Il potere rende competitivi.
Il potere è la misura del sapere.
L'uomo è soggetto e oggetto di potere.
Siamo tutti schiavi, ma pochi lo sanno.
La giustizia la cerca chi non ha il potere.
Potere e volere si influenzano reciprocamente.
La paura è un importante strumento di dominio.
Il più forte sceglie il tema della conversazione.
Siamo tutti schiavi, ma soggetti a ordini diversi.
Ogni essere vivente è schiavo dei propri bisogni.
Di cosa sarebbe capace l'uomo se non fosse inibito?
Il potere consiste in capacità, libertà, e potenza.
Si obbedisce per comandare e si comanda per obbedire.
Ciò che soprattutto l'uomo desidera è il potere sugli altri.
L'uguaglianza la desidera chi non si sente superiore a nessuno.
Lo status di un individuo consiste nei suoi poteri sugli altri.
Il saggio sa quando conviene guidare e quando lasciarsi guidare.
Per poter comandare agli inferiori bisogna obbedire ai superiori.
Status e potere sono interdipendenti e direttamente proporzionali.
L'attenzione è la prima cosa che il dominatore esige dal dominato.
Dominare una persona implica limitarne la libertà a proprio favore.
Felicità è poter fare, e fare, ciò che si vuole o che si deve fare.
Se non posso essere un buon condottiero, voglio essere un buon seguace.
Ognuno vorrebbe controllare gli altri e non farsi controllare da essi.
Lo status di una persona è un indicatore del suo potere su certe altre.
Il potere dei deboli consiste nella possibilità di offrirsi ad altri padroni.
Dato che la conoscenza è potere, il desiderio di conoscenza è desiderio di potere.
Il potere dell’uomo sull’uomo consiste nella capacità di censurare il comportamento altrui.
Ci sono persone che desiderano la morte di coloro su cui non riescono ad esercitare alcun potere.
La principale preoccupazione di chi ha conquistato il potere è come evitare che qualcuno glielo tolga.
Le energie che i giovani usano verso l'esterno, i vecchi le usano solo per sostenere il proprio corpo cadente.
Prima di stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato, conviene stabilire cosa sia possibile e cosa impossibile.
L'effetto umoristico è dato da un improvviso cambiamento nella percezione del potere di una persona sulle altre.
Pochi possono sopportare l'idea di essere meno intelligenti, meno saggi o meno sapienti del proprio interlocutore.
L'obbedienza è una virtù se l'altro obbedisce a me o a persone di mia fiducia; se invece obbedisce a persone che non mi piacciono, è un difetto
Ogni umano cerca sempre, per quanto e nelle situazioni in cui gli è possibile, di aumentare i suoi poteri sull'ambiente, sugli altri, e su se stesso.
Ognuno vorrebbe (consciamente o inconsciamente) avere un certo dominio su ogni altro, nei limiti del possibile, cioè nei limiti consentiti dall'altro.
L'uomo ha addomesticato (per usarla) ogni specie animale che si è lasciata addomesticare, compresa quella umana. L'uomo è infatti un animale domestico.
Il rispetto di un soggetto verso qualcosa o qualcuno consiste nel riconoscimento, da parte del soggetto, di un potere di quella cosa o persona su se stesso.
In ogni momento dobbiamo scegliere se comandare o obbedire a certe entità (persone, cose, idee, sentimenti, pulsioni ecc.) esterne e interne ai nostri corpi.
Gli umani cercano di accrescere non solo la propria potenza (il più possibile e per quanto possibile), ma anche l'apparenza, agli occhi altrui, della propria potenza.
Il demagogo racconta agli elettori che grazie al suo governo i propri sostenitori otterranno maggiori poteri e libertà, e i loro antagonisti minori poteri e libertà.
Cosa diresti di uno che ti punisce se non credi in lui, in ciò che dice o nei suoi poteri? È così che si comportano i dittatori e gli dei, tra cui il Dio della Bibbia.
Status e potere sono intimamente connessi. Infatti lo status conferisce potere e viceversa, ed entrambi sono oggetto di desiderio e di competizione per ogni essere umano.
Ogni umano ha un certo potere, più o meno grande, su altri, anche per il solo fatto che può accusarli di atti illegali o immorali, costringendo gli accusati a difendersi.
In ogni momento l'inconscio influenza il proprio io cosciente. In ogni momento l'io cosciente deve decidere in quale misura e in che modo obbedire o resistere al suo inconscio.
Per essere felici è importante avere ruoli, posizioni gerarchiche, poteri e valore personale adatti a sé, e riconosciuti e accettati da un numero di persone sufficientemente grande.
Il saggio sa quando conviene guidare e quando lasciarsi guidare, quando dominare e quando servire, quando lavorare e quando riposare, quando cercare la compagnia e quando la solitudine.
Come può uno che crede di aver capito tutto escludere che si tratti di un'illusione o di un'allucinazione? Solo se tale comprensione totale gli dà poteri immensi. Il potere è la misura del sapere.
Se uno desidera qualcosa, fa tutto ciò che è libero di fare e che è capace di fare, ovvero che ha il potere di fare, per ottenerla. Questo vale anche per i desideri riguardanti il comportamento altrui.
Contrariamente a quello che ha detto un personaggio di Dostoevskij, la bellezza non salverà il mondo. Infatti da sempre la bellezza è stata usata come strumento di potere e di manipolazione dell'uomo sull'uomo.
Per soddisfare i propri bisogni bisogna poterlo fare. Per questo ogni umano desidera il potere più ampio che gli è possibile ottenere, e ad un prezzo che può permettersi di pagare in termini di sforzi e di risorse.
Il potere dà piacere a chi lo esercita, mentre l'impotenza è causa di frustrazione. Per questo ognuno di noi cerca (consciamente o inconsciamente) di avere il maggior potere possibile sulla natura e sugli altri umani.
Il gioco del potere tra due persone è a somma zero. Infatti quanto più aumenta il potere dell'uno tanto più diminuisce quello dell'altro. Lo stesso vale per le libertà: quanto più aumenta la libertà dell'uno tanto più diminuisce quella dell'altro.
Il potere (dell’uomo sull’uomo) è la capacità di ottenere dagli altri ciò che si desidera ottenere. Esso si ottiene per conquista (con l’intelligenza, con la forza, e/o con il denaro) o per conferimento o cessione (volontaria o forzata) da parte degli altri.
Ci sono cose in me che mi comandano, mi castigano, mi premiano, producendo emozioni più o meno piacevoli o dolorose. Tra di esse ci sono soprattutto i ricordi delle persone che ho incontrato nella realtà o sulla carta. E ogni nuovo incontro rievoca incontri precedenti.
L'uomo desidera sempre più potere perché più ha potere, maggiori e più efficaci sono i propri poteri sugli altri, da usare al momento opportuno per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri. Il potere è infatti la capacità di influenzare o controllare altre persone.
La volontà consiste nell'imposizione di un certo progetto a una o più cose e/o persone. Lo stesso soggetto può essere oggetto della volontà. L'esercizio di una volontà è l'effetto di un comando programmato nell'ambito di un sistema cibernetico biologico o tecnologico.
L'uomo, essendo più forte fisicamente, ha soggiogato la donna e l'ha ridotta a sua schiava. Perché da sempre i forti sottomettono i deboli (anche se molti lo trovano ingiusto o fingono di trovarlo ingiusto). Oggi che la forza fisica è meno importante per il successo, la donna si sta lentamente emancipando.
L'uomo è l'unico animale capace di asservire e sfruttare abitualmente i suoi simili. Se gli altri animali non lo fanno è perché non ne sono capaci. Per farlo ci vogliono certi requisiti come la capacità di apprendere un linguaggio simbolico per poter dare ed eseguire ordini. Infatti, non è possibile obbedire a ordini incomprensibili.
Non si può convivere né cooperare senza rispettare delle regole. Il problema è: quali regole, e chi le stabilisce. Ognuno vorrebbe contare il più possibile nella definizione delle regole, ma solo i più potenti contano in tal senso. Di conseguenza ognuno vorrebbe (consciamente o inconsciamente) essere più potente possibile rispetto agli altri.
L'esistenza di confini politici tra diversi paesi dimostra la tendenza dell'uomo al possesso sovrano, cioè esclusivo, di territori. Infatti due stati sovrani soddisfano il desiderio di sovranità di due persone anziché di una sola. Presumo che, consciamente o inconsciamente, ogni umano vorrebbe essere sovrano del territorio più grande possibile.
In molti casi le donne competono per gli uomini più potenti, e gli uomini per le donne più belle (nei limiti di ciò a cui possono realisticamente aspirare). Accade anche che una donna cerchi un uomo forte, ma non così tanto da opporsi alla sua intenzione di dominarlo, e che un uomo cerchi una donna bella, ma non così tanto da essere desiderata da uomini più competitivi.
Il conformismo è uno strumento di potere. È il potere del gruppo sui suoi membri, ovvero il potere che ogni membro del gruppo esercita sugli altri membri imponendo loro le regole del gruppo stesso.
Infatti ogni membro del gruppo si pone come suo rappresentante, assumendo su di sé i poteri del gruppo, supportati dalla minaccia di esclusione dal gruppo stesso.
Ogni umano vorrebbe gli altri sottomessi a sé, ai propri interessi, ai propri dèi o ai propri principi morali e accusa di arroganza, ignoranza, stupidità, egoismo, asocialità, insensibilità o malvagità chi non si sottomette. D'altra parte, senza la sottomissione a qualcuno o a qualche regola morale condivisa, la cooperazione durevole tra esseri umani sarebbe praticamente impossibile.
Ognuno vorrebbe possedere certe persone, cioè vorrebbe averle a propria disposizione per soddisfare i propri desideri. Ma, a tale scopo, egli è costretto a compiacere tali persone, a servirle o a pagarle, a essere loro utile o indispensabile, oppure ad usare la forza e le minacce per costringerle a farsi da lui possedere. Amare una persona potrebbe costituire una strategia per possederla.
Appartenere per possedere e possedere per appartenere. Possedere per potere e potere per possedere. Appartenere per potere e potere per appartenere. Appartenenza, possesso e potere sono tre aspetti di una stessa motivazione. Questo è l'uomo, un animale che vuole appartenere, possedere e potere, e che per appartenere, per possedere e per potere è disposto a lavorare, a donare e a sacrificarsi per gli altri.
Il potere di una persona consiste nella quantità e qualità di danni e di benefici che essa può arrecare ad altri umani e ad altri esseri viventi. Perciò, per dimostrare il proprio potere, certe persone danneggiano e/o beneficano gli altri e la natura per quanto è loro possibile. D'altra parte, dimostrare il proprio potere è un modo per ottenerlo, perché la gente rispetta e teme gli altri in misura proporzionale al potere che essi dimostrano loro.
Immagina che una persona A abbia un potere assoluto su una persona B, e possa costringerla a fare qualunque cosa senza che B possa ribellarsi o resistere, nemmeno con l'aiuto di altri. Immagina dunque che A possa fare di B un suo schiavo. Pensi che ci rinuncerebbe se nessun altro avesse qualcosa in contrario? Avere uno schiavo gratuito e incapace di resistere o ribellarsi, cosa si può desiderare di più? È ciò che miliardi di uomini hanno fatto con le loro mogli prima che le donne si emancipassero e ribellassero.
Dato che per soddisfare i propri bisogni e desideri ogni umano ha bisogno della cooperazione di altri umani, ognuno cerca di avere poteri più ampi possibili su altri, affinché questi si comportino in modi a sé favorevoli (cooperativi) e non si comportino in modi a sé sfavorevoli (competitivi).
Tali poteri possono essere ottenuti e mantenuti mediante interazioni dirette e/o indirette, ovvero mediante l’intervento di terzi, e fattori culturali, come religioni, tradizioni, costumi, usanze, istituzioni, poteri politici ecc.
Penso, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che penso e da come lo penso.
Faccio, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che faccio e da come lo faccio.
Sento, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che sento e da come lo sento.
Appartengo, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò a cui appartengo e da come vi appartengo.
Possiedo, dunque sono. Ciò che sono dipende da ciò che possiedo e da come lo possiedo.
Pensare, fare, sentire, appartenere, possedere sono processi interdipendenti e costituiscono l'essere.
In ogni umano, e forse in ogni animale “superiore”, esiste un meccanismo mentale inconscio che chiamerei “status detector”, il quale continuamente calcola il proprio status “politico” nei confronti degli altri, analizzando e valutando il comportamento proprio e altrui.
Tale calcolo serve a determinare quanto potere il soggetto ha nei confronti di ciascun altro, e viceversa.
Infatti ogni umano ha bisogno di conoscere tali dati per poter orientare e calibrare il proprio comportamento nei confronti di coloro con cui deve, può, o desidera interagire.
Si tratta cioè di stabilire cosa può fare e cosa non può fare, e in quali modi e in quali misure farlo.
Si potrebbe definire una tipologia psicologica basata sul potere. In tal senso potremmo avere, metaforicamente, i seguenti tipi:
- pecore
- pastori
- cani da pastore
- cani sciolti
È importante notare che l’appartenenza ad un certo tipo non esclude l’appartenenza ad altri.
Infatti ogni umano appartiene a tutti e quattro i tipi suddetti, ma in misure diverse e variabili. Vale a dire che ogni tipo costituisce uno spettro, o una scala, nella quale ciascun individuo si posiziona momento per momento, con certe tendenze tipiche, cioè più probabili.
Per quanto mi riguarda, tendo a essere molto “cane sciolto”, un po’ “pastore”, molto poco “pecora” e quasi per niente “cane da pastore”.
Siccome noi umani siamo interdipendenti, siamo tutti servi e padroni di certi altri.
In altre parole, siccome ognuno ha bisogno di altri per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni, ognuno deve servire qualcuno e servirsi di qualcuno.
E' anche possibile che due persone invertano più volte nella stessa giornata i loro reciproci ruoli di servo e padrone.
In tutto questo c'è un grosso problema dovuto al fatto che ogni umano è libero, almeno in teoria, di scegliere chi servire e di chi servirsi, per cui qualcuno potrebbe restare senza servi né padroni, cioè escluso dalla vita sociale.
Per concludere, ognuno dovrebbe imparare a fare bene, nei confronti degli altri, sia il servo che il padrone, cioè imparare a soddisfare i bisogni altrui e a indurre altri a soddisfare i propri.
L’inconscio non si preoccupa soltanto dell’accettazione del soggetto da parte della comunità di riferimento, ma anche del suo potere verso gli altri. D’altra parte accettazione da parte degli altri e potere sugli altri sono interdipendenti.
A tal proposito, suppongo che quel sentimento che ci motiva a fare o a non fare certe cose dipende (anche o soprattutto) da un calcolo inconscio che stabilisce se una certa azione aumenta o diminuisce il nostro potere sugli altri, oltre che a stabilire se una certa azione aumenta o diminuisce la probabilità di essere accettati dagli altri.
Insomma, l’uomo tende (consciamente o inconsciamente) a fare tutto ciò che aumenta il suo potere sugli altri, e a non fare ciò che lo diminuisce, oltre che a fare tutto ciò che aumenta la probabilità di essere accettati dagli altri, e a non fare ciò che la diminuisce.
Ogni desiderio comporta un ulteriore desiderio il cui oggetto è il potere di qualsiasi tipo (materiale, intellettuale, economico, finanziario, estetico, competitivo, conoscitivo, fisico, possessivo, criminale, gerarchico, dominativo, retorico, dialettico, religioso, normativo, capacitivo, e/o politico) che permette o facilita la soddisfazione del primo.
Nell'economia della mente il desiderio di potere è dunque, almeno inizialmente, un meta desiderio, in quanto il potere permette di ottenere cose desiderabili. Tuttavia, per abitudine, col tempo esso può diventare inconscio e fine a se stesso.
È così che l'ottenimento del potere può essere causa di piacere e di desiderio di accrescimento anche quando non viene esercitato per soddisfare qualche desiderio.
Il potere fine a se stesso, in quanto incontentabile e competitivo, è una tragedia dell'umanità.
Siamo abituati a considerare i rapporti gerarchici come mutuamente esclusivi: o si comanda o si obbedisce, o si è padroni o si è servi, o si è superiori o inferiori. Dovremmo invece considerarli mutuamente inclusivi, ovvero come ruoli che possono invertirsi periodicamente, anche in periodi di tempo molto brevi, anche di pochi secondi, o essere simultanei. Perché rispetto ad una stessa persona si può essere servi e padroni, superiori e inferiori, maestri e allievi, guide e seguaci, in momenti diversi o nello stesso momento, a diversi fini e in diversi ambiti.
In altre parole, l'interagire tra due persone non implica la rinuncia al ruolo di fruitore da parte di uno dei contraenti. Ciascuno di essi può (e dovrebbe) servire l'altro e farsi servire dall'altro. Perché le interazioni servono a scambiare servizi (materiali o immateriali) e/o beni, e se una delle parti non riceve alcun servizio, non è motivata ad interagire, e di conseguenza l'interazione cessa, a meno che non venga mantenuta con la violenza.
Sin da bambino, e per tutta l’età scolare, l’uomo subisce un’educazione basata sulla premiazione dell’obbedienza e la punizione della disobbedienza nei riguardi delle volontà degli educatori. E’ così che l’uomo impara ad obbedire alle volontà dei suoi simili.
Se due persone hanno volontà antagoniste o incompatibili, un conflitto è inevitabile, a meno che almeno una delle due adatti la sua volontà a quella dell'altra (ovvero obbedisca ad essa). Ciò può avvenire spontaneamente o a seguito di minacce o di violenze.
L’adattamento della volontà di una persona a quella di un’altra si chiama conciliazione.
In assenza di conciliazione, il conflitto può dar luogo ad una ribellione e/o ad una rivoluzione.
La ribellione consiste nella disobbedienza di una persona nei confronti della volontà di un’altra. Conseguenza della ribellione può essere la separazione o l’allontanamento tra le persone, oppure un ridimensionamento delle volontà a cui il ribelle disobbedisce.
La rivoluzione consiste nell'inversione dei ruoli tra comandante e obbediente, cioè nel caso in cui il ribelle riesca a farsi obbedire da colui a cui ha disobbedito.
Può capitare a tutti di fare del male e di provarne piacere, o di fare del male solo al fine di provare piacere. Lo stesso vale per il fare del bene. Chiediamoci allora perché fare del bene o del male può provocare piacere.
Suppongo che ciò sia dovuto al fatto che riuscire a fare del male o del bene a qualcuno è una manifestazione di potenza, ed è proprio la sensazione della propria potenza a dare piacere. Ciò potrebbe essere una diretta conseguenza del bisogno o desiderio di potenza che a mio parere è presente, più o meno, in ogni essere umano.
Ovviamente fare del male è un atto socialmente distruttivo, che può danneggiare anche chi lo compie, nel senso che può procurargli un dolore più grave del piacere ottenuto nel compiere il male stesso.
Conviene allora essere consapevoli del fatto che ognuno di noi è soggetto alla tentazione di fare del male per sentirsi potente e ottenere piacere. Solo grazie a tale consapevolezza possiamo resistere alla tentazione stessa, e cercare di ottenere piacere facendo piuttosto del bene a qualcuno.
Ogni essere umano è al tempo stesso governatore e governato, nel senso che ognuno governa se stesso, gli altri e il resto del mondo, ed è governato da se stesso (ovvero dal suo inconscio e dal suo programma genetico), dagli altri e dal resto del mondo.
Governare un ente significa cercare di indurlo a comportarsi in un certo modo a certi fini, dopo aver stabilito quali fini cercare di realizzare con, e per, l'ente stesso.
Governare significa anche adattare i fini alle circostanze, ovvero alle possibilità.
Chi governa un ente dovrebbe essere consapevole della reciprocità del governo, cioè del fatto che l'ente che sta cercando di governare, a sua volta sta cercando in qualche modo di governarlo.
In altre parole, nell'interazione tra A e B, A cerca di governare B e al tempo stesso B cerca di governare A, vale a dire che ognuno cerca (consciamente o inconsciamente) di ottenere qualcosa dall'altro, qualcosa che può essere un bene materiale o immateriale, un certo comportamento o un certo sentimento, per soddisfare qualche bisogno.
Questo è un modo sistemico/relazionale di considerare le interazioni tra enti, specialmente per quanto riguarda le interazioni sociali, biologiche ed ecologiche.
Suppongo che la “volontà di potenza” di Nietzscheana memoria, che io preferisco chiamare “volontà di potere” (sull’ambiente, su se stessi e sugli altri umani) serva alla sopravvivenza e alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri di ogni essere vivente.
Quando constatiamo un aumento di un nostro potere proviamo gioia, e quando constatiamo una diminuzione di un nostro potere proviamo sofferenza. Perciò, per provare più gioie e meno sofferenze, a volte cerchiamo il potere per il potere, cioè come fine a se stesso.
La ricerca del potere è dunque causa di soddisfazioni, ma anche di frustrazioni; di gioie, ma anche di sofferenze.
Infatti, avere più potere non significa necessariamente avere più gioie o piaceri, o soddisfare più bisogni o più desideri.
Inoltre, se avere più potere implica averlo sottratto ad altre persone, tale aumento comporta un aumento dell’ostilità verso di noi da parte di coloro a cui lo abbiamo sottratto, ostilità che nuoce alla nostra felicità.
D’altra parte, un eccesso di potere potrebbe permetterci di agire in modi sfavorevoli alla soddisfazione di bisogni e desideri altrui.
In conclusione, dovremmo cercare il potere in quanto mezzo e non fine, e solo nella misura in cui ci aiuta a soddisfare bisogni e desideri sani, nostri e altrui. Non di più. Oltre una certa soglia, il potere è pericoloso e nocivo per sé e per gli altri.
La ricerca del potere sull'uomo da parte dell’uomo si esercita nei modi più diversi, e spesso in modi mistificati o nascosti, dato che la nostra cultura considera la ricerca del potere sugli altri una cosa immorale e politicamente scorretta. Infatti è rarissimo che qualcuno ammetta di cercare il potere in famiglia, nell’ambiente di lavoro, in politica ecc.
In realtà, dietro la maggior parte delle azioni umane che non siano motivate da bisogni fisiologici o geneticamente determinati si nasconde la motivazione ad aumentare o difendere i propri poteri sugli altri laddove ciò sia possibile, e ad evitare che altri esercitino un potere non gradito su di sé.
Infatti la cultura in cui viviamo nasconde una struttura capillare di distribuzione del potere interpersonale a tutti i livelli di aggregazione sociale.
Il potere non è mai fine a se stesso dato che facilita la soddisfazione di bisogni e desideri in quanto influenza la disponibilità altrui a cooperare secondo i propri desideri.
Nell’interazione tra due esseri umani ognuno esercita un certo potere, più o meno grande, sull’interlocutore, in forma diretta o indiretta, cioè mediante terzi (individui o istituzioni).
I poteri interpersonali possono riguardare diversi contesti e diversi campi di competizione: intellettuale, morale, estetico, politico, economico, religioso ecc.
Tra i diversi tipi di poteri interpersonali, abbiamo il potere di obbligare gli altri a cooperare, il potere di cooperare o di negare la cooperazione, il potere di competere, il potere di selezionare gli altri, e il potere di imitare gli altri, cioè di copiare i loro comportamenti e i loro prodotti.
Io chiamo “micropotere” il potere che un individuo esercita su pochi altri individui separatamente; “macropotere” il potere che un individuo esercita su masse di altri individui o collettività; e “criptopotere” il potere (micro o macro) che viene esercitato in modo nascosto o dissimulato.
A mio parere, l'uomo ha una tendenza innata a sottomettersi agli "altri", intendendo con questa parola non singoli individui, ma ciò che George H. Mead definisce come "Altro generalizzato". Si tratta di un ente mentale che potremmo chiamare anche "spirito della comunità", riferendoci alla comunità soggettiva e ideale a cui ognuno vorrebbe appartenere, caratterizzata da particolari aspetti culturali, intellettuali, economici, estetici, etici, religiosi, ecc.
L'uomo, infatti, non può esistere né soddisfare i propri bisogni al di fuori di una comunità e il dramma esistenziale di ognuno consiste nel trovare e mantenere un posto sostenibile in una comunità sostenibile, vale a dire una comunità e un posto tali da permettergli di soddisfare in modo stabile e inesauribile tutti i propri bisogni.
La sottomissione è dunque funzionale all'appartenenza, anzi, ne è condizione imprescindibile. In termini sistemici si può infatti dire che un ente non può far parte di un sistema se non viene accettato dal sistema stesso, cioè se le altre parti non accettano di interagire con l'ente in questione in modo cooperativo.
L'ente che vorrebbe entrare a far parte di un sistema deve dunque adattarsi al sistema (e non viceversa), anche se una parte può, in condizioni particolari e in una certa misura, modificare il sistema stesso. Questo vale anche per un individuo che aspira a far parte di una comunità.
Dal momento che le comunità moderne sono molto numerose e fluide in termini di prerequisiti, un individuo ha una certa libertà di scelta sia relativamente alle comunità a cui appartenere, sia per quanto riguarda i ruoli da giocare nelle stesse. Tuttavia, una volta effettuata tale scelta, all'individuo non resta che sottomettervisi, per godere dei benefici derivanti dall'appartenenza alla comunità e per non rischiare di perderli. Vale a dire che l'individuo, dopo aver esercitato la libertà di scelta, deve rinunciare all'ulteriore esercizio di tale libertà in virtù della stabilità acquisita. D'altra parte, la sottomissione è una fonte di piacere (di cui il soggetto è più o meno consapevole) in quanto motivo di soddisfazione e di sicurezza.
Un individuo potrebbe tuttavia ritrovarsi sottomesso a comunità e/o a ruoli che non soddisfano sufficientemente i propri bisogni. In questo caso la sottomissione è causa di frustrazione, conflitto o paura e può dar luogo alla ricerca di nuove comunità o di nuovi ruoli nella comunità di appartenenza.
Riassumendo, la soddisfazione dei bisogni e la sicurezza di un essere umano sono normalmente legati alla sua sottomissione a certe comunità e a certi ruoli nelle stesse. Quando le comunità e i ruoli soddisfano sufficientemente i bisogni dell'individuo, questo prova piacere nella sottomissione. In caso contrario, la teme.
(Mon intervention au café philosophique de Lyon le 22 février 2022 sur le thème "Dans quelle mesure la psychologie est-elle un instrument de pouvoir ?")
Tout d'abord, nous devons préciser de quel pouvoir nous parlons. Est-ce le pouvoir des classes dominantes sur les classes dominées, ou est-ce le pouvoir que chaque individu cherche consciemment ou inconsciemment à exercer sur tous les autres individus ?
Deuxièmement, nous devons préciser de quelle psychologie nous parlons. En fait, il n'y a pas une seule psychologie, mais plusieurs (comme c'est aussi le cas pour les philosophies), et nous devons distinguer la psychologie en tant que théorie de la psychologie en tant que pratique, et la psychologie professionnelle de la psychologie à usage personnel.
Le "pouvoir", au sens du pouvoir politique, utilise souvent la psychologie de manière consciente ou inconsciente, informelle, non académique et secrète. Le faire ouvertement serait considéré comme "politiquement incorrect". D'autre part, lorsque les politiciens ne connaissent pas ou n'utilisent pas la psychologie, cette lacune peut entraîner l'échec de leurs intentions.
Par exemple, à mon avis, l'échec du "marxisme pratiqué" était aussi dû à ses propres lacunes psychologiques, c'est-à-dire à sa connaissance insuffisante de la nature humaine. Les politiciens d'aujourd'hui, en revanche, sont plus rusés que ceux d'il y a un siècle, et utilisent de plus en plus la psychologie pour manipuler l'esprit des citoyens.
Quant à la psychologie en tant que profession, on peut dire que le praticien exerce un certain pouvoir sur son client, puisque ce dernier le traite comme une autorité intellectuelle et morale, un sauveur, un guérisseur, parfois même comme un chaman, et le paie pour ses services, même lorsque le praticien ne tient pas ses promesses et déçoit les espoirs du client ou du patient.
Dans tous les cas, le praticien en psychologie peut amener le client à s'adapter, et donc à se soumettre, aux règles et coutumes sociales de sa communauté, et en ce sens il est, dans une certaine mesure, un instrument du pouvoir de la société sur l'individu. Elle peut aussi inciter le client à se libérer des contraintes intellectuelles et morales de l'environnement dans lequel il a grandi et dans lequel il vit. Dans le second cas, la psychologie est un instrument de libération de certains pouvoirs manifestes ou occultes.
Enfin, en ce qui concerne l'utilisation personnelle, non professionnelle, de la psychologie, elle peut être utilisée pour tromper et manipuler l'esprit des autres dans les relations familiales, amicales ou professionnelles, ou pour exposer les tromperies, les auto-illusions et les erreurs dont nous sommes tous victimes. Ici aussi, la psychologie peut donc être utilisée comme un instrument de pouvoir ou, à l'inverse, de libération du pouvoir.
(Version italienne)
(Mio intevento al caffè filosofico di Lione il 22/2/2022 sul tema «In che misura la psicologia è uno strumento di potere?»)
Prima di tutto bisogna chiarire di quale potere stiamo parlando. Di quello delle classi dominanti sulle classi dominate oppure di quello che ogni individuo cerca, consciamente o inconsciamente, di esercitare su ogni altro?
In secondo luogo bisogna chiarire di quale psicologia stiamo parlando. Infatti non esiste una sola psicologia, ma tante e diverse (come è il caso anche delle filosofie), e bisogna distinguere la psicologia come teoria, dalla psicologia come pratica, e quella professionale da quella ad uso personale.
Il “potere”, inteso come potere politico, usa spesso la psicologia consapevolmente o inconsapevolmente, in modo informale, non accademico e di nascosto. Se lo facesse apertamente sarebbe considerato “politicamente scorretto”. D’altra parte, quando la politica non conosce o non usa la psicologia, tale lacuna può causare il fallimento dei suoi intenti.
Ad esempio, il fallimento del “marxismo praticato” a mio parere fu causato anche dalle proprie lacune psicologiche, vale a dire dalla sua scarsa conoscenza della natura umana. I politici di oggi, invece, sono più scaltri di quelli di un secolo fa, e usano sempre di più la psicologia per manipolare le menti dei cittadini.
In quanto alla psicologia come professione, si può dire che il professionista eserciti un certo potere nei confronti del suo cliente, dal momento che è trattato da questo come un’autorità intellettuale e morale, un salvatore, un guaritore, a volte persino come uno sciamano, e lo paga per i suoi servizi, anche quando il professionista non mantiene le promesse e delude le speranze del cliente o paziente.
In ogni caso, il professionista della psicologia può indurre il cliente ad adattarsi, e quindi sottomettersi, alle regole e ai costumi sociali della sua comunità di appartenenza, e in tal senso è uno strumento del potere della società sull’individuo. Oppure può indurre il cliente a liberarsi dalle costrizioni intellettuali e morali dell’ambiente in cui è cresciuto e in cui vive. Nel secondo caso la psicologia costituisce uno strumento di liberazione da certi poteri palesi o occulti.
Infine, per quanto riguarda l’uso personale, non professionale, della psicologia, essa può essere usata per ingannare e manipolare le menti altrui nelle relazioni familiari, amicali o di lavoro, oppure per svelare gli inganni, gli autoinganni e gli errori di cui siamo tutti vittime. Anche in questo caso, dunque, la psicologia può essere usata come strumento di potere o, al contrario, di liberazione dal potere.
(Versione francese)
A mio parere, nella relazione e nelle interazioni tra due persone, ognuna di esse valuta automaticamente e inconsciamente il rapporto tra il proprio status sociale e quello dell’interlocutore.
Per status sociale intendo un insieme di qualità che includono forza fisica, bellezza, eleganza, intelligenza, esperienza, astuzia, conoscenze, coraggio, moralità, reputazione sociale, abilità varie, risorse informative, materiali, economiche, sociali ecc.
Tutte queste qualità e risorse entrano in gioco nel determinare le posizioni delle persone in una scala gerarchica mentale istintiva di superiorità-inferiorità “generale”. Tale scala costituisce normalmente e implicitamente la base per la distribuzione dei poteri decisionali e dei ruoli sociali in tutte le relazioni umane (coppia, famiglia, gruppi, comunità, istituzioni civili, politiche e religiose, imprese, ecc.).
La valutazione dello status sociale proprio e altrui non avviene una volta per tutte, ma si rinnova continuamente attraverso le interazioni sociali.
Ognuno valuta, usando criteri personali (basati sulle proprie esperienze) e norme culturali, non solo la propria posizione e quella dell’interlocutore nella gerarchia di cui sopra, ma anche, intuitivamente, le valutazioni e autovalutazioni fatte dall'interlocutore.
In altre parole, nella relazione tra due persone A e B, la persona A valuta:
lo status di A (“come io valuto me stesso”)
lo status di B (“come io valuto il mio interlocutore”)
lo status di B visto da B (“come credo che il mio interlocutore si valuti”)
lo status di A visto da B (“come credo il mio interlocutore mi valuti”)
Ogni persona fa dunque quattro valutazioni che possono essere più o meno coerenti o contrastanti con quelle corrispondenti fatte dall'interlocutore. Vale a dire, per esempio, che A può valutare il proprio status ad una certa altezza della gerarchia, che a parere di B è sopravvalutata o sottovalutata. Oppure A può valutare lo status di B ad una certa altezza che a parere di B è sopravvalutata o sottovalutata.
Se le quattro valutazioni da parte di A sono coerenti con le quattro corrispondenti da parte di B, cioè c’è accordo sulle misure valutate, allora il rapporto tra A e B è “pacifico” sia se A e B si considerano ad uno stesso livello gerarchico, sia se si considerano a due livelli diversi (per cui uno è unanimemente riconosciuto come più “autorevole” o “superiore” rispetto all'altro).
I problemi nascono, ovviamente, quando le valutazioni da parte di A non sono coerenti con quelle da parte di B. Le differenze di valutazione di status possono dar luogo ad antipatie, ostilità e competizioni più o meno aperte e leali.
Nella nostra cultura, dove le falsità e le mistificazioni sono la regola, i meccanismi sopra descritti sono considerati “politicamente scorretti”, negati o rimossi nell’inconscio dalla maggior parte della gente. Tuttavia io credo che siano praticati normalmente, anche se in forma nascosta o mistificata.
In questo articolo propongo una chiave di comprensione e di soluzione dei conflitti umani basata sui concetti di desiderio e di potere. Suppongo infatti che le interazioni competitive e cooperative tra gli esseri umani siano determinate dai loro desideri e dalle strategie da essi messe in atto per realizzarli, che possono richiedere l’uso di certi poteri dell’uomo sull’uomo.
Prima di argomentare la mia tesi, ritengo necessario osservare che nel pensiero comune, quando si parla di desiderio, s’intende generalmente la motivazione a ottenere un certo oggetto concreto o astratto (cosa o persona); a mio avviso, in realtà, ciò che si desidera è piuttosto una situazione di cui fa parte, oltre al soggetto, l’oggetto del desiderio, o questo costituisce un mezzo per ottenere la realizzazione della situazione stessa.
Inoltre, ritengo necessario considerare che, affinché le situazioni desiderate si avverino, può essere necessario il possesso di capacità che consentano di realizzare le situazioni stesse, ovvero un certo grado di potere, specialmente nel caso in cui la soddisfazione di un desiderio richieda la cooperazione di altre persone o la neutralizzazione di persone concorrenti.
Il potere è dunque strumentale alla realizzazione dei propri bisogni e desideri, e, in quanto tale, è esso stesso oggetto di desiderio.
Detto questo, possiamo azzardare la tesi per cui i problemi sociali, ovvero i problemi di convivenza e i conflitti tra umani, sono in realtà conflitti tra desideri antagonisti.
Due desideri possono essere tra loro conflittuali, o non conflittuali, e quelli non conflittuali possono essere condivisi o non condivisi.
Due desideri sono conflittuali (ovvero incompatibili, o antagonisti) quando la soddisfazione dell’uno impedisce la soddisfazione dell’altro.
Due persone possono condividere certi desideri, ovvero possono desiderare entrambe certe situazioni. Oppure possono desiderare situazioni diverse, ma compatibili, nel senso che la realizzazione dell’una non impedisce la realizzazione dell’altra.
A complicare le cose c’è il fatto che spesso il desiderio di una certa situazione si accompagna al desiderio che altre persone desiderino la stessa situazione. In altre parole, se ad esempio io desidero occupare una certa posizione gerarchica in un’organizzazione, al contempo desidero che anche gli altri desiderino che io occupi tale posizione. Se invece qualcuno desidera occupare quella posizione al posto mio, impedendomi quindi di occuparla, possiamo considerare conflittuale quel desiderio.
Possiamo a questo punto parlare di situazioni esclusive e di situazioni inclusive. Una situazione esclusiva è una situazione che può essere realizzata solo per una persona (in concorrenza con altre), mentre una situazione inclusiva può essere realizzata per un numero illimitato di persone, senza concorrenza.
Una situazione esclusiva comune è quella in cui una sola persona può assumere un certo ruolo, come, ad esempio, quello di capo di un’organizzazione o leader di un gruppo o di una coppia.
Per realizzare il desiderio di una situazione esclusiva (a proprio favore e a sfavore dei concorrenti) può essere necessario usare certi poteri o capacità sia per impedire ad altri di assumere il ruolo desiderato, sia per ottenere la collaborazione di altri per ottenere il ruolo stesso.
Per concludere, al fine di comprendere le dinamiche sociali conflittuali, conviene analizzare gli avvenimenti in termini di portatori di desideri, di situazioni desiderate più o meno esclusive o inclusive, e dell’esercizio di poteri sulle altre persone al fine di contrastare i concorrenti e di ottenere l’aiuto di alleati per realizzare le situazioni desiderate.