Politica delle interazioni e super-io

Non siamo liberi di pensare a qualsiasi cosa, primo perché possiamo pensare solo a cose che conosciamo (cioè per cui abbiamo parole o immagini), secondo perché il nostro super-io censura i pensieri che ritiene pericolosi per la nostra dignità sociale (e di conseguenza per la nostra salute mentale).

Oggi sono riuscito (per qualche ora) a vincere l’autocensura inconscia che normalmente mi impedisce di affrontare razionalmente un problema (che ho deciso di chiamare “politica delle interazioni”) che riguarda il governo volontario e consapevole delle proprie relazioni e interazioni, sia esterne che interne, con particolare riguardo ai rapporti tra esseri umani.

Per relazioni e interazioni esterne intendo quelle tra la mia persona e il mondo esterno (cioè con le altre persone e gli altri esseri viventi e non viventi). Per relazioni e interazioni interne intendo quelle tra il mio io cosciente e il resto del mio corpo, supponendo che l’io cosciente sia “solamente” un organo del corpo.

Il super-io (teorizzato da Sigmund Freud) è, a mio parere, un organo del sistema nervoso umano (evoluzionisticamente piuttosto recente), la cui funzione è importante per la sopravvivenza e il benessere dell’uomo. Infatti, essendo questo capace di agire, oltre che per istinto, secondo logiche cognitive non ereditate biologicamente, ma apprese culturalmente, la qualità e “produttività” del suo comportamento dipendono dalla qualità e produttività delle nozioni che ha imparato, e che potrebbero essere “sbagliate” da un punto di vista “economico”, naturalistico ed ecologico.

In tale ottica, il super-io serve soprattutto a proteggerci dal rischio di essere espulsi dalle comunità a cui apparteniamo. Infatti, a causa della nostra interdipendenza, appartenere ad almeno una comunità è indispensabile per la sopravvivenza e il benessere.

Più precisamente, il super-io limita il nostro pensiero e il nostro comportamento suscitando sentimenti sgradevoli come lo schifo, la paura, il panico ecc. appena cominciamo (o ci accingiamo) a pensare o a fare cose che, secondo la sua logica (appresa culturalmente), sono rischiose per la nostra appartenenza sociale. In tal mondo siamo “portati” ad evitare ogni pensiero e ogni azione  qualificata dal super-io come “asociale” o “indegna”.

Il fatto che il super-io agisca non solo sulle nostre azioni, ma anche e ancor prima sui nostri pensieri si spiega in quanto le nostre azioni sono il riflesso immediato di ciò che pensiamo. Grazie a ciò non ci sono fratture temporali tra pensiero e azione. Infatti, se dovessimo prima di ogni atto chiederci se è rischioso per la nostra dignità, il nostro comportamento mancherebbe di spontaneità e sarebbe alquanto rallentato Pensiero e azione sono dunque normalmente simultanei e coerenti, ad eccezione delle attività introspettive, riflessive e contemplative che non comportano azioni esterne, ma solo osservazioni e azioni immaginarie.

In generale, il super-io è fautore di vincoli e nemico della libertà, dato che la vita della comunità dipende dal rispetto di regole (obblighi e divieti) che costituiscono, appunto, limitazioni della libertà individuale.

Il “controllo” del pensiero da parte del super-io ha una doppia funzione. La prima, come già accennato, serve ad evitare che il pensiero dia luogo ad atti “asociali”. La seconda serve ad evitare il pericolo che le persone con cui il soggetto interagisce intuiscano i pensieri stessi (forse grazie ai “neuroni specchio”) e possano giudicare la loro valenza sociale, o “moralità” mettendo in tal modo a rischio l’appartenenza del soggetto alla comunità qualora certi pensieri vengano giudicati “asociali”.

Questa lunga premessa è necessaria per spiegare il motivo per cui la “politica delle interazioni” (intesa come libero pensiero su come autogovernarsi e interagire con gli altri) è particolarmente presa di mira e censurata dal super-io.

Le interazioni tra esseri umani sono sistemiche e circolari, nel senso che ogni essere umano è un sistema che interagisce con altri esseri umani (sistemi anch’essi) per soddisfare i propri bisogni. Su tale sfondo, ogni transazione da una persona A ad una persona B dà normalmente luogo ad una transazione in senso opposto (da B verso A) detta “feedback”, a cui segue normalmente una ulteriore transazione da A verso B (feedback del feedback) e così via fino a che le parti non decidono di interrompere l’interazione temporaneamente o definitivamente.

Il feedback, cioè il modo in cui una persona A risponde ad una transazione originata verso di lui da una persona B, dipende da un complesso di algoritmi (cioè logiche) presenti nella mente di A.

Inoltre, ogni essere umano è in grado di prevedere (con un certo grado di precisione, probabilità e realismo) come il suo interlocutore risponderà alle varie transazioni possibili, e siccome ogni interazione è finalizzata ad un certo obiettivo, ognuno è in grado di scegliere il tipo di transazione ottimale da inviare all’altro in modo da ottenere una risposta che si avvicini il più possibile a quella desiderata.

La “politica delle interazioni” consiste proprio nell’arte di scegliere come comportarsi (e come non comportarsi) verso una certa persona al fine di ottenere da essa un comportamento desiderato (ed evitare un comportamento indesiderato).

È forse inutile dire che ogni essere umano applica sempre e comunque una certa politica delle interazioni, ma questa può essere più o meno consapevole e più o meno volontaria. Può essere inoltre più o meno libera in quanto basata su cognizioni (apprese) più o meno complesse e più o meno realistiche, e limitata dalle cognizioni stesse.

Si pone dunque un problema di conoscenza (o intuizione), consapevolezza, calcolo e volontarietà che riguarda sia le proprie politiche di interazione, sia quelle dei propri interlocutori, capacità che vengono normalmente censurate dal super-io per i motivi sopra considerati.

Bisogna inoltre tener conto del fatto che ogni persona è più o meno capace di intuire se il suo interlocutore sta esercitando la sua politica di interazione in modo consapevole o inconsapevole, e potrebbe considerare il primo caso “asociale” o comunque inquietante. Infatti la “spontaneità” (ovvero l’agire immediato e diretto, cioè non soggetto a riflessioni o domande) è generalmente considerata una virtù, e, viceversa, l’agire autocontrollato un difetto, qualcosa di “poco umano”. Questo comune sentire non fa che rafforzare l’autocensura del super-io nei riguardi di una politica consapevole e razionale delle relazioni e interazioni sociali, a favore di una politica basata unicamente sugli “affetti”.

Una politica consapevole delle interazioni può essere molto semplice e molto complessa allo stesso tempo. È semplice se si riduce alla constatazione che ognuno sceglie come comportarsi verso gli altri in base ai propri interessi, per cui alla fine quello che succede è un compromesso tra interessi e tra rapporti di forza. È complessa se si considerano una serie di difficoltà, tra cui:

  • l’autocensura inconscia del super-io che ci impedisce di affrontare il problema in modo razionale e consapevole;
  • la conoscenza scarsa e fallace degli “interessi” (cioè dei bisogni e dei desideri) delle parti in gioco, dovuta ad una cultura ancora sottosviluppata in tal senso, cioè ad una generale scarsa conoscenza della natura umana;
  • le convenzioni sociali che ci impediscono di esprimere e negoziare liberamente i nostri “interessi” costringendoli all’interno di recinti “politicamente corretti”.

Ci sarebbe dunque molto da approfondire, ma per ora mi fermo qui e chiudo il discorso con la seguente considerazione finale.

Le relazioni e le interazioni umane sono regolate da politiche personali per lo più inconsce, irrazionali, mistificate e involontarie; sta a noi decidere se cercare di renderle più consapevoli, razionali, genuine e volontarie nonostante il boicottaggio del super-io e delle convenzioni sociali.

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