La rischiosa e politicamente scorretta cognizione della propria diversità

Presumere di essere diversi dagli altri è rischioso e penoso specialmente se gli altri percepiscono tale presunzione. A tal proposito, consideriamo due umani A e B, dove A si sente, o pensa di essere, diverso da B. La cognizione da parte di A della sua diversità rispetto a B può riguardare sia una possibile competizione che una possibile cooperazione tra A e B.

La presunta diversità in senso cooperativo implica la supposizione che, a causa di essa, una cooperazione tra A e B sarebbe molto difficile o impossibile.

La presunta diversità in senso competitivo implica invece la supposizione che A sia superiore o inferiore a B in generale, per cui un’eventuale cooperazione tra i due potrebbe avvenire, tuttavia non in modo paritario, bensì subordinato.

Di conseguenza, a meno che A pensi di essere inferiore a B e sia disposto a cooperare con B in un ruolo subordinato, e che A manifesti tale disponibilità, è probabile che B consideri la presunzione di diversità da parte A (se non celata) come un atteggiamento ostile e offensivo nei suoi confronti. Infatti sarebbe come se A dicesse a B: data la mia diversità (ovvero superiorità) rispetto a te, noi possiamo cooperare solo se tu accetti di farlo in un ruolo a me subordinato.

A causa di tale logica (conscia o inconscia) la diversità umana è un tema tabù, nel senso che è politicamente scorretto parlarne, malgrado il fatto evidente che siamo tutti diversi, sia in senso qualitativo che competitivo, intellettualmente, moralmente, economicamente, politicamente, fisicamente, esteticamente ecc.

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