In che misura l’umiltà influisce sull’efficacia?

(Mio intervento al Caffè Filosofico online di Lione l’8/3/2022 sul tema «In che misura l’umiltà incide sull’efficienza?»)

Il dizionario Larousse definisce l’umiltà come “Il sentimento, lo stato d’animo di qualcuno che è consapevole delle proprie inadeguatezze e debolezze ed è incline a sminuire i propri meriti”. Lo stesso dizionario definisce l’aggettivo “umile”, tra gli altri, come segue

  1. Uno che è consapevole dei propri limiti e delle proprie debolezze, e che lo dimostra con un atteggiamento volutamente modesto e schivo.
  2. Uno che mostra un grande rispetto per gli altri, o che è esageratamente autosufficiente, servile di fronte agli altri.
  3. Chi è semplice, modesto, senza pretese o senza importanza nel carattere.

Queste definizioni, a mio parere, non rendono giustizia del fatto che il concetto di umiltà è centrale nella competizione tra esseri umani. Infatti umiltà implica sempre una certa inferiorità.

A mio avviso, l’umiltà è la coscienza del proprio «status» nei confronti di una o più altre persone. In tal senso è un concetto sempre relativo e relazionale. Infatti non ha senso parlare di umiltà in senso assoluto. Una persona è umile, se lo è, sempre verso qualcun altro. Si tratta della percezione comparativa di una certa posizione in una delle tante possibili gerarchie sociali, come: moralità, intelligenza, potenza fisica, potenza politica, potenza economica, potenza sessuale, bellezza, conoscenza, competenza professionale, capacità artistica, astuzia, ecc.

Per quanto riguarda la gerarchia morale e quella intellettuale, la persona “umile” non giudica e non critica le persone di fronte alle quali si sente umile, ovvero “inferiore”.

Il contrario dell’umiltà è l’arroganza. Infatti chi giudica e critica facilmente è spesso considerato arrogante, perché il giudicante o criticante si pone per definizione in una posizione morale o intellettuale più alta rispetto al giudicato o criticato.

Secondo me, l’umiltà non è una virtù, ma una trappola, un’invenzione delle religioni per meglio consolidare il loro potere, per far tacere lo spirito critico dei fedeli. E’ anche una convenzione sociale, una questione di tatto, che serve a farsi ben volere.

Ovviamente è necessario giudicare, criticare, valutare con saggezza e ponderazione, cioè senza sovrastimare né sottostimare né gli altri né se stessi. e non c’è nulla di male nel sentirsi superiori a certe altre persone in certi campi, anche perché non si può escludere che ciò sia possibile. Ma sforzarsi di essere umili perché si considera l’umiltà una virtù è  mio avviso una sciocchezza nociva, perché deprime lo spirito critico, che è il motore del progresso civile.

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