, ovvero che i loro nomi siano sinonimi.
Nei nostri discorsi potremmo dunque sostituire il pronome "io" con la parafrasi "il mio libero arbitrio".
L'io cosciente è inoltre capace di sentire il piacere e il dolore, sia in forma reale, cioè attuale, qui ed ora, sia in forma virtuale, cioè come ricordo o come anticipazione. È plausibile che senza tale capacità, l'io cosciente non servirebbe a nulla. Infatti possiamo ipotizzare che l'io cosciente sia il luogo in cui (e da cui) il libero arbitrio ordina al corpo resto del corpo cosa fare per ridurre il dolore e accrescere il piacere (siano essi attuali o futuri, reali o virtuali).
Coscienza, volontà e sentimento sembrano dunque intimamente intrecciati. Infatti, a mio parere, ciascuno di essi non avrebbe ragione di esistere senza gli altri due. Suppongo che questa triade coincida con l'io cosciente e che ogni suo componente sia soggetto a impulsi (provenienti dal resto del corpo) che sono il risultato di meccanismi inconsci e non controllabili direttamente (dall'io cosciente), se non mediante l'uso di farmaci o droghe particolari.
Quanto sopra è riassumibile in una semplice formula: io cosciente = sentimento + coscienza + volontà.
Nella mia visione dell'uomo (e di noi stessi) ho dunque "separato" dal resto del corpo la coscienza, la volontà, e il sentimento, e li ho poi riuniti nell'io cosciente.
Grazie a questa divisione e riunificazione, di cui siamo ora consapevoli, possiamo migliorare la cooperazione tra queste tre componenti, e tra la triade e il resto del corpo, a condizione che riconosciamo i rispettivi ruoli naturali.
La cosa più importante è capire che l'io cosciente è al servizio del resto del corpo, e non viceversa.
Infatti sarebbe assurdo, oltre che patologico, un atteggiamento autoritario da parte dell'io cosciente rispetto al resto del corpo, come se il cuore volesse stabilire e ordinare cosa debbano fare gli altri organi, invece di limitarsi a servirli pompando il sangue di cui essi hanno bisogno.
Io penso che la visione del mondo di una persona sia una costruzione della sua coscienza, che io chiamo anche “io cosciente”.
Io divido l'io cosciente in tre parti che interagiscono tra loro e non potrebbero esistere l'una senza le altre: la parte cognitiva, la parte emotiva (o sentimentale) e la parte motiva (o motivazionale). La parte cognitiva ci permette di conoscere, memorizzare e riconoscere forme, idee, oggetti e loro concatenazioni; la parte emotiva ci fa provare piaceri e dolori di vario tipo e di varia intensità associati a certe percezioni; la parte motiva ci fa volere, desiderare e scegliere cose che aumentano i nostri piaceri e riducono i nostri dolori, o promettono di farlo.
Il piacere e il dolore (nelle loro varie forme più o meno materiali o ideali) sono le cose più reali (forse le uniche certamente reali) in quanto sentimenti che proviamo direttamente e immediatamente. Infatti chi prova un pacere o un dolore lo prova realmente, non si illude di provarlo, anche se quel sentimento può essere causato da idee di cose immaginarie e inesistenti come spiriti o divinità.
I piaceri e i dolori sono legati rispettivamente alla soddisfazione e all'insoddisfazione di bisogni e di desideri, sia innati che acquisiti.
Al di fuori dei sentimenti, tutto ciò che percepiamo consiste in informazioni, cioè comunicazioni, trasformazioni, elaborazioni, supposizioni, ricordi parziali e deformati, e astrazioni (a vari livelli) di fenomeni reali.
In altre parole, noi non percepiamo (né ricordiamo) la realtà in quanto tale, ma riduzioni (cioè mappe) di essa, e una mappa non è il territorio che rappresenta, così come una parola non è la cosa da essa evocata.
Inoltre non possiamo percepire né capire le cose in sé, ma solo le relazioni e le interazioni tra le cose, relazioni e interazioni che sono il risultato di leggi fisiche, del caso e di logiche algoritmiche (consce o inconsce) memorizzate nelle menti degli esseri viventi (piante, animali ed esseri umani). In altre parole, l'unica forma di conoscenza realistica è relazionale, sistemica e sentimentale, non ontologica.
Da un punto di vista logico (non fisico) Io divido il mondo in quattro parti che interagiscono intimamente tra loro:
- il mio io cosciente (la mia coscienza)
- il resto del mio corpo
- gli altri esseri umani
- il resto del mondo
Le relazioni e interazioni tra queste parti e tra le parti di queste parti sono l'oggetto delle scienze naturali e di quelle umane e sociali, scienze che dovrebbero essere sempre considerate unitariamente e non come specialità separate, perché è impossibile capire le une senza capire le altre.
Come ogni essere umano, non posso fare a meno della cooperazione con altri umani, ma questa è difficile perché gli altri sono disposti a cooperare con me solo a condizione che io mi comporti conformemente a certe forme e a certe modalità, con certi obblighi e certi divieti, secondo i loro bisogni e desideri. Questo limita la mia libertà di comportarmi come più mi piace e mi interessa, e anche di pensare liberamente, perché non si possono nascondere a lungo i propri pensieri.
Per quanto riguarda le relazioni tra esseri umani, mi pare che siano il risultato di quattro tendenze istintive fondamentali: cooperazione, competizione, selezione e imitazione, tendenze spesso ignorate, negate o dissimulate.
Considero gli esseri umani prevalentemente ignoranti, stupidi, falsi e cattivi, chi più, chi meno, e considero la cattiveria un prodotto dell’ignoranza, della stupidità e della falsità, oltre che una pulsione istintiva a sé stante, che dobbiamo tenere a freno per evitare sciagure a livello individuale e sociale.
Purtroppo non conviene dire a una persona che è ignorante, stupida, falsa o cattiva, perché si offenderebbe e reagirebbe aggressivamente. Pertanto viviamo nella paura di giudicare, e di conseguenza rispettiamo la cattiveria, l’ignoranza, la stupidità e la falsità, con tutti i disturbi mentali e i problemi sociali che tale rispetto comporta.
Io sono per il progresso intellettuale, civile e morale, ma questo incontra la dura e a volte aggressiva resistenza di coloro che preferiscono conformarsi al mondo così com’è piuttosto che cercare di migliorarlo, e per giustificare il loro conservatorismo affermano che la società non può essere migliorata.
Per concludere, per me il mondo è un complesso di fenomeni tra loro correlati che causano piaceri e dolori a noi umani e ad altre forme di vita, e che ci costringono a fare delle scelte di comportamento, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli altri, per massimizzare i piaceri e minimizzare i dolori, propri e altrui. L'obiettivo è ottenere la massima collaborazione e benevolenza da parte degli altri al minimo costo in termini di dolore, fatica, noia, limitazioni della propria libertà e catastrofi naturali e sociali.
(Versione aggiornata al 31/7/2019)
In questo articolo ipotizzo una struttura generale sistemica della mente e i principi generali del suo funzionamento.
Le seguenti figure (la seconda e la terza sono ciascuna un'esplosione della precedente) rappresentano la mente come "sistema" composto di sottosistemi intercomunicanti, ciascuno specializzato in particolari funzioni che contribuiscono, in modo coordinato, al funzionamento generale della persona, cioè al suo comportamento e alla sua sopravvivenza. (Fare clic sulle figure per ingrandirle).
Figura 1: Struttura della persona e della sua mente
Figura 2: Struttura delle mente senza dettagli
Figura 3: Struttura della mente con dettagliPRINCIPI GENERALI
- La vita si basa sui "bisogni" (innati e acquisiti) e sulla loro soddisfazione attraverso interazioni col mondo esterno e tra gli organi interni.
- Le modalità di soddisfazione dei bisogni sono codificate in informazioni sia innate (cioè geneticamente determinate), sia "apprese" attraverso le esperienze.
- Il corpo umano è un sistema, i suoi organi (fino alle cellule) sono sottosistemi che interagiscono tra di loro e con l'esterno per soddisfare i bisogni dell'individuo.
- Una mente è un elaboratore (cibernetico) di informazioni; non può essere separata da un corpo perché ha bisogno di supporti fisici per esistere; essa governa il comportamento interno ed esterno dell'individuo o dell'organo che la contiene.
- Ogni organo vivente, a partire dalla cellula, ha una mente e dei bisogni. Pertanto la mente umana è l'insieme integrato e coordinato delle menti dei suoi organi.
- Il piacere (per l'uomo e gli altri esseri viventi capaci di provarlo) è suscitato dalla soddisfazione di bisogni, il dolore dalla loro frustrazione.
- Il funzionamento di ogni sottosistema (o organo) è governato da algoritmi (con un certo grado di casualità) capaci di apprendere e quindi di modificarsi.
- Ogni sottosistema comunica e coopera con diversi altri (attraverso la rete neurale e ormonale) per determinare i suoi output (informazioni, energie, sostanze).
- L'interdipendenza umana è la fonte dei bisogni peculiarmente umani. Infatti l'uomo non può sopravvivere a lungo al di fuori di almeno una comunità.
- La mente umana serve soprattutto a gestire le interazioni umane e si forma attraverso esse.
- Essere (identità) = appartenere (a gruppi e categorie con caratteristiche particolari).
- La vita sociale consiste in apprendimento, educazione, condivisione (di beni, servizi, linguaggi, forme, norme, valori, conoscenze ecc.), attraverso imitazione, cooperazione, e competizione.
- Ogni umano ha una o più "comunità interiori" o "virtuali" dovute all'imprinting di esperienze vissute durante l'infanzia e successivamente. Tali comunità virtuali influenzano il suo comportamento sociale mediante particolari pulsioni e inibizioni.
- I disagi e i disturbi psichici (esclusi quelli dovuti ad alterazioni fisiologiche del sistema nervoso) sono causati dalla frustrazione di bisogni, e da conflitti ("doppi vincoli") tra bisogni antagonisti.
CHIARIMENTI
Un mio amico mi ha chiesto: "Come poni questo tuo modello rispetto a quelli modulari, per esempio, di Fodor e Pinker? Altra domanda: come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?"
Segue la mia risposta.
Direi che il mio modello è sicuramente modulare, anche se suppongo, come ho scritto in una nota, che certi sottosistemi siano “distribuiti” fisicamente in più zone del sistema nervoso o del corpo in generale. Inoltre non escluderei proprietà ologrammatiche, ovvero repliche diffuse di informazioni (come per il DNA) e di funzioni.
Il mio modello è al tempo stesso cognitivista e psicodinamico (avrai notato la presenza del super-io), sistemico, ovvero cibernetico, e non behaviorista nel senso stretto del termine.
L’idea di Fodor che i processi cognitivi di alto livello non siano modulari mi lascia perplesso. Io infatti suppongo che tali processi siano comunque di pertinenza di un “sottosistema” (ovvero modulo) cognitivo (conscio e inconscio), anche se i relativi processi, cioè i “pensieri” non sono modulari ma “seriali” e “reticolari”.
Probabilmente la querelle tra Fodor e Pinker è solo apparente ed entrambi hanno ragione. Forse Fodor ha letto in modo riduttivo o riduzionista la visione di Pinker. Penso infatti che non si possa criticare qualcuno per ciò che non dice, ma solo per ciò che asserisce e ciò che esclude, e immagino che Pinker non abbia escluso le idee di Fodor, che possono essere considerate un’estensione, un completamento o un approfondimento di quelle di Pinker.
Il mio modello non è riduzionista (spero) e non esclude nessun fenomeno o meccanismo non ancora scoperto da scienziati o filosofi. E’ un tentativo di costituire un quadro generale da cui partire per approfondire i diversi aspetti della mente e della natura umana, come auspicato da Edgar Morin, che lamenta l’assenza di una specializzazione accademica: quella della generalità della vita. Come in un grande sistema informatico, è impensabile disegnarne o descriverne gli aspetti o gli elementi di dettaglio senza partire da una struttura “generale”, ovvero di alto livello, che può poi essere sezionata e approfondita sezione per sezione, ma senza mai trascurare interazioni tra le diverse sezioni (o moduli o sottosistemi), giacché non possiamo conoscere le cose in sé ma solo le relazioni tra le cose, come ci insegna Gregory Bateson.
Il mio modello è evoluzionistico in quanto credo sia il risultato di adattamenti della specie alle pressioni ambientali e in particolare alla condizione di interdipendenza funzionale degli esseri umani, come indicato nei principi generali. Tuttavia siamo ormai passati, come sai bene, da una evoluzione genetica ad una “memetica”, che per la mente è di grande importanza.
Il concetto di “incapsulamento” funzionale mi lascia perplesso e lo userei con cautela. Credo che certi “moduli” mentali non siano facilmente incapsulabili dal momento che comunicano simultaneamente con molti altri. Inoltre, come ho indicato nei principi generali, gli algoritmi che governano i moduli hanno un certo grado di aleatorietà.
Io credo che il difetto di molte teorie sulla mente (e che spero di evitare nella mia) sia quello di definire un modello abbastanza semplice da poter essere descritto in termini semplici, cosa che porta fatalmente ad un certo riduzionismo o addirittura semplicismo. Nel mio modello ci sono invece aree "misteriose" che non pretendo di spiegare, come la volontà (compreso il libero arbitrio), la coscienza e il sentimento, anche se possiamo immaginare certe relazioni e interazioni tra tali entità e il resto del “sistema”.
Vorrei a questo punto confrontare il mio modello con gli otto requisiti di un sistema “modulare”:
- Specificità del dominio: i moduli operano solo su determinati tipi di input, sono specializzati. [OK, salvo il fatto che diversi moduli si possono influenzare reciprocamente.]
- Incapsulamento informativo: i moduli non devono necessariamente fare riferimento ad altri sistemi psicologici per poter funzionare. [Parzialmente d'accordo, ma un modulo può avere molte connessioni con altri moduli e comportamenti reattivi con un certo grado di aleatorietà.]
- Attivazione obbligatoria: i moduli vengono elaborati in modo obbligatorio. [Nel mio modello ci sono aleatorietà, ovvero eccezioni alle regole e comportamenti “misteriosi”.]
- Alta velocità di elaborazione: probabilmente a causa del fatto che sono incapsulati (quindi necessitano solo di consultare un database limitato) e obbligatori (non è necessario sprecare tempo per determinare se elaborare o meno l'input in entrata) [OK.]
- Uscite di basso livello: l'output dei moduli è molto semplice. [Non sempre: nel mio modello l’output può essere non univoco, ambivalente, conflittuale, perfino paralizzante.]
- Accessibilità limitata. [OK nel senso che certi moduli non sono localizzabili e non possono comunicare con tutti gli altri, ma solo con alcuni altri, anche se la plasticità del sistema nervoso può creare nuove connessioni in certi casi.]
- Ontogenesi caratteristica: c'è una regolarità di sviluppo. [parzialmente d'accordo. Infatti mio modello l’ontogenesi si accompagna con l’apprendimento, ovvero uno sviluppo in cui le interazioni con gli altri moduli o con l’esterno influenzano lo sviluppo e perfino l'espressione genica.]
- Architettura neurale fissa. [Parzialmente d'accordo. Infatti, come detto sopra, la plasticità del sistema nervoso rende la rete di connessione modificabile.]
Per quanto riguarda la tua domanda “come interpretare il fatto che poni la rete neurale e ormonale nel mezzo tra due batterie di sottosistemi?”, ti rispondo che la rete neurale è disegnata come il “bus” di un computer, che permette a tutti i moduli di comunicare potenzialmente con tutti gli altri.
La posizione di ogni modulo nello schema non è significativa. L’architettura a "bus" è indispensabile nei computer per evitare “gli spaghetti” ovvero connessioni fisiche inestricabili (cavi elettrici) di tutti con tutti. Basta quindi collegare un modulo al bus, e in tal modo esso può comunicare con qualsiasi altro collegato allo stesso bus.
Suppongo che la rete neurale (neuroni, assoni, sinapsi, dendriti ecc.) funzioni come il bus di un computer, ovvero come un canale di comunicazione. Suppongo inoltre che un neurone possa avere un doppio ruolo: come nodo di comunicazione (di transito) di una rete, e come micromodulo di un sistema più grande, con funzioni particolari.
Vedi l'articolo "Modularità della mente" in Wikipedia.
Vedi anche Comprendere la natura umana.