La formula del caffè filosofico online a tema da convenire è simile a quella a tema predefinito descritta in https://blog.cancellieri.org/caffe-filosofico-online/ , con le seguenti differenze.
Il tema di cui discutere non è scelto al termine della sessione precedente, ma viene scelto dai partecipanti all’inizio della nuova sessione.
Ogni partecipante che lo desideri propone un tema da discutere, descrivendone in generale i contenuti e le questioni principali.
Dopo che tutte le proposte sono state espresse, si vota per stabilire quale sia quella preferita dalla maggioranza dei partecipanti.
Da questo momento in poi tutto si svolge come per il caffè filosofico a tema predefinito, descritto in https://blog.cancellieri.org/caffe-filosofico-online/.
Nel caso in cui non vi fossero ulteriori interventi sul tema scelto e restasse un tempo sufficiente prima dell’orario previsto per la fine della sessione, si passerà a discutere del secondo tema più votato.
A mio avviso, al di fuori delle scienze dure, la verità (o Verità), non consiste in una cognizione logica, in un fatto, in una realtà oggettiva verificabile e misurabile, ma in una sensazione di serenità, di pace, di piacere, di pienezza, di sicurezza, di soddisfazione, di unione con tutto, di armonia, di non separazione, di non differenziazione ecc. In tal senso non si può dire che la Verità sia qualcosa di illusorio, dato che una sensazione è reale in quanto sensazione, anche se le immagini che la suscitano sono illusorie.
A tal proposito ricordo che ho visto in un documentario, che sotto l'effetto di certe sostanze, alcuni affermano di aver trovato la Verità e tutte le cose che ho elencato. Penso dunque che la Verità sia uno stato mentale che può essere raggiunto col pensiero, con la meditazione o con droghe, indipendentemente dalla realtà materiale e sociale circostante. Dico questo non per sminuire il concetto di Verità, ma per collocarlo nel contesto logico e fisico secondo me più appropriato, con il dovuto rispetto.
Spero, dicendo questo, di non offendere coloro che cercano la Verità. Ciò che ho detto è solo una mia opinione, non una verità, e tanto meno una Verità, e sono aperto a discuterne senza preconcetti.
In ogni caso, copiando Silvana, auguro a tutti coloro che cercano qualsiasi cosa, di trovarla, purché non sia nociva per sé o per altri.
Sono contento che ci siate, e sono ancora sorpreso del fatto che, malgrado la crudezza e la controversia delle cose che dico, mi fate dono della vostra presenza dialogante, senza la quale mi sentirei ancora più solo. Ho bisogno di voi.
Vi auguro ogni bene!
(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 13/10/2022 sul tema «Doit-on assouvir tous nos désirs ?»)
Dobbiamo soddisfare tutti i nostri desideri? La mia risposta a questa domanda è: dipende. Dipende dai tipi di desideri, dalla loro frequenza, da quanto è facile la loro soddisfazione, da quanto costa (non solo in termini di denaro ma anche di fatica e di effetti collaterali sulla salute) e dalle relative conseguenze morali e sociali.
A proposito degli effetti collaterali della soddisfazione dei desideri, dovremmo confrontare il piacere che si prova nel momento della soddisfazione (come, ad esempio, il mangiare un cibo delizioso, l’avere un rapporto sessuale o l’assumere una droga) e il piacere o dolore che si prova nell’intervallo tra due soddisfazioni.
Intendo dire che la soddisfazione di un desiderio, sebbene provochi un piacere nel momento della soddisfazione, potrebbe provocare dolori o altri inconvenienti in altri momenti, tali che gli effetti collaterali dolorosi potrebbero pesare più del piacere della soddisfazione stessa.
Dato che, a mio avviso, ciò che conta nella vita è la felicità media, non quella di un certo istante, secondo me la persona saggia è quella che sa prendere in considerazione il piacere della soddisfazione e il dolore provocato dagli effetti collaterali, e astenersi dalla soddisfazione dei desideri quando gli effetti collaterali negativi pesano di più.
Inoltre bisogna anche tener conto del fatto che la frustrazione dei bisogni e desideri "naturali", cioè non indotti dalla società o dalla cultura, può comportare non solo sofferenza, ma anche disturbi mentali e difficoltà nelle relazioni sociali.
Ho chiesto a Bard di scrivere un'introduzione (in un massimo di 100 parole) al tema "Genealogia del valore e dei valori" per una discussione in un eventuale caffè filosofico.
Questa è la risposta.
"Il concetto di valore è uno dei più importanti della filosofia. Esso ci permette di comprendere ciò che è importante per noi, ciò che dà significato alla nostra vita. Ma da dove vengono i valori? Come si formano?
La genealogia del valore e dei valori è un approccio che indaga le origini e l'evoluzione dei valori. Esso si basa sull'idea che i valori non sono qualcosa di immutabile, ma sono piuttosto il prodotto di fattori storici, sociali e culturali.
In un caffè filosofico, potremmo discutere di questo tema partendo da alcune domande fondamentali:
- Quali sono le origini dei valori?
- Come si formano i valori?
- I valori sono universali o sono relativi?
- I valori cambiano nel tempo?
Queste domande ci permetteranno di esplorare la complessità del concetto di valore e di riflettere sul nostro rapporto con i valori che ci guidano.
Alcune idee per la discussione
- La genealogia del valore e dei valori può essere applicata a diversi ambiti, come la morale, la politica, l'economia, l'arte e la religione.
- La discussione di questo tema può essere utile per comprendere meglio la nostra società e la cultura in cui viviamo.
- La genealogia del valore e dei valori può aiutarci a sviluppare una visione più critica dei valori che ci vengono trasmessi.
Conclusione
La genealogia del valore e dei valori è un tema complesso e stimolante che può aiutarci a comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda."
Il caffè filosofico che ho l’onore di moderare, giunto ieri al 33° incontro, si trasforma per quanto riguarda la modalità di scelta del tema da discutere, che non avverrà più all’inizio dell’incontro online, né alla fine, ma nei giorni precedenti, mediante il gruppo WhatsApp «Caffè filosofico».
Tale cambiamento è stato approvato all’unanimità dai partecipanti all’incontro del 2/6/2022.
La scelta del tema avverrà secondo la procedura seguente.
Nei sei giorni successivi a ciascun caffè filosofico, ogni partecipante ha facoltà di proporre un tema scrivendone il titolo nel gruppo WhatsApp. Oltre al titolo del tema, il proponente può, se lo ritiene utile, aggiungere note su come quel tema sia da intendersi e/o sui motivi della proposta, e link ad articoli o video pertinenti, inclusi eventuali documenti scritti dallo stesso proponente.
Anche gli altri partecipanti possono aggiungere link a documenti pertinenti con i temi proposti da altri, oltre a commenti sulle varie proposte.
Nessuno dei partecipanti è tuttavia obbligato a proporre un tema, né ad aggiungere link al proprio tema, né a leggere la documentazione condivisa da altri.
La mattina del giorno di ciascun incontro, pubblicherò nel gruppo WhatsApp una lista numerata dei temi proposti e chiederò a tutti i partecipanti di indicare il tema preferito scrivendo il numero corrispondente. Nel pomeriggio farò il conteggio delle preferenze, da cui risulterà il tema di discussione dell’incontro della serata.
Il nuovo formato del nostro caffè filosofico dovrebbe comportare il vantaggio di farci guadagnare tempo durante gli incontri, quello di permettere una preparazione più accurata degli incontri stessi, e quello di permettere una più estesa interazione tra i partecipanti, non limitata agli incontri, ma distribuita su tutti i giorni della settimana.
Resta inteso che si tratta di un esperimento suscettibile di essere corretto o migliorato.
Avrei potuto intitolare il tema semplicemente “differenze tra donne e uomini”, ma ho specificato “differenze di mentalità” per evitare di discutere delle differenze fisiche, sulle quali ritengo non ci sia molto da discutere sul piano filosofico.
In quanto al termine “mentalità”, intendo con esso tutto ciò che riguarda la mente, e in particolare il comportamento, i sentimenti, le motivazioni, le idee, gli interessi, l’intelligenza o meglio, le intelligenze.
Vorrei precisare che il titolo che ho scelto non implica che vi siano necessariamente differenze di mentalità tra donne e uomini, o che tali differenze, se esistenti, non siano evitabili.
Il tema è molto “sensibile”, nel senso che, discutendone, è facile assumere posizioni contrastanti che chiamano direttamente in causa con giudizi di valore coloro che ne discutono in quanto rappresentanti di una delle categorie “donne” e “uomini”. Pertanto invito tutti i partecipanti, in questa occasione più che mai, ad esprimersi con rispetto verso la categoria oggetto delle proprie considerazioni, e a rispettare le idee altrui anche se non condivise.
Vi raccomando inoltre di affrontare il tema in termini non assoluti e universali, ma relativi, ovvero statistici, considerando che le donne non sono tutte uguali, come non lo sono gli uomini, e che vi sono donne più virili (o mascoline) di certi uomini e uomini più femminili di certe donne.
Per concludere, vi segnalo una recente polemica contro il popolare storico Alessandro Barbero, che molti hanno aspramente criticato per aver detto quanto segue:
"Vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest'ultima più difficile avere successo in certi campi; è possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi?"
Vi suggerisco di dire la vostra opinione a tale proposito.
Vedi anche "
Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
(Mio intervento al café philo di Lione, il 21/12/2021, sul tema "È necessario soffrire per migliorare? -Faut-il souffrir pour être meilleur.e?")
A mio parere la risposta è “sì", tuttavia in certe misura e in certi contesti. Altrimenti sarebbe troppo facile migliorare indefinitamente. Basterebbe soffrire sempre di più. Il che è assurdo.Infatti un dolore di intensità o di durata eccessiva troppo può causare disturbi psichici irrimediabili.
Ma chiediamoci prima di tutto a cosa serve il dolore in senso evoluzionistico e biologico. Secondo me il dolore è il segnale con cui il corpo fisico o l’inconscio segnala alla coscienza che c’è qualcosa che non va, qualcosa che va interrotto, corretto o risanato. In altre parole ci dice che non possiamo continuare a fare ciò che stiamo facendo, o restare nell’ambiente o nelle relazioni in cui siamo attualmente impegnati. Ci comanda di fermarci e di fare qualcosa per rimediare.
Infatti il primo effetto del dolore è quello di farci rallentare o interrompere ciò che stiamo facendo.
Possiamo dunque dire che il dolore ci insegna a vivere meglio, a evitare situazioni nocive, e quindi ci aiuta a migliorare, a diventare più saggi, nel senso di imparare ad evitare di fare cose che possono diminuire la nostra probabilità di sopravvivere e di soddisfare i nostri bisogni.
Le nostre esperienze dolorose ci aiutano anche a comprendere gli altri esseri umani, ad essere più empatici, più tolleranti. Infatti una persona che non abbia mai sofferto in modo grave (specialmente per quanto riguarda i dolori non della carne, ma della mente), difficilmente è in grado di capire perché gli altri fanno ciò che fanno e non fanno ciò che non fanno, dato che il motivo per cui un essere umano fa ciò che fa e non fa ciò che non fa è essenzialmente la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore, in tutte le loro possibili forme (fisiche e mentali).
Per concludere, sia il dolore che il piacere ci aiutano a ricordare le nostre esperienze, e quindi favoriscono l’apprendimento che deriva dall’elaborazione delle esperienze stesse. Infatti noi ricordiamo le nostre esperienze tanto più quanto più piacere o dolore abbiamo provato mentre le abbiamo vissute.
(Traduzione del mio intervento al Café Philo Lyon il 14/9/2021 sul tema "Il tempo".)
Sul tempo ci sarebbe da dire un’infinità di cose, perché il tempo non è un dettaglio del mondo, ma è uno degli elementi costitutivi della realtà e dell’esistenza, insieme con lo spazio, con l’energia, con la massa e con l’informazione, tutte cose tra loro indissolubilmente legate, nel senso che ognuna senza le altre non potrebbe esistere.
Tuttavia cercherò di parlare soprattutto di un particolare aspetto del tempo, che è quello psicologico, dove il passato, il presente e il futuro giocano ruoli ben precisi, e il passato, sebbene passato, come il futuro, sebbene non ancora avvenuto, giocano un ruolo attivo, in senso psicodinamico, nel presente.
Intendo dire che momento per momento siamo mossi non solo da ciò che percepiamo qui ed ora, ma anche dalla nostra memoria del passato e dall’immaginazione del futuro.
E’ per questa ragione che dovremmo prenderci cura non solo del presente, ma anche del passato e del futuro, nel senso che dovremmo assicurarci che la nostra idea del passato, così come la nostra immaginazione del futuro siano sane, corrette, equilibrate, realistiche, utili, produttive nel senso della soddisfazione dei bisogni e dei desideri nostri e altrui.
Molti libri e articoli di giornali ci consigliano, per diminuire lo stress e per essere più felici, di rallentare il ritmo della nostra vita moderna. Credo sia un buon consiglio da seguire nella gestione del proprio tempo libero, ma mi sembra difficile seguirlo negli ambienti di lavoro, dove il ritmo è imposto dal datore di lavoro, in quanto elemento di produttività e quindi di competitività.
Tuttavia, non credo che si possa decelerare a volontà, perché la velocità eccessiva della nostra vita è un sintomo, la conseguenza di una causa che andrebbe rimossa o gestita. Agire solo sul sintomo potrebbe rivelarsi controproducente o inefficace.
Se oggi viviamo molto più velocemente, più freneticamente, è anche perché la tecnologia ci offre molte più opzioni che in passato e vorremmo provarne il più possibile, temendo di perdere qualcosa di importante. E’ ciò che in inglese viene chiamato FOMO.
Il rimedio a questa vastissima scelta, mi pare, sia quello di concentrarsi su ciò che è più importante, dopo aver stabilito, e questo non è facile, cosa sia più importante. Per finire, direi che l’importante è capire cosa sia importante.
Il “gioco delle domande” è un tipo particolare di discussione in cui non è consentito dire qualsiasi cosa che non sia (1) una domanda, (2) la risposta ad una domanda (3) una richiesta di chiarimento relativamente ad una domanda o a una risposta già espressa, o (4) il chiarimento richiesto.
Una domanda può essere rivolta a tutti i presenti o a qualcuno in particolare. Nel primo caso più persone posso rispondere a turno, in ordine di prenotazione; nel secondo caso l’interrogato può scegliere se rispondere o non rispondere.
Paradossalmente, questa regola, se da una parte limita la libertà dei partecipanti, dall’altra stimola il ragionamento logico e la condivisione di questioni, interessi, curiosità e problematiche che difficilmente emergerebbero in una libera discussione.
Infatti, in un incontro tra più di due persone, è raro che qualcuno rivolga domande di tipo filosofico o psicologico all’insieme dei i partecipanti o a qualcuno in particolare, sia per timidezza, sia per timore di essere indiscreti, ovvero di passare per uno che vuole esaminare e giudicare le idee o i sentimenti altrui, o che vuole mettere gli altri in difficoltà.
Questo gioco si ispira vagamente ai dialoghi di Socrate, che soleva argomentare per lo più in forma di domande rivolte ai suoi interlocutori, le cui risposte inducevano ulteriori domande in una concatenazione logica che sfociava in certe conclusioni filosofiche. Infatti Socrate quasi mai faceva affermazioni o negazioni che non risultassero dalle risposte dei suoi interlocutori.
Il gioco delle domande può essere limitato ad un particolare tema predefinito, oppure riguardare qualsiasi tema. Nel secondo caso non è necessario che una domanda sia correlata o pertinente con quelle precedenti.
Le domande possono riguardare sentimenti, idee, e opinioni personali, oppure argomenti di interesse filosofico o psicologico generale.
Le risposte non dovrebbero durare più di due-tre minuti.
Un moderatore assicura il rispetto delle regole, raccoglie le prenotazioni per le domande e per le risposte, e disciplina il diritto di parola.
(Introduzione al caffè filosofico del 22/9/2022 sul tema «Dovere e doveri»)
Si parla sempre meno di dovere e di doveri, e quando se ne parla lo si fa quasi sempre in modo superficiale e scontato, come se il significato del termine fosse chiaro e le sue implicazioni evidenti per tutti. Ma non è così.
Infatti, questa sera vogliamo parlare di dovere e di doveri senza dare nulla per scontato, cercando sia di definire il concetto, sia di calarlo nella nostra realtà pratica. In altre parole, cercheremo di capire quali sono i nostri doveri, quali sono uguali per tutti e quali differenziati in funzione dell’età, del ruolo, delle responsabilità e delle appartenenze delle singole persone.
Il vocabolario Treccani definisce “dovere” come segue:
“Obbligo morale di fare determinate cose; più spesso, ciò che si è obbligati a fare dalla religione, dalla morale, dalle leggi, dalla ragione, dallo stato sociale, ecc.”
Il concetto di dovere è spesso legato a quello di morale o di etica, nel senso che il dovere scaturisce da una morale, ne è il risultato pratico.
In francese "dovere" (devoir) si usa anche per indicare i compiti che gli scolari sono tenuti a fare, non per una questione morale, ma per un obbligo esplicitamente imposto dall’autorità del docente.
Infatti vi sono doveri imposti da autorità esterne, come lo stato, una organizzazione, un datore di lavoro, un genitore ecc., e i doveri autoimposti da una morale personale o dalla cultura in cui si è cresciuti e si è stati educati.
Così come vi sono sistemi morali sani e malati, così vi sono doveri sani e malati, ed è importante saperli distinguere.
Chiediamoci allora quali siano i criteri per fare tale distinzione, e per capire quando un dovere è troppo oneroso, nel senso che non è sostenibile, e quando lo è troppo poco, al punto da essere inutile.
Chiediamoci anche chi dovrebbe stabilire i doveri nei diversi contesti, e per quali fini.
Infine, chiediamoci se stiamo facendo i nostri doveri, e ancor prima, se sappiamo quali essi siano.
Sintesi del mio intervento in un caffè filosofico moderato da Federico Virgilio sul tema in oggetto
La convivenza umana è in parte regolata dai poteri politici e religiosi attraverso leggi scritte e non scritte (tra cui la legge del più forte) e attraverso comandamenti religiosi tesi a favorire o imporre una pace sociale e un reciproco rispetto nel quadro di gerarchie sociali.
La convivenza umana è anche autoregolata, nel senso che noi umani siamo interdipendenti, cioè non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni e desideri senza la cooperazione di altri umani, e per ottenere tale cooperazione dobbiamo comportarci in modi accettabili, anche perché c’è una certa libertà di scelta delle persone con cui cooperare e di quelle con cui non cooperare.
La domanda che dovremmo porci è dunque se i modi in cui la convivenza umana è stata fino ad oggi regolata nella nostra cultura e nel nostro stato sia migliorabile, e come, in termini di soddisfazione dei nostri bisogni e desideri.
La mia risposta è che la nostra convivenza è migliorabile attraverso una migliore conoscenza della natura umana, che ci faccia conoscere meglio i bisogni e i desideri nostri e altrui, distinguendo quelli sani da quelli insani, quelli costruttivi da quelli distruttivi, in modo da trovare i migliori compromessi tra la soddisfazione dei nostri bisogni e la soddisfazione di quelli altrui. Tali compromessi possano quindi riflettersi in leggi più efficaci e ispirarci nei nostri liberi rapporti interpersonali.
Cosa ostacola una migliore conoscenza dell’uomo e dei suoi bisogni? L’ignoranza e la mistificazione, a cominciare dalle religioni, che con le loro narrazioni non ci aiutano in tal senso, ma ci confondono. Oltre alle religioni siamo confusi da varie filosofie che non ci dicono le cose importanti che dovremmo sapere sull’uomo, e sono fuorvianti.
Per concludere, per regolare nel migliore dei modi la convivenza umana la filosofia più adatta, più realistica, è a mio parere quella che coniuga una visione sistemica della mente e della società con un approccio pragmatico. Tale filosofia dovrebbe costituirsi a partire da una ricerca sui bisogni umani e sulle dinamiche della psiche e dell’interazione sociale, dinamiche in cui l'interdipendenza gioca un ruolo fondamentale.
(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 5/4/2022 sul tema "Si può parlare dell'assurdo senza parlare del caso?")
Per gli esistenzialisti, e in particolare per Sartre e Camus, è assurda la condizione umana, in quando senza senso, senso, senza significato e senza ragione d’essere.
Io sono contrario all’uso che gli esistenzialisti hanno fatto dell’aggettivo “assurdo” applicato alla vita umana. Tale uso è secondo me fuorviante.
Infatti, secondo il dizionario Larousse, per assurdo s’intende in primo luogo “ce qui est contraire à la raison, au sens commun, qui est aberrant, insensé”.
Ebbene, in tal senso io non credo che la vita sia “assurda”. Penso piuttosto che essa non abbia uno scopo desiderabile o accettabile in senso antropomorfico, e infatti penso che sia governata dal caso e dalla necessità come dice il titolo del celebre libro di Jacques Monod, Ma non vedo nella vita quelle contraddizioni logiche e quei fatti contrari al senso comune, che giustificherebbero l’uso del l’aggettivo “assurdo”
Trovo in realtà la vita tutt’altro che assurda. Infatti la trovo piuttosto
regolare, fin troppo regolare, nel senso che ha delle leggi che non vengono mai contraddette.
Incerta sì, misteriosa sì, ma non assurda anzi, molto prevedibile.
Assurdo è un termine dispregiativo, che usiamo spesso verso ciò che ci ripugna o ci addolora.
Per quanto riguarda il caso, anch’esso mi sembra tutt’altro che assurdo.
Il caso è ambivalente: da una parte ci sconforta, dall’altra ci diverte. Da una parte ci sconforta se dà luogo a eventi indesiderati, e se pensiamo che noi umani siamo il risultato di mutazioni casuali; d’altra parte ci diverte in quanto ci permette delle variazioni e ci riserva delle sorprese, senza le quali la vita sarebbe monotona.
Il fatto che siamo il risultato di mutazioni casuali non è assurdo, ma, al contrario, è molto logico, e ha le sue “ragioni” e la sua utilità rispetto alla conservazione e all’evoluzione delle specie viventi. Il problema è che tale “verità” contraddice quelle religiose e ci lascia senza valori predefiniti.
Gli stessi valori sono dunque il risultato di mutazioni casuali, e questo ci sconcerta, perché significa che sta a noi definirli e cambiarli, con tutti i rischi sociali che ciò comporta.
Per finire, credo che nulla sia assurdo al di fuori delle conoscenze false e delle speranze infondate, conoscenze e speranze con le quali le religioni cercano di soggiogarci.
Dal 2021 organizzo conversazioni in videoconferenza sul modello del “Caffè filosofico” di Marc Sautet (
https://it.wikipedia.org/wiki/Caffè_filosofico).
Attualmente gli incontri si svolgono il martedì alle 21:00, ogni due settimane.
Possono partecipare tutti coloro che desiderano mettere in discussione interattivamente le proprie idee, opinioni, riflessioni, e fare domande. I temi trattati includono la vita, la società, la mente, i rapporti interpersonali e la natura umana in generale.
Non sono richiesti titoli di studio, né competenze particolari, ma solo il desiderio di condividere, arricchire e migliorare le proprie conoscenze in un ambiente dove fare domande è più importante che dare risposte.
Il caffè filosofico non è un'arena in cui si gareggia a chi la sa più lunga o a chi è più erudito o più intelligente, ma un luogo di ricerca e di condivisione del sapere e del capire.
Non sono ammesse critiche rivolte alle persone degli interlocutori. Qualsiasi discussione deve riguardare le idee espresse, non le qualità, il carattere o le intenzioni di chi le esprime. Se non si è d’accordo con quello che qualcuno dice, lo si può dire col dovuto rispetto.
La partecipazione è libera, gratuita e senza impegno di continuità.
Gli incontri sono condotti da un moderatore volontario che incoraggia ogni partecipante a esprimersi, fa in modo che nessuno parli troppo a lungo rispetto agli altri, interrompe le dispute sterili e blocca ogni commento offensivo o svalutativo nei confronti degli interlocutori.
Ogni incontro verte su un tema stabilito dall’organizzatore o scelto mediante voto dai partecipanti tra quelli da essi proposti.
Durante le sessioni, ogni partecipante può esprimere le proprie idee e i propri quesiti, o replicare a quanto detto da altri.
Non è obbligatorio prendere la parola. Gli interventi non devono durare più di tre minuti. Il moderatore dà la parola a chi l'ha chiesta, secondo l'ordine delle richieste, dando la precedenza a chi non ha già parlato.
Gli incontri durano circa due ore.
La piattaforma di comunicazione è attualmente Zoom.
Non esitare a contattarmi mediante la pagina
https://blog.cancellieri.org/contatto/ per segnalarmi il tuo interesse a partecipare a qualche caffè filosofico.
Per partecipare è anche sufficiente iscriversi al gruppo Meetup "Caffè filosofico online" (
https://www.meetup.com/caffe-filosofico-online/).
[includeme file='temi_gia_discussi.php']
(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 11/1/2022 sul tema "Perché abbiamo bisogno di una morale?")
La domanda che costituisce il tema di questa sera presuppone che abbiamo bisogno di una morale. Di questo non sono del tutto certo, se considero che certe persone sembrano comportarsi senza alcuna morale. Prendiamo ad esempio un criminale o un dittatore sanguinario. Hanno forse una morale? Dipende da cosa s’intende per morale.
Il dizionario Larousse online dà, tra gli altri, questi significati alla parola “morale”:
- Insieme di regole di condotta, considerate assolutamente buone o derivate da una certa concezione della vita
- Scienza del giusto e dello sbagliato, teoria del comportamento umano come governato da principi etici.
Nel caso del criminale non credo si possa parlare di morale, ma piuttosto di convenienza occasionale o opportunismo. Il criminale fa ciò che gli conviene, finché gli conviene. Ma forse anche un buon uomo fa ciò che gli conviene, forse gli conviene seguire certe regole morali, e poi vedremo perché.
Direi che la differenza tra un criminale e una persona per bene in termini di convenienza del proprio comportamento è che al primo interessa poco il giudizio altrui, mentre al secondo interessa molto. In effetti credo che la morale consista proprio nella domanda: quali regole occorre rispettare generalmente (cioè come regole di vita) al fine di ottenere un giudizio positivo, cioè una generale approvazione, da parte degli altri?
Potremmo allora modificare la domanda iniziale come segue: perché abbiamo bisogno di essere approvati dagli altri? A questa domanda risponderei in modo molto semplice nel modo seguente: perché siamo interdipendenti, nel senso che per sopravvivere e soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della cooperazione di un certo numero di altre persone, e per ottenere tale cooperazione dobbiamo comportarci in modo per gli altri accettabile, dobbiamo essere “approvati” con continuità, dalle persone della cui collaborazione abbiamo bisogno. E tale approvazione la possiamo ottenere solo se gli altri ritengono costantemente “morale” il nostro comportamento (almeno nei loro confronti). Questo è ancor più vero per il fatto che nessuno è obbligato a cooperare con qualcuno e ognuno sceglie i collaboratori che gli sono più congeniali, e ovviamente preferiamo cooperare con persone più affidabili, cioè più morali.
Ogni umano è giudice e imputato e ogni giorno è il giorno del giudizio.
Denunciare comportamenti immorali è un dovere morale.
Se vogliamo un futuro migliore, dobbiamo giudicare il presente.
Il giudizio morale è la base dell'etica, non giudicare è amorale e a volte immorale.
Chi non giudica assolve, chi assolve ha giudicato. Non si può non giudicare.
Non si comprende ciò che si disprezza, e si disprezza ciò che non si comprende.
Con l'aumentare delle nostre conoscenze diminuisce la nostra certezza di giudizio.
Si può scegliere di non giudicare, ma giudicare male qualcuno perché giudica è assurdo.
Non dobbiamo sospendere il giudizio, dobbiamo ampliarlo per includere interessi e punti di vista diversi.
La sospensione del giudizio morale è pericolosa perché potrebbe indurci a comportarci in modo immorale.
Quanto parliamo male di qualcuno è sottinteso che noi siamo migliori, e questo ci gratifica e ci promuove.
Una persona non ci è antipatica perché ha dei difetti, ma troviamo in essa dei difetti perché ci è antipatica.
Ogni umano è giudice, imputato e testimone allo stesso tempo, e ciascuno di questi ruoli implica una responsabilità.
Ognuno giudica gli altri, consciamente o inconsciamente. Non si può non giudicare, dobbiamo cercare di giudicare meglio.
Dobbiamo giudicare meglio, non giudicare meno. Astenersi abitualmente dal giudizio è immorale perché la morale si esercita attraverso il giudizio.
La paura di essere giudicati può condurre ad un comportamento rigidamente moralista o, al contrario, ad un totale relativismo morale, ovvero ad una morale fai-da-te.
L'astensione dal giudizio, più che essere una virtù e un segno di saggezza, potrebbe nascondere una strategia per evitare lo stress del giudizio, ovvero la paura che il proprio giudizio venga mal giudicato.
Il giudizio va sospeso quando non ci sono prove sufficienti per giudicare Una sospensione sistematica e incondizionata del giudizio è immorale in quanto l'etica è fondata sul giudizio.
(Mon intervention au café philosophique de Lyon le 29/9/2020 sur le thème : L'art est-il plus intellectuel ou plus sensuel ?)
À mon avis, l'art est sensuel et intellectuel à des degrés divers selon les personnes. Chez certains, l'effet et l'intérêt sensuels prévalent, chez d'autres, les aspects intellectuels. Nietzsche a examiné ces deux aspects dans son premier livre ("La naissance de la tragédie à partir de l'esprit de la musique"), et les a appelés dionysiaque et apollinien.
Pour Nietzsche, l'art figuratif est principalement apollinien, tandis que la musique est dionysiaque. L'apollinien, c'est-à-dire le rationnel et l'intellectuel, qui pour Nietzsche a pour progéniteur néfaste Socrate, nous incite au nihilisme parce qu'il nous montre le caractère éphémère et insensé de la vie, tandis que le dionysiaque nous arrache au pessimisme nihiliste en nous faisant sentir en harmonie avec la nature (au sens physique, non intellectuel). En fait, l'ivresse du dionysiaque enchante, et par conséquent atténue ou inhibe le jugement sévère de l'intellect.
Il est évident que ces deux aspects peuvent coexister et coexistent effectivement dans presque toutes les œuvres d'art, ce qui nous aide à les concilier, car l'un serait létal sans l'autre.
Je crois qu'avec l'art moderne et contemporain, la division entre intellectuel et sensuel, ou entre apollinien et dionysiaque, n'est pas suffisante pour comprendre et qualifier l'art.
En fait, je crois qu'une œuvre d'art doit être intellectuellement stimulante, ou sensuellement fascinante, ou l'ensemble des deux, c'est-à-dire qu'elle doit stimuler la pensée en provoquant des questions, l'inhiber ou la diriger dans certaines directions souhaitées par l'artiste. L'important est qu'il ne laisse pas indifférent, qu'il suscite une certaine réaction, sans exclure la répulsion.
Dans l'art antique et pré-moderne, l'œuvre d'art devait avant tout fasciner par sa beauté, et en même temps célébrer, c'est-à-dire glorifier, des personnes, des lieux, des événements, des institutions, des religions, etc.
Dans l'art moderne et contemporain, en revanche, l'œuvre d'art doit avant tout rompre avec le passé ou le déconstruire, au nom d'un renouveau, même si celui-ci n'est que suggéré. Il doit donc frapper à la fois comme une nouveauté, ou un changement, et comme une observation impitoyable des aspects méprisables de notre civilisation et de notre culture qui doivent être surmontés.
Aujourd'hui, en effet, n'importe quoi, dès lors qu'il est découpé, encadré et exposé dans un musée ou une maison privée, constitue une œuvre d'art et une incitation à penser, ou à déconstruire une pensée. Même un cadre vide. Est-ce plus intellectuel ou plus sensuel ? Cela dépend de l'observateur.
(Versione italiana)
(Mia comunicazione al gruppo WhatsApp "Caffè filosofico)
Da qualche giorno non intervengo nelle diverse discussioni in questo gruppo, tuttavia le seguo, e mi chiedo perché le persone dicono ciò che dicono, e rispondono come rispondono a ciò che dicono gli interlocutori. In altre parole, mi chiedo perché comunichiamo, e perché lo facciamo come lo facciamo. Con la parola “perché” io intendo sia la causa, sia il fine, che insieme costituiscono ciò che possiamo chiamare la “motivazione”.
Ebbene, io credo che comunichiamo soprattutto per stabilire o confermare delle relazioni sociali, e una relazione sociale implica la condivisione di qualcosa di materiale o di immateriale, come potrebbe essere il fatto di avere comuni pensieri, comuni sentimenti o gusti, o comuni obiettivi.
Quando uno dice: “questa cosa mi è piaciuta”, spera che piaccia anche ai suoi interlocutori, che anche loro la trovino importante come lui la trova, e se questo non avviene prova un certo sconforto, un senso di solitudine, che nel peggiore dei casi, quando la non condivisione è sistematica, è un senso di disperazione.
E allora mi chiedo, noi che facciamo parte di questo gruppo “virtuale”, cosa abbiamo in comune? Cosa condividiamo?
E mi chiedo anche se un gruppo come questo, debba servire solo a condividere idee e sentimenti, o anche ad altro, come, ad esempio, a crescere insieme, a imparare non tanto l’uno dall’altro (come chi meno sa impara da chi più sa), ma attraverso la discussione creativa, dove i dialoganti apprendono grazie ad una interazione stimolante per entrambi, dove ciò che viene appreso è maggiore della somma di ciò che i dialoganti sapevano prima di dialogare.
Vi invito perciò a riflettere e ad esprimervi, su quanto ho appena scritto, e a comunicare tra noi in modo più creativo. Intendo dire di non limitarci a dire ciò che pensiamo, che ci piace o che speriamo, ma a fare domande, a sollevare problemi, nella speranza che le risposte altrui possano illuminarci e stimolarci a trovare noi stessi le risposte (o ad avvicinarci ad esse) , senza prendere necessariamente per buone quelle che gli altri ci danno.
In tal senso vi ripropongo “il gioco delle domande” in forma più o meno rigida.
Crescere insieme, imparare insieme, credo che sia il fine più alto che possiamo proporci, e questo può avvenire solo affrontando insieme certi problemi e cercando insieme le risposte alle domande importanti della vita, presumendo di non conoscere già le risposte stesse o di conoscerle in modo insufficiente.
(Mon intervention au café philosophique de Lyon le 22 février 2022 sur le thème "Dans quelle mesure la psychologie est-elle un instrument de pouvoir ?")
Tout d'abord, nous devons préciser de quel pouvoir nous parlons. Est-ce le pouvoir des classes dominantes sur les classes dominées, ou est-ce le pouvoir que chaque individu cherche consciemment ou inconsciemment à exercer sur tous les autres individus ?
Deuxièmement, nous devons préciser de quelle psychologie nous parlons. En fait, il n'y a pas une seule psychologie, mais plusieurs (comme c'est aussi le cas pour les philosophies), et nous devons distinguer la psychologie en tant que théorie de la psychologie en tant que pratique, et la psychologie professionnelle de la psychologie à usage personnel.
Le "pouvoir", au sens du pouvoir politique, utilise souvent la psychologie de manière consciente ou inconsciente, informelle, non académique et secrète. Le faire ouvertement serait considéré comme "politiquement incorrect". D'autre part, lorsque les politiciens ne connaissent pas ou n'utilisent pas la psychologie, cette lacune peut entraîner l'échec de leurs intentions.
Par exemple, à mon avis, l'échec du "marxisme pratiqué" était aussi dû à ses propres lacunes psychologiques, c'est-à-dire à sa connaissance insuffisante de la nature humaine. Les politiciens d'aujourd'hui, en revanche, sont plus rusés que ceux d'il y a un siècle, et utilisent de plus en plus la psychologie pour manipuler l'esprit des citoyens.
Quant à la psychologie en tant que profession, on peut dire que le praticien exerce un certain pouvoir sur son client, puisque ce dernier le traite comme une autorité intellectuelle et morale, un sauveur, un guérisseur, parfois même comme un chaman, et le paie pour ses services, même lorsque le praticien ne tient pas ses promesses et déçoit les espoirs du client ou du patient.
Dans tous les cas, le praticien en psychologie peut amener le client à s'adapter, et donc à se soumettre, aux règles et coutumes sociales de sa communauté, et en ce sens il est, dans une certaine mesure, un instrument du pouvoir de la société sur l'individu. Elle peut aussi inciter le client à se libérer des contraintes intellectuelles et morales de l'environnement dans lequel il a grandi et dans lequel il vit. Dans le second cas, la psychologie est un instrument de libération de certains pouvoirs manifestes ou occultes.
Enfin, en ce qui concerne l'utilisation personnelle, non professionnelle, de la psychologie, elle peut être utilisée pour tromper et manipuler l'esprit des autres dans les relations familiales, amicales ou professionnelles, ou pour exposer les tromperies, les auto-illusions et les erreurs dont nous sommes tous victimes. Ici aussi, la psychologie peut donc être utilisée comme un instrument de pouvoir ou, à l'inverse, de libération du pouvoir.
(Version italienne)
(Mio intevento al caffè filosofico di Lione il 22/2/2022 sul tema «In che misura la psicologia è uno strumento di potere?»)
Prima di tutto bisogna chiarire di quale potere stiamo parlando. Di quello delle classi dominanti sulle classi dominate oppure di quello che ogni individuo cerca, consciamente o inconsciamente, di esercitare su ogni altro?
In secondo luogo bisogna chiarire di quale psicologia stiamo parlando. Infatti non esiste una sola psicologia, ma tante e diverse (come è il caso anche delle filosofie), e bisogna distinguere la psicologia come teoria, dalla psicologia come pratica, e quella professionale da quella ad uso personale.
Il “potere”, inteso come potere politico, usa spesso la psicologia consapevolmente o inconsapevolmente, in modo informale, non accademico e di nascosto. Se lo facesse apertamente sarebbe considerato “politicamente scorretto”. D’altra parte, quando la politica non conosce o non usa la psicologia, tale lacuna può causare il fallimento dei suoi intenti.
Ad esempio, il fallimento del “marxismo praticato” a mio parere fu causato anche dalle proprie lacune psicologiche, vale a dire dalla sua scarsa conoscenza della natura umana. I politici di oggi, invece, sono più scaltri di quelli di un secolo fa, e usano sempre di più la psicologia per manipolare le menti dei cittadini.
In quanto alla psicologia come professione, si può dire che il professionista eserciti un certo potere nei confronti del suo cliente, dal momento che è trattato da questo come un’autorità intellettuale e morale, un salvatore, un guaritore, a volte persino come uno sciamano, e lo paga per i suoi servizi, anche quando il professionista non mantiene le promesse e delude le speranze del cliente o paziente.
In ogni caso, il professionista della psicologia può indurre il cliente ad adattarsi, e quindi sottomettersi, alle regole e ai costumi sociali della sua comunità di appartenenza, e in tal senso è uno strumento del potere della società sull’individuo. Oppure può indurre il cliente a liberarsi dalle costrizioni intellettuali e morali dell’ambiente in cui è cresciuto e in cui vive. Nel secondo caso la psicologia costituisce uno strumento di liberazione da certi poteri palesi o occulti.
Infine, per quanto riguarda l’uso personale, non professionale, della psicologia, essa può essere usata per ingannare e manipolare le menti altrui nelle relazioni familiari, amicali o di lavoro, oppure per svelare gli inganni, gli autoinganni e gli errori di cui siamo tutti vittime. Anche in questo caso, dunque, la psicologia può essere usata come strumento di potere o, al contrario, di liberazione dal potere.
(Versione francese)
(Mio intervento al caffè filosofico di Lione, il 29/9/2020 sul tema: L'art est-il plus intellectuel ou plus sensuel?)
A mio avviso, l’arte è sensuale e intellettuale in misura diversa da persona a persona. In alcuni prevalgono l’effetto e l’interesse sensuali, in altri quelli intellettuali. Nietzsche aveva esaminato questi due aspetti nel suo primo libro (“La nascita della tragedia dallo spirito della musica”), e li aveva chiamati dionisiaco e apollineo.
Per Nietzsche l’arte figurativa è prevalentemente apollinea, mentre la musica è senz’altro dionisiaca. L’apollineo, ovvero il razionale e intellettuale, che per Nietzsche ha in Socrate il nefasto capostipite, ci induce al nichilismo in quanto ci mostra la caducità e assurdità della vita, mentre il dionisiaco ci risolleva dal pessimismo nichilista facendoci sentire in armonia con la natura (in senso fisico, musicale, non intellettuale). Infatti l'ebbrezza del dionisiaco incanta, e in tal modo attenua o inibisce il severo giudizio dell’intelletto.
Ovviamente, i due aspetti possono convivere, e normalmente convivono in quasi tutte le opere d’arte, aiutandoci a conciliare i due aspetti, dato che ognuno di essi, senza l’altro, sarebbe letale.
Io credo che con l’arte moderna e contemporanea la divisione in intellettuale e sensuale, o apollineo e dionisiaco, non sia più sufficiente per capire e qualificare l’arte.
Infatti io credo che un’opera d’arte debba essere intellettualmente stimolante, o sensualmente affascinante, o un misto delle due cose, ovvero debba stimolare il pensiero suscitando domande, inibirlo o dirigerlo in certe direzioni volute dall’artista. L’importante è che non lasci indifferenti, che susciti qualche reazione, senza escludere la repulsione.
Nell’arte antica e pre-moderna, l’opera d’arte doveva soprattutto affascinare con la sua bellezza, e al tempo stesso celebrare, cioè glorificare, persone, luoghi, eventi, istituzioni, religioni ecc.
Nell’arte moderna e contemporanea, invece, l’opera d’arte deve soprattutto rompere con il passato e decostruirlo, in nome di un rinnovamento anche se solo accennato. Deve dunque colpire sia come novità, o cambiamento, sia come osservazione impietosa di aspetti spregevoli della nostra civiltà e cultura che devono essere superati.
Oggi, infatti, qualunque cosa, nel momento in cui viene ritagliata, incorniciata ed esposta in un museo o in una casa privata, costituisce un’opera d’arte e uno stimolo per pensare, o per decostruire un pensiero. Perfino una cornice vuota. È questo un fatto più intellettuale o più sensuale? Dipende dall’osservatore.
(Version française)
(Mio intervento al Caffè Filosofico online di Lione l'8/3/2022 sul tema «In che misura l'umiltà incide sull'efficienza?»)
Il dizionario Larousse definisce l'umiltà come "Il sentimento, lo stato d'animo di qualcuno che è consapevole delle proprie inadeguatezze e debolezze ed è incline a sminuire i propri meriti". Lo stesso dizionario definisce l'aggettivo "umile", tra gli altri, come segue
- Uno che è consapevole dei propri limiti e delle proprie debolezze, e che lo dimostra con un atteggiamento volutamente modesto e schivo.
- Uno che mostra un grande rispetto per gli altri, o che è esageratamente autosufficiente, servile di fronte agli altri.
- Chi è semplice, modesto, senza pretese o senza importanza nel carattere.
Queste definizioni, a mio parere, non rendono giustizia del fatto che il concetto di umiltà è centrale nella competizione tra esseri umani. Infatti umiltà implica sempre una certa inferiorità.
A mio avviso, l’umiltà è la coscienza del proprio «status» nei confronti di una o più altre persone. In tal senso è un concetto sempre relativo e relazionale. Infatti non ha senso parlare di umiltà in senso assoluto. Una persona è umile, se lo è, sempre verso qualcun altro. Si tratta della percezione comparativa di una certa posizione in una delle tante possibili gerarchie sociali, come: moralità, intelligenza, potenza fisica, potenza politica, potenza economica, potenza sessuale, bellezza, conoscenza, competenza professionale, capacità artistica, astuzia, ecc.
Per quanto riguarda la gerarchia morale e quella intellettuale, la persona “umile” non giudica e non critica le persone di fronte alle quali si sente umile, ovvero “inferiore”.
Il contrario dell’umiltà è l’arroganza. Infatti chi giudica e critica facilmente è spesso considerato arrogante, perché il giudicante o criticante si pone per definizione in una posizione morale o intellettuale più alta rispetto al giudicato o criticato.
Secondo me, l’umiltà non è una virtù, ma una trappola, un’invenzione delle religioni per meglio consolidare il loro potere, per far tacere lo spirito critico dei fedeli. E’ anche una convenzione sociale, una questione di tatto, che serve a farsi ben volere.
Ovviamente è necessario giudicare, criticare, valutare con saggezza e ponderazione, cioè senza sovrastimare né sottostimare né gli altri né se stessi. e non c’è nulla di male nel sentirsi superiori a certe altre persone in certi campi, anche perché non si può escludere che ciò sia possibile. Ma sforzarsi di essere umili perché si considera l’umiltà una virtù è mio avviso una sciocchezza nociva, perché deprime lo spirito critico, che è il motore del progresso civile.
Come al solito cominciamo con qualche definizione dei termini contenuti nel tema di questo incontro, cioè “senso” e “vita”.
Le definizioni più comuni della parola “senso” sono grosso modo le seguenti:
- Facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni
- Coscienza, consapevolezza
- Stato d’animo, sensazione, sentimento, atteggiamento psichico
- Significato
- Spiegazione
- Orientazione, direzione
- Comprensione
- Motivazione
- Scopo
- Modo, maniera
Nel nostro caso credo che i significati più rilevanti della parola “senso” siano quelli di "spiegazione", “comprensione”, “motivazione”, "scopo" e “direzione” che ci suggeriscono tre domande: 1 cos’è la vita, 2 perché si vive e 3 in che modo si dovrebbe vivere.
Per quanto riguarda la definizione di “vita” i significati sono meno numerosi e quelli rilevanti per il nostro tema sono grosso modo:
- Insieme delle funzioni che rendono un organismo animale o vegetale capace di conservarsi, svilupparsi, riprodursi e mettersi in rapporto con l'ambiente e con gli altri organismi
- Spazio compreso tra la nascita e la morte
Penso che occorra distinguere da una parte la vita in generale, che riguarda ogni essere vivente, compresi gli organismi unicellulari, gli organi e gli individui di qualsiasi specie vegetale e animale, e dall'altra, la vita umana, ammesso che il senso di tali vite sia diverso.
Penso anche che occorra parlare di ciò che dà origine alla vita, delle sue eventuali finalità, e di ciò che resta o che avviene dopo la sua fine.
Per concludere, vorrei segnalarvi una citazione di Albert Camus, che all’inizio di un suo libro ha scritto “Giudicare che la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, è rispondere alla domanda fondamentale della filosofia”.
Vedi anche "
Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
(Introduzione al caffè filosofico del 20/10/2022 sul tema "Il senso del limite")
Il tema di oggi ci ricorda che esistono dei limiti, sia per quanto riguarda la nostra libertà che le nostre capacità. D’altra parte si potrebbe dire che siamo liberi di fare solo ciò che siamo capaci di fare e che ci è consentito di fare.
Il concetto di limite è dunque strettamente connesso con quello di libertà e di capacità, e il “senso” del limite consiste nella consapevolezza dei propri limiti, ovvero delle proprie non-libertà, incapacità e impossibilità.
Prima di esaminare i limiti degli esseri umani, esaminiamo il concetto di limite nel mondo fisico.
Lo spazio ci sembra infinito, come pure il tempo, e dunque potremmo dire che queste dimensioni non hanno limiti, se non quelli che l’uomo assegna loro quando fa i suoi ragionamenti. Se invece consideriamo un oggetto, come ad esempio un sasso, o il sole, i suoi limiti sono evidenti per quanto riguarda la sua massa, la sua forma e la sua energia interna. Infatti qualsiasi oggetto è limitato dalla sua forma, cioè dal suo involucro, dal confine tra l’oggetto e il resto del mondo, e dal suo contenuto.
Ma credo che ciò che più ci interessa, da un punto di vista filosofico è il limite delle capacità e delle proprietà delle “cose” (siano esse oggetti, esseri viventi, o persone). Intendo dire che i limiti di una cosa consistono in ciò che essa non può fare o non è capace di fare.
Possiamo definire due tipi di limiti: quelli “materiali” e quelli “mentali”.
I limiti materiali riguardano ciò che le leggi della fisica ci consentono di fare, per cui sono importanti la misura della nostra energia muscolare, la nostra resistenza fisica, e ciò che il nostro corpo non potrebbe sopportare, oltre alle costrizioni imposte dall’ambiente naturale e dalle circostanze fisiche.
I limiti mentali riguardano, da una parte, ciò che la mente umana è in grado di pensare come effetto della sua formazione, del suo sviluppo e delle sue esperienze, e, dall’altra, i limiti che gli esseri umani impongono ad altri esseri umani, costringendoli a comportarsi in certi modi (obblighi), e punendoli se si comportanto in certi altri modi (divieti).
Sia i limiti fisici che quelli mentali possono essere estesi entro certi limiti. Perciò è importante non solo capire quali siano i nostri limiti, ma anche in quale misura e in quale modo essi possano espandersi.
D’altra parte, non essere consapevoli dei propri limiti e delle reali possibilità di superarli, può indurci a comportamenti inutili o controproducenti, e ad inutili frustrazioni.
Infatti la saggezza richiede l’accettazione dei limiti insuperabili e il superamento di quelli superabili, purché il prezzo del superamento non sia troppo alto, tanto alto da causare nuove infelicità.
Infine dovremmo anche chiederci se un’estensione dei nostri limiti comporti sempre un aumento del nostro benessere.
Come al solito cominciamo con qualche definizione dei termini che useremo in questo incontro, e in particolare con quello di "inconscio".
Sigmund Freud considerava l’inconscio una parte della mente in cui si trovano i contenuti psichici rimossi (cioè negati e dimenticati) in quanto incompatibili con la morale o le esigenze della vita sociale. Questo è l'inconscio psicoanalitico tradizionale. Nelle neuroscienze e nella psicologia non psicoanalitica il concetto di inconscio ha un significato più esteso.
Wikipedia: Il termine inconscio indica genericamente tutte le attività mentali che non sono presenti nella coscienza di un individuo. In senso più specifico, rappresenta quella dimensione psichica contenente pensieri, emozioni, istinti, rappresentazioni, modelli comportamentali, spesso alla base dell'agire umano, ma di cui il soggetto non è consapevole.
Per Tiziano Possamai (Inconscio e ripetizione) l’inconscio, è diverso da quello psicoanalitico tradizionale. Ne fanno parte tutti gli automatismi (motori, cognitivi, emotivi) interiorizzati dal soggetto durante la sua formazione e il suo sviluppo grazie alla ripetizione, volontaria o involontaria, di determinate esperienze e situazioni. Questa concezione dell’inconscio è oggi prevalente presso i neuroscienziati, i quali non riconosco l’inconscio freudiano come verità scientifica.
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Il tema di oggi si collega con quello dell'incontro precedente (libero arbitrio: realtà o illusione?), in quanto la risposta alla domanda sull'esistenza del libero arbitrio dipende molto dalla nozione di inconscio, vale a dire dipende da quanto le scelte di un essere umano sono effettuate dal suo inconscio, anche se il soggetto si illude di fare scelte volontarie e consapevoli.
In tal senso, inconscio, come aggettivo, equivale a involontario, e inconscio come sostantivo, può essere definito come il luogo in cui, e il meccanismo da cui, viene deciso il comportamento del soggetto, al di fuori, o al di sotto, della coscienza. Io (come altri autori) preferisco usare il termine "io cosciente" piuttosto che coscienza, dato che quest'ultimo ha una connotazione morale molto limitativa. Definisco dunque "io cosciente" l'agente mentale che costituisce la parte consapevole e volontaria del governo della persona, in cooperazione o in conflitto con gli agenti mentali dell'inconscio.
Ciò di cui discuteremo stasera non dovrebbe limitarsi ad una definizione dei concetti di io cosciente e di inconscio, ma approfondire soprattutto tre aspetti fondamentali di essi: le loro funzioni vitali, le interazioni tra l'io cosciente e l'inconscio, e i possibili conflitti tra le motivazioni dell'io cosciente e quelle dell'inconscio.
Lascio a voi la parola, ricordandovi che chi pensa di non aver nulla da dire sul tema in discussione, può comunque fare domande agli altri. Infatti, a volte le domande sono più interessanti delle risposte.
Vedi anche "
Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
(Introduzione al caffè filosofico del 3/11/2022 sul tema «Individuo e comunità - libertà, dominio e appartenenza»)
Un essere umano non può fare a meno degli altri. In altre parole, noi umani siamo tutti interdipendenti, nel senso che per soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della cooperazione di un certo numero di altri. Coloro che riescono a sopravvivere in un perfetto isolamento sociale costituiscono rare eccezioni, e comunque, il loro isolamento può essere da essi tollerato solo dopo un lungo periodo passato a contatto con altri umani.
Una comunità consiste in un insieme di relazioni tra esseri umani accomunati da una certa lingua e da certe regole di convivenza, grazie alle quali è possibile la cooperazione indispensabile per la loro sopravvivenza e la soddisfazione dei loro bisogni.
Appartenere ad una comunità implica dunque sia il possesso della comune lingua, sia il rispetto delle regole di convivenza che caratterizzano la comunità stessa. Vale a dire che coloro che appartengono ad una comunità non sono liberi di comportarsi in modi che infrangono le regole stesse,o di comunicare usando una lingua incomprensibile per gli interlocutori.
In altre parole, l’appartenenza ad una comunità implica una limitazione della propria libertà, nel senso del rispetto degli obblighi e dei divieti che costituiscono le regole di convivenza della comunità stessa.
Una comunità può essere costituita da comunità più piccole, e un individuo può appartenere a diverse comunità, come uno stato, una famiglia, un'organizzazione, un’azienda, un’associazione, un club, una comitiva, una chiesa ecc.
In certi casi un individuo può scegliere liberamente le comunità a cui desidera appartenere; in altri casi l’appartenenza è involontaria, e in casi estremi, obbligatoria e non modificabile.
Quando le regole di convivenza di una comunità sono troppo stringenti rispetto ai bisogni e ai desideri di un individuo, questo si sente dominato, prevaricato o oppresso da essa. Tuttavia il sentimento di oppressione è soggettivo, nel senso che in una stessa comunità, tale sentimento può essere provato solo da alcuni, e in diversa misura.
L’appartenenza ad una comunità implica un certo status (in termini di poteri e/o di prestigio). Le due cose sono collegate. Infatti, tanto minore è lo status con il quale si appartiene ad una certa comunità, tanto più debole è l’appartenenza e tanto maggiore il rischio di emarginazione e di esclusione dalla comunità stessa. Inoltre, quasi sempre uno status più alto implica una maggiore libertà e un minore senso di oppressione, e viceversa.
Per concludere, credo che faremmo bene ad analizzare criticamente le regole di convivenza delle comunità a cui apparteniamo, a chiederci quanto esse siano compatibili con i nostri bisogni e desideri, quanto siano per noi oppressive, quanto siano produttive o controproducenti in termini di cooperazione, e quanto possano essere migliorate in termini di soddisfazione dei bisogni nostri e altrui. Una volta risposto a tali domande, resta da chiedersi cosa possiamo fare per migliorare la situazione, se migliorabile, e se sia opportuno migrare verso una comunità più adatta a noi.
(Mio intervento al Café-Philo Lyon del 7-12-2021 sul tema in oggetto)
Alla domanda se la trascendenza implichi una disumanizzazione, rispondo che a mio parere no, anzi, al contrario, penso che la trascendenza sia un problema tipicamente umano, e che un essere umano che non si ponga tale problema (anche senza risolverlo) sia meno umano di chi se lo pone. Le considerazioni che seguono giustificano la mia risposta.
Il termine “trascendenza” in senso filosofico o religioso, implica l’esistenza di una realtà diversa da quella di cui tutti facciamo esperienza in quanto sensibile, e che possiamo chiamare “terrena”. Credere nella trascendenza implica il desiderio di far parte di tale realtà in quanto normalmente considerata di valore superiore rispetto a quella “terrena”.
La realtà trascendente è generalmente considerata eterna e infinitamente buona, quindi assolutamente felice e desiderabile. Alcuni la vedono come l’unità di tutte le cose, l’assenza di qualsiasi separazione e di qualsiasi differenziazione, che sono infatti le caratteristiche fondamentali della realtà terrena, dove ogni oggetto è distinto da tutti gli altri e dal contesto, altrimenti non sarebbe definibile né riconoscibile come entità particolare.
Per i credenti la trascendenza coincide con Dio, se è vero che il mondo non ha potuto creare se stesso, ma è stato creato da un’entità che lo trascende.
Per la fenomenologia il trascendente è ciò che trascende la coscienza, cioè ciò di cui è impossibile essere coscienti o di cui fare esperienza. In altre parole, qualcosa che, anche se esistesse, non potremmo conoscere.
Nel concetto di trascendenza è implicita l’idea che la realtà immanente dipende da quella trascendente, mentre la realtà trascendente non dipende da quella immanente. E’ anche implicito che l’immanente sia contenuto nel trascendente, e non viceversa. Tuttavia nessuno ha escluso che vi possano essere interazioni monodirezionali o bidirezionali tra le due realtà.
Gregory Bateson ci ha insegnato che non possiamo conoscere alcuna cosa in sé, ma solo le relazioni tra le cose. In tal senso non possiamo conoscere il trascendente in sé, ma possiamo tentare di capire quali siano le relazioni e le interazioni tra noi ed esso. Per esempio, possiamo chiederci cosa il trascendente ci restituisce se noi ci comportiamo in un certo modo verso gli altri, verso noi stessi o verso di esso.
A mio avviso il trascendente esiste sicuramente come entità psichica, anche se immaginaria da un punto di vista materialista. Nessuno, infatti, ci può vietare di immaginare il trascendente con certe caratteristiche, e di interagire con esso per ottenere qualcosa, che può consistere in consigli per un esistenza meno infelice o sentimenti o emozioni particolari. Potremmo anche dire che il trascendente può essere fonte di intuizione e di ispirazione.
L’uomo è il solo animale capace di prevedere il futuro, anche se in modo illusorio, e questa capacità è, a mio avviso, l’origine di tanti aspetti dell’umanità, tra cui l'dea di trascendenza, dato che la trascendenza si colloca soprattutto in una realtà futura, a cui si può giungere dopo la morte. Infatti, solo chi si chiede che ne sarà di lui dopo la morte, può immaginare e desiderare una realtà trascendente, cosa difficile per chi è sicuro che di sé resteranno solo molecole senz’anima.
Per concludere, a mio parere il trascendente è completamente e solamente umano, sia quando è dogmatico e rigido, sia quando è relativo e flessibile. In altre parole, voler trascendere l’umano con i suoi limiti, è un desiderio molto umano, anche se illusorio.
(Introduzione al caffè filosofico del 6/10/2022 sul tema «Cos'è il pensiero?»)
Io definirei Il pensiero come l'atto, l'oggetto e il prodotto del pensare.
«Pensare», secondo il vocabolario Treccani, è l'attività psichica per cui l'uomo acquista coscienza di sé e del mondo in cui vive.
Sempre secondo il Treccani, il pensiero è una "pura rappresentazione mentale" distinta dai mezzi o dalle forme in cui viene espressa.
Direi dunque che "coscienza" e "rappresentazione" sono gli aspetti principali del pensiero e del pensare, vale a dire che il pensiero permette di rappresentare, o evocare, in modo cosciente e nel presente, qualcosa del mondo in cui si vive o di un mondo immaginario.
Strutturalmente, il pensare consiste nella concatenzazione di pensieri, ovvero di rappresentazioni mentali di aspetti del mondo di cui il soggetto ha avuto esperienza (cioè di rievocazioni di ricordi) o che il soggetto immagina o inventa anche senza averne avuto una reale esperienza.
A tal proposito oserei dire che pensare è simulare una parte della realtà, laddove la realtà simulata è più o meno realistica, ovvero più o meno corrispendente a quella reale che il soggetto desidera rappresentare.
A mio parere i pensieri elementari sono di due tipi: immagini mentali e simboli. Le immagini mentali sono ricordi di esperienze sensoriali (visive, auditive, olfattive, gustative, tattili). I simboli sono parole o segni ai quali viene dato un significato secondo la cultura in cui sono stati appresi.
Gli animali pensano? Suppongo di sì, ma solo mediante immagini mentali, ovvero ricordi di esperienze sensoriali, essendo, a quanto pare, gli animali incapaci (tranne eccezioni molto rare e rudimentali) di apprendere simboli e segni non geneticamente ereditati.
I pensieri sono normalmente interconnessi da relazioni logiche di causalità, affinità, appartenenza, coesistenza o comunità di scopo, secondo associazioni memorizzate nel cervello per effetto di esperienze.
Al pensiero è legata l'attenzione, in quanto l'attenzione cosciente del soggetto è rivolta verso ciò a cui sta pensando, o, viceversa, il pensiero è determinato da ciò a cui l'attenzione del soggetto è rivolta, che può essere un oggetto esterno o un'idea propria.
Il pensiero simbolico è a mio avviso un fenomeno sociale, dal momento che apprendiamo i simboli attraverso interazioni con altre persone. A tal proposito oserei dire che pensare è come conversare con persone immaginarie.
Sul pensiero possiamo farci tante domande, come ad esempio le seguenti:
- a cosa serve pensare?
- possiamo farne a meno?
- il pensiero è volontario o involontario? Cioè: possiamo scegliere a cosa pensare e a cosa non pensare?
- è possibile non pensare, ovvero pensare a nulla?
- in che misura siamo liberi di pensare a qualsiasi cosa e in qualsiasi modo? Cioè: quali sono i limiti del pensiero?
- possiamo pensare a qualcosa di cui non abbiamo mai avuto esperienza diretta o indiretta?
- è possibile influenzare o censurare i propri pensieri?
- possiamo cambiare il modo in cui abitualmente pensiamo?
- possiamo imparare a rendere più produttivo o più utile il modo in cui pensiamo?
- a quante cose possiamo pensare simultaneamente?
- in che modo una persona può influenzare il pensiero di un'altra?
Chiudo con un proverbio arabo:
"Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero."
(Mio intervento al caffè filosofico di "Conduco un dialogo" il 14/2/2022 sul tema "Perché c’è competizione fra gli esseri umani?")
Nel vocabolario Treccani il termine “competizione” è definito come “Gara, lotta, contrasto, antagonismo, fra persone o gruppi che cercano di superarsi, di conquistare un primato e simili; talora sinonimo di concorrenza.”
Quando si chiede il perché di un fenomeno, ci si aspetta una risposta che esprima una causa involontaria e meccanica, oppure una volontà che corrisponde ad una certa finalità. Nel secondo caso si tratta di una scelta umana consapevole e razionale, cioè basata su un bisogno o un desiderio da soddisfare, e un ragionamento su come soddisfarlo.
Per quanto riguarda la competizione tra umani, io credo che il motivo sia del tutto naturale, e sia lo stesso che osserviamo nelle altre specie animali. Queste sono infatti quasi tutte competitive sia in senso intraspecifico che interspecifico.
Direi che in ogni forma di vita la competizione emerge in tutti i casi in cui le risorse disponibili sono insufficienti per soddisfare tutte le richieste, per cui qualche richiedente dovrà rinunciarvi in tutto o in parte.
Infatti, a mio avviso, in mancanza di meccanismi di regolazione della concorrenza, come, costumi, leggi o gerarchie di potere, ogni individuo tende istintivamente a impossessarsi delle risorse limitate prima di ogni altro.
Alla competizione istintiva, nel caso degli umani, si aggiunge la competizione culturale e quella ragionata.
La competizione culturale è implicita in ogni cultura, che ne stabilisce i limiti e le regole, che possono essere più o meno restrittive da cultura a cultura.
La competizione ragionata è quella strategica e tattica di ogni individuo che, all’interno delle regole della competizione della sua comunità, decide il proprio “progetto di competizione”, che consiste in attività tese a far diventare il soggetto più competitivo possibile.
Nelle culture storiche (cioè non quelle preistoriche) la competitività si basa soprattutto sul denaro e sul potere economico, sul possesso di beni convertibili in denaro, sulla potenza militare, sulla reputazione intellettuale e morale, sugli appoggi politici, sull’affiliazione a bande criminali, e sulla forza, bellezza, intelligenza e abilità della persona.
Tutte queste cose costituiscono gerarchie di competizione che permettono ai beneficiari di ottenere vantaggi che ad altri sono preclusi, secondo la loro posizione nelle gerarchie stesse.
Per quanto sopra, credo che la domanda iniziale dovrebbe essere cambiata in “Perché
non dovrebbe esserci competizione fra esseri umani?”. La risposta a questa domanda, a mio avviso, dovrebbe essere: la competizione non può essere eliminata senza incorrere in gravi danni, ma solo controllata per evitarne gli eccessi.
Per esempio, nella scelta del partner sessuale è impensabile, per ovvi motivi, eliminare la competizione per il partner più attraente (in tutti i sensi).
Un altro esempio: in economia, l’eliminazione della competizione tra cittadini per i beni materiali, caratteristica fondamentale del comunismo, ha dimostrato di avere effetti disastrosi per l'economia.
D’altra parte il capitalismo, con lo sviluppo tecnologico che rende sempre meno necessario il lavoro umano, se non viene moderato in qualche modo, potrebbe far aumentare a dismisura la povertà e la disparità tra i più abbienti e i meno abbienti.
Altro esempio: l’eliminazione della concorrenza industriale e commerciale mediante la costituzione di monopoli pubblici o privati fa alzare i prezzi delle merci e dei servizi, e ne fa diminuire la qualità.
Per concludere, credo che la scelta più saggia riguardo alla competizione non sia quella di eliminarla, ma di stabilire i suoi limiti affinché continui a costituire un fattore di progresso, di motivazione e di soddisfazione personale.
[Mio intervento al caffè filosofico del 20/1/2022 sul tema "Il futuro del lavoro"]
Indovinare il futuro è molto difficile e io non sono dotato in quest’arte. Tuttavia, dato che mi si chiede di indovinare il futuro del lavoro, non voglio sottrarmi, e dirò la mia anche se molto probabilmente le cose andranno diversamente da come immagino.
Prima di azzardare a immaginare il futuro del lavoro, vediamo com’è cambiato il lavoro negli ultimi cinquant’anni. Confronterò il lavoro com’era quando avevo vent’anni con quello che è adesso nel nostro paese. Cercherò di delineare delle tendenze, ipotizzando che esse continueranno nei prossimi venti anni.
I cambiamenti più importanti sopravvenuti negli ultimi cinquant’anni che hanno influenzato anche il mondo del lavoro sono stati, a mio avviso:
- lo sviluppo della tecnologia informatica, delle telecomunicazioni e dei mass media
- l’invenzione e lo sviluppo di internet con tutti relativi servizi
- il fallimento di tutti i tentativi di stabilire il socialismo reale di stampo marxista, e il consolidamento del capitalismo
- la globalizzazione del commercio dovuta alla maggiore rapidità e ai minori costi dei trasporti e delle telecomunicazioni
- la sostituzione di gran parte del lavoro manuale e intellettuale con soluzioni di informatica generale e di intelligenza artificiale
L’ultimo punto è a mio avviso il più importante per quanto riguarda il lavoro. Tale sostituzione, con l’andar del tempo è stata sempre meno compensata dalla creazione di nuove opportunità di lavoro, con il risultato di una crescente disoccupazione a partire dagli ultimi 20-10 anni.
Se le tendenze che ho delineato continueranno senza freni e senza l’intervento di novità politiche o economiche, credo la disoccupazione non potrà che aumentare, come pure lo squilibrio tra ricchi e poveri, i secondi sempre più numerosi rispetto ai primi.
Arriveremo ad un punto in cui tale squilibrio non sarà più sostenibile, in quanto i poveri non avranno più abbastanza denaro per acquistare i beni e i servizi prodotti dai ricchi. Saranno perciò necessari interventi statali a favore dei meno abbienti. Il reddito di cittadinanza sarà perciò sempre più diffuso e più cospicuo. Di conseguenza la società sarà sempre più divisa in due classi: coloro che lavorano e coloro che non lavorano. Infatti non ci sarà abbastanza lavoro per tutti a causa del progresso tecnologico, per cui le industrie affideranno alle macchine sempre più attività prima svolte da persone.
Allo stesso tempo dovremmo inventare nuove occupazioni per coloro che non lavorano, e qui sta per me la grossa incognita. Quali possono essere i “nuovi lavori”? Probabilmente qualcosa che ha a che vedere con l’educazione, con la formazione e con la soddisfazione del bisogni non materiali, come quelli di appartenenza, di comunicazione e di interazione sociale.
Per far fronte a tali esigenze, mi aspetto uno sviluppo delle scienze umane e sociali, come la filosofia e la psicologia. Spero in una nuova generazione di intellettuali creativi, dato che i saperi attualmente disponibili sono a mio avviso largamente insufficienti per affrontare le sfide del futuro del lavoro e della vita umana in generale.
(Mio intervento al caffè filosofico di Lione il 16/8/2022 - Versione francese)
Per cominciare direi che ciò che viene da molti stigmatizzato, cioè considerato repellente, orribile o triste, non è tanto la malattia mentale, quanto i malati mentali.
Comunque è bene definire prima di tutto il significato del termine “malattia mentale”. A tal proposito credo che occorra distinguere diverse “forme” di malattia mentale:
- Grave riduzione della memoria (amnesia) e/o di ragionamento logico, demenza, Alzheimer
- Allucinazioni (vedere cose che non esistono, come se fossero reali e presenti), delirio
- Fobie, panico, ansia, angoscia
- Paranoia, mania di persecuzione
- Manie, ossessioni, compulsioni
- Depressione, apatia
- Autismo, Asperger
- Incapacità di distinguere i significati metaforici da quelli letterali, e i giochi dalle attività serie
- Comportamento asociale, assenza di freni morali, incapacità di comprendere le regole vivere civile, narcisismo estremo
- Terrorismo
- Etc.
In secondo luogo non penso la condizione di malato sia binaria (cioè che una persona è malata di mente o non lo è). Intendo dire che un essere umano può essere più o meno malato, ed in una certa misura diversa da persona a persona siamo tutti malati.
Infatti, mentre per le malattie come ad esempio il diabete si può adottare una soglia di valore della glicemia al di sopra del quale convenzionalmente si considera il soggetto malato, per le malattie mentali questo è praticamente impossibile, per cui la diagnosi di malato mentale è sempre discrezionale e soggettiva. Comunque, la malattia mentale non è misurabile in termini numerici.
Detto questo, i cosiddetti malati di mente sono a mio avviso stigmatizzati, anche se non da tutti, per questi possibili motivi:
- in quanto ipodotati o disabili
- in quanto imprevedibili, strani, non controllabili, non affidabili, pericolosi per sé e per gli altri
- perché con essi la comunicazione e l’interazione sociale è difficile o impossibile.
Il terzo caso mi sembra il più importante.
Infatti, con una persona fisicamente disabile o fisicamente malata si può comunque comunicare e interagire perfettamente, ma con un malato di mente la comunicazione e interazione è ridotta o impossibile, è questo è molto grave, dato che gli esseri umani hanno bisogno soprattutto di comunicare e interagire socialmente.
Dopo una non facile ricerca in internet sul significato dei termini “sentimento” ed “emozione”, ho constatato che non esistono definizioni univoche e universalmente condivise di questi termini, specialmente per il primo.
Infatti per “sentimento” si trovano molti significati diversi, spesso vaghi, che non hanno alcunché di scientifico. Tra l’altro, in diversi casi “sentimento” viene confuso con “coscienza” e con “sensazione” nel senso di percezione fisiologica. Inoltre in alcuni casi il sentimento viene associato a valori e disvalori etici ed estetici, e a tipi di personalità.
Le definizioni che ho trovato più “scientifiche” mettono il concetto di sentimento in relazione con quello di emozione, e in diverse pagine web ho trovato descrizioni delle presunte differenze tra sentimento ed emozione. Tuttavia tali differenze spesso mi sembrano arbitrarie, discutibili e irrilevanti da un punto di vista pragmatico.
Le definizioni di "sentimento" che trovo più convincenti sono quelle che lo considerano come la consapevolezza di una propria emozione più o meno intensa e duratura, unitamente all'associazione dell'emozione a certi oggetti, persone, idee, situazioni ecc. e l’elaborazione razionale di tale associazione.
Ho incontrato difficoltà analoghe nella ricerca del significato del termine “emozione”, anche se in misura minore, essendo questo termine normalmente considerato di pertinenza della fisiologia e della psicologia, e non confuso con quelli di coscienza, moralità ed estetica.
Nell’esaminare le varie definizioni sono rimasto sorpreso nel constatare che solo in una minoranza di casi il concetto di emozione viene associato ai concetti di piacere e di dolore, anche se è implicito che un'emozione possa essere più o meno piacevole o spiacevole.
Quando si parla di emozioni, pochi si chiedono cosa siano, anche perché si tratta di fenomeni che ognuno di noi prova più o meno spesso, per cui ognuno si considera competente in materia. Forse dovremmo piuttosto chiederci quali siano le cause delle nostre emozioni, e quali le loro finalità biologiche e psicologiche.
A tal proposito mi sembra utile osservare che il piacere e il dolore, sia quelli di origine fisica che quelli di origine mentale, dovrebbero essere considerati essi stessi emozioni, e non soltanto colorazioni o attributi di certe emozioni. Lo stesso si può dire per l’attrazione e la repulsione. Possiamo infatti parlare di sentimento (o emozione) di attrazione o di repulsione verso una certa cosa o persona senza una particolare ragione consapevole.
Potremmo inoltre chiederci se il dolore o il piacere, l’attrazione o la repulsione siano la causa di un’emozione o ne siano l’effetto, e se un’emozione non sia altro che una particolare forma e intensità di piacere o di dolore, di attrazione o di repulsione, associata ad una certa cosa, persona, idea, situazione, forma, evento, ecc. Potremmo anche chiederci che relazioni vi siano tra sentimenti o emozioni, e coscienza, inconscio, volontà, bisogni, desideri, cognizioni ecc..
Per finire, ho raccolto una lista di parole chiavi che hanno a che vedere con i concetti di sentimento e di emozione, e che possono costituire spunti per la nostra conversazione: sensazione, senso, sensibilità, reazione, affetto, passione, piacere, dolore, attrazione, repulsione, empatia, amore, odio, coscienza, turbamento, stato d’animo, commozione, apprensione, inquietudine, eccitazione, impressione, trepidazione, sconvolgimento, ansia, desiderio, felicità, gioia, tristezza, paura, ira, noia, indifferenza, soddisfazione, frustrazione, insoddisfazione, ecc.
Vedi anche "
Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
Mediante le piattaforme Zoom, Jitsi, Skype, ecc., chiunque può organizzare gratuitamente videoconferenze da svolgersi a date/ore predefinite, oppure accessibili in qualsiasi momento.
Per facilitare l'organizzazione di videoconferenze per lo scambio di idee su temi filosofici o psicologici tra due o più partecipanti, ho creato tre riunioni Zoom sempre disponibili, in cui chiunque può entrare in qualsiasi momento per scambiare idee con altre persone, in italiano, in inglese, o in francese, alle condizioni seguenti:
- Possono partecipare solo coloro che desiderano condividere e mettere in discussione le proprie idee e opinioni, e porre domande allo scopo di arricchire e migliorare le proprie conoscenze.
- I temi trattati possono riguardare la vita, la natura, la società, la mente, i rapporti interpersonali, la natura umana in generale, e le scienze umane e sociali (filosofia, psicologia, neurosceinze, sociologia, economia, storia, ecc.). Non sono richiesti titoli di studio, né competenze particolari.
- Non è consentito fare propaganda o proselitismo per religioni, sette religiose o spiritualiste, movimenti o partiti politici.
- Si può parlare di politica e di religione, ma solo in termini filosofici e psicologici, evitando di riferirsi a fatti politici o religiosi dell'attualità.
- Non è consentito gareggiare a chi la sa più lunga o a chi è più erudito o più intelligente.
- Non è consentito dare giudizi sulle qualità o sulle intenzioni degli interlocutori (che è obbligatorio rispettare in ogni caso), ma solo sulle loro idee.
- È necessario accettare il fatto che l'interlocutore possa avere idee, opinioni e valori contrastanti rispetto ai propri.
- Il numero di partecipanti contemporaneamente presenti è illimitato. Tuttavia, quando i presenti sono più di quattro, è opportuno eleggere un moderatore che dia la parola a chi la chiede.
Chiunque può convocare una riunione rendendo noto (per esempio mediante un post nella sua pagina Facebook o in un gruppo Facebook di cui è membro) che sarà presente online da una certa ora ad una certa ora di un certo giorno, invitando chiunque (anche persone sconosciute) a partecipare alla riunione in tale lasso di tempo, e fornendo il link per connettersi alla riunione.
Nella convocazione si può specificare un tema di discussione particolare, oppure dire che si potrà discutere di qualsiasi tema, a scelta dei partecipanti.
Per quanto riguarda l'indirizzo web della riunione, si può usare uno dei link sotto riportati, che permettono videoconferenze di durata illimitata.
Riunione in italiano:
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Nel caso in cui vi siano sovrapposizioni di appuntamenti o affollamenti eccessivi, è possibile creare sul momento ulteriori riunioni mediante Zoom, Jitsi, Skype o altra piattaforma, per spostare altrove ogni partecipante in eccesso.
A tale scopo consiglio di creare, se opportuno, una nuova riunione mediante Jitsi (che permette videoconferenze di durata illimitata), usando un link con il seguente formato:
https://meet.jit.si/xyz
dove xyz deve essere sostituito da una sequenza di caratteri qualsiasi, di qualsiasi lunghezza, presumibilmente unica.
In ogni caso, chi desidera convocare una riunione può scegliere se utilizzare uno dei tre link Zoom sopra indicati, oppure creare sin dall'inizio un link personalizzato (mediante Jitsi o altra piattaforma).
Per maggiori informazioni e chiarimenti potete contattarmi commentando questo post.
La prima cosa che mi chiedo pensando all’amore, è cosa sia veramente, cioè se sia un concetto oggettivo o soggettivo, e quale branca del sapere sia competente per definirlo e per discuterne. Per cercare di rispondere a queste domande ho consultato la voce “amore” del vocabolario Treccani, dove si trovano diverse definizioni e note, tra cui le seguenti:
- sentimento di viva affezione verso una persona, che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia
- può indicare l’affetto reciproco, la concordia dei sentimenti
- può anche essere rivolto a se stesso, come manifestazione di egoismo e di egocentrismo
- amor proprio: onesta ambizione di non rimanere indietro agli altri in una competizione, desiderio di rivelare e far apprezzare le proprie capacità e buone doti, impegnando la propria volontà nello sforzo di accrescerle e potenziarle
- sentimento che attrae e unisce due persone (ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva; comune a tutte queste forme è, di norma, la tendenza più o meno accentuata al rapporto reciproco ed esclusivo
- secondo la dottrina platonica l’amore è contemplazione della bellezza e impulso di elevazione morale (nel linguaggio comune è però talvolta inteso come amore unilaterale, non rivelato e non corrisposto)
- sentire l’istinto dell’accoppiamento
- In senso più spirituale, lo slancio dell’uomo verso Dio e le cose celesti, e reciprocamente la benevolenza che Dio accorda alle creature
- carità verso il prossimo
- desiderio, brama di avere, di ottenere, di possedere una cosa
- vivo attaccamento o inclinazione per qualche cosa
In quanto alla domanda "quale branca del sapere sia competente per definire l’amore e per discuterne", non ho fatto ricerche in tal senso, ma ritengo che di esso siano in molti, forse troppi, a occuparsene: la religione, la letteratura (specialmente la narrativa e la poesia), la psicologia, la filosofia, la biologia, la sociologia, l’antropologia culturale ecc., oltre al senso comune. Infatti è un tema del quale quasi tutti pensano di sapere abbastanza, come se l’amore fosse qualcosa di naturale, di innato e di evidente.
A mio parere, come ho spiegato in questo articolo, in cui ho identificato circa 30 diversi tipi di amore molto diversi tra loro, l'amore potrebbe essere semplicemente un nome usato per mistificare e nobilitare il piacere, il desiderio o il bisogno di avere, di dare, di interagire, di appartenere, o qualcos'altro di non pregevole.
E voi che ne pensate?
Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
Il tema di oggi è uno dei più “psicologici” che abbiamo mai trattato, e questo per me va benissimo, dato che a mio avviso la psicologia e la filosofia, come pure la sociologia e l’antropologia culturale, dovrebbero essere fuse in un’unica disciplina, che consiste nello studio della natura umana, studio che un intellettuale di mia conoscenza ha chiamato “panantropologia”.
Il verbo “vedere” che compare nel tema, è ovviamente da intendersi non in senso ottico, ma in senso, appunto, panantropologico. Vale a dire il modo in cui noi classifichiamo noi stessi, come ci definiamo, come ci descriviamo, come ci confrontiamo con gli altri. Vale a dire la nostra identità in termini di appartenenze, cioè a quali gruppi e a quali categorie di persone riteniamo di appartenere, e cosa riteniamo ci appartenga, ovvero le nostre risorse, qualità e difetti.
E’ un tema affine a quello dal titolo “Conoscere se stessi”, già trattato nel nostro caffè filosofico del 16/12 scorso, a cui alcuni di voi hanno partecipato. Infatti possiamo dire che noi conosciamo noi stessi in base a come ci vediamo.
È possibile conoscere se stessi anche in base alle conoscenze che abbiamo acquisito sull’essere umano in generale, giacché ognuno di noi è un esemplare della specie umana, e il modo in cui vediamo noi stessi è almeno in parte influenzato dalla nostra conoscenza della specie biologica a cui apparteniamo.
Nell’analizzare il modo in cui ci vediamo e ci conosciamo, credo sia impossibile non fare riferimento a ciò che possiamo definire l’essere umano “normale” o “medio”, vale a dire l’essere umano più comune, o più “umano”.
Capita a volte di qualificare certi comportamenti, e certi caratteri individuali, come disumani. Ovviamente ogni essere umano è umano e non può essere considerato disumano per definizione. Tuttavia alcuni pensano che si possa essere umani in gradi diversi, cioè più o meno umani.
Vedere se stessi in un certo modo implica fatalmente giudicare se stessi, soprattutto su tre piani: quello etico, quello estetico e quello intellettuale, e su ognuno di essi è inevitabile un confronto con gli altri. E sorgono domande consce o inconsce come: sono più o meno buono rispetto agli altri? Sono più o meno bello? Più o meno intelligente? Più o meno sapiente? Più o meno sano o malato? Più o meno capace? Più o meno competitivo? Ecc.
A prescindere dal confronto con gli altri, vedere e conoscere se stessi implica anche capire i meccanismi alla base del proprio comportamento, sia in senso fisico che emotivo, vale a dire capire perché ci comportiamo o non ci comportiamo in certi modi, e perché proviamo certi sentimenti e non altri. In tal senso è come osservare una macchina e i meccanismi che ne fanno parte.
E dopo che abbiamo visto noi stessi, che abbiamo stabilito come siamo fatti, sia in confronto agli altri, sia internamente, cosa facciamo di questa auto-conoscenza?
Possiamo usarla per cercare di migliorare noi stessi per quanto possibile, e/o per migliorare il modo in cui ci relazioniamo e interagiamo con gli altri. Per questo motivo è importante vedere se stessi realisticamente, senza farsi illusioni, specialmente per quanto riguarda gli aspetti a nostro avviso meno pregevoli. Intendo dire che dovremmo cercare la verità su noi stessi anche negli aspetti più dolorosi o vergognosi, ammesso che ci siano aspetti di cui uno si dovrebbe vergognare.
Per concludere, osservando noi stessi, credo che non dovremmo avere alcuna auto-compassione, ma nemmeno moralismo o perfezionismo. Insomma non dovremmo giudicarci prematuramente, ma piuttosto dovremmo tener presente che i nostri giudizi etici, estetici e intellettuali sono spesso affetti da pregiudizi infondati, che abbiamo appreso dagli altri o costruito noi stessi.
Ed ora a voi la parola.
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La volta scorsa abbiamo parlato del conoscere in generale. Stasera ci concentriamo sulla conoscenza di se stessi, ovvero di noi stessi. Vogliamo infatti parlare di noi sia come soggetti che come oggetti di conoscenza.
Credo che le definizioni e le considerazioni che abbiamo espresso a proposito della conoscenza in generale (cioè la conoscenza del mondo esterno, compresa la conoscenza degli altri), valgano anche per la conoscenza di noi stessi, a meno che non riteniamo che la conoscenza di se stessi possa essere raggiunta solo mediante modalità peculiari, specifiche, diverse da quelle usate per conoscere cose a noi esterne.
L’espressione “conoscere se stessi”, molto nota nella forma ammonitrice “conosci te stesso”, è famosa in quanto si racconta, tra l’altro, che fosse scritta nel tempio di Apollo a Delfi o pronunciata dall’oracolo di Apollo, e fu anche citata da Socrate (secondo uno scritto di Senofonte).
Il significato di tale frase non è esplicito, ma molti concordano sul fatto che sia un invito a considerare i propri limiti e le proprie debolezze, a non sconfinare nell’arroganza, a non sopravvalutarsi. O, al contrario, un invito a scoprire in sé delle potenzialità nascoste. Oppure a scoprire in se stessi un daimon, o un’anima che ci illumini, ci guidi, o ci unisca alla divinità.
Comunque sia, io credo che conoscere se stessi sia molto difficile, a meno che non ci limitiamo alla conoscenza degli aspetti esteriori della nostra persona, essendo essi in una certa misura evidenti ed oggettivi. Sarebbe in tal caso una conoscenza che chiunque altro che ci ha frequentato abbastanza a lungo potrebbe avere di noi, anzi, in quel senso gli altri potrebbero conoscerci anche meglio di noi.
Ovviamente, quando si dice “conosci te stesso” s’intende la conoscenza dalla parte interiore della nostra persona, per conoscere la quale non esiste un manuale operativo. Non solo non sappiamo come conoscere, ma non sappiamo nemmeno cosa conoscere, cosa cercare, cosa esaminare, cosa misurare.
Una conoscenza può essere più o meno razionale e più o meno irrazionale, laddove per irrazionale intendo emotiva e non logica.
Conoscere se stessi irrazionalmente consiste nel conoscere le proprie emozioni e i propri sentimenti, senza necessariamente stabilire dei collegamenti logici con il resto dei fatti della nostra persona e del mondo esterno.
Conoscere se stessi razionalmente consiste nel conoscere le proprie cognizioni su se stessi, e i collegamenti logici tra di esse. Tale conoscenza è possibile solo con riferimento ad una certa teoria della mente o della natura umana, cioè un insieme di concetti (oggetti e/o agenti consci o inconsci) e di relazioni logiche tra di essi.
In altre parole, a mio parere, è impossibile conoscere se stessi razionalmente senza far riferimento ad una certa psicologia, che può essere una di quelle annoverate nei manuali scolastici o accademici di psicologia, oppure una psicologia propria, sviluppata dal soggetto stesso. In particolare credo che la conoscenza di se stessi debba includere una serie di possibili tipi psicologici e di possibili dinamiche psichiche di riferimento.
Per concludere, io credo che la conoscenza di se stessi non possa essere dissociata dalla conoscenza degli altri esseri umani, in quanto ogni conoscenza consiste nel confronto rispetto a dei modelli di riferimento (astratti o concreti), confronto che risulta in certi gradi di somiglianza o di diversità rispetto a certi modelli, o alla misura stimata di certe grandezze, rispetto a certe unità di misura.
In altre parole, credo che conoscere un essere umano particolare (tra cui noi stessi) sia impossibile senza conoscere l’uomo in generale, ovvero la natura umana, con le sue varianze e invarianze.
A voi la parola.
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(Mio intervento al Caffè filosofico di Lione del 8/2/2022 sul tema "Comment l'élégance peut à la fois être une tenue, une parole et une théorie?")
Il dizionario Larousse definisce “eleganza” come segue:
- Qualità di qualcuno che si distingue per gusto, scelta dell'abbigliamento, maniere aggraziate, ecc
- Qualità di ciò che è di sobria bellezza e buon gusto
- Qualità di ciò che viene espresso con precisione e piacevolezza, con sobria chiarezza, senza pesantezza
- Qualità di qualcuno, del suo comportamento, che mostra distinzione morale o intellettuale
In sintesi, credo si possa dire che ciò che fa l’eleganza è allo stesso tempo la distinzione (cioè la differenza, fonte di meraviglia, rispetto a ciò che è comune), la semplicità, la leggerezza e la finezza delle forme di qualunque cosa: corpo umano, abito, arredamento, comportamento, linguaggio, idea, discorso, teoria, formula matematica ecc.
Volendo cercare il contrario di eleganza, non ho trovato nulla di meglio che il termine “kitsch” inteso come “comune”, “grossolano”, "pesante", “eccessivo”.
Non credo che l'eleganza sia misurabile oggettivamente. Intendo dire che una cosa che è elegante per qualcuno, può non esserlo per un altro. Diciamo infatti che è una questione di gusti, e dei gusti non si discute, come recita il detto latino: “de gustibus non est disputandum”. Tuttavia credo che quanto più una persona è elegante, tanto più essa è sensibile all’eleganza, cioè sa riconoscerla negli altri, per una sorta di affinità elettiva.
Io credo che il concetto di eleganza sia strettamente legato a quello di bellezza. Direi infatti che l’eleganza è un particolare tipo di bellezza, vale a dire: una bellezza raffinata e delicata.
Per tale ragione, credo che per definire l’eleganza occorra prima definire la bellezza.
Ebbene, io credo che “bello” (per qualcuno) è qualsiasi cosa (oggetto, persona, luogo, suono, immagine, scritto, idea ecc.) che suscita una sensazione piacevole mediante la percezione delle forme e/o informazioni che quella cosa emana. In tal senso, confrontando due cose belle, direi che la più elegante è quella che comporta la minore quantità di informazioni, ovvero quella che ha la formula descrittiva, generativa, o genetica, più piccola e/o più semplice.
Per me è fondamentale l’aspetto emotivo della bellezza, e dell’eleganza, vale a dire il piacere mentale che essa suscita, in senso ormonale. Quando questo piacere supera una certa soglia si può parlare di “incanto”.
In altre parole, una cosa estremamente bella o estremamente elegante è “incantevole”, in quanto incanta, affascina, stordisce, stupisce il suo percettore, come per effetto di una droga (infatti le droghe vengono chiamate anche “stupefacenti”).
Pertanto, la bellezza (e ancor più l’eleganza) potrebbe essere definita come una droga non chimica, ma costituita da informazioni percepite ed elaborate dal sistema nervoso del percettore secondo logiche e meccanismi che alcuni neuroscienziati (come il prof. Semir Zeki, docente di neuroestetica) stanno studiando.
A tal proposito, io credo che uno dei bisogni umani primari sia quello di bellezza (intesa nel senso detto sopra). La bellezza è infatti soddisfacente e disarmante, vale a dire che quando siamo sotto il suo effetto, la vita ci sembra più piacevole, più sopportabile, più amichevole, più felice (o meno infelice).
È per questo, a mio avviso, che la bellezza (delle cose e delle persone) è stata sempre sfruttata dall’uomo per convincere la gente a comprare certi prodotti, a seguire certi leader, a sottomettersi a certe autorità, a credere in certe religioni e ad accettare certe relazioni sociali, tra cui, in primis, quelle erotiche e quelle coniugali.
Per concludere, non credo di aver fatto un discorso elegante, se non altro perché ci ho messo dentro troppe cose.
Prima di darvi la parola credo sia utile esaminare i significati dei termini “bisogno” e “desiderio”.
Il vocabolario Treccani definisce bisogno come:
- mancanza di qualche cosa di necessario
- necessità di procurarsi ciò che manca per raggiungere un fine determinato, oppure ciò che è ritenuto utile per il conseguimento di uno stato di benessere materiale o morale
- desiderio
- la cosa che occorre
Da un punto di vista filosofico, psicologico e biologico, io definirei il bisogno come qualcosa che è necessario conseguire per sopravvivere e/o per mantenersi in buona salute e serenità. In altre parole direi che i bisogni umani sono cose senza le quali un essere umano non può sopravvivere, si ammala o soffre gravemente.
Il vocabolario Treccani definisce desiderio come:
- sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale
- sentimento della mancanza di cosa necessaria al nostro interesse fisico o spirituale
Da un punto di vista filosofico, psicologico e biologico, io definirei il desiderio come un sentimento di attrazione verso qualcosa o qualcuno, e la spinta a possedere la cosa o persona desiderata, o a entrare in una certa relazione con essa. In altre parole direi che i desideri umani sono obiettivi verso cui la persona tende, e il cui mancato raggiungimento non provoca danni alla salute o sofferenze gravi.
Come abbiamo visto dalle definizioni Treccani, c’è una certa sovrapposizione tra i significati di bisogno e desiderio, e infatti credo che a volte è difficile distinguere se ciò che si cerca di ottenere corrisponde all’uno o all’altro. Potremmo comunque dire che si desidera ciò di cui si ha bisogno, anche se si può desiderare qualcosa di cui non si ha bisogno.
Vorrei inoltre introdurre un ulteriore termine, che riunisce i concetti di bisogno e di desiderio: quello di motivazione, vale a dire qualcosa che muove, o anima, una persona, che la spinge a comportarsi in certi modi e ad evitare di comportarsi in certi altri modi. In tal senso potremmo dire che l'uomo è motivato a soddisfare i propri bisogni e desideri.
Chiarito cosa s’intende (o che io intendo) con i termini bisogno, desiderio e motivazione, vorrei dire qualcosa sull’importanza del tema di questo caffè filosofico.
Secondo me i bisogni e i desideri umani sono importanti per varie ragioni.
In primo luogo perché abbiamo bisogno di distinguere, per il nostro bene, i bisogni dai desideri, e i bisogni e i desideri sani e utili da quelli patologici o futili.
In secondo luogo perché comprendere i bisogni e i desideri umani, che sono più o meno simili da persona a persona, ci permette di spiegare i comportamenti propri e altrui, se assumiamo che il comportamento di un essere umano sia determinato dalle proprie motivazioni, cioè dai suoi bisogni e dai suoi desideri.
In terzo luogo perché è utile capire l’origine, cioè la genealogia, dei bisogni e dei desideri, e di conseguenza le possibilità di modificarli per migliorare il comportamento umano in termini etici, economici ed edonistici. Insomma ritengo interessante esaminare il rapporto tra motivazioni e benessere (o malessere).
oOo
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Il vocabolario Treccani definisce il termine “verità” come:
- carattere di ciò che è vero, conformità o coerenza a principi dati o a una realtà obiettiva
- ciò che è vero relativamente a determinati fatti
- affermazione o conoscenza rispondente a un concetto superiore e ideale del vero
- ciò che è vero in senso assoluto
Lo stesso vocabolario definisce l’aggettivo “vero” come:
- ciò che è realmente ciò che dice il suo nome
- effettivo e reale
- giusto, esatto
- che rappresenta un fatto o una situazione fedelmente, tale quale è
- conforme alla realtà
- schietto, genuino, non falsificato o adulterato, non artificiale
- con riguardo ai sentimenti: sincero e profondo
- indica la pienezza del significato espresso
- la realtà esistente e concreta
Tali definizioni richiamano i concetti di: realtà, fatto, conformità, obiettività, ideale, assoluto, effettività, concretezza, esattezza, giustezza, genuinità, sincerità, profondità, pienezza.
A partire da queste definizioni e dai concetti correlati, ritengo si possano porre questioni come le seguenti:
- La verità è qualcosa di assoluto o può essere relativa? In altre parole, una verità può essere parziale o limitata a certi aspetti di una realtà?
- Un’affermazione può essere vera e falsa allo stesso tempo? Cioè parzialmente vera e parzialmente falsa?
- Verità e falsità possono convivere?
- Una verità deve essere dimostrabile per potersi definire come verità?
- E’ possibile definire come vera un’affermazione il cui significato non sia definito in modo chiaro e oggettivo?
- Ha senso parlare di verità riguardo a fatti complessi e difficilmente definibili in modo completo ed esatto?
- La verità è un dato di fatto universale e oggettivo, una opinione personale o una convenzione sociale?
- La verità riguarda l’essere, il divenire o l’accaduto?
- Ha senso parlare di verità per quanto riguarda le intenzioni e le motivazioni (consce o inconsce) di una persona?
- Si può parlare di verità per quanto riguarda una religione?
- Si può parlare di verità per quanto riguarda i giudizi politici?
- Esistono verità incontrovertibili riguardo alla natura umana?
A voi la parola.
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[Introduzione al caffè filosofico del 27/1/2022 sul tema "Il declino della società occidentale"]
In che senso la cosiddetta società “occidentale” (di cui noi italiano facciamo certamente parte) sarebbe in declino? Forse in senso civile, politico, morale? Oppure nel senso di un’egemonia politica ed economica rispetto ad altre società, con particolare riguardo a quelle dell’est asiatico? Forse i due sensi sono correlati.
Paradossalmente, l’inizio del declino, in quanto percepito come tale dalla maggior parte della popolazione occidentale, ha coinciso, a mio avviso, con la caduta del muro di Berlino, cioè con la fine della guerra fredda tra capitalismo e comunismo, e la vittoria schiacciante del primo sul secondo. Forse prima di allora il comunismo sovietico era visto da molti come ostacolo e minaccia per il progresso umano, quindi come ostacolo esterno, come comune nemico.
Oggi dobbiamo ammettere che gli ostacoli al progresso non erano solo esterni ma anche interni alla nostra società occidentale, la quale è essenzialmente capitalistica.
Qui dovremmo fare attenzione a non cadere nell'errore opposto, vale a dire che non dovremmo vedere semplicemente nel capitalismo la causa del nostro declino. Sì, perché il capitalismo non è solo una causa di certe conseguenze, ma anche una conseguenza di certe cause che forse non abbiamo indagato abbastanza.
Infatti, ammesso che si possa considerare il capitalismo come causa principale del nostro declino, dobbiamo chiederci chi voglia il capitalismo stesso, perché non siamo stati capaci finora di farne a meno e se sia sostituibile con altre forme di economia e di politica. Oppure se non possiamo fare altro che regolarlo per moderarne gli effetti.
D'altra parte, il capitalismo c’era ben prima dell’inizio del nostro declino, e credo abbia contribuito al progresso della nostra società non solo in senso economico, ma anche civile, politico e morale, se confrontiamo il mondo capitalista con quello pre-capitalista.
Allora chiediamoci perché oggi il capitalismo non sembra più in grado di produrre progresso civile.
Credo che la risposta sia da ricercare non nella natura intrinseca del capitalismo stesso, ma nelle condizioni al suo contorno, e, paradossalmente, nel maggiore benessere materiale e morale che esso ha portato, oltre alla sovrappopolazione, alla concorrenza tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, e alla impossibilità di continuare una crescita illimitata, a causa dei danni ecologici, e del tendenziale esaurimento delle materie prime e dei beni agricoli, ittici e forestali.
Se osserviamo il problema del declino dal punto di vista morale, ovvero da quello della felicità delle persone, non possiamo tuttavia ignorare la correlazione tra il benessere materiale e quello morale, e il fatto che l’uomo è tanto più aggressivo ed egoista quanto minore è la disponibilità di risorse, cioè quando non ve ne sono a sufficienza per tutti.
Altre cause del declino possono essere cercate nell’infiacchimento morale delle masse dovuto al notevole aumento del benessere e della libertà (sia materiale che morale), e alla perdita di autorevolezza delle autorità intellettuali e morali precedenti, che non sono state sostituite da nuove, considerate più autorevoli.
Tali cause hanno a loro volta, a mio avviso, causato un notevole disimpegno politico e morale. In aggiunta, a causa del progresso tecnologico, abbiamo sempre meno bisogno del contatto diretto e immediato con altre persone. Ciò, a sua volta, ha diminuito il senso di appartenenza sociale (sebbene costituisca comunque un bisogno primario di ogni umano). In sintesi, l’individualismo prevale sempre più rispetto al comunitarismo.
I cambiamenti sopra menzionati costituiscono condizioni totalmente nuove, non prevedibili e non previste dagli intellettuali del passato. Per rimediare al declino che esse comportano occorrono quindi, amio avviso, una nuova filosofia e una nuova psicologia adatte ai tempi attuali.
Quali modelli di sviluppo e di cambiamento dovremmo seguire? Per ora nessuno, in quanto i modelli alternativi sono, a mio avviso, ancora tutti da inventare. Infatti mi pare che gli intellettuali del momento si limitano ad analizzare le cause del declino della nostra società ma non indicano soluzioni pratiche, al di là di tiepidi auspici e vaghe speranze.
Il tema di questo incontro è a mio avviso uno dei più importanti in assoluto, se consideriamo i bisogni la causa principale del comportamento umano in ogni suo aspetto, sia per quanto riguarda il comportamento visibile dall’esterno, ovvero le azioni e le espressioni interpersonali, sia quello interno, vale a dire i pensieri e i sentimenti, includendo nel termine “sentimenti” le emozioni, e il piacere e il dolore in ogni loro forma e intensità.
Intendo dire che se noi conoscessimo in modo approfondito e dettagliato i bisogni umani, sia quelli dell’uomo in generale, sia quelli di individui particolari, e in primis i nostri, avremmo forse la chiave di comprensione più efficace per spiegare ogni comportamento umano.
Il tema di oggi si propone di confrontare i bisogni innati con quelli indotti, dando per scontato che ogni essere umano abbia dei bisogni innati (ovvero genetici, o primari) e dei bisogni indotti dalle interazioni con l’ambiente naturale e con quello sociale. Tuttavia credo che prima di parlare di bisogni indotti dovremmo parlare in senso più generale di bisogni acquisiti, e tra questi distinguere quelli indotti da altri (cioè da persone che ci hanno influenzato e dai mass media) e quelli che noi stessi abbiamo sviluppato attraverso le nostre esperienze, in una sorta di auto-induzione.
Intendo dire che ogni umano, attraverso le proprie esperienze, scopre o impara modalità, metodi, strumenti, o più in generale, mezzi per soddisfare i propri bisogni innati. Tali mezzi “appresi” costituiscono a loro volta dei bisogni che potremmo definire secondari, o “strumentali” in quanto necessari per soddisfare i bisogni innati. In altre parole, io suppongo che i bisogni umani siano strutturati a più livelli, dove al livello più alto ci sono i bisogni innati e al disotto ci sono vari livelli, in ognuno dei quali si sviluppano dei bisogni acquisiti (indotti o autoindotti) che servono a soddisfare i bisogni del livello immediatamente superiore.
In tale ottica possiamo considerare i desideri come mezzi per soddisfare dei bisogni. A tal proposito io definisco “bisogno” una motivazione che se non viene soddisfatta provoca la morte o una grave disfunzione organica o psichica, e “desiderio” una motivazione che se non viene soddisfatta provoca solo un dispiacere o una sofferenza di durata più o meno lunga, ma non una disfunzione organica o psichica.
Infine penso che il piacere e il dolore siano connessi strettamente alla soddisfazione e alla frustrazione di bisogni e di desideri. Suppongo infatti che il piacere sia il segnale con cui l’organismo fa sapere alla coscienza che stiamo soddisfacendo una motivazione, e il dolore il segnale con cui l’organismo ci avverte che stiamo frustrando una motivazione.
Detto questo, vi suggerisco di rispondere a domande come le seguenti:
- Quali sono i bisogni innati dell’uomo in generale e come si differenziano e si modulano nei diversi tipi umani, cioè nei diversi caratteri e temperamenti?
- Di cosa ha bisogno un essere umano per vivere una vita soddisfacente?
- In quale misura conosciamo i nostri bisogni e i bisogni umani in generale?
- Vi sono bisogni innati che la nostra cultura tende a considerare immorali, o politicamente scorretti pur esendo naturali e in tal senso sani?
- I bisogni indotti sono generalmente dannosi o alcuni di essi possono essere utili ai fini di una pacifica e produttiva convivenza sociale?
- Quali sono i bisogni indotti più deleteri nel senso che danno luogo alla frustrazione di bisogni innati o provocano problemi e conflitti sociali?
- Come possiamo liberarci dai bisogni indotti malsani?
- Che relazione c’è tra bisogni indotti e conformismo? E’ possibile liberarsi dai bisogni indotti dalla società senza isolarsi socialmente?
A voi la parola.
Vedi anche “Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana“
Il vocabolario Treccani definisce il pacifismo come segue:
“Dottrina, o tendenza, che rifiuta e condanna il ricorso alla guerra e a ogni tipo di scontro armato o di aggressione come mezzi per risolvere le controversie internazionali, e vuole dimostrare la necessità del mantenimento o ristabilimento della pace tra i popoli, da raggiungere solo attraverso trattative o arbitrati.”
Nell’articolo dell’Enciclopedia Treccani sul pacifismo si legge tra le altre cose:
“Nel complesso, il pacifismo degli ultimi decenni è ispirato sia a ragioni di tipo etico-religioso (il rifiuto della guerra in linea di principio), sia a ragioni di tipo politico, che vedono nella guerra interessi di tipo economico legati al capitalismo.”
Nell’articolo di Wikipedia sul pacifismo leggiamo, tra le altre cose:
Il termine si riferisce a un ampio spettro di posizioni, che vanno dalla specifica condanna della guerra a un approccio totalmente nonviolento alla vita.
In definitiva, il pacifismo può avere basi etiche (la convinzione che la guerra sia moralmente sbagliata) oppure pragmatiche (la convinzione che la guerra non sia mai efficace).
Il pacifismo si esprime in un ampio ventaglio di posizioni, da quelle più moderate a quelle più estremiste. Esistono difatti specifiche concezioni di pacifismo fondate essenzialmente su credenze religiose (e quindi su basi fondamentalmente etiche), oppure su ideologie politiche (con combinazioni variabili di etica e pragmatismo).
Pacifista è il sostenitore della pace "senza se e senza ma", anche quando l'azione bellica sia giustificata per il suo carattere "preventivo".
Su tutte le altre forme di violenza [oltre le guerre tra stati o tra popoli] bisognerebbe soffermarsi caso per caso, con il rischio di generalizzare e dunque di banalizzare il concetto. In questo senso, è bene evitare di effettuare un qualsivoglia parallelo tra le situazioni di guerra e i conflitti interpersonali.
In un testo taoista, è scritto: “Ecco che son l'armi: strumenti del malvagio, non strumenti del saggio, il quale li adopra solo se non può farne a meno.
Fine delle citazioni dall’articolo di Wikipedia.
Alla luce di quanto sopra, a mio avviso occorre distinguere due tipi di pacifismo, che chiamerei il primo “assoluto” e il secondo “relativo”.
Il pacifismo assoluto si oppone alla guerra in ogni caso, cioè non solo si oppone alla preparazione e alla messa in atto di operazioni belliche nei confronti di altri paesi per qualsiasi motivo, ma si oppone anche a legittime operazioni belliche difensive. La risposta del pacifismo assoluto alle azioni belliche di uno stato aggressore, è infatti una resistenza non violenta, anche nel caso in cui l’aggressore porta avanti la sua azione distruttiva e criminale finché non ottiene ciò che desidera, ovvero la sottomissione completa della popolazione aggredita.
Il pacifismo relativo, invece, pur opponendosi alla guerra come mezzo per risolvere conflitti tra stati, ammette l’uso della violenza a scopo difensivo quando non vi sono realisticamente possibilità non cruente di evitare la sottomissione all’aggressore.
Il pacifismo assoluto è concettualmente piuttosto semplice in quanto non prevede eccezioni alla regola della non violenza (per cui è preferibile lasciarsi sottomettere piuttosto che rispondere aggressivamente).
Il pacifismo relativo è invece complesso e difficile da applicare perché richiede una valutazione (solitamente soggettiva e ipotetica) delle intenzioni dell’aggressore, ovvero dei suoi obiettivi, e del modo in cui reagirebbe alle varie forme di resistenza, di difesa e di reazione in generale.
A tal proposito, volendo considerare il pacifismo su un piano pragmatico e concreto, vi suggerisco di riflettere sul ruolo che esso ha avuto poco prima e durante la seconda guerra mondiale, come pure durante la guerra attualmente in corso tra la Russia e l’Ucraina. In altre parole, mi chiedo, e vi chiedo, come sarebbero andate le cose se il pacifismo assoluto avesse prevalso prima e durante la seconda guerra mondiale, e cosa potrebbe succedere se prevalesse oggi per quanto riguarda la guerra russo-ucraina.
Inoltre mi piacerebbe avere una vostra opinione sugli scopi e sull'efficacia delle manifestazioni pacifiste che avvengono anche in questi giorni in varie città del mondo e a cui partecipano migliaia di persone. In particolare mi piacerebbe capire a chi sono rivolte tali manifestazioni e quali effetti sperano realisticamente di ottenere dalle parti in causa.
Infine, considerando un conflitto tra due stati, in cui uno appare come aggressore ingiustificato e l'altro come vittima incapace di difendersi adeguatamente, gradirei sapere quando, secondo voi, uno stato terzo ha il dovere morale di intervenire a difesa di quello soccombente.
A voi la parola.
(Introduzione al caffè filosofico del 8/9/2022)
Il tema che oggi affrontiamo presenta, a mio avviso, tre problematiche principali.
La prima riguarda la natura della competizione tra esseri umani, e in particolare la sua ragion d’essere, i danni e i benefici che essa produce, e la questione se essa sia evitabile o regolabile.
La seconda riguarda la relazione tra competizione e morale, ovvero se, in quali casi e in quale misura la competizione debba essere considerata immorale.
La terza problematica, che è conseguenza delle prime due, riguarda il fatto che la competizione avviene spesso in modo nascosto, dissimulato o rimosso (in senso psicoanalitico), sia per aumentarne l’efficacia, sia perché non si vuole apparire come immorali né agli occhi altrui, né a quelli propri.
Per “conflitto” intendo l’effetto di una competizione, cioè la messa in campo di forze, armi, strumenti e risorse, e l’attuazione di tattiche ei strategie da parte di una persona o di un gruppo, allo scopo di prevalere rispetto ad un’altra persona o gruppo per il possesso esclusivo di certe risorse o il raggiungimento di certe posizioni gerarchiche o di prestigio. Direi quindi che un conflitto è una competizione attiva, cioè in azione, e che dietro ogni conflitto c’è una competizione, ovvero l’intenzione di prevalere in uno o più contesti. D’altra parte una competizione che non ha ancora dato luogo a conflitti conclamati può essere definita come conflitto “in potenza”.
Suppongo che la competizione tra esseri umani sia innata, ovvero scritta nel nostro codice genetico, e che corrisponda ad un bisogno o istinto specifico. Infatti mi sembra plausibile che essa abbia un valore in senso evoluzionistico, nel senso che prevalgono e si riproducono più facilmente e con i migliori partner sessuali, gli individui più competitivi, che sono anche quelli più sani, più forti e più intelligenti. Tuttavia anche il bisogno di cooperazione è innato e indispensabile per la conservazione della specie, per cui ci deve essere un equilibrio tra bisogno di cooperazione e bisogno di competizione.
La relazione tra competizione e morale è molto stretta. Infatti l’obiettivo della morale è soprattutto quello di eliminare o ridurre la competizione e i conflitti che ne conseguono. La logica di una morale consiste nel promettere benefici (immediati e/o dopo la morte) in cambio di una rinuncia a competere o a confliggere. Il beneficio immediato più evidente è quello di favorire la cooperazione sociale (di cui abbiamo un assoluto bisogno), ottenere la pace (evitando così i danni e lo stress dei conflitti) e ottenere l’approvazione e i favori da parte delle autorità (politiche, religose, intellettuali, familiari, comunitarie) a tutti i livelli di aggregazione sociale.
Dobbiamo tuttavia osservare che in molti casi è la stessa morale (religiosa o patriottica) a chiedere all’individuo, o ad imporgli, di partecipare ad un conflitto.
L’effetto della morale sulla competizione, come su altre tendenze umane ritenute immorali, non è tanto quello di ridurre i comportamenti immorali, ma quello di dissimularli. Intendo dire che la mente umana tende a rimuovere nell’inconscio le immoralità del soggetto, e a “giustificarle” cioè a rendere leciti i propri comportamenti secondo logiche accomodanti ed elastiche, e a dare pesi diversi alle immoralità proprie e altrui.
Subito dopo l’essere accettati in una comunità, abbiamo bisogno di conquistare in essa la posizione gerarchica (formale o informale, esplicita o implicita) più alta che ci sia possibile raggiungere in funzione delle nostre risorse e capacità, e di difenderla nella competizione con gli altri.
Tuttavia difficilmente una persona ammette che ha fatto ciò che ha fatto per aumentare il proprio status sociale o per evitare una sua diminuzione, ma questa, come spiega bene Will Storr nel suo libro “The Status Game”, è una delle motivazioni più comuni del comportamento umano in ogni contesto sociale (perfino nei caffè filosofici!).
Per concludere, io penso che dovremmo prendere coscienza del nostro istinto di competizione e accettarlo, per controllarlo meglio, ovvero per evitare che dia luogo a comportamenti inutili o controproducenti. Negare di essere competitivi e di essere sempre impegnati nel “gioco dello status” costituisce un inganno e un autoinganno che non ci aiuta a mantenere la competizione e i conflitti entro limiti sostenibili per noi stessi e per gli altri.
(Vedi anche Interdipendenza, cooperazione, competizione, violenza, autorità)
Il tema del nostro caffè filosofico di stasera pone una domanda di importanza fondamentale: cioè se l’etica sia, o dovrebbe essere, universale, cioè uguale per tutti, immutabile nel tempo e applicabile in ogni contesto e in ogni gruppo umano, oppure se sia necessariamente variabile, relativa e contestuale.
In sintesi, ci stiamo chiedendo se l’etica sia, o debba essere, assoluta o relativa.
Diversi papi, compreso quello attualmente in carica, hanno usato il termine “relativismo etico” in senso dispregiativo, come se un’etica relativa, o relativistica, non potesse essere buona, valida, utile o accettabile. Ma è proprio così?
Certo, l’etica promossa da una religione non può che rifarsi alle proprie sacre scritture, nell’interpretazione data dal suo clero (almeno nel caso del cattolicesimo), e in tal senso è universale e assoluta, a meno che l’interpretazione delle sacre scritture non sia di per sé personale, relativa e storicamente variabile, cosa che non ho mai sentito affermare da alcuna Chiesa, almeno in modo ufficiale.
Per rispondere alla domanda che costituisce il tema di stasera, dovremmo prima di tutto chiarire il significato del termine “etica” e stabilire quali siano i suoi fondamenti, ovvero la sua genealogia e le sue finalità. Lo stesso dovremmo fare per il termine “morale” che viene spesso usato come sinonimo di “etica”. I due termini sono comunque strettamente connessi anche quando non sono usati come sinonimi.
Il vocabolario Treccani così definisce l’etica: “Nel linguaggio filosofico, ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo, soprattutto in quanto intenda indicare quale sia il vero bene e quali i mezzi atti a conseguirlo, quali siano i doveri morali verso sé stessi e verso gli altri, e quali i criterî per giudicare sulla moralità delle azioni umane”.
Lo stesso vocabolario definisce così il sostantivo “morale”: “Insieme di consuetudini e di norme riconosciute come regole di comportamento da una persona, un gruppo, una società, una cultura”.
Ai termini “etica” e “morale” sono spesso associati termini come: bene, male, piacere, dolore, sincerità, falsità, regole, leggi, impegni, responsabilità, giudizio, colpa, innocenza, condanna, punizione, egoismo, altruismo, criminalità, violenza, competizione, solidarietà, obbedienza, conformità, conformismo, fedeltà, tradimento, pacifismo, suprematismo, uguaglianza, disuguaglianza, religione, ateismo, carità, compassione, empatia, determinismo, libero arbitrio, scelta, giustizia, rispetto, educazione, desideri, diritti, doveri, tolleranza, progresso, volontà, ecc.
A proposito di etica e di morale (qui usati come sinonimi), vi sottopongo la seguente serie di domande come spunti per la discussione:
- a cosa serve la morale?
- chi beneficia di una morale?
- può una comunità o una società sopravvivere senza che i suoi membri seguano regole morali?
- chi stabilisce le regole morali di una comunità o di una società? Da dove provengono?
- chi ha il diritto di giudicare la moralità del comportamento di una persona?
- il giudizio morale è un diritto, un dovere, o entrambe le cose?
- quali sono le regole morali che vengono seguite nella nostra società occidentale opulenta e come si differenziano rispetto a quelle di altre società e dei tempi passati?
- due esseri umani possono negoziare le regole morali da seguire nelle loro interazioni tralasciando quelle delle loro comunità?
- una morale dovrebbe limitarsi a specificare quello che non si deve fare, o anche ciò che si deve fare?
Per concludere, vorrei citare un aforisma di Voltaire: “Ognuno è colpevole del bene che non ha fatto”.
A voi la parola.
Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
Come ci dice il vocabolario Treccani, l’inganno consiste in una falsa opinione, un errore di valutazione, o una illusione.
In un inganno possiamo distinguere un emettitore (l’ingannatore), un ricevitore (l’ingannato), e un messaggio (o informazione) che asserisce una falsità presentandola come verità.
Un inganno può essere consapevole o inconsapevole. È consapevole quando l’emettitore sa che l’informazione comunicata è falsa, è inconsapevole quando l’emettitore crede che l’informazione comunicata sia veritiera pur non essendo tale.
Per definizione, noi crediamo che ciò in cui crediamo sia vero, altrimenti non ci crederemmo. Tuttavia può succedere che crediamo in falsità. Questo tipo di inganno può essere dovuto alla ricezione di una informazione falsa proveniente da una fonte che riteniamo affidabile, oppure da una erronea elaborazione mentale di una nostra esperienza. Nel secondo caso possiamo parlare di “autoinganno”. Il termine “inganni della mente” che costituisce il titolo del caffè filosofico di questa sera, è da intendersi, appunto, come “autoinganno”.
A mio avviso esistono due categorie di autoinganni: quelli non funzionali e quelli funzionali. Gli autoinganni non funzionali non hanno alcuna utilità, e sono dovuti ad errori involontari e inconsapevoli della mente o del sistema nervoso in generale. Gli autoinganni funzionali servono invece ad un certo scopo inconscio, che può essere quello di ottenere un piacere o di evitare un dolore.
Daniel Goleman, nel suo libro “Menzogna, autoinganno illusione", ci insegna che la nostra attenzione e i nostri pensieri non sono volontari, ma “pilotati” da meccanismi automatici inconsci il cui scopo è la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore. Qui per dolore si intendono soprattutto l’angoscia, la paura, e lo stress mentale dovuti a incoerenze, contraddizioni, perdita di autostima, non conformità, emarginazione sociale, ecc. e per piacere s’intendono sensazioni di sicurezza, autostima, conformità, integrazione sociale, coerenza, non contraddizione ecc. In tal senso, l’errore che è alla radice dell’autoinganno consiste in lacune cognitive e salti di logica provocati dai meccanismi di cui sopra, per tutelare il benessere mentale del soggetto.
Gli autoinganni hanno generalmente una rilevanza sociale nel senso che possono essere funzionali al mantenimento di buone relazioni sociali. Infatti se viviamo in un ambiente sociale in cui la maggior parte degli altri credono in certe falsità, condividere le false credenze costituisce un fattore di coesione sociale, come ci spiega Yuval Noah Harari in questa citazione:
“Anche se dobbiamo pagare un prezzo per disattivare le nostre facoltà razionali, i vantaggi di una maggiore coesione sociale sono spesso così grandi che storie inventate normalmente prevalgono sulla verità nella storia dell’umanità. Gli studiosi lo hanno saputo per migliaia di anni, ed è per questo che [...] hanno dovuto scegliere se servire la verità o l’armonia sociale. Dovrebbero mirare a unire le persone facendo in modo che ognuno creda alla stessa falsità, o dovrebbero far conoscere la verità al prezzo della disunione? Socrate scelse la verità e fu condannato a morte. Le più potenti istituzioni sociali della storia (clero cristiano, mandarini confuciani, ideologi comunisti ecc.) hanno fatto prevalere l’unione sulla verità. Per questo erano così potenti.” [Yuval Noah Harari]
Tratto da https://www.nytimes.com/2019/05/24/opinion/why-fiction-trumps-truth.html
Anche Steven Pinker collega l’autoinganno alle emozioni e ai rapporti sociali, come spiegato nella seguente citazione:
"Trivers, portando alle sue logiche conseguenze la sua teoria delle emozioni, nota che in un mondo pieno di macchine rivelatrici delle falsità la miglior strategia è quella di credere alle proprie menzogne. Non puoi far scoprire le tue intenzioni nascoste se non pensi che siano le tue intenzioni. Secondo questa teoria dell'autoinganno, la mente cosciente nasconde a se stessa la verità per meglio nasconderla agli altri. Ma la verità è utile, e perciò dovrebbe essere registrata da qualche parte nelle mente, ben protetta dalle parti che interagiscono con le altre persone." [Steven Pinker]
Il tema dell’autoinganno mi sta molto a cuore perché lo ritengo fondamentale per comprendere la natura umana e i mali della società. Ad esso ho dedicato un lungo capitolo del mio libro “Psicologia dei bisogni” che vi invito a leggere per un approfondimento del tema stesso (https://psicologiadeibisogni.dardo.eu/autoinganno/).
oOo
L’espressione «senso della vita» è quanto mai vaga e il suo significato non univoco. Perciò, prima di parlare del senso della vita, ritengo utile esplorare i vari significati che possono essere associati a tale espressione.
In realtà è il termine «senso» che è problematico, anche quando viene usato con altri genitivi, come ad esempio «senso di un discorso», «senso di un comportamento», «senso di un evento», «senso di una legge» ecc.
Il vocabolario Treccani definisce il “senso” in vari modi, tra cui i seguenti:
- la facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni
- l’esercizio della facoltà di sentire, l’attività degli organi di senso
- coscienza, consapevolezza in genere
- uno stato d’animo, una sensazione, un atteggiamento psichico
- la capacità di sentire, in quanto presuppone un discernimento tra il reale e l’irreale, tra il bene e il male, tra il bello e il brutto, tra il conveniente e lo sconveniente ecc.
- il contenuto e il valore significativo di un elemento linguistico (sinonimo di significato)
- orientazione, direzione secondo la quale si effettua un movimento
Alla luce delle definizioni sopra elencate, il termine “senso della vita” credo possa essere inteso come “direzione” o “scopo” e al tempo stesso come “valore”, “significato” e “origine”. Potremmo perciò riunire tutte queste accezioni nella parola: “perché”, e sostituire l’espressione “il senso della vità” con “il perché della vita”, dove col termine “perché” s’intende una causalità e/o una finalità.
Possiamo allora farci domande come le seguenti:
- da cosa ha origine la vita?
- la vita esiste per qualche finalità?
- la vita finisce o non finisce?
- perché ogni vita prima o poi finisce?
- a che, e a chi, serve la vita?
Io credo che noi umani ci poniamo tutte queste domande perché la vita è problematica a causa delle emozioni, che io considero come varie forme e intensità di dolore e/o di piacere, o loro anticipazioni. Perciò aggiungerei questa domanda:
- perché esistono il dolore e il piacere?
Ovviamente le risposte saranno molto diverse a seconda che chi risponde sia credente in una certa religione, oppure ateo o agnostico.
Per i filosofi esistenzialisti, e in particolare per Albert Camus, la vita non ha alcun senso al di fuori di quello puramente biologico, per cui il problema più importante della filosofia è se valga la pena di vivere. Da tale affermazione consegue che chi non decide di suicidarsi deve dare egli stesso un senso alla propria vita, in modo da viverla nel migliore dei modi, ovvero con il minor dolore e il maggior piacere possibile, tenendo conto che siamo animali sociali, per cui per ottenere la cooperazione da parte degli altri occorre cercare di soddifare i bisogni e i desideri altrui, oltre che i nostri.
Per quanto detto sopra, credo che abbia “senso” chiederci:
- come conviene comportarci, e in cosa conviene credere, affinché la nostra vita e quella delle persone per noi importanti sia la più piacevole e la meno dolorosa possibile?
Per concludere, il tema di questa sera contiene l’avverbio “oggi”, il che presuppone che il senso della vita sia stato interpretato, o sentito, in modo diverso nelle diverse epoche, e che il senso che attualmente troviamo in essa, o che noi stessi le diamo, è diverso da quello trovato o dato dai nostri predecessori. Aggiungerei perciò le seguenti domande:
- quali sono le differenze di senso della vita nelle varie epoche e nelle varie culture?
- quali sono i motivi di tali differenze?
A voi la parola!
Il vocabolario Treccani definisce l’intelligenza, tra l’altro, come segue:
- Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento.
- […] è propria dell’uomo, in cui si sviluppa gradualmente a partire dall’infanzia e in cui è accompagnata dalla consapevolezza e dall’autoconsapevolezza.
- [...] entro certi limiti (memoria associativa, capacità di reagire a stimoli interni ed esterni, di comunicare in modo anche complesso, ecc.), è riconosciuta anche agli animali, spec. mammiferi (per es., scimmie antropomorfe, cetacei, canidi).
- Nella terminologia filosofica, il termine equivale sostanzialmente a intelletto.
- Attitudine a intendere bene, con facilità e prontezza
- Lo spirito stesso, o l’uomo, in quanto intende.
- Competenza, esperienza in qualche campo del sapere o anche nella professione o in cose pratiche.
- In cibernetica, intelligenza artificiale: riproduzione parziale dell’attività intellettuale propria dell’uomo (con partic. riguardo ai processi di apprendimento, di riconoscimento, di scelta).
Sulla base di tali definizioni, al termine “intelligenza” possono essere associati concetti come i seguenti: pensiero, comprensione, intelletto, spiegazione, astrazione, intendere, intenzione, competenza, soluzione di problemi, giudizio, razionalità, ragione, adattamento, consapevolezza, autoconsapevolezza, memoria associativa, comunicazione, capacità di reagire a stimoli, spirito.
Alcune problematiche relative all’intelligenza possono essere riassunte in domande come le seguenti:
- ci può essere intelligenza senza consapevolezza?
- ci può essere competenza senza intelligenza?
- in quale misura l’intelligenza è una caratteristica innata e in quale misura può essere appresa e sviluppata?
- è possibile un’intelligenza senza sentimenti né emozioni?
- l’intelligenza presuppone delle finalità, dei valori?
- a cosa serve l’intelligenza?
- l’intelligenza si può misurare oggettivamente?
- come si può misurare o valutare l’intelligenza?
- può una persona A meno intelligente di una persona B valutare l’intelligenza di B?
- può una persona valutare la propria intelligenza?
- l’intelligenza è qualcosa di unitario o esistono diverse intelligenze?
- cosa s’intende per intelligenza emotiva?
- il grado d''intelligenza di una persona dovrebbe o potrebbe essere usato per stabilire la sua posizione gerarchica nelle organizzazioni umane?
- il contrario di intelligenza è stupidità?
- una persona molto intelligente in generale, può essere stupida in qualche campo o problematica particolare?
- la paura, l’amore, l’odio, la bellezza, l’attrazione fisica, possono influire negativamente o positivamente sul funzionamento dell’intelligenza?
- in quale misura e in quali problematiche l’intelligenza artificiale può sostituire o superare quella umana?
- le piante possiedono un’intelligenza?
- gli organi di un organismo vivente (a partire dalle cellule) possiedono un’intelligenza?
- che relazione c’è tra “mente” (o psiche) e “intelligenza”?
- che relazione c'è tra intelligenza e razionalità?
A voi la parola!
La morte può essere definita come la definitiva cessazione delle funzioni vitali (biologiche) nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o elemento costitutivo di esso.
Seguono alcuni spunti di riflessione sul tema della morte.
Da un punto di vista scientifico, sulla morte possiamo porci alcune domande come le seguenti:
- quali sono le cause biologiche (a livello microscopico fisico-chimico-informativo) della morte di un essere vivente o di un suo elemento costitutivo?
- è possibile riportare in vita un organismo o un suo elemento costitutivo morto?
- la morte è da considerarsi un accidente o un evento programmato nel DNA?
- la morte è utile a qualcuno o qualcosa?
- è possibile comprendere la morte senza comprendere la vita? In altre parole, è possibile comprendere il senso della morte senza comprendere il senso della vita?
- per quanto riguarda la vita della mente, c’è differenza tra la morte e l’anestesia totale o il coma?
Da un punto di vista antropologico, sociologico e psicologico la morte di una persona è un evento che incide nella vita di una comunità in quanto modifica un assetto sociale e delle relazioni interpersonali. A tal proposito ci possiamo porre domande come le seguenti:
- quali possono essere le ripercussioni della morte di una persona nei singoli superstiti che avevano avuto rapporti con essa e nella comunità in cui la persona morta agiva?
- da cosa dipende la paura della morte, e perché alcuni hanno paura di morire e altri no?
- perché molti non possono accettare l’idea che dopo la morte di essi non resti nulla?
- che differenza c’è per una persona tra ciò che diventa dopo la sua morte e ciò che era prima della sua nascita?
- che senso ha la pena di morte nel diritto (ove prescritta)?
- a che e a chi serve un funerale?
- a che e a chi servono i cimiteri?
- perché il lutto può essere vissuto in modi molto diversi nelle diverse culture? (in alcune in tristezza, in altre in allegria)
- è meglio pensare o non pensare al fatto che prima o poi dovremo morire?
- donare i propri organi per un trapianto equivale a continuare a vivere in una certa misura?
- come sarebbe la società se nessuno avesse paura di morire?
Da un punto di vista religioso o spirituale sulla morte ci possiamo porre domande come le seguenti:
- c’è qualcosa di “vivo” (che possiamo chiamare “anima”) che sopravvive alla morte fisica di una persona e che conserva un ricordo della persona stessa?
- è possibile comunicare con le anime dei morti?
- le anime dei morti possono influenzare i vivi?
- la morte di una persona può essere “voluta” o "richiesta" dalla Divina Provvidenza?
- il suicidio è immorale?
- l’eutanasia è immorale?
- perché in alcune culture i morti sono (stati) adorati come divinità?
- perché certe culture hanno celebrato sacrifici religiosi di animali e perfino di esseri umani?
- che funzione ha avuto la morte di Gesù?
- che funzione ha avuto la resurrezione di Gesù?
Da un punto di vista filosofico ci sono essenzialmente tre tendenze:
- coloro che credono nella totale finitezza di ogni individuo
- coloro che credono nell’immortalità della cosiddetta anima in qualche forma
- coloro che subordinano la vita dell’individuo alla vita della sua specie, per cui ciò che conta è la vita della specie e non quella dell’individuo, che sarebbe solo un funzionario della specie
(Introduzione al caffè filosofico del 12/1/2022 sul tema "Dialogo: significato, e requisiti di una buona conversazione")
Il vocabolario Treccani ci dà, tra le altre, queste definizioni del termine “dialogo”:
- Discorso, colloquio fra due o più persone.
- Per estensione, nel linguaggio politico e giornalistico, incontro tra forze politiche diverse, discussione più o meno concorde o che miri a un’intesa.
- In senso più ampio, discussione aperta, di persone disposte a ragionare con spirito democratico.
- La parte di uno scritto e, più spesso, di un’opera scenica, narrativa, o di un film, in cui sono introdotti a parlare due o più personaggi.
- Componimento o trattato in cui, invece della forma espositiva o narrativa, è usata la forma dialogica.
Un dialogo è dunque costituito da uno scambio di messaggi verbali tra due o più persone. Detto ciò, mi sembra utile chiedersi a quali fini due persone si possono scambiare dei messaggi, perché tali fini possono influire sulla qualità, sull’utilità e sull'efficacia del dialogo stesso.
Tra i possibili fini di un dialogo (dal punto di vista di un dialogante) mi vengono in mente i seguenti (la lista non è esaustiva):
- porre domande (e ottenere risposte) per soddisfare il desiderio di conoscere cose che non si conoscono su certi temi
- conoscere l’interlocutore, la sua mentalità, la sua storia, le sue esperienze e il suo modo di ragionare
- informare l’interlocutore di qualcosa che può essere di suo interesse
- indurre l’interlocutore a fare qualcosa nell’interesse proprio o altrui, o a cooperare per un interesse comune
- farsi conoscere dall’interlocutore nella speranza di stabilire con esso una relazione di un certo tipo
- ottenere dall’interlocutore approvazione per il proprio comportamento (in senso morale e/o intellettuale), o supporto per qualche progetto
- stabilire una certa relazione con l’interlocutore, basata su certi ruoli e/o certi rapporti gerarchici
- giungere ad un compromesso con l’interlocutore in caso di conflitto di interessi
- passare il tempo in modo conviviale, per il piacere di interagire con altri umani
- trarre piacere dall’uso della logica nel ragionare e nell’argomentare interattivamente (sport mentale)
- dimostrare di essere più intelligente, più istruito, meglio informato o più autorevole rispetto all’interlocutore
- ecc.
In quanto ai requisiti di una buona conversazione, cioè di un buon dialogo, credo che sia soprattutto necessario che ciò che uno dice all’interlocutore sia da questo comprensibile e accettabile, vale a dire che non provochi repulsioni, Infatti una reazione emotiva repulsiva potrebbe rendere il dialogo inutile, anzi controproducente, a meno che uno non voglia essere provocatorio e usare il dialogo stesso per disturbare, umiliare o ferire l’interlocutore. È quindi importante capire cosa potrebbe dispiacere al proprio interlocutore, capacità che corrisponde al concetto di “tatto”. Il tatto non si improvvisa ma richiede un certo grado di sensibilità, una certa esperienza di interazione con persone di diverse personalità e diverse estrazioni sociali, e una certa conoscenza psicologica.
Per concludere, consiglio due letture che ho trovato utili per imparare a dialogare nel modo più efficace:
- La "Pragmatica della comunicazione umana", di Paul Watzlawick e colleghi, di cui riporto i "cinque assiomi":
- Non si può non comunicare
- Nella comunicazione occorre distinguere i contenuti dagli scopi relazionali
- La punteggiatura nella comunicazione (cioè dove si pone il punto di inizio di uno scambio problematico) determina la percezione delle strutture di azione-reazione,
- La comunicazione può essere analogica (non-verbale) o digitale (verbale)
- Nella comunicazione il rapporto può essere simmetrico (le parti si considerano pari) o complementare (una delle parti considera l’altra inferiore o superiore)
- "Parlare insieme" di Fredeman Schulz von Thun, con le "quattro orecchie" che servono ad estrarre da ogni messaggio i seguenti tipi di informazione:
- Enunciazione: di quali fatti sta parlando?
- Autorivelazione: cosa vuol dire di sé?
- Relazione: come si rapporta verso di me?
- Richiesta: cosa mi sta chiedendo?
Cominciamo col definire il significato dei termini “norme sociali” e “insicurezza”.
Cito dall’articolo di Wikipedia intitolato “Norma (scienze sociali)”:
“La norma sociale è una regola esplicita o implicita concernente la condotta dei membri di una società: oggetto di studio dell'antropologia, della psicologia sociale e della sociologia, le norme sociali prescrivono come devono comportarsi gli individui e gruppi sociali in determinate situazioni.”
“In virtù della loro dimensione prescrittiva, le norme rappresentano il sistema di aspettative che il gruppo ha rispetto a coloro che ne fanno parte.”
Fine delle citazioni sulle norme sociali.
Per quanto riguarda il concetto di “insicurezza”, il vocabolario Treccani lo definisce come “mancanza di sicurezza; usato per indicare lo stato di perplessità, d’incertezza del presente e del futuro determinato da particolari condizioni politiche o sociali, o da una condizione psichica di sfiducia, di esitazione, di smarrimento.”
Nel presente incontro dovremmo soprattutto esaminare il rapporto tra norme sociali e insicurezza, vale a dire in che modo le norme sociali in generale, o certe particolari norme sociali, sono causa di insicurezza in certi individui, e, viceversa, in che modo le norme sociali possono essere uno strumento per superare l’insicurezza, cioè per dare sicurezza alle persone che le adottano.
A tale scopo ho individuato le seguenti parole chiave: comportamento, socializzazione, tradizione, consuetudine, convenzione, costume, etichetta, usanza, rituale, valori, devianza, educazione, libertà, costrizione, obblighi, divieti, controllo, conformità, conformismo, moralità, moda, regolazione, influencer, negoziazione, incertezza, angoscia, paura, timore, dubbio, ansia, esitazione, timidezza, panico, depressione, dipendenza, autostima, appartenenza sociale, inferiorità, superiorità, differenze, approvazione, disapprovazione, disprezzo, riconoscimento, critica, giudizio, esame, inadeguatezza, incapacità, perfezionismo, diffidenza, rifiuto, autenticità, maschera, adattamento.
Per stimolare la discussione vi suggerisco di rispondere a qualcuna delle domande seguenti:
- La dipendenza dell’individuo dalle norme sociali è una condizione innata (geneticamente determinata) o acquisita?
- Sentirsi non conformi o inadeguati rispetto alle norme sociali genera automaticamente insicurezza?
- È possibile vivere serenamente senza seguire le norme sociali?
- In quale misura le norme sociali favoriscono e in quale misura ostacolano il progresso civile?
- Due persone possono interagire in sicurezza senza rispettare le norme sociali, negoziando essi stessi le regole da seguire?
- È possibile criticare le norme sociali senza passare per arroganti, misantropi o asociali?
- Quali sono i requisiti per un sufficiente grado di autostima?
- Chi è veramente anticonformista?
- Una società può fare a meno di norme sociali?
- Un individuo può permettersi di non rispettare le norme sociali?
- È possibile conciliare indipendenza di pensiero e libertà di comportamento con il rispetto delle norme sociali?
Concludo con alcune citazioni:
“Non è un segno di buona salute mentale essere bene adattati ad una società malata.” [Jiddu Krishnamurti]
“È prova di una mente semplice e molto primitiva che uno desideri di pensare come le masse o la maggioranza, semplicemente perché la maggioranza è maggioranza. La verità non cambia perché è, o non è, creduta dalla maggioranza delle persone.” [Giordano Bruno]
“Se pensi come la maggioranza, il tuo pensiero diventa superfluo.” [Paul Valéry]
“La gente tende a parlare di ciò di cui parla la gente.” [Piero Scaruffi]
“Quando tutti pensano nella stessa maniera, allora nessuno pensa veramente.” [Walter Lippmann]
“Niente produce un effetto simile a quello di un buon luogo comune: ci rende tutti uguali.” [Oscar Wilde]
“Essere indipendenti dalla opinione pubblica è la prima condizione formale per realizzare qualcosa di grande.” [Friedrich Hegel]
“A un conformismo segue un altro conformismo.” [Edgar Morin]
“Si rovina un ragazzino nel modo più sicuro, se gli si insegna a considerare il "pensare allo stesso modo" più alto del "pensare in un altro modo.“ [Friedrich Nietzsche]
Per “etica del dovere” intendo un’etica “normativa”, vale a dire un’insieme di obblighi e divieti predefiniti e non negoziabili, validi per tutti.
Le regole generali di quasi tutte le etiche normative che conosco sono le seguenti:
- Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.
- Ama il prossimo tuo come te stesso (cioè fai al prossimo tuo ciò che vorresti fosse fatto a te).
Oltre a queste regole generali, ogni cultura o religione include regole normative particolari, cioè obblighi e divieti piuttosto precisi che riguardano costumi, alimentazione, sessualità, contatti fisici, abbigliamento, estetica, simboli, riti, tradizioni, relazioni sociali, rapporti familiari, comunicazione, aborto, eutanasia ecc.
Sia le regole generali che quelle particolari delle etiche normative generalmente non prendono in considerazione le differenze di temperamento, di carattere, di intelligenza, di cultura, di gusti, di condizioni economiche ecc. tra esseri umani. In altre parole, non tengono conto delle differenze nei desideri e nelle preferenze individuali.
Di conseguenza, un importante inconveniente delle etiche normative è il mancato rispetto delle differenze di personalità, specialmente per quanto riguarda le persone non conformi ai modelli di pensiero e di comportamento più imitati.
Per esempio, io posso trattare una persona in un modo per me desiderabile, mentre quella lo ritiene indesiderabile, come pure io posso astenermi dal fare a una persona una certa cosa che io ritengo indesiderabile, mentre quella persona ritiene quella cosa desiderabile.
Un altro esempio: uno desidera ricevere certe cose dagli altri, ma non da chiunque altro, bensì solo da persone di un certo tipo. Insomma, ignorare le differenze di gusti e il diritto di scegliere le persone con cui interagire, conduce ad una difficoltà di cooperazione e ad una reciproca frustrazione.
Per superare tale inconveniente delle etiche normative, mi chiedo, e vi chiedo, se non sia preferibile adottare un tipo di etica alternativo, che io definirei “etica del gradimento”, o “etica edonistica” o “etica del piacere”, dove per “piacere” e per “dolore” intendo non solo quelli fisici, ma soprattutto quelli mentali, come ad esempio il piacere di sentirsi desiderati o apprezzati, o il dolore di sentirsi indesiderati o disprezzati.
A differenza delle etiche normative, l'Etica del gradimento da me immaginata non include regole di comportamento precise, ma consiste in raccomandazioni generali e proposte sempre negoziabili aventi come scopo la ricerca del piacere e l’evitamento del dolore propri e altrui attraverso la soddisfazione dei rispettivi bisogni e desideri.
Infatti, un essere umano riesce a soddisfare i propri bisogni e desideri solo attraverso la cooperazione con altri umani e questa cooperazione può essere ottenuta, tra adulti, solo attraverso la soddisfazione dei rispettivi bisogni e desideri (escludendo altri mezzi come la violenza e l’inganno).
Le regole generali dell’Etica del gradimento da me immaginata sono le seguenti:
- Fai al prossimo tuo ciò che egli gradisce gli venga fatto, purché e finché tale comportamento non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.
- Non fare al prossimo tuo ciò che egli non gradisce gli venga fatto, purché e finché tale astensione non causi la frustrazione dei tuoi bisogni e dei tuoi desideri.
- Cerca di sapere cosa il prossimo tuo gradisce e cosa non gradisce che gli venga fatto, affinché tu possa seguire correttamente le regole 1 e 2.
- Fai sapere al prossimo tuo ciò che tu gradisci e ciò che non gradisci che ti venga fatto, affinché egli possa seguire correttamente le regole 1 e 2.
L'etica del gradimento è più impegnativa di quelle normative perché richiede lo sforzo di imparare a conoscere i particolari desideri altrui, cosa non prevista dalle etiche normative.
Infatti la regola più difficile dell'Etica del gradimento è la numero 3, perché capire cosa ogni persona particolare gradisce e cosa non gradisce richiede una sensibilità e una cultura umanistica (specialmente psicologica) che molte persone sembrano non possedere a sufficienza.
Pertanto la "dottrina" dell'Etica del gradimento dovrebbe essere accompagnata dall'insegnamento di una psicologia finalizzata soprattutto allo studio dei bisogni, dei desideri, delle emozioni e dei sentimenti umani, in generale e nelle possibili variazioni individuali.
Per ulteriori considerazioni sull’Etica del gradimento, vedi l’articolo in https://blog.cancellieri.org/etica-del-gradimento/.
Cosa pensate di questa mia idea? E cosa pensate delle etiche normative?
A voi la parola!
oOo
Il vocabolario Treccani definisce l’amicizia come “vivo e scambievole affetto tra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima”.
Altre definizioni che ho trovato in Internet dicono:
- Reciproco affetto, costante e operoso, tra persona e persona, nato da una scelta che tiene conto della conformità dei voleri o dei caratteri e da una prolungata consuetudine.
- Tipo di relazione interpersonale, accompagnata da un sentimento di fedeltà reciproca tra due o più persone, caratterizzata da una carica emotiva.
- Rapporto fatto di fiducia, simpatia, affetto e reciproca scelta, che si riscontra in ogni tempo e in ogni luogo, ma che nessuna teoria può spiegare del tutto. L'amicizia prevede che esista un rapporto paritario, e questo la distingue dagli altri legami che coinvolgono gli affetti.
- Stato duraturo di affetto, stima, intimità e fiducia tra due persone.
- Relazione tra due persone, liberamente scelta e paritaria.
Alla luce delle suddette definizioni, all’amicizia possono essere collegati concetti come i seguenti: affetto, stima, affinità, simpatia, empatia, frequentazione, condivisione, disponibilità, selettività, scelta, fiducia, affidabilità, confidenza, intimità, parità, reciprocità, sentimento, impegno, gioco, cameratismo, solidarietà, mutuo aiuto, supporto, scambio, compagnia, conoscenza reciproca, fedeltà, interesse, legame o vincolo, gelosia, ecc.
Parlare dell’amicizia in termini filosofici o psicologi implica far emergere problematiche riguardanti questo tipo di relazione, e ragionare su di esse.
L’amicizia è qualcosa di generalmente desiderabile, e la sua mancanza è normalmente considerata una disgrazia e motivo di tristezza. Le problematiche ad essa legate riguardano, a mio avviso, le difficoltà nello stabilire e nel mantenere amicizie, e i doveri, le incombenze e gli inconvenienti che le amicizie stesse possono comportare.
Alcune problematiche relative all’amicizia possono essere riassunte in domande come le seguenti:
- quali sono i requisiti affinché un'amicizia tra due persone possa nascere e mantenersi?
- quali sono i doveri che l’amicizia impone ai contraenti?
- cosa si può sperare da un’amicizia?
- quali libertà sono permesse solo tra amici?
- quali possono essere i vantaggi di una amicizia?
- quali possono essere gli svantaggi di un’amicizia?
- è possibile un’amicizia tra persone di sesso diverso?
- è normale essere gelosi delle altre amicizie di un amico/a?
- quanti amici una persona può avere?
- un’amicizia può avere secondi fini?
- cosa si può chiedere ad un amico?
- cosa non si dovrebbe chiedere ad un amico?
- quanto è importante avere amici per essere felici?
- abbiamo bisogno di amici?
- la difficoltà di trovare amici può essere sintomo di un problema psichico?
- perché certe persone sono più selettive di altre nello stabilire amicizie?
- un’amicizia può essere limitata al divertimento, al gioco al passatempo?
- un’amicizia può mantenersi in caso di conflitto di interessi o di giudizi morali negativi?
- un’amicizia può essere asimmetrica o squilibrata? (A si sente molto amico di B mentre B si sente poco amico di A)
- l’amicizia è un diritto o una questione di fortuna o di competizione?
- è normale che le amicizie finiscano con la maturazione e i cambiamenti di personalità di uno o di entrambi i contraenti?
- è possibile trovare amici mediante social network o siti web appositi?
Con riferimento all’ultima domanda, permettetemi di fare pubblicità ad un sito web da me realizzato, che serve a trovare persone di un tipo desiderato, facendosi conoscere tramite un’autointervista: https://intervista.link .
Ed ora, a voi la parola!
oOo
Il vocabolario Treccani definisce la “cancel culture” come segue:
“Atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento.”
Cito alcuni paragrafi dall’articolo di Wikipedia dedicato alla “cancel culture”:
“La locuzione cancel culture (in italiano cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio) è usata per indicare una forma moderna di ostracismo nella quale qualcuno diviene oggetto di indignate proteste e di conseguenza estromesso da cerchie sociali o professionali - sia online sui social media, che nel mondo reale, o in entrambi.”
“... la locuzione si è rapidamente estesa a tutti quegli ambiti di revisionismo e moderna iconoclastia che chiedono a vario titolo la rimozione di monumenti, riconoscimenti e toponomastica e in generale all'azione del politicamente corretto.”
“... in Italia la locuzione è utilizzata per lo più come "termine ombrello in cui sono ricadute l'iconoclastia, la censura preventiva degli editori, le polemiche sulle favole", eccetera.”
“La denuncia della cultura della cancellazione viene contrastata da chi giudica il termine stesso come sproporzionato all'effettiva portata dei fenomeni descritti: non si sarebbero in ogni caso registrati casi effettivi di cancellazione di opere, né censure di artisti, intellettuali, autori, che possano essere oggettivamente attribuiti a una presunta “cultura” o fenomeno univoco e riconoscibile come tale.”
Un caso eclatante e molto rappresentativo di “cancel culture” è descritto nell’articolo dal titolo “Rimosso a New York il monumento a Theodore Roosevelt”, in cui si parla della rimozione di una statua di bronzo che si ergeva davanti al Museo di Storia Naturale. Vedi la foto e leggi l’articolo.
Seguono i link ad altri articoli utili per approfondire il tema.
Cosa vuol dire “cancel culture” (Il Post)
Cancel culture, che cos'è davvero la "cultura della cancellazione (La Repubblica)
Segue una lista di parole chiave pertinenti al tema in discussione:
stigmatizzazione, boicottaggio, iconoclastia, ostracismo, politicamente scorretto, revisionismo, libertà d’espressione, conformismo ideologico, standard morali, censura, decontestualizzazione, conformismo, intolleranza.
Per stimolare la discussione vi suggerisco di rispondere a domande come le seguenti:
- Quanto la cancel culture è utile? Quanto è nociva?
- In quali casi nuoce alla stessa cultura?
- Chi sono gli “attivisti” della cancel culture? Chi sono i suoi detrattori? Voi siete tra i primi o tra i secondi?
- Quanto è esteso questo fenomeno?
- È un fenomeno di élite e/o di massa?
- Quanto questo fenomeno è esagerato dai media?
- Si tratta di un vero o falso problema?
- Quanto è efficace la cancel culture e quanto è controproducente, dato che aumenta la notorietà delle persone che essa prende di mira?
- È giusto rendere un film o un libro inaccessibile perché un suo attore protagonista o autore è stato condannato per un crimine?
- Ad esempio, è giusto impedire la circolazione di un libro come “Mein Kampf” di Adolf Hitler?
- In Via del Foro Italico a Roma c’è un obelisco con la scritta “DUX”. Pensate che debba essere rimosso?
- Chi dovrebbe tener conto dei fermenti della cancel culture?
Concludo con una citazione di Rowan Atkinson (Mr. Bean) a proposito della cancel culture:
“È importante essere esposti a un ampio spettro di opinioni, ma quello che abbiamo ora è l’equivalente digitale della folla medievale che si aggirava per le strade in cerca di qualcuno da bruciare”.
A voi la parola.
C’è un libro che mi ha cambiato la vita, e questo libro parla, tra le altre cose, del verbo essere e delle conseguenze deplorevoli di un suo uso acritico. Altri temi di cui il libro si occupa sono la logica non aristotelica, i processi di astrazione e l'epistemologia.
Il libro si intitola “Science and Sanity” e l’autore è Alfred Korzybski (1879-1950), fondatore di una scuola di pensiero chiamata “Semantica generale”, che non ha molto a che vedere con la semantica in senso linguistico, ma con le risposte cognitive ed emotive della mente umana agli stimoli del linguaggio.
“La mappa non è il territorio” (una massima coniata da Korzybski), ma quando usiamo il verbo essere non è chiaro se stiamo parlando del territorio (cioè della realtà oggettiva) o della mappa (cioè della rappresentazione soggettiva e infinitamente ridotta della realtà, memorizzata nel nostro cervello). Infatti quasi ogni volta che usiamo il verbo essere ci stiamo riferendo a elementi della mappa illudendoci, e affermando, di fare riferimento alla realtà del territorio.
Infatti noi non conosciamo la realtà così come essa è, ma conosciamo ciò che di essa abbiamo raccolto nel nostro cervello attraverso gli organi di senso e i vari livelli filtraggio, trasformazione e astrazione, anche in base alle nostre motivazioni e ai nostri interessi. Perciò tutti i nostri pensieri e le nostre affermazioni, e in particolare quelle in cui si fa uso del verbo essere, riguardano elementi delle nostre mappe mentali. Dunque non riguardano la realtà, ma le nostre rappresentazioni di essa, che sono infinitamente più semplici e rigide, oltre che soggettive. Ovviamente le mappe mentali sono molto utili, anzi, indispensabili per orientarci, ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta di mappe, con i limiti di tutte le mappe.
Confondere la mappa col territorio è causa di problemi di cognizione e di problemi di comunicazione. Secondo Korzybski, molti mali dell’umanità sono causati proprio dalla confusione tra mappa e territorio, confusione causata specialmente dell’uso sbagliato e acritico del verbo essere.
Per quanto riguarda il significato del verbo essere, direi che questo è comunemente usato soprattutto come:
- affermazione di una identità (o identificazione o equazione) tra due termini assolutamente identici. Esempi: X = Y; io sono Bruno Cancellieri
- attribuzione di una proprietà, qualità, capacità, forma, funzione, ruolo etc. ad un ente. Esempi: “X è bello”, X è stupido, X è grande, X è lontano, X è il capo, X è l’autista
- attribuzione ad un ente, di un’appartenenza ad una classe, gruppo, categoria o insieme concreto o astratto. Esempi: X è uno scrittore, X è un politico, X è un premio Nobel, X è uno studente
- attribuzione ad un ente, di un contenuto o di una serie di parti, elementi o aspetti di sua pertinenza. Esempi X è una comunità, X è un insieme, X è un sistema, X è una composizione, X è una organizzazione
La logica aristotelica, con il suo principio di non contraddizione, asserisce che un enunciato, specialmente se contiene il verbo essere, non può “essere” (e sottolineo "essere") vero e falso allo stesso tempo e sotto lo stesso riguardo, ma deve essere vero "o" falso. Infatti, noi diciamo che “A è B” oppure che “A è diverso da B” e non ammettiamo altre possibilità (tertium non datur).
Questo principio di non contraddizione, se applicato in modo assoluto, non circostanziato e non misurato, riflette la rigidità e staticità delle nostre mappe mentali (quelle consce e ancor più quelle inconsce). Tuttavia, in natura, molte relazioni, soprattutto per quanto riguarda le attività e i rapporti umani, sono dinamiche e variabili nel tempo e nelle dimensioni, per cui se diciamo che A è B dovremmo aggiungere in quale contesto ciò è vero, quando e per quanto tempo, in quali luoghi, in quale misura o con quale probabilità, in relazione a chi o a cosa, da quale punto di vista, in quale senso, con quali eccezioni etc.
Il verbo “essere” da solo significa solo “esistere”, ma usarlo da solo non serve a nulla. Sono necessari un soggetto e un secondo termine (a meno che non si voglia semplicemente dire che una certa cosa esiste). In altre parole, il verbo essere esprime una relazione tra due termini, ovvero mette due termini in una certa relazione. Tale messa in relazione, se non circostanziata, relativizzata, misurata, può essere problematica in quanto riduttiva, estrema o assoluta, e in tal senso falsa, in quanto non corrispondente ad una realtà molto più complessa, dinamica e variabile.
Per tale ragione, al fine di una comunicazione più realistica, significativa e misurata, può essere utile sostituire il verbo essere con un verbo o una perifrasi più appropriati, e/o aggiungere alla frase elementi che permettono di relativizzare l’enunciazione.
Esempi di verbi che possono essere usati come alternative al verbo essere:
- appartenere (ad una categoria, gruppo, insieme ecc.)
- possedere (certe proprietà o certi titoli)
- avere (pensieri, idee, motivazioni, abitudini ecc.)
- fare
- comportarsi
- agire
- interagire
- dare
- praticare
- contenere
- apparire
- assomigliare
- essere costituito da….
- coincidere
- essere causato da
- causare
- essere collegato con
- comportare
- implicare
- accompagnare
- etc.
Concludo con alcuni esempi di sostituzione del verbo essere:
- “l’uomo è cattivo” diventa “l’uomo fa (anche) cose cattive”
- “io sono un programmatore” diventa “io scrivo (anche) programmi per computer”
- “X è fascista” diventa “X ha (anche) idee di estrema destra”
- “X è uno psicoterapeuta” diventa “X pratica la psicoterapia”
- “X è fedele a sua moglie” diventa “X finora non ha avuto rapporti extraconiugali”
- “X è nemico del popolo” diventa “X ha sosenuto delle politiche contrarie agli interessi della nostra nazione”
- “gli abitanti di Y sono stupidi” diventa “un certo numero di abitanti di Y hanno dimostrato scarso successo nell’affrontare problemi di un certo tipo”.
In questo incontro parleremo di giustizia, di eguaglianza, e del rapporto tra giustizia e uguaglianza. Infatti, sebbene si tratti di concetti diversi, essi vengono spesso considerati simili o congiunti, vale a dire che per molti la giustizia è basata sull’uguaglianza, tanto che non ci può essere giustizia senza uguaglianza. Per altri, invece, l’uguaglianza, cioè il trattare tutti allo stesso modo senza tener conto delle differenze individuali è ingiusto.
Il vocabolario Treccani definisce la giustizia in vari modi, tra cui i seguenti:
- Virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge.
- In senso assoluto e più oggettivo, il riconoscimento e il rispetto dei diritti altrui, sia come consapevolezza sia come prassi dell’uomo singolo e delle istituzioni
- fine assegnato alla politica sociale ed economica da diversi indirizzi teorici e concreti, ma inteso variamente, ponendosi l’accento ora sull’equa partecipazione di tutti i cittadini alla ripartizione del prodotto nazionale, ora sulla libera esplicazione della personalità umana.
Su Wikipedia ho trovato questa definizione della “giustizia sociale”: è l'esigenza di sopprimere la miseria, la disuguaglianza, lo sfruttamento, l'oppressione dei lavoratori o della povera gente tramite un programma politico di attuazione di riforme particolari dell'economia e in generale della società.
Esaminiamo ora il concetto di “uguaglianza”. Il vocabolario Treccani lo definisce in vari modi tra cui i seguenti:
- Condizione di cose o persone che siano tra loro uguali, cioè abbiano le stesse qualità, gli stessi attributi (in generale, o in un certo ambito)
- La condizione per cui ogni individuo o collettività devono essere considerati alla stessa stregua di tutti gli altri, e cioè pari, uguali, soprattutto nei diritti politici, sociali ed economici.
- Nel diritto costituzionale si distingue un'uguaglianza formale, per la quale si riconosce a tutti gli uomini pari capacità giuridica, e in particolare a tutti i cittadini pari godimento di tutti i diritti politici, e un’uguaglianza sostanziale, che è compito della Repubblica promuovere, secondo il dettato dell’art. 3 della Costituzione, per realizzare «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Ed ecco alcune citazioni dall’articolo di WIkipedia dedicato all’uguaglianza sociale:
- L'uguaglianza sociale - che si applica ai diritti e ai doveri della persona, considerati in termini di giustizia - è un ideale che dà ad ognuno, indipendentemente dalla sua posizione sociale e dalla sua provenienza, la possibilità di essere considerato alla pari di tutti gli altri individui in ogni contesto.
- Studi antropologici su siti archeologici indicano l'esistenza di una sostanziale uguaglianza nelle società di cacciatori-raccoglitori mentre con l'avvento dell'agricoltura si rilevano gli inizi delle disuguaglianze.
- L'uguaglianza sociale è una situazione per cui tutti gli individui all'interno di società o gruppi specifici isolati debbano avere lo stesso stato di rispettabilità sociale. Come minimo, l'uguaglianza sociale comprende la parità di diritti umani e individuali secondo la legge. Esempi sono la sicurezza, il diritto di voto, la libertà di parola e di riunione, e dei diritti di proprietà. Tuttavia, essa comprende anche l'accesso all'istruzione, l'assistenza sanitaria e altri basilari diritti sociali, ed inoltre pari opportunità e obblighi.
- Genere sessuale, orientamento sessuale, età, origine, casta o classe, reddito e proprietà, lingua, religione, convinzioni, opinioni, salute o disabilità non devono tradursi in una disparità di trattamento.
Sulla base di quanto detto sopra, ho fatto la seguente lista di parole chiave applicabili direttamente o indirettamente ai concetti di giustizia e di uguaglianza: diritti, doveri, equità, etica, morale, rispetto, tolleranza, giudizio, giudice, giudicare, premiare, punire, retribuzione, riconoscimento, meritocrazia, magistratura, processo, leggi, responsabilità, moderazione, misura, giustizia divina, giustizia religiosa, libertà, ordine, restrizioni, obblighi, divieti, civiltà, contratto, parità, differenze umane.
Per stimolare la discussione vi suggerisco di rispondere a domande come le seguenti:
- Nei rapporti privati tra due individui, chi stabilisce ciò che è giusto, cioè i diritti e i doveri di ciascuno?
- La proprietà privata è giusta? In quale misura?
- È giusto che le persone più dotate (intellettualmente e/o fisicamente) trovino lavoro più facilmente e abbiano retribuzioni più elevate?
- La giustizia è una convenzione sociale, un concetto o fenomeno universale, o il risultato dell’adattamento biologico e sociale?
- A che serve la giustizia?
- È giusto farsi giustizia da soli anziché invocare la giustizia dello stato?
- Che rapporto c’è tra giustizia e libertà?
- Che rapporto c’è tra giustizia e morale?
- Che rapporto c’è tra giustizia e autorità?
- Il senso della giustizia nell’uomo è innato o appreso?
- In quale misura la democrazia garantisce la giustizia e l’uguaglianza?
- Una democrazia è giusta per definizione?
- Il desiderio di giustizia è egoistico o altruistico?
- La meritocrazia è compatibile con l’uguaglianza?
- In che senso dobbiamo ritenerci tutti uguali e in che senso tutti diversi?
- È giusto che il proprietario di un immobile discrimini gli aspiranti inquilini in funzione del loro reddito, gruppo etnico o stile di vita?
- È giusto che un imprenditore discrimini i candidati da assumere in funzione del loro gruppo etnico o stile di vita?
- Cosa ognuno di noi può fare per rendere la società più giusta e più rispettosa delle differenze individuali?
Concludo con alcune citazioni sul tema in discussione.
“Per la maggior parte degli uomini l'amore della giustizia è soltanto paura di patire l'ingiustizia.” [François de La Rochefoucauld]
“Piove sul giusto e piove anche sull’ingiusto; ma sul giusto di più, perché l’ingiusto gli ruba l’ombrello.” [Charles Bowen]
“Il vero giusto è colui che si sente sempre a metà colpevole dei misfatti di tutti.” [Kahlil Gibran]
“È meglio correre il rischio di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente.” [Voltaire]
“La giustizia deve essere congiunta al potere, così che ciò che è giusto possa anche aver potere, e che ciò che ha potere possa essere giusto.” [Blaise Pascal]
“Sono vissuto abbastanza a lungo per vedere che la differenza genera odio.” [Stendhal]
“Ci sono tre classi di uomini: gli amanti della saggezza, gli amanti dell'onore, e gli amanti del guadagno.” [Platone]
“Più facciamo progressi 'interiori' più diminuisce il numero di coloro con cui possiamo realmente comunicare.” [Emil Cioran]
Che significa “conoscere?” Ecco alcuni dei significati di questo termine forniti dal vocabolario Treccani:
- apprendere e ritenere nella mente una nozione
- essere in grado d’intendere
- avere notizia di una cosa, sapere cioè che essa esiste
- avere cognizione esatta e precisa di una cosa
- aver provato una cosa, averne fatto esperienza
- sapere per prova diretta le qualità, i modi di essere di una cosa
- aver pratica, soprattutto di meccanismi
- discernere, saper distinguere
- riconoscere
- essere in relazione, avere familiarità
- comprendere, capire
I termini “capire”, “sapere”, “comprendere”, “sperimentare” (quest'ultimo nel senso di avere esperienza) vengono spesso considerati sinonimi di "conoscere" A tal proposito, dopo una ricerca in Internet sulle differenze tra questi termini, ho trovato una serie informazioni che riassumo come segue:
Conoscere
- “conoscere” riguarda l’esperienza e il ricordo di qualcosa (compresa o non compresa, capita o non capita)
- la conoscenza è a disposizione di tutti, è nelle biblioteche, si acquisisce con lo studio, con la lettura, con l'ascolto e/o con la lettura, visione o ascolto di documenti (media)
- tuttavia qualcuno preferisce chiamare la “conoscenza” (in senso scolastico o accademico) il “sapere” e usare il termine “conoscenza” per indicare qualcosa di più profondo
Capire
- comprendere con l’intelletto, intendere
- afferrare e penetrare profondamente con l’intelletto, sentire intimamente
- riferito a una persona: penetrarne l’animo, le intenzioni, il carattere
- rendersi convinto, esser persuaso
- capire riguarda il “senso” o il “significato” di qualcosa che viene letto o visto, come ad esempio una frase in una lingua straniera. Corrisponde all’inglese “understand”
- “capire” è da intendersi come conoscere non solo un insieme di informazioni, ma anche i collegamenti logici tra di esse, e tra la cosa capita e il resto del mondo, oltre all'importanza e al valore delle informazioni stesse.
Sapere
- il sapere è qualcosa di soggettivo, personale e interiorizzato, che influenza il nostro comportamento e i nostri sentimenti.
- sapere è anche usato come sinonimo di “saper fare”
- avere conoscenze e informazioni su qualcosa per averle acquisite o attraverso lo studio o attraverso la pratica e l’esperienza o per averle apprese da qualcuno o da qualcosa
- aver chiaro nella mente, essere cosciente, rendersi conto
Comprendere
- “comprendere” implica un’elaborazione razionale e/o emotiva di un’esperienza, una riflessione su di essa, un approfondimento di essa
- “comprendere” può anche significare “accettare”, “accogliere” oppure ritenere che una certa cosa o una certa idea sia coerente con la propria visione del mondo, o compresa, cioè inclusa, in essa
- sapersi spiegare una cosa, un fenomeno
- riferito ad altre persone: intendersi, penetrare nei sentimenti l’uno dell’altro, avere reciproca comprensione, provare empatia
Sperimentare
- conoscere per esperienza diretta, per prove avute o vissute personalmente
- sottoporre a esperimento; applicare, usare, mettere alla prova qualche cosa per accertarne e verificarne le capacità funzionali, la validità, l’efficacia, il rendimento
- nell’ambito della ricerca scientifica, procedere secondo le norme del metodo sperimentale
- sperimentare può essere involontario o volontario, ovvero intenzionale, come ad esempio voler mettere alla prova una intuizione propria o altrui
Malgrado le differenze semantiche che ho trovato, spesso i termini sopra menzionati vengono usati come sinonimi.
Detto questo, nella conversazione di questa sera vi suggerisco di porvi, o di porre agli altri, domande come le seguenti:
- che rapporto ci può essere tra la nostra conoscenza della realtà e la realtà stessa?
- in quale misura possiamo conoscere una certa realtà?
- quali aspetti possiamo conoscere di una certa realtà?
- cosa non possiamo conoscere della realtà in generale e di una certa cosa in particolare?
- che rapporto c'è tra conoscenza e verità? (con l'inziale minuscola o maiuscola)
- che danni può provocare a se stessi e agli altri una conoscenza sbagliata?
- cosa può conoscere del mondo un neonato?
- cosa può conoscere del mondo un animale?
- in quali modi possiamo apprendere una conoscenza?
- in che modi siamo condizionati (e limitati) dalle nostre conoscenze?
- che rapporto c’è tra intelligenza e conoscenza?
- che rapporto c'è tra conoscenza e razionalità?
- che rapporto c'è tra conoscenza e capacità di prevedere il futuro?
- in che modi le nostre conoscenze possono essere influenzate (distorte, inibite o accresciute) dai nostri sentimenti, dalle nostre emozioni, dal nostro inconscio?
- In quale misura il proprio bias cognitivo può influenzare e limitare la propria conoscenza?
- un essere umano può conoscere se stesso senza conoscere gli altri?
- un essere umano può conoscere gli altri senza conoscere se stesso?
- il principio aristotelico di non contraddizione, può favorire o ostacolare la conoscenza?
A voi la parola.
PS:
Chi fosse interessato a conoscere le mie personali opinioni sul tema di questa sera può leggere questo capitolo del mio libro Psicologia dei bisogni: “Significato, metodo e limiti della conoscenza”.
Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"
Premessa: quando si parla di religione e di spiritualità, tra persone con idee contrastanti su questi temi, è facile offendersi reciprocamente. Infatti religione e spiritualità hanno per molti un’importanza capitale in quanto possono essere la base su cui si è costruita la loro personalità e la loro visione del mondo. Pertanto qualsiasi critica o messa in discussione della propria religione o della propria spiritualità viene facilmente percepita come un attacco alla propria persona nel senso più profondo, cioè come un tentativo di demolizione della stessa. Spero pertanto che il contenuto di questa introduzione e le cose che dirò nel corso della serata non abbiano tale effetto, da me certamente non voluto.
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Il vocabolario Treccani definisce la spiritualità, tra altre cose, come “particolare sensibilità e profonda adesione ai valori spirituali”, e in particolare come “l’insieme degli elementi che caratterizzano i modi di vivere e di sperimentare realtà spirituali, sia con riguardo a forme di vita religiosa, sia con riferimento a movimenti filosofici, letterari e simili.”
Inoltre il vocabolario Treccani definisce il termine “spirito”, in molti modi, tra cui i seguenti:
- principio immateriale di vita che ha la sua manifestazione più pura nella divinità
- principio di vita religiosa, morale, intellettuale di cui l’uomo è in vari modi e in varia misura partecipe e per il quale si eleva sul mondo materiale
- entità priva di ogni carattere di corporeità e materialità
- principio immortale di vita
- nel cattolicesimo, è uno degli elementi della divina Trinità (lo Spirito Santo)
- l’animo dell’uomo, inteso come complesso delle facoltà psichiche, intellettuali e affettive
- in filosofia, termine usato originariamente dagli stoici per indicare il principio materiale di vita, la forza animatrice che conferisce il movimento all’intero universo e, nello stesso tempo, lo dirige e lo ordina
- a partire da Cartesio il termine assume il significato di “sostanza pensante” e designa l’intelletto o la facoltà razionale, la coscienza, in opposizione alla “sostanza estesa” cioè alla materia fisica o alla carne
- per Kant è la facoltà creativa
- per Hegel lo spirito designa la realtà assoluta, superindividuale, razionale, e la storia dell’umanità in senso finalistico
Queste definizioni denotano due tipi diversi di spiritualità, che possiamo distinguere grosso modo il primo come "religiosa" e il secondo come "laica" o “non religiosa” o "secolare".
Infatti anche il termine “spirito” ha connotazioni diverse, che vanno dai concetti religiosi di divinità, angeli, anime ecc., a quelli magici o esoterici di fantasmi, spettri e poteri paranormali o soprannaturali, a quello di psiche, mente o mentalità (si noti a tal proposito che il termine “mente” e “spirito” in francese si traducono entrambi con “esprit” e in tedesco entrambi con “geist”).
A me piace definire il termine “spirito” in senso cibernetico, relazionale e materialista, cioè come qualcosa di immateriale che influenza la realtà biologica e la mente conscia e inconscia, e in tal senso considero “spirituale” qualsiasi tipo di informazione a prescindere dal supporto fisico su cui essa è scritta e con cui è trasmessa (fuori e dentro il cervello). A tal proposito ricordo che Gregory Bateson definiva l’informazione come “qualsiasi differenza che fa una differenza”. Si noti che la differenza tra due entità A e B è immateriale in quanto non si trova né in A né in B, ma in uno spazio non fisico (potremmo perciò dire ideale, o “spirituale”) tra A e B. Nella mia definizione di spirito è dunque assente qualsiasi proprietà soprannaturale, divina, magica o esoterica, mentre è confermato il suo carattere di immaterialità.
Nella nostra discussione di questa sera vi raccomando di specificare, quando parlate di spirito, se intendete quello di tipo religioso, esoterico o soprannaturale, oppure quello di tipo biologico o mentale.
Per quanto riguarda il termine “religione”, il vocabolario Treccani lo definisce in vari modi, tra cui i seguenti:
- complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità
- per la teologia cattolica la religione si fonda sulla rivelazione da parte di Dio di verità inaccessibili alla ragione umana nello stato presente
- rispetto e timore della divinità e dei principi religiosi
- complesso dei dogmi, dei precetti e dei riti che costituiscono un dato culto religioso
In base alle definizioni sopra riportate, vediamo che la religione include la spiritualità (almeno quando è sinceramente sentita al di là del folclore e del conformismo), mentre non è sempre vero il contrario, dal momento che si può coltivare una spiritualità al di fuori di qualsiasi religione e di qualsiasi comunità.
Alla luce di quanto ho esposto sopra, ho raccolto la seguente serie di parole chiave che hanno a che fare con la spiritualità e/o con la religione: anima, psiche, etica, moralità, sacro, fede, credenza, scetticismo, immortalità, resurrezione, reincarnazione, finalismo, ateismo, agnosticismo, esistenzialismo, materialismo, razionalità, irrazionalità, superstizione, adorare, pregare, sacramenti, idolatria, emozione, speranza, coscienza, giustizia, premio, castigo, comunità, conformismo, dogmi, precetti, obblighi, divieti, tabù, valori, magia, sacerdozio, riti, illuminismo, fondamentalismo, laicismo, libertà ecc.
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Come spunti per la nostra discussione di stasera, vi suggerisco inoltre alcune domande a cui potreste tentare di dare qualche risposta.
- quali vantaggi e svantaggi le religioni hanno portato all'umanità?
- può esistere una morale indipendente da una religione o da una spiritualità?
- è meglio una morale religiosa o una morale laica?
- perché la maggior parte della gente adotta la religione della propria comunità e non una di un’altra comunità?
- le religioni hanno un futuro o sono in via di estinzione?
- la religione e la spiritualità sono fenomeni psicologici, cioè costruzioni mentali e quindi fatti soggettivi, oppure fatti oggettivi e reali?
- in che modo una religione o una pratica spirituale può influenzare il comportamento di una persona?
- quali possono essere le interazioni e le comunicazioni tra un individuo e uno spirito o un'entità spirituale?
- che s’intende per “sacro”? Chi stabilisce cosa debba essere considerato sacro? Qual è la funzione del sacro?
- è possibile studiare e analizzare il sacro senza desacralizzarlo?
- a quali condizioni atei e credenti possono rispettarsi reciprocamente?
- cosa promettono le religioni a chi le adotta?
- abbiamo bisogno di una religione?
- è possibile una spiritualità atea? (che nega l'immortalità dell'anima)
- le religioni dovrebbero adeguarsi ai tempi moderni o resistere ai cambiamenti? In che modo dovrebbero/potrebbero adeguarsi?
- come vanno considerate le sacre scritture di una religione? Presunti fatti storici, metafore, narrazioni fiabesche o cosa altro?
- come dobbiamo considerare i passi della Bibbia che incitano i fedeli al genocidio, all’omicidio degli omosessuali, alla servitù della donna rispetto all’uomo, all’obbedienza cieca a Dio fino al punto di sacrificare un figlio ecc.?
- che rapporto c'è tra spiritualità/religiosità ed emozioni?
- cosa rimproverano gli atei ai credenti e viceversa?
- credere è un atto volontario o involontario?
- una religione può causare nevrosi o psicosi?
- cosa cambia per una persona se Dio (qualunque cosa esso sia) esiste o non esiste?
- perché le religioni non hanno il senso dell’umorismo?
- non sarebbe il caso di inventare una nuova religione?
Per concludere, mi sembra doveroso dichiarare, in estrema sintesi, cosa io penso delle religioni e della spiritualità, anche per evitare che qualcuno, come è già successo, mi attribuisca pensieri e sentimenti che non sono miei. Io considero tutte le religioni e tutte le forme di spiritualità invenzioni dell’uomo, per diversi scopi, come i seguenti:
- spiegare gli avvenimenti come voleri di una o più divinità
- placare l’angoscia dovuta alla coscienza della propria mortalità, dando una speranza di immortalità
- fornire regole morali ad una comunità per evitare che si autodistrugga
- favorire la coesione e l'integrazione sociale delle comunità in senso culturale ed economico
- sostenere l’esercizio del potere politico attraverso la sottomissione dei sudditi alle autorità “consacrate”
Insomma, penso che le religioni siano tutte costruzioni mentali che hanno comportato e comportano vantaggi e svantaggi per gli individui e per le società. Gli effetti positivi e quelli negativi delle religioni e delle credenze spirituali dipendono dai contenuti delle stesse (intesi come sacre scritture o documenti programmatici) e dai modi (più o meno rigidi, più o meno coerenti, e più o meno estremi) in cui esse sono state applicate nella vita pratica, soprattutto nelle relazioni sociali. Le guerre di religione, gli oscurantismi e le persecuzioni degli atei, degli eretici edelle minoranze religiose hanno dimostrato quanto una religione possa essere malvagia e retrograda. Le vite generose di certi crcedenti e la vita pacifica e produttiva di certe comunità hanno dimostrato quanto una religione possa essere benefica.
Gli umani si possono dividere in due grandi categorie: quelli che credono che l’anima dell’individuo, dopo la morte, si reincarni o si trasferisca in un’altra dimensione, e quelli che credono che nulla resti di un individuo dopo la sua morte (se non qualche ricordo presso i sopravvissuti). I primi hanno bisogno di una religione o di una spiritualità che li guidi in questa vita nella prospettiva dell'aldilà; i secondi non ne hanno bisogno, e sono perciò atei o agnostici. Io appartengo alla seconda categoria, ma rispetto coloro che appartengono alla prima, anche se la penso diversamente da loro circa la finitudine dell'esistenza. Pertanto rivolgo la mia attenzione al bene e al male che incontreremo prima di morire, in questa vita, e per questo mi interesso di etica in senso non religioso.
In quanto alla mia personale spiritualità, io credo in un solo spirito: l'inconscio. Ognuno ha il suo, in ognuno esso è diverso, ma con molte cose in comune con quelli altrui.
Infine, io credo che tutte le religioni attuali siano anacronistiche e debbano essere sostituite da un'etica e da una spiritualità non religiose adatte ai nostri tempi. Questo è il senso del progetto “Vangelo Laico” su cui sto lavorando con alcuni amici e che è descritto nel sito vangelolaico.it.
E ora lascio volentieri a voi la parola.
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