Introduzione al caffè filosofico del 20/1/2022 sul tema “Il futuro del lavoro”

Introduzione al caffè filosofico del 20/1/2022 sul tema “Il futuro del lavoro”

[di Pietro Terna]

La riflessione “moderna” sul futuro del lavoro inizia nella prima parte del XIX secolo, con Ricardo e Marx.

In estrema sintesi: le macchine – ora l’automazione e i robot – sostituiscono il lavoro, ma intanto compaiono nuovi beni da produrre e il lavoro rimane.

E se non ci fossero nuovi beni? E se il ritmo della trasformazione fosse troppo rapido? Avremmo immensi profitti del capitale e estrema povertà dei lavoratori? E chi compererebbe i beni prodotti? Vedere l’Appendice I, per la discussione in Ricardo e Marx.

Ragioniamo su un caso estremo: il lavoro non sarà più necessario, perché faranno tutto le macchine (i robot e l’intelligenza artificiale). I prezzi spariranno come sparirà il lavoro, perché il valore dei beni alla fin fine è il loro contenuto di lavoro. Idem i profitti. La proprietà delle macchine non potrà che essere collettiva.

Controcanto: una società senza lavoro può esistere? Notare che il lavoro universale è caratteristica che si manifesta solo dal XIX secolo e non ovunque. I nobili non lavoravano.

Fondamentale Arendt (1994) che, con il termine vita activa, propone di designare tre fondamentali attività umane: l’attività lavorativa, l’operare e l’agire, non tutte collegate alla produzione di merci o servizi. Vedere l’Appendice II.

Interessantissimo Van Parijs (2017), filosofo politico e economista, che rovescia il ragionamento, partendo dal reddito di base, di fronte a disequilibri e disuguaglianze. Online c’è una sua conferenza molto ricca, in un bell’italiano, a https://www.youtube.com/watch?v=OeP2V3LZnvs

Una noterella: 50 anni fa, il 15 gennaio 1972, a p.3 del Sole 24 Ore si trovava l’articolo che ho messo online[1] a https://terna.to.it/IlSole24Ore19720115p3.pdf; si discuteva una riduzione di orari di 2-3 ore verso le 40 ore, con un obiettivo di 36. Dopo 50 anni siamo ancora intorno alle 36 ore.

Una questione non banale: se non ci sono i prezzi, chi e come decide che cosa produrre? Si tratta di una riedizione del problema della pianificazione. Interessante Does Modern Technology Enable Communism? – AIER a https://www.aier.org/article/does-modern-technology-enable-communism/. L’AIER è un think tank della sinistra democratica americana.

Un coincidenza: il Centro Einaudi di Torino ha lanciato il premio Rota[2] 2022 per giovani studiosi, a https://www.centroeinaudi.it/notizie-in-evidenza/5869-10th-giorgio-rota-best-paper-award.html, sul tema Labor, value, robots.

 

Appendice I

L’analisi dell’effetto dell’automazione ha radici antiche e risale al Capitolo 31 On Machinery di Ricardo (1821) e anche quello del Fragment über Maschinen di Marx (1857-8) nei Grundrisse[3].

Ricardo (1821), dopo aver esposto una visione del tutto positiva dell’effetto delle macchine, vantaggioso per tutti – cioè per i proprietari terrieri, o capitalisti, e per gli operai, con i primi che ricevono maggiori rendite o profitti e i secondi (operai) che beneficiano dei minori prezzi dei prodotti, mentre la crescita incessante dei beni da produrre li mantiene occupati –, afferma:

(rif.31.3) These were my opinions, and they continue unaltered, as far as regards the landlord and the capitalist; but I am convinced, that the substitution of machinery for human labour, is often very injurious to the interests of the class of labourers.[4]

(rif.31.4) My mistake arose from the supposition, that whenever the net income of a society increased, its gross income would also increase; I now, however, see reason to be satisfied that the one fund, from which landlords and capitalists derive their revenue, may increase, while the other, that upon which the labouring class mainly depend, may diminish, and therefore it follows, if I am right, that the same cause which may increase the net revenue of the country, may at the same time render the population redundant, and deteriorate the condition of the labourer.[5]

Il linguaggio economico utilizzato è certamente molto datato, ma il significato è chiarissimo Segue una dettagliata argomentazione sull’impoverimento dei lavoratori, ma con un contro-ragionamento finale:

(rif.31.25) The statements which I have made will not, I hope, lead to the inference that machinery should not be encouraged. To elucidate the principle, I have been supposing, that improved machinery is suddenly discovered, and extensively used; but the truth is, that these discoveries are gradual, and rather operate in determining the employment of the capital which is saved and accumulated, than in diverting capital from its actual employment.[6]

Con gli occhi di oggi, il problema sta proprio nella perdita della gradualità, con l’accelerazione del cambiamento, e nella qualità del cambiamento, per via dell’intelligenza artificiale.

Marx (nei Grundrisse, più di 150 anni fa) anticipa con lucidità quel cambiamento. Dal cosiddetto Frammento sulle macchine[7]:

(…) una volta assunto nel processo produttivo del capitale, il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la macchina o, piuttosto, un sistema automatico dl macchine (sistema di macchine; quello automatico è solo la forma più perfetta e adeguata del macchinario, che sola lo trasforma in un sistema), messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa è costituito di numerosi organi meccanici e intellettuali, di modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso.

(…)

La macchina non si presenta sotto nessun rispetto come mezzo di lavoro dell’operaio singolo. La sua differenza specifica non è affatto, come nel mezzo di lavoro, quella di mediare l’attività dell’operaio nei confronti dell’oggetto; ma anzi questa attività è posta ora in modo che è essa a mediare: soltanto ormai il lavoro della macchina, la sua azione sulla materia prima – a sorvegliare questa azione e ad evitarne le interruzioni.

Di conseguenza, il lavoro – tempo dedicato per lavoratore e quantità di lavoratori – sarà sempre meno importante per ottenere la produzione, che deriverà dai macchinari sempre più sofisticati con la scienza e con l’investimenti di risorse, grazie ai profitti. I capitalisti, per Marx, avranno utili sempre maggiori e impoveriranno i lavoratori con retribuzioni sempre più limitate.

L’osservazione è: a chi quei capitalisti venderanno la super produzione ottenuta grazie alle super macchine? La crisi inevitabile è interna al sistema e non richiede una rivoluzione cruenta per determinare il cambiamento della proprietà dei beni di produzione.

Quelle stesse macchine, nella visione di Marx, producono l’abbondanza e quindi la gratuità dei beni. Esiste un brano molto significativo in Marx e Engels (1867), derivante da scritti del 1845-6, che identifica il tempo libero come ricchezza della società comunista:

E infine la divisione del lavoro offre anche il primo esempio del fatto che fin tanto che gli uomini si trovano nella società naturale, fin tanto che esiste, quindi, la scissione fra interesse particolare e interesse comune, fin tanto che l’attività, quindi, è divisa non volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea, che lo sovrasta, che lo soggioga, invece di essere da lui dominata. Cioè appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico.

 

Appendice II

Un punto di riferimento è il lavoro della filosofa, o scienziata politica come voleva essere considerata, Hannah Arendt. Nel suo libro The Human Condition, del 1958, tradotto in italiano con il titolo Vita activa. La condizione umana, nel 1964 per i tipi di Bompiani (raccogliendo limitata attenzione all’epoca in Italia), la riflessione è riferita al ruolo del lavoro nella società, anticipandone con assoluta chiarezza il cambiamento di presenza e contenuto.

Qui di seguito, un estratto di quanto l’autrice scrive profeticamente nel 1958 (citazione dall’edizione italiana).

La libertà dal lavoro in se stessa non è nuova; un tempo era uno dei privilegi più radicati di pochi individui. E da questo punto di vista può sembrare che il progresso scientifico e l’evoluzione della tecnica siano stati impiegati solo per conseguire ciò che tutte le generazioni passate avevano sognato senza poterlo realizzare.

Tuttavia è così solo in apparenza. L’età moderna ha comportato anche una glorificazione teoretica del lavoro, e di fatto è sfociata in una trasformazione dell’intera società in una società di lavoro. La realizzazione del desiderio, però, come avviene nelle fiabe, giunge al momento in cui può essere solo una delusione. È una società di lavoratori quella che sta per essere liberata dalle pastoie del lavoro, ed è una società che non conosce più quelle attività superiori e più significative in nome delle quali tale libertà meriterebbe di essere conquistata. In seno a questa società, che è egualitaria perché tale è il modo in cui il lavoro fa vivere gli uomini, non c’è classe, aristocrazia politica o spirituale da cui possa partire una restaurazione delle altre capacità dell’uomo. Persino i presidenti, i re e i primi ministri considerano le loro funzioni come un lavoro necessario alla vita della società, e anche tra gli intellettuali sono rimasti solo pochi individui isolati a considerare il loro lavoro come un’attività creativa piuttosto che come un mezzo di sussistenza. Ci troviamo di fronte alla prospettiva di una società di lavoratori senza lavoro, privati cioè della sola attività rimasta loro. Certamente non potrebbe esserci niente di peggio.

A tali preoccupazioni e difficoltà questo libro non offre una risposta. Risposte del genere vengono date ogni giorno, riguardano la pratica politica, soggetta all’accordo di molti, e non possono certo tener conto di considerazioni teoretiche o dell’opinione di una persona, come se si trattasse qui di problemi per i quali una sola soluzione è possibile. Ciò che io propongo piuttosto nelle pagine che seguono è una riconsiderazione della condizione umana dal punto di vista privilegiato che ci concedono le nostre più avanzate esperienze e le nostre più recenti paure.

(…)

Con il termine vita activa propongo di designare tre fondamentali attività umane: l’attività lavorativa, l’operare e l’agire; esse sono fondamentali perché ognuna corrisponde a una delle condizioni di base in cui la vita sulla terra è stata data all’uomo. L’attività lavorativa corrisponde allo sviluppo biologico del corpo umano, il cui accrescimento spontaneo, metabolismo e decadimento finale sono legati alle necessità prodotte e alimentate nel processo vitale dalla stessa attività lavorativa. La condizione umana di quest’ultima è la vita stessa.

L’operare è l’attività che corrisponde alla dimensione non-naturale dell’esistenza umana, che non è assorbita nel ciclo vitale sempre ricorrente della specie e che, se si dissolve, non è compensata da esso. Il frutto dell’operare è un mondo “artificiale” di cose, nettamente distinto dall’ambiente naturale. Entro questo mondo è compresa ogni vita individuale, mentre il significato stesso dell’operare sta nel superare e trascendere tali limiti. La condizione umana dell’operare è l’essere-nel-mondo.

L’azione, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini senza la mediazione di cose materiali, corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo. Anche se tutti gli aspetti della nostra esistenza sono in qualche modo connessi alla politica, questa pluralità è specificamente la condizione – non solo la conditio sine qua non, ma la conditio per quam – di ogni vita politica.

 

Bibliografia

Arendt, H. (1958). The human condition, University of Chicago Press. In italiano: Vita activa. La condizione umana, 1994 Bompiani.

Marx, K. (1857-8). Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie o Fondamenti della critica dell’economia politica. Una versione online in italiano si trova all’URL https://www.sitocomunista.it/marxismo/Marx/grundrisse/grundrisse_indice.html

Marx, K., e Engels, F. (1876). Die deutsche Ideologie,  pubblicato da Friedrich Engels.  Traduzione recente in L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 24; frammento online all’URL http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaM/MARX_%20IL%20LAVORO%20NELLA%20SOCIETA%20FU.htm

Ricardo, D. (1821). On the Principles of Political Economy and Taxation. London: John Murray, terza edizione (prima edizione: 1817). In linea a http://www.econlib.org/library/Ricardo/ricP.html

Van Parijs, P., and Vanderborght, Y. (2017). Il reddito di base – Una proposta radicale, il Mulino. Edizione originale Harvard University Press, stesso anno.

 

Note

[1] Ritrovamento fortuito; ogni giorno sfoglio le prime pagine del Sole 24 Ore di 30 e 50 anni prima.

[2] Giorgio Rota fu un valente economista, socio del Centro Einaudi, scomparso molto giovane nel 1984.

[3] I cosiddetti Grundrisse di Marx (Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie o Fondamenti della critica dell’economia politica, furono pubblicati solo nel 1939 a Mosca e successivamente, in varie lingue, in altri paesi.

A https://www.sitocomunista.it/marxismo/Marx/grundrisse/grundrisse_indice.html si trova una versione online in italiano.

[4] Traduzione di chi scrive: Queste erano le mie opinioni e sono inalterate per quanto riguarda i proprietari terrieri e i capitalisti; ma sono convinto che la sostituzione del lavoro umano con le macchine sia spesso molto dannosa per gli interessi della classe dei lavoratori.

[5] Traduzione di chi scrive: Il mio errore è derivato dal presupposto che ogni volta che il reddito netto (da intendere come profitto) di una società aumenta, aumenta anche il suo reddito lordo (da intendere come profitto più salari); ora, tuttavia, mi rendo conto delle ragioni per cui una sola grandezza, quella da cui i proprietari terrieri e i capitalisti ricavano le loro entrate, possa aumentare, mentre l’altra, quella da cui dipende principalmente la classe operaia, può diminuire, e quindi ne consegue, se ho ragione, che le stesse cause che possono accrescere i benefici netti [i profitti] del paese, possono allo stesso tempo rendere la popolazione ridondante e deteriorare le condizioni degli operai.

[6] Traduzione di chi scrive: Spero che le affermazioni che ho fatto non porteranno alla conclusione che i macchinari non dovrebbero essere incoraggiati. Per chiarire il mio ragionamento ho prima supposto che i nuovi macchinari siano scoperti all’improvviso e ampiamente utilizzati; ma la verità è che queste scoperte sono graduali, e piuttosto operano nel determinare [i nuovi] impieghi del capitale che viene risparmiato e accumulato [grazie ai migliori macchinari], piuttosto che nel deviare il capitale dal suo effettivo impiego [al fine di sostituire il lavoro].

[7] Testo tratto da https://www.sitocomunista.it/marxismo/Marx/grundrisse/grundrisse_indice.html

 

[Pietro Terna]

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