Gramsci sulla verità

Gramsci sulla verità

La natura offre all’uomo spettacoli meravigliosi, l’arte e il genio producono continuamente opere bellissime che possono solleticargli i sensi, le persone amate lo attirano con i loro affetti; egli potrebbe godere della vita, amando il mondo quale esso appare, contentandosi di osservare gli effetti dei fenomeni senza ricercarne le cause. E l’universo si presta straordinariamente a questa mascherata, perché esso è bellissimo Per chi vuole vederlo tale. E la maggioranza degli uomini inconsciamente si lascia trasportare dai suoi sogni, cullare voluttuosamente dalla gioia di vivere, e non cerca di approfondire le sue osservazioni, di cercare se tutto ciò che il mondo produce sia buono e sia bello. E del resto questo odio per la speculazione filosofica è logico: dovendo vivere, è necessario credere che la vita sia un bene; gli uomini essendo quasi tutti deboli, e vili creature, non saprebbero sopportare le crudeli verità, e se queste apparissero intuitivamente tali, avverrebbe un disastro.

Pure vi sono certi uomini superiori che si staccano dal gregge umano, si isolano nella loro coscienza, e non vogliono sotterfugi, ipocrisie, ma preferiscono far cadere una ad una tutte le illusioni, vedersi tolta ogni ragione di essere, ogni ideale verso cui dirigere la vita, piuttosto che accontentarsi vigliaccamente delle vane apparenze, che accontentano solo i deboli.

Essi sono sempre incalzati da un desiderio mai soddisfatto di sapere, e nella loro speculazione vanno tanto oltre, che si astraggono fuori dalla vita, e studiando i fenomeni e i rapporti finiscono per non credere più a nulla, fuorché alla propria esistenza.  Ma siccome sono uomini e soffrono e sentono come tutti, al vedere svanito ogni loro desiderio, al sentire tutta la vuotezza della loro esistenza, provano dolore e sono infelici.

Perché la verità è una cosa così bella e così pura che per sé non può essere fonte di dolore. Sono gli uomini che, abituati a vederla vita per un solo verso, non sanno convincersi che quella che vedono sia solo una sfaccettatura d’un immenso prisma, e soffrono e si martoriano se vengono a conoscere che tutto il megaron che hanno costruito nel loro cervello non è altro che una vescichetta gonfia che la punta di uno spillo può far scoppiare.

Maggiormente sono da ammirarsi quelli che, pur sapendo che questa loro ricerca e come un’arme a doppio taglio che li ferirà profondamente, si sacrificano e si dilaniano le carni, ma nel tempo stesso sentono innalzarsi la propria coscienza, che diventa superiore a quella di tutta la massa degli altri uomini, che vegeta senza aspirare a conoscere le sorgenti della vita, e si attacca anche agli uncini pur di mantenersi nello stato di beata incoscienza. E il Leopardi prima di morire protestò contro la tendenza degli uomini a voler negare la verità, anche se chiaramente tale. «Prego i miei lettori,» egli scrive, «di industriarsi a distruggere le mie osservazioni e i miei ragionamenti, meglio che ad accusarne le mie malattie».

Del resto, che merito c’è nell’amare la vita quando essa appare un paradiso? Eroismo invece dovrebbe chiamarsi il conoscere il mondo quale esso è verament, e tuttavia mantenervisi. In ciò consiste la differenza profonda tra l’uovo di pensiero e l’uomo volgare. Egli si è liberato dall’ipocrisia che domina nella vita esterna ed interna dell’uomo. Egli, anche soffrendo gli spasimi più atroci, ha voluto conoscere il bene e il male e dopo si è sentito solo, isolato dal resto del mondo.

Anche nella vita pubblica, nei rapporti fra uomo e uomo, trionfa il gesuitismo. Si vogliono nascondere i mali dell’umanità, anzi non si vogliono conoscere; non si vuole che gli stranieri sappiano tutte le magagne che tarlano il corpo della nazione. Se il popolo muore di fame, se la nazione è in mano di alcuni imbroglioni senza coscienza, non importa, purché nulla trapeli al di fuori. Si può ricordare il monte di improperi rovesciato addosso allo Zola quando pubblicò la sua lettera «J’accuse»; il Carducci stesso, quanti nemici non si fece coi suoi giambi, nei quali voleva colpire a sangue tutti gli gnomi e i pigmei che immiserivano l’Italia ancora giovane, strigliandola però bene di fuori perché non apparissero i suoi guidaleschi. Il Carducci fu accusato di poca pietà di patria, eppure egli dovette soffrire, nel vedere la patria dei Catoni e dei Bruti preda dei Vanni Fucci e degli Stenterelli; ma il sentimento del dovere, la sincerità, innata in lui, l’obbligarono a scagliare contro la patria la parola dell’insulto e del disprezzo.

Le mediocrità non potevano comprendere la grandezza dell’atto, che un giorno, quando la coscienza nazionale fosse più evoluta, avrebbe riscattato la patria dalla vergogna. Quando si farà chiara la concezione che il vero, anche brutale, è preferibile alla illusione che intorbida i sensi, un gran passo si sarà fatto nell’evoluzione, e gli uomini saranno anche meno sofferenti di quello che sono ora.

(Antomio Gramsci)

Questo è il secondo dei tre temi scolastici del ventenne Gramsci ritrovati, che ”Il Fatto Quotidiano” sta pubblicando in questi giorni a cura di Gad Lerner.)

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