La sincronicità della coscienza (di Silvano Tagliabambe)

Questo testo è un estratto da “Come in uno specchio” edito da Mimesis.


di Silvano Tagliagambe

Pauli e Jung: il principio di sincronicità

Il dialogo e il lungo carteggio tra Pauli e Jung ha dato forma all’idea che la sincronicità sia un aspetto fondamentale del funzionamento dei processi cerebrali. Tale ipotesi suscitò più di una perplessità e fu spesso fraintesa nei suoi intendimenti e significati dal mondo delle scienze, strutturate intorno a categorie tradizionali e al principio di causalità. Postulare un “parallelismo di significato” e implicare la sovrapposizione di tempi tra loro distanti – la coincidenza di presente e passato vissuti –, infatti, rappresentava un’incrinatura del sapere dell’epoca ed era considerato, al contempo, una debolezza teorica. Parlare poi di “coincidenze significative di eventi a-causali” complicava ulteriormente le cose.

A dissipare i dubbi e le critiche non bastarono né l’autorevolezza di fisico di indiscussa e riconosciuta competenza di Pauli, né le riflessioni da lui espresse nella celebre lettera a Carl Gustav Jung del 7 novembre 1948, che inizia con un tributo allo psicologo analista: “[…] il nostro dialogo di ieri sulla ‘sincronicità’ dei sogni e di altri eventi (Lei impiega il termine ‘sincrono’ anche se tra il sogno e l’evento esteriore intercorrono 2-3 mesi?) mi è stato di grande aiuto e vorrei nuovamente ringraziarLa”.

Pauli interrogava la teoria di Jung e si chiedeva: perché parlare di sincronicità e di relazioni di significato, anziché di rapporto di causa ed effetto, dato che questo è regolato chiaramente dalla successione degli eventi nel tempo e che presuppone ed esige che la causa preceda l’effetto? E perché farlo, se gli eventi avvengono sempre in sequenza, seppur a distanza di mesi? Come si fa a far rientrare un intervallo temporale, magari consistente, all’interno di una teoria fondata sulla sovrapposizione di istanti lontani nel tempo?

Nella lettera a Jung, Pauli, premio Nobel per la fisica nel 1945, si riferisce a un dialogo avvenuto con il suo interlocutore il giorno precedente e utilizza il termine “sincronicità” come sostantivo e “sincrono” come aggettivo relativo. La questione affrontata nel carteggio è la capacità del cervello di far coincidere e di far interagire fenomeni e informazioni appartenenti a momenti diversi, gestendoli come se ci fosse un legame tra piani di significato e sequenze temporali anche molto distanti tra loro.

Per illustrare la complessità di tale ipotesi, Pauli riporta il disegno del caso più semplice di superficie di Riemann (fig. 1.), che è qui rappresentata come una sezione trasversale di due fogli da intendersi perpendicolari rispetto al piano del disegno: ruotando intorno al punto centrale (anch’esso, come perno, perpendicolare al piano del disegno), si può passare da un foglio all’altro. Viene così introdotto un piano di riflessione, disposto non già parallelamente e sovraordinato gerarchicamente rispetto agli altri, bensì perpendicolare, che attraversa e connette i vari piani sincronisticamente, legandoli insieme. In questo modo si passa da una moltitudine di aspetti separati e sconnessi a un’esperienza unica e integrale, i cui elementi, apparentemente privi di relazioni di causalità, hanno ora nessi ben precisi, che riguardano i loro contenuti significativi. Per esemplificare, Pauli si riferisce al caso di un sogno particolare comunicato a Jung, il foglio inferiore, e di un evento (la malattia o la morte di una persona), il foglio superiore, e al perno centrale, intermedio tra i due fogli, che costituisce il punto d’incontro tra i due fenomeni: evidenzia così “la differenza tra ‘fisico’ e ‘psichico’ e rappresenta un ordine che si svolge al di fuori dello spazio e in parte anche al di fuori del tempo”.

“Sincronicità” indica quindi la capacità di legare insieme piani differenti anche in assenza di un nesso causale: non solo, tale nozione può estendersi nel tempo, come spiega Jung, che connette due fenomeni, come un sogno e un evento vissuto, tra cui possono intercorrere due o tre mesi. Basta immaginare che il piano verticale sia in grado di scorrere orizzontalmente, legando piani diversi esistenti in momenti di tempo tra loro distanti.

Il presente ricordato

Per capire e valutare nel modo dovuto questo approccio di Pauli occorre riferirsi a quanto è emerso in tempi recenti dalle ricerche sulla struttura e il funzionamento dei processi cerebrali, e in particolare alle conclusioni del neurofisiologo e psicologo statunitense Benjamin Libet proposte in un suo celebre esperimento del 1977, che aveva l’obiettivo dichiarato di stabilire con esattezza quale fosse il momento preciso in cui l’azione diventa consapevole. Già dal titolo, il lavoro di Benjamin Libet e collaboratori, pubblicato nel 1983 sulla quotata rivista “Brain”, suonava piuttosto provocatorio. La sua conclusione, The unconscious initiation of a freely voluntary act (letteralmente “L’avvio inconscio di un atto volontario”), appare paradossale: come può un atto volontario avvenire in modo inconscio? Semplice, perché nonostante lo sembri, l’atto non è affatto volontario. Cerchiamo di capire perché Libet giunge a questa conclusione.

Durante l’esperimento i soggetti siedono di fronte a uno schermo sul quale un punto si muove in traiettoria circolare, come una lancetta sul quadrante di un orologio. Viene loro chiesto di compiere un semplice movimento, come la torsione del polso o il piegamento di un dito, nel momento in cui si sentono di volerlo fare. Il loro unico compito è dire in che posizione si trova il punto che ruota nel momento in cui realizzano che stanno per muovere il polso. Quel momento corrisponde all’istante in cui sono consci di voler compiere il gesto. Allo stesso tempo, una serie di elettrodi posti sul capo dei soggetti misura il momento in cui si genera il potenziale RP (Readness Potential) che precede l’azione. Si tratta dell’inizio del cambiamento di potenziale che precede un movimento e che viene definito anche potenziale di prontezza motoria (o di preparazione, PPM).

Dai risultati del test risulta che il processo di volizione (il PPM) comincia 550 ms prima dell’azione. Questo sorprendente risultato evidenzia che la consapevolezza inizia in media solo 200 ms prima dell’azione. Dunque, noi cominciamo a volere prima di rendercene conto; come spiegare questi 350 ms di scarto tra il tempo soggettivo della decisione e il tempo neurale? La conclusione tratta dagli autori dell’esperimento è che il “cervello decide” di avviare il movimento prima che il soggetto sia cosciente di averlo fatto, e questo mette in discussione l’esistenza del libero arbitrio.

Quando, ad esempio, si sceglie di fare un clic con il mouse, si prende coscienza di toccare l’oggetto simultaneamente alla decisione di eseguire quel gesto. Le cose tuttavia non sono così semplici: al cervello occorre un tempo relativamente lungo (circa mezzo secondo) per diventare consapevole dell’evento. Com’è possibile, allora, che si avverta il tocco contemporaneamente alla decisione di toccare, invece che con mezzo secondo di scarto?

“Questi dati ci portano a introdurre un’importante domanda di carattere più generale: in che modo stimoli differenti, rilasciati simultaneamente, possono essere percepiti in maniera cosciente come sincroni?”Evidentemente esiste un meccanismo cerebrale che ritarda l’effettiva consapevolezza di un evento, in modo da farla coincidere con l’evento stesso. In altre parole:

se la consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali è ritardata di circa 0,5 sec, allora la nostra consapevolezza del mondo sensoriale è sostanzialmente ritardata rispetto al suo effettivo verificarsi. Ciò di cui diventiamo consapevoli è già accaduto circa 0,5 sec prima. Non siamo coscienti del reale momento del presente. Siamo sempre un po’ in ritardo.

È proprio questo mezzo secondo di scarto a rendere possibile la coscienza. Se questa mancasse, non avremmo il tempo di interpretare, modulare o inibire le sensazioni immediate che recepiamo, saremmo quindi schiavi degli eventi. Infatti, se la stimolazione dura meno di mezzo secondo, non si avverte nulla. Tanto è il tempo necessario alla corteccia cerebrale per elaborare uno stimolo cosciente. Secondo Libet, di conseguenza, “dovremmo modificare il punto di vista esistenziale dell’esperienza dell’‘ora’: è un’esperienza perennemente in ritardo”.

Risulta dunque demolita la simultaneità dell’esperienza sensoriale fra un evento e la coscienza che se ne ha, anche se essa sembra la normalità. Ne consegue che ciò che chiamiamo “presente” in realtà è sempre remembered, ricordato, come appunto sottolinea Edelman in un’opera del 1989, nella quale sottolinea che la nostra coscienza non vive nell’immediatezza del succedere: si affaccia e opera con un ritardo che l’autore quantifica in un tempo che va da 1/10 di secondo fino a un secondo, quindi più di quanto trovato da Libet. Per questo, ad esempio, l’attivazione delle aree acustiche dell’atleta che parte dai blocchi di partenza è inconsapevole e anticipa la sua consapevolezza: essa è comunque sufficiente ad attivare le aree motorie. Il presente ricordato è una forma di coscienza primaria, che presuppone il possesso di un modello temporale del “sé” e del mondo, legato a quello del linguaggio simbolico o, almeno, delle capacità concettuali di alcuni primati non umani.

Gli esperimenti di Libet sono stati ripresi e modificati seguendo modalità che hanno consentito di migliorarne le conclusioni. Particolarmente significativi sono i risultati di uno studio pubblicato nel 2008 dalla rivista “Nature Neuroscience”. In questo caso l’esperimento ha utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la quale, rispetto alla tecnica dell’encefalogramma utilizzata da Libet, che può esaminare solo un’area limitata dell’attività del cervello, ha il vantaggio di poter analizzare l’intero organo cerebrale, per porre i soggetti che avevano accettato di partecipare all’esperimento di fronte a un’alternativa, e quindi a un processo di scelta. In breve, veniva mostrata loro, su uno schermo, una successione casuale di lettere a intervalli di mezzo secondo. Dovevano premere un pulsante con l’indice destro o sinistro ogni volta che avvertivano lo stimolo e dovevano altresì ricordare la lettera proiettata sullo schermo nell’istante in cui prendevano la loro decisione. Poiché lo spostamento delle mani sinistra e destra genera segnali cerebrali distinti, i ricercatori hanno potuto dimostrare che l’attività cerebrale rifletteva effettivamente una delle due decisioni.

L’esperimento ha mostrato che l’attività cerebrale che portava a premere il pulsante precedeva di circa un secondo la decisione consapevole di compiere l’atto e addirittura che uno schema di attività cerebrale sembrava precedere quella decisione di ben sette secondi. Per via del ritardo di alcuni secondi nell’imaging, ciò significa che l’attività cerebrale potrebbe aver avuto inizio fino a dieci secondi prima della decisione cosciente. Il segnale proveniva da una regione chiamata corteccia frontopolare, nella parte anteriore del cervello, immediatamente dietro la fronte. Molto prima che i soggetti fossero consapevoli di fare una scelta, a quanto pare, il loro cervello aveva già deciso. Lo schema dell’esperimento è il seguente:

Successivamente, Haynes ha perfezionato il suo esperimento: in primo luogo, utilizzando tecniche di scansione più accurate per individuare in modo più preciso i ruoli delle aree cerebrali implicate nel suo lavoro precedente; e poi proponendo ai soggetti partecipanti di aggiungere o sottrarre due numeri alla serie proiettata sullo schermo, operazione che presuppone un’intenzione più complessa di quella di premere un pulsante, quindi più simile ai processi decisionali che vengono presi nella vita quotidiana. I risultati dell’esperimento precedente vengono sostanzialmente confermati in queste varianti.

 

Oralità e scrittura

Riguardo a tutti questi esperimenti e al modello temporale adottato in essi, va tenuta presente la posizione di Etienne Klein, il quale afferma che “tutte queste presunte definizioni di tempo sono in realtà solo delle immagini, delle traslazioni o delle metafore, perché tutte presuppongono, a monte, l’idea del tempo”.

Per meglio comprendere e apprezzare questa obiezione, occorre fare riferimento al concetto di articolazione della coscienza proposta nel 2002 da Tulving, che parte dall’analisi di un livello inconscio e ne propone una suddivisione in tre forme:

– anoetica: forme di esperienza non riflessiva, che può essere intensa affettivamente senza essere “conosciuta” e che potrebbe essere la caratteristica propria di tutti i mammiferi;

– noetica: forme di coscienza mediate dal pensiero, legate alla percezione e alla cognizione esterocettiva;

– autonoetica: forme astratte di percezioni e cognizioni, che permettono la “consapevolezza” conscia e la riflessione sull’esperienza nell’“occhio della mente” attraverso ricordi episodici e fantasie.

Solms e Panksepp osservano che:

questo tipo di schema concettuale può essere sovrapposto facilmente ad alcuni dei più importanti passaggi evolutivi del cervello: questi corrispondono grosso modo all’evoluzione (a) del tronco cerebrale superiore (fino all’area settale), che permette esperienze fenomeniche anoetiche, (b) dei gangli sottocorticali inferiori e delle strutture limbiche superiori (come la linea mediana corticale), che permettono l’apprendimento e la coscienza noetica, e (c) delle funzioni neocorticali superiori (includenti tutte le cortecce associative), che forniscono i substrati fondamentali per le integrazioni autonoetiche e riflessive: queste danno luogo alla corrente della consapevolezza ordinaria.

Gli esperimenti di Libet e di Haynes hanno avuto dunque il merito di sottolineare che alla base di ogni nostra decisione e azione vi è sempre una fase preliminare di processi automatici, non controllati dalla coscienza e dunque non deliberati. Questo dato di fatto, corroborato dai risultati delle loro prove sperimentali, li ha indotti a concludere che il libero arbitrio sia soltanto un’illusione e che ciò che chiamiamo coscienza sia soltanto un’apparenza. Questa loro interpretazione, come vedremo meglio in seguito, è però viziata da due presupposti tutt’altro che indiscutibili:

– il primo è che il processo di manifestazione e sviluppo di ciò che chiamiamo “coscienza” debba necessariamente comprendere soltanto scelte consapevoli e non possa di conseguenza contemplare la presenza di una fase embrionale di coscienza dell’inconscio;

– il secondo è il riferimento non solo privilegiato ma addirittura esclusivo a meccanismi esplicativi di tipo sequenziale e lineare, basati su una successione regolare e unidirezionale di eventi, ormai messi fortemente in discussione dalla meccanica quantistica e dalla teoria della complessità.

Siamo troppo spesso portati a dimenticare l’incidenza che la scrittura come tecnologia estremamente potente ed efficace ha avuto, nel corso dell’evoluzione, non solo sui processi cognitivi dell’uomo, ma anche sulla struttura e sul funzionamento del suo cervello, producendo stili di pensiero e abitudini mentali dai quali oggi risultiamo fortemente condizionati. A mettere in evidenza questo fondamentale aspetto sono stati autori come Eric Havelock e Walter J. Ong e, più di recente, il matematico Stanislas Dehaene, diventato una delle massime autorità nel campo della psicologia cognitiva sperimentale.

Quest’ultimo, sulla base di rigorosi studi sul funzionamento dei nostri processi cerebrali, ci fa presente che il cervello non è né una tavoletta di cera sulla quale si può imprimere a piacimento ciò che si vuole, né una spugna in grado di assorbire qualunque cosa, ma un organo già formato e organizzato che impara soltanto ciò che è in risonanza con le sue conoscenze anteriori. Non è pertanto fortuito insegnare la lettura in un’età in cui il cervello è ancora molto plastico. Nel corso dell’infanzia meccanismi genetici rigidi aprono, brevemente, una stretta finestra di plasticità che deve essere immediatamente coltivata prima che si richiuda. Questo periodo, che dura solo qualche anno, è l’effetto di quello che Dehaene chiama il “riciclaggio neuronale”, grazie al quale diventiamo capaci di riutilizzare un meccanismo biologico già disponibile per una funzione diversa da quella a cui esso era destinato inizialmente. Come sottolinea il primatologo David Premack, l’Homo sapiens è il solo primate capace di pedagogia, cioè di prestare attenzione alle conoscenze e agli stati mentali altrui ai fini dell’insegnamento.

Questa capacità non è indifferenziata, in quanto richiede una spiccata sensibilità per gli specifici processi cerebrali e una buona conoscenza dei loro meccanismi. A questo proposito è essenziale mettere in luce la centralità, nella vita del cervello, del “pruning” cioè del meccanismo di “potatura” dei neuroni che avviene nel periodo dell’adolescenza, quando le connessioni neuronali più deboli e meno utilizzate vengono eliminate per potenziare altre reti nervose più efficienti e specializzate.

A questo fenomeno si deve la progressiva riduzione della sostanza grigia della corteccia prefrontale. Al termine dell’infanzia questa corteccia è ricca di neuroni e sinapsi cresciuti in maniera disordinata e in eccesso rispetto a quanto è effettivamente necessario per un corretto funzionamento neuronale. Durante l’adolescenza, con il processo di “potatura”, le sinapsi sottoutilizzate vengono eliminate, mentre vengono rafforzate quelle maggiormente in uso. Questo processo si completa tra i 23-25 anni nel sesso femminile e i 27-29 anni nei maschi. Al termine del processo di maturazione della corteccia prefrontale, il numero delle sinapsi è quasi dimezzato e il volume della materia grigia significativamente ridotto. Le sinapsi così ridotte sono più ordinate, robuste, stabilizzate e quindi più funzionali. La corteccia prefrontale appare più compatta, densa ma più sottile, un fenomeno visibile più precocemente soprattutto nel sesso femminile.

Poiché il processo, come detto, si completa tra i 23-25 anni nel sesso femminile e i 27-29 anni nei maschi, quindi fino a tutto il periodo della formazione scolastica, e poi di quella universitaria, anche nel caso dei percorsi più lunghi, è evidente che se durante questi percorsi, a scuola e poi nelle università, viene privilegiato in modo unilaterale un determinato stile di pensiero, ad esempio quello legato all’analisi e al calcolo, a scapito della valorizzazione dell’immaginazione e della fantasia, si avrà uno sviluppo parziale e non equilibrato dei processi cognitivi.

Di questo rischio si mostra perfettamente consapevole, ben prima che venisse scoperto il meccanismo del “pruning”, Robert Musil in una celebre pagina del suo romanzo L’uomo senza qualità, nella quale si sottolinea l’importanza della creatività e del vedere e pensare “altrimenti”, senza per questo sottovalutare o addirittura dimenticare i vincoli posti dalla realtà, che si manifesta sotto forma di “stipiti duri”:

Per riuscire a varcare porte aperte, si deve badare al fatto che gli stipiti sono duri: questo principio che il vecchio professore aveva seguito per tutta la vita, è semplicemente un postulato del senso di realtà. Ma se c’è il senso di realtà, e di questo nessuno dubiterà, poiché è legittimo che esista, allora deve esistere anche qualcosa che si può chiamare senso di possibilità. Chi lo possiede, non dice ad esempio: “Qui è accaduto, accadrà, o deve accadere questo o quello”, ma dirà: “Qui potrebbe, o dovrebbe accadere questo”; e se di qualcosa gli si spiega che è come è, allora penserà: “Certo, ma potrebbe anche essere diversamente … Le conseguenze di questa indole creativa, com’è evidente, possono essere significative, e purtroppo spesso fanno apparire sbagliato quel che gli uomini ammirano e lecito ciò che essi vietano, o entrambe le cose come indifferenti. Questi individui della possibilità vivono, come si suol dire, in una trama più sottile, fatta di fumo, immaginazione, fantasticherie e congiuntivi; se un bambino manifesta una tale tendenza, gliela si fa passare con metodi energici e, davanti a lui, quelle persone vengono definite visionarie, sognatrici, vigliacche e saccenti o criticone”.

È chiaro che costituisce un serio danno per lo sviluppo del bambino inibire e scoraggiare la sua indole creativa, facendogli passare ogni gusto e disposizione per l’immaginazione e per il “senso della possibilità”, in nome dell’adesione al solo “senso della realtà”. Per questo l’insegnante deve sapersi comportare come una sorta di alchimista, in grado di evitare che il cervello divenga un sistema fondamentalmente composto di moduli rigidi, per fargli invece acquisire il più possibile la capacità di padroneggiare e usare l’intero spettro degli strumenti per pensare di cui dispone (analisi, astrazione, analogia, deduzione, induzione, abduzione) prima che la plasticità cominci a scemare e l’organizzazione del cervello si stabilizzi. Bisogna inoltre fare in modo che queste procedure per pensare e per argomentare non vengano apprese in modo astratto, ma siano di volta in volta legate ai contenuti che ciascuna di esse consente di conseguire e assimilare. Solo così si potrà riuscire ad attivare quella spirale virtuosa, in cui è racchiuso il segreto dell’apprendimento, il virtù della quale gli stili di pensiero stimolano e incentivano l’acquisizione di nuovi contenuti e questi ultimi, a loro volta, rafforzano la consapevolezza delle procedure disponibili.

Questo processo non si riscontra solo nello sviluppo di un singolo individuo, ma caratterizza anche la storia dell’umanità: i processi cerebrali hanno infatti modificato in maniera considerevole la loro natura e il loro modo di funzionare nel passaggio da cultura orale a cultura scritta, in cui nuovi stili di pensiero e strategie cognitive si sono sviluppate e consolidate con l’emergere dei diversi tipi di scrittura, dando luogo a sintesi neurofisiologiche inedite.

C’è un aspetto che accomuna tutte le lingue basate sulla struttura alfabetica, al di là delle grammatiche proprie di ciascuna di esse, che sono mezzi di organizzazione del pensiero, differenti le une dalle altre, che condizionano la specifica lettura della “realtà” che viene operata passando attraverso il loro “filtro”: si tratta della prevalenza della sequenza lineare sul contesto, conseguenza della tendenza a privilegiare la suddivisione e la riduzione alle unità minime. Il pensiero orale, come evidenzia Ong, è quello iniziale e originale, è associativo e paratattico e pone al centro della comunicazione la memoria e l’esperienza diretta. Quello scritto ha invece una natura sequenziale, classificatoria ed esplicativa e una capacità astrattiva crescente, che si spinge fino a una atomizzazione nelle unità più piccole, utili e funzionali a ulteriori combinazioni. Se dimentichiamo il passaggio dall’uno all’altro, finiamo col trasformare la linearità del pensiero e del discorso, così come evidenziato dallo sviluppo della scrittura, da creazione artificiale, prodotto di una determinata tecnologia, a modalità specifica e imprescindibile di funzionamento del cervello umano. La conseguenza di questo, che è un vero e proprio errore di prospettiva, è quella di assumere il pensiero razionale quale sistema, l’astrazione quale processo base di lettura della realtà e la tendenza a riferirsi a sistemi chiusi e al cerchio come archetipo fondamentale, che sono i cardini del pensiero occidentale, come le modalità non solo più efficaci ed efficienti di utilizzo dei nostri processi cerebrali, ma presso che prive di alternative da prendere in seria considerazione. Viene così a imporsi e a essere spacciato come “naturale”, o comunque come soluzione ottimale senza opzioni rivali credibili, quello che Havelock considera il fondamento della cultura dell’Occidente, tripartito in quanto basato su tre assi: l’alfabetizzazione linguistica, numerica e musicale, ovvero le tre tecniche che sono alla base dell’alfabeto, del numero e della notazione musicale, che sono analoghe in quanto producono operazioni mentali che sono automatico in quanto partono da un riconoscimento visivo semplice e immediato delle unità minime in cui sono suddivisi e articolati la lingua, il mondo dei numeri e la musica.

Tutte le argomentazioni e le ragioni portate di volta in volta a sostegno di questa scelta operativa e del tentativo di spacciarla per “naturale” non sono state però in grado di cancellare l’evidente carattere di convenzione di questo fondamento, che pretende di accomunare campi diversi: quello linguistico, quello numerico e quello musicale. I risultati ottenuti in seguito a essa appaiono così il frutto dello sforzo di rinchiudere l’intera realtà culturale in un unico sistema coerente e di scartare, derubricandolo a semplice apparenza o illusione, tutto ciò che contraddice quel sistema o semplicemente non si adatta a esso.

L’applicazione dei principi di indeterminazione e di complementarità ai sistemi complessi

Come si è anticipato, questo tipo di approccio viene oggi messo seriamente in discussione dagli sviluppi della meccanica quantistica e della teoria dei sistemi complessi. Entrambe hanno messo in evidenza come ciò che chiamiamo “conoscenza” non possa essere data unilateralmente considerando solo mondo “oggettivo” e cervello (o mente cognitiva). Essa è piuttosto il risultato di un accoppiamento strutturale tra le funzioni interne del corpo, inteso nella sua complessità, e l’ambiente. Non esiste alcun rassicurante “confine” fisso tra sistema e ambiente e non è possibile identificare senza ambiguità “costituenti elementari” che siano efficaci e funzionali per qualunque tipo di modello. Il concetto di “unità di base” dipende dalle dinamiche collettive in cui ciascuna di esse può essere contemporaneamente coinvolta e cambia con queste dinamiche. Il confine va pertanto definito a seconda dei casi e dei problemi: le interrelazioni tra gli elementi di un sistema complesso e l’ambiente che ci interessano sono talmente varie e intrecciate tra loro che non potranno mai essere esaurite utilizzando un singolo modello e facendo riferimento agli stessi elementi.

I sistemi complessi presentano molteplici tratti distintivi: la non linearità, l’impossibilità di usare tecniche perturbative, soluzioni topologicamente non banali, regimi dinamici caotici e via di seguito. Ignazio Licata ne sottolinea in particolare uno, riguardante il fatto che essi mostrano un comportamento imprevedibile non “zippabile” in un singolo modello formale, per cui non possono essere rappresentati adeguatamente facendo riferimento a un unico modello.

Questo è il punto che permette di connettere autonomia del sistema conoscitivo e incidenza dell’osservatore, il cui ruolo non può ormai, dopo la meccanica quantistica, essere ridotto a quello di semplice spettatore o comparsa. Noi non registriamo passivamente il mondo, ma lo costruiamo attivamente, facendo delle scelte su cosa osservare, sull’interpretazione dei dati, e lo facciamo cambiando continuamente il gioco delle prospettive concettuali in virtù del bagaglio stratificato di esperienze e dei nostri obiettivi relativi a ciò che ci interessa vedere/descrivere.

Qualsiasi modello scientifico è pertanto un “occhio”, un filtro cognitivo guidato dagli obiettivi dell’osservatore. Cambiando questi cambia il modello, perché ogni scelta modellistica illumina aspetti diversi del mondo. Alla complessità ci si può dunque riferire chiamando in causa il numero di modelli che è necessario per dare adeguatamente conto di sistemi di questo tipo, pur senza mai esaurirne la conoscenza. Quando studiamo un sistema dobbiamo pertanto tenere sempre presenti le possibilità plurali di vederlo e di descriverlo attraverso modelli diversi, per rispondere all’esigenza di trarre informazioni differenti da esso. La complessità, in definitiva, è vedere in ogni direzione la proliferazione di infinite storie, il superamento di un antico vetro infrangibile e asettico tra osservatore e osservato che dà all’uomo la piena consapevolezza del suo essere un agente attivo, un attore che può scrivere gran parte della sua narrazione. E per farlo non può semplicemente limitarsi a calcolare il probabile sull’esistente, ma deve sviluppare la visione che gli consente di scommettere sul possibile e sul non ancora.

Se paragoniamo il processo della conoscenza alla scalata non di un’unica vetta, ma di una catena montuosa, è evidente che più sono i picchi di questa catena, più modelli di conseguenza dobbiamo usare, e più sarà ricca la fenomenologia dei comportamenti del sistema. E dal momento che non si possono scalare più picchi contemporaneamente, nel momento in cui cerchiamo di affrontare di affrontare uno di essi – fuor di metafora cerchiamo informazione su uno specifico comportamento del sistema complesso – perderemo informazione su un altro (restiamo a valle). Tutto questo, sottolinea Licata, ci ricorda il principio di indeterminazione di Heisenberg e il principio di complementarità tra conoscenze diverse di uno stesso sistema, enunciato da Bohr, i quali, lungi dall’essere l’espressione di una stranezza quantistica, sono la norma per i sistemi complessi.

Ogni sistema complesso ha quindi un duplice carattere: quello di spazio, dove più oggetti o agenti modificano continuamente le relazioni tra loro e l’ambiente (queste relazioni cambiano forma non tutte assieme e nello stesso modo, ma con una distribuzione spaziale e temporale molto varia e intricata, per cui risulta indispensabile studiare, più che le cose in gioco, singolarmente prese, i cambiamenti globali delle loro relazioni); e quello di luogo dove si produce il sapere come qualcosa di autonomo, non riducibile a questo complesso di interazioni, dal momento che, come si è detto, non c’è alcun modello che possa esaurire la conoscenza del sistema oggetto di studio.

È poi fondamentale, quando si ha a che fare con sistemi aperti e complessi, tener conto del fatto che:

la soluzione di un problema può richiedere interazioni simultanee con più sistemi di conoscenze. Perciò i sistemi concettuali aperti non solo possono avere degli input e degli output, ma possono avere anche simultaneamente più input e più output. Questa loro capacità è essenziale in vista del fatto che un’ipotesi può risultare adeguata per la soluzione di un problema solo in concomitanza con altre ipotesi. Soltanto se tutte queste ipotesi si rendono disponibili simultaneamente, esse possono risultare accettabili per il sistema. Se giungessero isolatamente l’una dopo l’altra, il sistema sarebbe portato a respingerle, perché nessuna di esse sarebbe adeguata singolarmente per la soluzione del problema. La possibilità di avere simultaneamente più input e più output è essenziale anche perché l’informazione ricevuta dagli altri sistemi può essere utilizzata simultaneamente in modi differenti, ciascuno dei quali può contribuire alla soluzione del problema in modo differente.

Nella fisica quantistica, inoltre, si è costretti a rinunciare ad avere una certezza deterministica dell’effetto o dell’oggetto osservato, e ci si limita ad apprezzarne le caratteristiche emergenti nel contesto in cui viene effettuata l’osservazione. È questo, proprio, il caso del principio di complementarità di Bohr, esposto nel 1927, che afferma che tutti i fenomeni fisici, di livello atomico e subatomico, presentano un duplice aspetto, corpuscolare e ondulatorio. Tale principio, noto come dualità onda-corpuscolo, implica che qualsiasi esperimento effettuato per studiare uno di questi due aspetti non può, di conseguenza, metterne in evidenza l’altro.

Mantenendo chiaramente distinti gli ambiti, cioè definendo la meccanica quantistica come quella branca della fisica che studia la dinamica dei fenomeni che occorrono alle alte energie e alla scala di grandezza atomica e subatomica, è comunque possibile creare un parallelo logico del principio di complementarità anche a livello macroscopico. Bohr stesso affermava quanto segue nel suo saggio del 1962, Fisica quantistica e problema della vita:

Per il nostro argomento è d’importanza decisiva il fatto che la complementarità, atta com’è a chiarire i ben noti paradossi riguardanti il carattere dualistico della radiazione elettromagnetica e delle particelle elementari, è egualmente importante per la spiegazione dei sistemi atomici e molecolari. Così ogni tentativo di localizzare nello spazio-tempo gli elettroni di un atomo o di una molecola richiede un dispositivo che rende impossibile il manifestarsi delle regolarità spettrali e dei legami chimici. Tuttavia, il fatto che i nuclei sono molto più pesanti degli elettroni, permette che si fissino le posizioni relative degli atomi nelle molecole, tanto da poter dare significato concreto alle formule strutturali della chimica. Infatti, rinunciando a una descrizione intuitiva della costituzione elettronica dei sistemi atomici e facendo uso solo della conoscenza empirica delle energie di legame e delle energie di soglia dei processi molecolari, è possibile in un vasto campo di ricerca trattare le reazioni di questi sistemi con i metodi della cinematica chimica ordinaria, basata sulle sicure leggi della termodinamica. Queste osservazioni si applicano anche alla biofisica e alla biochimica, che in questo secolo [nel Novecento] hanno fatto progressi straordinari.

Non solo, nel saggio del 1955 Atomi e conoscenza, Bohr osserva che:

La relazione tra l’esperienza di un senso di volizione e l’analisi consapevole dei motivi di un atto è particolarmente istruttiva. La necessità di simili contrastanti mezzi di espressione per descrivere la ricchezza della vita cosciente ci ricorda il modo con cui i concetti fisici elementari sono impiegati nella fisica atomica. Facendo questo confronto, si deve però osservare che l’esperienza psichica non può venire assoggettata a misurazioni fisiche e che il concetto stesso di volizione non rimanda ad alcuna generalizzazione di una descrizione deterministica, ma si riconnette senz’altro a caratteri elementari della vita umana.

Seguendo il ragionamento di Bohr e rifacendoci nuovamente al suo pensiero, sempre esplicitato nel saggio Fisica quantistica e problema della vita, possiamo arrivare a prendere in considerazione anche il termine “coscienza” dal punto di vista sia di un’applicazione delle logiche della fisica, sia delle esperienze – considerate come input – interpretate dal cervello.

Non occorre che io sottolinei che il termine coscienza si presenta nella descrizione di comportamenti così complicati da rendere necessario, per la loro comunicazione, un riferimento alla consapevolezza di se stesso posseduta dall’organismo individuale. Inoltre, parole come pensiero e sentimento fanno riferimento a esperienze mutualmente escludentesi e sono perciò state usate fin dalle origini del linguaggio in modo tipicamente complementare. Naturalmente, nella descrizione fisica oggettiva, nessun riferimento vien fatto al soggetto che osserva, mentre parlando dell’esperienza cosciente diciamo “io penso” e “io sento”. L’analogia con l’esigenza in fisica quantistica di tener conto di tutti gli aspetti essenziali del dispositivo sperimentale è tuttavia riflessa nei diversi verbi associati al pronome.

Il cervello si trova costantemente alle prese con una simultaneità di input cui far fronte con risposte adeguate. Per chiarire le modalità e i percorsi che vengono seguiti per confezionare queste ultime, è utile riproporre qui un’osservazione di Damasio:

Il problema fondamentale riguarda in questo caso l’esigenza di mantenere a fuoco l’attività di siti diversi per tutto il tempo che occorre, affinché si formino combinazioni dotate di significato e affinché ragionamento e decisione abbiano luogo. Il collegamento temporale richiede meccanismi efficaci e potenti di attenzione e di memoria operativa; sembra che la natura abbia acconsentito a fornirli.

Da rilevare è anche il fatto che, nel cervello, le informazioni e i relativi significati non si sommano, come avviene in un’enciclopedia, nella quale l’aggiunta di una nuova “voce” non incide minimamente sull’insieme di quelle precedenti, che resta invariato. Nel cervello, ogni nuova percezione retroagisce sul complesso dei significati formatisi fino ad allora, creando un panorama complessivo del tutto nuovo. La memoria non è memoria di informazioni, ma memoria di significati.

Nel caso dei processi cerebrali l’integrazione della molteplicità dei dati provenienti dal mondo esterno in un quadro unitario di informazioni non è quindi il risultato di una loro convergenza in un qualche luogo specifico, bensì l’effetto della capacità di “mantenere a fuoco” simultaneamente, come giustamente sottolinea Damasio, l’attività di aree cerebrali diverse.

L’idea che l’integrazione sia un risultato che concerne il tempo e non lo spazio è fondamentale, in quanto induce a ritenere che ciò che chiamiamo tempo non sia un’unica successione di istanti diversi, ma richieda una sintesi tra sequenze diverse, che deve essere continuamente riproposta e aggiornata e che non può mai ritenersi conclusa senza che ciò porti a negare del tutto il tempo in quanto tale. La coscienza deve unificare in un’unica esperienza le parti temporali necessarie e sufficienti per conferire un significato a tutto ciò che viene esperito. Questa è la sua funzione.

Se in ciò consiste la sua natura specifica e se questo è il ruolo che essa svolge, ne consegue che la coscienza in quanto tale non può a sua volta essere articolata in parti temporali e che essa è intrinsecamente temporale, per cui non può consistere di unità autosufficienti, ciascuna delle quali sia contigua con ogni altra secondo il modo standard di intendere il tempo, nel quale gli “istanti” sono entità isolate e autonome. Questo, a nostro giudizio, è il difetto presente nella lettura e interpretazione che Libet e Haynes danno dei loro esperimenti: il fatto che la presenza della coscienza non sia riscontrabile in un singolo istante o in una singola catena di azioni non comporta affatto la conclusione che essa non operi all’interno dei processi cerebrali.


SILVANO TAGLIAGAMBE SI È LAUREATO IN FILOSOFIA CON LUDOVICO GEYMONAT E SI È PERFEZIONATO IN FISICA ALL’UNIVERSITÀ LOMONOSOV DI MOSCA E POI PRESSO L’ACCADEMIA DELLE SCIENZE DELL’URSS CON Y.P. TERLECKIJ E CON V.A. FOK (O FOCK, COM’È PIÙ NOTO IN OCCIDENTE). È STATO DOCENTE DI FILOSOFIA DELLA SCIENZA NELLE UNIVERSITÀ DI CAGLIARI, PISA E “LA SAPIENZA” DI ROMA E PRESSO LA FACOLTÀ DI ARCHITETTURA DELL’UNIVERSITÀ DI SASSARI. HA CURATO L’EDIZIONE ITALIANA DELLE OPERE DI ALCUNI TRA I PIÙ EMINENTI SCIENZIATI RUSSI, TRA CUI D. I. MENDELEEV E V.I. VERNADSKIJ. TRA LE SUE PUBBLICAZIONI PIÙ ATTINENTI AL TEMA DI QUESTO VOLUME VANNO CITATE: PAULI E JUNG. UN CONFRONTO SU MATERIA E PSICHE (CON A. MALINCONICO), MILANO 2011; TEMPO E SINCRONICITÀ. TESSERE IL TEMPO (CON A. MALINCONICO), MILANO-UDINE 2018; PER UNA FILOSOFIA DEL TRA. PENSARE L’ESPERIENZA UMANA SULLA SOGLIA (CON P. BERTOLINI), MILANO-UDINE 2020.

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