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Riflessioni di Bruno Cancellieri su

Interagire

1214 articoli tratti dal blog "Il mondo visto da me"

Indice delle monografie | Indice degli articoli per anno

Vivere e interagire

Vivere è interagire.

L'individuo e gli altri

Ognuno ha i propri altri.

Vita come compromesso

La vita è un compromesso.

Azioni e reazioni

Ogni azione è una reazione.

Ciò che conta

Ciò che conta è l'interazione.

Interazione e consumo

La vita è interazione e consumo.

Sostituiti e disintegrati

Saremo sostituiti e disintegrati.

Dare e togliere

Smettere di dare è come togliere.

Soggetto e oggetto

Ogni soggetto è anche un oggetto.

A che serve conoscere

Conoscere serve a meglio interagire.

Convivenza difficile

È difficile convivere con gli umani.

Compromesso temporaneo

La vita è un compromesso temporaneo.

Essere e fare

Ognuno è ciò che fa, e fa ciò che è.

Azioni e interazioni

Ogni azione è parte di un'interazione.

Controllo reciproco

Ognuno vorrebbe controllare ogni altro.

A cosa ogni cosa appartiene?

Ogni cosa appartiene al resto del mondo.

Felicità e interazioni

La felicità è fatta di buone interazioni.

Interazione e servizio

Interagire implica servire e farsi servire.

Esistenza e relazione

Io esisto solo in relazione a qualcos'altro.

L'importanza di essere importanti

È importante essere importanti per qualcuno.

Bisogno e paura gli uni degli altri

Abbiamo bisogno e paura gli uni degli altri.

Comportamenti

Il mio comportamento influenza quelli altrui.

Sulla svalutazione interpersonale

La svalutazione interpersonale genera guerre.

Pensiero e interazioni

Pensare consiste nell’immaginare interazioni.

Sulla reciprocità del rispetto

Rispetta coloro da cui vuoi essere rispettato.

Cosa vorremmo dagli altri

Ognuno vorrebbe essere favorito da ogni altro.

Sull'obbedienza

Ognuno vorrebbe essere obbedito da ogni altro.

Sulla sostituibilità di ogni umano

Siamo tutti sostituibili, e saremo sostituiti.

Condivisione vs. divisione

Ciò che non riusciamo a condividere ci divide.

Criticare o non criticare

Criticare o non criticare, questo è il dilemma.

Persone che mi piacciono

Più una persona la pensa come me, più mi piace.

Menti e giochi

Le nostre menti interagiscono a nostra insaputa.

Interazioni immaginarie

Il pensiero consiste in interazioni immaginarie.

Produzione e consumo

Produzione e consumo si adattano reciprocamente.

Saper tacere

Saper tacere è importante quanto saper parlare.

Soggetto e oggetto

Ogni cosa è soggetto e oggetto allo stesso tempo.

Compagna e mamma

Per certi uomini la compagna è una seconda mamma.

Pensare come dialogo

Pensare è come parlare con una persona immaginaria.

Risorse e minacce

Per alcuni sono una risorsa, per altri una minaccia.

Convenienza del matrimonio

Il matrimonio si fonda sulla convenienza reciproca.

Rapporti umani e algoritmi

I rapporti umani sono regolati da algoritmi mentali.

Incanti

Preferisco incantare piuttosto che essere incantato.

Interazione e riproduzione

La vita è basata sull'interazione e la riproduzione.

Cosa vogliono gli altri da noi

Cosa vogliono gli altri da noi? Che siamo loro utili.

Modelli di interazione.

I modelli socioculturali sono modelli di interazione.

Benessere e interazioni

Il benessere dipende dalla qualità delle interazioni.

Compagnia e adattamento

La compagnia richiede sempre un adattamento reciproco.

Sindrome della primadonna

Ogni donna vorrebbe essere la primadonna del suo uomo.

Quelli che hanno sempre ragione

È fastidioso discutere con uno che ha sempre ragione.

Comprensione e interazione

Comprendere per interagire, interagire per comprendere.

Per me e per gli altri

Cosa faccio per gli altri? Cosa fanno gli altri per me?

Animali sociali?

Più che sociali, gli esseri umani sono interdipendenti.

Desideri e relazioni sociali

Ognuno desidera che qualcuno soddisfi i propri desideri.

Quanto c'è di vero?

Quanto c'è di vero nelle storie che ci hanno raccontato?

Domande sociali

Cosa dirò e cosa nasconderò alle persone che incontrerò?

Importanza di rendersi utili

Rendersi utili è il miglior rimedio contro la solitudine.

Riti, forme e contenuti

Nei riti le forme sono molto più importanti dei contenuti.

Importanza del coinvolgimento

Importante è ciò che ci coinvolge (nel bene e/o nel male).

Cosa può uscire da una mente

Ciò che esce da una mente dipende da ciò che vi è entrato.

Paura di dispiacere agli altri

Dobbiamo ammettere di aver paura di dispiacere agli altri.

Intolleranza e guerra

Quando l'intolleranza è reciproca, la guerra è inevitabile.

La buona coppia

I membri di una coppia solida si supportano e si sopportano.

Perché parliamo

A volte parliamo solo per ricordare agli altri che esistiamo.

Annoiarsi insieme

Per molti, annoiarsi insieme è meglio che divertirsi da soli.

Sull'uso della forza

Per limitare l'uso della forza è necesario l'uso della forza.

Domanda sulle interazioni

Di ogni umano chiedersi: con chi interagisce e in quali ruoli?

Farsi amici e nemici

Presentarsi, esporsi o dichiararsi implica farsi amici e nemici.

Relazioni e interazioni

Relazioni e interazioni, nient'altro che relazioni e interazioni!

Comunicazione e interazione

La comunicazione non è fine a se stessa ma serve all'interazione.

Saper tacere

In certi momenti saper tacere è più importante che saper parlare.

Servizio e società

È bello essere serviti, ci fa sentire ben integrati nella società.

Servi e padroni

È impossibile vivere in società senza mai essere servi né padroni.

Tra il sé e gli altri

L'io è il mediatore, più o meno imparziale, tra il sé e gli altri.

Soggetto e oggetto, causa ed effetto

Ogni cosa è allo stesso tempo soggetto e oggetto, causa ed effetto.

La vita di un umano

La vita di un umano è un continuo incontro/scontro con altri umani.

Accordo sul disaccordo

Con certe persone siamo d'accordo sul fatto che non siamo d'accordo.

Verità che offendono

Spesso, per non offendere, bisogna nascondere la verità.

Conflitto e dialogo

In caso di conflitto non basta voler dialogare, bisogna saperlo fare.

Sui desideri

In ogni momento ognuno desidera ottenere qualcosa dal resto del mondo.

Vulnerabilità e convivenza

Le persone più vulnerabili convivono male con quelle meno vulnerabili.

Fare e non fare

Il problema non è tanto ciò che facciamo, quanto ciò che non facciamo.

La mia bigamia

Io sono bigamo nel senso che, oltre a mia moglie, ho sposato me stesso.

Sul controllo sociale

Ognuno vorrebbe controllare gli altri e non farsi controllare da essi.

A che serve la mente

La mente serve a gestire i rapporti con gli altri e col resto del mondo.

Il tutto e le sue parti

Siamo parti del tutto e abbiamo bisogno di interagire col resto del tutto.

Cosa possiamo conoscere

Non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le interazioni tra le cose.

Gli altri dentro di noi

Anche quando siamo soli interagiamo con gli altri, gli altri dentro di noi.

Vocabolari personali

Se voglio parlare col mio gatto, devo usare il suo vocabolario, non il mio.

Presupposti delle domande

Non ha senso rispondere a domande di cui non si condividono i presupposti.

Condizioni per interagire

Ogni umano desidera interagire con altri umani, ma alle proprie condizioni.

Sulla selezione sociale

La selezione sociale consiste nello scegliere con chi e quando interagire.

La regola d'oro

La regola d'oro delle buone maniere è fingere di essere uguali o inferiori.

Atti ed effetti

Che effetto avrà ciò che sto facendo nel modo in cui gli altri mi trattano?

Saper tacere

Capire quando e cosa è bene tacere è più importante che saper parlare bene.

Sulla negoziabilità dei valori

Tutti i valori sono negoziabili e negoziati (consciamente o inconsciamente).

Trattamenti reciproci

Il modo in cui gli altri ti trattano dipende dal modo in cui tu tratti loro.

Sulle nevrosi

Non sono le persone in sé ad essere nevrotiche, ma le relazioni tra di esse.

Tipi di conformismo

Stanno bene insieme le persone che condividono lo stesso tipo di conformismo.

Amore condizionato

Tutti cercano l'amore, ma ognuno è disposto ad amare solo a certe condizioni.

Domanda e offerta

Ciò che una persona desidera sapere di te è cosa gli offrì e cosa gli chiedi.

L’uomo come rappresentante

Ogni umano, per ogni altro, è un rappresentante dell'umanità e dell'alterità.

Comunità di linguaggio

Due persone, per interagire pacificamente, devono usare un linguaggio comune.

Questione fondamentale sulle interazioni umane

Per quali motivi e a quali scopi gli esseri umani interagiscono e comunicano?

Uomini e collegamenti

Ogni umano costituisce una serie di collegamenti con certi umani e certe idee.

Ancora sulla felicità

Felicità è interagire abitualmente con gli altri in modo soddisfacente. 

Sul non uso della memoria

Il cervello tende a dimenticare le informazioni che non usa nelle interazioni.

Pensare similmente

Se vuoi andare d'accordo con una persona devi pensare in un modo simile al suo.

Parlare contro

Tutto ciò che dico può essere usato contro qualcuno, a cominciare da me stesso.

Fare e interagire

Fare una cosa (qualsiasi cosa) equivale ad interagire con qualcosa e/o qualcuno.

Vitalità dei giochi tra bambini

Un quartiere dove non ci sono bambini che giocano tra loro è un quartiere morto.

Interazioni tra inconsci

Quando due persone s'incontrano i loro inconsci interagiscono generando emozioni.

Ricevere per dare

Per poter dare bisogna prima ricevere, e ognuno dà in base a ciò che ha ricevuto.

Vittime e carnefici

Gli umani, specialmente i vittimisti, sono vittime di se stessi, non dei disumani.

Di cosa possiamo parlare

Possiamo parlare solo di cose che il nostro interlocutore è disposto ad ascoltare.

Domandare per interagire

A volte facciamo domande ad una persona solo per il piacere di interagire con essa.

Cosa stiamo cercando

Siamo tutti in cerca di servi, padroni e alleati, e stiamo male se non li troviamo.

Sui bisogni interpersonali

Chi ha bisogno di una persona cercherà di attrarla, di legarla a sé o di possederla.

Relazioni e interazioni

Le interazioni dipendono dalle relazioni e le relazioni dipendono dalle interazioni.

Dovremmo essere tutti antropologi

Per interagire in modo soddisfacente con gli altri dovremmo essere tutti antropologi.

Vita sociale come gioco

La vita sociale è un gioco le cui regole sono scritte raramente e in modo poco chiaro.

Come gli altri mi valutano

Gli altri mi valutano non per ciò che io sono per me, ma per ciò che io sono per loro.

Conversazione come fine

La conversazione può essere un fine, vale a dire un bisogno in sé, oltre che un mezzo.

Il prezzo dell'accordo

Per andare d'accordo con certe persone bisogna fingere di essere stupidi e/o ignoranti.

Mutualità del piacere

Mi piacciono le persone a cui piaccio, e non mi piacciono le persone a cui non piaccio.

Per farsi voler bene

Se vuoi farti voler bene devi esercitare una censura preventiva su tutto ciò che dici.

Ponti e muri

Ogni artefatto, atto, gesto o parola può essere un ponte o un muro tra noi e gli altri.

Cos'è un essere umano

Ogni umano é il risultato della combinazione tra i propri geni e le proprie esperienze.

La funzione dell'inconscio

La funzione dell'inconscio è quella di favorire i buoni rapporti dell'io con gli altri.

Modelli d'interazione

Ognuno ha i suoi modelli d'interazione. I più saggi hanno un metamodello d’interazione.

Effetti della conoscenza

Se tutti gli umani fossero onniscienti, come si comporterebbero gli uni verso gli altri?

Algoritmi di vita

La vita è il risultato di interazioni tra algoritmi organici parzialmente modificabili.

Importanza dei luoghi comuni

I luoghi comuni sono importanti. Senza di essi non potremmo comprenderci né incontrarci.

Partecipare o non partecipare

Se partecipo sarò giudicato come partecipante, se non partecipo, come non partecipante.

Elogio del tacere

Il modo più sicuro per evitare di dire cose sciocche, sbagliate o inopportune è tacere.

Stupidità dell'intelligente

È stupido voler apparire più intelligenti dei propri interlocutori.

 

Come piacere a una persona

Per piacere a una persona devi approvarla, aiutarla, compiacerla, amarla, o affascinarla.

Per piacere

Per piacere ad una persona bisogna integrarsi armoniosamente nella sua visione del mondo.

Dominare inconsciamente

Ognuno vorrebbe dominare gli altri, ma i più rimuovono questo desiderio dalla coscienza.

Le nostre maschere

Noi siamo le maschere che indossiamo. Senza una maschera non siamo nessuno, non esistiamo.

Influenza dell'ambiente

Ogni ambiente influenza chi ci vive. Per cambiare le influenze conviene cambiare ambiente.

Comportamento e mappa mentale

Il comportamento di un essere umano dipende soprattutto dalla sua mappa mentale del mondo.

Comportamento esterno e interno

Per capire il comportamento esterno di un essere vivente bisogna conoscere quello interno.

Sull'autenticità

Essere autentici richiede il coraggio di mostrarsi come si è, non come si dovrebbe essere.

Controllare gli altri

Ognuno desidera controllare gli altri, consciamente o inconsciamente, nel bene e nel male.

Offesa e aggressione

L'offesa percepita, non l'offesa reale o intenzionale, scatena il comportamento aggressivo.

Motivazioni sociali fondamentali

Appartenere, possedere, sfruttare, sono le motivazioni sociali fondamentali di ogni umano.

L'essenza di ogni essere

L'essenza di ogni essere è costituita dai modi in cui esso interagisce col resto del mondo.

Ognuno per ogni altro

Ognuno, per ogni altro, può essere utile, dannoso, gradevole, sgradevole, indifferente ecc.

Storie simili

Quanto più simili sono le storie di due umani, tanto più forte è la relazione tra di essi.

Far sentire l'altro importante

Se fai sentire il tuo interlocutore importante, diventi automaticamente importante per lui.

Apprezzamento e disprezzo reciproci

Non posso apprezzare chi non mi apprezza, e non posso essere apprezzato da chi non apprezzo.

Perché e per chi?

Quando ci accingiamo a fare qualcosa, chiediamoci: perché e, soprattutto, per chi la faccio?

Preparazione per le interazioni

Ogni interazione umana è come un esame, e chi è impreparato rischia di prendere brutti voti.

Significato del dono

Ciò che conta non è il dono che riceviamo, ma il fatto che qualcuno voglia donarci qualcosa.

Valore e interazione

Quanto più una cosa favorisce l'interazione sociale soddisfacente, tanto più essa ha valore.

Mente e interazione

La mente serve soprattutto a rispondere alla domanda: con chi e come mi conviene interagire?

Interazioni condizionali

Ogni umano è interessato a interagire con gli altri solo secondo un certo copione personale.

Il diritto di non dialogare

Non si può costringere nessuno a dialogare, a rispondere alle nostre domande, a comprenderci.

Pace e verità

Per stare in pace con gli altri non basta tollerare i loro difetti. È necessario non vederli.

A che serve la nostra mente

La mente umana serve soprattutto a interagire con gli altri umani nei modi più soddisfacenti.

Doppia incapacità

Gli umani sono incapaci di stare da soli e di unirsi ad altri in modi soddisfacenti per tutti.

Progresso sociale e modelli di interazione

Per migliorare la società è necessario creare nuovi e migliori modelli di interazione sociale.

Il dominio dell'uomo sull'uomo

Ogni umano cerca di dominare ogni altro se non contrastato da quello o da una certa educazione.

Compagni di viaggio

Siamo tutti compagni di viaggio su questa terra, ognuno guidato dai suoi algoritmi clandestini.

Parole che generano ostilità

Non dire nulla che il tuo interlocutore non desideri ascoltare, se non vuoi la sua ostilità.

Compatibilità tra modelli d'interazione

L'interazione tra due persone dipende dalla compatibilità dei rispettivi modelli d'interazione.

La distanza desiderata

Ogni persona rispetto ad ogni altra vorrebbe che vi fosse una certa distanza più o meno grande.

Musica e società

La musica è un fatto sociale. Essa dà il ritmo e il tono per interazioni sociali di vario tipo.

Il sesto senso

Il sesto senso è l'interpretazione inconscia dei sentimenti altrui fornita dai neuroni specchio.

Sistemi sociali

Quando prendere decisioni ed eseguirle sono attuati da persone diverse abbiamo un sistema sociale.

Empatia e distanza

L'empatia è inversamente proporzionale alla distanza fisica, temporale, culturale e intellettuale.

Etica non condivisa

Un'etica non condivisa è come un contratto firmato da una sola parte, e impegna solo chi la segue.

L'unico umano rimasto

Immagina di essere l’unico umano rimasto vivo al mondo; tutti i problemi psicologici svanirebbero.

Visibilità e imitazione

Le persone più imitate sono quelle più visibili, cioè quelle viste dal maggior numero di persone.

Piccoli e grandi

 Non far sentire piccoli i piccoli, e fa' sentire grandi i grandi.



Identità interattive

Noi siamo i modi in cui interagiamo col nostro ambiente sociale, naturale e mediatico.

Adulto e bambino

Quando comportarmi da adulto mi è troppo difficile non trovo di meglio che comportarmi da bambino.

Desiderio segreto

Ciò che segretamente ogni umano desidera è avere potere, dominio, controllo, influenza sugli altri.

La tragedia dei bisogni non reciproci

Io ho bisogno degli altri, ma gli altri non hanno bisogno di me. Questa è la tragedia dell'umanità.

Sulla conversazione

Le conversazioni consistono spesso in giochi a chi la sa più giusta, più lunga, o più sorprendente.

Per una buona interazione sociale

Spesso, per avere una buona interazione sociale, conviene farsi piccoli rispetto agli interlocutori.

Vita ed essere come risultato

Ogni essere vivente (compreso l'uomo) è il risultato dell'interazione delle parti che lo compongono.

Sostenibilità delle relazioni

Una relazione è sostenibile finché per ciascuno degli interagenti i vantaggi superano gli svantaggi.

Chi tace acconsente?

Chi tace acconsente, sia al bene che al male. Oppure non ha tempo per commentare, o ha paura di farlo.

Domande sull'interazione sociale

Io e x. Che voglio da x? Che vuole x da me? Che so di x? Che sa x di me? Che so di me? Che sa x di sé?

Essenza del conformismo

C'è un'infinità di cose che non faremmo mai se non sapessimo che persone che noi rispettiamo le fanno.

Sull'interdipendenza sociale

La nostra dipendenza dagli altri è molto più profonda e complessa di quella che crediamo di conoscere.

Sulle offerte gratuite

Non fidarti delle offerte gratuite. Il prezzo da pagare è nascosto e sarà pagato al momento opportuno.

Essere utile

A chi sono utile? A chi potrei essere utile? Sono due domande a cui dovremmo avere una risposta pronta.

Segni di appartenenza

In ogni gesto, in ogni azione, in ogni espressione umana è implicito il messaggio "io appartengo a ..."

Nessuno può stare tranquillo

Ogni umano può essere utile o dannoso per ogni altro umano. Perciò nessuno di noi può stare tranquillo.

Chi interagisce?

Quando due persone interagiscono, a interagire non sono tanto le loro coscienze, quanto i loro inconsci.

Letteratura, arte e incontri umani

Le opere letterarie e quelle artistiche ci aiutano a immaginare e a simulare incontri con altre persone.

Imparare a interagire con gli altri

Imparare a interagire con gli altri è come imparare il pianoforte. Ci vuole tanta pratica e tanto tempo.

Convivenza, intelligenza, morale

Per convivere pacificamente con gli altri non bisogna mostrarsi più intelligenti né più morali di loro.

Una scoperta terrificante

Sarebbe terribile scoprire che le uniche cose che ci possono far felici sono inaccettabili per gli altri.

Domanda e offerta

L'offerta dovrebbe essere preceduta dalla domanda. Un'offerta senza domanda potrebbe essere una trappola.

I miei "altri"

Chi sono i miei “altri”? Cosa pensano di me? Cosa vogliono da me? Cosa penso di loro? Cosa voglio da loro?

Virtute e canoscenza?

A poco valgono "virtute e canoscenza" se non si hanno buone relazioni con un sufficiente numero di persone.

Sulla personalità

La nostra personalità è il risultato di una combinazione casuale di geni e di esperienze più o meno comuni.

Quali altri?

Siamo tutti condizionati dagli “altri”, ma ognuno ha i suoi “altri”.

Interazioni come cause e conseguenze

Ciò che faccio e penso dipende dalle mie interazioni con gli altri e ha conseguenze su di esse.

Come piacere agli altri

Chi cerca di piacere agli altri rischia di sottomettersi ad essi. Io vorrei piacere agli altri dominandoli.

Sentirsi utili

Ho un forte bisogno di sentirmi utile, e mi chiedo quanti altri abbiano lo stesso bisogno e in quale misura.

Roba da superuomini

Poter scegliere liberamente e senza condizionamenti con chi, come e quando interagire è roba da superuomini.

Siamo ciò che facciamo

Tutto ciò che facciamo e diciamo, non facciamo e non diciamo, parla di noi e ci qualifica agli occhi altrui.

Tutti influencer

Siamo tutti influencer. Ciò che cambia è la quantità e la qualità delle persone che riusciamo a influenzare.

Valenza sociale

Quasi ogni cosa che facciamo o evitiamo di fare ci qualifica socialmente, ed ha pertanto una valenza sociale.

Rispetto e giudizio

Per rispettare l'uomo e non esserne delusi, non bisogna sopravvalutarlo, non bisogna aspettarsi molto da lui.

Chiarezza della prostituzione

Le persone che si prostituiscono sono le sole che dicono chiaramente cosa offrono e cosa chiedono in cambio.

Importanza dell'assenza

L'assenza di una cosa può essere causa di qualcosa. L'assenza di un'informazione costituisce un'informazione.

Comportamento e identità sociale

Ogni cosa che un umano fa può servire a confermare, affermare, negare o rinnegare una certa identità sociale.

Discutere con gli animali

Non puoi discutere con un animale. E se con un uomo non riesci a discutere, è perché si tratta di un animale.

I limiti di una conversazione

Né il tema di una conversazione, né il suo livello di profondità, possono essere imposti ad un interlocutore.

Chi interagisce con chi?

Invece di dire "con chi voglio interagire?" sarebbe meglio dire "con chi voglio far interagire il mio corpo?".

Rapporti desiderati e rapporti indesiderati

Ogni umano cerca di ottenere certi tipi di rapporto e di evitare certi altri tipi di rapporto con certi umani.

Paura di ritorsioni

Raramente una persona rivela alle altre ciò che di male pensa e sente verso di loro, per paura di ritorsioni.

Per interagire cooperativamente

Per interagire cooperativamente con gli altri bisogna tenere in considerazione le loro mappe cognitivo-emotive.

Presentarsi agli altri

Presentarsi agli altri implica manifestare la propria adesione o non adesione a certi modelli di comportamento.

Piacere e dolore come chiavi di comprensione

Il piacere e il dolore causato dalle interazioni sociali è una chiave di comprensione delle interazioni stesse.

Importanza degli altri

È nella relazione e interazione con gli altri che l'uomo si forma, si realizza e può soddisfare i suoi bisogni.

Collaboratori e competitori

Ogni persona, per ogni altra, è un effettivo o potenziale collaboratore e un effettivo o potenziale competitore.

Vita sociale e psichica

La vita sociale (e psichica) è tutta qui: con chi giocare, a quali giochi, con quali regole e a quali condizioni.

Retroazioni

È evidente che il comportamento degli altri verso di me dipende anche dal mio comportamento verso di loro.

Breve sintesi della psicologia

Non possiamo fare tutto e solo ciò che ci pare e piace; dobbiamo fare i conti con gli altri fuori e dentro di noi.

Importanza del sesso

Nel bilancio tra il dare e il ricevere di una coppia, le prestazioni sessuali hanno un peso più o meno importante.

Una persona con cui giocare

Ogni tanto abbiamo bisogno di una persona con cui giocare a qualche gioco che ci piace.



La vita umana come compromesso

La vita di un essere umano è un compromesso tra ciò che lui vuole essere e ciò che gli altri vogliono che lui sia.

Note stonate

Un contesto sociale è come una scala musicale. Ogni transazione fuori contesto è stonata come una nota fuori scala.

Comportamento come causa ed effetto

Il comportamento di una persona è, parzialmente, causa ed effetto del comportamento delle persone con cui interagisce.

Bisogno degli altri

Il problema di noi umani è che abbiamo bisogno gli uni degli altri, anche di coloro che non amiamo e che non ci amano.

I conti e la memoria selettiva

È difficile fare i conti con chi ricorda bene le transazioni a favore degli altri e meno bene quelle a proprio favore.

False verità che nascondono quelle vere

Quante falsità e sciocchezze si dicono per negare e nascondere l'ignoranza, l'egoismo, la sopraffazione e la violenza!

Il gioco della vita

Per certe persone La vita è un gioco in cui si cerca di ottenere dagli altri il più possibile dando il meno possibile.

Da cosa dipende la felicità

Il grado di felicità di un essere umano dipende soprattutto dalla qualità delle sue interazioni abituali con gli altri.

Dio e le guerre

Non ci sarà pace nel mondo finché ci saranno persone che credono di avere certi diritti e privilegi per volontà di Dio.

Discutere per aver ragione

Quando discutiamo per dimostrare di aver ragione, difficilmente cerchiamo di capire le ragioni del nostro interlocutore.

Sul bisogno di parlare

Abbiamo bisogno di parlare con qualcuno, e, se non troviamo nessuno con cui parlare, leggiamo o parliamo con noi stessi.

Dare per ottenere

Se qualcuno ti offre qualcosa, si aspetta (consciamente o inconsciamente) qualcosa in cambio (da te o da qualcun altro).

Interazioni tra organismi e ambienti

I nostri organismi interagiscono con i loro ambienti per conservarsi e riprodursi, finché non si disgregano.

Limitare l'intelligenza

Per andare d'accordo con gli altri bisogna limitare la propria intelligenza ad un livello compatibile con quella altrui.

Incontri e valutazioni

Ogni volta che una persona ne incontra un'altra, ciascuna di esse si sottopone alla valutazione e al giudizio dell'altra.

Influenza reciproca dei comportamenti

Il mio comportamento passato e presente è uno dei principali fattori che determinano il comportamento altrui verso di me.

Dare e prendere

Ogni umano dà cose agli altri e prende cose dagli altri, secondo i propri bisogni, i propri interessi e le proprie paure.

Rispetto per il prossimo

Non fare al prossimo ciò che non vuole subire, non dargli ciò che non vuole ricevere, non dirgli ciò che non vuole udire.

Questionario sulle interazioni

Con chi/cosa ho interagito, sto interagendo, voglio interagire, in che tipo di interazione, in quali ruoli, a quali scopi?

Se non fossi mai nato

Ognuno dovrebbe chiedersi: "Se io non fossi mai nato, le persone con cui ho interagito sarebbero state più o meno felici?"

Per un buon rapporto

Per avere un buon rapporto con una persona, è necessario evitare di dire o fare cose che possono farla sentire svalutata.

Il gioco della società

La società è un gioco le cui regole sono nascoste, dissimulate, mistificate, inconsce, crudeli verso chi non le rispetta.

Come farsi accettare dagli altri

Qualcuno si uccide perché il suo inconscio è convinto che non esistere sia l'unico modo per essere accettati dagli altri.

Inconvenienti della conoscenza

Ogni progresso verso la conoscenza comporta un peggioramento delle relazioni con i compagni di ignoranza rimasti indietro.

Il personaggio che recitiamo

Ogni giorno recitiamo il personaggio che il nostro codice genetico, le nostre esperienze e la società hanno scelto per noi.

I concetti-chiave della natura umana

I concetti-chiave della natura umana: emozione, appartenenza, interazione, cooperazione, autorità, gerarchia, competizione.

Aspettative, disponibilità e desideri

Cosa si aspettano gli esseri umani gli uni dagli altri? Cosa sono disposti a fare gli uni per gli altri e gli uni agli altri?

Inter-reazioni

Non esistono azioni ma solo reazioni. Di conseguenza, ciò che chiamiamo interazioni dovrebbero essere chiamate inter-reazioni.

Come gli altri rispondono ai nostri atti

Ogni nostro atto può farci acquisire crediti o debiti, apprezzamento o disprezzo, simpatia o antipatia agli occhi di qualcuno.

Credere per essere stimati

Ci sono persone che credono in certe cose perché se non ci credessero perderebbero la stima dei membri della propria comunità.

Gli altri

Gli altri: indispensabili e nocivi. Con loro ci sono quattro possibilità: cooperazione, competizione, imitazione, e selezione.

Domanda imbarazzante

Ogni umano si chiede (consciamente o inconsciamente): come posso influenzare a mio favore i sentimenti degli altri verso di me?

Chi controlla le coscienze

La coscienza è controllata dall'inconscio, l'inconscio dalla società, la società dalle comuni coscienze di gruppi di individui.

Logica principale dei rapporti umani

Se mi vuoi bene ti voglio bene, se mi vuoi male ti voglio male. Su questa semplice logica si basa gran parte dei rapporti umani.

Quando si rompe una relazione sociale

Una relazione sociale si rompe quando una delle parti non riesce più a trattenersi dal dire all'altra che è stupida e/o cattiva.

Sulla presunzione di sapienza

Quasi tutti pensano di sapere quanto basta su come comportarsi con gli altri, e non cercano di imparare qualcosa a tale riguardo.

Bisogno di giocare

Ogni umano ha bisogno di "giocare" con altri umani. Si tratta di stabilire a quali giochi (con quali regole e libertà) e con chi.

Importanza del saluto

Dire "buongiorno" o "ciao" a qualcuno significa "tu per me esisti e mi sta bene che tu esista". Per questo è importante salutarsi.

Questione di apprezzamento

Una cosa che ogni umano si chiede (consciamente o inconsciamente) è: Che posso fare per farmi apprezzare maggiormente dagli altri?

Nessun obbligo di ascolto

Non possiamo obbligare nessuno ad ascoltarci, se non con la forza. Possiamo tuttavia cercare di rendere attraente ciò che diciamo.

Regole d'interazione

Ogni essere umano è effettivamente o potenzialmente in relazione con ogni altro secondo regole d'interazione più o meno condivise.

Reazioni stolte e reazioni sagge

Se dici a uno stolto che è stolto, aspettati una reazione stolta. Se dici ad un saggio che è stolto, aspettati una reazione saggia.

Fare per condividere

Una delle cose per cui può essere interessante fare certe esperienze è la possibilità di condividerle, ovvero di parlarne con altri.

Interazioni esterne e interne

L'io cosciente deve imparare a interagire in modo soddisfacente sia con gli enti esterni che con quelli interni alla propria persona.

Vita

La vita è dare e ricevere, cooperazione e competizione, simbiosi e antibiosi, conservazione ed evoluzione, ripetizione e cambiamento.

Sull'interdipendenza degli esseri umani

Ogni umano può favorire od ostacolare la soddisfazione dei bisogni di altri umani, contribuendo così alla loro felicità o infelicità.

Allergie mentali

Non esistono solo le allergie fisiche, ma anche quelle mentali, le quali dovrebbero essere rispettate e prese sul serio come le prime.

Interazioni immaginarie

L'uomo ha un tale bisogno di interagire con gli altri che, se non può avere interazioni reali, si contenta di interazioni immaginarie.

Bisogno di identità

L'uomo è sempre impegnato ad affermare e confermare la propria identità sociale, sia mentre interagisce con altri, sia quando è solo.

Quelli che si sopravvalutano e quelli che si sottovalutano

Le persone che si sopravvalutano sono insopportabili. Quelle che si sottovalutano sono interessanti come buoni prodotti a buon mercato.

Interazioni immaginarie

Abbiamo un tale bisogno di interagire con altri esseri umani che se non riusciamo a farlo nella realtà lo facciamo con l'immaginazione.

Cosa è più importante

Le relazioni e le interazioni tra entità (persone, cose, informazioni, algoritmi, luoghi ecc.) sono più importanti delle entità stesse.

Feste come sorveglianze

Una festa è un incontro tra persone in cui ogni partecipante sorveglia e giudica ogni altro ed è sorvegliato e giudicato da ogni altro.

Il sale del dialogo

Domande brevi non retoriche e risposte brevi pertinenti sono il sale di un dialogo, ovvero il nutrimento di una interazione costruttiva.

Cooperazione per il cambiamento

È difficile la cooperazione tra chi vuole cambiare e chi non vuole. E tra chi vuole che gli altri cambino in un senso e chi in un altro.

Motivi e conseguenze del comportamento umano

Noi umani non sappiamo tutto ciò che facciamo, né perché lo facciamo, né le conseguenze di ciò che facciamo, ma ci illudiamo di saperlo.

Scegliere le interazioni

Un essere umano non può fare a meno di interagire con altri esseri umani, ma i più fortunati possono scegliere con chi e come interagire.

Bisogno di interazioni

Ogni essere umano ha bisogno di interagire con un certo numero di altri esseri umani disposti ad interagire con lui secondo certe regole.

Criteri d'interazione

Gli esseri umani interagiscono per lo più automaticamente, involontariamente e inconsciamente, secondo criteri che in gran parte ignorano.

Felicità e interazione

Felicità è interagire con le persone e le cose giuste al momento giusto e nel modo giusto, ovvero soddisfacente per tutti gli interattori.

Volontà/nolontà e libero arbitrio

Il libero arbitrio consiste nella volontà/nolontà di interagire in un certo modo e in un certo momento con una certa persona, cosa o idea.

Opinioni offensive

È difficile esprimere una opinione senza offendere qualcuno (presente o assente). E se nessuno si offende si tratta di una opinione banale.

Di chi parliamo quando parliamo?

Quando due persone conversano di cose diverse da loro due, in realtà dicono qualcosa di se stesse e si aspettano qualcosa l'una dall'altra.

La psiche e gli altri

Se non ci fossero gli altri non ci sarebbe nemmeno la psiche, né la psicologia. Perché la psiche serve a gestire i rapporti con gli altri.

Moralità e convenzioni

Uno non può stabilire quanto un’azione sia immorale senza tener conto di cosa pensano gli altri a tale riguardo. La morale è convenzionale.

Il primo passo

Se aspettiamo che gli altri vengano da noi a conoscerci ed amarci saremo delusi. Dobbiamo essere noi a fare il primo passo, infinite volte.

Forme culturali e interazioni

Ogni forma o espressione culturale è un invito all'imitazione, alla conformazione, alla condivisione, all'interazione secondo certe logiche.

Schiavo e padrone

Ognuno è schiavo e padrone della propria mente, la quale serve soprattutto a rispondere alla domanda: con chi e come mi conviene interagire?

Esistere è interagire

Io esisto nella misura e nel momento in cui avviene un'interazione tra me e altri esseri. Per questo ho bisogno di interagire: per esistere.

Azioni qualificanti

Qualsiasi cosa facciamo o non facciamo ci qualifica agli occhi degli altri, e tale qualifica condiziona il comportamento altrui verso di noi.

Conflitti sulle interazioni

Quando due persone si incontrano, ognuna vorrebbe avre il privilegio di scegliere le modalità dell'interazione secondo le proprie preferenze.

La legge del più forte

Laddove non si riesce ad accordarsi su altre leggi, vale quella del più forte. Perciò, quanto più si è deboli, tanto più conviene accordarsi.

Essere e divenire

Per quanto riguarda l'essere e il divenire, suppongo che esista solo il divenire e che l'essere sia solo una costruzione mentale "in divenire".

Il fastidio della saggezza

La continua ricerca della saggezza può nascondere il bisogno di una superiorità morale e intellettuale che gli altri percepiscono con fastidio.

Posti nelle visioni del mondo

Ciò che più conta nel rapporto tra due persone A e B è il posto di B nella visione del mondo di A, e il posto di A nella visione del mondo di B.

Il rischio della solitudine

Fare qualcosa insieme a qualcuno è più prudente che farla da soli. Infatti nel primo caso si dispone già dell'approvazione implicita di qualcuno.

Discussioni inutili

Fintanto che ognuno cerca di dimostrare che le proprie idee sono giuste e quelle dell'interlocutore sbagliate, nessuno impara qualcosa dall'altro.

Interdipendenza

Nessun essere umano è indipendente, ognuno ha bisogno della cooperazione di qualcun altro. E per ottenerla deve fare certe cose ed evitarne altre.

Obbedienza reciproca

I rapporti umani sono basati sull'obbedienza reciproca: se tu fai ciò che io ti chiedo, in compenso io faccio ciò che tu mi chiedi, altrimenti no.

Sulla qualità delle relazioni interpersonali

La qualità e il successo di una relazione interpersonale dipende da ciò che le persone coinvolte hanno in comune e da ciò che non hanno in comune.

Amore e simbiosi

Amore: il bisogno di interagire simbioticamente con una certa persona o altro essere vivente o non vivente, in modo duraturo, se possibile, eterno.

Espressioni, messaggi, intenzioni, posizioni

Ogni espressione umana (informativa, letteraria, artistica, ecc.) comporta certi messaggi e certe intenzioni, e sollecita certe prese di posizione.

Tutti giornalisti

Grazie ai social network siamo tutti giornalisti, e ognuno è moralmente responsabile delle notizie che diffonde, non importa se originali o copiate.

Conflitti tra narrazioni

È difficile convivere, e ancor più cooperare, con persone che credono in narrazioni in cui non crediamo o non credono in narrazioni in cui crediamo.

Valutazioni reciproche

Le interazioni tra due persone dipendono in gran parte da come ciascuna valuta l'altra e se stessa, e da come ciascuna si sente valutata dall'altra.

Essere gentili

Essere gentili significa cercare di comprendere i bisogni altrui e di soddisfarli insieme ai propri, se ciò non comporta l'insoddisfazione di questi.

Conformismo e natura umana

Il conformismo (ovvero l'apprendimento e il comportamento mimetici) non è un difetto o un vizio, ma una caratteristica essenziale della natura umana.

Rispetto per gli incapaci

Rispettare una persona significa anche riconoscere i suoi limiti e le sue incapacità, ovvero non aspettarsi da essa ciò che non può fare né pensare.

Essere vs. accadere

Si può osservare e misurare l'accadere, non l'essere. L'accadere consiste in una interazione. L'essere è ciò che immaginiamo in seguito all'accadere.

Fatti, transazioni, interazioni, relazioni

I fatti sono transazioni, laddove un'interazione consiste in un insieme di transazioni e una relazione consiste in un insieme di interazioni abituali.

Condizioni dell'amore

Se vuoi essere amato da una certa persona, devi "essere" come essa desidera che tu sia, ovvero devi comportarti come essa desidera che tu ti comporti.

Come mi vogliono gli altri

Nessuno mi desidera come sono, ognuno mi vorrebbe come specchio o comodino di sé, o come alleato nei suoi conflitti. Credo che questo valga per tutti.

Esercizio di immaginazione sulle intenzioni di interazione

Immaginate che ogni persona, compresi voi stessi, porti un cartello in cui è scritto che essa interagisce solo con certe persone e solo in certi modi.

Sul comportamento di ogni organismo

Il comportamento di ogni organismo, compreso quello umano, è determinato dal suo hardware, dal suo software e dall'ambiente con cui esso interagisce.

I problemi più importanti

Problema 1: Con chi e come, potendo scegliere, preferirei interagire?

Problema 2: Con chi e come sono obbligato a interagire?   


Valutazioni reciproche

Nell'interazione tra due persone ciascuna valuta, consciamente e/o inconsciamente, il comportamento dell'altra rispetto ai propri bisogni e interessi.

Il fine dell'interazione

L'interazione tra umani può avere un fine, ma può anche essere fine a se stessa, ovvero soddisfare il bisogno di interazione ed essere fonte di piacere.

Sulla necessità di associarsi

Un essere umano non può non associarsi con qualcuno, e la scelta delle persone con cui assicurarsi è limitata dall'interesse altrui a tale associazione.

Interagire in modo efficace

Nell'interagire con una persona considera le sue motivazioni, le sue conoscenze, le sue ignoranze, le sue capacità, le sue incapacità e le sue emozioni.

Sulla rilevanza sociale

Per essere considerato rilevante da una persona devi essere riconosciuto da essa come suo leader, suo seguace, suo compagno, suo cliente o suo fornitore.

Combinazioni di mappe cognitivo-emotivo-motive

Quando due persone interagiscono, il risultato dell'interazione dipende soprattutto dalla speciale combinazione delle loro mappe cognitivo-emotivo-motive.

Dio e inconscio

Potrebbe essere che Dio, nell'inconscio del mistico, come in quello della gente comune, sia un sostituto o rappresentante dei genitori e/o della comunità.

Libero arbitrio e relazioni

Il libero arbitrio consiste nello scegliere con chi/cosa interagire e con quali regole, limiti e libertà, ovvero conformemente a quale tipo di relazione.

Azioni verso gli altri

Un individuo può agire, verso gli altri, nei seguenti possibili modi: condividere, cooperare, competere, ignorare, adattarsi, imporsi, isolarsi, emigrare.

Sullo sfruttamento dell'uomo da parte del'uomo

Da sempre l'uomo approfitta della sua superiorità fisica e politica rispetto ad altri per imporre loro la sua volontà e ottenere da loro ciò che desidera.

L'orrore di aver sempre torto

Una persona di una certa intelligenza convivere difficilmente con una molto più intelligente perché non tollera di aver sempre torto in caso di disaccordo.

Come indurre qualcuno a fare ciò che desideriamo

Ci sono due modi per indurre qualcuno a fare ciò che desideriamo: (1) con la violenza; (2) con promesse o minacce di vantaggi o svantaggi, piaceri o dolori.

Sui desideri interpersonali

Ognuno desidera certi comportamenti da persone libere di scegliere se soddisfare o no i desideri altrui, e cerca di influenzare a proprio favore tale scelta.

Interazioni e partecipazioni

Un soggetto, oltre ad interagire con altri soggetti, può organizzare interazioni tra altri soggetti senza parteciparvi.

Scegliere gli stimoli

Ciò che percepiamo forma e trasforma la nostra mente in modi più o meno sani e vantaggiosi. Scegliamo dunque con cura gli stimoli sensoriali a cui sottoporci.

Cambiamento e immaginazione

Per cambiare una cosa bisogna immaginarla diversa nelle sue interazioni con il resto del mondo e chiedersi se le nuove interazioni immaginate sono sostenibili.

L'Altro generalizzato

Come ci insegna George Herbert Mead, nella nostra mente vive ed opera l'Altro generalizzato, con cui l'inconscio dialoga continuamente, e da cui prende ordini.

Sintesi del pragmatismo

Non importa ciò che siamo, ma ciò che facciamo, ovvero come interagiamo col resto del mondo, e come soddisfiamo i bisogni della nostra persona e quelli altrui.

Il pericolo di esprimere le proprie idee

Esprimere le proprie idee è spesso pericoloso, perché chi la pensa diversamente si sentirà minacciato dalla nostra visione del mondo e ci vedrà come un nemico.

Portatori di bisogni e di desideri

La vita umana oggi: otto miliardi di portatori di bisogni e desideri. Bisogni e desideri da comprendere, conciliare, regolare e soddisfare per quanto possibile.

Bisogno di nemici

Abbiamo bisogno di nemici da combattere, altrimenti le nostre capacità difensive si atrofizzano. E se non troviamo nemici reali dobbiamo inventarli o simularli.

Come pensano e sentono gli altri

È illusorio e nocivo presumere che gli altri pensano e sentono come noi, perché tale illusione ci disincentiva dall’ apprendere come pensano e sentono gli altri.

Requisiti delle libere relazioni

Se vuoi avere una relazione (libera e non forzata) con qualcuno, devi dargli di te un'immagine compatibile con i suoi gusti, i suoi desideri e le sue aspettative.

Impossibile non interagire

È impossibile non interagire continuamente con qualcuno, reale o immaginario. Si tratta dunque di scegliere con chi farlo, di volta in volta, momento per momento.

Condizionamento delle relazioni

Una relazione pacifica tra due persone è possibile solo se c'è un accordo esplicito o implicito sulle condizioni, le modalità, e le regole della relazione stessa.

Sesso senza impegno

A mio parere, servirsi della prostituzione è la soluzione più facile per chi desidera avere interazioni sessuali senza impegnarsi in relazioni amorose vincolanti.

Attrazioni e repulsioni

L'attrazione o la repulsione verso un certo oggetto (cosa o persona) è in realtà il desiderio o la paura di interagire e di entrare in relazione con quell'oggetto.

Cos'è la realtà

La realtà è un insieme di relazioni e interazioni più o meno favorevoli alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri degli esseri viventi interagenti.

E' impossibile non comunicare

È impossibile non comunicare al nostro interlocutore, mediante il linguaggio non verbale, i nostri sentimenti e le nostre opinioni sulla sua persona e le sue idee.

Cultura e manipolazione mentale

La cultura è una collezione di strumenti con i quali qualcuno ha cercato (o cerca) di farci credere, non credere, fare, non fare, sentire, non sentire, certe cose.

Bisogno di interagire

Nessuna azione, nessuna soddisfazione, nessuna vittoria, nessun piacere sono definitivi, abbiamo continuamente bisogno di interagire per soddisfare i nostri bisogni.

Relazioni reali vs. virtuali

Quando non si riesce ad avere buone relazioni reali, ci si accontenta di buone relazioni virtuali o immaginarie, come quelle offerte dalla letteratura e da internet.

Felicità e aspettative

La felicità dipende in gran parte da cosa ci aspettiamo dagli altri, e il comportamento degli altri verso di noi dipende in gran parte da cosa ci aspettiamo da loro.

Cose vs. interazioni

Una delle cose più interessanti che la moderna fisica ci insegna è che non possiamo conoscere nulla delle cose in sé, ma solo qualcosa delle interazioni tra le cose.

Reciprocità delle antipatie

L'antipatia tra due persone è normalmente reciproca, e ognuno attribuisce la causa di essa al comportamento dell'altro, ovvero all'antipatia che l'altro gli dimostra.

La dura legge del mercato

Siamo schiavi della legge del mercato. Se ciò che offriamo non è richiesto, non valiamo nulla per gli altri. Ed è difficile contentarsi di valere solo per noi stessi.

Come l'uomo giudica e tratta l'uomo

Ogni umano viene giudicato (e trattato di conseguenza) dagli altri per come si presenta, per ciò che fa, per ciò che non fa, per ciò che dice e per ciò che non dice.

Giudizi e interazioni

Gli altri ci giudicano, e noi giudichiamo gli altri. Da tali giudizi, di cui siamo più o meno consapevoli, dipendono le nostre interazioni e le nostre non-interazioni.

Scelte analitiche vs. idealistiche vs. sentimentali

Il fatto che io affronti analiticamente piuttosto che idealisticamente o sentimentalmente il problema dei miei rapporti con gli altri può essere mal visto dagli altri.

Senso del tatto

Il tatto è una disattenzione volontaria praticata per non mettere in difficoltà il proprio interlocutore quando questo rivela inavvertitamente qualcosa di inquietante.

Ciò che pensano gli altri

Non dobbiamo ignorare ciò che fanno, dicono, pensano e sentono gli altri, anche quando si tratta di sciocchezze, assurdità o follie, perché siamo tutti interdipendenti.

Rapporti tra coscienze

Il rapporto tra due personae A e B è di buona qualità nella misura in cui la coscienza di A è cosciente della coscienza di B e delle diversità tra di esse, e viceversa.

I propri altri

Ognuno si preoccupa di come gli altri lo valutano, ma ognuno ha i suoi propri altri, con i propri valori e i propri criteri di valutazione, diversi da persona a persona.

Cosa rende un matrimonio duraturo

La duratura coesione di molti matrimoni potrebbe essere dovuta semplicemente alla difficoltà per ciascun coniuge di trovare una migliore alternativa al proprio partner.

La voce degli altri

Gli altri sono sempre dentro di noi, ci osservano e ci giudicano in ogni momento. Gli altri, non Dio. La voce della coscienza morale è la voce degli altri interiorizzati.

Sulla la paura di offendere e sulla gentilezza

A volte, dietro la paura di offendere si nasconde la paura della reazione aggressiva dell'offeso, e dietro la gentilezza si nasconde la speranza che essa venga ricambiata.

Giudizi reciproci, relazioni e felicità

Io giudico gli altri e gli altri mi giudicano. Da questi giudizi dipendono le nostre relazioni, e dalla qualità delle nostre relazioni dipendono i nostri piaceri e dolori.

Approvazioni reciproche

Molte interazioni sociali servono solo allo scambio di una reciproca approvazione, affinché gli interessati possano placare le loro paure inconsce dell'isolamento sociale.

Condivisioni e rapporti

Prendiamo due persone a caso, e chiediamoci: cosa condividono? Cosa non condividono? Dalle risposte a tali domande possiamo prevedere i possibili rapporti tra tali persone.

Paura dell'irrilevanza

Una delle paure più diffuse è quella di diventare irrilevanti, ovvero inutili alla società, e che le proprie opinioni e i propri sentimenti non contino nulla per gli altri.

Mappe mentali e interazioni

Le interazioni spontanee tra due persone A e B dipendono soprattutto dalla configurazione di A nella mappa mentale di B e dalla configurazione di B nella mappa mentale di A.

Colpa degli altri?

Siccome per essere felici abbiamo bisogno della cooperazione altrui,
quando siamo infelici tendiamo a dare agli altri la colpa del nostro
soffrire.   

L'ordine delle cose

L'uomo obbedisce per comandare e comanda per obbedire, alle proprie passioni e al resto del mondo. Ogni ribellione a questo ordine delle cose è morbosa e viene presto sedata.

Vite e modelli di vita

Ogni vita umana costituisce, tra altre cose, anche un modello di comportamento sociale che altri possono imitare almeno in parte, se lo trovano congeniale, utile o necessario.

Dialoghi produttivi

Se tutti si attenessero alla regola di parlare non più dell'interlocutore, ad eccezione del tempo dedicato alle domande e alle risposte, i dialoghi sarebbero molto produttivi.

Di cosa (non) conviene parlare

Io faccio cose che molti non fanno. Molti fanno cose che io non faccio. E ci sono cose che sia io che altri facciamo. Con gli altri conviene parlare solo di queste ultime cose.

L'uomo è un animale imitatore

Nessuno è totalmente originale. Ognuno di noi imita (consciamente o inconsciamente) dei modelli di pensiero e di comportamento appresi per imitazione interagendo con gli altri.

La domanda più importante

Per un essere umano la domanda (conscia o inconscia) più importante è: cosa fare, e cosa non fare, per ottenere dagli altri l’atteggiamento più favorevole nei propri confronti?

Sulle cause del piacere

Il piacere di un essere umano è dovuto soprattutto ad un rapporto cooperativo con altri umani, rapporto reale o immaginario, effettivo o illusorio, presente, passato, o sperato.

Influenze reciproche

Data la nostra interdipendenza, ognuno di noi vorrebbe influenzare a proprio favore i sentimenti, i pensieri e i comportamenti altrui, con qualsiasi mezzo a propria disposizione.

Il comportamento atteso

Quando due persone si scrutano reciprocamente, ognuna si aspetta dall'altra un certo comportamento. In base alle reciproche aspettative, esse decidono se interagire e in che modo.

Mantra del benessere

Il mio benessere dipende dalla configurazione dell'ambiente in cui mi trovo e dalla qualità dei miei pensieri e delle mie interazioni con le persone e le cose con cui interagisco.

Soggetto e oggetto

A mio avviso, ogni cosa al mondo (compresa la coscienza, la mente, il cervello ecc.) è soggetto e oggetto allo stempo tempo, e le due nature non andrebbero studiate separatamente.

Ubbidire e comandare

La vita di un essere umano implica ubbidire e comandare alla natura e agli altri umani. Saggio è colui che capisce quando è opportuno ubbidire e quando comandare, e a chi e come.

Interdipendenza e intermimesi

Considerata la nostra interdipendenza e la necessità di conformarci a dei comuni modelli di pensiero e di comportamento, scegliamo insieme i modelli più adeguati e soddisfacenti.

Principio di assecondamento

Se il tuo avversario ti spinge, tu tiralo. Se il tuo avversario ti tira, tu spingilo. E' un principio del Judo che conviene applicare anche nelle conversazioni e nelle discussioni.

Sull'emancipazione femminile

In passato quasi tutte le donne pensavano che fosse meglio essere serve di un uomo che restare nubili. Oggi molte donne non la pensano così, e non tutti gli uomini lo hanno capito.

L'importanza di fare cose insieme

Spesso le persone si riuniscono per nessuno scopo particolare se non quello di stare insieme, di fare qualcosa insieme, una cosa qualsiasi, perché di ciò l’uomo ha un gran bisogno.

Risposte automatiche

Nella mia mente, qualunque percezione dà luogo a risposte automatiche cognitive, emotive e motive consce e inconsce che non posso cambiare senza un lungo e laborioso addestramento.

L’intelligenza artificiale rende meno interessanti i rapporti interpersonali

L’intelligenza artificiale costituisce una minaccia per i rapporti interpersonali, dato che dialogare con l’IA è molto più istruttivo che dialogare con la maggioranza delle persone.

Interazioni parallele

L'interazione tra due persone consiste in due interazioni simultanee: una tra i loro inconsci e una tra le loro coscienze. Tali interazioni seguono logiche diverse, ma interconnesse.

Potere e gerarchia

La misura del potere sociale, ovvero dell'effettiva posizione gerarchica di un essere umano, è la sua capacità di premiare e di punire altri umani in funzione del loro comportamento.

Distributori di piaceri e dolori

Ogni umano è un distributore di gioie e sofferenze, piaceri e dolori, soddisfazioni e frustrazioni, vita e morte verso gli altri umani e tutti gli esseri viventi con cui interagisce.

Le cose più importanti

Le cose più importanti per un essere umano sono i modi in cui si comporta verso gli altri e i modi in cui gli altri si comportano verso di lui, modi che si influenzano reciprocamente.

Facebook e la condivisione

Suppongo che il grande successo di Facebook sia dovuto al fatto che è uno strumento di condivisione, che promette condivisione, della quale l'Uomo ha un forte e insopprimibile bisogno.

Psicoterapia del non essere

Credo che l’astensione dall’uso del verbo essere, e la sua sostituzione con verbi che esprimono relazioni e interazioni possono costituire una psicoterapia più efficace di tante altre.

Chi contentare?

Gli altri desiderano o si aspettano qualcosa da noi, e noi decidiamo chi contentare (o scontentare) e in quale misura. D'altra parte gli altri decidono se e in quale misura contentarci.

Sull’essere se stessi

«Essere se stessi» è un’illusione. Siamo necessariamente come ci vogliono gli altri. Possiamo soltanto, nel migliore dei casi, scegliere quegli «altri» con cui vogliamo avere a che fare.

Un mondo di relazioni

Il mondo è un insieme di relazioni tra esseri di vario tipo. Io sono uno di questi esseri, con le mie relazioni verso altre persone e cose, e le relazioni tra gli organi che mi compongono.

In che consiste il successo?

Il successo di una persona consiste nella quantità e nella qualità delle persone che le manifestano la loro stima, approvazione, ammirazione, comprensione, affinità, solidarietà o affetto.

Sulle preferenze

Le persone preferiscono giocare ai giochi in cui sono vincenti e cercano di evitare quelli in cui sono perdenti. Lo stesso vale per le preferenze riguardanti gli argomenti di conversazione.

Vita e interazione

La vita è interazione, e la qualità della vita dipende dalla qualità delle interazioni. Perciò è importante che queste siano indagate e studiate. Tale è lo scopo della filosofia sistemica.

Sui rapporti tra me e il resto del mondo

Vedendo una persona (nella realtà o nei media) chiedersi: che rapporto c'è tra questa persona e me? Chiedersi la stessa cosa vedendo un oggetto, un ambiente, un simbolo, o leggendo un testo.

Concatenazione di funzioni

L'interazione è funzionale alla vita, la comunicazione è funzionale all'interazione, il pensiero è funzionale alla comunicazione, il pensiero è dunque funzionale all'interazione e alla vita.

Amicizie mute

Facebook è un luogo strano, dove due persone possono diventare amiche senza scambiare una parola. Ma ciò avviene anche tra l'autore di un libro e i suoi lettori, tra un cantante e i suoi fan.

Il valore delle tradizioni

Le tradizioni servono a mantenere la coesione sociale. Quando non raggiungono più tale scopo, diventano solo un peso. Conviene allora abbandonarle ed eventualmente crearne altre più efficaci.

Scambio di favori

Ognuno è favorevole alle persone, alle cose e alle idee che ritiene (consciamente o inconsciamente) favorevoli alla soddisfazione dei propri bisogni, desideri e interessi (consci e inconsci).

Regole dell'interazione

Gli umani litigano spesso sulle idee e le procedure (consce o inconsce) che dovrebbero regolare le loro interazioni. Infatti ognuno tende a interpretare le idee e le procedure a proprio favore.

Domande fondamentali di un animale sociale

In quanto animale sociale, l'uomo dovrebbe porsi domande come: "Con chi (non) posso / devo / voglio interagire? In quali modi? In quali ruoli? Con quali regole? A quali fini? Con quali risorse?"

Importanza di sentirsi ben valutati

L'uomo ama le cose e le persone che lo fanno sentire importante, abile, buono, bello e saggio e odia le cose e le persone che lo fanno sentire non importante, incapace, cattivo, brutto o stolto.

Sulla sostenibilità delle relazioni

Ogni relazione comporta vantaggi e svantaggi per i contraenti. Una relazione è sostenibile finché per ogni contraente i vantaggi (reali o immaginari) superano gli svantaggi (reali o immaginari).

In cosa consiste la conoscenza?

La conoscenza consiste in risposte a domande come le seguenti: quali forme? Insieme con quali altre forme? In quali relazioni? In quali interazioni? In quali misure? Da quali cause? A quali fini?

Capire le interazioni sociali

Per capire le interazioni sociali dovremmo immaginare di essere extraterrestri che osservano gli umani mentre interagiscono in vari modi, e cercare spiegazioni nei testi delle diverse psicologie.

Bisogno e paura degli altri

Abbiamo tutti, chi più, chi meno, bisogno e paura degli altri. In alcuni prevale generalmente il bisogno, in altri la paura. In una stessa persona a volte prevale il bisogno, altre volte la paura.

Pragmatismo in sintesi

Pragmatismo in sintesi: Non importa ciò che siamo, ma ciò che facciamo, ovvero come interagiamo col resto del mondo, e come soddisfiamo i bisogni e i desideri della nostra persona e quelli altrui.

Intelligenza e interazioni

L'intelligenza serve a riconoscere oggetti e forme, e a metterli in relazione nello spazio e nel tempo per poter prevedere il futuro in termini di oggetti, forme, posizioni, relazioni e interazioni.

Uso delle risorse

Qualsiasi risorsa materiale o immateriale, mobile o immobile (oggetto, idea, persona, luogo ecc.), può essere usata pro o contro qualcuno, tolta o data a qualcuno, nascosta o condivisa con qualcuno.

Il rischio della crescita intellettuale e morale

Quanto più cresciamo intellettualmente e/o moralmente, tanto più diventiamo antipatici a quelli che non sono cresciuti altrettanto, che ci accuseranno di arroganza, secondi fini o cattive intenzioni.

Rapporti con gli altri

Se è vero che la cosa più importante per un umano è la qualità dei suoi rapporti con gli altri, allora è della gestione dei suoi rapporti con gli altri che un un umano dovrebbe soprattutto occuparsi.

L'Altro ideale

Un individuo non è mai solo, ma è sempre interiormente e inconsciamente accompagnato da un Altro ideale, una persona che egli spera sempre di incontrare in uno o più altri individui nella vita reale.

A che gioco giochiamo?

Interagire con gli altri è come un gioco di bambini. Si sceglie un gioco che tutti i giocatori conoscono e a cui hanno voglia di giocare, e si rispettano le relative regole, pena la "squalificazione".

Sul riconoscimento dei propri errori

È raro che un essere umano riconosca i propri errori nei confronti degli altri se a causa di tali errori non riceve un danno abbastanza grave. Se li riconoscesse facilmente, li commetterebbe raramente.

Cambiare o emigrare

L'ambiente (naturale e sociale) in cui viviamo ci influenza e ci condiziona, ma noi possiamo in una certa misura cambiarlo, cambiare il modo di interagire con esso oppure emigrare in un ambiente diverso.

Gli agenti dell'interazione umana

Quando due persone interagiscono, gli agenti che in realtà interagiscono sono i rispettivi automatismi cognitivo-emotivi, su informazioni provenienti dalle rispettive percezioni degli automatismi stessi.

Essere oggettivamente e soggettivamente

Ogni persona è oggettivamente l'insieme dei modi in cui interagisce con il resto del mondo e con se stessa, e, soggettivamente, come se stessa e le altre persone pensano (ognuna a suo modo) che essa sia.

A proposito delle feste

Le feste sono anche esami in cui si misura la conformità delle persone rispetto alle forme, norme e valori della comunità, da cui si evince il grado di appartenenza alla stessa. Per questo mi disturbano.

Sempre socialmente in guardia

L'uomo deve fare attenzione a come si comporta verso gli altri, perché dal proprio comportamento verso il prossimo dipende l'atteggiamento più o meno benevolo o malevolo del prossimo nei suoi confronti.

Vantaggi e svantaggi dei rapporti sociali

I rapporti interpersonali comportano vantaggi e svantaggi, e ognuno vorrebbe avere più vantaggi e meno svantaggi. Il problema è che i vantaggi per alcuni corrispondono a svantaggi per altri, e viceversa.

A che servono le transazioni interpersonali?

Le transazioni interpersonali servono a trasmettere beni, servizi e informazioni, piaceri e dolori, a cooperare e a competere, a stabilire condivisioni e non condivisioni, secondo certi modelli culturali.

Pensare in termini relazionali

Pensare in termini relazionali (cioè non ontologici) significa chiedersi, per qualsiasi ente (persona o cosa): che rapporto c'è tra questo ente e me? Che rapporto c'è tra questo ente e il resto del mondo?

Come interagire con gli altri

Per interagire con gli altri bisogna sentirsi uguali a loro. A tale scopo bisogna dimenticare ciò in cui si è superiori. Bisogna tuttavia evitare di attribuire gli altri qualità e capacità che non hanno.

Valenza sociale della musica

A mio parere, la musica unisce e divide, unisce coloro che apprezzano lo stesso genere musicale e divide colori che hanno gusti e interessi musicali diversi. Lo stesso vale per tutte le altre forme d'arte.

Identità relative

Non ha senso chiedersi: Chi sono? Cosa sono? Mentre ha senso chiedersi: Chi/cosa sono io per gli altri? E più precisamente: Chi/cosa sono io per X? Per Y? Per Z? Ecc. E poi: Chi/cosa sono gli altri per me?

Interazioni immaginarie

Chi non riesce a interagire realmente come vorrebbe immagina di farlo. L'uomo è forse l'unico animale capace di immaginare, ovvero di vivere una realtà virtuale e di trarne, almeno in parte, soddisfazione.

Motivazioni concatenate

Cooperazione, competizione e dominio sono concatenati. Infatti si può competere per dominare e per cooperare, si può cooperare per competere e per dominare, e si può dominare per cooperare e per competere.

Pretesti per interagire

Ogni evento culturale è un pretesto per interagire. Perché abbiamo bisogno di interagire, ma non abbiamo il coraggio di farlo al di fuori di un contesto culturale che ne definisca forme, norme e limiti.

Cause dei disturbi psichici

Molti disturbi psichici sono causati da conflitti, per lo più inconsci, tra motivazioni antitetiche nei confronti degli altri, che possono dar luogo a inibizioni o comportamenti incoerenti e insoddisfacenti.

Psicoanalisi delle interazioni sociali

La psicoanalisi delle interazioni sociali indaga ciò che avviene nell'inconscio quando si interagisce con gli altri, e che viene negato, dissimulato o mistificato dalla coscienza perché considerato immorale.

Logiche incomprensibili

Tutto ciò che avviene, specialmente negli esseri viventi e tra di loro, è il risultato di logiche più o meno complesse di cui capiamo (bene o male) solo alcuni aspetti o che sono da noi del tutto incomprese.

Interdipendenza degli umani

L'uomo è un animale interdipendente in quanto la soddisfazione dei suoi bisogni e il suo conseguente benessere psicofisico dipendono dalla quantità e qualità delle sue relazioni e interazioni con gli altri.

Attrazione generale

Una donna si fa bella per attrarre gli uomini, ma non tutti, solo quelli che a lei piacciono. Il problema è che può attrarre anche quelli che a lei non piacciono, e questo può avere conseguenze indesiderate.

Perché le donne si fanno belle

Le donne si fanno belle per attrarre gli uomini, sia quelli che ancora devono incontrare, sia quelli che sono a loro legati, per evitare che sciolgano il loro legame attratti da altre donne più belle di loro.

Sul bisogno d'interazione sociale

Quando il tuo inconscio ti impone di interagire con altri esseri umani reali, in carne ed ossa, non c'è nient'altro, nessuna simulazione, nessuna illusione, nessun surrogato che possa soddisfare tale bisogno.

Persone nelle menti

Gli altri sono nella mia mente e io sono nella mente degli altri in certe relazioni e con certe valutazioni, le quali determinano i tipi di interazione che possono esserci o non esserci tra me e ciascun altro.

Interazioni reali vs. virtuali

Nessuna simulazione, nessuna interazione asincrona, virtuale o immaginaria con una persona non presente fisicamente può sostituire il piacere di un'intima interazione dal vivo con una persona reale congeniale.

Influenze reciproche

Ciò che facciamo agli altri influenza ciò che gli altri fanno a noi, ma in modi diversi da persona a persona. Perciò è importante scegliere opportunamente le persone con cui interagire e i modi in cui farlo.

Natura dei problemi sociali

I problemi sociali consistono, essenzialmente, in un insoddisfacente incontro tra la domanda e l'offerta di interazioni corrispondenti ai ruoli, condizioni e scopi posti dagli individui offerenti e richiedenti.

Problema di sovrappopolazione

Quando le risorse alimentari non bastano per tutti, occorre limitare la popolazione. Questo si può fare mediante politiche demografiche (democratiche o dittatoriali) oppure guerre di sterminio. A noi la scelta.

L'io cosciente come mediatore

L'io cosciente è (o dovrebbe essere) il mediatore tra le proprie esigenze e quelle altrui. Per funzionare bene deve conoscere entrambe le esigenze, i modi per soddisfarle, e gli ostacoli alla loro soddisfazione.

Il circolo vizioso del disprezzo

Se A disprezza B, A si aspetta (consciamente e inconsciamente) che, a sua volta, B lo disprezzi. Tale aspettativa rafforza il disprezzo di A per B e innesca in A il timore di una ritorsione di B nei suoi confronti.

Condivisione di sentimenti

Ogni umano desidera condividere i propri sentimenti con quante più persone possibile. Questo vale per ogni tipo di sentimento: gioia, sofferenza, amore, odio, apprezzamento, disprezzo, interesse, disinteresse ecc.

Adattarsi all'altro

Quando un adulto parla con un bambino, è il primo che deve adattarsi al linguaggio e alla mentalità del secondo, e non viceversa. Lo stesso vale quando una persona più intelligente parla con una meno intelligente.

Cooperazione e condivisione

Affinché due persone possano interagire cooperativamente, è indispensabile che esse condividano certe cognizioni, certi valori, certi obiettivi, un certo vocabolario, certe risorse, un certo spazio e un certo tempo.

Influenzare le menti altrui

Qualunque cosa facciamo che abbia una rilevanza sociale, la facciamo per ottenere un certo effetto nella mente di certe persone, cioè per fare credere qualcosa su di noi o per suscitare certi sentimenti verso di noi.

Giudizi e reazioni

Qualunque comportamento di qualunque essere umano è soggetto ai giudizi e alle reazioni (favorevoli o sfavorevoli) da parte degli altri. Di questo fatto si occupano e si preoccupano le nostre menti consce e inconsce.

Il senso di ogni comportamento umano

Qualunque comportamento umano ha un senso, ovvero una logica, anche quelli che ci appaiono assurdi, illogici, insensati, folli. Il senso è un algoritmo scritto nell'inconscio di ognuno di noi, diverso per ogni persona.

Sui comportamenti interpersonali

Quando due individui s'incontrano, pur avendo dei margini di libertà, il comportamento di ciascuno verso l'altro è regolato da un insieme di obblighi e divieti consci e inconsci più o meno diversi da persona a persona.

Il valore delle cose

Il valore di una cosa, di un'idea, di una persona dipende da quanto quella cosa, idea o persona ci aiuta nelle interazioni con gli altri, ovvero ad interagire con gli altri in modo soddisfacente per noi e per gli altri.

Mercato di identità

La società è un mercato di identità, dove ognuno sceglie l'identità, ovvero il ruolo, da assumere come si sceglie un vestito o una maschera da indossare. E ogni identità comporta un prezzo da pagare in divieti e doveri.

Il male minore

Dobbiamo scegliere di quale sofferenza soffrire: quella causata dalla solitudine o quella causata dall'assurdità del comportamento collettivo e dai rapporti con persone che sopravvalutano la loro conoscenza della realtà.

Il bello della musica

Il bello della musica è che può essere usata come strumento per manifestare una comune appartenenza, come colonna sonora di interazioni umane, come motivo per ballare insieme ad altri sia fisicamente che metaforicamente.

Il fine della filosofia e della psicologia

Il fine della filosofia e della psicologia dovrebbe essere innanzitutto quello di aiutarci a migliorare i nostri rapporti con gli altri nel senso della maggiore soddisfazione possibile dei bisogni delle persone coinvolte.

Conoscenza particolare vs. generale

È insensato, inutile e illusorio conoscere il particolare (cioè il dettaglio, la specialità) se non si conosce il quadro generale (cioè il sistema) al quale il particolare appartiene e col quale si relaziona e interagisce.

Amici e nemici

Ogni umano classifica gli altri in amici e nemici, in modo più o meno assoluto e più o meno variabile nel tempo. Le persone più intelligenti sanno che ogni persona può essere al tempo stesso amica e nemica, utile e nociva.

Cosa interessa all'uomo

All'uomo interessa sapere quali pensieri, sentimenti, motivazioni e intenzioni gli altri hanno nei suoi confronti, e poter influenzare a proprio favore quei pensieri, quei sentimenti, quelle motivazioni e quelle intenzioni.

Su come mi giudicano gli altri

Gli altri mi giudicano e mi trattano non solo per come mi comporto verso di loro, ma anche per come mi comporto verso me stesso. Infatti il modo in cui mi comporto verso me stesso può essere più o meno vantaggioso per loro.

L'importante in un uomo

Non sono tanto importanti le capacità di un uomo, quanto le sue motivazioni, i suoi obiettivi e i suoi contributi per il loro raggiungimento, specialmente per quanto riguarda i rapporti sociali e il bene comune.

Il problema della condivisione

Cosa possiamo condividere con gli altri? Tanto più i nostri interessi sono elevati, profondi e originali, tanto meno essi sono condivisibili, ovvero più rare sono le persone con cui una condivisione è possibile.

Domanda sulla felicità

Dato che la nostra felicità dipende molto dalla qualità delle nostre relazioni sociali, dovremmo spesso chiederci cosa ci conviene fare e cosa non fare (e quindi cosa cambiare) per migliorare i nostri rapporti con gli altri.

Dichiarazione immaginaria

Immagina di trovarti davanti a tutti gli altri umani, e di dichiarare pubblicamente con chi e in quali modi sei disposto a interagire, e con chi e in quali modi non sei disposto a farlo.

Requisiti di una comunicazione costruttiva e pacifica

Affinché due persone possano comunicare costruttivamente e pacificamente, esse devono essere d'accordo sui temi e i contesti di cui parlare e non parlare, e sui valori e i pregiudizi da rispettare e non mettere in discussione.

Quando una persona si interessa di un'altra persona?

Ognuno dovrebbe ripetere ogni tanto a se stesso: "si interessano di me solo coloro che immaginano di avere qualche vantaggio o piacere da una eventuale interazione con me. E ciò è vero anche per me nei confronti degli altri."

Amore e rispetto sono condizionati

Per essere amati e rispettati bisogna fare qualcosa per meritarlo, fare in modo che l'altro ci ami e ci rispetti, indurlo ad amarci e rispettarci, influenzarlo in tal senso. Amore e rispetto non sono gratuiti né incondizionati.

Sui danni della sovrappopolazione umana

La sovrappopolazione umana è dannosa non solo perché depaupera e inquina la biosfera, ma anche perché esaspera la competizione e induce le persone a odiarsi e ad aggredirsi reciprocamente.

Gelosia umana e divina

Siamo tutti gelosi. Lo è perfino il Dio che abbiamo creato a nostra immagine. Egli, infatti, non tollera che noi adoriamo altri dei, e ci punisce severamente se lo facciamo. E' scritto nei primi due comandamenti della Sua legge.

Relazioni, interazioni, transazioni

Le cose più importanti sono le relazioni tra esseri umani. Le relazioni determinano le interazioni e le interazioni determinano le relazioni. Le interazioni determinano le transazioni e le transazioni determinano le interazioni.

Domande sulle interazioni

Cosa dire, cosa non dire, come dirlo, come non dirlo, cosa fare, cosa non fare, come farlo, come non farlo, come prsentarsi, come non presentarsi: sono domande che il nostro inconscio si pone quando interagiamo con altre persone.

Domande sulle possibilità di relazione/interazione

Questa persona di fronte a me, che tipo di relazione/interazione sta cercando? Con quale tipo di persone? In che misura io appartengo a quel tipo di persone? In che misura io sono disponibile a quel tipo di relazione/interazione?

Nascondere le proprie conoscenze

Per andare d’accordo con una persona, più che comprendere la sua mentalità e le sue esigenze, può essere necessario nascondere le proprie conoscenze e le proprie ragioni, se l’altro non è in grado di comprenderle né di accettarle.

Incontri e negoziazioni

Quando due umani si incontrano (realmente, virtualmente o col pensiero) essi negoziano, rinegoziano o confermano (consciamente o inconsciamente) i ruoli e i livelli gerarchici reciproci che regoleranno le loro prossime interazioni.

Chi interagisce con chi?

Quando vediamo due o più persone che interagiscono, in realtà chi interagisce sono le rispettive mappe cognitivo emotive, perché in esse sono programmate tutte le azioni e le reazioni in tutte le possibili situazioni e transazioni.

Sugli incontri futuri

La probabilità di incontrare persone molto diverse da quelle che hai già incontrato in passato è quasi nulla. Ti conviene perciò trovare un modo accettabile di convivere e di interagire con le persone che sei abituato a incontrare.

Ottenere qualcosa dagli altri

Tutto ciò che facciamo in campo sociale lo facciamo per ottenere qualcosa di materiale o immateriale dagli altri. Succede tuttavia spesso che l'effetto non è, qualitativamente e/o quantitativamente, quello che speravamo di ottenere.

Questione psicologica

Ciò che sto pensando, facendo e subendo, che conseguenze avrà nella soddisfazione dei miei bisogni e nelle mie interazioni con gli altri? Su questa domanda, per lo più inconscia, si fonda la struttura e il funzionamento della psiche.

Verbi nelle interazioni umane

I verbi fondamentali nelle interazioni umane sono i seguenti: chiedere, comandare, obbedire, ricevere, ottenere, prendere, offrire, concedere, donare, rifiutare, accettare, scegliere, osteggiare, punire, cooperare, competere, imitare.

Quando due umani s'incontrano

Quando due umani s'incontrano, in ciascuno di essi si attivano una serie di processi automatici inconsci il cui scopo è quello di stabilire come comportarsi verso l'altro. Sarebbe utile rendere coscienti tali processi per migliorarli.

Accettare o rifiutare le idee altrui?

Gli altri ci propongono continuamente i loro modi di vedere, di pensare e di sentire. Sta a noi accettare e condividere quei modi, oppure rifiutarli (sapendo che in caso di rifiuto il proponente si sentirà, deluso, frustrato o offeso).

Interazioni mediate

L'interazione civile (cioè non violenta) tra due individui non avviene direttamente tra di essi, ma tra ciascuno e un insieme di regole (cioè forme, norme e valori) accettate da entrambi, che danno un significato alle loro transazioni.

Quanto gli altri si interessano di noi

Agli altri non interessa ciò che pensiamo, diciamo, desideriamo e facciamo, purché ciò non costituisca una critica diretta o indiretta, esplicita o implicita, del loro comportamento, o una mancanza di rispetto o minaccia verso di loro.

Stress strutturale fondamentale

Ciò che gli altri pensano di me può cambiare da un momento all'altro, in peggio o in meglio, sia che io faccia qualcosa, sia che io non faccia nulla. Questo è per me motivo di inevitabile stress e credo che lo sia per ogni altro umano.

Il problema più importante

Il problema più importante per un umano è trovare un posto sostenibile nella società, cioè un posto che non richieda troppi sacrifici e troppe frustrazioni, ovvero un posto compatibile con i propri bisogni e con la propria personalità.

Presentarsi è un rischio

Presentarsi, aprirsi agli altri è rischioso, perché gli altri potrebbero non amare ciò che di noi mostriamo. D’altra parte è difficile, se non impossibile, incontrando gli altri, nascondere loro i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

Rapporti immediati vs. mediati

L'uomo è l'unico essere vivente che non ha con gli altri rapporti immediati. I suoi rapporti sono infatti sempre mediati dalla sua particolare cultura, attraverso la quale esso assegna ad ogni cosa, persona e atto significati e valori.

Logica della reazioni

Ogni volta che qualcuno ci dice, ci mostra o ci fa qualcosa, noi reagiamo in modo più o meno automatico dopo avere valutato (consciamente o inconsciamente) l'autenticità e l'utilità per noi di ciò che ci è stato detto, mostrato o fatto.

L'interesse di una persona per un'altra

Una persona si interessa di un'altra persona, dei suoi pensieri, sentimenti, azioni e intenzioni nella misura in cui presume che quella possa essergli utile o nociva e soddisfare o frustrare i suoi bisogni e desideri (consci o inconsci).

Utilità dell'altruismo

L'altruismo di un essere umano è utile alla sua specie e allo stesso individuo. Infatti se l'uomo smettesse di essere altruista (almeno in una certa misura) la specie umana si estinguerebbe dopo grandi sofferenze per i singoli individui.

Potenza del cinema

Il cinema è l'arte più avvincente. Infatti non si fa in tempo a reagire cognitivamente ed emotivamente ad un'immagine che subito questa cambia in modo imprevisto, stimolando una nuova reazione. In tutto questo l'io cosciente è disarmato.

Bisogno di piacere agli altri

A qualcuno dobbiamo piacere o almeno non dispiacere, perché se non piacessimo a nessuno, saremmo in guai seri. Per questo il nostro comportamento è molto influenzato dalla necessità di piacere agli altri, o almeno di non dispiacere loro.

Bisogno di scambio

Abbiamo continuamente bisogno di interagire con altri umani, ovvero di dare e/o ricevere qualcosa dal prossimo. Senza questo scambio ci assale l'angoscia della solitudine e un senso di colpa verso la nostra natura e la natura in generale.

Cosa determina l'umore di un essere umano?

Ciò che più determina l’umore di un essere umano è la sua previsione, conscia o inconscia, di come sarà trattato dagli altri, specialmente da coloro da cui dipende la soddisfazione dei propri bisogni.

Cooperazione e competizione, richiesta e offerta, obbedienza e comando

Si coopera per competere e si compete per cooperare.
Si offre per chiedere e si chiede per offrire.
Si obbedisce per comandare e si comanda per obbedire.
Tutti con tutti, tutti contro tutti, tutti a tutti.

Sulla violenza verbale

La violenza verbale, diretta o indiretta, esplicita o implicita, non è mai giustificabile. Serve solo a scatenare una guerra o ad aumentarne il livello. Perfino la violenza fisica è in certi casi giustificabile. Quella verbale mai.

Con chi e come interagire

Noi umani abbiamo un assoluto bisogno di interagire, ma non con chiunque e non in qualunque modo. Perciò la nostra mente è sempre occupata a scegliere con chi interagire e in quali modi, e a negoziare i modi preferiti con le persone preferite.

False motivazioni

Gli esseri umani sentono il bisogno "etico" di giustificare il loro comportamento rispetto agli altri, e lo fanno normalmente falsificando, mistificando o nascondendo le loro vere motivazioni, essendo queste quasi sempre politicamente scorrette.

Qualcosa in cambio di favori

Un essere umano, per concedere i suoi favori ad un altro vuole sempre qualcosa in cambio, qualcosa che soddisfi qualche suo bisogno o desiderio, compresi i bisogni di dare, di aiutare, di accudire, di servire, di partecipare, di appartenere ecc.

Debiti e crediti sociali

L'inconscio tiene la contabilità dei debiti e dei crediti sociali, in senso lato, includendo tutto ciò che uno ha ricevuto dagli altri e che ha dato agli altri da quando è nato. Molti sottostimano i propri debiti e sovrastimano i propri crediti.

Perché facciamo ciò che facciamo

Ogni cosa che facciamo, ad eccezione del cercare la soddisfazione dei bisogni fisiologici, la facciamo per gli altri, ovvero per ottenere la loro approvazione, accettazione o obbedienza, o per difenderci dalla loro possibile ostilità o invadenza.

Dialogare mediante solo domande e risposte

Io suppongo che se in un dialogo fossero consentite solo domande e risposte, e vietate affermazioni che non siano risposte pertinenti a domande dell'interlocutore, il dialogo sarebbe altamente produttivo, sia qualitativamente che quantitativamente.

Interazione e linguaggio

Una persona può interagire solo con persone che capiscono il suo linguaggio oppure deve censurare il suo linguaggio e adottare quello delle persone con cui desidera interagire, intendendo per linguaggio un particolare mondo di significati e valori.

Chi controlla le interazioni?

Quando due persone interagiscono, nessuno dei loro "io coscienti" controlla l'interazione in modo determinante, perché questa dipende soprattutto dalla particolare combinazione degli automatismi inconsci delle persone in gioco, oltre che dal caso.

Criptorituali

Quando due persone interagiscono, ognuna si aspetta inconsciamente dall'altra un comportamento non libero, ma soggetto a certe regole non scritte. In tal senso, ogni interazione sociale è costituita da rituali inconsci, che io chiamo criptorituali.

Sui fatti

Un fatto è un'azione fatta da qualcuno e/o qualcosa, che ha avuto certi effetti su certe persone e/o certe cose. Capire un fatto significa capire chi/cosa, come, e perché ha fatto il fatto, e quali effetti il fatto ha avuto su certe persone o cose.

Differenze di importanza

La realtà è fatta di tantissime cose e ognuno di noi dà più importanza, e di conseguenza più attenzione, ad alcune piuttosto che ad altre. Questa differenza di importanze differenzia gli umani e rende difficile la loro comunicazione e cooperazione.

Sull'incapacità di dialogare costruttivamente

A mio parere uno dei principali problemi a monte di tutto ciò che funziona male nella società è la nostra incapacità di dialogare costruttivamente. Di questo problema fondamentale mi interessa parlare più che dei vari problemi che da esso derivano.

Il valore delle cose che possediamo

Ogni nostro oggetto potrebbe essere condiviso o scambiato con qualcuno, e il suo valore sociale coincide con il suo potenziale di condivisibilità, al pari di una moneta, che vale nella misura in cui è riconosciuta e accettata come titolo di credito.

Coerenza e schiavitù

Agli altri chiediamo di essere coerenti, ma non a noi stessi. Infatti giustifichiamo ogni nostra incoerenza, ma non quelle altrui. In realtà la coerenza è una schiavitù a fini sociali. Serve ad evitare che gli altri si comportino in modo imprevisto.

Servizio reciproco

Ogni umano vorrebbe asservire gli altri ed evitare di essere asservito dagli altri. I desideri di due umani sono dunque incompatibili a priori. Perciò dobbiamo essere sempre pronti a negoziare compromessi miranti ad un servizio reciproco sostenibile.

Amore esclusivo vs. inclusivo

L'amore (qualunque cosa esso sia) può essere più o meno esclusivo o inclusivo. Quello esclusivo limita la libertà di amare altre persone o cose, quello inclusivo la tutela; quello esclusivo ostacola lo sviluppo mentale, quello inclusivo lo favorisce.

Denaro e importanza

Molti pensano che la quantità di denaro che possiedono o che guadagnano sia una misura della propria importanza per gli altri, e cercano di ottenere più denaro non per il valore del denaro in sé, ma per diventare più importanti agli occhi degli altri.

Se fossi l'ultimo umano

Se fossi l'ultimo umano rimasto sulla Terra, vivrei la solitudine in modo molto diverso da come la vivo normalmente. Questo significa che anche quando sto da solo gli altri influenzano comunque il mio comportamento, i miei pensieri, i miei sentimenti.

Vantaggi dei morti

Uno dei vantaggi di esser morti è di non aver più bisogno di nessuno e di non temere più nessuno. Infatti il morto non deve fare alcuno sforzo per piacere ad alcuna persona e può permettersi il lusso di essere totalmente sincero con tutti.

Relazioni tra algoritmi

Quando due individui s'incontrano, gli algoritmi (consci e inconsci) di entrambi cercano di determinare le possibili relazioni e interazioni tra loro, ciascuno secondo i propri schemi predefiniti, cioè secondo la propria mappa cognitivo-emotivo-motiva.

Società e motivazioni

La società è il risultato dell'interazione delle strategie di ciascun individuo per soddisfare le proprie motivazioni e, al tempo stesso, un sistema che influisce sulle motivazioni stesse, essendo capace di crearle, modificarle, proibirle e rimuoverle.

Ciò che ci viene chiesto

Ogni umano ci chiede, ordina, suggerisce o induce a pensare, vedere, credere, fare e non fare certe cose a favore di sé stesso e/o di qualcun altro. Lo stesso di può dire di ogni espressione culturale (come libri, giornali, foto, film, messaggi ecc.).

Il segreto del brillante conversatore

Immagina di essere poco intelligente, poco istruito, poco esperto, poco abile, senza capacità critica, gentile, benevolente e in cerca della benevolenza altrui. Questo è l'atteggiamento giusto da tenere in conversazioni generiche con persone qualsiasi.

Non fare ad altri...

Non fare ad altri ciò che ti renderebbe antipatico ai loro occhi.
Non fare ad altri ciò che non possono capire.
Non fare ad altri ciò che non ti hanno chiesto di fare.
Non fare ad altri ciò che non possono sopportare.

Cose che ci uniscono e cose che ci dividono

Quando sei con qualcuno, tieni presenti le cose che vi uniscono e quelle che vi dividono, e scegli in ogni momento se parlare delle prime o delle seconde.


Interconnettere ciò che percepiamo

Le nostre esperienze, come le lezioni dei sapienti, sono sempre frammentarie e insufficienti. Sta a noi, col nostro ingegno, interconnettere ciò che percepiamo, in un modo che corrisponda alle connessioni e interazioni reali che costituiscono la natura.

La peggiore sventura

L'uomo è disposto a fare qualunque cosa, perfino ad adeguare il suo modo di vedere, di pensare e di sentire ai desideri altrui, pur di essere accettato da qualcuno, perché per l'inconscio la peggiore sventura è quella di non essere accettati da nessuno.

Cambiare modalità di interazione?

Il mio inconscio ha appreso a interagire (cioè ad agire e a reagire) con gli altri in certi modi. La mia coscienza deve decidere se cambiare tali modi in certi altri modi, più soddisfacenti, ammesso che ciò sia possibile, oppure mantenere quelli attuali.

Opzioni e interazioni

Ciò che possiamo fare o pensare momento per momento, dipende molto da ciò che ci sta accadendo, cioè dagli stimoli che stiamo ricevendo. Più in generale, le nostre opzioni di pensiero e di azione dipendono dalle interazioni in atto tra noi ed altri enti.

Il valore delle cose e il bisogno di interazione sociale

Il valore di ogni oggetto e di ogni informazione consiste nell'uso che se ne può fare per soddisfare il bisogno d'interazione sociale. Infatti, ciò che non si può scambiare, o di cui non si può parlare con altri, non ha valore, o ha una valore negativo.

Conoscenza e interazioni

Per capire la vita, l'uomo, la società, il mondo, bisognerebbe cominciare col cercare di rispondere alle seguenti domande: chi/cosa interagisce con chi/cosa? Perché? Come? Secondo quali logiche? Con quali regole? Con quali linguaggi?

 

Ingredienti della felicità

A mio parere, la cosa più importante per essere felici, dopo la salute, è la qualità delle proprie relazioni sociali. Una relazione sociale è tanto migliore quanto più ognuna delle parti comprende l'altra, l'accetta così com'è e tende a cooperare con essa.

Donne e primedonne

Ogni donna, col suo uomo, si comporta da primadonna e rifiuta qualsiasi ruolo secondario. Per questo, per farsi amare da una donna, un uomo deve trattarla come una (anzi, come l'unica) primadonna. Fanno eccezione le prostitute e rare donne "non vincolanti".

Sul potere dell’uomo sull’uomo

Il potere (dell’uomo sull’uomo) è la capacità di ottenere dagli altri ciò che si desidera ottenere. Esso si ottiene per conquista (con l’intelligenza, con la forza, e/o con il denaro) o per conferimento o cessione (volontaria o forzata) da parte degli altri.

Sul bisogno di interazioni

Ogni umano ha bisogno di interagire con altri e di relazioni sociali, ma molti vogliono ricevere più di quanto l'altro sia disposto a dare, e dare meno di quanto l'altro vorrebbe ricevere, per cui molti restano soli o hanno rapporti insoddisfacenti o violenti.

Vita umana e interazioni

Un umano vive come un essere umano solo mentre interagisce con altri umani nella realtà (reale o virtuale) o nell'immaginazione. Il resto del tempo esso vive come un animale solitario e si prepara per le prossime interazioni ostili o pacifiche con altri umani.

Cos'è un amico

Un amico è una persona con cui puoi essere completamente sincero, con cui non devi nascondere o fingere nulla. Con cui puoi essere totalmente te stesso senza paura di offendere o di essere offeso. In tal senso, forse, una vera e competa amicizia è impossibile.

Umani per altri umani

Ogni umano, per ogni altro umano, può essere causa di piacere e di dolore, di benefici e di danni. La questione è dunque: come fare affinché dalla cooperazione con altri umani ognuna delle parti coinvolte possa ottenere piaceri e benefici e non dolori e danni?

Per una strategia sociale ed esistenziale

(1) Ho bisogno di qualcuno. (2) Potrei essere utile a qualcuno. (3) Per poter interagire pacificamente e cooperativamente occorre rispettare protocolli di comunicazione e interazione condivisi. Su questi assiomi si fonda la mia strategia sociale ed esistenziale.

Relazionalità della cosceinza

La coscienza è sempre relazionale, nel senso che ciò di cui siamo coscienti consiste in relazioni e interazioni tra oggetti e/o tra noi e qualche oggetto, materiale o immateriale. Tali relazioni e interazioni possono essere logiche, sentimentali e motivazionali.

Domande sull'utilità personale

A chi e quanto sono utile?

A chi e quanto potrei essere utile?

A chi e quanto sono stato utile?

Chi e quanto mi è utile?

Chi e quanto potrebbe essermi utile?

Chi e quanto mi è stato utile?

Come farsi voler bene

Se vuoi farti voler bene da qualcuno, apprezzalo sempre e non criticarlo mai, sii amico dei suoi amici e nemico dei suoi nemici. Tuttavia sappi che se quella persona ti vorrà bene, i suoi nemici, sapendolo, ti disprezzeranno.

Il compito degli intellettuali

Il compito degli intellettuali, come quello di qualunque figura pubblica, come ad esempio presentatori e animatori culturali e televisivi, è quello di fornire paradigmi di interazione umana. Sono gli apostoli del conformismo, ognuno di un certo tipo di conformismo.

Una differenza tra la donna e l'uomo

Una importante differenza tra la donna e l'uomo: raramente una donna si concede sessualmente ad una persona dell'altro sesso senza pretendere qualcosa in cambio, come ad esempio fedeltà, protezione o beni materiali o immateriali; un uomo, invece, lo fa normalmente.

Domande in compagnia

Quando si sta in compagnia di altre persone è bene chiedersi cosa ciascuna di esse desidera fare e non fare, ascoltare e non ascoltare, vedere e non vedere, ricevere e non ricevere, ricordare e non ricordare, pensare e non pensare, di cosa parlare e non parlare.

Sfruttatori e sfruttati

Gli umani si dividono in tre categorie: gli sfruttatori, gli sfruttati e quelli che non appartengono ad alcuna delle due categorie precedenti, né si immischiano nei loro affari. Ogni umano appartiene a tutte e tre le categorie allo stesso tempo o in momenti diversi.

Come entrare nel meccanismo sociale

Si può entrare a fare parte di un meccanismo sociale (inteso come sistema) sia modificandolo (per esempio aggiungendovi una nuova funzione) sia senza modificarlo (per esempio sostituendo una o più persone o aumentando il numero di persone aventi una certa funzione).

Esaurimento delle appartenenze

Ogni appartenenza ha un prezzo e una scadenza. Un'appartenenza va continuamente rinnovata mediante la partecipazione a rituali collettivi e solitari, particolari abbigliamenti, arredamenti, pratiche, frequentazioni di luoghi, spettacoli e argomenti di conversazione.

Reciprocità affettiva

Simpatie e antipatie sono normalmente reciproche. Infatti, se credo di esserti simpatico o di poterlo diventare, mi sei simpatico; se credo di esserti antipatico o di poterlo diventare, mi sei antipatico. Su questa reciprocità si basano le relazioni sociali affettive.

Posizioni gerarchiche

Quando una persona incontra una o più altre persone, deve scegliere come porsi rispetto ad esse nelle varie gerarchie (intellettuale, morale, tecnica, economica, politica, sportiva, ludica ecc.) riconosciute nella comune comunità.

Il potere delle persone che ho incontrato

Ci sono cose in me che mi comandano, mi castigano, mi premiano, producendo emozioni più o meno piacevoli o dolorose. Tra di esse ci sono soprattutto i ricordi delle persone che ho incontrato nella realtà o sulla carta. E ogni nuovo incontro rievoca incontri precedenti.

Le regole dell'interazione

Nell'interazione tra due persone, se non c'è un accordo esplicito o implicito sulle regole dell'interazione (diritti e doveri, obblighi e divieti, dizionari, scopi, intenzioni, limiti, paradigmi ecc.), l'interazione è impossibile, ipocrita, ridotta al minimo o violenta.

Che vogliono i giornali?

Bisognerebbe prendere un giornale e per ogni articolo chiedersi: cosa vuole da me? Perché c'è scritto ciò che c'è scritto? Cosa vuole ottenere da me? Come vuole influenzarmi? Cpsa vuole farmi credere? A cosa vuole farmi pensare? Cosa vorrebbe che io faccia o non faccia?

Siamo tutti soggetti e oggetti di desideri

Ognuno desidera qualcosa dagli altri ed è oggetto di desideri da parte degli altri. I comportamenti degli uni verso gli altri sono orientati alla soddisfazione di tali desideri e dipendono da come e quanto questi vengono soddisfatti.

Cambiare da soli e con altri

Per cambiare la propria vita si possono fare cose da soli e/o con altri. Da soli si può meditare, pensare, riflettere, interrogarsi, studiare, immaginare ecc. Con altri si possono frequentare nuove persone e ci si può comportare in modo nuovo con persone già frequentate.

Scelta e libertà nelle interazioni umane

L'uomo è costretto a interagire con i suoi simili, ma le sue possibilità di scelta circa le persone con cui interagire e i modi in cui farlo sono molto limitate, perché presuppongono che anche la controparte sia disposta ad interagire con lui e nei modi da lui desiderati.

Come gli altri esigono

Per poter interagire con qualcuno non è possibile essere qualsiasi cosa, avere qualsiasi identità e natura, essere se stessi liberamente, ma è indispensabile avere una identità, ovvero un insieme di caratteristiche, compatibile con le aspettative e le esigenze dell'altro.

Sui conflitti d'interesse

Siamo tutti interessati da conflitti di interesse perché qualsiasi cosa facciamo, esprimiamo o pensiamo può essere più o meno vantaggiosa per noi. Ricordiamocelo quando sentiamo qualcuno parlare e cerchiamo di capire quali siano gli interessi, ovvero i vantaggi, in gioco.

Sull'astensione dai rapporti sessuali extraconiugali

Suppongo che molte persone si astengono dai rapporti sessuali extraconiugali non perché non li desiderino, o perché li considerino immorali, ma semplicemente perché, se il coniuge ne venisse a conoscenza, rischierebbero di perderlo. Insomma perché non ne varrebbe la gioia.

Conseguenze della libertà

Quanto più una società è libera, tanto più gli interessi, i gusti e i punti di vista delle persone che ne fanno parte tendono a differenziarsi, e tanto più diventa difficile per un individuo conoscere, capire e condividere gli interessi, i gusti e i punti di vista altrui.

Importanza dell'approvazione e dell'ammirazione

Io sono felice quando gli altri mi dimostrano approvazione e ammirazione, infelice quando gli altri mi ignorano o mi dimostrano disapprovazione o disprezzo. Credo che questa disposizione d'animo sia comune alla maggior parte degli esseri umani. È così anche per voi?

Autodomande importanti

A cosa mi conviene pensare?
Come mi comporto con gli altri?
Come si comportano gli altri con me?
Come mi conviene comportarmi con gli altri?
Cooperazione?
Competizione?
Selezione?
Imitazione?


Appartenenze e interazioni tra persone

Le appartenenze sono fondamentali nelle interazioni tra individui in quanto da esse dipendono diritti, doveri, gerarchie, solidarietà, conflitti, comprensioni, incomprensioni, limiti, libertà ecc. Chi stabilisce tali appartenenze? Quali conflitti e discrepanze le riguardano?

Materia, forma, percezione, informazione, valore, reazione

Una materia può avere una forma che può essere automaticamente percepita da una mente, che da essa può automaticamente trarre una informazione a cui può automaticamente associare un certo valore e provocare automaticamente una certa reazione che dipende dal valore associato.

Scambi di piaceri

Affinché una persona mi dia piacere, devo darle piacere. Ma ciò che piace ad essa può non piacere a me, e viceversa. Quanto sono disposto a dare piacere agli altri? A chi in particolare? Quanto gli altri sono disposti a darmi piacere? Chi in particolare? Questo è il problema.

Piacere, dolore e interazioni sociali

Il piacere e il dolore di un essere umano dipendono soprattutto da come gli altri lo trattano. E i modi in cui gli altri lo trattano dipendono soprattutto da come egli li tratta. I modi di trattare gli altri costituiscono una parte importante della mentalità di ogni individuo.

Tu ed io

Tu ed io.
Come ti vedo e ti tratto.
Come mi vedi e mi tratti.
Che bisogno ho di te?
Che bisogno hai di me?
Che paura ho di te?
Che paura hai di me?
Cosa ci facciamo, diamo, diciamo e chiediamo?

Influenza reciproca tra interagenti

La mente di un essere umano funziona in modo diverso a seconda delle persone con cui egli sta interagendo. Di conseguenza il suo comportamento, momento per momento, è influenzato in modo più o meno importante dagli interagenti presenti nel suo campo di interazione.

Una possibile definizione della società umana

La società umana è un sistema basato sul reciproco adeguamento culturale ed economico, servizio e/o sfruttamento, e sulla violenza dei più forti sui più deboli (sia in quanto individui che gruppi o comunità di simili o alleati) come mezzo per risolvere i conflitti di interessi.

Desideri interpersonali

Ognuno umano ha certi desideri, più o meno consci, relativamente ad altri umani, e cerca di realizzarli consciamente o inconsciamente usando i mezzi di cui dispone. Di ogni persona dovremmo dunque chiederci: cosa desidera che io faccia, che io creda, che io pensi e che io senta?

Felicità = reciprocità

Ciò che conta per la felicità non è chi ha ragione e chi torto, le posizioni nelle gerarchie, il possesso di beni e privilegi o la conformità a certi modelli di pensiero e di comportamento, ma la reciprocità, ovvero l'utilità, l'aiuto e il desiderio reciproci tra esseri viventi.

Il software degli esseri viventi

Il modo in cui un essere (o organo) vivente interagisce col resto del mondo dipende da come esso tratta le informazioni che riceve e che ha memorizzato, ovvero dal suo programma comportamentale, cioè il suo software, che viene comunemente chiamato mente, psiche, spirito, anima ecc.

Il rischio delle domande e delle risposte

Molti evitano di porre domande e di rispondere in modo pertinente alle domande che gli vengono poste perché una domanda presuppone una ignoranza, e rispondere in modo pertinente ad una domanda chiarificatrice può rivelare falsità, incoerenze e assurdità insite nei propri pensieri.

Il fine nascosto di ogni comunicazione

Tutto ciò che un essere umano comunica agli altri ha un fine nascosto, spesso inconfessabile, spesso nascosto anche al comunicatore: quello di influenzare, secondo i propri desideri (spesso incofessabili), i pensieri, i sentimenti e i comportamenti dei destinatari della comunicazione.

Come giudichiamo e siamo giudicati

Gli altri ci giudicano (e ci trattano di conseguenza) non per ciò che siamo né per i nostri meriti, ma per quanto ciò che siamo conviene loro, cioè per la misura in cui ciò che pensiamo, diciamo e facciamo è in armonia (o in contrasto) con i loro interessi e le loro visioni del mondo.

L'illusione di piacere a se stessi

Io credo che "amare se stessi" o "piacere a se stessi" sia solo un'illusione. Credo infatti che noi possiamo amare solo gli altri e desiderare di essere amati da essi, e quando ci sentiamo degni di essere amati, scambiamo tale sentimento per amore per noi stessi o piacere a noi stessi.

George H. Mead e il fondamento della psicologia sociale

"The behaviour of an individual can be understood only in terms of the behavior of the whole social group of which he is a member, since his individual acts are involved in larger, social acts which go beyond himself and which implicate the other members of that group." [George H. Mead]

Interazioni reali vs. virtuali

Quando non possiamo o non desideriamo interagire con persone reali, interagiamo con persone interiorizzate. Il passaggio dal primo al secondo tipo di interazione è segnato dalla tristezza e dalla frustrazione di non poter interagire con persone che ci piacciono in modi che ci piacciono.

Parole vs. fatti

Non sempre alle parole seguono i fatti, anzi, quasi mai. Molto spesso esse servono solo a socializzare, ovvero sono esse stesse un fatto sociale e non hanno bisogno di tradursi in fatti. Anzi, spesso le parole sono così insensate e pericolose che è un bene che non si traducano in fatti.

Apprezzamento e disprezzo reciproci

Se X manifesta apprezzamento verso Y, è molto probabile che Y apprezzi X. Se invece X manifesta disprezzo verso Y, è molto probabile che Y disprezzi X.

Questa legge, più che la conoscenza e la razionalità, governa l'apprezzamento e il disprezzo tra esseri umani.

Sulla bontà di certe idee e di certe forme culturali

Certe idee, certe forme culturali, sono buone non in se stesse, ma nella misura in cui ci aiutano a migliorare i nostri rapporti con gli altri, cioè nella misura in cui possono costituire un ponte e uno strumento per comunicare e interagire efficacemente e costruttivamente con gli altri.

Come dare gioia a qualcuno

Per dare gioia ad una persona, la prima cosa da fare è capire di cosa essa ha bisogno, cosa le manca, e poi, se possibile, cercare di darglielo. Altrimenti, occorre almeno esprimere ad essa riconoscimento per i suoi bisogni insoddisfatti, mostrare comprensione, approvazione, solidarietà.

Controllare le appartenenze proprie e altrui

Per ognuno sono importanti non solo le proprie appartenenze ma anche quelle altrui, anzi, è importante il confronto tra tali appartenenze. Inoltre ognuno, se potesse, cercherebbe di cambiare non solo le proprie appartenenze, ma anche quelle altrui. 

Lo scopo principale di un essere umano

Lo scopo principale di un essere umano è avere successo nei propri rapporti con gli altri. Infatti la mente umana si osserva, si giudica e si corregge in funzione del proprio successo nei rapporti con gli altri, ovvero della propria capacità di ottenere dagli altri ciò di cui ha bisogno.

Preparazione alle prossime interazioni con gli altri

Quando siamo soli e liberi da impegni e da preoccupazioni, ci prepariamo, consciamente o inconsciamente, alle prossime interazioni con gli altri, in quanto facciamo o cerchiamo cose di cui potremmo parlare con gli altri, che potremmo mostrare agli altri o che potremmo condividere con altri.

Non-ascolto come autodifesa

Dare ascolto ad una persona significa permetterle di influenzare i propri pensieri. Per questo molti non ascoltano volentieri ciò che gli altri dicono, infatti molti cercano di difendere i propri pensieri dalle influenze altrui, dai cambiamenti arbitrari che gli altri potrebbero apportarvi.

Vita sociale e opportunità

La vita sociale è stancante perché richiede di nascondere idee e sentimenti inopportuni e di fingerne di opportuni rispetto alla mentalità delle persone con cui si interagisce, mentalità alla quale occorre adattarsi per evitare conflitti e dispiaceri agli altri e di conseguenza a noi stessi.

Sull'importanza e il valore delle cose

Una cosa (qualsiasi cosa, oggetto, macchina, informazione, idea, persona, meme ecc.) è tanto più importante e valida quanto più è efficace nel facilitare e rendere produttive le interazioni tra le persone che la usano o la condividono, in termini di soddisfazione dei loro bisogni e desideri.

Relazioni, benefici e costi

Ogni relazione implica benefici e costi per ciascuno dei contraenti. Quando per uno di essi i costi superano i benefici, questo cerca di uscire dalla relazione, a meno che l'uscita non comporti penali non sostenibili. E' in base a tale principio che le relazioni umane si formano e si disfano.

Ritorsioni nella coppia

Quando la persona che amiamo non si comporta come ci aspettiamo, scatta la nostra ritorsione che può essere aggressiva oppure vittimistica. Nel primo caso minacciamo o iniziamo la separazione, nel secondo mostriamo le ferite reali o immaginarie che l'altra persona, secondo noi, ci ha inflitto.

Politiche d'interazione

Le relazioni e le interazioni umane sono regolate da politiche personali per lo più inconsce, irrazionali, mistificate e involontarie; sta a noi decidere se cercare di renderle più consapevoli, razionali, genuine e volontarie nonostante il boicottaggio del super-io e delle convenzioni sociali.

Sul bisogno di apprezzamento

L'uomo ha bisogno di essere apprezzato dagli altri, e che gli altri cerchino il suo apprezzamento. Tuttavia, quanto più forte o più debole è in una persona questo bisogno rispetto ad un certo livello ottimale, tanto più le sue interazioni sociali sono insoddisfacenti e tendono a interrompersi.

Complessità delle relazioni umane


 I segni "+" e "-" rappresentano rispettivamente sentimenti di attrazione e di repulsione.

Conflitti di temi

Vorrei parlare con qualcuno di temi che mi interessano, ma non trovo quasi mai persone interessate a parlare con me di tali temi. Trovo invece quasi sempre persone interessate a parlare di temi che interessano a loro e non a me. Credo che anche altri abbiano lo stesso problema. Come risolverlo?

La natura umana in una frase

Ogni essere umano, consciamente o inconsciamente, vuole e non vuole interagire con altri esseri umani e cose in certi ruoli e forme per ottenere vantaggi e piaceri ed evitare svantaggi e dolori secondo quanto registrato nella sua mappa cognitivo-emotiva, per soddisfare i suoi bisogni genetici.

Convenienza delle scelte

Le azioni che scegliamo di fare (o di non fare) in questo momento avranno una certa influenza (più o meno importante) su ciò che succederà (o non succederà) in futuro a noi e agli altri. Per questo è bene chiederci quanto e in che senso le nostre scelte siano convenienti per noi e per gli altri.

Come criticare facilmente qualcuno

Un modo molto usato e facile di criticare qualcuno è quello di attribuirgli pensieri e intenzioni criticabili interpretando in modo arbitrario e tendenzioso le sue parole e/o il suo comportamento, senza preoccuparsi di averlo capito bene, anzi assumendo di averlo capito perfettamente.

Interazioni tra volontà

Ciò che accade nella natura e nella società è il risultato di interazioni tra volontà interne agli esseri viventi a vari livelli di organizzazione, dalla cellula alla nazione. Tali volontà sono il risultato della composizione di bisogni e interessi più o meno simbiotici, sinergici e/o antagonisti.

Il mio mantra e la mia meditazione

Il mio mantra è “Relazioni e interazioni”, e la mia meditazione consiste nel pensare senza mai usare il verbo essere, sostituendolo con verbi che esprimono relazioni e interazioni.

Grazie a queste pratiche la mia visione del mondo si amplia, e diventa più comprensibile e più feconda.

Il tutto e le parti

Ognuno di noi è parte del tutto, occupa un certo spazio e un certo tempo del tutto e interagisce con altre parti in modo più o meno costruttivo o distruttivo, conservativo o trasformativo. D’altra parte ognuno di noi è un tutto composto da parti che interagiscono rendendo possibile la propria vita.

Io sono un sistema

Io sono un sistema consapevole di esserlo e posso scegliere (volontariamente o involontariamente) dove stare, andare, guardare, cosa ascoltare, leggere, cercare, chiedere, offrire, fare, dire, pensare, con chi/cosa, quando, dove e in che modo interagire per soddisfare i miei bisogni e quelli altrui.

Quando un rapporto umano è riuscito

Un rapporto tra due persone è riuscito quando l'una contribuisce a soddisfare i bisogni dell'altra, cosa difficile a causa della scarsa conoscenza dei bisogni propri e altrui, delle differenze tra i rispettivi bisogni, desideri e interessi, e della naturale tendenza a dominare in caso di disaccordo.

La grande preoccupazione

A differenza degli altri animali, l’uomo si preoccupa di come gli altri lo valutano (intellettualmente, moralmente, esteticamente, politicamente, economicamente ecc.). Questa preoccupazione è costante e impegna l’uomo anche quando è solo. Essa influenza quasi tutti i suoi pensieri e le sue emozioni.

Etichetta e innocue banalità

Se in una conversazione tra amici o conoscenti devo evitare di esprimere qualunque idea che possa mettere direttamente o indirettamente in discussione le visioni del mondo e le capacità cognitive dei miei interlocutori, non potrò dire che innocue banalità. E' l'effetto della dittatura dell'etichetta.

Felicità, rapporti con gli altri e mente

La nostra felicità dipende dalla qualità dei nostri rapporti con gli altri. A sua volta, la qualità dei nostri rapporti con gli altri dipende dalla qualità delle nostre menti. Perciò per essere più felici dobbiamo migliorare le nostre menti affinché i nostri rapporti con gli altri possano migliorare.

Sul bisogno d'interazione sociale

Quando un umano non è occupato a fare ciò che è obbligato a fare dalla natura o dalla società, esso è occupato a interagire con altri umani o a prepararsi per le future interazioni con altri umani. Infatti il bisogno pià importante di ogni umano, dopo i bisogni fisici, è quello di interazione sociale.

Tre tipi di dialogo

Ci sono tre tipi di dialogo: quello confermativo, che serve a confermare le idee e le appartenenze condivise con l'interlocutore; quello distruttivo, che serve a svalutare le idee e le appartenenze dell'interlocutore; e quello costruttivo, che serve a produrre nuove idee con l'aiuto dell'interlocutore.

Contabilità del bene

Quanto più noi contribuiamo alla soddisfazione dei bisogni altrui, tanto più gli altri, in teoria, dovrebbero essere disposti a contribuire alla soddisfazione dei bisogni nostri. Tuttavia la contabilità dei contributi è sempre soggettiva, e spesso non c'è equilibrio tra il bene fatto e quello ricevuto.

Chi stabilisce chi siamo?

L'identità sociale di un individuo è stabilita non da esso stesso ma dalle persone con cui interagisce. Perciò, un individuo insoddisfatto dell'identità che gli viene attribuita dalle persone che frequenta, farebbe bene a frequentare persone diverse, che possano attribuirgli identità più soddisfacenti.

Società reale vs. virtuale

La società reale è costituita dall'interazione reale tra esseri umani reali viventi. La società virtuale è specifica di ciascun essere umano, ed è costituita da interazioni immaginarie tra esseri umani reali o fittizi. Ogni essere umano è continuamente impegnato in interazioni sociali reali e virtuali.

Manipolazioni reciproche

Ognuno ha nella sua mente una quantità di contesti sociali desiderati, che cerca di realizzare, nei quali ci sono tutti gli altri. Ne consegue che ognuno cerca di manipolare ogni altro, ovvero di fare in modo che l'altro assuma i ruoli e le funzioni ad esso assegnate nei propri contesti sociali mentali.

Equazioni e comportamento

Il verbo essere è uno strumento scritto nel nostro DNA, infatti lo troviamo in ogni lingua umana. Grazie ad esso possiamo consciamente o inconsciamente costruire delle identità (o equazioni), dotarle di significati, riconoscerle e comportarci di conseguenza, anche se spesso si tratta di equazioni erronee.

Importanza del non detto

Nell'interazione tra due persone il non detto è spesso più importante del detto. Infatti siano abituati ad autocensurare ciò che pensiamo dei nostri interlocutori, specialmente quando il nostro giudizio è sfavorevole, per evitare reazioni ostili. Un'interazione aperta e sincera tra due umani è rarissima.

Successo e felicità

Il successo e la felicità di un individuo si misurano con la quantità di persone che lo desiderano come interlocutore, o partner, compagno, amico, amante, alleato, maestro, guaritore, guida, capo, collaboratore, giudice, consigliere, protettore, fornitore, incantatore, artista, intrattenitore, comico, ecc.

Cosa pensano veramente gli altri di noi?

Cosa pensano veramente gli altri di noi? Non possiamo mai saperlo con certezza perché difficilmente qualcuno ci dirà sinceramente quello che pensa di noi. Infatti, quando diciamo a qualcuno ciò che pensiamo di lui mentiamo per non ferirlo o per evitare che si comporti in modo a noi sfavorevole.

Regolatori del comportamento sociale

I comandanti, i legislatori, i sacerdoti, gli insegnanti, gli intellettuali, i cerimonieri, gli istrioni, gli artisti, sono figure fondamentali nella società, perché definiscono le regole etiche ed estetiche del comportamento sociale senza le quali gli individui non saprebbero come interagire, e morirebbero.

Relazioni come film

La relazione tra due individui è come un film di cui essi sono al tempo stesso registi, protagonisti, produttori, sceneggiatori, scenografi ecc. Il problema è che ognuno vorrebbe fare il film a suo modo, con certe scene, certi attori, certe storie, certi luoghi, certe musiche, un certo stile ecc.

Domande sul rapporto tra due persone

Considera due persone A e B (una delle quali potresti essere tu). Che rapporto c'è, o potrebbe esserci tra di esse? Cosa condividono, cioè cosa hanno in comune? Cosa non condividiono? Come potrebbero cooperare? Che interesse potrebbero avere a mettere in atto una cooperazione? Cosa impedisce loro di cooperare?

Mancanza di tempo per migliorare

La maggior pare della gente non ha tempo da dedicare alla crescita personale né al miglioramento della società perché è troppo occupata a sopravvivere in quella attuale, di cui è sostanzialmente schiava perché deve lavorare, occuparsi dei familiari, ed evitare il cattivo giudizio altrui e l'isolamento sociale.

Il bene e il male delle feste

Le feste sono una occasione per stare insieme, per interagire, e quindi soddisfare il bisogno di appartenenza e di interazione sociale. A volte, però, una festa può essere opprimente se costringe a ripetere riti inutili e a conformarsi a certe mentalità. Ogni festa dovrebbe offrire spazi di libertà e creatività.

Piacere della lettura

Leggere un romanzo o una novella è allettante come spiare le vite di altre persone e leggere i loro pensieri senza essere accusati di violazione della privacy. D'altra parte, sapere come vivono e pensano gli altri ci è indispensabile per adattare i nostri principi morali allo spirito della società in cui viviamo.

Micro e macro

Il micro e il macro si influenzano reciprocamente. La macroeconomia è influenzata dalla microeconomia e viceversa. La macrosociologia è influenzata dalla microsociologia e viceversa. La microsociologia è oggetto di studio della psicologia e dell'interazionismo simbolico di George Herbert Mead e di Herbert Blumer.

Sull'essere "se stessi"

"Essere se stessi" non significa nulla. Noi siamo comunque come ci vogliono gli altri, come ci vuole l'Altro generalizzato (per usare un termine di G. H. Mead), l'altro interiorizzato. Senza l'esperienza e l'interazione con gli altri la psiche nemmeno esisterebbe. Il problema è che gli altri non sono tutti uguali.

Domande sul ruolo

Che ruolo voglio avere nella società?

Ho i prerequisiti e le competenze per tale ruolo?

Gli altri riconoscono i miei prerequisiti e le mie competenze, e sono disponibili ad accettare che io assuma tale ruolo?

Cosa devo fare affinché gli altri mi riconoscano in tale ruolo?

Cambiare ambiente

Ogni volta che si cambia ambiente geografico il corpo deve adattarsi a nuove condizioni atmosferiche ed ecologiche. Ogni volta che si cambia ambiente sociale, la mente deve adattarsi a nuove condizioni etiche ed estetiche. Il cambiamento può essere stressante o rigenerante, noioso o divertente, difensivo o creativo.

Il codice sociale in ogni individuo

Così come in ogni cellula c'è il DNA del corpo intero, nella mappa cognitivo-emotiva di ogni umano ci sono le regole dell'intero sistema sociale da esso percepito (forme, norme e valori, obblighi, divieti, libertà, gerarchie), nel rispetto delle quali esso interagisce con gli altri appartenenti allo stesso sistema.

Bisogno di rassicurazioni

Aver bisogno di una certa cosa comporta il bisogno di assicurarsela. Così, aver bisogno degli altri comporta il bisogno di assicurarsi il loro favore. Tale assicurazione può darla solo una continua frequentazione degli altri, nella speranza di ricevere da essi segni di rispetto, approvazione, amicizia e solidarietà.

Felicità e visione dello mondo

La felicità di una persona dipende dalla qualità delle sue interazioni col resto del mondo, qualità che dipende a sua volta dalla qualità della sua visione del mondo.

Pertanto, per essere più felici, dobbiamo migliorare la nostra visione dello mondo in modo da migliorare le nostre interazioni con esso.

Siamo sempre condizionati e influenzati

Siamo sempre condizionati e influenzati dall'ambiente esterno e da quello interno in cui ci troviamo. L’ambiente esterno è costituito dalle persone e cose con cui interagiamo, quello interno dai contenuti della nostra mente. I due ambienti interagiscono anche a nostra insaputa e anche se non lo vogliamo.

Scopo della conversazione

Per molte persone lo scopo inconscio della conversazione è, oltre a scambiarsi informazioni utili su ciò che succede, avere conferme e approvazioni della propria visione del mondo, della propria personalità e della propria dignità sociale. A quelle persone qualsiasi discorso in contrasto con tali scopi non è gradito.

Io e gli altri

Io ho bisogno degli altri, della benevolenza degli altri, i quali sono tanti, diversi e contrastanti, e io posso scegliere con chi, come, dove, quando e quanto interagire, come presentarmi alle persone con cui scelgo di interagire, cosa proporre, chiedere e offrire loro, e in quale misura soddisfare le loro richieste.

Domande sulle persone

Di ogni persona (compresi se stessi) è lecito e consigliabile chiedersi: Chi crede di essere? Come vorrebbe essere riconosciuto? Cosa si aspetta dagli altri? Che progetti ha? Cosa desidera? Di cosa ha bisogno? Cosa è disposto a offrire agli altri? Cosa pensa di coloro che non condividono la sua visione del mondo? Ecc.

Doni della natura e della sorte

Per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni, c'è chi punta soprattutto sulla forza fisica, chi sul coraggio, chi sulla ricchezza, chi sulle amicizie, chi sull'intelligenza, chi sull'astuzia, chi sulla cultura, chi sulla bellezza, chi sull'obbedienza ecc., in funzione di ciò che la natura e la sorte gli hanno donato.

Ecologia di identità

Sulla Terra ci sono quasi otto miliardi di esseri umani, ognuno con la sua identità che consiste nel suo corpo (inclusa la mente) e nella sua storia. Quando vediamo una persona, chiediamoci quale sia la sua identità, quanto sia simile e quanto diversa dalla nostra, cosa potremmo fare insieme, come potremmo interagire.

Bisogno di informazioni

Per vivere, il nostro organismo ha bisogno di informazioni (consce e inconsce) adeguate e adatte all'interazione con il nostro ambiente naturale e sociale. La qualità della vita dipende dalla qualità delle informazioni. Fornire informazioni adeguate è un'azione nobile, fornire informazioni inadeguate un'azione ignobile.

Sull'interpretazione delle intenzioni altrui

Ognuno interpreta, consciamente o inconsciamente, le intenzioni di ogni altro, sia nel senso delle credenze che delle motivazioni altrui. Queste interpretazioni sono spesso false e ancor più spesso riduttive anche perché per capire l'intelligenza di qualcuno (in senso lato) bisogna essere almeno altrettanto intelligenti.

Domande sociali

Cosa penso degli altri? Cosa pensano gli altri di me? Le risposte a queste domande si influenzano reciprocamente.

Convivenza soddisfacente

Una convivenza soddisfacente è possibile se le parti interessate (1) non sono costrette a interagire, ma possono scegliere liberamente con chi, come e quando farlo; (2) negoziano esplicitamente o implicitamente le motivazioni che devono essere soddisfatte e le regole dell'interazione; (3) rispettano gli impegni convenuti.

Ogni incontro è un esame

Incontrare una persona è come presentarsi ad un esame. Bisogna essere preparati per evitare bocciature e punizioni. Bisogna saper rispondere come si deve alle domande che l'altro potrebbe farci. Tuttavia anche l'altro rischia a sua volta di essere bocciato e punito da noi se risponde in modo sbagliato alle nostre domande.

Versatilità mentale

Come l'attore versatile che è in grado di interpretare efficacemente qualsiasi personaggio, come le persone multilingue che sono in grado di esprimersi perfettamente in diverse lingue, sarebbe molto utile saper interagire con persone di diverse provenienze sociali che usano paradigmi di comunicazione e interazione diversi.

Condizioni per accettare l'interazione

Ci sono individui che, a causa di certe situazioni passate, odiano e/o temono profondamente gli altri in generale, e accettano di interagire con qualcuno solo in caso di bisogno e a condizione che l’altro si sottometta alla sua autorità, ovvero assuma un atteggiamento umile, servile o ossequioso nei propri confronti.

Scambio di pacchetti

Gli esseri non viventi si scambiano pacchetti contenenti materia ed energia. Gli esseri viventi si scambiano pacchetti contenenti materia, energia e informazione. I pacchetti che gli umani si scambiano possono contenere anche titoli convertibili in materia, energia e informazione, cioè denaro, obbligazioni e partecipazioni.

Sull'intelligenza

L'intelligenza può essere definita come la capacità di creare, nel proprio cervello, modelli della realtà. Tali modelli sono usati dalla mente per "ri-conoscere" certe situazioni e agire in esse (o meglio, reagire ad esse) in modi prestabiliti o calcolati al momento, secondo certi algoritmi in parte innati, in parte appresi.

Il valore del denaro

Il motivo per cui gli umani cercano di possedere e guadagnare più denaro possibile, anche oltre il necessario, è che il denaro, oltre a permetterci di comprare cose di cui abbiamo bisogno, è considerato da molti una prova e dimostrazione di potere, valore, merito, intelligenza, capacità e per alcuni perfino di grazia di Dio.

Una mente superiore

Una mente superiore è una mente capace di studiare se stessa, ovvero la propria struttura e il proprio funzionamento, e di modificarsi volontariamente e consapevolmente, nei limiti del possibile, per migliorare le proprie interazioni con il mondo esterno e interno, in modo da soddisfare meglio i bisogni della propria persona.

In che consiste il libero arbitrio

Il libero arbitrio (ammesso che esista) consiste nello scegliere in quale ambiente stare, se interagire o non interagire, con chi interagire o non interagire, e se continuare o smettere di interagire. Durante l'interazione, infatti, prevalgono gli automatismi della nostra mente, e il libero arbitrio non può essere esercitato.

Illusioni volontarie

Quando le interazioni reali con gli altri non ci soddisfano, possiamo alleviare la frustrazione immaginando interazioni più soddisfacenti. L’immaginazione è un’illusione volontaria e lucida che può darci piacere e lenire il nostro dolore. E’ un prezioso dono che la natura ci ha fatto, senza il quale saremmo molto più infelici.

Domande su una persona sconosciuta

Quando vediamo una persona sconosciuta ci chiediamo (consciamente o inconsciamente): cosa abbiamo in comune? Come potremmo cooperare? Cosa mi potrebbe offrire? Cosa le potrei offrire? Di cosa potremmo parlare? Come potremmo interagire? Quanto siamo compatibili? In cosa siamo incompatibili?

Psicologia delle interazioni sociali

L'uomo ha un irresistibile bisogno di interazione sociale, che lo induce a volte ad accettare interazioni nocive piuttosto che nessuna interazione. La psicologia dovrebbe aiutarci a migliorare la qualità delle nostre interazioni sociali, cioè a trovare occasioni e modi d'interazione più soddisfacenti rispetto ai nostri bisogni.

Ciò che conta

Ciò che conta non sono le cose in sé, ma l'uso che se ne fa e gli effetti del loro uso. Avere certe cose senza usarle è come non averle (a parte l'aspetto finanziario). E' nel momento dell'uso, dell'interazione con esse o del loro scambio con altre persone che le cose dimostrano il loro valore ovvero i loro effetti.

Siamo tutti servi e padroni

Siamo tutti servi e padroni, sia perché ognuno deve rispondere ad altri del proprio operato, sia perché nell'interazione tra due persone ognuna fa richieste all'altra e risponde a quelle altrui, cioè ognuna dà e riceve qualcosa. Nel dare siamo servi (perché serviamo l'altro), nel ricevere padroni (perché ci serviamo dell'altro).

Sull'ecologia della mente

Non abbiamo bisogno di certe cose, persone o idee, ma di interagire in certi modi con certi tipi di cose, persone e idee.

La vita non è fatta di cose, ma di interazioni tra idee scritte nelle cose.

Queste sono alcune idee che ho appreso dall'Ecologia della mente di Gregory Bateson.

Perché facciamo ciò che facciamo

Ogni cosa che facciamo o che esprimiamo in ambito sociale serve anche, o soltanto, a indurre negli altri (e nell’Altro generalizzato che è dentro il nostro sé) una certa immagine desiderabile di noi stessi in quanto appartenenti a certe comunità, a certe categorie e a certi livelli gerarchici.

Azioni e reazioni

Se io, in quanto ente, subisco un'azione da parte di un altro ente, posso ignorare tale azione o reagire ad essa in certi modi. L'eventuale reazione può essere volontaria o involontaria, consapevole o inconsapevole, ma mai casuale, bensì programmata. In altre parole, la reazione segue necessariamente certe logiche consce o inconsce.

Come ci vogliono gli altri

Noi siamo come ci vogliono gli altri. Il problema è: quali altri? Infatti gli altri non sono tutti uguali: alcuni ci vogliono in un certo modo e altri in certi altri modi. Dobbiamo dunque scegliere chi contentare e chi scontentare. Ma non possiamo essere come nessuno ci vuole. Ne va della nostra sopravvivenza e della nostra felicità.

Maledetto verbo essere

Il verbo essere dovrebbe essere usato il meno possibile. Al suo posto sarebbe meglio usare verbi come fare, agire, dare, prendere, inviare, ricevere, percepire, copiare, comunicare, rispondere ecc. Il verbo essere non aiuta a capire la realtà. Questa, infatti, consiste in relazioni e interazioni, che il verbo essere non può descrivere.

Valutazioni e comportamenti interpersonali

Ogni umano, consciamente o inconsciamente, valuta ogni altro secondo certe categorie e certi criteri, e si comporta con ciascuno secondo tali valutazioni.

Perciò è importante conoscere le categorie e i criteri usati nelle valutazioni interpersonali, e chiederci come valutiamo gli altri e come gli altri ci valutano.

Cos'è la società

La società consiste essenzialmente in uno scambio di servizi, beni e denari necessari alla soddisfazione dei bisogni primari, regolato da norme imposte da alcuni e trasmesse e apprese consciamente e inconsciamente da tutti i suoi partecipanti. Tutto il resto dovrebbe servire a facilitare in vari modi tale scambio, ma a volte lo ostacola.

Luoghi (non) comuni

Siamo prigionieri di luoghi comuni, perché comunichiamo con gli altri solo attraverso essi. Per esplorare luoghi non comuni abbiamo bisogno di compagni di viaggio con la stessa intenzione, altrimenti ci isoleremo. In alternativa, possiamo entrare in relazione con persone che abitano luoghi mentali a noi sconosciuti e farceli raccontare.

Cause, effetti, interazioni

Una causa consiste in un'interazione tra due o più sistemi o tra due o più parti di un sistema. Lo stesso si può dire di un effetto. Infatti ogni causa implica uno o più effetti e ogni effetto implica una o più cause. Non ci può essere effetto senza cause, né causa senza effetti. E non possono esserci cause né effetti senza interazioni.

La colpa della diversità

Coloro che non si conformano ai costumi della propria comunità sono soggetti ad una paura inconscia dell'isolamento sociale che può essere alleviata solo mediante la partecipazione a riti di appartenenza reali o immaginari. La vita di queste persone oscilla tra l'affermazione delle loro differenze e il senso di colpa per essersi diversi.

L'inevitabile esposizione al giudizio altrui

Quando ci chiediamo se ci conviene fare o non fare una certa cosa non dobbiamo pensare solo al risultato pratico immediato dell'eventuale azione, ma anche al modo in cui essa potrà essere considerata dagli altri. Perché possiamo essere giudicati e valutati per tutto ciò che facciamo, oltre che per ciò che non vogliamo o non sappiamo fare.

La psicologia è sempre sociale

Tutti i problemi tipicamente umani hanno una matrice sociale, cioè riguardano i rapporti con gli altri o sono causati dagli altri. Di essi si occupa o dovrebbe occuparsi la psicologia, che pertanto è sempre psicologia sociale. Una psicologia che non si occupa di problemi, o che prescinde dai rapporti sociali non è psicologia, ma neurologia.

Cosa desidero dagli altri? Cosa offro agli altri?

Cosa desidero dagli altri? Cosa offro agli altri? Ognuno dovrebbe ogni tanto fare a se stesso queste domande, cercando di rispondere nel modo più sincero, coraggioso, spregiudicato, indiscreto e realistico possibile, anche se politicamente scorretto. Perché le risposte a queste domande costituiscono il nucleo della mentalità di ogni persona.

Sui modi di interazione sociale

Ogni umano interagisce con altri umani in certi modi, da cui dipende in gran parte il grado di soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Il miglioramento di tali modi (nel senso di una maggiore soddisfazione dei bisogni propri e altrui) dovrebbe essere il fine di tutte le scienze umane e sociali, a cominciare dalla psicologia.

Essere per interagire

L’essere (o l’Essere, se qualcuno preferisce l’iniziale maiuscola) non è fine a se stesso, ma all’interazione con il resto del mondo, senza la quale nulla può esistere. Dimmi come interagisci e ti dirò chi sei. In realtà l’essere non esiste. Esiste solo l’interagire. In altre parole, una cosa “è” i modi in cui interagisce col resto del mondo.

Contro l'uso del verbo essere

Il verbo essere è illusorio e fuorviante. Infatti nessuna cosa o persona “è” qualcosa o qualcuno. L'identità di una persona o di una cosa è data dal suo comportamento particolare e dalle sue particolari relazioni e interazioni con altre cose e/o con altre persone.

Piccolo questionario psicologico sulle proprie relazioni sociali

Cosa [non] mi aspetto dagli altri?
Cosa gli altri [non] si aspettano da me?
Cosa [non] chiedo agli altri?
Cosa gli altri [non] mi chiedono?
Cosa [non] offro agli altri?
Cosa gli altri [non] mi offrono?
Cosa [non] sono disposto a fare per gli altri?
Cosa gli altri [non] sono disposti a fare per me?

Domande sulle interazioni

Chi interagisce con chi? Chi vorrebbe interagire con chi? Come? Perché? Con quali intenzioni? Dove? Quando? Quanto? Per quanto tempo? Con quale consapevolezza? Con quali automatismi? In quali forme? Con quali norme? Con quali libertà? Con quali limiti? Con quali segnali e linguaggi? Con quali risultati? Con quali ostacoli, difficoltà e problemi?

Oscillazioni dell'io

Per tutta la vita l'io oscilla continuamente tra lo stato di soggetto e quello di oggetto, tra agire e subire, tra attore e spettatore, tra libero e schiavo, tra dare e ricevere, tra attrazione e repulsione, tra noia ed eccitazione, tra attacco e fuga, tra egoismo e altruismo, tra padrone e servo, tra bisogno e soddisfazione, tra piacere e dolore.

Ragioni del comportamento sociale

Ogni essere umano considera (consciamente o inconsciamente) ogni altro come un potenziale o attuale amico o nemico, ovvero come una persona più o meno utile o dannosa per la soddisfazione dei propri bisogni. È sulla base di tali considerazioni che ognuno si comporta in modo più o meno cooperativo o competitivo nei confronti degli altri.

Come cambiare il proprio stato mentale

Ci sono vari metodi per cambiare il proprio stato mentale in modo più o meno temporaneo o permanente: farmaci, droghe, alcolici, musica, letture, audiovisivi, incontri e interazioni con persone particolari, psicoterapie, esercizi mentali, meditare, scrivere, giochi, sport, spettacoli, produrre arte, ecc. Tutte cose da scegliere (o evitare) con cura.

Cosa influenza i sentimenti

I nostri sentimenti sono influenzati involontariamente dall'ambiente in cui ci troviamo, dalle persone con cui stiamo interagendo, da ciò che stiamo vedendo, udendo o leggendo, da ciò che stiamo percependo accadere intorno a noi, dai dettagli a cui stiamo prestando attenzione, e dai pensieri e dai ricordi che stanno scorrendo nella nostra coscienza.

Il problema più importante

Il problema più importante è come interagire con gli altri nel modo durevolmente più utile e piacevole per tutti. La soluzione, in generale, include la comprensione critica del comportamento proprio e altrui, il superamento dei conflitti di interessi mediante compromessi e la cooperazione per il perseguimento degli interessi comuni non conflittuali.

Io e il resto del mondo - Una relazione fondamentale

Tra il mio io cosciente e il resto del mondo (compreso il mio inconscio e il resto del mio corpo) c'è una certa relazione, nel senso che, a seconda di ciò che penso e faccio, il resto del mondo reagisce in certi modi nei miei confronti (innescando piaceri e dolori) non casualmente, ma secondo certe logiche (cioè algoritmi) che conosco solo in parte.

Domande sul rapporto tra una persona e qualsiasi altra cosa

Considera una persona A (che potresti esere tu) e qualsiasi altra cosa B. Che rapporto c'è, o potrebbe esserci tra la di esse? In che modo B potrebbe essere utile ad A? Come ragisce A al pensiero, alla vista o alla presenza di B? In che modo B influenza A? Che conoscenza ha A di B? In che modo altre persone possono interferire nel rapporto tra A e B?

Tutti buoni finché...

Siamo tutti buoni, gentili e amorevoli finché non veniamo criticati, contrastati, fermati, rifiutati, abbandonati, o a noi si disobbedisce o ci si ribella. Allora possiamo diventare violenti e spietati. Per valutare il carattere di una persona bisogna chiedersi come reagirebbe ad una critica, una disobbedienza, una ribellione, un rifiuto, un abbandono.

Problemi diversi

Io mi pongo problemi che la maggior parte della gente non si pone, e viceversa. Ciò significa che qualcuno di noi non ha capito cosa sia veramente importante nella vita, o che io e gli altri abbiamo problemi diversi. Quest'ultimo caso è ovvio dato che la mente si forma attraverso le esperienze e ognuno ha fatto esperienze diverse, e con un corpo diverso.

Cosa c'è scritto nel DNA

Nel DNA non c'è scritto solo come devono svilupparsi i diversi organi, ma anche come essi devono interagire tra loro e con l'ambiente esterno. Così nella psiche c'è scritto non solo come dobbiamo essere, ma anche come noi dobbiamo rapportarci con le altre persone. Ciò che apprendiamo dopo la nascita sono strategie per realizzare il piano scritto nel DNA.

Identità e interazione

L'identità che un umano assume e quella che egli attribuisce ad un certo altro, insieme con l'identità che il secondo assume e quella che il secondo attribuisce al primo, determinano le regole e le modalità dell'eventuale interazione tra i due.

In altre parole, le interazioni tra umani dipendono dalle loro identità reali e presunte.

Aspettative e desideri reciproci

Ciò che determina la qualità delle interazioni umane sono le aspettative e i desideri reciproci, ovvero cosa X si aspetta e desidera da Y e cosa Y si aspetta e desidera da X. Se tali cose sono compatibili e complementari, l'interazione è pacifica, costruttiva, soddisfacente; se sono incompatibili o conflittuali essa è violenta, distruttiva, insoddisfacente.

Il messaggio nascosto

Nella comunicazione tra due persone si nasconde a volte, tra le righe, un messaggio (reale o percepito) che dice "io sono superiore a te, perciò dovresti/devi fare e pensare come dico io". Se tale messaggio viene rifiutato dal ricevente, questo assume automaticamente una posizione difensiva o aggressiva, e la comunicazione può diventare violenta.

Gli ordini del corpo

La mente chiese al resto del corpo: "Come posso servirti?" Il resto del corpo rispose: "Resta in ascolto degli ordini che ti comunicherò mediante il piacere e il dolore; nel frattempo esplora la natura, studia la cultura, cerca la saggezza, conoscimi, impara a giocare, fammi giocare con gli altri, gioca con te stessa, divertiti, fammi divertire e proteggimi."

Chi non è con me è contro di me

"Chi non è con me è contro di me." (Matteo 12,30). Difficile trovare un'affermazione più dannosa per le menti degli esseri umani e per la pacifica convivenza tra persone di vedute diverse.

Questa logica è causa di schizofrenia, guerre, e dell'inibizione dell'empatia nei confronti di coloro che hanno una mentalità diversa dalla propria.

Perché tendiamo ad obbedire ai nostri simili

L'uomo tende ad obbedire ai suoi simili, ovvero a fare quanto gli viene richiesto. Il motivo di questa tendenza, a mio parere, si trova nel bisogno di interazione. In quanto animali sociali, ovvero interdipendenti, abbiamo bisogno (un bisogno primario, ovvero genetico) di interagire frequentemente con altri umani e l'obbedienza è un ottimo tipo di interazione.

Nodi di una rete umana

Ogni essere umano è un nodo della rete dell’umanità, nel senso che scambia (cioè riceve e trasmette) informazioni con altri umani. Le informazioni che un umano trasmette sono il prodotto di una elaborazione di quelle che riceve, e l’elaborazione dipende dai contenuti e dalle strutture logiche cognitive, emotive e motivazionali della propria mente.

Attenzione a come parliamo

Stiamo attenti a ciò che diciamo, perché dalle nostre parole gli altri si faranno un'idea più o meno vera o falsa, secondo i loro paradigmi, di chi siamo, chi crediamo di essere, come li giudichiamo e delle nostre intenzioni. C'è sempre il rischio di passare per arroganti, narcisisti, nemici, ignoranti, sciocchi, ingenui, perdenti, falsi, incoerenti, pazzi ecc.

Amore volontario

Se amare è un atto involontario, allora non c'è nessun merito nell'amare e nessun demerito nel non amare, come nell'amore materno caratteristico di molte specie animali. Tuttavia l'amore può essere volontario, ovvero deciso razionalmente, forzato, non spontaneo, non sentito, simulato, agito ad arte per ottenere la benevolenza dell'amato, ovvero per acquisire meriti.

Gruppi di mutua approvazione

Uno dei fattori di coesione dei gruppi umani è la mutua approvazione tra i suoi componenti. Siccome ognuno ha bisogno di approvazione, ci si accorda tacitamente in modo da approvarsi l'un l'altro. In questo modo ci guadagnano tutti. Il prezzo da pagare per questa fonte di soddisfazione è la rinuncia alla capacità critica, ovvero la cecità ai difetti propri e altrui.

Aggressività dell'accusa

Se una persona A pensa che un persona B gli abbia fatto un torto o si stia preparando a farglielo, A prova verso B un sentimento di rabbia e ostilità che B percepisce e normalmente ricambia con altrettanta rabbia e ostilità, specialmente se i sospetti di A non sono giustificati. Perché accusare ingiustamente qualcuno di atti o intenzioni ingiuste è un atto aggressivo.

Il pensiero ecologico

Il pensiero ecologico consiste nel considerare la vita come risultato di interazioni tra esseri viventi a tutti i livelli, a partire dalle cellule. Attraverso queste interazioni vengono scambiate informazioni, sostanze ed energie necessarie alla vita, le quali vengono prodotte, espresse, percepite ed elaborate secondo programmi variabili presenti in ogni essere vivente.

Il prezzo dell'accettazione

Certe persone, per farsi accettare dagli altri, sono costrette a nascondere la loro autentica personalità, le loro conoscenze ed esperienze, capacità, passioni, ambizioni, debolezze, temperamento, i loro tormenti, le loro opinioni sugli altri in generale e in particolare sulle persone da cui vorrebbero essere accettati, e a fingere una normalità e affinità a loro aliene.

Di cosa abbiamo bisogno

Non abbiamo bisogno di certi oggetti, né di certe situazioni in senso statico, ma di certi processi e delle interazioni che li sostengono. Certi oggetti e certe situazioni sono utili nella misura in cui facilitano le interazioni di cui abbiamo bisogno.

Il potere della bellezza

Una donna che si fa bella, lo fa per donare agli altri (specialmente agli uomini) la sua bellezza affinché ne godano, oppure per rendersi attraente, ovvero per aumentare il suo potere di attrazione e legame sugli uomini o il suo valore nella borsa della formazione delle coppie? Altrimenti per quale altro motivo potrebbe farlo? Non credo che lo faccia per piacere a se stessa.

Capire e offendere

Ci sono fenomeni sociali per capire i quali è necessario un certo grado di intelligenza e di cultura. Ma se diciamo a una persona che non è abbastanza intelligente e/o colta per capire certi fenomeni, questa si offende. Così, per non offendere nessuno, lasciamo che ognuno si illuda di poter capire tutto ciò che capiscono gli altri per quanto riguarda i rapporti interpersonali.

Ruoli complementari

Il padrone ha bisogno del servo, il servo del padrone, il maestro dell'allievo, l'allievo del maestro, il produttore del consumatore, il consumatore del produttore, il venditore del compratore, il compratore del venditore, il carnefice della vittima, la vittima del carnefice, il vincitore del perdente, il perdente del vincitore, il pastore del gregge, il gregge del pastore ecc.

Cooperare, competere, selezionare, imitare

Nei rapporti con gli altri, un essere umano libero ha generalmente quattro opzioni: cooperare, competere, selezionare, imitare. Cooperare implica soddisfare i desideri altrui, competere implica soddisfare i propri desideri a scapito di quelli altrui, selezionare implica scegliere con chi interagire e con chi non farlo, imitare implica usare l'altro come modello di comportamento.

Nascondere le proprie superiorità

Per non mettere in difficoltà il nostro interlocutore ed evitare di essere considerati arroganti, conviene nascondere le parti migliori di noi stessi, le nostre conoscenze, i nostri giudizi, le nostre opinioni, i nostri principi morali, le nostre differenze, le nostre abilità, le nostre superiorità e mostrare di noi solo ciò che l'altro può tollerare ed è in grado di apprezzare.

Sull'interdipendenza umana

Un essere umano non può ignorare gli altri, perché dipende da loro. Può scegliere le persone con cui interagire, ma non può fare a meno di interagire con qualcuno, né può ignorare le esigenze delle persone con cui interagisce. Il suo comportamento è dunque un compromesso tra le proprie esigenze e quelle delle persone con cui ha scelto di interagire o con cui è costretto a farlo.

Bisogno di interazione

Qualsiasi interazione sociale, anche la più stupida, insensata, nociva o noiosa è meglio che nessuna interazione sociale. Spesso si interagisce solo per interagire, senza altro fine che l'interagire stesso. L'uomo ha un bisogno fondamentale e profondo di interagire con i suoi simili. Questo fatto spiega e dà un senso a tante interazioni sociali apparentemente assurde.

Il software della vita

Mente, psiche, anima, spirito, sono la stessa cosa, ovvero sinonimi. Sono il software della vita. Esso può essere in tutto o in parte copiato da un vivente ad un altro e scritto in opere letterarie e artistiche, le quali non sono altro che simulazioni parziali della vita e dei rapporti umani. Lo scopo di tali opere è quello di facilitare la costruzione di paradigmi di interazione.

I quattro sociali dell'homo sapiens

L'homo sapiens ha quattro istinti sociali fondamentali, che costituiscono anche dei bisogni:

  • imitazione

  • cooperazione

  • competizione

  • selezione (attiva e passiva)


Il problema della sostituibilità

Il problema principale nei rapporti interpersonali è quello della sostituibilità. Infatti ognuno è sostituibile con qualcun altro migliore, più utile, più produttivo, più attraente, più divertente, più piacevole, meno costoso, meno impegnativo, meno faticoso, meno problematico. Siamo tutti sostituibili e tendiamo a sostituire le persone con cui interagiamo con altre più interessanti.

Vita singola vs. vita multipla

La maggior parte delle persone vivono una vita singola, nel senso che si presentano agli altri sempre nello stesso modo, indipendentemente dal carattere di coloro che incontrano.

Altri vivono una vita multipla, nel senso che si presentano agli altri in modo variabile, in quanto nascondono quegli aspetti della propria vita che potrebbero turbare le persone che incontrano.

Domande fondamentali

Con chi / cosa voglio / non voglio interagire?

In quali ruoli e forme?

Per ottenere quali vantaggi e piaceri?

Per evitare quali svantaggi e dolori?

Secondo quali informazioni registrate nella mia mappa cognitivo emotiva?

Per soddisfare quali miei bisogni genetici?

Interazioni col resto del mondo

Le interazioni di un essere umano col resto del mondo sono determinate dagli input che esso riceve dalle persone e cose con cui interagisce (consciamente e inconsciamente), dai suoi bisogni e desideri (consci e inconsci) e dalla sua visione (conscia e inconscia) del mondo (ovvero dalla sua mappa cognitivo-emotiva), la quale si è formata attraverso le sue interazioni col resto del mondo.

Robot sentimentali programmabili

Noi umani siamo robot sentimentali programmabili. I nostri programmi sono determinati dall'effetto combinato del nostro DNA e delle nostre esperienze. Da bambini siamo stati programmati dagli adulti. Da adulti non possiamo riprogrammarci da soli, ma alcuni possono scegliere da chi farsi riprogrammare. E' proprio questa capacità di scegliere i nostri maestri che ci rende animali "umani".

Domandare vs. comandare

Tra domandare e comandare c'è una differenza sottile, che a volte si annulla. In entrambi i casi si tratta di una richiesta. Nel domandare si chiede un'informazione, nel comandare si chiede l'esecuzione di un'azione che può consistere nella fornitura di una informazione. Ciò che fa la differenza è il modo in cui la richiesta viene fatta, ovvero come una imposizione oppure una preghiera.

Da chi farsi guidare?

Un essere umano deve farsi guidare da qualcosa o qualcuno: dalla "sua" ragione, dai suoi sentimenti, da altre persone, da un computer, da una musica ecc.. Guidarsi da sé è impossibile, anzi, non ha senso, perché o la guida è casuale, o segue gli ordini di qualcosa o qualcuno al proprio interno o all'esterno. Si tratta dunque di stabilire quale sia, momento per momento, la guida migliore.

Cripto-espressioni

Ogni cosa che facciamo, diciamo e scriviamo (compreso ciò che postiamo nei social network come Facebook) esprime inconsciamente e implicitamente, in modo più o meno nascosto, l'identità sociale che assumiamo o desideriamo assumere, la posizione gerarchica, il ruolo e il prestigio che consideriamo giusti per noi e il desiderio che tali assunzioni vengano riconosciute e accettate dagli altri.

Domanda e offerta di cooperazione

Dato che ogni umano ha bisogno della cooperazione con altri umani per sopravvivere (sia come individuo, sia come specie), ogni interazione sociale è caratterizzata dalla domanda e dall'offerta di cooperazione. Tuttavia la cooperazione richiesta o offerta è sempre condizionata nei modi, nei ruoli, e negli obiettivi specifici, e ciò può rendere difficile l'incontro tra la domanda e l'offerta.

Come farsi amare

Sei amato da una persona nella misura in cui sei (o le fai credere di essere) ciò che essa desidera che tu sia, pensi (o le fai credere di pensare) ciò che essa desidera che tu pensi, senti (o le fai credere di sentire) ciò che essa desidera che tu senta, vuoi (o le fai credere di volere) ciò che essa desidera che tu voglia, e fai (o le fai credere di fare) ciò che essa desidera che tu faccia.

Il senso delle cose

Nulla ha senso in sé. Il senso alle cose lo danno gli umani, e ognuno a modo suo. Se la maggior parte della gente accettasse questo principio sarebbe possibile negoziare e mettersi d'accordo su cosa fare per il bene comune. Quando invece si pensa che esistano principi intellettuali, etici ed estetici assoluti e inderogabili, un accordo tra chi crede in verità diverse è praticamente impossibile.

Sull'ansia sociale

Ogni incontro tra umani può avere effetti più o meno prevedibili o imprevedibili, favorevoli o sfavorevoli, gradevoli o sgradevoli per ognuna delle parti. Chi è abituato a incontri insoddisfacenti e/o sgradevoli si trova normalmente in uno stato di ansia sociale più o meno intensa, dato che, a causa della nostra interdipendenza, non possiamo fare a meno di incontrare qualcuno quasi ogni giorno.

Esercizio mentale

Prendere un oggetto a caso, per esempio un libro, un articolo di giornale, un computer, un dipinto, un utensile, una persona, e chiedersi: che relazione o interazione ci può essere tra me e questo oggetto? Come posso usarlo? Come può esso usare me? Che impatto può avere la mia relazione con questo oggetto nelle mie relazioni con altri oggetti o persone? Ecc. 

Pressioni sociali

Gli umani esercitano costantemente pressioni gli uni sugli altri affinché si comportino in modi a sé favorevoli, anche contro la loro volontà. È un conflitto permanente tra volontà contrastanti, in cui prevalgono le persone più potenti e influenti. Tali pressioni sono spesso nascoste o mistificate, spacciate per doveri morali, leggi naturali, ragioni di stato, tradizioni, o altri pretesti fantasiosi.

Appartenenze, proprietà, relazioni e interazioni

Ogni cosa, persona o informazione appartiene a qualche insieme di cose, persone e/o informazioni caratterizzato da certe proprietà, e costituisce un insieme di cose, persone e/o informazioni. Ogni appartenenza implica certe proprietà e/o certe relazioni o interazioni. Due cose, persone o informazioni che interagiscono e/o sono tra loro in relazione costituiscono un insieme a cui entrambe appartengono.

Interazioni reali vs. immaginarie

Quando due umani si trovano tra loro in prossimità, ovvero in comunicazione o telecomunicazione, essi comunicano e interagiscono secondo i rispettivi programmi mentali. Quando un umano si trova da solo, ovvero non in prossimità o comunicazione con qualcuno, la sua mente si prepara alle future interazioni con gli altri, ipotizzandole e simulandole consciamente e inconsciamente mediante l’immaginazione.

Incontri umani

Quando due persone si incontrano ognuna si presenta consciamente o inconsciamente all'altra in un certo modo, ognuna si definisce, qualifica e racconta usando certe parole, gesti, abbigliamento, ognuna dice all'altra "io sono così, da me ti puoi aspettare certe cose e non altre, io interagisco in un certo modo, ti considero in un certo modo e ti propongo un certo tipo rapporto e di interazioni. E tu?".

Cooperazione e competizione

A mio parere, le interazioni sociali sono animate da due motivazioni fondamentali: cooperazione e competizione. Esse possono essere più o meno consce o inconsce e di intensità variabile. A volte prevale la prima, altre volte la seconda. Nella nostra società la prima è normalmente esaltata e palese, la seconda censurata, nascosta o mascherata. La prima può essere del tutto assente, la seconda quasi mai.

Differenze nelle interazioni

Ci sono differenze sostanziali tra interagire con un essere umano e con altre cose, tra interagire con cose viventi e con cose non viventi, tra interagire con cose prodotte o manipolate dall'uomo e con cose non lo sono.

Tuttavia, ogni tipo di interazione è influenzato dalla cultura che ha formato la mente di chi interagisce, in quanto influenza il suo modo di reagire agli stimoli ricevuti.

Sull'interpretazione dei messaggi interpersonali

Qualsiasi espressione umana, qualunque messaggio può essere interpretato in modi diversi dal ricevente. Per esempio, come un apprezzamento, un disprezzo, un'accusa, un rimprovero, una derisione, una minaccia, una promessa, una deferenza, una richiesta, una dichiarazione di amicizia o di inimicizia, di fratellanza, di estraneità, di indifferernza, di attrazione, di repulsione, di simpatia, di antipatia ecc.

A che serve conversare

Ci sono persone per cui conversare serve solo a confermare la loro appartenenza a certi contesti sociali, e ad ottenere riconoscimenti e rassicurazioni in tal senso. Esse sono incapaci di condurre un dialogo creativo o costruttivo in senso filosofico.

In altre parole la maggior parte della gente ha bisogno di conversare solo per essere rassicurata nelle proprie appartenenze e dignità sociali.

Grado ottimale di altruismo

In ogni momento ogni essere umano deve stabilire (consciamente o inconsciamente) il grado ottimale di altruismo a cui attenersi a seconda delle circostanze, sapendo che troppo egoismo comporta il rigetto, e troppo altruismo lo sfruttamento, da parte degli altri. La difficoltà di tale compito è fonte di stress mentale e fisico, e comporta una certa mistificazione delle proprie reali motivazioni e intenzioni.

Pragmatica delle interazioni umane

A mio parere, sin dalla nascita, con i propri comportamenti, ognuno cerca, consciamente o inconsciamente, di influenzare i comportamenti altrui a proprio piacimento, per soddisfare i propri bisogni e desideri.

Se faccio o non faccio, dico o non dico certe cose, come reagiranno gli altri versi di me? Penso che questa sia la domanda fondamentale su cui la nostra psiche si è costruita.

Bisogno di relazioni

Un'interazione umana deve avvenire nell'ambito di una relazione, deve cioè rispettare le regole di un certo tipo di relazione convenuto tra le parti. Altrimenti l'interazione è violenta. La relazione deve dunque precedere l'interazione.

Dato che l'uomo ha bisogno di interagire con altri umani, egli ha di conseguenza bisogno di stabilire relazioni adeguate alle interazioni desiderate.

Il senso delle vacanze al mare

La vacanza al mare è un'occasione di confronto e interazione sociale. Si mostrano il proprio corpo seminudo, le proprie capacità sportive acquatiche, la propria resistenza all'aggressione del sole e delle rocce, le proprie facoltà economiche e i propri gusti. È una fiera di esibizione e competizione di forza, abilità, resistenza, bellezza, eleganza e ricchezza in cui scegliere e farsi scegliere.

La forza di attrazione di Facebook

Ciò che rende Facebook così attraente, interessante e utile è che permette facilmente di mantenersi informati sui pensieri e i sentimenti altrui, cosa indispensabile per prendere posizione nelle questioni morali, intellettuali e politiche, per affermare la propria appartenenza a certi gruppi e per adattarsi allo spirito delle comunità di elezione. In sintesi: per soddisfare il proprio bisogno di appartenenza.

Bisogno di superare gli altri

A giudicare dal comportamento della gente in tutto il mondo e in ogni tempo, mi pare che l'uomo abbia un profondo bisogno di superare tutto ciò che si oppone o potrebbe opporsi alla realizzazione dei suoi desideri, e quindi di superare anche gli altri umani in tutte le possibili scale gerarchiche, tra cui quelle della forza, intelligenza, sapienza, ricchezza, potere, bontà, moralità, bellezza, conformità ecc.

Perché facciamo ciò che facciamo

Quasi tutto ciò che facciamo, ad eccezione della soddisfazione dei bisogni fisici, lo facciamo per confermare la nostra appartenenza, o essere accettati o riconosciuti come degni appartenenti a qualche gruppo o categoria sociale.

Questo ci è necessario per poter interagire con vantaggio con altri esseri umani, perché ogni interazione presuppone certe appartenenze a certi gruppi o categorie.

Il senso del saluto

Quando due persone si incontrano, il saluto serve a dichiarare o confermare uno stato di amicizia; l'assenza di saluto uno stato di indifferenza o inimicizia. Perciò è impossibile non dichiarare ad una persona, ogni volta che la si incontra, se ci è o non è amica, ovvero se intendiamo avere o non avere con essa un rapporto cooperativo. Il calore, o cordialità, del saluto esprime il grado di cooperazione desiderato.

Retroazioni e giochi

Nell'interazione tra due persone il comportamento di ciascuna di esse è influenzato dalla percezione e dall'interpretazione del comportamento dell'altra, come in un gioco. Ogni interazione è infatti parte di uno o più giochi, ed è interessante sapere se gli interattori giocano agli stessi giochi o a giochi diversi, e se sono consapevoli dei giochi a cui giocano, cioè degli obiettivi e delle regole dei giochi stessi.

Misura dell'integrazione sociale

Data l’interdipendenza degli esseri umani, ogni individuo è costantemente preoccupato del grado della sua integrazione sociale, e perciò cerca costantemente di misurarlo. La misura consiste nel riconoscimento e nella valutazione che gli altri gli dimostrano in vari modi, per esempio salutandolo, sorridendogli, accettandolo come collaboratore, come compagno di gioco, come cliente o fornitore di servizi ecc.

Gli atteggiamenti e le intenzioni degli altri verso di noi

Ogni giorno, in ogni momento, le opinioni, i sentimenti e il rispetto degli altri nei nostri confronti possono cambiare in peggio o in meglio. Per questo viviamo in un continuo stato di ansia più o meno grande, e abbiamo continuamente bisogno di sapere quali atteggiamenti e quali intenzioni gli altri hanno verso di noi. Questa conoscenza ci serve per adeguare i nostri atteggiamenti e le nostre intenzioni verso di loro.

Influenze tra comportamenti

I comportamenti degli esseri umani e di molti altri esseri viventi si influenzano reciprocamente in una certa misura.

Dunque il mio comportamento influenza, in una certa misura, il comportamento di coloro che interagiscono con me, e di conseguenza, le interazioni tra me e gli altri.

È perciò importante conoscere i modi in cui, e i mezzi con cui, possiamo influenzare i comportamenti altrui.

Iniziatori vs. attendisti

Gli umani si possono dividere in due categorie: gli iniziatori e gli attendisti. Nell'interazione tra due persone qualcuno deve prendere l'iniziativa e fare la prima mossa. Ci sono persone che tendono a prendere l'iniziativa, altre che preferiscono aspettare che sia l'altro a farlo. Ma se il numero di iniziatori continua a diminuire, l'uomo sarà sempre più solo e improduttivo. E in politica questo conduce alla dittatura.

Il non senso di essere se stessi

"Essere se stessi" è un non senso perché noi siamo comunque il risultato delle nostre interazioni sociali, quindi siamo sempre, in un certo senso, "gli altri", ovvero quelli che ci hanno formato, cioè l'altro generalizzato (termine coniato da George H. Mead). Non ha quindi senso cercare il proprio "vero sé", mentre ha senso scegliere le persone con cui interagire in modo che siano adatte ai proprio temperamento genetico.

Interazione dal vivo vs. scritta

Non c'è nulla di meglio di un'interazione dal vivo, ma quando questa non è possibile, meglio di niente è l'interazione a voce o scritta attraverso internet o il telefono. Quella scritta ha anche qualche vantaggio rispetto a quella dal vivo. Si può rileggere con calma quello che l'interlocutore ha scritto e si ha più tempo per riflettere prima di rispondere. Secondo me l'ideale è un mix tra interazione dal vivo e scritta.

Modelli di relazione

Mi pare che gli umani siano incapaci di negoziare liberamente e creativamente relazioni sociali al di fuori dei modelli culturali che hanno appreso. Chi ha la fortuna di aver appreso diversi modelli può scegliere quale applicare a seconda delle persone che incontra e delle circostanze; chi ha imparato un solo modello, e questo modello è retrogrado, è condannato a cercare di riprodurlo, con le conseguenze tragiche del caso.

Il problema della sostituibilità

Il lato tragico della vita umana è che ognuno ha bisogno di qualcuno, ma nessuno ha necessariamente bisogno di alcuna persona particolare, perché siamo tutti sostituibili. Perciò ognuno di noi vive col timore (conscio o inconscio) di essere sostituito.

Un certo sollievo a tale timore può venire dal poter sostituire qualcuno con cui si è in relazione, nel caso in cui si sia desiderati da più persone.

Sul «comunicabile comune»

Il linguaggio e i concetti usati per comunicare idee tra due persone debbono essere comprensibili per entrambe. Questa ovvia necessità può ridurre enormemente la quantità e la qualità delle idee di cui due persone possono parlare, rispetto a quelle che ciascuna di esse ha in mente.

Date due persone, chiamerei il «comunicabile comune» l'insieme dei concetti e delle idee che entrambe sono in grado di comprendere.

Io, coscienza, interazione e metainterazione

L'io è il soggetto della coscienza. La sua attenzione oscilla tra interazione e metainterazione.



Criteri di valutazione

Qualunque cosa (idea, ideologia, proposta, strumento, attività, procedura ecc.) dovrebbe essere valutata in funzione dei vantaggi e svantaggi che essa ci può arrecare in termini di qualità delle interazioni con gli altri.

La domanda da fare è perciò: quanto questa "cosa" mi è utile nelle interazioni con gli altri, ovvero a interagire con la massima soddisfazione dei bisogni miei e altrui?

Il modo giusto di pensare e discutere

X (ovvero una qualsiasi persona, cosa, idea, fatto ecc.) ha molte definizioni, e per discuterne bisogna prima scegliere una di esse. Dopodiché si può eventualmente pensare o affermare che X, secondo una certa definizione, abbia aspetti positivi e aspetti negativi, ovvero in certi contesti, situazioni, casi, momenti, sia più o meno piacevole o utile a certe persone e più o meno spiacevole, inutile o nociva a certe altre persone.

Animale commerciante

L'uomo è l'unico animale capace di commerciare, cioè di scambiare consapevolmente e intenzionalmente prodotti, servizi o denari con altri umani in cambio di altri prodotti, servizi o denari. Questi scambi comportano la ricerca di clienti e di fornitori, l’inventare, il costruire o il reperire prodotti o servizi, il convenire prezzi o compensi e lo stipulare contratti scritti o non scritti.

Pensieri come conversazioni immaginarie

Pensare è come parlare con qualcuno nella nostra testa. La qualità del pensiero dipende da chi sia questo qualcuno, ovvero una figura più o meno realistica. Per esempio, possiamo parlare con Dio (così come lo immaginiamo), con un demone, oppure, più comunemente, con l'"altro generalizzato" (nella definizione di George H. Mead), che ovviamente, è diverso da persona a persona perché dipende dalle particolari esperienze di ognuno.

Sempre sotto attacco

Ognuno è sempre circondato e sotto attacco da parte di altri (direttamente o attraverso dei media) che cercano di convincerlo a credere in certe storie, a comprare certe cose, a condividere certe cose, ad accettare certe gerarchie, certe relazioni, certi valori.

I più non fanno resistenza a questi attacchi, non ne sono nemmeno consapevoli, e contribuiscono senza accorgersene alla loro diffusione e moltiplicazione.

Logiche di interazione

Le interazioni tra esseri umani non sono casuali, ma seguono certe logiche che risiedono nelle rispettive menti. Tali logiche, che evolvono con le esperienze e con l'apprendimento del soggetto, coinvolgono e riguardano le sue cognizioni, i suoi sentimenti e le sue motivazioni. La psicologia dovrebbe occuparsi principalmente di decifrare queste logiche nell'uomo in generale, in gruppi e tipi di persone, e in individui particolari.

Estremi della conoscenza

Per quanto riguarda il modo di pensare e di conoscere, ci sono due opposte tendenze: separare vs. unire, differenziare vs. accomunare, distinguere vs. confondere, analizzare vs. sintetizzare ecc. Per me la conoscenza consiste nel praticare e nel conciliare tali estremi. In altre parole, per me è impossibile conoscere qualcosa senza prima scomporla e poi ricomporla dopo aver osservato le relazioni e le interazioni tra le sue parti.

Cosa vogliono gli altri da me?

Cosa vogliono gli altri da me? Che io compri i loro prodotti, che segua i loro consigli, che creda alle loro spiegazioni, che stia in un posto che non dia loro fastidio, che non li critichi, che li rispetti, che li stimi, che li ami, che li aiuti o li serva quando hanno bisogno di aiuto o di un servizio, che stia dalla loro parte quando essi sono in contrasto con qualcuno, e che non chieda loro nulla che non siano disposti a darmi.

Comportamenti virtuosi

Da bambino ho imparato che l'amore e la stima che ottenevo dai miei genitori erano condizionati ad un certo mio comportamento. Quel comportamento è così diventato per me un modello di virtù, in quanto mezzo per ottenere amore e stima. Da grande continuo in parte a comportarmi in quel modo sperando in una ricompensa affettiva, ma i miei genitori non ci sono più, e i miei coetanei non sono disposti a premiarmi per quel comportamento.

Strategie e tattiche sociali

Ogni umano dovrebbe sapere che per sopravvivere ha bisogno di altri umani, e che gli altri possono fargli del bene e/o del male.

Sulla base di tale realtà ogni umano adotta particolari strategie e tattiche, ovvero politiche, per ottenere dagli altri il bene ed evitare il male.

Inoltre ogni umano discrimina gli altri secondo la presunta probabilità di ottenere da essi il bene o il male e in quale misura.

Domande nelle interazioni

Nell'interazione tra due persone ci sono una serie di domande a cui ognuno risponde in modo soggettivo, dalle cui risposte dipende lo svolgimento e l'esito dell'interazione.


Sulle reazioni alle percezioni ingterpersonali

Quando vediamo l'immagine (reale o virtuale) di una persona, automaticamente e inconsapevolmente ci facciamo un'idea di quanto essa sia contenta o scontenta, soddisfatta o insoddisfatta, amichevole o ostile, calma o irritata, generosa o avida, vincente o perdente, nociva o innocua, e di conseguenza ci sentiamo attratti o repulsi da essa in quanto persona, e dalle cose che essa rappresenta, che mostra di possedere o a cui appartiene.

Interazione e vita

La vita emerge dalla interazione tra agenti e si esaurisce quando l'interazione cessa. Ciò può avvenire a vari livelli, in quanto una interazione tra agenti ad un certo livello può dar vita ad un agente di livello superiore, come, ad esempio, la coscienza. La vita è dunque interazione e ha bisogno di interazione, e la morte è la fine di una interazione. Le diverse forme di vita sono costituite da diverse combinazioni di interazioni.

Decisioni continue

Ogni giorno, in ogni momento, dobbiamo consciamente o inconsciamente decidere con chi e come interagire e non interagire, ovvero chi ignorare e chi considerare, chi accontentare e chi scontentare, chi imitare e chi non imitare, chi ascoltare e chi non ascoltare, chi seguire e chi non seguire, con chi collaborare e con chi non collaborare, chi apprezzare e chi disprezzare, chi aiutare e chi combattere, a chi obbedire e a chi comandare.

Storie personali

È come se ogni umano, vivendo, producesse un film, un romanzo, una storia in cui sono coinvolti, con un ruolo più o meno importante, tutti gli altri. A ciascuno le storie altrui sono più o meno gradite in funzione della parte che vi ha. E allora ognuno dovrebbe chiedersi rispetto ad ogni altro: che ruolo ho nella sua storia? Che ruolo ha nella mia storia? Che ruolo voglio avere nella sua storia? Che ruolo vuole avere nella mia storia?

Monete da scambiare

Per interagire con altri umani, bisogna scambiare simboli che abbiano un valore o significato condiviso tra emittente e ricevente. La moneta è una buona metafora per indicare simboli che possono essere scambiati durante l'interazione, perché la moneta ha un valore riconosciuto e condiviso tra le parti che la usano.
Per interagire con una persona dobbiamo dunque disporre di "monete" attualmente valide e comunemente accettate.

Di chi fidarsi e chi contentare

Gli altri mi dicono ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è bello e ciò che è brutto. Posso fidarmi? Gli altri mi dicono cosa loro piace e cosa loro dispiace. Mi conviene contentarli? Se non mi fido di loro e se non li contento, loro non cooperano con me. Se non voglio restare solo, di qualcuno mi devo fidare, qualcuno devo contentare. Posso solo scegliere di chi fidarmi e chi contentare.

L'arte di vivere

Ogni essere umano, per ogni altro, è una possibile fonte di bene e male, cioè di piacere e dolore, gioia e sofferenza, premura e disturbo, cooperazione e competizione, favore e ostilità, ansia e sicurezza, stress e serenità, accoglienza ed esclusione, dominazione e sottomissione, protezione e violenza, verità e falsità, ecc.. L'arte di vivere consiste nel trovare il modo di ottenere dagli altri il massimo bene e il minimo male possibili.

Le nostre menti

Le nostre menti elaborano informazioni e determinano reazioni cognitivo-emotive secondo programmi scritti e modificati dalle nostre esperienze, ovvero dalle nostre interazioni col resto del mondo reale o immaginario. Perciò è importante la scelta delle cose, persone e idee con cui interagire nella realtà e nella immaginazione. Tale scelta può essere più o meno creativa (ovvero più o meno suggerita dal caso) e più o meno ricca di opzioni.

Ciò che resta dei giorni passati

Ci sono piaceri e dolori che dipendono da ciò che stiamo facendo o che ci sta succedendo al momento, e ci sono gioie e sofferenze attuali che dipendono da ciò che abbiamo fatto e non fatto, dato e non dato, ricevuto e non ricevuto nei giorni passati. Di conseguenza, ciò che avviene qui e adesso può avere un effetto piacevole o doloroso immediato, ma può averne anche uno nei giorni a venire e i due effetti potrebbero essere di segno opposto.

Valenza sociale di ciò che facciamo

Ciò che stiamo facendo o che ci accingiamo a fare ha una valenza sociale, ovvero potrà essere usato con vantaggio o svantaggio nelle future interazioni sociali, oppure potrebbe convenire nasconderlo in quanto potrebbe non essere gradito agli altri. Chiediamoci dunque, quando ci accingiamo a fare qualcosa, quale sia la sua valenza sociale in relazione a vari tipi o gruppi di persone e scegliamo di conseguenza cosa ci conviene fare e cosa non fare.

Ricompensa sociale (social reward)

Uno studio neurofisiologico della "ricompensa sociale". Un esempio di sostegno reciproco tra psicologia, psicoterapia e neuroscienze.
https://www.nature-nurture.org/index.php/future-direction/social-reward/
https://www.nature-nurture.org/index.php/future-direction/

A che servono i rapporti umani

Ogni rapporto umano, che implica relazioni e soprattutto interazioni, è un fenomeno ecologico (per dirla con Bateson) in cui ognuno "serve" all'altro o "serve" l'altro (in modo transitivo e/o intransitivo, diretto e/o indiretto). Per "servire" qualcuno intendo soddisfare un bisogno, desiderio o motivazione di quello, sia di tipo materiale che immateriale, fisico o mentale, inclusa l'affermazione o conferma di una certa identità sociale desiderata.

Far finta di essere felici

Uno degli aspetti più assurdi dell'infelicità umana è che essa è oggetto di vergogna, poiché tanto meno una persona si dimostra felice, tanto più è considerata malata o incapace ("looser") e quindi emarginata.

Questo ci induce a nascondere la nostra infelicità, fino a rimuoverla nell'inconscio. Ci si può perfino illudere di essere felici per timore dell'emarginazione, o negare che si possa essere più felici di quanto uno sia.

La cosa più importante

La cosa più importante per un animale sociale come l'uomo non è la conoscenza della verità scientifica, filosofica o religiosa, ma la capacità di interagire utilmente con un sufficiente numero di persone, perché da ciò dipende la sua sopravvivenza e la soddisfazione dei suoi bisogni e desideri. Tale capacità si apprende euristicamente attraverso tentativi ed errori, l'educazione, la cultura e, in qualche raro caso, la conoscenza teorica della natura umana.

Verso una nuova filosofia/religione

Vorrei essere l'araldo di una nuova filosofia/religione agnostica, logica, antropologica, psicologica, ecologica, cibernetica, sistemica, etica, sentimentale, umanista, genetica, evolutiva, eclettica, olistica, relazionale, comunitaria, transdisciplinare, ispirata al pensiero di Gregory Bateson, Edgar Morin, Yuval Harari ed altri scienziati-filosofi che hanno proposto nuovi paradigmi di comprensione della natura in generale e di quella umana in particolare.

Paura di essere abitati

L'idea che la nostra mente sia abitata da agenti autonomi, ovvero automi, computer, che determinano le nostre percezioni, i nostri pensieri, sentimenti, piaceri, dolori, euforie, frustrazioni, eccitazioni, depressioni, pulsioni, inibizioni, i nostri comportamenti, le nostre interazioni con gli altri e la nostra visione del mondo, senza che noi possiamo controllarli o impedire loro di controllarci, è spaventosa, talmente orribile che preferiamo non crederci.

Non esistono cose né valori in sé

Non esistono cose in sé, ma eventi, ovvero interazioni tra entità misteriose che a posteriori chiamiamo cose. Non esistono valori in sé, ma differenze tra valori che a posteriori assegniamo alle cosiddette cose. Non è possibile misurare cose e valori senza interagire con essi. La realtà è il risultato di innumerevoli interazioni tra entità misteriose.

(Pensieri ispirati dalla lettura de "L'ordine del tempo" del fisico Carlo Rovelli.)

Come aumentare la felicità o diminuire l'infelicità

La mia più o meno grande felicità (o infelicità) dipende dalla qualità delle mie relazioni col resto del mondo e in particolare con l'ambiente (sociale e naturale) in cui vivo. Per migliorare tali relazioni ci sono tre possibilità (non mutuamente esclusive): (1) migliorare la mia costituzione (cioè la mia mente e/o il mio corpo fisico), (2) migliorare la costituzione di certe parti dell'ambiente (persone o cose) o (3) migrare in un altro ambiente più adatto a me.

Trovare le risposte

La mente è un elaboratore di informazioni che ha molte funzioni, tra cui quella di trovare continuamente (consciamente e/o inconsciamente) le risposte a domande del tipo: "se io agisco nel modo X, in che modo gli altri reagiscono?". Le risposte dipendono dai dati presenti nella memoria (conscia e inconscia) del soggetto, ottenuti dalle proprie esperienze. Per cambiare le risposte occorre cambiare i dati, e per cambiare i dati occorre fare nuove e diverse esperienze.

Indifferenza della verità

Per i credenti in una religione, mitologia o narrazione non importa se ciò in cui credono sia vero, ma che ciò in cui credono costituisca un legame comunitario. Quando gli antichi sacrificavano animali sugli altari, non penso che tutti credessero che quei sacrifici servissero realmente a propiziare gli dei, e probabilmente molti non credevano nemmeno agli stessi dei. Ma non mancavano di sacrificare i loro animali come dimostrazione di appartenenza alla loro comunità.

Il prezzo della cooperazione

La cooperazione da parte degli altri nei nostri confronti è indispensabile per la nostra sopravvivenza e per la soddisfazione dei nostri bisogni, ma ha un prezzo che a volte può essere per qualcuno troppo alto.

Infatti gli altri ci chiedono, in cambio della loro cooperazione, di collaborare attivamente alla soddisfazione dei loro desideri.

Lo squilibrio tra i benefici e i costi della cooperazione è il motivo conduttore del dramma sociale.

Meditazione sistemica

Io sono un sistema vivente senziente costituito da sistemi più piccoli, e parte di sistemi più grandi.

Tale affermazione potrebbe essere il punto di partenza di una meditazione “sistemica”, che consiste nel meditare sulle interazioni e relazioni tra i sistemi che ci costituiscono e tra quelli di cui siamo parte, sulle emozioni (piaceri e dolori) che scaturiscono da tali interazioni e relazioni, e sulle logiche conscie e inconsce che le governano.

Comportamento e identità sociale

Ogni cosa che facciamo o ipotizziamo di fare è oggetto non solo di autocensura inconscia, ma è anche usata come criterio di appartenenza e identità sociale. In altre parole, i nostri gesti, le nostre scelte, ci qualificano, ci caratterizzano, ci conferiscono una identità, esprimono nostre appartenenze. Comprare un certo oggetto, usarlo, servirsi di qualcosa, assistere ad un certo evento, abbigliarsi in un certo modo, costituiscono anche affermazioni di identità sociali.

Attività, passività, varietà

Leggere è un processo attivo, ascoltare un processo passivo. L'organismo ha bisogno di attività e passività. E' bene alternare in modo equilibrato attività e passività, quindi leggere e ascoltare, preferibilmente contenuti vari e da varie fonti. Una persona o società che legge o ascolta troppo poco, che legge o ascolta troppo spesso dalle stesse fonti e troppo spesso contenuti simili è destinata al declino per incapacità di adattarsi ai cambiamenti culturali e ambientali.

Sulla manifestazione dei propri pensieri e sentimenti

Il comportamento più o meno favorevole di una persona A verso una persona B dipende da come A giudica B e da come A si sente giudicata da B. Il giudizio, che è sempre razionale ed emotivo allo stesso tempo, non riguarda solo le azioni volontarie, ma anche quelle involontarie (reali e presunte), i pensieri, le emozioni, e i sentimenti (reali e presunti). Per questo può essere sconveniente manifestare sinceramente i propri pensieri, i propri sentimenti e le proprie emozioni.

Difficoltà di comprensione

La comprensione reciproca tra due persone richiede una sufficiente comunità o affinità di interessi, linguaggio, forme, norme, valori, educazione, cultura, temperamento, carattere ed esperienze. È difficile che due persone molto diverse possano comprendersi, a meno che non cerchino entrambi di conoscere senza pregiudizi ciò che nell'altro è diverso ciò che è in sé. Per questo è importante conoscere le cose che gli esseri umani hanno in comune e quelle che li differenziano.

Cosa vogliamo sapere dell'altro

Ciò che ogni umano vuole sapere di ogni altro è: come si pone rispetto a me? (Superiore, uguale o inferiore?) Come mi giudica? Che sentimenti prova verso di me? Cosa si aspetta da me? Cosa cerca da me? Cosa è disposto a darmi? Che intenzioni ha nei miei confronti? Come potrei essergli utile? Che male potrei fargli?
Se non possiamo avere una risposta esplicita a queste domande, risponderemo ad esse noi stessi, intuitivamente e inconsciamente, e agiremo di conseguenza.

Essere e agire

Essere è agire. Una cosa che non agisce, né reagisce, non esiste. Perciò per definire l’essenza di qualsiasi cosa è necessario definire il suo agire e il suo reagire, cioè le sue transazioni, interazioni e relazioni con il resto del mondo. Ogni cosa esistente è dunque necessariamente un agente e/o un reagente. Se di una cosa non siamo in grado di descrivere le sue azioni o le sue reazioni nei confronti del resto del mondo, di essa non sappiamo nulla, e faremmo bene a non parlarne.

Essere e divenire

Separare l'«essere» dal «divenire» mi pare un grave errore, perché non è possibile l'essere senza il divenire, e viceversa. In altre parole, essere e divenire sono la stessa cosa, come pure il tempo individuale e quello storico. La chiave per capire la realtà, il mondo, la storia, la psiche, è il concetto di relazione, ovvero di interazione. Il concetto di «essere» è totalmente sterile se esaminato indipendentemente delle interazioni e dalle relazioni, dalle cause e dagli effetti.

Gioco di ruoli

La vita sociale è come un dramma in cui ognuno di noi cerca di giocare un certo ruolo più o meno esplicito e più o meno compreso, accettato o osteggiato dagli altri.



Importanza degli stimoli nell'infanzia

Non tutti i bambini ricevono la stessa quantità e qualità di stimoli da parte degli adulti che li accudiscono, cosa che ha sicuramente un effetto diverso sulla loro futura psiche. Si sa, infatti, che bambini a cui nessuno parla tendono a morire molto precocemente. Pertanto noi umani siamo diversi e più o meno "vivi" e vediamo il mondo in modo diverso anche in funzione della quantità e qualità della stimolazione che abbiamo ricevuto o che ci è mancata da bambini, spesso in modo irreparabile.

Coscienza e interazioni sociali

Secondo George Herbert Mead, la psiche si forma e costituisce attraverso le interazioni sociali e allo scopo di gestirle al meglio. In altre parole, nella psiche non c'è nulla che non sia relazionale ovvero sociale. Da ciò si deduce che se la coscienza, o "io cosciente", è solo la punta dell'iceberg della psiche, anche essa è relazionale e quindi non siamo mai "mentalmente" soli, ovvero siamo continuamente in dialogo con l'Altro generalizzato (termine coniato dallo stesso Mead) che è in noi.

Essere, divenire, interagire

Separare l'"essere" dal "divenire" mi pare una assurdità e un grave errore. Come qualcun altro ha detto, non è possibile l'essere senza il divenire, e viceversa. In altre parole, essere e divenire sono la stessa cosa, come pure il tempo individuale e quello storico. La chiave per capire la realtà, il mondo, la storia, la psiche, è il concetto di "relazione" ovvero di "interazione". Il concetto di "essere" è totalmente sterile se esaminato indipendentemente delle interazioni e dalle relazioni.

Post subliminali

Amici (si fa per dire), vorrei scrivere qualsiasi cosa per ricordarvi (implicitamente, indirettamente, subliminalmente) che esisto, che sono intelligente, colto, ben informato, dotato di senso dell'umorismo, empatia, buoni sentimenti, a posto con la coscienza, ben integrato nella società, desiderabile e meritevole di considerazione, ma in questo momento non mi viene in mente nulla di adatto a tale scopo. Ma non preoccupatevi, entro qualche ora qualcosa troverò. Comunque grazie dell'attenzione.

Interazione come negoziazione

L'interazione umana consiste in una negoziazione esplicita o implicita, conscia o inconscia, di identità ed esigenze.



Il problema della superiorità

Il problema non è il sentirsi superiori (anche perché non siamo tutti allo stesso livello in tutti i campi) ma il ritenere che chi è inferiore debba obbedire a chi è superiore e pensare, ragionare e sentire come lui. L'obbedire al superiore (ma non il pensare, ragionare e sentire allo stesso modo) è giusto solo nelle organizzazioni in cui è indispensabile il rispetto della gerarchia e della disciplina, come, ad esempio, nelle forze armate, nelle scuole e nelle organizzazioni pubbliche e private.

Le quattro orecchie

Le quattro orecchie che ognuno dovrebbe avere quando comunica con altri esseri umani. Da un libro di Friedemann Schulz von Thun.




Calcoli di convenienza

Quando un essere umano deve decidere se avvicinarsi o allontanarsi rispetto ad un altro, se essere cooperativo, competitivo, o indifferente nei riguardi dell'altro, nella sua mente conscia e inconscia avvengono una quantità di calcoli di convenienza e inconvenienza i cui risultati sono espressi dall'inconscio in termini di sentimenti e di emozioni che si posizionano in un punto del continuum tra odio e amore, posizione che può essere più o meno stabile o variabile, più o meno assertiva o dubitativa.

Transazioni interpersonali

Tra esseri umani sono continuamente trasmesse, consciamente o inconsciamente, richieste e offerte di beni, servizi, informazioni, e relazioni.

Tali trasmissioni avvengono sia nella realtà, sia nell’immaginazione dei trasmettitori e dei ricevitori, e possono essere registrate nelle rispettive memorie.

La quantità, la forma e il significato di ciò che viene trasmesso dal trasmettitore e di ciò che viene ricevuto, capito e inteso dal ricevitore possono essere molto diversi.

Valutazioni come chiavi di comprensione

La ricerca di una valutazione positiva della propria persona da parte degli altri, la più positiva possibile, è un'importante chiave di comprensione del comportamento umano.

In altre parole, se volete comprendere una situazione sociale, chiedetevi quali sono le dinamiche di valutazione tra gli attori che agiscono nella situazione stessa, ovvero chi valuta chi (ognuno valuta ogni altro e si sente valutato da ogni altro), secondo quali criteri e con quali conseguenze gerarchiche.

Valutazioni continue reciproche

Gli altri mi valutano (in funzione dei loro interessi) per ogni cosa che faccio e che non faccio, che dico e che non dico, che penso e che non penso, che sento e che non sento, sia quando io sono in compagnia, sia quando sono solo.

Allo stesso tempo io valuto gli altri (in funzione dei miei interessi) per ogni cosa che fanno e che non fanno, che dicono e che non dicono, che pensano e che non pensano, che sentono e che non sentono, sia quando essi sono in compagnia, sia quando sono soli.

Il dramma dell'incomprensione

Se uno che non parla la nostra lingua non ci capisce, non ce la prendiamo. Ma se uno che la parla la mia lingua e ha un livello di istruzione pari al mio non mi capisce o non è d'accordo con me, la cosa è drammatica. Può infatti significare che uno dei due sia in errore o non sia capace di spiegarsi. E l'ipotesi che quello che è in errore o che è incapace di spiegarsi sia io, è angosciante, a volte insostenibile. Per evitare tale angoscia tendiamo a pensare che il problema sia nel nostro interlocutore.

La verità nei rapporti sociali

La verità è che gli altri ti trattano in funzione di come presumono che tu tratti loro, di cosa presumono che tu pensi di loro, di cosa presumono tu desideri da loro e per loro, di cosa presumono tu pensi di te stesso rispetto a loro, di cosa presumono tu sia disposto a offrire loro, di quanto presumono tu possa essere loro utile o dannoso, ovvero delle opportunità e delle minacce che tu rappresenti per loro. Questa è la verità che si nasconde dietro ogni affermazione, ogni espressione e ogni atto sociale.

Cosa è importante nell'interazione tra due persone

Nell'interazione tra due persone le cose più importanti sono:

  • Le rispettive mappe cognitivo-emotivo-motive

  • Le differenze e le somiglianze tra tali mappe

  • Le risposte cognitivo-emotive-motive di ciascuna persona agli stimoli esterni e interni

  • I possibili tipi di interazione:


    • cooperativa

    • competitiva

    • rituale

    • ludica

    • evitante


Come migliorare le interazioni con gli altri?

Cosa si può fare per migliorare le proprie interazioni con gli altri? Suppongo che vi siano tre classi di soluzioni (non mutuamente esclusive):

  1. Compiacere di più gli altri, ovvero adattarsi maggiormente alle esigenze e ai desideri altrui

  2. Indurre gli altri a compiacerci di più, ovvero ad adattarsi maggiormente alle nostre esigenze e ai nostri desideri

  3. Cercare persone più adatte a sé con cui interagire

Vi vengono in mente altre soluzioni?

Il piacere della festa

Il piacere di partecipare ad una festa è causato soprattutto dalla conferma della propria appartenenza ad un gruppo o comunità, ovvero del fatto che si è accettati come suoi membri. Senza periodiche conferme di questo tipo si vivrebbe nell'angoscia del rischio di isolamento sociale. La festa permette inoltre di interagire con altre persone in modi che sarebbero sconvenienti o sospetti al di fuori della festa stessa. Per esempio, alla festa si può ballare insieme con un'altra persona, fuori della festa, "non si fa".

Sulla coerenza dei comportamenti interpersonali

Ogni essere umano si comporta sotto l’influenza di un insieme di forze — attrazioni, repulsioni, interessi, abitudini, progetti, bisogni, motivazioni, pulsioni — delle quali è solo parzialmente consapevole.

Queste forze possono entrare in rapporto con quelle altrui in modo sinergico, conflittuale o indifferente; di conseguenza, ciascun individuo tende ad assecondare, ostacolare o ignorare i comportamenti degli altri, in funzione del grado momentaneo di coerenza tra le diverse direzioni comportamentali.

Prendere posizione

In quanto esseri sociali, siamo tenuti a prendere posizione nella rete dei rapporti interpersonali, ovvero a dichiarare agli altri chi siamo e con chi stiamo -- il che implica chi non siamo e con chi non stiamo, e contro chi stiamo.

D'altra parte il non prendere posizione costituisce comunque una presa di posizione, quella di chi sceglie la neutralità assoluta. Infatti anche la neutralità è un modo di essere, di porsi, e come tale è oggetto di giudizio, di apprezzamento o disprezzo da parte degli altri.

Dal disaccordo al disprezzo

L'uomo tende a pensare che se uno non è d'accordo con le sue idee, significa che non le ha capite o non le vuole capire o non è abbastanza intelligente o istruito per capirle o è mentalmente disturbato o è in malafede. Esclude che due persone in disaccordo possano avere entrambe ragione, ognuna dal suo punto di vista, e che ogni punto di vista sia rispettabile. Questo tradurre un disaccordo nel disprezzo per l'interlocutore è una tragedia della natura umana. Potrebbe essere la causa prima di tutti i mali della società.

Siamo tutti automi

Io sono un automa, così come le persone con cui interagisco. La nostra interazione è automatica. Le nostre coscienze non possono evitare che le nostre interazioni siano automatiche, possono solo decidere quali automatismi inibire e quali attivare.

Quello che la mia coscienza può fare è scegliere le persone con cui interagire, cioè quelle i cui automatismi sono ottimali rispetto ai miei e rifiutare le interazioni non convenienti. Oppure scegliere i limiti entro cui interagire con ciascuna persona.

Il fondamento dell'etica

L'etica non dovrebbe essere basata su principi astratti ma sulla cognizione che ciò che facciamo ha una influenza sulla vita e il benessere o malessere, piacere o dolore degli altri. Quindi per comportarsi in modo etico occorre innanzitutto conoscere i bisogni altrui (oltre che i propri) e capire come funzionano le interazioni, ovvero il modo in cui ognuno percepisce e valuta il comportamento altrui e risponde ad esso. Dopodiché possiamo a ragion veduta scegliere come comportarci con gli altri, assumendocene la responsabilità.

Siamo tutti drogati

L’attività mentale è condizionata anche da particolari ormoni prodotti dal cervello, come la dopamina e l'ossitocina, che hanno effetti su: umore, motivazioni, socialità, sentimenti come amore e odio ecc.

Tali ormoni sono allo stesso tempo causa ed effetto di particolari comportamenti,  sensazioni e percezioni. L’uomo è di fatto dipendente da tali ormoni, che, per composizione chimica ed effetti, possono essere assimilati a sostanze stupefacenti. Pertanto possiamo dire, in un certo senso, che siamo tutti drogati.

Meditazione e metainterazione

Il tipo di meditazione che preferisco è la metainterazione. Essa consiste nell'immaginare di separare il mio io (ovvero la mia coscienza) dal resto della mia persona, nel portarlo fuori dal mio corpo, e nel dirigere la sua attenzione alle interazioni tra la mia persona e quelle altrui, interrogandomi sui rispettivi bisogni e le strategie per soddisfarli, le quali danno luogo alle interazioni stesse e ne determinano le forme. È difficile fare questa meditazione durante le interazioni, ma si può fare benissimo prima e dopo di esse.

Sulla censura dei desideri interpersonali

La convivenza civile impone una censura dei desideri che coinvolgono altre persone. Infatti dire tutto ciò che si desidera dagli altri può essere imbarazzante o scandaloso.

Tuttavia si tratta di una censura per lo più inconscia, tale che anche il soggetto del desiderio finisce per non sapere quali siano i suoi reali desideri nei riguardi degli altri, e per mistificarli, ammettendo solo desideri ammissibili e giustificando il proprio conmportamento verso gli altri con ragioni di comodo, false, superficiali o marginali.

Cosa penseranno gli altri di me?

La cosa più importante per un essere umano, oltre l'evitamento dei dolori e dei pericoli per la propria salute, è cosa gli altri pensano e penseranno di lui in relazione al proprio essere e al proprio comportamento passato, presente e futuro.

In altre parole, la cosa più importante per un uomo è l'atteggiamento più o meno benevolo degli altri nei propri confronti.

Tale atteggiamento, reale o presunto, condiziona fortemente il proprio modo di pensare e di comportarsi.

Shopping come rito di appartenenza

Quando acquistiamo qualcosa ci sentiamo inconsciamente integrati nella società perché riceviamo dal venditore un riconoscimento in tal senso. Infatti lo scambio o commercio di beni o servizi è uno degli scopi della società e una dimostrazione del suo funzionamento.

Ecco perché siamo spesso motivati a comprare anche cose di cui non abbiamo veramente bisogno: perché abbiamo bisogno di vedere confermata la nostra appartenenza ad una società, e l'acquisto di un bene o servizio è un modo per ottenere tale conferma.

Tutte promesse

Ogni espressione umana diretta verso altri umani costituisce una promessa di piacere o di dolore, di soddisfazione o di frustrazione di qualche bisogno, di prestazione di un servizio, di una punizione, ecc. La promessa è sempre condizionata ad una certa risposta, che può essere un avvicinamento, un allontanamento, un acquisto, una vendita, un dare, un ricevere, un prendere, un legare, uno sciogliere, un credere, un negare, un pagare, un accogliere, un proteggere, un difendere, un partecipare ecc.

Ricette di felicità

La maggior parte delle ricette di felicità e serenità che troviamo nel supermercato delle religioni, filosofie, ideologie e pseudoscienze offrono cure palliative che non risolvono il problema principale di ogni essere umano, che è quello di avere interazioni mutuamente soddisfacenti con altri umani.

Vedi anche Domanda e offerta di interazioni condizionali.


La durata di un like

Oggi Facebook mi ha detto che i miei post hanno totalizzato 26000 like (dall'inizio dei tempi). 26000 carezze o strette di mano elettroniche. Certo, mi fa piacere saperlo, ma questo non diminuisce la mia fame di nuove carezze e strette di mano, possibilmente fisiche; in subordine, elettroniche. Perché l'appartenenza sociale, il sentirsi umani, buoni, giusti, e soprattutto accettabili e possibilmente desiderabili, non si ottengono una volta per tutte, non durano che poche ore e vanno confermati ogni giorno; se possibile, più volte al giorno.

Domande su una possibile interazione

Prendo una persona conosciuta o sconosciuta, a caso. Il mio sistema inconscio si chiede: mi interessa interagire con essa? Mi conviene? Mi attrae? Mi repelle? Mi piacerebbe? Preferirei evitare l'interazione? Che vantaggi o svantaggi potrei trarne? Che succede se non interagisco? Che succede se interagisco? E se quella persona volesse interagire con me? Come risponderei? Cosa potremmo fare insieme? Come mi presenterei? Cosa direi? Cosa proporrei? Di cosa potremmo parlare? Dove potremmo andare? Quale modello di comportamento potremmo adottare?

La tempesta dopo la quiete

Nei rapporti interpersonali, a ogni quiete segue quasi sempre, dopo un certo tempo più o meno lungo, una tempesta, perché i rapporti interpersonali sono basati su compromessi tra gli interessi propri e quelli altrui.

Infatti i compromessi, in quanto implicano dei sacrifici personali, sono spesso fragili e soggetti a incomprensioni, stanchezza, e insoddisfazioni, che inducono alla ricerca di compromessi più soddisfacenti da stabilire con altri partner.

Sul potere dell’uomo sull’uomo

Dato che per soddisfare i propri bisogni e desideri ogni umano ha bisogno della cooperazione di altri umani, ognuno cerca di avere poteri più ampi possibili su altri, affinché questi si comportino in modi a sé favorevoli (cooperativi) e non si comportino in modi a sé sfavorevoli (competitivi).

Tali poteri possono essere ottenuti e mantenuti mediante interazioni dirette e/o indirette, ovvero mediante l’intervento di terzi, e fattori culturali, come religioni, tradizioni, costumi, usanze, istituzioni, poteri politici ecc.

Motivazioni nei rapporti umani

Cooperazione, competizione e dominazione sono le tre motivazioni fondamentali che sottendono le relazioni e le interazioni umane.

Nella nostra cultura la cooperazione viene lodata in generale (tranne quella con i nemici e gli estranei); la competizione viene lodata purché leale e regolata (come nello sport, nella politica e nell'economia); la competizione sleale e non regolata e la dominazione vengono a parole biasimate, ma generalmente praticate in forme mistificate, camuffate e nascoste, consce e inconsce, dirette e indirette.

Evasione delle domande imbarazzanti

Nel dialogo tra due umani può succedere che il primo faccia al secondo una domanda la cui risposta rivelerebbe intenzioni inconfessabili e/o fallacie logiche da parte del secondo. In tal caso avviene normalmente che questo eviti di rispondere con qualsiasi pretesto o risponda in modo evasivo o non pertinente, anche a fronte di insistenze, da parte del primo, di ottenere una risposta puntuale e attinente alla domanda. Questo comportamento difensivo dell'interrogato rientra nei fenomeni psicologici del bias cognitivo e dell'attenzione selettiva.

Le regole del gioco di un sistema sociale

Per un essere umano sano di mente è impossibile non far parte di uno o più sistemi sociali, in uno o più ruoli tipici di ciascun sistema. Possiamo solo, eventualmente, scegliere il sistema sociale di cui vogliamo far parte, i ruoli che in esso vogliamo giocare e, in minima misura, contribuire a cambiare le regole del gioco del sistema stesso.

Vedi anche Far parte di un sistema sociale.

Come reagire alle umiliazioni

Resteresti calmo se qualcuno facesse esplicitamente o implicitamente affermazioni come le seguenti? Io valgo, tu non vali , io merito, tu non meriti, io sono bello, tu brutto, io sono buono, tu cattivo, io sono intelligente, tu stupido, io sono sapiente, tu ignorante, io sono forte, tu debole, io sono potente, tu impotente, io possiedo, tu non possiedi, io sono capace, tu no, ecc. Probabilmente saresti preso dalla rabbia e faresti il gioco del tuo detrattore. Se invece riuscissi a restare calmo e ci ridessi sopra dimostreresti di essergli superiore.

Sui rapporti interpersonali

Ogni umano determina, consciamente o inconsciamente, come rapportarsi con ogni altro, vale a dire cosa aspettarsi dall'altro, cosa chiedergli, cosa offrirgli, il grado di attrazione e il grado di repulsione verso l'altro.

Tutte queste cose costituiscono il suo atteggiamento verso l'altro.

Inoltre, ognuno si fa un'idea dell'atteggiamento di ciascun altro nei propri confronti, e questa idea influenza il proprio atteggiamento verso ciascun altro.

Ognuno è responsabile del suo atteggiamento verso ciascun altro.

La colpa del fallimento

E' umano, molto umano cercare di dare all'altro la colpa del fallimento della cooperazione o della comunicazione. Lo fanno tutti, anche io. Credo che sia un meccanismo scritto nel DNA dell'Homo Sapiens.

Conosco infatti diverse persone che, non riuscendo ad ottenere un consenso alle proprie idee, accusano l'interlocutore di non cercare di dialogare costruttivamente, di non ascoltare, di non mettersi in discussione, di non essere aperto a nuove idee, di non essere capace di autocritica o addirittura di fuggire dal confronto ecc.

Quando due individui s'incontrano

Quando due individui si incontrano, in ciascuno di essi si attiva un automatismo inconscio che mira a stabilire quale atteggiamento assumere verso l'altro. Tale atteggiamento può essere più o meno amichevole o ostile, cooperativo o competitivo, fiducioso o diffidente ecc. L'algoritmo che determina l'atteggiamento da tenere verso l'altro tiene conto simultaneamente di vari fattori che possiamo solo ipotizzare. Tra di essi suppongo vi sia un'interpretazione del modello di comportamento altrui e una stima della compatibilità di tale modello con il proprio.

Domande sulla attitudine di una persona a interagire con altri

Data una persona x:


  • Con chi x {è / non è} disposto a interagire?

  • In quali modi, ruoli, limiti, regole, condizioni x {è / non è} disposto a interagire?

  • Quanto è soddisfatto il bisogno di x di interagire?

  • Quali tipi di interazione x sta {cercando / evitando} e con quali tipi di persone?

  • Di quali tipi di interazione x ha bisogno e con quali tipi di persone?

  • Con quali persone x ha interagito in passato (sin dall'infanzia)?


Modelli sociali

La vita sociale è regolata da modelli di interazione, di partecipazione e di integrazione, che gli individui assumono per imitazione, e attraverso i quali interagiscono con i loro simili. Ad ogni transazione viene attribuito un significato facendo riferimento a qualche modello sociale. Quando non si trova un modello corrispondente, la transazione viene considerata strana o violenta.

I mass media presentano modelli sociali pronti da imitare, da indossare, con ruoli predefiniti da assumere, che promettono una soddisfacente partecipazione sociale.

Paternalismo e filialismo

Il primo rapporto umano che un umano apprende è quello genitore-figlio. Da adulto, egli tende a formare lo stesso tipo di rapporto nei confronti degli altri adulti, scegliendo di preferenza il ruolo paterno (paternalismo) o quello filiale (filialismo), vale a dire il ruolo di dominatore/tutore o quello di dominato/tutelato. Un rapporto paritario è possibile solo sotto il controllo di una autorità terza a cui ambo le parti sono sottomesse.

L’io cosciente tra agenti interni e agenti esterni

L’io cosciente deve gestire due categorie di agenti: quelli interni e quelli esterni. Quelli interni sono i propri bisogni e desideri (spesso inconsci), i propri sentimenti e le proprie cognizioni. Quelli esterni sono gli altri esseri umani, con i loro bisogni e desideri, i loro sentimenti e le loro cognizioni, spesso in contrasto con quelli degli agenti interni. E’ impresa difficile e rischiosa, perché sia gli agenti interni che quelli esterni reagiscono in modo punitivo alle politiche dell’io cosciente a loro sfavorevoli.

Bisogno, rischi e strategie di partecipazione

L'uomo ha un fondamentale e profondo bisogno di partecipare alla vita sociale di una o più comunità, ma ogni partecipazione comporta dei rischi a causa della competizione e della distruttività umana; perciò l'uomo ha bisogno di elaborare strategie di partecipazione che gli consentano di partecipare ottenendo i massimi vantaggi e i minimi svantaggi. La psicologia dovrebbe servire ad analizzare come le strategie di partecipazione si formano e come e in quale misura si possono migliorare, ovvero renderle più adatte alla soddisfazione dei bisogni innati propri e altrui.

Sull'approvazione reciproca

Ognuno desidera ardentemente essere approvato e apprezzato per come è, con tutte le sue virtù e tutti i suoi difetti. Ma come facciamo ad approvare e ad apprezzare persone che non ci piacciono? Persone la cui stupidità, ignoranza e/o cattiveria ci lasciano sgomenti? Questo è un grande problema dell'umanità. Potremmo chiudere gli occhi per non vedere i difetti altrui (così come li chiudiamo per non vedere i nostri) ma come possiamo vivere eticamente e progredire socialmente se non vediamo il male in noi e negli altri, e se consideriamo tutti ugualmente buoni e bravi?

Benessere e ricompense sociali

A mio parere, per migliorare il nostro benessere e la nostra efficienza (sia a livello individuale che sociale) possiamo migliorare, entro certi limiti, sia il nostro hardware (cioè la parte organica, fisiologica, biochimica, materiale della nostra persona), sia il nostro software (cioè la sua parte logica, informatica, cognitiva, spirituale, motivazionale, conscia e inconscia). A tale scopo ci può essere d'aiuto la conoscenza dei sistemi neurologici di ricompensa connessi con la produzione di dopamina e di ossitocina, specialmente quelli riguardanti le ricompense sociali.

Religione verso il mondo e sottomissione alla natura

La mia vita, il mio benessere o malessere, la mia felicità o infelicità, dipendono dal mio rapporto con il resto del mondo, cioè da come interagisco con le persone, con gli altri esseri viventi e con tutto ciò che mi circonda e con ciò che abita dentro di me; dipendono in particolare dal rispetto che ho per le loro esigenze, dalla mia obbedienza o disobbedienza alle loro richieste e dalla mia sensibilità alle loro proposte. La comprensione di questa inevitabile e indispensabile relazione suscita in me un sentimento di religione verso il mondo, e di sottomissione alla natura.

Sulla risoluzione dei conflitti umani

Noi ci illudiamo di essere migliori dei guerrafondai solo perché siamo contro la guerra. Ma non basta aver ripudiato e condannato la guerra per essere a posto con la coscienza; bisogna invece aver contribuito a trovare, sviluppare e fare applicare soluzioni realistiche alternative alla guerra per risolvere i conflitti umani. Per cominciare, i conflitti non vanno evitati o negati, ma sviscerati, dichiarati, analizzati, misurati, compresi. I problemi sociali sono causati soprattutto dai conflitti, dalla ignoranza su di essi e dalla conseguente incapacità di negoziare soluzioni.

Bilanciamento nella comunicazione

Una comunicazione sana, rispettosa e democratica, dovrebbe essere bilanciata, ovvero la quantità di informazione che viaggia in un verso dovrebbe essere simile a quella viaggia in senso opposto. Infatti, nella comunicazione tra A e B, se A dice a B di propria iniziativa molto più di quanto B dice ad A, questo significa probabilmente che A sta cercando di assumere e di giustificare una posizione gerarchica politica, intellettuale o morale superiore, ovvero un suo ruolo dominante. In tal caso si può dire che A stia cercando di in-formare B più di quanto B cerchi di in-formare A.

Gioco e metagioco

Tutto ciò che facciamo e che pensiamo consiste in transazioni facenti parte di uno o più “giochi”. Per “giochi” intendo programmi cibernetici funzionanti come regolatori automatici e inconsci delle nostre interazioni, e delle transazioni che le costituiscono. In tal senso, giocare è inevitabile e indispensabile. Tuttavia possiamo fare “metagioco”; cioè cercare di capire a quali giochi stiamo giocando e con quali regole (logiche, formali, sintattiche, semantiche, energetiche ecc.) ed eventualmente negoziare con gli altri nuovi giochi o modifiche ai giochi conosciuti.

Il significato degli auguri

Quando si augura qualcosa di buono ad una persona (ad esempio buon giorno, buon compleanno, buon viaggio, buona vacanza, buon natale, buon ferragosto ecc.), visto che nessuno è in grado di determinate il futuro dell'altro, l'augurio significa: mi farà piacere se tu passerai una piacevole giornata, o farai un piacevole viaggio ecc. Insomma, è come dire: il tuo piacere è anche il mio, ovvero, provo empatia verso di te.
Ma allora perché non dirlo esplicitamente? Perché non dire direttamente: "mi sei simpatico" o "ti voglio bene"? Troppo compromettente? Troppo generoso?

Sulla comunicazione tra umani

Chi comunica con chi? Cosa si può comunicare? Che differenza c'è tra comunicazione e interazione? A cosa serve la comunicazione? A cosa serve l'interazione? In cosa differiscono le comunicazioni da uno a uno, da uno a più di uno, da più di uno a uno, da più di uno a più di uno. E' possibile non comunicare e non interagire? Ogni filosofo e psicologo dovrebbe cercare di rispondere a queste domande.

Vedi anche Non si può non comunicare, né non parteggiare.

Il desiderio dell'altro

Ognuno desidera essere desiderato da qualcuno per qualche motivo.

Chi desidera chi è perché?

Perché si desidera una persona? Per far sì che ci desideri, che ci serva, che ci dia qualcosa in cambio della nostra presenza o cooperazione.

Chi non desidera chi è perché?

Perché non si desidera una persona? Perché si pensa che quella persona non ci desidera, che non possa o voglia darci nulla, che non abbia nulla da darci, o che possa nuocerci.

[da continuare]

Il cartello con cinque liste

Dovremmo immaginare ogni persona (noi compresi) con al petto un cartello contenente cinque liste: "cosa chiedo", "cosa offro", "cosa sento", "cosa penso", "come funziono".






Lo spirito della folla

Lo spirito di una folla è costituito da ciò che è comune a tutte le persone che la compongono, ovvero gli strati più semplici e stupidi, i meno evoluti, delle loro menti. In una folla non c'è spazio per idee originali, riflessioni, differenze di opinione o direzioni diverse dalla quella in cui la maggioranza è orientata. La folla è bestiale, e reagisce con ferocia verso chi cerca di frenarla. Sa ciò che vuole è non è disponibile a discutere i suoi obiettivi. Con la forza della sua numerosità la folla esalta e irretisce i suoi membri, che si sentono forti grazie ad essa. La folla è folle.

Combinazioni di parole, reazioni, cambiamenti

Una certa combinazione di parole può avere un effetto nella mente che la legge o che la pensa. Gli effetti delle (o le reazioni alle) combinazioni di parole possono essere molto vari. Ci possono essere reazioni che non cambiano la mente che "riceve" le combinazioni, e reazioni che la cambiano. Una mente cambia quando ad uno stesso stimolo, o idea (o combinazione di parole), essa reagisce in un modo diverso da quello abituale. In altre parole una mente cambia quando cambia il programma da cui dipende il proprio comportamento, cioè da cui dipendono le proprie reazioni a particolari percezioni.

Bisogno di appartenere

Ogni umano "normale" ha bisogno di appartenere (o di credere di appartenere) ad una comunità (reale o ideale) di persone che condividono certe idee e certi rituali (non importa se le idee siano vere o false, realistiche o illusorie).
 
Le relazioni e le interazioni umane sono infatti regolate da idee e rituali comuni, forme di riferimento senza le quali i quali i rapporti umani sarebbero caotici e violenti.
 
Dal bisogno di appartenere scaturisce il piacere indotto dalla conferma dell'appartenenza, l'ansia e la paura dell'isolamento sociale, e il dolore dell'esclusione.

Mente, enti, verbi, transazioni, interazioni e relazioni

La mente funziona definendo enti e verbi, cioè azioni tra enti. Ogni ente può assumere il ruolo di soggetto e di oggetto in diversi momenti e situazioni. In una transazione tra due enti uno di essi è soggetto e l'altro oggetto, nel senso che un ente soggetto agisce un'azione verso un ente oggetto, che la subisce. Reagendo, l'ente oggetto diventa soggetto. Una serie di transazioni e di reazioni tra due enti costituisce un'interazione tra di essi. Una serie di interazioni tra due enti costituisce una relazione tra di essi. L'essenza di una ente è costituita dalle sue relazioni con altri enti.

La mente come decisore

In ogni momento, ogni mente sceglie, cioè decide, come agire e come reagire tenendo conto delle azioni e delle reazioni (ricordate, percepite al momento, e previste) delle cose e delle persone con cui comunica e interagisce, e di cui è a conoscenza.

Infatti questa è la funzione fondamentale della mente.

Il corpo di un essere vivente contiene una quantità di menti, almeno una per ogni cellula, e la coscienza umana è una di esse.

Le decisioni delle diverse menti possono essere tra loro più o meno concordi e discordi, sinergiche e conflittuali, note e ignote.

Cose, cause, conseguenze, insiemi, parti, interazioni, processi, cambiamenti

Ogni cosa è causa e/o conseguenza di una o più altre cose e/o di se stessa.

Ogni cosa è una parte o un insieme di altre cose.

Ogni cosa interagisce con una o più altre cose.

Ogni interazione è causa e/o conseguenza di altre interazioni.

Ogni processo consiste in un insieme di interazioni tra certe cose.

Ogni processo è causa e/o conseguenza di cambiamenti nelle cose coinvolte nel processo stesso.

Ogni cambiamento di qualcosa implica qualche cambiamento nel modo in cui la cosa interagisce con altre cose.

Fini, simpatia e antipatia. Ciò che regola i rapporti umani

Si interessano a me e mi trovano simpatico coloro che mi percepiscono come alleato rispetto ai propri fini. Al contrario, mi temono e mi trovano antipatico coloro che mi percepiscono come antagonista rispetto agli stessi fini. Anche io mi comporto così verso gli altri. I rapporti umani sono regolati dai fini di ognuno di noi e dalla nostra percezione conscia o inconscia dell'aiuto o impedimento che gli altri possono costituire per il raggiungimento dei fini stessi, i quali sono costituiti dai nostri bisogni primari e secondari, innati e acquisiti, consci e inconsci, autoprodotti e indotti dagli altri.

Uomo e immedesimazione

Una delle cose che distinguono l'uomo dagli altri animali è la capacità di immedesimarsi nell'altro, ovvero di percepire, immaginare, presumere, "copiare" i pensieri, sentimenti, bisogni, desideri e le intenzioni altrui, ovvero di capire l'altro mettendosi nei suoi panni, nelle sue scarpe, nel suo corpo, nelle sue emozioni, nella sua logica e perciò di prevedere le sue reazioni cognitive ed emotive a ciò che potrebbe accadere. Questa capacità è presente in forma rudimentale anche in altri animali, ma nell'uomo è molto sviluppata e potrebbe svilupparsi ulteriormente mediante una educazione appropriata.

Come ci vogliono gli altri

Con gli altri bisogna essere cauti. Tutte le cose che diciamo e facciamo, che non diciamo e non facciamo, persino le nostre intenzioni e presunzioni, che gli altri interpretano arbitrariamente dal nostro linguaggio non verbale, possono essere usate contro di noi. Infatti ognuno ci valuta e giudica, sceglie, accetta o rifiuta, a partire dalle proprie cognizioni e dai propri valori, dalla propria cultura, ovvero dalla propria visione del mondo, che è più o meno diversa dalla nostra. Perciò se non vogliamo isolarci dobbiamo essere, almeno in parte, almeno per finta, come ci vogliono gli altri.

Sull'Altro generalizzato

L'Altro generalizzato, teorizzato per la prima volta da Gerge Herbert Mead, è un agente mentale inconscio che regola il nostro comportamento in funzione di ciò che esso assume, anzi riassume, siano i pensieri, i sentimenti, le motivazioni e le intenzioni degli altri, in generale e in particolare verso il soggetto. Per "gli altri" s'intendono tutte le persone di cui il soggetto ha fatto esperienza nella vita, ovvero con cui ha interagito, considerate globalmente come un'unica persona interiorizzata che ci valuta, ci critica e ci giudica continuamente, e che reagisce in certi modi al nostro comportamento.

Appartenenze comuni e non comuni, compatibili e incompatibili

L’identità sociale di un essere umano è definita dalla sue appartenenze passive e attive, ovvero dai gruppi e dalla categorie a cui esso appartiene, e dalle cose e dalle persone che ad esso appartengono.

Una volta stabilite le proprie appartenenze, un essere umano le confronta con quelle altrui, in quanto si chiede, rispetto ad ogni altro umano: quali appartenenze abbiamo in comune e quali non in comune? Quali nostre appartenenze sono compatibili e quali incompatibili o conflittuali?

Infatti un rapporto sociale dipende dalla condivisione di certe appartenenze dei contraenti.

Comportamento e motivazioni

Comportamento e motivazioni sono rispettivamente l'esterno e l'interno di un umano. Il comportamento proprio e altrui è conseguenza e causa delle motivazioni delle persone in gioco. Il comportamento è oggettivo, misurabile e registrabile, le sue motivazioni sono invece misteriose, soggettive, immaginabili e deducibili solo intuitivamente, con tutti gli errori di cui l'intuizione e l'immaginazione sono capaci. Tuttavia non possiamo fare a meno di interessarci delle motivazioni, perché sono il principio della vita, padrone e arbitre del nostro volere e dei nostri sentimenti, dispensatrici di piaceri e dolori.

Contenuti e funzioni dell’inconscio

L’inconscio consiste in un insieme di strategie di cooperazione sociale, costituite da regole (obblighi e divieti, diritti e doveri), da astuzie (come ottenere la cooperazione altrui al minimo costo in termini di beni, fatiche e frustrazioni), da aspettative (come reagiranno gli altri se mi comporto in un certo modo), da modelli (quali forme imitare per appartenere a certe comunità), da valori (cosa vale per gli altri) e da risorse competitive (come conquistare e mantenere i posti più alti possibile nelle varie gerarchie e come essere preferiti nella selezione sociale).

Amico e nemico

L'uomo può accusare, condannare e punire i suoi simili non solo per aver fatto una cosa ritenuta sconveniente, ma anche per non aver fatto una cosa ritenuta doverosa, o semplicemente per aver avuto pensieri o provato sentimenti ritenuti nocivi.

L'uomo è infatti al tempo stesso amico e nemico dell'uomo, il suo miglior amico e il suo peggior nemico.

Siamo animati dal bisogno e dal rigetto verso gli altri, ma non possiamo esprimere liberamente né il bisogno né il rigetto perché ogni cosa che facciamo e che non facciamo, che sentiamo e che non sentiamo può essere usata contro di noi.

Accettazione e ruoli

Si fa presto a dire "accettazione", a dire che ognuno desidera essere accettato, e che di conseguenza ognuno dovrebbe accettare l'altro. Ma ogni accettazione implica certi ruoli. Infatti A accetta B solo in certi ruoli, e non in certi altri. Dovremmo allora chiederci: in quali ruoli sono disposto ad accettare X? In quali ruoli X è disposto ad accettare me? Come pari? Come superiore? Come inferiore? Come maestro? Come allievo? Come guida? Come seguace? Come padrone? Come servitore? Come collaboratore? Come cliente? Come fornitore? Come compagno di giochi? Come soccorritore? Come amico? Come partner erotico? Ecc.

Interazioni e soddisfazioni

Ogni essere umano è circondato da una quantità di altri esseri umani coi quali interagisce o può interagire, i quali si aspettano, desiderano o esigono da lui certi comportamenti e si comportano verso di lui in modi che dipendono dalla misura in cui egli soddisfa le loro esigenze. Il problema di ogni essere umano è dunque quello di decidere con chi interagire e chi soddisfare, e in quali modi e misure, considerando che, per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni, necessita della cooperazione e benevolenza degli altri in generale, e in particolare di quella di certe persone per lui particolarmente importanti.

Chiacchiere e fatti

La gente parla, parla, parla. A quale scopo? Secondo me lo fa soprattutto per socializzare, per fare comunità, per condividere qualcosa, non importa cosa. Per stare in compagnia, per sfoggiare la propria “normalità”, cioè la propria dignità sociale, e per dimostrare di meritare il proprio status.

A volte la gente parla anche per per scambiare beni e servizi, per cambiare la società e la natura, per fare dei fatti, ma questo genere discorsi è largamente minoritario e a molti dà anche fastidio, specialmente a coloro che non amano i cambiamenti di stato, di gerarchie e di valori.

Il bisogno di essere desiderati

Credo che uno dei bisogni umani più importanti (dopo quelli affini ai bisogni animali) sia quello di essere desiderati, al quale si accompagna la paura di essere indesiderati.

Per un essere umano essere indesiderato dagli altri costituisce un grave pericolo di esclusione sociale e quindi di morte, a meno che non vi sia un certo numero di persone che dimostrano di desiderarlo. Al contrario, essere desiderato assicura la possibilità di interagire in modo da soddisfare una grande quantità di bisogni la cui soddisfazione dipende dalla cooperazione altrui.

[da continuare]

Influenze interpersonali

Ogni umano può influenzare la mente di ogni altro umano, nel senso che, con le parole, con le azioni e con i gesti, può scrivere qualcosa nella memoria dell’altro.

Quella scrittura può influenzare in misura più o meno grande il comportamento del ricevente, cioè il suo modo di pensare, di sentire e di agire.

Ognuno cerca di influenzare le menti altrui coerentemente con i propri bisogni, desideri, valori morali, interessi, e con la propria visione del mondo.

Anche ciò che hai appena letto rientra nello schema che ho descritto sopra. Infatti sto cercando di influenzare la tua mente.

Società come orchestra

La società, a tutti i livelli, a partire dal rapporto tra due persone, è simile ad un'orchestra. Se ognuno suona per conto suo senza curarsi di cosa suonano gli altri, il risultato è sgradevole. Siccome nessuno può o dovrebbe imporre agli altri di accordarsi con le proprie idee musicali, sono possibili due forme di orchestrazione: quella sinfonica classica, basata su una partitura a cui tutti i musicisti debbono rigidamente attenersi con o senza un direttore, e quella jazz, basata sull'improvvisazione intorno ad una base armonica condivisa, in cui ogni musicista dialoga con gli altri cercando di ottenere un effetto gradevole.

Perché parliamo

Nei dialoghi e nelle conversazioni, la società, con le sue forme, i suoi linguaggi e le sue regole, è sempre presente come riferimento e come contesto che dà significato e valore a tutto ciò che viene detto.

D'altra parte, ciò che viene detto serve anche a dimostrare e a confermare l'appartenenza e la conformità dei parlanti alla società in certi ranghi e in certi ruoli.

In altre parole, noi parliamo non solo per raccontare fatti reali o presunti che ci riguardano in quanto membri di una società, ma, al tempo stesso, per confermare la nostra identità e la nostra dignità sociale.

Onestà della prostituzione

Ritengo che il rapporto di prostituzione, quando non sia forzato, illegale o pericoloso per la salute, sia uno dei più onesti che si possano avere tra due persone. Chiaro, sincero, esplicito, diretto, libero, senza impegno, con persone che si possono scegliere, soddisfa i bisogni o gli interessi di ambo le parti e dura finché le parti ne hanno voglia. Certo, non soddisfa tutti i bisogni umani di relazione, ma del resto nessuna persona può soddisfare tutte le esigenze di un’altra. E allora perché condannarlo? Suppongo che sia condannato per l’invidia, la gelosia, la frustrazione e la paura di chi non si sente libero di praticarlo.

Le ragioni del conformismo

Per far parte di una comunità è obbligatorio rispettarne gli usi e costumi, ovvero le forme, norme, valori e ruoli che caratterizzano il suo paradigma comportamentale.

Ci sono vari tipi di comunità con paradigmi più o meno poveri e rigidi, grossolani e sofisticati, gentili e violenti. In ogni caso vale la regola sopra esposta.

Siccome l'Uomo non può fare a meno di appartenere ad una o più comunità, la questione non è se essere più o meno conformisti (essendo la conformità indispensabile), ma la scelta delle comunità a cui appartenere e dei ruoli da giocare in esse.


Scelte strategiche riguardanti le valutazioni interpersonali

Se la preoccupazione principale di un essere umano è il modo in cui gli altri lo valutano, allora egli ha due scelte strategiche da perseguire. La prima è scegliere come comportarsi con le persone con cui interagisce abitualmente, in modo da ottenere o mantenere valutazioni migliori. La seconda è scegliere altre persone con cui interagire, in modo da ottenere valutazioni migliori. In entrambi i casi i costi per l’ottenimento delle valutazioni dovrebbero essere sostenibili.

Insomma, per ottenere o mantenere valutazioni migliori, si tratta di migliorare il proprio comportamento o le proprie compagnie, o entrambe le cose.

Come siamo

Noi siamo in parte come ci vuole la natura e in parte come ci vogliono gli altri.

Tuttavia, in una certa misura, possiamo scegliere le persone con cui interagire e indurle a soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri.

Possiamo anche, in una certa misura, scegliere come presentarci agli altri per ottenerne benevolenza e favori.

Ciò premesso, la mente (detta anche psiche) è un dispositivo che serve essenzialmente a gestire i rapporti con gli altri e con la natura, cercando di conciliare le rispettive esigenze e di soddisfare entrambe, nei limiti del possibile.

Ruoli desiderati

Ognuno ha in mente, consciamente o inconsciamente una certa comunità ideale in cui a se stesso e agli altri sono assegnati certi ruoli. Una società è pacifica quando i ruoli effettivi sono accettati da tutte le parti in gioco, violenta e conflittuale quando non c'è accordo sui rispettivi ruoli.



Influenze reciproche

Gli esseri umani si influenzano reciprocamente, consciamente e inconsciamente, volontariamente e involontariamente.

Si influenzano in modi diversi e con efficacia diversa da persona a persona.

Si influenzano allo scopo di ottenere che l’altro si comporti in modo favorevole alla soddisfazione dei propri bisogni e desideri.

L'effetto di queste influenze sono le regole morali generali e quelle particolari applicate a particolari relazioni sociali.

La mente come sistema sociale

La mente di un essere umano è un sistema i cui programmi sono scritti principalmente per effetto delle interazioni con gli altri al fine di permettere l'integrazione dell'individuo in una comunità, ovvero per soddisfare il bisogno di appartenenza sociale, caratteristico dell'Homo Sapiens. L'imitazione dell'altro, la ricerca della sua approvazione o ammirazione, guida o sottomissione, e la comune partecipazione ad eventi sociali più o meno rituali, sono motivazioni sempre attive che determinano il comportamento esterno e i pensieri di ogni umano, consciamente o inconsciamente, nelle interazioni attuali e nelle aspettative di interazioni future.

Contro l'ontologia

Nessuna cosa è conoscibile né definibile in sé (come tenta inutilmente e arbitrariamente di fare l'ontologia) ma sono conoscibili e definibili solo le relazioni e interazioni di una cosa con il resto del mondo, o tra le parti che la compongono. Per questo motivo io rifiuto qualsiasi discorso ontologico come ciarlataneria.

Perciò, quando vogliamo parlare di una cosa X, invece di rispondere alla domanda "cos'è x (in sé)?" dovremmo cercare di rispondere a domande quali: con cosa si relaziona X e come interagisce? A quali insiemi appartiene X? Di quali parti X è composta? Come si relazionano e come interagiscono le parti di X tra loro?

Quando due persone s'incontrano (protocolli d'interazione)

Quando due persone s'incontrano, interagiscono rispettando inconsciamente dei protocolli di interazione. Il protocollo viene scelto tra quelli previsti per le varie circostanze nelle rispettive comunità di appartenenza interiorizzate.

Il protocollo stabilisce i segni (o forme), i significati, le norme (cioè ciò che è permesso, proibito e obbligatorio) e i valori (cioè ciò che è bello/brutto e buono/cattivo) e i margini di libertà applicabili all'interazione.

Chi vuole fondare una comunità di tipo nuovo dovrebbe cominciare col definire nuovi protocolli di interazione.



Surrogati virtuali dell'interazione umana

Se al momento non possiamo interagire e cooperare con qualche altro umano di nostro gusto realmente e direttamente, cioè in persona, corpo a corpo, intimamente, lo facciamo virtualmente, indirettamente, col pensiero, con l'immaginazione, con la scrittura, con un simulacro, attraverso i media (letteratura, giornali, arte, cinema, musica, internet ecc.) o spettacoli e rituali di gruppo o di massa. Perché tra i bisogni umani quello di interazione e cooperazione, di intimità, è il più forte, importante e insopprimibile, indispensabile per il benessere psicofisico. Tuttavia l'interazione virtuale è di gran lunga meno soddisfacente e sana di quella reale.

Inconvenienti dell'autostima e del senso della giustizia

A volte siamo indignati, delusi o amareggiati perché ci sentiamo vittime di un'ingiustizia. Ci sembra di aver ricevuto meno di quanto abbiamo dato, o di essere accusati di colpe che non abbiamo.

Non ci sentiremmo così male se non avessimo un’alta autostima e se non pensassimo di aver dato molto agli altri.

D'altra parte, i conti del dare e del ricevere non tornano quasi mai perché tendiamo a sovrastimare ciò che diamo e a sottostimare ciò che riceviamo.

Insomma, più ci sentiamo meritevoli e più soffriamo perché pensiamo di essere stati trattati ingiustamente.

Non essere, ma appartenere

Di ogni cosa o persona dovremmo chiederci non cosa sia, ma a quali insiemi (sia fisici che logici) essa appartenga, e quali cose le appartengano o siano in essa contenute. Infatti il verbo essere non significa nulla, mentre il verbo appartenere implica tante serie di significati quanti sono gli insiemi di appartenenza e le cose appartenute.

Tra l'altro, ogni appartenenza implica certi ruoli, certe funzioni, certe interazioni e certe posizioni gerarchiche in termini di poteri.

Ogni volta che sia possibile dovremmo pertanto sostituire il verbo essere con il verbo appartenere, sia in ciò che diciamo, sia in ciò che pensiamo.

Controindicazioni dello studio della psicologia

Lo studio autodidattico della psicologia può all'inizio essere utile a tutti per correggere quei grossolani difetti di pensiero e di comportamento che rendono difficile l'interazione con gli altri. Ma, una volta ottenuti quei cambiamenti che rendono il soggetto più simile agli altri, e quindi meglio in grado di interagire con essi, continuare lo studio della psicologia per comprendere a fondo la natura umana e il funzionamento della mente può rendere più difficili le interazioni con le persone che conoscono troppo poco tali materie, né desiderano conoscerle meglio, e non si chiedono perché fanno ciò che fanno e se ciò che fanno sia giusto.

Agenti incosci autonomi

Quando un pianista suona, chi suona non è il suo io cosciente, ma i suoi agenti inconsci autonomi, che sono almeno due, uno che dirige la mano destra, uno la sinistra. Forse ogni agente "mano" è in realtà costituito da diversi agenti, per esempio uno per ogni dito. L'io cosciente del pianista si limita a dare l'avvio all'attività e a monitorarla, per interromperla nel caso non dia i risultati sperati.
Lo stesso avviene quando un umano interagisce con altri umani, in cui ad interagire sono in realtà i rispettivi agenti inconsci autonomi, mentre i loro io coscienti si limitano ad avviare o a interrompere l'interazione, o cambiarne le finalità.

Interazioni cooperative, competitive e rituali

Quando due o più persone interagiscono, lo scopo dell'interazione può essere più o meno cooperativo e/o competitivo. L'interazione può inoltre essere più o meno rituale, nel senso che può servire ad affermare o a confermare una comune appartenenza ad una certa comunità o ad una certa classe o categoria di persone.

L'interazione rituale consiste nella condivisione, più o meno sincronizzata, di certe forme di comportamento, ed è particolarmente efficace, ad esempio, nel cantare o nel ballare insieme, nel partecipare ad una gara, nell'assistere insieme ad uno spettacolo o ad un rito, o nel condividere certe letture, certi gusti, e certe opinioni.

L'insopportabile presunzione della superiorità

Una delle cose più irritanti, indisponenti e insopportabili per un essere umano è la percezione che qualcuno si ritenga superiore a lui. Questo fatto è causa di almeno tre inconvenienti: il primo è che chi vuole insegnare qualcosa agli altri deve fingere di non essere superiore a loro sebbene lo sia almeno nella materia d'insegnamento, altrimenti non avrebbe nulla da insegnare loro; il secondo è che l'uomo non impara nulla da coloro che non nascondono la propria superiorità, restando così ignoranti; il terzo è che l'uomo non cerca di superare se stesso perché se lo facesse supererebbe anche qualcun altro, e questo guasterebbe i suoi rapporti con le persone superate.

Cinema e romanzi come documenti di psicologia applicata

I buoni film e i buoni romanzi possono costituire importanti documenti di psicologia applicata, in quanto descrivono i comportamenti di personaggi emblematici, i loro pensieri, le loro logiche, le loro strategie esistenziali, i loro sentimenti, le loro emozioni, le loro motivazioni ecc. Queste rappresentazioni degli effetti esteriori delle dinamiche psichiche interiori sono valide ed efficaci nella misura in cui sono realistiche e attirano l’attenzione dello spettatore o del lettore su dettagli significativi e importanti delle vicende, specialmente per quanto riguarda i messaggi e i segnali scambiati nei rapporti interpersonali.

Che succede quando siamo di fronte ad un altro essere umano?

Quando siamo davanti ad un altro essere umano siamo incapaci di ragionare freddamente. E' come se vedessimo un essere sacro e incantatore. Siamo presi dall'illusione di essere simili nei sentimenti e nelle conoscenze, di ragionare nello stesso modo, di appartenere allo stesso organismo (l'umanità), e ci sentiamo obbligati a comportarci "come si deve" (ovvero non come decidiamo noi) da una forza profonda, sacra, involontaria.

Siamo così irretiti che non ci rendiamo conto che siamo tutti diversi e che ognuno di noi ha criteri di interazione diversi da quelli altrui, per cui non riusciamo a comunicare e interagire in modo mutuamente soddisfacente.

Perché si parla

Un discorso, una discussione, una conversazione, possono avere diversi motivi, tra cui:

  • socializzare, passare il tempo in compagnia

  • prevedere il futuro

  • produrre idee per risolvere problemi e cambiare la realtà, per dirigere il futuro, piuttosto che subirlo passivamente.

Per quanto riguarda il terzo motivo, non basta avere buone idee per migliorare la realtà, ma è necessario sapere come convincere gli altri ad applicarle. Perché anche le migliori idee sono inutili se non vengono messe in pratica dagli esseri umani, cioè tradotte in nuovi comportamenti. A tale scopo serve una psicologa adeguata.

L'importante è l'interazione

Tutto ciò che è importante per l'uomo dipende da quello che succede quando due persone interagiscono, ovvero da come interagiscono. Perciò la scienza delle interazioni umane dovrebbe essere la più importante, quella su cui si dovrebbe investire di più, di cui si dovrebbe parlare di più, sia tra accademici che tra gente comune, perché è una cosa che riguarda da molto vicino ogni essere umano, nessuno escluso. E invece è una scienza di cui si parla pochissimo, sconosciuta ai più. Gli autori più significativi in questo campo sono George Herbert Mead (che ha teorizzato l'interazionismo simbolico) e Gregory Bateson che ha applicato la cibernetica alla vita e alle interazioni umane.

Il miraggio della verità e i limiti della narrazione

La verità non esiste. Esistono invece narrazioni individuali e parziali della realtà, più o meno dimostrabili e più o meno credibili. D'altra parte la realtà e la sua narrazione sono cose molto diverse. Infatti una narrazione scompone arbitrariamente la realtà in parti nello spazio e nel tempo e descrive alcune delle parti e le loro sostanze e relazioni apparenti usando un proprio vocabolario e in base alle proprie esperienze. Perciò una narrazione è sempre arbitraria, soggettiva, parziale e legata ad un particolare linguaggio e a particolari esperienze. Tuttavia un gruppo di umani possono condividere una certa narrazione della realtà illudendosi che ciò in cui credono sia vero.

Identità e interazioni

L'identità di un essere umano, la sua natura o personalità, è definibile nel modo in cui esso interagisce col mondo esterno e con gli altri umani in particolare. Ne consegue che ogni essere umano non ha una sola identità, ma una per ogni altro essere umano, perché il modo in cui una persona interagisce varia a seconda della persona con cui interagisce. In altre parole, l'identità di A dal punto di vista di B è diversa dall'identità di A dal punto di vista di C, perché A interagisce con B in modo diverso da come interagisce con C.

Credo che questo fenomeno sia simile a quello che Luigi Pirandello ha rappresentato nel suo romanzo "Uno, nessuno e centomila".

Il significato delle parole e delle azioni

Per capire come il mio interlocutore interpreta le mie parole e le mie azioni devo conoscere la sua visione e concezione del mondo, il suo linguaggio, la sua logica, la sua sensibilità e il suo sistema di valori. In altre parole devo conoscere la sua mappa cognitivo emotiva (MCE). Se non la conosco e assumo che sia simile alla mia, rischio che le mie parole e azioni siano interpretate in modo diverso rispetto alle mie intenzioni.

La MCE è un insieme organico di dati (ovvero parole, forme ed emozioni) tra loro collegati, che permette di dare un significato razionale, associazioni logiche ed una connotazione sentimentale ad ogni transazione nell'interazione umana.

Software contro software

Le interazioni tra esseri viventi sono regolate dai rispettivi software, i quali determinano il comportamento, cioè cosa cercare (ovvero le motivazioni e gli interessi) e come reagire ai vari stimoli o input. Le motivazioni di due esseri viventi possono essere tra di loro più o meno sinergiche  ("win-win") o conflittuali. In caso di conflitti ciascuna parte può cercare di indurre o costringere il software dell'altra ad adattarsi ai propri desideri, oppure indurre o costringere il proprio software ad adattarsi a quelli dell'altra. La condizione umana è caratterizzata infatti da una continua dialettica tra i software delle persone che interagiscono, che può essere più o meno violenta.

Lo scopo di ogni comportamento sociale non indispensabile

Tutto quello che gli umani fanno insieme con altri umani, al di fuori delle attività economiche e della soddisfazioni di bisogni fisiologici, serve a socializzare.

Qualunque occasione, qualunque pretesto può essere utile per socializzare.

Rituali, feste, giochi, spettacoli sportivi e artistici, conversazioni, visite a mostre e a musei, turismo ecc., tutte queste cose costituiscono pretesti per socializzare, per stare insieme, per condividere qualcosa, per far parte di comunità.

Questo è il senso nascosto di tanti comportamenti sociali, il cui scopo è solo il mantenimento della società stessa e dell’appartenenza ad essa da parte dei suoi membri.

Relazioni e interazioni

Tra due entità ci possono essere relazioni formali e/o interattive.

Una relazione formale consiste in un rapporto matematico o geometrico tra le entità stesse, descrivibile mediante una o più formule.

Una relazione interattiva consiste in interazioni abituali di un certo tipo tra le entità stesse,

Un'interazione può essere unidirezionale o bidirezionale. Nel secondo caso si ha una reazione (o "feedback") a seguito di una transazione, verso l'agente che ha effettuato la transazione stessa.

Una relazione tra due entità consiste nella loro abitudine a interagire in certi modi caratteristici, ovvero secondo certi algoritmi o programmi.

Raccontare i propri pensieri

Raccontare i propri pensieri è pericoloso perché a qualcuno potrebbero non piacere. Per diminuire il rischio di farci dei nemici, dato che è quasi impossibile non comunicare i nostri pensieri, conviene adattare le nostre idee ai desideri e alle aspettative della maggioranza dei membri della comunità a cui apparteniamo. Se invece vogliamo essere liberi di pensare in modo indipendente, dobbiamo difenderci da ogni sorta di antipatie, calunnie e rappresaglie da parte di coloro che si sentono offesi o minacciati dall'irriverenza delle nostre idee, specialmente quando queste mettono direttamente o indirettamente in discussione le loro visioni del mondo e le loro sedicenti motivazioni e intenzioni.

Da cosa dipendono i rapporti umani e il paradosso dell'automiglioramento

I rapporti e le interazioni tra due persone, e la loro reciproca accettazione, dipendono dalle differenze e dalla compatibilità delle rispettive mappe cognitivo-emotive (MCE), e dalla percezione che ciascuna persona ha della MCE dell'altra. Ogni persona può, in una certa misura, modificare o ampliare la propria MCE, per esempio attraverso le esperienze, lo studio o una psicoterapia, tuttavia il miglioramento di una MCE non contribuisce necessariamente al miglioramento del rapporto, ma può perfino peggiorarlo. E' il caso in cui, in una coppia o in un gruppo, solo uno dei partner o dei membri cresce intellettualmente e/o moralmente, determinando una incompatibilità dove prima c'era compatibilità.

Circoli viziosi del disprezzo e della guerra

Circolo vizioso del disprezzo:

  1. se tu pensi che io ti disprezzi, allora tu mi disprezzi e mi sei nemico;

  2. se io penso che tu mi disprezzi, allora io ti disprezzo e ti sono nemico;

  3. torna al punto 1.

Circolo vizioso della guerra:

  1. se tu pensi che io ti sia nemico, allora tu mi sei nemico e mi disprezzi;

  2. se io penso che tu mi sei nemico, allora io ti sono nemico e ti disprezzo;

  3. torna al punto 1.

Vedi anche Vittimismo.

Sugli auguri di Natale

Cari amici, se non vi faccio gli auguri di Natale o Capodanno non è per scortesia né perché non vi voglia bene. E' che non riesco a fare le cose solo perché lo richiede la tradizione. Le dimostrazioni di affetto, secondo me, per essere autentiche, dovrebbero essere fatte indipendentemente dal calendario. Il Natale e le altre feste principali sono per tanta gente i giorni in cui ognuno, attraverso gli auguri, dovrebbe dichiarare il proprio affetto e il proprio desiderio di interconnessione con le persone che gli sono care. Se non lo facesse sarebbe come se dichiarasse che non gli sono care. Io mi ribello a questa tradizione che ci costringe a ricambiare gli auguri ricevuti per non offendere chi li fa.

Il problema dell'assegnazione dei ruoli e dei ranghi

Ognuno vorrebbe avere certi ruoli e ranghi nella società o nei gruppi, e assegnare agli altri certi ruoli e ranghi. Il problema è che raramente c'è accordo o compatibilità sulle rispettive assegnazioni.





Vedi anche Ruoli sociali.

Cosa ci unisce, cosa ci divide

La nostra società si sta disintegrando perché diminuiscono le cose che ci uniscono e aumentano quelle che ci dividono. Ciò che ci unisce è sempre più effimero e ingannevole, e rischiamo di essere uniti solo dalla comune sottomissione ad un dittatore. I tempi sono maturi per una rivoluzione intellettuale e morale prima che politica, un nuovo modo di pensare e interagire, un nuovo umanesimo coerente con il progresso neuroscientifico. Spero che i maestri di questa rivoluzione non si facciano aspettare troppo. Alfred Korzybski, Gregory Bateson, Edgar Morin ed altri ci hanno indicato la direzione e il metodo necessari per migliorare il modo in cui usiamo le nostre facoltà razionali ed emotive. Ascoltiamoli!

Essere, avere, interagire

A mio parere, per essere felici è necessaria, oltre la soddisfazione dei bisogni fisici, l'interazione con un certo numero di persone a noi congeniali. Per questo è necessario "avere" certe risorse materiali, economiche, fisiche, intellettuali ed emotive. A tal fine occorre appartenere a certe comunità, cioè "essere" certe persone, requisito che, a sua volta, implica certe interazioni.

"Interagire" è dunque l'obiettivo finale (ma, anche quello iniziale) di una vita felice. "Avere" ed "essere" sono infatti obiettivi intermedi, cioè mezzi e strumenti, per raggiungere il vero fine, che è, appunto, l'interazione sociale.

Auguriamoci dunque "buone interazioni!".

Modelli di socializzazione

Le interazioni «socializzanti», cioè quelle che servono solo a socializzare e non hanno altri scopi o utilità, sono basate sulla rappresentazione di modelli di comportamnento considerati socialmente validi.

In pratica, ogni persona socializzante dice qualcosa di socialmente valido secondo certi modelli caratteristici di una cultura comune alle persone coinvolte nella socializzazione.

In questo tipo di interazione coloro che rifiutano di conformarsi ai modelli culturali prevalenti si trovano in difficoltà in quanto non hanno nulla di «socievole» da dire.

Infatti ogni cosa dicibile per socializzare non può essere altro che la rappresentazione di certi modelli culturali.

Comportamenti rituali

Gli esseri umani fanno una infinità di cose che non farebbero mai se non vedessero tanti altri farle. Io chiamo tali cose "rituali". Mi riferisco a comportamenti ripetitivi che non hanno alcun senso in sé, ma che lo acquistano per il solo fatto che sono praticati da altre persone. Infatti, quando vediamo qualcuno comportarsi in un certo modo ripetitivo, non possiamo restare indifferenti e finiamo per decidere di rispettare ed imitare tale comportamento come qualificativo dell'appartenenza ad una certa comunità a cui desideriamo appartenere, oppure disprezzarlo in quanto qualificativo di una comunità della quale non vogliamo far parte, anche se tendiamo a nascondere tale disprezzo in quanto politicamente scorretto.

Pragmatica del piacere interpersonale

Se vuoi piacere a una persona devi farle piacere.

Se vuoi far piacere a una persona devi farle ciò che le piace.

Per fare ciò, devi sapere cosa le piace.

Se non sai cosa piace a una persona, difficilmente puoi farle piacere, e se non le fai piacere, non le piaci.

Tuttavia puoi piacere ad una persona senza volerlo, senza farle qualcosa, ma solo per il tuo aspetto fisico o per il tuo comportamento, se questi corrispondono agli ideali estetici o libidici di quella persona.

La stessa logica, mutatis mutandis, vale per il dispiacere, o il disgusto. Infatti se non sai cosa dispiace a una persona, puoi facilmente farle dispiacere, e perciò non piacerle.

Partita a tre

L'uomo è sempre impegnato in una partita a tre. I giocatori sono il suo io cosciente, il suo sé (ovvero i suoi automatismi inconsci) e gli altri, considerati collettivamente e individualmente. Ognuno dei giocatori ha le sue motivazioni, le sue esigenze e la sua logica, spesso contrastanti e in conflitto di interessi. Nessuno può vincere a danno di un altro senza subire una pericolosa rappresaglia. Scopo del gioco è trovare il miglior compromesso per soddisfare tutte e tre le parti. Ne consegue che ogni parte deve in una certa misura adattarsi alle esigenze delle altre senza rinunciare alla sua natura essenziale e senza mortificarla. Il raggiungimento di tale compromesso è l'oggetto della saggezza e della psicoterapia.

Un mondo di relazioni

Ogni cosa o persona è in relazione con qualche altra cosa o persona.

La relazione può essere di vario tipo, come, ad esempio: attrazione, repulsione, cooperazione, unione, respingimento, congiunzione, difesa, offesa, distruzione, istruzione, oppressione, sfruttamento, limitazione, contenimento, alimentazione, guida, conformazione, alleanza, ostilità, opposizione, asservimento, appartenenza comune, e, in generale, scambio di masse, sostanze, energie, informazioni, beni o servizi.

La qualità delle relazioni dipende dalla natura delle cose o persone interessate dalla relazione stessa. La natura degli esseri umani è la più complessa, variabile e la meno conosciuta da essi stessi.

La meta e il cammino - Cercare insieme

Qualunque ricerca, anche la ricerca di qualcosa che non esiste, può essere piacevole e rassicurante se fatta insieme con altre persone, oppure se infonde il coraggio e l'entusiasmo della speranza.

Questo è, a mio avviso, il senso della massima che dice che il cammino è più importante della meta. Infatti per molti la meta non è affatto importante, lo è solo il cammino, specialmente se fatto insieme con altri.

La meta può essere solo un pretesto per cercare insieme, per interagire socialmente. Per questo chi cerca la cosiddetta Verità spera più che alro di trovare compagni di ricerca.

Come se

È come se dentro il mio cervello vi fosse un congegno che mi sorveglia continuamente, registrando tutto ciò che faccio e che penso, le emozioni e i sentimenti che provo, le mie intenzioni, i miei desideri ecc., e trasmettesse tali registrazioni agli altri, a tutti gli altri.

In altre parole, è come se gli altri sapessero tutto di me, anche ciò che io di me ignoro, e non lo dimenticassero mai.

Ovviamente l'ideale presenza di tale congegno nel mio cervello mi rende vulnerabile, e dipendente dagli altri molto più di quanto gli altri lo siano nei miei confronti, dato che io non dispongo delle informazioni sul comportamento privato degli altri, cioè sui loro pensieri, sentimenti, emozioni, intenzioni, e azioni.

Sulla cosiddetta essenza delle cose

Secondo me la realtà di una cosa, vale a dire la sua essenza, le sue qualità, e i sui valori consistono nelle sue capacità di interazione, cioè nei modi, nei meccanismi e nelle logiche con cui può interagire (= agire e/o reagire, scambiare informazioni e/o energie) con il resto del mondo.

Una cosa che non può interagire in nessun modo con altre cose non può esistere, nel senso che non è possibile conoscerla, né misurarla, né comunicare con essa. La possiamo solo immaginare, e infatti immaginiamo tante cose inesistenti. Per questo io sono contrario al concetto di "ontologia", di "essere in sé" e di "valore in sé".

Non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le interazioni tra le cose. L'ho imparato da Gregory Bateson.

Presunzione di arroganza e offesa percepita

Le persone sono "costituzionalmente" più o meno sensibili e attente a non ferire il prossimo, cosa che le differenzia in più o meno "buone" o "cattive". Tuttavia, il ferimento, o l'offesa, che uno percepisce può non essere intenzionale, nel senso che uno può dire qualcosa all'interlocutore non per offenderlo o sminuirlo, ma per "aprirgli gli occhi", cioè per mostrargli qualcosa di reale che quello non vede, mentre il ricevente percepisce il messaggio solo come un'offesa o una umiliazione. In altre parole, un gesto di "generosità intellettuale" può essere frainteso come manifestazione di arroganza e di sopraffazione. Per tale motivo, chi più sa dovrebbe evitare, se possibile, di svelare la sua maggiore sapienza a coloro che non gli chiedono di farlo.

Gli altri nella nostra testa

Gli altri sono sempre nella nostra testa, ci fanno compagnia, ci guidano, ci giudicano, ci lusingano, ci incoraggiano, ci minacciano, ci inibiscono, ci immobilizzano, ci fanno fuggire a seconda di cosa stiamo facendo, a cosa stiamo pensando e di quali siano i nostri desideri e le nostre intenzioni.

Non siamo mai soli, mai liberi dagli altri interiorizzati. Sono i ricordi consci e inconsci delle persone che abbiamo conosciuto nel corso delle nostre esperienze. Sono i nostri demoni. Ognuno ha un potere più o meno grande su di noi e compete con gli altri per controllarci. Essi sono spesso in conflitto tra di loro, e, per il nostro benessere, dobbiamo cercare di conciliarli, se non nella realtà esterna, almeno nella nostra mente.

Conoscere per interagire

Conoscere qualcuno (compreso sé stesso) significa conoscerne bisogni, desideri, paure, gusti, storia, interessi, piaceri, dolori, temperamento, carattere, abitudini, progetti, cultura, capacità, limiti, vincoli, impegni, libertà, tasti dolenti, rimozioni ecc.

Solo se abbiamo una buona conoscenza di noi stessi e di una data persona possiamo scegliere saggiamente se interagire con essa e in che modo, cioè cosa chiederle e cosa offrirle per una reciproca soddisfazione.

In altre parole, per un'interazione soddisfacente tra due persone è utile che ciascuna di esse abbiano una buona conoscenza di sé e dell'altra, manifesti le proprie esigenze e sia disposta a soddisfare quelle dell'altra.


Sulle cause del piacere e del dolore

Piacere e dolore possono essere suscitati da interazioni realmente presenti o presentemente immaginate.

Un'immaginazione (più o meno piacevole o dolorosa) può essere suscitata da un'interazione realmente presente o da una precedente immaginazione.

Un'immaginazione può essere costituita da un miscuglio di immagini mentali e di parole, che a loro volta costituiscono interazioni immaginarie, ovvero storie.

Un'immagine mentale può essere formata dal ricordo di una immagine reale o da un'immagine inventata.

La creatività è la capacità di inventare composizioni di forme, di immagini, di parole, di storie, ovvero interazioni immaginarie, capaci di suscitate piacere e/o dolore, o di risolvere problemi.

Il senso della socialità

Essere un animale sociale non significa essere necessariamente altruista o cooperativo verso tutti gli altri, perché i paradigmi di interazione sociale di una comunità possono includere comportamenti molto competitivi, egoistici, crudeli e spietati verso le classi e gli individui più deboli e disprezzati.

Infatti, il bisogno di appartenenza, che è il bisogno umano più potente, non basta, da solo, a garantire che una società o comunità sia giusta e mentalmente sana.

La giustizia e la salute mentale di una comunità richiede una diffusa, comune e realistica conoscenza della natura umana e la capacità di metainterazione, ovvero di negoziare esplicitamente le regole delle interazioni umane.


Come gli umani percepiscono e qualificano l'un l'altro

Consciamente o inconsciamente ogni umano percepisce e qualifica ogni altro umano, rispetto a se stesso, come più o meno amico o nemico, utile o inutile, superiore o inferiore, competitivo o non competitivo, pericoloso o non pericoloso, temibile o non temibile, sincero o falso, misterioso o chiaro, conosciuto o sconosciuto, buono o cattivo, bello o brutto, attraente o repellente, dispensabile o indispensabile, compatibile o incompatibile, concordante o dissonante, piacevole o doloroso, stimolante o noioso, comprensibile o assurdo, stancante o riposante, stressante o calmante, inquietante o rassicurante ecc.

A ciò va aggiunto il fatto che ogni essere umano fa delle supposizioni sul modo in cui è percepito e qualificato da ogni altro.

Analisi psicologica degli auguri

Il significato nascosto degli auguri di buon Natale, buona Pasqua ecc., secondo me, è: "ti ricordo che io ci sono (nel caso te lo fossi dimenticato) e ti comunico che sei nei miei pensieri, ovvero sei importante per me. Inoltre spero che tu risponda ai miei auguri per dimostrarmi che il sentimento è reciproco. E' bella la conferma che siamo legati da un reciproco affetto, simpatia o stima."
Insomma, nulla a che vedere con la Pasqua, il Natale ecc. ed è difficile stabilire se uno fa gli auguri spontaneamente o perché pensa gli altri se li aspettano e ci rimarrebbero male non ricevendoli o potrebbero pensare che siamo maleducati. Insomma è difficile stabilire se si tratta di una sincera espressione di affetto o dell'adempimento di un dovere tradizionale.

Condizionamento reciproco

Se milioni di persone fanno le stesse cose allo stesso tempo, non è per caso e nemmeno per libera scelta, ma per l'effetto di forze consce o inconsce che spingono la maggior parte delle persone a imitare il comportamento più comune praticato nella propria comunità di appartenenza e a conformarsi ad esso. Se si chiede ad una persona perché fa quello che fanno tanti altri, essa con molta probabilità risponderà che lo fa perché lo ritiene cosa buona, ovvero perché le piace farlo, come se fosse una sua libera scelta. In realtà si tratta di un condizionamento reciproco dettato dal bisogno di appartenenza, che produce al tempo stesso il piacere di appartenere e la paura di non appartenere ad una comunità caratterizzata dal comportarsi in un certo modo, più o meno rituale.

Attrazioni, indifferenze, e repulsioni

Ogni umano è circondato da altri umani, e verso ciascuno di essi egli prova sentimenti di attrazione, indifferenza o repulsione più o meno intensi e variabili.

L'attrazione può essere dovuta alla presunta utilità della persona-oggetto, cioè alla sua capacità di soddisfare i desideri del soggetto.

La repulsione può essere dovuta alla presunta nocività della persona-oggetto, cioè alla sua capacità di impedire la soddisfazione dei desideri del soggetto, o di danneggiarlo.

L'indifferenza può essere dovuta alla presunta inutilità e innocuità della persona-oggetto rispetto ai desideri del soggetto.

Una persona può essere per un'altra oggetto di sentimenti ambivalenti, cioè di attrazione e repulsione allo stesso tempo.

Cosa ci unisce e cosa ci divide, cosa ci assimila e cosa ci differenzia

Per ogni persona che si incontra sarebbe opportuno chiedersi: cosa ci unisce? Cosa ci divide? Cosa ci assimila? Cosa ci differenzia? Rispondere a queste domande è difficile e complesso. Tra le cose che uniscono o dividono, assimilano o differenziano due umani ci possono essere appartenenze, gusti, disgusti, principi morali e filosofici, esperienze, linguaggi, culture, conoscenze, credenze, affinità e diversità di temperamento e di carattere, grado di intelligenza e di sensibilità, idee e alleanze politiche, colpe, meriti, divergenze di vedute su meriti e demeriti altrui, valori e disvalori, criteri di giustizia, preferenze, tradizioni, amici, nemici, parentele, interessi, obiettivi, progetti, passioni, desideri, ruoli, responsabilità, problemi, fortune, sfortune ecc.

Il progetto del tutto

In ogni cellula c'è tutto il DNA dell'individuo. È come se ogni cellula avesse ricevuto il manuale di istruzioni per la costruzione dell'intero corpo e l'indicazione di quale paragrafo del manuale la cellula debba realizzare.

Volendo traslare questo concetto a livello sociale, immaginiamo che ogni individuo abbia il progetto di costruzione di un'intera comunità e l'indicazione di quale parte del progetto esso sia tenuto a realizzare. In tale parte sono specificate, tra l'altro, le possibili interazioni con gli altri individui e la logica con cui esse dovrebbero svolgersi.

Tuttavia il progetto comprende solo le strutture fisse e prevede che quelle variabili vengano aggiunte e modificate durante la vita, attraverso le esperienze.

Ipotesi di relazioni

Se stiamo considerando l'ipotesi di entrare in relazione con una certa persona, dovremmo prima di tutto cercare di sapere quali sono le sue abitudini comportamentali e mentali, e la sua visione del mondo in generale. Poi, supponendo che quella persona non sia disposta a cambiare le sue abitudini né la sua visione del mondo a nostro favore, dovremmo chiederci se noi possiamo trovare un posto e avere un ruolo nella sua vita. In altre parole, dovremmo stabilire se possiamo e vogliamo adattarci alle sue esigenze e alle sue aspettative.

L'idea che quella persona ci conosca e desideri avere un posto e un ruolo nella nostra vita e nella nostra mente rinunciando alle proprie abitudini è illusoria, ingenua e improbabile, quindi conviene escluderla a priori.

"Super-io" vs. "Altro generalizzato"

Il concetto freudiano di "Super-io" e quello di "Altro generalizzato" di George Herbert Mead hanno molto in comune. Tuttavia credo che il secondo sia più comprensivo ed efficace del primo, e meno misterioso. Mi piace infatti pensare che un essere umano faccia di tutto, consciamente e ancor più inconsciamente, per interagire in modo soddisfacente con gli altri esseri umani, percepiti (più o meno) come istanze dell'Altro generalizzato formatosi nella sua mente e sul quale la sua mente si è formata. Naturalmente, affinché l'interazione sia possibile, occorre prima ottenere il riconoscimento, l'approvazione, l'accettazione della propria persona da parte del proprio Altro generalizzato, e ciò costituisce una delle motivazioni principali di ogni essere umano, ovvero un suo bisogno primario e fondamentale.

Sull’interazione e la comunicazione

Interagire significa scambiare (cioè dare e/o ricevere) qualcosa di materiale o immateriale. 

Comunicare significa offrire o chiedere qualcosa.

La comunicazione è un’interazione in cui si scambiano informazioni intenzionali (messaggi) o non intenzionali.

Una comunicazione può consistere nella proposta, richiesta o offerta di una certa interazione.

Un'interazione in cui vengono scambiate cose materiali costituisce anche una comunicazione qualora venga dato un significato alle cose scambiate. In altre parole, ogni scambio (materiale o immateriale) può costituire un’informazione significativa.

Sulle relazioni extraconiugali mancate

Ci possono essere diversi motivi per cui una persona rifiuta il ruolo di "amante", tra i quali:
  • perché l'attrazione per l'altra persona non è sufficientemente forte


  • per motivi etici (per non fare del male al coniuge o ai familiari propri e altrui)

  • per motivi religiosi (è peccato)

  • per conformismo (timore del giudizio negativo altrui)

  • per orgoglio (non accetta di essere il "secondo partner")

  • per bisogno di possesso (vuole il controllo esclusivo del partner)

  • per bisogno di certezza (preferisce non avere alcuna relazione piuttosto che beneficiare di un legame non garantito)

  • per timore di malattie sessualmente trasmissibili

  • ecc.


Comunità filosofica sistemica

Vedi anche Una comune visione del mondo.

Si potrebbe creare un'associazione in cui ognuno parla dei propri demoni e cerca di mettersi d'accordo con gli altri al fine di soddisfare i bisogni propri e altrui, cooperando in tal senso.

Affinché tale cooperazione sia efficace, è necessaria una comune visione del mondo, che dovrebbe essere prerequisito per entrare a far parte dell'associazione.

L'associazione potrebbe intitolarsi "Comunità filosofica sistemica".

Società e condivisione

La società è fatta di condivisioni. È il risultato di innumerevoli condivisioni di beni, servizi, risorse, parole, narrazioni (più o meno vere e false), riti, superstizioni, credenze, valori, tabù, logiche, mentalità, gusti, sentimenti, emozioni, intimità, mode, spettacoli, testi, immagini, suoni, film, teorie, forme, libri, conoscenze, idee, notizie, simulacri, simboli, giochi, abilità, luoghi, istituzioni, organizzazioni, associazioni ecc.

L'uomo ha bisogno di condividere. Se non lo fa muore. Tanto più condivide, tanto più è vivo e felice.

Tuttavia, la condivisione di disprezzo, paura e odio verso altri umani può causare liti, guerre, distruzioni e isolamenti dolorosi o letali. Perciò conviene non disprezzare, temere e odiare più dello stretto necessario.

Psicologia del tradimento

Nei meandri dell’inconscio il tradimento è una mostruosità, una delle colpe più gravi in cui un umano possa incorrere. Perché gli umani sono interdipendenti, simbiotici, e la rottura unilaterale di una dipendenza reciproca a favore di una diversa interdipendenza è potenzialmente letale per la parte che la subisce.

La persona che si sente tradita reagisce al presunto tradimento tanto più aggressivamente nei confronti del traditore quanto più forte era la simbiosi, ovvero il suo investimento affettivo e organizzativo nella relazione.

In tal senso, il valore della fedeltà consiste nella salvaguardia del rapporto simbiotico a beneficio della parte più debole, ovvero quella che non è in grado di sostituire facilmente una relazione con un'altra.

Non si può non comunicare, né non parteggiare

Non si può non comunicare, perché anche al non dire, al non esprimersi, al non fare, al non esserci, al non partecipare, vengono attribuiti significati, intenzioni, presunzioni, giudizi, pensieri, ruoli, appartenenze, alleanze e antagonismi. In società, non prende posizione è prendere una posizione.

Ogni essere umano vivente c'è e non può non esserci da qualche parte nella società. La neutralità è impossibile perché essere neutrali significa non essere alleati, ovvero rifiutare un'alleanza, una solidarietà. Perfino Cristo pare che abbia detto: chi non è con me è contro di me.

Neutralità e indifferenza affettiva sono dunque, in un certo senso, forme di ostilità. Ciò è causa di disturbi mentali dovuti alla necessità di dissimulare ostilità o indifferenza in alleanza o solidarietà.

Domanda e offerta di interazioni condizionali

L'essere umano ha bisogno di interagire cooperativamente con altri umani per soddisfare i suoi bisogni e desideri, ma l'interazione è possibile solo se c'è accordo tra gli interattori sui termini, condizioni e modalità della stessa, e se entrambi la desiderano. Spesso tale accordo manca a causa della diversità di aspettative, gusti, interessi, mentalità, moralità, temperamento ecc., e per il fatto che ognuno vorrebbe ricevere più di quanto è disposto a dare. In altre parole, ognuno vorrebbe che i ricavi ottenibili dall'interazione siano superiori ai costi (in denaro, beni, servizi, sentimenti, emozioni, tempo ecc.).


Vedi anche Ricette di felicità.

Sulla spontaneità delle interazioni umane

Quando due persone interagiscono vis-à-vis, normalmente lo fanno, spontaneamente e automaticamente, non avendo il tempo di riflettere prima di parlare, e soprattutto non avendo il tempo di studiare l'interlocutore. Ciascuno si aspetta infatti che l'altro risponda immediatamente ad una domanda o ad una osservazione, e oltre tutto la spontaneità è considerata una virtù, mentre il calcolo razionale della risposta un difetto o comunque qualcosa di sgradevole o inquietante.

Va anche detto che quasi nessuno è capace di studiare razionalmente il suo interlocutore e di scegliere razionalmente cosa dirgli o fargli, e quasi tutti interagiscono affidandosi ai loro sentimenti, impulsi e pregiudizi, col risultato che le interazioni sono per lo più irrazionali, poco produttive e più o meno violente.

Messaggi impliciti

Qualunque cosa io dica (o non dica) al mio interlocutore, essa verrà da lui usata non solo per capire di cosa sto parlando in termini semantici e logici ma anche (leggendo tra le righe e decifrando il mio linguaggio non verbale) per farsi una idea (più o meno rispondente alla realtà e affetta dai suoi pregiudizi) di chi sono, cosa penso di me, come vedo il mondo, cosa gli sto proponendo, offrendo o chiedendo, cosa mi aspetto da lui, cosa penso di lui, quali sentimenti provo per lui e in quale rapporto gerarchico (in senso intellettuale, morale, politico ed economico) ovvero di parità, superiorità o inferiorità mi pongo rispetto a lui. Le sue reazioni e risposte dipenderanno da tutte queste percezioni soggettive.

Anche ciò che ho appena scritto verrà usato dai miei lettori come indicato.

Scambiare gesti

Ciò che gli esseri umani più spesso si scambiano sono gesti, ovvero parole e cortesie, come auguri di buon qualcosa, sorrisi, inchini, precedenze, offerte di piccole cose da bere o mangiare, complimenti, cenni di assenso, strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci ecc.

Questi gesti non sono casuali, né creativi, ma rituali e corrispondono a forme tipiche della comunità a cui gli interessati appartengono. Il loro unico scopo è un reciproco riconoscimento di appartenenza all'umanità e a una certa comunità, riconoscimento di cui l'uomo ha un forte e profondo bisogno e in mancanza del quale prova un angoscioso senso di isolamento.

Al di fuori di tale scopo e significato, tali gesti sono normalmente vuoti, inutili, improduttivi, insensati, ripetitivi.

Siamo tutti, variabilmente, servi e padroni

Siccome noi umani siamo interdipendenti, siamo tutti servi e padroni di certi altri.

In altre parole, siccome ognuno ha bisogno di altri per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni, ognuno deve servire qualcuno e servirsi di qualcuno.

E' anche possibile che due persone invertano più volte nella stessa giornata i loro reciproci ruoli di servo e padrone.

In tutto questo c'è un grosso problema dovuto al fatto che ogni umano è libero, almeno in teoria, di scegliere chi servire e di chi servirsi, per cui qualcuno potrebbe restare senza servi né padroni, cioè escluso dalla vita sociale.

Per concludere, ognuno dovrebbe imparare a fare bene, nei confronti degli altri, sia il servo che il padrone, cioè imparare a soddisfare i bisogni altrui e a indurre altri a soddisfare i propri.

Felicità e interazioni

La felicità (ovvero il benessere psichico, ovvero la soddisfazione dei bisogni) di un essere umano dipende soprattutto dalla qualità delle sue interazioni col prossimo, ovvero da ciò che esso scambia con gli altri in termini di parole, simboli, segni, gesti, oggetti, sostanze, contatti fisici, documenti, denaro ecc. a cui ciascuna delle parti attribuisce dei significati sulla base del contenuto della propria mappa cognitivo-emotiva.

Ne consegue che, se vogliamo cercare di essere più felici possibile, dovremmo imparare ad analizzare le nostre interazioni e le nostre mappe cognitivo-emotive, per poterle correggerle e migliorare per quanto sia possibile.

Un buon punto di partenza per tali analisi sono l'interazionismo simbolico di George Herbert Mead e l'ecologia della mente di Gregory Bateson.

Come voi mi giudicate

Il modo in cui voi mi giudicate, la simpatia o antipatia, attrazione o repulsione, interesse o disinteresse che sentite per me, dipendono soprattutto dalla vostra supposizione di quanto le mie idee, opinioni e preferenze siano coerenti con le vostre e vi diano ragione o torto, quanto io sia empatico e comprensivo verso di voi, quanto io sia in grado di soddisfare i vostri bisogni e disposto a farlo, quanto mi siete simpatici, antipatici o indifferenti, quanto io vi ami o vi odi, quanto io vi giudichi, apprezzi o disprezzi, quanto io desideri o detesti la vostra compagnia, quanto io trovi interessanti o banali, utili o inutili i vostri discorsi, sensate o insensate le vostre idee, e di quanto io sia, o mi senta, superiore o inferiore a voi intellettualmente, moralmente, culturalmente, politicamente, economicamente, esteticamente e fisicamente.

Sui gruppi umani

I gruppi umani si costituiscono sulla reale o presunta condivisione di certe cognizioni, certi sentimenti e certe motivazioni, ovvero su una comune etica ed estetica.

Una volta costituito, il gruppo tende a rifiutare coloro che non condividono sufficientemente le cognizioni, i sentimenti e le motivazioni (ovvero l'etica e l'estetica) caratteristiche del gruppo stesso. In altre parole, il gruppo tende a rifiutare coloro che lo criticano.

Questa dinamica, unita al bisogno di appartenenza ad una comunità, è causa sia di conformismo, sia di nomadismo culturale.

Per nomadismo culturale intendo la tendenza a migrare da un gruppo ad un altro più soddisfacente.

In certe personalità prevale il conformismo, in altre il nomadismo culturale.

Invidia della felicità altrui

Ci sono persone che inconsapevolmente non sopportano che qualcuno sia più felice di loro. La considerano un'ingiustizia nei loro confronti, o un peccato da punire.

Si tratta di una vera e propria invidia della felicità. Nelle sue forme più estreme essa si esprime nel terrorismo omicida; in quelle più comuni nel disprezzo e nella negazione dell'amore.

L'invidioso della felicità altrui non sopporta specialmente che qualcuno possa essere più felice con altre persone o seguendo idee o morali diverse dalle proprie.

A volte, non potendo esprimere apertamente il proprio odio, per giustificare il suo malumore e la sua freddezza verso i felici o per espiare il suo senso di colpa per i suoi sentimenti ostili, l'invidioso della felicità altrui ha una depressione nervosa, vera o finta.

Sapere per scegliere

Cosa c'è oltre il confine del mondo che ci è familiare? Cose buone o cattive? Mi conviene scegliere A o B? Quale tra A e B soddisfa meglio i miei bisogni? Mi conviene cambiare o conservare?

Domande, dubbi e curiosità riguardano soprattutto ciò che gli altri pensano di noi, cosa sentono per noi, cosa vogliono o desiderano da noi, cosa sono disposti a fare per noi e a concederci, ovvero in quale misura possono e sono disposti a soddisfare o frustrare i nostri bisogni.

Dalle risposte a tali domande dipendono le nostre azioni verso gli altri: avvicinamento o allontanamento, mantenimento o cambiamenti di ruoli, cooperazione o competizione, imitazione o differenziazione, selezione, rifiuto o indifferenza, inerzia o rottura, sottomissione o ribellione, deviazione, ripristino, riparazione ecc.

Sul perché dei piaceri e dei dispiaceri

L'uomo sa (quasi sempre) cosa gli piace e cosa gli dispiace ma non sa perché certe cose (attività, persone, idee, oggetti ecc.) gli piacciono e certe altre gli dispiacciono, né vuole saperlo, anzi, ha paura di saperlo.

L'uomo ha infatti paura di mettere in discussione il suo essere, la sua personalità, le logiche e i meccanismi inconsci alla base delle sue strutture mentali, dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti, del suo comportamento e della sua moralità. Insomma, ha paura di mettere in discussione la sua dignità sociale.

Il motivo di tale paura è che, nel profondo, nessuno può avere la certezza di essere totalmente innocente e socialmente accettabile.

Ciò che non si conosce non può essere messo in discussione. Perciò per i più è meglio non conoscere il perché dei propri piaceri e dei propri dispiaceri.

Dall’interazione alla relazione

Una relazione sociale è una combinazione abituale di transazioni tra due individui, dotata di una certa forma caratteristica, ovvero conforme ad un certo modello.

Una relazione sociale comporta una serie di condizioni (legami, impegni, regole, obblighi, divieti, valori, cognizioni, gerarchie, ecc.) accettate bilateralmente dalle parti interessate. Tali condizioni costituiscono restrizioni della libertà individuale, ma anche vantaggi per la parte che gode delle restrizioni altrui.

Tra due umani ci possono essere interazioni senza relazione, tuttavia, in assenza di una relazione, le interazioni tra due umani sono imprevedibili e inaffidabili, e quindi insoddisfacenti rispetto al bisogno di cooperazione sociale.

La cooperazione sociale è tanto più efficace quanto più forte è la relazione in cui essa ha luogo.

Motivazioni e relazioni sociali fondamentali



Le quattro icone che compaiono in questa immagine rappresentano le motivazioni e relazioni sociali fondamentali, scritte nel nostro codice genetico:

- imitazione (per mezzo della quale apprendiamo a comportarci in modi socialmente validi)
- cooperazione (indispensabile per sopravvivere e soddisfare i vari bisogni)
- competizione (cercare di avere il maggior potere possibile rispetto agli altri per poter fare liberamente ciò che desideriamo e difendere la nostra libertà)
- selezione (libertà di scegliere i partner più attraenti e più produttivi con cui cooperare e con cui associarsi).

Per capire l'uomo e il suo comportamento credo sia utile tener presente tali motivazioni fondamentali, sempre attive in ognuno di noi.

Bisogno di partecipazione interattiva

L'uomo ha bisogno di far parte interattiva di un gruppo sociale, quello che ritiene più adatto alla propria personalità, ovvero quello in cui ha una buona possibilità di essere accettato e rispettato per come è, e che non gli impone costrizioni o sacrifici troppo onerosi rispetto alle proprie capacità.

Una volta accolto in un certo gruppo, l'individuo interagisce periodicamente con gli altri membri secondo le forme, norme, valori, regole, obblighi, divieti, margini di libertà, ruoli ecc. caratteristici del gruppo stesso.

La partecipazione può essere più o meno riuscita, dando luogo, a seconda dei casi, a sentimenti ed emozioni di piacere, ansia, paura, dolore ecc.

In mancanza di un gruppo di cui far parte e in cui interagire, l'individuo può incorrere in sofferenze e disturbi mentali.

Mistificazione generale nella cultura e nei rapporti umani

Le relazioni umane (e la cultura che le descrive e le regola) sono generalmente mistificate nel senso che i veri motivi del comportamento sociale di ognuno sono normalmente ignorati, nascosti o camuffati.

Lo scopo della mistificazione è quello di non rivelare la violenza e l’egoismo che caratterizzano in misura più o meno grande quasi tutte le interazioni sociali. Un altro scopo è quello di accusare di violenza ed egoismo qualche capro espiatorio.

Siamo infatti tutti più o meno violenti ed egoisti per natura, ma siccome l’umanità non può sopravvivere senza che vi siano freni e disincentivi alla violenza e all'egoismo, ognuno cerca di dimostrare di non essere né violento né egoista. A tale scopo indossiamo maschere culturali che ci assolvono attribuendo le cattive intenzioni a nemici comuni.

Domande sulle narrazioni

Una certa persona, un cartello pubblicitario, un film, un libro, un articolo di giornale, una pagina web, mi narrano certe cose. Quali sono gli scopi di tali narrazioni? Sono comprensibili? A chi sono rivolte? Anche a me? Mi riguardano? Sono chiare? Cosa c'è di vero? Cosa c'è di falso? Cosa dicono esplicitamente e cosa implicitamente? Qual è il loro contesto? Di quali relazioni e interazioni parlano? Mi possono essere utili? Cosa mi inducono a fare o non fare? A cosa vogliono farmi credere o non credere? Mi conviene ascoltarle/leggerle o ignorarle? Mi conviene approvarle, correggerle, smentirle o condannarle? Mi conviene esporre narrazioni alternative? Mi conviene impararle? Mi conviene ripeterle ad altri? Mi conviene seguirle / eseguirle / condividerle? Mi conviene crederci? Che mi può accadere se ci credo? Che mi può accadere se non ci credo? ...

Metacomportamento

Nei prossimi giorni incontrerò un certo numero di persone, alcune da me conosciute, altre a me sconosciute. Come mi comporterò con loro? Mi lascerò guidare dai miei automatismi mentali inconsci o eserciterò un controllo volontario? Cosa offrirò e chiederò a loro? Come mi presenterò a loro? Cosa nasconderò a loro? Cosa proporrò a loro? A quali giochi giocherò con loro? Con quali regole? In quali ruoli? Con quali restrizioni?

È evidente che il comportamento degli altri verso di me dipende anche dal mio comportamento verso di loro.

Metacomportamento è il comportamento che consiste nel riflettere e nell'interrogarsi sul proprio comportamento (specialmente nei confronti degli altri umani), e nel cercare modi per migliorarlo nel senso di una maggiore soddisfazione dei bisogni propri e altrui.

Sui ruoli sociali

Le interazioni sociali sono regolate da una quantità di regole non scritte e spesso inconscie. Tra queste regole ci sono i ruoli che ogni interagente si attribuisce e quelli che attribuisce agli altri.
 
L’attribuzione dei ruoli può essere più o meno rigida o flessibile, ovvero fissa o variabile, negoziabile o non negoziabile, consensuale o conflittuale.
 
Un ruolo sociale ha aspetti qualitativi e quantitativi. Gli aspetti qualitativi riguardano i tipi di interazione possibili, ovvero le possibili forme di cooperazione; quelli quantitativi le rispettive posizioni gerarchiche, ovvero i rapporti di forza e di autorità tra gli interagenti.
 
Nella cultura occidentale odierna, la gestione dei ruoli sociali è normalmente inconscia a causa di un egualitarismo ipocrita di facciata. Parlarne è considerato politicamente scorretto.

Regole d'interazione

Il comportamento di un essere vivente è dettato dalle sue abituali modalità di interazione.

Ogni essere vivente interagisce abitualmente con il resto del mondo secondo regole di interazione (cioè preferenze, tendenze, criteri di scelta, logiche, algoritmi) che lo caratterizzano.

Tali regole sono il risultato di apprendimenti (attraverso le proprie esperienze) sulla base di predisposizioni innate.

Quanto più evoluta è una specie biologica, tanto più importanti, complessi e lunghi sono i processi di apprendimento che determinano le particolari regole di interazione di ciascun individuo della specie stessa.

Per interagire produttivamente con un certo essere vivente occorre pertanto conoscere e rispettare le sue regole di interazione (innate e apprese).

Bisogni e relazioni

Le relazioni tra esseri viventi sono causate, cioè motivate, dai bisogni, nel senso che servono a soddisfare i rispettivi bisogni (individuali, di gruppo e di specie).

Il collegamento tra bisogni e relazioni è tuttavia indiretto, in quanto avviene attraverso gli apparati biologici, i sentimenti, le cognizioni (consce e inconsce), l'interdipendenza con gli altri esseri viventi, la cooperazione, la competizione, le transazioni, le interazioni e gli algoritmi di comportamento.

Tutte queste cose sono collegate in modi sistemici e complessi e tuttavia comprensibili (scientificamente o intuitivamente) per un essere umano, se la sua mente non fosse ostaggio di superstizioni e mistificazioni tramandate dagli anziani ai giovani o inventate per semplicismo, cioè per soddisfare il nostro bisogno di semplicità.

Interazioni reali, virtuali e immaginarie

Noi possiamo interagire con altre persone nella realtà, cioè incontrandole fisicamente, oppure in modo virtuale, cioè incontrandole mediante mezzi di telecomunicazione, come internet, o supporti multimediali, come libri, giornali, registrazioni audio e video, oppure con il pensiero, i ricordi e l'immaginazione. In quest'ultimo caso si tratta di interazioni simulate.

Dal momento che la psiche si forma attraverso le interazioni e per le interazioni, non possiamo fare a meno di interagire, e ne abbiamo un bisogno costante che soddisfiamo attraverso interazioni reali e/o virtuali, tra cui quelle immaginarie.

Le interazioni virtuali sono meno rischiose e comode di quelle reali, ma sono più povere e possono essere illusorie e allontanarci dalla realtà, tanto da rendere le interazioni reali più difficili, se non impossibili.

Il pensiero più banale e profondo che io abbia mai avuto finora

Dato che il mondo è un sistema di sistemi, ogni essere (vivente o no) può facilitare o difficilitare [cioè rendere difficile] l'esistenza di altri esseri della stessa o di altre specie. Limitatamente agli organismi viventi, questo pensiero diventa: ogni organismo può facilitare o difficilitare la vita di altri organismi della stessa o di altre specie. Parlando di esseri umani, il pensiero diventa: ogni essere umano può facilitare o difficilitare la vita di altri esseri umani. È un potere, e quindi una responsabilità, che ognuno di noi ha, non ce ne dimentichiamo. E quando ci chiediamo la causa del malessere di una persona, la risposta è sempre duplice: la causa è interna ed esterna, cioè dipende da come quella persona vede e tratta se stessa, gli altri e il mondo e, allo stesso tempo, di come gli altri la vedono e la trattano, e vedono e trattano se stessi e il mondo.

Dio e l'Altro generalizzato

Trovo geniale e inquietante l'idea che vi sia una divinità, uno spirito, o un agente mentale, che costantemente ci osserva, ci giudica, ci invia segnali, e ci premia e ci castiga nel presente e/o in un futuro indeterminato, controllandoci mediante la generazione di emozioni e sentimenti piavevoli o dolorosi.

Questa idea, declinata secondo le diverse religioni, filosofie, psicologie e credenze, influenza pesantemente l'autogoverno individuale e i rapporti sociali.

A mio avviso, l'entità onnipotente, onniscente e onnipresente che ci controlla costantemente è l'"Altro generalizzato", un agente mentale, teorizzato da George Herbert Mead, che rappresenta gli "altri", cioè tutte le persone con cui abbiamo interagito o potremmo interagire. Un agente costituitosi in forme diverse nella psiche di ciascuno a seguito delle proprie esperienze sociali.

Chi ha paura della razionalità altrui?

L'idea che la persona con cui stiamo interagendo analizzi l'interazione stessa e decida razionalmente, consapevolmente e volontariamente, momento per momento, cosa dire e cosa non dire, cosa fare e cosa non fare, cosa nascondere e cosa mostrare, applicando conoscenze sulla natura umana accumulate in anni di studio e di riflessioni, senza lasciarsi guidare da istinti e/o emozioni, è inquietante e rende l'interazione sgradevole, come se il nostro interlocutore avesse qualcosa di disumano, schiacciante, giudicante e opprimente. In una società competitiva come quella attuale, dove ognuno è solo contro tutti gli altri, la capacità di autogoverno razionale è un'arma potente e temuta. Infatti quasi tutti preferiamo la compagnia di persone spontanee e non troppo razionali, a quella dei cosiddetti (con disprezzo) "calcolatori", specialmente se la razionalità non è il nostro forte.

Premio e castigo

Sin dalla nascita, ogni umano impara i processi del premio e del castigo. Ben presto il neonato (e ancor più il bambino) capisce che si comporta "bene" sarà premiato e se si comporta "male" sarà castigato, laddove i concetti di bene e male, e i tipi di premio e di castigo, variano da cultura a cultura, da famiglia a famiglia. Il comportamento oggetto del premio o castigo è sia quello pubblico che quello privato, per cui anche quando il bambino è solo si sente osservato da una specie di dio o di grande fratello che collabora con i suoi genitori. Questo precoce "addomesticamento", che ben presto diventa automatico, involontario e inconscio, è il vero fondamento della morale e fonte di emozioni piacevoli o spiacevoli corrispondenti all'anticipazione o aspettativa del premio o del castigo. Questi meccanismi, una volta divenuti automatici e inconsci, permangono anche in età adulta.

Prevedere le risposte e il giudizio altrui

Interagendo con una persona, non posso interagire come mi pare, perché lo svolgimento dell'interazione dipende anche dalle risposte del mio interlocutore alle transazioni che gli invio. Infatti, a seconda delle transazioni ricevute e percepite, quello può anche decidere di interrompere l'interazione, o di limitarla a certi giochi piuttosto che ad altri. È dunque molto utile saper prevedere le risposte del nostro interlocutore ai nostri atti e alle nostre parole.

Più in generale, dobbiamo essere consapevoli del fatto che tutto ciò che facciamo viene giudicato dagli altri, anche se non è diretto specificamente verso di loro. La nostra stessa storia, dalla nostra nascita (e anche da prima) fino a un secondo fa, è sempre sottomessa al giudizio altrui, ed è importante prevedere tale giudizio, perché da esso dipende la qualità delle possibili interazioni con gli altri.

Denunciatori semplicisti

Ci sono tante persone che pensano di conoscere le cause dei mali della società, a livello nazionale e/o globale e hanno l'abitudine di denunciale e di criticare coloro che "non le vogliono capire" o non le denunciano nonostante esse siano, secondo loro, chiare e semplici. In tal modo essi deresponsabilizzano se stessi e danno ai non denuncianti la corresponsabilità del permanere dei mali sociali. Questi denunciatori semplicisti non capiscono che i mali della società sono causati dalla stessa natura umana a tutti i livelli e dal fatto che quasi nessuno cerca di capire la propria natura, assumendo di conoscerla abbastanza per il solo fatto di esistere, e considerano superflui filosofi e psicologi. Su quest'ultimo punto essi hanno però parzialmente ragione dal momento che nemmeno i filosofi e gli psicologi hanno le idee chiare sulla natura umana anche se alcuni pretendono di averla capita tutta.

Portatori di algoritmi che interagiscono

Io e gli altri, ciascuno con i suoi algoritmi. Siamo tutti portatori di algoritmi che regolano il nostro comportamento e interagiscono anche a nostra insaputa.

Questi algoritmi sono autoprogrammanti (caratteristica genetica degli esseri viventi più evoluti). La programmazione avviene attraverso le esperienze (specialmente quelle sociali), in cui alle percezioni di forme e simboli vengono associate (e memorizzate) emozioni (in particolare, piacere e dolore, gioie e sofferenze risultanti dalla soddisfazione o frustrazione di bisogni e desideri).

Questa mia visione "cibernetica" della natura umana è una mia libera interpretazione del pensiero di Antonio Damasio (omeostasi dei sentimenti) , Gregory Bateson (ecologia della mente, cioè delle informazioni e delle idee), Daniel Dennet (evoluzione della mente) e George Herbert Mead (interazionismo simbolico).

Sull'interpretazione dei pensieri, dei sentimenti, delle motivazioni e delle intenzioni altrui

Una società sarebbe impossibile senza la capacità dei suoi membri, di interpretare i pensieri, i sentimenti, le motivazioni e/o le intenzioni di coloro con cui possono cooperare, sia in generale che nei confronti reciproci.

Il problema è che tali interpretazioni sono solitamente insufficienti, inadeguate, e falsate da bias cognitivi originati da interessi egoistici, da obblighi e divieti morali, dalla competizione e dai conflitti interpersonali.

Un modo efficace per sviluppare la capacità di interpretare correttamente cosa passa nella mente altrui è quello di educare sia i bambini che gli adulti ad esprimere i propri pensieri, i propri sentimenti, le proprie motivazioni e le proprie intenzioni, a voce e/o per iscritto, e a discuterne francamente con altre persone.

Interazioni esterne e interne

In un sistema che interagisce con altri sistemi, come nel caso di ogni essere umano, le interazioni e non-interazioni esterne influiscono su quelle interne e vice versa. Vale a dire che le interazioni e non-interazioni esterne sono cause ed effetti di quelle interne.






Quando un dibattito logico diventa polemica difensivo-aggressiva

Succede spesso che un semplice scambio di opinioni si trasformi in un dibattito in cui ognuna delle parti cerca di dimostrare l'invalidità dell'opinione altrui e la validità della propria. E in tali casi succede anche che il dibattito si trasformi in una polemica più o meno aggressiva tra i contendenti.

Suppongo che ciò sia dovuto ad un meccanismo inconscio di difesa della propria dignità sociale o posizione gerarchica. Infatti, nella logica irrazionale, surreale ed estremista dell'inconscio, aver "torto" può implicare il fatto di "meritare" una posizione gerarchica subordinata rispetto a chi ha più ragione, un disprezzo collettivo o perfino l'esclusione dalla comunità.

Pertanto, dimostrare di aver ragione, o almeno di non aver torto, ha un'importanza vitale per l'inconscio, tanto da poter scatenare reazioni emotive difensive e/o aggressive e dar luogo a sentimenti permanenti di rivalità e competizione.

Gestione dei conflitti

In caso di conflitto tra due persone o gruppi, sono possibili varie motivazioni ed esiti, tra i quali:

  • L'eliminazione, deportazione o emigrazione dell'avversario, la cui stessa esistenza costituisce un disturbo.

  • L'asservimento dell'avversario, che viene accettato solo in un ruolo subordinato.

  • Il compromesso, in cui si cerca di soddisfare il più possibile gli interessi di entrambe le parti, riconoscendo e rispettando i rapporti di forza.

Succede spesso che una parte accusi l'altra di aver generato il conflitto, per giustificare l'aggressione verso lo stesso.

Ci sono poi coloro che cercano di evitare o negare un conflitto già in atto, illudendosi che possa svanire grazie alla buona volontà dei contendenti.

Quando ci troviamo in un conflitto riflettiamo sulle nostre vere motivazioni e i nostri obiettivi, e cerchiamo un compromesso, se possibile.

Come piacere agli altri

Se vuoi piacere ad una persona, devi prevalentemente essere, pensare, sentire, desiderare e comportarti come a lei piace. Altrimenti devi farglielo credere con l'inganno.

La vita sociale si regge su tale adattamento o inganno, poiché siamo interdipendenti e non possiamo soddisfare i nostri bisogni senza la collaborazione altrui, che è discrezionale.

Per ottenere la collaborazione di una persona, hai dunque bisogno di piacerle, cioè di essere a lei gradito. Inoltre, per essere gradito ad una persona, devi farle credere che la gradisci a tua volta, cioè che ti piace, anche se non è vero. Infatti il gradimento e il suo contrario sono normalmente reciproci.

Se il gradimento reciproco con una certa persona è impossibile e non puoi fare a meno della sua collaborazione, puoi tentare di ottenerla con l'inganno, con la violenza o con l'intercessione di altre persone a cui quella persona è sottomessa.

Quando due persone si incontrano

Quando due persone si incontrano, nelle loro menti scattano dei meccanismi automatici più o meno consapevoli che mirano a stabilire il tipo di relazione da applicare l'una verso l'altra. Tra le altre cose, ognuno deve stabilire se adottare un atteggiamento cooperativo, competitivo oppure di indifferenza verso l'altro, se considerare l'altro una minaccia oppure un’opportunità, chi tra i due sia più competitivo, cosa rivelare e cosa nascondere della propria storia, dei propri pensieri, dei propri sentimenti e dei propri giudizi verso l'altro; ognuno deve farsi un'idea di cosa potrebbe ottenere di buono e di cattivo dall'altro e deve cercare di interpretare cosa l'altro pensa di lui, cosa si aspetta da lui, ecc.

Ognuno deve stabilire cosa offrire e cosa chiedere all'altro, cosa concedere e cosa negare, e quali ruoli assumere nei confronti dell’altro.

Cosa ci interessa sapere degli altri

Di una persona ci interessa sapere innanzitutto quanto sia nostra amica o nemica, e quanto sia amica o nemica dei nostri amici e dei nostri nemici.

Poi ci interessa sapere chi, tra essa e noi, sia più competitivo e gerarchicamente superiore fisicamente, economicamente, politicamente, esteticamente, intellettualmente e moralmente.

Ci interessa inoltre sapere quali siano i suoi bisogni, le sue intenzioni, le sue capacità, i suoi limiti, cosa può offrirci e cosa può chiederci, e quali vantaggi e svantaggi, piaceri e dolori, felicità e infelicità una relazione con quella persona potrebbe comportare per noi.

Tutto il resto che possiamo sapere di quella persona è strumentale per rispondere alle curiosità prioritarie sopra descritte, di cui possiamo essere più o meno consapevoli. Infatti molti negano di avere tali curiosità per non apparire egoisti o opportunisti, ma disinteressati e altruisti.

Evoluzione dell’etica

All’inizio l‘etica consisteva in una logica religiosa del tipo “se obbedisci a questi comandamenti divini sarai felice, altrimenti sarai infelice in questa vita e per l’eternità.”

Poi, man mano che la religione veniva sostituita dalla filosofia, la logica cambiava in “se pensi e ti comporti secondo questi principi filosofici sarai felice, altrimenti sarai infelice (in questa unica vita)”

Ora, man mano che la filosofia viene accompagnata dalla scienza, la logica cambia in “se interagisci con gli altri in certi modi godrai, se interagisci con gli altri in certi altri modi soffrirai (in questa unica vita)”.

Insomma, col progresso della conoscenza si passa dall'obbedienza a certi dèi o a certi princìpi, alla pratica di relazioni e interazioni in certi modi.

Quale relazione tra due umani?

Quando un umano incontra un altro umano (nello spazio fisico o nell'immaginazione), ognuno di essi deve scegliere in che tipo di relazione porsi rispetto all’altro, cioè con quali regole (obblighi e divieti) e quali presupposti cognitivi e di valore interagire con l’altro.

Una volta effettuata la scelta, ciascuno deve proporla all’altro, sperando che quello l’accetti.

Il problema è che le regole e i presupposti con cui l’uno vorrebbe interagire possono essere diversi e conflittuali rispetto alle regole e ai presupposti con cui l’altro vorrebbe interagire.

Perciò, in previsione di divergenze e di conflitti, la scelta di una o di entrambe le parti potrebbe essere quella di evitare ogni interazione con l’altra, oppure quella di usare violenza verso l’altra.

Per avere buoni rapporti con gli altri

Per avere buoni rapporti con gli altri bisogna evitare di farli sentire inferiori, giudicati, criticati, non preferiti, indesiderati. Bisogna evitare di mostrarsi migliori, più sapienti, più intelligenti. Bisogna evitare di dare loro consigli non richiesti o non desiderati. Bisogna evitare di dire cose che mettono in discussione o contraddicono le loro idee e la loro visione del mondo. Bisogna evitare di scoprire i loro autoinganni e le loro illusioni. Bisogna evitare di dire loro cose che non sono in grado di capire. Bisogna farli sentire buoni, giusti e ragionevoli. Bisogna far loro credere che siamo d’accordo con le loro idee e che comprendiamo e approviamo i loro comportamenti, i loro gusti, i loro sentimenti, le loro paure, i loro desideri e le loro motivazioni. Bisogna far loro credere che ci sono simpatici e che ci piace interagire e condividere cose con loro.

Per questo è difficile, mediamente, avere buoni rapporti con gli altri.

Sesso condizionato

Quasi ogni donna, non importa quanto bella, è oggetto di desiderio sessuale da parte di qualche uomo, e lo sa.

Da cosa dipende la scelta di una donna di concedere o non concedere il suo corpo all’uomo che desidera toccarlo e/o penetrarlo? Quali sono le condizioni per l’accettazione del rapporto desiderato dall’uomo? Quale tipo di rapporto è accettabile, quale inaccettabile per la donna? Cosa l’uomo le deve promettere? Cosa l’uomo le deve far credere? Come l’uomo le deve apparire?

Ovviamente le risposte variano da donna a donna, e dipendono in gran parte (ma non soltanto) da condizionamenti culturali.

È bene farsi certe domande, anche perché le condizioni che gli uomini pongono per concedere il proprio corpo a una donna sono generalmente molto diverse da quelle poste dalle donne.

Bisogno di interagire e modelli di interazione

Gli umani hanno un bisogno assoluto di interagire.

L'interazione viene appresa secondo modelli culturali che prescrivono certi ruoli e certe modalità, ovvero certe forme di comportamento reciproco. Tali forme sono obbligatorie e indispensabili, nel senso che non possono essere cambiate unilateralmente, così come una lingua non può essere cambiata unilateralmente, senza un certo consenso.

Solo le persone che hanno subìto un’educazione multiculturale possono scegliere persone di diverse culture con cui interagire.

Chi ha appreso una sola cultura non può avere rapporti produttivi con persone di altre culture.

Gli umani sono dunque prigionieri volontari dei modelli di interazione appresi, e sentono il bisogno di riprodurre tali modelli in quanto condizioni indispensabili per l'interazione. Perciò i modelli di interazione, che inizialmente costituiscono mezzi di interazione, diventano col tempo fini, ovvero bisogni autonomi.

Intendere e intendersi

Affinché due persone possano interagire in modo soddisfacente (per entrambe), è necessario che esse s'intendano su qualità, fini e modi dell'interazione.

Intendersi presuppone una comune comprensione della situazione della relazione, comuni scopi e intenzioni, e un accordo su ciò che ciascuna parte dovrebbe o potrebbe fare e non fare, cioè rispettivi obblighi, divieti, diritti e doveri.

Due persone possono interagire anche senza intese, anche se in tal caso le interazioni potrebbero essere improduttive, controproducenti o sgradite ad una o ad entrambe le persone.

Il termine "intendere" è, a mio avviso, uno dei vocaboli più interessanti e ricchi di significati della lingua italiana. Esso racchiude infatti concetti come sentire, udire, ascoltare, capire, comprendere, volere, decidere, esigere, tendere verso ecc., tutti rilevanti ai fini di una interazione sociale produttiva e soddisfacente.

Il clan in testa

Ognuno di noi ha in testa un particolare "clan" (cioè una comunità interiore di appartenenza) ovvero una struttura sociale o comunità ideale che condiziona il nostro comportamento come una gabbia mentale, con i suoi obblighi e i suoi tabù, e l'imperativo categorico di non essere mai indegni del clan stesso.

Questo clan interiore si forma quando siamo bambini, attraverso l'educazione che riceviamo e le esperienze sociali che viviamo. Esso contiene forme, norme, linguaggi, valori, obblighi, divieti, margini di libertà, ruoli, ranghi, e strutture sociali che ci consentono di interagire con gli altri in modo "regolato" ovvero non completamente libero, al fine della conservazione del clan stesso e della cooperazione tra i suoi membri.

Il Super-io freudiano è l'agente inconscio del clan, che provvede a punire (tramite ansia, angoscia, panico ecc.) qualunque comportamento suscettibile di causare l'emarginazione del soggetto dal clan stesso.

Sul riconoscimento sociale (di Adam Smith)

“Per quanto [l’uomo] possa esser supposto egoista, vi sono evidentemente alcuni principi nella sua natura che lo inducono a interessarsi alla sorte altrui e gli rendono necessaria l’altrui felicità, sebbene egli non ne ricavi alcunché, eccetto il piacere di constatarla [perché] attraverso l’immaginazione poniamo noi stessi nella sua situazione (…) e diventiamo in qualche misura la stessa persona e così ci formiamo un’idea delle sue sensazioni e anche sentiamo, anche se in misura minore, qualcosa di non dissimile da quello che sente lui”.

[...]

“Non riusciamo mai ad esaminare i nostri sentimenti e motivazioni, non riusciamo mai a formulare nessun giudizio su di essi, se non ci spostiamo dalla nostra posizione naturale e ci sforziamo di osservarli da una certa distanza. Ma non possiamo fare questo se non sforzandoci di osservarli con gli occhi degli altri, o così come si suppone che gli altri li osserverebbero”.

[da "Teoria dei Sentimenti Morali"]

Pensieri durante le interazioni

Quando sono vicino ad una persona, sarebbe bello se io potessi tranquillamente pensare ai suoi bisogni e alle sue passioni e a come essi si possono conciliare con i miei.

Invece i miei pensieri vagano incontrollati, o meglio, controllati da forze inconsce e involontarie che il mio io cosciente non riesce a dominare, come la paura di sbagliare, di dire o fare qualcosa di indegno o umiliante, scatenare tragici conflitti o svelare terribili segreti.

Questi pensieri così prodotti mi inibiscono e/o mi spingono a comportarmi in modo inutile o dannoso rispetto alla soddisfazione dei bisogni e delle passioni miei e altrui.

Come fare per risolvere o alleviare questo problema? Forse sarebbe utile trovare persone con cui parlare esplicitamente dei rispettivi bisogni e passioni.

Cosa difficile, perché pochi conoscono i propri bisogni e la natura umana al di fuori degli insegnamenti di religioni e culture malate.

Criteri di interazione

Nella mappa cognitivo-emotiva di ogni persona sono registrati i criteri di interazione, ovvero le condizioni e modalità in cui una interazione con un'altra persona è possibile, desiderabile o indesiderabile.

Tra i vari criteri ci sono i tipi di persone con cui interagire o non interagire, e i ruoli, posizioni gerarchiche, diritti, doveri, obblighi, divieti, regole, gradi di libertà, aspettative, contropartite, presupposti, contesti culturali ed etici  ecc. di ciascuna parte.

Ogni umano ha bisogno di interagire con altri e di relazioni sociali, ma molti vogliono ricevere più di quanto l'altro sia disposto a dare, e dare meno di quanto l'altro vorrebbe ricevere, per cui molti restano soli o hanno rapporti insoddisfacenti o violenti.

Per migliorare la società bisogna che migliorino i criteri di interazione di un congruo numero di persone.

La scelta dei memi

Qualunque meme (artefatto, gesto, espressione verbale o figurativa, scrittura, simbolo, concetto, organizzazione, gioco, regola morale ecc. riconoscibile da più di una persona e in quanto tale trasmissibile e condivisibile) può costituire un fattore di appartenenza e di coesione sociale. Infatti, gruppi e categorie sociali sono definibili in base alla condivisione di certi memi.

D'altra parte, l'appartenenza ad un certo gruppo o ad una certa categoria di persone può implicare la non appartenenza a certi altri gruppi o categorie alternativi o incompatibili.

Perciò un essere umano è continuamente occupato (consciamente o inconsciamente) a scegliere opportunamente a quali gruppi e categorie di persone appartenere e a quali non appartenere, ovvero con chi interagire cooperativamente e con chi non farlo, e di conseguenza ad assumere, incorporare, mostrare o rappresentare i memi (in quanto segnali) caratteristici delle appartenenze preferite.

Strategie e tattiche nelle interazioni sociali

L'interazione tra due umani è generalmente problematica e stressante in quanto ciascuno cerca consciamente o inconsciamente di influenzare l'altro a comportarsi in un certo modo a sé favorevole.

Per questo motivo ciascuno deve continuamente decidere cosa dire, cosa tacere, cosa mostrare, cosa nascondere, cosa chiedere, cosa concedere, cosa offrire, cosa non offrire, cosa condividere, cosa non condividere, cosa dare, cosa prendere, cosa fare, cosa non fare, come esprimersi, quanto avvicinarsi e, in generale, che immagine di sé dare all'altro.

Ogni interazione sociale implica perciò strategie e tattiche consce e inconsce tese a ottenere il massimo vantaggio e il minimo svantaggio, la massima ricompensa e la minima punizione da parte dell'interlocutore, della comunità di appartenenza e della società in generale.

A causa dello stress che tali decisioni comportano, a volte molti preferiscono la solitudine alla frequentazione degli altri.

Retroazioni

La vita in generale, e in particolare quella umana, è continuamente segnata e sostenuta da retroazioni (in inglese "feed-back").

Infatti il comportamento di ogni individuo, come quello di ogni suo organo, è influenzato dalle risposte (al comportamento stesso) da parte degli altri individui o organi con cui interagisce.

In altre parole, noi impariamo a comportarci in un certo modo sulla base delle risposte che abbiamo ottenuto al nostro precedente comportamento.

Il problema è che, una volta appreso un certo comportamento, questo cambia difficilmente, sia perché la plasticità mentale diminuisce con l'età, sia perché il comportamento tende a ripetere se stesso piuttosto che a procedere per nuovi tentativi.

Succede anche che, in caso di risposte nuove a vecchi comportamenti, la mente non sia in grado di accorgersi che le risposte sono cambiate, e continui a interpretarle in base ai suoi pregiudizi.

Testi e contesti

Il contesto è più importante del testo, ovvero del messaggio, perché il significato del messaggio dipende dal contesto a cui esso si riferisce. Usare un testo senza un chiaro riferimento ad un contesto conosciuto sia da chi scrive che da chi legge, ovvero da chi parla e da chi ascolta, oltre ad essere inutile, può causare malintesi. Il contesto può essere una teoria, ideologia, tradizione, sistema di valori, politica, movimento letterario o artistico, disciplina, procedura, legge, storia, lingua ecc.

Nella mente di ogni persona c'è una collezione di contesti, che io chiamo mappa cognitivo-emotiva, che si sono formati attraverso le sue esperienze e che vengono usati per "significare" in senso sia cognitivo che emotivo i messaggi emessi e ricevuti.

Quando parliamo con una persona dovremmo chiederci se i contesti di cui dispone sono adatti alla comprensione del messaggio che vogliamo inviarle, ovvero se sono coerenti con quelli a cui il nostro messaggio si riferisce.

Interagire = servire e farsi servire

Siamo abituati a considerare i rapporti gerarchici come mutuamente esclusivi: o si comanda o si obbedisce, o si è padroni o si è servi, o si è superiori o inferiori. Dovremmo invece considerarli mutuamente inclusivi, ovvero come ruoli che possono invertirsi periodicamente, anche in periodi di tempo molto brevi, anche di pochi secondi, o essere simultanei. Perché rispetto ad una stessa persona si può essere servi e padroni, superiori e inferiori, maestri e allievi, guide e seguaci, in momenti diversi o nello stesso momento, a diversi fini e in diversi ambiti.

In altre parole, l'interagire tra due persone non implica la rinuncia al ruolo di fruitore da parte di uno dei contraenti. Ciascuno di essi può (e dovrebbe) servire l'altro e farsi servire dall'altro. Perché le interazioni servono a scambiare servizi (materiali o immateriali) e/o beni, e se una delle parti non riceve alcun servizio, non è motivata ad interagire, e di conseguenza l'interazione cessa, a meno che non venga mantenuta con la violenza.

Il tempo nelle relazioni umane

Il tempo è un fattore importante nelle relazioni umane, nel senso che è necessario rinnovare periodicamente le espressioni di reciproco attaccamento (amicizia o amore), altrimenti tali relazioni si dissolvono. Tali espressioni possono ridursi a qualche minuto di “small talk”.

In tal senso, scambiare saluti, fare auguri e scambiare regali in occasione di compleanni o di altre feste costituisce un esame e una prova della sussistenza di certe relazioni. A seconda dell’importanza e della profondità del rapporto, la periodicità minima del rinnovo dell’espressione dell’attaccamento può essere di ore, giorni, settimane, mesi o anni. Ad esempio, due sposi hanno normalmente la necessità di comunicare almeno ogni giorno. Chiedere “come stai?” può bastare.

Questo fenomeno, che potremmo chiamare “orologio delle relazioni”, può generare angoscia in chi si sente obbligato a esprimere periodicamente il suo attaccamento diventato sempre più debole, e in chi aspetta tale espressione quando essa tarda ad arrivare.

Metainterazioni future

Ci sono persone con cui sicuramente interagirò, per esempio mia moglie e i miei figli, gli amici miei e di mia moglie. Altre persone che ancora non conosco.

Come mi presenterò a tutte queste persone? Cosa offrirò e chiederò loro? Cosa proporrò di fare insieme? Cosa mostrerò e cosa nasconderò loro? Quali strategie adotterò? Cosa sarò disposto ad accettare di loro?

E gli altri, come si presenteranno a me? Cosa mi offriranno e chiederanno? Cosa mi proporranno di fare insieme? Cosa mi mostreranno e mi nasconderanno? Quali strategie adotteranno? Cosa saranno disposti ad accettare di me?

Ho la sensazione di aver fatto un'importante salto di qualità nel mio sviluppo intellettuale. Ho capito che solo ciò che può essere speso o utilizzato nelle interazioni con gli altri ha valore. Non esistono valori intrinseci ad eccezione dei mezzi di sopravvivenza, che valgono anche per gli altri animali. I valori umani sono sempre e soltanto sociali.


Diario delle interazioni con gli altri

Se è vero, come credo, che il livello di felicità di un essere umano dipende soprattutto dalla qualità delle sue interazioni con gli altri, allora ognuno di noi dovrebbe fare ogni giorno un rendiconto per registrare le interazioni avute e la loro qualità, cioè il relativo grado di soddisfazione per se stesso e per l'interattore, e dovrebbe riflettere su come rendere tali interazioni più soddisfacenti. Il classico diario intimo dovrebbe servire a questo.

Volendo usare un formulario per il rendiconto delle interazioni, questo potrebbe essere strutturato in righe e colonne, e le colonne potrebbero avere le seguenti intestazioni:
  • data

  • persona con cui ho interagito

  • durata approssimativa dell'interazione

  • oggetto/i dell'interazione (argomenti di conversazione e transazioni)

  • grado di soddisfazione per me

  • grado di soddisfazione per l'interattore

  • possibilità di migliorare l'interazione in futuro


Relazioni di tutti con tutti e programmazione delle interazioni

Tra due esseri umani qualunque esiste sempre e comunque una relazione con certe caratteristiche, da cui dipendono le interazioni (e le non-interazioni) tra loro. 

Più precisamente, per ogni combinazione di due persone qualsiasi A e B,  esistono due relazioni: quella di A verso B (che è determinata dal modo in cui A vede B) e quella di B verso A (che è determinata dal modo in cui B vede A). Le due relazioni possono essere più o meno simmetriche o asimmetriche.

In questo contesto, intendo per "vedere" una certa persona il fatto di classificarla (consciamente o inconsciamente), nel senso di includerla in una o più categorie particolari di persone. Infatti ogni umano ha “in testa” una serie di categorie di persone, ciascuna con caratteristiche particolari. La classificazione di una persona comporta il fatto di trattarla in un certo modo, cioè di interagire con essa in certi modi “programmati”.

Rischi dell'interazione umana

Interagire con un essere umano è molto più problematico e pericoloso che interagire con un animale o una macchina. Intatti, le interazioni tra umani sono normalmente bidirezionali e circolari nel senso che ogni transazione in una direzione può dar luogo ad una transazione in direzione opposta  (feedback) più o meno prevedibile, e ad un mutamento di giudizio e di sentimento più o meno favorevole verso chi ha iniziato l’interazione.

In altre parole, ciò che diciamo o facciamo ad una persona può suscitare in questa una reazione a noi più o meno favorevole o sfavorevole in termini di amicizia o ostilità, apprezzamento o disprezzo, amore o odio, cooperazione o aggressione.

Per tali ragioni gli esseri umani sono piuttosto cauti nelle loro interazioni, ovvero scelgono con cautela con chi interagire e in che modo. Il timore di reazioni negative, infatti, inibisce la spontaneità e ci costringe ad adottare atteggiamenti e comportamenti prudenti e stereotipati che in passato si sono rivelati abbastanza “sicuri”.

Etica del reciproco servizio

Di solito, quando si parla di etica s'intendono regole di comportamento a senso unico, vale a dire obblighi e divieti verso gli altri, indipendentemente dal comportamento altrui verso noi stessi. Ma un'etica che mi impone di essere buono con qualcuno anche se questo è cattivo con me o se questo mi ignora, non ha senso, e non è credibile.

Io ritengo, infatti, che un'etica credibile e praticabile debba tenere conto anche del comportamento altrui nei propri confronti, in quanto la vita sociale consiste in un vitale scambio di beni e servizi (materiali e immateriali) tra esseri umani. In tal senso, il comportamento di ciascuno dovrebbe essere tale da influenzare vantaggiosamente quello degli altri nei propri confronti.

In altre parole, io devo essere buono con gli altri e devo servirli in qualche modo, se voglio che gli altri siano buoni con me e che mi servano in qualche modo. Questa logica dovrebbe essere il fondamento di un’etica laica, razionale, efficace, credibile e praticabile per il bene comune.


Realtà personale vs. realtà comuni

Per ogni essere umano esistono tante diverse realtà: una personale e tante comuni, una per ogni altro umano.

La realtà personale (costituita dalle proprie esperienze) può essere condivisa con altri solo in piccola parte e in modi imprevedibili; quelle comuni (costituite da convenzioni culturali bilaterali) sono condivise a coppie.

Ogni realtà ha qualcosa di simile e qualcosa di diverso rispetto alle altre, per cui ci sono realtà molto simili e altre molto diverse tra loro. Solo la parte simile viene condivisa. Infatti ci sono coppie di persone che condividono molti aspetti delle varie realtà e altre che ne condividono pochi.

Ogni essere umano passa continuamente da una realtà ad un'altra, a seconda della persona verso la quale la sua attenzione è rivolta.

Infatti, per poter interagire con una persona in modo non violento, occorre condividere una comune realtà alla quale fare riferimento nel pensiero e nella comunicazione.

Gli altri dentro di noi. I nostri demoni

Dentro di noi ci sono tutte le persone che abbiamo incontrato nel corso della nostra vita, e quelle immaginarie che vorremmo incontrare. Sono i nostri demoni, intesi in senso negativo, positivo o neutro. Non si tratta di entità metafisiche ma bioinformatiche, cioè di agenti mentali emergenti dalle attività dei nostri neuroni. Ognuno di questi demoni ci suggerisce, chiede, promette o minaccia qualcosa. Alcuni ci spingono ad andare in certe direzioni, altri altrove, e noi dobbiamo decidere a chi obbedire e a chi disobbedire, chi seguire e chi lasciare, chi ascoltare e chi non sentire. Le persone interiori, ovvero i nostri demoni, sono più importanti di quelle reali perché sono sempre attive dentro di noi e ci guidano in ogni momento, anche quando le persone reali corrispondenti non esistono più o sono diverse da quelle interiorizzate.

Vedi anche Il demone nella psicologia dei bisogni.

Consigli per le interazioni con gli altri

Mostrati abbastanza sicuro delle tue idee, ma non troppo; fai un po' di autoironia; mostrati consapevole che hai sempre da imparare, dai colleghi, dai superiori e dai subordinati, oltre che da fonti esterne, e soprattutto da chi ti critica. A volte s'impara più dai nemici che dagli amici. E ricordati il principio del judo: se lui ti spinge tu tiralo, se lui ti tira tu spingilo; quindi se uno ti critica, resisti all'impulso di difenderti, ma chiedi al tuo interlocutore di chiarire e approfondire la critica, di fornire dettagli ed esempi, fagli tante domande in modo tale che dalle sue risposte la sua critica si riveli infondata o inappropriata al tuo caso. Se non ci riesci a dimostrare in tal modo la non pertinenza delle critiche, rispondi che terrai conto di esse senza specificare se le ritieni giuste o sbagliate. E comunque fai anche l'avvocato del diavolo, cioè cerca di capire le ragioni di colui che ti critica, così saprai meglio difenderti dalle critiche o migliorare. E' difficile migliorare senza fare autocritica e senza capire le critiche altrui.

La scelta dell'identità

Credo che il concetto di identità sia una struttura fondamentale della psiche. Infatti, ognuno si sente obbligato (pena l'isolamento sociale) ad assumere una identità tra quelle accettabili dalla comunità a cui desidera appartenere. Ma la scelta di una identità adatta a sé è cosa difficile e complessa, per cui spesso si rimane con una identità incerta o perfino indesiderata, cosa che è fonte di stress e angoscia. In altre parole, non sappiamo bene chi siamo né chi/cosa vogliamo o vorremmo essere. La faccenda si complica perché non c'è solo l'identità che l'individuo sceglie di assumere, ma anche quella che gli altri gli attribuiscono e le due possono essere diverse e perfino conflittuali, tanto che spesso uno assume semplicemente l'identità che gli altri gli attribuiscono rinunciando ad una sua originale, unica. In tutto questo le mode giocano un ruolo importante, fornendo strumenti di identificazione in certi gruppi o categorie sociali, ovvero mezzi per dimostrare di appartenere ad una certa comunità, intesa come gruppo di persone aventi qualcosa in comune.

Le forze dei deboli

Gli individui di temperamento più debole e vulnerabile hanno bisogno di maggiori difese, protezioni, precauzioni e informazioni nelle interazioni con l'ambiente e con gli altri. Essi sono perciò spinti dalla loro stessa costituzione fisica a sviluppare maggiormente l'intelligenza, l'ingegno e la sensibilità rispetto a quelli di temperamento più forte e meno vulnerabile.

Non deve perciò sorprendere che persone nate con un temperamento debole, ovvero poco dotate fisicamente, sviluppino un carattere forte, ovvero siano intellettualmente competitive, e viceversa.

Questo fenomeno si è verificato anche nella filogenesi dell'homo sapiens rispetto a quella degli altri animali, e ha reso la nostra specie intellettualmente superiore a dispetto, anzi, in virtù, della nostra inferiorità fisica.

A questo proposito giova ricordare che il temperamento è geneticamente innato e immutabile, mentre il carattere si acquisisce e costruisce come effetto della combinazione di temperamento ed esperienze.

Meditazione relazionale

Suppongo che la migliore forma di meditazione consista nel contemplare riflessivamente le relazioni tra la propria coscienza e il proprio inconscio, quelle tra sé e gli altri, quelle tra sé e il resto del mondo, e quelle tra tutte le cose del mondo.

La ragione di questa mia supposizione è che, come ci insegna Gregory Bateson, non possiamo conoscere le cose in sé, ma solo le relazioni tra le cose, e che la nostra vita e la nostra felicità dipendono dalla qualità delle nostre relazioni con altri umani e con il resto del mondo.

Una relazione tra due entità consiste in una serie di interazioni abituali tra di esse. Un’interazione consiste in una serie di transazioni.

Transazioni, interazioni e relazioni, quando non sono casuali, seguono certe logiche, certi schemi, certi modelli, certe funzioni, e assumono certe forme ricorrenti (pattern).

Il senso della meditazione relazionale dovrebbe essere ecologico, ovvero eco-logico, cioè la meditazione dovrebbe mirare a comprendere le logiche che sottendono le diverse relazioni.

Tipi di disaccordo

Due persone possono essere in disaccordo su diversi piani.

  • Il piano della verità, ovvero se una cosa sia vera o falsa.

  • Il piano dell'etica, ovvero se una cosa sia buona o cattiva.

  • Il piano dell'estetica, ovvero se una cosa sia bella o brutta.

  • Il piano dell'interesse, ovvero quando una cosa è vantaggiosa per l'una e svantaggiosa per l'altra persona.

Sul piano della verità si può discutere ma solo partendo da definizioni di termini, paradigmi e premesse condivisi.

Sul piano dell'etica si può discutere solo se entrambe le persone perseguono un'etica pragmatica, ovvero mirata alla massima soddisfazione del massimo numero di bisogni del massimo numero di persone.

Sul piano dell'estetica non si può discutere perché i gusti sono soggettivi.

Sul piano dell'interesse si può discutere solo se si è disponibili a trovare un compromesso accettabile da entrambe le parti, ovvero che soddisfa al meglio gli interessi di entrambe.

Conoscenza reciproca tra algoritmi

A mio parere, le interazioni umane sono regolate da algoritmi (biologici e modificabili) che determinano non solo le risposte cognitivo-emotivo-motive di ciascuno agli stimoli esterni e interni, ma anche le previsioni (o aspettative) del comportamento dell'interlocutore, cioè le risposte cognitivo-emotivo-motive dell'altro.

In altre parole, gli algoritmi comportamentali di una persona "conoscono" (più o meno esattamente) quelli altrui, e tale conoscenza è determinante nelle logiche decisionali (consce e inconsce) di ciascuno.

La reciproca conoscenza dei nostri algoritmi di comportamento è la naturale conseguenza dell'interdipendenza ecologica (biologica e culturale) degli esseri umani.

Tale "interconoscenza" si realizza attraverso le nostre esperienze sociali con il contributo dei neuroni-specchio, che rendono possibile l'empatia.

Dalla maggiore o minore esattezza di questa interconoscenza dipendono la qualità e il successo delle relazioni e interazioni sociali.

Fenomenologia della normalità umana

A mio avviso, l'uomo "normale" (conforme alle norme di comportamento della propria comunità) non è autentico: è portatore di contraddizioni e falsità che nasconde agli altri e a se stesso, e non riesce a vedere le proprie incoerenze.

L'uomo normale ha paura di essere giudicato e di giudicare la maggioranza degli altri membri della propria comunità perché, se lo facesse, questa lo punirebbe emarginandolo. Si limita dunque a giudicare i suoi avversari (cioè quelli che la pensano diversamente da lui) e gli "anormali" (cioè le minoranze, i diversi, gli outsider, i capri espiatori e gli orditori di presunti complotti).

Affinché tutto questo fili liscio, tra gli uomini che condividono lo stesso tipo di "normalità" c'è un tacito accordo: ognuno si astiene dal vedere e dal criticare le contraddizioni e le falsità altrui, oltre che le proprie.

Infatti è difficile criticare gli altri senza criticare indirettamente anche se stessi, dato che noi umani siamo simili in quanto a bisogni, difetti e contraddizioni.

Il bene, il male e la negoziazione della cooperazione

Il male è, in concreto, il dolore che colpisce l'individuo, e il bene il piacere. Il dolore è il segnale della insoddisfazione di un bisogno, il piacere il segnale della soddisfazione.

Ognuno ha la possibilità di causare agli altri piacere e dolore (ovvero di soddisfare o frustrare i bisogni altrui) e ha bisogno degli altri, cioè della loro cooperazione, per evitare il dolore e ottenere piacere (ovvero per soddisfare i propri bisogni). Tuttavia la cooperazione può essere più o meno libera o forzata. Se un individuo non riesce ad ottenere spontaneamente la cooperazione altrui, può provare a chiederla negoziandola esplicitamente;  se la negoziazione fallisce, può cercare di ottenerla con la forza.

Morale: per diminuire la violenza e il dolore nel mondo occorre essere tutti più sensibili ai bisogni altrui e all'altrui dolore, e cercare di negoziare pacificamente una cooperazione che consenta di soddisfare sia i bisogni propri che quelli altrui.

Ma purtroppo, di bisogni umani non si parla quasi mai.

Come soddisfare il bisogno di compagnia

Per soddisfare il suo bisogno di compagnia insoddisfatto, una persona (A) ne deve trovare almeno un’altra (B) che corrisponda ai seguenti requisiti:

  • B deve piacere ad A

  • A deve piacere a B

  • B deve avere un bisogno di compagnia insoddisfatto

  • B deve essere in cerca di compagnia

  • A e B devono incontrarsi

La probabilità che tutti i requisiti siano soddisfatti è tanto più bassa quanto più le personalità di A e B sono diverse dalla media.

Essere vs. accadere

L'essere di un ente consiste in una serie di possibilità alternative di interazione e di combinazione dell'ente stesso con altri enti, possibilità che si verificano (cioè si determinano realmente) solo nell'accadere, cioè nelle interazioni e combinazioni effettive con altri enti.

Non ha quindi senso parlare di "essere" (incluso l'uso del verbo essere) se non come possibilità e probabilità di particolari interazioni e combinazioni.

La realtà consiste infatti in accadimenti passati (certi), in accadimenti presenti (di esito incerto) e in probabilità alternative di particolari accadimenti futuri. La fisica ci permette di calcolare tali probabilità nella misura in cui si conoscono le variabili del caso in esame.

In tale ottica, una relazione tra due enti consiste in una serie di interazioni e combinazioni passate, di interazioni e combinazioni presenti e di probabili interazioni e combinazioni future tra gli enti stessi.

Cos'è una relazione (ecologica, sociale, formale ecc.)

Le seguenti riflessioni sono il risultato di una mia libera elaborazione del pensiero di Gregory Bateson.

Tra due entità (persone, altri esseri viventi o cose) esiste una relazione (unilaterale o bilaterale) quando in almeno una di esse c'è un algoritmo di comportamento che "riguarda" l'altra, nel senso che risponde in certi modi "programmati" alle azioni e/o posizioni (spaziali o attitudinali, reali o percepite) dell'altra.

In altre parole, c'è relazione tra due entità quando i comportamenti e le posizioni dell'una sono influenzati (in modi non casuali, ma logici e sistematici) dai comportamenti e dalle posizioni dell'altra.

Una relazione è dunque definibile come un particolare modello (in inglese, "pattern") di interazioni unidirezionali o bidirezionali (ovvero "circolari") tra due entità, tenendo presente che ogni entità può avere relazioni (simili o diverse) con molte altre entità.

In conclusione, a mio parere, capire una relazione significa capire gli algoritmi (consci o inconsci) che la regolano.

Coscienza, sentimenti, volontà, interazioni

La coscienza, i sentimenti e la volontà cosciente sono fenomeni emergenti dalla interazione, ovvero dallo scambio di informazioni, energie e/o sostanze, tra parti (ovvero sottosistemi) del sistema nervoso, così come le società sono fenomeni emergenti dalle interazioni tra esseri umani.

Un fenomeno si dice emergente se non esiste a priori, ovvero come entità a sé stante, ma solo come prodotto di una interazione, ovvero di uno scambio di informazioni, energie e/o sostanze, tra due o più entità, e dura finché dura tale interazione.

Per fare un esempio, un'automobile non esiste a priori (come avrebbe pensato Platone, in base alla "idea" archetipica di automobile), ma come prodotto dell'interazione dei suoi componenti. Cessando l'interazione tra tali componenti, l'automobile smette di esistere in quanto automobile reale e di essa resta solo un ricordo o un'idea. In tal senso, metaforicamente parlando, la coscienza è una specie di automobile.

Quanto sopra è una mia libera interpretazione del pensiero rivoluzionario di Gregory Bateson.

Concordanze e discordanze di interesssi

Ogni essere umano ha certi interessi (bisogni, desideri, pulsioni, volontà, piani, progetti, strategie, motivazioni ecc.). Immaginiamo di avere a disposizione un grafico in cui si mostrano le concordanze e le discordanze di interessi per ogni possibile coppia di esseri umani viventi. E immaginiamo che un computer possa calcolare per ogni persona esistente, quelle con cui esiste la massima concordanza di interessi rispetto ai nostri.

Nell'attesa che una futura tecnologia ci consenta di ottenere quanto sopra esposto, possiamo intuire o stimare quanta concordanza o discordanza di interessi ci sia tra noi e qualsiasi altra persona.

Se tra due persone c’è un sufficiente grado di concordanza di interessi, tra esse può stabilirsi una relazione di cooperazione, altrimenti si ha una relazione di indifferenza, di competizione o di ostilità.

E’ perciò opportuno chiedersi, per ogni persona che incontriamo o che conosciamo, quale sia il grado di concordanza di interessi rispetto ai nostri e analizzare sia gli interessi concordi, sia quelli discordi.

Domande sui tuoi rapporti con gli altri

Quanto sono soddisfacenti i tuoi rapporti con gli altri?
Quanto i tuoi rapporti con gli altri ti costano in termini di libertà di pensiero e di azione?
Quanto i tuoi rapporti con gli altri ti costano in termini di autenticità?
Quali compromessi e rinunce hai dovuto accettare per avere rapporti con gli altri?
Quanto ti senti solo?
Quanto i tuoi rapporti con gli altri ti sono sufficienti quantitativamente?
Cosa vorresti cambiare nei tuoi rapporti con gli altri?
Quanto ti senti diverso dagli altri?
Cosa temi dagli altri?
Cosa desideri dagli altri?
Cosa sei disposto a offrire agli altri?
Cosa ti disturba degli altri?
Cosa ti piace degli altri?
Cosa pensi degli altri?
Cosa pensano gli altri di te?
Con quali persone vorresti interagire?
Con quali persone non vorresti interagire?
Cosa ti piace fare con gli altri?
Che ruoli vorresti avere rispetto agli altri?
Che riconoscimenti vorresti dagli altri?
Quali interazioni vorresti avere con gli altri?
Quali persone stai cercando?
Cosa nascondi agli altri?

Il bene e il male che gli umani si scambiano

Dagli altri ci arriva sia il bene che il male, in modi spesso intricati, sofisticati, nascosti, falsi e mistificati.

Anche da una stessa persona, anche da quella a noi più cara, ci possiamo aspettare sia il bene che il male in varie forme, ed è importante riconoscere e distinguere le due qualità nelle relazioni e nelle interazioni.

Assecondare gli altri può comportare direttamente o indirettamente la soddisfazione e/o la frustrazione dei nostri bisogni e desideri, così come noi possiamo contribuire direttamente o indirettamente alla soddisfazione e/o alla frustrazione dei bisogni e desideri altrui.

Tutto ciò è dovuto all'interdipendenza umana, al bisogno di cooperazione e all'istinto di competizione.

Ogni umano ha qualcosa di buono e qualcosa di cattivo da darci. Non dobbiamo fare l'errore di vedere in una persona, in un gruppo, in noi stessi, solo il bene o solo il male.

L'arte di vivere consiste nel gestire i rapporti con gli altri in modo da ottenere da essi il maggior bene e il minor male possibile.

Sinergia, compatibilità e incompatibilità tra modelli di comportamento

Ogni individuo agisce e interagisce con altri secondo modelli di comportamento formatisi nella sua mente in seguito ad apprendimento, per lo più per imitazione di modelli altrui. Tali modelli sono più o meno diversi da persona a persona.

Nelle interazioni tra due persone si pone il problema della compatibilità tra i loro modelli di comportamento. Questi, infatti possono essere più o meno sinergici, compatibili o incompatibili.

Due modelli sono sinergici quando l’esercizio dell’uno facilita o pentenzia l’esercizio dell’altro, cioè quando ciascuno aiuta l’altro a raggiungere i suoi scopi.

Due modelli sono incompatibili quando l’esercizio dell’uno ostacola o impedisce l’esercizio dell’altro, cioè quando almeno uno dei due si oppone al raggiungimento degli scopi dell’altro.

Due modelli sono compatibili quando non si ostacolano reciprocamente, senza tuttavia aiutarsi l’un altro.

Chiediamoci dunque in quale misura i nostri modelli di comportamento siano sinergici, compatibili o incompatibili con quelli degli altri.

Sul rapporto con se stessi

Il concetto di rapporto, o di relazione, implica che vi siano almeno due soggetti, o un soggetto e un oggetto, o due oggetti, insomma, due entità tra cui c'è un certo rapporto o una certa relazione.

Quando si parla del "rapporto di un individuo con se stesso" quali sono le due entità? "Individuo" significa "non divisibile", ma nel rapporto con se stessi dobbiamo necessariamente dividere logicamente l'individuo in almeno due parti: l'io cosciente (o la coscienza) e il resto della persona (cioè la parte inconscia, vale a dire tutto ciò che non ha una coscienza a noi accessibile, ovvero il corpo e la mente inconscia).

Insomma, quando parliamo di "rapporto con se stesso", dobbiamo intendere il rapporto tra l'io cosciente e la parte inconscia della persona. Tale rapporto è difficilissimo e incerto perché il secondo termine è inconscio, e comunica con l'io cosciente soltanto mediante un linguaggio non verbale (e quindi non razionale), cioè attraverso le sensazioni, le emozioni e i sentimenti. D'altra parte l'io inconscio ha un controllo molto limitato sul resto della propria persona, limitato ai comandi che può inviare ai muscoli volontari.

Nascondere le proprie doti

L'idea di essere meno dotati di altri (intellettualmente e/o moralmente) è insopportabile per qualunque essere umano. Per questo, se a volte ti sembra di essere più intelligente o saggio di qualcuno, cerca di non farglielo capire. Altrimenti lo metterai a disagio, gli diventerai antipatico, e quello, per rimediare, cercherà di trovare ogni possibile difetto nel tuo carattere, comportamento o visione del mondo. E sicuramente ne troverà almeno uno piuttosto grave. Alcuni tra i più probabili: arroganza, presunzione, narcisismo, rigidità mentale, chiusura alle idee diverse dalle tue, incapacità di autocritica, incapacità di ascoltare gli altri, sicurezza eccessiva, intransigenza, durezza, tendenza a trattare gli altri come stupidi o immorali, insensibilità, freddezza, scarsità di sentimenti e di empatia, bisogno di dimostrare di essere superiore, bisogno di aver sempre ragione, superbia, eccessivo razionalismo, mania di pensare troppo, eccessivo autocontrollo e mancanza di spontaneità, eccessiva serietà, incapacità di leggerezza, mania di giudicare te stesso e gli altri, incapacità di lasciarti andare, di prendere la vita come viene e di viverla pienamente ecc.

Sulla natura umana (ubbidire e comandare)

Ogni essere umano è costituito da due parti più o meno sviluppate: il suo io (cioè la sua parte conscia) e il suo me (cioè il suo corpo e il suo inconscio). Esse sono in continua interazione e comunicazione tra di loro e con il mondo esterno, costituito dagli altri esseri umani, dalle culture e dalla natura.

Ogni essere umano ha due funzioni fondamentali: ubbidire e comandare, e si trova ad ubbidire e/o a comandare al suo io, al suo me, agli altri, alle culture e alla natura in varie modalità, combinazioni e variazioni spaziali e temporali. In altre parole, in ogni momento un essere umano obbedisce e/o comanda ad una o più persone e/o a cose interne e/o esterne. Al suo interno, in particolare, è sempre in atto una interazione tra il suo io e il suo me in quanto una parte cerca continuamente di comandare l'altra, non sempre riuscendoci.

Chi volesse migliorare le sue condizioni o fare una psicoterapia dovrebbe chiedersi a chi o a cosa sta obbedendo e/o cercando di comandare, e a quali fini, per poi decidere eventualmente di ubbidire e/o comandare di più o di meno rispetto a certe persone o cose, e di cambiare i relativi fini.

I miei giochi quotidiani

Ogni giorno che ho la fortuna di vivere consiste in un gioco, anzi in diversi giochi simultanei. Con la morte, che prima o poi avrà la meglio e porrà fine a tutto ciò che mi riguarda, con le malattie sempre in agguato, con le persone in cerca di approvazione, riconoscimenti, compagnia e amore, con gli invidiosi che cercano di emergere criticando gli altri, con i media che cercano di ingannarci e venderci cose di cui non abbiamo bisogno o nocive, con i mistificatori e ciarlatani che vogliono farci credere cose assurde, con quelli che si sopravvalutano, con quelli che vorrebbero comandare ma non sono nemmeno capaci di obbedire, con quelli che hanno rinunciato alla libertà per paura della guerra o della solitudine, con gli illusi che si ostinano a difendere le loro illusioni, con i criminali e gli sfruttatori sempre pronti a sfruttare il prossimo, con il patrimonio culturale pieno di tesori nascosti, con la musica che mi incanta, con il mio corpo che cerco di mantenere in forma, con la mia mente che cerco di tenere sveglia, chiara e soddisfatta, con i miei limiti che cerco di conoscere e superare (se possibile e ne vale la pena), con il caso, da cui discende ogni innovazione etc.

Far parte di un sistema sociale

Abbiamo tutti bisogno di essere parte attiva di un sistema sociale, con le sue regole e modalità di interazione. Esempi di sistemi sociali: una coppia, una famiglia, un gruppo, una schiera, un esercito, una folla, una tifoseria, il pubblico di uno spettacolo, una clientela, un elettorato, una banda di delinquenti, una società, un'associazione, una comunità, un club, un'organizzazione, un'impresa, un progetto, un movimento, una confraternita, una classe di studenti, un comitato, un'alleanza, un'amicizia, un'economia, un coro, un'orchestra ecc.

Far parte di un sistema sociale significa appartenere ad esso, esserne tributari e rinunciare a certe libertà, assumere doveri e diritti particolari, dal momento che ogni sistema ha le sue regole (forme, norme e valori) e solo chi le rispetta vi può appartenere.

Nell'appartenere ad un sistema sociale possiamo conformarci alle sue regole d'interazione convenzionali, oppure tentare di trasgredirle e sostituirle con nuove regole più congeniali, cercando di convincere gli altri membri del sistema ad adottarle. Ma se queste vengono rifiutate veniamo esclusi dal sistema. Cambiare è sempre rischioso.

Confronti tra umani

È inevitabile confrontarsi (consciamente o inconsciamente) con altri esseri umani; tuttavia le buone maniere ci inducono a fingere, o a credere, che siamo tutti uguali, in tutto. La diversità umana ci fa paura, e perciò tendiamo a rimuoverla.

Quanto e in cosa due individui sono uguali o diversi? Quanto e in cosa uno è superiore o inferiore all'altro? 

Siamo simili nella misura in cui ci comportiamo e pensiamo in modi simili, crediamo in cose simili, abbiamo motivazioni simili, abbiamo sentimenti simili, rispettiamo valori simili, disprezziamo cose simili ecc. Allo stesso tempo siamo diversi per fortune, privilegi, risorse, esperienze, conoscenze, credenze, poteri, abilità, moralità, gusti, intelligenze, opinioni, visioni del mondo, visioni della natura umana ecc. 

Sentirsi diversi o superiori in qualcosa rispetto ad un'altra persona è angosciante, problematico e pericoloso. Infatti, se quella non riconosce o non accetta le diversità che noi percepiamo, il rapporto con essa è conflittuale.

Verso chi ci sentiamo in colpa

Se abbiamo trattato ingiustamente una persona possiamo di conseguenza sentirci in colpa. Tuttavia è possibile che il nostro senso di colpa non sia diretto verso la persona vittima della nostra ingiustizia, ma verso la comunità a cui entrambi (noi e la vittima) apparteniamo, perché temiamo di essere espulsi o emarginati da tale comunità a causa della nostra colpa.

In altre parole, suppongo che, a livello inconscio, il senso di colpa non si applichi alle relazioni bilaterali tra individui, ma a quella tra un individuo e la comunità a cui appartiene.

Infatti, se commettiamo una ingiustizia verso uno "straniero" probabilmente non ci sentiamo in colpa, o ci sentiamo in colpa molto meno che nel caso in cui la vittima sia un membro della nostra comunità.

In conclusione, suppongo che il senso di colpa sia un meccanismo biologico che serve soltanto ad assicurare la coesione sociale, ovvero l'appartenenza di ognuno di noi ad una comunità, a causa della nostra interdipendenza. Il senso di colpa esprimerebbe soltanto la paura di essere espulsi dalla comunità e non il timore di rovinare una relazione a due.

Il piacere (e il dolore) della (non) partecipazione

Partecipare significa essere parte di un sistema di parti che interagiscono secondo programmi e margini di libertà che dipendono dalla particolare natura del sistema.

I gruppi sociali sono sistemi a cui gli esseri umani hanno bisogno di appartenere, ovvero di cui essi hanno bisogno di essere parte. Ogni gruppo è caratterizzato da certe forme, norme, valori e ruoli attraverso i quali, e solo attraverso i quali, è possibile interagire.

La non partecipazione ovvero l'isolamento sociale è considerato prova di disumanità. Chi più partecipa è considerato più umano e desiderato, chi meno partecipa è considerato meno umano ed emarginato.

Quando soddisfano il bisogno di partecipare, gli esseri umani provano piacere, quando non vi riescono, dolore e disturbi mentali.

Perciò l'uomo cerca continuamente di partecipare a eventi, movimenti e forme sociali e di raccogliere e condividere prove e riconoscimenti di tale partecipazione, come foto, video, souvenirs, amuleti, simboli, medaglie, trofei, diplomi, regali, opere d'arte, musica, giornali, libri, post in social networks ecc.

Procedura di interazione razionale

Gli esseri umani tendono a interagire in modo automatico, involontario, inconsapevole, secondo modelli culturali più o meno irrazionali, mentre sarebbe più soddisfacente interagire in modo razionale, negoziale, esplicito, consapevole, creativo, produttivo.

Segue un esempio di procedura di interazione razionale:

  • scegliere una persona con cui interagire

  • scegliere cosa scambiare

  • proporre lo scambio o valutare la proposta di scambio altrui

  • se non c'è accordo, proporre uno scambio diverso o valutare una diversa proposta altrui

  • se c'è accordo, effettuare lo scambio

  • dopo lo scambio, valutare il grado di soddisfazione proprio e altrui

  • se la soddisfazione è reciproca, continuare lo scambio (fatte salve le necessarie pause) finché non è più soddisfacente

  • se lo scambio non è (più) soddisfacente tornare all'inizio della procedura



Vedi anche Bisogno di scambio.


Strategie di ottenimento sociale - carote e bastoni

Ogni umano ha bisogno di ottenere certe cose (beni e/o servizi) da altri umani. A tale scopo ognuno mette in atto certe strategie di ottenimento che dipendono da vari fattori tra cui: l'educazione ricevuta, le proprie conoscenze, le proprie esperienze, la propria competitività, il proprio temperamento, l'ambiente culturale in cui vive ecc.

Le strategie di ottenimento (consce o inconsce) possono essere divise in due categorie: quelle coercitive e quelle negoziali.

Nella prima l'altro viene costretto a comportarsi in un certo modo (favorevole al soggetto) con la forza o mediante la minaccia di ricompense negative (il bastone).

Nella seconda l'altro viene indotto a comportarsi in un certo modo (favorevole al soggetto) mediante la promessa e/o l'esecuzione di ricompense positive (la carota).

La vita sociale è dunque costituita da scambi di beni e servizi indotti mediante promesse condizionali di ricompense negative e positive (bastoni e carote).

L'amore e l'amicizia sono relazioni sociali in cui gli scambi di beni e servizi tra due persone sono diventati abituali e strutturali, per cui avvengono spontaneamente, cioè senza costrizioni, né negoziazioni.

Il problema delle interazioni umane

Il problema principale di un essere umano è quello dell'interazione con gli altri. Le questioni sono tante, tra cui le seguenti. Con chi interagire e chi evitare. Come, dove, quando e quanto interagire. Come presentarsi agli altri. A quali norme, forme, valori, etica, costumi, linguaggi conformarsi e quali respingere. Con chi e contro chi allearsi. A chi legarsi e da chi sciogliersi. Quali autorità riconoscere e quali no. Chi rispettare e chi no. Chi criticare e chi no. Chi sfidare e chi assecondare. Chi prendere in considerazione e chi ignorare. Quali libertà prendersi e a quali rinunciare. Cosa rivelare e cosa nascondere di sé. Quale ruolo e rango cercare di avere nella società. A quali gruppi e categorie appartenere e a quali no. Cosa offrire e cosa chiedere. Cosa prendere e cosa lasciare. Cosa dire e cosa tacere. Come competere. Come difendersi dell'ostilità, competizione, invidia e gelosia altrui. Di chi fidarsi e di chi diffidare. Quando attaccare e quando ritirarsi. Quando scappare e quando resistere. Quando discutere e quando lasciar correre. Se cercare di adattarsi alla società o cercare di cambiarla. Se stare soli o in compagnia. Come distribuire il proprio tempo tra le varie persone. In compagnia di chi stare ecc.

Mappe e modelli della realtà

Per tutta la vita ci costruiamo inconsciamente mappe e modelli della realtà e li usiamo per orientarci e scegliere come comportarci, cioè come interagire con il mondo.

Questa è la conoscenza: una quantità di mappe e modelli più o meno complessi, più o meno precisi, più o meno coerenti tra loro e più o meno corrispondenti alla realtà.

Queste mappe e questi modelli riguardano specialmente e soprattutto gli altri esseri umani, le relazioni tra loro, noi stessi e le relazioni tra noi e gli altri.

Ai particolari delle mappe e dei modelli che ci siamo costruiti sono associati sentimenti di piacere o dolore, attrazione o repulsione e le motivazioni corrispondenti alla ricerca del piacere e all'evitamento del dolore. Sulla base di tali mappe e di tali modelli noi elaboriamo inconsciamente le nostre strategie di comportamento e pianifichiamo il nostro futuro.

Di conseguenza, quanto più le nostre mappe e i nostri modelli sono sbagliati o imprecisi rispetto alla realtà, tanto più sbagliato o impreciso è il nostro comportamento, ovvero tanto meno questo è efficace per la soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui.

Sull'esposizione di un essere umano a elementi del suo ambiente

Un essere vivente interagisce continuamente con elementi del suo ambiente. Tali interazioni possono in una certa misura modificare il suo sistema nervoso, ovvero la rete di interconnessione dei propri neuroni.

Le modifiche del sistema nervoso provocate dall'esposizione dipendono da quali sono gli elementi dell'ambiente a cui il soggetto è esposto. Per "esposizione", in questo contesto, intendo la vicinanza e/o l'accessibilità, ovvero la possibilità di percezione da parte del soggetto, dell'elemento a cui esso è esposto.

Un esempio di esposizione è l'accessibilità di un libro che il soggetto può vedere per una possibile lettura. Tale lettura può modificare i contenuti mentali del soggetto in un modo più o meno strutturale o marginale.

In tal senso, il soggetto (l'essere umano) può diventare oggetto (passivo) di una trasformazione causata dall'elemento ambientale, che da oggetto di percezione diventa soggetto (in quanto causa, agente) di una trasformazione, pur non avendone l'intenzione in quanto elemento inanimato.

Se tutto ciò è vero, è importante, per un essere umano, selezionare in modo intelligente gli elementi dell'ambiente a cui esporsi e quelli a cui non esporsi.

Schiavi di paradigmi culturali

Siamo tutti schiavi di paradigmi culturali che definiscono le possibili forme (logiche, etiche ed estetiche) dei nostri pensieri e comportamenti, nel senso che nel pensare e nel fare non siamo capaci di usare forme che non siano previste nei paradigmi applicabili, o abbiamo consciamente o inconsciamente paura di farlo.

I paradigmi culturali non sono immutabili ma cambiano molto lentamente, quasi impercettibilmente e solo in circostanze favorevoli, come le rivoluzioni religiose, politiche, economiche e tecnologiche.

Le tradizioni popolari sono un esempio di paradigmi culturali in quanto definiscono le forme che i membri di una comunità debbono celebrare, ovvero ripetere, rappresentare, presenziare, non solo per poter confermare la loro appartenenza alla comunità, ma anche per interagire con gli altri membri di essa, nel senso che che non sono permesse interazioni libere e immediate, ma solo mediate, ovvero regolate, dalle forme, norme, valori e ruoli caratteristici della comunità in quanto costitutivi del suo paradigma culturale. Tali forme includono costumi, feste, cibi, performance, giochi, gare, arredi, addobbi, cerimonie, maniere, etichette, gusti, dialetti, titoli onorifici ecc.

Esigenze, emozioni, interazioni, responsabilità

Ogni umano è portatore di esigenze più o meno vitali (bisogni, desideri, capricci).

Le esigenze umane, per essere soddisfatte, hanno bisogno dell'interazione con altri umani.

Le emozioni (tra cui il piacere e il dolore) di un umano sono il riflesso della soddisfazione o insoddisfazione delle proprie esigenze.

Ogni umano ha la capacità, e la responsabilità, di soddisfare od ostacolare la soddisfazione delle esigenze di qualcun altro e di causare in tal modo le emozioni piacevoli o spiacevoli corrispondenti.

Ogni umano ha la capacità e la responsabilità di esprimere le proprie esigenze, chiedere agli altri aiuto per soddisfarle e offrire il proprio aiuto per soddisfare quelle altrui.

Quando un umano percepisce un altro umano, il primo cerca soprattutto di determinare in che misura il secondo può favorire od ostacolare la soddisfazione delle proprie esigenze. Più raramente cerca di determinare quali siano le esigenze del secondo e in quale misura egli potrà favorire od ostacolare la loro soddisfazione. I rapporti umani sarebbero molto più soddisfacenti per tutti se ognuno cercasse di conoscere le esigenze altrui.

L'uomo e l'altro

Per un essere umano, l'altro (inteso come altro agente dello stesso tipo di se stessi) è qualsiasi altra persona vivente, l'Altro generalizzato (terrorizzato da G. H. Mead), e Dio (come super-agente immaginario interiorizzato).

In tutti e tre i casi l'altro è percepito come un agente (dotato di volontà e di poteri reali) con cui il soggetto può e/o deve interagire, e dalle interazioni con il quale dipende il proprio benessere e malessere, vale a dire la soddisfazione e la frustrazione dei propri bisogni.

La mente umana (conscia e inconscia) serve a stabilire e a gestire le modalità ottimali di interazione con l'altro in tutte le sue possibili manifestazioni e circostanze.

La migliore strategia di interazione con l’altro consiste (per la mente inconscia) nell’ottenere il suo gradimento nei confronti della nostra persona, e, quando il gradimento non può essere ottenuto, nel fare in modo che l’altro sia costretto ad obbedire alle nostre volontà per timore, in caso contrario, di una punizione da parte nostra, di altri, della comunità in generale, o di Dio.

Diritti e doveri. Economia delle aspettative.

Le interazioni tra esseri umani sono insoddisfacenti quando non c'è corrispondenza tra le reciproche aspettative. Cioè quando l'uno si aspetta dall'altro dei comportamenti che l'altro non è disposto ad adottare. Avviene infatti spesso che l'uno tende ad attribuire all'altro dei doveri e delle responsabilità, e a se stesso dei diritti e delle libertà, che l'altro non riconosce o riconosce in misura insufficiente. In altre parole, ognuno vorrebbe dall'altro più di quanto l'altro sia disposto a dargli.

Il problema è aggravato dal fatto che spesso uno considera le proprie aspettative nei confronti dell'altro, come diritti e, di riflesso, come doveri dell'altro nei propri confronti, dando luogo, quando le aspettative vengono disattese, a rivendicazioni e risentimenti più o meno profondi e duraturi.

I rapporti umani sarebbero più facili e soddisfacenti se si evitasse di vederli in termini di diritti e/o doveri naturali. Infatti, diritti e doveri non esistono a priori, ma dovrebbero essere il risultato di negoziazioni, contratti o accordi espliciti, così che non ci siano fraintendimenti su di essi e ognuno possa scegliere, senza farsi illusioni e senza pretese irrealistiche, le persone più adatte con cui interagire.

Bisogno e difficoltà di fare cose insieme

Noi esseri umani abbiamo un bisogno innato e strutturale di fare cose insieme ai nostri simili, come giocare, lavorare, scambiare idee, beni, servizi, eros ecc.

Il problema è che per poter fare cose insieme dobbiamo accordarci sulle cose da fare e su come farle.

Infatti ognuno vorrebbe "giocare" al "gioco" che gli è più congeniale, in cui è più competitivo o favorito, o di cui ha più bisogno o desiderio.

Succede perciò frequentemente che tra coloro che intendono fare cose insieme nascano conflitti per quanto riguarda la scelta dei tipi di interazione e delle regole da rispettare. Queste includono gli obiettivi da raggiungere, gli obblighi, i divieti, i principi logici, etici ed estetici da applicare, l'epistemologia su cui basarsi e i ruoli (funzionali e gerarchici) che in tale quadro ciascuno dovrebbe assumere.

Il problema è aggravato dal fatto che tipicamente tali conflitti non vengono gestiti in modo esplicito, mediante negoziati franchi e chiari. Per ottenere ciò che si vuole sono invece generalmente messe in atto manovre nascoste, dissimulate e mistificate in nome di un fantomatico buon senso soggettivo e arbitrario, o della comune consuetudine.

Conversazioni sulla normalità

Quando due o più persone che si conoscono conversano sorridendo, e ogni tanto ridono sonoramente, di cosa parlano? Perché sorridono? Perché ridono?

Suppongo che tutti i discorsi conviviali vertano inconsapevolmente intorno al concetto di “normalità” culturale. Infatti sentirsi normali fa piacere, e considerare con ambivalenze, dubbi, e sorprese la normalità di qualcuno può avere effetti umoristici.

Confermare reciprocamente la propria normalità è rassicurante, come pure il confermare quali siano i criteri della normalità da applicare in un certo contesto sociale.

I più loquaci tra i presenti raccontano qualche fatto che è capitato loro, o che hanno saputo da qualcun altro, e il loro racconto è cosparso di esami di normalità, cioè di considerazioni sulla normalità o meno di certi comportamenti di qualche personaggio, o di se stessi.

Insomma, suppongo che una normale conversazione conviviale consista in discorsi sulla normalità, ovvero in resoconti di avvenimenti, e analisi di normalità dei comportamenti dei personaggi coinvolti.

Se questo è vero, il valore che sottende le conversazioni amicali è dunque la normalità, declinata secondo gli schemi e i codici comportamentali di una certa cultura.

Accordo e disaccordo

Essere in disaccordo con qualcuno è sempre causa di problemi. Infatti gli esseri umani, essendo interdipendenti, hanno sempre bisogno della cooperazione altrui, e questa è ostacolata o resa impossibile dal disaccordo.

In caso di disaccordo tra due individui su questioni importanti, ci sono generalmente tre opzioni:
  • i due smettono di cooperare e vanno pacificamente ognuno per la propria strada

  • uno dei due si adatta (volente o nolente) ai desideri dell'altro

  • i due si fanno la guerra (unilateralmente o bilateralmente)

Prima di scegliere una delle opzioni suddette, ognuno cerca di costringere l'altro ad adattarsi al proprio "diapason", cioè alla propria mentalità o al proprio volere.

Questo tentativo può essere accompagnato da minacce più o meno esplicite di punizioni, tra le quali la fine della cooperazione, la svalutazione morale e/o intellettuale dell'altro o il ricorso a violenze (fisiche o psicologiche).

Perciò accade spesso che le persone siano d'accordo (o nascondano il loro disaccordo) per paura della solitudine o dell'ostilità che una palese discordanza potrebbe causare.

Suppongo che un disaccordo celato sia causa di stress psichico e di insoddisfazione.

I rapporti tra il mio me e i me altrui

Quando si parla di rapporti umani occorre intendere esattamente tra chi e chi, considerando che ogni essere umano ha una parte conscia (l'io) e una inconscia (il me).

Infatti, il rapporto tra me ed una persona x è scomponibile nei seguenti rapporti, ognuno dei quali è bidirezionale :

  • tra il mio io e l'io di x

  • tra il mio io e il me di x

  • tra il mio me e l'io di x

  • tra il mio me e il me di x

  • tra il mio io e il mio me

  • tra l'io di x e il me di x


Tali rapporti possono essere più o meno coerenti, e convergenti.



Il rapporto più problematico è quello tra il me dell'uno e il me dell'altro, perché i me sono inconsci e irrazionali. Tuttavia quello è il rapporto più importante sia perché prevalente, sia perché ha a che fare con la soddisfazione dei bisogni.

La libertà è pericolosa e costosa

Noi umani non siamo liberi perché siamo interdipendenti e abbiamo bisogno di appartenere a qualche comunità.

Per far parte di una comunità bisogna pensare, sentire e comportarsi secondo le sue regole, ovvero rispettare i suoi obblighi e suoi divieti. In altre parole, occorre adottare i valori (cioè la logica, l'etica e l'estetica) della comunità stessa.

Nel migliore dei casi siamo liberi di cambiare comunità di appartenenza, cioè di scegliere a quale comunità "dedicarci", ovvero i modi e le forme in cui rinunciare alla libertà stessa, a chi regalarla.

La libertà da qualsiasi vincolo sociale è molto rischiosa ed ha costi altissimi in quanto ci isola, e l'isolamento sociale è frustrante, doloroso e mortale. Perciò una tale libertà non è sostenibile e si può "sopportare" solo per poco tempo.

Una diffusa causa di infelicità è la difficoltà di trovare una comunità adatta al proprio temperamento, al proprio carattere, alle proprie capacità, alle proprie conoscenze e a propri gusti.

Viceversa, chi ha trovato una comunità adatta a sé non sente il peso dei vincoli da essa imposti (i quali possono perfino essere fonti di piacere) e si illude di essere libero.

Una rete di relazioni

La società è una rete di relazioni formate dal caso, dai bisogni e dalle risorse di ciascuno dei suoi membri.

Una relazione è una conoscenza reciproca tra due persone che include i possibili modi di interazione tra di esse, ovvero ruoli, posizioni gerarchiche, simpatie, antipatie, regole, norme, valori, tradizioni, capacità, linguaggi, obblighi, divieti, libertà, diritti, doveri, ricordi di interazioni passate, interessi e opinioni più o meno convergenti, altre relazioni più o meno compatibili ecc.

Il comportamento sociale di un individuo, ovvero le sue interazioni con gli altri, dipendono dalle sue relazioni sociali, e queste dipendono a loro volta dal comportamento sociale degli individui coinvolti, in un rapporto di causa-effetto circolare.

Il comportamento sociale umano è motivato da un bisogno innato di interazione sociale da cui si sviluppano, per effetto di particolari predisposizioni genetiche ed esperienze, diverse strategie di interazione per cui un soggetto si pone rispetto agli altri in posizioni e atteggiamenti più o meno dominanti, remissivi, gregari, conformisti, anticonformisti, docili, ribelli, difensivi, aggressivi, violenti, repulsivi, cooperativi, manipolatori, empatici, accudenti ecc.

Sulle conversazioni e le interazioni

Quando due persone s’incontrano, si pone il problema della scelta del tema di conversazione o del contesto di interazione, che auspicabilmente dovrebbe essere gradito a entrambe le parti. Di solito colui che meno si cura del gradimento altrui sceglie il tema o il contesto che preferisce, e lo impone all’altro. A quest'ultimo non resta che subire tale scelta, oppure opporsi esplicitamente ad essa. Raramente il tema o il contesto vengono negoziati apertamente prima dell’interazione.

Quando più di due persone s’incontrano, trovare un tema o contesto gradito a tutti è ancora più difficile, e una negoziazione ancora meno probabile, tanto più quanto maggiore è il numero dei presenti. In tal caso succede normalmente che le persone più estroverse e quelle meno attente ai desideri altrui conducano la conversazione nella direzione da loro preferita, col risultato che i meno interessati al tema o al contesto scelto dagli altri non partecipano attivamente né piacevolmente alla conversazione o interazione.

Per questo di solito le persone si incontrano e interagiscono preferibilmente con persone simili riguardo ai temi di conversazione e ai contesti di interazione preferiti.

Ciò che più conta nei rapporti umani

Una delle cose più importanti per un essere umano, ovvero un suo bisogno fondamentale, è quello di evitare di essere oggetto di giudizi negativi da parte degli altri, sia sul piano morale che su quello intellettuale.

Ne consegue che qualunque idea che possa direttamente o indirettamente mettere in discussione il carattere morale e intellettuale di una persona, o discordare con la sua visione del mondo, viene da quella persona consciamente o inconsciamente osteggiata a priori e in blocco, sia a livello cognitivo che emotivo, in modi che vanno dall'antipatia all'accusa di incompetenza, a quella di arroganza, alla ricerca di difetti caratteriali nell'interlocutore, fino alla reazione aggressiva.

Ciò significa che per interagire in modo cooperativo e non violento con una persona occorre evitare di esprimere idee contrastanti (direttamente o indirettamente) con la sua visione del mondo.

Infatti, all'uomo non interessa la verità in assoluto, ma solo gli elementi di verità compatibili con la propria autostima, ovvero da cui si evince che la loro personalità è buona e giusta e quindi degna di stima. Tale interesse guida le persone nella scelta degli autori da leggere o non leggere, e delle persone da frequentare o ignorare.

Differenze umane e incomprensione

L'interazione sociale civile tra due persone è possibile solo se almeno uno dei due è capace di assumere l'attitudine dell'altro, ovvero di capire il punto di vista, le motivazioni e le preferenze dell'altro.

Infatti, l'uomo è l'unico animale capace di farlo, anche se vi riesce solo in parte e spesso in modo insufficiente per interagire in modo costruttivo.

Ovviamente, capire non significa approvare o condividere. Tuttavia, per poter approvare o disapprovare è neccessario prima capire, altrimenti l'approvazione o disapprovazione sarà infondata e irrazionale.

La cosa più importante per un essere umano, dopo aver soddisfatto i suoi bisogni fisici, è avere dei buoni rapporti con gli altri. Per avere buoni rapporti con gli altri è necessario comprendere gli altri, ovvero capire i punti di vista, le motivazioni e le preferenze delle persone con cui si interagisce, ma questo è tanto più difficile quanto più uno è diverso dall'altro.

Ne consegue che la pace sociale e la cooperazione sono tanto più difficili quanto maggiori sono le differenze tra i membri di una comunità.

Tuttavia una società può progredire solo grazie alle persone che sono molto diverse dagli altri e perciò capaci di innovare.

Attitudini sociali


Per quanto riguarda la determinazione di con chi, in quali ruoli e con quali regole interagire, una persona può avere diverse attitudini, che ho raggruppato nei tipi seguenti elencati in ordine di frequenza, il primo essendo il più comune, l'ultimo il più raro.

1) Subire, seguire, eseguire, obbedire, adattarsi, conformarsi, rassegnarsi, arrendersi, affiliarsi, accettare le regole altrui (di singoli o della comunità).

2) Scegliere, selezionare, discriminare, distinguere, emigrare, deviare, ribellarsi, rifiutare, abbandonare, ignorare, cambiare, cercare il meglio disponibile.

3) Imporre, guidare, dominare, comandare, costringere, istruire, forzare, nominare, ordinare, ingiungere, esigere, attribuire, affermare, asserire, imporre agli altri le proprie volontà, gusti, idee, opinioni, vedute, preferenze, regole.

4) Inventare, trasformare, riformare, congegnare, progettare, costruire, creare nuove forme, paradigmi, etiche, estetiche, regole, giochi, modalità, mode, modelli, metodi e ruoli per interagire.

Tali attitudini non sono mutuamente esclusive. Ogni persona può esercitarle tutte con frequenze e pesi diversi, ovvero con inclinazioni e tendenze particolari verso alcune di esse.

Economia del bene e del male

Dagli altri dobbiamo aspettarci il bene e il male, secondo logiche consce e inconsce scritte nelle menti di ognuno, analogamente al software di un computer.

Tali logiche, che innescano sentimenti, cognizioni e motivazioni, tengono conto di vari fattori, tra cui il comportamento altrui in generale, e in particolare quello più o meno favorevole nei confronti del soggetto, nel passato e nel presente.

In altre parole, gli altri ci trattano a seconda di come ci percepiscono e di come noi li trattiamo, ovvero a seconda del bene e del male che esercitiamo verso di loro (o che essi percepiscono come tale).

Ovviamente la dinamica è reciproca. Infatti, le interazioni tra esseri umani sono caratterizzate da retroazione bidirezionale, vale a dire che le transazioni da A verso B sono influenzate da quelle da B verso A, e viceversa.

Pertanto, è della massima importanza conoscere le logiche secondo le quali noi e gli altri decidiamo (consciamente o inconsciamente) il bene e il male da esercitare nei confronti del prossimo.

Tale conoscenza ci permette di correggere e migliorare il nostro "software" al fine di ottimizzare i nostri rapporti con gli altri in termini di soddisfazione reciproca.

Interdipendenza psicologica

A mio parere, noi umani siamo interdipendenti non solo economicamente, ma anche e soprattutto psicologicamente. Perché altri umani ci hanno insegnato a pensare, a comunicare, a ragionare, a sragionare, a mentire, il bene, il male, il bello, il brutto, il vero, il falso, i diritti, i doveri, gli obblighi, i divieti, il giusto, l'ingiusto ecc.

"Naturalmente" (cioè come prescritto nella e dalla nostra natura biologica), anche ognuno di noi insegna qualcosa agli altri, specialmente ai più giovani, ai più deboli, ai più bisognosi, ai più sprovveduti, ai più sciocchi e ai più malleabili.

Con il crescere dell'età è sempre più difficile apprendere e ancora di più disapprendere.

René Girard ci dice che l'apprendimento psicologico (ovvero "culturale") avviene per un processo automatico di imitazione caratteristico della nostra specie. Se ciò è vero, come suppongo, probabilmente i neuroni specchio hanno un ruolo fondamentale in tale processo.

La nostra interdipendenza psicologica era già stata osservata e descritta da George H. Mead, da cui abbiamo appreso che la psiche è una costruzione sociale,. In altre parole, essa non potrebbe formarsi né svilupparsi al di fuori di un contesto sociale (reale o immaginario).

Sulle possibilità di cooperazione tra due persone

Quando due persone si incontrano, ciascuna è guidata da due «direttori» che possono avere idee conflittuali su come interagire con la persona incontrata. Il primo direttore è l'inconscio, il secondo è l'io cosciente. Il direttore che prevale in caso di conflitto tra le rispettive volontà è solitamente l'inconscio.

La logica dell'inconscio è sostanzialmente emotiva, nel senso che esso comanda di assecondare le attrazioni e le repulsioni che si sono formate a seguito delle esperienze vissute; la logica dell'io cosciente dipende dalle conoscenze apprese riguardanti i rapporti interpersonali.

La logica razionale che io ritengo più efficace per determinare come intergaire con una data persona dipende dalle risposte alle seguenti domande:

  • Cosa abbiamo in comune?

  • Cosa abbiamo non in comune?

  • Cosa le offro?

  • Cosa le chiedo?

  • Cosa mi offre?

  • Cosa mi chiede?

In altre parole, le possibilità di cooperazione tra due persone dipendono da ciò che esse condividono e ciò che non condividono, e dall'incontro tra le domande e le offerte espresse esplicitamente o implicitamente da ciascuna di esse.

Governatori governati

Ogni essere umano è al tempo stesso governatore e governato, nel senso che ognuno governa se stesso, gli altri e il resto del mondo, ed è governato da se stesso (ovvero dal suo inconscio e dal suo programma genetico), dagli altri e dal resto del mondo.

Governare un ente significa cercare di indurlo a comportarsi in un certo modo a certi fini, dopo aver stabilito quali fini cercare di realizzare con, e per, l'ente stesso.

Governare significa anche adattare i fini alle circostanze, ovvero alle possibilità.

Chi governa un ente dovrebbe essere consapevole della reciprocità del governo, cioè del fatto che l'ente che sta cercando di governare, a sua volta sta cercando in qualche modo di governarlo.

In altre parole, nell'interazione tra A e B, A cerca di governare B e al tempo stesso B cerca di governare A, vale a dire che ognuno cerca (consciamente o inconsciamente) di ottenere qualcosa dall'altro, qualcosa che può essere un bene materiale o immateriale, un certo comportamento o un certo sentimento, per soddisfare qualche bisogno.

Questo è un modo sistemico/relazionale di considerare le interazioni tra enti, specialmente per quanto riguarda le interazioni sociali, biologiche ed ecologiche.

Il problema della fedeltà

La fedeltà è un fenomeno sociale che consiste nell’impedire ad una persona che ha stabilito certe relazioni sociali (per scelta o per necessità), di sostituirle con altre per essa più soddisfacenti.

La fedeltà è stata  inventata e imposta come obbligo morale a vantaggio di coloro che rischiano di essere rifiutati dai loro partner, e a svantaggio di coloro che sono insoddisfatti di una certa relazione e vorrebbero sostituirla con una più soddisfacente.

La fedeltà costituisce dunque una limitazione della libertà di selezione sociale e una cristallizzazione dello statu quo delle relazioni umane, indipendentemente dalla loro qualità.

La persona infedele viene considerata immorale in quanto pericolosa per l’ordine sociale, e un cattivo esempio di comportamento che potrebbe danneggiare tutti coloro che temono di essere rifiutati dai loro partner.

Concludendo, la fedeltà serve a proteggere le persone meno competitive che, a causa della propria minore competitività, hanno minori possibilità di scegliere i loro partner e di sostituire le proprie relazioni sociali con altre più soddisfacenti.

Tipi di interazione

La vita dipende da interazioni di vario tipo tra vari tipi di entità.

Volendo tracciare una tipologia di interazioni, mi vengono in mente una serie di tipologie:

  • Reale vs. immaginaria

  • Tra due singoli, tra un singolo e un gruppo, tra due gruppi

  • Omogenea vs. eterogenea (tra due entità viventi, tra entità vivente e entità non vivente, tra due entità non viventi)

  • Conscia vs. inconscia

  • Volontaria vs .involontaria

  • Ludica vs. economica (produttiva)

  • Sessuale vs. non sessuale

  • Simmetrica vs. complementare

  • Negoziata vs. violenta

  • Rituale vs. creativa

  • Bilaterale vs. multilaterale

  • Monomediale vs. multimediale

  • Monocanale vs. multicanale

  • Unidirezionale vs. bidirezionale

  • Semplice vs. complessa

  • Simbiotica vs. parassitaria

  • Finalizzata vs. casuale

  • Simbolica vs. materiale

  • Spontanea vs. premeditata

  • Automatica vs. ragionata


Vedi anche Conoscenza e interazioni

Attrazioni e repulsioni

La vita è causa ed effetto di attrazioni e repulsioni.

Ogni essere vivente è soggetto e oggetto di attrazioni e repulsioni nei confronti di altri esseri (viventi e non viventi).

Tra due esseri viventi ci possono essere attrazioni e repulsioni più o meno consce, inconsce, palesi, nascoste, sincere, mistificate, reciproche, non reciproche (simmetriche, asimmetriche, concordanti, discordanti).

Manifestare apertamente e sinceramente le proprie attrazioni e repulsioni può essere oggetto di "giudizio sociale" più o meno positivo o negativo. Pertanto tendiamo a nascondere e/o a mistificare (consciamente o inconsciamente) le nostre attrazioni o repulsioni in modo da ottenere il giudizio sociale più conveniente.

Attrazioni e repulsioni verso uno stesso oggetto possono costituire un "doppio vincolo" psicopatogeno.

Vedi anche "Triangoli relazionali".

 

Giocare col gioco

Un essere umano, normalmente, non interagisce direttamente con un altro membro della stessa specie, ma con una struttura mentale a cui entrambi appartengono e che è regolata da certe regole accettate e rispettate da entrambi.

Il rapporto è simile a quello di un giocatore, che non interagisce direttamente con un altro giocatore, ma con il gioco che stanno giocando.

È come se ogni giocatore osservasse un suo robot in uno schermo TV mentre gioca con un altro robot, e decidesse le prossime mosse del suo robot sulla base della situazione del gioco.

Il gioco degli scacchi è una metafora di quanto ho affermato. Infatti, le mosse di ciascun giocatore vengono decise sulla base delle posizioni delle rispettive figure, per cui, a tutti gli effetti, ogni giocatore gioca, ovvero interagisce, con il gioco, più che con l'avversario. Infatti, i giocatori non si toccano mai, né hanno bisogno di dirsi alcunché, essendo le regole del gioco note a, e accettate da, entrambi.

Nella vita reale le figure degli scacchi sono sostituite dagli atti e dalle parole che gli interattori si scambiano, e in ogni momento è come se, su una scacchiera ideale, ci fossero delle figure posizionate in un certo modo corrispondente alle cose che ciascun giocatore ha fatto o detto nella partita in corso.

L'influenza del passato sul presente e la paura dell'emersione dei segreti

Quando una persona X interagisce con una persona Y, ognuno di essi porta con sé il suo vissuto, dalla nascita a un attimo prima dell'attimo presente. Quel vissuto, non soltanto è suscettibile di essere ricordato e narrato all'altro, ma influenza l'atteggiamento verso quest'ultimo.

Per esempio, se X, prima di incontrare Y ha pensato ad esso in termini spregiativi, durante l'incontro rischia che quel disprezzo emerga seppure in modo indiretto, implicito o inconscio; ovvero non potrà interagire tranquillamente con Y come se non lo avesse mai disprezzato.

Infatti, il passato disprezzo, se non compensato da una apprezzamento uguale o maggiore intervenuto successivamente, influenzerà l'interazione, come minimo dando luogo ad una tensione ovvero una preoccupazione, precauzione o timore che esso emerga inavvertitamente e involontariamente.

Lo stesso vale per eventuali attività considerate disdicevoli o vergognose (anche indipendentemente dai rapporti con l'altro), e che perciò è opportuno mantenere segrete.
 
Per questo, affinché X possa avere un'interazione rilassata con Y, occorre che X non abbia fatto di recente alcuna azione che Y potrebbe considerare riprovevole e che X abbia pensato ad Y in modo positivo o neutro, ovvero senza giudizi negativi.

Interazioni con esseri viventi vs. con macchine intelligenti

L’uomo ha un bisogno innato di interagire simbioticamente con altri esseri viventi e trae piacere da tali interazioni quando queste danno luogo ad una cooperazione.

La tecnica in generale, e l'informatica in particolare, hanno dapprima facilitato le interazioni naturali e reali, ma hanno poi finito per sostituirle (parzialmente o totalmente) con altre artificiali e virtuali.

Infatti oggi l’uomo interagisce sempre più con computer e macchine automatiche e sempre meno con esseri viventi e ambienti naturali.

A mio parere, le interazioni “meccaniche” non solo non soddisfano a sufficienza il bisogno genetico di interazione (causando frustrazioni), ma mettono l’uomo sempre più a rischio di essere controllato e manipolato su vasta scala da algoritmi creati non per il suo bene, ma per quello di altri.

Inoltre l’uomo, mentre impara ad interagire con le macchine, rischia di disimparare ad interagire con i suoi simili in modo “naturale”, ovvero non mediato dalle macchine stesse.

In conclusione, dovremmo vigilare affinché l’uso dell’informatica e delle telecomunicazioni non ci induca a rinunciare alle interazioni naturali, reali e dirette con altri esseri viventi, le sole in grado di farci stare "realmente" bene se scelte e gestite appropriatamente.

Etica interattiva

Ci sono domande che un agente mentale inconscio dentro di noi si fa continuamente e che determina le nostre emozioni, le nostre motivazioni involontarie e gran parte del nostro comportamento sociale. Su di esse si basa un'etica inconscia delle interazioni, per le interazioni. Ecco le domande.

  • Ciò che feci, ciò che ho appena fatto, ciò che sto facendo, ciò che sto per fare, ciò che farò, che conseguenze avranno nelle mie interazioni con gli altri?


  • Ciò che non feci, ciò che ho non appena fatto, ciò che non sto facendo, ciò che non sto per fare, ciò che non farò, che conseguenze avranno nelle mie interazioni con gli altri?

Le conseguenze potranno essere più o meno favorevoli alle interazioni con gli altri, ovvero potranno facilitarle o renderle difficili se non impossibili, potranno renderle più o meno gradevoli o sgradevoli, soddisfacenti o insoddisfacenti rispetto ai propri bisogni e desideri (consci e inconsci), e a quelli altrui. E, specialmente, potranno far aumentare o diminuire la stima, il rispetto, la benevolenza, l'attrazione, la cooperazione e l'aggressività degli altri verso noi e favorire o sfavorire la nostra appartenenza alla comunità a cui desideriamo appartenere.

Questo agente mentale somiglia vagamente al Super-io freudiano.

Il tabù delle gerarchie e della competizione

Il tema della gerarchia in un sistema sociale è spesso censurato e mistificato. Si cerca infatti spesso di nascondere il fatto che esiste una concorrenza più o meno violenta per ottenere e mantenere le posizioni gerarchiche più elevate, cioè per avere più potere, più possedimenti, più autorità, più prestigio, più onore, più stima, più gloria.

Coloro che occupano le posizioni più elevate, e quindi le classi e le persone dominanti in ogni campo, tendono infatti a giustificare in vari modi le loro stesse posizioni privilegiate e non vedono di buon occhio, e osteggiano coloro che le mettono in discussione, le contestano o le sfidano.

Spesso, inoltre, ci sono alleanze tra il potere politico e quello religioso per legittimare e giustificare reciprocamente i poteri stessi, al punto che la contestazione del potere politico può essere considerata un peccato religioso, e la contestazione del potere religioso un reato civile o politico.

Tutta la vita sociale, la cultura e perfino la scienza sono tanto impregnate di lotta per il predominio gerarchico quanto impegnate a nascondere e a negare la lotta stessa e i loro conflitti di interesse.

Risultato è che l'umiltà e la modestia sono considerate virtù e la presunzione e l'arroganza difetti. Tutto ciò serve solo a scoraggiare la competizione, a vantaggio di chi dalla competizione avrebbe da perdere.

Occasioni sociali

L'uomo ha bisogno di interagire con altri, ma non può farlo liberamente, essendo psicologicamente condizionato dall'Altro generalizzato (termine usato da George Herbert Mead per indicare l'insieme dei possibili ruoli sociali conosciuti da un individuo attraverso le sue passate interazioni con gli altri)

Una persona può dunque interagire con gli altri solo nell'ambito di "occasioni sociali" (ovvero configurazioni di luoghi, tempi, forme, modi, linguaggi e ruoli) stereotipate, predefinite e approvate dalla comunità così come l'individuo le ha percepite, interiorizzate e associate all'Altro generalizzato.

Le feste, pubbliche o private, sono esempi di tali "occasioni sociali". Altri esempi sono i rapporti di lavoro, quelli commerciali, turistici, istituzionali ecc.

Anche nei rapporti familiari e amicali lo spirito della comunità è sempre presente in retroscena come mediatore che stabilisce i possibili ruoli e i significati delle espressioni nelle interazioni.

In teoria gli esseri umani sarebbero in grado di interagire liberamente, ovvero di inventare e negoziare liberamente i ruoli e le regole delle loro interazioni, ma ciò richiede conoscenze psicologiche ancora oggi molto rare, per cui si preferisce continuare ad interagire entro i limiti stabiliti dai consueti paradigmi culturali.

Il problema del cambiamento personale

Credo che qualsiasi cambiamento di una persona abbia un impatto più o meno grande, favorevole o sfavorevole, nella vita di una o più altre persone e, il più delle volte, è favorevole ad alcuni e sfavorevole ad altri.

Per questo ogni cambiamento personale è, secondo me, problematico e anche per questo l'essere umano è poco propenso a cambiare, o ha una paura conscia o inconscia di farlo. Non parlo di cambiamenti esteriori come cambiare pettinatura o abito, ma di cambiamenti nel comportamento, soprattutto se riguardano una crescita personale, una responsabilità, una posizione politica, filosofica, etica o religiosa, lo stile di vita o interessi culturali.

Per esempio, la crescita personale di una persona, cioè una maggiore conoscenza, cultura, indipendenza intellettuale, libertà da condizionamenti, intelligenza, assertività, status sociale, può dare fastidio a coloro non beneficiano di tale cambiamento e si ritrovano sfavoriti nel confronto con chi è cresciuto più di loro. E' come se il loro status sociale fosse diminuito. Infatti lo status sociale di una persona è sempre relativo a quello altrui, e se quello di uno sale, quello altrui scende più o meno. Nello status ciò che conta è la differenza tra le persone.

Per concludere, chi intende cambiare nel senso di una crescita personale, deve tener conto del fatto che il suo cambiamento sarà probabilmente sgradito a qualcuno.

Autorità regolatrici e pragmatica delle interazioni

In una interazione tra A e B, A può fare a B:

  • ciò che A vuole e B vuole (con o senza il consenso di C)

  • ciò che A vuole e B non vuole (con o senza il consenso di C)

  • ciò che A non vuole e B vuole (con o senza il consenso di C)

  • ciò che A non vuole e B non vuole (con o senza il consenso di C)

  • ciò che C vuole (con o senza il consenso di A e B)

dove C è una terza persona reale o immaginaria, interiorizzata in A e/o in B.

La scelta tra le diverse opzioni dipende da logiche consce o inconsce che comprendono valutazioni e confronti tra le posizioni gerarchiche di A, B e C rispetto a diversi tipi di gerarchie di valori.

Una transazione da A a B può essere esecutiva, interrogativa, responsiva. Le transazioni esecutive possono essere arbitrarie, negoziate e minacciate.

Le transazioni interrogative e responsive consistono solo in informazioni, quelle esecutive nel trasferimento di energie, sostanze, oggetti o informazioni.

Le transazioni non volute dal ricevente sono definibili come violente.

Le minacce sono un particolare tipo di transazione interrogativa in cui A chiede a B di accettare una certa transazione avvertendo che in caso di rifiuto procederà comunque, con o senza penalizzazioni ulteriori.

Sulla selezione sociale

Una cosa delle cose che più ci dividono è, a mio avviso, l'istinto, e la libertà, di selezione sociale, per cui è «naturale» che ogni individuo selezioni le persone con cui interagire e con cui stabilire relazioni, nel senso di scegliere le persone ritenute più vantaggiose, più attraente, più promettenti, o, semplicemente, più adeguate alla propria personalità e al proprio status.

A causa di tale selezione si crea una barriera tra il selezionatore e i non selezionati, ovvero i “rifiutati”.

La faccenda è complicata per il fatto che la selezione (o il rifiuto) potrebbero non essere simmetrici, allorché tra due persone A e B, A sceglie B, ma B rifiuta A. 

Inoltre, selezione e rifiuto possono essere reali o presunti, nel senso che una persona potrebbe sentirsi erroneamente rifiutata da un’altra anche quando il rifiuto non sussiste. La barriera più grande si ha quando tra due persone ciascuna si sente rifiutata dall’altra.

Selezione e rifiuto possono essere causati e/o accompagnati da giudizi morali o intellettuali. Ogni umano teme naturalmente di essere socialmente rifiutato. Per questo motivo molti hanno paura di essere giudicati, e, di conseguenza, considerano il giudicare un esercizio pericoloso e ingiusto, da evitare se possibile.

Psicodinamiche tra due persone

Suppongo che nelle interazioni tra due persone X e Y avvengano in molti casi le seguenti dinamiche psicologiche consce o inconsce.
  • X percepisce Y; la sua percezione è mediata dalla sua visione del mondo e dal suo "copione di comportamento" generale;
  • X interpreta le cognizioni, i sentimenti e le motivazioni (cioè i pregiudizi e il "copione di comportamento") di Y verso varie entità, tra cui X stesso;
  • X (di conseguenza) ha certi pregiudizi e un certo "copione di comportamento" (cioè certe cognizioni, certi sentimenti e certe motivazioni) verso Y;
  • X (di conseguenza) ha un certo grado di attrazione (amore, apprezzamento, fiducia) e un certo grado di repulsione (odio, disprezzo, diffidenza) verso Y;
  • X teme di essere punito da Y per l’eventuale manifestazione della sua repulsione verso Y stesso;
  • X si aspetta di essere premiato da Y per l’eventuale manifestazione della sua attrazione verso Y stesso;
  • X (di conseguenza) tende a nascondere repulsione e a manifestare o simulare attrazione verso Y;
  • X teme che Y scopra la verità riguardo ai propri pregiudizi, alla propria visione del mondo, al proprio "copione di comportamento", ai propri occultamenti e alle proprie simulazioni in generale e verso Y in particolare;
  • In X tale timore è causa di stress, disagio psichico e mancanza di spontaneità verso Y.

Influenze reciproche tra sentimenti propri e altrui, e tra sentimenti e opinioni.

Ogni umano ha certi sentimenti (giudizi emotivi) e certe opinioni (giudizi cognitivi) verso ogni altro essere umano (conosciuto o immaginato), e percepisce o immagina i sentimenti e le opinioni di ogni altro umano verso se stesso.

Esistono influenze reciproche, nel senso di una certa coerenza, tra i sentimenti e le opinioni di una persona A verso una persona B e i sentimenti e le opinioni di B verso A, così come A li percepisce o li presume. Intendo dire, ad esempio, che se A presume di essere simpatico (o antipatico) a B, A tenderà a trovare B simpatico (o antipatico).

Suppongo anche che esistano influenze reciproche tra i sentimenti di A verso B e le opinioni di A verso B, nel senso che le opinioni tendono a giustificare i sentimenti e viceversa.

Intendo dire che c'è normalmente una coerenza tra sentimenti ed opinioni, e che certi sentimenti generano certe opinioni, così come certe opinioni generano certi sentimenti. Ed essendo la relazione reciproca, è difficile determinare se vengano prima i sentimenti o le opinioni.

A causa della naturale coerenza tra sentimenti ed opinioni, entrambi si rinforzano reciprocamente, a tal punto che è poco probabile che un individuo cambi i suoi sentimenti e le sue opinioni verso gli altri. Nei rari casi in cui ciò avviene, il cambiamento riguarda normalmente sia i sentimenti che le opinioni, simultaneamente.

Sulle cause della prostituzione femminile

La prima causa della prostituzione femminile è l’istinto sessuale, che spinge molte persone di sesso maschile a copulare con persone di sesso femminile.

La seconda causa principale è il fatto che quasi nessuna persona di sesso femminile è disposta a copulare con una di sesso maschile senza avere qualcosa in cambio in denaro, in beni o in impegni relazionali (cioè in legami duraturi), e/o se il candidato non è di proprio gradimento da un punto di vista estetico, erotico e/o morale.

La terza causa principale è che quasi nessuna persona di sesso maschile è disposta a legarsi per lungo tempo ad una di sesso femminile solo per avere un rapporto sessuale. Infatti quel prezzo è da molti uomini ritenuto eccessivo, in quanto enormemente più alto rispetto a quello richiesto da una prostituta.

Il legame matrimoniale, d’altra parte, spesso non riesce a soddisfare l’istinto sessuale degli uomini, che tende ad affievolirsi con l’abitudine e a ravvivarsi con la novità.

Tutto ciò non esclude che vi siano uomini che non siano interessati alla prostituzione o che preferiscano avere rapporti sessuali solo nell’ambito di legami duraturi ed esclusivi, per vari motivi (temperamento, moralità, gelosia, timore di contrarre malattie ecc.).

Come farsi desiderare

Supponendo che ogni umano desideri essere desiderato da altri umani, mi sono chiesto quali siano le condizioni necessarie affinché un umano desideri interagire con un particolare altro.

Suppongo che la prima condizione sia quella di nascondere il proprio desiderio di essere desiderati, e di far credere che non desideriamo nulla dagli altri (se non essere rispettati). Infatti chi chiede esplicitamente o implicitamente di essere desiderato è generalmente visto come una persona fastidiosa, che vorrebbe indurci a fare qualcosa che non facciamo spontaneamente, e che comunque non possiamo fare a volontà, dal momento che i desideri sono involontari.

Un’altra fondamentale condizione è quella di impersonare un modello di persona che l’altro trova desiderabile. In altre parole, si tratta di conoscere i modelli di “persona desiderabile” della persona da cui desideriamo essere desiderati, e di impersonare uno di essi. Insomma, si tratta di “essere” come l’altro desidera che noi siamo, e quindi di pensare e fare ciò che l’altro desidera che noi pensiamo e facciamo.

Naturalmente, essere come l’altro ci vuole ha un costo che potrebbe non valere la pena di essere pagato. Perciò è importante poter scegliere le persone per noi desiderabili, da cui essere desiderati al costo più basso possibile.

Il ruolo di mediatore sociale

Io penso che sarebbe utile istituire il ruolo professionale di "mediatore sociale", inteso come figura che corrisponde, più o meno, a diversi ruoli oggi diffusi, tra i quali quelli di:
  • insegnante di scienze umane e sociali (specialmente filosofia, psicologia e sociologia)

  • maestro di vita (life coach)

  • prete

  • psicoterapeuta (individuale o familiare)

  • consulente filosofico e/o psicologico

  • match maker (mediatore per rapporti amorosi, matrimoniali o amicali)

Il mediatore sociale dovrebbe aiutare il cliente a soddisfare i propri bisogni, e quindi a soffrire di meno, attraverso le seguenti attività:
  • indagare, analizzare e definire i bisogni del cliente nel quadro di una certa visione del mondo e della natura umana;

  • aiutare il cliente a conciliare i propri bisogni con quelli altrui;

  • suggerire al cliente le persone più adatte con cui interagire (sia come categorie, sia come persone particolari) e indicare quelle meno adatte;

  • suggerire al cliente strategie per incontrare le persone più adatte (luoghi, metodi, strumenti informatici ecc.), evitare quelle meno adatte o difendersi da queste ultime;

  • fungere da confessore, confidente e consigliere del cliente e assisterlo nei suoi momenti di difficoltà specialmente quelle che riguardano i rapporti con gli altri.


Bisogno di interazione sociale

Ogni umano ha frequentemente bisogno di interagire costruttivamente o simbolicamente con altri umani, cioè di dare loro e di ricevere da loro cose materiali e immateriali, beni e servizi, con reciproca soddisfazione. Questa interazione non serve solo ad ottenere ciò di cui si ha bisogno, ma anche a confermare l’appartenenza ad una o più comunità di linguaggio, di conoscenze, di economia, di valori morali ecc.

Tuttavia soddisfare questo bisogno di interazione può essere difficile per molte persone. Infatti per poter dare una cosa occorre trovare qualcuno interessato a riceverla, e per poter ricevere una cosa occorre trovare qualcuno disposto ad offrirla. Così può succedere che qualcuno desideri avere da noi una cosa che non siamo disposti a dare o che non siamo in grado di dare, come può succedere che nessuno sia interessato a ricevere qualcosa da noi o a darci qualcosa, e che uno preferisca interagire con altri piuttosto che con noi.

Di fatto esiste pertanto un mercato, una borsa, delle interazioni sociali, con domande e offerte, formali o informali, conscie o inconscie, che a volte si incontrano, ma più spesso no, perché nessuno è obbligato ad accettare offerte o a soddisfare domande da parte di certe altre persone.

Perciò ognuno dovrebbe chiedersi: cosa sono disposto a offrire, e a chi? Cosa chiedo in cambio? Con chi sono disposto a interagire? Con chi non sono disposto a farlo? In quali ruoli vorrei o accetterei di interagire con gli altri?

Rapporti esterni e interni, oggettivi e soggettivi

Il problema principale di un essere umano è triplice, ed è oggettivo e soggettivo al tempo stesso. È (1) la realtà oggettiva dei suoi rapporti interpersonali, (2) la propria visione soggettiva degli stessi, e (3) le differerenze tra (1) e (2).

In altre parole, il problema principale di un essere umano è la discrepanza tra i propri rapporti con gli altri in quanto persona (rapporti esterni) , e i rapporti tra la sua coscienza e il resto del suo corpo, attraverso il quale percepisce il mondo esterno (rapporti interni).

Infatti la coscienza, o io cosciente, è una parte della mente, la quale è una parte del corpo, e i rapporti del corpo con altri corpi esterni sono determinati o influenzati dai rapporti della conscienza con il resto della propria mente e del proprio corpo.

Se non distinguiamo i rapporti interpersonali dai rapporti interiori non possiamo pensare in modo efficiente al miglioramento dei nostri rapporti con gli altri.

In altre parole, la nostra felicità dipende dalla qualità dei nostri rapporti interpersonali, e questa dipende dalla qualità dei nostri rapporti interni, o interiori.

Per migliorare la propria esistenza sono dunque necessarie due analisi: quella dei rapporti esterni e quella dei rapporti interni, e il continuo confronto tra di esse.

Metaforicamente si potrebbe dire che per vivere bene l’autogoverno dovrebbe avere almeno due ministeri: quello degli affari esteri e quello degli affari interni.

La psiche come sistema di gestione dei rapporti sociali

Mi sembra di aver capito l'essenziale della natura umana e della psicologia, ovvero che la psiche è un immenso ed estremamente complesso sistema informatico cognitivo-emotivo la cui funzione fondamentale è quella di gestire in modo automatico (per lo più inconscio) le interazioni sociali al fine di ottenere l'accettazione e la cooperazione da parte degli altri per la soddisfazione dei propri bisogni.

Ne consegue che il senso (ovvero il fine ultimo) di qualsiasi comportamento distintivamente umano (cioè che non si riscontri anche in altri animali) e di qualunque espressione culturale è quello di ottenere la cooperazione (volontaria o imposta) degli altri e di evitare la loro repulsione o violenza.

Questa visione è gravida di conseguenze importanti, proprio perché dà un senso a tutto ciò che è umano e può perciò cambiare il nostro giudizio verso noi stessi e gli altri.

Per esempio, se si vuole cambiare una società, ovvero la mentalità dei membri di una certa comunità, bisogna prima di tutto capire che lo scopo di quella mentalità è quello detto sopra, per cui essa potrà essere sostituita soltanto da una nuova mentalità che possa meglio soddisfare il detto scopo.

Per concludere, concetti come morale, giustizia, bontà, razionalità, felicità, religione ecc. debbono essere compresi nel senso di cui sopra. In altre parole, la cooperazione sociale ottenibile dovrebbe essere il metro di ogni valore umano.

L'io e il noi

Nella psiche, accanto all'io, si trova un agente che possiamo chiamare il '"noi". Alla guida della volontà e della coscienza c'è a volte l'uno, a volte l'altro. Quando è il noi a guidare, l'individuo adotta la mentalità del gruppo a cui al momento sente di appartenere, cioè i canoni etici, estetici e intellettuali del gruppo stesso.

Il noi è variabile nel senso che un individuo può appartenere a diversi gruppi allo stesso tempo e le sue appartenenze possono cambiare nel tempo.

Quando è l'io a guidare, l'individuo è in grado di fare scelte indipendenti dalle mentalità dei gruppi a cui appartiene, come se, al momento, non appartenesse ad alcun gruppo.

Quando due individui comunicano, sono possibili diverse combinazioni di ruoli: io-io, io-noi, noi-io, noi-noi. In tal caso, il noi può riferirsi al gruppo costituito dalla stessa coppia in comunicazione.

Dati due individui, i rispettivi noi possono essere più o meno simili, cioè possono avere più o meno cose in comune. L'interazione tra due individui è tanto più difficile quando più diversi sono i rispettivi noi e i rispettivi io.

Ogni individuo ha un io e un noi più o meno sviluppati rispetto quelli degli altri. In ognuno l'io può essere più o meno sviluppato e forte rispetto al noi.

In alcuni l'io è quasi inesistente rispetto al noi e quest'ultimo prevale quasi sempre in caso di conflitti; in altri avviene l'opposto.

Gestione delle menzogne

Siamo talmente abituati ad essere ingannati e ad ingannare, che inganniamo anche noi stessi senza accorgercene.

Verità e menzogne sono mescolate così bene che siamo continuamente impegnati nel cercare di capire cosa ci sia di vero e di falso nelle narrazioni che riceviamo.

Ci impegnamo anche nel costruire le nostre menzogne e nel nascondere le verità sconvenienti su noi stessi. Di conseguenza abbiamo sempre paura che le verità che ci riguardano vengano alla luce.

Inoltre non possiamo denunciare impunemente tutte le menzogne altrui, ma dobbiamo spesso fingere di non vederle per mantenere buoni rapporti con i nostri interlocutori.

Le menzogne più comuni riguardano la religione, la politica, le relazioni sociali, la morale, l'estetica, l'intelligenza, lo status proprio e altrui,  i propri sentimenti, i propri desideri e le proprie motivazioni, nel senso che ognuno cerca di apparire migliore e più importante di quanto sia realmente, e di fare di necessità o difetto virtù.

Suppongo che la gestione inconscia e irrazionale delle menzogne sia una delle principali cause del nostro stress emotivo, delle nostre inibizioni e dei nostri disturbi psichici e psicosomatici.

Poiché non possiamo fare a meno di mentire né di gestire le menzogne nostre e altrui, cerchiamo allora di farlo consapevolmente, pragmaticamente, con intelligenza, moderazione, sensibilità.e, se possibile, con amore.

Il problema dell'identità

Ogni umano ha una o più identità che si attribuisce da solo o che gli altri gli attribuiscono. Identità significa essere qualcosa, ovvero appartenere a certe categorie umane, alle quali sono associate proprietà come funzioni, ruoli, valori, gusti, capacità, responsabilità, colpe, meriti, alleanze, inimicizie ecc.

Le identità di una persona sono racchiuse in ciò che si può definire la sua storia. In tal senso si può dire che un individuo sia ciò che è stato, attraverso tutte le sue trasformazioni ed evoluzioni, fino a quelle più recenti, anche se si tratta di proprietà a lui assegnate soggettivamente da se stesso e dagli altri.

È pericoloso non avere identità, così come averne. Infatti, una persona senza identità riconoscibili incute timore, diffidenza e sospetto, e agli occhi del prossimo è presumibilmente ostile, perché se non lo fosse non avrebbe bisogno di nascondere le sue identità.

D'altra parte, avere e mostrare certe identità ha lo svantaggio di esporsi al giudizio e pregiudizio altrui rispetto alle identità stesse, e in particolare al rischio di essere visti come nemici o antagonisti, dal momento che ogni identità è caratterizzata da simpatie e antipatie, amicizie e inimicizie, gusti e disgusti, giudizi, approvazioni, disapprovazioni ecc.

Infine, cambiare identità può essere oggetto di disapprovazione da parte di coloro che ci hanno conosciuto e accettato con una certa identità e vedono il cambiamento come un tradimento.

Relazione: definizione e tipologia

Si ha una “relazione” tra due entità viventi o non viventi (persone, computer, macchine, media ecc.), che chiameremo “stazioni”, quando esse non si ignorano, cioè quando almeno una delle due (la stazione A) “conosce” l’altra (la stazione B) nel senso che B è simbolicamente presente nella mappa cognitivo-emotivo-motiva (MCEM) di A, e, di conseguenza A risponde in certi modi predefiniti agli stimoli (reali o immaginari) che provengono da B ad A.

Le risposte cognitivo-emotivo-motive predefinite associate ad una certa stazione rappresentata in una MCEM dipendono dalle “qualità” o “attributi” associati a quella stazione nella mappa stessa. Chiameremo l’insieme di tali attributi “configurazione” dell’altra stazione nella propria MCEM.

Una stazione A può essere rappresentata nella MCEM di una stazione B come “unica” o “generica”, cioè come un'entità particolare o come una qualsiasi istanza di una particolare categoria di entità.

La relazione è unidirezionale se A “conosce” B ma B non conosce A, è bidirezionale se la conoscenza è reciproca; è simmetrica se le conoscenze sono entrambe uniche o entrambe generiche, è asimmetrica se A è per B una stazione unica, mentre B è per A una stazione generica, o viceversa.

Le interazioni tra due stazioni A e B (ovvero le transazioni che tra esse avvengono) dipendono dalle reciproche configurazioni nelle rispettive MCEM, cioè da come A “vede” B e (se la relazione è bidirezionale) da come B “vede” A.

Da cosa dipende la nostra felicità

La nostra felicità o infelicità dipende dalla qualità dei nostri rapporti con gli altri e più precisamente dai fattori seguenti:

  • con quali persone interagiamo

  • con quali persone non interagiamo

  • come interagiamo

  • come non interagiamo

  • come percepiamo gli altri

  • come non percepiamo gli altri

  • come gli altri ci percepiscono

  • come gli altri non ci percepiscono

  • quanto comprendiamo gli altri

  • quanto gli altri ci comprendono

  • cosa ci scambiamo

  • cosa non ci scambiamo

  • quanto spesso interagiamo

  • cosa ci aspettiamo dagli altri

  • cosa gli altri si aspettano da noi

  • cosa non ci aspettiamo dagli altri

  • cosa gli altri non si aspettano da noi

  • cosa facciamo insieme agli altri

  • cosa non facciamo insieme agli altri

  • cosa gli altri vogliono da noi

  • cosa vogliamo dagli altri

  • cosa gli altri non vogliono da noi

  • cosa non vogliamo dagli altri

  • cosa diamo agli altri

  • cosa gli altri ci dano

  • cosa non diamo agli altri

  • cosa gli altri non ci danno

  • cosa prendiamo dagli altri

  • cosa gli altri prendono da noi

  • cosa non prendiamo dagli altri

  • cosa gli altri non prendono da noi

  • ...


Schizofrenia della nostra civiltà

La nostra civiltà è per lo più schizofrenica a causa di un "doppio vincolo" in cui da una parte essa richiede che le persone si comportino tra loro con rispetto, cooperazione, amore e solidarietà; dall'altra richiede che questo comportamento sia spontaneo, ovvero non calcolato né ragionato, né analizzato, né discusso, né negoziato esplicitamente, né prima, né durante, né dopo l'interazione.

Risultato è che il comportamento umano è normalmente disastroso nel senso che, non avendo gli strumenti intellettuali per verificare la correttezza ovvero la bontà del proprio comportamento, ognuno crede di comportarsi correttamente e non si mette in discussione sia perché ciò nuocerebbe alla sua spontaneità (che è considerata un valore assoluto e irrinunciabile), sia perché richiederebbe abilità razionali che nessuno gli ha mai insegnato.

Di conseguenza, ci si continua a fare del male reciprocamente, non ci si rispetta, si fa fatica a comprendersi e a cooperare, ci si fraintende, si divorzia e ci si isola.

Per guarire da questa diffusa schizofrenia bisognerebbe smetterla di elogiare solo la spontaneità, l'empatia, la leggerezza, la naturalezza nei rapporti umani e cominciare ad apprezzare anche l'uso della ragione nelle interazioni, e a fare metainterazione, ovvero a discutere e negoziare esplicitamente modalità, scopi, proprietà e limiti dell'interazione stessa.

E' in tal senso che si è sviluppata la scuola psicologica di "Palo Alto" tra i cui autori spiccano i nomi di Gregory Bateson e Paul Watzlawick.

Complementarità e compatibilità dei ruoli

Il desiderio di assumere un certo ruolo sociale implica il desiderio che altri assumano ruoli complementari e compatibili con quello che si vorrebbe assumere.

Infatti, in una "ecologia sociale" equilibrata e non conflittuale, i ruoli assunti dai partecipanti sono necessariamente complementari e compatibili. Questa è una delle conseguenze dell'interdipendenza "esistenziale" degli esseri umani.

Alcuni  esempi: se io desidero vincere, desidero di conseguenza (consciamente o inconsciamente) che qualcun altro perda; se io desidero essere uno scrittore, desidero di conseguenza che certi altri siano miei lettori; se io desidero essere insegnante, desidero di conseguenza che certi altri siano miei studenti; se io desidero salire in una scala gerarchica, desidero di conseguenza che certi altri scendano in quella scala rispetto a me.

In altre parole, il tipo di persona che io vorrei essere richiede che certi altri siano tipi di persone complementari e compatibili con il tipo di persona che vorrei essere io, e ciò che io vorrei fare comporta che certi altri facciano (o non facciano) certe cose in modo complementare e compatibile con ciò che vorrei fare io.

Per questo motivo ognuno cerca, consciamente o inconsciamente, di influenzare gli altri ad assumere ruoli complementari e compatibili con quelli che vorrebbe assumere e, di conseguenza, indurre a fare e a credere ciò che è funzionale, favorevole e compatibile rispetto ai propri desideri.

Homo falsus

A mio avviso, l'uomo è, consciamente o inconsciamente, fondamentalmente falso in quanto ignora, nasconde, dissimula e mistifica alcune sue importanti motivazioni verso gli altri, specialmente se sono censurate dalla comunità di appartenenza.

Ciò vale soprattutto per quanto riguarda la competizione, ovvero il bisogno di superare gli altri nelle varie gerarchie (economica, intellettuale, morale, estetica, fisica ecc.) e quello di essere privilegiati o prioritari nella formazione delle relazioni, cioè nello scegliere i partner, nell'essere scelti come partner e nel respingere le persone concorrenti, antagoniste, disturbanti o comunque indesiderate (in quanto non conformi alle proprie aspettative o sfavorevoli rispetto ai propri interessi).

Invidia, gelosia, arrivismo, egoismo,  narcisismo, razzismo e altri sentimenti e atteggiamenti considerati normalmente come "difetti" sono infatti molto più diffusi di quanto possiamo immaginare, anche se quasi nessuno crede o ammette di esserne affetto.

Fortunatamente, data la nostra interdipendenza, noi esseri umani siamo anche motivati a cooperare con gli altri per ottenere vantaggi comuni, motivazione che viene normalmente celebrata, esaltata e, a volte, premiata dalla comunità di appartenenza. Tuttavia anche la motivazione a cooperare può essere oggetto di dissimulazione, in quanto tendiamo a farla apparire più grande di quanto sia in realtà.

Insomma, siamo tutti, chi più, chi meno, ipociriti.

Pragmatica del comportamento umano

Ognuno vorrebbe influenzare gli altri.

A mio parere, ognuno vorrebbe influenzare gli altri.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe influenzare gli altri.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe influenzare gli altri a suo piacimento.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe, consciamente o inconsciamente, influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe, consciamente o inconsciamente, influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza per soddisfare i propri bisogni e desideri.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe, consciamente o inconsciamente, influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza per soddisfare i propri bisogni e desideri, perché noi umani siamo interdipendenti.

A mio parere, ognuno, me compreso, vorrebbe, consciamente o inconsciamente, influenzare gli altri a suo piacimento e convenienza per soddisfare i propri bisogni e desideri, perché noi umani siamo interdipendenti e non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni e desideri senza la cooperazione altrui.

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Questa considerazione potrebbe costituire la chiave di comprensione di ogni comportamento umano e la base di una nuova psicologia efficace.

Gli altri fuori e dentro di noi

Gli altri abitano fuori di noi, ma anche nella nostra mente. Abitano in noi come figure mentali con cui immaginiamo di interagire -- consciamente e ancor più inconsciamente -- quando pensiamo, quando siamo sovrappensiero e quando sogniamo.

Tra una persona reale e la corrispondente raffigurazione che abita in chi la "conosce" ci sono le stesse differenze logiche esistenti tra un territorio reale e una sua mappa. Questa infatti può essere più o meno esatta e dettagliata, sia quantitativamente che qualitativamente, rispetto alla realtà e non rappresenta che una minima parte di essa. Questo fatto è tanto ovvio quanto normalmente ignorato, come ci fanno notare autori quali Alfred Korzybski e Gregory Bateson.

Quando interagiamo con una persona, lo facciamo solo dopo avere velocemente e inconsciamente interagito con la sua rappresentazione mentale, e l'esito della successiva interazione reale, ovvero la sua produttività e le sue qualità effettive, dipendono dall'accuratezza e dalla ricchezza di particolari della raffigurazione dell'altro in noi.

In breve, noi non conosciamo gli altri come sono realmente, ma conosciamo le parziali e più o meno accurate rappresentazioni degli stessi presenti nella nostra mente. Dovremmo quindi cercare di aumentare il più possibile la precisione e la profondità delle figure mentali delle persone con cui interagiamo, per lo stesso motivo per cui è bene usare mappe che rappresentino nel modo più esatto e significativo possibile i territori che frequentiamo.

La rischiosa e politicamente scorretta cognizione della propria diversità

Presumere di essere diversi dagli altri è rischioso e penoso specialmente se gli altri percepiscono tale presunzione. A tal proposito, consideriamo due umani A e B, dove A si sente, o pensa di essere, diverso da B. La cognizione da parte di A della sua diversità rispetto a B può riguardare sia una possibile competizione che una possibile cooperazione tra A e B.

La presunta diversità in senso cooperativo implica la supposizione che, a causa di essa, una cooperazione tra A e B sarebbe molto difficile o impossibile.

La presunta diversità in senso competitivo implica invece la supposizione che A sia superiore o inferiore a B in generale, per cui un’eventuale cooperazione tra i due potrebbe avvenire, tuttavia non in modo paritario, bensì subordinato.

Di conseguenza, a meno che A pensi di essere inferiore a B e sia disposto a cooperare con B in un ruolo subordinato, e che A manifesti tale disponibilità, è probabile che B consideri la presunzione di diversità da parte A (se non celata) come un atteggiamento ostile e offensivo nei suoi confronti. Infatti sarebbe come se A dicesse a B: data la mia diversità (ovvero superiorità) rispetto a te, noi possiamo cooperare solo se tu accetti di farlo in un ruolo a me subordinato.

A causa di tale logica (conscia o inconscia) la diversità umana è un tema tabù, nel senso che è politicamente scorretto parlarne, malgrado il fatto evidente che siamo tutti diversi, sia in senso qualitativo che competitivo, intellettualmente, moralmente, economicamente, politicamente, fisicamente, esteticamente ecc.

Interazioni immaginarie

Una delle cose che rendono la vita umana straordinaria rispetto a quella degli altri animali è la capacità di immaginare interazioni, ovvero di simularle nella propria mente. L'Uomo vive infatti, oltre una vita reale, una vita immaginaria che, quasi come quella reale, può essere fonte di piaceri e dolori.

Un esempio di vita immaginaria è il romanzo, stampato o filmato. Il motivo per cui si leggono romanzi, si vedono film, e forse anche il motivo per cui si scrivono o si mettono in scena, è quello di vivere un pezzo di vita immaginaria, che può essere spesso più interessante della vita reale ed ha il vantaggio, essendo immaginaria, di non procurare danni permanenti in caso di errori o sventure.

Un altro vantaggio della vita immaginaria è quello di addestrarci ad interagire con gli altri in modi che potranno essere usati nella vita reale. In altre parole, così come i giochi dei bambini e dei piccoli di animali servono a prepararli per le future interazioni reali, una funzione analoga possono avere le interazioni immaginarie di cui sono fatti i romanzi e i film.

È bene, dunque, coltivare le interazioni immaginarie, sia in modo passivo, cioè leggendo romanzi e vedendo film, sia in modo attivo, cioè inventando storie e racconti di cui siamo protagonisti diretti o per identificazione.

Esercitare l'immaginazione ci permetterà di ampliare i nostri orizzonti, ci farà uscire dalle nostre gabbie mentali, ci suggerirà nuovi modi, più creativi e produttivi, di interagire con gli altri per una migliore soddisfazione reciproca.

Con chi interagire? Interazioni sistemiche

Questa semplice domanda rappresenta il problema fondamentale di ogni umano. Infatti ognuno ha bisogno, e al tempo stesso paura, di interagire con gli altri e deve definire una sua politica di interazione, in cui stabilisce con chi interagire o non interagire, e come interagire e non interagire con ciascuna persona con cui di decide di interagire.

Ciò che complica questa politica è il fatto che l'interazione con una persona ha un effetto anche nelle interazioni con tutte le altre. Infatti le interazioni non sono mai completamente private, e quando interagiamo con una persona facciamo riferimento anche alle nostre relazioni con le altre.

In un certo senso noi "siamo" le nostre interazioni con tutti gli altri, e ce le portiamo sempre dietro con i loro effetti e le loro implicazioni.

In altre parole, nessun individuo è isolato, ma è il centro di un sistema di relazioni, e quando interagisce con un altro, non lo fa come singolo elemento, ma come sistema. In un matrimonio, per esempio, non si sposano solo due persone, ma anche due famiglie e due costellazioni di amici.




La distanza desiderata

Ogni essere umano desidera stare ad una certa distanza, più o meno piccola o grande, rispetto ad ogni altro umano, distanza che dipende dal particolare altro o dalla categoria in cui l'altro viene classificato. Ciò vale per la distanza fisica (reale o virtuale), ma anche per quella mentale, laddove una distanza più piccola corrisponde ad una comunicazione e interazione più frequente e/o più profonda.

Ma c'è un problema di reciprocità nel senso che molto spesso la distanza desiderata da una persona A rispetto ad una persona B, è diversa da quella desiderata da B rispetto ad A. Per esempio, se A desidera stare a una distanza di 10 UDS (unità di distanza sociale, una unità di misura ipotetica) rispetto a B, mentre B desidera stare a 5 UDS rispetto ad A, quando A e B si incontrano, B cercherà di avvicinarsi ad A fino a 5 UDS, ma A, una volta che la distanza diventa inferiore a 10 UDS comincerà a ritrarsi da B o a respingerlo per riportarlo a 10 UDS.

La differenza di distanza desiderata crea stress, ovvero disagio e frustrazione, ad entrambe le persone coinvolte, finché una delle due, per evitare lo stress, rinuncia a comunicare e interagire del tutto con l'altra da cui si sente sente respinto o incalzato.

L'unica soluzione è trovare interlocutori con cui la differenza di distanza desiderata è più piccola possibile, fermo restando che tale distanza può variare di momento in momento in ognuno a seconda dell'umore, della stanchezza ecc., per cui una certa dose di pazienza, ovvero di rinuncia alla distanza desiderata, è indispensabile.

Soffriamo perché gli altri...

Spesso soffriamo perché (crediamo che) una o più persone...

  • ... non sono come vorremmo

  • ... non ci danno ciò che vorremmo

  • ... non fanno ciò che vorremmo

  • ... non ci capiscono

  • ... ci fraintendono

  • ... sono stupide

  • ... sono cattive

  • ... non ci trattano come vorremmo

  • ... non ci vogliono bene

  • ... non ci amano

  • ... non ci ascoltano

  • ... ci ignorano

  • ... ci vogliono sfruttare

  • ... ci vogliono vincere

  • ... ci vogliono distruggere

  • ... non ci stimano

  • ... ci allontanano

  • ... ci disprezzano

  • ... non ci rispettano

  • ... non ci obbediscono

  • ... ci offendono

  • ... ci ingannano

  • ... cercano di limitare la nostra libertà

  • ... ci spaventano

  • ... ci minacciano

  • ... ci dominano

  • ... non condividono i nostri interessi

  • ... non ci prendono sul serio

  • ... non hanno fiducia in noi

  • ... ci trovano brutti

  • ... ci trovano stupidi

  • ... ci trovano cattivi

  • ... ci trovano inutili

  • ... ci trovano irrilevanti

  • ... non hanno bisogno di noi

  • ... hanno troppo bisogno di noi

  • ... dipendono troppo da noi

  • ... vogliono attaccarsi troppo a noi

  • ecc.


Chi vuole interagire con chi e perché?

Ogni umano ha bisogno di interagire con altri umani, per desiderio o costrizione. Tuttavia ognuno ha una certa libertà, più o meno grande, di scegliere le persone con cui interagire. Quando veniamo al mondo questa libertà è nulla, e l'unica interazione possibile è quella con la madre o chi ne fa le veci. Crescendo, si aprono ulteriori possibilità che dipendono molto dal tipo di cultura in cui si vive.

Perché un umano cerca di interagire con altri umani? Per una molteplicità di motivi consci e incosci, tra cui i più importanti sono i seguenti:

  • per mantenere o migliorare la propria salute soddisfacendo i propri bisogni pratici (nutrizione, protezione, sicurezza, previdenza, scambio di beni e servizi ecc.)

  • per ottenere o mantenere appartenenze attive e passive (essere accettati dalla comunità, essere affiliati o dipendenti rispetto ad altri, avere un potere sugli altri, stabilire alleanze, solidarietà ecc.)

  • per ottenere o mantenere un certo grado di libertà (per uscire da uno stato di suberdinazione, servitù o restrizione, o per evitare di entrarvi)

  • per soddisfare bisogni di stimolazione psicofisica reciproca (cooperazione, gioco, sport, rapporti sessuali)

Come accennato sopra, un umano ha una certa libertà di scelta circa le persone con cui interagire, il che comporta anche il rischio che nessuno voglia interagire con esso. L'interazione è infatti oggetto di selezione e competizione. Inoltre un'interazione può essere più o meno consensuale o imposta, con la violenza o ricatti materiali o psicologici.

Livelli logici nelle interazioni

Quando si pensa o si interagisce con enti esterni, lo si può fare a diversi livelli logici, ovvero di astrazione.

Il primo livello, quello più basso, riguarda l’effettiva soddisfazione di un bisogno o il tentativo di soddisfarlo, ovvero uno scambio concreto di energie, informazioni, oggetti, beni o sostanze, come, ad esempio, in un rapporto sessuale, di accudimento, in un servizio, un baratto o un'azione violenta.

Il secondo livello riguarda una prima astrazione dell’interazione con un certo interlocutore, ovvero una discussione sulle possibili transazioni, che può comportare la negoziazione di una particolare interazione.

Il terzo livello riguarda la relazione continuativa con una certa persona o entità, ovvero una tipologia di interazioni possibili con essa e il loro svolgimento nel tempo e nello spazio.

Il quarto livello riguarda una tipologia di relazioni con qualunque cosa, persona o entità concreta o astratta nell'universo, a qualunque livello di astrazione.

Ogni umano è caratterizzato dal livello logico massimo a cui è in grado di pensare e interagire. Tale livello può cambiare con l'educazione, l'esercizio della filosofia e le esperienze.

Quando si dialoga, è importante che gli interlocutori comunichino allo stesso livello logico, altrimenti è difficile che si comprendano.

Credo che questa riflessione, ispiratami dalla lettura di Gregory Bateson ("tipi logici", "livelli di apprendimento" ecc.), appartenga, ovvero pertenga, al quarto livello logico.

Intelligenze, informazioni, interazioni

L'intelligenza può essere definita come la capacità (conscia e inconscia) di elaborare informazioni al fine di determinare il proprio comportamento, ovvero di gestire le proprie interazioni col mondo esterno al fine di soddisfare i propri bisogni e, se possibile, quelli altrui. Siccome ci sono diversi tipi di informazione che possono essere elaborati, possiamo parlare di intelligenze al plurale, una per ogni tipo di informazione.

L'intelligenza, per funzionare, ha bisogno di una sorta di dizionario interno che permette di riconoscere le diverse informazioni, e di una sorta di enciclopedia interna che permette di collegare o associare (cognitivamente e/o emotivamente) le informazioni riconosciute e di costruire le espressioni da emettere verso l'esterno.

Si può supporre che in ogni umano, o animale superiore, vi sia una sorta di "mappa cognitivo-emotiva" che contiene il dizionario e l'enciclopedia di cui sopra, e che che viene consultata in ogni istante per decifrare e interpretare le informazioni ricevute e per costruire le informazioni da emettere verso gli interlocutori.

Ovviamente, tale mappa non è fissa ma evolve e si trasforma con le esperienze del soggetto sin dai suoi primi giorni di vita, in cui essa contiene solo gli istinti e le predisposizioni trasmessi per via genetica.

In sintesi, si può dire che il modo in cui un essere vivente interagisce col resto del mondo dipende dalla sue "intelligenze", ovvero da come esso tratta le informazioni esterne ed interne. Queste ultime costituiscono il suo "programma" comportamentale.

Negoziare l'interazione - L'interazione creativa

L'interazione tra due esseri umani avviene normalmente in modo automatico e inconsapevole, nel senso che ad interagire sono i rispettivi automatismi mentali. L'interazione avviene secondo norme di comportamento comunemente accettate (consciamente o inconsciamente), che corrispondono a usi, costumi, regole, leggi, tradizioni, stili di vita ecc. della cultura a cui gli interagenti appartengono.

L'interazione, pur avendo dei margini di libertà, è fortemente limitata dalle dette norme. Per la precisione, la libertà nell'interazione consiste nella possibilità di proporre all'interlocutore norme o condizioni ulteriori rispetto a quelle convenzionali, oppure un allentamento o rimozione di alcune di stesse. L'esercizio di tale libertà è ciò che possiamo chiamare "negoziazione dell'interazione", ovvero un atto creativo che permette di superare i limiti convenzionali del comportamento. Qualunque proposta negoziale deve infatti indicare in modo esplicito o implicito le modalità non ovvie che si propone di adottare.

Poche sono le persone che hanno l'abitudine di negoziare le loro interazioni. Quasi tutti si limitano a scegliere le persone con cui interagire e quelle da evitare, e a seguire le norme che si è abituati a seguire senza prendere in considerazione la possibilità di adottare varianti rispetto alle norme stesse.

Quando un'interazione è insoddisfacente, prima di cessarla, potrebbe essere utile tentare di negoziarla creativamente in modo da soddisfare maggiormente le esigenze degli interagenti. Ma per questo ci vuole il coraggio di deviare rispetto alle norme convenzionali.

Paradigmi di interazione

Le interazioni umane non sono libere, ma si svolgono, come nei giochi, secondo regole e forme esplicite e/o implicite, ed entro limitati margini di libertà. Tali regole e forme, che possiamo chiamare “paradigmi di interazione” sono costellazioni di elementi culturali come i seguenti, declinati in modi particolari da cultura a cultura e da persona a persona:

  • linguaggi

  • valori etici

  • valori estetici (gusti)

  • filosofie, credenze, religioni

  • scopi, obiettivi

  • bisogni, motivazioni

  • memorie storiche

  • conoscenze scolastiche

  • esperienze condivise e personali

  • abitudini, usi e costumi

  • luoghi, ambienti

  • sport

  • giochi

  • spettacoli

  • gerarchie, autorità

  • riti, feste, tradizioni

  • rapporti di lavoro

  • rapporti commerciali

  • rapporti sessuali

  • rapporti familiari

  • affiliazioni politiche

  • ecc.

Tali elementi debbono essere condivisi almeno in parte tra gli interessati. Un’interazione che non rispetti almeno un paradigma condiviso è bestiale, violenta o insignificante.

I paradigmi di interazione vengono appresi attraverso l'educazione, l'istruzione e la fruizione di opere letterarie e artistiche.

Volendo interagire con qualcuno, può essere dunque utile chiedersi quali siano i suoi paradigmi di interazione e quanto siano compatibili, ovvero simili, rispetto ai nostri.

Perché l'anello al naso?

Sto volando verso Monaco. Nel sedile davanti al mio, una ragazza, probabilmente italiana, con un anello al naso. Perché quell'anello? Cosa vuole significare? Tento una risposta usando il paradigma "quadrilatero" di F. Schulz von Thun.

  • fatti: nessuna rivelazione o descrizione di fatti;

  • auto-rivelazione: la ragazza vuole far sapere a chi la osserva qualcosa sulle sue appartenenze, la sua ideologia, la sua etica, i suoi gusti, le sue amicizie; vuole affermarsi assertivamente come persona speciale, distinta, dotata di uno speciale carattere;

  • relazione: la ragazza indica i suoi criteri di interazione: cioè lei è disposta a interagire solo con chi rispetta, accetta e non critica il suo piercing, il quale è usato quindi come criterio di discriminazione sociale;

  • appello: la ragazza chiede agli altri che la rispettino, la apprezzino, la accettino, la approvino così com'è, con la sua ideologia, le sue appartenenze, i suoi bisogni, i suoi gusti (anche se stravaganti), i suoi simboli, la sua confusione, la sua ordinaria o straordinaria follia. 

L'anello al naso costituisce dunque al tempo stesso una sfida alle norme sociali e il grido di aiuto di una persona che ha paura della solitudine e del conformismo giudicante, che cerca di sostituire con un conformismo (quello dei portatori di piercing) più tollerante verso le persone come lei, senza accorgersi che in tal modo si pone in posizione giudicante verso coloro che sono disgustati dal piercing, incoerenza che rimuoverà nell'inconscio e che la farà nascostamente soffrire.

    Il bello del ballo e il bisogno d'interazione sincrona

    Il ballo è praticato con piacere in quasi tutte le culture del passato e del presente. Io credo che il motivo stia nel fatto che l'atto del ballare comporta un'interazione sincrona tra le persone che ballano, e/o tra chi balla e chi suona, e per il fatto che interagire sincronicamente con altri corrisponde ad un bisogno umano innato, riconducibile ad un più generale bisogno di appartenenza e integrazione sociale. In altre parole, ballando si conferma la propria appartenenza ad una comunità, perché ballare è anche un rito di appartenenza e partecipazione.

    Anche attività come giocare, suonare, cantare, viaggiare, lavorare insieme, conversare, essere spettatori "dal vivo" di eventi sportivi, teatrali, cinematografici, musicali, artistici, circensi, politici, religiosi, cerimonie, celebrazioni, riti ecc. soddisfano lo stesso bisogno di interazione sincrona ed è per questo che continuano ad essere praticate in tutte le culture.

    Tornando al ballo, esso piace in modo particolare forse perché comporta anche simbologie sessuali più o meno esplicite. Infatti ballare è anche un rito di corteggiamento.

    Per quanto sopra, il ballo e le altre forme di interazione sincrona che non hanno uno scopo pratico se non quello di divertire o ritualizzare, e perciò da alcuni considerate frivole o improduttive, dovrebbero essere prese sul serio e considerate importanti, se non indispensabili, in ogni società "sana". Si tratta infatti di divertimenti o rituali utili a soddisfare un bisogno (quello appartenenza e integrazione sociale) la cui frustrazione potrebbe nuocere alla salute mentale e di conseguenza anche quella fisica.

    Cosa posso offrire agli altri?

    Ognuno di noi farebbe bene a chiedersi ogni tanto: cosa posso offrire agli altri? 

    Ciò non significa che si dovrebbe necessariamente offrire ciò che potrebbe offrire. L’importante è capire quali sono le nostre capacità, potenzialità e disponibilità, ad offrire agli altri cose che gli altri possono apprezzare, cioè ritenere utili e ricevere con piacere o soddisfazione.

    Per rispondere alla domanda dobbiamo prima avere un’idea di cosa (beni materiali e/o servizi, ovvero comportamenti) gli altri potrebbero desiderare o apprezzare da noi.

    L’offerta di cui stiamo parlando dovrebbe avere una misura in termini di quantità e di durata, In altre parole dovremmo stabilire quanto potremmo dare agli altri e per quanto tempo.

    L’offerta di cui stiamo parlando potrebbe essere condizionata al ricevimento di un compenso da parte degli altri, e alla selezione delle persone a cui l’offerta si rivolge, per cui la domanda potrebbe essere estesa come segue: cosa posso offrire, in quale misura, per quale durata, a chi, e a quali condizioni?

    Se la risposta alla domanda è: non c’è nulla che potrei o sarei disposto a offrire agli altri, allora la nostra situazione è tragica, poiché abbiamo abitualmente bisogno degli altri, della loro cooperazione, e questa non ci può essere data abitualmente senza una contropartita, cioè senza una ricompensa (in termini di beni e/o di servizi, ovvero di comportamenti) che noi possiamo offrire in cambio della cooperazione stessa.

    Alla ricerca della ricompensa perduta - L'imprinting della ricompensa sociale

    A mio parere, da bambini abbiamo quasi tutti subìto ciò che io chiamo ”imprinting della ricompensa sociale”, ovvero abbiamo appreso quali nostri comportamenti ci fanno ottenere piacere e quali dolore, specialmente per quanto riguarda l'affetto e l'approvazione da parte degli altri (a cominciare dai genitori e dagli educatori).

    Per esempio, chi ha subito un’educazione rigida in senso disciplinare, tende a considerare l'obbedienza una fonte di ricompensa sociale. Similmente, chi ha avuto educatori molto esigenti dal punto di vista intellettuale tende a considerare l'intelligenza e le sue manifestazioni come mezzi indispensabili per essere accettati e amati. Lo stesso fenomeno avviene per altri stili educativi che danno importanza, per esempio, alla moralità, al rispetto delle tradizioni, alla religione, allo sport, alla bellezza, al denaro, alla competizione in generale, al risparmio, alla bellezza ecc. per cui si possono creare associazioni permanenti (consce o inconsce) tra tali "valori" e l'aspettativa di una ricompensa sociale.

    Ovviamente da adulti è possibile che le ricompense attese non si realizzino, o che i risultati dei propri sforzi siano controproducenti. Ciò può dar luogo ad uno stato di stress e di frustrazione cronica con connessi disagi e disturbi psichici e psicosomatici.

    In tal caso può essere utile una psicoterapia mirata alla neutralizzazione degli imprinting disadattivi o non realistici. Durante tale terapia, il paziente dovrebbe imparare, attraverso l’interazione col terapeuta, modi alternativi per ottenere ricompense sociali, e riuscire a disimparare (questa è la parte più difficile) le associazioni "sbagliate".

    Sullo scambio di auguri

    Non vedo l'ora che finiscano le feste, e non ricevere più auguri da nessuno, specialmente dalle decine di membri dei gruppi Whatsapp e Facebook a cui sono iscritto, e non sentirmi obbligato a ricambiare. Che vuol dire "buon Natale", "buon anno", "buone feste", "buon compleanno" ecc.? Che vuol dire "ti auguro"? Io mi auguro che tutti (amici ed estranei) stiano bene, che passino una buona giornata ogni giorno dell'anno, che facciano una buona vita. Perché dovrei augurarglielo solo a Natale o a Capodanno, a Pasqua ecc.? E che mancanza di fantasia in tutte queste frasi fatte!

    So che scambiarsi gli auguri è un modo per confermare una relazione sociale e recare messaggi sottintesi come "io ho pensato a te, tu per me esisti, sei importante, non ti ho dimenticato". Oppure per dire semplicemente "mi sei simpatico" o "ti voglio bene", cioè "desidero il tuo bene". Ma perché non dirlo esplicitamente, se è vero? E perché dirlo solo in occasione delle feste comandate? E' come se queste occasioni costituissero dei censimenti comunemente accettati in cui le persone si scambiano dichiarazioni di relazione sociale o devozione, più o meno sincere, opportuniste o conformiste.

    A volte ho anche il sospetto che si facciano gli auguri per dire "io esisto, ricordati di me, pensa a me".

    C'è qualcosa che non mi convince e mi disturba in queste tradizioni.

    Con questo non intendo offendere nessuna delle persone che mi hanno fatto gli auguri, e che ovviamente ricambio con affetto. Anzi, con questo scritto intendo spiegare perché io non prendo mai l'iniziativa di fare gli auguri ad alcuno, e che, se non lo faccio, non significa che non voglia loro bene.

    Il bisogno (e il piacere) di ubbidire e servire, comandare e dominare

    Io suppongo che tra i bisogni umani (innati e acquisiti) ci siano anche quelli di ubbidire e servire, e quelli di comandare e dominare. Si tratta di bisogni che sono spesso oggetto di disprezzo, censura, mistificazione e rimozione in senso psicoanalitico. Tuttavia essi agiscono anche quando non vengono riconosciuti e la loro insoddisfazione genera stress, ansia e altri disturbi psichici e psicosomatici.

    Ci sono anche persone che hanno una paura (innata o acquisita) di dominare e comandare o di servire e ubbidire.

    Suppongo che tali bisogni o paure siano presenti, con diversa intensità, in tutti gli esseri umani. Infatti certe persone sembrano avere un forte bisogno di dominare e uno scarso bisogno di servire, e in certe altre sembra che avvenga l'opposto. Ci sono anche persone che hanno bisogni di dominare e servire egualmente intensi e altre che li hanno egualmente scarsi. Su questo si potrebbe costruire una tipologia psicologica.

    Come per tutti i bisogni, la soddisfazione dei bisogni di dominare e comandare, servire e ubbidire produce piacere, l'insoddisfazione dolore.

    Suppongo che, per star bene e sentirsi bene, ognuno di noi dovrebbe alternare momenti in cui ha un atteggiamento di dominazione e comando, ad altri in cui ha un atteggiamento di servizio e obbedienza, rispetto agli altri, compatibilmente con il fine della convivenza pacifica. Queste alternanze dovrebbero essere proporzionali alle intensità dei rispettivi bisogni,

    Per concludere, credo che la vita sociale si fondi proprio sui bisogni di cui sopra. oltre che sull'empatia che ci permette di capire i bisogni altrui.

    Messaggi dei tatuaggi

    A mio avviso i tatuaggi esprimono messaggi inconsci rivolti agli altri e a se stessi, come, ad esempio, i seguenti:

    Guardami, io esisto e tu non devi ignorarmi. O apprezzi o disprezzi il mio tatuaggio, ma non puoi ignorarlo, non puoi ignorarmi.

    Io non sono uno qualsiasi, io sono speciale, io sono originale perché il mio tatuaggio è unico al mondo.

    Io sono padrone del mio corpo, nessuno può dirmi come deve apparire. Io sono libero da condizionamenti, io sono anticonformista.

    Io sono coraggioso perché il mio tatuaggio è stato molto doloroso ed è irreversibile. Come la mia personalità, non cambierà mai.

    Io appartengo alla comunità dei tatuati, diversa dalla tua, migliore della tua, di cui fanno parte altre persone simili a me, che si tatuano anch'esse.

    Se ti faccio schifo dimostri che sei ignorante, conformista, cattivo.

    Io sono una persona alla moda, tu no; io sono più evoluto di te.

    Il mio tatuaggio è bello, e dimostra il mio buon gusto.

    Questo tatuaggio mi ricorda qualcosa che per me ha grande valore e che non voglio mai dimenticare.

    Il mio tatuaggio racconta una storia, esprime certi ideali. Se non li capisci e non li condividi sei mio nemico, sei ignorante, sei stupido.

    Se capisci il mio tatuaggio e ti piace, sei mio amico e alleato.

    Il mio tatuaggio è un grido di dolore autolesionista, se non lo capisci non hai sentimenti.

    Più è esteso il tatuaggio, più forti sono i messaggi che esso esprime, più sono coraggioso, più attenzione e rispetto io merito, più alta è la mia posizione nella gerarchia dei tatuati.

    Ecc.

    Strategia sociale

    Ognuno di noi è circondato da miliardi di altri esseri umani, ciascuno animato da certi bisogni, desideri, sentimenti, piaceri, dolori, simpatie e antipatie, ciascuno con una certa visione del mondo e dell'umanità, ciascuno con certi problemi, disagi, capacità, incapacità e risorse.

    Da ciascuno di essi ognuno di noi può avere cose buone e cattive, utili e nocive, gradevoli e sgradevoli. In ogni caso ognuno di noi ha bisogno di interagire con un certo numero di altri per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni e i propri desideri.

    Allo stesso tempo, qualcuno potrebbe aver bisogno di noi o di competere contro di noi per soddisfare i propri bisogni e i propri desideri. In altre parole, ognuno di noi può essere utile o nocivo, vantaggioso o svantaggioso per altri esseri umani.

    Ognuno di noi deve perciò stabilire una propria strategia sociale, ovvero decidere con chi e come interagire e non interagire, chi incontrare e chi non incontrare, chi imitare e chi non imitare, chi aiutare e chi contrastare, con chi cooperare e contro chi competere, a chi credere e a chi non credere, a chi chiedere e a chi non chiedere, cosa offrire e cosa non offrire, a chi legarsi e da chi liberarsi.

    In realtà ognuno di noi ha già una strategia sociale, nel suo inconscio. Ne ha sempre avuta una, che nel tempo è evoluta e continuerà ad evolvere e a determinare le proprie scelte e i propri affetti. È una strategia inconscia che a volte confligge con la propria volontà cosciente.

    Rendere conscio l'inconscio (per quanto possibile) significa anche e soprattutto svelare a se stessi ed elaborare la propria strategia sociale.

    Interazione vs. relazione

    La relazione è il prodotto e il motivo dell'interazione. La seconda è molto più importante della prima perché senza l'interazione non si ottiene la relazione, o questa non può essere mantenuta se non come ricordo.

    La relazione è uno stato, mentre l'interazione è un cambiamento di stato, è dinamismo, ovvero scambio di masse, sostanze, energie, informazioni, beni o servizi.

    La vita, che è un fatto dinamico, dipende dalle interazioni, non dalle relazioni, anche se, nei rapporti umani certe interazioni sono condizionate da certe relazioni.

    I rapporti umani sono dunque circolari nel senso che consistono in un continuo passaggio da interazione a relazione e da relazione a interazione.

    L'appartenenza, che è una relazione fondamentale per un essere umano, è dunque anch'essa dipendente da interazioni, le quali, a loro volta, dipendono da certe appartenenze e non sono possibili al di fuori di esse.

    Anche nella sfera dei sentimenti, e in particolare nel piacere e nel dolore, l'interazione è più importante della relazione, e ciò che più piace o dispiace non è l'aver ottenuto una relazione ma l'interazione che ha permesso di ottenerla, cioè non lo stato raggiunto ma il suo raggiungimento, cioè il cambiamento di stato.

    Per questo è più piacevole una relazione instabile, che ha bisogno di essere mantenuta attraverso una frequente interazione, che una stabile che, una volta ottenuta, non può più essere alterata o eliminata, anche senza fare alcunché.

    Una relazione, per dare piacere e mantenersi, deve dunque essere "frequentata" cioè confermata per mezzo di interazioni frequenti.

    Alla ricerca dei giochi perduti


    Ogni azione elementare è parte di uno o più giochi, e ogni gioco è parte di uno o più giochi più grandi.

    Per "gioco” intendo un programma cibernetico finalizzato, cioè un complesso organico di forme e regole, stimoli e risposte, obblighi, divieti e margini di libertà, premi e punizioni, vale a dire un complesso di azioni e reazioni (cioè interazioni) dotate di significati rilevanti rispetto alla soddisfazione dei bisogni dei giocatori.

    Se non conosciamo i giochi di cui una certa azione è parte, quell'azione non ha senso, è inutile e ingombrante.

    L’uomo non ha bisogno di transazioni (attive o passive) in sé, ma di partecipare a particolari giochi naturali e sociali che prevedono certe transazioni con certi significati. Le conoscenze (sia scientifiche che umanistiche) che si concentrano sulle transazioni trascurando i giochi di cui esse fanno parte, non rispondono ai bisogni umani.

    A quali giochi ho bisogno di partecipare, e in quali ruoli? A quali giochi i miei interlocutori hanno bisogno di partecipare, e in quali ruoli? Con chi ho bisogno di giocare? Queste dovrebbero essere le domande fondamentali di chi vuole vivere consapevolmente e in buoni rapporti con gli altri.

    Forse l’uomo di oggi ha perduto il senso del gioco e non sa nemmeno di aver bisogno di giocare. Forse l’uomo di oggi è triste e annoiato perché ha rinunciato a giocare, e ha rinunciato a giocare forse perché i giochi del passato non sono più adatti alle situazioni attuali.

    Per uscire dalla crisi esistenziale e dal nichilismo, dobbiamo allora inventare insieme e praticare nuovi giochi sociali, tali da soddisfare i nostri bisogni nella realtà (scientifica, tecnologica, economica e socioculturale) attuale.

    Programmi psichici

    Qualsiasi "copione di vita" (Berne docet) o atteggiamento tipico o consolidato è codificato, ovvero scritto, in qualche modo e da qualche parte che non sappiamo e che non è indispensabile sapere. Dovremmo allora chiederci quando la codifica è avvenuta e se essa è suscettibile di cambiamento e in quale misura. In altre parole, se tale codifica è fissa e invariabile, oppure modificabile o adattabile.

    Ebbene, io credo, rifacendomi all'ecologia della mente di G. Bateson, che i programmi biologici sono parzialmente variabili in quanto i sistemi biologici sono per definizione auto-organizzanti. Insomma stiamo parlando di programmi che, a partire dalla codifica del DNA (che è il programma iniziale), si riprogrammano continuamente durante la vita dell’individuo per meglio adattarsi all'ambente naturale e sociale.

    Tuttavia tale riprogrammazione è sempre parziale e la questione è anche quale e quanta parte del programma rimane fissa e quale e quanta si modifica e cosa determina i suoi cambiamenti. Per comodità si potrebbe dire che il programma della psiche si compone di una parte invariabile e di una variabile.

    La quota variabile è ovviamente diversa da persona a persona a seconda del substrato genetico e delle esperienze specifiche. Inoltre, il cambiamento non è sempre adattativo. Può anche essere disadattativo.

    Ho detto altrove che “noi esseri umani siamo sistemi che interagiscono secondo bisogni, sentimenti e programmi che possiamo parzialmente conoscere e modificare” in quanto io ritengo che i sentimenti dipendono dalla soddisfazione o frustrazione dei bisogni, e i programmi (sia nella parte fissa che quella variabile) siano strategie per la soddisfazione dei bisogni stessi.

    Interpretazione delle intenzioni altrui

    Quando due persone si incontrano (nella realtà o nell'immaginazione), ognuna di esse interpreta le intenzioni dell'altra nei propri confronti e in generale. Inoltre, ognuna interpreta il modo in cui l'altra interpreta le proprie intenzioni. Per "intenzioni" intendo sia i criteri di interazione (vedi qui), che le motivazioni.

    Per esempio, nell'incontro tra A e B, A si chiede (consciamente o inconsciamente): che intenzioni ha B nei miei confronti? Che tipo di interazione vorrebbe avere con me? Cosa vorrebbe avere da me? Cosa è disposto a darmi in cambio? Cosa vorrebbe farmi? Cosa potrebbe farmi? Cosa pensa di me? Si sente superiore, uguale o inferiore a me? Che ruolo vorrebbe avere? Che ruolo vorrebbe assegnarmi? Quanto sono importante per lui/lei? Quanto mi stima? Quanto mi desidera? Quanto mi ammira? Cosa gli interessa di me? Quanto è libero di dedicarsi a me? Quanto tempo è disponibile a dedicarmi? Quali sono i suoi principi morali? Qual è la sua visone del mondo? Qual è il suo stile di vita? Qual è la sua cultura? Qual è il suo carattere? Qual è il suo temperamento? Quali sono i suoi gusti? Quali sono le sue abitudini? Come interpreta le mie intenzioni nei suoi confronti? Ecc. Ovviamente B si fa le stesse domande nei confronti di A.

    Le interazioni che accadono (o non accadono) tra due persone dipendono dalle reciproche interpretazioni delle intenzioni altrui e dai rispettivi criteri di interazione.

    Vedi anche Criteri di interazione.

    Amore condizionato

    Premesso che l'amore (in senso lato) è un sentimento e che, come ogni sentimento, è involontario, a mio parere noi amiamo una persona solo se questa corrisponde a certi nostri criteri e prerequisiti (consci o inconsci).

    Allo stesso tempo, siamo amati da una persona solo se corrispondiamo a certi suoi criteri e prerequisiti.

    È così da quando siamo nati e questa logica si applica (consciamente o inconsciamente) a tutte le nostre relazioni, a partire da quella con i nostri genitori.

    L'amore incondizionato esiste solo come desiderio infantile o precetto ideologico. Tutti noi vorremmo essere amati senza condizioni né prerequisiti, così come siamo e qualunque cosa facciamo, ma questo non è quasi mai possibile.

    Il saggio sa che l'amore è relativo e selettivo, che va meritato, e che non possiamo essere amati restando liberi di essere e di fare ciò che vogliamo.

    Ad esempio, uno dei prerequisiti più comuni per provare amore è che esso sia percepito come reciproco.

    Dobbiamo dunque essere qualcosa e fare qualcosa per essere amati, ma non sempre è possibile. Ci sono infatti condizioni troppo difficili o troppo costose da soddisfare, e per questo occorre capire quando è opportuno reprimere il desiderio di essere amati da certe persone.

    D'altra parte non abbiamo il dovere né la capacità di amare alcuna persona incondizionatamente come il cristianesimo e altre ideologie vorrebbero farci credere.

    Conviene dunque avere relazioni intime solo con persone la cui disponibilità ad amare è alla nostra portata e che siamo in grado di amare, evitando, per quanto possibile, di avere rapporti stretti con tutte le altre.

    Presupposti delle interazioni

    Nell’interazione tra due umani le azioni di ciascuno verso l’altro sono determinate o influenzate da una quantità di presupposti, tra cui i seguenti (il soggetto è ciascuno dei due umani):

    • io appartengo a certe cose/persone/categorie (CPC)

    • certe CPC mi appartengono (cioè io possiedo certe CPC)

    • tu appartieni a certe CPC

    • certe CPC ti appartengono

    • egli (un terzo) appartiene a certe CPC

    • certe CPC appartengono a lui/lei

    • noi apparteniamo a certe CPC

    • certe CPC ci appartengono

    • voi appartenete a certe CPC

    • certe CPC vi appartengono

    • essi appartengono a certe CPC

    • certe CPC appartengono a loro


    Sul bisogno di riconoscimento positivo

    Ogni umano ha bisogno di essere riconosciuto positivamente da altri umani, cioè di ricevere dimostrazioni di rispetto, attenzione, stima, valore, capacità, affetto, amore, interesse a cooperare, ecc.

    In altre parole, ogni umano ha bisogno di sentirsi dire da un certo numero di altri: tu sei ok, tu mi piaci, ti stimo, e desidero cooperare con te, cioè stabilire con te una relazione per una reciproca soddisfazione di bisogni e/o desideri, per fare cose utili e/o piacevoli che da soli non potremmo fare, per completarci e aiutarci a vicenda.

    Si tratta di un bisogno geneticamente determinato e ineludibile, dovuto all'interdipendenza degli esseri umani.

    Una prolungata insoddisfazione di tale bisogno può causare sofferenze e disturbi mentali, nel senso che può indurre l’individuo a stabilire con gli altri rapporti dolorosi, improduttivi e/o violenti, o indurlo a isolarsi, rendendo sempre più difficile o impossibile la soddisfazione di ogni altro suo bisogno.

    Un grande problema relativo al bisogno di riconoscimento positivo è il fatto che esso non è né un diritto né un dovere, ma è condizionato al gradimento del riconosciuto agli occhi del riconoscitore. In altre parole, per essere riconosciuto positivamente, un individuo deve “essere” o comportarsi come il riconoscitore desidera e si aspetta.

    Il riconoscimento positivo ha dunque un prezzo, che alcuni potrebbero non essere disposti a pagare, tanto da rinunciare al riconoscimento stesso, e a mettersi in una posizione asociale o isolata rispetto agli altri.

    Il succo di un discorso

    Ciò che ci resta, dopo aver udito o letto un certo discorso, è il suo “succo”, cioè la sua “morale” ovvero gli effetti della sua applicazione nella nostra vita, nei nostri sentimenti e nei nostri rapporti con gli altri.

    Infatti un discorso può contenere una teoria che possiamo mettere in pratica con vantaggio, oppure raccontare con vantaggio ad altre persone. Può contenere modelli di comportamento o di pensiero che possiamo seguire o imitare con vantaggio. Può contenere informazioni che è utile sapere per ottenere dei vantaggi o per evitare degli svantaggi. Può contenere risposte alle nostre domande e soluzioni ai nostri problemi. Può avvertirci di un pericolo o di un rischio. 

    Un discorso può darci piacere e/o dolore, pur senza insegnarci alcunché di utile o di vero. Può illuderci, può farci sognare, può stimolare la nostra immaginazione e dirigerla verso rappresentazioni più o meno gradevoli.

    Un discorso può anche contenere inganni, ovvero informazioni false e/o fuorvianti, credere alle quali può essere dannoso per noi o per altre persone.

    Oppure il discorso può contenere informazioni che non hanno per noi alcuna utilità o valore, e che non ci conferiscono alcun vantaggio né piacere, per cui prenderle in considerazione sarebbe solo una perdita di tempo e una fatica inutile.

    Dovremmo dunque chiederci, prima, durante e dopo aver udito o letto un discorso: qual è il suo succo? Quanto è gradevole o sgradevole? Quanto è salubre o nocivo? Cosa può cambiare nella mia vita e nei miei rapporti con gli altri?

    Cosa piace e cosa fa paura ad un essere umano

    Ad un essere umano piace tutto ciò che conferma la sua appartenenza all'umanità, la sua integrazione e partecipazione interattiva ad una comunità; tutto ciò che lo fa sentire parte integrante, costituente, contribuente, coerente, armonica, simbiotica, utile, non superflua, di un gruppo; tutto ciò che gli conferma di avere un ruolo nella società i cui altri membri accettano, approvano e usano per la loro soddisfazione attraverso un continuo dialogo e scambio; tutto ciò che lo fa sentire "giusto" non in senso morale (perché la morale è una razionalizzazione di qualcosa di più profondo) ma formale e materiale, nel senso della tessera di un puzzle, che nel quadro ha un posto unico ad essa assegnato, che solo il soggetto può riempire perfettamente, e in sua mancanza il puzzle è incompleto o sbagliato.

    In sintesi, ad un essere umano piace essere parte di, ovvero avere  un ruolo in, una configurazione sociale simbiotica o un rito sociale e tutto ciò che favorisce tale partecipazione, come, ad esempio, seguire una moda o assistere insieme ad uno spettacolo o ad una messa.

    Questo piacere deriva da un profondo bisogno genetico di partecipazione sociale, la cui frustrazione può dar luogo a sofferenza, ansia, panico, depressione, e altri disturbi mentali.

    Non importa se l'umanità, la società, la comunità, il gruppo, il puzzle, siano buoni o cattivi, onesti o criminali, sani o malati, saggi o stupidi, produttivi o improduttivi, l'importante è avere una forma compatibile con il resto dell'insieme e non restare isolati o emarginati. Infatti, per l'inconscio è meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli.

    Tuttavia il bisogno di integrazione sociale è più o meno forte da persona a persona, in uno spettro continuo ai cui estremi abbiamo l'estroverso e l'introverso.

    Il ruolo dell'io cosciente

    Premessa: ciò che segue non descrive quello che normalmente avviene nella mente umana (infatti avviene normalmente tutt'altro), ma ciò che io considero salutare e auspicabile, ovvero un ideale di saggezza.

    L'io (inteso come io cosciente) non è il padrone della vita della persona (intesa come l'insieme di corpo e mente o psiche) ma il suo servitore e aiutante. Esso non può e non deve decidere liberamente cosa fare della "sua" persona o cosa farle fare, ma le sue decisioni devono essere prese per il bene e l'interesse di essa, ovvero per soddisfare i suoi bisogni e le sue richieste, che sono espressione della sua natura.

    L'io deve mettersi al servizio della persona che lo ospita. La persona comunica con il suo io e gli segnala i suoi bisogni e le sue richieste attraverso i sentimenti e le emozioni (che includono piacere, dolore, desideri, paure, attrazioni, repulsioni, amore, odio ecc.). Perciò l'io deve essere sempre in ascolto di questi e fare il possibile per soddisfarli, così come deve cercare di soddisfare gli enti esterni da cui dipende la vita la della sua persona, ovvero le altre persone e l'ambiente naturale.

    L'io può e deve anche comandare se stesso e gli altri, ma deve farlo soltanto per obbedire alla sua natura interna e a quella esterna, che sono inseparabili ed in continua interazione, così come lo stesso io è in continua interazione con il resto della mente, della psiche e della persona, che sono inseparabili.

    La conoscenza e la ragione debbono aiutare l'io a stabilire priorità e scegliere, momento per momento, a chi obbedire, chi servire, chi ascoltare, chi seguire, chi ignorare, a chi ribellarsi e chi combattere per il bene della persona e delle persone e cose da cui essa dipende.

    Condizioni per l'interazione civile

    Affinché due persone possano interagire civilmente e pacificamente, e cooperare al fine di soddisfare uno o più bisogni propri e altrui, occorrerebbero:
    • il comune desiderio, interesse, coraggio e disponibilità a tentare un'interazione,

    • un comune dizionario per interpretare correttamente le comunicazioni verbali e non verbali,

    • una reciproca dichiarazione dei bisogni che l'interazione dovrebbe soddisfare e dei relativi sentimenti di soddisfazione / insoddisfazione, desiderio / paura, attrazione / repulsione ecc.


    • una reciproca dichiarazione di appartenenze passive e attive (cioè a quali gruppi/categorie ciascuno appartiene e cosa gli appartiene)

    • la reciproca accettazione delle intenzioni e appartenenze altrui,

    • un accordo sui "giochi" da giocare e le relative regole (scopi, prerequisiti, obblighi, divieti, libertà, forme, norme, valori, clausole contrattuali ecc.),

    • la sincerità e fedeltà delle dichiarazioni rispetto alla realtà,

    • il rispetto degli accordi e delle regole convenute.

    Ovviamente quasi tutti interagiscono col prossimo spontaneamente, seguendo i propri sentimenti, senza pensare a tali condizioni e tanto meno verificarle. Tuttavia, a livello inconscio, l'interazione è regolata dalle percezioni (più o meno realistiche) del compimento e rispetto delle suddette condizioni da parte propria e altrui.

    Scopo di questa analisi è fornire concetti per interagire in modo più consapevole e razionale (il che non significa ignorare o minimizzare i propri sentimenti e quelli altrui), e di negoziare esplicitamente le condizioni dell'interazione stessa, in modo da evitare fraintendimenti e lacune che potrebbero causare il suo insuccesso.

    Strategie di partecipazione

    Perché la gente fa quello che fa? Che senso ha ciò che fa? Perché sorride quando sorride ed è triste quando è triste?

    La mia risposta è che, nella maggior parte dei casi, la gente cerca di fare cose che affermino o confermino la propria rispettabile appartenenza ad una certa comunità, gruppo o categoria sociale, perché ciò risponde ad un bisogno fondamentale radicato nella psiche di ogni essere umano, che si può chiamare "bisogno di appartenenza e integrazione sociale", o "bisogno di partecipazione".

    La gente è contenta nella misura in cui riesce a soddisfare tale bisogno, scontenta e/o disturbata mentalmente quando non vi riesce per molto tempo.

    In funzione del bisogno di partecipazione, ogni cosa, ogni possibile azione può essere, e normalmente è, qualificata come più o meno "socialmente corretta", ovvero come dotata di una "valenza sociale" più o meno grande.

    Le persone stesse possono essere, e normalmente sono, qualificate come più o meno socialmente corrette, in funzione della correttezza sociale delle loro azioni e preferenze.

    I criteri di qualificazione della correttezza sociale dipendono dai paradigmi di interazione e partecipazione caratteristici della comunità di appartenenza, interiorizzati nelle persone sin dalla loro nascita attraverso l'educazione e le esperienze sociali.

    Tornando alle domande iniziali, la risposta potrebbe essere formulata come segue: la gente fa quello che fa perché quella è la sua strategia di partecipazione sociale, ovvero il modo in cui, in un dato momento, in una data situazione, ha scelto di partecipare alla società, non avendone trovato uno migliore, tra quelli che conosce, adatto alle proprie capacità e alla propria personalità.

    Triadi affettive conflittuali e infelicità

    In una relazione affettiva duale, ognuno dei relati può avere, e normalmente ha, anche altre relazioni affettive, per cui ogni relazione duale è in realtà costituita da una quantità di triadi affettive.

    Una triade può essere più o meno conflittuale o pacifica. E' conflittuale quando, data una relazione tra A e B, A ha un affetto positivo verso una entità C verso cui B ha un affetto negativo.

    Un esempio è quello della gelosia: A e B sono sposati, A è attratto da C, B teme C in quanto possibile concorrente, perciò ogni avvicinamento di A verso C determina in B una reazione affettiva ostile, più o meno aggressiva o depressiva verso B e C. La relazione (reale o ipotetica) tra A e C è sentita da B come ingiusta, mentre è sentita da A come giusta.

    In altre parole, una triade con base AB è conflittuale quando una eventuale relazione affettiva positiva AC o BC è giusta per A e ingiusta per B, o viceversa.

    Quanto più sono conflittuali le triadi in cui una persona è coinvolta, tanto più essa è infelice; quanto più esse sono pacifiche, tanto più la persona è felice.

    Cosa può fare una persona A che si trova coinvolta in una triade affettiva conflittuale ABC per evitare di soffrire?

    • rompere la relazione con B

    • minacciare di rompere la relazione con B se B non accetterà la relazione AC

    • rompere la relazione AC (rinunciare a C)

    • mutare la relazione AB da positiva in negativa (smettere di amare B)

    • punire B


    Teoria dei contesti sociali

    Seguendo liberamente il pensiero di Gregory Bateson e quello di George Herbert Mead, suppongo che in ogni mente umana si formino, a seguito delle proprie esperienze, una quantità di "contesti sociali", ovvero configurazioni immaginarie di relazioni sociali in cui il soggetto e gli altri occupano particolari posizioni strutturali, funzionali e gerarchiche, rivestono certi ruoli e interagiscono in certi modi per soddisfare i propri bisogni e desideri.

    Quando due persone interagiscono, ogni transazione (elementare o composta) viene interpretata (ovvero significata, intesa) facendo riferimento ad un certo contesto sociale, il quale può cambiare più o meno rapidamente nel corso dell'interazione (per esempio, nell'umorismo il cambio di contesto è istantaneo o il contesto è continuamente ambiguo).

    Nei soggetti schizofrenici c'è una rigidità o impossibilità di cambiamento di contesto, ovvero di interpretare le transazioni sociali secondo una gamma variabile di contesti.

    Le motivazioni di una persona (bisogni e desideri, consci e inconsci) sono da riferire ai particolari contesti sociali che essa desidera realizzare o impedire.

    Le persone si distinguono per la quantità e la qualità di contesti sociali che si sono formati nelle loro menti, nei sentimenti ad essi associati (piacere, dolore, attrazione, repulsione, desiderio, paura, speranza, angoscia, frustrazione, rabbia ecc.), e nella capacità di concepirne di nuovi, di intuire i contesti sociali altrui e di individuare correttamente quello applicabile a ciascuna transazione.

    Vedi anche  Teoria delle configurazioni sistemiche (configurazionismo).

    Tipi di rapporto interpersonale

    Ciò che ogni umano desidera è ottenere certi tipi di rapporto con altri umani, tipi di rapporto che possono essere diversi da persona a persona. In altre parole, X può desiderare un certo tipo di rapporto con Y e un altro tipo di rapporto con Z.

    Per ottenere il tipo di rapporto desiderato con una certa persona ci possono essere dei prerequisiti posti dalla persona con cui si desidera rapportarsi, il soddisfacimento dei quali diventa a sua volta oggetto di desiderio.

    Un rapporto può coinvolgere due o più persone. Nel caso di più di due persone si hanno triangolazioni ovvero relazioni triangolari per ogni triade di persone.

    Anche nei rapporti tra due persone, occorre considerare le relazioni di ciascuna di esse con elementi terzi (oggetti o idee), che costituiscono triangolazioni relazionali.

    Ogni triangolazione relazionale (tra due persone e una persona o cosa terza) sono soggette al fenomeno dell’equilibrio cognitivo/affettivo teorizzato da Fritz Heider.

    Il rapporto interpersonale deve essere accettato da tutte le parti coinvolte. L’accettazione del rapporto può essere più o meno libera o forzata.

    Un certo tipo di rapporto è caratterizzato da certi ruoli rispettivi delle persone coinvolte e da certe cose che esse condividono nell’ambito del rapporto stesso. I ruoli sono gerarchici e funzionali. Le cose condivise possono includere certe regole di comportamento e certi valori, vale a dire una certa etica.

    Un particolare tipo di rapporto interpersonale consiste in un non-rapporto. Infatti una persona può desiderare di non avere alcun rapporto, ovvero nessuna interazione, rispetta ad un’altra.

    Si potrebbe dire, pragmaticamente, che il valore di qualsiasi cosa dipende dalla misura in cui essa favorisce l’ottenimento dei tipi di rapporto interpersonale desiderati.

    Il problema sono gli altri

    Il problema fondamentale sono sempre gli altri, ovvero come interagire con gli altri senza perderci nel bilancio tra il dare e l'avere, ovvero tra ciò che ci si guadagna e il "prezzo" da pagare.

    Un altro aspetto del problema dei rapporti umani è quello della selettività. Ognuno vorrebbe scegliere le persone con cui interagire, preferendo quelle che gli consentono di ottenere il bilancio più favorevole. Siccome la scelta è normalmente libera, ci sono persone molto richieste e persone poco o per nulla richieste, e queste ultime devono rassegnarsi alla solitudine o ad accettare bilanci dare-avere svantaggiosi. D'altra parte le persone più richieste tendono a scegliere rapporti con bilanci molto vantaggiosi per loro; in altre parole, si offrono al prezzo più alto possibile considerato ciò che offre il "mercato".

    Garantire ad ogni essere umano interazioni soddisfacenti sembra impossibile senza una forma di coercizione che obblighi le persone ad interagire con certe altre persone non scegliendole a piacere, ma secondo criteri di giustizia a livello di comunità.

    La libertà nella scelta delle persone con cui interagire è dunque inevitabilmente fonte di ingiustizia. Questo non deve meravigliarci, essendo la natura, attraverso l'evoluzionismo, spesso ingiusta e crudele.

    Qualcuno obietterà che la mia visione è cinica e non tiene conto di altri fattori, come l'amore, l'altruismo, l'empatia, il senso del dovere, la religione ecc.. All'obiezione rispondo che tutte queste cose non sono fattori assoluti e principi primi, ma dipendono da condizioni psicologiche inconsce, le quali a loro volta rispondono a vari criteri tra cui quelli da me indicati, essendo la psiche costruita attraverso i rapporti sociali e al fine di stabilire i rapporti sociali migliori possibile, come ci insegna George H. Mead in "Mente, sé e società".

    Significato sociale dei gesti

    In qualunque atto (transazione, comunicazione, gesto ecc.) tra due o più persone, c’è una componente sociale, nel senso che all’atto è attribuito (dall’agente e/o dal subente) un “significato sociale” implicito o esplicito dal quale derivano certi comportamenti delle persone coinvolte.

    Seguono alcuni esempi di possibili significati di “atto sociale”:

    • tra di noi c’è un certo rapporto gerarchico (politico, didattico, intellettuale,etico, estetico)

    • ti considero mio pari, mio superiore o mio inferiore

    • vorrei cambiare a mio favore il nostro attuale rapporto gerarchico

    • noi apparteniamo alla stessa comunità, gruppo, organizzazione, categoria sociale, tifoseria ecc.

    • noi rispettiamo le stesse regole logiche, etiche o estetiche

    • noi crediamo nelle stesse narrazioni o nella stessa religione

    • noi condividiamo la stessa ideologia politica, riconosciamo e rispettiamo le stesse autorità politiche

    • noi siamo in una relazione simbiotica, cooperativa o erotica

    • noi siamo amici o alleati

    • noi siamo legati da una relazione di reciproca solidarietà

    • io vorrei interagire con te

    • io vorrei giocare con te

    • io non voglio interagire con te

    • noi siamo nemici, siamo in guerra

    • tu devi fare ciò che io desidero, altrimenti ti punisco

    • tu devi sparire dalla mia vista, altrimenti ti distruggo

    • questo territorio, oggetto o persona appartiene a me e non a te

    • ora vorrei stare in solitudine

    • ora vorrei stare in compagnia

    • vorrei ricevere attenzione

    • mi aspetto più di quanto ho ottenuto

    • ecc.


    Schopenhauer e i neuroni specchio

    Ciò che Schopenhauer non riusciva a spiegare razionalmente, oggi potrebbe essere spiegato con i neuroni specchio.

    «Ma come è possibile che una sofferenza, che non è la mia e che non mi colpisce direttamente, ciò nonostante possa diventare per me un motivo così immediato da spingermi ad agire, come di solito succede solo con un motivo esclusivamente mio? È possibile solo se anch'io partecipo a quella sofferenza [...] Ma questo presuppone che io mi sia identificato in qualche modo con l’altro, che per un momento la barriera tra l’Io e il non-Io sia stata rimossa. Solo allora la situazione in cui versa l’altro, i suoi bisogni, le sue necessità e le sue sofferenze diventano immediatamente miei. Allora vedo l’altro non più come l’intuizione empirica me lo presenta, come qualcosa di estraneo, di indifferente e di completamente diverso, bensì io soffro insieme a lui, nonostante i miei nervi non stiano sotto la sua pelle. Solo così il suo dolore e i suoi bisogni possono diventare il mio motivo; altrimenti solo i miei possono diventarlo.

    Questo processo è misterioso: è qualcosa che sfugge completamente alla ragione, qualcosa la cui origine non si spiega tramite l’apprendimento.

    Eppure è una cosa che succede tutti i giorni. Ognuno lo ha spesso vissuto, e neppure alle persone più dure di cuore e più egoiste è rimasto estraneo. Ogni giorno si presenta davanti ai nostri occhi in casi sporadici, nelle piccole cose, ogni volta che un uomo aiuta un altro uomo e corre in suo soccorso con un impulso immediato, senza ragionarci troppo sopra. A volte, addirittura, qualcuno pone consapevolmente a rischio la propria vita per una persona che vede per la prima volta, senza pensarci sopra due volte, appena si rende conto della grande necessità e del grande pericolo dell’altro.»

    ~ Arthur Schopenhauer, “Il fondamento della morale”, § 18

    Felicità = soddisfazione reciproca

    Un essere umano è felice quando soddisfa altri ed è soddisfatto a sua volta da altri, direttamente o indirettamente.

    Infatti l'uomo non può soddisfare da solo i suoi bisogni, ma per questo (e quindi per essere felice) ha bisogno della cooperazione altrui. In questo senso siamo tutti interdipendenti.

    La soddisfazione reciproca può essere bilaterale o multilaterale. Quella bilaterale si ha tra due persone laddove la prima soddisfa la seconda e questa, in cambio, soddisfa la prima. Quella multilaterale si ha tra più di due persone allorché una prima soddisfa una seconda e viene a sua volta soddisfatta da una terza la quale soddisfa direttamente o indirettamente la prima.

    È questo il caso, per esempio, di un impiegato che soddisfa i clienti della ditta per cui lavora, ed è soddisfatto per questo (cioè ricompensato) non direttamente dai clienti, ma attraverso lo stipendio dal suo datore di lavoro. Questo, a sua volta, non viene soddisfatto (cioè ricompensato) direttamente dall'impiegato, ma dai clienti attraverso il pagamento dei prodotti della ditta.

    La felicità consiste, a mio parere, in una sufficiente soddisfazione reciproca (bilaterale e/o multilaterale).

    Il concetto di soddisfazione è legato a quello di bisogno, cioè di necessità, mancanza o carenza. Infatti non ci può essere soddisfazione se non c'è un bisogno da soddisfare. Di conseguenza, per soddisfare una certa persona occorre che questa abbia dei bisogni inappagati e che questi vengano soddisfatti da qualcuno ogni volta che si presentano.

    Per tali ragioni è importante conoscere o intuire i bisogni propri e altrui, per cui a mio parere, è auspicabile lo sviluppo di una "psicologia dei bisogni", ovvero di una psicologia fondata sull'analisi dei bisogni umani e dei modi in cui possono essere soddisfatti.

    Perché scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo? Il bisogno di partecipazione

    Perché scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo? Credo che questa sia la domanda fondamentale a cui la psicologia cerca di rispondere. O, meglio, credo che il compito principale della psicologia sia di rispondere a tale domanda.

    La mia risposta è che scegliamo ciò che scegliamo e facciamo ciò che facciamo per cercare di soddisfare i nostri bisogni, tra i quali il più importante è quello di partecipazione alla vita sociale, che possiamo chiamare semplicemente bisogno di partecipazione.

    Partecipare alla vita sociale significa interagire simbolicamente con altri esseri umani, secondo uno o più paradigmi di interazione determinati dalle particolari culture in cui la propria mente si è formata.

    Possiamo chiamare evento sociale un'occasione di interazione umana, ovvero di partecipazione, previsto da un paradigma di interazione e caratterizzato da certe regole, ovvero forme, norme, valori, scopi e ruoli.

    La partecipazione ad un certo evento sociale richiede una specifica competenza ovvero conoscenza delle regole, certi prerequisiti e certe risorse, tra cui informazioni condivisibili.

    Ne consegue che per poter partecipare ad un evento sociale può essere necessaria una fase di preparazione in cui ci si esercita anche da soli, attraverso i media, a praticare le regole dell'interazione, e si raccolgono informazioni e si fanno esperienze spendibili durante l'interazione stessa.

    Ciò significa che certe letture, certe attività possono essere più o meno spendibili ovvero narrabili al fine della partecipazione ad un evento sociale, per cui possiamo introdurre il concetto di "valenza sociale" per indicare quanto una certa cosa sia da ritenersi utile o vantaggiosa ai fini della partecipazione sociale in un certo gruppo a cui si desidera appartenere.

    Economia della soddisfazione dei bisogni

    Nella misura in cui per soddisfare i nostri bisogni abbiamo bisogno della collaborazione di qualcuno, dobbiamo comportarci in modo da ottenerla.

    Da questo sillogismo, che è fondamentale nella costruzione della psiche, derivano una quantità di domande come le seguenti.

    Della collaborazione di chi ho bisogno e in quale misura?

    Sono in grado di comportarmi verso una certa persona nel modo da essa richiesto per ottenere la sua collaborazione? Quanto mi costa? Ne vale la pena?

    Nel caso in cui non riesco ad ottenere da una certa persona la collaborazione di cui ho bisogno, con quale probabilità posso ottenerla, in modo ugualmente, o ancor più, soddisfacente, da un'altra persona? In altre parole, con quale facilità posso sostituire una persona con un’altra come collaboratrice per la soddisfazione dei miei bisogni?

    La faccenda può (e dovrebbe) essere esaminata anche dal punto di vista dei bisogni dell'altra persona, dando luogo a domande come le seguenti.

    Di cosa ha bisogno questa persona?

    In che misura questa persona mi ritiene capace di soddisfare i suoi bisogni?

    In quale misura potrei aiutarla a soddisfare i suoi bisogn e quanto mi costerebbe?

    Con quanta facilità questa persona potrebbe trovare qualcun altro in grado di aiutarla a soddisfare i suoi bisogni in modo ugualmente, o ancor più, soddisfacente?

    Cosa vorrei come compenso per soddisfare i suoi bisogni?

    La collaborazione ha successo quando entrambe le parti riescono a soddisfare i propri bisogni e quelli altrui ad un costo sostenibile per entrambe, vala a dire quando ne “vale la pena”, e quando non vi sono alternative più facili e/o più convenienti.

    Occorre tuttavia considerare il fenomeno dell'attaccamento, per cui tra due persone si stabilisce un legame che si rafforza nel tempo e che tende ad essere esclusivo.

    Triangolazioni affettive, comunità sentimentali

    Secondo la teoria dell'equilibrio cognitivo di Fritz Heider, nella relazione tra due umani una grande importanza ha la concordanza o discordanza di sentimenti verso terzi (cose, persone, idee, atti ecc.).

    La condivisione di simpatie e antipatie, apprezzamento e disprezzo, amore e odio, rispetto e indifferenza verso certe entità contribuisce infatti a determinare un legame affettivo positivo, simpatia, fiducia, attrazione ecc. tra due persone. Al contrario, una discordanza affettiva verso una certa entità contribuisce a determinare sfiducia, ostilità, repulsione ecc.

    Il rapporto tra due persone dovrebbe perciò essere visto come una serie di triangoli in cui due vertici rappresentano le persone stesse e il terzo qualsiasi entità verso la quale esse hanno dei sentimenti, ovvero un rapporto affettivo, o indifferenza. Questi triangoli affettivi possono essere più o meno concordi o discordi, consonanti o dissonanti nei confronti delle entità terze, e il grado di concordanza contribuisce a determinare il rapporto affettivo tra le due persone di riferimento.

    A livello di gruppo, si può dire che una comunità sia caratterizzata (anche) da una comunanza (cioè concordanza e condivisione) di sentimenti, ovvero di amore, odio, simpatie, antipatie e indifferenze verso certe entità particolari (cose, persone, idee, atti ecc.).

    Le figure che seguono illustrano diverse triangolazioni affettive equilibrate e squilibrate tra due persone A e B verso una entità terza X.





    Spiegare i dissidi tra esseri umani

    Quando due persone comunicano, è come se i comunicanti fossero quattro anziché due. Ovvero i due "io coscienti" e i due inconsci, come illustrato nella figura qui sotto.

    I due inconsci, usando lo stesso canale di comunicazione usato dagli io coscienti ma con diverse simbologie e logiche interpretative, cercano di proporre o imporre all'interlocutore i rispettivi ruoli relazionali preferiti, che possono essere dominanti, subordinati o paritari. Il conflitto nasce quando i rispettivi ruoli desiderati non sono complementari né paritari, ovvero sono incompatibili, specialmente quando entrambi cercano di assumere un ruolo dominante (corrispondente al ruolo di genitore nell'analisi transazionale di Eric Berne).

    Mentre l'io cosciente tende ad essere politicamente corretto, l'inconscio non ha questo vincolo e cerca di ottenere il ruolo desiderato manipolando l'io cosciente in modo da raggiungere il suo scopo senza che questo se ne accorga.

    È una situazione di "doppio vincolo" (v. Bateson) in cui la persona da una parte cerca di avere un ruolo dominante (politicamente scorretto), mentre dall'altra cerca di apparire politicamente corretta.

    Per Bateson il doppio vincolo è la principale causa della schizofrenia, per cui, per salvaguardare la nostra salute mentale dovremmo cercare di essere consapevoli di questa dinamica. Infatti, obiettivo delle psicoterapie psicodinamiche è quello di rendere consce le dinamiche inconsce, in modo da poterci lavorare razionalmente.



    Bisogni, passioni, interazioni e contesti

    Pochi sanno di cosa hanno veramente bisogno, ma tutti conoscono le le proprie passioni, ovvero cosa dà loro piacere e cosa dolore, cosa fa loro paura e cosa li tranquillizza, cosa li attrae e cosa li repelle. Tuttavia può essere che qualcosa di cui abbiamo bisogno ci faccia paura o ci disturbi, e che siamo attratti da cose di cui non abbiamo bisogno, o che sono per noi nocive.

    Gli umani si aggregano soprattutto in base all'affinità delle loro passioni, più che a quella dei loro bisogni, e le passioni sono molto più varie e volatili dei bisogni.

    E' importante che ci sia coerenza tra bisogni e passioni, ovvero che le cose di cui abbiamo veramente bisogno siano anche l'oggetto delle nostre passioni, e non siano in conflitto con queste.

    C'è poi il problema della repressione dei bisogni e delle passioni, specialmente ad opera delle religioni, e della induzione di falsi bisogni e di passioni nocive ad opera della pubblicità commerciale.

    Per tutti questi motivi, gli umani dovrebbero occuparsi dello studio critico dei loro bisogni e delle loro passioni, in modo da negoziare esplicitamente le rispettive soddisfazioni. Altrimenti si continua ad interagire automaticamente e inconsapevolmente, secondo schemi o copioni tipici predefiniti, con ruoli e forme predefiniti, facenti parte del patrimonio culturale comune.

    Non credo che sarebbe possibile una comunicazione umana senza fare riferimento ad un comune contesto di riferimento da usare per dare un significato cognitivo ed emotivo ai messaggi e ai gesti scambiati. Pertanto, un modo per interagire in modo creativo, originale, efficace, consiste, secondo me, nel concepire, presentare e proporre, prima di interagire, un nuovo contesto di riferimento interattivo, sperando che piaccia al nostro interlocutore e che possa essere adottato per un'interazione più soddisfacente rispetto ai rispettivi bisogni.

    Domande alla base delle interazioni sociali

    Quando un umano ne incontra un altro, si pone, consciamente o inconsciamente, domande come le seguenti: 

    • qual è il rapporto competitivo tra me e questa persona nelle varie gerarchie sociali e nei vari sistemi di valori?

    • quali possibilità e quali opportunità di cooperazione ci sono tra me e questa persona?

    • quali beni, servizi e/o informazioni io e questa persona ci possiamo scambiare utilmente?

    • cosa c’è in questa persona che mi conviene imitare?

    • cosa questa persona mi può insegnare di utile?

    • cosa possiede questa persona che io vorrei possedere?

    • cosa possiede questa persona che io vorrei non possedesse?

    • cosa c’è in questa persona che potrebbe danneggiarmi?

    • quanto questa persona rientra nei miei gusti, nelle mie preferenze e nelle mie scelte?

    • cosa mi distruba di questa persona?

    • cosa mi attrae di questa persona?

    In base alle presunte risposte a domande di questo genere, tra i due umani avvengono (o non avvengono) certe interazioni.

    Cause e soluzioni dei problemi sociali

    Da cosa sono causati i mali della società, ovvero i problemi economici, politici, ecologici e di convivenza? Molti dicono che sono causati dai cattivi politici che pensano solo ai propri interessi, o dalle multinazionali che pensano solo ad arricchirsi a spese della gente e dell'ambiente, e che per risolvere tali problemi la gente dovrebbe svegliarsi ("aprire gli occhi"), sensibilizzarsi e sostituire la classe politica con persone più oneste, sensibili e capaci. E così le librerie, i giornali e i social network sono pieni di analisi dei problemi in tal senso e di incitamenti al risveglio e/o alla ribellione.

    Ritengo questo modo di pensare fuorviante e inefficace. Infatti, che i cittadini siano svegli o sensibilizzati, prima di essere il prerequisito fondamentale per la soluzione dei problemi, è, per difetto, la prima causa di essi. In altre parole, dire che per risolvere i problemi sociali la gente dovrebbe svegliarsi, è come dire che se fossimo tutti più buoni e bravi tutto andrebbe meglio. Una lapalissiana tautologia.

    Io penso invece che, mentre cerchiamo di analizzare e risolvere i problemi economici e politici, o ancor prima, dovremmo affrontare il problema del nostro "sonno", della nostra stupidità e cattiveria, dei motivi per cui non ci comportiamo come "dovremmo", e delle eventuali soluzioni per migliorare le nostre mentalità.

    Penso infatti che dovremmo soprattutto studiare la natura umana e sperimentare nuovi modi di autogovernarci, interagire e negoziare a livello interindividuale un'etica per la soddisfazione dei nostri bisogni, che tenga conto delle recenti scoperte nelle scienze naturali e sociali (tra cui la psicologia sociale, la cibernetica, la genetica, le neuroscienze ecc.) e dello spazio lasciato vuoto dalle religioni e dalle tradizioni in declino.

    E' inutile Insistere con le vecchie idee e i vecchi metodi, che hanno dimostrato i loro limiti.

    Condividere, condividere, condividere!

    Io suppongo che gli esseri umani abbiano un forte bisogno innato di condividere idee, esperienze, conoscenze, credenze, narrazioni, motivazioni, sentimenti, oggetti, strumenti, spazi e tempi ecc. Insomma, tutto ciò che è per loro utile e/o importante.

    Il bisogno di condivisione è profondo e spesso inconscio, nascosto. L’uomo fa tantissime cose allo scopo di soddisfare il suo bisogno di condivisione, illudendosi di avere altri motivi, come se il bisogno di condivisione non abbia una sua sufficiente dignità e giustificazione.

    Se io chiedo a qualcuno il perché di una sua certa abituale attività sociale lui mi risponde probabilmente che fa quelle cose perché gli piace farle, o perché è interessato ai contenuti di quel tipo di attività. Ma queste non sono le vere ragioni, cioè le ragioni “prime”.

    Infatti se io chiedo a quella persona perché quella particolare attività sociale gli piace o perché è interessato ad essa, forse non saprà dire altro che “mi piace perché mi piace” o “mi interessa perché mi interessa”. Ebbene, io credo che le attività sociali ci piacciono e ci interessano nella misura in cui ci permettono di condividere con altri cose che ci stanno a cuore, oppure cose qualsiasi, purché siano condivisibili. Perché condividere qualcosa è un modo per stare insieme, per entrare in relazione, per interagire, per far parte di una comunità, che è la cosa che più ci piace e ci interessa.

    Perciò, se non riuscite a capire perché certe persone fanno certe cose insieme ad altri, probabilmente il motivo è che desiderano condividere qualcosa con gli altri per unirsi a loro, e quell'attività è un buon pretesto, una buona giustificazione. Insomma, si tratta di condividere per interagire, e di interagire per appartenere, non importa cosa venga condiviso, anche cose senza senso, purché vi sia condivisione.

    Mi sembra impossibile capire molte attività sociali senza questa chiave di comprensione: condividere per appartenere.

    Sull'autenticità dei nostri bisogni e desideri

    Non è facile, per un essere umano, sapere di cosa abbia veramente bisogno, cosa  desideri veramente, cosa veramente gli piaccia e cosa veramente non gli piaccia. Non è facile perché tali verità, se incompatibili con i bisogni, i desideri e le aspettative altrui, potrebbero essere sgradite agli altri, potrebbero dar luogo a critiche, disprezzo, derisione, emarginazione, isolamento o repulsione da parte degli altri.

    Infatti, dato che per soddisfare i propri bisogni ogni umano ha bisogno della cooperazione di un certo numero di altri, per ottenere tale cooperazione egli è costretto ad “adattare” i propri bisogni e desideri palesi ai bisogni, ai desideri e alle aspettative di coloro da cui dipende la soddisfazione dei propri bisogni.

    Così, a forza di adattare, nascondere e dissimulare agli altri i nostri bisogni e desideri, finiamo per vivere una vita non autentica, senza nemmeno esserne consapevoli.

    Conviene pertanto chiederci spesso: di cosa ho veramente bisogno? Cosa desidero veramente? Cosa mi manca veramente? Queste domande richiedono coraggio, perché le risposte autentiche potrebbero turbarci e rendere conflittuali i nostri rapporti con gli altri.

    D’altra parte, la soddisfazione di bisogni e desideri non autentici non solo non dà piacere, ma è anche causa di frustrazione, di delusione, di tristezza.

    Riguardo alle domande sopra menzionate, suggerisco una risposta generica: ciò che desideriamo veramente e che probabilmente ci manca, è soprattutto l’amore inteso come unione fisica e spirituale, e interazione, con altri esseri umani, per una comune e reciproca soddisfazione. Una cosa tanto semplice da dire quanto difficile da realizzare per tanti motivi complessi, che conviene indagare.

    Piacere e dolore dell’adattamento sociale

    La cosa più importante per un essere vivente è l’adattamento al suo ambiente, senza il quale non può sopravvivere né soddisfare i propri bisogni.

    Nel caso degli esseri umani, l’adattamento non riguarda solo l’ambiente naturale, ma anche e soprattutto quello sociale, dal momento che nessun umano può sopravvivere né soddisfare i suoi bisogni senza la cooperazione di un certo numero di altri umani.

    Possiamo dire dunque che l’uomo “ha bisogno” dell’adattamento tra sé e l’ambiente naturale e sociale in cui vive.

    Avendo l’uomo bisogno di adattamento naturale e sociale, è “naturale” che esso provi piacere quando questo adattamento è reale o tende a realizzarsi, e dolore quando questo non è c’è o tende a cessare.

    Tuttavia l’adattamento, specialmente quello sociale, per alcuni può avere un costo più o meno sopportabile. Infatti l’adattamento sociale di un individuo implica che questo si manifesti e si comporti in modo accettabile da coloro da cui dipende la propria sopravvivenza e la soddisfazione dei propri bisogni.

    Ci sono individui che si adattano agli altri con facilità, altri con difficoltà. Questi ultimi per adattarsi devono fare in certa misura violenza alla propria personalità, cioè devono costringere se stessi ad “essere” come li vogliono gli altri pur essendo diversi, e a nascondere certe loro diversità rispetto a ciò che gli altri si aspettano da loro. Ne consegue che per i primi l’adattamento comporta solo un piacere, mentre per i secondi comporta un dolore che a volte supera il piacere dell’adattamento stesso.

    Per concludere, possiamo dire che l'adattamento sociale è per alcuni spontaneo e piacevole,  per altri forzato e doloroso.

    Persone e cose

    Nel rapporto tra due persone A e B (e nella percezione del rapporto stesso da parte di A e di B) possono esserci una quantità di cose come le seguenti.


    • Cose che piacciono sia ad A che a B.


    • Cose che non piacciono né ad A né a B.


    • Cose che piacciono ad A e non piacciono a B.


    • Interessi di A convergenti con interessi di B.


    • Interessi di A conflittuali con interessi di B.


    • Interessi di A neutri rispetto a interessi di B.


    • Cose che A possiede e di cui B vorrebbe appropriarsi.


    • Cose di A che disturbano B.


    • Cose di A che attraggono B.


    • Cose che A si aspetta di ricevere da B.


    • Cose che A è disposto a offrire a B.


    • Cose che A non è disposto a offrire a B.


    • Cose che A nasconde a B.


    • Cose che A vorrebbe far credere a B.


    • Posizioni gerarchiche che A vorrebbe assegnare ad A e B.


    • Cose che A vorrebbe che B facesse.


    • Cose che A vorrebbe che B non facesse.


    • Colpe di cui A accusa B.


    • Cose che A propone a B.


    • Cose che A vorrebbe fare a B.


    • Cose che A vorrebbe fare con B.


    • Cose che A vorrebbe fare senza B.


    • Cose che A esige da B come obbligatorie..


    • Cose che A si sente in dovere di fare per B.


    • Cose che A non si sarebbe in dovere di fare per B.


    • Cose conosciute da A che B vorrebbe sapere.


    • Cose di B che A vorrebbe distruggere.


    • Cose di B che A vorrebbe proteggere.


    • Ecc.




    Teoria del triplo legame (amico, nemico, cosa)

    In ogni momento, inconsciamente o consciamente. ognuno classifica ogni altro come amico, nemico o "cosa" (da sfruttare o ignorare), e interpreta le classificazioni degli altri nei suoi confronti secondo le tre categorie suddette. Tali classificazioni sono normalmente variabili e spesso indecise, imprecise, contraddittorie, censurate e mistificate, dando luogo a difficoltà di interazione, comprensione e motivazione, errori di valutazione, frustrazioni, isolamento, vittimismo, sensi di colpa, nevrosi, psicosi, ecc. Infatti, una persona può, agli occhi di un'altra, essere considerata contemporaneamente o successivamente amica, nemica o "cosa".

    La censura e la mistificazione (sia verso se stessi che verso gli altri) consistono, per esempio, nel credere o cercare di far credere all'altro (consciamente o inconsciamente) che siamo suoi amici mentre invece stiamo solo cercando di sfruttarlo o di evitarlo. Infatti il terzo legame, che potremmo definire come "reificazione utilitaristica" è normalmente censurato e autocensurato e perciò rimosso.

    Questa riflessione mi è stata ispirata dal concetto di "doppio legame" (double bind) teorizzato da Gregory Bateson, ed è, in un certo senso, un'estensione di tale concetto.

    Io suppongo che nelle società primitive (o "fredde", come definite da Claude Lévy-Strauss) non esisteva né doppio né triplo legame in quanto un essere umano era considerato da una altro come amico se membro della stessa comunità, altrimenti come nemico e/o cosa da sfruttare, e la classificazione era normalmente invariabile. Per questo, suppongo che le società primitive fossero generalmente immuni da nevrosi o psicosi, che secondo me sono il prezzo da pagare alla creatività, all'evoluzione intellettuale e alla libertà dell'odierno homo sapiens, condizioni che permettono l'individuazione, ovvero la differenziazione dell'individuo, laddove nelle società primitive l'individuo esisteva solo come e in quanto membro di una comunità.

    Fare insieme

    L'uomo ha bisogno di fare cose insieme ai suoi simili, cose qualsiasi, utili, razionali, ma anche inutili o insensate, purché non evidentemente nocive.

    Il bisogno di "fare insieme" è innato e generativo, nel senso che da esso derivano ulteriori bisogni, strumentali rispetto al primo.

    Il gioco, ovvero il bisogno di giocare, è uno di questi bisogni. Altre forme del fare insieme includono gli spettacoli, il teatro, il cinema, la danza, la musica, lo sport, i riti religiosi e civili, la letteratura, il folclore, le tradizioni, gli usi, i costumi, la conversazione ecc.

    L'interazione tra due esseri umani, se non è violenta, segue sempre delle regole sociali, cioè delle convenzioni su cosa sia vietato e cosa obbligatorio, su forme e significati, su limiti e libertà ecc.

    La socialità non è un'opzione, ma il fondamento della psiche e della morale.

    Fare insieme serve a confermare l'appartenenza ad un gruppo, oltre che a cooperare per scopi comuni e contro nemici comuni. Serve a stabilire rapporti commerciali, di collaborazione, di mutuo aiuto, d'amicizia e d'amore.

    Fare insieme significa interagire, cioè costituire un sistema di cui si è o si diventa parte.

    L'uomo non può vivere senza far parte di qualche sistema sociale e le sue appartenenze in tal senso hanno bisogno di essere continuamente confermate. La conferma avviene attraverso atti sociali o di socializzazione, non importa se puramente simbolici o materiali. Intendo dire che ciò che viene scambiato può consistere in simboli, informazioni (vere, fittizie o false), beni, sostanze o energie.

    Constatata l'impossibilità di fare a meno dell'interazione sociale, all'uomo non resta che la creatività, cioè la possibilità di inventare nuove forme e nuove regole di interazione, più funzionali, ovvero più adatte alla soddisfazione dei bisogni propri e altrui.


    Cosa più interessa alle persone

    Recentemente, nel gruppo Facebook “Psicologia, filosofia….” ho messo i seguenti post:

    1. Se qualcuno ti dicesse: "io sono più intelligente di te", come reagiresti?

    2. Se ti dicessi che sei intelligente, sincero e buono, cosa mi diresti?

    3. Se ti dicessi che sei stupido, falso e cattivo, cosa mi diresti?

    Ad oggi il primo post ha ottenuto 101 commenti e 25 like, il secondo 72 commenti e 16 like, il terzo 36 commenti e 14 like.

    I commenti sono di diversi tipi: seri, scherzosi, ironici, neutri, impulsivi, ragionati, accondiscendenti, offensivi, raffinati, volgari, lunghi, brevi, più o meno superficiali.

    Ciò che trovo più interessante in questo esperimento non è tanto il contenuto dei commenti, nessuno dei quali ho trovato particolarmente sorprendente, ma la loro quantità, molto più grande di quella che i post che scrivo quasi ogni giorno nel gruppo normalmente ottengono.

    Come spiegare tanto interesse per questo genere di post? 

    Direi che dai risultati di questo esperimento si evince che ciò che più interessa alle persone è cosa pensano gli altri di loro, e in particolare la comparazione tra loro e gli altri nelle gerarchie sociali, cioè “chi vale di più”.

    In altre parole, siamo tutti costantemente preoccupati di non essere inferiori ad altri per quanto riguarda le nostre qualità umane (la nostra “umanità”) e le nostre competitività intellettuali e morali. Su queste cose siamo ipersensibili.

    Conciliazione di motivazioni e ruoli

    Le mie motivazioni e i miei ruoli, come si rapportano e conciliano tra loro e con quelle altrui?

    Credo che questa domanda sia fondamentale per tutte le scienze umane perché sintetizza tutti i problemi psicologi e sociali di ogni essere umano, al di fuori di quelli che riguardano la sola sua salute fisica. Più precisamente, credo che i problemi umani possano essere ridotti alla difficoltà di conoscere le vere motivazioni del comportamento proprio e altrui, e alla variabile e instabile compatibilità, sinergia e conflittualità interna ed esterna delle motivazioni individuali.

    Infatti, ogni essere umano ha diverse motivazioni, alcune delle quali possono essere tra loro antagoniste, e ha bisogno della cooperazione degli altri per soddisfarle, ma gli altri possono al tempo stesso costituire un ostacolo, una minaccia o un fastidio a causa della competizione, distruttività, falsità, diversità di vedute e gusti, e conflitti di interessi caratteristici della nostra società.

    L'arte di vivere, secondo me, consiste quindi nella capacità di conoscere e conciliare le proprie motivazioni con quelle altrui, dopo aver conciliato tra loro quelle che abitano la propria persona.

    La filosofia, la psicologia e la psicoterapia dovrebbero servire a conciliare le nostre motivazioni, modificandole dove occorre, affinché siano il più possibile adatte alla soddisfazione dei nostri bisogni e di quelli altrui.

    Vedi anche Servitori di motivazioni.







    Gli altri fuori e dentro di me

    Ho chiesto a ChatGPT: “Scrivi un breve saggio dal titolo "Gli altri fuori e dentro di me". Segue la sua risposta, con cui sono molto d’accordo.

    L’esistenza dell’essere umano è, sin dall’inizio, intrecciata con quella degli altri. Non veniamo al mondo da soli, e non impariamo a essere ciò che siamo senza l’incontro, lo scontro e il confronto con chi ci circonda. “Gli altri fuori e dentro di me” è più di una formula poetica: è una verità profonda sull’identità e sulla relazione.

    Gli altri “fuori” da me sono coloro con cui condivido lo spazio del mondo: familiari, amici, passanti, sconosciuti. Sono volti, parole, gesti, giudizi e attenzioni che mi costruiscono giorno dopo giorno. Ogni sguardo che ricevo è uno specchio: mi rimanda un’immagine di me stesso che altrimenti non potrei vedere. Gli altri mi riconoscono, mi definiscono, a volte mi limitano, altre mi liberano. Nessuno si costruisce senza uno sguardo esterno che lo confermi.

    Ma gli altri sono anche “dentro” di me. Inconsapevolmente, interiorizzo le voci che mi hanno cresciuto, le attese che ho respirato, le paure trasmesse, i modelli che ho cercato di imitare o da cui ho voluto fuggire. Quando prendo una decisione, spesso non so dire se sto seguendo un desiderio mio o quello di qualcun altro che ha messo radici in me. In questo senso, la mia interiorità è abitata: non è un monologo, ma un coro di presenze.

    Riconoscere gli altri dentro di sé non significa perdere se stessi, ma anzi iniziare a conoscersi davvero. È il primo passo per distinguere ciò che mi appartiene da ciò che mi è stato imposto, per scegliere consapevolmente chi voglio essere. Ed è anche il primo passo verso una relazione più autentica con chi ho fuori di me: vedendolo non solo come specchio, ma come un altro “io” con la propria interiorità abitata.

    Così, vivere diventa un’arte delicata: accogliere gli altri senza esserne dominati, accogliere sé stessi senza rinchiudersi. Un continuo dialogo tra dentro e fuori, tra me e il mondo.

    Il bisogno di accudimento e riconoscimento

    Per sopravvivere, un bambino ha un bisogno assoluto di essere accudito. L'accudimento infantile comprende la nutrizione, la pulizia, la cura fisica, la stimolazione sensoriale, la comunicazione, il contatto e la manipolazione fisica (carezze ecc.), l'intrattenimento, l'interazione ludica e forse anche altre cose.

    Nel caso in cui l'accudimento sia condizionato dagli educatori ad un certo comportamento (cioè all'essere "bravo" in un certo modo) il bambino può inconsapevolmente sviluppare un bisogno secondario compulsivo di comportarsi secondo le aspettative dell'educatore, cioè di essere "bravo" come richiesto. Tale bisogno potrebbe permanere inconsciamente per tutta la vita.

    Se l'accudimento non viene ottenuto in misura insufficiente dal bambino, questo può sviluppare un'ansia cronica e un senso di inadeguatezza, cioè di non essere abbastanza "bravo" da meritare l'accudimento di cui ha assoluto bisogno. Tali sentimenti possono inconsciamente permanere anche nell'età adulta.

    A volte, nelle persone che hanno avuto un deficit di accudimento fisico e/o affettivo, si sviluppano depressioni nervose che hanno la funzione di far regredire il paziente ad uno stato infantile, nell'illusione che, mostrandosi il paziente inerme e bisognoso di accudimento, le persone che lo circondano si commuovano e soddisfino quel bisogno mai sopito.

    A complicare la situazione, c'è il paradosso che, quanto più uno si sforza di essere "bravo" (secondo lo schema mentale interiorizzato nell'infanzia), cioè di comportarsi sempre più da "grande" e cerca, coltivandosi, di crescere sempre di più intellettualmente e moralmente, tanto più esso viene percepito dagli altri come forte, dominante, duro, giudice severo, critico, arrogante, antipatico, non bisognoso di affetto, e tanto meno essi saranno disposti a offrigli quell'affetto e quel riconoscimento di cui ha disperatamente bisogno.

    Infatti, chi cerca di superare se stesso viene fatalmente percepito, dalla maggioranza delle persone, come uno che cerca di superare gli altri.

    Condizioni per un'interazione soddisfacente

    A mio parere, affinché un'interazione tra due persone sia soddisfacente per ambo le parti, debbono essere soddisfatte molte condizioni, tra cui le seguenti:

    • l'interazione deve essere desiderabile o desiderata da ambo le parti

    • il linguaggio verbale e non verbale utilizzato deve essere comprensibile nello stesso modo da ambo le parti

    • l'interazione deve rispettare regole morali accettate da ambo le parti

    • le parti devono avere visioni del mondo, culture, caratteri e temperamenti compatibili

    • ciascuna parte deve soddisfare qualche bisogno dall'altra

    • nessuna parte deve dire o fare cose che possono disturbare o offendere l'altra

    • nessuno parte deve giudicare l'altra se non richiesta

    • ci deve essere coerenza tra ciò che ciascuna parte dice e il suo comportamento effettivo

    • nessuna parte deve chiedere all'altra ciò che essa non è in grado di capire, fare o dare

    • ci deve essere un equilibrio tra ciò che ciascuna parte dà e ciò che riceve

    • le parti devono avere almeno un interesse convergente e nessun interesse incompatibile

    • l'interazione non deve essere in contrasto col sistema morale di alcuna parte

    • l'interazione non deve essere in contrasto con le norme etiche, estetiche e intellettuali delle comunità a cui le parti appartengono

    • l'interazione non deve avere un costo troppo elevato in termini di energia, tempo, impegno, denaro, finzione per alcuna delle parti

    • l'interazione non deve essere osteggiata da persone importanti per alcuna delle parti

    • l'interazione non deve implicare rinunce ad altre soddisfazioni importanti per alcuna delle parti

    • i temi di conversazione, le logiche di discussione e le attività comuni devono essere graditi da ambo le parti

    • l'interazione non deve essere censurabile dal Super-io di ciascuna parte

    • ecc.


    Presentarsi agli altri

    Così come “non si può non comunicare”, non si può non presentarsi ad altri.

    Ciò che tuttavia si può fare è scegliere quanto esporsi all’osservazione altrui, ovvero quanto vogliamo rendere pubblica la nostra immagine e le informazioni che ci riguardano. In altre parole, possiamo scegliere in quale misura essere “aperti”.

    Presentarsi agli altri significa rivelare le proprie appartenenze, i propri possedimenti, le proprie caratteristiche fisiche e psichiche, le proprie preferenze, le proprie inclinazioni, le proprie disposizioni, le proprie alleanze, le proprie posizioni politiche, filosofiche, morali, ecc.

    Presentarsi agli altri significa anche manifestare ciò che si è disposti a dare, e a chi, e ciò che si chiede, e a chi, e anche ciò che non si è disposti a dare, e a chi, e ciò che non si chiede, e a chi. Ne consegue che dal modo in cui ci presentiamo agli altri dipendono le nostre chance di stabilire certe relazioni sociali.

    Se scegliamo di proteggere la nostra immagine da osservazioni non volute, se scegliamo di essere “riservati” con la generalità degli altri, diamo di noi l’immagine di persone che hanno qualcosa da nascondere. Siamo perciò percepiti con sospetto e diffidenza.

    Se invece scegliamo di essere trasparenti, rischiamo di dispiacere a tutti coloro che non condividono le nostre idee o che disprezzano le nostre condizioni fisiche ed economiche. Rischiamo cioè di farci dei nemici.

    Infatti, la riservatezza implica una certa solitudine, o un certo isolamento, mentre la trasparenza implica il sottoporsi al pubblico giudizio, che potrebbe essere a noi sfavorevole.

    Più si è conformisti, più si è a proprio agio nel presentarsi agli altri, mentre i non conformisti sono disprezzati e temuti per le loro idee e i loro comportamenti che contraddicono le idee e i comportamenti della maggioranza degli altri.

    La questione è dunque: quanto rivelare di sé, e a chi? (Sapendo che la trasparenza richiede un sufficiente grado di conformismo o il coraggio di contraddire gli altri.)

    Valori e gerarchie

    Ogni comunità (gruppo, organizzazione, associazione, società ecc.) è caratterizzata da valori condivisi dalla maggioranza dei membri della comunità stessa. Un valore implica il fatto che chi lo possiede, lo incarna o lo produce in una certa misura “vale” più (cioè è più rispettabile e pregevole) di chi lo possiede, lo incarna o lo produce in misura inferiore. Infatti, possiamo dire che ogni valore implica una gerarchia nella quale ogni persona occupa una posizione più o meno alta. In altre parole, è sempre possibile confrontare le posizioni gerarchiche di due persone rispetto ad un certo valore, ed è molto probabile che una delle due si trovi più in altro rispetto all’altra nella relativa gerarchia sociale.

    Non dobbiamo pensare alle gerarchie solo in termini di potere politico, di comando o di dominazione, ma anche in termini di moralità, di intelletto e di dignità in generale. Per esempio, in una comunità in cui il valore dell’altruismo è tenuto in grande considerazione, esiste una scala gerarchica dell’altruismo, per cui alcuni vengono considerati più altruisti di altri, e rispettati e stimati di conseguenza. E’ anche vero che a volte una posizione alta in una gerarchia “morale”, consente di ottenere una posizione alta anche in una gerarchia politica e/o economica.

    Tra i valori tipici delle società industriali più avanzate, troviamo: l’intelletto, la conoscenza, la capacità di governare, l’autocontrollo, l’altruismo, la saggezza, la preveggenza, la bellezza del proprio corpo, la bellezza dei propri averi, la salute, la forza fisica, la popolarità, il successo ecc.

    La logica che ho descritto è fortemente radicata nella mente di ogni essere umano (soprattutto a livello inconscio) e determina molti comportamenti sociali e molti sentimenti gradevoli o sgradevoli. Infatti ogni persona tende ad occupare e a mantenere le posizioni più alte possibili nelle varie gerarchie “valoriali” che caratterizzano la comunità a cui appartiene.


    Il processo interattivo umano

    L'interazione tra due umani è un complesso processo in cui vengono prese diverse decisioni basate su logiche e algoritmi automatici, simultaneamente e per lo più inconsciamente e involontariamente.

    Suppongo che tali logiche e algoritmi adempiano molte funzioni tra cui:

    • auto-classificazione e classificazione dell'interattore, ovvero identificazione di appartenenze a comunità, gruppi, tipi e categorie caratterizzate da proprietà particolari

    • valutazione e confronto delle capacità / incapacità e potenzialità proprie e dell'interattore

    • analisi dei possibili modelli culturali di interazione applicabili

    • sondaggi conoscitivi, interviste, monitoraggio del comportamento dell'interattore e analisi del feedback per individuare e valutare possibilità di  manovra

    • analisi dei possibili vantaggi, svantaggi, benefici, inconvenienti e rischi dell'interazione, tra cui valutazione del parere, approvazione, disapprovazione, consenso o divieto da parte di terzi

    • recriminazioni e accuse di non rispetto di regole condivise

    • ritualizzazioni di appartenenze comuni

    • giochi 

    • scherzi e umorismo

    • definizione e assegnazione di ruoli

    • assegnazione di posizioni gerarchiche (politiche, economiche, intellettuali, morali ecc.), sfide, proteste

    • asservimento, dominazione, sfruttamento

    • servizio, sottomissione

    • guida, leadership, insegnamento, direzione

    • apprendistato, sequela, esecuzione di ordini

    • dichiarazioni di obiettivi, intenzioni, domanda e offerta

    • espressione di richieste e pretese di beni, informazioni, servizi, obblighi e divieti

    • negoziazione esplicita o implicita di possibili transazioni, relazioni e protocolli di interazione

    • ecc.


    Il processo è basato sulle mappe cognitivo-emotive degli interattori, usate per dare significato e valore alle transazioni avvenute e a quelle ipotetiche.


    Di cosa parlare e di cosa non parlare

    Con ciascuna persona che incontriamo dobbiamo decidere di cosa è opportuno e di cosa è inopportuno parlare.

    Tale decisione è importante sia perché ciò di cui parliamo potrebbe annoiare, offendere o mettere a disagio il nostro interlocutore, sia perché potrebbe rivelare aspetti della nostra personalità e della nostra storia che potrebbero dar luogo ad un giudizio negativo sulla nostra persona.

    Purtroppo (o per fortuna) non si può non comunicare, per cui è molto difficile nascondere le proprie opinioni, intenzioni, e soprattutto le proprie emozioni, verso una persona che è di fronte a noi.

    Quando si hanno opinioni ed emozioni che non è opportuno rivelare all’interlocutore, la soluzione più semplice sarebbe quella di tacere, di non fare gesti e di immobilizzare i muscoli della nostra faccia affinché non tradiscano cosa pensiamo e sentiamo per l’altro. Ma anche il silenzio, l’immobilità, la rigidità, l’esitazione, comunicano qualcosa. Comunicano un disagio e la paura di aprirsi e di rivelare una verità, col risultato di inquietare l’interlocutore e di farlo sentire non gradito e temuto.

    Escludendo l’opzione del silenzio e dell’immobilità, non ci resta che sforzarci di “trovare” gradevole e rassicurante la persona che si trova di fronte a noi. Intendo dire che dovremmo praticare una sorta di autoipnosi allo scopo di concentrarci sugli aspetti positivi dell’interlocutore e di ignorare o minimizzare quelli che consideriamo, consciamente o inconsciamente, negativi, cioè sgradevoli e/o spregevoli.

    Soprattutto occorre evitare ogni giudizio morale o intellettuale non lusinghiero!

    In conclusione, è opportuno fingere, o immaginare, di gradire l’interlocutore, ignorando o minimizzando ciò che di lui non ci piace. Insomma, recitare la parte dell’amico o del simpatizzante. Bravo chi ci riesce, io no.

    Domanda e offerta nei rapporti umani

    I rapporti umani sono basati sulla domanda e l'offerta di beni e servizi, o prestazioni. Quando la domanda incontra l'offerta, ovvero lo scambio tra quanto richiesto e quanto offerto soddisfa entrambi i contraenti, allora l'interazione o scambio avviene pacificamente e con vantaggio reciproco, altrimenti non avviene, o avviene in modo violento.

    Qualcuno obietterà: e l'amore? E l'altruismo? E la generosità disinteressata? Ebbene, queste cose rientrano a pieno titolo nel paradigma della domanda e dell'offerta.

    Infatti, amare, comunque lo si voglia definire, corrisponde ad un bisogno e/o desiderio di dare e/o avere, e, in quanto tale, può essere oggetto sia di domanda che di offerta. Lo stesso vale per la solidarietà e l'altruismo.

    Detto questo, io credo che il motivo fondamentale della dilagante solitudine e alienazione che sono in continuo aumento nel mondo, dipendono dallo scarso incontro tra la domanda e l'offerta di interazione, causata dal fatto che quanto offerto non corrisponde qualitativamente e/o quantitativamente a quanto richiesto.

    Il divario qualitativo e quantitativo tra la domanda e l'offerta aumentano con l'aumentare del benessere economico e della libertà di pensiero e di espressione, ovvero di praticare lo stile di vita che si vuole. Infatti, quanto più è diffuso il benessere economico, ovvero il denaro a disposizione di una persona, tanto meno essa ha bisogno della cooperazione e solidarietà altrui; e quanto più una persona è libera di svilupparsi come vuole, tanto maggiore sarà la probabilità di avere gusti ed esigenze diversi da quelli altrui.

    La difficoltà di incontro tra domanda e offerta dipende comunque dalla antiteticità dei bisogni umani fondamentali, ovvero quello di appartenenza / integrazione sociale, e quello di libertà / individuazione. perché quanto più è forte l'appartenenza ad un gruppo sociale, tanto minore è la libertà di comportarsi in modi diversi da quelli caratteristici del gruppo stesso, e viceversa.

    Appartenenza e libertà sono dunque i poli estremi dell'inevitabile perenne compromesso che caratterizza la natura umana.

    Le regole del gioco delle interazioni

    Un essere umano ha bisogno degli altri, ovvero di interagire e scambiare beni, servizi e idee con loro. Affinché una interazione con un altro sia possibile, uno deve avere una sufficiente cognizione di come l'altro funzioni, ovvero essere capace di prevedere le sue motivazioni e possibili reazioni cognitive ed emotive ai messaggi che riceve e percepisce.

    Per capire come uno funziona, possiamo frequentarlo, osservarlo, studiarlo, interrogarlo, oppure semplicemente assumere che funzioni più o meno come noi stessi. Ma noi sappiamo come funzioniamo? In realtà noi siamo in larga misura il risultato dell'educazione che abbiamo ricevuto, ovvero siamo come ci hanno voluto i nostri genitori e/o educatori formali e informali, ovvero molte persone che abbiamo incontrato sin da bambini.

    Come insegna René Girard, la formazione della psiche si basa sull'imitazione dell'altro. E' così che la  generale interdipendenza dà luogo ad una reciproca imitazione che conduce alla formazione delle "usanze" caratteristiche di una comunità.

    Stante quanto sopra, due persone interagiscono in modo non violento se rispettano entrambe certe "regole del gioco", che sono in parte derivate dalle usanze delle comunità a cui entrambe appartengono, e in parte negoziate e convenute (esplicitamente o implicitamente) tra le persone stesse, a condizione che esse siano capaci di negoziarle.

    Molte difficoltà  e problemi e di interazione tra persone sono dovuti proprio alla incapacità di negoziare e/o convenire le regole dell'interazione, per cui, ad una interazione sregolata (e quindi potenzialmente violenta o sgradevole) con una certa persona si preferisce non interagire affatto con essa.

    La soluzione? Una migliore conoscenza della natura umana, e una migliore condivisione di tale conoscenza, che implica la consapevolezza dei bisogni propri e altrui e del funzionamento di ciascuno in termini di reazioni cognitive ed emotive. Grazie a tale conoscenza dovrebbe essere più facile negoziare e convenire le regole del gioco delle possibili interazioni, accettabili da entrambe le parti.

    Valutazioni reciproche e autovalutazioni

    Ognuno valuta, consciamente o inconsciamente, ogni altro (nella misura in cui lo conosce) e se stesso.

    La valutazione può essere generale o riguardare particolari aspetti o capacità della persona valutata.

    Considerando due persone X e Y, sono possibili le seguenti valutazioni da parte di X:

    • <xx> il valore che X attribuisce a se stesso

    • <xy> il valore che X attribuisce a Y

    • <xyx> il valore che X ritiene che Y attribuisca a X

    • <xyy> il valore che X ritiene che Y attribuisca a se stesso

    Le valutazioni sono normalmente comparative. Le comparazioni più importanti sono le seguenti. I temini "superiore" e "inferiore" possono essere sostituiti rispettivamente dai termini "migliore" e "peggiore".

    • La comparazione <xx> : <xy> è quella cha fa ritenere a X di essere superiore o inferiore a Y.

    • La comparazione <xyy> : <xyx> è quella che fa ritenere a X che Y si ritenga superiore o inferiore a X.

    • La comparazione <xy> : <xyy> è quella che fa ritenere a X che Y si sopravvaluti o si sottovaluti.

    La comparazione più problematica è la <xyy> : <xyx> (quella che fa ritenere a X che Y si ritenga superiore o inferiore a X) perché da essa dipende la simpatia o l’antipatia che X prova per Y.

    Ovviamente tutte le valutazioni sono soggettive.

    Interazionismo esistenziale

    Mi piacerebbe che qualcuno costituisse una scuola di filosofia e psicologia che si potrebbe chiamare "interazionismo esistenziale". L'idea di base di tale scuola sarebbe che l'interazione è la cosa più importante al mondo non solo per le dinamiche degli esseri non viventi, ma soprattutto per la vita in generale e per quella umana in particolare.

    Questa scuola metterebbe insieme varie correnti di pensiero, in particolare l'interazionismo simbolico di George Herbert Mead e l'ecologia della mente di Gregory Bateson, e si baserebbe sull'idea che non possiamo conoscere né misurare le cose come sono ma solo le interazioni tra di esse.

    Per quanto riguarda il benessere psicofisico dell'individuo, l'interazionismo esistenziale afferma che esso dipende dalla quantità e soprattutto dalla qualità delle interazioni tra gli esseri umani, e tra questi e il loro ambiente.

    Detto ciò, il compito della filosofia e della psicologia, come di tutte le altre scienze e discipline umane e sociali, dovrebbe essere lo studio delle interazioni umane, ovvero dei tipi di interazione e dei loro effetti sul benessere degli individui e sulla sostenibilità delle società e della specie umana.

    Tale studio dovrebbe esaminare e classificare, senza preconcetti, i vari tipi di interazione che un umano può avere con gli altri e con l'ambiente, ciascuno con le sue modalità, regole, libertà, condizioni, requisiti, forme, linguaggi, vincoli culturali ecc., i rispettivi effetti sul benessere delle parti in gioco, cosa le provoca o favorisce, cosa le impedisce o inibisce ecc.

    Tutto ciò dovrebbe permettere ad ogni umano di orientarsi pragmaticamente in modo da esercitare interazioni ottimali con gli altri e con il proprio ambiente per facilitare la soddisfazione dei propri bisogni e di quelli altrui.

    Per esempio, l'interazionista esistenziale si porrebbe domande come le seguenti:

    Con chi (non) posso / devo / voglio interagire? In quali modi? In quali ruoli? Con quali regole? A quali fini? Con quali risorse?

    Che tipi di interazione ci sono o ci possono essere tra me e x?

    Bisogno di importanza

    Ogni umano ha bisogno di essere importante per un certo numero di altri. Per “importante” qui intendo rilevante, che conta qualcosa, che non è indifferente agli occhi degli altri, che ha una certa influenza nel comportamento altrui.

    Questo bisogno si spiega col fatto che siamo interdipendenti e che non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni senza la cooperazione da parte di un certo numero di altre persone, cooperazione che dipende da quanto siamo importanti per i nostri candidati cooperatori.

    Il problema dell’importanza è complesso anche per il fatto che si tratta di una “grandezza” relativa e variabile, e che noi tendiamo consciamente o inconsciamente a misurare (o valutare) le importanze delle varie persone al fine di stabilire una gerarchia di importanza, o, meglio,  gerarchie di importanze, giacché una importanza è sempre relativa ad un certo contesto.

    In altre parole, ognuno di noi si chiede, consciamente o inconsciamente, rispetto a ciascuna altra persona: chi tra di noi è più importante? E se qualcuno cerca di apparire importante, la cosa ci irrita, perché è come se quello volesse dimostrare di essere più importante di noi.

    Questo avviene perché la cooperazione tra umani è competitiva, cioè ognuno sceglie con chi cooperare e con chi non cooperare secondo l’importanza che attribuisce ai candidati “compagni” rispetto ai propri interessi.

    Perciò per molti è preferibile essere disprezzati che ignorati. Perché noi disprezziamo solo persone a cui attribuiamo una certa importanza, sia pure negativa, piuttosto che coloro che ci sono indifferenti, ovvero non sono importanti per noi, né nel bene, né nel male.

    In conclusione, è bene tenere sempre a mente che sia noi, che gli altri, abbiamo bisogno di essere riconosciuti come importanti da un certo numero di persone, riconoscimento senza il quale siamo ansiosi, depressi o in preda al panico, e comunque infelici.

    Interazioni simboliche

    Come ci insegna George H. Mead in "Mente, sé e società", la nostra mente si forma attraverso interazioni simboliche con altri umani, e il nostro comportamento sociale consiste a sua volta in interazioni, anch'esse simboliche, guidate dalla mente stessa. Queste interazioni sono qualificate come simboliche perché, a differenza di quanto avviene per gli altri animali, consistono soprattutto nella trasmissione bidirezionale di gesti o simboli, il cui significato è determinato dai contenuti della mente degli interattori, appresi attraverso precedenti esperienze interattive e codificati nel sistema nervoso centrale.

    Io sostengo, inoltre, che esiste un bisogno fondamentale di interazioni sociali, perché da esse dipende la nostra stessa vita, Di conseguenza il nostro grado di felicità o infelicità dipende dalla qualità e quantità, ovvero produttività delle nostre interazioni sociali in termini di soddisfazione dei bisogni delle persone coinvolte.

    Le interazioni umane avvengono in modo quasi completamente automatico, nel senso che ogni transazione costituisce uno stimolo che dà luogo ad una risposta automatica che dipende dal significato attribuito dal ricevente alla transazione stessa, e che si suppone sia lo stesso attribuitogli dall'emittente, anche se non è sempre così.

    Nonostante il fatto che le interazioni sociali siano per lo più automatiche, l'uomo ha oggi, grazie ai progressi della psicologia, la possibilità di analizzare tali interazioni in termini di gesti o simboli che vengono trasmessi, e di significati che ad essi vengono attribuiti dai partecipanti all'interazione. Perciò tutti noi abbiamo, almeno in teoria, la possibilità di esaminare criticamente tali significati, di correggerli dove occorre e di migliorare di conseguenza i nostri automatismi ovvero le nostre risposte automatiche a certi gesti o simboli.

    A tale scopo, quando un'interazione si presenta difficile o controproducente, può essere utile chiedersi quali gesti o simboli vengono scambiati, quali significati cognitivi ed emotivi vengono ad essi associati, e le conseguenti risposte comportamentali da parte delle persone coinvolte.

    Interazioni reali e immaginarie

    Non possiamo fare a meno di interagire, perché la vita è basata sull'interazione. Abbiamo infatti un bisogno fondamentale di interazione e interagiamo in ogni momento, con agenti interni ed esterni, reali o immaginari, e, se il libero arbitrio esiste, questo non consiste in altro che nella scelta degli agenti interni ed esterni, reali e immaginari con cui interagire o non interagire, e nei modi in cui farlo, ovvero nelle informazioni da scambiare e nel come reagire alle informazioni ricevute.
    Chi interagisce con chi? Chi sono gli agenti o interattori? Cominciamo col considerare l'io, o io cosciente, o coscienza. Con chi e come interagisce? A quale scopo? E che libertà ha di scegliere con chi e come interagire? Lo scopo dell'interazione è la vita, ovvero la soddisfazione dei bisogni. La libertà è data dalle infinite possibilità, mezzi, vie e strategie per soddisfare i nostri bisogni, i quali non si nutrono solo di cose reali, ma anche di cose immaginarie, ovvero di informazioni più o meno legate a fatti reali e più o meno consce o inconsce. Ma anche l'immaginario è una particolare forma di realtà perché può avere, ed ha, effetti sulla realtà e la realtà può avere effetti sull'immaginario.
    Chiediamoci allora se l'informazione sia reale. Come ci insegna Gregory Bateson, informazione è segnalazione di variazioni, di cambiamenti, di differenze che causano differenze o cambiamenti. Pensare è reale o immaginario? Credere in qualcosa di esistente o inesistente è reale o immaginario? Il piacere e il dolore sono reali o immaginari? Sicuramente, per chi prova un piacere o un dolore, nel momento in cui li prova, essi sono reali, forse sono l'unica cosa reale che esista per un essere vivente. E se il piacere e il dolore sono reali, allora sono reali anche le loro cause, perché sicuramente il piacere e il dolore sono causati, determinati, da qualcosa, che può essere reale o immaginario, anzi, non credo abbia senso chiedersi se ciò che causa il dolore e il piacere sia reale o immaginario.  Tutto è reale e immaginario allo stesso tempo. Distinguere il reale dall'immaginario non ha senso, se non nel distinguere ciò che è materia da ciò che è informazione, ciò che è vivente da ciò che è morto o non è mai nato.

    Sull’appartenenza a insiemi sociali

    Ogni umano ha nella sua mente (conscia o inconscia) un repertorio di insiemi sociali, cioè di gruppi concreti o astratti di persone con caratteristiche comuni.

    Ogni insieme sociale è caratterizzato da certe forme, norme, valori e codici di comunicazione.

    Ogni umano attribuisce ad ogni altro, e a se stesso, l’appartenenza a certi insiemi sociali, e, di conseguenza, le caratteristiche degli insiemi sociali di appartenenza.

    Ogni umano presume che tutti gli appartenenti ad un certo insieme sociale si comportino nei modi caratteristici di quell’insieme. D’altra parte, osservare il comportamento di un umano permette di attribuirgli l’appartenenza a certi insiemi sociali.

    Le interazioni tra umani sono soggette alle appartenenze reali o presunte degli interattori a certi insiemi sociali.

    Si tratta per lo più di stereotipi soggettivi e arbitrari. Tuttavia è difficile farne a meno, in quanto senza di essi gli umani non saprebbero come interagire e cosa aspettarsi gli uni dagli altri. Sarebbero smarriti, inibiti, o violenti.

    Il repertorio di insiemi sociali costituisce dunque un utile, se non indispensabile, sistema di riferimento per orientarsi nelle interazioni col prossimo.

    D’altra parte, tale sistema di riferimento è fonte di stress psichico perché non siamo mai sicuri di come gli altri ci classifichino, né siamo sicuri di voler appartenere a certi insiemi sociali, dato che ciascuno di essi comporta certi impegni e certe rinunce.

    L’importanza degli insiemi sociali per il funzionamento della psiche e per i rapporti sociali non deve essere sottovalutata. Infatti da essi dipendono gran parte delle scelte e delle motivazioni umane, dato il fondamentale e innato bisogno di appartenenza sociale che agisce in ognuno di noi e dalla cui soddisfazione o frustrazione dipendono le nostre gioie e le nostre sofferenze.

    Difficoltà di condivisione

    Se è vero che l'Uomo ha un fortissimo e insopprimibile bisogno di condivisione, dobbiamo chiederci perché, a quanto pare, tale bisogno è spesso frustrato, tanto da causare sofferenza e disturbi mentali su larga scala. In altre parole, cosa ostacola la condivisione di "cose" e idee tra esseri umani, a partire dall'intimità fisica?

    Una possibile risposta è che il bisogno di condivisione non è l'unico presente nell'uomo, ma convive con altri che possono essere, rispetto ad esso, antagonisti, antitetici o incompatibili.  Per esempio i bisogni di potenza, possesso, competizione, libertà ecc. che sono causa di gelosia, invidia, ostilità, odio, violenza ecc.

    L'uomo è dunque, per usare un'espressione di Gregory Bateson, sottoposto ad un "doppio vincolo": da una parte il bisogno di condivisione, che lo spinge verso i suoi simili, dall'altra i bisogni ad esso antitetici (competizione, libertà ecc.)  che lo spingono in senso opposto. La faccenda è in realtà più complessa perché ognuno classifica gli altri in due gruppi: "alleati" e "rivali", per poi soddisfare il suo bisogno di condivisione con i primi e quello di competizione con i secondi. Un'ulteriore complicazione è costituita dal fatto che una stessa persona può facilmente e frequentemente passare dal ruolo di alleato a quello di rivale e viceversa.

    Forse questa polarizzazione in "alleati" e "rivali" c'è sempre stata, anche se in forme più o meno drastiche, a seconda del temperamento genetico e dell'educazione o cultura di appartenenza.

    Ovviamente, quanto più la polarizzazione si acuisce, tanto più grande è il rischio di conflitto o violenza tra gruppi rivali. Il paradosso è che generalmente la condivisione con gli alleati aumenta quanto più cresce l'ostilità verso i comuni rivali. C'è allora da chiedersi se sia possibile una "alleanza", ovvero una condivisione, senza comuni rivali, e a questa domanda non so rispondere.

    Se la risposta fosse negativa, vorrei far parte di un'alleanza di persone comprensive i cui rivali sarebbero quelle non comprensive per quanto riguarda la natura umana in tutti i suoi aspetti, a partire dai bisogni (a tutti i livelli, da quelli fisici a quelli più spirituali) e dai sentimenti ad essi associati.

    Interazioni rituali e riti sociali

    Nella civiltà attuale, come in quelle passate, il bisogno di interazione umana non può essere soddisfatto liberamente ma solo in forme e modi convenzionali. Questa restrizione della libertà di interazione è dovuta a due ordini di motivi.

    Il primo è il controllo sociale da parte delle classi dominanti, specialmente quelle religiose, che vedono nella libertà (di pensiero e azione) dei sudditi (o "fedeli") una minaccia alla loro autorità.

    Il secondo è il timore dei singoli individui di subire violenze o comportamenti indesiderati da parte degli altri nel caso in cui il loro comportamento non fosse soggetto a limiti di tipo morale.

    A ciò si aggiunge l'educazione che abitua i bambini, in modo spesso irreversibile, a comportarsi in modo non libero ma soggetto ad usi e costumi della comunità a cui appartiene.

    Da quanto esposto consegue che due persone che decidono di interagire lo fanno secondo forme e norme comuni, con una semantica, obblighi e divieti convenzionali. In tal senso si potrebbe dire che ogni interazione umana ha sicuramente una componente rituale (in quanto formalmente e moralmente normata), oltre ad una componente non rituale (ovvero libera o creativa) più o meno estesa. Va da sé che l'interazione è impossibile se i due interagenti non conoscono o non usano le forme rituali del caso, che debbono essere identiche, pena il fraintendimento.

    Oltre al comportamento rituale tra due individui, le tradizioni comportano riti di gruppo che permettono (o richiedono obbligatoriamente) la partecipazione di più di due persone o dell'intera comunità. Mi riferisco alle feste e alle celebrazioni sacre e profane per varie occasioni.

    L'importanza delle forme rituali di interazione non deve essere sottovalutata. Infatti, data l'incapacità della maggior parte degli esseri umani di interagire in modo libero e creativo, i riti sociali, sia di coppia che di gruppo, costituiscono l'unica possibilità di interagire. In tal senso possiamo parlare di un bisogno indotto di partecipazione (più o meno attiva e intraprendente) a riti sociali, anche se a volte essi possono risultare noiosi o restrittivi della libertà individuale.

    Il concetto psicosociologico di "funzione sociale"

    Una parte importante della vita sociale (e, di conseguenza, dell'attività psichica) consiste nell'assegnare funzioni sociali (ruoli, ranghi, posizioni, spazi, risorse pubbliche e private, diritti, doveri, obblighi, divieti, regole, servizi, privilegi, poteri, libertà, limiti, responsabilità, incarichi, missioni, onori ecc.) a se stessi e agli altri, e nel verificare, accettare o rifiutare le funzioni sociali che gli altri assegnano o vorrebbero assegnare (o togliere) a noi.

    L'assegnazione delle funzioni sociali può essere più o meno conscia o inconscia, esplicita o implicita, diretta o indiretta, tacita o verbale, formale o informale, ufficiale o non ufficiale, consensuale o conflittuale.

    Il termine funzione, qui usato in campo psicologico e sociologico, corrisponde bene a quello usato in campo matematico, dove la funzione è una formula che determina un risultato numerico, e in campo informatico, dove la funzione di un sistema (o sottosistema o programma) è il servizio che un sistema rende agli altri sistemi con cui esso comunica.

    Ritengo utile utilizzare il concetto di funzione sociale, come sopra definito, per analizzare problemi di convivenza e disturbi psichici, in quanto questi sono spesso causati da conflittualità o incompatibilità di assegnazioni di funzioni. Infatti il soggetto può avere difficoltà nel determinare le funzioni sociali che vorrebbe avere nel nella comunità (coppia, famiglia, gruppo ecc.) a fronte di pressioni esterne che gli propongono, o vorrebbero imporgli, funzioni a lui non gradite. Inoltre il soggetto potrebbe non capire che le funzioni sociali che vorrebbe avere non sono gradite alle persone che lo circondano.


    Vedi anche Ruoli sociali.





    Perché una persona si interessa a un’altra persona

    Una persona A si interessa a una persona B per vari possibili motivi, tra i quali i seguenti:

    • A è attratto/a eroticamente da B e mira ad un contatto fisico con B

    • A spera in una cooperazione con B per un comune vantaggio

    • A spera di ottenere da B riconoscimenti e/o approvazioni in quanto B, per A, rappresenta l’umanità in generale o la comunità a cui A appartiene

    • A, interagendo con B in modo lodevole, può ottenere lodi da B e/o da altre persone

    • A ha compassione di B e desidera alleviare le sofferenze di B

    • A ha simpatia per B e cerca di favorirlo

    • A cerca di sfruttare B a proprio vantaggio

    • A sospetta che B possa costituire una minaccia per A e vuole scoprire quanto ciò sia è vero

    • A cerca di ostacolare, danneggiare o allontanare B se lo considera un pericolo per sé o per la propria comunità, o se gli è antipatico

    • A ha bisogno di interagire con qualcuno e B è un’opzione

    • A considera B un modello da imitare per assicurarsi l'appartenenza alla propria comunità

    • A sente una certa affinità verso B e cerca di fare a B ciò che vorrebbe fosse fatto a se stesso

    • Ecc.


    Interazioni consapevoli vs. inconsapevoli

    Ogni essere vivente interagisce continuamente con il mondo esterno e con i propri organi interni. Probabilmente l’uomo è l’unico essere vivente che può essere consapevole di interagire con qualcosa, delle regole con cui interagisce e degli effetti delle proprie interazioni. Tuttavia tale consapevolezza è a mio parere generalmente rara.

    Intendo dire che un essere umano, mentre interagisce con qualcosa o qualcuno, raramente si rende conto del fatto che il processo in cui è coinvolto è un’interazione, cioè uno scambio di informazioni, oggetti, sostanze e/o energie. Infatti la sua consapevolezza si riduce generalmente ad una sensazione di presenza rispetto a qualcosa o qualcuno, ad una percezione di comportamenti spontanei, e al provare sentimenti ed emozioni suscitati da quella presenza e da quei comportamenti, senza che essi vengano analizzati.

    Forse solo quando due persone sono impegnate in un combattimento, in una gara o in un gioco, esse hanno la consapevolezza di interagire. Quando esse sono invece in una compagnia senza particolari regole e senza obiettivi precisi, il loro comportamento reciproco è generalmente spontaneo e percepito come un continuo flusso di azioni automatiche, cioè non calcolate consapevolmente.

    L’interazione consapevole comporta l’analisi dei comportamenti propri e altrui in senso sistemico, cioè in termini di azioni e reazioni, cioè di stimoli e risposte, secondo certe logiche, laddove una risposta ad uno stimolo può costituire a sua volta uno stimolo.

    Una persona impegnata in un’interazione consapevole è consapevole in primo luogo di essere impegnata in un’interazione sistemica con una certa cosa o persona. In secondo luogo è consapevole del modo in cui sta interagendo, ovvero delle logiche con cui a certi stimoli sono associate certe sue risposte. In terzo luogo è consapevole dei risultati dell’interazione rispetto alle proprie motivazioni (cioè ai suoi bisogni e desideri) o ai propri obiettivi. In quarto luogo è in grado di decidere consapevolmente se continuare o interrompere l’interazione, o se cambiare le logiche delle proprie reazioni agli stimoli ricevuti.

    Per concludere, ritengo che quando non si è soddisfatti delle proprie interazioni inconsapevoli, è bene cercare di renderle consapevoli, così da poterle migliorare.

    La società dei like

    Oggi più che mai, le relazioni sociali, sempre più libere da vincoli economici, politici e religiosi, si formano attraverso lo scambio di “like” (espliciti o impliciti), intendendo per “like” un’espressione di apprezzamento da parte di una persona per qualche azione, proprietà o aspetto di un’altra persona.

    Se condividiamo qualcosa in un social network, e qualcuno vi mette un “mi piace”, è come se dicesse “tu mi piaci”. Infatti è difficile, se non impossibile, separare l’apprezzamento di una cosa che appartiene ad una persona, dall’apprezzamento per la persona stessa.

    Siamo tutti in cerca di “like”, cioè abbiamo bisogno di ricevere il messaggio: “mi piace ciò che tu fai, ciò che tu hai, e quindi ciò che tu sei”.

    Il messaggio “tu mi piaci” significa “tu mi dai piacere”, che a sua volta significa “tu soddisfi certi miei bisogni o desideri”. Tra i bisogni e i desideri più importanti c’è quello di ricevere apprezzamenti. Succede perciò che la relazione tra due persone possa essere basata soltanto su un reciproco scambio di like fine a se stesso: “tu mi piaci perché mi dici che io ti piaccio, e io ti piaccio perché ti dico che tu mi piaci”, senza che vi siano altri motivi che causino il piacere espresso. Ovviamente perché ciò possa avvenire ci deve essere una certa affinità di personalità e di gusti tra le persone che “si piacciono”.

    Lo scambio di “like” non avviene solo nei social network, dove esiste un’apposita funzione per questo, ma anche nelle tradizionali conversazioni vocali, anche al di fuori di internet. E non è necessario che il “mi piace / mi piaci” sia esplicito. Questo messaggio, come quello opposto (“non mi piace / non mi piaci”) si legge facilmente tra le righe, attraverso il linguaggio non verbale. 

    Il problema è che la fame di like non si esaurisce mai, e si rinnova ogni giorno, ogni ora. Quando siamo a corto di like, o riceviamo dei “no like”, ci sentiamo soli, poveri ed emarginati, e perciò angosciati.

    Insomma siamo tutti, chi più, chi meno, like-dipendenti.

    Il gioco mistificato delle interazioni sociali

    Noi umani abbiamo bisogno gli uni degli altri, anche di coloro che non amiamo e da cui non siamo amati.

    Ognuno vorrebbe essere amato dagli altri senza l’obbligo di amarli a sua volta, per cui i conti non tornano: le persone raramente amano senza avere qualcosa di importante in cambio, e perciò il bisogno di essere amati è quasi sempre frustrato. Per avere un po’ di amore le persone fingono di amare o promettono amore o altre cose, promesse che non vengono quasi mai mantenute, con vari pretesti.

    Il bilancio tra ciò che uno dà e ciò che riceve è sempre in deficit di dare, oppure nullo, nel senso che le persone, per evitare frustrazioni, spesso rinunciano ad interagire, per cui non danno né ricevono alcunché.

    Il problema non è limitato all’amore, ma riguarda la cooperazione in senso ampio. Ognuno ha bisogno della collaborazione degli altri per la soddisfarsi dei suoi bisogni, ma non sente il bisogno o il dovere di  collaborare alla soddisfazione dei bisogni altrui, per cui i conti non tornano: le persone collaborano solo se costrette a farlo per ottenere qualcosa in cambio (materiale o immateriale), ovvero solo se pagate, in qualunque forma.

    Un doloroso effetto collaterale del reciproco bisogno di cooperazione è la necessità di adattarsi alle esigenze del prossimo, ovvero il fatto di non poter essere liberamente se stessi, ma di dover essere come la persona di cui si cerca la cooperazione desidera, pena il rifiuto della cooperazione da parte dell'altro.

    Il gioco delle interazioni sociali si basa dunque su due strategie: (1) trovare le persone più adatte alla soddisfazione dei propri bisogni e (2) ottenere la massima cooperazione dagli altri con il minimo sforzo di adattamento alle esigenze altrui.

    Ma si tratta di un gioco che non può avvenire in modo palese, in quanto considerato immorale in quasi tutte le culture, le quali censurano il comportamento calcolato, interessato, autocontrollato, razionale, a vantaggio di quello spontaneo, disinteressato, sentimentale, empatico.

    Il gioco viene dunque rimosso in senso psicoanalitico, mistificato e giocato quasi esclusivamente a livello inconscio con tutte le inibizioni e irrazionalità del caso, ovvero in modo poco efficiente, cioè poco soddisfacente rispetto ai bisogni umani.

    Il ruolo di ciascuno per ciascuno

    Ogni essere umano ha uno o più ruoli nelle relazioni di coppia, famiglia, comunità, società, umanità, perché ognuno di questi contesti è un sistema, ognuna delle cui parti interagisce con altre per scambiare informazioni, servizi, beni, oggetti, sostanze, energie al fine di un comune interesse, che è principalmente quello della sopravvivenza e dell'esercizio delle funzioni caratteristiche della propria specie biologica. Queste ultime vengono esercitate attraverso la ricerca della soddisfazione dei bisogni individuali innati e acquisiti.

    I ruoli umani riguardano diversi tipi di relazione e di interazione. Per esempio, le gerarchie (ovvero chi comanda a chi, e, di conseguenza, chi obbedisce a chi), le appartenenze a certe categorie, chi guida e chi segue, chi dà e chi riceve, chi offre e chi prende, chi vende e chi compra, chi insegna e chi apprende, chi possiede cosa, chi giudica, chi governa, chi definisce le regole etiche ed estetiche e chi le segue, chi è responsabile di cosa, i diritti e i doveri, gli obblighi e i divieti, i privilegi, le libertà e i vincoli ecc.

    Il ruolo di ciascuno è conosciuto poco e male dagli interessati. E' spesso inconscio, mistificato, variabile, incostante, molteplice, conflittuale. Esso viene svolto per lo più in modo inconsapevole, involontario ed automatico.

    Il ruolo è solitamente complesso. Per ciascuno c'è infatti il ruolo reale, quello percepito, quello desiderato e quello riconosciuto e accettato da sé stesso e da ciascun altro.

    Le interazioni umane sono basate sui ruoli delle persone in gioco. L'interazione è pacifica quando c'è un accordo sui rispettivi ruoli ed essi vengono svolti nel rispetto di quanto convenuto. L'interazione è invece conflittuale e/o violenta quando c'è disaccordo sui rispettivi ruoli o questi vengono svolti in modo diverso da come convenuto, contro la volontà di una o di entrambe le parti.

    Il benessere dell'Uomo dipende dalla qualità delle sue relazioni e interazioni con i propri simili. Per migliorare i rapporti umani occorre una maggiore conoscenza, consapevolezza e negoziazione dei ruoli di ciascuno, e ciò può comportare la messa in discussione e il rifiuto di ruoli assegnati dall'educazione familiare e istituzionale, e dalle tradizioni e gli usi delle comunità di appartenenza.

    Transazioni umane

    Le dinamiche tra umani sono, a mio parere, costituite da transazioni elementari che veicolano, in modo esplicito o implicito, messaggi come i seguenti:

    • vorrei che la distanza tra di noi [diminuisse|aumentasse]

    • vorrei [stabilire|sciogliere] un legame con te

    • (non) vorrei [giocare|conversare|suonare|cantare|ballare|scambiare carezze|copulare] con te

    • (non) ti riconosco come appartenente all’insieme sociale X a cui anch'io appartengo

    • (non) ti riconosco come mio [maestro|tutore|collega]

    • (non) ti riconosco come mio [allievo|pupillo|protégé|servitore]

    • (non) ti riconosco come mio superiore|inferiore] nell’ambito Z

    • (non) ti riconosco come persona [intelligente|affidabile|onesta|sapiente|ecc.]

    • (non) ti riconosco degno di appartenere al nostro insieme sociale

    • (non) vorrei che tu uscissi dal nostro insieme sociale

    • (non) riconosco [te|la persona X] come capo del nostro insieme sociale

    • vorrei essere riconosciuto come superiore a [te|voi] nell’ambito Z

    • vorrei essere riconosciuto come degno di appartenere all’insieme sociale a cui tu appartieni

    • vorrei che il mio livello gerarchico L nell’ambito Z fosse riconosciuto

    • vorrei essere valutato più di quanto tu mi valuti

    • vorrei essere [premiato|lodato|ammirato|amato|desiderato] da [te|voi]

    • vorrei essere [accettato|tollerato|scusato|perdonato] da [te|voi]

    • vorrei essere conosciuto e amato da [te|voi] per ciò che sono veramente

    • (non) ti considero pericoloso [per me|per il nostro insieme sociale]

    • vorrei che confermiamo la nostra comune appartenenza all’insieme X celebrando insieme il rituale Y

    • ti sono [grato|ostile] per ciò che mi hai [detto|fatto] [per me|per il nostro insieme sociale]

    • (non) mi piace ciò che hai [detto|fatto]

    • sono [lusingato|offeso] per ciò che hai [detto|fatto]

    • ritengo [vero|falso] ciò che hai detto

    • ritengo [morale|immorale] ciò che hai [fatto|detto]

    • ritengo [bello|brutto] ciò che hai [fatto|detto]

    • (non) condivido i tuoi sentimenti

    • ecc.


    Interdipendenza, condizionamento reciproco, autocondizionamento

    Tra i fattori che caratterizzano la natura umana, particolarmente importanti sono, a mio parere, i seguenti:

    • l’interdipendenza

    • il condizionamento reciproco

    • l’autocondizionamento


    Tali fattori sono correlati causalmente, nel senso che il secondo dipende dal primo e il terzo dal secondo.

    Che gli esseri umani siano interdipendenti è evidente, ma, a mio avviso, non si riflette abbastanza sulle conseguenze di tale condizione. Infatti, dato che ogni umano ha bisogno di un certo numero di altre persone (per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni) è naturale che cerchi continuamente di influenzare il comportamento altrui a proprio favore, cioè di “condizionare" gli altri (consciamente o inconsciamente). In tal senso, possiamo parlare di “condizionamento reciproco”.

    Il tentativo di condizionamento ha successo specialmente in due casi: (1) quando una persona più anziana o più esperta cerca di influenzare una più giovane o meno esperta e (2) quando molte persone, accomunate da certi comportamenti o certe idee, cercano di influenzare un individuo non supportato da un gruppo abbastanza coeso o cospicuo con idee e comportamenti antitetici rispetto al primo.

    Nel caso (piuttosto frequente) in cui un individuo sia oggetto (consciamente o inconsciamente) di condizionamenti contrastanti da parte di vari altri individui o gruppi, succede che egli non sappia decidere spontaneamente quali condizionamenti accogliere e quali rifiutare. In tal caso ha la capacità di scegliere consciamente e razionalmente il condizionamento da accogliere e di “forzarlo” attraverso un volontario “autocondizionamento”.

    L’autocondizionamento è dunque un processo di autoconvincimento volontario, cosciente e razionale, a pensare e a comportarsi in certi modi a fronte di certe “ragioni” considerate vere, buone e giuste, specialmente quando occorre superare un condizionamento precedente antitetico rispetto al nuovo.

    Per concludere, a mio parere, in quanto esseri umani interdipendenti, siamo continuamente impegnati in un condizionamento reciproco e, in caso di conflitti tra condizionamenti contrastanti, possiamo autocondizionarci volontariamente, nel tentativo di superare i conflitti motivazionali.

    La struttura delle interazioni umane. Strutturalismo interazionale. Interazioni strutturate.

    L'interazione tra due esseri umani può essere più o meno strutturata, cioè più o meno conforme a dei codici formali, i quali possono essere più o meno condivisi o convenuti implicitamente o esplicitamente. Le particolari strutture adottate (per lo più inconsciamente) in un'interazione forniscono il significato dei segnali e dei simboli che vengono emessi e percepiti durante l'interazione stessa, e stabiliscono i relativi limiti, libertà, obblighi, divieti, aspettative e conseguenze previste.

    Ogni forma, norma, valore culturale costituisce un fattore potenzialmente strutturante delle interazioni umane. Le strutture interazionali includono i linguaggi, le religioni, le tradizioni, le mode, le leggi, i canoni etici ed estetici ecc.

    Ogni individuo apprende una o più strutture interazionali sin dai primi giorni di vita, grazie alle interazioni con i propri genitori e con tutte le altre persone con cui si trova ad interagire.

    Imparare ad interagire significa imparare strutture interazionali, che sono diverse da cultura a cultura e dipendono dalle particolari persone con cui l'individuo interagisce, ognuna delle quali, interagendo con lui, gli trasmette implicitamente (con l'esempio pratico) o esplicitamente (con l'insegnamento formale) le strutture interazionali da lei, a sua volta, apprese.

    Una struttura interazionale può essere negoziata o adottata spontaneamente, unilateralmente, per lo più inconsciamente.

    Il comportamento umano "pubblico", anche quello che non comporta un'interazione diretta con altri, ha una valenza sociale in quanto è "spendibile" socialmente e caratterizza socialmente chi lo esercita, e, come tale, è socialmente strutturato.

    Un essere umano, avendo assolutamente bisogno degli altri per sopravvivere,  non è mai mentalmente solo perché anche nella solitudine la sua mente si prepara ai prossimi incontri o scontri con gli altri. Tutto egli fa per gli altri, con loro, per servirsi di loro o difendersi da loro. Prepararsi alle prossime interazioni col prossimo significa mettere a punto le proprie strategie sociali, le quali sono basate su particolari strutture interazionali. Si tratta, cioè, di scegliere le strutture interazionali ottimali e applicarle nel modo ottimale per ottenere i massimi vantaggi e i minimi svantaggi sociali.

    Valore assoluto e relativo di una persona, pragmatismo dei bisogni e valenze pragmatiche

    Il valore di un essere umano è assoluto nel senso che tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti, sanciti dalla dichiarazione dell'ONU del 10/12/1948. Tuttavia possiamo, e dovremmo, parlare di un valore individuale relativo, diverso a seconda delle persone particolari a cui si riferisce e degli obiettivi delle relazioni stesse.

    E' ciò che io chiamo valore pragmatico, o valenza, ovvero il valore relativo ai fatti concreti di cui una persona può essere soggetto e/o oggetto. Considerato che la soddisfazione dei bisogni umani è, secondo me, la misura di ogni valore umano, ho definito i seguenti concetti.

    La valenza individuale di una persona A relativamente a una persona B consiste nella disponibilità e capacità di A di soddisfare i bisogni (desideri, pulsioni, motivazioni, interessi, aspirazioni ecc.) di B.

    La valenza sociale di una "cosa" (oggetto, proprietà, rito, procedimento, tipo di comportamento, conoscenza, opinione ecc.) relativamente ad una comunità, corrisponde al credito di accettazione che esso conferisce ad una persona che possiede o pratica la cosa, riconosciuto dai membri della comunità stessa.

    Il credito di accettazione ottenuto da una persona rispetto ad una certa comunità comportandosi in un certo modo è una misura della dignità sociale acquisita dalla persona stessa relativamente all'appartenenza a quella comunità. In altre parole, una persona che, comportandosi in un certo modo, ha acquistato un certo credito di accettazione rispetto ad una certa comunità, può sperare di essere accettato da quella comunità in misura corrispondente al credito stesso.

    Il debito di accettazione è un credito di accettazione negativo, corrispondente all'indegnità sociale acquisita dalla persona relativamente all'appartenenza ad una certa comunità. Il debito di accettazione comporta sensi di colpa più o meno consci o inconsci, e può ridursi fino ad estinguersi attraverso comportamenti tali da ottenere crediti di accettazione tali da compensare e superare il debito acquisito.

    Amici, nemici, indifferenti - La valenza amicale

    Nella mia mappa cognitivo-emotiva, ad ogni essere umano che conosco o che posso immaginare, è associata una valenza amicale cioè una quantità di amicizia o inimicizia. Un valore di valenza amicale pari a zero corrisponde ad una perfetta neutralità sentimentale, un valore positivo corrisponde ad un sentimento di amicizia e un valore negativo ad uno di inimicizia.

    La valenza amicale non è fissa e può variare nel tempo e a seconda delle circostanze e delle esperienze. Essa è anche influenzata dalla percezione della valenza amicale altrui nei miei confronti.

    Una valenza amicale negativa o neutra può essere espressa con maggiore o minore sincerità e può dare luogo a fenomeni psicoanalitici e psichiatrici come la rimozione, l'automistificazione e l'ansia, quando la ritengo "politicamente scorretta" o censurabile e temo che essa si riveli, scatenando una reazione indesiderata (di ostilità, indifferenza o minore amicizia) nelle persone oggetto di tale valenza e nei loro sostenitori.

    Una valenza amicale positiva non comporta normalmente problemi di espressione o rivelazione, tranne nel caso in cui il mio grado di amicizia verso una persona, pur essendo positivo, è inferiore a quello da essa atteso.

    In base a quali criteri si determina la mia valenza amicale verso una particolare persona? Credo, in base alla percezione della valenza amicale di quella persona verso di me, e di quanto quella persona possa essermi utile. Se infatti ritengo che la cooperazione con quella persona possa giovarmi nella realizzazione dei miei fini e percepisco un atteggiamento amichevole di quella persona verso di me, avrò verso di essa un atteggiamento amichevole, e viceversa. In altre parole, l'espressione di amicizia e disponibilità suscita sentimenti analoghi, come pure l'espressione di inimicizia e indisponibilità, dando luogo nel primo caso ad un circolo virtuoso, nel secondo ad uno vizioso.

    In conclusione, la valenza amicale (mia e altrui) è spesso fonte di scontento e complicazioni nelle mie interazioni con gli altri e perciò oggetto di mistificazione esterna (ipocrisia) e interna (nevrosi).

    Non è così anche per voi?

    Vedi anche Teoria della mappa cognitivo-emotiva.

    Prepararsi all’incontro con gli altri e ai loro giudizi

    Ogni umano è soggetto al giudizio altrui, dato che ogni umano giudica ogni altro umano. Tale giudizio è dovuto al fatto che noi umani siamo interdipendenti e dobbiamo scegliere con chi interagire e come interagire, e tale scelta è funzione di come giudichiamo gli altri.

    Infatti il modo in cui giudichiamo una certa persona consiste nella risposta alla domanda:  che probabilità ci sono che se io interagissi con quella persona ne otterei dei benefici (materiali o spirituali)?

    Ciò premesso, ogni volta che incontriamo qualcuno o che ci esponiamo pubblicamente, ci sottoponiamo al giudizio di chi ci vede. È naturale che desideriamo ottenere un giudizio favorevole, e perciò facciamo tutto il possibile a tale scopo (purché il prezzo da pagare non sia troppo alto).

    Perciò, anche quando siamo soli, ci prepariamo all’incontro con gli altri, e al giudizio che gli altri avranno nei nostri confronti. In tal senso non siamo mai soli, data la presenza virtuale, nella nostra mente, di coloro che incontreremo e che ci giudicheranno.

    Prepararci all’incontro con gli altri, e al loro giudizio implica decidere come presentarci a loro, cioè quale immagine desideriamo che abbiano di noi. La nostra cosiddetta “identità sociale” è appunto l’immagine e il conseguente giudizio che gli umani hanno l’uno di ogni altro, e di se stessi.

    Prepararsi all’incontro con gli altri implica stabilire cosa mostrare, cosa nascondere, cosa fingere della nostra persona e della nostra storia, per ottenere un giudizio il più possibile favorevole.

    Questa determinazione può essere difficile e dolorosa, specialmente per coloro che considerano la sincerità una virtù e soffrono quando non possono essere sinceri.

    Dovremmo allora chiederci: se io mi mostrassi esattamente come sono, senza nascondere né simulare alcunché (del mio passato, del mio presente e delle mie intenzioni per il futuro), come mi giudicherebbero gli altri?

    Io, per esempio, credo che il giudizio sarebbe sfavorevole, in quanto sarei accusato di arroganza e presunzione. Questa previsione non mi dà pace.

    Rappresentatività sociale

    Nell'interazione tra individui, ognuno percepisce (consciamente o inconsciamente) ciascun altro come portatore di una certa rappresentatività sociale, ovvero come esponente di una certa comunità. In altre parole, noi percepiamo un essere umano sempre come appartenente ad una certa comunità (intesa come gruppo o classe di persone che hanno qualcosa in “comune”) nel senso che trattare con esso equivale a trattare con il gruppo sociale che esso rappresenta per il solo fatto di esserne membro.

    Questa reciproca percezione “rappresentativa” degli esseri umani conferisce ad ogni individuo un certo status e potere, dato che dietro ognuno c'è idealmente una comunità sua alleata, pronta a difenderlo se viene attaccato e a sostenerlo se lui stesso attacca altri.

    Possiamo dunque dire che un essere umano non è mai “funzionalmente” solo, ma è sempre percepito come membro solidale di qualche gruppo sociale. Fanno eccezione le persone considerate come emarginate dalla società o disumane, e in quanto tali non degne di rispetto (a tali persone viene normalmente attribuita la colpa della propria “indegnità”, anche quando si tratta di vittime di sfortuna o ingiustizie).

    Le conseguenze di questo fenomeno percettivo nelle interazioni sociali sono duplici. Da una parte ognuno tratta gli altri non come individui unici, ma come “collettività” astratte, con tutti gli effetti collaterali positivi e negativi che possiamo immaginare. Dall’altra, ognuno sente il bisogno di “appartenere” ad una o più collettività (astratte e/o concrete) al fine di essere “rispettato” dagli altri come rappresentante di collettività “qualificate” e non come individuo isolato e in quanto tale indifeso e senza “qualità”.

    Questo “bisogno di appartenenza” può tuttavia essere fonte di problemi psichici dal momento che per un individuo può essere difficile riconoscersi in qualche comunità, gruppo o classe sociale. Ciò avviene specialmente se esso è dotato di capacità e/o sensibilità straordinarie ovvero molto diverse da quelle “normali”, “medie” o tipiche riscontrabili nei gruppi sociali a cui appartiene o vorrebbe appartenere.

    Ne consegue una dialettica perenne e dolorosa tra bisogno di appartenenza e bisogno di individuazione (come ci insegna Luigi Anepeta), capace di dar luogo a disagi e disturbi psichici. Una specie di “doppio vincolo” (come direbbe Gregory Bateson) che, se non risolto o non gestito, potrebbe causare forme più o meno gravi di schizofrenia.

    Componenti mentali coinvolti nell'interazione tra due persone

    Quando due persone interagiscono, nell'interazione sono coinvolti vari componenti mentali consci e inconsci, volontari e involontari (agenti, logiche, dati, memorie, sentimenti, sensazioni, percezioni, automatismi in generale ecc.). I principali sono:

    • Motivazioni di base (bisogni, pulsioni, desideri, decisioni, ecc.)

    • Altro generalizzato (sintesi delle esperienze di tutte le interazioni sociali passate, concetto coniato da George Herbert Mead)

    • Mappa cognitivo-emotivo-motiva di base (associazioni stimolo-risposta tra particolari percezioni e cognizioni, sentimenti, emozioni e motivazioni)

    • Risposte cognitivo-emotivo-motive del momento (cognizioni, emozioni, sentimenti e motivazioni suscitate dalle percezioni del momento)

    • Neuroni-specchio, empatia (rispecchiamento delle emozioni dell'altro)

    • Ricordi

    • Autocensure inconsce

    • Automatismi mentali e psicomotori, cognizioni e abilità apprese

    • Abitudini comportamentali

    • Coscienza dell'altro (Chi è? Che ruolo sociale ha? Che posizione gerarchica occupa? Cosa vuole in generale? Cosa vuole da me? Cosa pensa di me? Cosa intende fare? Cosa sta facendo? Ecc.)

    • Coscienza di sé (Chi sono? Che ruolo sociale ho? Che posizione gerarchica occupo? Cosa voglio in generale? Cosa voglio dall'altro? Cosa penso dell'altro? Cosa intendo fare? Cosa sto facendo? Ecc.)

    • Decisioni e programmi consci

    • Attenzione selettiva

    • Bias cognitivi

    • Ecc.

    Questi componenti interagiscono tra di loro in modo più o meno sinergico o conflittuale. Di ciò, il soggetto è raramente consapevole e può esserlo solo in minima parte.

    L'interazione tra due persone può essere osservata da due punti di vista: quello esterno, in cui avviene la comunicazione verbale e non verbale, e quello interno, in cui avvengono scambi di informazioni biochimiche, non osservabili dall'esterno, tra i vari componenti mentali. E' evidente che l'interazione esterna è determinata da quella interna.

     

    Il bisogno (e il piacere) della conformità e l'ansia da non conformità

    Come premessa, io suppongo che il bisogno umano più importante (escludendo quelli di tipo biologico che condividiamo con altri animali) sia quello di appartenenza, in cui includo quelli di integrazione, partecipazione, comunicazione e interazione sociale.

    Assumendo che ciò sia vero, suppongo che uno dei bisogni umani più intensi e determinanti per la formazione della struttura della psiche sia quello di essere conformi ai modelli di comportamento tipici del gruppo di appartenenza.

    Suppongo inoltre che la sensazione di non essere conformi ai detti modelli generi uno stato di ansia per la paura inconscia di essere esclusi o espulsi dal detto gruppo.

    In altre parole, se è vero che il bisogno di appartenenza è il bisogno umano più importante, e che la soddisfazione e la frustrazione di tale bisogno determinano rispettivamente il benessere e il malessere psichico, ovvero la gioia o la sofferenza psichica del soggetto, e se è vero che l'appartenenza ad un gruppo sociale è subordinata alla conformità dei membri del gruppo alle regole comportamentali del gruppo stesso, allora è ipotizzabile che nella psiche si diano un'ansia da non conformità e una gioia da conformità, che dipendono direttamente dalla percezione (conscia o inconscia) del soggetto di essere più o meno conforme alle regole formali e comportamentali del gruppo di elezione.

    Credo che questa logica che possa ben spiegare il fenomeno del conformismo, al di là di qualsiasi valutazione di tipo morale o intellettuale.

    A riprova di quanto ho ipotizzato, basta osservare il piacere che procurano alla maggior parte della gente comportamenti collettivi come la partecipazione a feste, raduni, comitive di viaggi, incontri di gruppo, spettacoli teatrali, sportivi, musicali, e a eventi pubblici in generale, direttamente o attraverso media come la televisione, la radio o internet.

    Ci sono infatti tante cose che la gente fa con piacere solo se ci sono altre persone che fanno la stessa cosa, meglio ancora se nello stesso momento, cose che perderebbero di attrattiva se il soggetto dovesse farle da solo o dovesse essere l'unico a farle.

    L'esperienza condivisa di un evento o di un fatto, perfino di una disgrazia, unisce le persone, le fa sentire appartenere ad uno stesso gruppo umano, le conforta, le fa sentire meno sole. A tale riguardo il proverbio "mal comune, mezzo gaudio" è emblematico.

    Paradigmi di interazione

    Il paradigma di interazione è un costrutto mentale molto complesso nel quale sono definiti, mediante simboli di vario tipo, tutti i possibili modi in cui un individuo può o deve interagire con gli altri, in termini di forme, norme, valori (etici ed estetici), cognizioni, miti, credenze, pregiudizi, istituzioni, leggi, ambiti e regole di competizione e cooperazione, giochi, diritti, doveri, obblighi, divieti, linguaggi, gesti, simboli, tipi, classi e categorie di persone, discriminazioni sociali, occasioni, rituali, celebrazioni, ruoli ecc.

    Il paradigma di interazione si sviluppa inconsciamente in ogni individuo sin dalla sua nascita attraverso le sue interazioni sociali. Esso comprende tutte le possibili interazioni tra l'Altro generalizzato e il "me" come definiti nell'Interazionismo simbolico di George Herbert Mead.

    I paradigmi di interazione dei membri di una certa comunità sono generalmente simili, regolano le loro interazioni e ne permettono la comprensione reciproca.

    Nella maggior parte delle persone, qualunque transazione non prevista nel proprio paradigma di interazione è ritenuta asociale o violenta e ignorata, temuta, rigettata, censurata o rimossa dal Super-io. Tuttavia vi sono persone creative e non conformiste che sfuggono a questa regola e sono interessate ad ampliare il loro paradigma di interazione con possibilità innovative.

    Un paradigma di comunicazione può essere monoculturale o multiculturale, a seconda che esso permetta al soggetto di di interagire con persone di una sola cultura o di più culture diverse. Il multilinguismo, la versatilità nell'arte drammatica e nella narrativa, e l'emigrazione da una nazione a un'altra o da una classe sociale a un'altra, favoriscono la formazione di paradigmi multiculturali..

    L'interazione pacifica e produttiva tra due persone è possibile solo mediante transazioni presenti (con lo stesso significato) nei rispettivi paradigmi di interazione. Ne deriva che, se i loro paradigmi non hanno una parte uguale sufficientemente estesa, difficilmente due persone possono interagire con reciproca soddisfazione.



    Come regolare la convivenza umana?

    Sintesi del mio intervento in un caffè filosofico moderato da Federico Virgilio sul tema in oggetto

    La convivenza umana è in parte regolata dai poteri politici e religiosi attraverso leggi scritte e non scritte (tra cui la legge del più forte) e attraverso comandamenti religiosi tesi a favorire o imporre una pace sociale e un reciproco rispetto nel quadro di gerarchie sociali.

    La convivenza umana è anche autoregolata, nel senso che noi umani siamo interdipendenti, cioè non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni e desideri senza la cooperazione di altri umani, e per ottenere tale cooperazione dobbiamo comportarci in modi accettabili, anche perché c’è una certa libertà di scelta delle persone con cui cooperare e di quelle con cui non cooperare.

    La domanda che dovremmo porci è dunque se i modi in cui la convivenza umana è stata fino ad oggi regolata nella nostra cultura e nel nostro stato sia migliorabile, e come, in termini di soddisfazione dei nostri bisogni e desideri.

    La mia risposta è che la nostra convivenza è migliorabile attraverso una migliore conoscenza della natura umana, che ci faccia conoscere meglio i bisogni e i desideri nostri e altrui, distinguendo quelli sani da quelli insani, quelli costruttivi da quelli distruttivi, in modo da trovare i migliori compromessi tra la soddisfazione dei nostri bisogni e la soddisfazione di quelli altrui. Tali compromessi possano quindi riflettersi in leggi più efficaci e ispirarci nei nostri liberi rapporti interpersonali.

    Cosa ostacola una migliore conoscenza dell’uomo e dei suoi bisogni? L’ignoranza e la mistificazione, a cominciare dalle religioni, che con le loro narrazioni non ci aiutano in tal senso, ma ci confondono. Oltre alle religioni siamo confusi da varie filosofie che non ci dicono le cose importanti che dovremmo sapere sull’uomo, e sono fuorvianti.

    Per concludere, per regolare nel migliore dei modi la convivenza umana la filosofia più adatta, più realistica, è a mio parere quella che coniuga una visione sistemica della mente e della società con un approccio pragmatico. Tale filosofia dovrebbe costituirsi a partire da una ricerca sui bisogni umani e sulle dinamiche della psiche e dell’interazione sociale, dinamiche in cui l'interdipendenza gioca un ruolo fondamentale.

    Il senso degli auguri

    Fare gli auguri ad una persona, in qualunque occasione, significa manifestarle il proprio desiderio che le accadano cose buone, desiderabili.

    In altre parole, dietro ogni augurio "positivo" è implicito il sentimento "ti voglio bene", così come dietro ogni augurio negativo è implicito il "ti voglio male".

    Detto questo, mi chiedo quanto e quando abbia senso fare gli auguri. Ovvero: c'è bisogno di un'occasione particolare o si possono fare in qualsiasi momento? In altre parole, quando è appropriato e opportuno manifestare ad una persona, mediante un augurio, il bene che le vogliamo?

    Se un giorno qualsiasi, per esempio un martedì 3 aprile, io telefonassi ad un mio parente o amico per augurargli una buona mattinata o giornata o serata o settimana o mese o serie di mesi quello si chiederebbe se io non abbia qualche disturbo mentale. D'altra parte, se a Natale o pochi giorni prima il mio amico o parente non ricevesse da me alcun augurio di buon Natale o buone feste o buon anno, quello potrebbe pensare che non gli voglio (più) bene, ovvero che mi è indifferente o antipatico.

    Lo scambio di auguri è dunque soggetto a prescrizioni, ovvero a costumi sociali che abbiamo ereditato da chi è vissuto prima di noi. Secondo tali costumi, non è opportuno esprimere il proprio affetto in qualsiasi momento, ma è possibile o doveroso farlo, se l'affetto esiste, solo in occasioni particolari come feste, promozioni, viaggi ecc.

    E' evidente che un augurio fatto "a comando" può essere facilmente falso e opportunista, quindi meno impegnativo e meno credibile di uno fatto in un momento inaspettato. D'altra parte, se non ci fosse il costume degli auguri sincronizzati con occasioni particolari, forse ci dimenticheremmo di esprimere la nostra benevolenza a chicchessia. La questione è dunque: abbiamo bisogno che qualcuno o qualcosa ci ricordi di esprimere la nostra benevolenza alle persone che amiamo o stimiamo? Non riusciamo a farlo spontaneamente? Ed è giusto che esprimere benevolenza al di fuori di occasioni particolari sia considerato un fatto inquietante e potenzialmente morboso?

    Sta ad ognuno di noi decidere se obbedire o disobbedire a tali costumi ovvero se comportarci in modo "costumato" ma conformista, forzato e potenzialmente inautentico o "scostumato" ma libero, spontaneo e autentico.

    La disobbedienza al costume, nel caso degli auguri può consistere nel farli in momenti inappropriati o inattesi, o nel non farli in momenti appropriati e attesi.

    Cosa ci preoccupa

    Il motivo più diffuso di preoccupazione, di angoscia e di stress mentale per noi umani è costituito dall'atteggiamento degli altri nei nostri confronti. Infatti, essendo interdipendenti, è per noi indispensabile (questione di vita o di morte) che gli altri abbiano verso di noi un atteggiamento sufficientemente cooperativo e non troppo ostile o aggressivo. Di conseguenza il nostro comportamento conscio e inconscio, volontario e involontario, è costantemente diretto a tale fine.

    Per tale motivo, in ogni momento, abbiamo bisogno di conoscere la nostra “situazione sociale”, ovvero quali siano i livelli di cooperazione e di ostilità degli altri nei nostri confronti, allo scopo di adeguare il nostro comportamento per migliorare tali livelli, o per evitare che peggiorino.

    In tal senso la nostra “intelligence” conscia e inconscia si pone domande come le seguenti: cosa pensano gli altri di me? Come mi giudicano? Quanto io sono attraente per loro? Quanto io sono per loro repellente? Quanto io sono importante per loro? Quanto mi temono? Quanto mi stimano? Quale status mi attribuiscono? Quali appartenenze mi attribuiscono? Come mi classificano? Quanto mi approvano? Quanto mi disapprovano? Quanto desiderano interagire con me? Quanto desiderano cooperare con me? Quanto desiderano il mio bene? Quanto desiderano la mia rovina? Quanto mi amano? Quanto mi odiano? Quanto sono sinceri e quanto falsi con me? In che modo i loro progetti mi possono danneggiare o favorire? In cosa siamo in competizione? Che potere hanno su di me? Che potere ho su di loro? Ecc. ecc.

    Tutte queste domande sono per lo più inconsce, tuttavia sappiamo che l'inconscio suscita emozioni e sentimenti che determinano il nostro comportamento sia quando siamo soli che quando siamo in presenza degli altri.

    Suppongo inoltre che i neuroni specchio abbiano un ruolo importante nel rispondere inconsciamente a tali domande.

    Per quanto sopra, abbiamo tutto l’interesse di rendere consce le nostre preoccupazioni inconsce. Solo così possiamo trasformare un’angoscia di origine sconosciuta in un esame consapevole della nostra situazione sociale, ed elaborare razionalmente la nostra strategia sociale tenendo conto dei nostri bisogni e di quelli altrui.

    Vedi anche Domande sui rapporti interpersonali.

     

    Il gioco degli otto significati

    Nel rapporto tra due persone A e B, nella mente di ciascuno ci sono due significati principali che influiscono, ovvero agiscono, nel determinare le reciproche interazioni.

    Nella mente di A:
    - il significato di A, ovvero cosa A pensa di se stesso, come A si valuta e cosa si aspetta da se stesso;
    - il significato di B, ovvero cosa A pensa di B, come A valuta B e cosa A si aspetta da B.

    Nella mente di B:
    - il significato di B, ovvero cosa B pensa di se stesso, come B si valuta e cosa si aspetta da se stesso;
    - il significato di A, ovvero cosa B pensa di A, come B valuta A e cosa B si aspetta da A.

    Per significato intendo una valutazione riferita ad un contesto cognitivo ed emotivo, ovvero ad un certo "mondo" immaginario di cui la cosa significata fa pare. In altre parole, dare un significato ad una cosa equivale a stabilire delle relazioni qualitative e quantitative tra quella cosa e i componenti di una struttura cognitiva ed emotiva di riferimento, che io chiamo mappa cognitivo-emotiva. Nel caso più semplice la valutazione può essere assoluta e generalizzata, come ad esempio: buono/cattivo, bello/brutto, vero/falso. Nei casi più complessi, la valutazione può essere molto più elaborata, circostanziata, modulata, condizionata e relativizzata nello spazio e nel tempo.

    Oltre ai quattro significati principali sopra elencati, occorre considerare altri quattro significati secondari, o protettivi:

    Nella mente di A:
    - il significato che A pensa che B attribuisca ad A
    - il significato che A pensa che B attribuisca a B

    Nella mente chi B:
    - il significato che B pensa che A attribuisca a B
    - il significato che B pensa che A attribuisca ad A

    Possiamo considerare gli otto significati sopra elencati come degli agenti mentali che contribuiscono a determinare l'interazione tra le due persone, in modo più o meno inconscio.

    Ognuno di questi agenti spinge il soggetto in una certa direzione, più o meno coerente con le direzioni in cui lo spingono gli altri agenti. La direzione risultante è determinata dalla composizione delle relative forze, come avviene nella meccanica.

    In conclusione, è importante chiedersi e verificare quali significati noi attribuiamo a noi stessi e agli altri e quali significati pensiamo che gli altri attribuiscono a noi e a loro stessi, perché da tali significati dipendono i nostri rapporti con gli altri.

    La mente come dispositivo sociale

    Come ci insegna George Herbert Mead, la mente umana è un dispositivo eminentemente sociale. Infatti essa è principalmente basata (e concentrata, consciamente e ancor più inconsciamente) sugli "altri”, in quanto finalizzata a gestire le relazioni e le interazioni con questi (e con ciò che Mead chiama l'Altro generalizzato).

    La mente umana è dunque, a mio parere, un insieme di algoritmi (cognitivi, emotivi e motivazionali) ovvero di logiche, strategie e tattiche (apprese e sviluppate attraverso le esperienze sociali) che riguardano le relazioni e interazioni con gli altri, per risolvere problemi quali: come ottenere la loro cooperazione, come influenzarli a proprio vantaggio, come evitare la loro ostilità, come distinguere gli "amici" dai "nemici" e i "buoni" dai "cattivi"; come presentarsi agli altri (ovvero che identità e ruoli assumere, e a quali ranghi aspirare nelle varie gerarchie), cosa conviene rivelare e cosa nascondere, quando è opportuno giocare, quando scherzare e quando essere seri, cosa fare e cosa non fare, cosa dire e cosa non dire, cosa pensare e cosa non pensare per far parte di una comunità e partecipare alla vita sociale; come farsi capire, come intuire i pensieri, i sentimenti, le intenzioni e i desideri altrui; come competere contro gli altri, come difendersi dai loro attacchi, come ottenere la loro alleanza in un conflitto, quando conviene incontrarli e quando evitarli, come ottenere la loro fiducia; come attrarli, contentarli, intrattenerli, divertirli, farli ridere, indottrinarli, educarli, sottometterli, ingannarli, umiliarli, punirli, scacciarli, sfruttarli, soddisfare o frustrare i loro bisogni e desideri; come dimostrare loro di avere ragione e di essere migliori di altri; come farsi aiutare, obbedire. accettare, approvare, desiderare, amare, preferire, ascoltare, ammirare, perdonare ecc.

    Tali algoritmi non sono coordinati da un organo di controllo centrale, ma agiscono autonomamente, in modi a volte incoerenti e conflittuali, creando "doppi vincoli" (nel senso definito da Gregory Bateson) che possono dar luogo a immobilismo, frustrazioni e disagi psichici.

    In estrema sintesi, si potrebbe dire che la mente sia fatta per rispondere a domande come le seguenti (e agire automaticamente di conseguenza):
    • Come reagisce X se faccio la cosa Y?

    • Come mi conviene reagire se X fa la cosa Y?

    • Cosa mi conviene comportarmi rispetto a X in caso di Z?

    • ecc.

    dove X può essere sostituito con qualunque persona, Y con qualunque azione (o pensiero) e Z con qualunque evento o situazione.

    Tipi di situazione, programmi di comportamento, affetti

    Mi sono fatto un'idea di come funziona un essere umano in termini cibernetici.

    Attraverso le esperienze e il relativo apprendimento, si formano, nella memoria del soggetto, una serie di "tipi di situazione" caratterizzati da certi aspetti formali, grafici, e relazionali tra gli agenti, ovvero tra le parti in gioco nella situazione.

    Sulla base del comportamento adottato nelle diverse situazioni, e dei risultati affettivi ottenuti (piaere e dolore), si formano, nell'individuo, una serie di programmi di comportamento, vale a dire programmi che permettono all'individuo di ripetere un certo comportamento in senso psicomotorio e interattivo. Infatti, un programma di comportamento contiene a grandi linee istruzioni su come rispondere, e su come evitare di rispondere, in termini di reazioni fisiche e/o verbali, a certi stimoli provenienti dall'ambiente naturale o sociale, allo scopo di ottenere i risultati affettivi migliori possibile.

    Tra i diversi tipi di situazioni riconoscibili dal soggetto, e i diversi programmi di comportamento da lui sviluppati, si formano delle connessioni,  nel senso che al riconoscimeto di un certo tipo di situazione viene attivato un certo programma di comportamento, e viene inibita l'attivazioni di certi altri.

    Qualora ad un certo tipo di situazione venga attivato un certo programa di comportamento che dà luogo a risultati affettivi indesiderati (dolore anziché piacere), è possibile che la connessione tra quel tipo di situazione e quel programma di comportamento svanisca o si modifichi a favore di un diverso programma di comportamento capace di dare luogo a risultati affettivi più soddisfacenti. È anche possibile che venga "corretto" il programma di comportamento collegato a quel tipo di situazione.

    Questa mia visione cibernetica del comportamento umano può essere utile per chi volesse migliorare il proprio comportamento (volontario o involontario) nel senso di una maggiore soddisfazione dei propri bisogni. In tal senso, per modificare un comportamento, occorre partire non dai programmi di comportamento, ma dai tipi di situazione che li attivano. Infatti l'errore, o il malfunzionamento, potrebbe trovarsi non tanto nel programma di comportamento attivato, quanto nella definizione del tipo di situazione, che potrebbe non corrispondere alla reale situazione.

    Chiediamoci dunque quali sono i tipi di situazione che abbiamo memorizzato, e da quali forme e da quali aspetti relazionali sono caratterizzati.

    Il mio consiglio è di considerare le "situazioni" in termini cibernetici, cioè come schemi di agenti che interagiscono e si relazionano (anche in senso gerarchico) secondo certi programmi.

    Sulla centralità dei rapporti sociali nelle motivazioni umane

    Per me tutta la psicologia (tranne quella che riguarda i processi fisiologici di base della mente) è “sociale”, nel senso che la mente è essenzialmente uno strumento per gestire (consciamente e ancor più inconsciamente) i rapporti con gli altri umani. E’ un’idea che ho appreso da George Herbert Mead, e che mi sembra sia sempre più condivisa dagli studiosi di psicologia e dagli psicoterapeuti. Infatti si parla sempre di più di psicologia e di psicoterapia “relazionali”.

    D’altra parte la psicoanalisi ci insegna che l’uomo tende a rimuovere e a non prendere coscienza delle “vere” motivazioni del proprio comportamento, specialmente quando riguardano i rapporti con gli altri e hanno una connotazione morale, come ad esempio la difesa e l’accrescimento del proprio valore e status sociale, confrontati con quelli altrui.

    Capisco anche che ai più dia fastidio, e venga considerato offensivo, che qualcuno sospetti che le loro vere motivazioni siano diverse da quelle che essi credono di avere. E’ un po’ come affermare o insinuare che uno stia mentendo agli altri e a se stesso.

     Infatti io penso che quasi tutti gli esseri umani (me compreso) ingannano inconsapevolmente gli altri, perché si auto-ingannano, come spiegato molto bene da Daniel Goleman nel suo libro intitolato “Menzogna, autoinganno, illusione” che consiglio a tutti di leggere.

    In conclusione, io suppongo che per ogni essere umano i rapporti sociali siano al centro delle proprie motivazioni (specialmente quelle inconsce), anche per coloro che cercano di essere sempre più indipendenti dagli altri, e rinunciano a relazioni sociali in quanto ritenute causa più di sofferenze che di gioie.

    Ovviamente non posso dimostrare che quanto ho scritto sopra sia vero, tuttavia lo ritengo non solo plausibile, ma anche molto probabile, e uso tale “conoscenza” per orientarmi nella vita e nei rapporti con gli altri.

    Resta il fatto che ci sono differenze importanti, da persona a persona, per quanto riguarda il bisogno di appartenenza/integrazione sociale,  e il bisogno di individuazione/libertà. In alcuni prevale il primo, in altri il secondo. Ma anche il bisogno di libertà è “relazionale”; in quanto parliamo di libertà dai vincoli che gli altri ci pongono, ed è sempre una libertà limitata e mai definitiva. Infatti non possiamo mai fare a meno degli altri, né ignorarli, se non per brevi periodi.

     

    Sulla natura sociale e fittiva dell'ilarità

    A mio parere, l'umorismo, il ridere, il sorridere, sono manifestazioni (esclusivamente umane) di sentimenti e atteggiamenti sociali. Infatti non c'è ilarità nella solitudine, ma solo in compagnia (reale o immaginaria).

    Si assume un'espressione ilare per effetto di certe percezioni sociali e per mostrare intenzioni favorevoli nei confronti degli altri. Ciò che causa ed esprime ilarità è al tempo stesso un bisogno sociale attivo (un misto di desideri e paure) e la sua soddisfazione non esaustiva (e più o meno chiara) in termini di ottenimento dell’oggetto del desiderio e di rassicurazione contro la paura.

    Non ci sarebbe ilarità se dagli altri non ci aspettassimo sia il bene che il male, la cooperazione e la competizione. In tal senso l’ilarità esprime un continuo passaggio tra un'aspettativa sfavorevole e un'altra favorevole nella percezione del comportamento altrui.

    L'ilarità si può studiare più facilmente nei bambini, specialmente nei neonati. Il bambino ha una paura di fondo, più o meno intensa, di essere abbandonato, trascurato o maltrattato.

    L’adulto che vuol fare ridere il neonato deve risvegliare tali paure attraverso una finzione esplicita, rassicurandolo al tempo stesso sul fatto che può contare sulla protezione (e sull'accudimento) da parte sua. E’ importante, quindi, che tra adulto e neonato passi il messaggio “questo è un gioco, uno scherzo, non una cosa reale”.

    Si potrebbe dire che l’ilarità sia basata sulla finzione esplicita di un male e sulla vittoria del bene, in una relazione in cui i termini della finzione non sono chiari. In altri termini, si avverte la presenza di una finzione, ma non è chiaro quali parti della narrazione o del comportamento in questione siano vere e quali finte.

    Il fatto di non sapere dove sia esattamente la finzione causa spesso una tensione, più o meno intensa, visibile nei tratti del volto, specialmente intorno alla bocca e agli occhi. La tensione si trasforma di colpo in risata quando si capisce ad un tratto dov'era la finzione, e il quadro diventa improvvisamente chiaro e totalmente rassicurante.

    Si può anche dire che l'ilarità è caratterizzata dall'aspettativa di una ricompensa sociale, quando non si sa bene come essa si presenterà, per cui c’è una leggera tensione dovuta all’incognita. In altre parole, l’incertezza, unita all’aspettativa di un lieto fine, è un ingrediente fondamentale dell’ilarità.

    Per concludere, l'ilarità è, a mio avviso, sempre accompagnata da un piacere, dovuto alla risoluzione di una tensione o di un immaginario timore, e al conseguente piacere della sorpresa.

    Teoria degli emotori sociali

    Il nostro comportamento, i nostri pensieri, le nostre motivazioni ed emozioni sono determinati da agenti mentali inconsci tra cui due particolarmente importanti, che io chiamo "emotori sociali" in quanto generatori di motivazioni ed emozioni (desiderate e indesideate) che riguardano direttamente o indirettamente le nostre relazioni e i nostri comportamenti sociali.

    I due emotori sociali sono:
    • Il bisogno di ottenere o mantenere, e la paura di perdere, un sufficiente grado di appartenenza, integrazione e interazione sociale

    • Il bisogno di ottenere o mantenere, e la paura di perdere, un sufficiente grado di libertà e individuazione

    L'emotore dell'appartenenza sorveglia continuamente il grado di appartenenza, integrazione e interazione sociale. Se questo è (inconsciamente) percepito come troppo basso rispetto al livello minimo desiderato, l'emotore genera una motivazione a fare cose che possano aumentarlo. Se la sua tendenza è percepita (inconsciamente) in diminuzione, l'emotore genera tristezza, depressione, ansia o panico allo scopo di inibire i comportamenti ritenuti causa della diminuzione. Se invece essa è percepita in aumento, l'emotore genera euforia, ottimismo o piacere per incentivare il soggetto a proseguire i comportamenti ritenuti causa dell'aumento.

    L'emotore della libertà sorveglia continuamente il grado di libertà e di individuazione. Anche in questo caso, se questo è (inconsciamente) percepito come troppo basso rispetto al livello minimo desiderato, l'emotore genera una motivazione a fare cose che possano aumentarlo. Se la sua tendenza è percepita (inconsciamente) in diminuzione, l'emotore genera tristezza, depressione, ansia o panico allo scopo di inibire i comportamenti ritenuti causa della diminuzione. Se invece essa è percepita in aumento, l'emotore genera euforia, ottimismo o piacere per incentivare il soggetto a proseguire i comportamenti ritenuti causa dell'aumento.

    Occorre considerare che la valutazione (inconscia) circa gli effetti di un certo comportamento ai fini dell'appartenenza e della liberà può essere più o meno sana, cioè realistica. Uno degli obiettivi di una psicoterapia dovrebbe infatti consistere nel valutare se il soggetto ha una corretta cognizione (conscia o inconscia) di cosa sia realmente utile o dannoso per la sua appartenenza e la sua libertà.

    Per concludere, chi cade in uno stato di tristezza, depressione, ansia o panico, dovrebbe chiedersi se ciò è dovuto ad una (reale) diminuzione del grado di appartenenza e/o di libertà, e considerare che è difficile conciliare l'appartenenza con la libertà, in quanto si tratta di due condizioni che tendono ad essere mutualmente esclusive.

    Far parte di un sistema sociale

    Ogni essere umano è parte di uno o più sistemi sociali, il che significa che esso interagisce in modo simbiotico con le altre parti di ciascun sistema a cui appartiene (cioè con le altre persone e i loro prodotti), scambiando beni, servizi, informazioni, contatti fisici, intimità ecc.

    Un essere umano sano di mente non può vivere senza far parte di un sistema sociale, cioè senza interagire con altre persone secondo le regole del sistema stesso. Tali regole sono sono formali e semantiche, cioè consistono in forme, norme, obietttivi, valori e disvalori su cui i contraenti sono d'accordo.

    Un sistema sociale può essere una coppia, una famiglia, un gruppo di amici, una comunità, un'azienda, una cooperativa, un villaggio, una città, un'associazione, una patria o qualsiasi altra cosa dotata di regole di appartenenza specifiche, più o meno diverse da quelle che caratterizzano altri sistemi sociali.

    Per appartenere ad un sistema sociale è necessario confermare l'appartenenza ad esso mediante appositi atti e interazioni. Tali atti comprendono un certo modo di vestire, certi comportamenti e non comportamenti, conversazioni su certi temi e non su certi altri, giochi e, in generale, il rispetto di certe forme, tradizioni e consuetudini.

    Per esempio, quando due persone appartenenti allo stesso sistema sociale si incontrano, esse debbono riconoscersi mediante saluti, gesti o conversazioni pacifiche, ovvero debbono scambiare o condividere qualcosa.

    Si dice che ogni essere umano abbia bisogno di riconoscimento. Infatti, il riconoscimento di cui abbiamo bisogno è la rinnovata conferma che apparteniamo allo stesso sistema sociale di chi ci riconosce. Il riconoscimento è dunque una rassicurazione di appartenenza ad un sistema sociale di cui abbiamo bisogno di far parte e dal quale abbiamo paura di essere esclusi.

    Senza una ricorrente rassicurazione di appartenenza ad un sistema sociale desiderato, la psiche sviluppa una crescente ansia, per evitare la quale le persone sono spinte a incontrare altre persone e a scambiare con esse segni di riconoscimento in qualsiasi forma, la più semplice delle quali consiste nel fare insieme cose simili, come, ad esempio, assistere ad uno spettacolo sportivo o musicale o partecipare ad una funzione religiosa.

    E io, di quali sistemi sociali faccio parte, voglio far parte o non voglio far parte, e in quali ruoli?

    Per un essere umano sano di mente è impossibile non far parte di uno o più sistemi sociali, in uno o più ruoli tipici di ciascun sistema. Possiamo solo, eventualmente, scegliere il sistema sociale di cui vogliamo far parte, i ruoli che in esso vogliamo giocare e, in minima misura, contribuire a cambiare le regole del gioco del sistema stesso.

    Interazionismo simbolico

    Secondo la teoria psicologica, sociologica e filosofica di George Herbert Mead nota come "Interazionismo simbolico", la mente si struttura e riempie di contenuti attraverso le interazioni sociali simboliche (rese possibili dal linguaggio) che permettono lo sviluppo e l'evoluzione di tre agenti mentali che insieme formano ciò che Mead chiama il sé (self):

    • L'altro generalizzato (Ag)

    • il "me"

    • l'io

    L'Altro generalizzato è l'insieme dei possibili ruoli sociali appresi attraverso le interazioni con gli altri.

    Il "me" è l'immagine che uno ha di se stesso assumendo il punto di vista degli altri.

    L'io è la parte cosciente della persona, che è capace di osservare le interazioni tra sé e gli altri, alle quali attribuisce significati che dipendono dai contenuti dell'Ag e del "me".

    Il comportamento sociale di una persona è normalmente automatico e dipende dalle aspettative del suo "me" nei confronti degli altri e degli altri nei confronti del suo me, interpretate, immaginate e valutate attraverso i contenuti dell'Ag e delle esperienze passate che hanno formato il "me".

    L'attività pensante consapevole di una persona relativamente al comportamento sociale, consiste in un dialogo interiore tra l'io, il "me" e l'Ag, in cui vengono immaginate (simulate) le possibili interazioni con gli altri e le loro conseguenze sia in senso cognitivo che emotivo.

    L'io interviene eccezionalmente a sospendere gli automatismi interattivi, ovvero a ritardare le reazioni durante le interazioni sociali, per valutare e scegliere tra le opzioni disponibili considerando le rispettive conseguenze future sulla base di quelle passate dedotte dai contenuti dell'Ag e del me. L'io è ciò che permette comportamenti nuovi rispetto a quelli usuali, ovvero cambiamenti sociali e individuali.

    La teoria di Mead è stata rivoluzionaria in quanto ha confutato l'idea, fino ad allora prevalente e ancora non completamente superata, che la società sia soltanto il risultato dell'interazione di individui con menti precostituite, dimostrando che la mente si costituisce attraverso le interazioni sociali (le quali debbono quindi essere preesistenti rispetto alle menti) e in modi che dipendono dalle particolari forme che le interazioni possono assumere; in altre parole, una mente non può formarsi in assenza di esse.

    Alla luce dell'interazionismo simbolico si può dedurre che il cambiamento della personalità di una persona (in generale o in contesti psicoterapeutici) può avvenire solo attraverso cambiamenti nelle interazioni della persona con gli altri, cambiamenti che debbono precedere la formazione dei nuovi automatismi comportamentali, essendo questi determinati dalle nuove interazioni se sufficientemente ripetute.

    Sia fatta la volontà di chi?

    Un verso del Pater Noster auspica che sia fatta la volontà di Dio, e mi sembra cosa buona e giusta, perché se Dio è davvero Dio, ossia il creatore e padrone del mondo, allora fare qualcosa contro la sua volontà non può essere che disastroso. Tuttavia conoscere la volontà di Dio è cosa quanto mai difficile, se non impossibile.

    Dobbiamo allora contentarci di conoscere, per quanto ci sia possibile, le volontà degli esseri non viventi (ovvero le leggi della fisica) e di quelli viventi (ovvero le leggi della biologia). Il problema è che le volontà degli esseri viventi sono molto spesso poco conosciute e mistificate, oltre che conflittuali e competitive, a tutti i livelli di organizzazione della vita, (cellula, organo, organismo individuale, famiglia, comunità, nazione ecc.).

    L'uomo si trova in mezzo ad una quantità di esseri dotati di motivazioni più o meno simbiotiche, sinergiche o conflittuali e, essendone esso stesso dotato,  ha la capacità, e spesso la necessità, di scegliere con quali altri esseri allearsi e quali combattere, per soddisfare le proprie volontà. Inoltre l'uomo ha perfino la capacità di alterare le proprie volontà per adattarle a quelle altrui.

    La vita sociale è dunque il risultato di interazioni più o meno cooperative od ostili, tra volontà diverse.

    Succede inoltre che per ogni coppia di esseri viventi, come ad esempio due esseri umani A e B, vi sia una triade affettiva ABC per ogni entità C conosciuta da A e da B, verso la quale A e B hanno una disposizione affettiva più o meno positiva o negativa, che può essere più o meno concordante (p.e. quando sia A che B amano o odiano C) o contrastante (per esempio quando A ama C mentre B odia C, o viceversa). Ne consegue che se il segno dell'affetto AC è diverso dal segno dell'affetto BC, l'affetto AB tende ad essere negativo; al contrario, se gli affetti AC e BC sono dello stesso segno, l'affetto AB tende ad essere positivo, a meno che non vi sia competizione tra A e B per ottenere i favori di C.

    Riepilogando, la vita di un essere vivente è resa problematica dalla presenza di tante volontà, sia all'interno che all'esterno dell'individuo, le quali possono essere più o meno antagoniste e richiedono scelte difficili e conflittuali. Infatti non si può stare in pace e armonia con tutti, ma bisogna scegliere con chi allearsi e chi combattere, altrimenti si rischia di diventare preda o servi di qualcuno. E allora, se dobbiamo essere servi, conviene scegliere intelligentemente i padroni migliori.

    L'io cosciente si è infatti sviluppato nella filogenesi dell'Homo Sapiens per servire l'organismo, non per dominarlo, ed il suo primo compito è quello di stabilire quali volontà e bisogni interni ed esterni servire, quali ignorare e quali combattere.

    Spirito critico e spirito acritico

    A mio parere, la vita sociale di ogni essere umano è regolata da due spiriti che controllano la sua mente: quello critico e quello acritico.

    Per quanto riguarda ciò che gli altri dicono e fanno, lo spirito critico è diffidente, quello acritico fiducioso.

    Lo spirito critico ci induce a difenderci da errori, inganni e intenzioni competitive nascoste o dissimulate da parte degli altri; quello acritico ci induce ad imitare gli altri, a prendere per buono ciò che dicono e a non dubitare della loro sincerità, delle loro intenzioni cooperative e dei loro sentimenti.

    Sia lo spirito critico che quello acritico si rivolgono normalmente verso gli altri, ma si può anche essere critici o acritici verso e stessi. In questo caso sì parla di autocritica e di non-autocritica.

    Lo spirito critico e quello acritico sono sempre in conflitto tra loro e si criticano reciprocamente. Il primo considera il secondo stupido, ingenuo, conformista, conservatore e pericoloso. Il secondo considera il primo un fastidio e un ostacolo per la pace, l'armonia, la condivisione, l'amore, la comprensione e la cooperazione.

    Ogni essere umano è caratterizzato da una certa propensione ad usare lo spirito critico piuttosto che quello acritico (o viceversa), e da un certo grado di capacità autocritica (o di resistenza alla stessa). Le persone in cui prevale lo spirito critico sono generalmente in minoranza; ancora meno sono quelle capaci di autocritica.

    Di solito più una persona è intelligente, maggiore è il suo spirito critico, anche se la tendenza a criticare o a non criticare può essere influenzata da particolari esperienze di vita e da pressioni emotive.

    Va da sé che ognuno frequenti più volentieri coloro che hanno simili tendenze per quanto riguarda la critica e l'autocritica, come pure la resistenza ad esse.

    Una persona prevalentemente "critica" e una prevalentemente "acritica" difficilmente s'intendono, e normalmente si criticano a vicenda. È infatti paradossale che le persone "acritiche" siano spesso ferocemente critiche verso chi le critica direttamente o indirettamente. In altre parole, una persona "acritica" non tollera di essere criticata come tale.

    Ad esempio, gli atei tendono ad attribuire ai credenti una mancanza di spirito critico, mentre, da parte loro, i credenti tendono ad attribuire agli atei intenzioni distruttive nei loro confronti.

    Per concludere, è bene essere consapevoli delle dinamiche conflittuali tra lo spirito critico e quello acritico presenti sia a livello personale che interpersonale, al fine di evitare inutili scontri e lacerazioni e di perseguire una costruttiva reciproca "comprensione critica".


    Il gioco dell'interazione sociale, tra cooperazione e competizione

    L’interazione tra due umani A e B è, a mio parere, un gioco la cui posta è ottenere la massima cooperazione (o disposizione a cooperare) e il miglior “servizio” da parte dell’altro, e occupare la più alta posizione gerarchica (soprattutto intellettuale e morale) a cui si possa aspirare, in modo da poter esercitare il maggior potere decisionale nelle scelte comuni e nelle attività cooperative.

    In altre parole, lo scopo del gioco tra A e B è per A è fare in modo che B si comporti il più possibile come piace ad A, ovvero “obbedisca” ai desideri di A. Lo stesso vale per B nei confronti di A.

    Gli strumenti (o le armi) e le strategie che i giocatori possono usare per ottenere il massimo vantaggio rispetto agli scopi sopra definiti consistono, a mio avviso, nella regolazione (cioè aumento e diminuzione) della cooperazione e della competizione di ciascuno verso l’altro.

    Per esempio, se la persona A trova il grado di cooperazione di B insufficiente rispetto alle proprie aspettative, o non gradisce la posizione gerarchica pretesa da B, A può ridurre il proprio grado di cooperazione verso B, ovvero “allontanarsi” da B o fingere o minacciare di allontanarsi da esso, oppure può cercare di affermare una sua più alta posizione gerarchica rispetto a B o affermare una più bassa posizione gerarchica di B rispetto alla propria (per esempio criticandolo, sminuendolo o umiliandolo). Tutto ciò, nella speranza che B reagisca aumentando la sua disposizione a cooperare con A, ovvero a comportarsi con più impegno come A desidera, cioè a “servire” A di più e meglio.

    Il gioco, che può non cessare mai, ha diversi possibili esiti, come i seguenti:

    • un compromesso (più o meno stabile) che determina i rispettivi gradi di cooperazione e le rispettive posizioni gerarchiche

    • una lotta senza fine, più o meno violenta, per la supremazia

    • la cessazione (o rottura più o meno drammatica) temporanea della relazione

    • la cessazione (o rottura più o meno drammatica) definitiva della relazione

    Questo gioco viene praticato per lo più inconsciamente e viene spesso mistificato con pretesti di tipo morale. Infatti, quando la persona B non “accontenta” la persona A, è probabile che questa affermi che B si è comportato in modo “ingiusto” o “immorale”, o che non abbia rispettato qualche impegno assunto esplicitamente o implicitamente, secondo una logica di diritti e doveri soggettiva o interpretata soggettivamente.

    Infatti viviamo in una società e in una cultura che considerano politicamente scorretta un’interazione sociale in cui ognuno cerchi esplicitamente e assertivamente di farsi servire dall’altro il più possibile, usando qualsiasi mezzo (materiale o morale) per raggiungere tale scopo.

    Sulla scelta dei partner e dei modi di interazione

    La libertà consiste nella possibilità di scegliere, e la sua estensione dipende dalla quantità e dalla qualità delle opzioni tra cui scegliere. La libertà di un agente è dunque sempre limitata dalle opzioni a sua disposizione, che sono sempre finite e limitate.

    Un essere umano è un agente (nel senso che agisce) in grado di fare delle scelte, specialmente per quanto riguarda le persone e le cose con cui interagire, e i modi in cui interagire. Tali scelte vengono effettuate secondo criteri e logiche di cui il soggetto è più o meno consapevole, e che sono più o meno note alla psicologia e alle neuroscienze.

    A prescindere dai criteri e dalle logiche con cui un essere umano fa le sue scelte, è importante considerare i problemi legati alla sua libertà di scegliere le persone con cui interagire e i modi in cui farlo, e le conseguenze di tale libertà. Chiamerò tale scelta “selezione sociale”.

    Infatti noi umani siamo interdipendenti, nel senso che abbiamo un assoluto bisogno di interagire e collaborare con altri umani per sopravvivere e per soddisfare i nostri bisogni primari. In tal senso, ogni umano ha un doppio ruolo, quello di “scegliente” e quello di “scelto”.

    In quanto “scegliente”, non c’è alcuna garanzia, per una persona, di ottenere il consenso di quelle da essa scelte, a interagire con essa.

    In quanto aspirante “scelto”, non c’è alcuna garanzia, per una persona, di essere scelta per una certa interazione da essa desiderata.

    Questa mancanza di garanzie e di certezze sulla possibilità di interagire con le persone con cui si desidera interagire, e nei modi in cui si desidera interagire, è per molti causa di ansia, frustrazioni, sofferenze e infelicità.

    Noi umani spendiamo perciò gran parte delle nostre energie fisiche e mentali per aumentare la probabilità di essere scelti come partner di interazioni da noi desiderate, e per aumentare la probabilità che le persone da noi  scelte per certi tipi di interazione acconsentano a interagire come da noi proposto.

    A tale scopo noi umani cerchiamo di essere più “allettanti” o “promettenti”  possibile, esteticamente, intellettualmente, moralmente, politicamente, economicamente ecc. A tale scopo entriamo in competizione ognuno con tutti gli altri per essere preferiti sia come “sceglienti” che come “scelti”.

    Questa problematica mi sembra non avere soluzione né rimedi. Direi che è la causa principale dei mali dell’umanità.

    Domande e risposte sistemiche

    Riflessioni sulla natura "sistemica" degli esseri viventi, e dell'uomo in particolare, e del ruolo fondamentale delle "domande" e delle "risposte" automatiche, ovvero programmate secondo certe logiche. Articolo ispirato dalla "ecologia della mente" di Gregory Bateson e dalla "omeostasi sentimentale" di Antonio Damasio, condito e integrato con qualche mia idea personale.

    Un sistema (organico o inorganico) è qualcosa capace di rispondere a domande e di porre domande, in modo automatico, ovvero seguendo una certa logica più o meno modificabile.

    Per "domanda" intendo uno stimolo intenzionale o non intenzionale, inviato o ricevuto, che viene interpretato dal sistema o sottosistema ricevente come un ordine, ovvero una richiesta di attenzione, di azioni o di cessazione o inibizione di azioni.

    Un'azione richiesta può consistere in certi comportamenti  tra cui la fornitura di certe informazioni, oggetti, sostanze o servizi.

    La risposta ad una domanda sistemica può consistere nella produzione e nell’invio di un’altra domanda.

    Gli esseri viventi sono organismi, ovvero sistemi organici. L’interazione tra sistemi organici, e tra essi e sistemi inorganici, è ciò che viene comunemente chiamato “ecologia”. I sistemi che interagiscono "ordinano" e si “ordinano”, ovvero trasformano e si trasformano, insegnano e apprendono, adattano e  e si adattano reciprocamente.

    Le risposte sistemiche di un essere umano a "domande", ovvero a stimoli interni ed esterni, possono essere cognitive, emotive e motivazionali. Infatti, ad un certo stimolo proveniente da un altro umano, da un suo simulacro (medium), da un fenomeno naturale o da una macchina, un individuo può rispondere allo stesso tempo, consciamente e/o inconsciamente, con particolari immagini mentali, parole e relative associazioni semantiche, ricordi di esperienze, aspettative, emozioni, sentimenti, decisioni istantanee o programmatiche, volontà, desideri, movimenti muscolari, alterazioni metaboliche e fisiologiche, e qualunque altro atto o fenomeno di cui è capace volontariamente o involontariamente.

    Per conoscere la natura umana, ovvero per capire se stessi e gli altri, è necessario vedere l’uomo come sistema che interagisce con altri sistemi e con i propri sottosistemi mediante scambi esterni e interni di domande e risposte sistemiche secondo certe logiche. Queste non possono essere rilevate scientificamente, ma possono essere intuite anche se in modo incerto.

    Essendo le logiche di interazione parzialmente modificabili, e quindi migliorabili in termini di soddisfazione dei bisogni propri e altrui, ogni umano dovrebbe cercare di intuirle, sia da solo che con l’aiuto di strumenti culturali, unendo la teoria alla pratica delle interazioni umane.

    Una comune visione del mondo

    La qualità dell'interazione tra due persone (cioè il grado di soddisfazione dei rispettivi bisogni ottenuto grazie alla interazione stessa) dipende da vari fattori, tra cui il significato che viene dato dagli "attori" alle transazioni che costituiscono l'interazione stessa.

    Tale significato non può prescindere da una struttura (o contesto) di riferimento, così come, per dare un significato ad una parola, non si può prescindere dal linguaggio da cui essa è tratta.

    Ne consegue che, affinché l'interazione sia soddisfacente, è necessario che colui che emette un messaggio e colui che lo riceve condividano la stesse strutture di riferimento e siano in grado di indicare in modo esplicito o implicito il contesto a cui ogni messaggio va riferito. Solo così è possibile che il messaggio venga interpretato, ovvero compreso, correttamente.

    Purtroppo, le strutture di riferimento della comunicazione interumana sono sempre meno condivise (ad eccezione di quelle superficiali della cultura di massa) e le persone sono generalmente incapaci di verificare il grado di condivisione delle strutture stesse e di precisarle attraverso una metacomunicazione. Inutile dire, inoltre, che la maggior parte delle persone non si pone nemmeno i problemi qui sollevati, non si interessa di essi e spesso non è nemmeno in grado di capirli.

    Parlando di struttura o contesto di riferimento, intendo una certa visione del mondo e della natura umana, oltre ad un certo sistema di valori. In particolare una conoscenza, o credenza, organica su temi di tipo filosofico, scientifico o religioso, che rispondano a domande come le seguenti: cosa sappiamo dell'origine del mondo e della vita sulla terra e di quella umana in particolare? Come funziona un essere umano? Come funzionano le interazioni tra esseri umani? Quali sono le leggi della natura? In cosa possiamo credere al di fuori di ciò che è dimostrabile scientificamente? Quali regole morali e pratiche dovremmo rispettare perché la sofferenza non prevalga e la società non si distrugga? E così via.

    Purtroppo l'umanità è ancora lontana dal condividere una sana e comune visione del mondo. Ne consegue che le interazioni umane continuano ad essere difficili, insoddisfacenti e insufficienti, e spesso si sviluppano in senso conflittuale e distruttivo anziché cooperativo e costruttivo. Quel che è peggio, è che, grazie agli sviluppi delle scienze e delle tecnologie, il potenziale di distruttività umana è molto aumentato e continua a crescere.

    Per concludere, per migliorare lo stato dell'umanità, bisognerebbe arrivare ad una visione del mondo condivisa dalla maggioranza degli esseri umani, la quale contenga anche nozioni utili per autogovernarsi e interagire con gli altri nel modo più soddisfacente possibile. Una visione del mondo che mi sembra promettente in tal senso è quella di Edgar Morin.

    Tipi di dialogo

    Perché due persone che dialogano lo fanno? Quali sono le possibili motivazioni di un dialogo? Quali le sue possibili forme? Quali i suoi possibili effetti?

    Il dialogo è una comunicazione, ovvero una interazione simbolica, tra due o più persone, in cui vengono scambiati messaggi.

    Ci sono due tipi fondamentali di dialogo: quello rituale e quello utilitario. Il dialogo rituale ha essenzialmente lo scopo di confermare l'appartenenza ad uno stesso "insieme" sociale, e serve soprattutto ad evitare l'angoscia della solitudine. Il contenuto dei messaggi in una comunicazione rituale non ha molta importanza, l'importante è l'atto dello scambio. Tuttavia i messaggi possono avere un valore estetico ed essere più o meno apprezzati in tal senso. Infatti ogni messaggio evoca qualche idea o immagine, che può essere più o meno gradevole e stimolante.

    Il dialogo utilitario, invece,  può servire a diversi scopi "pragmatici" come ad esempio:

    • Apprendere o insegnare qualche nozione o informazione riguardante l'interlocutore o enti terzi

    • Affrontare insieme un problema, cercare insieme una soluzione

    • Ottenere un bene o servizio dall'interlocutore

    • Affermare, confermare o cambiare una differenza di status tra gli interlocutori

    • Affermare, confermare o cambiare dei ruoli nella relazione tra gli interlocutori

    • Ecc.

    Un dialogo può contribuire a cambiare la mente di uno o di entrambi gli interlocutori, in termini sia di struttura, sia di contenuti cognitivi, emotivi e motivazionali.

    A tal proposito un dialogo può essere valutato come più o meno utile nella misura in cui produce dei cambiamenti utili nelle menti degli interlocutori.

    A tal proposito, un dialogo può essere più o meno psicoterapeutico.

    Per concludere, un dialogo può essere allo stesso tempo rituale e utilitario, e avere più di uno scopo. Può essere utile, per migliorare la qualità di un dialogo e per renderlo più produttivo, chiedersi a quali tipi esso appartiene, e quali motivazioni si cerca di soddisfare mediante esso.

    Triangoli relazionali

    La seguente figura illustra la complessità delle relazioni umane per quanto riguarda la coerenza tra le motivazioni (consce e inconscie) di un soggetto e quelle delle persone con cui egli interagisce.

    I triangoli nella figura si riferiscono alla teoria dell'equilibrio cognitivo di Fritz Heider, che io preferisco chiamare "teoria dell'equilibrio cognitivo e affettivo" in quanto ha a che fare non solo con pensieri, ma anche con sentimenti consci e inconsci.

    Tuttavia, mentre nella teoria di Heider i vertici del triangolo rappresentano persone diverse, in questo articolo i vertici rappresentano: (1) l'io cosciente di un individuo, (2) il "me" o "sé", ovvero la percezione che l'io cosciente ha della propria persona (vale a dire dei propri aspetti personali), e (3) qualunque altra persona.



    La figura mostra la coesistenza di varie relazioni, sia tra l'io e qualsiasi altra persona, sia tra l'io e i propri aspetti . Mostra anche che gli aspetti di una persona sono percepiti sia dal soggetto, sia da qualunque altra persona (in modi che possono essere incoerenti, dando luogo a squilibri cognitivi e affettivi.)

    Dalla figura si evince che ogni essere umano è (pre)occupato (consciamente o inconsciamente) di ciò che gli altri pensano e sentono nei confronti dei propri aspetti e tende a stabilire un equilibrio cognitivo e affettivo tra questi e le persone per lui importanti.

    Per esempio, se una persona A ritiene che una certa persona B (amata da A) non ami il fatto che A ami leggere certi autori, si ha uno squilibrio (cognitivo e affettivo) che viene prima o poi riequilibrato in due possibili modi: (1) A smette di interessarsi alla lettura degli autori non amati da B o (2) A smetta di amare B. La scelta dipende da quale sia l'interesse prevalente per A (l'amore per B o quello per certi autori).

    La relazione tra una persona e gli aspetti propri e altrui riguarda i singoli aspetti, per cui può essere diversa a seconda aspetto considerato (cioè di una persona possono piacere certi aspetti e non piacere altri). Invece, la relazione tra due persone è una sommatoria delle relazioni riguardanti i diversi aspetti, ovvero costituisce un giudizio "cognitivo e affettivo" complessivo dell'altra persona.

    Le strutture relazionali rappresentate nella figura possono spiegare bene le inibizioni che un soggetto può avere nel fare, pensare, desiderare (e perfino sentire) certe cose, nel caso in cui esse siano disapprovate da persone importanti per il soggetto stesso, e viceversa; possono infatti spiegare la motivazione a fare, pensare, desiderare, sentire certe cose in quanto approvate o (rac)comandate da persone care.

    Antropologia interazionista

    Auspico che venga fondata una nuova disciplina umanistica, il cui nome potrebbe essere "Antropologia interazionista" basata sul concetto di interazione, da applicarsi come strumento di analisi e sintesi ad ogni campo e livello del sapere.

    Obiettivo di questa disciplina sarebbe quello di rivedere e riscoprire ogni aspetto della vita e dell'essenza dell'uomo e della società attraverso il filtro del concetto di interazione.

    A tale scopo questa disciplina attingerebbe, con un approccio eclettico e integrato, a tutte le discipline e scienze umane, tra cui psicologia, psicologia sociale, sociologia, antropologia, filosofia, biologia, medicina ecc.

    Il fine ultimo di tale approccio sarebbe quello di migliorare l'umanità a livello individuale, sociale, ed ecologico.

    La disciplina si fonderebbe sull'assioma che ogni organismo o organo vivente vive e sopravvive solo attraverso l'interazione con una quantità di altri esseri circostanti, ad esso simili o di altra natura, interazioni che debbono rispondere a particolari criteri determinati geneticamente o culturalmente.

    La prassi di questa disciplina consisterebbe nel porsi domande come le seguenti rispetto a qualsiasi organismo o organo vivente che si desidera studiare, capire, cambiare e, soprattutto, migliorare o ottimizzare:

    • con chi l'organismo o organo X interagisce e con chi deve evitare di interagire per la propria sopravvivenza, salute o benessere psicofisico?

    • a quali scopi interagisce? cioè per ottenere cosa?

    • cosa viene trasmesso e ricevuto tra gli interattori? (transazioni costituite da massa, energia, materiali, oggetti, informazioni, immagini, suoni, simboli, documenti ecc.)

    • in che modo vengono percepite / interpretate / classificate / reagite a livello conscio o inconscio le transazioni ricevute dagli interattori in gioco?

    • quando, per quanto tempo, con quale frequenza avviene o dovrebbe avvenire l'interazione per un effetto ottimale?

    • quali sono le condizioni affinché certe interazioni possano avvenire e avere gli effetti desiderati?

    • quali conflitti o incompatibilità ci possono essere tra le varie possibilità di interazione?

    • le interazioni possono dar luogo a organismi di livello superiore? quali e a quali condizioni?

    • per quanto riguarda la storia delle persone o delle loro opere: con chi e come ha interagito la persona (o la sua opera) in passato? con quali modalità ed esiti? Le sue interazioni hanno influenzato la vita di altre persone? In che modo?

    • ecc.

    Le risposte a queste domande, e un continuo affinamento e arricchimento delle stesse domande e risposte costituirebbero il corpo di questa nuova disciplina che consentirebbe di riscoprire il mondo vivente (allo scopo di migliorarlo) attraverso una nuova chiave di comprensione molto più semplice, efficace ed efficiente di quelle tradizionali, libera dai condizionamenti di una cultura troppo influenzata da religioni, norme, consuetudini e soffocata dal conformismo.

    La legge del più forte - Psicologia della forza

    La forza è una grandezza fisica, forse la più importante nelle leggi della natura. La definizione di "forza" in Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Forza) recita: "Una forza è una grandezza fisica vettoriale che si manifesta nell'interazione di due o più corpi, sia a livello macroscopico, sia a livello delle particelle elementari. Quantifica il fenomeno di induzione di una variazione dello stato di quiete o di moto dei corpi stessi; in presenza di più forze, è la risultante della loro composizione vettoriale a determinare la variazione del moto. La forza è descritta classicamente dalla seconda legge di Newton come derivata temporale della quantità di moto di un corpo rispetto al tempo. "

    E ancora: " Le forze sono quindi le cause del cambiamento del moto dei corpi, possono pertanto mettere in moto un corpo che si trovava precedentemente in stato di quiete, modificare il movimento di un corpo già precedentemente in moto, o riportare il corpo in stato di quiete."

    La forza è dunque ciò che permette il cambiamento dello stato di qualcosa rispetto alla sua inerzia, e che, combinandosi con altre forze, dà luogo ad un certo risultato. La forza è vettoriale nel senso che ha un punto di applicazione, un verso e una direzione, oltre che una intensità.

    Il concetto di forza può essere efficacemente usato, al di fuori della fisica, nelle scienze umane, come filosofia, psicologia, sociologia, ecc. in quanto si presta bene a spiegare quello che succede nella psiche degli individui e nelle società, dove può essere assimilato ai concetti di bisogno e sentimento, sia in senso genetico che comportamentale.

    La definizione di "forza" nel dizionario Treccani (http://www.treccani.it/vocabolario/forza/) è molto lunga, il che indica l'importanza di tale concetto in tante discipline e nel linguaggio comune, sia in senso fisico che metaforico.

    Volendo guardare il mondo, la società e la psiche dal punto di vista della forza, troviamo questa dappertutto e si potrebbe perfino affermare, generalizzando, che la vita di un individuo e di una società sono il risultato di una composizione di forze, ovvero bisogni, sentimenti e risorse mentali e materiali, più o meno divergenti, convergenti, conflittuali o cooperanti.

    Nelle scienze umane troviamo che la forza si manifesta in diversi modi, a partire da quella muscolare, come, ad esempio, la forza delle armi, della bellezza, dell'intelligenza, della persuasione, della fede, della passione, dell'animo, della paura, dell'inganno, delle masse, della tradizione, della ragione, dell'abitudine, dell'eloquenza, di una medicina, della volontà, dell'immaginazione, dell'ingegno, del destino, della natura ecc. E' anche possibile considerare i rapporti umani, in generale, come rapporti di forza, e la società un sistema dove vale la legge del più forte, ovvero, dove prevale chi, da solo o insieme ad altri, riesce a produrre una forza (di qualunque tipo) maggiore di quella dei propri antagonisti.

    Valutazione del rapporto di status tra persone

    A mio parere, nella relazione e nelle interazioni tra due persone, ognuna di esse valuta automaticamente e inconsciamente il rapporto tra il proprio status sociale e quello dell’interlocutore.

    Per status sociale intendo un insieme di qualità che includono forza fisica, bellezza, eleganza, intelligenza, esperienza, astuzia, conoscenze, coraggio, moralità, reputazione sociale, abilità varie, risorse informative, materiali, economiche, sociali ecc.

    Tutte queste qualità e risorse entrano in gioco nel determinare le posizioni delle persone in una scala gerarchica mentale istintiva di superiorità-inferiorità “generale”. Tale scala costituisce normalmente e implicitamente la base per la distribuzione dei poteri decisionali e dei ruoli sociali in tutte le relazioni umane (coppia, famiglia, gruppi, comunità, istituzioni civili, politiche e religiose, imprese, ecc.).

    La valutazione dello status sociale proprio e altrui non avviene una volta per tutte, ma si rinnova continuamente attraverso le interazioni sociali.

    Ognuno valuta, usando criteri personali (basati sulle proprie esperienze) e norme culturali, non solo la propria posizione e quella dell’interlocutore nella gerarchia di cui sopra, ma anche, intuitivamente, le valutazioni e autovalutazioni fatte dall'interlocutore.

    In altre parole, nella relazione tra due persone A e B, la persona A valuta:

    lo status di A (“come io valuto me stesso”)
    lo status di B (“come io valuto il mio interlocutore”)
    lo status di B visto da B (“come credo che il mio interlocutore si valuti”)
    lo status di A visto da B (“come credo il mio interlocutore mi valuti”)

    Ogni persona fa dunque quattro valutazioni che possono essere più o meno coerenti o contrastanti con quelle corrispondenti fatte dall'interlocutore. Vale a dire, per esempio, che A può valutare il proprio status ad una certa altezza della gerarchia, che a parere di B è sopravvalutata o sottovalutata. Oppure A può valutare lo status di B ad una certa altezza che a parere di B è sopravvalutata o sottovalutata.

    Se le quattro valutazioni da parte di A sono coerenti con le quattro corrispondenti da parte di B, cioè c’è accordo sulle misure valutate, allora il rapporto tra A e B è “pacifico” sia se A e B si considerano ad uno stesso livello gerarchico, sia se si considerano a due livelli diversi (per cui uno è unanimemente riconosciuto come più “autorevole” o “superiore” rispetto all'altro).

    I problemi nascono, ovviamente, quando le valutazioni da parte di A non sono coerenti con quelle da parte di B. Le differenze di valutazione di status possono dar luogo ad antipatie, ostilità e competizioni più o meno aperte e leali.

    Nella nostra cultura, dove le falsità e le mistificazioni sono la regola, i meccanismi sopra descritti sono considerati “politicamente scorretti”, negati o rimossi nell’inconscio dalla maggior parte della gente. Tuttavia io credo che siano praticati normalmente, anche se in forma nascosta o mistificata.

    Le regole del gioco

    Per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri abbiamo bisogno di interagire con altre persone dotate di certi requisiti, in certi modi e a certe condizioni.

    Perché ciò possa avvenire, è necessario che le persone candidate o prescelte a tale scopo "accettino" (volenti o nolenti) di interagire con noi in quei modi e a quelle condizioni.

    L'interazione può essere più o meno coercitiva e violenta, o liberamente cooperativa. Nel seguito ci occuperemo soltanto del secondo caso.

    Le modalità di libera cooperazione debbono essere di comune gradimento e "convenute". Esse possono essere scelte da un repertorio di "tipi" predefiniti oppure negoziate e definite creativamente all'occorrenza.

    Chiameremo le modalità convenute "regole di interazione" o "regole del gioco". Esse definiscono infatti le transazioni consentite, quelle vietate e quelle obbligatorie, vale a dire i diritti, i doveri, i principi logici, etici ed estetici da rispettare nel corso delle interazioni, e i presupposti della cooperazione, ovvero le identità sociali, i ruoli rispettivi, le proprietà e le capacità che gli interagenti dichiarano di possedere e/o di assumere durante la cooperazione.

    Sulla base di quanto sopra esposto, possiamo affermare che la questione principale di ogni essere umano sia quella di decidere con chi e con quali regole interagire, nella speranza di trovare persone che rispondano ai criteri stabiliti.

    Metaforicamente possiamo dire che ognuno deve decidere con chi giocare e a quale gioco, sapendo che deve probabilmente accontentarsi dei giocatori disponibili (con le loro caratteristiche immutabili) e accettare compromessi sulle regole da applicare al gioco. In caso contrario si potrebbe restare fuori gioco, ovvero isolati, frustrando di conseguenza un certo numero di propri bisogni.

    La società è come un mercato in cui ognuno può, idealmente, scegliere cosa comprare e cosa vendere, ovvero cosa prendere e cosa dare, e con chi effettuare lo scambio.

    Purtroppo non tutti riescono a trovare qualcuno con cui "giocare" in modo soddisfacente ovvero ad un gioco accettabile in quanto compatibile con la propria personalità, i propri bisogni e le proprie paure. In alcuni casi il gioco non inizia nemmeno, in altri inizia, ma viene interrotto appena una delle parti si rende conto che l'altra non rispetta le regole convenute, o che essa stessa non è in grado di rispettarle (o gli costerebbe troppo farlo) oppure che i presupposti dichiarati dal partner al momento dell'accordo non corrispondono alla realtà.

    A queste difficoltà va aggiunto il fatto che la negoziazione delle "regole del gioco" normalmente non viene fatta razionalmente né esplicitamente, ma in modo intuitivo e più o meno consapevole, ovvero guidato da sentimenti di attrazione e repulsione piuttosto che da criteri logici e realistici, con risultati che possono essere deludenti.

    Questo articolo è un invito ad affrontare razionalmente la questione "con chi e con quali regole interagire" e a discuterne esplicitamente con i potenziali partner.

    Il problema dei rapporti con gli altri

    Il problema è che abbiamo tutti bisogno di rapporti con gli altri, ma la soddisfazione di tale bisogno può essere più o meno difficile da ottenere a causa della libertà di ognuno di scegliere con chi avere rapporti e con chi no, con quali modalità e a quali condizioni.

    I seguenti consigli possono essere utili per facilitare la soluzione del problema:

    • cerca di capire:

      • quali sono i tipi di persone con cui ti interessa avere rapporti, i tipi di rapporti e le relative modalità e condizioni;

      • quante potrebbero essere (in percentuale sul totale dell'umanità) le persone che corrispondono ai tuoi prerequisiti;

      • in quali ambienti (fisici e virtuali) puoi incontrare più facilmente persone che corrispondono ai tuoi prerequisiti;

      • qual è la probabilità che tu possa incontrare persone che corrispondono ai tuoi prerequisiti;


    • per ogni persona con cui potresti avere un rapporto, cerca di capire:

      • con quali tipi di persone è disposta ad avere rapporti, che tipi di rapporti, con quali modalità e a quali condizioni;

      • se tu corrispondi ai suoi prerequisiti per avere rapporti (cioè quanto le piaci);

      • se essa corrisponde ai tuoi prerequisiti per avere rapporti;

      • quanto ti costerebbe (in senso lato) soddisfare i suoi prerequisiti;

      • quanto le costerebbe (in senso lato) soddisfare i tuoi prerequisiti;

      • cosa dovresti cambiare per soddisfare i suoi prerequisiti;

      • cosa avete di simile e cosa di diverso;

      • a quali "giochi" le piace giocare e a quali non le piace giocare;

      • quali sono le sue vulnerabilità e cosa potrebbe facilmente offenderla;

      • qual è il suo livello di autostima, e se tende a sottovalutarsi o a sopravvalutarsi;

      • quali sono le sue "appartenenze";

      • quali sono i suoi possedimenti e le sue risorse materiali e immateriali;

      • quali valori condividete e quali non condividete;

      • quali sono i vostri interessi condivisi e quelli non condivisi;

      • quali sono le sue attuali posizioni nelle varie gerarchie;

      • quali sono i suoi attuali rapporti sociali;

      • se è in grado di capire e di apprezzare le tue qualità;

      • quali sono le sue motivazioni principali;

      • come si comporta con gli altri;

      • quali sono i suoi gusti, le sue letture, i suoi spettacoli preferiti, i tipi di musica preferiti, i suoi orientamenti politici, le sue abitudini, le sue credenze, la sua etica, le sue illusioni;

      • quanto è estroversa/introversa, coscienziosa/immorale, prudente, aggressiva/docile, timida/coraggiosa, dominante/gregaria, ottimista/pessimista, ingenua/maliziosa, conformista/non conformista, creativa, idealista/pragmatica, spiritualista/materialista, intelligente, vanitosa, possessiva, maniacale, depressiva, paranoica, capace/incapace di gestire i conflitti, sincera, paziente/impaziente, flemmatica, empatica, sensibile, flessibile/rigida, allegra/triste, libera/impegnata, pigra/energica, robusta/fragile, ecc.;

    Cosa succede quando due persone s'incontrano

    Il discorso che segue può essere utile a chi desidera comprendere le dinamiche psicologiche fondamentali insite nelle interazioni umane, allo scopo di migliorarne la qualità in termini di soddisfazione dei bisogni delle parti coinvolte. Come si vedrà, tali dinamiche dipendono molto dai repertori mentali personali con i quali vengono definite e caratterizzate: categorie di persone, comunità di appartenenza, ruoli, funzioni, affetti, strategie di interazione sociale e chiavi di interpretazione delle interazioni stesse.

    L'incontro tra due persone X ed Y dà generalmente luogo ad una serie di azioni e reazioni riassumibili nelle seguenti fasi (dal punto di vista di X):

    1. Attribuzione ad Y di una o più categorie tra quelle presenti nel repertorio delle categorie umane di X.

    2. Attribuzione ad Y di posizioni, funzioni, ruoli, rango, valori, affetti ecc. nella visione del mondo, nelle comunità elettive e nella strategia di interazione sociale di X. Nota: tale attribuzione è conseguenza delle caratteristiche delle categorie umane attribuite ad Y nella fase 1.

    3. Ricezione di transazioni/espressioni verbali e non verbali emesse da Y e attribuzione ad esse di significati cognitivi ed emotivi tra quelli contenuti nel repertorio semantico di X. Esempi: richiesta o offerta (di beni, servizi, aiuto, protezione, informazioni ecc.), proposta (di cooperazione, scambio, assunzione di ruoli particolari, rapporto sessuale ecc.), asserzione, informazione, sottomissione, imposizione, ribellione, sfida, minaccia, aggressione, umiliazione, rifiuto, respingimento, resa, ecc.

    4. Modifica dello stato emotivo e cognitivo di X a seguito delle transazioni/espressioni emesse da Y e dei significati ad esse attribuiti da X

    5. Emissione di transazioni/espressioni verbali e non verbali verso Y scelte tra quelle contenute nel proprio repertorio delle transazioni/espressioni (sollecitate, non sollecitate e automatiche). Nota: le transazioni/espressioni emesse da X sono conseguenza delle proprie reazioni emotive e cognitive di cui alla fase 4.

    6. Ripetizione delle fasi 3, 4 e 5 fino alla fine dell'incontro.

    Lo stesso si svolge da Y verso X.

    Tutto ciò avviene in parte a livello conscio ma soprattutto a quello inconscio.

    La dinamica dell'incontro è teoricamente prevedibile e tende a ripetersi con modalità analoghe nella misura in cui non ci sono variazioni, in ciascun individuo:

    • nel proprio repertorio delle categorie umane

    • nella propria visione del mondo

    • nelle proprie comunità elettive

    • nel posizionamento proprio e altrui all'interno delle comunità elettive (in termini di ruoli, rango, funzioni, affetti ecc.)

    • nella propria strategia di interazione sociale

    • nel proprio repertorio semantico (per l'interpretazione delle transazioni/espressioni ricevute)

    • nel propro repertorio delle transazioni/espressioni (sollecitate, non sollecitate e automatiche)

    • nei bisogni, negli eventi e nelle situazioni che lo spingono a mettere in atto particolari transazioni/espressioni


    Le mie volontà e rappresentazioni vs. le volontà e rappresentazioni degli altri

    Questo articolo è stato prodotto da ChatGPT a seguito del mio prompt "Le mie volontà e rappresentazioni vs. le volontà e rappresentazioni degli altri. Scrivi un piccolo saggio con questo titolo"

    In ogni momento della nostra esistenza, ci muoviamo dentro un tessuto invisibile ma potente fatto di volontà e rappresentazioni. Da un lato, vi sono le mie volontà: desideri, slanci, bisogni, visioni del mondo che sento come autenticamente miei, talvolta persino come ineluttabili. Dall’altro, vi sono le volontà e rappresentazioni degli altri: ciò che gli altri vogliono, si aspettano, immaginano, temono, proiettano. Tra questi due poli si gioca l’intero dramma della vita umana.

    Il filosofo Schopenhauer, nel suo tentativo titanico di spiegare il mondo attraverso la categoria di volontà, ci offre un utile punto di partenza. Secondo lui, il mondo intero – compreso l’essere umano – non è altro che manifestazione di una Volontà cieca e incessante, universale e impersonale. Tuttavia, nella coscienza individuale, questa volontà si frammenta in volontà soggettive: e qui cominciano i conflitti.

    Quando affermo "le mie volontà", parlo di ciò che mi muove dall’interno. Esse appaiono spesso come assolute, se non addirittura sacre, perché nascono dalla mia esperienza vissuta. Ma nel momento in cui queste volontà si incarnano nel mondo sociale, si scontrano inevitabilmente con quelle altrui, altrettanto urgenti e apparentemente legittime. Le rappresentazioni, cioè le immagini mentali, le narrazioni e i giudizi che ciascuno produce sul mondo, fanno da cornice e da filtro a queste volontà, alimentandole o limitandole.

    Il conflitto, dunque, è strutturale. Non è solo etico o politico, ma ontologico: la mia volontà vuole affermarsi, e così anche quella dell’altro. La mia rappresentazione tende a interpretare, a classificare, a giudicare l’altro; e così fa l’altro nei miei confronti. Questo scontro può manifestarsi in modi drammatici – guerre, sopraffazioni, incomprensioni – oppure in forme più sottili: incomunicabilità, frustrazione, silenzi.

    E tuttavia, non siamo condannati a vivere come monadi cieche e in lotta. Se riconosco che anche l’altro ha una volontà e una rappresentazione che gli appaiono tanto autentiche quanto le mie lo sono a me, posso iniziare un lavoro filosofico di spossessamento, o quantomeno di relativizzazione. Non per annullare la mia volontà, ma per renderla capace di convivere con l’alterità, senza esserne inghiottita o senza volerla dominare.

    Il punto non è scegliere tra me e gli altri, ma comprendere che ogni "io" è già da sempre intrecciato con un "tu". Le mie volontà e rappresentazioni non sono mai isolate: nascono in un mondo già abitato, impregnato di altre presenze. La tensione tra questi poli può diventare una fonte di sofferenza, ma anche – se affrontata con lucidità – un'occasione di maturazione e verità.

    In fondo, il vero compito non è forse quello di imparare a vivere nella consapevolezza di questo contrasto, senza fingere che non esista e senza esserne schiacciati?

    Forse la filosofia comincia proprio qui: nel punto esatto in cui il mio mondo interiore urta contro quello dell’altro, e mi costringe a domandarmi chi sono, cosa voglio davvero, e se posso esistere senza negare l’altro – né negarmi.

    Interazioni umane

    La seguente figura illustra la multilateralità e la circolarità (nel senso della retroazione o feed-back) delle interazioni umane.



    Le frecce con i segni più e meno indicano la comunicazione, l'espressione, il trasferimento o l'esecuzione di entità (informazioni, oggetti, sostanze, energie, servizi...) gradevoli o sgradevoli, utili o nocive per il ricevente. Le transazioni sono costituite da informazione (I), massa (M) o energia (E).

    Le transazioni sono decise dalla mente (M) la quale è composta dall'io cosceinte (I) cosciente costituito da sentimenti (S), cognizioni (C) e volontà (V), e dall'inconscio (U). La mente serve a soddisfare i bisogni (B) innati (cioè geneticamente determinati), i quali servono alla sopravvivenza e alla riproduzione dell'individuo e alla conservazione della sua specie. Ogni individuo dispone di risorse personali interne ed esterne (capacità personali, possedimenti, titoli di proprietà, titoli gerarchici ecc.).

    Al centro della figura sono rappresentai oggetti materiali e immateriali (risorse condivise, istituzioni, forme, simboli, idee ecc.) che possono essere conosciuti, riconosciuti, usati, trasferiti o condivisi tra individui.

    Esempi di entità oggetto di transazioni: idee, sentimenti, motivazioni, amore, odio, apprezzamento, disprezzo, attrazione, repulsione, carezze, percosse, nutrimento, cooperazione, competizione, contrasto, accordo, disaccordo, bisogni, desideri, amicizia, ostilità, pace, guerra, fiducia, sfiducia, doni, denaro, beni, oggetti, parole, ordini, servizi, sottomissione, violenze, cortesie, aiuti, consigli, imitazione, richieste, domande, notizie, insegnamenti, educazione, cattività, dipendenza, soggezione, stima, rispetto, influenza, opinioni, guida, autorità, impegni, promesse, contratti, legami, giochi, regole, scherzi, umorismo, empatia, interpretazione, giudizi, critiche, aspettative, illusioni, fraintendimenti, rituali, gesti, segnali, messaggi, mentire, suggerire, manipolare, spiare, conoscere, comprendere, capire, valutare, monitorare, sostenere, confidarsi, confessare, nascondere, evitare, cercare, inquisire, proporre, accompagnare, assistere, difendere, proteggere, incoraggiare, scoraggiare, raccontare, incantare, affascinare, accettare, rifiutare, ascoltare, minacciare, rispondere, soddisfare, frustrare, finanziare, pagare, ripagare, restituire, rubare, ringraziare, riconoscere, ingelosire, pretendere, esigere, limitare, dialogare, porre condizioni, incentivare, spiegare, ricevere, dare, corteggiare, intrattenere, divertire, far ridere, spaventare, insultare, rimproverare, protestare, punire, sfidare, fare insieme, partecipare insieme a eventi, mangiare insieme, lavorare insieme, studiare insieme, ascoltare insieme, ballare insieme, avere un rapporto sessuale, combattere insieme contro un nemico comune, pregare insieme, lottare l'uno contro l'altro, litigare, governare, controllare, inibire ...

    Perché facciamo ciò che facciamo?

    Questa domanda, apparentemente oziosa, nasconde una problematica di immensa portata e di altissimo livello cognitivo. In essa ci sono infatti due parole che sono tra le più importanti per capire il mondo, la vita, la società, la coscienza ecc. Le parole sono  “perché” e “fare”.

    La parola “perché” si riferisce a cause e/o a fini.

    La parola “fare” si riferisce ad un’azione o ad una reazione, cose che caratterizzano ogni cosa e ogni essere vivente in quanto agente o reagente.

    La domanda può dunque essere riformulata come segue: chi o che cosa determina, decide, o sceglie, il nostro comportamento? Quale componente della persona comanda la persona stessa? E secondo quali criteri o fini? 

    E’ una domanda psicologica e filosofica al tempo stesso, e avere una risposta chiara, esauriente e convincente ad essa significherebbe avere una sapienza completa sia filosofica che psicologica (infatti per me filosofia e psicologia non sono separabili).

    Non basta rispondere semplicemente: facciamo ciò che facciamo perché ci piace farlo, o perché così vogliamo, o perché si sembra giusto farlo. Infatti una tale risposta solleva immediatamente ulteriori domande come: perché ci piace ciò che ci piace? perché vogliamo ciò che vogliamo? perché ci sembra giusto ciò che ci sembra giusto? E anche se provassimo a rispondere a tali domande, sarebbe lecito, e forse  raccomandabile, chiedersi ogni volta il perché del perché.

    Per rispondere alla domanda in oggetto occorre partire da un quadro di riferimento, cioè da una idea generale della struttura costitutiva e del funzionamento di un essere umano, cioè una chiara idea di cosa sia la natura umana.

    Attualmente né in filosofia né in psicologia esiste una visione largamente condivisa tra gli studiosi, di come sia fatto e di come funzioni un essere umano specialmente per quanto riguarda i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue intenzioni e il suo comportamento, sia volontario che involontario. Perciò proverò a rispondere alla domanda in oggetto a modo mio, sicuramente in modo incompleto, e senza far riferimento ad alcuna teoria filosofica o psicologica particolare sulla natura umana.

    Ebbene, direi che facciamo ciò che facciamo perché siamo programmati in tal senso, perché il nostro sistema nervoso, nel quale viene deciso il nostro comportamento, è un sistema che elabora informazioni e prende decisioni sulla base di programmi che si sviluppano nel corso della vita a partire dal DNA e a seguito delle esperienze e dell’apprendimento, programmi tesi alla soddisfazione dei bisogni innati e acquisiti, alla minimizzazione del dolore e alla massimizzazione del piacere in tutte le loro forme.

    In sintesi, quindi, direi che facciamo ciò che facciamo perché "eseguiamo" certi programmi che dipendono da tantissimi fattori, in parte prevedibili, in parte imprevedibili in quanto dipendono dal DNA e dalle esperienze, fattori molto variabili e con una certa dose di casualità.

    Bisogno di condivisione e valori condivisi

    Uno dei bisogni umani più importanti e potenti è quello di condivisione. Abbiamo infatti una insopprimibile necessità di condividere con altri sia cose materiali, come spaziotempo e oggetti, sia informazioni, ovvero idee, conoscenze e i valori (o disvalori) ad esse associati.

    D'altra parte il concetto stesso di valore implica quasi sempre una condivisione. E' infatti difficile pensare a qualcosa che abbia valore solo per un individuo e per nessun altro.

    Ci sono diversi tipi di condivisione, e quindi di valore o disvalore. Seguono alcuni esempi.

    Primo esempio: il denaro. Esso vale solo se è riconosciuto come valido, ovvero come strumento di scambio per ottenere beni o servizi, da più di una persona. Il suo valore è dunque condiviso.

    Altro esempio: un vestito. Se si tratta di un vestito che indosso solo in casa e che nessuno può vedere al di fuori di me, il suo valore è individuale e privato, nel senso che mi serve solo per proteggere la mia pelle da freddo, attriti e sporcizia. Ma se lo indosso in presenza di altri, esso ha anche una valenza sociale perché mi qualifica agli occhi altrui, a seconda della sua fattura, come appartenente ad una certa categoria sociale o tipo psicologico, e perché potrebbe avere un effetto estetico più o meno attraente o repellente agli occhi di chi lo vede.

    Altro esempio: una particolare professione. Essa ha una valenza sociale in quanto serve gli interessi di qualcun altro, e se mi qualifica come appartenente ad una certa categoria sociale, oppure se ha un effetto estetico più o meno attraente o repellente agli occhi altrui. Una professione implica perciò diverse condivisioni di utilità e significati.

    Altro esempio: un'attività collettiva, come assistere ad una messa o a un evento sportivo. Essa mi qualifica agli occhi altrui come appartenente ad una certa categoria sociale e mi permette di partecipare ad un rito sociale, condiviso per definizione. In tal caso vengono condivisi sia la categoria sociale di appartenenza, sia il rito stesso, dove l'uno è funzionale rispetto all'altro essendo una categoria sociale caratterizzata dalla celebrazione collettiva di certi riti.

    Altro esempio: ballare con un'altra persona. In tal caso viene condiviso lo spazio (essendo i danzanti in contatto fisico), il ritmo e i movimenti, oltre all'appartenenza a una certa categoria sociale e il rito che il ballo in un certo senso costituisce.

    Si potrebbero fare infiniti altri esempi. Si può dire, in generale, che in tutte le attività sociali ci sia qualche sorta di condivisione: di linguaggio, spazio, tempo, energie, movimenti, beni, simboli, gesti, sostanze, valori etici ed estetici ecc.

    Si potrebbe  anche dire che la condivisione serva a se stessa, nel senso che attraverso la condivisione di qualcosa si possono condividere altre cose, oppure che una condivisione tira l'altra. D'altra parte, chi non condivide nulla è solo, isolato, e quindi a rischio di morte e di follia.

    Per quanto sopra, possiamo concludere che ogni comportamento umano è motivato, consciamente e ancor più inconsciamente, dal desiderio di condividere qualcosa con qualcuno, o di eliminare un ostacolo (reale o presunto) a qualche condivisione. Questa riflessione dovrebbe aiutarci a comprendere perché qualcuno fa ciò che fa anche quando quell'azione ci sembra strana, inspiegabile o deleteria.

    Uniti contro vs. uniti a favore

    Cosa unisce le persone? Ma, prima di tutto, che significa essere uniti? Quando due persone possono essere considerate unite? Quali sono i requisiti di una unione? Perché le persone si uniscono (quando si uniscono) e si dividono (quando si dividono)?

    Direi che due persone sono unite quando fanno parte della stessa cosa, ovvero di una cosa che li unisce. Può trattarsi di una unione puramente formale (come il modo di vestirsi, di parlare, di arredare le case, o la celebrazione di riti comuni) oppure di strumentale, come degli obiettivi o scopi comuni, ovvero l'agire contro un comune nemico o a favore di interessi comuni.

    Il motivo principale per cui le persone si uniscono è la loro incapacità di sopravvivere senza una cooperazione. Ne consegue che, quanto maggiore è per una persona il rischio di non riuscire a sopravvivere, o di essere ridotti in schiavitù, tanto maggiore è la sua motivazione ad unirsi, ovvero a cooperare, con altre persone.

    Cosa può minacciare la sopravvivenza di una persona? L'isolamento e/o un nemico che vorrebbe eliminarci o ridurci in schiavitù. Ma perché qualcuno dovrebbe cercare di eliminarmi o di ridurmi in schiavitù? Credo che la risposta sia da ricercare nel concetto di competizione, che può essere attuale o preventiva.

    La competizione si ha quando due o più persone si contendo risorse insufficienti per la sopravvivenza di tutti, per cui qualcuno deve volontariamente o involontariamente rinunciare alle risorse contese.

    La proprietà privata, e la gerarchia che ad essa corrisponde, consiste nel riservarsi dei beni in previsione di un bisogno futuro o di una futura competizione per il loro ottenimento. Siccome l'uomo è un animale che vive non solo nel presente ma anche nel futuro, per lui è importante competere non solo per le risorse di cui ha bisogno nel presente, ma anche per quello di cui prevede di avere bisogno in futuro.

    Una competizione di tutti con tutti è non solo poco efficace, ma anche causa di caos e di indeterminazione di chi riesce a vincere la competizione stessa. Da sempre l'uomo, infatti, ha cercato alleati che potessero aiutarlo a vincere. E' così che si formano le polarizzazioni, ovvero i raggruppamenti di persone ognuno in competizione con gli altri.

    Prendiamo ad esempio tre persone di forze simili e immaginiamo che si contendano risorse sufficienti solo per due persone. E' naturale che due di loro si alleino per assicurarsi le risorse a danno del terzo.

    Come avviene la scelta dell'alleato? Credo che essa sia molto semplice: si cerca di capire  quale dei due contendenti sia sufficientemente forte per assicurare che l'alleanza con esso sia vincente, e sufficientemente interessato ad allearsi con il soggetto. In pratica penso che avvenga che il più forte dei tre sceglie come alleato il più forte tra i due rimanenti, il quale accetta di buon grado l'offerta di alleanza in quanto conveniente anche per lui.

    Quando è, invece, che si ha un'unione, o alleanza, non contro qualcuno, ma a favore di qualcosa o qualcuno? Sicuramente si ha nella cura della prole, in cui i genitori si alleano per il bene dei figli, ma purtroppo mi riesce difficile individuare altri casi di unione a favore di qualcosa che non siano direttamente o indirettamente legati ad una competizione.

    Gruppi di discussione dal vivo!

    Quando si parla di gruppi di discussione o di social network, al giorno d'oggi s'intendono solitamente comunicazioni via Internet, ovvero nello spazio-tempo virtuale. La differenza tra un gruppo di discussione e un social network è che i primi sono solitamente dedicati ad un certo tema, disciplina del sapere o attività, mentre i secondi sono più generici. Nel seguito userò il termine di "gruppo" per indicare entrambi i contesti.

    I gruppi "virtuali" sono utili quando le comunicazioni nello spazio-tempo reale sono impossibili o rese difficili dalla distanza e/o dalla scarsa disponibilità di tempo. Tuttavia le interazioni "reali" sono normalmente molto più efficaci, efficienti e piacevoli di quelle "virtuali".

    D'altra parte ci sono persone che preferiscono gli incontri virtuali a quelli reali perché hanno paura di esporsi, ovvero di affrontare "senza rete" le interazioni dal vivo, ovvero di stabilire relazioni "vive" e, in quanto tali, più impegnative.

    Detto questo, vorrei incoraggiare tutti coloro che non hanno paura di interagire coi loro simili nella "realtà", ad organizzare dei gruppi i cui membri si incontrano frequentemente in un luogo fisico, che può essere, ad esempio, un ristorante, un locale preso in affitto per una serata, o la casa di uno dei membri. Il gruppo dovrebbe essere possibilmente "tematico" ovvero caratterizzato da un interesse o scopo condiviso, o da un comune criterio di affinità.

    A tal proposito mi viene in mente che nei paesi di lingua germanica esiste una tradizione chiamata "Stammtisch" (che si traduce letteralmente "tavolo fisso") che consiste nell'incontro periodico di un certo gruppo di amici o conoscenti in un locale abituale scelto come "sede" del gruppo.

    Per organizzare un gruppo "reale" uno potrebbe postare su un gruppo di discussione o social network "virtuale" un annuncio strutturato pressappoco come segue:

    "A [nome della città] stiamo organizzando un gruppo / associazione di persone interessate a [tema, disciplina, attività ecc.], disponibili a incontrarsi in luoghi e date da convenire. Per partecipare, è richiesto quanto segue: [lista dei requisiti]. Per chiarimenti e richieste di partecipazione, contattare [modalità di contatto e recapito]. "

    Sarà cura dell'organizzatore, mediante colloquio telefonico. valutare la rispondenza di ciascun interessato ai requisiti del gruppo e, in pratica, accettare o respingere la richiesta di partecipazione.

    Segue un esempio reale.

    "A Roma sto organizzando un'associazione di persone interessate allo studio cooperativo della natura umana dai punti di vista psicologico, filosofico, sociologico, letterario, scientifico ecc. con un approccio eclettico e integrato, ovvero senza seguire un'unica scuola di pensiero, ma selezionando, armonizzando e combinando idee provenienti da insegnamenti e discipline diverse. I membri dell'associazione si riuniranno periodicamente in date e luoghi che verranno definiti congiuntamente (ad esempio ristoranti, locali pubblici, abitazioni degli associati ecc.). Non sono richiesti titoli accademici, ma una discreta cultura umanistica e/o scientifica, e la disponibilità a mettere in discussione le proprie idee e a conoscere quelle altrui per ampliare i propri orizzonti, in un contesto amicale. Per chiarimenti e richieste di partecipazione, potete contattarmi privatamente via Facebook."


    La tua felicità dipende soprattutto dagli altri

    Basta con affermazioni semplicistiche, fuorvianti e ingannevoli del tipo "la felicità dipende (solo) da te".

    In realtà la felicità di un essere umano dipende soprattutto dagli altri, cioè da come gli altri lo "trattano", ovvero da come lo considerano, quanto lo rispettano, quanto lo trovano simpatico o antipatico, quanto sono disposti a cooperare con lui ecc.

    Infatti, per essere felici, cioè por soddisfare i nostri bisogni e desideri, noi umani abbiamo bisogno della cooperazione degli altri. Per ottenerla si devono verificare una quantità di condizioni complesse e varie, che conosciamo poco e male. Queste condizioni possono essere relative al nostro comportamento verso gli altri in generale e verso i soggetti che ci interessano in particolare, possono riguardare il nostro status sociale, la nostra salute, bellezza, ricchezza, cultura, le nostre appartenenze, le nostre capacità ecc., ma possono anche dipendere da fattori indipendenti dalla nostra persona, tra cui la mentalità e i problemi altrui, e il caso.

    La benevolenza dell'uomo verso l'uomo non è né un dovere, né un diritto, e non può essere forzata se non con la violenza fisica o psicologica.

    Tutto si gioca sull'interdipendenza economica e psicologica degli esseri umani, caratteristica fondamentale e fatale della nostra specie. Essa è alla base delle nostre motivazioni a cooperare, ma anche a competere per assicurarci le cooperazioni più vantaggiose.

    L'interdipendenza economica è evidente e consiste nella necessità della divisione (più o meno competitiva) del lavoro e dello scambio di beni e servizi indispensabili per la sopravvivenza e il benessere.

    L'interdipendenza psicologica, o psichica, è meno evidente ma ancora più importante. Perché la nostra mente si è costruita attraverso le interazioni sociali e allo scopo di gestire le interazioni sociali. La nostra stessa capacità di pensare non è innata, ma ci è stata insegnata da altri esseri umani attraverso l'imitazione dei comportamenti altrui,  l'apprendimento del linguaggio e l'assimilazione delle varie forme, norme e valori culturali delle comunità in cui siamo nati, cresciuti e di cui abbiamo fatto parte nel corso della vita, per necessità o per scelta.

    Non possiamo ignorare gli altri. Possiamo ignorare alcuni altri, ma non tutti. C'è un certo numero di persone di cui non possiamo fare a meno. Almeno di una. Non possiamo smettere di essere umani in senso culturale, cioè di comportarci in modo non comprensibile da altri umani. Siamo condizionati dalla necessità di essere compresi e accettati da un numero sufficiente di persone.

    Differenziarci troppo dagli altri è rischioso, anche quando questi ci sembrano stupidi, ignoranti, falsi, violenti e malati di mente. Si rischia l'isolamento sociale, che conduce alla morte o a condizioni di vita durissime.

    Tornando al titolo di questo articolo, occorre ammettere che la nostra felicità dipende "anche" da noi stessi in quanto possiamo cercare di capire come ottenere dagli altri la cooperazione di cui abbiamo bisogno, e fare tutto ciò che è in nostro potere per ottenerla, tuttavia senza alcuna garanzia di riuscita.

    Una scienza della felicità che non sia illusoria, richiede dunque una profonda conoscenza della natura umana, tale da permetterci di anticipare sia le reazioni altrui al nostro comportamento, sia le nostre reazioni al comportamento altrui.

    Il bisogno di interazione sociale - Interazionismo strutturale

    L'interazione sociale non è solo un mezzo, ma anche un fine a sé stesso. Suppongo infatti che nel DNA umano vi sia un bisogno primario di interazione sociale. Se questo bisogno non viene soddisfatto ne derivano conseguenze nocive sia di tipo psichico che psicosomatico e pratico, che possono portare direttamente o indirettamente fino alla morte dell'individuo. Attraverso le interazioni con gli altri, infatti, si generano, durante l'età evolutiva e successivamente, i contenuti psichici e le abilità sociali, cioè la capacità di stabilire relazioni sociali e cooperare con altre persone per la propria sopravvivenza e/o piacere. In altre parole, attraverso le interazioni si impara sin da bambini ad interagire in modo sempre più elaborato e utile per (con)vivere nel migliore dei modi possibile.

    Sono pertanto convinto che la felicità umana dipenda soprattutto da una soddisfacente quantità e qualità di interazioni con gli altri.

    Interagire con altri è la cosa più importante per un essere umano, oltre ad essere indispensabile. E' necessario interagire a qualunque costo, con qualunque pretesto e non importa come. A lungo termine, qualunque tipo di interazione, anche violenta, anche umiliante, è meglio della non-interazione. Qualunque conversazione, anche stupida, assurda o insignificante, è meglio dell'assenza di conversazione. E una volta imparato ad interagire in un certo modo, secondo certe norme e regole, cioè con certi segni, simboli, significati, obblighi e divieti, è difficile cambiare modalità di interazione. Inoltre, esiste una paura inconscia di perdere la possibilità di interagire con gli altri, che ci rende conformisti, resistenti al cambiamento e pazienti rispetto alle ingiustizie.

    Ognuno ha un bisogno (per lo più inconscio) di interagire con qualcun altro in qualche modo. Il bisogno umano più importante è proprio quello di interazione, che è ancora più importante del bisogno di essere riconosciuti, rispettati, accettati, amati, perché nessuno di tali stati può essere ottenuto e confermato ripetutamente e continuamente senza interazioni.

    La paura della solitudine non è dunque paura della lontananza dagli altri, ma paura di non poter interagire con qualcuno, e il piacere della compagnia è in realtà il piacere di interagire. La frustrazione e la soddisfazione del bisogno di interazione sono, rispettivamente e in quantità direttamente proporzionale, la causa del dolore e del piacere mentale, dell'infelicità e della felicità.

    Per concludere, ogni motivazione umana può, in ultima analisi, essere considerata come mezzo per interagire con altri in modo coesivo e cooperativo, ed evitare di perdere la possibilità di farlo.

    Interazionismo strutturale: Teoria psicologica, sociologica e filosofica (in corso di sviluppo a cura di Bruno Cancellieri) che afferma l'esistenza di un bisogno primario di interazione sociale geneticamente determinato, e considera la stessa interazione sociale (nei suoi aspetti quantitativi e qualitativi) come generatore principale dei contenuti psichici e fattore essenziale della felicità e salute mentale di ogni individuo. L'interazionismo strutturale si ispira allo "interazionismo simbolico" di George Herbert Mead, alla "teoria struttural-dialettica" di Luigi Anepeta e alla "psicologia dei bisogni" di Bruno Cancellieri.


    Vedi anche Antrolpologia interazionale.

    Lo spirito della comunità

    Io presumo che nella mente di ogni umano, o almeno nella mia, vi sia un agente, prodotto da una rete di cellule nervose, che chiamerei “spirito della comunità”. A mio parere, esso è autonomo rispetto alla coscienza e alla volontà del soggetto, e corrisponde in parte al super-io freudiano, ma è molto più esteso di questo in quanto a funzioni, funzionamento e aree di competenza.

    Lo “spirito della comunità” da me prefigurato, che nel seguito per brevità chiamerò COM,  rappresenta la comunità ideale a cui l’io cosciente vorrebbe appartenere. COM è un agente nel senso che è attivo, cioè agisce in autonomia. Più precisamente, esso interagisce con l’io cosciente mediante i sentimenti (piacere, dolore, noia, eccitazione, sicurezza, insicurezza, ecc.) che è in grado di generare.

    L’interazione tra l’io cosciente e COM consiste in un dialogo immaginario, come se COM fosse una persona che rappresenta l’intera comunità ideale, o l’intera umanità, escluse le persone con cui il soggetto non vorrebbe avere nulla a che fare.

    COM reagisce ai messaggi che l’io cosciente gli rivolge in forma di pensieri, dando luogo a sentimenti di approvazione o disapprovazione, senso di dignità o senso di colpa, incoraggiamento o scoraggiamento, sicurezza o insicurezza, piacere o sofferenza, ecc.

    COM esige un’interazione molto frequente con l’io cosciente, e se questo lo ignora o lo trascura oltre un certo tempo, attira la sua attenzione generando un sentimento di ansia, angoscia o panico, per placare il quale l’io cosciente è indotto a riprendere le interazini con esso.

    COM è un confidente, un consigliere, ma anche un’autorità morale, nel senso che giudica, premia e condanna il soggetto, secondo i principi morali da questo interiorizzati .

    Interagendo con COM, l’io cosciente mantiene vive le sue relazioni col prossimo e si prepara e allena ad interagire con persone reali.

    Ognuno ha il suo COM personale e soggettivo, che dipende dal proprio temperamento genetico e dalle proprie esperienze. COM può essere più o meno corrispondente o compatibile rispetto all’ambiente sociale in cui il soggetto si trova a vivere, e può essere nei confronti d esso più o meno conflittuale.

    COM non può essere ignorato né sottovalutato a lungo dal soggetto perché da esso dipendeono il proprio umore, la propria serenità, il proprio compiacimento, la propria  ansia, e può persino provocare attacchi di panico se non viene trattato a dovere dall’io cosciente. Si può infatti dire che COM esige rispetto e fa in modo da ottenerlo  con la forza dei sentimenti e delle emozioni che è capace di generare.

    Quanto ho scritto su COM non proviene da alcuna teoria psicologica, psichiatrica, neurologica o filosofica, ma è frutto delle mie intuizioni, speculazioni ed esperienze. Ritengo tuttavia che il concetto di “spirito della comunità” sia compatibile con le più diffuse teorie psicologiche, tra cui, in special modo, l'Altro generalizzato di George Herbert Mead.

    Segue un disegno che potrebbe essere usato come simbolo dello Spirito della comunità.


    Triadi psichiche e interazioni

    Le triadi psichiche

    La vita psichica si sviluppa sulla base di un numero indefinito di triadi (consce e/o inconsce) i cui componenti sono l’io, l’altro e gli altri, che indico rispettivamente con le lettere I, X e A. Ciascun componente comunica gli altri due, come gli angoli di un triangolo.



    In termini matematici, mentre l’io (I) è una costante (tranne in casi di psicopatie), l’altro (X) e gli altri (A) sono variabili. X può essere un qualsiasi individuo vivente o morto, e A un qualsiasi insieme di individui (il cui numero può variare da uno a infinito) di cui X può fare o non fare parte.

    Tra I e X ci possono essere rapporti immediati o mediati rispetto ad A. Il rapporto immediato è tale se è indipendente dai giudizi e dalle prescrizioni di A; il rapporto mediato è tale se rispetta i giudizi e le prescrizioni di A, specialmente per quanto riguarda la morale e le tradizioni.

    Tra I e A ci possono essere rapporti (reali o percepiti da I) di accettazione, esclusione, onore, disonore, gloria, infamia, premiazione, punizione ecc..

    Le interazioni tra I e X

    Le interazioni tra due individui si possono dividere nei seguenti tipi:

    • simboliche (comunicazioni verbali e non verbali)

    • statuali (assunzioni o cessioni di diritti - specialmente diritti di possesso - e/o di attributi gerarchici)

    • corporali (azioni con effetti sul corpo del ricevente e/o dell’emittente)

    Le comunicazioni sono costituite da sequenze di messaggi che si possono dividere nei seguenti tipi:

    • interrogativi (richieste di informazioni)

    • informativi responsivi (fornitura di informazioni in risposta a messaggi interrogativi)

    • informativi non responsivi (fornitura di informazioni non in risposta a messaggi interrogativi)

    • propositivi (proposte o inviti a fare qualcosa insieme o separatamente)

    • imperativi (affermazioni di assunzione di diritti e/o attributi gerarchici che riguardano il ricevente)

    • sottomissivi (affermazioni di cessione di diritti e/o attributi gerarchici che riguardano il ricevente)

    • incentivi e disincentivi per conto dell’emittente (promesse, ricatti e minacce relativi a comportamenti ipotetici del ricevente, dipendenti dalla volontà dell’emittente)

    • incentivi e disincentivi per conto di terzi (previsione di conseguenze relativamente a comportamenti ipotetici del ricevente, indipendenti dalla volontà dell’emittente)

    • rituali (affermazioni di appartenenza e/o sottomissione rispetto a entità collettive, condivise o non condivise tra emittente e ricevente)

    Aspettative d'interazione


    Rispetto ad una qualsiasi triade e alle possibili interazioni al suo interno, la psiche ha quasi sempre delle aspettative, nel senso che le prevede e le percepisce in modi che dipendono dalle proprie esperienze. Tali aspettative possono essere più o meno realistiche. Un individuo con aspettative decisamente e permanentemente non realistiche può essere ritenuto affetto da psicopatologie.

    Come scegliere con chi interagire

    Per essere felici bisogna avere buoni rapporti con gli altri. Per avere buoni rapporti con gli altri è necessario che gli altri siano adatti a noi.

    Chi sono gli altri? Potenzialmente circa otto miliardi di persone. Considerando che possiamo avere rapporti solo con un numero di persone limitato si pone il problema della selezione delle persone con cui interagire, ovvero di chi o cosa sceglie le persone con cui una persona interagisce.

    La prima persona con cui un essere umano interagisce, ancor prima della sua nascita, è la madre. Dal momento della nascita, esso interagisce con i membri della sua famiglia, gli amici della famiglia e alcune delle persone con cui la famiglia stessa interagisce, persone che, ovviamente, l'individuo non può scegliere. Solo da adulto l'individuo è teoricamente in grado di scegliere le persone con cui interagire, tuttavia la scelta è normalmente casuale e molto limitata da fattori ambientali, economici, culturali e psicologici.

    Infatti, le persone con cui si può scegliere di interagire sono quelle che il caso ci fa incontrare. Il processo è semplice: A e B si incontrano per caso; A decide se interagire con B e in che modo; B fa lo stesso nei confronti di A; se c'è un interesse all'interazione almeno da parte di una delle due persone, questa avviene, altrimenti no. L'interazione può essere più o meno duratura a seconda dell'interesse reciproco a continuarla.

    Gli esseri umani sono molto diversi tra loro in quanto a gusti, carattere, temperamento, intelligenza, cultura, istruzione, doti fisiche e mentali, età, salute fisica e mentale, aspetto esteriore, condizioni economiche, soddisfazioni, frustrazioni ecc. Questo fa sì che la probabilità che una persona ha di trovare una persona adatta tra quelle che il caso le fa incontrare sono molto basse. Tale probabilità è tanto più bassa quanto più "originale" è la persona, ovvero quanto più essa si discosta dai tipi più ricorrenti.

    Per quanto detto all'inizio di questo articolo, essendo bassa la probabilità di trovare una persona adatta con cui interagire, altrettanto bassa è la probabilità di essere felici.

    Come si può aumentare la probabilità di incontrare la persona adatta?

    Senza l'aiuto dell'informatica, per aumentare la probabilità di incontrare la persona adatta, occorre cercare di incontrare quante più persone possibile, mostrare le proprie caratteristiche alle persone incontrate, e cercare di conoscere le loro in modo da facilitare una scelta appropriata da parte degli interessati. Ma come si fa a incontrare tante persone in poco tempo? Non è facile, e gli incontri sono sempre casuali, a meno che non siano organizzati da un intermediario, come potrebbe essere un agente matrimoniale, che di mestiere, appunto, fa incontrare persone "adatte".

    Con l'aiuto dell'informatica, ovvero tramite un sistema informatico che fa da intermediario, la probabilità di incontrare la persona adatta può essere molto più alta rispetto all'incontro casuale, tanto più alta quanto più il sistema è riesce a registrare dettagliatamente le caratteristiche richieste e quelle offerte dai candidati ed ha un grande numero di iscritti di tipi molto diversi.

    I cosiddetti "siti di incontri" (dating services) sono sempre più numerosi e usati, e col tempo sempre più sofisticati. Sono sicuro che essi siano lo strumento più efficiente per trovare persone adatte con cui interagire, non solo per relazioni amorose, ma anche per amicizie e collaborazioni lavorative, sportive, ludiche e intellettuali etc.

    Un esempio di sito d'incontri ad ampio spettro è intervista.link.

    Bisogno di scambio

    Tra i bisogni umani innati, forse il più importante è quello che io chiamo "bisogno di scambio", vale a dire, il bisogno di scambiare qualcosa con altri esseri umani, ossia di dare e ricevere qualcosa di materiale o immateriale, fisico o simbolico. Ogni persona ha tale bisogno, ma con intensità variabile da individuo a individuo e nel tempo, e in forme diverse.

    Quando, in una persona, il bisogno di scambio non viene soddisfatto per un tempo prolungato oltre un certo limite, essa soffre e, nei casi più gravi, sviluppa disturbi mentali.

    Le cose scambiate possono essere oggetti, sostanze, cibo, macchine, materiali, mercanzie, energia, spinte, denaro, parole, carezze, atti sessuali, protezione, solidarietà, aiuto, informazioni, segni, simboli, ordini, servizi, figure, domande e risposte cognitive, ludiche, artistiche, musicali ecc.

    Lo scambio può essere più o meno simmetrico nel senso che le cose date possono essere dello stesso tipo di quelle ricevute o di tipo diverso.

    Lo scambio può essere unilaterale o bilaterale. E' unilaterale quando non c'è feed-back, bilaterale quando questo c'è. Lo scambio bilaterale è normalmente molto più importante ed efficace di quello unilaterale.

    Lo scambio può essere sincrono o asincrono. E' sincrono quando il momento dell'invio coincide con quello della ricezione, asincrono quando la ricezione avviene in un momento più o meno differito.

    Il bisogno di scambio può essere soddisfatto più o meno facilmente in quanto le cose che uno è disposto a dare possono essere considerate più o meno "buone" o desiderabili dalla parte ricevente. Infatti, uno scambio sfavorevole viene di solito rifiutato.

    Il problema forse più importante nella vita sociale (e, di conseguenza, nell'attività psichica) è quello di stabilire cosa scambiare con gli altri, ovvero cosa offrire e cosa chiedere, cosa accettare e cosa rifiutare, e con chi (non) effettuare gli scambi, affinché questi possano essere favorevoli, e quindi accettabili, per entrambi le parti. Ci sono anche casi  in cui può essere conveniente interrompere scambi abituali se questi non sono più favorevoli.

    Un altro problema che rende difficili gli scambi, è la libertà, casualità e selettività nei rapporti umani, per cui una persona non sempre ne trova un'altra disponibile in tempi brevi ad accettare uno scambio, specialmente se l'altro ha già scambiato abbastanza con altre persone e non ha bisogno, almeno per un certo tempo, di ulteriori scambi. Questo fenomeno dà luogo ad una competizione per gli scambi (ovvero per i rapporti) più favorevoli. cioè per la scelta (più o meno esclusiva) delle persone con cui effettuare gli scambi più vantaggiosi.

    Per esempio, una forma di scambio molto comune, forse la più comune, è la conversazione. Ma non tutti sono disposti a conversare con chiunque di qualsiasi cosa. Infatti ognuno ha esigenze particolari per quanto riguarda gli argomenti di conversazione, il livello di profondità, l'approccio intellettuale e morale con cui trattarli e il tipo di persone con cui parlarne.

    Per migliorare il grado di felicità medio dell'umanità, bisognerebbe inventare un sistema per facilitare gli scambi tra esseri umani in modo che ognuno possa trovare senza troppa difficoltà persone adatte, e soprattutto disponibili, con cui scambiare, al bisogno e in tempi brevi, cose secondo le proprie esigenze.

    Vedi anche Procedura di interazione razionale, Il problema dei ruoli e dei ranghiIl concetto psicosociologico di "funzione sociale"


    Pronti alle prossime interazioni? – Sull’ansia sociale

    Il mio inconscio (e probabilmente anche il vostro) si chiede spesso: "sono pronto a gestire in sicurezza le prossime interazioni con altri umani?"

    Se la sua risposta è "non abbastanza", allora l'inconscio può dar luogo a uno stato di ansia, e a una motivazione che mira a prepararsi nel modo migliore possibile per evitare che le prossime interazioni sociali causino danni irreparabili alla propria persona.

    Quali possono essere i danni che un'interazione umana può causare ai suoi contraenti?

    Cercherò di rispondere dal punto di vista dell'inconscio, ovvero seguendo le sue logiche, che sono diverse, cioè meno razionali, da quelle della coscienza.

    Ebbene, a mio avviso, il danno di cui l'inconscio si preoccupa consiste soprattutto  in una valutazione sociale sfavorevole che l'altro potrebbe fare nei confronti del soggetto sulla base del suo comportamento, ovvero dei messaggi che il soggetto invia all'altro, incluse le sue risposte alle azioni dell'altro.

    Infatti, quando due persone interagiscono, ciascuna di esse valuta (o giudica) le azioni dell'altra, tra cui le proprie reazioni alle azioni dell'altra. Come conseguenza di tali valutazioni, nel peggiore dei casi, può accadere non solo che l'altro decida di non interagire più col soggetto, ma che "diffami" il soggetto, cioè parli male di esso presso altre persone. Questo comporterebbe il rischio, dal punto di vista dell'inconscio, dell'emarginazione dalla comunità, ovvero della morte civile del soggetto.

    Per evitare tale emarginazione, il soggetto che soffre di ansia sociale può essere indotto a immaginare, cioè a simulare mentalmente, interazioni con persone che potrebbe incontrare, per decidere come presentarsi all'altro, cosa rivelare e cosa nascondere di sé, cosa dire e cosa non dire, cosa proporre e cosa non proporre, cosa accettare e cosa rifiutare, e come reagire a particolari comportamenti dell'altro nei suoi confronti.

    Il problema è che le interazioni sociali non avvengono secondo un copione noto, ma sono imprevedibili, per cui l'ansia sociale non può essere facilmente superata da un esercizio di immaginazione.

    Certe persone tendono a comportarsi in modo gentile e rispettoso con chiunque, qualunque cosa l'altro faccia o dica, mentre altre persone sono sospettose e inclini a mettersi in posizione ostile nei confronti di coloro che non corrispondono ai propri valori morali, intellettuali o estetici.

    Il rischio è infatti proprio questo: di trovarsi in disaccordo, in conflitto, e di non saper nascondere né gestire il disaccordo e il conflitto se non in modo aggressivo, e questa eventualità non fa che aumentare l'ansia.

    Quali consigli dare a chi soffre di ansia sociale?

    Il primo consiglio è di leggere il presente articolo affinché capisca la  causa e la dinamica inconscia della sua ansia.

    Il secondo consiglio è di immaginare di incontrare persone antipatiche e di interagire con esse senza che l'antipatia prenda il sopravvento. Infatti, l'antipatia dà facilmente luogo ad aggressività, specialmente nella forma di un disprezzo più o meno esplicito.

    Questo è dunque l'obiettivo: restare sereni anche di fronte a persone antipatiche, malvagie, che ci giudicano male, che ci svalutano e ci disprezzano, che vorrebbero danneggiargi o vederci soffrire, che si sentono superiori a noi e che vorrebbero umiliarci o asservirci. Insomma, restare tranquilli di fronte a scenari in cui l'altro ci umilia in qualsiasi modo.

    Questo esercizio mentale corrisponde alla "terapia di esposizione", un tipo di psicoterapia in cui si cerca di esporre frequentemente il paziente, con il suo consenso, a situazioni (in forma di performance teatrali o cinematofrafiche, immagini, parole scritte o pronunciate ecc. ) che risvegliano la sua ansia, finché questa non si riduce spontraneamente a livelli "sani".

    Contabilità dei rapporti umani

    A mio avviso, una delle principali cause di infelicità degli esseri umani è un’errata contabilità del dare e del ricevere nelle relazioni sociali, e la conseguente mistificazione del senso della giustizia.

    Il mio ragionamento parte dalla constatazione della fondamentale interdipendenza degli esseri umani, per cui ognuno ha bisogno della cooperazione altrui, cioè di ricevere qualcosa dagli altri (in termini di beni e servizi). Il problema è che l'uomo non ha un bisogno di dare commisurato al bisogno di ricevere, ed il secondo bisogno prevale normalmente sul primo.

    A causa dello squilibrio tra il bisogno di ricevere e quello di dare si è sviluppato il commercio (sia in senso letterale che metaforico), ovvero la tendenza allo scambio più o meno esplicito di beni e servizi tra due individui (il “do ut des”).

    Tra i beni e i servizi scambiati occorre includere l'accudimento, l'approvvigionamento, la compagnia, la protezione, le prestazioni sessuali, l'amore, l'insegnamento, il lavoro, il denaro, il cibo, doni ecc.

    Infatti l’uomo impara ben presto che per ricevere qualcosa occorre dare o fare qualcosa in cambio, se non si vuole ottenere con la violenza ciò che si desidera. Ciò può dar luogo ad un bisogno “indotto” di dare, come mezzo (conscio o inconscio) al fine di ricevere.

    A questo punto occorre parlare del "senso della giustizia", che è un processo mentale attraverso il quale misuriamo il valore di ciò che diamo e di ciò che riceviamo, per compararli. Riteniamo infatti ”giusto” uno scambio “equo”, cioè dove c’è un certo equilibrio di valore tra ciò che viene dato e ciò che viene ricevuto.

    Quando percepiamo un’ingiustizia nei nostri confronti, di solito reagiamo in modo aggressivo e/o vittimistico. Quando ci rendiamo conto di essere stati ingiusti verso qualcuno, ci possiamo sentire in colpa e possiamo cercare di rimediare. Ovviamente non siamo imparziali né obiettivi in tali valutazioni, e questo può a sua volta innescare circoli viziosi di ingiustizie "giustificate".

    La faccenda si complica enormemente considerando che gli scambi sociali sono spesso multilaterali ed aperti, nel senso che, ad esempio, A può ricevere qualcosa da B senza dare a B (prima o poi) qualcosa di equivalente, ma può dare a C qualcosa senza che C abbia fatto alcunché nei confronti di A per meritarselo. È ciò che, per esempio, avviene (o dovrebbe avvenire) nei rapporti tra genitori e figli, quando questi non restituiscono ai genitori quanto da loro ricevuto, ma danno ai propri figli qualcosa di equivalente senza aspettarsi un compenso.

    Possiamo dunque parlare di due tipi di giustizia: quella bilaterale (che riguarda gli scambi “chiusi” tra due individui) e quella multilaterale (che riguarda gli scambi “aperti” tra un individuo e gli altri, intesi come gruppo indifferenziato). Le persone sono sensibili in modo diverso ai due tipi di giustizia, trascurando o esaltando ora l’uno, ora l’altro, ora entrambi.

    Date le premesse che ho esposto, la mia tesi è che vi sia una diffusa ingiustizia (reale o percepita) nelle relazioni sociali (sia individuali che di gruppo), a causa di errori di calcolo (o della non calcolabilità) del valore dei beni e dei servizi scambiati. A ciò si aggiunge il generale desiderio di fare “buoni affari”, ovvero di ottenere il massimo dando il minimo.

    Il risultato è una scarsità, una bassa qualità e uno squilibrio negli scambi, con conseguente generale insoddisfazione e frustrazione dei bisogni umani.

    Per migliorare la situazione in questa problematica, occorrerebbe, a mio avviso, sensibilizzare le persone, sin da giovani, a misurare in modo più equo ciò che danno e ciò che ricevono, sia negli scambi bilaterali che in quelli multilaterali. Questa sensibilizzazione dovrebbe essere uno degli obiettivi dell'insegnamento dell’etica.

    La cosa più importante

    A causa della nostra interdipendenza, la cosa più importante per ognuno di noi è avere buone relazioni con gli altri, e la nostra mente, nella sua parte tipicamente umana (cioè quella che non troviamo in nessun altro animale), serve proprio a questo: ad avere buone relazioni con gli altri, a migliorarle e ad evitare che peggiorino per quanto possibile e conveniente.

    Buone relazioni con gli altri: facile a dirsi, difficile a farsi. Perché una "buona relazione" non può essere casuale, disordinata, indisciplinata, libera, ma implica delle regole, cioè un insieme di obblighi e di divieti, ovvero di forme, norme e valori, tutte cose che costituiscono limitazioni della libertà individuale. Infatti, chi non rispetta le regole (cioè le norme, le forme e i valori della convivenza civile) non può interagire pacificamente né costruttivamente con alcun altro. Di conseguenza, se vogliamo avere buone relazioni con gli altri, siamo costretti ad apprendere le regole della convivenza e ad obbedirvi, per cui non siamo liberi di fare o di non fare qualsiasi cosa ci venga in mente.

    In altre parole, dal momento che esistono gli altri e che abbiamo bisogno di loro, dobbiamo tener conto del gradimento altrui circa il nostro essere e il nostro fare, e "regolarci" di conseguenza.

    Esiste dunque un conflitto strutturale e ineluttabile tra l’esigenza di avere buone relazioni con gli altri e il nostro desiderio (o bisogno) di libertà. Perciò cerchiamo sempre il miglior compromesso, ovvero le relazioni più vantaggiose ai prezzi (in termini di perdita di libertà) più bassi.

    Un problema è che le regole di interazione non sono scritte, né sono universali in quanto variano da gruppo a gruppo, da individuo a individuo in uno stesso gruppo, e perfino in uno stesso individuo nel tempo e a seconda delle circostanze.

    Un altro problema riguarda la comprensione delle regole e l’onestà nel rispettarle. Infatti, per apprendere e rispettare le regole è necessario un certo grado di intelligenza e di savoir faire, che non tutti possiedono. Oltre a ciò, il rispetto delle regole richiede una certo grado di onestà, cioè di senso di responsabilità e una coscienziosità, che non tutti hanno.

    Un altro problema ancora riguarda la possibilità di cambiare le regole di convivenza che ci sono state trasmesse dall'educazione, dalle consuetudini e dalle tradizioni, ovvero la possibilità di negoziare nuove regole sia liberamente e creativamente tra due persone, sia a livello di comunità.

    Ci sono dunque problemi di definizione, di interpretazione, di evoluzione, di negoziazione e di applicazione (cioè di rispetto) delle regole di convivenza.

    Con chi abbiamo bisogno di interagire? Con chi non possiamo evitare di interagire? Come possiamo evitare di interagire con le persone con cui non ci interessa interagire? Come interagiremo con le persone che incontreremo? Cosa diremo? Cosa nasconderemo? Cosa potremo fare? Cosa dovremo evitare di fare? Con quali regole gli altri sono disposti a interagire con noi? Con quali regolo noi siamo disposti ad interagire con gli altri? Quali regole possiamo negoziare? Quali sono i margini di negoziazione? Queste sono alcune delle domande a cui le menti umane (nelle loro parti consce e inconsce) sono chiamate a rispondere. Questa è infatti la loro funzione principale, la loro "ragione" di esistere. 

    Purtroppo le risposte alle suddette domande sono complesse e diverse per ogni persona con cui potremmo interagire. E purtroppo, nonostante la sua enorme e assoluta importanza, e la sua difficoltà, questa problematica è poco trattata, sia a livello scientifico/filosofico, sia a livello di cultura popolare. 

    Incontri tra umani - La menzogna più comune

    Ora sono solo nella mia stanza, ma prima o poi potrò (dovrò?, vorrò?) incontrare altri umani, e allora dovrò comunicare con essi. Infatti non potrò ignorarli (come se fossero cose inanimate o animali). Non si può ignorare un essere umano che ci sta davanti, ovvero non ci si può comportare come se non ci fosse.

    Ogni incontro comincia con il solito protocollo (conscio o inconscio) di espressione delle proprie intenzioni e di riconoscimento dell’altro. Ognuno dovrà dire (in modo esplicito o implicito) chi è e cosa intende fare rispetto all’interlocutore, oltre ad indicare cosa pensa e che sentimenti ha verso di esso, e cosa da esso cerca o si aspetta.

    Per indicare tutte quelle cose userà un linguaggio formale o informale, esplicito o implicito, fatto di parole, di modelli, di pattern, di gesti il cui significato "dovrebbe" essere condiviso.

    Insomma, quando due persone s’incontrano esse sono tenute a dichiarare la propria identità sociale, le proprie intenzioni, le proprie pretese, e le proprie proposte l’una rispetto all’altra. Ciò può essere fatto in modi che possono essere più o meno “rispettosi”, nel senso che ognuno esprime, esplicitamente o implicitamente il grado di rispetto che ha per l’altro, grado che tiene conto anche del proprio status rispetto all’altro. In altre parole, i rispettivi status (che implicano le rispettive posizioni gerarchiche) vengono messi a confronto, e sul risultato del confronto ci può essere più o mneo accordo o disaccordo.

    Si può dire che, sin dai primi attimi di ogni incontro usuale o inusuale, le persone devono mettersi d’accordo sul definire il rapporto gerarchico tra di esse, e il loro rapporto in generale, ovvero le rispettive appartenenze, i rispettivi ruoli, i rispettivi valori (etici, estetici e logici), ovvero i rispettivi obblighi e divieti, ecc.

    Ovviamente, nell’incontro tra due persone, ognuna di esse può scegliere quanto rivelare e quanto nascondere di se stessa e delle proprie aspettative nei confronti dell’altra, ma tale scelta ha conseguenze importanti. Infatti, quanto meno io rivelo di me stesso, tanto più l’altro mi vedrà con diffidenza, e mi temerà, non sapendo quali intenzioni io abbia “realmente” nei suoi confronti, ovvero se mi può considerare amico o nemico, cooperatore o competitore, maestro o allievo ecc.

    Il problema forse più imbarazzante che si pone nell’incontro tra due individui è l’eventuale disinteresse o disgusto di uno di essi (o di entrambi) verso l’interlocutore. Su questo aspetto ognuno applica solitamente un’autocensura. Infatti, scoprire che una persona non è interessata ad interagire con noi, o è disgustata dalla nostra presenza, ci rende quella persona antipatica, e stimola una certa ostilità (che diventa presto reciproca) nei suoi confronti. Per evitare tale ostilità, si sceglie solitamente di occultare o dissimulare i propri pensieri e i propri sentimenti verso l'altro.

    Questa è la menzogna più comune: negare il fatto che non ci interessa, e forse ci disgusta, interagire con il nostro interlocutore del momento.

    Tale menzogna è causa d’angoscia come ogni menzogna consapevole, in quanto comporta il timore che venga scoperta, e la necessità di nasconderla.

    Ecco alcune domande fondamentali da cui dipendono i rapporti interpersonali:

    • Quanto mi interessa interagire con te?

    • Quanto ti interessa interagire con me?

    • A quali scopi?

    • A quali condizioni?

    • In quali modi?

    • Con quali limiti?

    Tutte queste domande possono essere ridotte ad una (un cui X indica qualsiasi persona, me compreso, o l'interlocutore del momento):

    Con chi, come, e perché X vuole o non vuole interagire?

    Per concludere, se vogliamo superare l'angoscia delle menzogna sociale, ovvero la paura che il nostro disinteresse o disgusto venga svelato, conviene essere consapevoli di essa e del fatto che si tratta di qualcosa di molto comune, anzi, "normale".

    Sulle relazioni interpersonali

    Ogni persona è in relazione bidirezionale (effettiva o potenziale) con ogni altra. 

    La relazione tra due persone A e B comprende due distinte relazioni: una da A verso B, e una da B verso A. Infatti due persone possono avere una visione diversa della loro relazione, e attribuire ad essa un diverso valore.

    In altre parole, in ogni relazione, ciascuna persona, oltre ad attribuire alla relazione un certo valore in base alle proprie esigenze e ai propri interessi, "suppone" che a sua volta l'altra persona attribuisca alla relazione un certo valore (più o meno uguale al proprio) in base alle sue esigenze e ai  suoi interessi.

    La relazione di una persona A verso una persona B può essere classificabile da ciascuna di esse secondo vari criteri di valutazione, come i seguenti:

    • Utilità / nocività

    • Piacevolezza / spiacevolezza

    • Pericolosità / sicurezza

    • Obbligatorietà / libertà

    • Necessità / superfluità

    • Dominazione / sottomissione

    • Possibilità / impossibilità

    È dunque possibile che una certa relazione sia considerata allo stesso tempo, ad esempio, piacevole e nociva, oppure nociva e obbligatoria, oppure utile e pericolosa, dando luogo a conflitti e incertezze riguardo alla relazione stessa. 

    Infatti ogni persona deve decidere, momento per momento, o stabilmente, se e in quale misura e in quali modi "praticare" una certa relazione, vale a dire se e in quale misura e in quali modi interagire con una certa persona.

    La relazione precede e condiziona l'interazione. Infatti, se A valuta la relazione con B, ad esempio, inutile, impossibile o pericolosa, A può scegliere di non cercare, o di evitare, di interagire con B.

    Le decisioni circa le relazioni e le interazioni sono per lo più inconsce, automatiche e involontarie, anche se il soggetto può cercare di giustificarle razionalmente dopo che le decisioni sono state prese automaticamente.

    Un tipo di relazione molto mitizzato è il cosiddetto "amore". Sull'amore la letteratura e le religioni hanno detto tutto e il contrario di tutto. Nel contesto delle riflessioni sopra esposte,  io considero l'amore di A per B una relazione in cui A valuta la relazione intima con B come salvifica, cioè come fonte di gioia, di piacere, di integrazione sociale, di conformità morale, di coerenza, di stabilità, di pienezza, di completezza, di comprensione, di soddisfazione totale, e irrinunciabile. Inutile dire che tale valutazione si dimostra spesso illusoria.

    Le relazioni interpersonali non riguardano solo i rapporti tra due individui, ma anche i rapporti tra un individuo e una categoria (mentale) di individui. Intendo dire che la relazione di una persona A verso una persona B è influenzata dalla relazione della persona A verso la categoria di persone a cui B appartiene (secondo A).

    In conclusione, le relazioni e le conseguenti interazioni tra persone sono il risultato di valutazioni, per lo più inconsce, delle relazioni e delle interazioni stesse da parte delle persone coinvolte.

    Hybris e anti-hybris sociale ed ecologica

    La "hybris" (ovvero arroganza, tracotanza, superbia, presunzione, auto-sopravvalutazione ecc.) è un difetto umano che si può manifestare sia nei confronti di altre persone che nei confronti della natura, ovvero dell'ambiente naturale o della divinità. Perciò mi riferisco alla prima come "hybris sociale" e alla seconda come "hybris ecologica".

    Per "anti-hybris" intendo il contrasto e la punizione nei confronti delle persone considerate arroganti da parte di altre persone ("anti-hybris sociale") o da parte della natura ("anti-hybris ecologica").

    Giudicare se una certa azione o attività umana sia da considerarsi un atto di arroganza (sociale o ecologica), è difficile e si presta a errori dalle tragiche conseguenze. Infatti ho l'impressione che molto spesso non vengono considerati arroganti comportamenti che lo sono, e vengono considerati arroganti comportamenti che non lo sono.

    Qual'è il criterio con cui la gente riconosce l'arroganza? Credo che esso consista nella semplice formula: è arrogante chiunque creda di essere più saggio di me o delle persone della mia comunità che io considero autorevoli.

    Infatti si può dire che la saggezza (comunque ognuno la intenda) sia il criterio per stabilire l'arroganza, ovvero che arrogante è colui che si ritiene saggio senza esserlo, ovvero sopravvaluta la sua saggezza.

    Ma che significa essere saggi? E chi può giudicare la saggezza di una persona o di se stesso?

    Credo che la saggezza abbia a che fare con la conoscenza, ma non con la sua quantità di questa, bensì con la sua qualità. Infatti, l'importante è conoscere le cose opportune, quelle che è importante conoscere, quelle che riguardano il nostro benessere e quello delle persone da cui dipendiamo, perché la conoscenza non deve essere fine a se stessa ma al buon vivere, ovvero alla felicità, comunque essa sia definita.

    La saggezza ha anche a che fare con l'etica, se si assume che l'uomo non può vivere se non in società e che la vita sociale è possibile solo se i membri di una comunità rispettino un certa etica. In tal senso la saggezza serve a definire le regole etiche della vita sociale e a verificarne il rispetto, non in nome di principi astratti fini a se stessi, ma al fine dell'umana felicità.

    La saggezza risponde dunque a domande come: cosa è giusto fare per vivere insieme felicemente? Come è giusto organizzare la società? Come distribuire il potere, i beni, i ruoli e le posizioni gerarchiche? Come giudicare e condannare le persone che non rispettano le regole sociali?

    E' dunque evidente che la saggezza abbia importanti conseguenze per ogni membro della società, perché da un certo criterio di saggezza può dipendere il suo status sociale. Infatti, siccome la saggezza esprime giudizi di opportunità e condanne morali, essa è affetta da conflitto di interessi e soggetta a manipolazioni da parte delle persone interessate ai suoi giudizi.

    Capiamo allora come il giudizio di arroganza da parte di una certa persona sia direttamente legato alla difesa del proprio criterio di saggezza, che è normalmente quello più favorevole a se stessa. In estrema sintesi, vale dunque la formula: è arrogante chi afferma che i suoi criteri di saggezza siano migliori (ovvero più veri ed efficaci) dei miei. E siccome i criteri di saggezza scaturiscono da una filosofia, è arrogante chi presume che la sua filosofia sia migliore della mia, ovvero chi critica la mia filosofia, che può anche essere assenza di filosofia. Tale formula è normalmente inconscia.

    Ogni essere umano ha paura del giudizio altrui perché è dipendente da esso e fa di tutto per evitare di essere mal giudicato, come scegliere le filosofie che lo assolvono e contrastare qualsiasi filosofia contrastante con la propria, fino al punto di abbracciare una filosofia in cui il giudicare è considerato un male, e la saggezza consiste nel non giudicare né se stessi né gli altri.

    Quando interagiamo con altre persone, non dobbiamo dunque mai dimenticare che i nostri interlocutori non tollerano di essere da noi giudicati, e se percepiscono un giudizio sfavorevole da parte nostra reagiscono normalmente accusandoci di arroganza.

    Domande indiscrete e imbarazzanti


    • Credi di aver dato più di quanto hai ricevuto?

    • Credi di essere eticamente migliore rispetto alla media degli esseri umani?

    • Credi di essere più intelligente rispetto alla media degli esseri umani?

    • Credi che se tu non fossi mai nato il mondo sarebbe peggiore o migliore?

    • Credi di sapere tutto ciò che è importante sapere per interagire con gli altri in modo soddisfacente per loro e per te?

    • Cosa faresti se sapessi che ti resta solo un mese da vivere?

    • Se tu fossi il capo del governo, quali leggi cercheresti di far approvare?

    • Se tu potessi realizzare tre desideri, quali sceglieresti?

    • Qual'è stata la cosa più spregevole che tu abbia mai fatto?

    • A quale prezzo ti prostituiresti?

    • Qual è stato l'errore più grande che hai commesso?

    • Qual'è la cosa più stupida che tu abbia mai fatto?

    • Di chi desideri la morte?

    • Verso chi sei, o sei stato, ingrato?

    • Cosa ti manca per essere soddisfatto della vita che fai?

    • Verso chi ti senti in concorrenza?

    • Di cosa ti senti colpevole?

    • Di cosa hai paura?

    • Quali persone ti fanno più paura?

    • Cosa non ti piace del tuo corpo?

    • Cosa non ti piace della tua mente?

    • Perché hai sposato la persona che hai sposato?

    • Sei pentito di aver sposato la persona che hai sposato?

    • Cosa cambieresti nelle tue abitudini?

    • Quali situazioni ti intimidiscono o imbarazzano?

    • Quanta paura hai di morire?

    • Quanta paura hai di combattere con chi è più forte di te?

    • Da chi credi di essere stato ingannato?

    • Verso chi provi risentimento?

    • In cosa speri?

    • Chi invidi?

    • Di chi e quanto sei geloso?

    • Quanti veri amici hai?

    • Che effetto ti fa l'idea che dopo la tua morte non rimarrà nulla di te?

    • Sei soddisfatto della tua capacità di autocontrollo?

    • Cosa ti deprime?

    • Credi di avere un'empatia più alta o più bassa rispetto alla media?

    • Quanto ti consideri elegante?

    • In cosa ti senti inferiore alla media?

    • In cosa ti senti superiore alla media?

    • Credi di essere più o meno egoista rispetto alla media?

    • Credi di essere capace di vera amicizia?

    • Quanto ti consideri socievole?

    • Quanto ti consideri ospitale?

    • Cosa sbaglio frequentemente quando interagisco con gli altri?

    • In cosa ti senti diverso dagli altri?

    • In cosa ti senti uguale agli altri?

    • Cosa cerchi di nascondere di te e della tua storia?

    • Qual'è stata la cosa più incosciente e imprudente che tu abbia mai fatto?

    • Di cosa ti vergogni?

    • Hai amici tra loro incompatibili?

    • Hai amici incompatibili con il tuo coniuge?

    • Hai perversioni, vizi, manie, abitudini o tendenze inconfessabili?

    • Quanto tempo passi in solitudine?

    • Sei soddisfatto degli amici che hai?

    • Qual è il ricordo più brutto della tua vita?

    • Quando hai fatto una brutta figura?

    • Quando sei stato ridicolo?

    • Quando hai fatto piangere qualcuno?

    • A chi hai fatto del male?

    • Chi hai fatto soffrire?

    • Chi hai deluso?

    • Chi hai disgustato?

    • Verso chi sei stato ingiusto?

    • Cosa ti offende maggiormente?

    • Cosa ti irrita maggiormente? 

    • In quali casi saresti disposto a sacrificare la tua vita?

    • Quali sono stati i tuoi insuccessi più importanti?

    • Qual'è stata la peggiore umiliazione che hai subito?

    • Credi sia giusto che tu possieda più ricchezze di chi ne possiede di meno?

    • Credi di avere una cultura sufficiente per dare giudizi logici, etici o estetici?

    • Credi di contribuire al miglioramento della società?

    • Saresti capace di uccidere una persona per salvarne più di una?

    • Vorresti essere immortale?

    • Hai paura del tuo inconscio?


    Introduzione al caffè filosofico del 23/12/2021 sul tema "Cos'è l'amore e perché ci interessa?"

     

    La prima cosa che mi chiedo pensando all’amore, è cosa sia veramente, cioè se sia un concetto oggettivo o soggettivo, e quale branca del sapere sia competente per definirlo e per discuterne. Per cercare di rispondere a queste domande ho consultato la voce “amore” del vocabolario Treccani, dove si trovano diverse definizioni e note, tra cui le seguenti:

    • sentimento di viva affezione verso una persona, che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia

    • può indicare l’affetto reciproco, la concordia dei sentimenti

    • può anche essere rivolto a se stesso, come manifestazione di egoismo e di egocentrismo

    • amor proprio: onesta ambizione di non rimanere indietro agli altri in una competizione, desiderio di rivelare e far apprezzare le proprie capacità e buone doti, impegnando la propria volontà nello sforzo di accrescerle e potenziarle

    • sentimento che attrae e unisce due persone (ordinariamente ma non necessariamente di sesso diverso), e che può assumere forme di pura spiritualità, forme in cui il trasporto affettivo coesiste, in misura diversa, con l’attrazione sessuale, e forme in cui il desiderio del rapporto sessuale è dominante, con carattere di passione, talora morbosa e ossessiva; comune a tutte queste forme è, di norma, la tendenza più o meno accentuata al rapporto reciproco ed esclusivo

    • secondo la dottrina platonica l’amore è contemplazione della bellezza e impulso di elevazione morale (nel linguaggio comune è però talvolta inteso come amore unilaterale, non rivelato e non corrisposto)

    • sentire l’istinto dell’accoppiamento

    • In senso più spirituale, lo slancio dell’uomo verso Dio e le cose celesti, e reciprocamente la benevolenza che Dio accorda alle creature

    • carità verso il prossimo

    • desiderio, brama di avere, di ottenere, di possedere una cosa

    • vivo attaccamento o inclinazione per qualche cosa

    In quanto alla domanda "quale branca del sapere sia competente per definire l’amore e per discuterne", non ho fatto ricerche in tal senso, ma ritengo che di esso siano in molti, forse troppi, a occuparsene: la religione, la letteratura (specialmente la narrativa e la poesia), la psicologia, la filosofia, la biologia, la sociologia, l’antropologia culturale ecc., oltre al senso comune. Infatti è un tema del quale quasi tutti pensano di sapere abbastanza, come se l’amore fosse qualcosa di naturale, di innato e di evidente.

    A mio parere, come ho spiegato in questo articolo, in cui ho identificato circa 30 diversi tipi di amore molto diversi tra loro, l'amore potrebbe essere semplicemente un nome usato per mistificare e nobilitare il piacere, il desiderio o il bisogno di avere, di dare, di interagire, di appartenere, o qualcos'altro di non pregevole.

    E voi che ne pensate?

     




    Vedi anche "Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana"

    Automatismi!

    La vita è fatta essenzialmente di automatismi, cioè di risposte predefinite a stimoli provenienti dall'esterno o dall'interno dell'organismo. Questo è vero anche per gli esseri umani.

    Questa verità è per noi umani difficile da accettare e, per non impazzire o morire di angoscia, preferiamo pensare che la nostra vita dipenda almeno in parte dalla nostra volontà e coscienza. Tuttavia, ammesso che il libero arbitrio esista, esso consiste nella possibilità di modificare parzialmente i nostri automatismi, non di disattivarli. L'eventuale disattivazione non può essere che momentanea.

    In che misura possiamo cambiare i nostri automatismi? Vogliamo cambiarli? Perché e come dovremmo cambiarli? È pericoloso farlo? Abbiamo il diritto di cambiarli? Abbiamo il dovere di farlo? Come reagirebbero gli altri ai nostri cambiamenti? È umano o disumano cambiare i propri automatismi?

    Gli automatismi sono utili alla conservazione della vita e hanno dimostrato la loro efficacia nel passato di ognuno. Essi si sono formati in modo automatico e cambiano in modo automatico, cioè spontaneamente. Cambiarli in modo volontario non solo è difficile, ma comporta il rischio che i nuovi automatismi siano meno efficaci dei precedenti per la conservazione della vita. È quindi sano aver paura di cambiare, perché cambiare, imparare, significa alterare i propri automatismi senza alcuna garanzia di migliorare il proprio stato e col rischio di peggiorarlo, data l'estrema complessità del comportamento umano e della vita sociale.

    Ogni comportamento è sostanzialmente automatico, specialmente quando è tipico, caratteristico, ripetitivo. Lo stile di una persona è dovuto essenzialmente ad automatismi. Cioè a regole, algoritmi che impongono certi risultati in funzione di certi input. Un Picasso si riconosce da un Klee perché le loro opere sono state prodotte da due diversi stili, cioè automatismi. Ogni essere umano ha i suoi automatismi unici. Gli automatismi possono cambiare nel corso della vita, ma restano automatismi. Senza automatismi la vita non potrebbe continuare. Il DNA è parte fondamentale di molti automatismi. Tutto l'universo è il risultato di automatismi. Le leggi della fisica sono definizioni di automatismi. Due più due fa "automaticamente" quattro. Due corpi si attraggono "automaticamente" per effetto della legge di gravitazione universale. Se certi elementi o organismi sono messi insieme, si produrrà automaticamente un certo risultato teoricamentte prevedibile.

    Perfino il pensiero è automatico.

    Io sono automatico, come lo sono tutti gli altri umani, e gli animali e i vegetali, i minerali gli oggetti e le macchine. Come i computer. Tutte le cose del mondo sono automatiche. Cambiano solo le leggi che li regolano.

    Siamo tutti fatti di hardware (hw) e software (sw). I sw dei diversi individui interagiscono automaticamente in vari modi, più o meno cooperativi, normativi e violenti. I risultati dell'interazione tra i sw di due individui qualsiasi dipendono dalle caratteristiche dei sw stessi, cioè dai rispettivi algoritmi.

    Il sw di una persona può anche interagire con cose non viventi, naturali e artificiali (per esempio opere d'arte, spettacoli o risorse di vario tipo), tuttavia l'interazione non è mai avulsa dall'interazione passata, presente o futura con il sw di altri esseri umani, in quanto questi potranno giudicare quell'interazione e agire in funzione di quel giudizio.

    L'interazione tra due sw umani è molto complessa perché comprende regole che riguardano anche l'interazione stessa e quella con altre persone o cose. Per esempio, l'interazione tra me e x può influenzare quella tra me e y.

    Quando due persone interagiscono, in realtà sono i loro sw che interagiscono (automaticamente), secondo i rispettivi algoritmi.

    La grande differenza tra il mio sw e quelli altrui è che nel mio c'è la consapevolezza del sw stesso e dei suoi automatismi, ma questa è del tutto assente nella maggior parte degli altri sw. Per questo motivo, se voglio interagire con gli altri, devo nascondere questa mia particolarità, che non sarebbe compresa e creerebbe turbamento o ostilità.

    La mia consapevolezza del sw tende ad inibire i miei neuroni specchio e di conseguenza tende a limitare la mia empatia verso le persone meno consapevoli della propria natura, e questo mi crea problemi nelle interazioni con gli altri.

    Che succede quando due persone interagiscono

    Quando due persone interagiscono, prima di tutto c'è una fase di riconoscimento, in cui ognuno riconosce l'altro come persona particolare e/o tipo di persona, con certi attributi, cioè con una certa prevedibilità di comportamento.

    Dopo il riconoscimento, ognuno percepisce (o intuisce) le intenzioni dell'altro e risponde ad esse secondo il proprio programma o copione di vita.

    Durante l'interazione ognuno può prendere iniziative, cioè fare proposte o richieste all'altro. In ogni caso, ognuno risponde automaticamente alle intenzioni (percepite) dell'altro.

    Riepilogando, i processi sono:

    • riconoscimento pregiudiziale

    • percezione delle intenzioni altrui

    • esplicitazione delle proprie intenzioni e richieste (limitate dalle proprie aspettative e dalla percezione dell'altro e delle intenzioni di quello)

    • reazione automatica alle intenzioni (percepite) dell'altro.

    L'interazione è sostanzialmente automatica. Il programma di ciascuno contiene una serie molto numerosa di istruzioni condizionate strutturate nel seguente modo: se x è una persona di tipo y e manifesta intenzioni di tipo z, allora rispondere in modo k o fare una proposta o richiesta di tipo h.

    Le combinazioni di y, a, i e h sono tantissime, forse centinaia o migliaia, per cui non possono essere gestite consciamente. Solo un computer può farlo. Ciò che possiamo invece fare, è considerare i vari tipi di persona che abbiamo memorizzato, come pure i vari tipi di intenzioni, di proposte e di risposte. In altre parole, non le combinazioni di queste cose, ma la tipologia di ciascuna di esse.

    Esempi di tipi di persona percepiti nell'interazione:

    • Grado di intelligenza

    • Grado di bellezza fisica

    • Grado di eleganza

    • Livello di istruzione e conoscenza

    • Professione e specializzazione

    • Posizione filosofica e religiosa

    • Razza, etnia, nazionalità

    • Ambiente culturale di origine e attuale

    • Posizione politica

    • Grado di tradizionalismo

    • Grado di conformismo

    • Grado di introversione

    • Classe sociale

    • Status sociale

    • Livello di ricchezza

    • Grado di salute fisica

    • Grado di salute mental

    • Abilità, potenzialità, creatività

    • Risorse di cui dispone (qualità e quantità)

    Esempi di tipi di intenzione percepiti nell'interazione:

    • Ritualizzare o confermare una comune appartenenza o una relazione reciproca

    • Rispettare insieme una tradizione come prescritto dalla stessa (conformarsi)

    • Interagire fine a se stesso (solo per mantenere viva una relazione)

    • Condividere le proprie esperienze

    • Condividere le proprie opinioni

    • Condividere i propri pensieri, emozioni, sentimenti, ricordi, pregiudizi, paure, desideri, bisogni

    • Eseguire un dovere o un ordine

    • Fare ciò che gli altri si aspettano che uno faccia

    • Condividere il proprio corpo

    • Avere un rapporto sessuale

    • Dare o ricevere riconoscimenti o apprezzamenti

    • Scambiare intimità, tenerezze, carezze

    • Scambiare beni o servizi

    • Scambiare informazioni o insegnamento

    • Stabilire una gerarchia, sottometterre l'altro o sottomettersi all'altro

    • Stabilire una cooperazione o alleanza

    • Negoziare un accordo

    • Danzare insieme

    • Cantare o suonare insieme

    • Rappresentare teatralmente un fatto sociale o una persona

    • Intrattenere l'altro

    • Giocare insieme

    • Scherzare insieme

    • Dare o ricevere stimoli

    • Aiutare o farsi aiutare

    • Curare o farsi curare

    • Guidare o farsi guidare

    • Indottrinare, plasmare, manipolare l'altro

    • Indurre o convincere l'altro a fare qualcosa o a credere in qualcosa

    • Sfruttare l'altro

    • Ingannare l'altro

    • Spaventare l'altro

    • Sfottere l'altro

    • Respingere l'altro

    • Esercitare violenza sull'altro

    • Aggredire l'altro


    Bisogni umani e selezione/competizione sociale

    Ogni essere umano, per soddisfare i suoi bisogni, ha bisogno della collaborazione di altre persone. Ma quali?

    Ogni essere umano libero ha la possibilità di scegliere le persone con cui interagire per una reciproca soddisfazione. Di conseguenza, ogni essere umano può essere scelto, o no, da altri.

    L'interazione felice, cioè quella che soddisfa ambedue le parti, è possibile solo quando due persone si scelgono reciprocamente e interagiscono a tale scopo. Infatti io posso scegliere una certa persona, ma se questa non mi sceglie, cioè preferisce interagire con un altro, il rapporto è impossibile.

    Ogni essere umano ha bisogno di essere scelto da qualcun altro, altrimenti resta solo e non riesce a soddisfare i suoi bisogni. Per essere scelto deve essere in una certa misura competitivo, cioè deve risultare interessante almeno quanto il suo potenziale concorrente.

    Da qui nasce l'ansia della competizione, ovvero la paura, più o meno conscia, di non essere abbastanza competitivi e di rimanere perciò soli e insoddisfatti.

    Come vincere l'ansia della competizione ed essere sufficientemente competitivi per farci scegliere da altre persone?

    Prima di tutto bisogna capire che più sono alti i nostri requisiti nella scelta delle persone, più è necessario essere competitivi, cioè "all'altezza" delle nostre esigenze. Per esempio, se cerchiamo persone con un'intelligenza superiore ad un certo livello, dobbiamo essere anche noi sopra quel livello. Lo stesso criterio si applica alla bellezza, all'onestà, alla ricchezza, alla cultura ecc.

    In secondo luogo, bisogna capire che la competitività di un essere umano è multifattoriale nel senso che uno può essere più competitivo in un certo aspetto e meno in altro, ed è difficile che una persona corrisponda a tutti i criteri di selezione posti.

    In terzo luogo, dobbiamo considerare non solo in quale misura il candidato è in grado di, e disposto a, soddisfare i nostri bisogni, ma quanto noi siamo in grado di, e disposti a, soddisfare i suoi. Infatti, se si chiede più di quanto si è disposti a offrire, l'interazione felice è praticamente impossibile.

    Purtroppo viviamo in una cultura che ci ha insegnato due cose fondamentali:

    - che conviene essere il più possibile competitivi in tutti i campi possibili per essere scelti come partner e non restare soli, quindi conviene cercare di diventare sempre più ricchi, più belli, più sani, più colti, più popolari ecc.

    - che conviene cercare il partner che ci offre di più chiedendoci di meno.

    I rapporti umani sono spesso trattati come rapporti d'affari, cioè finalizzati al massimo profitto; in pratica si tratterebbe di "offrirsi" al prezzo più alto e con i costi più bassi.

    Una tale visione è causa di stress e insoddisfazione perché ognuno vorrebbe fare "un affare", e per di più misurando il dare e l'avere con la sua bilancia personale che tende a minimizzare l'avere e massimizzare il dare.

    Insomma, spesso uno chiede più di quanto l'altro sia disposto a, e in grado di, dare. Il risultato è una situazione di stallo, di solitudine e di carenza di interazione.

    Come superare lo stallo e l'ansia da competizione, e interagire con reciproca soddisfazione?

    Prima di tutto occorre prendere coscienza dei propri bisogni, neutralizzare quelli morbosi e stabilire cosa realisticamente chiedere al potenziale partner.

    In secondo luogo prendere coscienza dei bisogni del potenziale partner e di ciò che siamo realisticamente disposti a, e in grado di, dare e fare per soddisfarli.

    Se ci accorgiamo che non c'è compatibilità tra la domanda e l'offerta anche dal punto di vista di una sola delle due parti, conviene orientarsi verso altri partner potenziali, con i quali seguire lo stesso procedimento, finché non se ne trova uno con cui sembra esserci compatibilità.

    Se la ricerca non dà esito positivo per un certo numero di volte, occorrerà diminuire le proprie esigenze e/o aumentare la propria disponibilità a soddisfare i bisogni altrui.

    Qualcuno troverà questo procedimento cervellotico, freddo, arido, senza sentimenti. Sicuramente si tratta di un approccio razionale che però prende i sentimenti (propri e altrui) in seria considerazione in quanto manifestazioni di bisogni. Soddisfare i bisogni equivale infatti a soddisfare i sentimenti (e viceversa).

    A chi rifiuta un approccio razionale non resta che affidarsi soltanto al cuore o all'istinto, ma, come si vede dal crescente numero di separazioni e divorzi, con scarsa probabilità di successo.

    Teoria delle configurazioni sistemiche (configurazionismo)

    Nota: questa mia teoria, a cui ho dato il nome provvisorio di "Configurazionismo", si ispira liberamente al pensiero di Gregory Bateson e a quello di George Herbert Mead.

    Il funzionamento della mente (o psiche) è basato sull'apprendimento, percezione e riconoscimento di "configurazioni sistemiche", e sulla carica affettiva e motivazionale associata a ciascuna di esse, ovvero sul bisogno o desiderio di realizzazione o di evitamento delle stesse.

    Una "configurazione sistemica" (nel seguito semplicemente detta "configurazione") consiste in una forma (nel senso di "Gestalt") immaginaria complessa, conscia o inconscia, che rappresenta, ovvero descrive, il mondo come viene percepito da un soggetto, o una certa versione ipotetica del mondo da esso concepita, in cui sono presenti tutte le entità per lui significative, a cominciare da se stesso e tutti gli altri esseri umani conosciuti e sconosciuti, in certe relazioni e connessioni, posizioni gerarchiche, spazio-temporali e causali, ruoli, funzioni e intenzioni.

    In altre parole, una "configurazione sistemica" è una particolare mappa mentale cognitivo-emotiva, inconscia,  dell'intero mondo (naturale e soprattutto sociale) come crediamo che sia (in base alle nostre esperienze) o come vorremmo che diventi o evitare che diventi.

    La teoria configurazionista suppone che ogni essere umano, a seguito delle sue esperienze, apprende una quantità di configurazioni di cui è, è stato o può essere parte, e associa a ciascuna di esse un valore più o meno positivo o negativo (nel senso di piacere o dolore, attrazione o repulsione) e cerca inconsciamente e automaticamente, di realizzare quelle positive e di evitare che si realizzino quelle negative.

    Normalmente, un individuo suppone che gli altri condividano le sue configurazioni (ovvero abbiano una simile visione del mondo ovvero mappa mentale), e considera (consciamente o inconsciamente) "amici" coloro che favoriscono la realizzazione delle sue configurazioni desiderate e "nemici" coloro che favoriscono la realizzazioni di quelle indesiderate o che favoriscono la realizzazione di configurazioni incompatibili con quelle desiderate.

    Da quanto sopra si deduce che le motivazioni umane non sono oggettuali ma sistemiche. Ovvero, noi non desideriamo o aborriamo particolari oggetti, persone o eventi , ma particolari configurazioni di cui siamo o possiamo essere parte e di cui un particolare oggetto, persona o evento considerato è o può essere parte integrante, necessaria, indispensabile o incompatibile. Per esempio, dobbiamo aspettarci che una persona che percepisca un certo oggetto o persona come incompatibile con una certa configurazione desiderata, provi ostilità, odio, aggressività o motivazioni distruttive verso quell'oggetto o persona.

    L'importanza della teoria configurazionista sta nel fatto che essa ci aiuta a capire, da una parte, che ciò che conta nella vita non sono i singoli oggetti, persone, obiettivi o eventi ma le possibili configurazioni nel loro insieme (viste con un approccio olistico, sistemico ed ecologico) e, dall'altra, che le persone con cui interagiamo perseguono non singoli obiettivi, ma la realizzazione o l'evitamento di intere configurazioni particolari, più o meno diverse dalle nostre e più o meno da noi conosciute.

    Di conseguenza, per una interazione pacifica e costruttiva tra esseri umani è importante comprendere, saper descrivere e possibilmente condividere (come valori) non singole idee o obiettivi, ma intere configurazioni che rappresentano sistemi complessi reali o ipotetici.

    E allora non dovremmo chiederci, o chiedere all'altro, cosa vogliamo o desideriamo o di cosa abbiamo bisogno, intendendo un oggetto, un evento o un particolare comportamento da parte di qualcuno, ma quale configurazione sistemica desideriamo realizzare, quanto sia realizzabile e come essa si concili con le configurazioni sistemiche desiderate dagli altri.

    La cultura in cui viviamo ci ha abituati a ragionare in termini di oggetti e valori separati, e di saperi specialistici, rendendoci incapaci di una visione complessiva dei problemi umani e sociali e di soddisfare adeguatamente i nostri bisogni (i quali coinvolgono sempre il resto del sistema del quale facciamo parte). Per rimediare, dobbiamo quindi imparare a ragionare in termini di sistemi, relazioni e interazioni su vasta scala. Credo che la teoria configurazionista ci possa aiutare in tal senso.

    Vedi anche Teoria dei contesti sociali.

    Sistemi di sistemi

    La natura è un sistema di sistemi. Ogni sistema è composto di parti che interagiscono, ovvero comunicano, ovvero scambiano informazioni, energie o sostanze. Ogni parte di un sistema costituisce a sua volta un sistema, ovvero un sottosistema di un sistema di ordine superiore. Ogni parte di un sistema potenzia e/o inibisce, ovvero serve e/o sfrutta, ovvero alimenta e/o limita, ogni parte o sistema con cui interagisce.

    Un sistema ha proprietà che nessuna delle sue parti, presa isolatamente, possiede, e che emergono solo grazie a, e attraverso, l'interazione tra le parti. In tal senso si può dire che il tutto è maggiore della somma delle sue parti.

    Per esempio, un'automobile è un sistema che permette di trasportare una o più persone da un punto A ad un punto B. Nessuna delle sue parti ha tale capacità, che emerge solo quando le parti dell'automobile sono collegate e interagiscono in un certo modo, incluso il pilota (umano o automatico) che la guida. Il pilota fa dunque parte del sistema automobile in quanto senza di esso l'automobile non funziona.

    Anche la società umana è un sistema, le cui parti sono costituite dagli esseri umani che la compongono, unitamente al loro ambiente, ovvero alle cose che essi usano per vivere e interagire.

    Anche un essere umano è un sistema, le cui parti sono gli organi che costituiscono il suo organismo e l'ambiente in cui esso vive e grazie al quale esso vive. Una di queste parti è la mente, o psiche.

    Anche la mente, o psiche, è un sistema le cui parti sono collocate principalmente nel cervello, ma non solo. Una di queste parti è l'io cosciente. Tutte le altre costituiscono la mente inconscia. L'io cosciente ha poteri limitati sul resto della mente, e, sebbene possa aver l'illusione di dominarla, in realtà ne è regolato, come è regolato dalle azioni degli altri esseri umani.

    Come già detto sopra, ogni parte di un sistema potenzia e/o inibisce, ovvero serve e/o sfrutta, ovvero alimenta e/o limita, ogni parte con cui interagisce. Ciò significa che se una parte A si serve di una parte B, affinché il servizio, o lo sfruttamento, possa continuare, è necessario che esso sia limitato ovvero non eccessivo rispetto ai bisogni di A e accettabile da B. In altre parole deve essere tale (quantitativamente e qualitativamente) che B non si esaurisca, non si distrugga, o si rifiuti di continuare a servire A.

    Possiamo chiamare "ruolo" l'insieme di comportamenti tipici, ovvero caratteristici, abituali, ricorrenti, di una parte rispetto alle altre parti. Un certo ruolo prevede quindi ciò che una parte tende a dare alle altre parti e a prendere o ricevere da esse. Nel caso della società, i ruoli degli individui possono essere chiamati "funzioni sociali".

    Occorre sottolineare che il sistema "società" non è composto solo da esseri umani, ma, come sopra accennato, anche da tutte le cose o gli strumenti, che gli esseri umani utilizzano nell'interazione o per poter interagire, o come oggetto dell'interazione, tra cui il linguaggio e una serie di "idee", come, ad esempio, l'idea stessa di società o altre astrazioni e concetti, forme, norme, valori, ruoli, "memi" ecc. descritti nei media e interiorizzati soggettivamente dalle persone.

    Affinché una società, e la stessa specie umana, possa mantenersi stabile ed evitare di estinguersi, è necessario che vi sia una certa armonia di ruoli, ovvero scambi equilibrati tra esseri umani in modi tali che ognuno abbia una o più funzioni sociali sostenibili riconosciute e accettate dagli altri e da se stesso.

    I modi in cui i ruoli, o funzioni sociali, vengono assegnati alle varie persone sono stati in passato e sono ancora spesso inconsci, irrazionali, inefficienti e violenti, tanto da causare continui conflitti sia a livello individuale che nazionale, i quali, oggi che disponiamo di mezzi di distruzione di massa, potrebbero portare alla rovina dell'ambiente naturale e all'estinzione della specie umana.

    Infatti, la definizione e assegnazione dei ruoli avviene soprattutto per tradizioni, ovvero attraverso un'educazione familiare e scolastica acritica, che mira consciamente o inconsciamente al mantenimento di condizioni sociali che, sebbene ammantate di democrazia, sono in fondo autoritarie e imperialiste in senso politico, economico, religioso, accademico ecc.

    Come migliorare la situazione? E' necessario che l'assegnazione dei ruoli a tutti i livelli avvenga nella piena consapevolezza dell'ecologia della mente e della società in senso sistemico. A tale scopo occorre una rivoluzione culturale basata sul pensiero di grandi umanisti come George Herbert Mead, Alfred Korzybski, Gregory Bateson, Luigi Anepeta, Edgar Morin ed altri.

    Libero arbitrio e interazioni

    Il libero arbitrio consiste, a mio parere, nella capacità di scegliere gli input e gli output del proprio corpo inteso come sistema. Gli input e gli output possono consistere in informazioni, energie e sostanze. Le informazioni possono essere, ad esempio,  segnali, comandi, dati, narrazioni, forme ecc., le energie movimenti, trasferimenti e trasformazioni di materia e di energia, e le sostanze alimenti e altri agenti chimici.

    In molti casi la libera scelta di un certo input comporta la scelta obbligata di un certo output e viceversa, nel senso che l'oggetto della scelta è in realtà l'attivazione o l'arresto di una certa interazione. Questa, a sua volta, comporta per definizione certi input e certi output secondo particolari algoritmi o procedure. Infatti, normalmente, ad un certo input (cor)risponde un certo output, e un certo output provoca un certo input come feedback (con un certo grado di aleatorietà).

    In generale possiamo dunque dire che il libero arbitrio consiste nella capacità di scegliere quale interazione iniziare (o interromperre) tra il proprio corpo e il mondo esterno (di cui fanno parte altre persone, animali, computer, oggetti ecc.), oppure tra il proprio io cosciente e il resto del proprio corpo (come ad esempio quando si pensa, si immagina, si riflette, si scrive e/o vengono rievocate certe memorie). Possiamo pertanto distinguere le interazioni rispettivamente in esterne e interne, tenendo conto del fatto che ogni interazione esterna ne comporta normalmente qualcuna interna, e viceversa.

    Ad esempio, possiamo scegliere se restare nel posto dove siamo oppure spostarci in un altro, se continuare a guardare nella stessa direzione o guardare in una diversa, se stare soli o in compagnia, se essere comunicativamente "chiusi" oppure interagire con una certa persona o più di una, se continuare ad interagire con una certa persona o smettere di farlo, se partecipare ad un evento sociale o no, se fare o non fare un certo viaggio, se leggere un certo libro o giornale o un altro, se vedere un certo film oppure un altro, se ascoltare un certo programma alla radio oppure un altro, se cercare il silenzio o certi suoni, se bere una certa bevanda oppure un'altra o astenersi dal bere (lo stesso dicasi per il mangiare), se mettere in ordine il proprio ufficio o no, se iscriversi alla facoltà di filosofia o a quella di fisica, se continuare ad oziare o cominciare una particolare attività, se continuare a fare ciò che stiamo facendo oppure fermarci o cambiare attività ecc.

    Il libero arbitrio consiste dunque, a mio parere, nella scelta (libera e consapevole) tra interagire e non interagire, con chi o cosa interagire, in quali modi, dove, quando e fino a quando.

    Una tale scelta è comunque solo parzialmente libera in quanto è più o meno dettata dalla situazione. In altre parole, il cosiddetto "libero" arbitrio è sempre parzialmente condizionato da circostanze più o meno volute, caratterizzate da certi vincoli ed opportunità, e determinate da cause spesso indipendenti dalla nostra volontà. L'arbitrio è infatti libero non più del giocatore che sceglie quali carte giocare tra quelle che gli sono capitate per caso.

    Suppongo che l'uomo sia il solo animale capace di libero arbitrio, ovvero in grado di scegliere consapevolmente le proprie interazioni (esterne e interne) tra le opzioni a sua disposizione e di cui è al momento consapevole.

    Inoltre, dato che una modalità di interazione può essere istintiva o appresa, nel secondo caso, per poter interagire in un certo modo, è necessario aver imparato a farlo. Ne consegue che quanti più modi di interagire uno ha appreso, tanto più è grande la sua libertà di scelta e viceversa.

    Per definizione, il libero arbitrio è cosciente. Infatti, sebbene sia l'uomo che gli altri esseri viventi scelgano continuamente, automaticamente, involontariamente e inconsciamente le loro interazioni esterne e interne, la specie umana sembra essere l'unica capace di fare alcune di tali scelte in modo volontario e consapevole, anche se ciò avviene, a mio avviso piuttosto raramente.

    La conclusione di questo discorso è che, in certi momenti (più o meno rari) noi possiamo fare una meta-scelta, ovvero, scegliere se scegliere consciamente o inconsciamente, volontariamente o involontariamente, le nostre interazioni sia esterne che interne. Per esempio, dovendo fare un discorso in pubblico, possiamo scegliere se parlare "a braccio" oppure leggere un testo che abbiamo precedentemente preparato per l'occasione.

    Non sto asserendo che sia sempre meglio scegliere consciamente e volontariamente piuttosto che il contrario, ma che possiamo farlo se lo vogliamo, ovvero se siamo consapevoli che, così facendo, possiamo meglio soddisfare i nostri bisogni al momento e/o in seguito.

    Che importanza ha il piacere nei rapporti interpersonali?

    (Introduzione al caffè filosofico online del 9/1/2024, da me moderato)

    Ho scelto questo tema perché nelle mie ricerche sulla natura umana mi sono reso conto che il piacere è di grande importanza per il funzionamento del sistema nervoso umano e per la cooperazione sociale, oltre che come ingrediente della felicità, ma, nonostante ciò, il termine “piacere” ha nella nostra cultura una connotazione piuttosto negativa, cioè dispregiativa, diminutiva o mistificata, probabilmente a causa delle nostre radici cristiane.

    Infatti, nelle religioni abramitiche il piacere viene visto essenzialmente come minaccia di perdizione, cioè come qualcosa che allontana dalla devozione religiosa o dai doveri verso il prossimo, e in tali religioni le sole forme di piacere accettabili sono il piacere di beneficiare della grazia di Dio e il piacere che Dio concede all’Uomo in forme rigorosamente limitate come quello connesso con l’unione matrimoniale procreatrice, e con l’arte e la musica religiosa.

    In altre parole, nella cultura cristiana, qualsiasi piacere estraneo al rapporto con la divinità e all’unione matrimoniale è generalmente considerato come effimero, ingannevole, spregevole, nocivo, antisociale, peccaminoso ecc.

    Questo vale sia per il piacere sessuale o erotico, (specialmente per quanto riguarda la pornografia, la prostituzione, l’autoerotismo e la libertà sessuale) sia per il piacere connesso col consumo di sostanze ghiotte, inebrianti o stupefacenti.

    In altre religioni, come ad esempio l’induismo, il taoismo, e il paganesimo greco-romano, il piacere viene invece elogiato o addirittura divinizzato (cioè considerato come dono degli dei), seppure entro certi limiti.

    In filosofia, il piacere è stato valorizzato, seppure in modo misurato, da pochi autori, come ad esempio Epicuro, Spinoza, John Stuart Mill, Nietzsche, Aristotele, Russell.

    Al di fuori delle religioni e delle filosofie, nella nostra civiltà il piacere viene generalmente tollerato o celebrato in modo più o meno discreto o eclatante (anche dai mass media), in connessione col benessere materiale, con il consumo di beni, con la gastronomia, con il lusso, con la moda, e con la contemplazione della bellezza dei corpi, degli oggetti, degli ambienti e delle opere d’arte.

    Da parte mia, vorrei rendere giustizia alla nozione di piacere, evidenziandone gli aspetti salutari e quelli connessi con la qualità delle interazioni sociali, qualità che, a mio avviso, è un ingrediente fondamentale della felicità.

     In altre parole, vorrei promuovere il piacere sostenibile, misurato, consensuale e non abusivo, nelle sue varie forme non religiose e, in particolare, i piaceri che un umano può procurare ad altri umani. 

    Infatti credo che i piaceri più grandi, più importanti e più desiderabili siano quelli che provengono dalle azioni, dalle intenzioni e dagli atteggiamenti di altre persone nei nostri riguardi. In tal senso auspico una maggiore consapevolezza e franchezza nella ricerca e nell'offerta di piaceri di natura interpersonale.

    Prima di lasciarvi la parola, per chiarire di cosa stiamo parlando, vorrei citare alcune definizioni del termine “piacere” tratte dal vocabolario Treccani:

    • Senso di viva soddisfazione che deriva dall’appagamento di desiderî, fisici o spirituali, o di aspirazioni di vario genere.

    • In senso assoluto, contrapposto a dolore, è il tema, già dall’età socratica, di considerazioni e discussioni filosofiche, spesso antitetiche, volte a stabilirne e fissarne la natura, il ruolo che riveste nel comportamento umano, la valutazione che se ne deve fare dal punto di vista etico.

    • In psicoanalisi, principio del piacere, uno dei due principî fondamentali del funzionamento psichico (l’altro è il principio di realtà), secondo il quale l’uomo tende costantemente a soddisfare i proprî bisogni al fine di ridurre la tensione che il loro insorgere aveva provocato; nel corso dello sviluppo ciò avviene dapprima tramite la soddisfazione diretta del bisogno, successivamente anche attraverso l’immaginazione e la sublimazione, e in via normale tramite l’adattamento al mondo esterno, in particolare alle persone e agli oggetti capaci di fornire gratificazione pulsionale.


    Grammatica e pragmatica dell'interazione umana

    Tra due “enti” (per “ente” intendo un essere vivente o altro sistema) possono avvenire trasmissioni di “pacchetti” classificabili come “richieste”, “risposte”, “proposte” e “dichiarazioni”.

    Per “pacchetto” intendo un messaggio, un oggetto, una combinazione di energie, un servizio e/o un impegno a fare certe cose o a partecipare a certe relazioni.

    Pertanto un “pacchetto” trasmesso da un ente A ad un ente B costituisce, o significa, una richiesta, una proposta, una risposta ad una richiesta o ad una proposta, una dichiarazione, o combinazioni di tali cose.

    Per “richiesta” intendo l’espressione (cioè manifestazione) del desiderio, del bisogno o della volontà, da parte di un ente, di ottenere una certa “cosa” da un altro ente. La cosa richiesta può essere un’informazione, un oggetto, un servizio e/o un impegno a fare certe cose o a partecipare a certe relazioni. Una richiesta può presupporre una certa relazione di sottomissione tra i due enti, per cui uno dei due è implicitamente obbligato a soddisfare le richieste dell’altro, ovvero ad obbedire all’altro.

    Per “proposta” s’intende l’espressione (cioè manifestazione) di una ipotesi di patto in cui si offre un certo pacchetto in cambio di un certo altro pacchetto. Se la risposta ad una proposta è positiva (cioè se la proposta viene accettata), le trasmissioni o le relazioni ipotetiche proposte possono (o devono) essere attuate effettivamente.

    Per “risposta” s’intende un pacchetto che dovrebbe soddisfare o respingere una “richiesta”, oppure esprimere l’accettazione o il rifiuto di una “proposta”. 

    Per “dichiarazione” (o “auto-dichiarazione”) intendo un pacchetto in cui si fa una certa affermazione (ad esempio: “X è buono” o “Y è causato da Z”  o “io sono tuo amico” o “io appartengo alla stessa comunità a cui tu appartieni”). Le dichiarazioni costituiscono anche richieste particolari in quanto chiedono all’interlocutore di “riconoscere” la verità della dichiarazione. Intendo dire che normalmente una dichiarazione è implicitamente seguita dalla domanda “sei d’accordo con quanto ho dichiarato?”. Oppure la dichiarazione è seguita implicitamente dalla richiesta “ti chiedo (o ti ordino) di credere in ciò che ho dichiarato”.

    Una dichiarazione può costituire anche la risposta ad una domanda precedentemente espressa o inespressa. Ad esempio, se uno “dichiara” che “il cielo è azzurro”, tale dichiarazione costituisce la risposta alla domanda: “di che colore è il cielo?”. Se la dichiarazione risponde ad una domanda che l’interlocutore non ha fatto e che non gli interessa fare, si potrebbe dire che si tratta di una dichiarazione “inutile” o “noiosa”.

    La vita sociale consiste nella continua trasmissione e ricezione di “pacchetti” interpersonali (richieste, proposte, risposte, dichiarazioni) tra individui, ognuno dei quali decide (consciamente o inconsciamente) cosa chiedere agli altri e come rispondere alle richieste, proposte o dichiarazioni altrui.

    Allo scopo di gestire le interazioni sociali nel modo più soddisfacente per le persone coinvolte, conviene che ciascuna di esse si faccia delle domande (o le faccia ai suoi interlocutori) mirate a qualificare e decifrare correttamente i “pacchetti” ricevuti.

    In particolare è importante capire:

    • se un pacchetto costituisce una richiesta, una risposta, una proposta o una dichiarazione

    • quale sia l’oggetto della richiesta o della proposta

    • in caso di dichiarazione, il motivo, ovvero qual’è la domanda implicita a cui risponde e quale la domanda implicita che pone

    • quanto la risposta soddisfa la richiesta a cui si riferisce

    • la relazione tra i due enti coinvolti sottintesa o implicita nel pacchetto trasmesso

    • in caso di proposta: quali siano i termini esatti del patto, ovvero cosa il proponente offre e cosa chiede in cambio, ovvero il tipo di relazione che il proponente cerca di stabilire

    • ecc.


    Comunità evolutive

    In questo articolo immagino la costituzione di comunità orientate al miglioramento della società.

    Introduzione

    La comunità evolutiva (CE) è un’associazione informale costituita da un piccolo numero di persone (minimo 2, massimo 25-50) il cui scopo è quello di raccogliere, condividere, concepire e sperimentare idee efficaci per far evolvere l’umanità verso forme di convivenza, interazione e collaborazione il più possibile rispettose dei bisogni e dei diritti di ogni essere umano.

    La comunità evolutiva è un ambiente in cui ogni membro può soddisfare i due bisogni umani fondamentali: quello di appartenenza e quello di individuazione. Si soddisfa il bisogno di appartenenza in quanto si può interagire e collaborare in modo efficace e intenso; si soddisfa il bisogno di individuazione in quanto si ha la possibilità di esprimere, all’interno della comunità, la propria originalità e creatività senza timore di suscitare ostilità o critiche conformistiche.

    Organizzazione della CE

    La CE non ha una struttura direttiva formale. Ad ogni riunione viene eletto a maggioranza un moderatore che la conduce e, se utile, ne fa un resoconto.

    Eventuali incarichi sono assegnati dalla maggioranza dei membri per una durata di tempo variabile.

    All’occorrenza, la CE può chiedere ai membri il pagamento di una quota di iscrizione e/o la partecipazione alle spese comuni. In tal caso è necessaria la nomina di un amministratore della cassa.

    Attività interne ed esterne

    I membri della CE interagiscono mediante discussioni, interazioni e simulazioni, allo scopo di valutare e ottimizzare idee e proposte avanzate da ciascuno (ogni membro può proporre temi su cui riflettere collettivamente).

    Dato lo scopo della CE, le idee trattate riguardano soprattutto le scienze e discipline umane e sociali, e in particolare psicologia, sociologia, psicologia sociale, filosofia, etica, politica, antropologia, comunicazioni di massa, internet, storia, economia, letteratura ecc..

    Le attività della CE non sono segrete né confidenziali. Ogni membro è libero di farle conoscere all’esterno a chiunque e come meglio crede, anche al fine di incentivare ulteriori richieste di partecipazione.

    Eventuali attività e contatti tra una CE e personalità o istituzioni esterne sono lasciate alla libera iniziativa dei membri.

    Crescita e moltiplicazione delle CE

    Non ci sono requisiti formali per poter entrare a far parte di una CE, se non la condivisione dei suoi obiettivi.

    L’accettazione di nuovi membri è soggetta all’approvazione della maggioranza dei membri attivi, i quali possono anche espellere quei membri il cui comportamento non è ritenuto coerente o compatibile con gli obiettivi della CE.

    Quando i membri di una CE raggiungono un numero consistente (circa 25-50) essa si scinde in due o più CE.

    Luoghi d’incontro e mezzi di comunicazione

    La CE si riunisce periodicamente e/o estemporaneamente in luoghi fisici come abitazioni private, locali pubblici, luoghi aperti, oppure ambienti virtuali come Skype (in cui si possono fare conversazioni con un massimo di 25 persone), social network, forum o altre piattaforme di comunicazione via Internet.

    Le comunicazioni tra i membri avvengono soprattutto a voce, di persona, via telefono o piattaforme vocali internet (con o senza webcam) e, se utile, anche per iscritto via email o altri mezzi telematici.

    La CE utilizza, se possibile, un sito web per condividere il materiale raccolto e prodotto, sia all’interno che all’esterno della comunità stessa, offrendolo sia al il pubblico che ad altre CE, e pubblicizzare la CE nei mass media.

    Collegamenti e federazione tra CE

    Le comunità evolutive possono registrarsi in un sito web in cui sono elencati i recapiti e gli indirizzi dei rispettivi siti web.

    E’ auspicabile la formazione di una federazione che favorisca la condivisione delle risorse e coordini le attività di tutte le CE a livello nazionale e comunale, nella prospettiva che esse possano, in prospettiva futura, avere un peso politico e influenzare le scelte parlamentari e governative.

    Temi di particolare interesse per le CE

    Le CE si interessano soprattutto di problematiche riguardanti l’interazione tra esseri umani a livello individuale e di gruppo, come, ad esempio, le difficoltà di comunicazione e di reciproca accettazione, il conformismo, le differenze umane, l’intolleranza per le diversità, l’educazione dei bambini e dei giovani, la manipolazione delle masse attraverso i mass media, la solitudine, l'egoismo, la scarsità di senso civico, l’etica, la libertà di espressione e di azione, le religioni, l'economia, la globalizzazione economica, l’ecologia, il divario tra ricchi e poveri, l’assistenza alle persone svantaggiate, la solidarietà ecc. [da completare].

    Sul concetto di interazione

    Il concetto di “interazione” è, a mio parere, uno dei più importanti, forse il più importante per ogni essere vivente, e per l’uomo in particolare.

    Il vocabolario Treccani definisce così l’interazione: “Azione, reazione, influenza reciproca di cause, fenomeni, forze, elementi, sostanze, agenti naturali, fisici, chimici, e, per estens., psicologici e sociali.”

    Tale definizione, per quanto precisa e ineccepibile, non rende giustizia dell’assoluta importanza delle interazioni per gli esseri viventi. Infatti potrebbe far pensare alle interazioni come eventi opzionali, occasionali, eventuali, non indispensabili per la vita degli esseri che le praticano consciamente o inconsciamente.

    In realtà ogni organismo o organo vivente, materiale o immateriale, dalle cellule ai componenti della mente, incluso l’io cosciente, sono in continua interazione tra di loro e con l’ambiente esterno, e da tali interazioni dipende la loro vita, la loro salute e la loro funzionalità.

    L’interazione tra due entità consiste in una serie di transazioni bidirezionali, correlate nel senso che una transazione è influenzata da quelle precedenti e/o influenza quelle successive o contribuisce a dare loro un certo significato. Una transazione tra due entità consiste nel trasferimento di informazioni, oggetti, sostanze o energie da un’entità all’altra. L’interazione più semplice consiste in una  transazione da A a B a cui segue, in risposta, una transazione tra B ed A. In altre parole, una interazione semplice consiste in un'azione a cui segue una reazione.

    Il succedersi abituale, e in una certa misura prevedibile, di interazioni tra due entità, costituisce ciò che chiamiamo “relazione”.

    Il modo in cui un’entità B, dopo aver ricevuto una transazione da un’entità A, reagisce rispondendo ad A, non è mai casuale (o lo è solo in minima parte), ma dipende da una “logica” o “algoritmo” presente nella mente di B.

    Un’interazione complessa è un’interazione che non si limita ad un’unica azione a cui segue un’unica reazione, ma si estende nel senso che una reazione da B verso A può dar luogo ad una ulteriore reazione da A verso B e così di seguito. In altre parole, in un’interazione complessa, ogni transazione è al tempo stesso un’azione e una reazione, cioè è al tempo stesso causa ed effetto di un’altra transazione.

    Le transazioni, le interazioni e le relazioni tra entità viventi (a tutti i livelli) servono a soddisfare i loro bisogni vitali o desideri, e sono determinate dalle rispettive “menti”, nel senso batesoniano del termine. In tal senso, anche le cellule hanno una loro mente, che regola le loro transazioni, ovvero le loro azioni e reazioni verso entità viventi adiacenti, in modo da ottenere ciò di cui hanno bisogno per soddisfare i loro bisogni e/o desideri.

    D'altra parte la mente umana (intesa come la parte appresa, quella associata alle aree corticali del cervello) si forma attraverso le interazioni con altri umani, come ci insegna George Herbert Mead. Possiamo pertanto dire che la mente umana è al tempo stesso un prodotto sociale, e uno strumento che serve a gestire relazioni sociali.

    Dalla qualità delle interazioni con l’ambiente adiacente, dipende dunque la sopravvivenza, la salute e la soddisfazione di ogni entità vivente.

    Se una relazione tra due entità viventi è “insoddisfacente”, ciò dipende da un insufficiente “adattamento” (o compatibilità) tra le entità stesse. Il “disadattamento” può essere causato da una malformazione, ipoformazione o inadeguatezza della “mente” di una delle entità o di entrambe, oppure da condizioni materiali che non permettono ad un'entità di trasmettere all’altra ciò di cui quella ha bisogno.

    Usare il concetto di “interazione” come chiave di comprensione delle problematiche ecologiche, sociologiche e psicologiche è molto utile, anzi, direi indispensabile per tentare di migliorare se stessi, le proprie relazioni sociali e l’ambiente urbano e naturale. Il vantaggio essenziale di tale approccio, che possiamo definire “relazionale” è che ci induce ad analizzare i problemi di convivenza tra entità non come insiti ontologicamente in qualche entità, ma sempre nell’interazione tra due o più entità, e in senso adattivo.

    Per concludere, per capire i problemi ecologici, sociali e psicologici, e per proporre soluzioni migliorative, è importante analizzare le relazioni tra gli attori in gioco in quanto “agenti” che interagiscono secondo certe logiche “mentali”, le quali possono essere più o meno adeguate in senso bilateralmente adattivo.

    La faccenda è resa ancora più complessa dal fatto che un’entità vivente non interagisce solo con un altra, ma con una moltitudine di altre, e la relazione tra due entità A e B può essere influenzata dalla relazione tra A e C e così via, in una miriade di influenze reciproche.  Ma anche a fronte di questa problematica multilateralità, l’approccio relazionale, che si basa sull’analisi delle varie interazioni, è indispensabile per comprendere le cause delle disfunzioni e per tentare di ripararle.

    Gradimento interpersonale - Problemi, requisiti, costi ecc.

    Quando una persona A incontra una persona B, ciascuna ha dei desideri nei confronti dell’altra. Quando un certo numero di desideri di A nei riguardi di B vengono soddisfatti, possiamo dire che A gradisca B (relativamente a quei desideri).

    È interessante osservare che normalmente A desidera essere gradito a B e viceversa, e che una delle condizioni per cui B gradisca A e che A gradisca B, e viceversa. In altre parole, il gradimento, come pure lo sgradimento, sono normalmente reciproci.

    Che cosa una persona A dovrebbe fare, e cosa non fare, per essere gradita a una persona B? Più precisamente, cosa dovrebbe fare una persona A in generale, e cosa in particolare verso una persona B, affinché sia gradita a questa?

    Proviamo ad affrontare il problema con un approccio sistemico, e chiediamoci come A dovrebbe comportarsi per essere gradito a B. Tuttavia dobbiamo, prima di tutto, chiederci se A può essere gradito a B semplicemente conformando il proprio comportamento ai desideri di B, oppure se ci possono essere impedimenti al gradimento di A da parte di B che non dipendono dal comportamento di A, ma da altre condizioni, come l’appartenenza di A a certe categorie o gruppi.

    Per esempio, supponiamo che A abbia una carnagione nera e che B provi repulsione per qualsiasi persona di carnagione nera. In tal caso A non potrà mai essere gradito a B, qualsiasi cosa faccia o non faccia (dato che non può cambiare il colore della sua pelle).

    Altri esempi di impossibilità di gradimento sono proprietà, qualità e appartenenze non modificabili o solo parzialmente modificabili come: la nazionalità, l’etnia, l’aspetto fisico, il livello di intelligenza, le parentele, la reputazione pubblica ecc.

    Sgombriamo per ora il campo dai casi di impossibilità di gradimento indipendenti dal comportamento o non riparabili, e occupiamoci dei casi in cui sia possibile ottenere il gradimento semplicemente adattando il proprio comportamento ai desideri altrui.

    Affinché ciò avvenga ci sono i seguenti presupposti:

    • A deve conoscere i desideri di B che lo riguardano;

    • A deve avere la capacità e la possibilità di modificare il proprio comportamento per accontentare B;

    • Il costo per A della modifica del suo comportamento per accontentare B deve essere inferiore al valore (per A) del gradimento di A da parte di B.

    Affinché A possa conoscere i desideri di B che lo riguardano, ci sono due vie. La prima è che B dica esplicitamente ad A come desidera che A si comporti (in generale, e verso B in particolare). La seconda è che B sia tanto intelligente, colto e sensibile da interpretare i desideri di B senza che questo li riveli esplicitamente.

    Cosa può desiderare una persona A da una persona B? Faccio alcune ipotesi:

    • che B trovi A di suo gradimento;

    • che B trovi A simpatico, interessante, attraente, buono, intelligente, sapiente ecc.;

    • che B sia sempre disponibile ad aiutare A;

    • che B sia sempre disponibile a servire A;

    • che B sia sempre disponibile a collaborare con A;

    • che B non nasconda nulla ad A;

    • che B non dica mai bugie ad A;

    • che B non competa con A;

    • che B non faccia sentire A inferiore in alcun campo;

    • che B non critichi e non disapprovi A;

    • che B non rimproveri nulla ad A;

    • che B non chieda ad A di aiutarlo oltre una certa misura;

    • che B non chieda ad A di servirlo oltre una certa misura;

    • che B rispetti la sfera privata di A e non voglia conoscere i suoi segreti;

    • che B non ostacoli i progetti di A;

    • che B non sia amico dei nemici di A;

    • che B non sia nemico degli amici di A;

    • che B non faccia perdere troppo tempo ad A;

    • che B non abbia idee o opinioni contrarie a quelle di A;

    • che B abbia gusti affini a quelli di A;

    • che B abbia preferenze politiche affini a quelle di A;

    • che B abbia voglia di incontrare A;

    • che B abbia voglia di conversare con A;

    • che B abbia interessi simili a quelli di A;

    • che B non sia più bravo, più intelligente, più abile, più competitivo di A;

    • che B non appartenga a categorie o gruppi disprezzati da A;

    • che B non apprezzi persone disprezzate da A;

    • che B non disprezzi persone apprezzate da A;

    • che B non ami persone odiate da A;

    • che B non odi persone amate da A;

    • ecc.

    Dalla precedente lista si può avere un’idea di quanto possa costare per A essere gradito a B e della misura in cui tale gradimento sia possibile. In altre parole, si può avere un’idea della compatibilità tra A e B.

    Considerazioni conclusive

    Il gradimento tra individui è un tema molto importante perché da da esso dipendono le possibilità di cooperazione e i rischi di conflitto tra noi e gli altri. Perciò è opportuno chiedersi in quale misura siamo graditi agli altri,  cosa possiamo fare per aumentare il gradimento e se ne vale la pena, considerando la misura in cui gli altri ci sono graditi.

    La gelosia spiegata con l'interazionismo

    Secondo l'Enciclopedia della psicologia di U. Galimberti, la gelosia è "lo stato emotivo determinato dal timore, fondato o infondato, di perdere la persona amata nel momento in cui questa rivela affezione verso un'altra persona".

    Usando un approccio interazionista, per spiegare la gelosia dobbiamo mettere al primo posto il bisogno primario di interazione sociale (comune ad ogni essere umano) e le varie strategie inconsce che esso può adottare per soddisfare tale bisogno e, una volta soddisfatto, evitare che le interazioni abituali vengano in futuro a mancare.

    Non possiamo quindi fare a meno di considerare che le interazioni umane avvengono in un regime di concorrenza e relativa carenza di "risorse" nel senso che non tutte le persone sono disposte ad interagire con chi lo vorrebbe, senza contare che una persona può interagire solo con un numero limitato di persone per ovvi motivi pratici.

    Si presuppone inoltre che, chi può, sceglie, sia pure inconsciamente, le persone con cui interagire in funzione del massimo vantaggio (in termini materiali o spirituali) che prevede possa ottenere dall'interazione stessa.

    Da ciò consegue che, per un soggetto, il rischio (reale o percepito) di perdita della possibilità di interazione con la persona amata è inversamente proporzionale al proprio grado di competitività sessuale o sociale (reale o percepito), e quindi anche alla propria autostima, e direttamente proporzionale all'attrattività della persona amata, che la espone alle attenzioni di potenziali rivali.

    Un'altra considerazione da fare riguarda l'esclusività delle interazioni e cioè l'idea che una persona che abbia un certo tipo di interazioni con qualcuno non abbia diritto di avere lo stesso tipo d'interazione anche con altri.

    Parlando di relazioni coniugali o amorose questo è generalmente il caso nella maggior parte delle culture, ma non possiamo escludere che l'esigenza di esclusività abbia anche origini genetiche, come suggerito dal comportamento di molti animali in cui i maschi non tollerano che le loro femmine siano oggetto di attenzione da parte di altri maschi e sono pronti a rischiare la vita per respingerli aggredendoli.

    Volendo trascurare le origini genetiche, potremmo supporre che se la cultura di riferimento di un individuo ammettesse la promiscuità sessuale o la poligamia, forse la gelosia non esisterebbe o sarebbe molto meno sentita, anche perché sarebbero possibili situazioni in cui l'individuo non perderebbe del tutto la possibilità di interagire con la persona amata dividendo parzialmente con un'altra persona il tempo di interazione della prima.

    Un altro elemento da considerare è l'economia delle interazioni di un soggetto, cioè con quante altre persone esso interagisce e in che modo, cioè la qualità delle sue interazioni.

    Ci sono persone che, per motivi che non voglio qui analizzare, hanno molte interazioni con tante persone diverse, tali da soddisfare globalmente a sufficienza i propri bisogni di interazione, mentre altre tendono a concentrare le loro interazioni su poche persone, arrivando al caso limite di avere una sola persona con cui interagisce in modo soddisfacente.

    E' evidente che la gelosia sarà tanto più forte quanto più il tempo di interazione sarà concentrato solo sulla persona amata.

    Riepilogando, i fattori principali alla base della gelosia sono:

    • il bisogno primario di continuare ad interagire con la persona amata

    • un timore eccessivo che l'interazione possa cessare per:

      • la presenza di concorrenti temibili

      • una scarsa competitività del soggetto (reale o percepita)

      • l'attrattività della persona amata

      • il principio morale interiorizzato dell'esclusività delle relazioni erotiche o coniugali, che impedisce la condivisione con altre persone del tempo di interazione


    • la concentrazione del tempo di interazione "buona" del soggetto solo sulla persona amata, che la rende in tal modo insostituibile, e tragica la sua eventuale perdita

    Se è vero, come credo, che una certa dose di gelosia sia sana, vediamo come si può affrontare il caso di una persona affetta da gelosia eccessiva o morbosa, per ridurre tale sentimento a proporzioni accettabili.

    La soluzione potrebbe essere quella di convincere il soggetto a sottoporsi ad una psicoterapia in cui verranno analizzati e discussi i fattori sopraelencati che agiscono nella sua particolare gelosia, eventualmente con tecniche di desensibilizzazione facendo uso di scenari ipotetici, costruiti in collaborazione tra paziente e terapeuta, in cui si immagina che la persona amata interagisca in vari modi con altre persone.

    In tale terapia verrà soprattutto esaminato il grado di autostima del soggetto e si cercherà di determinare se la sua autovalutazione sia fondata o infondata, tenendo conto del fatto che una valutazione infondata potrebbe essere stata causata da errori educativi o traumi subiti in giovane età, per cui un approccio misto, cognitivista e psicodinamico potrebbe essere appropriato.

    Lo stesso metodo si applicherà a tutti gli altri fattori sopra elencati, finché il paziente avrà acquisito consapevolezza dei fenomeni in gioco e la capacità di valutarli realisticamente e con il dovuto distacco.

    Come io vedo il mondo

    Io penso che la visione del mondo di una persona sia una costruzione della sua coscienza, che io chiamo anche “io cosciente”.

    Io divido l'io cosciente in tre parti che interagiscono tra loro e non potrebbero esistere l'una senza le altre: la parte cognitiva, la parte emotiva (o sentimentale) e la parte motiva (o motivazionale). La parte cognitiva ci permette di conoscere, memorizzare e riconoscere forme, idee, oggetti e loro concatenazioni; la parte emotiva ci fa provare piaceri e dolori di vario tipo e di varia intensità associati a certe percezioni; la parte motiva ci fa volere, desiderare e scegliere cose che aumentano i nostri piaceri e riducono i nostri dolori, o promettono di farlo.

    Il piacere e il dolore (nelle loro varie forme più o meno materiali o ideali) sono le cose più reali (forse le uniche certamente reali) in quanto sentimenti che proviamo direttamente e immediatamente. Infatti chi prova un pacere o un dolore lo prova realmente, non si illude di provarlo, anche se quel sentimento può essere causato da idee di cose immaginarie e inesistenti come spiriti o divinità.

    I piaceri e i dolori sono legati rispettivamente alla soddisfazione e all'insoddisfazione di bisogni e di desideri, sia innati che acquisiti.

    Al di fuori dei sentimenti, tutto ciò che percepiamo consiste in informazioni, cioè comunicazioni, trasformazioni, elaborazioni, supposizioni, ricordi parziali e deformati, e astrazioni (a vari livelli) di fenomeni reali.

    In altre parole, noi non percepiamo (né ricordiamo) la realtà in quanto tale, ma riduzioni (cioè mappe) di essa, e una mappa non è il territorio che rappresenta, così come una parola non è la cosa da essa evocata.

    Inoltre non possiamo percepire né capire le cose in sé, ma solo le relazioni e le interazioni tra le cose, relazioni e interazioni che sono il risultato di leggi fisiche, del caso e di logiche algoritmiche (consce o inconsce) memorizzate nelle menti degli esseri viventi (piante, animali ed esseri umani). In altre parole, l'unica forma di conoscenza realistica è relazionale, sistemica e sentimentale, non ontologica.

    Da un punto di vista logico (non fisico) Io divido il mondo in quattro parti che interagiscono intimamente tra loro:

    • il mio io cosciente (la mia coscienza)

    • il resto del mio corpo

    • gli altri esseri umani

    • il resto del mondo

    Le relazioni e interazioni tra queste parti e tra le parti di queste parti sono l'oggetto delle scienze naturali e di quelle umane e sociali, scienze che dovrebbero essere sempre considerate unitariamente e non come specialità separate, perché è impossibile capire le une senza capire le altre.

    Come ogni essere umano, non posso fare a meno della cooperazione con altri umani, ma questa è difficile perché gli altri sono disposti a cooperare con me solo a condizione che io mi comporti conformemente a certe forme e a certe modalità, con certi obblighi e certi divieti, secondo i loro bisogni e desideri. Questo limita la mia libertà di comportarmi come più mi piace e mi interessa, e anche di pensare liberamente, perché non si possono nascondere a lungo i propri pensieri.

    Per quanto riguarda le relazioni tra esseri umani, mi pare che siano il risultato di quattro tendenze istintive fondamentali: cooperazione, competizione, selezione e imitazione, tendenze spesso ignorate, negate o dissimulate.

    Considero gli esseri umani prevalentemente ignoranti, stupidi, falsi e cattivi, chi più, chi meno, e considero la cattiveria un prodotto dell’ignoranza, della stupidità e della falsità, oltre che una pulsione istintiva a sé stante, che dobbiamo tenere a freno per evitare sciagure a livello individuale e sociale.

    Purtroppo non conviene dire a una persona che è ignorante, stupida, falsa o cattiva, perché si offenderebbe e reagirebbe aggressivamente. Pertanto viviamo nella paura di giudicare, e di conseguenza rispettiamo la cattiveria, l’ignoranza, la stupidità e la falsità, con tutti i disturbi mentali e i problemi sociali che tale rispetto comporta.

    Io sono per il progresso intellettuale, civile e morale, ma questo incontra la dura e a volte aggressiva resistenza di coloro che preferiscono conformarsi al mondo così com’è piuttosto che cercare di migliorarlo, e per giustificare il loro conservatorismo affermano che la società non può essere migliorata.

    Per concludere, per me il mondo è un complesso di fenomeni tra loro correlati che causano piaceri e dolori a noi umani e ad altre forme di vita, e che ci costringono a fare delle scelte di comportamento, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli altri, per massimizzare i piaceri e minimizzare i dolori, propri e altrui. L'obiettivo è ottenere la massima collaborazione e benevolenza da parte degli altri al minimo costo in termini di dolore, fatica, noia, limitazioni della propria libertà e catastrofi naturali e sociali.

    The Ten Unwritten Rules of Social Relationships

    Copia di un articolo in http://www.uovonero.com/catalogo/i-raggi/403-le-regole-non-scritte-delle-relazioni-sociali che presenta il libro "Le regole non scritte delle relazioni sociali" di Temple Grandin e Sean Barron

    Una zoologa e un giornalista, entrambi autistici, aiutano a decodificare i misteri della vita sociale da una prospettiva unica.

    Le relazioni sociali si basano su una fitta rete di regole non scritte che la maggior parte delle persone apprende spontaneamente fin dai primi mesi di vita. Questo non avviene però nelle persone con disturbi dello spettro autistico, che spesso hanno bisogno di impararle attraverso lo studio, esattamente come si fa con una materia scolastica. In questo libro la più famosa persona autistica del mondo,Temple Grandin (nota anche al grande pubblico dopo il film biografico del 2010 con Claire Danes), insieme al giornalista Sean Barron, rivela come anche le situazioni più semplici e quotidiane possano nascondere mille insidie per le persone con disturbi dello spettro autistico; ma ci mostra anche che chiunque, a volte, pur non essendo autistico, può riconoscersi nelle stesse difficoltà relazionali e che la conoscenza dell’autismo può aiutare ciascun essere umano a comprendere meglio se stesso e l’ambiente sociale che lo circonda.

    "Questo libro è dedicato alle persone con disturbi dello spettro autistico, che ogni giorno lottano per comprendere se stesse e il mondo circostante, e ai genitori, agli insegnanti e agli altri operatori che le aiutano a farlo"
    Temple Grandin

    "Le dieci regole fondamentali sintetizzate in questo libro (e le numerose regole secondarie disseminate nel testo) costituiscono il materiale di base per lo studio di quei comportamenti che rappresentano un solido lasciapassare perché le persone con disturbi dello spettro autistico possano accedere con buone probabilità di successo a gran parte delle situazioni sociali. Ma possono essere anche un interessante ripasso per i cosiddetti neurotipici, la cui adeguatezza sociale è spesso tutt'altro che scontata".
    Dalla prefazione all'edizione italiana di Enza Crivelli


    LE REGOLE NON SCRITTE DELLE RELAZIONI SOCIALI
    di Temple Grandin e Sean Barron
    Traduzione di Federica Garlaschelli
    Edizione italiana a cura di Enza Crivelli
    collana i raggi
    400 pagine - 14 x 20,5 cm
    ISBN 978-88-96918-27-2
    20 euro
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    La versione inglese del libro è scaricabile da qui

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    Seguono due liste tratte dal libro.

    The Ten Unwritten Rules of Social Relationships
    1. Rules are Not Absolute. They are Situation-based and People-based.

    2. Not Everything is Equally Important in the Grand Scheme of Things.

    3. Everyone in the World Makes Mistakes. It Doesn't Have to Ruin Your Day.

    4. Honesty is Different than Diplomacy.

    5. Being Polite is Appropriate in Any Situation.

    6. Not Everyone Who is Nice to Me is My Friend.

    7. People Act Differently in Public than They Do in Private.

    8. Know When You're Turning People Off.

    9. "Fitting In" is Often Tied to Looking and Sounding like You Fit in.

    10. People are Responsible for Their Own Behaviors.

    The rules of "Perspective Taking"
    1. Recognizing the thoughtful presence of another person

    2. Recognizing the individuality of another person

    3. Recognizing that another person has his or her own personal set of emotions

    4. Recognizing and responding to the fact that another person has his or her own set of desires and motives

    5. Recognizing that another person has his or her own personality

    6. Having an intuitive desire to learn about others' interests and personal histories

    7. Developing and using memory of a person to facilitate and sustain interpersonal relationships, as well as create a base of understanding about that person's potential actions

    8. Formulating language to inquire about another person's interests

    9. Understanding social conventions surrounding specific environments

    10. Understanding social conventions specific to social contexts

    11. Staying aware of the shifting internal states of the communicative partner through eye contact.



    Modelli di comportamento, bisogni e omeostasi sentimentale

    Il comportamento di un essere umano, quando non è volontariamente casuale, segue certe logiche consce e/o inconsce. Le logiche di comportamento consistono nella riproduzione (copia, imitazione, ripetizione) di certi modelli di comportamento appresi dal soggetto in qualche fase della sua vita.

    I modelli di comportamento costituiscono strategie di soddisfazione dei bisogni, nel senso che attraverso la loro riproduzione, e solo attraverso essa, l'individuo riesce a soddisfare i propri bisogni ottenendo la necessaria cooperazione da parte degli altri.

    L’uomo apprende spontaneamente modelli di comportamento, per un bisogno di imitazione geneticamente determinato. Infatti la vita sociale non sarebbe possibile senza l’apprendimento e la riproduzione di modelli.

    Un individuo non copia direttamente il comportamento di altri individui, ma lo fa indirettamente e inconsciamente, attraverso modelli che il soggetto costruisce nella propria mente osservando il comportamento altrui.

    Da bambini siamo premiati quando riproduciamo i modelli desiderati dai nostri educatori, puniti quando non li riproduciamo o non lo facciamo abbastanza fedelmente. In tal modo apprendiamo una quantità di modelli di comportamento a cui attribuiamo valori che dipendono dalla cultura in cui siamo stati educati.

    Ogni essere umano riproduce continuamente (consciamente o inconsciamente) modelli di comportamento che sono al tempo stesso modelli di interazione, di partecipazione, di integrazione sociale e di pensiero.

    Comportamenti, azioni, gesti, pensieri che non seguano qualche modello socialmente condiviso sono possibili, ma molto rari e difficili da attuare in quanto richiedono uno sforzo di volontà e di autocontrollo in tal senso. D'altra parte, l'apprendimento umano è basato sull'imitazione di modelli e tutto ciò che abbiamo appreso è parte di modelli.

    Ad ogni transazione sociale viene attribuito un significato facendo riferimento a qualche modello condiviso. Quando non si trova un modello corrispondente, la transazione viene percepita come strana o violenta.

    I mass media presentano modelli di comportamento pronti da riprodurre, da imitare, da indossare, con ruoli predefiniti da assumere, che promettono una soddisfacente partecipazione sociale e/o la soddisfazione di bisogni individuali

    Siamo talmente dipendenti dai modelli di comportamento, che abbiamo una preoccupazione strutturale a tale riguardo. Viviamo sempre, consciamente o inconsciamente, nel timore che  stiamo riproducendo modelli sbagliati, che non stiamo riproducendo abbastanza bene i modelli che abbiamo adottato o che non stiamo riproducendo alcun modello. In altre parole, abbiamo paura di non aver appreso modelli condivisi, o di non averli appresi abbastanza bene, o di non essere capaci di riprodurli abbastanza bene.

    Quando il nostro grado di imitazione di un certo modello (cioè la nostra performance quantitativa e qualitativa rispetto alla sua riproduzione) è sotto una certa soglia, si genera in noi un'ansia e una motivazione a migliorare la riproduzione del modello stesso. L'ansia si genera anche quando non sono ben definiti i modelli da imitare. Quando invece abbiamo la sensazione di aver riprodotto abbastanza bene i nostri modelli preferiti, proviamo soddisfazione, gioia e un senso di sicurezza.

    Suppongo che nella psiche di ogni essere umano vi sia un sistema omeostatico inconscio che sorveglia in ogni momento il grado (quantitativo e qualitativo) di imitazione dei modelli sociali adottati e innesca sentimenti di piacere o dolore per spingere l’individuo, rispettivamente, a mantenere la riproduzione se buona, e a correggerla se cattiva o carente. Dato che questa omeostasi fa leva sui sentimenti, mi piace chiamarla omeostasi sentimentale.

    L'omeostasi sentimentale sopra descritta (che io chiamo "mimetica") non è l'unico processo che regola il comportamento dell'individuo.  Infatti essa è affiancata da un'omeostasi (anch'essa sentimentale) di livello funzionale più alto, che sorveglia la soddisfazione di tutti i bisogni e che innesca sentimenti piacevoli quando i bisogni vengono soddisfatti, spiacevoli quando sono insoddisfatti. Userò l'aggettivo motivazionale per distinguere questa omeostasi da quella mimetica.

    L'omeostasi mimetica può essere più o meno coerente o contrastante rispetto a quella motivazionale. Ciò dipende dalla misura in cui un certo modello di comportamento è in grado di soddisfare i bisogni del soggetto.

    A conclusione di quanto sopra, faccio le seguenti considerazioni.

    • Dovremmo cercare di conoscere le caratteristiche generali dei modelli di comportamento nostri e altrui piuttosto che aspetti di dettaglio o particolari degli stessi.

    • Dovremmo chiederci in quale misura i modelli di comportamento nostri e altrui soddisfano i bisogni nostri e altrui.

    • Un modello di comportamento può essere modificato a livello individuale mediante una psicoterapia o un processo di automiglioramento, a livello sociale mediante una negoziazione esplicita delle modifiche in modo da migliorare la soddisfazione dei bisogni degli interessati.

    • Se vogliamo migliorare la società dobbiamo migliorare i modelli di comportamento che regolano le interazioni sociali.


    Le persone che incontrerò

    Ho chiesto a ChatGPT: scrivi una poesia di circa 200 parole dal titolo "Le persone che incontrerò". Questa la sua risposta:


    Le persone che incontrerò

    In queste strade di vita incrociata,
    cammino cercando volti nuovi e antichi,
    persone che incontrerò, destini intrecciati,
    in un mosaico di storie uniche e simili.

    Alcuni passeranno come brezza leggera,
    toccheranno il cuore con un sorriso fugace,
    lasciando un'orma lieve nella sfera
    della memoria, sfumatura di un abbraccio di pace.

    Altri saranno rocce, fermi punti di riferimento,
    muri contro cui appoggiarsi nei momenti duri,
    custodi di segreti, custodi del tempo,
    insegnando la forza nelle tempeste oscure.

    Incontrerò anime vibranti, come note di una melodia,
    che danzeranno con me sotto il cielo stellato,
    portando con sé la gioia, in pura armonia,
    colorando la vita come un quadro amato.

    Ci saranno quelli che, come specchi, rifletteranno
    le parti di me che non conoscevo ancora,
    sfidando i miei limiti, aiutandomi a crescere piano,
    in un viaggio di scoperta che mai s'ignora.

    E in questo cammino di incontri e partenze,
    ogni persona sarà un capitolo, una storia da raccontare,
    insieme tessiamo il tessuto delle nostre esistenze,
    ogni incontro, un prezioso filo da conservare.

    Così guardo avanti, con occhi pieni di speranza,
    sapendo che ogni anima che incontrerò
    porterà con sé una lezione, una danza,
    nell'infinita avventura che la vita mi darà.



    Ho fatto la stessa richiesta in francese e il risultato mi sembra ancor più interessante:


    Les gens que je rencontrerai

    Dans le tissu de mes jours, je croiserai
    Des âmes errantes, des étoiles perdues,
    Les gens que je rencontrerai,
    Éclats de vie, destins tissus.

    Certains seront comme des ombres fugaces,
    Leur passage léger, presque insaisissable,
    Dans le ballet de l'espace,
    Leurs empreintes, douces et ineffables.
    D'autres, telles des tempêtes, secoueront mon être,
    Leurs voix résonnant comme des tambours,
    Dans le creux de mon cœur, un univers à naître,
    Leurs histoires tissant les fils de mes jours.

    Il y aura des sourires, des larmes partagées,
    Des regards qui parlent plus que les mots,
    Dans ce voyage, des vérités échangées,
    Chaque rencontre, un nouveau tableau.

    Je rencontrerai des yeux remplis d'étoiles,
    Porteurs de rêves, de désirs inavoués,
    Dans chaque pupille, une histoire qui dévoile
    Les mystères de l'âme, les chemins égarés.

    Chaque personne sera un livre ouvert,
    Une page dans le grand roman de la vie,
    Leurs mots, un pont vers l'univers,
    Des liens tissés, dans l'éphémère infini.

    Dans cette mosaïque d'existences croisées,
    Chaque rencontre, un reflet de l'humanité,
    Un miroir de mes propres pensées,
    Dans le labyrinthe de la réalité.

    Ainsi, je marcherai sur le chemin de la vie,
    Rencontrant des âmes, des cœurs, des esprits,
    Dans cette quête de sens, de beauté infinie,
    Les gens que je rencontrerai, des étoiles dans ma nuit.

    TRADUZIONE ITALIANA

    Le persone che incontrerò

    Nel tessuto dei miei giorni, mi imbatterò in
    Anime erranti, stelle perdute,
    Persone che incontrerò,
    Frammenti di vita, destini di stoffa.

    Alcuni saranno come ombre fugaci,
    Il loro passaggio leggero, quasi inafferrabile,
    Nel balletto dello spazio,
    Le loro impronte, morbide e ineffabili.
    Altri, come tempeste, scuoteranno il mio essere,
    Le loro voci risuoneranno come tamburi,
    Nella cavità del mio cuore, un universo che nascerà,
    Le loro storie tesseranno i fili dei miei giorni.

    Ci saranno sorrisi e lacrime condivise,
    Sguardi che parlano più delle parole,
    In questo viaggio, verità scambiate,
    Ogni incontro un nuovo scenario.

    Incontrerò occhi pieni di stelle,
    portatori di sogni e desideri inconfessati,
    In ogni pupilla, una storia che rivela
    I misteri dell'anima, i sentieri perduti.

    Ogni persona sarà un libro aperto,
    Una pagina del grande romanzo della vita,
    Le loro parole, un ponte verso l'universo,
    Collegamenti intessuti nell'infinita effimerità.

    In questo mosaico di esistenze che si intersecano,
    Ogni incontro è un riflesso dell'umanità,
    Uno specchio dei miei pensieri,
    Nel labirinto della realtà.

    Così percorrerò il sentiero della vita,
    Incontrando anime, cuori e menti,
    In questa ricerca di significato, di infinita bellezza,
    Le persone che incontro sono stelle nella mia notte.

    Il bisogno di interazione e l'interdipendenza dei bisogni

    (Nota: per "bisogno" 'intendo una motivazione involontaria più o meno cosciente, che può essere innata (bisogno primario) o acquisita (bisogno secondario) nel corso dell'esistenza dell'individuo; per "desiderio" intendo invece una motivazione cosciente prodotta dalla psiche sulla base delle esperienze vissute, che promettte la soddisfazione di uno o più bisogni particolari)

    Perché le persone si incontrano, fanno conversazione, cercano la compagnia, insomma, interagiscono in vari modi? Perché ne sentono il bisogno. E perché ne sentono il bisogno? Perché attraverso l'interazione soddisfano altri bisogni. Quali? Possiamo ipotizzare l'esistenza di vari bisogni che vengono soddisfatti interagendo. Per esempio, quello di appartenenza, cioè il bisogno che venga riconosciuta la proptia dignità sociale, l'appartenenza ad una comune comunità dove vige una certa solidarietà. Un altro potrebbe essere quello di realizzare la propria sessualità o giocosità innata. Un altro quello di condividere le proprie convinzioni, idee, scoperte, creazioni, produzioni, innovazioni, diversità, e cercare la loro approvazione e/o il loro elogio. Un altro quello di ottenere il necessario per vivere in termini di beni, servizi e aiuto in caso di bisogno. Un altro quello di indurre gli altri a servirci, ecc.

    I bisogni umani tra cui si possono distinguere quelli innati e quelli acquisiti (cioè sviluppati dopo la nascita per effetto di condizionamenti ambientali), sono interdipendenti nel senso che la soddisfazione di un bisogno facilita la soddisfazione di uno o più altri bisogni. Viceversa, certi bisogni non possono essere soddisfatti se non sono soddisfatti uno o più bisogni condizionanti o facilitanti.

    Per fare alcuni esempi, noi abbiamo bisogno di respirare perché la respirazione permette di arricchire il sangue di ossigeno, di cui abbiamo bisogno per sviluppare energia muscolare, di cui abbiamo bisogno per muoverci, di cui abbiamo bisogno per procurarci il cibo, di cui abbiamo bisogno per mangiare e nutrirci, di cui abbiamo bisogno per sopravvivere e così via.

    Volendo definire una gerarchia dei bisogni, possiamo dire che il bisogno di ordine più "basso", cioè il più remoto nella filogenesi, è quello della stessa riproduzione dei geni della nostra specie. Infatti ogni gene ha un bisogno fondamentale ed essenziale, quello di riprodursi.

    Allo scopo di riprodursi, i nostri geni hanno sviluppato una particolare strategia di specie che ha dato luogo alla formazione della particolare specie, "homo sapiens". Questa strategia include il fatto che, attraverso la crescita e l'accoppiamento sessuale, da un invidivuo vengano generati altri individui che veicoleranno i propri geni, che in tal modo si riprodurranno. Affinché sia possibile ad un "homo sapiens" di crescere fino all'eta riproduttiva, di accoppiarsi e di generare altri individui, è necessario che esso sia protetto e accudito fino all'età in cui potrà accoppiarsi. Questo implica non solo che il bambini "hanno bisogno" di essere protetti e accuditi, ma anche che i genitori "hanno bisogno" di proteggere e accudire i loro piccoli.

    Tutti sanno che l'uomo è un animale sociale nel senso che non è in grado di sopravvivere da solo, cioè senza l'aiuto o il contributo di altri esseri umani. Questo implica che l'individuo "ha bisogno" degli altri. Più esattamente, l'individuo "ha bisogno" di un atteggiamento cooperativo da parte degli altri, cioè che gli altri siano disposti ad aiutarlo a soddisfare i propri bisogni. In caso contrario l'individuo si aspetta di morire di stenti. Questo determina un'ansia sociale latente inconscia, per lenire la quale abbiamo costantemente bisogno di conferme da parte degli altri, che essi sono disposti ad aiutarci e a cooperare con noi in caso di bisogno. Interagire con gli altri serve soprattutto a questo, a lenire la nostra ansia sociale sistematica, a rassicurarci non una volta per tutte, ma ogni giorno.

    I desideri implicano la convinzione inconscia che, raggiungendo l'oggetto del desiderio, si ottenga automaticamente la soddisfazione di uno o più bisogni correlati con l'oggetto stesso. Ci sono una grande quantità di desideri di possesso di beni materiali o di posizioni sociali che implicano la convinzione che, ottenendo quello che si desidera, si otterrà automaticamente una sufficiente disponibilità, da parte degli altri, ad aiutarci, servirci o cooperare con noi per soddisfare i nostri bisogni. Il mondo della pubblicità conosce molto bene e sfrutta questo fenomeno per indurre nel pubblico il desiderio di acquistare certi prodotti o servizi.

    Non solo la pubblicità, ma anche la cultura, la religione, la scuola, certi insegnamenti tradizionali, cercano di inculcare nell'individuo desideri nei confronti di certi modi di essere e di certi riconoscimenti da parte di certe autorità. A volte, però, il raggiungimento di quanto desiderato lascia l'individuo insoddisfatto, o addirittura più frustrato di prima, quando c'era almeno l'illusione di una futura soddisfazione. Chiamiamo "alienati" quei desideri che non conducono ad alcuna soddisfazione di bisogni "naturali" o "primari".

    Come liberarsi dei desideri alienati? Riflettendo su tutti i nostri desideri, cercando di capire quali sono i bisogni che i vari desideri promettono di soddisfare e se, alla luce di un esame razionale, sia credibile che il raggiungimento degli oggetti del desiderio comporti realmente la soddisfazione di bisogni "sani". Tale riflessione deve infatti anche comprendere l'analisi critica dei propri bisogni, per capire se si tratta di bisogni primari, cioè innati e naturali, oppure bisogni secondari acquisiti sulla base di esperienze, e che potrebbero essere essi stessi più o meno sani o alienati.

    Per concludere, dato che i bisogni sono inconsci e i desideri consci, se si scopre di avere dei desideri alienati, occorrerebbe cercare di superarli o correggerli mediante uno sforzo di volontà e un autoconvincimento, se invece si scopre di avere bisogni alienati, per correggerli o eliminarli potrebbe essere necessaria una psicoterapia.

    Per un "laboratorio sociale"

    (bozza di manifesto per la costituzione di un'associazione culturale informale)

    Col termine laboratorio sociale s'intende un gruppo informale di persone accomunate dall'intenzione di concepire, sperimentare e realizzare nuovi modelli di comunità, associazione, aggregazione e interazione sociale più soddisfacenti di quelli tipici della cultura e dei costumi correnti.

    Il termine soddisfacente si riferisce ai bisogni umani sani, partendo dall'idea che molti non hanno una chiara consapevolezza di quali siano i propri reali bisogni, hanno bisogni repressi e altri alienati.

    Ai fini della definizione del laboratorio sociale, uso per semplicità il termine bisogno per intendere qualsiasi motivazione, aspirazione, passione, desiderio, bisogno, sia conscio che inconscio, innato o acquisito, autoprodotto o indotto dall'esterno.

    Per bisogni alienati s'intendono bisogni non autoprodotti, ma indotti dalla naturale predisposizione umana a farsi plasmare da genitori, educatori ed ambiente sociale (in modo difficilmente reversibile), dalla inclinazione al conformismo, dalla fisiologica resistenza al cambiamento e da una cultura di massa che ci manipola a vantaggio dei poteri economici, politici e religiosi nel senso che tende a ridurre l'uomo al ruolo di consumatore, investitore, lavoratore, servitore, elettore, patriota, militante, credente ecc., secondo schemi comportamentali e motivazionali predefiniti, anziché favorire il libero sviluppo delle potenzialità e differenze individuali e l'autodeterminazione a livello individuale e sociale.

    Distinguere i bisogni sani da quelli alienati è uno dei principali obiettivi del laboratorio sociale, perché le sue attività sono fondate proprio su tale differenziazione, per favorie la soddisfazione dei primi e respingere i secondi.

    Una volta che i partecipanti al laboratorio sociale hanno raggiunto un sufficiente accordo circa l'identificazione dei bisogni umani sani e di quelli alienati, ognuno può proporre e sperimentare con gli altri, modalità di interazione, aggregazione e azione coordinata, che soddisfino, in ognuno dei partecipanti, il bisogno di appartenenza e di interazione sociale, il bisogno di libera individuazione e differenziazione, e l'aspirazione ad influire sull'organizzazione della società a partire dalla pubblica amministrazione locale.

    L'obiettivo interno al laboratorio è, oltre a favorire la soddisfazione dei bisogni individuali dei partecipanti come sopra esposto, quello di migliorare la conoscenza di se stessi, degli altri e delle dinamiche di interazione di gruppo.

    L'obiettivo esterno al laboratorio è invece quello di contribuire a rendere le cose pubbliche e il loro funzionamento più soddisfacenti rispetto ai bisogni umani sani, realizzando così una democrazia virtuosa ed efficace in alternativa alla democrazia malata che è sotto gli occhi di tutti.

    Un principio fondamentale del laboratorio sociale è che qualsiasi teoria sulla natura umana deve trovare riscontro, accettazione ed applicazione nel rapporto reale tra individui reali (almeno due), altrimenti resta un esercizio di erudizione fine a sé stesso e riservato ad una cerchia di intellettuali.

    Un altro principio importante è che non esiste una verità assoluta, ma ognuno è portatore di una verità soggettiva, per cui ogni partecipante deve avere la possibilità di far valere il proprio punto di vista al pari di quelli altrui. A tale scopo, ad ognuno è riservato un certo tempo per esprimersi senza essere interrotto o invalidato dagli altri.

    Esistono tante buone iniziative di promozione sociale e aggregazione, ognuna caratterizzata da una particolare ideologia, filosofia o interesse particolare. A causa della loro specificità o riduttività, quasi tutte presentano dei limiti nel numero di persone che riescono a coinvolgere in modo permanente. Il laboratorio sociale, a differenza delle altre iniziative, ha l'ambizione di sviluppare modelli associativi di interesse umano generale, che possano attrarre molte persone in modo permanente, cioè non solo finché dura l'effetto novità e curiosità, e che possano diffondersi su vasta scala, ma senza una struttura piramidale da un punto di vista organizzativo e politico. Infatti, quando il numero di partecipanti di un laboratorio supera una certa soglia, è previsto che esso si scinda in due o più laboratori indipendenti, anche se accomunati da idee simili sul progresso umano.

    Le attività svolte nel laboratorio sociale comprendono:
    • studio, discussioni, conferenze su temi umanistici (psicologia, sociologia, storia, economia, politica, filosofia, neuroscienze, genetica ecc.) a partire dalla migliore letteratura disponibile nelle discipline umane e sociali, con un approccio eclettico e non ortodosso (ogni partecipante può proporre i suoi autori preferiti o le sue idee originali)

    • workshop di educazione al dialogo e alla dialettica tra idee divergenti, basati sul rispetto reciproco e la metacomunicazione, anche per individuare e neutralizzare le dinamiche nocive o improduttive che possono verificarsi nelle interazioni tra le persone

    • attività conviviali varie (gastronomiche, artistiche, turistiche, sportive ecc.)

    • giochi di società miranti a favorire la comunicazione, il dialogo, l'interazione e la collaborazione tra persone

    • social network e spazi su social media dedicati al laboratorio, per facilitare la conoscenza reciproca e il dialogo tra i partecipanti al laboratorio anche via internet

    • pubblicazione su apposito sito web dei risultati delle ricerche e delle attività di gruppo, per  aumentare l'efficacia e la produttività del gruppo (evitando di reinventare cose su cui si è già lavorato), per favorire la coesione tra i partecipanti e per attrarre nuove adesioni


    La comunicazione creativa negata

    La difficoltà di comunicare in modo creativo da parte di quasi tutti gli esseri umani

    Gli esseri umani mi sembrano fortemente limitati nelle loro capacità di comunicazione con persone al di fuori della loro cerchia di familiari, amici, colleghi, clienti e fornitori. Ed anche all'interno di tale cerchia, la comunicazione mi sembra molto limitata sia nei tipi di temi trattati, sia nella profondità del trattamento.

    Esistono modi stereotipati di comunicare ai quali pochi riescono a sfuggire, e nella grande maggioranza dei casi la comunicazione obbedisce ad una serie di obblighi, divieti, paure, consuetudini che riguardano le persone con cui si può, non si può, si deve, non si deve, conviene, non conviene parlare e di cosa si può, non si può, si deve, non si deve, conviene, non conviene parlare, con tutte le combinazioni possibili (ad esempio, solo con certe persone si può parlare di certe cose).

    Mi chiedo se queste limitazioni della libertà di comunicare siano dovute a scelte volontarie e consapevoli, a imposizioni più o meno esplicite da parte della cultura dominante oppure a forze involontarie più o meno consce. Quale che sia la causa o l'insieme di cause di tali limitazioni, io credo che esse abbiano un ruolo importante nei mali dell'umanità e nel ritardo del progresso civile.

    La comunicazione tra due esseri umani ha generalmente uno o più scopi che possono essere di tipo:
    • rituale

    • collaborativo

    • commerciale

    • ludico

    • sessuale

    • violento

    • creativo

    La comunicazione rituale serve ad affermare o confermare un'identità, un'appartenenza, una fedeltà, una sottomissione, una devozione, un'obbedienza, un ruolo sociale o una posizione gerarchica o funzionale nell'ambito di un sistema socioculturale comune.

    La comunicazione collaborativa serve a coordinare attività produttive.

    La comunicazione commerciale serve a coordinare uno scambio di beni, servizi o informazioni.

    La comunicazione ludica serve a procurare stimolazione gradevole, piacere, divertimento, ilarità, allenamento fisico e mentale mediante simulazione di situazioni reali.

    La comunicazione sessuale serve a stimolare o favorire l'unione sessuale a fini di piacere o di riproduzione.

    La comunicazione violenta serve a imporre, attraverso minacce o lesioni, uno stato di sottomissione, sfruttamento, umiliazione, sconfitta o, nei casi estremi, a provocare l'annientamento di una persona o categoria di persone.

    La comunicazione creativa serve a stimolare e facilitare, attraverso la conversazione e la discussione, la concezione di nuove idee e soluzioni utili alle persone che interloquiscono o ad altre.

    Nel mondo attuale le comunicazioni rituali abbondano soprattutto in ambiti tradizionali, quelle collaborative sono abbastanza diffuse ma generalmente limitate ad ambiti aziendali, quelle commerciali sono molto diffuse (troppo, secondo me), quelle ludiche sono abbastanza diffuse tra i bambini ma poco tra gli adulti, la comunicazione sessuale è molto diffusa in forme più o meno esplicite, la comunicazione violenta è tragicamente diffusissima soprattutto in certe zone del pianeta e delle nostre città, la comunicazione creativa è molto rara.

    La comunicazione creativa sembra essere oggetto di inibizione a livello di inconscio individuale e collettivo. Infatti la creatività è politicamente pericolosa perché in grado di minare le gerarchie politiche e religiose criticando le basi del loro potere. La comunicazione creativa è per definizione libera da schemi e condizionamenti, ma la libertà fa paura, come spiegato mirabilmente da E. Fromm in Fuga dalla libertà. La creatività richiede libertà e sviluppa ulteriormente la libertà stessa attraverso la concezione di nuove opzioni, compresa quella di stabilire nuove relazioni sociali al di fuori della propria cerchia. In altre parole, la creatività crea instabilità nelle relazioni sociali. La comunicazione creativa richiede e sviluppa l'intelligenza e questa è pericolosa perché tendenzialmente favorisce un ordinamento politico-sociale in cui le persone più intelligenti e creative potrebbero o dovrebbero occupare le posizioni gerarchiche più elevate, mentre sappiamo che fino ad oggi le cose hanno funzionato diversamente.

    Per coltivare la creatività bisogna superare inibizioni inconsce (individuali e collettive) e trovare il coraggio di comportarsi in modo non conforme a quello imposto dalla subcultura di appartenenza, inclusa l'eventualità di rompere le relazioni con le persone a cui si è legati e che perciò cercano di scoraggiare il nostro desiderio di crescita e di libertà intellettuale e sentimentale. In altre parole, la creatività ci aiuta e ci spinge a cambiare, e perciò ad essa si oppongono (consciamente o inconsciamente) tutti quelli che non vorrebbero vederci diversi se non in modi ad essi favorevoli.

    Coltivare la creatività è un'opportunità a disposizione di tutti per cambiare in meglio se stessi e il mondo. Fortunati quelli che hanno l'intelligenza e il coraggio di praticarla, anche se essa può comportare un isolamento sociale più o meno grande nei confronti di coloro che temono le sue conseguenze, destabilizzanti l'ordine sociale e mentale a cui sono abituati.

    Oggi Internet dà a tutti la possibilità di comunicare con qualunque altra persona al mondo, conosciuta o sconosciuta, senza limiti di distanza e con strumenti di selezione molto sofisticati per facilitare l'incontro tra persone con caratteristiche e/o interessi affini. Ma queste enormi potenzialità vengono sfruttate ancora molto poco per i motivi detti sopra (fatta eccezione per i siti di incontri a sfondo sessuale). Spero che intorno all'obiettivo della comunicazione creativa possano nascere dei social network in grado di migliorare la situazione mediante la condivisione e la promozione di una mentalità aperta, tesa al reciproco arricchimento.

    In quali modi stanno evolvendo le nostre relazioni sociali?

    Tema immenso, difficile e importantissimo, perché io credo che la nostra felicità dipende dalla qualità delle nostre relazioni sociali.

    In tal senso io vorrei affrontare questo tema in termini di qualità delle relazioni sociali, ovvero in termini di rispondenza della stesse rispetto ai nostri bisogni.

    In altre parole, l’evoluzione delle nostre relazioni sociali rende le stesse più o meno soddisfacenti rispetto ai nostri bisogni? E perché?

    Ovviamente la risposta a questa domanda non può prescindere da una valutazione delle proprie relazioni sociali in termini di soddisfazione dei bisogni, per cui possiamo essere indotti a mantenere un certo riserbo, e a parlare in termini vaghi riferendoci alle relazioni sociali altrui. Il tema costituisce dunque una sfida tra soggettività e oggettività, cioè tra esperienza soggettiva e personale, e osservazione dei comportamenti altrui in cui non si è coinvolti.

    Siamo inoltre tentati di generalizzare le proprie esperienze personali, vale a dire, ad attribuire ad altri esperienze simili alle proprie.

    Bauman ha coniato e reso famoso il concetto di “società liquida”, che esprime bene l’evoluzione delle relazioni sociali, nel senso che esse sono sempre meno rigide, e i legami sociali sempre più deboli e precari, ma al contempo, più liberi, meno impegnativi, e più selettivi.

    Io credo che l’evoluzione delle nostre relazioni sociali renda sempre più evidente un paradosso sociologico ed esistenziale riguardante la libertà individuale.

    Ritengo infatti che l’evoluzione tecnologica e culturale, e la globalizzazione, abbiano come effetto una crescente libertà per quanto riguarda la mobilità fisica di persone e merci, le comunicazioni, l’istruzione, l’informazione, i costumi, gli stili di vita, i legami affettivi, i diritti civili, i rapporti economici, la moralità, le ideologie, ecc., ampliando in ognuno di questi campi le nostre possibilità di scelta.

    Il paradosso consiste nel fatto che tale aumento di libertà, cioè di opzioni, se da una parte accresce le potenzialità di ciascun individuo, dall’altra aumenta la sua incertezza e le sue responsabilità. Infatti, più siamo liberi, più siamo responsabili dell’uso che facciamo della libertà che ci è data.

    Ne consegue, tra l’altro, che, in caso di insuccesso, l’individuo tende a credere che la colpa del fallimento sia solo sua.

    Prendiamo ad esempio i rapporti amorosi. Le nuove libertà e le nuove opzioni tecnologiche rendono sempre più facile la sostituzione di un partner con un altro presumibilmente più adatto, per cui i legami affettivi sono sempre più labili.

    Inoltre si tende ad evitare di legarsi in modo troppo impegnativo, proprio perché si cerca di mantenere la propria libertà di scelta.

    Infatti, oggi è sempre più vero che l’amore non è un dovere, né un diritto, e la sua stabilità è inversamente proporzionale alla libertà di cambiare partner. Infatti, ciò che rende una relazione stabile è l’idea che il proprio partner sia difficilmente sostituibile con uno più adatto, ovvero che sia il migliore ottenibile.

    Osserviamo, a tal proposito, il grande successo dei servizi online di “dating”. Oggi l’uso di questi servizi è considerato normalissimo anche da parte delle persone più attraenti, mentre fino a pochi decenni fa veniva considerato l’ultima possibilità per persone incapaci di trovare un partner in modo "naturale".

    Più in generale, direi che le nostre relazioni sociali soffrono sempre di più dell’imbarazzo della scelta, e del timore di fare scelte non ottimali, in ogni campo. Infatti la scelta è tanto più facile e tanto meno responsabilizzante quante meno sono le opzioni a disposizione.

    Un altro effetto della nuova libertà è la maggiore differenziazione degli individui, che possono adottare ideologie e stili di vita molto diversi, vecchi e nuovi. Questo fatto, se da una parte è liberatorio rispetto alle angustie dei conformismi tradizionali, d'altra parte diminuisce la propensione degli individui ad unirsi e organizzarsi per sostenere cause comuni, sia politicamente che culturalmente. Assistiamo infatti ad un crescente disimpegno sociale.

    Vorrei inoltre accennare al fatto che il declino delle religioni e l'allentamento della repressioni sessuale ha comportato l’abbattimento di principi morali tradizionali che non sono stati sostituiti con nuovi principi più razionali e adatti ai nostri tempi. Ciò, a mio avviso, sta causando una crescente amoralità (più che immoralità) nelle relazioni sociali, contribuendo in tal modo alla loro precarietà.

    Non mi sembra realistico guardare nostalgicamente al passato e cercare di ripristinare certe tradizioni morali. Tuttavia non saprei fare previsioni per il futuro.

    Potrebbe succedere che questo trend libertario e libertino porti ad una disintegrazione della nostra società a vantaggio di popolazioni culturalmente più tradizionali, oppure, come effetto del crescente disagio della nostra civiltà potrebbero nascere movimenti filosofici o religiosi in grado di proporre nuovi valori di tipo spirituale e/o razionale, tali da rendere le relazioni sociali più stabili e soddisfacenti rispetto ai bisogni umani fondamentali, conciliando la libertà di scelta con l’impegno morale.

    Sullo sfondo resta l'eterna e forse inconciliabile antinomia tra il bisogno di appartenenza sociale e di cooperazione da una parte, e il bisogno di libertà, di differenziazione e di competizione dall'altra.

    Riuscire a soddisfare in modo equilibrato entrambi i bisogni è la sfida filosofica e psicologica fondamentale che incombe su ognuno di noi umani.

    Il gruppo creativo

    In questo articolo immagino la costituzione di una comunità di persone di un certo tipo a cui io appartengo.

    Finalità


    • passare il tempo in compagnia in modo piacevole e costruttivo

    • soddisfare in modo equilibrato il bisogno di appartenenza (integrazione e interazione sociale, riconoscimento) e il bisogno di individuazione (libertà, creatività, differenziazione) di ciascun partecipante

    • produrre idee e comportamenti nuovi superando l’immobilismo conformista

    • favorire la crescita personale e l’auto-miglioramento

    Caratteristiche generali

    Il gruppo creativo

    • può essere costituito da un numero qualsiasi di persone, a partire da due

    • è informale e non richiede alcuna organizzazione stabile, non ha una gerarchia, né cariche istituzionali

    • è una microsocietà aperta e pacificamente inserita nella macrosocietà

    • costituisce un’alternativa a forme tradizionali e rituali di convivialità come quelle legate a feste e ricorrenze religiose e laiche

    • si basa sulla comunicazione orale più che su quella scritta

    • si riunisce in qualunque luogo fisico o spazio internet, privilegiando i luoghi fisici come abitazioni private o locali pubblici

    • può eventualmente essere supportato da strumenti informatici come i social network; in tal caso la comunicazione per via telematica non sostituisce quella dal vivo ma è preparatoria di quest’ultima

    Aspetti operativi


    • la conduzione delle riunioni è affidata ad un moderatore scelto di comune accordo tra i presenti all’inizio di ogni riunione; compito principale del moderatore, oltre a far rispettare le regole convenute, è incoraggiare la partecipazione attiva di tutti i presenti cercando al tempo stesso di contenere eventuali comportamenti invadenti o tentativi di monopolizzare l’attenzione

    • all’inizio di ogni riunione, si dovrebbe scegliere, a maggioranza, l’attività da svolgere, eventualmente prendendo spunto dagli esempi riportati nella lista allegata, che potrà essere liberamente modificata dal gruppo

    • alla fine di una riunione si possono stabilire di comune accordo le attività e i temi per la successiva

    • è auspicabile che si formino gruppi creativi in ogni città, quartiere, villaggio; chiunque può prendere l’iniziativa di creare un gruppo creativo proponendolo alle persone che conosce

    • una persona può partecipare alle attività di uno o più gruppi creativi e frequentare a sua discrezione quelli che preferisce senza obbligo di continuità

    Esempi di attività che possono essere svolte in un gruppo creativo


    • il gioco delle domande: conversazione tra due o più persone in cui non si può dire nulla che non sia una domanda o la risposta a una domanda

    • poesia collettiva: si costruisce insieme una poesia, a turno ogni partecipante aggiunge un verso

    • racconto collettivo: si costruisce insieme un racconto, a turno ogni partecipante aggiunge una frase

    • puzzle di parole: una persona sceglie un aforisma o citazione di qualunque autore, mescola le parole e le presenta agli altri. Ognuno cerca di ricostruire la frase intera, in un colpo solo oppure gradualmente, indovinando pezzi della frase

    • ridere insieme: ciascuno porta alla riunione qualcosa di umoristico (film, video, audio, storielle, barzellette ecc.) da vedere o ascoltare insieme

    • sogno collettivo: si inventa insieme un sogno, a turno ogni partecipante aggiunge una frase

    • carezze al buio: a turno, ognuno viene bendato e gli altri lo accarezzano o massaggiano in qualunque parte del corpo a scelta, escluse le zone erogene principali (seno, pube, natiche); la persona da carezzare può stare in piedi o essere distesa su un tavolo o un divano.

    • conferenza: si invita un persona (esterna o interna al gruppo) molto competente su una certa tematica, a tenere una conferenza su un tema di interesse comune

    • associazioni di idee: si parte da una parola o frase, e a turno ognuno dice una parola che associa alla precedente

    • collage di parole: usando dei post-it, su una parete, a turno, ognuno attacca un biglietto con una parola o frase scelta liberamente

    • intervista: si sceglie un volontario da intervistare e tutti gli altri gli fanno domande come giornalisti in una sala stampa

    • discussione a tema: si sceglie un tema e a turno ogni partecipante esprime le sue idee e opinioni sul tema

    • cosa so fare: a turno, ognuno dice cosa sa fare bene e che potrebbe mettere a disposizione degli altri come consigli oppure aiuto pratico

    • critica cinematografica: ognuno a turno commenta un film che tutti (o quasi) hanno visto (insieme o da soli)

    • rassegna stampa: ogni partecipante racconta agli altri le notizie che ha letto e che potrebbero essere di interesse per gli altri

    • ricerche: un partecipante viene incaricato di fare una ricerca su un tema di interesse comune per poi relazionare in gruppo

    • escursioni e visite: si decide insieme cosa vistare, incaricando un partecipante di raccogliere informazioni per guidare la visita

    • improvvisazioni drammatiche: si stabilisce un "canovaccio" teatrale e si improvvisa una scena (i personaggi sono interpretati da volontari)

    • proposte di legge: si propone un problema sociale da risolvere e ognuno a turno propone una legge per affrontarlo e ne descrive i contenuti essenziali; ad ogni giro ognuno può modificare la sua proposta tenendo conto di quelle degli altri

    • la nuova società: a turno ognuno descrive come vorrebbe cambiare la società

    • persone preferite: a turno ognuno indica una delle persone preferite (del passato o del presente) spiegando il perché

    • brainstorming e mappe mentali: scegliere un tema o un problema da risolvere e fare un brainstorming e/o una mappa mentale su di esso

    • regali: ognuno, a turno, dice cosa regalerebbe ad ogni altro

    • catena melodica: a turno, ognuno canta per pochi secondi una melodia inventata (usando solo vocali), ognuno di seguito all’altro, cercando di completare la parte precedente.

    • catena ritmica: a turno ognuno batte con le mani un ritmo per pochi secondi, cercando di rispondere o completare il ritmo precedente

    • catena folle: a turno ognuno dice qualcosa di pazzesco, cercando, se possibile di completare o seguire quanto detto dal precedente

    • il bene e il male: si tratta di creare insieme un manuale di etica; ognuno, a turno dice una cosa che considera un bene e un’altra che considera un male

    • il tribunale: si immagina un tribunale in cui una persona famosa del passato o del presente è giudicata; a turno, ognuno deve dire una cosa a favore dell’imputato e una cosa contro

    • la ricetta della felicità: a turno, ognuno dice qualcosa sulla sua idea su cosa sia necessario per essere felici


    Il desiderio di vantaggio: radici psicologiche, antropologiche e politiche del conflitto umano

    (Questo articolo è stato prodotto da ChatGPT come sviluppo di un mio breve articolo, dopo vari passaggi in cui ho chiesto  all'IA di approfondire certi aspetti con un certo approccio. Il prompt inziale da cui è iniziata la produzione di ChatPGT è riportato in fondo all'articolo)




    Abstract

    Il conflitto interpersonale è spesso letto come un disguido comunicativo o una divergenza occasionale di interessi. In realtà, esso affonda le sue radici in una dinamica più profonda e strutturale: la ricerca, consapevole o implicita, di un vantaggio. Questo saggio esplora come il concetto di vantaggio—nelle sue declinazioni psicologiche, simboliche e materiali—sia al centro dei rapporti sociali e alla base dei conflitti, intrecciandosi con desideri individuali, strutture culturali e dispositivi di potere. Attraverso lenti filosofiche, psicoanalitiche, antropologiche e politiche, si mostra come questa tensione sia ineliminabile ma, se compresa, possa essere trasformata in un’occasione di maturazione relazionale.

    Introduzione

    Ogni relazione umana si fonda, in ultima analisi, su un equilibrio instabile tra cooperazione e competizione. Se da un lato gli individui aspirano a vivere in società giuste e solidali, dall’altro ciascuno cerca di ottenere una qualche forma di vantaggio: economico, simbolico, emotivo, relazionale. Questo desiderio non è patologico, ma strutturale. È il motore che muove le interazioni, orienta le ambizioni e, inevitabilmente, genera tensioni.

    Il conflitto interpersonale non va dunque interpretato come una deviazione accidentale dal vivere comune, bensì come espressione di una tensione permanente: ogni soggetto cerca di modellare il mondo—e le relazioni—secondo una configurazione che gli sia favorevole. Questo saggio intende indagare il ruolo del vantaggio nei conflitti umani, mostrando come esso sia una categoria trasversale che unisce l’individuale e il collettivo, l’inconscio e il politico.

    Psicologia del vantaggio: desiderio, controllo, riconoscimento

    Fin dall’infanzia, il soggetto sviluppa una relazione ambivalente con l’altro: egli è contemporaneamente fonte di cura e ostacolo, oggetto d’amore e di rivalità. Secondo Freud, il principio di piacere spinge l’individuo a cercare gratificazione immediata, mentre il principio di realtà impone mediazioni, rinunce, compromessi. Il bambino, per sopravvivere e affermarsi, impara a “negoziare” il proprio vantaggio all’interno di sistemi simbolici (famiglia, scuola, amicizie) che gli impongono limiti e ruoli.

    Jung, da parte sua, sottolinea come la parte “ombra” della personalità—quella non riconosciuta o accettata—tenda a manifestarsi nella relazione con gli altri. Quando il vantaggio desiderato non è ottenuto, può emergere frustrazione, invidia, aggressività. Il conflitto, allora, diventa una modalità attraverso cui il soggetto tenta di riequilibrare una percezione di svantaggio, reale o immaginato.

    Anche il bisogno di riconoscimento, ben illustrato da Hegel nella dialettica servo-padrone, è una forma di vantaggio simbolico: essere visti, ascoltati, rispettati. La sua assenza può generare conflitti profondi, spesso più intensi di quelli generati da disparità materiali.

    Antropologia del vantaggio: status, ruoli, risorse

    Tutte le culture umane, anche le più egalitarie, hanno elaborato sistemi per regolare l’accesso ai beni, al prestigio e al potere. L’antropologia strutturale ha mostrato come la parentela, i miti e i riti siano strumenti per distribuire vantaggi e svantaggi in modo codificato e simbolico. Bourdieu, con la sua teoria dei capitali (economico, culturale, simbolico, sociale), ha evidenziato come le differenze tra individui non siano solo materiali, ma anche disposizionali: l’“habitus” di una persona determina quali vantaggi essa consideri legittimi e desiderabili.

    La contesa per il vantaggio attraversa tutte le società: chi ottiene cosa, chi decide, chi parla per primo, chi viene creduto, chi viene invitato. Anche nelle società che si dichiarano orizzontali, il vantaggio prende forme più sottili: influenza, carisma, accesso all’informazione. Come osservava Arendt, anche le forme più partecipative di organizzazione sono esposte alla formazione spontanea di élite.

    Politica del vantaggio: ideologia, potere, gerarchia

    Il vantaggio è anche al cuore della dimensione politica. Ogni sistema normativo è una negoziazione tra gruppi che cercano di mantenere o conquistare posizioni vantaggiose. Marx lo espresse chiaramente: le idee dominanti sono l’espressione degli interessi della classe dominante. Ma anche nei contesti democratici, apparentemente improntati all’uguaglianza, il gioco del vantaggio è onnipresente: nelle campagne elettorali, nelle trattative sindacali, nelle guerre culturali.

    Foucault ha spostato l’attenzione dal potere come possesso al potere come relazione: il vantaggio, in questa prospettiva, non è un bene accumulabile, ma un effetto dinamico di pratiche, linguaggi e istituzioni. Chi controlla il discorso, chi stabilisce cosa è vero, giusto, desiderabile, esercita un vantaggio strutturale sugli altri.

    Persino le utopie—anarchiche, comunitarie, spirituali—che cercano di abolire il vantaggio, finiscono per riprodurlo sotto altre forme: il più “puro”, il più coerente, il più generoso diventa, suo malgrado, il più influente. Il vantaggio è, in questo senso, un dato antropologico primario.

    Conclusione

    Il desiderio di vantaggio è parte costitutiva della natura umana. Esso può assumere forme distruttive—accaparramento, manipolazione, dominio—ma può anche essere motore di crescita, innovazione, impegno. I conflitti interpersonali nascono quando i desideri di vantaggio si scontrano senza riconoscimento reciproco, senza mediazione, senza ascolto.

    Comprendere questa dinamica ci consente di uscire da una visione moralistica o ingenua del conflitto. Non si tratta di eliminare il vantaggio, ma di renderlo visibile, negoziabile, legittimo solo se non compromette la dignità e il riconoscimento dell’altro. Forse, come suggeriva Emmanuel Lévinas, l’inizio di ogni etica consiste nel vedere l’altro non come strumento, né come ostacolo, ma come fine.

    Se vogliamo convivere in modo più giusto, non dobbiamo illuderci di cancellare il conflitto, ma imparare a governarlo. E questo inizia con una domanda radicale: quale vantaggio sto cercando? E a quale prezzo?



    Prompt iniziale di Bruno Cancellieri a ChtGPT


    Migliora e sviluppa il seguente testo:


    Sui conflitti interpersonali

    In un mondo ideale, l'uomo dovrebbe adattare la società ai bisogni propri e altrui.

    Tuttavia questo adattamento è reso difficile dal bisogno di ciascuno di controllare gli altri, e di non essere controllato dagli altri.

    Infatti ognuno ha una sua società ideale in cui ha un ruolo vantaggioso, e cerca di imporre agli altri il suo ideale di società. 

    Gli ideali di società sono in astratto molto simili, ma vengono istanziati in modo diverso in quanto al ruolo, alla posizione gerarchica e hai possedimenti che ciascuno vorrebbe avere nell'ideale stesso.

    Alcuni hanno proposto di eliminare ogni gerarchia, ma anche se ciò fosse possibile, rimarrebbe il problema della divisione del lavoro, dei ruoli, e della distribuzione dei beni, che comportano inevitabilmente delle differenze a vantaggio di qualcuno.

    La ricerca del vantaggio sugli altri e la madre di ogni conflitto.

    Politica delle interazioni e super-io

    Non siamo liberi di pensare a qualsiasi cosa, primo perché possiamo pensare solo a cose che conosciamo (cioè per cui abbiamo parole o immagini), secondo perché il nostro super-io censura i pensieri che ritiene pericolosi per la nostra dignità sociale (e di conseguenza per la nostra salute mentale).

    Oggi sono riuscito (per qualche ora) a vincere l'autocensura inconscia che normalmente mi impedisce di affrontare razionalmente un problema (che ho deciso di chiamare "politica delle interazioni") che riguarda il governo volontario e consapevole delle proprie relazioni e interazioni, sia esterne che interne, con particolare riguardo ai rapporti tra esseri umani.

    Per relazioni e interazioni esterne intendo quelle tra la mia persona e il mondo esterno (cioè con le altre persone e gli altri esseri viventi e non viventi). Per relazioni e interazioni interne intendo quelle tra il mio io cosciente e il resto del mio corpo, supponendo che l'io cosciente sia "solamente" un organo del corpo.

    Il super-io (teorizzato da Sigmund Freud) è, a mio parere, un organo del sistema nervoso umano (evoluzionisticamente piuttosto recente), la cui funzione è importante per la sopravvivenza e il benessere dell'uomo. Infatti, essendo questo capace di agire, oltre che per istinto, secondo logiche cognitive non ereditate biologicamente, ma apprese culturalmente, la qualità e "produttività" del suo comportamento dipendono dalla qualità e produttività delle nozioni che ha imparato, e che potrebbero essere "sbagliate" da un punto di vista "economico", naturalistico ed ecologico.

    In tale ottica, il super-io serve soprattutto a proteggerci dal rischio di essere espulsi dalle comunità a cui apparteniamo. Infatti, a causa della nostra interdipendenza, appartenere ad almeno una comunità è indispensabile per la sopravvivenza e il benessere.

    Più precisamente, il super-io limita il nostro pensiero e il nostro comportamento suscitando sentimenti sgradevoli come lo schifo, la paura, il panico ecc. appena cominciamo (o ci accingiamo) a pensare o a fare cose che, secondo la sua logica (appresa culturalmente), sono rischiose per la nostra appartenenza sociale. In tal mondo siamo "portati" ad evitare ogni pensiero e ogni azione  qualificata dal super-io come "asociale" o "indegna".

    Il fatto che il super-io agisca non solo sulle nostre azioni, ma anche e ancor prima sui nostri pensieri si spiega in quanto le nostre azioni sono il riflesso immediato di ciò che pensiamo. Grazie a ciò non ci sono fratture temporali tra pensiero e azione. Infatti, se dovessimo prima di ogni atto chiederci se è rischioso per la nostra dignità, il nostro comportamento mancherebbe di spontaneità e sarebbe alquanto rallentato Pensiero e azione sono dunque normalmente simultanei e coerenti, ad eccezione delle attività introspettive, riflessive e contemplative che non comportano azioni esterne, ma solo osservazioni e azioni immaginarie.

    In generale, il super-io è fautore di vincoli e nemico della libertà, dato che la vita della comunità dipende dal rispetto di regole (obblighi e divieti) che costituiscono, appunto, limitazioni della libertà individuale.

    Il "controllo" del pensiero da parte del super-io ha una doppia funzione. La prima, come già accennato, serve ad evitare che il pensiero dia luogo ad atti "asociali". La seconda serve ad evitare il pericolo che le persone con cui il soggetto interagisce intuiscano i pensieri stessi (forse grazie ai “neuroni specchio”) e possano giudicare la loro valenza sociale, o "moralità" mettendo in tal modo a rischio l'appartenenza del soggetto alla comunità qualora certi pensieri vengano giudicati "asociali".

    Questa lunga premessa è necessaria per spiegare il motivo per cui la “politica delle interazioni” (intesa come libero pensiero su come autogovernarsi e interagire con gli altri) è particolarmente presa di mira e censurata dal super-io.

    Le interazioni tra esseri umani sono sistemiche e circolari, nel senso che ogni essere umano è un sistema che interagisce con altri esseri umani (sistemi anch'essi) per soddisfare i propri bisogni. Su tale sfondo, ogni transazione da una persona A ad una persona B dà normalmente luogo ad una transazione in senso opposto (da B verso A) detta “feedback”, a cui segue normalmente una ulteriore transazione da A verso B (feedback del feedback) e così via fino a che le parti non decidono di interrompere l’interazione temporaneamente o definitivamente.

    Il feedback, cioè il modo in cui una persona A risponde ad una transazione originata verso di lui da una persona B, dipende da un complesso di algoritmi (cioè logiche) presenti nella mente di A.

    Inoltre, ogni essere umano è in grado di prevedere (con un certo grado di precisione, probabilità e realismo) come il suo interlocutore risponderà alle varie transazioni possibili, e siccome ogni interazione è finalizzata ad un certo obiettivo, ognuno è in grado di scegliere il tipo di transazione ottimale da inviare all'altro in modo da ottenere una risposta che si avvicini il più possibile a quella desiderata.

    La "politica delle interazioni" consiste proprio nell'arte di scegliere come comportarsi (e come non comportarsi) verso una certa persona al fine di ottenere da essa un comportamento desiderato (ed evitare un comportamento indesiderato).



    È forse inutile dire che ogni essere umano applica sempre e comunque una certa politica delle interazioni, ma questa può essere più o meno consapevole e più o meno volontaria. Può essere inoltre più o meno libera in quanto basata su cognizioni (apprese) più o meno complesse e più o meno realistiche, e limitata dalle cognizioni stesse.

    Si pone dunque un problema di conoscenza (o intuizione), consapevolezza, calcolo e volontarietà che riguarda sia le proprie politiche di interazione, sia quelle dei propri interlocutori, capacità che vengono normalmente censurate dal super-io per i motivi sopra considerati.

    Bisogna inoltre tener conto del fatto che ogni persona è più o meno capace di intuire se il suo interlocutore sta esercitando la sua politica di interazione in modo consapevole o inconsapevole, e potrebbe considerare il primo caso “asociale” o comunque inquietante. Infatti la “spontaneità” (ovvero l’agire immediato e diretto, cioè non soggetto a riflessioni o domande) è generalmente considerata una virtù, e, viceversa, l’agire autocontrollato un difetto, qualcosa di "poco umano". Questo comune sentire non fa che rafforzare l'autocensura del super-io nei riguardi di una politica consapevole e razionale delle relazioni e interazioni sociali, a favore di una politica basata unicamente sugli "affetti".

    Una politica consapevole delle interazioni può essere molto semplice e molto complessa allo stesso tempo. È semplice se si riduce alla constatazione che ognuno sceglie come comportarsi verso gli altri in base ai propri interessi, per cui alla fine quello che succede è un compromesso tra interessi e tra rapporti di forza. È complessa se si considerano una serie di difficoltà, tra cui:

    • l’autocensura inconscia del super-io che ci impedisce di affrontare il problema in modo razionale e consapevole;

    • la conoscenza scarsa e fallace degli “interessi” (cioè dei bisogni e dei desideri) delle parti in gioco, dovuta ad una cultura ancora sottosviluppata in tal senso, cioè ad una generale scarsa conoscenza della natura umana;

    • le convenzioni sociali che ci impediscono di esprimere e negoziare liberamente i nostri “interessi” costringendoli all'interno di recinti “politicamente corretti”.

    Ci sarebbe dunque molto da approfondire, ma per ora mi fermo qui e chiudo il discorso con la seguente considerazione finale.

    Le relazioni e le interazioni umane sono regolate da politiche personali per lo più inconsce, irrazionali, mistificate e involontarie; sta a noi decidere se cercare di renderle più consapevoli, razionali, genuine e volontarie nonostante il boicottaggio del super-io e delle convenzioni sociali.

    Interazioni sociali e protocolli di comunicazione umana

    Domande preliminari

    Due individui, X e Y, si incontrano. Che messaggi o segnali si scambiano? Cosa propongono o promettono l'uno all'altro? Cosa si aspettano l'uno dall'altro? Cosa vorrebbero l'uno dall'altro? Cosa vorrebbe fare l'uno all'altro? Cosa vorrebbero sapere l'uno dall'altro? Cosa ognuno vorrebbe mostrare o nascondere all'altro? Quanto sono sinceri i messaggi che si scambiano? Cosa temono l'uno dall'altro? Cosa temono da terzi? Che linguaggio usano per comunicare? Quali sono i limiti alla loro libertà di interazione? Quali transazioni sono considerate immorali o illegali da loro o da terzi? Quali sono i diritti e i doveri (da ambo le parti) che l'interazione dovrebbe rispettare? Quali bisogni o desideri (delle due parti o di terzi) l'interazione dovrebbe soddisfare? Perché X e Y dovrebbero o vorrebbero interagire? Cosa cercano di ottenere interagendo? Cosa sperano che avvenga, per effetto della loro interazione, nel migliore dei casi? Cosa temono che avvenga nel peggiore dei casi? Come la loro possibile interazione è influenzata dal ricordo di altre interazioni con le stesse o altre persone?

    I protocolli di comunicazione informatici

    Le comunicazioni tra umani hanno modalità simili, per certi aspetti, a quelle tra computer o tra i sottosistemi e i programmi che si trovano al loro interno. Un computer scambia messaggi con altri computer e presta loro dei servizi rispettando dei cosiddetti "protocolli di comunicazione".

    Un protocollo di comunicazione è un insieme di norme che definiscono la sintassi (cioè il formato) e la semantica (cioè il significato) dei messaggi e dei dati scambiati tra due stazioni ricetrasmittenti (cioè tra computer, componenti di computer o, più in generale, tra qualsiasi coppia di "agenti" capaci di ricevere, trasmettere e interpretare dei messaggi, e prendere decisioni e agire in funzione di tali input o in risposta ad essi).

    Per quanto riguarda le comunicazioni tra computer (e quelle tra un computer ed un umano), è l'ingegnere informatico che inventa e formalizza i protocolli di comunicazione. Successivamente il programmatore ne tiene conto nella scrittura dei programmi che definiscono il comportamento del computer, col risultato che le comunicazioni in cui il computer stesso è coinvolto rispetteranno rigorosamente le regole sintattiche e semantiche dei protocolli adottati ed eseguiranno alla perfezione quanto richiesto.

    I protocolli di comunicazione umani

    Anche nelle comunicazioni tra esseri umani (come pure tra animali) si possono riconoscere dei protocolli di comunicazione sebbene nel caso degli esseri viventi le cose siano molto più complicate.

    Innanzi tutto nell'Uomo e negli altri esseri viventi occorre distinguere tra protocolli innati (cioè geneticamente determinati) e acquisiti (cioè dovuti alle esperienze e all'educazione). Mentre negli animali i protocolli di comunicazione sono generalmente innati e solo eccezionalmente acquisiti (come nel caso degli animali addomesticati), nell'Uomo i protocolli acquisiti sono di gran lunga prevalenti rispetto a quelli innati. Nel caso dei computer è invece ovvio che non esistono protocolli innati ma solo acquisiti.

    Come esempi di protocolli innati nella comunicazione umana, pensiamo a quello che sottende la comunicazione tra il neonato e la mamma, o tra due esseri umani che non parlano la stessa lingua e provengono da culture completamente diverse, o quelli attraverso cui comunicano gli avversari in una guerra brutale o tra chi agisce e chi subisce una violenza fisica.

    Finalità dei protocolli

    La finalità di un protocollo informatico è quella di permettere la collaborazione (cioè lo scambio di dati o servizi) tra computer, dove uno assume il ruolo di "client" (cioè richiedente del servizio) e l'altro di "server" (cioè fornitore del servizio). Per esempio, se nel computer A c'è bisogno di conoscere l'età dell'impiegato X e questa informazione è contenuta nel computer B, allora, rispettando un certo protocollo di comunicazione prestabilito e noto ad entrambi i computer, il computer A chiede al computer B l'informazione desiderata e il computer B, dopo averla trovata, la invia al computer A. Il protocollo adottato da entrambi i computer definisce il formato e il significato della richiesta e della risposta affinché il computer A possa formulare la richiesta in modo tale che il computer B possa interpretarla e formulare la risposta in modo tale che il computer A possa capirla perfettamente, senza possibilità di errori.

    La finalità di un protocollo umano è invece quella di permettere la collaborazione tra esseri umani per una vasta gamma di possibilità e obiettivi, grazie all'espressione da parte delle persone in gioco, di ciò che ciascuna chiede e/o è disposta a offrire all'altra o a fare per essa. Infatti, mentre i computer, comunicando, possono tipicamente assumere solo i ruoli di "client" o "server", gli esseri umani possono assumere ruoli molto più complessi e meno chiaramente definiti, e più o meno consapevoli.

    Gli artefici dei protocolli

    Una differenza importante tra la comunicazione informatica e quella umana è che, mentre i computer comunicano rispettando protocolli definiti e scelti da entità esterne (l'ingegnere informatico e il programmatore) nella comunicazione umana coloro che inventano, alterano e "caricano in memoria" un protocollo in un essere umano sono altri esseri umani, ed, eccezionalmente, gli stessi individui interessati. Nel caso in cui siano altri umani, alla figura dell'ingegnere informatico corrisponde quella del leader carismatico o capo religioso o politico, mentre alla figura del programmatore corrisponde quella dell'educatore o del propagandista. Invece, nel caso in cui è l'individuo stesso l'artefice dei protocolli di comunicazione adottati, si tratta di una persona creativa, non conformista, la cui vita potrebbe avere due diversi esiti: (1) isolarsi sempre più in quanto i nuovi protocolli di comunicazione da lui definiti e proposti agli altri vengono rifiutati dai suoi simili determinando incomunicabilità e riluttanza a comunicare o (2) diventare un leader carismatico che convince altre persone ad adottare i protocolli di comunicazione da lui definiti.

    Regole linguistiche e regole etiche

    Un protocollo umano definisce non solo una serie di regole formali e semantiche ma anche una serire di obblighi, divieti, doveri e diritti che le interazioni umane basate su tale protocollo dovrebbero rispettare. Quindi non soltanto prescrizioni di tipo linguistico, ma anche etico. Queste ultime sono necessarie nella misura in cui un essere umano ha un certo grado di libertà. Infatti i computer, non avendo alcun grado di libertà (a meno che in essi vengano espressamente programmati comportamenti aleatori o causali) non ha necessità di regole morali. Il computer è fatto per reagire in modo esattamente predeterminato a certi input e non può scegliere arbitrariamente come comportarsi. L'Uomo ha invece questa facoltà e infatti il suo comportamento è, in una certa misura, imprevedibile e arbitrario. Le regole etiche servono proprio a limitare tale libertà individuale.

    Protocolli consci e inconsci

    I protocolli umani sono tipicamente inconsci. Nelle interazioni umane essi vengono rispettati inconsapevolmente, così come inconsapevole è la loro formazione e difficilmente definibile la loro struttura e il loro contenuto. Tuttavia essi sono sempre presenti nelle menti degli individui e hanno una funzione vitale per la vita sociale.

    Da tali protocolli dipende la qualità, l'efficacia, l'efficienza, la complessità, la variabilità e la prevedibilità delle interazioni e del comportamento. Infatti, i protocolli agiscono inconsapevolmente anche quando l'individuo si trova da solo, dato che l'Uomo è talmente dipendente dall'interazione con i suoi simili, che è sempre occupato a interagire con essi o a prepararsi per le future interazioni.

    Dato che i protocolli umani sono normalmente inconsci e vengono acquisiti inconsciamente, è molto difficile che essi siano sottoposti ad una critica razionale, da parte degli interessati o di osservatori esterni, al fine di un loro miglioramento cioè al fine di rendere i protocolli stessi più adeguati alla soddisfazione dei bisogni degli interessati.

    Conclusione: La metainterazione e la negoziazione esplicita dei protocolli di comunicazione

    Da quanto sopra si evince che la vita degli umani potrebbe migliorare se questi fossero in grado di analizzare ed esaminare criticamente i loro protocolli di comunicazione, migliorarli e negoziarli esplicitamente con i propri interlocutori, piuttosto che seguire e subire inconsapevolmente protocolli definiti e inculcati in loro da altri che non avevano necessariamente a cuore la felicità degli interessati o erano sprovvisti di strumenti intellettuali ed etici adeguati.

    A tale scopo propongo la fondazione di una disciplina (e al tempo stesso di una pratica) che chiamerei "Metainterazione" in cui viene definito un metodo teorico/pratico per l'analisi dei protocolli di comunicazione umana (sia in generale che riferita a particolari coppie di interlocutori) e un linguaggio per la definizione e negoziazione di nuovi protocolli di comunicazione più adeguati ai bisogni e agli interessi degli individui.


     

    Pragmatica dell'interazione umana

    Pragmatica della comunicazione umana è il titolo di un fortunato saggio di Paul Watzlawick, Janet Beavin e Don Jackson (della Scuola di Palo Alto), che analizza con un approccio sistemico la comunicazione tra esseri umani. In questo testo vengono definiti cinque assiomi, ovvero cinque fatti sempre presenti nella comunicazione tra umani:

    1° – È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche con un gesto, con un’espressione del viso o con un silenzio, si comunica sempre qualcosa all’interlocutore.

    2° – Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione (o di contesto), e il secondo determina o influenza il significato del primo, costituendo una metacomunicazione (cioè una comunicazione sulla comunicazione). Per esempio, se due persone sono d’accordo sul fatto che stanno scherzando, i significati e le conseguenze di ciò che dicono sono diversi rispetto a quelli che si avrebbero in una situazione in cui le persone non intendono scherzare.

    3° – La comunicazione tra due persone è strutturata mediante una punteggiatura. Con questo termine s’intende l’individuazione dell’inizio di strutture interattive del tipo domanda e risposta, azione e reazione. E’ un aspetto importante della comunicazione perché una reazione può dar luogo ad un’ulteriore reazione, e causare in tal modo una reazione a catena in cui ci possono essere pareri discordi su chi l’abbia iniziata, specialmente in caso di conflitto o di violenza verbale.

    4° – Le comunicazioni possono essere di due tipi: analogiche (ad esempio immagini, segni, gesti) e digitali (cioè parole). Vale a dire che la comunicazione può essere un misto di espressioni verbali e non verbali, entrambe significative.

    5° – Le comunicazioni possono essere simmetriche, in cui i soggetti che comunicano si pongono su un livello paritario (ad esempio due amici o due studenti), o complementari, in cui gli interlocutori si pongono in posizioni gerarchiche diverse (ad esempio mamma e figlio, insegnante e allievo ecc.).

    Sulle orme di Watzlawick e compagni, Friedemann Schulz von Thun propone un modello della comunicazione umana rappresentato nella figura seguente:



    Il modello di Schulz von Thun, che non sostituisce quello di Watzlawick & c. ma costituisce una sua estensione, si può riassumere dicendo che ogni messaggio contiene quattro significati:

    • Enunciazione: quali sono i fatti che l’emittente vuole comunicare al ricevente?

    • Autorivelazione: cosa l’emittente vuole dire di sé al ricevente?

    • Richiesta: cosa l’emittente sta chiedendo al ricevente?

    • Relazione: in quale relazione l’emittente assume di trovarsi con il ricevente?

    Entrambi i modelli sono utili per analizzare e risolvere i problemi di comunicazione tra individui e per migliorare la qualità, ovvero l’efficacia, della comunicazione stessa.

    Comunicazione vs. interazione

    La comunicazione è un sottoinsieme dell’interazione, nel senso che nell’interazione tra due persone ci possono essere, oltre alla comunicazione (intesa come scambio di informazioni) anche transazioni di altro genere, come le seguenti.

    • trasferimento di oggetti, beni, denaro ecc.

    • trasferimento di energia (carezze, sostegno fisico, protezione, atti sessuali ecc.)

    • erogazione di servizi (gratuiti o dietro compenso)

    • esercizio di violenza (costrizioni, percosse, ferimento, uccisione ecc.)

    Per questo motivo il titolo di questo capitolo è “Pragmatica dell’interazione umana”, pur rievocando per somiglianza quello di “Pragmatica della comunicazione umana” di Watzlawick & c. ha una portata più ampia.

    Va comunque detto che anche una transazione non informativa può costituire una comunicazione (ovvero una transazione informativa) se la parte emittente e/o quella ricevente associano ad essa un significato comunicabile.

    Scopo dell’interazione umana

    Quali sono i motivi per cui gli esseri umani interagiscono? La domanda è più impegnativa di quanto possa sembrare, perché per rispondervi occorre fare appello alla conoscenza generale della natura umana.

    Coerentemente con l’idea centrale del mio libro "Psicologia dei bisogni", la prima risposta che mi viene in mente a tale domanda è che gli umani interagiscono per (cercare di) soddisfare i bisogni propri e/o quelli altrui, dal momento che senza un’interazione sociale sarebbe praticamente impossibile soddisfarli.

    In altre parole, l’interdipendenza umana determina un bisogno di interazione che si accompagna al bisogno di comunità di cui abbiamo già parlato. Infatti, far parte di una comunità implica la necessità di interagire in certi modi con un certo numero di suoi membri.

    Qualcuno potrebbe obiettare che gli esseri umani non interagiscono solo per soddisfare i loro bisogni, ma anche per altri motivi, per esempio, per piacere, per divertimento o per soddisfare un’ingiunzione religiosa.

    A tale obiezione io rispondo che il piacere e il divertimento, come pure l’obbedienza ad ingiunzioni religiose, costituiscono dei bisogni in sé, oppure mezzi per soddisfare bisogni di ordine superiore.

    Resto dunque dell’idea che tutto ciò che l’uomo fa (e in particolare l’interagire con i suoi simili) lo faccia per soddisfare dei bisogni propri e/o altrui, laddove soddisfare i bisogni altrui è un mezzo per soddisfare anche i propri. Infatti l’uomo ha bisogno di soddisfare i bisogni altrui, perché se non lo facesse non potrebbe soddisfare i propri, perché in tal caso non otterrebbe facilmente la cooperazione da parte degli altri.

    Sulla base del principio sopra esposto, vediamo in quali modi una persona può soddisfare i bisogni propri e quelli altrui attraverso l’interazione. Cerchiamo, cioè, di definire gli aspetti fondamentali di una pragmatica dell’interazione umana.

    Negoziazione e cooperazione

    Io suppongo che l’interazione umana serva essenzialmente a negoziare, preparare o esercitare una cooperazione. Divido pertanto l’interazione in due fasi:

    • fase di negoziazione (o preparazione)

    • fase di cooperazione

    La negoziazione consiste sostanzialmente nel comunicare all’interlocutore:

    • ciò che si sta cercando, ovvero ciò di cui si ha bisogno o che si desidera

    • ciò che si è disposti a offrire in cambio di una cooperazione mirata alla soddisfazione delle proprie esigenze

    • eventuali condizioni e regole (obblighi, divieti, libertà e limiti) per la cooperazione

    La durata della fase di negoziazione può essere più o meno lunga, anche brevissima (a volte basta un’occhiata per completarla); dipende dall’affinità tra gli interlocutori e dalla compatibilità e corrispondenza delle loro richieste, ovvero dalla misura in cui la domanda dell’uno corrisponde all’offerta dell’altro.

    La negoziazione può richiedere più riprese in cui ognuno adatta le proprie richieste e le proprie offerte in funzione di quelle espresse dal suo interlocutore.

    Nel modello di Schulz von Thun gli elementi della negoziazione sono ben rappresentati negli aspetti “richiesta”, “autorivelazione” e “relazione” del messaggio. Va tuttavia detto che tali aspetti sono normalmente quasi nascosti nel messaggio, per cui per comprenderli occorre avere un certo grado di empatia e di competenza sociale.

    Succede infatti quasi sempre che la fase di negoziazione sia più o meno criptica, cioè non esplicita, non chiara, né diretta, né franca, come se ognuna delle parti volesse essere pronta a ritirare le proprie proposte e richieste, perfino a negarle, nel caso in cui abbia la sensazione che l’altra parte non sia disposta ad accettarle. C’è infatti spesso una paura di essere rifiutati, come se il rifiuto di una propria proposta corrispondesse ad un abbassamento di status o di dignità sociale.

    Chi comanda qui?

    Un aspetto cruciale dell’interazione, sia in fase di negoziazione che in fase di cooperazione, è la definizione del rapporto gerarchico tra gli interattori, ovvero la risposta alla domanda “chi comanda qui?” Sia la domanda che la risposta sono politicamente scorrette nella nostra cultura, per cui esse sono normalmente rimosse nell’inconscio o nell’ipocrisia cosciente. Tuttavia la questione è sempre latente ed emerge in modo acuto ogni volta che c’è un conflitto o disaccordo su cosa fare e non fare, e perfino sulle cose di cui discutere e non discutere.

    Siccome di solito si presume che in caso di disaccordo si debba fare ciò che indica colui che la sa più lunga, cioè colui che è più intelligente e/o più istruito sulla materia oggetto della discussione, e siccome ciascuno vorrebbe avere la meglio, ciascuno cerca di dimostrare di essere più competente dell’altro sulla materia stessa.

    Lo stesso problema c’è in caso di disaccordo sul rispetto delle regole convenute, laddove un partner accusa l’altro di non averle rispettate, e l’accusato afferma il contrario.

    Le dimostrazioni (dirette o indirette, implicite o esplicite) della propria superiorità intellettuale e morale rispetto all’interlocutore sono normalmente affette da autoinganno (di cui parleremo in Autoinganno) per cui ognuno pensa di essere la persona più adatta a stabilire cosa sia meglio fare in caso di disaccordo.

    Alla fine si fa come preferisce la persona meno ragionevole, meno paziente, meno competente o meno intelligente, se l’altra ci tiene a mantenere la relazione di cooperazione e ad evitare che il partner sia scontento o frustrato.

    Cosa determina il successo di un’interazione cooperativa

    Una interazione ha successo quando soddisfa in misura sufficiente alcuni bisogni di entrambi gli interattori, nel senso che per ognuno di essi il bilancio dello scambio è positivo. Vale a dire che il peso dei vantaggi (o dei guadagni) è maggiore di quello degli svantaggi (ovvero dei costi o delle perdite). Sto parlando di vantaggi in senso lato, non limitato agli aspetti economici.

    Affinché il bilancio dell’interazione sia positivo per entrambi i partner, è necessario che le seguenti condizioni siano soddisfatte:

    • ci deve essere una sufficiente corrispondenza e compatibilità tra ciò che ciascuno chiede e ciò che l’interlocutore è disposto ad offrire;

    • ciascun interlocutore deve essere capace di esprimere in modo chiaro e comprensibile le proprie richieste e le proprie disponibilità, e di capire quelle dell’altro;

    • ci deve essere una comune comprensione delle regole e delle condizioni della cooperazione;

    • ci deve essere da parte di entrambi la volontà e l’obbligo morale di rispettare le regole convenute;

    • ci deve essere un reciproco riconoscimento delle rispettive competenze e capacità intellettuali e morali.

    La soddisfazione delle suddette condizioni è tanto più difficile quanto meno esplicita è la negoziazione dell’interazione e la discussione in caso di conflitti. Di conseguenza, conviene resistere alle convenzioni che sconsigliano di essere espliciti e diretti per quanto riguarda l’espressione delle proprie richieste e disponibilità, oltre che delle valutazioni delle capacità proprie e altrui.

    Spero che questo sito possa essere di aiuto per conoscere i propri bisogni in modo tale che possano essere espressi chiaramente a potenziali partner.

    Principi morali razionali

    Propongo qui una serie di principi morali da me concepiti, che non fanno alcun riferimento a entità religiose o spirituali, ma sono fondati su conoscenze scientifiche e psicologiche. Sono un'alternativa al Nuovo Testamento cristiano, che ritengo non adatto ai nostri tempi per le ragioni spiegate in questo articolo.

    Ritengo che tali principi possano essere condivisi sia da credenti in qualunque religione, sia da atei, sia da agnostici. Sono graditi commenti e proposte di aggiunte e di modifiche.

    Mi piacerebbe sapere da ogni lettore quali principi ritiene validi e quali no, quali si impegnerebbe a seguire e quali no.

    Questo articolo verrà modificato più volte nelle prossime settimane per tener conto dei commenti ricevuti.

    1. Non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.

    2. Non danneggiare nessuno, tranne nei casi in cui farlo sia necessario per impedire ingiustizie o danni maggiori per qualcuno che non li merita.

    3. Non fare cose che, se tutti potessero fare e facessero, danneggerebbero la società o l’ambiente naturale.

    4. Non considerare gli altri come mezzi per soddisfare i tuoi bisogni senza un corrispettivo, ma cerca la cooperazione con gli altri per una soddisfazione reciproca.

    5. Ripaga le persone individualmente, e la società in generale, per quello che da loro hai ricevuto, per quanto ti è possibile. Nessuno ha il diritto di vivere a spese di altre persone o della società.

    6. Sii sempre sincero, tranne nei casi in cui la tua sincerità potrebbe essere dannosa per qualcuno.

    7. Mantieni la parola data e gli impegni presi, a meno che farlo sia dannoso per qualcuno. Non fare promesse che non sei sicuro di poter mantenere.

    8. Tratta tutti gli esseri umani con rispetto, lealtà, onestà ed equità. Riconosci pari diritti e pari dignità a ognuno indipendentemente dalle sue opinioni. Non disprezzare né deridere alcuno per motivi quali: colore della pelle, etnia, religione, orientamento sessuale,  capacità intellettuali, salute, aspetto fisico, classe sociale ecc.

    9. Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che nessun essere vivente, compreso l’uomo, ha scelto la propria natura, né è libero di volere ciò che vuole, di sentire ciò che sente, né di sapere ciò che sa. Infatti le motivazioni, i sentimenti e le cognizioni di un essere vivente dipendono dalla combinazione del suo codice genetico con le sue esperienze particolari. 

    10. Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che l’io cosciente  è una piccola parte della mente umana. Questa è prevalentemente inconscia e influenza l’io cosciente a sua insaputa, perseguendo fini che possono essere diversi da quelli di cui si è consapevoli.

    11. Pur essendo comprensivo, non tollerare che chiunque commetta illegalità o ingiustizie, e contribuisci all’applicazione della giustizia in quanto cittadino responsabile. Considera tuttavia che lo scopo della punizione non deve essere quello di infliggere dolore alla persona che sbaglia, ma quello di ridurre la probabilità che essa sbagli ancora.

    12. Obbedisci alle leggi dello stato in cui vivi, tranne nei casi in cui farlo sarebbe dannoso per qualcuno. Paga i tributi che ti competono secondo i tuoi guadagni e i tuoi possedimenti.

    13. Accresci le tue conoscenze scientifiche e umanistiche al fine di correggere i tuoi difetti, migliorare i tuoi rapporti con gli altri e meglio contribuire al bene comune.

    14. Nei conflitti con gli altri cerca, attraverso il dialogo, una soluzione pacifica se possibile; evita gesti e atteggiamenti aggressivi, ostili, offensivi; affronta le divergenze con calma, e, se un accordo o un compromesso è impossibile, adotta le misure appropriate per difendere i tuoi gusti interessi.

    15. Non sopravvalutarti, e non sottovalutarti. Se qualcuno ti fa una  critica non respingerla a priori, ma esaminala senza pregiudizi per verificarne la fondatezza.

    16. Non essere assolutamente sicuro di alcuna verità, né di avere ragione in qualunque questione. Considera che ognuno ha ragione dal proprio punto di vista, e che ogni verità è parziale e suscettibile di essere sostituita da una verità più credibile o più soddisfacente. 

    17. Tollera chi ha idee diverse dalle tue, tranne nei casi in cui la messa in pratica di quelle idee può danneggiare te o altri.

    18. Rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te e di avere stili di vita diversi dai tuoi, purché non siano contrari alla giustizia e al bene comune.

    19. Non far sentire nessuno inferiore a te, in nessun campo. Evita le competizioni sulla sapienza, sulla saggezza, sulla moralità e sulla ragione.

    20. Metti in discussione e verifica le idee tue e altrui (cominciando da quelle dei tuoi educatori e dei tuoi insegnanti), e scarta quelle che sono contraddette dai dati e dai fatti reali. Insegna ai tuoi figli e ai tuoi eventuali allievi e seguaci a dissentire da chiunque faccia affermazioni infondate, te compreso.

    21. Non accettare passivamente i messaggi espliciti e impliciti delle tradizioni, delle mode, delle religioni e dei mezzi di comunicazione di massa, ma esaminali criticamente per determinare se inducono a comportamenti contrari al benessere psicofisico.

    22. Rispetta l’ambiente naturale e quello urbano, contribuisci a tenerli sani e puliti, e difendili da chi li inquina, deturpa o impoverisce, denunciando gli abusi alle autorità competenti. Adegua i tuoi consumi alle condizioni ecologiche. Abbi cura dei beni pubblici come se fossero tuoi privati.

    23. Cerca di lasciare l'ambiente naturale e quello sociale meglio di come li hai trovati.

    24. Godi de rispetta la bellezza in tutte le sue manifestazioni, perché essa ci dà piacere, ci consola e ci motiva a migliorare, ma guardati da coloro che la usano  per incantare e illudere le persone inducendole a credere nella verità delle loro narrazioni o nella qualità delle loro merci.

    25. Non generare figli se non sei in grado di dedicare loro tempo ed energie, e di garantire loro il necessario per una crescita sana e serena, tra cui un’istruzione adeguata alle sfide della società attuale.

    26. Godi della tua sessualità e lascia che gli altri godano della propria, quali che siano le loro inclinazioni, purché nessuna delle persone coinvolte venga danneggiata o costretta a rapporti non desiderati. Protesta contro ogni forma di repressione sessuale e contro l'omofobia.

    27. Tollera chi è meno intelligente di te, perché nessuno è responsabile del proprio grado di intelligenza.

    28. Accetta e rispetta la proprietà privata altrui e le disuguaglianze economiche, se esse sono il risultato di attività oneste e legali.

    29. Partecipa in modo informato alla vita politica della tua città e del tuo stato  favorendo con i tuoi voti le politiche più rispondenti all’interesse generale della popolazione (a tutti i livelli, dal villaggio al pianeta) piuttosto che all’interesse di gruppi particolari. Favorisci le politiche tese a dare a tutti pari opportunità di istruirsi.

    30. Non diffondere notizie o teorie infondate, inattendibili o erronee. Prima di riportare una notizia, verifica l’attendibilità della fonte. Se la verifica è impossibile, non diffondere la notizia.

    31. Nel considerare il bene e il male tieni conto degli interessi della specie umana oltre che di quelli degli individui.

    32. Ognuno è civilmente e moralmente responsabile del proprio comportamento, anche se esso è uguale a quello della maggior parte della gente. Infatti, il fatto che una gran quantità di persone si comportino in un certo modo non implica che quel comportamento sia giusto o opportuno.

    33. Imita coloro che ritieni migliori di te.

    34. Riconosci a tutti il diritto di non amare o di smettere di amare qualcuno o qualcosa, poiché l’amore è un sentimento involontario. Per lo stesso motivo, considera che nessuno, tranne i bambini, ha il diritto di essere amato. 

    35. Riconosci a tutti il diritto di scegliere con chi interagire e con chi non interagire.

    36. Considera che la competizione tra esseri umani è inevitabile. Tuttavia essa deve essere aperta, leale e rispettosa della dignità delle persone meno competitive.

    37. Il bene e il male non sono assoluti né oggettivi, ma sempre relativi alla soddisfazione dei bisogni umani. 

    38. Considera che ognuno cerca di soffrire il meno possibile e di godere il più possibile usando le risorse materiali e immateriali che possiede. E ognuno, te compreso, può aiutare gli altri a soddisfare i loro bisogni, o ostacolarli in tal senso.

    39. Ognuno è responsabile non solo del male che fa, ma anche del bene che non fa agli altri.

    40. Si consapevole delle conseguenze delle tue azioni e delle tue non-azioni per il bene degli altri e della società.

    41. Due o più esseri umani possono negoziare le regole morali delle loro interazioni purché esse non danneggino terzi; nessuno ha il diritto di intromettersi in quella negoziazione.

    42. Non ti aspettare dagli altri ciò che essi non sono in grado di fare o di capire.

    43. Ogni donna ha il diritto di abortire se lo ritiene opportuno.

    44. Ognuno ha il diritto di terminare la propria vita quando lo ritiene opportuno.

    45. Non prendere nulla assolutamente sul serio (nemmeno questi principi morali), tranne la sofferenza degli esseri viventi senzienti.


    Cooperazione e condivisione

    In questo articolo vorrei affermare una relazione funzionale tra il concetto di condivisione e quello di cooperazione. Infatti suppongo che non sia possibile una cooperazione tra due o più persone se queste non condividono almeno certe cose materiali o immateriali, a cominciare da un linguaggio e da certe opinioni, certi valori, certi gusti ecc.

    Per argomentare la mia affermazione, mi riferisco inizialmente ai bisogni primordiali di ogni essere umano: sopravvivere e riprodursi.

    Il bisogno di cooperazione

    Per sopravvivere, per soddisfare i propri bisogni, e per riprodursi, ogni umano ha bisogno di cooperare con altri umani.

    Tuttavia, perché vi sia cooperazione, non basta volerla, bisogna anche sapere come ottenerla, ed è necessario che certi prerequisiti siano soddisfatti. Infatti può succedere che essa non si realizzi, che avvenga con difficoltà e inconvenienti più o meno gravi, o che dia risultati insoddisfacenti, tanto da indurre gli interessati a concludere che non ne valeva la pena.

    Cerchiamo dunque di capire in cosa consiste una cooperazione e a quali condizioni essa è soggetta.

    In cosa consiste una cooperazione

    La cooperazione tra due umani (i “partner” della cooperazione) consiste nella condivisione di certe cose, e richiede la condivisione di certe altre cose. Per "cose" intendo qualsiasi cosa materiale o immateriale, come oggetti, beni, idee, informazioni, valori, doveri, ecc. (vedi una lista di esempi più numerosa in fondo a questo articolo).

    In una cooperazione vengono scambiati beni, e/o informazioni, e/o servizi, nel senso che ciascun partner cede all’altro, o permette all’altro di usare, certe proprie risorse materiali o immateriali, in cambio di certi benefici.

    Una forma molto semplice di cooperazione è il commercio, in cui avviene la cessione di un bene in cambio di un corrispettivo, che consiste generalmente in denaro.

    Cooperazione come servizio reciproco

    Nelle forme più complesse di cooperazione (come l’amicizia, il cameratismo, il rapporto professionale, l’amore di coppia, la solidarietà, il patriottismo, il tifo sportivo ecc.) vengono scambiati servizi, o impegni di servizi, da erogare al verificarsi di certe condizioni. In tal senso un “servizio” può consistere nella difesa, protezione o sostegno del partner, nel mutuo aiuto o nel perseguimento di un comune interesse o obiettivo.

    L’erogazione di un servizio può essere considerata una forma di condivisione nel senso che se una persona A "serve" una persona B, si può dire che B “usa” la persona A in quanto “usufruisce” del servizio che A eroga a B. Ebbene, se B usa A, si può dire che A condivide una parte di se stessa con B, a favore di B. Ovviamente ci si aspetta che la condivisione sia reciproca, o che sia ricompensata in qualche modo.

    Quando la cooperazione ha successo, è come se, in virtù dell’erogazione e dell'uso reciproco dei "servizi", A e B fossero due parti di un’unica entità (la coppia), parti che cooperano a beneficio, e nell'interesse, della coppia stessa. In tal senso si può parlare di "economia" della coppia.

    In altre parole, una cooperazione è una specie di simbiosi, per quanto possa essere di durata limitata e non impegnativa al di fuori dell'ambito della cooperazione stessa.

    Infatti, durante la cooperazione, i partner traggono vantaggio dallo scambio dei beni, delle informazioni e dei servizi, e a tale scopo costituiscono un gruppo, ovvero un sistema, dato che per sistema s'intende un insieme di parti che interagiscono per un interesse o scopo reciproco o comune.

    Condivisione come comunicazione e congiungimento

    Lo scambio di cui stiamo parlando costituisce una "comunicazione" in senso lato, in quanto permette la messa in "comune" di qualcosa. Nel caso dello scambio di informazioni, si può parlare di "comunicazione" in senso stretto, in quanto certe informazioni vengono "copiate" dalla mente di un partner in quella dell'altro. In questo caso "condividere" equivale a "copiare".

    In termini più astratti, è come se l’erogatore del servizio condividesse (in tutto o in parte) la propria persona, ovvero il proprio corpo (che include la propria mente), con il fruitore del servizio stesso.

    Condividere una cosa tra due o più partner significa che i partner dispongono di quella cosa in comune, nel senso che ciascuno dei partner può usarla come se fosse propria.

    Paradossalmente, quindi, sebbene il termine “condividere” faccia pensare ad una divisione, e quindi separazione, una condivisione è una forma di unione, cioè di congiungimento, tra chi produce la condivisione e chi ne usufruisce.

    In tal senso, il rapporto sessuale può essere considerato come una forma di cooperazione e di condivisione, in cui vengono condivisi i corpi dei cooperanti.

    Donazione vs. condivisione

    C'è una differenza significativa tra il concetto di "donazione" e quello di "condivisione". Infatti, nella donazione (come pure nella dedizione e nel sacrificio) il donatore rinuncia a qualcosa a favore del beneficiario, quindi perde qualcosa senza aspettarsi nulla in cambio. Nella condivisione, invece, il condividente non rinuncia a nulla e non perde nulla, ma mette semplicemente qualcosa che prima era privato, a disposizione del partner, oppure rinuncia a qualcosa in cambio di un beneficio maggiore.

    Questa differenza tra donazione e condivisione è di fondamentale importanza nel rapporto di coppia, in quanto la donazione, la dedizione, il sacrificio possono dar luogo, nel tempo, ad un risentimento o ad un desiderio di compensazione o di rivalsa che può nuocere alla cooperazione, fino ad indurre gli interessati a interromperla.

    Condivisione statica vs. dinamica

    Una condivisione può essere statica o dinamica.

    Per condivisione statica di una cosa tra due persone intendo il caso in cui le due persone hanno già quella cosa in comune nel momento in cui considerano un'eventuale cooperazione.

    Per condivisione dinamica di una cosa tra due persone intendo l'atto del condividere, ovvero la transazione (tra le due persone) attraverso la quale si realizza la messa in comune di quella cosa.

    Affinché una condivisione dinamica possa avvenire, è necessaria, a priori, la condivisione statica di certe cose, quali ad esempio, certe regole morali, una lingua, certi saperi, certi interessi, certi obblighi, ecc.

    Motivazione alla condivisione

    Una condivisione tra due persone può essere suggerita, stimolata, obbligata o forzata da una terza parte (come ad esempio un genitore, un sacerdote, un'autorità politica, militare, economica, culturale, un datore di lavoro ecc.). In tal caso la terza parte può costituire anche l'oggetto della condivisione, nel senso che le persone condividono la stessa autorità a cui si sottopongono, o che insieme combattono.

    A proposito di condivisione forzata, il "comunismo reale" costituisce un perfetto esempio di essa. Infatti in un regime comunista "classico", la proprietà privata è consentita in misura molto limitata, e la popolazione è costretta dall'autorità statale a condividere non solo i beni materiali, ma anche l'idea che il comunismo sia una cosa buona.

    Tra cooperazione e condivisione esiste una relazione funzionale bidirezionale, nel senso che la condivisione favorisce la cooperazione, e, a sua volta, la cooperazione favorisce la condivisione. Infatti, più intensamente e più frequentemente due persone cooperano, maggiore è la quantità di cose che esse condividono per effetto della cooperazione. D’altra parte quanto maggiore è il desiderio di cooperare, tanto maggiore è la motivazione a condividere certe cose.

    Condivisione come chiave di comprensione dei rapporti umani

    A mio avviso il concetto di condivisione è molto importante (1) come chiave di comprensione dei rapporti interpersonali (e dei i problemi ad essi connessi), (2) come strumento per orientarsi nella scelta delle persone con cui cooperare e (3) per apprendere a interagire e cooperare con gli altri nel modo più utile per sé e per gli altri.

    Ad esempio, un divorzio (che rappresenta il fallimento di una cooperazione tra due persone) può essere spiegato come il risultato di un'insufficiente condivisione di prerequisiti, dovuta a incapacità o rifiuto volontario di condividere, o a differenze eccessive tra le visioni del mondo degli interessati.

    Nei rapporti interpersonali è fondamentale capire che non ci può essere cooperazione, né amicizia, né amore senza una sufficiente condivisione, e che tanto maggiore è la condivisione, tanto più efficace è la cooperazione. Si può anche dire che la solitudine è il risultato di una insufficiente condivisione, o del rifiuto di condividere certe cose, come certi valori o disvalori.

    Negoziazione di una cooperazione/condivisione

    È anche importante capire che una cooperazione può essere (e a mio avviso dovrebbe essere) negoziata esplicitamente, nel senso che ogni parte dovrebbe essere consapevole di ciò che è disposta a condividere, di ciò che è capace o incapace di condividere, e delle condivisioni che esige dall'altra. Dovrebbe quindi informare l'altra delle proprie condizioni, e chiedere all'altra di fare altrettanto. Dopodiché le parti possono decidere con cognizione di causa se tentare una cooperazione o rinunciare ad essa per insufficienza delle condizioni necessarie.

    Domande sulla condivisione

    Più in generale, la riflessione sul concetto di condivisione permette di rispondere a domande quali: Condividere cosa? Con chi? Perché? E considerando un'eventuale cooperazione con una certa persona, permette di rispondere a domande quali:

    • Cosa possiamo condividere?

    • Cosa non possiamo condividere?

    • Cosa vogliamo condividere?

    • Cosa non vogliamo condividere?

    • Cosa dobbiamo condividere?

    • Cosa non dobbiamo condividere?

    • Cosa temiamo di condividere?

    • Cosa non temiamo di condividere?

    • Cosa desideriamo condividere?

    • Cosa non desideriamo condividere?

    Istinto di cooperazione/condivisione

    Se è vero che l'uomo ha un bisogno innato di cooperazione, possiamo dire che ha, di conseguenza, un bisogno innato di condivisione, in quanto mezzo indispensabile per ottenere la cooperazione stessa. Possiamo perciò parlare di istinto di cooperazione e di istinto di condivisione, confondendoli.

    In antitesi rispetto al bisogno/istinto di cooperazione e di condivisione, vi è tuttavia il bisogno/istinto di competizione, per cui il vivere civile impone un compromesso tra di essi.

    Differenze umane, esclusione e inclusione

    Se prendiamo due persone a caso, possiamo affermare che essere condividono certe cose, e non condividono certe altre cose. Sono proprio tali corrispondenze e non corrispondenze che determinano il grado di possibilità di cooperazione tra le persone stesse.

    In tal senso, anche il concetto di "inclusione" rientra a mio avviso nel concetto di condivisione. Infatti un'inclusione autentica e non illusoria, è possibile solo attraverso una condivisione di certi beni, valori, idee, impegni, ecc.

    Condivisioni di gruppo/massa

    Il concetto di condivisione non riguarda solo i rapporti bilaterali tra due individui, ma può interessare gruppi o masse di persone, ad esempio, nell'editoria, nei mass media, nei social network, negli spettacoli, nelle conferenze pubbliche, nelle cerimonie, nei riti, ecc.. Mi riferisco alla diffusione di informazioni o di "performance" che una fonte mette a disposizione di una quantità imprevedibile di persone sconosciute, con o senza una loro attiva partecipazione simultanea.

    Questa condivisione di gruppo o di massa ha una doppia funzione. Da una parte consiste nella condivisione tra una fonte e ciascun destinatario-fruitore. Dall'altra costituisce una condivisione tra tutti i destinatari-fruitori che, in virtù del fatto che hanno assistito allo stesso evento (specialmente se in contemporanea), ne condividono successivamente la memoria.

    Abbiamo qui, dunque, una doppia condivisione, che favorisce la cooperazione (1) tra la fonte e ciascun fruitore, e (2) tra i fruitori, i quali possono successivamente, nei loro dialoghi, fare riferimento a ciò che hanno visto e udito insieme.

    Cose che possono essere condivise

    Concludo con una lista di "cose" che possono essere condivise tra due persone, o tra una fonte e un gruppo o massa di persone.

    • Beni materiali (mobili e immobili)

    • Beni immateriali

    • Idee

    • Informazioni

    • Insegnamenti, scuole

    • Saperi e conoscenze

    • Ricordi

    • Valori

    • Interessi

    • Obiettivi

    • Progetti

    • Imprese

    • Gusti

    • Preferenze

    • Colpe

    • Responsabilità

    • Doveri

    • Appartenenze

    • Amore/odio verso terzi

    • Psicologie

    • Filosofie

    • Religioni

    • Discipline

    • Esperienze

    • Preoccupazioni

    • Sottomissioni ad autorità

    • Problemi

    • Amicizie

    • Paure

    • Piaceri

    • Dolori

    • Speranze

    • Luoghi e spazi

    • Folklore

    • Spettacoli

    • Storie

    • Genitori

    • Famiglia

    • Il proprio corpo

    • Poteri

    • Libertà

    • Musiche

    • Ritmi

    • Danze

    • Canzoni

    • Opere d'arte

    • Concerti

    • Conferenze

    • Cerimonie

    • Riti

    • Giochi

    • Vizi

    • Malattie

    • Dipendenze da sostanze

    • Ecc.