Introduzione al caffè filosofico del 16/12/2021 sul tema “Conoscere se stessi”

La volta scorsa abbiamo parlato del conoscere in generale. Stasera ci concentriamo sulla conoscenza di se stessi, ovvero di noi stessi. Vogliamo infatti parlare di noi sia come soggetti che come oggetti di conoscenza.

Credo che le definizioni e le considerazioni che abbiamo espresso a proposito della conoscenza in generale (cioè la conoscenza del mondo esterno, compresa la conoscenza degli altri), valgano anche per la conoscenza di noi stessi, a meno che non riteniamo che la conoscenza di se stessi possa essere raggiunta solo mediante modalità peculiari, specifiche, diverse da quelle usate per conoscere cose a noi esterne. 

L’espressione “conoscere se stessi”, molto nota nella forma ammonitrice “conosci te stesso”, è famosa in quanto si racconta, tra l’altro, che fosse scritta nel tempio di Apollo a Delfi o pronunciata dall’oracolo di Apollo, e fu anche citata da Socrate (secondo uno scritto di Senofonte).

Il significato di tale frase non è esplicito, ma molti concordano sul fatto che sia un invito a considerare i propri limiti e le proprie debolezze, a non sconfinare nell’arroganza, a non sopravvalutarsi. O, al contrario, un invito a scoprire in sé delle potenzialità nascoste. Oppure a scoprire in se stessi un daimon, o un’anima che ci illumini, ci guidi, o ci unisca alla divinità.

Comunque sia, io credo che conoscere se stessi sia molto difficile, a meno che non ci limitiamo alla conoscenza degli aspetti esteriori della nostra persona, essendo essi in una certa misura evidenti ed oggettivi. Sarebbe in tal caso una conoscenza che chiunque altro che ci ha frequentato abbastanza a lungo potrebbe avere di noi, anzi, in quel senso gli altri potrebbero conoscerci anche meglio di noi.

Ovviamente, quando si dice “conosci te stesso” s’intende la conoscenza dalla parte interiore della nostra persona, per conoscere la quale non esiste un manuale operativo. Non solo non sappiamo come conoscere, ma non sappiamo nemmeno cosa conoscere, cosa cercare, cosa esaminare, cosa misurare.

Una conoscenza può essere più o meno razionale e più o meno irrazionale, laddove per irrazionale intendo emotiva e non logica.

Conoscere se stessi irrazionalmente consiste nel conoscere le proprie emozioni e i propri sentimenti, senza necessariamente stabilire dei collegamenti logici con il resto dei fatti della nostra persona e del mondo esterno.

Conoscere se stessi razionalmente consiste nel conoscere le proprie cognizioni su se stessi, e i collegamenti logici tra di esse. Tale conoscenza è possibile solo con riferimento ad una certa teoria della mente o della natura umana, cioè un insieme di concetti (oggetti e/o agenti consci o inconsci) e di relazioni logiche tra di essi.

In altre parole, a mio parere, è impossibile conoscere se stessi razionalmente senza far riferimento ad una certa psicologia, che può essere una di quelle annoverate nei manuali scolastici o accademici di psicologia, oppure una psicologia propria, sviluppata dal soggetto stesso. In particolare credo che la conoscenza di se stessi debba includere una serie di possibili tipi psicologici e di possibili dinamiche psichiche di riferimento.

Per concludere, io credo che la conoscenza di se stessi non possa essere dissociata dalla conoscenza degli altri esseri umani, in quanto ogni conoscenza consiste nel confronto rispetto a dei modelli di riferimento (astratti o concreti), confronto che risulta in certi gradi di somiglianza o di diversità rispetto a certi modelli, o alla misura stimata di certe grandezze, rispetto a certe unità di misura.

In altre parole, credo che conoscere un essere umano particolare (tra cui noi stessi) sia impossibile senza conoscere l’uomo in generale, ovvero la natura umana, con le sue varianze e invarianze.

A voi la parola.


Vedi anche “Caffè filosofico online. Conversazioni sulla vita, sulla società e sulla natura umana

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