Il potere rende competitivi.
L'uomo è un animale gerarchico.
La gente ama tanto l’umiltà altrui.
Ognuno vorrebbe dominare ogni altro.
Amiamo i giochi in cui siamo competitivi.
Voglio trasformare in forze le mie debolezze.
La svalutazione interpersonale genera guerre.
Ognuno preferisce i giochi in cui è vincente.
La razionalità è un terreno di competizione.
Ognuno vorrebbe essere favorito da ogni altro.
La filosofia è una gara a chi la sa più lunga.
I primi della classe sono antipatici ai non primi.
I discorsi umani oscillano tra «anche io» e «io no».
Ognuno aspetta segretamente il suo momento di gloria.
Se l'umiltà è una virtù, perché odiamo chi ci umilia?
Amiamo tutto ciò che favorisce la nostra competitività.
L'io e l'inconscio competono per il controllo del pensiero.
Il piacere della vittoria comporta il piacere del conflitto.
Chi vince ha sempre ragione, chi ha ragione non sempre vince.
Il disprezzo è un’arma letale e uno strumento di competizione.
Società = cooperazione + competizione + imitazione + selezione.
I poco intelligenti non amano coloro che parlano di intelligenza.
La vita di un umano è un continuo incontro/scontro con altri umani.
Chi pensa di essere superiore desidera che anche gli altri lo pensino.
In assenza di freni morali, ognuno cercherebbe di sfruttare ogni altro.
La filosofia è una gara a chi la sa più lunga, e i lettori sono i giudici.
Le persone più amate sono quelle che riescono a nascondere la loro superiorità.
A ognuno piace giocare ai giochi in cui è vincente e non a quelli in cui è perdente.
La violenza è anche un modo per affermare la propria superiorità in termini di potere.
La scarsità dei miei muscoli è stata compensata dall'abbondanza della mia rete neurale.
Di ogni umano ci chiediamo (consciamente o inconsciamente): può farmi concorrenza? In cosa?
Socrate sapeva di non sapere, ma allo stesso tempo credeva di sapere più di tutti gli altri.
L'idea dell'uguaglianza sociale è una buona scusa per evitare la competizione interpersonale.
Desideriamo il successo perché ci aspettiamo che ci renda più desiderabili e più competitivi.
Guai se X afferma di essere meglio di Y. Se Y ci crede, si deprime, se non ci crede, disprezza X.
Chi è poco competitivo nel gioco della razionalità preferisce giocare a quello dell'irrazionalità.
L'intenzione segreta del moralista è quella di rendere l'altro meno libero e quindi meno competitivo.
Ognuno vorrebbe giocare solo ai giochi in cui ha qualche speranza di vincere, o almeno di non perdere.
Ogni umano può essere utile o dannoso per ogni altro umano. Perciò nessuno di noi può stare tranquillo.
I rapporti sessuali non sono solo l'oggetto di un istinto o di un desiderio, ma anche uno status symbol.
A che servono le virtù e le conoscenze se non comportano vantaggi sociali? Solo a generare frustrazioni.
Chi pretende di avere un rapporto con Dio migliore del rapporto che altri hanno con Lui, è un impostore.
Ognuno pensa di saperla più lunga di chi la pensa diversamente. Altrimenti la penserebbe allo stesso modo.
Ogni umano è dominato dalla paura di essere dominato e dal desiderio inconfessabile di dominare gli altri.
Chi cerca di superare se stesso non è amato perché superando se stesso rischia di superare anche gli altri.
Certe persone considerano il mancato riconoscimento della loro presunta superiorità come una mancanza di rispetto.
Chi crede di appartenere a un rango sociale elevato tende a evitare situazioni in cui quel rango non è riconosciuto.
Quando il più debole non riconosce la superiorità del più forte, il più forte fa la guerra al più debole, e la vince.
La competizione tra esseri umani è esaltata dal rispetto, dalle lodi e dagli omaggi che le masse rivolgono ai vincitori.
I concetti-chiave della natura umana: emozione, appartenenza, interazione, cooperazione, autorità, gerarchia, competizione.
Quando nasce un bambino i genitori desiderano che le sue volontà si accordino con le loro e reprimono quelle in disaccordo.
C'è pace quando c'è accordo, guerra quando c'è disaccordo, sui rispettivi ruoli sociali e le rispettive posizioni gerarchiche.
L'umiltà è considerata una virtù perché ognuno è preoccupato del suo rango sociale e si rilassa quando gli altri si abbassano.
A quasi nessuno interessa conoscere idee altrui che non siano coerenti con la propria visione del mondo, se non per contestarle.
Ogni umano è causa di piaceri, dolori, desideri e paure per altri umani. Questo fatto dovrebbe essere il fondamento della morale.
Pensarla diversamente da un altro è implicitamente offensivo perché implica che il modo di pensare altrui valga meno del proprio.
Chi cerca di superare se stesso viene fatalmente percepito, dalla maggioranza delle persone, come uno che cerca di superare gli altri.
Competizione, disaccordo, non condivisione, non cooperazione, conflitto. Ognuna di queste cose può essere causa e conseguenza delle altre.
Certe persone competono per dimostrare di essere i meno interessati alla competizione, come se competere fosse una cosa di cui vergognarsi.
Uno dei motivi del successo del cristianesimo è la glorificazione dei perdenti. Per questi è una consolazione, per i vincenti un'ipocrisia.
Una delle tragedie dell'umanità è il fatto che spesso la gioia di uno comporta la tristezza di altri. Infatti, per uno che vince, altri perdono.
Il comportamento umano è determinato da due motivazioni fondamentali: soddisfare i propri bisogni biologici, e ottenere vantaggi e meriti sociali.
La letteratura, l’arte, l’architettura, la moda, sono corrotte quando vengono create e usate come strumenti di competizione e di selezione sociale.
Ci sono persone che, per nascondere anche a se stesse il fatto che cercano il potere per il potere, credono e fanno credere che operano per volontà di Dio.
Libertà e competitività sono interdipendenti. Infatti per essere liberi è necessario essere competitivi, e per essere competitivi è necessario essere liberi.
Tra le persone che rifiutano la competizione ci sono coloro che non temono di risultare perdenti e coloro che lo temono.
La società umana ha tre anime: una cooperativa, una competitiva e una selettiva, a volte in guerra tra loro, a volte alleate, a volte palesi, spesso nascoste.
Se vi dicessi che sono felice fareste bene a dubitarne. Infatti potrei dirlo (e crederci mentendo a me stesso) per ostentare una mia presunta superiorità filosofica.
L'uomo non ha un'anima unica, ma almeno quattro, e un ministero per ciascuna di esse: cooperazione, competizione, imitazione, selezione. Ovviamente sono anime mortali.
Esprimere una critica implica una competizione e una sfida, nel senso che chi critica presuppone di sapere di più e/o meglio del criticato nel contesto in discussione.
La competizione tra umani è tale che i più ignoranti cercano di annullare i vantaggi dei più sapienti screditandoli e minimizzando o non riconoscendo le loro conoscenze.
Il metodo più facile per non perdere in un conflitto è non competere, ma in certi casi la competizione è imposta dall'avversario, e non competere comporta il soccombere.
Status e potere sono intimamente connessi. Infatti lo status conferisce potere e viceversa, ed entrambi sono oggetto di desiderio e di competizione per ogni essere umano.
Ogni umano ha bisogno di occupare un posto nella società, adatto alla propria personalità, alle proprie capacità e alla propria competitività, e riconosciuto dagli altri.
Quando siamo in disaccordo con qualcuno, abbiamo bisogno di credere che l'altro sia in errore, perché altrimenti saremmo noi a sbagliare, cosa insopportabile e inquietante.
Ogni umano cerca di accrescere la porta importanza alla occhi altrui. Alcuni lo fanno mostrando le proprie capacità, altri mostrandosi seguaci di persone ritenute importanti.
Forse uno dei motivi per cui certe persone non amano l'intelligenza artificiale, è il fatto che essa aumenta la competitività di chi la sa usare, e loro non sono capaci usarla.
A forza di migliorare se stessi si finisce per diventare migliori di altri anche non volendo, e questo dà fastidio a chi viene superato. Quindi per migliorare ci vuole coraggio.
In ogni umano convivono due motivazioni fondamentali e antitetiche verso altri umani: una alla cooperazione e una alla competizione. In alcuni prevale la prima, in altri la seconda.
Le persone riservate sono inquietanti perché non esprimono pubblicamente le proprie intenzioni e presunzioni. Infatti dietro ogni persona riservata si potrebbe nascondere un rivale.
Una persona che cerca di aumentare la propria bellezza vorrebbe essere più bella di altre persone. La bellezza è terreno di competizione. Lo stesso vale per la bellezza dei manufatti.
Nella competizione politica, culturale, economica coloro che salgono nella scala gerarchica godono di un vantaggio supplementare dovuto alla tendenza popolare a premiare i già premiati.
In una società molto competitiva e molto selettiva, mostrare le proprie miserie, le proprie debolezze e le proprie inferiorità richiede un grande coraggio e una grande onestà intellettuale.
Dire seriamente a qualcuno 'stai dicendo cazzate' è offensivo in quanto umiliante. Infatti, sebbene molti considerano l'umiltà una virtù, nessuno tollera di essere umiliato da qualcun altro.
La vita umana consiste in una continua oscillazione tra cooperazione e competizione, dove l’una cosa è funzionale all’altra, nel senso che competere serve a cooperare, e cooperare serve a competere.
Proclamare con fierezza una propria diversità implica una superiorità, una ribellione, una indipendenza, una libertà o una repulsione. Perciò può essere percepito come atto ostile o sfida competitiva.
I rapporti interpersonali comportano vantaggi e svantaggi, e ognuno vorrebbe avere più vantaggi e meno svantaggi. Il problema è che i vantaggi per alcuni corrispondono a svantaggi per altri, e viceversa.
Le transazioni interpersonali servono a trasmettere beni, servizi e informazioni, piaceri e dolori, a cooperare e a competere, a stabilire condivisioni e non condivisioni, secondo certi modelli culturali.
Cooperazione, competizione e dominio sono concatenati. Infatti si può competere per dominare e per cooperare, si può cooperare per competere e per dominare, e si può dominare per cooperare e per competere.
Se nessuno è peggiore di me io sono un mostro, e questo è per me inaccettabile. Perciò ho bisogno di dimostrare che ci sono persone peggiori di me, e quanto più grande è il loro numero, tanto megliore io sono.
Gli scienziati competono tra loro per arrivare per primi a nuove scoperte (poi condivise da tutti), non per affermare, come fanno invece i filosofi, che la propria visione del mondo è meglio di quella di altri.
Un modo per dissentire diplomaticamente e assertivamente evitando di offendere l'interlocutore e di continuare un dibattito divenuto sterile: "Ho compreso il tuo punto di vista anche se diverso dal mio. Grazie."
Sono felici i momenti in cui cui ci si sente uguali e uniti agli altri. Purtroppo quei momenti sono fugaci perché presto torna la percezione conscia o inconscia delle differenze e della competizione interpersonale.
L'intelligenza artificiale consultabile dalle masse tende a livellare verso l'alto le differenze cognitive tra le persone, riducendo il vantaggio e la competitività dei più sapienti nei confronti dei meno sapienti.
Se non vuoi soffrire di solitudine, devi scegliere se essere intellettualmente pecora o pastore, e, nel secondo caso, devi competere per la miglior posizione nella gerarchia dei pastori e combattere contro la concorrenza.
Tra inconscio e coscienza cè competizione per l'autogoverno della persona. Di solito vince l'inconscio, semplicemente perché è il più forte e può manipolare la conscienza, mentre questa non riesce a manipolare l'inconscio.
Ci sono almeno due buoni motivi per migliorare il proprio modo di pensare. Il primo è prendere decisioni migliori per il proprio benessere, il secondo è essere più competitivi e più convincenti nelle discussioni con gli altri.
L'uomo è l'unico animale che compete di nascosto e inconsciamente con i suoi simili, in ogni contesto, dai conflitti all'interno di una coppia o di un gruppo a quelli tra stati. Gli altri animali, invece, competono apertamente.
Assistere ad eventi sportivi agonistici per molti è eccitante perché fa risuonare lo spirito competitivo che è nella natura umana. Assitervi in massa è ancora più eccitante perché fa risuonare lo spirito comunitario che è pure nella natura umana.
Le persone superiori sono quelle che non sentono il bisogno di dimostrare di avere ragione o di essere superiori, nemmeno quando avrebbero le prove e gli argomenti per dimostrare le proprie maggiori capacità, in certi campi, rispetto a certe altre persone.
Cosa ci resta nei rapporti umani se smettiamo di fare filosofia, cioè di discutere di cosa sia vero o falso, buono o cattivo, bello o brutto, giusto o sbagliato? Non ci resta che discutere di chi sia vincente o perdente, per diventare seguaci dei vincenti.
Dovremmo smetterla di pensare che competere sia sempre negativo, dannoso, immorale o stupido. È stupido pensarla così. La competizione è il prodotto di un bisogno naturale, innato, e ha conseguenze sia negative, sia positive. Va contenuta, ma non eliminata.
Tra i motivi per cui molte persone inesperte di informatica hanno paura dell'intelligenza artificiale c'è il fatto che essa aumenta il potere dei tecnici e degli imprenditori informatici (i soli che capiscono come essa funziona), e diminuisce quello degli altri.
Ogni umano, per ogni altro umano, è un potenziale amico e un potenziale nemico. Perciò ognuno si preoccupa (consciamente o inconsciamente) delle intenzioni altrui, specialmente se il comportamento altrui appare "strano", cioè non convenzionale o non prevedibile.
La competizione tra umani può assumere forme paradossali. Infatti alcuni competono per dimostrare di essere più sottomessi, più obbedienti, più servizievoli, più disciplinati e più umili di altri. Lo fanno per ottenere dei compensi o dei privilegi sociali o divini.
Gli umani si dividono in tre categorie: gli sfruttatori, gli sfruttati e quelli che non appartengono ad alcuna delle due categorie precedenti, né si immischiano nei loro affari. Ogni umano appartiene a tutte e tre le categorie allo stesso tempo o in momenti diversi.
Celebrare un certo valore o una certa persona comporta sempre un'autocelebrazione. E' ciò che avviene, ad esempio, nelle religioni, dove chi adora una divinità qualifica implicitamente se stesso come persona giusta, sapiente, morale, in grazia della divinità adorata.
Il dramma dell'esistenza umana consiste nell'affrontare continuamente due dilemmi inconciliabili nei rapporti con gli altri e nei rapporti tra la propria coscienza e il proprio inconscio: il dilemma tra appartenenza e libertà, e quello tra collaborazione e competizione.
Il primo problema di qualsiasi movimento riformatore è quello di sopravvivere nonostante le dinamiche competitive tra i suoi membri. Perciò, prima di insegnare alla gente come cambiare, un movimento dovrebbe dare un esempio di coesione, armonia e solidità organizzativa.
L'invidia è la paura della superiorità altrui. La gelosia è la paura della libertà altrui. Invidia e gelosia sono i peccati più banali e comuni, anche se se i meno confessati e i più mistificati. L'invidia è mascherata dal giudizio morale, la gelosia dal cosiddetto amore.
Ogni umano, e ogni gruppo umano, cerca di elevare il proprio status il più possibile rispetto agli altri, usando le risorse materiali, intellettuali, estetiche ed etiche di cui dispone. Tale motivazione costituisce il motore del progresso e dei conflitti interpersonali e internazionali.
Una competizione può essere più o meno violenta. In una competizione non violenta si stabiliscono regole (obblighi e divieti) che i contendenti devono rispettare. Tuttavia, ci può essere violenza nello stabilire le regole, nel senso che ognuno vorrebbe stabilire regole a sé più favorevoli.
E' infantile pensare che per ottenere carezze e riconoscimenti occorra essere bravi e diligenti. Quello che conta, invece, è soddisfare i bisogni e i desideri degli altri, i quali, a differenza dei nostri genitori, sono spesso infastiditi dal fatto che uno sia più bravo e diligente di loro.
Quasi tutte le religioni uniscono coloro che credono nella stessa religione e cooperano sulla base di essa, come pecore che seguono lo stesso pastore, ma al tempo stesso dividono coloro che credono in religioni diverse, come pecore che seguono pastori diversi e competono per uno stesso pascolo.
Gli esseri umani si distinguono per l'altezza a cui riescono a volare col pensiero. Le quote più alte sono le meno frequentate. Vi suoi trovano persone piuttosto solitarie, che i "normali" vedono con sospetto, come se da quelle altezze per loro inaccessibili stessero congiurando per sottometterli.
Farsi domande può essere pericoloso, sia perché le risposte possono essere dolorose, sia perché gli altri non gradiscono quelli che si fanno più domande di loro in quanto potrebbero trovare risposte che essi non hanno e superarli nella gerarchia intellettuale.
Il successo di un'ideologia implica la vittoria dei suoi sostenitori contro i suoi detrattori. Certe persone persone si battono per il successo di una certa ideologia. In realtà si battono per il proprio successo in una gara a chi la sa più lunga, e di conseguenza a chi è più meritevole di comandare.
Sono drammatici o umoristici i momenti in cui le appartenenze, i poteri o il prestigio di una persona si rafforzano o si indeboliscono. Il cambiamento è percepito come drammatico o umoristico a seconda della posizione dell'osservatore nei confronti del protagonista del cambiamento, e delle tensioni tra di essi.
Di fronte agli altri dobbiamo decidere come presentarci, cioè dobbiamo dichiarare le nostre appartenenze, e il nostro status e il nostro ruolo nell'ambito di ognuna di esse. Così facendo ci esponiamo alla competizione e alle critiche riguardanti tutte le appartenenze, gli status e i ruoli che abbiamo dichiarato.
Nulla ci rende più felici che la sensazione di essere uguali e uniti agli altri. Per questo tendiamo a illuderci e a illudere gli altri che siamo veramente uguali e uniti, e a tale scopo chiudiamo spesso gli occhi di fronte alle evidenti differenze e competizioni tra noi umani.
Una cosa che generalmente manca nella nostra cultura è, a mio parere, la motivazione a progettare insieme una nuova società, più soddisfacente di quella attuale. Qualcuno si lamenta debolmente di ciò che non lo soddisfa, mentre la maggioranza accetta come inevitabile la situazione sociale e la competizione di tutti contro tutti.
Siamo molto più inclini alla competizione (status game) di quanto siamo disposti ad ammettere, dato che nella nostra cultura la competizione per dimostrare la propria superiorità intellettuale e morale è considerata politicamente scorretta. Perciò l'inconscio compete all'insaputa della coscienza, che nega di competere in tal senso.
Ogni essere umano considera (consciamente o inconsciamente) ogni altro come un potenziale o attuale amico o nemico, ovvero come una persona più o meno utile o dannosa per la soddisfazione dei propri bisogni. È sulla base di tali considerazioni che ognuno si comporta in modo più o meno cooperativo o competitivo nei confronti degli altri.
Leggere un testo incomprensibile per la maggior parte della gente ha il vantaggio di non farti sentire inferiore agli altri che non lo comprendono. D'altra parte, l'illusione di comprendere qualcosa di insensato ha il vantaggio di farti sentire superiore alla maggior parte della gente che non lo comprendono. Perciò molti trovano un senso dove non c'è.
Le miserie della nostra società non sono il risultato della lotta tra il bene e il male (vinta dal male), ma di lotte tra stupidità e intelligenze, tra diverse stupidità, tra diverse intelligenze e tra diversi egoismi. In questo quadro si formano alleanze e cooperazioni a fini competitivi. Una cooperazione senza fini competitivi è rara e perciò nobile.
Quando si è bambini, gli sforzi per aumentare la propria sapienza vengono premiati dai genitori. Quando si è adulti, gli stessi sforzi vengono ostacolati, talvolta anche puniti, dai coetanei in quanto considerati come tentativi di superare gli altri, di saperla più lunga degli altri, e quindi di conquistare posizioni dominanti, in una società competitiva.
La vita sociale consiste nel continuo confrontarsi di volontà individuali, più o meno concordanti o discordanti, convergenti o divergenti, conflittuali o consensuali. Volontà che si affermano o si ritirano attraverso battaglie e compromessi, alleanze e opposizioni, cooperazioni e competizioni, intese e fraintendimenti, negoziazioni più o meno pacifiche o violente.
È interessante osservare come le questioni dell'esistenza di Dio e della validità/invalidità del pensiero religioso siano oggetto di discussioni lunghe e appassionate tra due campi avversi. E' una faccenda che sta molto a cuore sia dei credenti che dei non credenti, perché ne va della loro reputazione e autostima, della loro posizione nella gerarchia dell'intelligenza.
In molti casi le donne competono per gli uomini più potenti, e gli uomini per le donne più belle (nei limiti di ciò a cui possono realisticamente aspirare). Accade anche che una donna cerchi un uomo forte, ma non così tanto da opporsi alla sua intenzione di dominarlo, e che un uomo cerchi una donna bella, ma non così tanto da essere desiderata da uomini più competitivi.
Rinunciare alla competizione significa scegliere di vivere come eremiti o come servi. Io credo che la competizione non debba essere eliminata, ma demimistificata, svelata, regolata, limitata, arbitrata, gestita con intelligenza ed empatia, insieme con la cooperazione, la selezione (che implica una certa competizione) e l'imitazione, le quattro motivazioni sociali fondamentali.
Nei rapporti con gli altri, un essere umano libero ha generalmente quattro opzioni: cooperare, competere, selezionare, imitare. Cooperare implica soddisfare i desideri altrui, competere implica soddisfare i propri desideri a scapito di quelli altrui, selezionare implica scegliere con chi interagire e con chi non farlo, imitare implica usare l'altro come modello di comportamento.
L'homo sapiens ha quattro istinti sociali fondamentali, che costituiscono anche dei bisogni:
- imitazione
- cooperazione
- competizione
- selezione (attiva e passiva)

A mio parere, le interazioni sociali sono animate da due motivazioni fondamentali: cooperazione e competizione. Esse possono essere più o meno consce o inconsce e di intensità variabile. A volte prevale la prima, altre volte la seconda. Nella nostra società la prima è normalmente esaltata e palese, la seconda censurata, nascosta o mascherata. La prima può essere del tutto assente, la seconda quasi mai.
L'istinto di competizione è geneticamente programmato nella natura umana. Si compete anche a chi la sa più lunga, a chi è più virtuoso, a chi è più morale, a chi è più politicamente corretto, a chi è più rispettoso degli altri, a chi è più immune dall'istinto di competizione! Lo status game si nasconde dietro ogni interazione umana, anche se ci hanno insegnato (con successo) a rimuoverlo dalla coscienza.
Tra tutti gli umani vi è una competizione permanente, spesso dissimulata, che solo gli ingenui non vedono. Una competizione che riguarda i valori umani, da cui dipende la posizione gerarchica intellettuale, morale, estetica ed economica di ciascuno. Dall’esito, sempre instabile, di tale competizione dipende l’assegnazione dell’autorità e dei privilegi nei gruppi sociali, e la regolazione della cooperazione.
La vacanza al mare è un'occasione di confronto e interazione sociale. Si mostrano il proprio corpo seminudo, le proprie capacità sportive acquatiche, la propria resistenza all'aggressione del sole e delle rocce, le proprie facoltà economiche e i propri gusti. È una fiera di esibizione e competizione di forza, abilità, resistenza, bellezza, eleganza e ricchezza in cui scegliere e farsi scegliere.
A proposito della mistificazione e dissimulazione della competizione, mi sono chiesto perché l’arroganza è generalmente vituperata, se non odiata, e l’umiltà lodata. Ebbene credo che il motivo sia che l’arrogante non nasconde che si ritiene superiore al suo interlocutore, il quale reagisce con rabbia e odio perché non sopporta l’idea di essere inferiore (cioè meno competitivo) dell’altro, e che la sua inferiorità sia dichiarata pubblicamente.
Gli animali non si offendono. Se non hanno la forza sufficiente per contrastare l'avversario, accettano la sconfitta e la conseguente posizione gerarchica. Non conoscono l'umiliazione, che è un fenomeno esclusivamente umano. Noi umani, invece, siano sempre occupati a difendere la nostra dignità dalle umiliazioni che gli altri vorrebbero infliggerci, e siamo pronti a fare lo stesso verso gli altri, con la forza, con la logica, con l'etica o con l'estetica.
Non facciamoci ingannare dai luoghi comuni. Socrate diceva “so di non sapere”. In realtà era convinto di saperla molto più lunga dei suoi interlocutori. Altrimenti non avrebbe esercitato la professione di insegnante di filosofia o di “buona vita”. Questa presunzione, difficile da nascondere, irritava coloro che non si sentivano a lui inferiori né intellettualmente, né moralmente. Sappiamo come l'arroganza di Socrate fu punita.
Nell'essere umano convivono due tendenze fondamentali: l'istinto di cooperazione e l'istinto di competizione. In certe persone prevale il primo e in altre il secondo. Per "prevale" intendo che si manifesta più spesso e in modo più forte, ma senza annullare del tutto l'altro. Ebbene, credo che nella maggior parte delle donne (ma non in tutte) prevalga l'istinto di cooperazione e che nella maggior parte degli uomini (ma non in tutti) prevelga l'istinto di competizione.
Il motivo per cui chi mostra le proprie inferiorità ci è simpatico e chi non nasconde le proprie superiorità ci è antipatico, è che la superiorità degli altri ci inquieta, così come la loro inferiorità ci rassicura.
Vedi anche:
The charm of vulnerability
How to talk about yourself
Può succedere, tra due persone A e B, che A aspiri ad occupare una certa posizione in qualche gerarchia sociale (intellettuale, morale, politica, estetica, artistica, economica ecc.), superiore rispetto a quella occupata da B. In tal caso può succedere che B non sia d'accordo con l'aspirazione di A e cerchi, apertamente o in modo nascosto, consciamente o inconsciamente, di ostacolarla. A tale scopo B può ricorrere a qualsiasi mezzo, per esempio, la calunnia e la cattiva pubblicità.
Il problema non è il sentirsi superiori (anche perché non siamo tutti allo stesso livello in tutti i campi) ma il ritenere che chi è inferiore debba obbedire a chi è superiore e pensare, ragionare e sentire come lui. L'obbedire al superiore (ma non il pensare, ragionare e sentire allo stesso modo) è giusto solo nelle organizzazioni in cui è indispensabile il rispetto della gerarchia e della disciplina, come, ad esempio, nelle forze armate, nelle scuole e nelle organizzazioni pubbliche e private.
Quando un essere umano deve decidere se avvicinarsi o allontanarsi rispetto ad un altro, se essere cooperativo, competitivo, o indifferente nei riguardi dell'altro, nella sua mente conscia e inconscia avvengono una quantità di calcoli di convenienza e inconvenienza i cui risultati sono espressi dall'inconscio in termini di sentimenti e di emozioni che si posizionano in un punto del continuum tra odio e amore, posizione che può essere più o meno stabile o variabile, più o meno assertiva o dubitativa.
Le motivazioni umane non animali potrebbero essere riassunte nel termine "condividere vantaggiosamente", nel senso che l'uomo ha bisogno di condividere cose con altri umani, ma non in quanto fine a se stesso, bensì come mezzo per ottenere dei vantaggi sia rispetto alla vita in generale, sia rispetto agli altri umani in senso competitivo.
Ne consegue che un individuo non è interessato ad una certa condivisione se questa non è tale da conferirgli dei vantaggi reali, presunti o fantastici.
Nell'interazione tra due persone le cose più importanti sono:
- Le rispettive mappe cognitivo-emotivo-motive
- Le differenze e le somiglianze tra tali mappe
- Le risposte cognitivo-emotive-motive di ciascuna persona agli stimoli esterni e interni
- I possibili tipi di interazione:
- cooperativa
- competitiva
- rituale
- ludica
- evitante
Il motivo per cui temiamo di essere accusati di immoralità è che in tal caso si perderebbe o si ridurrebbe la possibilità di cooperare con altri umani, che è qualcosa di cui noi umani abbiamo assolutamente bisogno e a cui non possiamo rinunciare. Quindi la morale non è fine a se stessa, ma serve a facilitare la cooperazione. Serve in realtà anche a favorire il soggetto nella competizione se è vero che esiste una "gerarchia morale" o del prestigio etico, che permette di accedere ai ranghi più alti della società.
Avendo un fisico più debole e più fragile rispetto alla media dei maschi della mia specie, nella cooperazione e competizione sociale ho preferito investire e puntare soprattutto sulla mia intelligenza, a differenza di altri che hanno investito principalmente sulla loro forza, la loro salute, la loro bellezza, la loro ricchezza, la loro conformità rispetto ai modelli culturali prevalenti, ecc.
Cooperazione, competizione e dominazione sono le tre motivazioni fondamentali che sottendono le relazioni e le interazioni umane.
Nella nostra cultura la cooperazione viene lodata in generale (tranne quella con i nemici e gli estranei); la competizione viene lodata purché leale e regolata (come nello sport, nella politica e nell'economia); la competizione sleale e non regolata e la dominazione vengono a parole biasimate, ma generalmente praticate in forme mistificate, camuffate e nascoste, consce e inconsce, dirette e indirette.
La storia della filosofia è il resoconto di una competizione a chi la sa più lunga che dura da millenni; un susseguirsi di autori presuntuosi, che ritenevano di saperla più lunga di tutti i loro predecessori, dei quali pretendevano di correggere gli errori e di colmare le lacune con le proprie idee e conoscenze, ritenute più vere e/o più complete ed efficaci delle precedenti. Altrimenti ogni autore si sarebbe limitato a spiegare e commentare le idee dei suoi predecessori senza aggiungervi nulla di originale, come fanno i bravi professori di filosofia.
Quando due individui si incontrano, in ciascuno di essi si attiva un automatismo inconscio che mira a stabilire quale atteggiamento assumere verso l'altro. Tale atteggiamento può essere più o meno amichevole o ostile, cooperativo o competitivo, fiducioso o diffidente ecc. L'algoritmo che determina l'atteggiamento da tenere verso l'altro tiene conto simultaneamente di vari fattori che possiamo solo ipotizzare. Tra di essi suppongo vi sia un'interpretazione del modello di comportamento altrui e una stima della compatibilità di tale modello con il proprio.
Più uno studia le scienze umane e sociali (filosofia, psicologia, sociologia, antropologia, neuroscienze, linguistica ecc.), più aumentano le proprie capacità cognitive rispetto a coloro che non hanno mai coltivato tali discipline o lo hanno fatto in misura minore. I meno colti, tuttavia, solitamente non riconoscono la loro inferiorità cognitiva rispetto ai più colti, e ritengono che il proprio giudizio sulle questioni morali, psicologiche, politiche, sociali, economiche, religiose ecc. non valga meno di quello degli altri.
L’inconscio consiste in un insieme di strategie di cooperazione sociale, costituite da regole (obblighi e divieti, diritti e doveri), da astuzie (come ottenere la cooperazione altrui al minimo costo in termini di beni, fatiche e frustrazioni), da aspettative (come reagiranno gli altri se mi comporto in un certo modo), da modelli (quali forme imitare per appartenere a certe comunità), da valori (cosa vale per gli altri) e da risorse competitive (come conquistare e mantenere i posti più alti possibile nelle varie gerarchie e come essere preferiti nella selezione sociale).
L'inconscio è un ecosistema virtuale popolato da amici (ovvero collaboratori) più o meno gelosi, e da nemici (ovvero concorrenti) più o meno leali.
La classificazione di ciascun ente inconscio in amico o nemico può essere più o meno univoca o ambigua, e più o meno variabile.
Per l'inconscio l'amicizia e l'inimicizia sono sempre reciproche, nel senso che se io considero una certa persona mia nemica, mi aspetto che a sua volta quella persona mi consideri suo nemico, e viceversa.
Il nostro comportamento verso gli altri è regolato dalla mappa inconscia delle nostre amicizie e inimicizie.
Ognuno di noi vorrebbe che gli altri riconoscessero la superiorità della propria forza, della propria intelligenza, delle propria abilità, delle proprie conoscenze, della propria bellezza e/o della propria bontà, innocenza e conformità alle norme sociali.
Questo desiderio è destinato ad essere dolorosamente frustrato per la maggioranza di noi, giacché la superiorità di uno implica l'inferiorità di un altro.
Tuttavia il progresso umano, sia quello tecnico che quello intellettuale e quello morale, è dovuto proprio alla ricerca di tali riconoscimenti, cioè alla motivazione a superare gli altri nelle diverse virtù.
La competizione serve a definire le posizioni degli individui in varie gerarchie: politica, economica, religiosa, morale, intellettuale, estetica, sportiva, fisica, sessuale, bellica (individuale o collettiva) ecc.
A mio avviso, è praticamente impossibile non competere, in quanto:
- siamo animali sociali;
- la società richiede un’organizzazione;
- l’organizzazione richiede un ordine;
- l’ordine richiede ruoli di legislazione e di polizia (regolamentazione e censura) a tutti i livelli;
- tali ruoli richiedono gerarchie di potere;
- ognuno preferisce comandare più che obbedire.
Anche gli adulti hanno bisogno di favole per sapere dov'è il bene e il male, il premio e il castigo.
La differenza tra la favola per bambini e quella per adulti è che nella prima il fatto si svolge al passato (c'era una volta), nella seconda al futuro (progresso, divina provvidenza, paradiso, inferno, nirvana, comunismo, fascismo, democrazia diretta, capitalismo, giustizia, egualitarismo, razzismo ecc.).
Come i bambini, anche gli adulti hanno le loro favole preferite, le vogliono sentire ripetutamente e le tramandano ai loro figli.
Il mondo è governato dagli autori delle favole, che si fanno la guerra ognuno affermando che la propria sia l'unica vera e quelle degli altri tutte false.
Chi pubblicamente esprime idee non convenzionali, o si comporta in modi non convenzionali, si pone, volente o nolente, in una posizione critica e potenzialmente conflittuale verso gli altri.
È come se dicesse: io so cose che voi non sapete e che è importante e doveroso sapere; oppure, io faccio cose che voi non fate e che è importante e doveroso fare: sono quindi superiore a voi intellettualmente e moralmente.
Così, almeno, il suo dire e il suo agire vengono interpretati dalle persone “convenzionali”, ovvero dai conformisti.
Di conseguenza, per i più, la persona non convenzionale è percepita, consciamente o inconsciamente, come arrogante, concorrente, minacciosa, ed è perciò odiata, disprezzata, contrastata, evitata, temuta.
Nella società umana, competizione e cooperazione sono intimamente connesse nel senso che l'una è funzionale all'altra. Infatti si compete per cooperare e si coopera per competere.
Vincere insieme è l'obiettivo fondamentale, più o meno consapevole o inconsapevole, per molti inconfessabile, del comportamento sociale. Infatti, in questa competizione di tutti contro tutti, sia essa viziosa o virtuosa, ognuno cerca gli alleati più competitivi che può permettersi data la propria competitività.
Inoltre, ognuno, assistendo alla competizione tra terzi, prende posizione, come fanno i tifosi sportivi, per la parte che reputa più competitiva, o più affine alla propria condizione e/o identità di classe sociale.
A mio parere, i paradigmi di pensiero più evoluti mirano a trovare principi e regole di convivenza “virtuosa”, cioè tali da assicurare il benessere generale e prevenire catastrofi ecologiche. Tuttavia anche le migliori idee in tal senso non vengono applicate perché nel comportamento umano prevalgono dinamiche che vanificano i “buoni principi”.
Secondo me occorre perciò, parallelamente alla ricerca di forme virtuose di convivenza, indagare senza preconcetti la natura umana e in particolare i bisogni e le logiche inconsce che sottendono le cognizioni, i sentimenti e le motivazioni degli individui.
Tra i motivi per cui non indaghiamo la natura umana quanto dovremmo c’è, a mio parere, la presunzione di conoscerla già abbastanza e il timore di scoprire che siamo molto più egoisti e competitivi di come ce la raccontiamo.
Cosa c'è oltre il confine del mondo che ci è familiare? Cose buone o cattive? Mi conviene scegliere A o B? Quale tra A e B soddisfa meglio i miei bisogni? Mi conviene cambiare o conservare?
Domande, dubbi e curiosità riguardano soprattutto ciò che gli altri pensano di noi, cosa sentono per noi, cosa vogliono o desiderano da noi, cosa sono disposti a fare per noi e a concederci, ovvero in quale misura possono e sono disposti a soddisfare o frustrare i nostri bisogni.
Dalle risposte a tali domande dipendono le nostre azioni verso gli altri: avvicinamento o allontanamento, mantenimento o cambiamenti di ruoli, cooperazione o competizione, imitazione o differenziazione, selezione, rifiuto o indifferenza, inerzia o rottura, sottomissione o ribellione, deviazione, ripristino, riparazione ecc.
Le interazioni sociali sono regolate da una quantità di regole non scritte e spesso inconscie. Tra queste regole ci sono i ruoli che ogni interagente si attribuisce e quelli che attribuisce agli altri.
L’attribuzione dei ruoli può essere più o meno rigida o flessibile, ovvero fissa o variabile, negoziabile o non negoziabile, consensuale o conflittuale.
Un ruolo sociale ha aspetti qualitativi e quantitativi. Gli aspetti qualitativi riguardano i tipi di interazione possibili, ovvero le possibili forme di cooperazione; quelli quantitativi le rispettive posizioni gerarchiche, ovvero i rapporti di forza e di autorità tra gli interagenti.
Nella cultura occidentale odierna, la gestione dei ruoli sociali è normalmente inconscia a causa di un egualitarismo ipocrita di facciata. Parlarne è considerato politicamente scorretto.
L'idea che la persona con cui stiamo interagendo analizzi l'interazione stessa e decida razionalmente, consapevolmente e volontariamente, momento per momento, cosa dire e cosa non dire, cosa fare e cosa non fare, cosa nascondere e cosa mostrare, applicando conoscenze sulla natura umana accumulate in anni di studio e di riflessioni, senza lasciarsi guidare da istinti e/o emozioni, è inquietante e rende l'interazione sgradevole, come se il nostro interlocutore avesse qualcosa di disumano, schiacciante, giudicante e opprimente. In una società competitiva come quella attuale, dove ognuno è solo contro tutti gli altri, la capacità di autogoverno razionale è un'arma potente e temuta. Infatti quasi tutti preferiamo la compagnia di persone spontanee e non troppo razionali, a quella dei cosiddetti (con disprezzo) "calcolatori", specialmente se la razionalità non è il nostro forte.
C'è un livello di razionalità accettabile (normalmente il proprio) oltre il quale questa è da molti considerata nociva. A giustificazione di tale atteggiamento si asserisce che la razionalità tende a reprimere i sentimenti e quindi l'empatia.
Tuttavia, il reale motivo del disprezzo di una maggiore razionalità è, a mio avviso, la generale competizione tra esseri umani nelle varie gerarchie, tra cui quella intellettuale. A nessuno piace ammettere di essere inferiore ad altri in qualche gerarchia, così le persone meno dotate di capacità razionali fanno di necessità virtù.
In realtà la razionalità non reprime nulla a priori, ma è più o meno attenta e sensibile ai sentimenti a seconda della particolare scuola di pensiero (razionale) a cui fa riferimento. Infatti, una razionalità attenta ai sentimenti li capisce, li tiene in grande considerazione e si mette al loro servizio.
Ognuno cerca di dimostrare di saperla più lunga del prossimo perché la "lunghezza" del sapere è un parametro che contribuisce a determinare lo status, ovvero il prestigio, potere o posizione gerarchica di una persona nella comunità. In ogni dimostrazione di sapere c'è dunque un conflitto di interessi tra l'esigenza di verità e quella di dimostrare che la propria verità sia più vera di quella del prossimo, ovvero che la verità del prossimo sia meno vera della propria. A causa di tale conflitto l'interesse a capire la verità del prossimo è superato dall'interesse a dimostrarne la non verità. Risultato è che tendiamo a cercare difetti anziché pregi nel pensiero altrui (a meno che il pensiero altrui non corrisponda perfettamente al proprio e perciò lo confermi). A tale scopo tendiamo ad attribuire al pensiero altrui caratteristiche e proprietà negative che esso non ha, cosa facilitata dal fatto che non facciamo abbastanza sforzi per capirlo.
Esprimere idee è rischioso, perché ogni idea si oppone a qualunque idea ad essa contraria, e chi la esprime si qualifica come rivale di colui che esprime idee contraddittorie rispetto ad essa.
Due persone che esprimono idee che si contraddicono l’un l’altra competono per la superiorità nella gerarchia intellettuale, ovvero la gerarchia che stabilisce chi sia più vicino alla verità e più capace di prevedere il futuro.
Perciò ogni idea esprime non soltanto una certa cognizione ma anche una certa posizione gerarchica di chi la esprime, posizione che è normalmente oggetto di competizione e di conflitto.
A causa di tali dinamiche le persone più timorose, temendo la competizione e i conflitti, rinunciano ad esprimere idee, anzi, ad avere idee originali, e perfino ad adottare idee altrui.
A mio avviso, le competizioni più diffuse e importanti tra gli umani, da quando esiste la cultura, sono quelle intellettuali ed etiche. Intendo dire che ognuno cerca di occupare la posizione più alta che gli è possibile nelle gerarchie dell'intelligenza e della morale, e a tale scopo e in tali campi cerca di mostrarsi per quanto possibile non inferiore rispetto agli altri membri della comunità di appartenenza.
Di conseguenza, normalmente le persone non amano la compagnia di chi si dimostra più intelligente e/o più buono di loro. Lo trovano antipatico e cercano di screditarlo ad ogni occasione, anche mediante calunnie e critiche infondate.
Quei pochi che vengono riconosciuti come più intelligenti e/o più buoni a causa di prove indiscutibili possono essere accettati come leader o modelli di virtù, ma difficilmente come compagni, poiché metterebbero inevitabilmente in evidenza l'inferiorità e i difetti di coloro con cui interagiscono.
A mio parere, l’invidia e la gelosia sono aspetti particolari della competizione tra esseri umani.
Infatti io suppongo che ogni umano. consciamente o inconsciamente, vorrebbe essere più competitivo degli altri e occupare i gradini più alti (per quanto possibile) nelle varie gerarchie sociali. In altre parole, ognuno preferisce essere superiore piuttosto che inferiore agli altri, comandare piuttosto che obbedire, servirsi dell’altro piuttosto che servire l’altro, anche se nella nostra cultura tale tendenza è spesso dissimulata in quanto considerata “politicamente scorretta” o immorale.
In tale quadro, l’invidia e la gelosia sono. a mio avviso, sentimenti di chi si sente inferiore rispetto a qualcun altro o teme di diventarlo, e motivazioni miranti a invertire le rispettive posizioni in modo da ottenere una stabile supremazia al riparo dai tentativi altrui di conquistarla o riconquistarla.
La competizione tra esseri umani avviene su più campi (politico, economico, commerciale, scientifico, intellettuale, etico, estetico, atletico, ludico, religioso, artistico, ecc.) e mira a conferire all'individuo potere, possessi, disponibilità, privilegi, gloria, considerazione, ammirazione, venerazione, importanza, autorità, autorevolezza, priorità, libertà, rispetto ecc. In una parola: dominanza.
Infatti, ognuno cerca di ottenere la maggiore dominanza che le proprie doti gli consentono, nei campi (cioè nelle gerarchie) in cui è più competitivo.
Perfino tra gli schiavi ci può essere competizione per essere lo schiavo migliore, cioè il più obbediente e quello che meglio soddisfa i desideri del padrone.
Coloro che rinunciano a competere in una certa gerarchia lo fanno perché non si sentono sufficientemente competitivi. Tuttavia nessuno accetta di buon grado di essere posto al livello più basso di una gerarchia, ragione per cui i rinunciatari tendono a considerare le gerarchie in cui non sono competitivi come non importanti o immorali.
Vi sono giochi a somma zero (dove la vincita di una parte implica una perdita di uguale misura nelle altre parti), giochi a somma positiva (dove la sommatoria delle vincite e delle perdite è maggiore di zero), e giochi in cui nessuno dei partecipanti può perdere qualcosa se non la vanità della supremazia.
Dovremmo imparare a distinguere i giochi in cui ci capita di giocare, e preferire, se possibile, quelli del terzo tipo e, in subordine, quelli del secondo, riservando ai predatori e ai difensori contro i predatori quelli del primo.
Vi sono anche giochi a somma negativa, dove tutti perdono. Assolutamente da evitare.
Ogni gioco implica una competizione nel rispetto di certe regole, un superamento delle performance abituali, ovvero cercare di fare qualcosa nel modo migliore possibile, meglio degli avversari o meglio di come lo abbiamo fatto noi stessi in occasioni precedenti.
Fare qualcosa sempre allo stesso modo, senza cercare miglioramenti, non è un gioco, ma un rituale.
I rituali sono conservatori, i giochi progressisti.
La bellezza produce vari effetti, più o meno desiderabili.
Per esempio, scatena la competizione per il possesso o l’usufrutto di ciò che è più bello, competizione che può essere basata sulla violenza o sul potere economico. Scatena anche la competizione per la cooperazione con i partner più belli, cosa che dà luogo ad una selezione sociale in cui le persone più belle sono favorite a dispetto del principio di uguaglianza.
Un altro effetto della bellezza è il suo uso come arma di persuasione e di sottomissione. Infatti l’uomo tende a credere tanto più in certe persone o idee quanto più esse sono belle o accompagnate da ornamenti o discorsi belli. La bellezza delle chiese, la pubblicità, il commercio e certe ideologie la dicono lunga a tale riguardo.
Sicuramente la bellezza ha anche effetti positivi in quanto motiva le persone alla ricerca e alla produzione di ciò che è bello, e la bellezza spesso coincide con la salute, la funzionalità, l’abbondanza, la conoscenza ecc., tuttavia vedere solo il lato positivo della bellezza può essere svantaggioso e causare sofferenze in termini di frustrazione.
A differenza degli altri animali, che competono e/o collaborano francamente, gli umani competono continuamente in modo dissimulato, cercando di far passare la competizione per cooperazione, ingannando in tal senso non solo gli altri, ma anche sé stessi. Ciò avviene da quando esistono le religioni, le quali cercano di contenere la competizione a favore della cooperazione nell’ambito del gruppo a spese dei gruppi esterni, verso i quali la competizione viene invece premiata.
Inoltre, mentre gli altri animali competono apertamente usando forza bruta e minacce di violenza, gli umani competono usando, oltre alla forza fisica, ogni altra capacità di cui dispongono, come l’intelligenza, l’educazione, la bellezza, il denaro, la cultura, le narrazioni più o meno false, e perfino la morale. Dominanza e gerarchie sono tuttavia raramente esplicite, pur essendo implicitamente riconosciute da tutti, e oggetto di competizione a tutti i livelli.
Io credo che la competizione tra umani sia dovuta ad un istinto insopprimibile. Pertanto penso che sarebbe meglio per tutti se essa venisse esercitata in modo aperto e sincero, demistificato. Ci risparmieremmo parecchi disturbi mentali e molta infelicità.
Ogni cultura comporta la celebrazione di certi valori (etici, estetici, intellettuali, economici, artistici, sportivi ecc.). Assistendo a tali celebrazioni, o effettuandole in prima persona, ogni membro di una comunità valuta automaticamente se stesso e gli altri in relazione ai valori celebrati.
In altre parole, i valori sociali condivisi e celebrati da una comunità sono “incarnati” nel comportamento dei suoi membri, e danno luogo ad attribuzioni comparative (implicite o esplicite) di valore ai singoli membri, corrispondenti alle misure in cui essi incarnano i valori stessi.
Allo stesso tempo, la gente si sente obbligata a celebrare i valori della propria comunità di appartenenza, per il timore, se non lo facesse, di essere emarginata a causa di una non evidente incarnazione dei valori stessi.
Ne consegue che ogni persona acculturata, col suo comportamento, celebra (implicitamente o esplicitamente) i valori sociali in cui suppone (consciamente o inconsciamente) di essere sufficientemente competitiva, adeguata, o rispetto ai quali vuole apparire conforme, al fine di confermare la propria appartenenza alla comunità da essi caratterizzata.
I rapporti umani sono segnati da due opposte tendenze naturali: l'istinto di cooperazione (senza il quale la specie umana si estinguerebbe) e quello di competizione, senza il quale non ci sarebbero progresso tecnologico, né, dittature, né guerre.
Da un punto di vista etico, la cooperazione è normalmente considerata un bene, mentre la competizione, in quanto opposta alla cooperazione, un male.
Come ci insegna la psicoanalisi, noi tendiamo a nascondere, anche a noi stessi, tutto ciò che in noi è immorale o politicamente scorretto, per cui finiamo per credere di essere più cooperativi e meno competitivi di quanto in realtà siamo.
Per esempio, l'invidia e l'arrivismo sono manifestazioni dell'istinto di competizione ed è difficile trovare uno che ammetta di essere invidioso o arrivista.
Purtroppo, l'istinto di competizione, sebbene rimosso nell'inconscio, non smette di agire per vie traverse e mistificate, col risultato che la vita sociale, e la conoscenza di se stessi, sono essenzialmente false perché ognuno cerca di sembrare più cooperativo e meno competitivo di quanto sia in realtà.
Sarebbe quindi meglio per tutti ammettere sinceramente, a se stessi e agli altri, che in ognuno di noi albergano entrambi gli istinti di cooperazione e di competizione.
Normalmente, chi sta bene non vuole cambiare, mentre chi sta male non è capace di cambiare o non ha i mezzi per farlo.
Ciò nonostante, la società cambia, seppur lentamente, ma ciò avviene soprattutto per effetto della competizione, che causa sconvolgimenti politici e progresso tecnologico e scientifico.
Difficilmente la società cambia perché i suoi membri si mettono d'accordo, rinunciando ognuno a qualcosa e impegnandosi personalmente, per stare tutti meglio.
Infatti, normalmente, la maggior parte della gente subisce cambiamenti determinati da gruppi minoritari di persone che cercano di avere più potere e lo ottengono attraverso lotte politiche e l'uso della tecnica.
Oggi la tecnica è talmente sviluppata che può provocare distopie, disoccupazione di massa, la distruzione della biosfera e l'estinzione della specie umana mediante guerre nucleari e inquinamento. Perciò anche chi sta bene dovrebbe cercare di cambiare la società preferendo il progresso umanistico a quello tecnologico, e l'interesse comune a quello individuale.
Questo significa cercare di comprendere la natura umana con un approccio scientifico sistemico, al fine di soddisfare il meglio possibile i bisogni di tutti in modo razionale e a livello planetario.
Il piacere estetico, cioè il piacere insito nella percezione di forme artistiche, poetiche, letterarie, spettacoli teatrali, forme biologiche, spettacoli naturali ecc. può avere diverse cause sommabili, come le seguenti.
- l’effetto neurologico della bellezza intrinseca di certe forme
- la piacevole sensazione di appartenere ad una comunità (più o meno elitaria) di persone che apprezzano certe forme di bellezza
- la piacevole sensazione derivata dallo status competitivo di conoscitore di certe forme di bellezza
- la piacevole sensazione derivata dallo status competitivo di possessore di certe forme di bellezza (opere d’arte, di artigianato, arredamenti, proprietà immobiliari di particolare bellezza ecc.)
- il piacere dell’immaginazione stimolata da certe forme di bellezza.
- ecc.
L'uomo, come molte altre specie biologiche, è un animale competitivo (in senso intraspecifico), oltre che cooperativo.
Tuttavia la cultura occidentale, specialmente dopo l'affermazione del cristianesimo, tende a qualificare la competizione come immorale, col risultato che essa viene normalmente praticata in modi dissimulati e mistificati.
Infatti, gran parte dei comportamenti umani è motivata dalla competizione rispetto a gerarchie politiche, economiche, sociali, erotiche, intellettuali, razionali, scientifiche, accademiche, artistiche, mediatiche, religiose, sportive, biologiche, morali, estetiche ecc.
Tuttavia questa naturale competizione è, per il motivo suddetto, normalmente negata consapevolmente e ipocritamente, e/o rimossa inconsciamente (in senso psicoanalitico).
Tali negazioni e rimozioni possono dare luogo a disturbi mentali a causa del doppio vincolo tra, da una parte, la naturale (e auto-premiante) motivazione a competere, e, dall'altra parte, la gerarchia morale che loda (e a volte premia) chi meglio riesce a nascondere e a dissimulare la motivazione stessa (deprecando, e a volte punendo chi non vi riesce).
Il tema della gerarchia in un sistema sociale è spesso censurato e mistificato. Si cerca infatti spesso di nascondere il fatto che esiste una concorrenza più o meno violenta per ottenere e mantenere le posizioni gerarchiche più elevate, cioè per avere più potere, più possedimenti, più autorità, più prestigio, più onore, più stima, più gloria.
Coloro che occupano le posizioni più elevate, e quindi le classi e le persone dominanti in ogni campo, tendono infatti a giustificare in vari modi le loro stesse posizioni privilegiate e non vedono di buon occhio, e osteggiano coloro che le mettono in discussione, le contestano o le sfidano.
Spesso, inoltre, ci sono alleanze tra il potere politico e quello religioso per legittimare e giustificare reciprocamente i poteri stessi, al punto che la contestazione del potere politico può essere considerata un peccato religioso, e la contestazione del potere religioso un reato civile o politico.
Tutta la vita sociale, la cultura e perfino la scienza sono tanto impregnate di lotta per il predominio gerarchico quanto impegnate a nascondere e a negare la lotta stessa e i loro conflitti di interesse.
Risultato è che l'umiltà e la modestia sono considerate virtù e la presunzione e l'arroganza difetti. Tutto ciò serve solo a scoraggiare la competizione, a vantaggio di chi dalla competizione avrebbe da perdere.
Come l'energia, la competizione tra persone non si crea né si distrugge, ma si può trasformare.
Essa è infatti una componente fondamentale e ineluttabile della natura umana.
Tuttavia essa può assumere forme diverse, talvolta opposte, spesso dissimulate, dato che nella nostra cultura a sfondo cristiano la competizione è considerata peccaminosa e arrogante, e una necessità può facilmente trasformarsi in una virtù o in un vizio.
Si può infatti competere per dimostrare di essere più competitivi, più cooperativi, più competenti, più incompetenti, più forti, più deboli, più meritevoli, più modesti, più presuntuosi, più umili, più temerari, più cauti, più ricchi, più poveri, più generosi, più bisognosi, più onesti, più disonesti, più furbi, più ingenui, più bellicosi, più pacifici, più sadici, più masochisti, più carnefici, più vittime, più potenti, più impotenti, più belli, più brutti, più buoni, più cattivi, più intelligenti, più stupidi, più seri, più spiritosi, più tristi, più allegri, più sapienti, più ignoranti, più saggi, più stolti, più sensibili, più insensibili, più amorevoli, più aridi, più amici, più nemici, più obbedienti, più disobbedienti, più conformisti, più anticonformisti, più degni, più indegni, più innocenti, più colpevoli, più compiacenti, più indignati ecc.
In un mondo ideale, l'uomo dovrebbe adattare la società ai bisogni propri e altrui.
Tuttavia questo adattamento è reso difficile dal bisogno di ciascuno di controllare gli altri, e di non essere controllato dagli altri.
Infatti ognuno ha una sua società ideale in cui ha un ruolo vantaggioso, e cerca di imporre agli altri il suo ideale di società.
Gli ideali di società sono in astratto molto simili, ma vengono istanziati in modo diverso in quanto al ruolo, alla posizione gerarchica e hai possedimenti che ciascuno vorrebbe avere nell'ideale stesso.
Alcuni hanno proposto di eliminare ogni gerarchia, ma anche se ciò fosse possibile, rimarrebbe il problema della divisione del lavoro, dei ruoli, e della distribuzione dei beni, che comportano inevitabilmente delle differenze a vantaggio di qualcuno.
La ricerca del vantaggio sugli altri e la madre di ogni conflitto.
Vedi anche: Il desiderio di vantaggio: radici psicologiche, antropologiche e politiche del conflitto umano
Per “intelligenza” intendo la misura della capacità di governarsi e di governare al fine di soddisfare al meglio e in modo sostenibile i bisogni propri e altrui. In tal senso, ritengo che sarebbe opportuno che una nazione fosse governata, per il suo bene, da una gerarchia basata sull’intelligenza, ovvero una gerarchia dove i più intelligenti occupano le posizioni di responsabilità e di comando più alte in ogni istituzione e organizzazione pubblica.
Questa idea, tuttavia, non piace alle persone di intelligenza mediocre, le quali la contestano con argomenti a mio avviso pretestuosi, ma convincenti per le persone di un livello di intelligenza comparabile con il loro.
Uno di questi argomenti è che non ci sono criteri oggettivi per misurare l'intelligenza di una persona. Un altro argomento è che ci sono tanti tipi di intelligenza, e uno può avere un'intelligenza alta di un certo tipo e bassa di un altro tipo.
Pertanto per la maggior parte della gente di oggi è giusto che governino coloro che sono preferiti dal maggior numero di persone, indipendentemente dal loro livello di intelligenza (di qualunque tipo essa sia).
Un'altra conseguenza di tale diffuso modo di pensare è che gli studi sull'intelligenza sono mal visti in quanto sospettati di intenzioni razziste e autoritarie.
Insomma, quello dell'intelligenza è un tema impopolare, con l'eccezione della cosiddetta "intelligenza emotiva", in cui possono eccellere anche persone con bassi livelli di intelligenze di altri tipi.
Mi piacerebbe trovare un libro sui conflitti umani che trattasse dei seguenti aspetti:
- i cripto-conflitti, cioè i conflitti nascosti, dissimulati, o negati nonostante le evidenze;
- i processi di escalation nei conflitti;
- come si passa da una diversità di vedute su un certo tema ad un conflitto interpersonale, ovvero come una diversità di vedute viene percepita come arroganza, presunzione o prevaricazione;
- le relazioni tra conflitto, competizione e gerarchia;
- le relazioni tra conflitti e morale, ovvero come una morale può ridurre o aumentare i conflitti;
- le relazioni tra conflitti esterni e conflitti interiori;
- la possibilità di superare il livello logico di un conflitto: cioè anziché cercare di stabilire quale delle parti debba prevalere, comprendere perché il conflitto è nato, in cosa consiste e a cosa tende.
Cooperazione, competizione, valore, status, vergogna. Questi cinque concetti sono tra loro strettamente legati.
La cooperazione è per l'uomo indispensabile, vitale. Al fine di cooperare nel modo migliore possibile, cioè nel modo più produttivo, gli umani competono per avere i partner/compagni/collaboratori migliori o più attraenti, e per essere più attraenti o migliori come partner/compagni/collaboratori.
Il valore di una persona è la misura della sua competitività in tal senso.
Il valore di una cosa è funzione di quanto il suo possesso contribuisce ad accrescere il valore, e quindi la competitività, del possessore.
Lo status è il valore comparativo attribuito ad una persona dagli altri, ed indica il suo grado di desiderabilità come partner/compagno/collaboratore.
La vergogna è il sentimento che si prova quando si ritiene di non valere abbastanza, cioè di non avere uno status abbastanza alto, ovvero di non essere abbastanza competitivi nel senso sopra descritto.
In altre parole, ci si vergogna se si pensa di non essere abbastanza desiderabili come partner, ovvero di non avere abbastanza potere né risorse per indurre o costringere gli altri a cooperare.
Premesso che la vaccinazione anti-Covid non è obbligatoria, suppongo che coloro che pubblicamente sconsigliano gli altri dal farsi vaccinare siano mossi da motivazioni (consce o inconsce) come le seguenti:
- ostentare una presunta superiorità intellettuale (nel senso di saperla più lunga) rispetto a coloro che affermano che vaccinarsi sia opportuno per proteggere la salute della gente su vasta scala;
- ostentare una presunta superiorità morale (nel senso di essere più onesti) rispetto a coloro che affermano che vaccinarsi sia opportuno e che hanno qualche interesse economico nella vaccinazione, per cui sono accusati di far intenzionalmente circolare informazioni false, ovvero di far passare per utile ciò che è invece dannoso;
- presentarsi come generosi salvatori, in quanto con le loro denunce pretendono di salvare tante persone dagli effetti nocivi dei vaccini
In realtà i no-vax, oltre a credersi stupidamente più competenti della maggioranza degli scienziati, sono dannosi per sé e per gli altri, in quanto non solo non contribuiscono al contenimento del virus, ma scoraggiano gli altri dal prendere misure per salvaguardare la propria salute e la propria vita.
A mio avviso, l'uomo è, consciamente o inconsciamente, fondamentalmente falso in quanto ignora, nasconde, dissimula e mistifica alcune sue importanti motivazioni verso gli altri, specialmente se sono censurate dalla comunità di appartenenza.
Ciò vale soprattutto per quanto riguarda la competizione, ovvero il bisogno di superare gli altri nelle varie gerarchie (economica, intellettuale, morale, estetica, fisica ecc.) e quello di essere privilegiati o prioritari nella formazione delle relazioni, cioè nello scegliere i partner, nell'essere scelti come partner e nel respingere le persone concorrenti, antagoniste, disturbanti o comunque indesiderate (in quanto non conformi alle proprie aspettative o sfavorevoli rispetto ai propri interessi).
Invidia, gelosia, arrivismo, egoismo, narcisismo, razzismo e altri sentimenti e atteggiamenti considerati normalmente come "difetti" sono infatti molto più diffusi di quanto possiamo immaginare, anche se quasi nessuno crede o ammette di esserne affetto.
Fortunatamente, data la nostra interdipendenza, noi esseri umani siamo anche motivati a cooperare con gli altri per ottenere vantaggi comuni, motivazione che viene normalmente celebrata, esaltata e, a volte, premiata dalla comunità di appartenenza. Tuttavia anche la motivazione a cooperare può essere oggetto di dissimulazione, in quanto tendiamo a farla apparire più grande di quanto sia in realtà.
Insomma, siamo tutti, chi più, chi meno, ipociriti.
Presumere di essere diversi dagli altri è rischioso e penoso specialmente se gli altri percepiscono tale presunzione. A tal proposito, consideriamo due umani A e B, dove A si sente, o pensa di essere, diverso da B. La cognizione da parte di A della sua diversità rispetto a B può riguardare sia una possibile competizione che una possibile cooperazione tra A e B.
La presunta diversità in senso cooperativo implica la supposizione che, a causa di essa, una cooperazione tra A e B sarebbe molto difficile o impossibile.
La presunta diversità in senso competitivo implica invece la supposizione che A sia superiore o inferiore a B in generale, per cui un’eventuale cooperazione tra i due potrebbe avvenire, tuttavia non in modo paritario, bensì subordinato.
Di conseguenza, a meno che A pensi di essere inferiore a B e sia disposto a cooperare con B in un ruolo subordinato, e che A manifesti tale disponibilità, è probabile che B consideri la presunzione di diversità da parte A (se non celata) come un atteggiamento ostile e offensivo nei suoi confronti. Infatti sarebbe come se A dicesse a B: data la mia diversità (ovvero superiorità) rispetto a te, noi possiamo cooperare solo se tu accetti di farlo in un ruolo a me subordinato.
A causa di tale logica (conscia o inconscia) la diversità umana è un tema tabù, nel senso che è politicamente scorretto parlarne, malgrado il fatto evidente che siamo tutti diversi, sia in senso qualitativo che competitivo, intellettualmente, moralmente, economicamente, politicamente, fisicamente, esteticamente ecc.
Tra i bisogni umani ce n’è uno tanto diffuso quanto mistificato o ignorato. È ciò che possiamo chiamare “bisogno di potere sociale”, intendendo con questo termine il bisogno di poter influenzare il più possibile (nei limiti delle proprie capacità) gli altri a fare e/o a pensare ciò che si desidera che essi facciano e/o pensino.
Lo si potrebbe anche chiamare “bisogno di riconoscimento”, o “bisogno di rispetto” , o “bisogno di contare socialmente”, cioè di incidere nella società, ovvero di partecipare effettivamente alla formazione e alla guida della comunità, sia in senso culturale che economico, politico e pratico. In altre parole si tratta del bisogno di contribuire effettivamente alle scelte e alle decisioni su ciò che insieme ad altri si dovrebbe fare e ciò che non si dovrebbe fare.
Questo bisogno è problematico in quanto dà facilmente luogo ad una competizione per il potere, ovvero per l’influenza sociale, e può essere causa di una dolorosa frustrazione per quelle persone che non vedono riconosciuto il proprio “valore sociale” (ovvero la propria importanza o autorità nella comunità) specialmente se comparato al valore riconosciuto dalla comunità ad altre persone ritenute meno valide, cioè meno intelligenti, meno capaci, meno oneste, meno produttive, o comunque meno utili alla comunità stessa.
Il bisogno di potere sociale è per lo più inconscio, ma ciò non significa che non costituisca una delle motivazioni umane più potenti. Ebbene, io credo che sarebbe meglio prenderne coscienza e perseguire la sua soddisfazione in modo consapevole e razionale, riconoscendone la legittimità (in quanto fenomeno di origine genetica) sia per se stessi che per gli altri.
La vita sociale è regolata, tra le altre cose, da due motivazioni opposte: cooperazione e competizione, che talora si escludono a vicenda e altre volte si intrecciano. Spesso, infatti, cooperiamo con alcuni per poter competere con altri e, viceversa, competiamo con alcuni per poter cooperare con altri. D'altra parte, spesso cooperiamo e al tempo stesso competiamo nei confronti di una stessa persona.
La cooperazione può riguardare sia la convergenza delle forze individuali per un obiettivo comune, sia il mutuo aiuto in caso di bisogno.
La competizione può riguardare sia la conquista di una risorsa non condivisibile o di una posizione gerarchica, sia la dominazione o il controllo di una persona sull'altra.
Una particolare forma di competizione, connessa con la competizione, è la selezione, intesa come la capacità che un individuo ha di scegliere le persone con cui interagire, quanto e come farlo. Il fenomeno della selezione comporta un particolare tipo di competizione, che consiste nel cercare di creare le condizioni per essere scelti da qualcuno come partner (amico, camerata, collaboratore, collega, amante, coniuge ecc.) invece di altri, o prima di altri.
In questo quadro, la morale di stampo cristiano, in nome di un'illusoria auspicata socialità puramente cooperativa, ci induce a rimuovere dalla coscienza il nostro spirito competitivo e selettivo, che tuttavia continua ad agire inconsciamente e in modo nascosto, mistificato e dissimulato.
La mente (detta anche psiche) è sempre occupata a gestire, consciamente o inconsciamente, i rapporti con gli altri, dosando opportunamente, con ognuno di essi, cooperazione e competizione.
In tale prospettiva, considerando l'interdipendenza strutturale degli esseri umani, la felicità dipende dalla riuscita della cooperazione reciproca tra le persone, dove tutti gli interattori guadagnano in termini di soddisfazione dei propri bisogni, a spese di nessuno o di qualcuno esterno al "gruppo felice".
Da un punto di vista filosofico (etico), mi pare che l'economia comporti grossi problemi di giustizia, anzi, di ingiustizia, se per giustizia intendiamo equità, ovvero una equa ripartizione del benessere tra gli esseri viventi.
Un primo problema è la dipendenza dell'economia dalla finanza, e dal fatto che, se la finanza non è regolata (ovvero moderata, limitata), i più ricchi diventano sempre più ricchi, e i più poveri sempre più poveri. In altre parole, i più ricchi sono sempre avvantaggiati. Osservazione banale, ma carica di gravi conseguenze (etiche e anche economiche).
Un secondo problema è quello della concorrenza, per cui per uno che vince, alcuni perdono. In altre parole, raramente si vince insieme, ma ogni vittoria è anche una sconfitta, a seconda del punto di vista.
Un terzo problema ha a che fare con l'automazione, che rende il lavoro umano sempre meno rilevante, causando disoccupazione su vasta scala e arricchendo ulteriormente coloro che "assumono" macchine e licenziano persone.
Un quinto problema è il fatto che in economia hanno più successo (e quindi più ricchezza e opportunità) i più intelligenti. E' giusto che i più intelligenti, oltre ad avere il vantaggio di essere più intelligenti abbiano anche quello di essere più ricchi? Lo stato dovrebbe sovvenzionare i meno intelligenti che a causa delle loro minore intelligenza restano confinati nei livelli più bassi di ricchezza?
Naturalmente l'economia presenta anche lati positivi che portano ad un maggior benessere comune, per cui anche le condizioni degli "schiavi" possono migliorare, ma quanto contribuisce l'economia all'equità? Temo che la risposta sia: per niente.
Forse una soluzione per rendere più etica sia l'economia che la finanza è quella di limitare l'arricchimento, per esempio, obbligare chi supera certi livelli di ricchezza, a investire il surplus in attività di interesse nazionale, o semplicemente a pagare più tasse di quanto non facciano oggi. Ma questa regola dovrebbe essere a livello planetario, altrimenti i capitali vengono spostati nei paradisi fiscali. I paradisi fiscali generano inferni per i poveri.
Quando due individui esprimono idee contrastanti è molto probabile che tra di essi si inneschi una competizione per la superiorità intellettuale, cioè per la posizione relativa più alta nella gerarchia dell’intelligenza e della conoscenza, ovvero della competenza di giudizio.
In tal caso ciascuno interpreta l’opinione dell’altro come il tentativo di dimostrare di essere intellettualmente superiore, e tale supposizione provoca una reazione difensiva tesa a dimostrare che l’altro non gli è affatto superiore.
Ritengo infatti che vi sia in ogni umano un istinto competitivo accompagnato dal timore di subire danni e svantaggi tanto più gravi quanto più bassa è la propria posizione gerarchica riconosciuta dagli altri membri della comunità di appartenenza.
Ritengo inoltre che tale istinto competitivo abbia una funzione evoluzionisticamente positiva nel senso che le persone più competitive sono di fatto privilegiate nella vita in generale e in particolare nella scelta dei partner sessuali più sani e più dotati di risorse utili alla sopravvivenza e alla riproduzione.
A causa di tale istinto competitivo e della dinamica, spesso inconscia, sopra descritta, l’eventuale discussione tra due persone a seguito di un loro disaccordo non mira alla comprensione delle argomentazioni altrui, ma a invalidarle e a dimostrare allo stesso tempo la validità delle proprie difendendole dai tentativi dell’altro di invalidarle.
Questo fenomeno non avviene soltanto quando due persone si incontrano e discutono in presenza, ma anche quando una persona legge un libro o un articolo in cui sono espresse idee che contrastano con la propria visione del mondo. In tal caso il lettore svaluta l’autore.
Tornando alle discussioni tra due persone, per quanto detto sopra, la loro dialettica, anziché essere costruttiva, diventa spesso una gara a chi la sa più lunga, che sfocia facilmente in aggressioni verbali e in reciproche accuse di arroganza.
Per ridurre il rischio che ciò avvenga, è importante essere consapevoli del proprio istinto competitivo, essere capaci di tenerlo sotto controllo, e invitare l’interlocutore a fare altrettanto.
Ogni umano ha bisogno di essere importante per un certo numero di altri. Per “importante” qui intendo rilevante, che conta qualcosa, che non è indifferente agli occhi degli altri, che ha una certa influenza nel comportamento altrui.
Questo bisogno si spiega col fatto che siamo interdipendenti e che non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni senza la cooperazione da parte di un certo numero di altre persone, cooperazione che dipende da quanto siamo importanti per i nostri candidati cooperatori.
Il problema dell’importanza è complesso anche per il fatto che si tratta di una “grandezza” relativa e variabile, e che noi tendiamo consciamente o inconsciamente a misurare (o valutare) le importanze delle varie persone al fine di stabilire una gerarchia di importanza, o, meglio, gerarchie di importanze, giacché una importanza è sempre relativa ad un certo contesto.
In altre parole, ognuno di noi si chiede, consciamente o inconsciamente, rispetto a ciascuna altra persona: chi tra di noi è più importante? E se qualcuno cerca di apparire importante, la cosa ci irrita, perché è come se quello volesse dimostrare di essere più importante di noi.
Questo avviene perché la cooperazione tra umani è competitiva, cioè ognuno sceglie con chi cooperare e con chi non cooperare secondo l’importanza che attribuisce ai candidati “compagni” rispetto ai propri interessi.
Perciò per molti è preferibile essere disprezzati che ignorati. Perché noi disprezziamo solo persone a cui attribuiamo una certa importanza, sia pure negativa, piuttosto che coloro che ci sono indifferenti, ovvero non sono importanti per noi, né nel bene, né nel male.
In conclusione, è bene tenere sempre a mente che sia noi, che gli altri, abbiamo bisogno di essere riconosciuti come importanti da un certo numero di persone, riconoscimento senza il quale siamo ansiosi, depressi o in preda al panico, e comunque infelici.
Si fa presto a parlare di “autostima”, senza rendersi conto che tale concetto implica valutazioni consce o inconsce che possono avere gravi implicazioni sociali e perfino causare disturbi psichici.
Infatti, la stima e l'autostima (che è una specie particolare di stima) sono sempre relative, anzi, comparative. Perché si stima sempre in relazione a una scala di valori, e più precisamente stimare qualcosa o una persona equivale ad assegnare ad essa un certo grado in una scala che va da un valore più basso ad uno più alto.
Inoltre, quando l’oggetto della stima è una persona, la stima si riferisce normalmente ad un valore medio tra quelli attribuiti ai membri del gruppo o della comunità a cui si appartiene. Pertanto chi si autostima assegna a se stesso un valore uguale a quello medio oppure più alto o più basso. ed allo stesso modo egli stima anche gli altri membri della società. Di conseguenza, autostimarsi equivale a porsi ad un grado superiore, uguale o inferiore rispetto a ciascun'altra persona.
Tale "confronto" avviene tuttavia per lo più inconsciamente, dal momento che la società in cui viviamo considera politicamente scorretto fare confronti di valore tra persone, tanto più se si misura il proprio valore rispetto a quello altrui.
Il risultato è uno stress psichico dovuto al conflitto tra il bisogno di "valere" almeno quanto la media degli altri, e il divieto “culturale” di confrontare apertamente il proprio valore con quello altrui.
Infatti, nel caso in cui uno si stimi superiore al valore medio della comunità di appartenenza, ne deriva che egli stima la maggior parte degli altri come inferiori a se stesso. Ciò è considerato, nella nostra società, peccato di arroganza e viene normalmente punito in vari modi, fino all’emarginazione o all’isolamento sociale.
L'autostima può pertanto generare sensi di colpa e indurre a comportamenti limitanti come, ad esempio, rinunciare ad eccellere, fallire in qualche progetto o commettere errori che ci riportino ad un grado inferiore nella scala dei valori personali. Tutto ciò al fine di riguadagnare la benevolenza degli altri e di cancellare l'accusa o il sospetto di arroganza.
Una persona A si interessa a una persona B per vari possibili motivi, tra i quali i seguenti:
- A è attratto/a eroticamente da B e mira ad un contatto fisico con B
- A spera in una cooperazione con B per un comune vantaggio
- A spera di ottenere da B riconoscimenti e/o approvazioni in quanto B, per A, rappresenta l’umanità in generale o la comunità a cui A appartiene
- A, interagendo con B in modo lodevole, può ottenere lodi da B e/o da altre persone
- A ha compassione di B e desidera alleviare le sofferenze di B
- A ha simpatia per B e cerca di favorirlo
- A cerca di sfruttare B a proprio vantaggio
- A sospetta che B possa costituire una minaccia per A e vuole scoprire quanto ciò sia è vero
- A cerca di ostacolare, danneggiare o allontanare B se lo considera un pericolo per sé o per la propria comunità, o se gli è antipatico
- A ha bisogno di interagire con qualcuno e B è un’opzione
- A considera B un modello da imitare per assicurarsi l'appartenenza alla propria comunità
- A sente una certa affinità verso B e cerca di fare a B ciò che vorrebbe fosse fatto a se stesso
- Ecc.
Esprimere apertamente una opinione su un tema può facilmente dar luogo a conflitti, a livello personale, con coloro che su quel tema hanno una opinione diversa, ovvero che ritengono quella opinione falsa, inaccettabile o disturbante. Questo avviene specialmente con opinioni che hanno a che fare con il comportamento umano e, in particolare, con l'etica, i costumi sociali, le religioni, le filosofie e la politica.
Tendiamo infatti a trovare simpatici coloro che condividono le nostre idee, e antipatici quelli che non le condividono, e quando una persona ci è antipatica tendiamo a giustificare tale antipatia con colpe o difetti di carattere che attribuiamo ad essa e che sono più o meno fondati e affetti da bias cognitivo. Se poi esprimiamo apertamente tali attribuzioni agli interessati, scateniamo facilmente conflitti personali che possono auto-alimentarsi in un circolo vizioso fino a causare, nei casi più gravi, rotture di rapporti personali, calunnie e violenze verbali o fisiche.
Perché avviene tutto ciò?
Suppongo che ciò avvenga perché è in gioco lo status sociale delle persone coinvolte, le quali inconsciamente competono per il potere di deliberare chi ha ragione e chi torto, chi deve comandare e chi ubbidire, chi deve essere incluso e chi escluso dalla comunità, la distribuzione delle ricchezze, dei ruoli, dei privilegi e i diritti e doveri di ciascuno.
Infatti, di fronte ad una opinione altrui ci chiediamo: se fosse vera che figura ci farei? La mia immagine ne sarebbe avvantaggiata o svantaggiata? Risulterei lodevole o reprensibile? Innocente o colpevole? Apparirei giusto o sbagliato? Buono o cattivo? Autorevole o non autorevole? Degno o indegno? Capace o incapace? Se la risposta è a noi sfavorevole, cercheremo di dimostrare che quell'opinione è sbagliata e, viceversa, se la risposta è a noi favorevole sosterremo e condivideremo quell'opinione.
Per concludere, ogni volta che esprimiamo un'opinione sul bene e il male in qualsiasi aspetto del comportamento umano, rischiamo di scatenare un conflitto con le persone che risulteranno esplicitamente o implicitamente sfavorite da quell'opinione, e di essere da loro attaccati personalmente come reazione di difesa.
Secondo voi, perché spesso spiritualisti e materialisti si snobbano o si disprezzano reciprocamente? Che male fanno gli spiritualisti ai materialisti se i primi si limitano a credere che dopo la morte risusciteranno e saranno immortali e premiati con un soggiorno eterno in paradiso? Ovviamente nessuno. E che male fanno i materialisti agli spiritualisti se i primi si limitano a pensare che dopo la loro morte nulla resterà di loro se non degli atomi che si ricombineranno in altri modi? Ovviamente nessuno. E allora come spiegare l’ostilità tra le due categorie di persone?
Mi sono venute in mente tre ipotesi di risposta, che possono essere mutuamente esclusive o sommabili.
La prima ipotesi è che i membri di ciascuna categoria presumono di essere stati precedentemente snobbati o disprezzati da quelli dell’altra. In altre parole le due categorie si snobbano o si disprezzano reciprocamente per una sorta di reazione difensiva, in quanto attribuiscono all'altra il primo atteggiamento sprezzante.
La seconda ipotesi è più complessa ma forse più convincente.
Io suppongo infatti che il motivo dell'ostilità sia logico-razionale, sistemico, competitivo e inconscio, e cercherò di spiegarlo con un esempio. Prendiamo due persone A e B, che la pensano in modo opposto in tema di finitudine e di spiritualità. In A avviene questo “ragionamento inconscio”: se B avesse ragione e io torto, allora B sarebbe superiore a me intellettualmente e perciò B sarebbe titolato a occupare posti più alti rispetto al mio nella gerarchia della comunità. Questa prospettiva è sgradita ad A, che perciò si sforzerà di dimostrare di aver ragione e che B ha torto, per dedurre da ciò una propria supremazia intellettuale. Un ragionamento inconscio analogo a parti invertite avviene in B. Insomma ipotizzo che si tratti di una questione di competizione per "meritare" i posti più alti, più prestigiosi e di maggior potere nella gerarchia formale o informale della comunità.
Una terza ipotesi, ispirata dalla lettura di “Massa e potere” di Elias Canetti, è che i due gruppi rivali vedono ciascuno nell’altro un pericolo per la conservazione e l’integrità del proprio gruppo sociale (caratterizzato da una certa credenza e fondato su di essa), col rischio di restare orfani del gruppo stesso, isolati socialmente, e di frustrare in tal modo il proprio bisogno di appartenenza sociale.
Che ne dite di queste mie ipotesi?
A mio avviso, l'uomo, subito dopo aver soddisfatto il suo bisogno di appartenenza e integrazione sociale, sente il bisogno di occupare, nella comunità, le posizioni gerarchiche più alte a cui può accedere, nei ruoli e nelle aree di competenza in cui può competere. Il suo scopo è dunque quello di ottenere dagli altri il riconoscimento e l’accettazione, non solo della sua appartenenza (e quindi della sua dignità sociale), ma anche dei suoi ruoli e delle posizioni gerarchiche da lui auspicate negli ambiti di competenza.
Tale bisogno è causa di conflitti permanenti e di attività finalizzate a confermare l'appropriatezza (in senso meritocratico) delle proprie posizioni gerarchiche (presenti o desiderate), laddove gli altri sono sempre pronti a metterle in discussione in caso di defaillance o esitazioni del titolare.
Questa competizione avviene, a mio parere, in tutte le relazioni sociali tra due o più persone: in famiglia, nelle amicizie, nei rapporti di lavoro, nelle organizzazioni, in politica ecc. e riguarda vari tipi di autorità (intellettuale, morale, economica, accademica, scientifica, politica, artistica, sportiva ecc.) e alcune caratteristiche personali come il coraggio, la forza fisica, la bellezza, la potenza sessuale, l'eleganza, le abilità e conoscenze lavorative ecc. In parole povere, ognuno cerca di dimostrare di “saperla più lunga” o di essere più forte o migliore dell’altro in qualche campo, per occupare le posizioni gerarchiche, e quindi di potere e prestigio, più alte possibili.
La competizione permanente può essere causa di stress, frustrazioni, conflitti distruttivi, ma anche di progresso civile, scientifico, intellettuale e morale. Essa può essere inoltre causa di nevrosi e psicopatologie qualora venga negata o mistificata in quanto “politicamente scorretta”. Mi riferisco, per esempio, a certi insegnamenti religiosi e a certe psicologie, filosofie e pedagogie “buoniste” che considerano la competizione sociale come qualcosa di morboso o innaturale, effetto di un’educazione “errata”. Come possibili conseguenze di tali ideologie, molte persone vivono la propria inevitabile competizione in modo mistificato, ipocrita, attraverso forme nascoste, rimosse, sublimate, in un “doppio vincolo” schizofrenico, tra il bisogno di competere e quello di negare (a se stessi e agli altri) l'esistenza della competizione stessa. Paradossalmente, ad esempio, anche la ricerca della santità è un'attività competitiva, come pure la scrittura di questo articolo.
Il motivo più diffuso di preoccupazione, di angoscia e di stress mentale per noi umani è costituito dall'atteggiamento degli altri nei nostri confronti. Infatti, essendo interdipendenti, è per noi indispensabile (questione di vita o di morte) che gli altri abbiano verso di noi un atteggiamento sufficientemente cooperativo e non troppo ostile o aggressivo. Di conseguenza il nostro comportamento conscio e inconscio, volontario e involontario, è costantemente diretto a tale fine.
Per tale motivo, in ogni momento, abbiamo bisogno di conoscere la nostra “situazione sociale”, ovvero quali siano i livelli di cooperazione e di ostilità degli altri nei nostri confronti, allo scopo di adeguare il nostro comportamento per migliorare tali livelli, o per evitare che peggiorino.
In tal senso la nostra “intelligence” conscia e inconscia si pone domande come le seguenti: cosa pensano gli altri di me? Come mi giudicano? Quanto io sono attraente per loro? Quanto io sono per loro repellente? Quanto io sono importante per loro? Quanto mi temono? Quanto mi stimano? Quale status mi attribuiscono? Quali appartenenze mi attribuiscono? Come mi classificano? Quanto mi approvano? Quanto mi disapprovano? Quanto desiderano interagire con me? Quanto desiderano cooperare con me? Quanto desiderano il mio bene? Quanto desiderano la mia rovina? Quanto mi amano? Quanto mi odiano? Quanto sono sinceri e quanto falsi con me? In che modo i loro progetti mi possono danneggiare o favorire? In cosa siamo in competizione? Che potere hanno su di me? Che potere ho su di loro? Ecc. ecc.
Tutte queste domande sono per lo più inconsce, tuttavia sappiamo che l'inconscio suscita emozioni e sentimenti che determinano il nostro comportamento sia quando siamo soli che quando siamo in presenza degli altri.
Suppongo inoltre che i neuroni specchio abbiano un ruolo importante nel rispondere inconsciamente a tali domande.
Per quanto sopra, abbiamo tutto l’interesse di rendere consce le nostre preoccupazioni inconsce. Solo così possiamo trasformare un’angoscia di origine sconosciuta in un esame consapevole della nostra situazione sociale, ed elaborare razionalmente la nostra strategia sociale tenendo conto dei nostri bisogni e di quelli altrui.
Vedi anche Domande sui rapporti interpersonali.
Una gran parte del comportamento umano può essere spiegata mediante i concetti della
psicologia del potere sociale.
Per
potere sociale intendo la capacità di un individuo di influenzare altri a comportarsi in certi modi a lui favorevoli.
Il potere sociale può essere più o meno
attivo e/o
passivo.
Per
potere sociale attivo intendo la capacità di un individuo di indurre altri individui a servirlo, ovvero a obbedire ai propri comandi e/o a soddisfare i propri desideri.
Per
potere sociale passivo intendo la capacità di un individuo di indurre altri individui a preferirlo nella concorrenza con altri per qualsiasi tipo di cooperazione.
Per
psicologia del potere sociale intendo una psicologia basata sui seguenti assiomi:
- ogni essere umano ha un forte bisogno (conscio e/o inconscio) di possedere e di esercitare un certo potere sociale sugli altri, per cui (1) desidera (consciamente e/o inconsciamente) aumentare il proprio potere sociale il più possibile (per quanto gli sia consentito in modo sostenibile), e (2) teme (consciamente e/o inconsciamente) la diminuzione dello stesso;
- ogni essere umano è caratterizzato da una maggiore o minore tendenza (conscia e/o inconscia) a cercare il potere sociale attivo piuttosto che quello passivo, o viceversa.
In base alla
psicologia del potere sociale è possibile definire i seguenti due tipi umani (con l'avvertenza che un individuo può apartenere in una certa misura a entrambi i tipi in momenti diversi o allo stesso tempo):
- il tipo MPA (motivato al potere attivo): è la persona che cerca (consciamente e/o inconsciamente) di costringere o convincere altre persone (mediante la forza, la violenza, l'astuzia, o risorse come il denaro e altri beni) a cooperare con essa nei modi che le convengono;
- il tipo MPP (motivato al potere passivo): è la persona che cerca di essere il più possibile attraente o allettante (coltivando qualità come la propria bellezza fisica, la bellezza dei suoi accessori e del suo ambiente, la propria salute e forza fisica, la propria moralità, le proprie capacità intellettuali, la propria capacità e disponibilità a soddisfare i desideri altrui, la propria ospitalità ecc.) al fine di essere preferita nella scelta da parte degli altri come partner (sessuale, familiare, ludico, amicale, economico, lavorativo, progettuale, ecc.)
Nella nostra cultura la maggior parte delle persone di sesso maschile sono di tipo MPA, mentre la maggior parte delle persone di sesso femminile sono di tipo MPP, tuttavia non sono rari gli uomini di tipo MPP e le donne di tipo MPA.
La libertà consiste nella possibilità di scegliere, e la sua estensione dipende dalla quantità e dalla qualità delle opzioni tra cui scegliere. La libertà di un agente è dunque sempre limitata dalle opzioni a sua disposizione, che sono sempre finite e limitate.
Un essere umano è un agente (nel senso che agisce) in grado di fare delle scelte, specialmente per quanto riguarda le persone e le cose con cui interagire, e i modi in cui interagire. Tali scelte vengono effettuate secondo criteri e logiche di cui il soggetto è più o meno consapevole, e che sono più o meno note alla psicologia e alle neuroscienze.
A prescindere dai criteri e dalle logiche con cui un essere umano fa le sue scelte, è importante considerare i problemi legati alla sua libertà di scegliere le persone con cui interagire e i modi in cui farlo, e le conseguenze di tale libertà. Chiamerò tale scelta “selezione sociale”.
Infatti noi umani siamo interdipendenti, nel senso che abbiamo un assoluto bisogno di interagire e collaborare con altri umani per sopravvivere e per soddisfare i nostri bisogni primari. In tal senso, ogni umano ha un doppio ruolo, quello di “scegliente” e quello di “scelto”.
In quanto “scegliente”, non c’è alcuna garanzia, per una persona, di ottenere il consenso di quelle da essa scelte, a interagire con essa.
In quanto aspirante “scelto”, non c’è alcuna garanzia, per una persona, di essere scelta per una certa interazione da essa desiderata.
Questa mancanza di garanzie e di certezze sulla possibilità di interagire con le persone con cui si desidera interagire, e nei modi in cui si desidera interagire, è per molti causa di ansia, frustrazioni, sofferenze e infelicità.
Noi umani spendiamo perciò gran parte delle nostre energie fisiche e mentali per aumentare la probabilità di essere scelti come partner di interazioni da noi desiderate, e per aumentare la probabilità che le persone da noi scelte per certi tipi di interazione acconsentano a interagire come da noi proposto.
A tale scopo noi umani cerchiamo di essere più “allettanti” o “promettenti” possibile, esteticamente, intellettualmente, moralmente, politicamente, economicamente ecc. A tale scopo entriamo in competizione ognuno con tutti gli altri per essere preferiti sia come “sceglienti” che come “scelti”.
Questa problematica mi sembra non avere soluzione né rimedi. Direi che è la causa principale dei mali dell’umanità.
Il disaccordo rispetto ad una opinione altrui può essere dovuto a reazioni cognitive, emotive e motive. Possiamo perciò parlare di disaccordo cognitivo, disaccordo emotivo e disaccordo motivo.
Il
disaccordo cognitivo è dovuto alla percezione di una contraddizione logica tra l'opinione altrui e la propria.
Il
disaccordo emotivo è dovuto all'idea che se l'opinione altrui è vera/giusta, allora la mia reputazione risulta diminuita.
Il
disaccordo motivo è dovuto all'idea che se l'opinione altrui è vera/giusta, allora io dovrei comportarmi diversamente da come mi comporto, e in modi che non mi piacciono o non mi convengono.
Conseguenza del disaccordo è una motivazione a screditare l'opinione con cui siamo in disaccordo, e/o il suo portatore, con argomenti più o meno affetti da bias cognitivo, e la motivazione a cancellare, far tacere o deformare l'opinione altrui come mezzo per evitare o annullare la discordanza.
Ogni volta che sentiamo o leggiamo un'opinione, un automatismo inconscio ne valuta le conseguenze per la nostra rreputazione, e determina le reazioni cognitive, emotive e motive del caso.
Per esempio, prendiamo il caso di una persona che dopo anni di studio ha ottenuto un'abilitazione a svolgere la professione di psicoterapeuta. Se questa persona sente qualcuno privo di particolari qualificazioni parlare di psicoterapia in termini che non corrispondono a quelli appresi durante i suoi studi, la reazione potrebbe essere una delle seguenti:
- l'opinione dell'altro è incompatibile con quanto appreso e lo contraddice/invalida
- l'opinione dell'altro è compatibile con quanto appreso ma presume di essere più efficace e/o indispensabile
Il fatto che l'opinione altrui non corrisponda alla propria comporta una minaccia per la propria reputazione. Infatti, se l'opinione altrui fosse valida, essa sminuirebbe quella propria, provocando una diminuzione della propria reputazione. Ne consegue una motivazione a trovare difetti nell'opinione altrui, piuttosto che ad approfondirne i possibili meriti.
Esiste infatti una
competizione per la reputazione più alta possibile.
Deriva morale della competizione intellettuale
Una competizione intellettuale può facilmente trasformarsi in una competizione morale, allorché uno dei contendenti accusa l'altro di slealtà, insincerità, o scorrettezza nella competizione, o di volerlo offendere con giudizi umilianti ingiustificati. La discussione può infatti degenerare in uno scambio di offese e di accuse di offensività. La tempesta perfetta si ha quado ogni contendente accusa l'altro di averlo offeso volontariamente, con l'intendo di umiliarlo, e si sente ingiustamente accusato della stessa colpa.
Criticare implica competere, nel senso della competenza e della competizione.
Infatti, una persona X che critica un'espressione (tesi, affermazione, gesto o comportamento) di una persona Y presume di essere più competente di Y per quanto riguarda la capacità di giudizio nel contesto (cioè nell'ambito) dell'espressione criticata.
La definizione e delimitazione del contesto della critica costituisce di per sé una "criticità". Infatti tale constesto può
essere inteso in modo più o meno estensivo dalle parti in gioco, fino a comprendere, in casi estremi, l'intera personalità della persona la cui espressione è certificata.
Infatti, è difficile, se non impossibile, criticare una certa espressione di una certa persona senza criticare globalmente, unitariamente, la persona stessa in quando generatrice dell'espressione ritenuta errata, per lo stesso motivo per cui un artigiano che produce un cattivo prodotto rischia di essere considerato un cattivo artigiano in assoluto.
Le conseguenze di questo fenomeno possono essere drammatiche e deplorevoli allorché la critica non viene accettata come valida dalla persona criticata. Infatti la non accettazione di una critica equivale ad una dichiarazione di guerra, in quanto segna l'inizio di una competizione tra due presunzioni di maggior competenza (cioè di maggior "proprietà" di giudizio o di giurisdizione) in un contesto più o meno esteso.
L'estensione del contesto della competizione tende a crescere con il procedere del confronto dialettico allorché la critica dà luogo ad una contro-critica, cioè ad una critica della critica, e quindi della persona del primo criticante, e la contro-critica può dar luogo ad una contro-contro-critica, e così via, in una escalation difficilmente controllabile.
Può allora avvenire facilmente che il confronto si sposti dall'oggetto del contendere iniziale, alla capacità di giudizio, all'intelligenza, alla buona volontà e alla buona fede dei contendenti, diventando francamente offensivo.
Il confronto può diventare in tal modo aggressivo (unilateralmente o bilateralmente) allorché una delle parti (o entrambe) sente/sentono minacciata la propria dignità sociale o la propria autorità o autorevolezza, come conseguenza della critica subita.
Per quanto sopra, è bene tenere a mente che criticare è normalmente rischioso in quanto può avere effetti collaterali negativi per la pace sociale. Forse per questo motivo molti evitano di criticare, fino la punto di perdere la propria capacità critica.
L'uomo ha un profondo senso delle gerarchie e cerca continuamente, consciamente e/o inconsciamente, di occupare le posizioni più alte possibili in varie scale di confronto sociale tra cui: forza, intelligenza, sapienza, capacità, coerenza, affidabilità, fedeltà, dedizione, sottomissione, bontà, bellezza, salute, ricchezza, importanza, potere, influenza, libertà, responsabilità, innocenza, gentilezza, onestà, sincerità, conformità, normalità, disinteresse, umiltà ecc. Si tratta di motivazioni la cui logica è finalizzata ad ottenere meriti, riconoscimenti, privilegi, rispetto e i conseguenti vantaggi nelle interazioni sociali. Ognuno cerca dunque di essere superiore a qualcuno in qualche qualità o virtù, per quanto gli sia possibile.
Penso che la maggior parte della gente non sia d'accordo con quanto ho asserito, e neghi di avere motivazioni tese a superare il prossimo in alcun campo. Ciò è dovuto soprattutto alla cultura religiosa ed ad una certa etica che ci insegna il valore dell'umiltà e dell'uguaglianza, censurando l'egoismo, la vanità, la competizione e la ricerca del potere. Il paradosso religioso riguardo alle gerarchie extra-religiose è ben espresso dal motto evangelico "gli ultimi saranno i primi". In termini batesoniani si tratta di un "doppio vincolo" e come tale è una possibile causa di schizofrenia. In termini psicoanalitici si tratta della rimozione di un istinto dalla coscienza, sotto la guardia del super-io, istinto che tuttavia continua ad agire a livello inconscio in forme sublimate, mascherate, dissimulate.
Intrappolato in varie forme di competizione più o meno di "destra" o di "sinistra", ognuno vorrebbe far prevalere la gerarchia in cui ha la migliore posizione. Così, per il bello è onorevole essere belli, per il buono essere buoni, per il forte essere forti, per l'intelligente essere intelligenti, per il sapiente essere sapienti, per il saggio essere saggi, per l'umile essere umili, per il malato essere malati, per il sano essere sani, per il povero essere poveri, per il ricco essere ricchi, per il libero essere liberi, per lo schiavo essere schiavi, per il fedele esser fedeli, per l'egoista essere egoisti, per l'altruista essere altruisti, per il conformista essere normali ecc. ecc.
In questo modo l'uomo fa di necessità virtù.
Il motivo inconscio per cui ho scritto questo articolo rientra molto probabilmente nella logica di cui sopra, nel senso che io starei cercando con esso di affermare la mia superiorità filosofica e psicologica. Tuttavia la mia motivazione cosciente è quella di far riflettere i miei lettori sul fatto che la competizione nascosta, mascherata, contraddittoria è una delle principali cause delle miserie dell'umanità. La società sarebbe migliore se gli umani ammettessero di competere in varie gerarchie e lo facessero apertamente e lealmente, nel rispetto di regole condivise.
Da anni giro intorno a una verità rimossa e sfuggente: che passiamo la maggior parte del tempo ad affermare, a difendere, ad accrescere il nostro personale status, a usarlo come misura del nostro valore e dei nostri valori, a cercare il riconoscimento del nostro status da parte degli altri, a condividerlo con gli altri, e a cercare compromessi con lo status di ogni altro.
Infatti essere accettati dagli altri significa l'accettazione, da parte degli altri, dello status che crediamo di avere e di meritare.
Lo status di cui parlo è multiforme: intellettuale, morale, estetico, fisico, politico, economico, artistico, sportivo, scientifico, tecnico, ecc. Esso si basa sulle risorse materiali e immateriali possedute da una persona, e indica tutto ciò che la rende attraente, rispettabile, ammirevole, competitiva, invidiabile, desiderabile. Inoltre, che lo si voglia o no, lo status di una persona indica una sua posizione gerarchica comparata con quella di ogni altra persona.
Viviamo in una cultura ipocrita, che a parole demonizza e disprezza l'amore per lo status, mentre lo cerca e lo celebra in modi più o meno mistificati, sfacciati o sublimati.
Questa ipocrita contraddizione ci rende nevrotici.
Se vogliamo guarire da tale comune nevrosi, dobbiamo trovare il coraggio di affermare il nostro amore per lo status nostro e di coloro che abbiamo scelto di ammirare e di imitare, e riabilitare la competizione in ogni contesto, non come negazione della cooperazione, ma come regolatrice di essa. Inoltre, dobbiamo realisticamente valutare il nostro status senza sopravvallutare né sottovalutare le proprie capacità e i propri limiti rispetto a quelli degli altri.
Tutti, nessuno escluso, amano consciamente o inconsciamente il proprio status, ma la maggior parte delle persone nega e rimuove tale amore, come se negandolo esso si accrescesse.
Ecco il paradosso: l'idea che disprezzando l'amore per lo status proprio e altrui, il proprio status (visto come virtù) aumenta. Conseguenza di tale paradosso è un latente disprezzo per se stessi, un inconscio senso di colpa e l'ansia che ne deriva.
Ho sottoposto a ChatGPT e a Gemini questo articolo e ho chiesto loro di ampliarlo e modificarlo tenedo conto delle loro osservazioni e dei loro suggerimenti.
Qui c’è l’articolo prodotto da ChatGPT:
https://blog2.cancellieri.org/lipocrisia-dello-status-e-la-nevrosi-contemporanea/
Qui c’è l’articolo prodotto da Gemini:
https://blog2.cancellieri.org/la-tirannia-silenziosa-dello-status-riconoscere-la-vera-motrice-della-vita-sociale/
P.S.: Anche questo articolo costituisce un tentativo di affermazione del mio status.
Tra i conflitti interpersonali, sono frequenti situazioni in cui due persone (o due gruppi) si accusano reciprocamente di comportamento moralmente scorretto o ingiusto, ovvero di ingiustizia o di immoralità.
La dinamica è tipicamente la seguente: una persona A accusa una persona B di immoralità. B si considera innocente e accusa A di ingiustizia per averlo accusato ingiustamente. A reagisce aggravando l’accusa di immoralità per il fatto che B non riconosce la sua colpa (non riconoscere la propria colpa costituisce un’ulteriore colpa dal punto di vista dell’accusatore). B reagisce all’aggravamento dell’accusa contro di lui aggravando a sua volta l’accusa di ingiustizia verso A, dando luogo ad un’escalation che può raggiungere livelli drammatici o tragici, a volte irreparabili.
Un’accusa di immoralità ha conseguenze gravi in quanto implica generalmente la condanna ad una punizione, che può essere più o meno fisicamente violenta. Una punizione non fisicamente violenta consiste tipicamente nel distanziamento dell’accusatore rispetto al condannato (con interruzione o limitazione della comunicazione), o nell’emarginazione sociale del condannato, che, in assenza di riparazioni, espiazioni o perdono, potrebbe causare la rovina sociale dell’accusato. In tal caso possiamo parlare di violenza psicologica o sociale.
Possiamo chiamare “competizione morale” una situazione caratterizzata da accuse reciproche di immoralità, nel senso che ogni parte cerca di dimostrare, insieme con la propria innocenza, la propria superiorità morale o mentale rispetto all’interlocutore.
Un caso particolare di competizione morale riguarda il disprezzo interpersonale. È il caso in cui una persona A accusa una persona B di averla disprezzata. Tale accusa può essere provata da fatti evidenti, oppure basata solo su sospetti o presupposti non dimostrabili. Nel secondo caso è normale che B neghi di aver disprezzato A. Ma questo non basta a rassicurare A, che aggrava la sua accusa verso B accusandolo di falsità o di insensibilità. Conseguentemente, B proclama la sua innocenza in modo ancora più deciso, continuando a negare di aver disprezzato A e accusando a sua volta A di ingiustizia, oltre che di incapacità di valutazione della realtà, ovvero di una disfunzione mentale, giudizio che ovviamente A considera ingiusto e perciò immorale e inaccettabile.
Insomma, lamentarsi senza prove di essere oggetto di disprezzo da parte dell’interlocutore dà luogo generalmente ad una situazione di disprezzo reciproco esplicito con gravi ripercussioni sulla cooperazione, che, di conseguenza, può diventare impossibile.
Le persone che senza prove si sentono disprezzate da altri sono spesso persone che hanno scarsa autostima, vale a dire che inconsciamente disprezzano se stesse, proiettando su altri il disprezzo che credono inconsciamente di meritare. È l’effetto di una nevrosi da cui si può guarire solo attraverso una presa di coscienza di tale dinamica inconscia, e una psicoterapia.
(Mon intervention au café philosophique de Lyon le 22 février 2022 sur le thème "Dans quelle mesure la psychologie est-elle un instrument de pouvoir ?")
Tout d'abord, nous devons préciser de quel pouvoir nous parlons. Est-ce le pouvoir des classes dominantes sur les classes dominées, ou est-ce le pouvoir que chaque individu cherche consciemment ou inconsciemment à exercer sur tous les autres individus ?
Deuxièmement, nous devons préciser de quelle psychologie nous parlons. En fait, il n'y a pas une seule psychologie, mais plusieurs (comme c'est aussi le cas pour les philosophies), et nous devons distinguer la psychologie en tant que théorie de la psychologie en tant que pratique, et la psychologie professionnelle de la psychologie à usage personnel.
Le "pouvoir", au sens du pouvoir politique, utilise souvent la psychologie de manière consciente ou inconsciente, informelle, non académique et secrète. Le faire ouvertement serait considéré comme "politiquement incorrect". D'autre part, lorsque les politiciens ne connaissent pas ou n'utilisent pas la psychologie, cette lacune peut entraîner l'échec de leurs intentions.
Par exemple, à mon avis, l'échec du "marxisme pratiqué" était aussi dû à ses propres lacunes psychologiques, c'est-à-dire à sa connaissance insuffisante de la nature humaine. Les politiciens d'aujourd'hui, en revanche, sont plus rusés que ceux d'il y a un siècle, et utilisent de plus en plus la psychologie pour manipuler l'esprit des citoyens.
Quant à la psychologie en tant que profession, on peut dire que le praticien exerce un certain pouvoir sur son client, puisque ce dernier le traite comme une autorité intellectuelle et morale, un sauveur, un guérisseur, parfois même comme un chaman, et le paie pour ses services, même lorsque le praticien ne tient pas ses promesses et déçoit les espoirs du client ou du patient.
Dans tous les cas, le praticien en psychologie peut amener le client à s'adapter, et donc à se soumettre, aux règles et coutumes sociales de sa communauté, et en ce sens il est, dans une certaine mesure, un instrument du pouvoir de la société sur l'individu. Elle peut aussi inciter le client à se libérer des contraintes intellectuelles et morales de l'environnement dans lequel il a grandi et dans lequel il vit. Dans le second cas, la psychologie est un instrument de libération de certains pouvoirs manifestes ou occultes.
Enfin, en ce qui concerne l'utilisation personnelle, non professionnelle, de la psychologie, elle peut être utilisée pour tromper et manipuler l'esprit des autres dans les relations familiales, amicales ou professionnelles, ou pour exposer les tromperies, les auto-illusions et les erreurs dont nous sommes tous victimes. Ici aussi, la psychologie peut donc être utilisée comme un instrument de pouvoir ou, à l'inverse, de libération du pouvoir.
(Version italienne)
(Mio intevento al caffè filosofico di Lione il 22/2/2022 sul tema «In che misura la psicologia è uno strumento di potere?»)
Prima di tutto bisogna chiarire di quale potere stiamo parlando. Di quello delle classi dominanti sulle classi dominate oppure di quello che ogni individuo cerca, consciamente o inconsciamente, di esercitare su ogni altro?
In secondo luogo bisogna chiarire di quale psicologia stiamo parlando. Infatti non esiste una sola psicologia, ma tante e diverse (come è il caso anche delle filosofie), e bisogna distinguere la psicologia come teoria, dalla psicologia come pratica, e quella professionale da quella ad uso personale.
Il “potere”, inteso come potere politico, usa spesso la psicologia consapevolmente o inconsapevolmente, in modo informale, non accademico e di nascosto. Se lo facesse apertamente sarebbe considerato “politicamente scorretto”. D’altra parte, quando la politica non conosce o non usa la psicologia, tale lacuna può causare il fallimento dei suoi intenti.
Ad esempio, il fallimento del “marxismo praticato” a mio parere fu causato anche dalle proprie lacune psicologiche, vale a dire dalla sua scarsa conoscenza della natura umana. I politici di oggi, invece, sono più scaltri di quelli di un secolo fa, e usano sempre di più la psicologia per manipolare le menti dei cittadini.
In quanto alla psicologia come professione, si può dire che il professionista eserciti un certo potere nei confronti del suo cliente, dal momento che è trattato da questo come un’autorità intellettuale e morale, un salvatore, un guaritore, a volte persino come uno sciamano, e lo paga per i suoi servizi, anche quando il professionista non mantiene le promesse e delude le speranze del cliente o paziente.
In ogni caso, il professionista della psicologia può indurre il cliente ad adattarsi, e quindi sottomettersi, alle regole e ai costumi sociali della sua comunità di appartenenza, e in tal senso è uno strumento del potere della società sull’individuo. Oppure può indurre il cliente a liberarsi dalle costrizioni intellettuali e morali dell’ambiente in cui è cresciuto e in cui vive. Nel secondo caso la psicologia costituisce uno strumento di liberazione da certi poteri palesi o occulti.
Infine, per quanto riguarda l’uso personale, non professionale, della psicologia, essa può essere usata per ingannare e manipolare le menti altrui nelle relazioni familiari, amicali o di lavoro, oppure per svelare gli inganni, gli autoinganni e gli errori di cui siamo tutti vittime. Anche in questo caso, dunque, la psicologia può essere usata come strumento di potere o, al contrario, di liberazione dal potere.
(Versione francese)
A mio parere, nella relazione e nelle interazioni tra due persone, ognuna di esse valuta automaticamente e inconsciamente il rapporto tra il proprio status sociale e quello dell’interlocutore.
Per status sociale intendo un insieme di qualità che includono forza fisica, bellezza, eleganza, intelligenza, esperienza, astuzia, conoscenze, coraggio, moralità, reputazione sociale, abilità varie, risorse informative, materiali, economiche, sociali ecc.
Tutte queste qualità e risorse entrano in gioco nel determinare le posizioni delle persone in una scala gerarchica mentale istintiva di superiorità-inferiorità “generale”. Tale scala costituisce normalmente e implicitamente la base per la distribuzione dei poteri decisionali e dei ruoli sociali in tutte le relazioni umane (coppia, famiglia, gruppi, comunità, istituzioni civili, politiche e religiose, imprese, ecc.).
La valutazione dello status sociale proprio e altrui non avviene una volta per tutte, ma si rinnova continuamente attraverso le interazioni sociali.
Ognuno valuta, usando criteri personali (basati sulle proprie esperienze) e norme culturali, non solo la propria posizione e quella dell’interlocutore nella gerarchia di cui sopra, ma anche, intuitivamente, le valutazioni e autovalutazioni fatte dall'interlocutore.
In altre parole, nella relazione tra due persone A e B, la persona A valuta:
lo status di A (“come io valuto me stesso”)
lo status di B (“come io valuto il mio interlocutore”)
lo status di B visto da B (“come credo che il mio interlocutore si valuti”)
lo status di A visto da B (“come credo il mio interlocutore mi valuti”)
Ogni persona fa dunque quattro valutazioni che possono essere più o meno coerenti o contrastanti con quelle corrispondenti fatte dall'interlocutore. Vale a dire, per esempio, che A può valutare il proprio status ad una certa altezza della gerarchia, che a parere di B è sopravvalutata o sottovalutata. Oppure A può valutare lo status di B ad una certa altezza che a parere di B è sopravvalutata o sottovalutata.
Se le quattro valutazioni da parte di A sono coerenti con le quattro corrispondenti da parte di B, cioè c’è accordo sulle misure valutate, allora il rapporto tra A e B è “pacifico” sia se A e B si considerano ad uno stesso livello gerarchico, sia se si considerano a due livelli diversi (per cui uno è unanimemente riconosciuto come più “autorevole” o “superiore” rispetto all'altro).
I problemi nascono, ovviamente, quando le valutazioni da parte di A non sono coerenti con quelle da parte di B. Le differenze di valutazione di status possono dar luogo ad antipatie, ostilità e competizioni più o meno aperte e leali.
Nella nostra cultura, dove le falsità e le mistificazioni sono la regola, i meccanismi sopra descritti sono considerati “politicamente scorretti”, negati o rimossi nell’inconscio dalla maggior parte della gente. Tuttavia io credo che siano praticati normalmente, anche se in forma nascosta o mistificata.
(Mio intervento al caffè filosofico del 12/5/2022 sul tema "Guerra e Pace")
Nella sua introduzione, Anna Caterina ci suggerisce due punti di vista per affrontare il tema di questa sera.
Il primo riguarda il modo in cui stiamo vivendo questa guerra, nella quale siamo coinvolti anche se ad una distanza che per ora è abbastanza grande da non imporci prese di posizione e scelte drammatiche.
Il secondo punto di vista riguarda il nostro atteggiamento generale verso i conflitti, ovvero come affrontiamo le contrarietà e i conflitti della vita, specialmente quelle sociali.
Riguardo al primo punto io provo sgomento per il persistere, in Russia, di una mentalità miserabile, in cui coesistono una dittatura sanguinaria, che non esita a uccidere i suoi oppositori, la negazione della libertà di espressione, un consenso di massa favorevole alla dittatura stessa nonostante le sue malefatte (o proprio grazie alle sue malefatte), una fierezza nazionale fondata su una narrazione storica delirante di tipo imperiale e imperialista, una religiosità popolare gravemente corrotta e collusa col potere politico. D’altra parte sono sgomento per le giustificazioni dell’operato di Putin da parte di politici e intellettuali italiani, e non solo italiani. Tutte queste cose insieme mi demoralizzano in quanto evidenziano lo stato miserabile dell’umanità (nonostante tremila anni di cosiddetta civiltà) e la lunga e difficile strada che dobbiamo ancora percorrere per uscire dallo stato bestiale e psicopatico in cui ancora ci troviamo. A tal proposito ricordo l’aforisma di Nietzsche che dice: "Nei singoli la follia è una rarità: ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.”
Riguardo al secondo punto, il mio atteggiamento generale verso i conflitti è combattivo, ma incline alla negoziazione. Non sono il tipo che combatte solo per principio, né combatto quando ho poche probabilità di vincere. Inoltre cerco di capire le ragioni dell’avversario, anche per poter negoziare un compromesso realistico ed efficace.
Per me la conflittualità umana è inevitabile in quanto effetto della competizione, la quale è scritta nei nostri geni, come pure il bisogno di cooperazione. Non possiamo eliminare la competizione, possiamo solo gestirla con intelligenza e lungimiranza. Infatti la cooperazione tra individui implica da una parte la selezione delle persone con cui cooperare e quelle con cui non cooperare, e dall’altra la selezione dei modi, ovvero delle regole, con cui cooperare. A tale proposito noi competiamo per ottenere la cooperazione delle persone più interessanti e attraenti rifiutando le altre, e competiamo per imporre alle persone con cui intendiamo cooperare le regole della cooperazione stessa, secondo i nostri gusti e interessi, che possono essere diversi da quelli altrui.
La pace, dunque, per me non è altro che un compromesso intelligente e informato tra interessi e gusti divergenti, compromesso che richiede un elevato grado di intelligenza, di istruzione e di conoscenza della natura umana.
Ognuno, consciamente o inconsciamente, valuta ogni altro e si sente valutato da ogni altro secondo certe gerarchie (intelletto, etica, estetica, politica, forza fisica, competenza in certe funzioni, conoscenza in certi campi, abilità in certe attività ecc.).
Ogni valutazione reciproca discordante tra due persone può dar luogo ad un conflitto interpersonale per cui ciascuno cerca di indurre l’altro a modificare le valutazioni di se stesso e dell'altro, in modo da renderle coerenti con le proprie.
Chi si sente sottovalutato da un altro, tende automaticamente a pensare che sia l'altro a sopravvalutarsi (dato che il primo presume di essere stato valutato dal secondo in modo improprio).
Se uno si sente sottovalutato dall’altro, e/o ritiene che l’altro si sopravvaluti, cercherà di dimostrargli che ha torto, che è in errore, che ha fatto qualcosa di sbagliato (vale a dire, in altre parole, che vale meno di quanto pensi).
I tentativi di correzione al ribasso della presunta sopravvalutazione vengono solitamente percepiti, da chi li subisce, come umiliazioni, e chi si sente umiliato reagisce solitamente cercando a sua volta di umiliare l'umiliante. Tale dinamica costituisce un circolo vizioso, con un’escalation potenzialmente illimitata.
Se il conflitto si dimostra insanabile e non intervengono fattori di moderazione o di inibizione, ne consegue un’ostilità tra i contendenti che può sfociare nel disprezzo reciproco, nell’offesa, nella violenza e nell’allontanamento unilaterale o bilaterale.
Allo scopo di evitare simili spiacevoli esiti, molti si astengono dal valutare gli altri e dall’autovalutazione, e considerano il giudizio e la critica deleteri, al punto da giudicare male chi giudica, per il solo fatto che esprime giudizi senza avere particolari titoli pubblici per farlo.
Questa fuga dalla valutazione, dal giudizio, dalla critica, nuoce al progresso civile e morale, in quanto ci può essere progresso civile e morale solo criticando i pensieri e i comportamenti erronei propri e altrui.
Pertanto, in caso di divergenze di opinioni con qualcuno, dovremmo cercare di criticare solo le idee che riteniamo errate e non la persona che le esprime, e non dovremmo sentirci svalutati come persone (a meno che l’altro non sia esplicito in tal senso).
L’astensione dalla valutazione “ad personam” è tuttavia alquanto difficile allorché si cerca di analizzare i motivi per cui l’interlocutore pensa, o si comporta, in modo erroneo, dal momento che tali motivi sono spesso psicologici, più che logici, vale a dire che investono la personalità (e quindi la persona) del soggetto.
Infatti un ragionamento può comportare lacune e salti logici (spesso associati a paure e/o a repulsioni) dovuti a particolari strutture cognitive ed emotive dell’inconscio, di cui il soggetto è raramente consapevole.
Dovremmo allora limitarci a dire che certe idee o certi comportamenti del nostro interlocutore sono a nostro avviso erronei, senza avanzare ipotesi o spiegazioni “psicologiche” circa i motivi degli errori.
Così facendo eviteremo tanti conflitti, ma non contribuiremmo a far luce sulle cause psicologiche dei mali della società.
(Mio intervento al caffè filosofico di "Conduco un dialogo" il 14/2/2022 sul tema "Perché c’è competizione fra gli esseri umani?")
Nel vocabolario Treccani il termine “competizione” è definito come “Gara, lotta, contrasto, antagonismo, fra persone o gruppi che cercano di superarsi, di conquistare un primato e simili; talora sinonimo di concorrenza.”
Quando si chiede il perché di un fenomeno, ci si aspetta una risposta che esprima una causa involontaria e meccanica, oppure una volontà che corrisponde ad una certa finalità. Nel secondo caso si tratta di una scelta umana consapevole e razionale, cioè basata su un bisogno o un desiderio da soddisfare, e un ragionamento su come soddisfarlo.
Per quanto riguarda la competizione tra umani, io credo che il motivo sia del tutto naturale, e sia lo stesso che osserviamo nelle altre specie animali. Queste sono infatti quasi tutte competitive sia in senso intraspecifico che interspecifico.
Direi che in ogni forma di vita la competizione emerge in tutti i casi in cui le risorse disponibili sono insufficienti per soddisfare tutte le richieste, per cui qualche richiedente dovrà rinunciarvi in tutto o in parte.
Infatti, a mio avviso, in mancanza di meccanismi di regolazione della concorrenza, come, costumi, leggi o gerarchie di potere, ogni individuo tende istintivamente a impossessarsi delle risorse limitate prima di ogni altro.
Alla competizione istintiva, nel caso degli umani, si aggiunge la competizione culturale e quella ragionata.
La competizione culturale è implicita in ogni cultura, che ne stabilisce i limiti e le regole, che possono essere più o meno restrittive da cultura a cultura.
La competizione ragionata è quella strategica e tattica di ogni individuo che, all’interno delle regole della competizione della sua comunità, decide il proprio “progetto di competizione”, che consiste in attività tese a far diventare il soggetto più competitivo possibile.
Nelle culture storiche (cioè non quelle preistoriche) la competitività si basa soprattutto sul denaro e sul potere economico, sul possesso di beni convertibili in denaro, sulla potenza militare, sulla reputazione intellettuale e morale, sugli appoggi politici, sull’affiliazione a bande criminali, e sulla forza, bellezza, intelligenza e abilità della persona.
Tutte queste cose costituiscono gerarchie di competizione che permettono ai beneficiari di ottenere vantaggi che ad altri sono preclusi, secondo la loro posizione nelle gerarchie stesse.
Per quanto sopra, credo che la domanda iniziale dovrebbe essere cambiata in “Perché
non dovrebbe esserci competizione fra esseri umani?”. La risposta a questa domanda, a mio avviso, dovrebbe essere: la competizione non può essere eliminata senza incorrere in gravi danni, ma solo controllata per evitarne gli eccessi.
Per esempio, nella scelta del partner sessuale è impensabile, per ovvi motivi, eliminare la competizione per il partner più attraente (in tutti i sensi).
Un altro esempio: in economia, l’eliminazione della competizione tra cittadini per i beni materiali, caratteristica fondamentale del comunismo, ha dimostrato di avere effetti disastrosi per l'economia.
D’altra parte il capitalismo, con lo sviluppo tecnologico che rende sempre meno necessario il lavoro umano, se non viene moderato in qualche modo, potrebbe far aumentare a dismisura la povertà e la disparità tra i più abbienti e i meno abbienti.
Altro esempio: l’eliminazione della concorrenza industriale e commerciale mediante la costituzione di monopoli pubblici o privati fa alzare i prezzi delle merci e dei servizi, e ne fa diminuire la qualità.
Per concludere, credo che la scelta più saggia riguardo alla competizione non sia quella di eliminarla, ma di stabilire i suoi limiti affinché continui a costituire un fattore di progresso, di motivazione e di soddisfazione personale.
Un conflitto è il contrasto attivo e violento tra due motivazioni incompatibili. Due motivazioni sono incompatibili quando la realizzazione dell’una comporta la negazione della realizzazione dell’altra.
Le due motivazioni incompatibili possono risiedere in due individui (o gruppi) diversi, oppure in uno stesso individuo. Dal punto di vista di una persona, nel primo caso parliamo di conflitto esterno, nel secondo di conflitto interno.
In natura i conflitti sono molto diffusi e spesso indispensabili per la conservazione e l’evoluzione della vita. Infatti ogni vita si nutre di altre vite, cioè distrugge altre vite per sostenere la propria.
Nella società umana i conflitti sono regolati (cioè proibiti, limitati, attenuati, nascosti o dissimulati) dalla morale, il cui scopo è quello di favorire e difendere la cooperazione e l’ordine contro la distruttività sociale dei conflitti.
Il concetto di conflitto è legato a quello di competizione, nel senso che un conflitto è una competizione in azione, ovvero un prodotto, o una conseguenza di una competizione tra due motivazioni, o progetti di vita, non compatibili.
I conflitti tra esseri umani riguardano sia il possesso o l’uso di beni materiali (mobili, immobili, spazi, denaro), sia i rapporti cooperativi tra le persone. Infatti, paradossalmente, si compete per poter cooperare meglio, e si coopera per competere meglio.
Possiamo chiamare “conflitti economici” quelli che riguardano i beni materiali, e “conflitti relazionali” o “conflitti sociali” quelli che riguardano i rapporti tra persone.
È possibile una convivenza umana non conflittuale? Suppongo di no, per il semplice fatto che ogni essere umano ha bisogni e desideri involontari e contrastanti, non controllabili in misura sufficiente.
Nel caso dei conflitti economici, questi non ci sarebbero se tutti potessero condividere gli stessi beni, ma in realtà il possesso di un certo bene da parte di una persona implica spesso il non possesso dello stesso bene da parte di altre persone, e il conflitto nasce quando due persone desiderano uno stesso bene non condivisibile.
Lo stesso vale nei conflitti relazionali, allorché due persone vorrebbero avere una relazione, di tipo erotico od economico, esclusiva con una terza persona.
I conflitti relazionali riguardano anche lo status, ovvero la distribuzione del potere o dell’autorità all’interno di una relazione di coppia, di un gruppo o di una comunità. Infatti, per natura, ogni persona cerca di avere lo status più alto a cui può aspirare in base alle sue capacità fisiche o mentali. D'altra parte, a nessuno piace essere comandato da qualcuno ritenuto più debole o meno intelligente di se stesso, o rinunciare ai propri desideri per soddisfare quelli dell’altro, quanto i desideri stessi sono divergenti o contrastanti.
Come ho scritto sopra, la morale tende a reprimere i conflitti, ma quasi sempre li rimuove solo in senso psicoanalitico, ovvero non effettivo, col risultato che le persone confliggono in modo nascosto o dissimulato, negando di farlo, e trovando “scuse” non conflittuali per giustificare il loro comportamento conflittuale.
Se vogliamo regolare i conflitti in modo realistico, intelligente e produttivo, dobbiamo prendere coscienza della loro esistenza e ammettere di non esserne esenti. Solo allora potremo trovare i migliori compromessi che ci permettono di convivere con altri umani nonostante l’inevitabile competizione e gli inevitabili conflitti.
Questo articolo è stato scritto da ChatGPT in risposta al mio prompt seguente: "Il dramma dell'esistenza umana consiste nell'affrontare continuamente due dilemmi inconciliabili nei rapporti con gli altri e nei rapporti tra la propria coscienza e il proprio inconscio: il dilemma tra appartenenza e libertà, e quello tra collaborazione e competizione."
Scrivi un piccolo saggio filosofico e psicologico che sviluppa questo aforisma.
La condizione umana è segnata da una tensione permanente, una dialettica irrisolta che attraversa tanto i rapporti interpersonali quanto quelli interiori. L’essere umano, in quanto animale sociale dotato di coscienza riflessiva, si trova a vivere due dilemmi fondamentali: da un lato, quello tra
appartenenza e
libertà, dall’altro, quello tra
collaborazione e
competizione. Questi dilemmi, lungi dall’essere occasionali, costituiscono l’ordito stesso dell’esistenza.
Il bisogno di appartenenza e il desiderio di libertà
L’essere umano nasce radicalmente dipendente: ha bisogno dell’altro per sopravvivere, crescere, apprendere. Da qui nasce il bisogno di
appartenenza, di essere accolti, riconosciuti, parte di un “noi” che conferisce identità. Ma col progredire della coscienza, si afferma un secondo bisogno, quello di
libertà: essere sé stessi, differenziarsi, autodeterminarsi.
La tensione tra questi due poli è strutturale e mai del tutto componibile. La libertà totale minaccia l'appartenenza, perché ogni passo verso l’autonomia rischia l’alienazione e l’isolamento. D'altro canto, l'appartenenza assoluta soffoca l'individuo, lo riduce a funzione del gruppo, ne vincola l’autenticità. Così, ognuno si muove in un campo minato, costretto a negoziare continuamente la propria posizione tra il desiderio di fusione e quello di affermazione.
Collaborazione e competizione: la scena sociale
Il secondo dilemma è quello tra
collaborazione e
competizione. Entrambi elementi fondativi del vivere sociale, sembrano inconciliabili, eppure coesistono in ogni organizzazione umana. La collaborazione è necessaria per la sopravvivenza collettiva: permette il mutuo soccorso, la costruzione di reti, la condivisione delle risorse e delle competenze. Tuttavia, la competizione è altrettanto strutturale, radicata nell'evoluzione e nel bisogno di riconoscimento, distinzione, successo.
Anche qui, l’essere umano si trova a oscillare: troppo spirito competitivo dissolve il tessuto sociale e alimenta conflitto, invidia, esclusione. Troppa cooperazione, se cieca, può generare conformismo e appiattimento. La difficoltà sta nel trovare un equilibrio tra la spinta a vincere
con gli altri e quella a vincere
sugli altri.
Il riflesso interiore: coscienza e inconscio
Questi dilemmi non si esauriscono sul piano esterno. Ogni essere umano porta dentro di sé la stessa frattura: la coscienza razionale che cerca coerenza, controllo, e l’inconscio che custodisce pulsioni contraddittorie, desideri antichi, ambivalenze non integrate. La coscienza tende a scegliere, ordinare, moralizzare; l’inconscio, invece, è il luogo del “non scelto”, dell’ombra, del caos originario. I dilemmi esterni si riflettono così in una battaglia interna: tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo, tra la maschera sociale e la verità psichica, tra l’ordine e il desiderio.
Convivere con il paradosso
Il dramma dell’esistenza umana, dunque, non sta tanto nella presenza di questi dilemmi, quanto nella loro
irrisolvibilità. Ogni tentativo di sopprimerne uno dei poli genera sofferenza, nevrosi, alienazione. E tuttavia, accettare questi paradossi come
strutture dell’essere, come tensioni da abitare piuttosto che da eliminare, può aprire uno spazio di consapevolezza. Non si tratta di trovare una soluzione definitiva, ma di imparare a danzare sul crinale, tra fusione e autonomia, tra dono e affermazione, tra ciò che siamo per gli altri e ciò che siamo per noi stessi.
In questa danza, precaria e mai conclusa, si gioca la possibilità di un'esistenza autentica.
A mio parere, una delle leggi fondamentali che regolano l’attività dell’inconscio è quella che io chiamo la “legge del gradimento”. Infatti suppongo che una motivazione fondamentale, conscia o inconscia, di ogni umano sia quella di essere graditi ad una certo numero di altri umani, Ciò è dovuto al semplice fatto che, in mancanza di tale gradimento, è difficile per un individuo ottenere dagli altri la cooperazione indispensabile per sopravvivere e per soddisfare i propri bisogni.
Col termine “gradire” io intendo una gamma di disposizioni cognitive ed emotive di diversa qualità e intensità, che includono amare, piacere, approvare, stimare, rispettare, provare simpatia, fascino, affinità, solidarietà, fiducia, interesse, curiosità ecc. nei confronti di una persona.
Tuttavia, essere graditi agli altri non è facile, e a volte è impossibile, per vari motivi, e questa difficoltà o impossibilità è a mio avviso una delle maggiori cause d'infelicità per tutti gli esseri umani.
Essere graditi è difficile in primo luogo perché per ottenere il gradimento di una certa persona, uno deve corrispondere alle aspettative, agli ideali e ai valori di quella persona. In poche parole, uno deve essere come l’altro lo vuole.
Ovviamente ci può essere una discrepanza più o meno grande tra il tipo di persona desiderata dall’altro è il tipo di persona che si è. Quando tale discrepanza diventa rilevante, uno può essere tentato di cambiare la propria personalità per adattarla al tipo richiesto, ma questo adattamento può essere praticamente impossibile, o avere un costo che non vale la pena di pagare.
In secondo luogo, essere graditi è difficile per ragioni di competizione. Infatti, un umano può cooperare con un numero limitato di altri umani, e si trova perciò a scegliere con chi entrare in una relazione cooperativa. La scelta delle persone con cui relazionarsi non è casuale, ma normalmente selettiva, nel senso che si scelgono, consciamente o inconsciamente, le persone che maggiormente corrispondono ai propri tipi ideali. Di conseguenza, può sempre succedere, date due persone che si gradiscono reciprocamente, che ne sopraggiunga una terza che risulti maggiormente gradita, e quindi preferibile, per una di esse. Ne consegue spesso che il rapporto iniziale sia sostituito da uno nuovo stabilito con la persona sopraggiunta. In tal caso può nascere una competizione tra due persone per ottenere il maggior gradimento da parte della terza, competizione che termina normalmente con l’esclusione del perdente.
Inoltre può succedere che il gradimento tra due persone A e B non sia reciproco. Cioè che A sia gradito a B, ma B non sia gradito ad A. Ovviamente, in assenza di reciprocità di gradimento, una relazione è impossibile oppure dura poco.
A fronte delle difficoltà sopra descritte, la mente conscia, e ancor più quella inconscia, di ogni umano sono continuamente occupate nel cercare di stabilire cosa convenga fare e cosa convenga non fare per ottenere il maggior gradimento possibile dal maggior numero possibile di persone al minor costo possibile in termini di necessità di sacrificare parte della propria natura e/o dei propri beni.
C’è inoltre la necessità di stabilire quale sia il numero sufficiente di persone da cui essere graditi, numero che comunque non può essere inferiore a uno. Tuttavia si può decidere di prendere una posizione sgradita a tutte le persone conosciute nella speranza di essere graditi da qualcuno che ancora non si è incontrato. Allo stesso tempo è necessario stabilire i tipi di persone dalle quali cercare di esere graditi.
Un’altra costante occupazione della mente umana consiste nello stabilire il limite entro il quale è tollerabile e conveniente adattarsi ai desideri e alle aspettative di un’altro, e oltre quale limite tale adattamento è intollerabile o non conveniente.
Per concludere, credo che nessun umano possa sfuggire alla legge del gradimento sopra descritta, e che perciò ci convenga obbedire ad essa in modo consapevole, intelligente e razionale.
(Introduzione al caffè filosofico del 8/9/2022)
Il tema che oggi affrontiamo presenta, a mio avviso, tre problematiche principali.
La prima riguarda la natura della competizione tra esseri umani, e in particolare la sua ragion d’essere, i danni e i benefici che essa produce, e la questione se essa sia evitabile o regolabile.
La seconda riguarda la relazione tra competizione e morale, ovvero se, in quali casi e in quale misura la competizione debba essere considerata immorale.
La terza problematica, che è conseguenza delle prime due, riguarda il fatto che la competizione avviene spesso in modo nascosto, dissimulato o rimosso (in senso psicoanalitico), sia per aumentarne l’efficacia, sia perché non si vuole apparire come immorali né agli occhi altrui, né a quelli propri.
Per “conflitto” intendo l’effetto di una competizione, cioè la messa in campo di forze, armi, strumenti e risorse, e l’attuazione di tattiche ei strategie da parte di una persona o di un gruppo, allo scopo di prevalere rispetto ad un’altra persona o gruppo per il possesso esclusivo di certe risorse o il raggiungimento di certe posizioni gerarchiche o di prestigio. Direi quindi che un conflitto è una competizione attiva, cioè in azione, e che dietro ogni conflitto c’è una competizione, ovvero l’intenzione di prevalere in uno o più contesti. D’altra parte una competizione che non ha ancora dato luogo a conflitti conclamati può essere definita come conflitto “in potenza”.
Suppongo che la competizione tra esseri umani sia innata, ovvero scritta nel nostro codice genetico, e che corrisponda ad un bisogno o istinto specifico. Infatti mi sembra plausibile che essa abbia un valore in senso evoluzionistico, nel senso che prevalgono e si riproducono più facilmente e con i migliori partner sessuali, gli individui più competitivi, che sono anche quelli più sani, più forti e più intelligenti. Tuttavia anche il bisogno di cooperazione è innato e indispensabile per la conservazione della specie, per cui ci deve essere un equilibrio tra bisogno di cooperazione e bisogno di competizione.
La relazione tra competizione e morale è molto stretta. Infatti l’obiettivo della morale è soprattutto quello di eliminare o ridurre la competizione e i conflitti che ne conseguono. La logica di una morale consiste nel promettere benefici (immediati e/o dopo la morte) in cambio di una rinuncia a competere o a confliggere. Il beneficio immediato più evidente è quello di favorire la cooperazione sociale (di cui abbiamo un assoluto bisogno), ottenere la pace (evitando così i danni e lo stress dei conflitti) e ottenere l’approvazione e i favori da parte delle autorità (politiche, religose, intellettuali, familiari, comunitarie) a tutti i livelli di aggregazione sociale.
Dobbiamo tuttavia osservare che in molti casi è la stessa morale (religiosa o patriottica) a chiedere all’individuo, o ad imporgli, di partecipare ad un conflitto.
L’effetto della morale sulla competizione, come su altre tendenze umane ritenute immorali, non è tanto quello di ridurre i comportamenti immorali, ma quello di dissimularli. Intendo dire che la mente umana tende a rimuovere nell’inconscio le immoralità del soggetto, e a “giustificarle” cioè a rendere leciti i propri comportamenti secondo logiche accomodanti ed elastiche, e a dare pesi diversi alle immoralità proprie e altrui.
Subito dopo l’essere accettati in una comunità, abbiamo bisogno di conquistare in essa la posizione gerarchica (formale o informale, esplicita o implicita) più alta che ci sia possibile raggiungere in funzione delle nostre risorse e capacità, e di difenderla nella competizione con gli altri.
Tuttavia difficilmente una persona ammette che ha fatto ciò che ha fatto per aumentare il proprio status sociale o per evitare una sua diminuzione, ma questa, come spiega bene Will Storr nel suo libro “The Status Game”, è una delle motivazioni più comuni del comportamento umano in ogni contesto sociale (perfino nei caffè filosofici!).
Per concludere, io penso che dovremmo prendere coscienza del nostro istinto di competizione e accettarlo, per controllarlo meglio, ovvero per evitare che dia luogo a comportamenti inutili o controproducenti. Negare di essere competitivi e di essere sempre impegnati nel “gioco dello status” costituisce un inganno e un autoinganno che non ci aiuta a mantenere la competizione e i conflitti entro limiti sostenibili per noi stessi e per gli altri.
(Vedi anche Interdipendenza, cooperazione, competizione, violenza, autorità)
Giudicare una cosa (concreta o astratta) o una persona significa decidere se essa sia (in una certa misura) vera o falsa, buona o cattiva, bella o brutta, utile o inutile, efficace o inefficace, potente o impotente, ecc.
A tal proposito possiamo distinguere diversi tipi di giudizio, come i seguenti:
- giudizio logico (vero/falso)
- giudizio etico (buono/cattivo)
- giudizio estetico (bello/brutto)
- giudizio utilitaristico (utile/inutile)
- giudizio pragmatico (efficace/inefficace)
- giudizio politico (potente/impotente)
- ecc.
Il giudicare comporta anche l’opzione di decidere se vi sono elementi sufficienti e sufficientemente chiari per poter esprimere un giudizio, o altrimenti, se sia opportuno sospendere il giudizio stesso.
Inoltre, un giudizio può anche risultare neutro (cioè né vero, né falso, né buono, né cattivo, ecc.) o irrilevante.
Giudicare o valutare (verbi che possiamo considerare sinonimi) non comportano necessariamente l’espressione o dichiarazione del giudizio(alla persona oggetto del giudizio, o a terzi), né la condanna ad una punizione o un rimprovero (in caso di giudizio sfavorevole), né una premiazione o una lode (in caso di giudizio favorevole). In altre parole, l'opportunità di esprimere un giudizio morale è indipendente dall'opportunità di giudicare.
Ogni essere umano è allo stesso tempo giudice e giudicato, nel senso che gli umani si giudicano reciprocamente (e giudicano anche se stessi) consciamente o inconsciamente, e decidono come comportarsi l’uno con l’altro in base a tali giudizi.
Essere oggetto di un giudizio sfavorevole da parte di altri (come falso, cattivo, brutto, inutile, inefficace, impotente, ecc.) è terribile in quanto può comportare l’emarginazione sociale del giudicato. In tal senso, il compito principale dell’inconscio è quello di imporre alla coscienza del soggetto comportamenti tali da ottenere dagli altri (cioè dalle persone più importanti per sé) i giudizi più favorevoli possibile.
I giudizi possono pertanto costituire armi (offensive e/o difensive), incentivi e strumenti nella competizione e nella cooperazione tra umani.
Perciò, a mio avviso, abbiamo tutti, consciamente o inconsciamente, paura del giudizio sfavorevole altrui, e cerchiamo di evitare di subire un giudizio, a meno che non siamo fiduciosi che esso sia a noi favorevole.
Un altro aspetto problematico del giudicare è il confronto tra giudizi e le gerarchie basate sulle differenze dei giudizi sulle persone.
Infatti, proprio perché i giudizi non sono normalmente binari (esempio: buono o cattivo) ma quantitativi (esempio: più o meno buono e/o cattivo) nel giudicare due persone una di esse risulterà normalmente migliore o peggiore dell’altra in una certa categoria di confronto, dato che è improbabile che il giudizio sia esattamente uguale, in alcuna delle diverse categorie.
In altre parole, la competizione e le gerarchie tra umani sono basate sul giudizio su chi sia più “valevole”, “valido” o "valoroso" (cioè più vero, buono, bello, utile, efficace, potente, ecc.) dell’altro.
Il giudizio comparativo è importante non solo nella competizione, ma anche nella cooperazione, nella selezione e nell’imitazione, ovvero in tutti i processi di interazione sociale.
Infatti, in una libera cooperazione, ognuno è libero di scegliere i partner “migliori” che può sperare di ottenere, ed esercita normalmente tale libertà. Anche nei processi di imitazione tendiamo a imitare i modelli che giudichiamo “migliori”.
Un altro problema legato al giudicare è quello della reciprocità del giudizio, nel senso che se una persona A giudica sfavorevolmente una persona B, e B lo sa, B tende a giudicare sfavorevolmente la persona A. Analogamente, se una persona A giudica favorevolmente una persona B, e B lo sa, B tende a giudicare favorevolmente la persona A. Questo fenomeno può dar luogo all’inibizione dei giudizi sfavorevoli e alla promozione di quelli favorevoli, come strategia, conscia o inconscia, per facilitare la cooperazione sociale e la reciproca accettazione.
Da quanto sopra, risulta evidente che il giudicare è fondamentale in tutti i rapporti sociali, e per questo dovrebbe essere studiato con molta cura sia in filosofia che in psicologia.
Tuttavia, per la maggior parte della gente il termine “giudicare” ha una connotazione negativa, come di qualcosa di politicamente scorretto, di divisivo, da evitare il più possibile, con la conseguenza che quasi tutti giudicano inconsciamente, e negano di farlo.
Una delle conseguenze più pericolose di questo stato di cose nella nostra civiltà attuale è il declino della morale, dovuto anche al declino delle religioni, che hanno sempre avuto il monopolio della morale stessa. Allo stesso tempo viene glorificata una libertà senza limiti, che è soprattutto libertà dai giudizi morali.
Per concludere, la gente, con poche eccezioni, non ama parlare di morale ed evita di parlarne. Ciò sta rendendo la nostra civiltà sempre più amorale, dato che esercitare la morale consiste nel giudicare se un certo comportamento sia più o meno buono o cattivo.
A mio parere, ogni essere umano è soggetto e oggetto di valutazione in quanto valuta altri (anche se molti non lo ammettono) ed è valutato da altri.
La valutazione può essere più o meno complessa e riguardare vari aspetti di una persona, tra i quali l’intelligenza, la saggezza, la competenza in certi ambiti, le conoscenze, la moralità, la bellezza, la sensibilità, la cooperatività, la leadership, la tenacia, la “simpatia”, ecc.
I criteri di valutazione (e di autovalutazione) possono essere diversissimi, e non intendo parlarne in questo scritto. Qui mi interessa invece discutere della comunicazione e della percezione della valutazione, cioè di come una persona possa esprimere (volontariamente o involontariamente) una valutazione “ad personam”, e di come possa percepire o supporre la valutazione di cui è oggetto da parte di altre persone.
Il mio interesse per questo tema è dovuto al fatto che ho avuto e continuo ad avere problemi relazionali a tale riguardo, e ne ho sofferto non poco, sia come valutatore che come valutato.
A mio parere si tratta di un tema molto scivoloso, di cui la maggior parte della gente preferisce non parlare, perché comporta il grosso rischio, per chi ne parla, di passare per arrogante (una valutazione tra le più negative nei rapporti sociali) per il solo fatto di parlarne. Tuttavia, il fatto che non si parli quasi mai di questo tema, non è dovuto ad una scarsa importanza, ma, al contrario, alla sua enorme importanza per ogni essere umano. Infatti noi umani siamo assolutamente interdipendenti e non possiamo sopravvivere né soddisfare i nostri bisogni e desideri senza la cooperazione da parte di altri, cooperazione che è condizionata ad una valutazione sufficientemente positiva nei nostri confronti.
Siamo perciò quasi tutti preoccupati e ipersensibili al modo in cui gli altri ci valutano esplicitamente e implicitamente, e siccome è raro che tra persone si esprimano valutazioni esplicite, ognuno a suo modo legge “tra le righe” dei discorsi altrui la propria valutazione, con il rischio di grossi errori di interpretazione.
Percepire (o supporre) di essere svalutati o invalidati da qualcuno può dar luogo a reazioni ostili che possono andare dall’aggressione verbale al rifiuto di continuare il dialogo.
E’ infatti relativamente facile sentirsi svalutati o invalidati, e perciò offendersi. E’ spesso sufficiente una diversità di vedute su un certo argomento che chiama in causa le proprie capacità intellettuali, le proprie conoscenze o le proprie attitudini in fatto di morale.
Immaginiamo un dialogo tra due persone A e B, ognuna delle quali espone una sua idea su un certo tema. A esprime assertivamente la propria visione sul tema e afferma esplicitamente o implicitamente di non ritenere valida la diversa visione di B sullo stesso tema. B si sente ingiustamente svalutato da A come persona pensante, intelligente e colta, e reagisce come uno che ha subito un’ingiustizia, cioè in modo aggressivo o vittimista. Infatti, molto spesso B, invece di difendere le proprie vedute e criticare quelle di A mediante fredde argomentazioni logiche, interrompe il dialogo accusando A di essere arrogante, presuntuoso, chiuso (nel senso di disinteressato) alle opinioni diverse dalle proprie, irrispettoso o perfino offensivo.
Avviene dunque spesso che una diversità di vedute su un certo tema esterno alle persone dialoganti venga percepita come una valutazione negativa ad personam. In altre parole, il messaggio “non sono d’accordo con questa tua idea su questo tema, non la ritengo utile, ritengo la mia idea più utile”, viene tradotto (consciamente o inconsciamente) in “non sono d’accordo con la tua persona, non ti ritengo utile, io sono più utile di te”, messaggio che per l’inconscio equivale all’esclusione dalla società, e quindi ad una condanna a morte. Questo, a mio avviso, spiega il calore e l’ostilità della reazione di chi si sente svalutato.
Insomma, per molte persone il fatto che l’interlocutore non prenda in considerazione le proprie proprie idee viene considerato come un attacco alla propria autostima, un attacco che grida vendetta.
Cosa si può fare per risolvere o alleviare questo problema così distruttivo?
Molti lo risolvono evitando di discutere, evitando di esprimere le proprie opinioni quando sono diverse da quelle prevalenti nella propria comunità, astenendosi dal giudicare e dal criticare gli altri, o perfino fingendo di trovare interessanti le idee altrui, anche quando le ritengono ovvie, banali o insufficienti.
Io invece credo che, per il bene e il progresso della società, ognuno dovrebbe evitare di sentirsi criticato personalmente quando ad essere criticate o trascurate sono soltanto le sue opinioni, e dovrebbe evitare di svalutare in quanto arroganti e offensivi coloro che ritengono di avere idee più produttive delle proprie.
In fondo, ognuno pensa di saperla più lunga di coloro che la pensano diversamente. Ma in questo non c’è nulla di male.
Competizione e conflitto non sono la stessa cosa, ma il secondo può essere una conseguenza della prima. Infatti, sebbene ci possa essere una competizione senza conflitto (che in tal caso viene solitamente chiamata "leale competizione") accade spesso che una competizione, specialmente se nascosta o dissimulata, dia luogo ad un conflitto.
In un conflitto, l'obiettivo di ciascun contendente è prevalere in un contrasto dimostrando non tanto la propria superiorità in termini di capacità e di valore, quanto la malvagità, il disvalore o il demerito dell'avversario. In un conflitto si tende infatti a dimostrare che l'avversario è così “cattivo” o in errore da meritare una punizione e/o una degradazione, formale o informale, in qualche gerarchia (politica, intellettuale, morale, estetica, economica ecc.), e/o la perdita di qualche diritto.
In un conflitto, solitamente il bias cognitivo di ogni contendente dipinge l'avversario nei toni più sfavorevoli, manipolando ai propri fini la narrazione del comportamento altrui.
In un conflitto, si fa solitamente un "processo" arbitrario ai pensieri e alle intenzioni inespresse dell'avversario, interpretando nel modo ad esso più sfavorevole (eticamente e intellettualmente) le sue parole e il suo comportamento.
In un conflitto, si cerca prima di tutto di giustificare il conflitto stesso attribuendone la causa, cioè la colpa, all'avversario, con argomenti scelti ad hoc, nascondendo o dissimulando i veri motivi del conflitto, che sono solitamente competitivi, ovvero il desiderio di prevalere sull'altro in qualche gerarchia o in qualche interesse.
Mentre una competizione leale può essere costruttiva, un conflitto è quasi sempre distruttivo in quanto tende a sopprimere o a diminuire la vitalità, la potenza, la reputazione e/o il successo dell'avversario. Infatti spesso il conflitto è una conseguenza dell'invidia e/o della gelosia.
Un particolare tipo di conflitto può nascere in caso di divergenza di opinioni su un certo tema. Infatti, se una persona A considera sbagliata una certa opinione o convinzione del suo interlocutore B, questo potrebbe interpretare l’espressione di un disaccordo da parte di A come una critica rivolta alla persona di B, cioè al suo modo di ragionare, alle sue capacità cognitive, alla sua intelligenza. In tal caso B prende la critica espressa da A come un’offesa personale, ovvero come una mancanza di rispetto, un insulto, una umiliazione, e reagire di conseguenza.
Succede allora tipicamente che la reazione di B non consiste in un’argomentazione logica tesa a confutare la critica espressa da A nei confronti dell'opinione di B, ma in un’accusa, rivolta ad A, di essere arrogante e irrispettoso. In altre parole, A viene accusato di non considerare B degno di ascolto, di non rispettare B, di non fare alcuno sforzo per capire il suo punto di vista, e di ritenersi superiore a B ignorando verità che per B sono evidenti e indiscutibili, e che smentiscono o contraddicono l'opinione di A.
A quel punto A non ha alcuna arma per difendere la sua posizione, dal momento che il conflitto si è spostato dal piano razionale dialettico (caratterizzato da una tesi e da un’antitesi) a quello del giudizio morale e/o intellettuale personale, ovvero del “processo alle intenzioni”. Infatti, a nulla valgono le assicurazioni di A sul fatto che egli non intende affermare una sua presunta superiorità rispetto a B, né criticare il carattere o l'intelligenza di B, ma solo proporre un’argomentazione o una logica alternativa rispetto a quella di B, e che A ritiene logicamente più corretta, più completa e/o più rispondente alla realtà dei fatti.
Quando un conflitto dialettico si trasforma in uno ad personam, vale a dire in uno scontro in cui non si criticano più le idee dell’interlocutore, ma il suo carattere e le sue intenzioni polemiche, il conflitto è generalmente insanabile e può dar luogo a un'escalation che porta solitamente alla rottura, in malo modo, della relazione tra i contentendi.
Infatti, un conflitto termina solitamente quando almeno uno dei contendenti viene sconfitto irrimediabilmente e accetta la sconfitta, o quando uno dei due decide di rompere la relazione interpersonale abbandonando al tempo stesso la contesa dialettica.
Dato che nella nostra civiltà i conflitti sono generalmente deprecati, si dà solitamente molta importanza allo stabilire chi sia l'iniziatore, ovvero la causa, di un conflitto in cui si è coinvolti, e ovviamente ciascuno dei contendenti tende a dimostrare che la responsabilità morale del conflitto ricade sull'avversario.
Ci sono casi relativamente semplici in cui il conflitto è evidentemente iniziato da uno dei due avversari, per cui è facile individuare quale parte sia l'aggressore, e quale l'aggredito. Tuttavia la situazione da cui scaturisce il conflitto può essere talmente complessa che entrambe le parti possono essere considerate aggressori e vittime allo stesso tempo.
Inoltre avviene spesso che uno o entrambi i contendenti in un conflitto siano inconsapevoli delle proprie reali motivazioni e dei propri "attacchi", e credano sinceramente di essere vittime di un'aggressione o di un’offesa. In tal caso ognuno si sente autorizzato a reagire per “legittima difesa” e in una misura a suo parere proporzionale all’offesa ricevuta. Ma la misura dell’offesa è sempre soggettiva e ognuno tende a sovravvalutare le presunte offese ricevute e a sottovalutare quelle emesse, che non vengono nemmeno considerate offese, ma giuste reazioni difensive e contributi all'affermazione della verità. Il risultato è una escalation del conflitto (un processo che Gregory Bateson chiama “schismogenesi”) in cui ad ogni transazione offensiva segue una reazione ancora più offensiva, fino a causare una rottura, più o meno violenta, della relazione tra le parti.
A conclusione di questo lungo discorso, penso sia opportuno porsi domande come le seguenti: perché gli esseri umani competono? perché la competizione umana è spesso sleale? perché per molti la competizione è immorale? In un altro articolo cercherò di rispondere a queste domande.
Il comportamento umano (di cui fa parte anche il pensiero) è determinato da motivazioni per lo più inconsce. Tra queste, alcune sono simili a quelle di altri animali, altre sono tipicamente ed esclusivamente umane.
Data l'interdipendenza degli esseri umani, le motivazioni tipicamente umane sono incentrate sul bisogno di cooperazione sociale e includono ogni strategia e tattica che possa facilitare la cooperazione stessa.
La cooperazione sociale ha un costo in termini di obblighi e di limitazioni della libertà individuale in quanto nessun umano concede la sua cooperazione “gratuitamente”. Infatti ognuno esige, in cambio della propria cooperazione, un adeguato bene o un’adeguata cooperazione, ovvero certi comportamenti e certe limitazioni di comportamento da parte di coloro con con cui coopera.
Dato il bisogno (e/o desiderio) umano di libertà, la motivazione umana fondamentale consiste nell’ottenere la massima cooperazione col minimo “costo”, cioè mantenendo la massima libertà (compresa quella di interrompere la cooperazione, o di modificarne i termini, quando si vuole) riducendo al minimo i necessari impegni per quanto possibile.
La cooperazione sociale è regolata da leggi (scritte e non scritte) stabilite da tradizioni e da autorità comunemente riconosciute, leggi che devono essere accettate e rispettate come condizione per poter cooperare. Tali leggi, diverse in ogni gruppo sociale, stabiliscono forme, norme, valori, obblighi e libertà nelle relazioni cooperative. In quasi tutte le società democratiche, tra le libertà riconosciute c’è quella di scegliere i propri partner nei vari ambiti. In altre parole, ognuno può scegliere con chi cooperare e con chi non cooperare.
Il fatto che nessuno sia obbligato a cooperare con qualcuno (cioè che la cooperazione sia un diritto ma non un dovere) fa sì che la cooperazione non sia mai garantita (tranne nell’infanzia, da parte dei genitori verso i figli), ma sia soggetta all’”attrattività” della propria persona. In altre parole, quanto più una persona è “attraente” in un certo ambito, tanto più facilmente trova persone interessate a cooperare con essa in quell’ambito.
La probabilità di trovare persone disponibili a cooperare con se stessi è anche determinata dalle risorse di cui un individuo può disporre per “comprare” o imporre la cooperazione stessa. In altre parole, tale probabilità è legata al “potere” politico ed economico di cui la persona dispone.
Per quanto detto sopra, possiamo ipotizzare la presenza, nella logica dell’inconscio, di due tipi di gerarchie sociali, che io chiamo “gerarchie capacitive” e “gerarchie attrattive”.
Per “gerarchia capacitiva” intendo una scala comparativa della capacità (cioè del potere) di imporre ad altri regole di cooperazione (obblighi e libertà) a cui sottostare, oppure di “comprare” una certa cooperazione.
Per “gerarchia attrattiva” intendo una scala comparativa dell’attrattività (nel senso di desiderabilità) dei membri di una certa comunità in un certo ambito, ovvero della probabilità di essere scelti come partner di cooperazione nell’ambito considerato.
I principali ambiti delle gerarchie capacitive sono: politica, economia, finanza, scienze, facoltà accademiche, media, istituzioni sociali, organizzazioni, imprese ecc.
I principali ambiti delle gerarchie attrattive sono: bellezza della persona e dei suoi averi, salute, intelligenza, cultura, competenze tecniche, capacità varie, moralità, conformità ai costumi sociali e alle mode, ecc. Tuttavia, una posizione più alta in una gerarchia capacitiva rende una persona generalmente anche più “attraente” per una cooperazione.
Io suppongo che nell’inconscio di ogni umano vi sia un meccanismo omeostatico che in ogni momento misura la posizione (o "status") della persona nelle varie gerarchie capacitive e attrattive, e attiva comportamenti tesi ad evitare decrementi e a favorire incrementi degli status stessi. Infatti, quanto più lo status è basso in quante più gerarchie, tanto più si perde potere, autorevolezza, autorità, competitività, attrattività, dignità e appartenenza sociale, ovvero tanto più ci si avvicina all’emarginazione sociale, all’isolamento e alla “morte civile”. Suppongo che così l'inconscio "ragioni" e "funzioni".
Ovviamente, la misura degli status propri e di quelli altrui (che vengono continuamente confrontati a livello inconscio) è sempre soggettiva e deve fare i conti con le reciproche misure fatte dagli altri ed espresse in modi più o meno espliciti e più o meno pubblici. Quando le valutazioni reciproche differiscono in senso sfavorevole per noi (nel senso che la stima che l'altro ha per noi è inferiore alla nostra autostima) può nascere in noi un'antipatia, una rabbia e un senso di ingiustizia verso l'altro. Tali reazioni emotive possono dar luogo, da parte nostra, a comportamenti aggressivi tesi ad imporre all'altro le nostre valutazioni, ovvero ad umiliarlo, a fargli capire che sbaglia, che ha certi difetti, che vale meno di quanto crede, e che, di conseguenza, merita uno status (in un certo ambito) più basso di quello che ritiene di avere, e comunque più basso rispetto al nostro.
Ogni società è caratterizzata da un certo grado di competitività, nel senso che alcune sono più competitive di altre. Comunque in ogni società c’è una continua, "normale", competizione per i ranghi più alti possibili nelle varie gerarchie, specialmente quelle in cui uno si sente più competitivo, mentre si rinuncia normalmente a competere nelle gerarchie in cui si sa di avere poche probabilità di ottenere buone posizioni.
In tale quadro ci sono persone che assumono (o a cui viene conferito) il ruolo di facilitatori dell’ascesa gerarchica in un certo ambito. Si tratta di intellettuali, professori, giornalisti, autori, artisti, architetti ecc. e dei cosiddetti “influencer”, che, per professione, forniscono insegnamenti e consigli su come salire o evitare di scendere in certe scale gerarchiche.
Io suppongo che al giorno d’oggi vi sia una generale rimozione (in senso psicoanalitico) dell’interesse per le gerarchie sociali e della motivazione a raggiungere e mantenere status più alti possibili in quanti più ambiti possibili. In altre parole, tale motivazione viene spesso negata, mistificata e dissimulata, malgrado il fatto che, da sola, potrebbe spiegare la maggior parte dei comuni comportamenti sociali.
Ritengo che la tendenza a conquistare e a difendere status desiderabili dovrebbe essere moderata per evitare eccessi distruttivi sia a livello sociale che individuale, e psicopatie come il narcisismo, la megalomania e la depressione nervosa. Tuttavia nessuna moderazione è possibile se non riconosciamo e non ammettiamo la presenza, in ognuno di noi, di motivazioni come quelle che ho descritto in questo articolo, che necessitano di una moderazione.

(Questo articolo è stato prodotto da ChatGPT come sviluppo di un mio breve articolo, dopo vari passaggi in cui ho chiesto all'IA di approfondire certi aspetti con un certo approccio. Il prompt inziale da cui è iniziata la produzione di ChatPGT è riportato in fondo all'articolo)
Abstract
Il conflitto interpersonale è spesso letto come un disguido comunicativo o una divergenza occasionale di interessi. In realtà, esso affonda le sue radici in una dinamica più profonda e strutturale: la ricerca, consapevole o implicita, di un vantaggio. Questo saggio esplora come il concetto di vantaggio—nelle sue declinazioni psicologiche, simboliche e materiali—sia al centro dei rapporti sociali e alla base dei conflitti, intrecciandosi con desideri individuali, strutture culturali e dispositivi di potere. Attraverso lenti filosofiche, psicoanalitiche, antropologiche e politiche, si mostra come questa tensione sia ineliminabile ma, se compresa, possa essere trasformata in un’occasione di maturazione relazionale.
Introduzione
Ogni relazione umana si fonda, in ultima analisi, su un equilibrio instabile tra cooperazione e competizione. Se da un lato gli individui aspirano a vivere in società giuste e solidali, dall’altro ciascuno cerca di ottenere una qualche forma di vantaggio: economico, simbolico, emotivo, relazionale. Questo desiderio non è patologico, ma strutturale. È il motore che muove le interazioni, orienta le ambizioni e, inevitabilmente, genera tensioni.
Il conflitto interpersonale non va dunque interpretato come una deviazione accidentale dal vivere comune, bensì come espressione di una tensione permanente: ogni soggetto cerca di modellare il mondo—e le relazioni—secondo una configurazione che gli sia favorevole. Questo saggio intende indagare il ruolo del vantaggio nei conflitti umani, mostrando come esso sia una categoria trasversale che unisce l’individuale e il collettivo, l’inconscio e il politico.
Psicologia del vantaggio: desiderio, controllo, riconoscimento
Fin dall’infanzia, il soggetto sviluppa una relazione ambivalente con l’altro: egli è contemporaneamente fonte di cura e ostacolo, oggetto d’amore e di rivalità. Secondo Freud, il principio di piacere spinge l’individuo a cercare gratificazione immediata, mentre il principio di realtà impone mediazioni, rinunce, compromessi. Il bambino, per sopravvivere e affermarsi, impara a “negoziare” il proprio vantaggio all’interno di sistemi simbolici (famiglia, scuola, amicizie) che gli impongono limiti e ruoli.
Jung, da parte sua, sottolinea come la parte “ombra” della personalità—quella non riconosciuta o accettata—tenda a manifestarsi nella relazione con gli altri. Quando il vantaggio desiderato non è ottenuto, può emergere frustrazione, invidia, aggressività. Il conflitto, allora, diventa una modalità attraverso cui il soggetto tenta di riequilibrare una percezione di svantaggio, reale o immaginato.
Anche il bisogno di riconoscimento, ben illustrato da Hegel nella dialettica servo-padrone, è una forma di vantaggio simbolico: essere visti, ascoltati, rispettati. La sua assenza può generare conflitti profondi, spesso più intensi di quelli generati da disparità materiali.
Antropologia del vantaggio: status, ruoli, risorse
Tutte le culture umane, anche le più egalitarie, hanno elaborato sistemi per regolare l’accesso ai beni, al prestigio e al potere. L’antropologia strutturale ha mostrato come la parentela, i miti e i riti siano strumenti per distribuire vantaggi e svantaggi in modo codificato e simbolico. Bourdieu, con la sua teoria dei capitali (economico, culturale, simbolico, sociale), ha evidenziato come le differenze tra individui non siano solo materiali, ma anche disposizionali: l’“habitus” di una persona determina quali vantaggi essa consideri legittimi e desiderabili.
La contesa per il vantaggio attraversa tutte le società: chi ottiene cosa, chi decide, chi parla per primo, chi viene creduto, chi viene invitato. Anche nelle società che si dichiarano orizzontali, il vantaggio prende forme più sottili: influenza, carisma, accesso all’informazione. Come osservava Arendt, anche le forme più partecipative di organizzazione sono esposte alla formazione spontanea di élite.
Politica del vantaggio: ideologia, potere, gerarchia
Il vantaggio è anche al cuore della dimensione politica. Ogni sistema normativo è una negoziazione tra gruppi che cercano di mantenere o conquistare posizioni vantaggiose. Marx lo espresse chiaramente: le idee dominanti sono l’espressione degli interessi della classe dominante. Ma anche nei contesti democratici, apparentemente improntati all’uguaglianza, il gioco del vantaggio è onnipresente: nelle campagne elettorali, nelle trattative sindacali, nelle guerre culturali.
Foucault ha spostato l’attenzione dal potere come possesso al potere come relazione: il vantaggio, in questa prospettiva, non è un bene accumulabile, ma un effetto dinamico di pratiche, linguaggi e istituzioni. Chi controlla il discorso, chi stabilisce cosa è vero, giusto, desiderabile, esercita un vantaggio strutturale sugli altri.
Persino le utopie—anarchiche, comunitarie, spirituali—che cercano di abolire il vantaggio, finiscono per riprodurlo sotto altre forme: il più “puro”, il più coerente, il più generoso diventa, suo malgrado, il più influente. Il vantaggio è, in questo senso, un dato antropologico primario.
Conclusione
Il desiderio di vantaggio è parte costitutiva della natura umana. Esso può assumere forme distruttive—accaparramento, manipolazione, dominio—ma può anche essere motore di crescita, innovazione, impegno. I conflitti interpersonali nascono quando i desideri di vantaggio si scontrano senza riconoscimento reciproco, senza mediazione, senza ascolto.
Comprendere questa dinamica ci consente di uscire da una visione moralistica o ingenua del conflitto. Non si tratta di eliminare il vantaggio, ma di renderlo visibile, negoziabile, legittimo solo se non compromette la dignità e il riconoscimento dell’altro. Forse, come suggeriva Emmanuel Lévinas, l’inizio di ogni etica consiste nel vedere l’altro non come strumento, né come ostacolo, ma come fine.
Se vogliamo convivere in modo più giusto, non dobbiamo illuderci di cancellare il conflitto, ma imparare a governarlo. E questo inizia con una domanda radicale: quale vantaggio sto cercando? E a quale prezzo?
Prompt iniziale di Bruno Cancellieri a ChtGPT
Migliora e sviluppa il seguente testo:
Sui conflitti interpersonali
In un mondo ideale, l'uomo dovrebbe adattare la società ai bisogni propri e altrui.
Tuttavia questo adattamento è reso difficile dal bisogno di ciascuno di controllare gli altri, e di non essere controllato dagli altri.
Infatti ognuno ha una sua società ideale in cui ha un ruolo vantaggioso, e cerca di imporre agli altri il suo ideale di società.
Gli ideali di società sono in astratto molto simili, ma vengono istanziati in modo diverso in quanto al ruolo, alla posizione gerarchica e hai possedimenti che ciascuno vorrebbe avere nell'ideale stesso.
Alcuni hanno proposto di eliminare ogni gerarchia, ma anche se ciò fosse possibile, rimarrebbe il problema della divisione del lavoro, dei ruoli, e della distribuzione dei beni, che comportano inevitabilmente delle differenze a vantaggio di qualcuno.
La ricerca del vantaggio sugli altri e la madre di ogni conflitto.
Il vangelo cristiano giunto fino a noi (inteso come il Nuovo Testamento della Bibbia) è, a mio avviso, incompatibile con la modernità. La sua “buona novella” (questa è l’etimologia di "vangelo") non è più buona, ammesso che lo sia mai stata.
Per affrontare le sfide del nostro tempo e per evitare il rischio di una catastrofica estinzione della nostra specie a causa dello sfruttamento incontrollato e dell’inquinamento del pianeta, abbiamo bisogno di sostituire il vangelo cristiano con un nuovo testo adatto alla nostra epoca. Dovrebbe essere un libro di 200-300 pagine che delinei le cose più importanti per il nostro benessere psico-fisico individuale e per la convivenza civile pacifica, risultanti dalle scoperte scientifiche e dalle riflessioni umanistiche più recenti.
Abbiamo bisogno di questo nuovo vangelo per condividere su scala mondiale (tra miliardi di persone) le nozioni essenziali utili per una sana interazione tra esseri umani, e per ridurre le cause che la ostacolano, tra cui la competizione sfrenata, il conformismo acritico e la mancanza di empatia verso i meno fortunati.
A mio avviso il vangelo cristiano ha vari difetti che lo rendono anacronistico e impraticabile, tra cui i seguenti.
- Fa continuamente riferimento al Dio dell’Antico testamento come autorità suprema e assoluta che premia e castiga gli umani in funzione di una cieca sottomissione al suo volere. Questi riferimenti sviliscono l'uomo riducendolo a schiavo di un indiscutibile volere altrui, sono incompatibili con l’ateismo e l’agnosticismo sempre più diffusi, e rendono di conseguenza il testo evangelico non credibile razionalmente.
- Non sostituisce l’Antico testamento (pieno di atrocità e assurdità commesse o volute da Dio), ma lo completa, e in tal senso lo conferma e lo convalida.
- Propone un’etica non realistica, praticabile solo da “santi”, non da persone comuni. Amare il prossimo come se stessi, porgere l’altra guancia in caso di offesa, rinunciare ad ogni ricchezza, ecc. sono precetti fondamentali della dottrina evangelica, che però quasi nessuno dei sedicenti cristiani pratica, determinando una discrepanza incolmabile, strutturale, tra credenza religiosa e comportamento effettivo verso il prossimo, che dà luogo ad un senso di colpa sistematico o ad una cecità alle incoerenze.
- Sminuisce l’importanza della felicità terrena (fino al disprezzo di essa) a favore di quella presunta ultraterrena. Elogia e glorifica i perdenti e i sofferenti promettendo loro una ricompensa dopo la morte. Dice che “gli ultimi saranno i primi”, ma non in questa vita. Una promessa che non vale nulla per chi non crede in una vita dopo la morte, né nell’esistenza di un Dio giudicante.
- Non giustifica la necessità di rispettare il prossimo e di solidarizzare con esso se non per imposizione divina. Infatti, per il Vangelo dovremmo essere altruisti solo perché Dio ce lo chiede, per cui chi non crede in Dio non avrebbe alcun motivo per amare il prossimo. Gli altri, in tal senso, non avrebbero alcun valore in quanto esseri umani (simili ed empatici gli uni verso gli altri), ma solo in quanto creature (e quindi proprietà) di Dio.
- Non tollera chi non accetta il messaggio cristiano o non rispetta la legge divina. Infatti Gesù si adira contro gli empi e dice che “chi non è con me è contro di me”. Una frase tutt'altro che pacifista, che suona come una sfida e una minaccia di punizione nei confronti dei non credenti. Tale atteggiamento polarizza la società dividendola in due schieramenti (credenti contro non credenti) in lotta tra loro senza possibili compromessi né reciproca accettazione. Infatti, in nome del vangelo (in quanto emblema del cristianesimo) sono stati commessi innumerevoli crimini e genocidi ad opera o per ordine delle autorità cristiane.
- Fa leva sui miracoli per convincere i lettori della natura divina di Gesù, rendendo l'intero testo non credibile agli occhi di chi non crede nei miracoli stessi.
- Impone di credere acriticamente alle affermazioni di Gesù presentandole come verità assolute, indiscutibili e sufficienti per piacere a Dio.
- Narra del sacrificio umano volontario (in pratica un suicidio) commesso da Gesù in onore di Dio, per placare la sua ira, non essendo stati sufficienti i sacrifici animali e i riti a lui dedicati per convincerlo a riaprire le porte del Paradiso. Questo fatto, che costituisce il nucleo fondante del cristianesimo, ci mostra Dio come un essere sadico, irascibile e vendicativo. Infatti, secondo la dottrina cristiana, Gesù (l'agnello sacrificale di Dio), nel suo ruolo di “salvatore” e di “redentore”, ci ha salvati dall’ira del Padre e ci ha redenti dal peccato originale che il Padre stesso ha addebitato all'umanità. Si tratta di un peccato commesso ingenuamente da Adamo ed Eva, non di peccati commessi dai loro discendenti. L’idea di un Dio che si compiace di sacrifici (animali e umani), e che punisce in modo sproporzionato (infinito) rispetto alla colpa, è incompatibile con qualsiasi etica.
- Non ha alcun senso dell'umorismo e presenta una visione apocalittica e terrificante del futuro per i non credenti.
- La figura di Cristo costituisce pertanto un modello impossibile da imitare, se non in modo illusorio o schizofrenico.
Nessuno dei difetti sopra elencati deve trovarsi nel nuovo vangelo, i cui requisiti possono essere riassunti come segue.
- Deve proporre principi morali senza fare riferimento ad agenti soprannaturali né esoterici (per questo lo chiamo vangelo ateo e umanista), ma deve basarsi su fatti naturali descritti dalla biologia e dalle scienze umane e sociali. Esempi di principi morali in tal senso si trovano in questo articolo.
- Deve porsi come obiettivo la minore sofferenza e la maggiore gioia possibili per l’intera umanità, in questa vita.
- Deve partire dallo studio dei bisogni umani e delle cause che ne ostacolano la soddisfazione.
- Deve divulgare idee (sulla vita in generale e sulla natura umana in particolare) che tutti possano comprendere, e deve raccomandare comportamenti virtuosi che tutti possano praticare senza eccessive difficoltà. In altre parole, non deve essere elitario, ma popolare, cioè deve essere comprensibile da chiunque possieda un'istruzione media.
- Non deve avere la presunzione di affermare verità assolute, ma la consapevolezza di offrire conoscenze suscettibili di essere migliorate e corrette. A tale scopo, per non assumere un tono troppo grave e arrogante, e per non incutere soggezione, deve includere un giusta dose di ottimismo, di poesia e di umorismo.
- Non deve essere contraddittorio, né arbitrario, né soggettivo. A tale scopo deve essere scritto da una commissione ben coordinata di “evangelisti” laici di larghe vedute.
Invito chi è interessato a contribuire alla redazione (o anche solo alla revisione) del nuovo vangelo, a contattarmi.
La valutazione delle differenze umane è un tema, spinoso, pericoloso, praticamente tabù. Tuttavia è una faccenda estremamente importante da molti punti di vista: psicologico, psicopatologico, psicosociologico, antropologico, politico, giuridico, etico, morale ecc.. Per questo ho deciso di indagarla.
Cominciamo col termine “valutare”. Dato che stiamo parlando di differenze umane, per valutare intendiamo l’attribuire un valore ad un individuo in un certo ambito, in modo comparato rispetto al valore attribuito ad un altro (o al valore medio attribuito ad un insieme di altri), dando per scontato che non tutti gli individui hanno identico valore nell’ambito considerato, altrimenti la valutazione non avrebbe alcun senso né utilità. In generale, “valutare” è sinonimo di “giudicare”, anche se il secondo termine è più usato nelle valutazioni di tipo morale, per cui si può dire che giudicare equivale a valutare moralmente.
Così come due esseri umani, messi l’uno di fronte all’altro, non possono non comunicare (anche il silenzio è un messaggio), analogamente essi non possono fare a meno di valutarsi reciprocamente e di autovalutarsi. Le valutazioni sono normalmente più inconsce che consce. Possiamo riferirci alla valutazione inconscia col termine di “percezione”.
Cerchiamo ora di identificare i possibili ambiti delle valutazioni. E’ difficile perché non esistono ambiti “standard” comunemente riconosciuti e accettati.
Gli ambiti più importanti che vengono considerati nella valutazione di un essere umano sono, secondo me, i seguenti:
- intellettuale (intelligenza, capacità di analisi e sintesi di situazioni e fenomeni complessi, capacità critica, capacità di risolvere problemi, di seguire e capire idee altrui, capacità di comunicare, di concepire nuove idee, di prevedere il futuro, creatività)
- morale (rispetto per il prossimo e i beni comuni, giustizia, non violenza, generosità, solidarietà, altruismo, lealtà, sincerità, mantenimento degli impegni presi, onestà, legalità ecc.)
- competitivo (capacità di superare, vincere gli altri, proteggersi e difendersi dagli altri)
- temperamentale / sentimentale (empatia, introversione, estroversione, passionalità, flemmaticità, erotismo, sensualità, senso dell’umorismo, pavidità, coraggio, allegria, malinconia ecc.)
- estetico (bellezza, eleganza, attrattività, fascino, bruttezza, ripugnanza)
- medico (salute fisica e mentale, resistenza alle malattie, robustezza, fragilità, vitalità)
- pragmatico individuale (capacità di risolvere i propri problemi,, di soddisfare i propri bisogni, di guadagnare denaro)
- pragmatico sociale (utilità sociale, capacità di risolvere i problemi altrui, di soddisfare i bisogni altrui, di aiutare gli altri, di guidare gli altri nel perseguire con successo interessi comuni)
E’ facile valutare, anche senza misurarla con uno strumento, la statura fisica di un individuo e dire, ad esempio, che A è più alto di B. Ma se parliamo di differenze in ambito intellettuale, morale, psicologico, psicosociologico ecc. le cose si complicano e diventano pericolose al punto tale che la maggior parte della gente preferisce astenersi dal valutare, tranne in casi eclatanti o di particolare coinvolgimento, come quando ci si ritiene vittime di ingiustizie.
La valutazione di un individuo (in un certo ambito) da parte di un altro comporta una serie di problematiche come le seguenti
- è praticamente impossibile evitare di confrontare (consciamente o inconsciamente) la valutazione dell’altro con la propria autovalutazione, ragion per cui ogni valutazione comporta l’affermazione di una superiorità, inferiorità o uguaglianza del valutatore rispetto al valutato
- è raro che due persone siano perfettamente uguali in un certo ambito di valutazione, per cui, prendendo a caso due individui, normalmente uno risulterà superiore all’altro nell’ambito considerato in una certa misura (soggettiva o oggettiva)
- nel caso in cui il valutatore si valuti inferiore rispetto al valutato, si pongono problemi come i seguenti:
- se la valutazione è coerente (cioè complementare) con quella che il valutato fa di se stesso, si determina un rapporto pacifico in cui la persona inferiore riconosce la superiorità dell’altro (riconoscimento che l’altro accetta) con le conseguenze del caso, come ad esempio l’accettazione di una posizione gerarchica inferiore o di un rapporto allievo verso maestro, da parte della persona che si considera inferiore
- se invece ognuno si sente inferiore all’altro (caso piuttosto raro) allora si può creare una situazione di stallo in cui ognuno si aspetta che sia l’altro ad assumere un ruolo guida e di maggiore responsabilità nelle attività collaborative, e tenterà di dare all’altro la responsabilità di eventuali di errori o insuccessi
- nel caso, invece, in cui il valutatore si valuti superiore rispetto al valutato, si pongono problemi come i seguenti:
- se la valutazione è coerente (cioè complementare) con quella che il valutato fa di se stesso, vale quanto detto sopra nel caso corrispondente.
- se invece ognuno si sente superiore all’altro (caso piuttosto frequente) allora si può creare una situazione di conflitto in cui ognuno cerca di dimostrare il suo valore non riconosciuto dall’altro e di raggiungere posizioni gerarchiche più alte in virtù della sua presunta superiorità
Da un punto di vista dinamico, si possono ipotizzare due orientamenti opposti:
- l’accettazione del proprio valore così come esso viene autovalutato o valutato dagli altri
- il bisogno o desiderio di migliorare il proprio valore per ottenere vantaggi di vario tipo; parleremo in questo caso di bisogno di compensazione
Il bisogno di compensare una valutazione ricevuta, o autovalutazione, ritenuta scarsa rispetto alle proprie ambizioni, può interessare sia l’ambito in cui viene determinata la scarsità di valore, sia, nel caso in cui si ritiene impossibile un miglioramento in tale ambito, altri ambiti in cui il miglioramento è relativamente più facile. Per esempio, se io ritengo di non poter aumentare il mio valore nelle discipline sportive perché il mio fisico non me lo consente, potrei dedicarmi alla coltivazione di discipline intellettuali, dove sono più dotato, e lì potrei eccellere sempre di più anche se già mi trovo ad un livello abbastanza alto. Questo fenomeno può spiegare l’accanimento di certe persone nel coltivare certe discipline o a perseguire “missioni” di utilità sociale; in altre parole queste persone spesso si comportano così non per un genuino bisogno di superare se stessi, ma per compensare sentimenti di inferiorità incolmabili in altri ambiti, ed essere, in fin dei conti, più competitivi in senso lato.
Esprimere valutazioni su aspetti “umani” di persone o categorie di persone, o autovalutazioni, è sempre pericoloso perché chi ascolta le valutazioni non può fare a meno di chiedersi quale sia il proprio valore nell’ambito considerato, anche se la valutazione non lo riguarda direttamente. Intendo dire che, direttamente o indirettamente, ognuno si sente coinvolto nella valutazione di qualsiasi altro essere umano. In altre parole, se A valuta B in un certo modo (positivo o negativo), C non può fare a meno di chiedersi quanto sia simile a B, e se riscontra qualche somiglianza, proietterà su se stesso la valutazione che A ha fatto di B, e reagirà come se A avesse valutato C invece di B. Per questo motivo, volendo essere “politicamente corretti” non si dovrebbe mai giudicare nessuno, né positivamente né negativamente. Infatti anche un giudizio positivo di A verso B potrebbe essere “preso male” da C se questo si sente carente, rispetto a B nell’ambito della valutazione.
Ma essere “politcamente corretti”, se può essere utile per evitare di offendere qualcuno, non aiuta la società a progredire, anzi, rischia di impoverirla moralmente. Perché la moralità di una società dipende moltissimo dai giudizi morali di cui i suoi membri sono oggetto e/o soggetto, e, in assenza di giudizi morali, verrebbe a mancare una fondamentale motivazione a comportarsi eticamente.
Parlando di autovalutazioni, non possiamo fare a meno di ricordare che la mente umana è “normalmente” vittima di autoinganni e illusioni, a causa del meccanismo incoscio che cerca di allontanare dalla coscienza tutto ciò che può essere doloroso o sgradevole per il soggetto, come ad esempio una autovalutazione negativa, soprattuto in ambito morale. Questo fa sì che normalmente le persone si sopravvalutino, cosa più evidente nelle personalità narcisistiche.
D’altra parte certe religioni (tra cui il cristianesimo) tendono a inculcare nei loro adepti un autodisprezzo (come nel caso del mito del peccato originale) e questo può portare a sottovalutazioni ingiustificate quanto dannose, che colpiscono soprattutto le persone più sensibili e ingenue.
Per concludere, io credo che i rapporti umani migliorerebbero se la valutazione delle differenze umane venisse affrontata in modo aperto, razionale e demistificato, superando la sindrome del “politicamente corretto” e fosse oggetto di metacomunicazione e ricerche scientifiche psicosociologiche.
Propongo qui una serie di principi morali da me concepiti, che non fanno alcun riferimento a entità religiose o spirituali, ma sono fondati su conoscenze scientifiche e psicologiche. Sono un'alternativa al Nuovo Testamento cristiano, che ritengo non adatto ai nostri tempi per le ragioni spiegate in
questo articolo.
Ritengo che tali principi possano essere condivisi sia da credenti in qualunque religione, sia da atei, sia da agnostici. Sono graditi commenti e proposte di aggiunte e di modifiche.
Mi piacerebbe sapere da ogni lettore quali principi ritiene validi e quali no, quali si impegnerebbe a seguire e quali no.
Questo articolo verrà modificato più volte nelle prossime settimane per tener conto dei commenti ricevuti.
- Non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.
- Non danneggiare nessuno, tranne nei casi in cui farlo sia necessario per impedire ingiustizie o danni maggiori per qualcuno che non li merita.
- Non fare cose che, se tutti potessero fare e facessero, danneggerebbero la società o l’ambiente naturale.
- Non considerare gli altri come mezzi per soddisfare i tuoi bisogni senza un corrispettivo, ma cerca la cooperazione con gli altri per una soddisfazione reciproca.
- Ripaga le persone individualmente, e la società in generale, per quello che da loro hai ricevuto, per quanto ti è possibile. Nessuno ha il diritto di vivere a spese di altre persone o della società.
- Sii sempre sincero, tranne nei casi in cui la tua sincerità potrebbe essere dannosa per qualcuno.
- Mantieni la parola data e gli impegni presi, a meno che farlo sia dannoso per qualcuno. Non fare promesse che non sei sicuro di poter mantenere.
- Tratta tutti gli esseri umani con rispetto, lealtà, onestà ed equità. Riconosci pari diritti e pari dignità a ognuno indipendentemente dalle sue opinioni. Non disprezzare né deridere alcuno per motivi quali: colore della pelle, etnia, religione, orientamento sessuale, capacità intellettuali, salute, aspetto fisico, classe sociale ecc.
- Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che nessun essere vivente, compreso l’uomo, ha scelto la propria natura, né è libero di volere ciò che vuole, di sentire ciò che sente, né di sapere ciò che sa. Infatti le motivazioni, i sentimenti e le cognizioni di un essere vivente dipendono dalla combinazione del suo codice genetico con le sue esperienze particolari.
- Sii comprensivo riguardo al comportamento altrui e al tuo, dato che l’io cosciente è una piccola parte della mente umana. Questa è prevalentemente inconscia e influenza l’io cosciente a sua insaputa, perseguendo fini che possono essere diversi da quelli di cui si è consapevoli.
- Pur essendo comprensivo, non tollerare che chiunque commetta illegalità o ingiustizie, e contribuisci all’applicazione della giustizia in quanto cittadino responsabile. Considera tuttavia che lo scopo della punizione non deve essere quello di infliggere dolore alla persona che sbaglia, ma quello di ridurre la probabilità che essa sbagli ancora.
- Obbedisci alle leggi dello stato in cui vivi, tranne nei casi in cui farlo sarebbe dannoso per qualcuno. Paga i tributi che ti competono secondo i tuoi guadagni e i tuoi possedimenti.
- Accresci le tue conoscenze scientifiche e umanistiche al fine di correggere i tuoi difetti, migliorare i tuoi rapporti con gli altri e meglio contribuire al bene comune.
- Nei conflitti con gli altri cerca, attraverso il dialogo, una soluzione pacifica se possibile; evita gesti e atteggiamenti aggressivi, ostili, offensivi; affronta le divergenze con calma, e, se un accordo o un compromesso è impossibile, adotta le misure appropriate per difendere i tuoi gusti interessi.
- Non sopravvalutarti, e non sottovalutarti. Se qualcuno ti fa una critica non respingerla a priori, ma esaminala senza pregiudizi per verificarne la fondatezza.
- Non essere assolutamente sicuro di alcuna verità, né di avere ragione in qualunque questione. Considera che ognuno ha ragione dal proprio punto di vista, e che ogni verità è parziale e suscettibile di essere sostituita da una verità più credibile o più soddisfacente.
- Tollera chi ha idee diverse dalle tue, tranne nei casi in cui la messa in pratica di quelle idee può danneggiare te o altri.
- Rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te e di avere stili di vita diversi dai tuoi, purché non siano contrari alla giustizia e al bene comune.
- Non far sentire nessuno inferiore a te, in nessun campo. Evita le competizioni sulla sapienza, sulla saggezza, sulla moralità e sulla ragione.
- Metti in discussione e verifica le idee tue e altrui (cominciando da quelle dei tuoi educatori e dei tuoi insegnanti), e scarta quelle che sono contraddette dai dati e dai fatti reali. Insegna ai tuoi figli e ai tuoi eventuali allievi e seguaci a dissentire da chiunque faccia affermazioni infondate, te compreso.
- Non accettare passivamente i messaggi espliciti e impliciti delle tradizioni, delle mode, delle religioni e dei mezzi di comunicazione di massa, ma esaminali criticamente per determinare se inducono a comportamenti contrari al benessere psicofisico.
- Rispetta l’ambiente naturale e quello urbano, contribuisci a tenerli sani e puliti, e difendili da chi li inquina, deturpa o impoverisce, denunciando gli abusi alle autorità competenti. Adegua i tuoi consumi alle condizioni ecologiche. Abbi cura dei beni pubblici come se fossero tuoi privati.
- Cerca di lasciare l'ambiente naturale e quello sociale meglio di come li hai trovati.
- Godi de rispetta la bellezza in tutte le sue manifestazioni, perché essa ci dà piacere, ci consola e ci motiva a migliorare, ma guardati da coloro che la usano per incantare e illudere le persone inducendole a credere nella verità delle loro narrazioni o nella qualità delle loro merci.
- Non generare figli se non sei in grado di dedicare loro tempo ed energie, e di garantire loro il necessario per una crescita sana e serena, tra cui un’istruzione adeguata alle sfide della società attuale.
- Godi della tua sessualità e lascia che gli altri godano della propria, quali che siano le loro inclinazioni, purché nessuna delle persone coinvolte venga danneggiata o costretta a rapporti non desiderati. Protesta contro ogni forma di repressione sessuale e contro l'omofobia.
- Tollera chi è meno intelligente di te, perché nessuno è responsabile del proprio grado di intelligenza.
- Accetta e rispetta la proprietà privata altrui e le disuguaglianze economiche, se esse sono il risultato di attività oneste e legali.
- Partecipa in modo informato alla vita politica della tua città e del tuo stato favorendo con i tuoi voti le politiche più rispondenti all’interesse generale della popolazione (a tutti i livelli, dal villaggio al pianeta) piuttosto che all’interesse di gruppi particolari. Favorisci le politiche tese a dare a tutti pari opportunità di istruirsi.
- Non diffondere notizie o teorie infondate, inattendibili o erronee. Prima di riportare una notizia, verifica l’attendibilità della fonte. Se la verifica è impossibile, non diffondere la notizia.
- Nel considerare il bene e il male tieni conto degli interessi della specie umana oltre che di quelli degli individui.
- Ognuno è civilmente e moralmente responsabile del proprio comportamento, anche se esso è uguale a quello della maggior parte della gente. Infatti, il fatto che una gran quantità di persone si comportino in un certo modo non implica che quel comportamento sia giusto o opportuno.
- Imita coloro che ritieni migliori di te.
- Riconosci a tutti il diritto di non amare o di smettere di amare qualcuno o qualcosa, poiché l’amore è un sentimento involontario. Per lo stesso motivo, considera che nessuno, tranne i bambini, ha il diritto di essere amato.
- Riconosci a tutti il diritto di scegliere con chi interagire e con chi non interagire.
- Considera che la competizione tra esseri umani è inevitabile. Tuttavia essa deve essere aperta, leale e rispettosa della dignità delle persone meno competitive.
- Il bene e il male non sono assoluti né oggettivi, ma sempre relativi alla soddisfazione dei bisogni umani.
- Considera che ognuno cerca di soffrire il meno possibile e di godere il più possibile usando le risorse materiali e immateriali che possiede. E ognuno, te compreso, può aiutare gli altri a soddisfare i loro bisogni, o ostacolarli in tal senso.
- Ognuno è responsabile non solo del male che fa, ma anche del bene che non fa agli altri.
- Si consapevole delle conseguenze delle tue azioni e delle tue non-azioni per il bene degli altri e della società.
- Due o più esseri umani possono negoziare le regole morali delle loro interazioni purché esse non danneggino terzi; nessuno ha il diritto di intromettersi in quella negoziazione.
- Non ti aspettare dagli altri ciò che essi non sono in grado di fare o di capire.
- Ogni donna ha il diritto di abortire se lo ritiene opportuno.
- Ognuno ha il diritto di terminare la propria vita quando lo ritiene opportuno.
- Non prendere nulla assolutamente sul serio (nemmeno questi principi morali), tranne la sofferenza degli esseri viventi senzienti.