Giudicare e appartenere

Giudicare (sinonimo di valutare, classificare, qualificare, connotare, identificare ecc.) un ente (persona, cosa, idea ecc.) significa attribuire ad esso l’appartenenza a certe categorie (classi, tipi, gruppi, insiemi ecc.) etiche, estetiche o logiche caratterizzate da certe proprietà (qualità, aspetti, forme, norme, valori, funzioni, intenzioni, scopi, interessi ecc.).

Le attribuzioni del giudicare sono soggettive in quanto dipendono dalle categorie definite nelle menti delle persone giudicanti.

La definizione di una categoria (soggettiva per definizione) può essere più o meno grossolana o raffinata, e più o meno certa o incerta, così come un giudizio può essere più o meno grossolano o raffinato, più o meno certo o incerto.

Inoltre, sia le categorie, sia i giudizi che da esse derivano, possono essere più o meno consci o inconsci.

Il comportamento di una persona verso gli altri dipende dai propri giudizi verso di essi. Di conseguenza ognuno cerca di capire come gli altri lo giudicano e di ottenere da essi il giudizio più favorevole, influenzandolo se possibile.

A tal proposito ognuno deve tenere conto delle categorie memorizzate nelle menti altrui e giudicarsi anche secondo tali categorie, non solo secondo le proprie.

Le differenze tra le proprie categorie e quelle altrui sono problematiche, nel senso che possono dar luogo a giudizi diversi riguardo agli stessi enti e alle stesse questioni. La diversità delle categorie e dei giudizi è, a mio avviso, la causa fondamentale dei conflitti tra esseri umani.

6 commenti

  1. La mappa delle categorie definite da ciascuno di noi può essere molto sfumata e con molte sovrapposizioni, una specie di fuzzy logic.
    Non sono sicuro di poter immaginare le categorie individuate dagli altri e neanche (a una prima analisi) mi sembra importante per me.

  2. Grazie Pietro. Se non ti importa di capire le altrui categorie, forse è perché ti importa poco del giudizio altrui verso la tua persona. Ma mi chiedo: davvero ti importa poco del giudizio altrui? A me importa molto.

  3. Vanna Busolo

    “A tal proposito ognuno deve tenere conto delle categorie memorizzate nelle menti altrui e giudicarsi anche secondo tali categorie, non solo secondo le proprie.”
    Come si fa a tenere conto delle categorie memorizzate nelle menti altrui se manco siamo consapevoli delle nostre? Mi pare difficile…
    Condivido il fatto che il comportamento rifletta il giudizio conscio o inconscio da o verso l’altro, ma sarebbe da approfondire come si origina tale giudizio soggettivo, a mio parere poco affidabile data la manipolazione che spesso subiamo da parte di certi soggetti o di certe informazioni.

  4. Gerazie Vanna. È vero che se uno non è consapevole delle proprie categorie non può capire quelle altrui. Quindi conviene cominciare con fare un “esame” della propria coscienza, cioè di come funziona la propria mente. Non è affatto facile anche perché la letteratura a tale riguardo è carente, confusa e dispersa in tante psicologie diverse. Io ci sto lavorando.

  5. Tutto vero quel che concerne la definizione dei concetti di giudizio, di categorie e delle cause dei conflitti correlati alle dinamiche interpersonali.
    Ci sarebbe solo da aggiungere un particolare, e non di poco conto, nella descrizione di tali processi.
    Vale a dire che la conoscenza di noi stessi e degli altri è estremamente dinamica, o così dovrebbe essere, lasciando sempre aperta la possibilità di modificare i contenuti dei giudizi e delle categorie.
    Ciò significa che molto spesso è proprio la rigidità dei giudizi e della conoscenza che abbiamo di noi e degli altri a generare conflitti insanabili.

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