La vita è un compromesso.
La vita è un gioco d'azzardo.
La vita è interazione e consumo.
Ogni vita si nutre di altre vite.
Saremo sostituiti e disintegrati.
Nella vita siamo tutti di passaggio.
Chi ama la vita non vuole cambiarla.
La vita è un conflitto di interessi.
La vita è un compromesso temporaneo.
La vita è un viaggio verso la morte.
La vita non esiste. Esiste il vivere.
Voglio fare della mia vita un romanzo.
La vita costituisce entropia negativa.
Non si può vivere in un ambiente morto.
Per imparare a vivere non basta una vita.
Moriremo senza aver capito cos'è la vita.
Tutto può essere utile, nulla sufficiente.
Per quali cause, motivi e scopi esistiamo?
Siamo creature finite di un mondo infinito.
La mia vita non mi appartiene, io le appartengo.
La vita non è un fatto gerarchico, ma reticolare.
Ogni giorno vissuto è un giorno in meno da vivere.
La mia vita è un esperimento di cui sono la cavia.
Ogni giorno di sopravvivenza in più denota valore.
L'informazione informa la vita, ovvero le dà forma.
La vita è basata sull'interazione e la riproduzione.
Cerca la tua strada, e se non la trovi, costruiscila.
Chiedersi quale sia il senso della vita non ha senso.
Se non ci fosse la morte, la vita sarebbe impossibile.
La vita è adesso. Il passato e il futuro sono solo idee.
Invece di chiemermi perché vivo, mi chiedo per chi vivo.
I pensieri sono cause e conseguenze di processi biologici.
L'uomo riproduce e si riproduce, con variazioni accidentali.
La vita prosegue con le sue logiche incurante delle coscienze.
Il piacere e il dolore sono i nostri principali maestri di vita.
Le motivazioni sono le logiche strategiche e tattiche della vita.
La vita di un umano è un continuo incontro/scontro con altri umani.
Abbiamo due doveri ai quali non possiamo sottrarci: vivere e morire.
Ogni essere vivente senziente è un portatore di piacere e di dolore.
I bisogni sono le necessità della vita. Ogni vita ha i suoi bisogni.
Pochi riescono a sopportare la verità sulla vita e sulla natura umana.
L' uomo ha una doppia vita: una nella realtà e una nell'immaginazione.
Se il cervello serve a sopravvivere, il mio, finora, ha funzionato bene.
La vita è una montagna di problemi da risolvere, che la morte porta via.
La vita è bella e brutta, dipende dal punto di vista e dall'inquadratura.
La vita procede tra abitudini, distrazioni, scoperte, incontri e incidenti.
La vita è un dramma di cui siamo al tempo stesso protagonisti e spettatori.
Siamo nati per caso e per caso moriremo. Il caso dà le carte e noi giochiamo.
La mia vita dipende dalle sostanze di cui mi nutro e dagli stimoli che ricevo.
Vita: per rischi ed effetti collaterali, chiedere al vostro filosofo di fiducia.
Non abbiamo scelto di nascere e, tranne in rari casi, non sceglieremo di morire.
Un quartiere dove non ci sono bambini che giocano tra loro è un quartiere morto.
La vita di un individuo è causata dei suoi geni e serve alla loro riproduzione.
Ogni giorno che passa è un giorno in più da ricordare e un giorno in meno da vivere.
Siamo nati per caso, e per caso moriremo. Il caso è il vero padrone delle nostre vite.
Oltre alla vita, che prima o poi tutti comunque perderemo, non abbiamo nulla da perdere.
La vita è il risultato di interazioni tra algoritmi organici parzialmente modificabili.
Fare della propria vita un'opera d'arte è un modo per trasformare certe sofferenze in gioie.
La vita e la morte dell'individuo sono entrambe necessarie per la conservazione della sua specie.
Chi sono? Una vita tra tante che cerca di evitare il dolore e di godere di gioie non troppo costose.
Il saggio vive la saggezza, non la insegna (se nessuno gli chiede di farlo). Perciò non sono saggio.
Ogni essere vivente (compreso l'uomo) è il risultato dell'interazione delle parti che lo compongono.
Siamo come gli attori della commedia dell'arte, che improvvisano su un canovaccio scritto dalla Natura.
Alla fine conta ciò che ho ricevuto e ciò che ho dato, ciò che ho preso e ciò che altri hanno preso da me.
La speranza riaccende la vita, dà energia, anche quando è illusoria o falsa. Finché c'è speranza, c'è vita.
Le energie che i giovani usano verso l'esterno, i vecchi le usano solo per sostenere il proprio corpo cadente.
La vita biologica è basata sulla riproduzione, la vita sociale sull'imitazione, che è una sorta di riproduzione.
Secondo me, per imparare a vivere, una vita non basta. Ce ne vorrebbe almeno una seconda col ricordo della prima.
La vita interiore e quella esteriore sono interdipendenti e non puoi comprendere l'una senza comprendere l'altra.
Per filosofare bisogna distanziarsi dalla vita. Per questo non bisogna filosofare troppo spesso né troppo a lungo.
La vita di un essere umano è un compromesso tra ciò che lui vuole essere e ciò che gli altri vogliono che lui sia.
La vita di un individuo serve a mantenere quella della sua specie. La vita di una specie serve a mantenere se stessa.
I nostri organismi interagiscono con i loro ambienti per conservarsi e riprodursi, finché non si disgregano.
Dietro un piccolo gesto, dietro una semplice espressione, ci può essere la ricerca di tutta una vita e forse di più vite.
Per capire quale sia il senso della vita bisogna prima stabilire cosa sia la vita, cosa sia il senso e cosa sia il capire.
Gran parte della vita di un essere umano consiste nell'immaginare o nel credere di vivere una vita diversa da quella reale.
Alla fine della vita il bilancio consisterà in cosa cosa ho dato agli altri, cosa ho avuto da loro e cosa abbiamo fatto insieme.
Noi dobbiamo la nostra esistenza innanzitutto al DNA e alla biosfera. Senza di essi non saremmo mai nati né avremmo mai vissuto.
Arriva un momento, nella vita di ogni essere vivente, in cui non vale più la pena di vivere. Molti muoiono prima di tale momento.
La vita è dare e ricevere, cooperazione e competizione, simbiosi e antibiosi, conservazione ed evoluzione, ripetizione e cambiamento.
Io esisto nella misura e nel momento in cui avviene un'interazione tra me e altri esseri. Per questo ho bisogno di interagire: per esistere.
La vita, per chi la vive, è fatta di piaceri e dolori, desideri e paure, che la mente (conscia e inconscia) cerca di gestire come meglio può.
A mio avviso, la vita consiste in continue trasformazioni organizzate (ordinate e casuali) di materie, energie e informazioni nello spazio/tempo.
La vita è integrazione, la morte disintegrazione; la vita è interconnessione, la morte sconnessione; la vita è interazione, la morte isolamento.
Quel che accade, accade perché può o deve accadere secondo le leggi della fisica e del caso, e secondo le logiche delle menti degli esseri viventi.
La vita è basata sullo scambio e l'elaborazione di informazioni secondo programmi parzialmente modificabili, dal livello cellulare a quello mentale.
Tutto ciò che facciamo, lo facciamo per soddisfare dei bisogni. Questo vale per tutti gli esseri viventi e i loro organi, a cominciare dalle cellule.
Ogni organismo vivente è il mezzo, lo strumento, il metodo, il progetto, il sistema, la strategia con cui i suoi geni si riproducono, e non il contrario.
Tutto ciò che ci viene dato, la morte ce lo toglie. In tal senso, tutto ciò che ci viene dato costituisce un prestito da restituire a data da destinarsi.
La resistenza al cambiamento della propria struttura fondamentale è una caratteristica geneticamente determinata di ogni essere vivente e di ogni suo organo.
Ogni vita si moltiplicherebbe in modo esponenziale all’infinito se non intervenisse la morte o la ragione a limitarla.
Viviamo perché abbiamo bisogno di vivere; moriamo perché abbiamo bisogno di morire. Non siamo noi a decidere di cosa abbiamo bisogno, ma qualcosa dentro di noi.
Le informazioni sono la base non solo delle funzioni cognitive e logiche consce e inconsce di noi umani, ma della stessa vita animale e vegetale a tutti i livelli.
Tra ordine e caso ci vuole un certo equilibrio, senza il quale la vita non potrebbe sussistere. Guardiamoci dunque da eccessi di ordine come da eccessi di casualità.
Da un punto di vista sintattico la frase "la vita è bella" è monca. Siccome la vita non è sempre bella, né per tutti, bisogna sempre aggiungere per chi, dove, e quando.
La "creatura" (il mondo vivente) dipende dal "pleroma" (il mondo non vivente); il pleroma, invece, non dipende dalla creatura anche se può essere trasformato da essa.
Noi vogliamo inconsciamente essere come ci vogliono le persone da cui la nostra vita dipende, cioè quelle di cui abbiamo bisogno (materialmente o come guide o modelli) per vivere.
La vita di un essere umano implica ubbidire e comandare alla natura e agli altri umani. Saggio è colui che capisce quando è opportuno ubbidire e quando comandare, e a chi e come.
Il compito dell'informatico è quello di esaminare un sistema (vivente o non vivente) e di costruire un sistema (non vivente) che produca gli stessi risultati in modo più efficiente.
Ogni forma di vita ha una forma, e ogni forma è il prodotto di un'informazione, cioè di una formula. Pertanto ogni forma di vita è il prodotto di un'informazione, cioè di una formula.
Ognuno può dare un senso alla propria vita come crede. Il senso della vita è soggettivo. Tuttavia ognuno è responsabile, nei confronti degli altri, del senso che dà alla propria vita.
La vita è interazione, e la qualità della vita dipende dalla qualità delle interazioni. Perciò è importante che queste siano indagate e studiate. Tale è lo scopo della filosofia sistemica.
L'interazione è funzionale alla vita, la comunicazione è funzionale all'interazione, il pensiero è funzionale alla comunicazione, il pensiero è dunque funzionale all'interazione e alla vita.
La vita, a mio parere, può essere definita (anche) come continue trasformazioni e riproduzioni di aggregati di materie organiche e di informazioni, regolate da informazioni consce o inconsce.
Non credo che esistano dei fini, se non nelle menti degli esseri viventi, e credo che il fine ultimo di una mente sia quello di vivere per vivere. In altre parole, la vita è fine a se stessa.
Ci sono un'infinità di esperienze che non abbiamo mai fatto e che non faremo mai, e che possiamo solo intuire dai racconti di coloro che le hanno fatte e dai romanzieri che le hanno immaginate.
Se togliessimo ogni speranza dalla nostra vita saremmo felici di più o di meno? L'Oltreuomo di Nietzsche è colui che è capace di vivere e godere la vita senza ricorrere a speranze di qualsiasi genere.
Nessun essere vivente viene creato. Ognuno nasce come risultato di una riproduzione, cioè come copia (perfetta o con qualche errore) di un altro essere, o come miscuglio casuale delle copie di altri due.
La vita consiste in un’enorme quantità di problemi e in una piccola quantità di soluzioni, molte delle quali si dimostrano inefficaci e causa di ulteriori problemi.
Se non avessimo alcun bisogno o desiderio da soddisfare, alcun problema da risolvere, alcun nemico contro cui combattere, la nostra vita sarebbe vuota, insignificante, insensata, stupida, noiosa, invivibile.
Credo che il fine ultimo di ogni istinto, bisogno, desiderio, motivazione, sia la sopravvivenza, direttamente o indirettamente. Il "fine" della vita è la vita stessa (la vita dell’individuo e/o della specie).
La prima disgrazia di un essere umano, il suo primo incontro con l'ingiustizia del mondo, è il fatto di non poter scegliere i propri genitori, e di non poterli nemmeno giudicare, almeno nei primi anni di vita.
La mia vita è un esperimento di cui sono la cavia. L'esperimento finirà nel momento della mia morte. Spero di poter lasciare un resoconto che qualcuno possa utilizzare per continuare l'esperimento con la sua vita.
La libertà più grande che un umano possa esercitare è quella di uccidersi, sebbene molti suicidi avvengano involontariamente, impulsivamente, per disperazione, e non come conseguenza di una scelta libera e serena.
Cosa vuole il mio corpo?
Cosa vuole la parte inconscia della mia mente?
Cosa vogliono gli altri umani?
Cosa vogliono gli altri esseri viventi?
Cosa vuole la natura?
Cosa voglio io?
In ogni istante miliardi di esseri viventi vengono distrutti da miliardi di altri esseri viventi, e non possiamo evitarlo. Anche noi umani siamo tra i distruttori. Più precisamente, siamo generatori e distruttori di vite.
Un essere vivente vive grazie alle particolari interazioni tra le sue parti, le cui regole sono determinate dal particolare codice genetico e dal particolare codice culturale acquisito attraverso le particolari esperienze.
La morte fa parte della vita, nel senso che è il suo completamento. D'altra parte nessuna vita sarebbe possibile senza la morte di qualche altro essere vivente, ad eccezione di microorganismi che si nutrono solo di minerali.
Una «vita soddisfacente» è una riposta positiva alla domanda «Sei soddisfatto della tua vita? Accettersti di continuare a vivere così come la vivi oggi, senza sperare in alcun miglioramento, né in questa vita, né dopo la morte?»
La vita ha bisogno di bisogni, nel senso che consiste nella soddisfazione di bisogni e non potrebbe riprodursi se non avesse bisogno di farlo. Inoltre il piacere e la felicità dipendono dalla soddisfazione di bisogni di vario tipo.
Io penso che una caratteristica essenziale della vita di un essere vivente sia il fatto di essere soggetto e oggetto allo stesso tempo, in una interazione circolare (basata sul feedback) tra il ruolo di soggetto e quello di oggetto.
Ogni essere vivente è un esemplare di una specie biologica. Ogni specie è caratterizzata da un insieme di bisogni particolari la cui insoddisfazione prolungata causa la sofferenza, la malattia e la morte dell'esemplare insoddisfatto.
Un essere umano è come una foglia dell’albero della sua specie, che deve essere sostituita periodicamente da una nuova affinché l’albero sopravviva. Lo stesso vale per ogni altro essere vivente.
Ogni giorno che passa è una giorno in più che ho vissuto e un giorno in meno che mi resta da vivere. Due cose di segno emotivo opposto, che sono in realtà la stessa cosa. Infatti la morte non è il contrario della vita, ma parte di essa.
Siamo tutti figli e servi dello stesso padrone: la logica della specie. Col piacere e col dolore ci usa per riprodursi e, finito il nostro gioco più o meno creativo e più o meno felice, di noi non resta che qualche idea per qualcun altro.
Essere conservatori oggi, cioè non battersi per il cambiamento della società, significa assecondare la distruzione della biosfera e l'estinzione della specie umana a causa della crescente sovrappopolazione e dell'aumento dei consumi pro-capite.
Dobbiamo essere felici di morire (al momento opportuno) perché la nostra morte è indispensabile per la sopravvivenza della nostra specie e quella dell'ambiente che ci ospita. Se nessuno di noi morisse, la vita diventerebbe impossibile.
Chi nasce serpente deve vivere come un serpente, chi nasce lumaca, come una lumaca, chi nasce aquila, come un'aquila. Non possiamo vivere che come il nostro patrimonio genetico ci obbliga a vivere, nei limiti da esso imposti e con le libertà da esso concesse.
Un umano vive come un essere umano solo mentre interagisce con altri umani nella realtà (reale o virtuale) o nell'immaginazione. Il resto del tempo esso vive come un animale solitario e si prepara per le prossime interazioni ostili o pacifiche con altri umani.
Posso sperare che la mia vita sia migliore di quella di miliardi di altre persone del passato o del presente? A parte la fortuna (e le ingiustizie che da essa dipendono), cosa potrebbe rendere la mia vita migliore (ovvero più piacevole da vivere) di tante altre?
La vita si svolge a vari livelli di organizzazione: molecolare, cellulare, tessuti, organi, corpi, gruppi, società, ecologia, biosfera. All'interno di ogni livello, e tra diversi livelli, avvengono interazioni determinate da leggi fisiche, da logiche e dal caso.
Interessante la diversità di opinioni sul senso della vita. Non ci preoccupiamo dunque se non abbiamo idee chiare in proposito.
https://it.m.wikiquote.org/wiki/Senso_della_vita
Questa è la legge della vita: chi non è adatto ad un certo ambiente deve (1) emigrare in un ambiente più favorevole, (2) cambiare l'ambiente per adattarlo a sé, (3) cambiare se stesso per adattarsi all'ambiente, (4) estinguersi, o (5) praticare una combinazione di tali strategie.
La nostra vita è il risultato di un enorme numero di eventi microscopici e macroscopici che avvengono simultaneamente, in ogni momento, nel nostro organismo e al di fuori di esso. Alcuni di tali eventi sono casuali, altri seguono logiche innate o apprese di cui siamo per lo più inconsapevoli.
Ognuno vive la sua vita, in un certo modo, una vita più o meno simile a quella dei suoi simili. Qualcuno si chiede che senso abbia la sua vita, a cosa e a chi serva, quali sono le opzioni e cosa comporti ciascuna di esse. Qualcun altro si chiede se abbia senso interrogarsi sul senso della vita.
Ogni essere vivente riceve informazioni che condizionano la sua vita ed emette informazioni che condizionano la vita altrui, sceglie consciamente e/o inconsciamente i soggetti da cui ricevere informazioni, le informazioni a cui prestare attenzione, quelle da emettere e i soggetti a cui inviarle.
Per infiniti anni non sono esistito, per infiniti anni non esisterò. Rispetto all'eternità la mia vita è infinitamente breve, insignificante e di nessuna importanza. E allora di cosa dovrei preoccuparmi? Di soffrire il meno possibile. Ogni altro scopo è ridicolmente inutile, effimero e illusorio.
Voglio fare della mia vita un'opera d'arte. Mi sono svegliato con questa intenzione e poi ho trovato, grazie a Google, che qualcosa di simile l'aveva scritta Gabriele D'Annunzio. La cosa non mi ha fatto piacere perché con questa persona non credo di avere molto in comune, a parte una certa dose di narcisismo.
Di norma, gli esseri non viventi sono formati e regolati solo da energie, quelli viventi, da informazioni connesse con energie. I computer sono un'eccezione, in quanto sono regolati da informazioni connesse con energie, ma non sono viventi. O meglio, sono quasi viventi essendo (per ora) incapaci di riprodursi.
La vita è basata su, e dipende da, una continua elaborazione e generazione di informazioni, a partire dal DNA. Per non morire (come specie) dobbiamo trasmettere una quantità di informazioni, da noi ereditate ed elaborate, a coloro che ci succederanno, e che essi a loro volta elaboreranno e trasmetteranno ad altri.
C'è sempre il rischio di scendere troppo nel particolare perdendo di vista il generale. Quando succede, dimostriamo di essere specialisti bravi ma incapaci di soddisfare i bisogni nostri e altrui. Perché la vita richiede che siano soddisfatte un certo insieme di condizioni, non solo alcune, quantunque perfettamente.
Per orientarsi in modo soddisfacente nella vita occorre avere una visione del mondo il più possibile completa di tutti i suoi aspetti più importanti. Occorre inoltre essere capaci di vedere tali aspetti tutti insieme, a grandi linee e senza tanti dettagli che renderebbero difficile contemplare il quadro generale in un colpo d'occhio.
Noi siamo come ci vogliono gli altri. Il problema è: quali altri? Infatti gli altri non sono tutti uguali: alcuni ci vogliono in un certo modo e altri in certi altri modi. Dobbiamo dunque scegliere chi contentare e chi scontentare. Ma non possiamo essere come nessuno ci vuole. Ne va della nostra sopravvivenza e della nostra felicità.
Le prime forme di vita erano costituite essenzialmente solo da apparati digerenti. L'evoluzione dei sistemi nervosi, fino alla coscienza umana, può essere considerata come lo sviluppo di tecniche, metodi e strategie per favorire l'ottenimento del cibo, la sopravvivenza e la riproduzione degli individui.
A parer mio, dovremmo imparare a riprogrammare il nostro software, ovvero le nostre risposte cognitivo-emotive, su basi razionali e sentimentali al tempo stesso, ovvero su una ragione al servizio dei sentimenti. Perché i sentimenti sono il fondamento della coscienza e dell'autoregolazione della vita degli animali superiori, come insegna Antonio Damasio.
L'imbroglio del cristianesimo è questo: rinuncia ai piaceri che puoi ottenere in questa breve vita in cambio di un piacere immenso ed eterno nell'aldilà. Così la vita dei cristiani viene privata di molti possibili piaceri, e anziché essere considerata fine a se stessa, è vissuta come finalizzata a una cosa inesistente. Insomma, la vita cristiana è sprecata.
Noi non viviamo, ma siamo (veniamo) vissuti. Non siamo soggetti, ma oggetti, vettori e replicatori di vita. Non siamo nati per nostra scelta, e cesseremo di vivere quando le leggi della natura lo determineranno. Possiamo decidere se accettare o rifiutare il nostro destino, ma si tratta di una scelta obbligata dal dolore che il rifiuto non farebbe che aumentare.
Quando parliamo del senso della vita, ovvero del suo scopo, non possiamo essere imparziali né oggettivi perché l'uomo ha bisogno di senso e non può sopportare che la propria vita non abbia un "buon" senso. In realtà tutto ciò che è reale ha un senso, anche ciò che non ha uno scopo apparente, anche ciò che ha uno scopo insopportabile, anche il caso.
Il pensiero ecologico consiste nel considerare la vita come risultato di interazioni tra esseri viventi a tutti i livelli, a partire dalle cellule. Attraverso queste interazioni vengono scambiate informazioni, sostanze ed energie necessarie alla vita, le quali vengono prodotte, espresse, percepite ed elaborate secondo programmi variabili presenti in ogni essere vivente.
La vita di qualsiasi essere vivente è basata sull'immanenza di certi bisogni nell'essere stesso, e sulla loro soddisfazione. In altre parole, per vivere, un essere ha bisogno di bisogni da soddisfare e di soddisfarli, a tutti i livelli del suo organismo, da quello molecolare e cellulare, fino a quello, nell'uomo, dell'io cosciente. La morte è infatti assenza di bisogni.
La vita è essenzialmente un fatto riproduttivo. Infatti si può dire che è vitale ciò che si riproduce, non solo in senso genetico, ma anche in senso culturale. Intendo il caso in cui le idee o il comportamento di un individuo vengono appresi (ovvero riprodotti) da un'altro. Attraverso questa riproduzione culturale il comportamento di un individuo influenza la vita di un altro.
La vita è per lo più una prigione e una schiavitù. Siamo infatti tutti prigionieri e schiavi dei nostri corpi, dei nostri schemi mentali e delle nostre comunità, con pochi margini di libertà, come la possibilità di trasformare o sostituire schemi e comunità. Anche la sensazione di indipendenza che a volte proviamo è un effetto della nostra cattività, come ogni altra illusione.
Mente, psiche, anima, spirito, sono la stessa cosa, ovvero sinonimi. Sono il software della vita. Esso può essere in tutto o in parte copiato da un vivente ad un altro e scritto in opere letterarie e artistiche, le quali non sono altro che simulazioni parziali della vita e dei rapporti umani. Lo scopo di tali opere è quello di facilitare la costruzione di paradigmi di interazione.
Il senso della vita di una persona (che coincide con la propria visione del mondo), è una mappa soggettiva della realtà. È un prodotto della personalità, della mentalità, delle esperienze, dei bisogni, delle capacità e dei limiti di ciascuna persona. Purtroppo molti pensano che il proprio senso della vita sia il solo valido, giusto e legittimo, e criticano e disprezzano quelli diversi dal proprio.
Per vivere una vita soddisfacente, ovvero per soddisfare i propri bisogni, è necessaria (ma non sufficiente) una buona relazione con sé stessi (ovvero con il proprio inconscio) e con un numero sufficiente di persone con cui cooperare.
Per avere una buona relazione con qualcuno è necessario (ma non sufficiente) conoscere le principali esigenze e motivazioni proprie e altrui.
La vita di un essere umano è motivata e condizionata dall'evitamento del dolore e dalla ricerca del piacere, seguendo nozioni e strategie apprese attraverso l'interazione con gli altri ed altre esperienze. Il dolore e il piacere sono i mezzi mediante i quali la natura ci spinge a fare il nostro dovere biologico, ovvero a soddisfare i nostri bisogni primari da cui dipende la conservazione della nostra specie.
La vita emerge dalla interazione tra agenti e si esaurisce quando l'interazione cessa. Ciò può avvenire a vari livelli, in quanto una interazione tra agenti ad un certo livello può dar vita ad un agente di livello superiore, come, ad esempio, la coscienza. La vita è dunque interazione e ha bisogno di interazione, e la morte è la fine di una interazione. Le diverse forme di vita sono costituite da diverse combinazioni di interazioni.
Perché la vita dovrebbe avere un senso? Ciò che conta non è se la vita abbia o no un senso (qualunque cosa “senso” significhi), ma se sia abbastanza piacevole e non troppo dolorosa perché valga la pena di essere vissuta. Si tratta dunque di trovare il modo per ottenere un sufficiente piacere ed evitare un eccessivo dolore in questa vita. Tutto il resto sono discorsi inutili e illusori, come le promesse di piacere o dolore dopo la morte.
I bisogni sono i principi e i motori della vita.
Si vive (a tutti i livelli, a cominciare dalle proprie cellule) a causa dei propri bisogni e al fine di soddisfarli.
Ogni elemento di ogni organismo ha dei bisogni che necessitano di essere soddisfatti pena la morte dell'elemento stesso.
Certi bisogni elementari possono aggregarsi per costituire bisogni di livello più alto.
Cose che rendono la vita difficile:
- impossibilità: cose che non è possibile ottenere in nessun caso
- conflittualità: cose per ottenere le quali se ne perdono altre
- minacce: rischi, pericoli e cose che qualcuno promette di farci se non facciamo quello che desidera da noi
- violenze: cose che ci vengono fatte contro la nostra volontà da persone o cose viventi e non viventi
La missione di ogni vivente è la vita della propria specie e dell'ambiente di cui essa ha bisogno.
Il bene, per un vivente, coincide con la cura di ciò che favorisce tale missione, il male con la cura e/o l'accettazione di ciò che la contrasta.
Il compimento di questa missione è sempre in atto, non è mai definitivo e richiede una collaborazione tra viventi, per diminuire il rischio di estinzione delle specie coinvolte.
"La vita non ha senso e non ha senso nemmeno chiederselo. La domanda sul senso della vita è in effetti un'estensione indebita della domanda sul senso di questa o quell'azione alla vita in toto. Ciò non toglie che uno non possa dare un suo senso, individuale e personale, alla vita, ma ne deve essere consapevole. Non posso fare a meno di pormi certe domande, ma debbo resistere alla tentazione di darvi una risposta, perché tanto sarebbe priva di ogni fondamento".
[Edoardo Boncinelli]
Il libero arbitrio consiste nella scelta se vivere o morire, che, come scriveva Camus, è la questione filosofica fondamentale. Se si sceglie di morire, non c'è altro da dire. Se si sceglie di vivere, allora, per coerenza, occorre obbedire alle leggi della vita. Non possiamo scegliere di vivere in modi diversi da quelli consentiti alla nostra specie. Esercitare il libero arbitrio significa dunque scegliere consapevolmente e responsabilmente se ucciderci o obbedire alla vita di cui siamo portatori.
La vita umana è caratterizzata da una quantità di conflitti esistenziali e sociali che la rendono difficile e che impongono continuamente scelte rischiose e dolorose: appartenenza vs. libertà, cooperazione vs. competizione, imitazione vs. differenziazione, uguaglianza vs. diversità, responsabilità vs. irresponsabilità, impegno vs. disimpegno, accoglienza vs. rigetto, approvazione vs. critica, tolleranza vs. punizione, fiducia vs. diffidenza, obbedienza vs. ribellione, cambiamento vs. mantenimento, ecc.
Un giorno sarò morto. Fino ad allora obbedirò alle leggi della natura, dei miei geni e della società seguendo le indicazioni dei miei sentimenti. Quello che avverrà dopo non lo so e non credo che né io né altri lo sapremo mai, almeno da vivi. In caso di conflitto tra le leggi che ho menzionato, userò la ragione, le mie esperienze e le mie conoscenze scientifiche e umanistiche per trovare compromessi o scegliere tra le diverse opzioni, usando come criterio di giudizio la soddisfazione dei bisogni miei e altrui.
Il sangue ci tiene in vita trasportando i nostri nutrimenti, le nostre emozioni e i nostri scarti. In esso navigano i nostri piaceri e dolori.
Il sangue è fatto di numeri di particelle colorate. Tali numeri non devono essere troppo grandi o troppo piccoli rispetto al "giusto", altrimenti il sangue non funziona e non riesce a tenerci in vita.
Il mondo è fatto di numeri e la vita dipende dai "giusti" rapporti tra numeri nel sangue, nella carne e soprattutto nei nervi.
Un organismo complesso è costituito dall'interconnessione e interazione di organismi più semplici. Pertanto, per conoscere un organismo complesso occorre conoscere gli organismi più semplici che lo compongono e le relazioni tra di essi. Questo vale specialmente per l'uomo e per le società, che sono gli organismi più complessi di cui conosciamo l'esistenza. Senza seguire tale principio e metodo, la conoscenza degli organismi può essere solo emotiva, irrazionale, riduzionista, riduttiva, superficiale, tendenziosa, fallace o inconcludente.
Comportamento e motivazioni sono rispettivamente l'esterno e l'interno di un umano. Il comportamento proprio e altrui è conseguenza e causa delle motivazioni delle persone in gioco. Il comportamento è oggettivo, misurabile e registrabile, le sue motivazioni sono invece misteriose, soggettive, immaginabili e deducibili solo intuitivamente, con tutti gli errori di cui l'intuizione e l'immaginazione sono capaci. Tuttavia non possiamo fare a meno di interessarci delle motivazioni, perché sono il principio della vita, padrone e arbitre del nostro volere e dei nostri sentimenti, dispensatrici di piaceri e dolori.
Ciò che sacerdoti, filosofi e la gente chiamano spirito non è energia né materia, né spazio, né tempo, ma informazione pura, che genera, guida e distrugge la vita a partire dall'energia e dalla materia, nello spazio e nel tempo, attraverso le menti delle cose viventi, che sono vive grazie allo spirito che è in loro e nella misura in cui in loro lo spirito, ovvero l'informazione, agisce.
Lo spirito, cioè l'informazione, ha bisogno di materia, energia, spazio, tempo e menti per essere memorizzata, riprodursi ed essere trasmessa da una mente all'altra, ed ha bisogno del caso per trasformarsi ed evolvere.
La vita, per mantenersi e riprodursi, ha bisogno di particolari interazioni tra l'essere vivente e il mondo esterno, cioè il suo ambiente. Da tale bisogno fondamentale derivano tutte le motivazioni ovvero le strategie di sopravvivenza e riproduzione di ogni essere essere vivente e le associate relazioni ecologiche e sociali. I desideri sono infatti trasformazioni di bisogni e tutti loro fanno capo ad un bisogno primario, che è quello dei geni, di riprodursi. In tale contesto, il piacere e il dolore sono gli strumenti con cui la vita, ovvero la natura, costringe gli animali capaci di sentimenti (tra cui l'uomo) a vivere e a riprodursi attraverso la soddisfazione dei propri bisogni.
Un algoritmo decide quando addormentarmi e quando svegliarmi, un altro quando aver fame e quando sentirmi sazio, un altro quando aver paura e quando sentirmi sicuro, un altro quando provare attrazione o repulsione verso certe cose, persone o idee, un altro quando soffrire e quando gioire, un altro a cosa pensare, un altro a cosa prestare attenzione ecc.
La nostra vita è dunque regolata da algoritmi.
Nasciamo infatti dotati geneticamente di algoritmi che servono a sviluppare nuovi algoritmi attraverso esperienze imprevedibili.
Un algoritmo ha deciso che io scrivessi questo articolo e mi ha guidato nella scelta delle parole.
A volte confondiamo il concetto di funzionalità con quello di finalità, e attribuiamo a certi fenomeni delle finalità che sono invece soltanto delle funzionalità. Prendiamo ad esempio le ruote di un'automobile: non hanno alcuna finalità, ma sono funzionali a permettere l'avanzamento del veicolo con il minimo spreco di energia e il minimo sforzo. La ruota, infatti, non cerca di raggiungere un fine, non sa nemmeno di avere una cera funzione e non ha alcuna intenzione. Il caso o un ingegnere l'hanno messa in una certa posizione tale per cui svolge una funzione utile all'uomo. Anche la vita, come la ruota di un veicolo, funziona meravigliosamente come fenomeno autoriproduttivo, ma non ha alcuna intenzione né finalità in alcun senso.
La felicità, o l'illusione di essa, non è indispensabile per voler vivere. Messi di fronte alla scelta mutuamente esclusiva tra vivere una vita senza speranza di felicità e morire, quasi tutti scelgono la prima opzione. Diverso è il caso in cui si debba scegliere tra la morte e una vita piena di insopportabili dolori o impedimenti.
Evidentemente la vita ha una forza di attrazione, una volontà di se stessa, e quindi una importanza, maggiore di quella della felicità, tanto da rendere quest'ultima in molti casi superflua o perfino insignificante.
Forse la ricerca della felicità è una sciocchezza, forse ciò che conta veramente è la vita stessa, fino al momento in cui essa considera terminata la sua missione.
Si può tranquillamente vivere senza filosofare (come ha sempre fatto la maggioranza degli umani). O si può filosofare in misura più o meno grande.
A tale riguardo mi chiedo se si possa filosofare troppo, cioè così tanto da nuocere alla vita, anziché agevolarla.
Credo che una buona filosofia debba includere anche raccomandazioni sulla moderazione quantitiva del filosofare.
L'importante è che la filosofia sia sempre al servizio della vita, e non cerchi mai di dominarla.
Si ha la vita quando le trasformazioni tra massa ed energia in un corpo di qualsiasi tipo sono regolate da informazioni capaci di riprodursi. La principale sede e fonte di informazioni è il DNA; un'altra importante è il sistema nervoso e la psiche in esso contenuta, che è capace di autosvilupparsi.
In filosofia si parla ancora troppo poco dell'importanza delle informazioni per la vita, specialmente per la buona vita, ovvero per la felicità, il piacere e il dolore. In psicologia se ne parla di più. Filosofia e psicologia dovrebbero fondersi in una "bioinformatica", anche in considerazione del fatto che certe informazioni, prodotte da una persona o dal suo ambiente possono ammalare o guarire la persona stessa, o renderla più o meno felice.
Vivere significa agire secondo certe motivazioni. Se le motivazioni sono scarse, scarsa è anche la vita.
Le motivazioni possono essere più o meno attive. Per attivarle sono necessari degli stimoli. Certi stimoli attivano certe motivazioni. Possiamo perciò dire che la vita ha bisogno di motivazioni attive, e che le motivazioni hanno bisogno di stimoli che le attivino. Quindi la vita ha bisogno di stimoli, ma non di stimoli qualsiasi, bensì di stimoli sani.
Quali stimoli sono sani? Quelli capaci di attivare motivazioni sane, cioè motivazioni che spingono il soggetto ad agire in modo sano per sé e per la società a cui si appartiene.
La divisione più importante, per la conoscenza, è quella tra essere vivente e essere non vivente, tra vita e non vita. La vita emerge dalla non vita e usa questa, ma funziona in modi diversi e secondo principi che non si riscontrano nella non vita. La vita si basa infatti sull'informazione (a cominciare dal DNA), la quale non esiste nella non vita, se non come simulazione o registrazione della vita, come avviene nei computer. È l'informazione che determina le forme della vita, le strategie e i comportamenti degli esseri viventi, ovvero le loro interazioni, dagli organismi monocellulari a quelli più complessi. La vita dipende dalla qualità delle informazioni, dalla loro percezione, interpretazione e dalle reazioni ad esse, in altre parole, dalla loro esecuzione e applicazione.
Ogni umano ha un progetto di vita più o meno consapevole e più o meno definito, e il suo comportamento è fortemente influenzato da tale progetto.
Ogni progetto di vita presenta due grandi problemi.
Il primo riguarda la realizzabilità intrinseca del progetto, che presuppone certe capacità che il soggetto potrebbe non avere a sufficienza, e certe condizioni che potrebbero non verificarsi.
Il secondo problema è la compatibilità del progetto rispetto a quelli altrui. Infatti, è impossibile che due progetti di vita conflittuali possano essere entrambi realizzati, dato che il successo dell’uno comporta il fallimento dell’altro.
- Organismo, bisogni
- Piaceri, attrazioni, desideri
- Dolori, repulsioni, paure
- Esperienze, informazioni, associazioni forme/emozioni e forme/forme
- Scelte, comportamenti, relazioni, interazioni, volontà, progetti, motivazioni
- Nuove esperienze, nuove informazioni, nuove associazioni forme/emozioni e forme/forme
- Nuove attrazioni, nuovi desideri, nuove repulsioni, nuove paure
- Nuove scelte, nuovi comportamenti, nuove relazioni, nuove interazioni, nuove volontà, nuovi progetti, nuove motivazioni
Vedi anche Psicologia dei bisogni
A mio parere, il caso è imprevedibile e non predeterminato, ma è determinato da certe cause nel momento in cui accade.
A causa del caso (quindi causalmente e non casualmente) avvengono eventi casuali. Infatti il caso avviene (o interviene) quando è necessario in base alle leggi della natura (fisica e biologica), ed entro limiti di aleatorietà predeterminati, come ad esempio nel lancio di in un dado, che ha solo sei possibili esiti.
La variabilità e la diversità delle cose e degli esseri viventi sono dovute al caso. Esse sono sempre limitate in modi non casuali.
Senza l'intervento del caso la vita non sarebbe possibile, né la sua evoluzione, né la creatività umana.
Il libero arbitrio dipende dal caso. Altrimenti non sarebbe libero.
Ogni essere vivente (compreso l'uomo) è portatore di automatismi, anzi, è portato dai propri automatismi.
Questi governano le proprie facoltà e attività sensitive, percettive, cognitive, emotive e motivazionali consentite dal proprio codice genetico.
Tuttavia l'uomo è parzialmente in grado (chi più, chi meno e in una certa misura) di conoscere e modificare alcuni dei propri automatismi.
Alcuni automatismi sono congeniti, altri appresi. Più precisamente, ogni automatismo può essere in parte congenito e in parte appreso.
Infatti, sebbene i meccanismi di apprendimento di base siano congeniti, ovvero scritti nel codice genetico, l'uomo è in grado (chi più, chi meno, e in una certa misura) di apprendere ad apprendere.
Il tempo sembra essere irreversibile, e a questa irreversibilità è legata l’entropia, cioè una disorganizzazione che, in assenza di un'intenzione organizzatrice, non può che aumentare in modo irreversibile, come ci insegna il secondo principio della termodinamica.
La vita è un fenomeno organizzatore e, in quanto tale, produce entropia negativa, anche se per farlo deve consumare energia, il che comporta allo stesso tempo la produzione di entropia positiva.
Tuttavia, la vita, dopo essersi riprodotta, muore, e la morte non è che una produzione di entropia positiva.
La nostra vita, come quella di ogni essere vivente, è dunque un passaggio tra entropia negativa ed entropia positiva.
Qualunque trasformazione avviene nel tempo. Se una cosa passa dalla forma X alla forma Y, si può distinguere un tempo in cui la forma di quella cosa è X e un tempo successivo in cui essa è Y. Il tempo è dunque segnato dalla trasformazione di cose (oggetti o informazioni), ovvero dalla variabilità delle cose. Se nel mondo non avvenissero cambiamenti, il tempo non esisterebbe. Anche il movimento costituisce una sorta di trasformazione, dato che le diverse posizioni succesive di un oggetto nello spazio e nel tempo costituiscono forme, perfino quando sono casuali, come le posizioni delle stelle. La vita si fonda sul cambiamento e quindi sul tempo. Infatti un essere vivente cambia continuamente e se smettesse di cambiare morirebbe. Per esempio la respirazione e l’alimentazione costituiscono cambiamenti vitali costanti, ritmici, ciclici. Il tempo non può essere fermato, ne va della vita.
L'effetto degli ormoni in un corpo vivente non è dovuto al loro potenziale fisico-chimico, ma al fatto che costituiscono informazioni scambiate tra le ghiandole che li generano e le parti del corpo che li ricevono.
In altre parole, quando un organo rileva la presenza di una certa molecola ormonale, esegue certe azioni, senza che vi sia necessariamente un reazione chimica tra le molecole dell'ormone e le molecole dell'organo ricevente.
Per stimolare una certa azione in un certo organo è infatti sufficiente il semplice riconoscimento di una certa molecola ormonale da parte dell'organo stesso.
Questo fenomeno è un'ulteriore dimostrazione dell'importanza dell'informazione per la vita, e del fatto che la presenza e l'assenza di una certa molecola costituiscono informazioni.
Infatti, come ci insegna Gregory Bateson, informazione è qualunque differenza che fa una differenza.
Il caso è importantissimo. La vita è cominciata per caso e le specie viventi si sono evolute per caso. Anche la storia dell'umanità è il risultato di eventi casuali.
Le mutazioni genetiche (casuali) hanno prodotto nuove forme di vita. Quelle adattative sono sopravvissute, quelle disadattative no.
Lo stesso processo vale per i cambiamenti sociali.
Anche la creatività (intellettuale, artistica, etica, scientifica, tecnologica ecc.) è basata sul caso. Il cervello produce idee a caso, sia quando siamo svegli, sia durante il sonno. Quelle che "funzionano", ovvero hanno effetti interessanti o utili, vengono memorizzate, riutilizzate e trasmesse ad altre persone; quelle che non funzionano o producono danni, vengono abbandonate o si estinguono con la morte del proprietario.
Per avere idee nuove bisogna giocare col caso.
Agitare il cervello prima dell'uso.
L'uomo è un computer? Dipende da cosa s'intende per "computer". Se s'intende un calcolatore elettronico di tecnologia attuale, allora ovviamente né l'uomo né qualsiasi altro essere vivente può essere equiparato ad un computer.
Ma se per computer s'intende un sistema cibernetico, indipendentemente dal suo grado di complessità e dai materiali di cui è composto, allora possiamo dire (con von Foerster, Gregory Bateson, Daniel Dennet e altri), che ogni essere vivente sia (anche) un computer, ovvero un sistema cibernetico, anzi, un sistema di sistemi, dato che anche la cellula è un sistema. Un sistema cibernetico è sostanzialmente un elaboratore di informazioni che governa il suo comportamento in base ai risultati delle elaborazioni stesse. L'uomo ha anche la coscienza, i sentimenti e la volontà, che restano un mistero, ma questo non vuol dire che non sia comunque (anche) un sistema di sistemi cibernetici. Né si può escludere che la parte cibernetica influenzi la coscienza, i sentimenti e la volontà.
L'uomo, come ogni altro essere vivente, ha bisogno di soddisfare i suoi bisogni "innati" (per distinguerli da quelli indotti o appresi) nel senso che, nella misura in cui egli non li soddisfa, soffre e si ammala, fino a morire. Di converso, l'uomo prova piacere, o gioia (che è una particolare forma di piacere), ogni volta che soddisfa un bisogno.
Occorre inoltre considerare che la morte di ogni individuo è inevitabile in quanto necessaria per la sopravvivenza della sua specie. Perciò nel codice genetico di ogni essere vivente è programmata la vecchiaia, ovvero la disgregazione del corpo, che può (ma non necessariamente) comportare sofferenze e malattie.
Si pongono dunque tre questioni fondamentali: la prima è: quali sono i bisogni innati di un essere umano. La seconda è: come soddisfare al meglio i nostri bisogni in ogni fase della nostra vita allo scopo di soffrire il meno possibile e godere il più possibile in modo sostenibile. La terza è: come ridurre al minimo le sofferenze e le malattie legate all'inevitabile vecchiaia.
Il mio concetto di inconscio è più ampio di quello freudiano (pur includendolo) e in esso io metto qualsiasi automatismo percettivo, logico, pulsionale, psicomotorio, sentimentale, emotivo, omeostatico, metabolico ecc.
Ogni automatismo è regolato da una logica, o software, ovvero da strutture di informazioni passive e attive, e questa logica può essere strutturata in modo più o meno “sano” nel senso di più o meno adatto alla soddisfazione dei bisogni primari della persona., giacché tale è lo scopo delle logiche che animano la vita.
La psicoterapia o l’automiglioramento consistono nell’individuare gli “errori” ovvero i “disturbi” o le “patologie” nelle logiche inconsce, ovvero negli automatismi, e correggere gli "errori" attraverso un opportuno training terapeutico e/o esperienziale fino alla formazione di automatismi alternativi permanenti più adatti, cosa che richiede un certo tempo biologico più o meno lungo, in quanto disimparare è molto più difficile che imparare.
A tale proposito segnalo il libro “Inconscio e ripetizione. La fabbrica della soggettività” di Tiziano Possamai.
La vita è il risultato di particolari relazioni e interazioni tra certi tipi di informazione e certi tipi di materia.
La vita ha dunque bisogno (ovvero necessità) di informazione (di particolari tipi di informazione) e di materia (di particolari tipi di materia).
L'informazione "informa", ovvero dà forma alla materia, la rende viva.
La vita nasce, si sviluppa e si mantiene solo se certi tipi di informazione interagiscono in certi modi con certi tipi di materia.
D'altra parte l'informazione ha bisogno (ovvero necessità) di materia per essere scritta e comunicata.
La vita inizia grazie all'informazione costituita dal codice genetico, nel quale sono scritte le relazioni tra informazioni e materie che permetteranno alla vita stessa di svilupparsi, evolversi, riprodursi e poi estinguersi per consentire la vita delle sue riproduzioni.
L'uomo evoluto, ovvero il saggio, è colui che "sa" di quali tipi di informazione e di quali tipi di materia ha bisogno, di quali non ha bisogno e quali gli sono nocivi. Il saggio è dunque colui che "sa" vivere, ma anche morire al momento giusto.
La vita dipende da interazioni di vario tipo tra vari tipi di entità.
Volendo tracciare una tipologia di interazioni, mi vengono in mente una serie di tipologie:
- Reale vs. immaginaria
- Tra due singoli, tra un singolo e un gruppo, tra due gruppi
- Omogenea vs. eterogenea (tra due entità viventi, tra entità vivente e entità non vivente, tra due entità non viventi)
- Conscia vs. inconscia
- Volontaria vs .involontaria
- Ludica vs. economica (produttiva)
- Sessuale vs. non sessuale
- Simmetrica vs. complementare
- Negoziata vs. violenta
- Rituale vs. creativa
- Bilaterale vs. multilaterale
- Monomediale vs. multimediale
- Monocanale vs. multicanale
- Unidirezionale vs. bidirezionale
- Semplice vs. complessa
- Simbiotica vs. parassitaria
- Finalizzata vs. casuale
- Simbolica vs. materiale
- Spontanea vs. premeditata
- Automatica vs. ragionata
Vedi anche Conoscenza e interazioni
La vita è causa ed effetto di attrazioni e repulsioni.
Ogni essere vivente è soggetto e oggetto di attrazioni e repulsioni nei confronti di altri esseri (viventi e non viventi).
Tra due esseri viventi ci possono essere attrazioni e repulsioni più o meno consce, inconsce, palesi, nascoste, sincere, mistificate, reciproche, non reciproche (simmetriche, asimmetriche, concordanti, discordanti).
Manifestare apertamente e sinceramente le proprie attrazioni e repulsioni può essere oggetto di "giudizio sociale" più o meno positivo o negativo. Pertanto tendiamo a nascondere e/o a mistificare (consciamente o inconsciamente) le nostre attrazioni o repulsioni in modo da ottenere il giudizio sociale più conveniente.
Attrazioni e repulsioni verso uno stesso oggetto possono costituire un "doppio vincolo" psicopatogeno.
Vedi anche "Triangoli relazionali".
Ogni essere vivente è caratterizzato da un particolare complesso di bisogni più o meno soddisfatti, e, nelle specie senzienti, da sentimenti che esprimono le relative soddisfazioni e insoddisfazioni.
Noi umani associamo i nostri sentimenti a particolari idee, forme, cose o persone verso cui proviamo attrazione o repulsione, spesso senza sapere perché, cioè senza conoscere i bisogni da cui i nostri sentimenti derivano.
Ne consegue che spesso inseguiamo ciò che associamo ai nostri sentimenti piuttosto che cercare di soddisfare in modo razionale i bisogni da cui i nostri sentimenti derivano.
Noi tendiamo inoltre a confondere i mezzi con i fini, cioè a considerare certi mezzi come fini (per esempio il denaro). Di conseguenza sviluppiamo bisogni (secondari) per cose che sono solo mezzi per soddisfare dei bisogni primari, dimenticando quali siano i bisogni primari stessi.
Può succedere infatti che ciò che in una certa situazione costituiva un mezzo efficace per soddisfare un certo bisogno primario, in un'altra situazione non sia più efficace in tal senso. Se fossimo consapevoli del fatto che quel mezzo era solo un mezzo e non un fine (cioè che non ha un valore in se stesso), potremmo sostituirlo con un altro più adeguato, ma se abbiamo dimenticato quale era il bisogno che quel mezzo ci permetteva di soddisfare, quel bisogno rimarrà probabilmente insoddisfatto e continueremo a perseguire un mezzo diventato inutile o controproducente.
Ognuno di noi è nato dalla congiunzione di due cellule: un uovo e uno spermatozoo. Dov’eravamo prima di tale congiunzione? Eravamo dispersi e replicati in una infinità di cellule: un uovo e centinaia di milioni di spermatozoi.
Dopo la nostra morte saremo di nuovo dispersi in un’infinità di cellule in continua trasformazione, per lo più in forma di batteri, oltre a materia non vivente. Che ci piaccia o no, è così.
Credere che al momento del nostro concepimento, o poco dopo, uno spirito misterioso, proveniente non si sa da dove, sia entrato nel nostro embrione, può farci piacere, può confortarci, ma di questo non abbiamo alcuna prova, né alcun indizio, solo, da parte di alcuni, un desiderio e una speranza.
Se in noi c’è uno spirito, questo si è formato dopo il nostro concepimento, così come si è formato il nostro corpo, secondo istruzioni, cioè programmi, scritti nel nostro codice genetico. E’ così, a meno che non esistano, in natura, agenti che non rispettano le leggi della natura, o che vi sia un’altra natura, a noi sconosciuta, che interagisce in modi misteriosi con la natura che conosciamo.
Possiamo anche supporre che quello spirito in cui alcuni sperano, o qualcosa di analogo, fosse già nell’uovo e in ogni spermatozoo. Possiamo anche supporre che ve ne sia uno in ogni nostra cellula.
In materia di spirito possiamo fare solo ipotesi supposizioni che ci confortano e che ci guidano nel nostro comportamento. Nient’altro che ipotesi e supposizioni, senza alcuna pretesa di verità.
La vita è conservativa in quanto si mantiene grazie ad un istinto di conservazione (consapevole o inconsapevole), che consiste nella difesa della propria struttura contro tutto ciò che può cambiarla. Infatti i cambiamenti, cioè l’evoluzione, di una specie biologica avvengono solo a causa di errori di riproduzione genetica.
In altre parole, possiamo assumere che in ogni forma di vita esista un bisogno elementare, vitale, di conservazione senza il quale nessuna vita potrebbe continuare ad esistere o a riprodursi.
Ciò che la specie ha bisogno di conservare è la sua struttura fondamentale, mentre sono consentiti, e perfino favoriti, cambiamenti di dettaglio, come il colore degli occhi e della pelle, l’altezza, il peso, il temperamento, l’indole ecc. che nella riproduzione sessuata sono causati dall’incrocio dei geni provenienti al 50% da ciascuno dei genitori, purché compatibili.
Il rifuto di corpi estranei da parte del corpo è evidente nelle reazioni di rigetto che si verificano a seguito di trapianti d'organo e nei processi immunologici.
L’organismo di un essere vivente è regolato a tutti i livelli da meccanismi omeostatici, che servono a ripristinare lo stato normale ottimale, cioè il più sano, se alterato da eventi interni o esterni, o da squilibri energetici o chimici.
Io suppongo che anche nella mente esistano meccanismi omeostatici che si oppongono a ogni processo che potrebbero cambiare la struttura portante della mente stessa, sia nella sua parte conscia che in quella inconscia.
Questo bisogno/istinto di conservazione spiegherebbe la paura dell’estraneità, della diversità, dell’ignoto, del cambiamento strutturale della propria visione del mondo. Si tratta di paure presenti geneticamente in ogni individuo e di conseguenza in ogni cultura, anche se in misura diversa da persona a persona.
L'uomo è probabilmente l'unico animale capace di vivere vite immaginarie, ovvero di pensare vite passate mai avvenute o future più o meno realizzabili. Questa capacità è al tempo stesso una fortuna e una disgrazia. Una fortuna perché una vita immaginaria felice può compensarne una reale infelice, o, se realistica, costituire un modello per un miglioramento individuale o sociale; una disgrazia quando si confonde l'immaginazione con la realtà, ovvero non si vive in accordo con la realtà, si chiedono, cercano e vogliono fare cose impossibili, e ci si perde in progetti irrealizzabili.
C'è un'enorme differenza tra quello che avviene nella vita reale e ciò che può avvenire in quella immaginaria ovvero nel pensiero. Nella prima, dominata dalla necessità e dal caso, non possiamo controllare le reazioni altrui al nostro comportamento né le nostre reazioni automatiche al comportamento altrui, mentre nella seconda, dominata dalla nostra volontà, tale controllo è possibile ed è ciò che rende questa così interessante. Nella vita immaginaria, infatti, avviene solo ciò che vogliamo, desideriamo, ci aspettiamo o riteniamo giusto o plausibile che avvenga.
Non dobbiamo dunque dimenticare questo scarto tra come la realtà è e come vorremmo o ci aspettiamo che sia, e il rischio di fare scelte corrette nella vita immaginaria e sbagliate in quella reale.
Tuttavia non possiamo sfuggire alla realtà che in ogni momento ci vede intrappolati tra il ricordo di un passato e l'aspettativa di un futuro costruiti dalla nostra immaginazione.
Ricordiamoci inoltre che l'immaginazione, ovvero la capacità di immaginare e di confondere l'immaginazione con la realtà, è essa stessa una realtà che dobbiamo tenere in considerazione nel nostro comportamento con gli altri, nel senso che per avere buoni rapporti con loro siamo costretti a rispettare le loro immaginazioni come se fossero realtà, se essi sono convinti che lo siano.
Infatti, ricordare continuamente agli altri che la loro visione del mondo è più immaginaria che reale, può dar luogo a reazioni tali da nuocere ai nostri rapporti con loro.
Non possiamo fare a meno di interagire, perché la vita è basata sull'interazione. Abbiamo infatti un bisogno fondamentale di interazione e interagiamo in ogni momento, con agenti interni ed esterni, reali o immaginari, e, se il libero arbitrio esiste, questo non consiste in altro che nella scelta degli agenti interni ed esterni, reali e immaginari con cui interagire o non interagire, e nei modi in cui farlo, ovvero nelle informazioni da scambiare e nel come reagire alle informazioni ricevute.
Chi interagisce con chi? Chi sono gli agenti o interattori? Cominciamo col considerare l'io, o io cosciente, o coscienza. Con chi e come interagisce? A quale scopo? E che libertà ha di scegliere con chi e come interagire? Lo scopo dell'interazione è la vita, ovvero la soddisfazione dei bisogni. La libertà è data dalle infinite possibilità, mezzi, vie e strategie per soddisfare i nostri bisogni, i quali non si nutrono solo di cose reali, ma anche di cose immaginarie, ovvero di informazioni più o meno legate a fatti reali e più o meno consce o inconsce. Ma anche l'immaginario è una particolare forma di realtà perché può avere, ed ha, effetti sulla realtà e la realtà può avere effetti sull'immaginario.
Chiediamoci allora se l'informazione sia reale. Come ci insegna Gregory Bateson, informazione è segnalazione di variazioni, di cambiamenti, di differenze che causano differenze o cambiamenti. Pensare è reale o immaginario? Credere in qualcosa di esistente o inesistente è reale o immaginario? Il piacere e il dolore sono reali o immaginari? Sicuramente, per chi prova un piacere o un dolore, nel momento in cui li prova, essi sono reali, forse sono l'unica cosa reale che esista per un essere vivente. E se il piacere e il dolore sono reali, allora sono reali anche le loro cause, perché sicuramente il piacere e il dolore sono causati, determinati, da qualcosa, che può essere reale o immaginario, anzi, non credo abbia senso chiedersi se ciò che causa il dolore e il piacere sia reale o immaginario. Tutto è reale e immaginario allo stesso tempo. Distinguere il reale dall'immaginario non ha senso, se non nel distinguere ciò che è materia da ciò che è informazione, ciò che è vivente da ciò che è morto o non è mai nato.
(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 5/4/2022 sul tema "Si può parlare dell'assurdo senza parlare del caso?")
Per gli esistenzialisti, e in particolare per Sartre e Camus, è assurda la condizione umana, in quando senza senso, senso, senza significato e senza ragione d’essere.
Io sono contrario all’uso che gli esistenzialisti hanno fatto dell’aggettivo “assurdo” applicato alla vita umana. Tale uso è secondo me fuorviante.
Infatti, secondo il dizionario Larousse, per assurdo s’intende in primo luogo “ce qui est contraire à la raison, au sens commun, qui est aberrant, insensé”.
Ebbene, in tal senso io non credo che la vita sia “assurda”. Penso piuttosto che essa non abbia uno scopo desiderabile o accettabile in senso antropomorfico, e infatti penso che sia governata dal caso e dalla necessità come dice il titolo del celebre libro di Jacques Monod, Ma non vedo nella vita quelle contraddizioni logiche e quei fatti contrari al senso comune, che giustificherebbero l’uso del l’aggettivo “assurdo”
Trovo in realtà la vita tutt’altro che assurda. Infatti la trovo piuttosto
regolare, fin troppo regolare, nel senso che ha delle leggi che non vengono mai contraddette.
Incerta sì, misteriosa sì, ma non assurda anzi, molto prevedibile.
Assurdo è un termine dispregiativo, che usiamo spesso verso ciò che ci ripugna o ci addolora.
Per quanto riguarda il caso, anch’esso mi sembra tutt’altro che assurdo.
Il caso è ambivalente: da una parte ci sconforta, dall’altra ci diverte. Da una parte ci sconforta se dà luogo a eventi indesiderati, e se pensiamo che noi umani siamo il risultato di mutazioni casuali; d’altra parte ci diverte in quanto ci permette delle variazioni e ci riserva delle sorprese, senza le quali la vita sarebbe monotona.
Il fatto che siamo il risultato di mutazioni casuali non è assurdo, ma, al contrario, è molto logico, e ha le sue “ragioni” e la sua utilità rispetto alla conservazione e all’evoluzione delle specie viventi. Il problema è che tale “verità” contraddice quelle religiose e ci lascia senza valori predefiniti.
Gli stessi valori sono dunque il risultato di mutazioni casuali, e questo ci sconcerta, perché significa che sta a noi definirli e cambiarli, con tutti i rischi sociali che ciò comporta.
Per finire, credo che nulla sia assurdo al di fuori delle conoscenze false e delle speranze infondate, conoscenze e speranze con le quali le religioni cercano di soggiogarci.
Per “ingegneria inversa” (reverse engineering) s’intende un’attività di ricerca tecnologica il cui obiettivo è capire quale sia la struttura logica interna di un sistema di cui possiamo conoscere solo il comportamento esterno e la struttura materiale. Si tratta dunque di capire, e quindi prevedere, come il sistema reagisce a certi stimoli. In termini informatici si potrebbe dire che l’ingegneria inversa cerca di “indovinare” la logica per cui alla ricezione di un certo input o alla percezione di un certo stato fisico, un sistema emette un certo output, compie certe azioni, prende certe decisioni, cambia il suo stato ecc.
Prendiamo il caso in cui il codice sorgente di un programma informatico tuttora funzionante, scritto da uno o più programmatori divenuti introvabili, sia andato perduto e che di esso resti solo il codice eseguibile, che consiste in una massa di numeri a prima vista incomprensibili. Per poter modificare tale programma un ingegnere deve ricostruire il codice sorgente sulla base dell’osservazione del comportamento del programma e del codice eseguibile, facendo delle ipotesi sul “significato” dei numeri di cui esso è costituito.
In generale, l’ingegneria inversa “ipotizza” cosa ci sia dentro un sistema, mediante ipotesi, esperimenti, osservazioni e dati statistici che permettono di associare certi stimoli a certe risposte.
Se ammettiamo che tutti gli esseri viventi, come pure gli organi che li costituiscono, siano “sistemi” o “sottosistemi” nel senso che la loro vita e il loro funzionamento dipendono da certi automatismi “sistematici” (ovvero non casuali), allora, per “indovinare” quale sia la logica di tali automatismi, l’ingegneria inversa sembra essere l’unico mezzo di cui disponiamo. Infatti non esistono, in natura, schemi intelligibili che descrivano le logiche che permettono agli esseri viventi di vivere e di riprodursi. Pertanto il biologo può essere a giusto titolo considerato l’ingegnere della vita. A tal proposito è interessante notare che esiste un settore di ricerca chiamato bioingegneria.
Se ammettiamo che anche la mente (conscia e inconscia) sia un “organo” del corpo e funzioni prevalentemente o totalmente in base ad automatismi, allora per capirne la struttura e le logiche che ne determinano il comportamento dovremmo fare dell’ingegneria inversa. In tal modo potremmo determinare e prevedere le risposte cognitive, emotive e motivazionali ai vari stimoli (parole, idee, immagini, interazioni, ricordi ecc.). Pertanto, a mio parere, lo psicologo può essere considerato l’ingegnere della mente.
L’ingegneria inversa è, secondo me, l’unico mezzo “onesto” per cercare di capire la struttura e il funzionamento della mente, dato che essa non è in grado di capire se stessa semplicemente “pensandosi” e che le narrazioni religiose e filosofiche che la riguardano sono spesso solo speculazioni basate su assiomi non dimostrabili e spesso finalizzati a manipolare le menti a favore di certe ideologie e politiche. L'ingegneria inversa si basa su “ipotesi”. Queste possono anche derivare da speculazioni o intuizioni religiose o filosofiche, purché esse siano verificate sperimentalmente e con metodo scientifico.
Come al solito cominciamo con qualche definizione dei termini contenuti nel tema di questo incontro, cioè “senso” e “vita”.
Le definizioni più comuni della parola “senso” sono grosso modo le seguenti:
- Facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni
- Coscienza, consapevolezza
- Stato d’animo, sensazione, sentimento, atteggiamento psichico
- Significato
- Spiegazione
- Orientazione, direzione
- Comprensione
- Motivazione
- Scopo
- Modo, maniera
Nel nostro caso credo che i significati più rilevanti della parola “senso” siano quelli di "spiegazione", “comprensione”, “motivazione”, "scopo" e “direzione” che ci suggeriscono tre domande: 1 cos’è la vita, 2 perché si vive e 3 in che modo si dovrebbe vivere.
Per quanto riguarda la definizione di “vita” i significati sono meno numerosi e quelli rilevanti per il nostro tema sono grosso modo:
- Insieme delle funzioni che rendono un organismo animale o vegetale capace di conservarsi, svilupparsi, riprodursi e mettersi in rapporto con l'ambiente e con gli altri organismi
- Spazio compreso tra la nascita e la morte
Penso che occorra distinguere da una parte la vita in generale, che riguarda ogni essere vivente, compresi gli organismi unicellulari, gli organi e gli individui di qualsiasi specie vegetale e animale, e dall'altra, la vita umana, ammesso che il senso di tali vite sia diverso.
Penso anche che occorra parlare di ciò che dà origine alla vita, delle sue eventuali finalità, e di ciò che resta o che avviene dopo la sua fine.
Per concludere, vorrei segnalarvi una citazione di Albert Camus, che all’inizio di un suo libro ha scritto “Giudicare che la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, è rispondere alla domanda fondamentale della filosofia”.
Vedi anche "
Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
"La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati.
La vita attuale è inquinata alle radici. L'uomo s'è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l'aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V'è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!
Ma non è questo, non è questo soltanto.
Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuori dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s'interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha più alcuna relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.
Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie." [Italo Svevo]
Il romanzo completo, letto da Roberto Pedicini e introdotto da Alfonso Berardinelli, può essere ascoltato e scaricato gratuitamente da http://www.rai.tv/dl/portaleRadio/media/ContentItem-fdf2e35b-3d4f-4e61-bb40-12cc99634876.html
L’espressione «senso della vita» è quanto mai vaga e il suo significato non univoco. Perciò, prima di parlare del senso della vita, ritengo utile esplorare i vari significati che possono essere associati a tale espressione.
In realtà è il termine «senso» che è problematico, anche quando viene usato con altri genitivi, come ad esempio «senso di un discorso», «senso di un comportamento», «senso di un evento», «senso di una legge» ecc.
Il vocabolario Treccani definisce il “senso” in vari modi, tra cui i seguenti:
- la facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni
- l’esercizio della facoltà di sentire, l’attività degli organi di senso
- coscienza, consapevolezza in genere
- uno stato d’animo, una sensazione, un atteggiamento psichico
- la capacità di sentire, in quanto presuppone un discernimento tra il reale e l’irreale, tra il bene e il male, tra il bello e il brutto, tra il conveniente e lo sconveniente ecc.
- il contenuto e il valore significativo di un elemento linguistico (sinonimo di significato)
- orientazione, direzione secondo la quale si effettua un movimento
Alla luce delle definizioni sopra elencate, il termine “senso della vita” credo possa essere inteso come “direzione” o “scopo” e al tempo stesso come “valore”, “significato” e “origine”. Potremmo perciò riunire tutte queste accezioni nella parola: “perché”, e sostituire l’espressione “il senso della vità” con “il perché della vita”, dove col termine “perché” s’intende una causalità e/o una finalità.
Possiamo allora farci domande come le seguenti:
- da cosa ha origine la vita?
- la vita esiste per qualche finalità?
- la vita finisce o non finisce?
- perché ogni vita prima o poi finisce?
- a che, e a chi, serve la vita?
Io credo che noi umani ci poniamo tutte queste domande perché la vita è problematica a causa delle emozioni, che io considero come varie forme e intensità di dolore e/o di piacere, o loro anticipazioni. Perciò aggiungerei questa domanda:
- perché esistono il dolore e il piacere?
Ovviamente le risposte saranno molto diverse a seconda che chi risponde sia credente in una certa religione, oppure ateo o agnostico.
Per i filosofi esistenzialisti, e in particolare per Albert Camus, la vita non ha alcun senso al di fuori di quello puramente biologico, per cui il problema più importante della filosofia è se valga la pena di vivere. Da tale affermazione consegue che chi non decide di suicidarsi deve dare egli stesso un senso alla propria vita, in modo da viverla nel migliore dei modi, ovvero con il minor dolore e il maggior piacere possibile, tenendo conto che siamo animali sociali, per cui per ottenere la cooperazione da parte degli altri occorre cercare di soddifare i bisogni e i desideri altrui, oltre che i nostri.
Per quanto detto sopra, credo che abbia “senso” chiederci:
- come conviene comportarci, e in cosa conviene credere, affinché la nostra vita e quella delle persone per noi importanti sia la più piacevole e la meno dolorosa possibile?
Per concludere, il tema di questa sera contiene l’avverbio “oggi”, il che presuppone che il senso della vita sia stato interpretato, o sentito, in modo diverso nelle diverse epoche, e che il senso che attualmente troviamo in essa, o che noi stessi le diamo, è diverso da quello trovato o dato dai nostri predecessori. Aggiungerei perciò le seguenti domande:
- quali sono le differenze di senso della vita nelle varie epoche e nelle varie culture?
- quali sono i motivi di tali differenze?
A voi la parola!
ABSTRACT: Questo articolo presenta la sintesi di una ricerca sulla natura umana incentrata sul concetto di bisogno come motore della vita nei geni, nelle cellule, negli organismi vegetali e animali e nell'Homo Sapiens. Negli animali superiori e nell'uomo il bisogno è visto anche come generatore di sentimenti ed emozioni, piacere e dolore ed è associato all'idea di dèmone come agente autonomo, inconscio e involontario, che concorre con altri dèmoni, spesso in modo conflittuale, a determinare il comportamento e la coscienza dell'individuo.
I principali concetti chiave per comprendere la
vita nel suo divenire sono, secondo me, quelli di
sistema,
informazione,
interazione e
bisogno e, per le forme di vita più complesse, come quella umana, quello di
sentimento.
Il concetto di
sistema è importante perché il mondo è un sistema di sistemi, come pure lo sono la biosfera, tutti gli esseri viventi, gli esseri umani, la loro mente o psiche e le società. Un sistema è un insieme di parti che
interagiscono obbedendo alle leggi della natura e cercando di soddisfare i propri
bisogni. Dalla
interazione delle parti, che può essere simbiotica come nei gruppi sociali, possono emergere caratteristiche che non erano presenti nelle singole parti, ovvero negli individui. Per questo si dice che un sistema è più della somma delle sue parti.
Il concetto di
informazione è importante negli esseri viventi perché la vita è basata su informazioni (codificate nel DNA) che istruiscono la materia vivente a conservarsi, svilupparsi, riprodursi e morire di vecchiaia, con o senza variazioni o mutazioni. Infatti le parti, o organi, che costituiscono un essere vivente comunicano tra loro scambiando informazioni (oltre che sostanze) e il loro comportamento è determinato da informazioni sia di origine genetica, sia acquisite attraverso interazioni precedenti. In tal senso si può dire che gli esseri viventi siano dei sistemi informatici (sebbene dotati di sentimenti).
Il concetto di
interazione è importante perché un sistema non può esistere, né tanto meno vivere senza che vi sia un’interazione tra le sue parti, ovvero uno scambio di informazioni, sostanze ed energie più o meno complesso. In particolare, la mente umana si forma attraverso le interazioni con gli altri e allo scopo di apprendere ad interagire con gli altri in modo funzionale alla soddisfazione dei
bisogni propri e altrui.
Il concetto di
bisogno è importante per un sistema vivente (o un
ecosistema) perché ogni parte dell’ecosistema, risalendo fino alla cellula, si comporta in modo da soddisfare dei bisogni che sono codificati nel suo DNA e altri che si sono sviluppati attraverso interazioni con il resto del mondo. Il bisogno più elementare è quello dei geni, che hanno bisogno di riprodursi e lo fanno con strategie che si differenziano attraverso l’evoluzione della specie e che possono comportare lo sviluppo di nuovi bisogni o bisogni subordinati. Infatti. ogni bisogno è un mezzo, tentativo, o strategia per soddisfare un bisogno di ordine superiore.
Trovo utile immaginare che i bisogni siano presidiati da agenti autonomi inconsci e involontari che io chiamo
dèmoni il cui scopo è quello di ottenere la soddisfazione dei bisogni di cui sono custodi, in concorrenza con gli altri dèmoni nel cercare di dirigere il comportamento del soggetto in direzioni particolari. Questo controllo motivazionale viene attuato mediante la generazione di sentimenti di attrazione o repulsione, piacere o dolore, secondo quanto codificato nella
mappa cognitivo-emotiva che si è formata nel soggetto attraverso le sue esperienze.
L’
io cosciente, che è solo un componente del
sistema psiche (sul quale ha poteri molto limitati), non può modificare l’attività dei suoi dèmoni se non, indirettamente, sottoponendosi ad una psicoterapia o mediante esercizi di meditazione; tuttavia può rifiutarsi di obbedire ai loro comandi. Questo rifiuto, però, può costare sofferenze, disagi, insicurezza, depressioni, attacchi di panico, autoboicottaggi, psicosi ecc. Infatti i
disagi e i
disturbi psichici sono generalmente dovuti alla frustrazione prolungata, repressione o rimozione di bisogni particolari o al conflitto tra bisogni antitetici, come il bisogno di appartenenza/integrazione sociale, e quello di individuazione/opposizione.
Il concetto di
sentimento, inteso in senso lato, cioè come capacità di avere sensazioni o emozioni e di esserne consapevole, è importante perché permette al soggetto (uomo o animale superiore) di utilizzare la sua intelligenza allo scopo di provare sentimenti piacevoli e di evitarne di spiacevoli, ovvero ottenere il massimo piacere e il minimo dolore nelle varie forme possibili, da quelle più fisiche a quelle più mentali. In tal modo, la specie del soggetto ottiene la soddisfazione dei suoi bisogni e quindi la propria conservazione, riproduzione ed evoluzione.
Agire e sentire (nel senso di provare sentimenti) sono connessi, in quanto normalmente si agisce sotto l'effetto e a causa di certi sentimenti e/o per ottenere certi sentimenti. In altre parole, il sentimento è la causa e il prodotto (o feed-back) dell'azione.
I concetti di
sentimento e di
bisogno sono intimamente legati in quanto il sentimento è la misura del grado di soddisfazione di uno o più bisogni. Infatti il piacere deriva dalla soddisfazione di bisogni, e il dolore dalla loro insoddisfazione. Le
paure (ovvero, per meglio dire, i
rigetti) sono bisogni di evitamento di qualcosa. Senza i bisogni non ci sarebbero sentimenti, né emozioni, né piaceri, né dolori, né gioie, né tristezze.
Per comodità di analisi, ho diviso i bisogni umani nei seguenti sei gruppi. Il concetto di bisogno è qui inteso in senso lato e comprende quelli di istinto, desiderio, passione, interesse, attrazione, pulsione, motivazione, speranza e simili.
- bisogni biologici (salute, sopravvivenza, rapporti sessuali, riparo, nutrizione, protezione e allevamento della prole, stimolazione, sensazioni, riposo, sonno, esercizio fisico, igiene, guarigione dalle malattie ecc.)
- bisogni di comunione (appartenenza e integrazione sociale, comunità, condivisione, alleanza, affiliazione, solidarietà, affinità, intimità, interazione, cooperazione, partecipazione, servire, accettazione, approvazione, accoglienza, rispetto, moralità, ritualità, dignità, responsabilità ecc.)
- bisogni di bellezza (armonia, semplicità, uniformità, conformità, coerenza, pulizia, simmetria, regolarità, purezza, ritmo, danza, canto, suono, musica, poesia ecc.)
- bisogni di libertà (individuazione, diversità, ribellione, opposizione, trasgressione, novità, innovazione, creatività, cambiamento, umorismo, egoismo, riservatezza, irresponsabilità ecc.)
- bisogni di sapienza (linguaggi, conoscenze, comprensione, esplorazione, calcolo, misurazione, informazione, osservazione, monitoraggio, previsione, memoria, ricordi, registrazione, documentazione ecc.)
- bisogni di potenza (potere, abilità, capacità, supremazia, superiorità, prevalenza, dominio, proprietà, possesso, competitività, aggressività, controllo, arroganza, gelosia, invidia ecc.)
Per ognuno dei gruppi sopra elencati immagino che esista un
dèmone (o più d'uno) che si occupa della soddisfazione dei relativi bisogni in modo autonomo, inconscio e involontario rispetto all'io cosciente.
Le scienze umane (psicologia, filosofia, sociologia, antropologia, storia, linguistica ecc.) cercano di conoscere la natura umana (ovvero il funzionamento del sistema Uomo) ognuna dal suo punto di vista specializzato, parziale e spesso controverso. L’Uomo, d’altra parte, avrebbe bisogno di comprendere la propria natura in tutti i suoi aspetti essenziali, per vivere al meglio la propria vita. Infatti i fenomeni umani sono tutti tra loro intimamente collegati e interdipendenti, ed è difficile capire una parte del "sistema natura umana" senza capire tutte le altre e l'intero almeno a grandi linee.
Purtroppo, anche a causa della specializzazione, della cessata integrazione delle scienze umane e dell’influenza delle religioni, c'è una diffusa ignoranza e misconoscenza sulla natura umana in generale e in particolare per quanto riguarda i bisogni umani (genetici e acquisiti). Tale condizione è causa dello stato confuso dell’Homo Sapiens, un ex animale non ancora diventato Uomo, che continua a fare inutilmente del male a se stesso e al prossimo.
Secondo me la saggezza (che si potrebbe anche chiamare intelligenza emotiva) consiste nel comprendere i bisogni propri e altrui (e i corrispondenti sentimenti e dèmoni), e usare la propria intelligenza per valutarli e conciliarli, ovvero per soddisfare entrambi ove possibile, dato che un essere umano, per soddisfare i propri bisogni necessita della cooperazione di altri esseri umani, i quali sono disposti a cooperare solo nella misura in cui grazie a tale cooperazione riescono a soddisfare anche i propri. Inoltre, a livello personale, è importante soddisfare tutti i propri bisogni “sani”, senza frustrarne o rimuoverne alcuno, per evitare di incorrere in sofferenze e disturbi psichici.
A fronte di quanto sopra esposto, pongo, a chi mi ha letto, i seguenti quesiti.
- Conoscete i vostri bisogni e quelli altrui?
- Siete in grado di distinguere i bisogni sani da quelli insani indotti da una società stupida o malata?
- Siete consapevoli della presenza, in voi e negli altri, di dèmoni che determinano involontariamente il vostro comportamento e la vostra coscienza?
- Siete capaci di negoziare esplicitamente la soddisfazione dei bisogni vostri e dei vostri interlocutori?