Sulla resistenza al cambiamento e la paura dell’estraneità

La vita è conservativa in quanto si mantiene grazie ad un istinto di conservazione (consapevole o inconsapevole), che consiste nella difesa della propria struttura contro tutto ciò che può cambiarla. Infatti i cambiamenti, cioè l’evoluzione, di una specie biologica avvengono solo a causa di errori di riproduzione genetica.

In altre parole, possiamo assumere che in ogni forma di vita esista un bisogno elementare, vitale, di conservazione senza il quale nessuna vita potrebbe continuare ad esistere o a riprodursi.

Ciò che la specie ha bisogno di conservare è la sua struttura fondamentale, mentre sono consentiti, e perfino favoriti, cambiamenti di dettaglio, come il colore degli occhi e della pelle, l’altezza, il peso, il temperamento, l’indole ecc. che nella riproduzione sessuata sono causati dall’incrocio dei geni provenienti al 50% da ciascuno dei genitori, purché compatibili.

Il rifuto di corpi estranei da parte del corpo è evidente nelle reazioni di rigetto che si verificano a seguito di trapianti d’organo e nei processi immunologici.

L’organismo di un essere vivente è regolato a tutti i livelli da meccanismi omeostatici, che servono a ripristinare lo stato normale ottimale, cioè il più sano, se alterato da eventi interni o esterni, o da squilibri energetici o chimici.

Io suppongo che anche nella mente esistano meccanismi omeostatici che si oppongono a ogni processo che potrebbero cambiare la struttura portante della mente stessa, sia nella sua parte conscia che in quella inconscia.

Questo bisogno/istinto di conservazione spiegherebbe la paura dell’estraneità, della diversità, dell’ignoto, del cambiamento strutturale della propria visione del mondo. Si tratta di paure presenti geneticamente in ogni individuo e di conseguenza in ogni cultura, anche se in misura diversa da persona a persona.

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