Tra i piaceri che proviamo, ce n’è uno che merita attenzione perché non è facile ricondurlo alla soddisfazione di un bisogno biologico immediato: quello che nasce dalla percezione di particolari configurazioni di immagini, testi, forme e suoni — un verso ben tornito, una dimostrazione elegante, un accordo musicale, una simmetria.
La mia ipotesi, che offro come pura congettura e non come dato scientifico, è che questo piacere sia legato al buon funzionamento dell’attività mentale stessa: percepire una configurazione ricca di relazioni e di ordine “mette in moto” molte connessioni tra le nostre conoscenze, e questo esercizio della mente sarebbe di per sé gratificante, come è gratificante l’uso efficiente di una qualsiasi funzione dell’organismo.
Se questa congettura avesse un fondamento, ne seguirebbe un “circolo virtuoso”: esporsi con regolarità a oggetti, forme e idee complesse e armoniose eserciterebbe la mente, rendendo più efficienti le sue connessioni, con benefici sulla creatività e sul piacere di pensare — un piacere che a sua volta invoglierebbe a cercare nuove percezioni di questo tipo. Non conosco i meccanismi neurofisiologici che renderebbero conto di tutto ciò, e non intendo azzardarne: mi limito a segnalare il fenomeno e a collegarlo, in via di ipotesi, al bisogno di conoscenza e a quello di bellezza.
