Cosa è l’etica laica?

Relazione che Maria Mantello, docente di filosofia e storia,  ha tenuto alla Festa dell’Unità di Roma, stand libreria Rinascita, il 5 luglio 2008.

L’etica si occupa dell’agire umano. È scienza dell’agire. E come tale permette di giudicare la fondatezza morale delle azioni, perché dà i presupposti formali dell’agire bene. Non è quindi un elenco di norme, ma riflessione sulle condizioni e possibilità che garantiscono l’esercizio della libertà di scelta.

Ogni azione implica una intenzionalità in vista di un risultato che si vuole conseguire e della volontà per conseguirlo. È questa volontà che permette la realizzazione concreta dell’azione trasformando un’ipotesi di azione in atto reale. Ma ciò che rende possibile tutto questo è la nostra libertà di scelta. Possiamo dire allora, che l’azione è la realizzazione, mediante la volontà, della individuale libertà di scelta. Una libertà che è indagine razionale sulle possibilità e modalità di scegliere e dimensione pratica di ogni scelta. La nascita è un caso. L’unica cosa certa è che dobbiamo morire. In mezzo c’è la Vita, che si snoda in un tempo storico. Che si articola in spazi e tempi finiti. È proprio questa consapevolezza della finitezza a dare un ruolo centrale al mio agire nella ineludibile responsabilità del mio esser-ci: particolare, singolare, storico. Dove attraverso le mie scelte mi autodetermino, ma incido anche sugli altri e sulla società.

Poiché la libertà di scelta è un esercizio non certo comodo, proprio per la responsabilità che implica, c’è chi spera forse di potersi sottrarre a questo peso ponendosi sotto la cappa consolatoria di comportamenti aprioristicamente stabiliti da altri. Modelli tanto più assoluti quanto più rassicuranti nella speranza di essere assolti dalla libertà di scelta. Di essere sottratti dalla responsabilità dell’esser-ci, del divenire – mondo. Tuttavia, chi si rifugia in questi assoluti non è affatto salvato dalla libertà di scelta. Chi abbraccia pacchetti morali dati una volta e per sempre, sceglie di adeguarsi ad una precettistica. E sua è la responsabilità di farsi portatore di modelli pregiudiziali, di idee blindate che esigono conformismo morale per sé e per gli altri. Un mondo di replicanti dell’Assoluto essere, dove ognuno prima di potersi realizzare in quanto individuo, dovrebbe prioritariamente omologarsi al modello già tutto descritto, prescritto, circoscritto. Ad un’idea di uomo, di donna presupposta. Un mondo di cloni.

Dove l’individuo, espropriato dei possibili sperimentabili esistenziali acquieta se stesso magari sperando in disegni provvidenziali, proiettati finanche in immaginifici cieli. Un mondo dominato dal narcotico di un pensiero unico e di un’univoca morale. Un mondo dove ognuno, in una sorta di automatismo psichico, risponda come il cane di Pavlov al suono della campana che ha stabilito per lui cosa è bene e cosa è male. Una volta per tutte ed universalmente. Per fede.

Tutto il contrario dell’etica laica, che fonda la scelta buona proprio sull’esercizio di dubitare, discutere, argomentare, verificare. L’azione non è un assoluto. Ma un fatto. E il fatto è descrivibile, analizzabile, dimostrabile per la bontà dei risultati che determina per sé e per gli altri. Per il confessionalismo morale questo è impossibile, perché la bontà dell’azione è ancorata nel trascendente, nella rivelazione. In una interconnessione tautologica di idee supposte: Dio-Anima-Mondo, che pretendono di ingabbiare ogni azione-fatto in un assoluto-morale. Così, nella riproposizione agostinianotomista dell’identità tra legge divina e legge umana, riemerge sempre una inquietante voglia di ordine teocratico. Quella che fa dire a papa Wojtyla: “La legge stabilita dall’uomo, dai parlamenti… non può essere in contraddizione con la legge di natura, cioè in definitiva con l’eterna legge di Dio” (Memoria e identità, 2005). Quella che fa pretendere a papa Ratzinger di esigere dallo Stato leggi cattoliche, in quanto “Norme inderogabili e cogenti che non dipendono dalla volontà del legislatore… dallo Stato… norme che precedono qualsiasi legge umana: come tali non ammettono interventi di deroga da parte di nessuno” (Convegno sulla legge morale naturale, feb. 2007).

Ma se l’Etica è quella particolare scienza (téchne – tecnh come la chiamavano i greci), d’indagine critica e di verifica empirico-razionale su ciò che mi fa giudicare un’azione buona, nell’immanenza del progetto esistenziale, l’etica è arte della gestione responsabile della libertà di scelta nella autonomia morale.

Sulla differenza tra azione autonoma ed azione eteronoma si gioca la dicotomia tra etica laica e confessionalismo. Per il laico, l’azione non ha la sua giustificazione etica, la sua garanzia in un ordine, un’abitudine e neppure in un capriccio. La garanzia della bontà dell’azione, ciò che la rende eticamente fondata, ciò che ne garantisce, potremmo dire l’epistemologia, è la scelta dell’azione per il fine che ha in se stessa. È questo che fa buona la scelta. Ad esempio: se scelgo di aiutare una persona in difficoltà, la mia azione non può avere scopo altro, fine altro, al di fuori del fatto che ritengo positivo portare aiuto. Lì ed ora. Del tutto differente, se quell’aiuto è dato in funzione di un premio, o per evitare un castigo. In questo caso il fine è esterno all’azione. È infatti il premio che ne riceverò, a determinare la mia volontà di agire. E se per avere quel premio dovessi fare l’esatto contrario, lo farei. È questo il regno dell’eteronomia morale, che proprio nell’uso strumentale dell’azione, ne vanifica la bontà, perché la priva del valore della scelta per il suo valore di senso intrinseco. Ma non solo! Agendo così, uso strumentalmente anche me stesso, assoggettando la mia scelta ad altro/altri. Ad un potere esterno. È proprio questa eteronomia, a giustificare defezione morale e fuga dalla responsabilità.

La morale laica è sgombra dalle presupposizioni degli assoluti, quella confessionale fa degli assoluti il punto di partenza e quello di arrivo. La morale laica non è un sistema di valori contrapposto ad un altro, ma è la dimensione della libertà, ovvero il regno della libertà nella reciprocità delle libertà. Quella confessionale è il regno tautologico dell’eterno ritorno all’eguale. Essere che tarpa ed ingabbia ogni esistente, e che nell’eteronomia falsifica e strumentalizza anche ogni relazione intersoggetiva. Ogni alterità è preventivamente eliminata, fagocitata, schiacciata in un totalitario Io assoluto. Al contrario, se si assume come strategia etica il principio laico dell’ermeneutica della verificabilità, è chiaro che ogni segmento della praxis obbliga a continue rivisitazioni nell’io, e alla comunicazione dialogica con ciascun altro io. Da un tale esercizio etico tutti avrebbero da guadagnare, proprio per le possibilità di garantire libertarie prospettive di asimmetriche pluralità. Solo così l’egoità si apre infatti alla visione degli esistenti possibili.

Lo scontro allora non è tra credenti, diversamente credenti o quant’altro. Lo scontro, semmai è tra chi accetta di discutere e verificare, argomentando la bontà dei suoi assunti, e tra chi questo rifiuta. Perché rifiuta quella che Hanna Arent chiamava: “la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto ed unico essere tra uguali” (Vita Activa).

Allora chiediamo: La garanzia democratica può stare nel declinare la libertà in termini di appartenenza a gruppi chiusi, che vogliono trasformare la democrazia in dittatura della loro maggioranza? O nel declinare la libertà nell’appartenenza civica? Se la scelta è per la seconda ipotesi, non sarebbe più saggio che lo Stato si preoccupasse di garantire ogni individuo dalle pretese omologanti dei confessionalismi e dal loro totalitarismo delle coscienze? “La giustizia – scriveva Epicuro – non è qualcosa che sia di per se stessa: essa è solo nei rapporti reciproci, dovunque e quante volte esista un patto di non arrecare e di non ricevere danno” (Massime capitali, XXXIII). Solo in questo senso, ognuno è salvato dall’ingerenza dell’altro (compresa la pressione del gruppo familiare e sociale) e da ogni fanatismo morale. È nell’etica laica, allora, che lo Stato deve garantire il diritto di libertà di religione e dalla religione. Ad ognuno secondo i suoi bisogni morali! Allora ecco che l’etica laica, che pretende che i valori vengano giudicati al di fuori dall’impenetrabilità dell’Assoluto Essere, può far paura solo ai dogmatici che non accettano che i principi morali possano essere soggetti a variabili, in relazione alle circostanze oggettive, storiche, in cui si pensa ed agisce. Non accettano che individui, famiglie, società sono il risultato di complesse interrelazioni causali, che si connotano, strutturano e cambiano nel tempo. Ma i paladini del confessionalismo morale, forse, non vogliono accettare soprattutto, che sempre più individui possano prendere coscienza, che attraverso gli Assoluti morali si perpetuano i rapporti di potere dominanti! Etica laica allora significa entrare nel disincanto che non ci sono valori e leggi eterne, ma neppure stereotipie di ruoli, funzionali solo ai padroni dell’anima. Relativismo e secolarizzazione, non sono allora il “demoniaco” da rifuggire, ma la constatazione che proprio dalla liberazione degli assoluti si può produrre una società più giusta. Dove finalmente, potremmo riappropriarci del significato originario della parola ethos, come “posto del vivere concreto”, per essere creatori di norme che garantiscano a tutta la comunità migliori possibilità di vivere serenamente. La parola comunità, ha al suo interno una preziosissima radice: “munus”, che significa dono, ma anche obbligo. E questo dono non è il sacrificio del proprio sé, ma il dono reciproco nel solidarismo delle libertà. Nella consapevolezza dell’etica laica che: “non possiamo essere costretti da altri a nulla più di ciò a cui possiamo reciprocamente costringerli” (Kant, Metafisica dei costumi). Allora, se da una parte, possiamo e dobbiamo dialogare per convincere che solo su questo terreno, che è quello della laicità dello Stato, si può edificare la civile e pacifica convivenza democratica, dall’altra, dobbiamo avere il coraggio dell’intransigenza contro la pretesa totalitaria di chi vorrebbe far coincidere i diritti umani con i doveri confessionali. Il nemico non è chi professa una fede, ma chi vuole che la propria fede divenga legge per tutti. “Il fanatico -scrive Amos Oz- è un punto esclamativo che cammina. Non ha una vita privata. Appare come un’altruista, visto che si interessa soprattutto agli altri. Ma non lo fa per capire l’altro, lo fa solo per costringere l’altro a essere ciò che lui pensa sia giusto essere. Per costui nessuna forma di mediazione è possibile.” Compito dello Stato è allora salvarci dall’ingerenza dei fanatici, proprio attraverso le garanzie dell’etica laica.

Maria Mantello

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