Sulla mancata integrazione dei saperi umanistici

Prendiamo una persona qualunque, un diplomato o laureato in una qualsiasi disciplina tecnica o umanistica, che desidera capire IN GENERALE com’è fatto un essere umano e come funziona per quanto riguarda le sue cognizioni, i suoi sentimenti, le sue motivazioni e le sue interazioni sociali, allo scopo di conoscere meglio se stesso e gli altri, per migliorare i suoi rapporti con gli altri e con se stesso, e orientarsi meglio nella vita in modo sostenibile sia a livello individuale che collettivo, locale e globale.

Dove troverà il sapere che cerca? In quale facoltà universitaria? Chi lo aiuterà a sapere ciò che vuole sapere? Quali testi dovrebbe leggere? Questo è il sapere di cui l’uomo ha veramente bisogno, questo è il sapere che sarebbe utile avere. Il sapere fornito dalle università serve solo a trovare un lavoro e solo poche persone di grande ingegno sanno trarne lezioni per la vita propria e altrui.
Al di fuori degli interessi professionali il sapere accademico umanistico è ignorato dalla maggior parte della gente, perché non risolve i suoi problemi. Se quello che ho scritto non vi convince leggete Edgar Morin, che sa spiegarsi meglio di me e ha una grande autorevolezza, anche perché viene dal mondo accademico (essendo stato un sociologo agli inizi della sua carriera) e può permettersi di criticare quel mondo con conoscenza di causa diretta. 
All’università ci sono tante specializzazioni ma manca quella più importante: l’integrazione dei saperi. I saperi accademici sono difficili da integrare perché si sono sviluppati separatamente, indipendentemente, e l’interdisciplinarietà è un’illusione o una ipocrisia. Tutti ne parlano e pochi la praticano davvero. Gli intellettuali parlano solo di dettagli perché non hanno la visione d’insieme, perché la visione d’insieme non si trova in alcuna facoltà universitaria.

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