Che significa (per me) appartenere?

Qualche giorno fa un mio amico mi ha chiesto: che significa per te “appartenere”?

Siccome secondo me non dovremmo dare alle parole il significato che ci garba, ma quello definito da vocabolari autorevoli, sostituirei la domanda iniziale con quelle seguenti:

  1. che significa “appartenere” nella nostra lingua?
  2. a quali cose ritengo di appartenere?
  3. cosa comportano, secondo me, certe appartenenze?

Alla prima domanda (che significa “appartenere” nella nostra lingua?) risponderei che “appartenere” significa essere parte di qualcosa di più grande, che può essere un gruppo, un’organizzazione, una comunità, o una classe (o categoria) di cose concrete o astratte. (Nel seguito userò i termini classe e categoria come sinonimi.)

Dato il significato che ho esposto, alla seconda domanda (a quali cose ritengo di appartenere?) risponderei che ritengo di appartenere a diversi gruppi, comunità e classi, di cui dirò solo alcuni esempi. Per quanto riguarda le classi: esseri viventi, esseri umani, persone di sesso maschile, persone anziane, persone benestanti, informatici, cittadini italiani, mariti, genitori, persone interessate alle scienze umane e sociali, persone introverse, persone che votano per il centro-sinistra, automobilisti, persone di taglia XL, ecc. Per quanto riguarda organizzazioni e comunità di persone: la mia famiglia di origine, la famiglia che ho formato, l’insieme dei miei amici, le associazioni di cui sono membro, ecc.

Per quanto riguarda la terza domanda (cosa comportano, secondo me, certe appartenenze?) risponderei che l’appartenenza ad una organizzazione o comunità comporta diritti e doveri, soprattutto di solidarietà, di cooperazione, di condivisione, di responsabilità, di funzione ecc. purché si tratti di una comunità o organizzazione non imposta, ma scelta dall’individuo. Altra cosa è l’appartenenza ad una classe o categoria astratta. Questo secondo tipo di appartenenza non comporta né diritti né doveri, ma solo “aspettative” di tipo cognitivo. Intendo dire che se si ritiene che uno appartenga ad una certa classe, ci si aspetta che si comporti come si comportano tipicamente gli appartenenti a quella classe.

Le appartenenze di una persona possono essere più o meno oggettive o soggettive, reali o percepite. Messe insieme, esse  costituiscono l’identità sociale di una persona, con tutta una serie di diritti, doveri e aspettative che vengono assunti e presunti da chi stabilisce le appartenenze stesse.

Temo di non aver risposto alla domanda del mio amico, che si aspettava che io parlassi delle mie “personali” appartenenze, e non voleva sentire una tesi filosofico-sociologico-psicologica sulle appartenenze. Il fatto è che io mi rendo conto sempre di più del fatto che le mie appartenenze, escludendo quelle più ovvie (famiglia, organizzazioni e stato) sono relative, soggettive, arbitrarie e variabili, e io cerco di non farmi condizionare da esse.

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