Autocritica del pensiero

Ogni essere umano ha un’idea di cosa significhi “pensare”, essendo questa una parola molto usata. Infatti ognuno sa a cosa sta pensando nel momento in cui gli viene chiesto. Pochi sanno, invece, perché stanno pensando a certe cose, come stanno pensando e in che misura il modo (o il metodo) con cui pensano sia giusto, cioè sano, produttivo, utile (nel senso della soddisfazione dei bisogni propri e altrui) oppure inutile o nocivo per sé e/o per gli altri.

I nostri pensieri sono volontari o involontari? Possiamo “educare” i nostri pensieri? Possiamo migliorarli? Possiamo censurarli? Possiamo controllarli?

La mia risposta a tutte queste domande è: si, ma entro limiti molto ristretti e a certe condizioni, tra le quali un certo grado di intelligenza, di motivazione e di conoscenze psicologiche che non tutti hanno o possono avere.

I pensieri sono al tempo stesso conseguenza e causa dei nostri processi mentali inconsci e del nostro comportamento, e questa causalità non lineare, ma circolare (caratterizzato da una certa retroazione, o feedback), rende molto difficile il controllo del pensiero.

Noi possiamo pensare al pensiero in generale e ai nostri pensieri in particolare, in un processo che possiamo chiamare metapensiero, in cui si confonde la cognizione di soggetto e oggetto, nel senso che non sappiamo se un certo pensiero a cui siamo pensando sia pensato o pensante, e fino a quale livello di astrazione sia opportuno pensare al pensare al pensare al pensare…

Chi volesse esaminare criticamente i suoi pensieri e i suoi metodi di pensiero dovrebbe dunque essere molto cauto, paziente, aperto a idee impreviste, e non dovrebbe farsi illusioni sulla riuscita di tale impresa.

Torniamo alla questione della volontarietà del pensiero, che rientra nella questione più generale del libero arbitrio. Possiamo supporre che il pensiero sia volontario (o possa diventarlo) nella misura in cui il libero arbitrio esiste o sia esercitabile. In ogni caso, possiamo ritenere che il pensiero, nella misura in cui non è casuale, segua una certa logica (o schema, modello, algoritmo, programma, copione ecc.). Perciò anche volendo considerare volontario il pensiero, non possiamo non ritenerlo come parte di una struttura che lo contiene, lo limita, e gli dà forma e significato. Si tratterebbe dunque di una libertà molto limitata nonostante l’illusione che il nostro pensare sia assolutamente libero e sovrano.

Torniamo alla questione se sia possibile migliorare il nostro pensiero e come ciò si possa ottenere. Nella misura in cui un miglioramento volontario sia possibile, noi possiamo voler migliorare sia un particolare pensiero o insieme di pensieri, sia il nostro metodo generale di pensare, e siccome un certo pensiero è il risultato di un certo modo di pensare, credo che convenga mirare al miglioramento del modo di pensare abituale, prima di adoperarsi per migliorare pensieri particolari.

Chiediamoci allora in quali modi, ovvero con quali metodi, noi pensiamo abitualmente.

Nessuno ci ha insegnato a pensare (almeno non direttamente), quindi suppongo che il pensiero sia qualcosa di innato e/o che si apprende spontaneamente. Possiamo comunque supporre che il pensiero consista in contenuti organizzati, laddove i contenuti sono le idee (o gli oggetti cognitivi) elementari, e l’organizzazione il modo in cui tali idee sono tra loro collegate, cioè le relazioni logiche tra di esse.

Pertanto, volendo migliorare il nostro pensare, il miglioramento potrebbe riguardare sia le idee elementari, sia i collegamenti logici tra di esse. Chiediamoci allora di che tipi siano le idee elementari trattate dai nostri pensieri, e le logiche con cui esse sono tra loro in relazione.

Non essendo un esperto di scienze cognitive né di neuroscienze, non cercherò di rispondere a tali domande. Mi limito a supporre alcune relazioni tra oggetti mentali: causalità (l’oggetto A è causa dell’oggetto B), omogeneità (l’oggetto A ha certe cose in comune con l’oggetto B), compatibilità (l’oggetto A è compatibile o incompatibile con l’oggetto B), complementarità (l’oggetto A richiede l’oggetto B) ecc.

Oltre ad analizzare (ed eventualmente correggere o ampliare) il proprio modo di pensare, cioè le proprie idee elementari e le relazioni tra di loro, ciò che possiamo fare è stabilire a cosa sia opportuno o vantaggioso pensare nel momento presente (qui ed ora). Chiediamoci allora chi (o cosa) sceglie, momento per momento, i pensieri che pensiamo.

Ammesso (e non concesso) che tale scelta sia effettuata dall’io cosciente, chiediamoci con quali criteri l’io cosciente scelga i pensieri, ovvero gli anelli della catena che costituisce il flusso del pensiero, come i fotogrammi di un’opera cinematografica, che chiameremo nel seguito “pensogrammi”.

Io suppongo che la scelta dei pensogrammi sia determinata da un meccanismo basato su una mappa cognitivo-emotiva nel senso che, momento per momento, viene automaticamente scelto il pensogramma memorizzato che produce il massimo piacere e il minor dolore possibile nella sequenza di pensiero corrente, nell’ambito di un certo modello di pensiero predefinito adottato precedentemente dal soggetto come quello che produce il massimo piacere e il minor dolore.

Suppongo inoltre che il ruolo dell’io cosciente nel flusso del pensiero si riduca a quello di osservatore di un processo inconscio, automatico e involontario che l’io può solo interrompere, ma non dirigere. L’osservazione consisterebbe nel monitorare la coerenza dei pensieri nell’ambito del modello di pensiero adottato, e il benessere o malessere prodotto dai pensieri stessi, con la possibilità di bloccare il flusso ogni volta che esso appaia troppo incoerente o troppo doloroso. Tuttavia, in caso di censura (cognitiva e/o emotiva), il pensiero non si può arrestare, ma può solo cambiare direzione o tema, in modo più o meno casuale. Infatti non si può non pensare, si può solo variare l’oggetto o il modello di riferimento del pensiero.

Essendo la scelta dei pensogrammi automatica, inconscia e involontaria, all’io cosciente non rimane che cercare di prendere coscienza dei risultati del processo pensante e intervenire consapevolmente nella censura del flusso, nel senso di confermare la censura automatica o di opporsi ad essa. In altre parole, un io cosciente educato al metapensiero potrebbe decidere di continuare a pensare a pensieri che la censura automatica vorrebbe bloccare, qualora ritenesse quella censura sbagliata ovvero non giustificabile razionalmente.

Per concludere, l’autocritica del pensiero, e la conseguente possibilità di un miglioramento dello stesso, si fonda prima di tutto sul riconoscimento del fatto che il pensiero è determinato da meccanismi automatici, inconsci e involontari, in cui l’io cosciente può intervenire solo quando si verifica una crisi di coerenza (cioè una contraddizione logica) o una sofferenza. L’intervento “autocritico” consisterebbe allora nel valutare razionalmente e consapevolmente la presunta incoerenza per confermarla o accettarla come coerenza (cioè come logica non-contraddittoria), e nel decidere se continuare a pensare pensieri dolorosi nonostante l’impulso (automatico e involontario) a cambiare tema o tesi per ridurre la sofferenza.

Continuare a pensare pensieri dolorosi malgrado l’impulso ad abbandonarli può essere utile per superare la paura di pensare a ciò che ci fa paura, e acquisire la capacità di affrontare razionalmente problemi ansiogeni.

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