La società dei like

Oggi più che mai, le relazioni sociali, sempre più libere da vincoli economici, politici e religiosi, si formano attraverso lo scambio di “like” (espliciti o impliciti), intendendo per “like” un’espressione di apprezzamento da parte di una persona per qualche azione, proprietà o aspetto di un’altra persona.

Se condividiamo qualcosa in un social network, e qualcuno vi mette un “mi piace”, è come se dicesse “tu mi piaci”. Infatti è difficile, se non impossibile, separare l’apprezzamento di una cosa che appartiene ad una persona, dall’apprezzamento per la persona stessa.

Siamo tutti in cerca di “like”, cioè abbiamo bisogno di ricevere il messaggio: “mi piace ciò che tu fai, ciò che tu hai, e quindi ciò che tu sei”.

Il messaggio “tu mi piaci” significa “tu mi dai piacere”, che a sua volta significa “tu soddisfi certi miei bisogni o desideri”. Tra i bisogni e i desideri più importanti c’è quello di ricevere apprezzamenti. Succede perciò che la relazione tra due persone possa essere basata soltanto su un reciproco scambio di like fine a se stesso: “tu mi piaci perché mi dici che io ti piaccio, e io ti piaccio perché ti dico che tu mi piaci”, senza che vi siano altri motivi che causino il piacere espresso. Ovviamente perché ciò possa avvenire ci deve essere una certa affinità di personalità e di gusti tra le persone che “si piacciono”.

Lo scambio di “like” non avviene solo nei social network, dove esiste un’apposita funzione per questo, ma anche nelle tradizionali conversazioni vocali, anche al di fuori di internet. E non è necessario che il “mi piace / mi piaci” sia esplicito. Questo messaggio, come quello opposto (“non mi piace / non mi piaci”) si legge facilmente tra le righe, attraverso il linguaggio non verbale. 

Il problema è che la fame di like non si esaurisce mai, e si rinnova ogni giorno, ogni ora. Quando siamo a corto di like, o riceviamo dei “no like”, ci sentiamo soli, poveri ed emarginati, e perciò angosciati.

Insomma siamo tutti, chi più, chi meno, like-dipendenti.

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