Introduzione al caffè filosofico del 21/4/2022 sul tema “Come vediamo noi stessi”

Introduzione al caffè filosofico del 21/4/2022 sul tema “Come vediamo noi stessi”

Il tema di oggi è uno dei più “psicologici” che abbiamo mai trattato, e questo per me va benissimo, dato che a mio avviso la psicologia e la filosofia, come pure la sociologia e l’antropologia culturale, dovrebbero essere fuse in un’unica disciplina, che consiste nello studio della natura umana, studio che un intellettuale di mia conoscenza ha chiamato “panantropologia”.

Il verbo “vedere” che compare nel tema, è ovviamente da intendersi non in senso ottico, ma in senso, appunto, panantropologico. Vale a dire il modo in cui noi classifichiamo noi stessi, come ci definiamo, come ci descriviamo, come ci confrontiamo con gli altri. Vale a dire la nostra identità in termini di appartenenze, cioè a quali gruppi e a quali categorie di persone riteniamo di appartenere, e cosa riteniamo ci appartenga, ovvero le nostre risorse, qualità e difetti.

E’ un tema affine a quello dal titolo “Conoscere se stessi”, già trattato nel nostro caffè filosofico del 16/12 scorso, a cui alcuni di voi hanno partecipato. Infatti possiamo dire che noi conosciamo noi stessi in base a come ci vediamo.

È possibile conoscere se stessi anche in base alle conoscenze che abbiamo acquisito sull’essere umano in generale, giacché ognuno di noi è un esemplare della specie umana, e il modo in cui vediamo noi stessi è almeno in parte influenzato dalla nostra conoscenza della specie biologica a cui apparteniamo.

Nell’analizzare il modo in cui ci vediamo e ci conosciamo, credo sia impossibile non fare riferimento a ciò che possiamo definire l’essere umano “normale” o “medio”, vale a dire l’essere umano più comune, o più “umano”.

Capita a volte di qualificare certi comportamenti, e certi caratteri individuali, come disumani. Ovviamente ogni essere umano è umano e non può essere considerato disumano per definizione. Tuttavia alcuni pensano che si possa essere umani in gradi diversi, cioè più o meno umani.

Vedere se stessi in un certo modo implica fatalmente giudicare se stessi, soprattutto su tre piani: quello etico, quello estetico e quello intellettuale, e su ognuno di essi è inevitabile un confronto con gli altri. E sorgono domande consce o inconsce come: sono più o meno buono rispetto agli altri? Sono più o meno bello? Più o meno intelligente? Più o meno sapiente? Più o meno sano o malato? Più o meno capace? Più o meno competitivo? Ecc.

A prescindere dal confronto con gli altri, vedere e conoscere se stessi implica anche capire i meccanismi alla base del proprio comportamento, sia in senso fisico che emotivo, vale a dire capire perché ci comportiamo o non ci comportiamo in certi modi, e perché proviamo certi sentimenti e non altri. In tal senso è come osservare una macchina e i meccanismi che ne fanno parte.

E dopo che abbiamo visto noi stessi, che abbiamo stabilito come siamo fatti, sia in confronto agli altri, sia internamente, cosa facciamo di questa auto-conoscenza?

Possiamo usarla per cercare di migliorare noi stessi per quanto possibile, e/o per migliorare il modo in cui ci relazioniamo e interagiamo con gli altri. Per questo motivo è importante vedere se stessi realisticamente, senza farsi illusioni, specialmente per quanto riguarda gli aspetti a nostro avviso meno pregevoli. Intendo dire che dovremmo cercare la verità su noi stessi anche negli aspetti più dolorosi o vergognosi, ammesso che ci siano aspetti di cui uno si dovrebbe vergognare.

Per concludere, osservando noi stessi, credo che non dovremmo avere alcuna auto-compassione, ma nemmeno moralismo o perfezionismo. Insomma non dovremmo giudicarci prematuramente, ma piuttosto dovremmo tener presente che i nostri giudizi etici, estetici e intellettuali sono spesso affetti da pregiudizi infondati, che abbiamo appreso dagli altri o costruito noi stessi.

Ed ora a voi la parola.

Vedi anche “Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana

 

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